Al Generale Conte Luigi Palma di Cesnola, Direttore del “Metropolitan Museum of art„ di New-York, dedico questo libro, con sentimento di ammirazione, di gratitudine e di affetto.
Giuseppe Giacosa.
Alle dieci della mattina il grande bastimento si stacca dal Dock e move lentamente rasentando i muraglioni bianchi del porto: scricchiola quasi compresso nella stretta di un ponte girante e procede cauteloso nei bacini senza dar fumo nè fischi, la macchina inerte, tirato a rimorchio da un vaporetto a prua, tenuto a segno da un altro vaporetto a poppa. Nell'ultimo bacino largo e fondo, i rimorchiatori ristanno e si sciolgono: una scossa, un fischio rauco, un colpo di cannone, qualche gridolino di donne impaurite ed eccoci al mare. È una giornata chiara e variabile d'Ottobre; è già piovuto due volte da nuvole fuggenti veloci verso la terra, ma è vento alto che non tocca l'acqua. Il mare lucente, ondeggia largo senza rompersi mai. I passeggieri dato una sguardo di saluto alla malinconica collina dell'Havre, ed un'occhiata interrogatrice al cielo, scendono a prendere possesso delle cabine e ad allogarvi le robe, e per un'ora è un trillare incessante e fastidioso di campanelli elettrici e un correre di su e di giù per le corsie, di camerieri e cameriere chiamati a collocare e fissare le valigie, a dar ragione d'ogni minuto arredo della cabina od anche solamente a mostrarsi, a dire il proprio nome, a pronosticare il tempo e la durata del viaggio. Poi comincia la sfilata all'ufficio del commissario ed a quello del maggiordomo. Al commissario, molti passeggieri consegnano speciali e inutili lettere di raccomandazione; il maggiordomo assegna i posti a tavola e riceve le iscrizioni per il primo od il secondo servizio. La sala da pranzo non ci capirebbe tutti ad un tempo (siamo trecento e nove), si danno dunque due servizi della colazione e due del desinare. La gente navigata preferisce il secondo che è quello del comandante.
La prima campana della colazione ci richiama tutti sul ponte soleggiato. La terra dell'Havre è già bassa ed annebbiata e già vediamo la punta di Cherbourg. I passeggieri si squadrano a vicenda ed argomentano l'uno dell'altro la condizione ed il carattere. Rivedo rasserenati e rabboniti dei visi che avevo notato per crucciosi la sera innanzi a Parigi sul partire del treno transatlantico. Ma chi cerca posto in un treno notturno non mostra la sua faccia abituale: la fretta, l'inquietudine, la diffidenza, l'avversione al prossimo, intorbidano gli sguardi e contraggono i lineamenti.
Quasi tutti i passeggieri sono muniti di un seggiolone pieghevole che si affrettano di collocare al riparo dal vento e dal fumo. A chi non lo possiede di suo ne è offerto uno a nolo, per cinque lire, dalla società dei camerieri. Quei seggioloni e l'innumerevole quantità di scialli, di pelliccie, di soprabiti, di libri e d'altri minuti oggetti dell'uso domestico, sparsi per ogni dove, danno all'alto ponte il piacevole aspetto di una terrazza aperta sulle immensità oceaniche.
Innanzi di partire, quando volevo tranquillare quella sorda inquietudine che l'idea di un lungo viaggio sveglia in chi non ne ha fatto mai, mi dicevo che da Milano a New-York sono in sostanza, venti ore di ferrovia, fino all'Havre, ed il soggiorno di una breve settimana in un fastoso albergo galleggiante. Col tempo bello, la vita a bordo, somiglia infatti a quella dei grandi alberghi cosmopoliti di Nizza e di San Remo, se non che vi è più ghiotta e copiosa la tavola, più pronto e puntuale il servizio, più diversa la gente, più rapida la diffusione della cronaca giornaliera. L'attesa della posta è, a bordo, sostituita da quella dell'accertata ora solare e del punto. Quando il muggito della sirena annunzia ai naviganti che il sole è per essi al sommo dell'arco, tutti correggono l'orologio e subito i buoni calcolatori dalla differenza fra l'ora di ieri e quella d'oggi, argomentano la strada fatta, e mettono scommesse che son poi definite sul ripiano della scala, dove il capitano segna con spilli e banderuole infitti nella carta geografica il punto preciso raggiunto sul mezzodì e registra più sotto in cifre il cammino percorso e la distanza che ancora ci separa dall'America. Il primo giorno le 3200 miglia che ancora ci rimanevano a fare, mi parvero un'inezia, ma la cifra andò di poi sempre ingrossando in me, via via che diminuiva sulla carta.
Verso le due pomeridiane, che è l'ora del lunch, poichè in mare si mangia ogni tre ore, il ponte di sopra è festosissimo. Una folla di gente sfaccendata, va, viene, guarda, discorre, legge, si lascia andare al dolce movimento dell'onde e carezzare dalla brezza salata. Passano lontano isole e promontori: sulla bruna scogliera dell'Inghilterra s'ergono campanili raggianti al sole; le coste sembrano avvicinarsi curiose, o retrocedere spaurite, avvivate dalla nostra velocità. Il tempo è bello, ma un inglese osserva che non incontrammo ancora il bastimento partito l'altro sabato da New-York, e che già dovrebbe essere arrivato all'Havre. Qua e là qualche signora sdraiata sul seggiolone ed impellicciata fino al mento tradisce al viso pallido ed agli occhi chiusi le prime svogliatezze del mal di mare. Ma l'immobilità e l'aria viva la ristorano e a poco a poco gli occhi si riaprono e si incarnano le gote. Fra i passeggieri prevalgono, in numero, gli americani reduci alla patria poichè corsero l'Europa la primavera e l'estate. Sono intere famiglie numerose, pompose e rumorose, i giovani e specie le ragazze, socievoli oltre il nostro costume, i fanciulli adorabili per forza briosa e sicura, i padri e le madri imperterriti usurpatori ed accaniti difensori dei migliori posti, incuranti della figliuolanza, finchè questa si allontana o si apparta in compagnie diverse ed improvvisate, festosi e verbosi per rapide e fitte domande ad ogni suo ritorno nella cerchia delle seggiole, dominio famigliare. Giovani e vecchi, gli uomini pipano di continuo un tabacco che sa di camomilla, e le donne croccano o succhiano confetti.
Mi trattengo a lungo con un giovane prete americano, vestito in abito secolare s'intende, giudizioso e colto conoscitore dell'Italia e del nostro movimento letterario. Da sei anni professore in Roma al collegio De propaganda fide, egli parla spedito e corretto l'italiano con schietto accento romano. Sa a memoria tutte le odi barbare del Carducci, mi recita con foga giovanile alcuni squarci delle Fonti del Clitummo:
«Tutto ora tace, nel sereno gorgo,»
esalta il Fogazzaro, ammira il Bonghi, stima che Michetti sia il maggior pittore oggi vivente. Si reca in America per non so quale missione, ma sarà di ritorno a Roma fra due mesi.
– Roma è la mia terra, mi dice.
– E l'America?
– Ho detto: terra. L'America è la mia patria. Sono americano anche in Roma. E dopo una pausa, sorridendo con intenzione: – specialmente a Roma.
Due volte interrompe la conversazione per accorrere ai richiami di una vecchia monaca che egli segue con signorile deferenza. Viaggiano con noi dodici suore Clarisse, argomento di irriverenti motteggi a due artisti di canto «du Théâtre de l'Opéra» come appresi di poi dal manifestino di un concerto che diedero l'ultimo giorno del viaggio.
Ci si avvicina ed intavola discorso un giovane signore, più inglese all'aspetto e al vestire, che nessun inglese della vecchia Inghilterra. È un parigino il quale viaggia per vini francesi di Bordeaux e di Champagne e per un certo suo Cognac che in fin di colazione l'avevo visto mescere allegramente a' suoi vicini di tavola. Allegramente s'intende della quantità, perchè egli non si diparte da una correttezza condiscendente ma piena di sussiego. Abborda, primo, la gente, ma coll'aria un po' stupida e seccata di chi risponda per cortesia ad una domanda importuna. Questa è la sua undecima traversata: egli conosce tutti i punti delle coste ed al largo, tutte le profondità oceaniche. A contrappeso dell'orologio, porta un barometro aneroide; verificato dall'osservatorio di Parigi. Il tempo è al Beau fixe. Peccato! Una burrasca a bordo dei vapori francesi è così divertente! Ha, ben inteso, il passo marino e possiede un ricchissimo assortimento di berretti marini per tutte le variazioni, anzi per tutte le gradazioni del tempo. È legittimo proprietario di due seggioloni ad X, uno di cuoio, l'altro di tela, col suo nome «Roger» trapunto in cuoio sull'uno, in seta sull'altro:
– L'illustre Gandissart, mi mormora il prete.
Una bellissima signorina, bella oltre ogni imagine di bellezza, a cui due more composero un lettuccio all'ombra di un canotto sospeso, guarda il mare con fissità vogliosa, sdegnosa dei viventi. Viaggia sola colla scorta delle due more che non la lasciano mai, sempre ritte ai piedi del lettuccio. Quando accenna, ma è cenno visibile ad esse soltanto, le more si curvano su di lei a raccogliere le «sorrise parolette brevi» che le escono dalle labbra semichiuse e ferme. È vestita di lana bianca, ma la veste non appare se non quando muove per scendere alla cabina: una cabina di lusso, col salottino dove essa desina sola. Finchè dura sul lettuccio è tutta coperta da una immensa pelliccia di astracan nero, lucente, che le more le rincalzano sotto i piedi. Non è malata, ha colori vivi e sani, il suo profondo languore non è che un attributo della sua bellezza.
Il Gandissart la vede, l'ammira, non osa parlarle, ma corre al commissario per informazioni che, ad onore del commissario, riporta assai scarse: È la più bella persona di Messico.
Abbiamo a bordo un'altra bellissima persona: un'ebrea di Boston, ma grata questa al Dio d'Israele degli stupendi occhi avutine in sorte, ne fa il migliore uso che per lei si possa, gratificandone il prossimo. Instancabile camminatrice, va e viene di continuo da un capo all'altro del bastimento, tirandosi dietro ora questo, ora quello ora parecchi, degli immancabili accompagnatori. Suo padre, seduto presso il castello di mezzo, la segue cogli occhi pieni di riconoscente ammirazione. Quando essa gli s'avvicina, per rifornirsi di confetti, egli l'accoglie con un How pretty you are darling! esclamato ad alta voce, con un accento che l'età sola rende paterno. Dicono che egli abbia fatto tesori trafficando nella Cina. Gli attribuiscono dieci milioni di dollari, ed ha quell'unica figliuola. Due giovani cubani bruni e fieri come gli eroi per canto e piano, fanno intorno alla ragazza una gelosa corte d'onore.
Verso le dieci di sera, lontano a destra, nell'ombra nebbiosa, quasi a fior d'acqua, rosseggia il faro dell'isola Scilly, ultima terra d'Europa. La Bretagne ne saluta il semaforo, ma il comandante che discorre con me presso il suo casotto, il ponte è quasi deserto, cerca innanzi a noi nel gran gorgo, un'altra luce, che gli segnali La Champagne partita, or fanno otto giorni, da New-York.
– Eccola. Aspettatemi qui; vado a scambiar due parole col mio collega e ritorno.
Dal punto in cui mi trovo non posso leggere le parole luminose che si partono dalla nostra nave, ma noto le stelle mobili e diverse accese da lungi sulla invisibile giungente. Che dicono quei raggi alterni? Quelle voci silenziose balenate nella notte inducono nell'animo l'aspettazione inquieta di cose arcane. Così parlano negli spazî, i mondi. – Non si giudica che esse possano trasmettere notizie concrete traducibili in linguaggio concreto, ma piuttosto oroscopi augurali e sibillini ammonimenti.
E l'oroscopo venne:
– La Champagne segnala che si lascia dietro un grosso fortunale, mi dice al ritorno il comandante.
– Un ciclone? domando io, sedotto dalla grossa parola, e curioso di leggergli in viso il peggio.
– Oramai li chiamano tutti così e il nome non importa; ma quale sia per essere il tempo, tutto si riduce ad arrivare dieci ore prima o dieci ore dopo. Noi non temiamo che le nebbie, anzi col nostro peso e la nostra velocità non temiamo nemmeno quelle.
E poi venne il concreto ammonimento.
– Poichè non avete sentito la maretta di stassera, mettetevi in letto subito e fate di dormire. Se il ballo vi coglie nel sonno, è probabile che lo stomaco s'avvezzi ai sobbalzi e non vi dia noia domani.
L'indomani a giorno, mi svegliarono la mia cappelliera, la valigia a mano ed un salvagente di sughero staccatosi dal gancio, che menavano insieme, ruzzolando per la cabina, un trescone indiavolato. Nell'andito accanto, rintronavano dei colpi d'ariete che pareva volessero sfondar le pareti. Erano grossi valigioni che slittavano ad ogni rullata. Balzo dalla cuccetta, dò di capo nel soffitto, aspiro un acuto odore d'acqua di Colonia (la boccia era caduta dalla tavoletta ed il liquido s'era tutto sparso), e mi vesto come posso. Ci siamo. Tuttavia mi reggo e non ho mal di capo, e come la campana chiama all'asciolvere, m'avvio brancolando per gli anditi verso la sala da pranzo, risoluto di mettermi alla prova. Ma una prima sorsata di the, avversa e minacciosa, mi rivolge in fretta alla cabina.
– Monsieur, manges une pomme – mi suggerisce una pietosa cameriera, e mi porge una grossa mela carnosa che addento e mi ristora sull'attimo, onde ne registro qui la virtù sanatrice.
Fu la burrasca equinoziale. Per cinque giorni, le grosse serrate di ferro ci imprigionarono sotto coperta. Per cinque giorni i trecento e nove commensali, si ridussero prima a quattordici, poi ad undici soli, compresi il comandante, il commissario ed il dottore. Per cinque giorni e cinque notti, dovetti disertare la mia cabina, tanta ridda vi facevano tutti gli oggetti sciolti e tanto dai sottili trammezzi di legno, risonavano i patimenti e i lagni dei malati. In tutto quello spazio di tempo, non venni mai a capo di vedere il campo disteso delle acque furenti. Gli occhi rotondi del salone a seconda del rullìo, ora si appuntavano al cielo oltre il limite dell'orizzonte, ed ora sprofondavano entro vortici verdastri. Della burrasca vidi soltanto e ricordo l'altezza iperbolica dei frangenti vicini, la lucentezza brunita dei valloni e certe ironiche lascivie dei fiocchetti di schiuma che orlano il sommo delle onde. Queste mi attraevano con malia irresistibile: stavo delle ore, la fronte appoggiata al vetro, affascinato dalle loro grazie diaboliche. Si affacciavano sui dorsi rompenti quasi a misurare l'ampiezza del solco, si gettavano a capofitto, scivolavano, sprofondavano, risorgevano, saltellanti come libellule, sulla cresta degli opposti marosi, sembravano frenetici di gioia a tanto spettacolo di furore e di morte. A volte mi pareva di sentirli ridere.
Splendeva un sole invernale, nella dubbia serenità del cielo nordico, ma d'ogni intorno all'orizzonte era una corona di nebbie basse rasenti il mare. Quella cerchia nembosa passava di continuo nei vetri, ora salendo, ora scendendo, a ritmici intervalli. Di quando in quando mi giungevano all'orecchio come un'eco remota ed indistinta certi ritornelli di canzoni napoletane che mi parevano sorgere dagli abissi. Erano emigranti italiani che pigiati a poppa ingannavano col canto gli ozî ed il terrore della traversata. Tra i fischi, gli urli, le cannonate ed i muggiti della tempesta e tra il sinistro scricchiolare della nave, quei ritmi domestici dileguanti in cantilene lamentose, mi traevano l'animo già eccitato dalle apprensioni invano represse e derise e dalla invincibile insonnia, ad un intenerimento pieno di dolci e pungenti immagini famigliari. Giungevano nel gran salone della prima classe, lungo i fianchi della nave, o attraverso gli usci, i tramezzi, le serate d'ogni sorta, così rotti e fiochi, che sulle prime li credetti un inganno tormentoso della mente insonnita.
La notte le lampade elettriche rendevano a volte un subito fulgore abbacinante, segno che l'elica, emersa dalle acque, non consumava la sua tangente di forza, ond'era accresciuta la loro. Quando l'elica si rituffava, le lampade tornando al chiarore normale, sembravano battere le palpebre e venir meno. Quanto fastidio in quei getti di luce smodata, come di lampi fissi e come sembravano eterni i visibili minuti che l'elica, l'anima della nave, mulinava nell'aria!
– Uno, due, tre… otto, dieci, e non scende ancora. Come può durare così a lungo sospesa? Oramai certo la prua si è tutta immersa nell'acque e s'avventa nel profondo verso l'abisso.
La mattina al primo chiarire correvo alla doccia a scotermi le fibre intorpidite, ma per quanto essa facesse del suo meglio ed io del mio meglio la secondassi, a mala pena mi riusciva di azzeccare qualche spruzzo disperso, tanto il rullìo ed il beccheggio inclinavano la colonna dell'acqua ad opposti versi. Poi convenivamo i pochi validi, nella bottega del barbiere, possessore di un barometro compiacente, fervente spiritista, uomo ricco d'inventive e credulo anche a se stesso, il quale ci raccontava cupo, innumerevoli casi di telepatia.
Tra i validi erano il prete americano ed un brioso ed amabile avvocato di Torino, mandato console d'Italia alla Nuova Orléans. Non c'era il Gaudissart, che dal primo mareggiare non fu più visto. Che avrà detto il suo aneroide verificato all'Osservatorio di Parigi? Peccato! Una burrasca, a bordo dei vapori francesi è così divertente! Tuttavia dopo ogni pasto lo Steward ci mesceva, di suo ordine, un bicchierino del suo eccellente cognac, che sorbivamo, ridendo, alla sua salute.
Nessuna signora a tavola. La bella messicana fece però ogni mattina una breve apparizione sulla galleria che fascia alto in giro la sala da pranzo dove stanno il pianoforte, i libri ed i giornali illustrati. Ogni mattina essa portava alla cintura un ciuffo di freschi ciclamini. Il giorno dell'arrivo, la vidi gettare in mare il vaso sfiorito.
Un'altra signora, alta, magra, pallida ed energica, irruppe un giorno dopo la colazione nella sala da pranzo e s'avventò ad un tavolino dove sedeva un grosso uomo sulla cinquantina, che noi chiamavamo, non so perchè, o forse lo era davvero: il giudice di Chicago. Le si piantò davanti ritta e fremente e prese ad apostrofarlo, con un getto serrato di parole sibilanti che nessuno, neppur egli forse, comprese. Aveva la voce roca e fioca del mal di gola. Ne disse un profluvio, fino a che, esausta, lui sempre muto ed immobile, si ritrasse come era venuta. Il giudice non aveva battuto palpebra, nè dato prima nè poi nessun segno di rammarico o di noia. Sapemmo di poi dal commissario che essa era la moglie di quell'apatico, da tre giorni malata e malate pure le due figliuole. E da tre giorni e tre notti, egli non aveva più messo piede nella cabina. Le poverette se n'erano lagnate col dottore che gli aveva girato le lagnanze, l'avevano mandato a chiamare pel cameriere, ma senza frutto. Il bello si è che gli ultimi due giorni, quetata la tempesta, come le donne furono sul ponte all'aperto, egli si mostrava loro premuroso ed affettuosissimo. Un barometro di tenerezza.
Il comandante passò quarantotto ore filate sulla passerella: non ne scendeva che all'ora dei pasti cui si presentava lindo ed attillato come ad un ballo, mentre il primo giorno a tempo bello e colle tavole affollate era venuto in abito dimesso. Era un uomo semplice, punto mondano. Noi commensali, tutti uomini, che avevamo smesso oramai di mutar d'abito pel desinare a scanso di fatica e di sforzi d'equilibrio, gli domandammo un giorno la ragione di quella intempestiva eleganza.
– Non lo faccio per voi, signori, ma per gli assenti. Ci sono molti più malati di paura che di mal di mare. Non avete osservato quando ci mettiamo a tavola, il trillare fastidioso di tanti campanelli? Sono passeggieri che chiamano le persone di servizio per mandarle a spiare l'aspetto del comandante. E come lo sanno ravviato e pulito, si acquietano, sicuri che per un'ora almeno non si colerà a picco.
I due artisti di canto «du Théâtre de l'Opéra» erano anch'essi sani e disposti. La prima giornata di viaggio, avevano motteggiato di continuo, con molta sudiceria, sulle dodici monache. Nel pieno della burrasca, come uno di essi fece per tornare ridendo sullo stesso discorso, l'altro lo riprese serio serio:
– Tais toi. Ce sont ces saintes files, avec leurs prières qui nous protègent.
Mezz'ora dopo, il motteggiatore canterellava seduto al pianoforte (ci passava le giornate lo scellerato), certe sue canzonette. A un colpo di mare, lo sgabello a vite si spezzò di netto e lo sbattè la testa prima contro lo spigolo di una tavola, troppo salda quella. L'urto fu tale che rimase privo di sensi. Lo sollevammo grondante sangue da una larga ferita tra i capelli. Mentre lo reggeva accompagnandolo nella stanza del medico, il compagno, gli andava ripicchiando, con un comico cruccio: Tu vois! Tu vois! Tu vois! Così fra piccoli e diversi episodi, dalla mattina alla sera tanto tanto ci si arrivava. Ma la notte! Mi par di sentire ancora in un remoto ronzìo il giudice di Chicago, seduto ad un tavolino con due amici, versare senza posa, con voce bassa e nasale, lenti fiumi di parole. Egli parlava bevendo, quelli bevendo tacendo, e via via, tra i brevi miei sonni, tra i boati dell'onde e del vento, tra lo sconquasso della nave occhiuta e raggiante sul convulso mar tenebroso, la voce inestinguibile dilagava in nota continua di contrabbasso. Che poteva egli dire, ogni notte, tutta la notte, con sì stagnata uniformità di accenti? Quale oscura serie di misfatti andava confessando ai compagni allibiti?
Il venerdì, presso il banco di Terranova, la burrasca quietò alquanto. Era ancora mare rotto e perverso, ma ci furono dischiuse le uscite al ponte scoperto che s'andò in breve ripopolando di gente ancora sbattuta dai lunghi patimenti. Rivedemmo la bella ebrea, i due cubani e sul tardi, Gaudissart. Il commissario indicandomi lontano sull'acque alcuni punti neri, che sembravano canotti rovesciati, me li dà per balene. Credo per atto di fede. Passa in vista e s'avvicina, un gran bastimento diretto in Europa. È una festa grande di saluti e di grida.
Sono involontario spettatore di una scenetta patetica.
Il ponte scoperto è spartito in due grandi corsie lungo i fianchi della nave, fra le quali sorge il castello di mezzo, che copre lo spazio dato alle macchine, le due boccaporte e le scale della prima classe. Per passare d'una corsìa all'altra bisogna girare il castello verso prua, od attraversarlo per un andito stretto che lo taglia ai due terzi della sua lunghezza verso poppa. Quivi pende alla parete il barilotto che protegge una miccia accesa a comodo dei fumatori ai quali è severamente interdetto di accendere fiammiferi. Ma le macchine vi spandono un tale insopportabile fetore d'olio bruciato, che pochi ci passano ed alla interdizione non pensa nessuno.
Ora, verso le quattro di sera, non potendo io al vento accendere la pipa, mi sovvenni della miccia ed infilai l'andito. Uno dei cubani stava in un canto piangendo come un fanciullo, di quel pianto a lungo rattenuto che rompe il petto e che versato da persona vigorosa fa strazio a vedere, mentre la bella ebrea, ritta presso di lui gli andava asciugando le lagrime in atto di pietà calmante e nulla concedente. Mi ritrassi tosto, seccato. La sera, si dava nel salone il trattenimento solito ad ogni traversata a beneficio delle vedove e degli orfani dei marinai. Vi cantarono, i due artisti dell'Opéra (uno aveva la testa fasciata), e la bella ebrea vi recitò a meraviglia un monologo inglese pieno di reticenze maliziose, e cantò due canzonette francesi, a imitazione della Judic. Il cubano era tra gli spettatori, domato, ma non plaudente. Quando mi vide, mi lanciò un'occhiata feroce.
Il sabato mattina ci si fa incontro il pilota, che porta segnato sull'ampia vela triangolare un vistoso numero, argomento di vistose scommesse. Voli di passeri innondano con domestica sicurezza la nave. A sera emerge dell'acque, bruna contro il sole cadente, la terra d'America. Sbarcheremo domattina.
La prima cura di chi scende a terra dopo una lunga traversata è di precipitarsi al boteghino del telegrafo, piantato apposta sullo scalo, onde dare ai cari lontani la notizia dell'arrivo. E quanto più fu cattivo il viaggio tanto è maggiore in tutti la smania di annunziarlo compiuto. Già dal primo rallentare della nave, io m'ero appostato sul passo dell'uscita per potermi precipitare allo sportello telegrafico innanzi che urgesse la folla. Tenevo colle due mani i due capi della ringhiera. La nave era già ferma e ci stava ai piedi sulla banchina una gran gente in attesa. Correvano dalla tolda a terra, parole e grida di riconoscimento e di saluto. Ed ecco che mi viene accanto una bellissima fanciulla sui vent'anni, fresca, rosea, trepidante, la quale non si ristava dal chiamare per nome e dal salutare colle mani un giovane signore che le rispondeva dal basso. Quando mi vide piantato come un termine, essa mi disse in francese, ma coll'accento americano:
– Oh signore, quanto vorrei essere la prima a discendere!
E la sentivo ridere in gola per l'emozione ed il piacere frenati.
– Oh signore, che gioia per me se potessi essere la prima a discendere!
– Lo sarete, signorina, ve lo prometto.
Mi lesse negli occhi un sospetto, e mi disse con grazia accorta:
– È mio fratello, signore, che non vedo da tre anni. Torno sola d'Europa.
E tremava tutta dall'impazienza. Poi si trattenne discreta:
– Ma forse voi pure:
– No, nessuno mi aspetta, signorina; mi sono appostato per correre presto al telegrafo.
Essa allora pronta e ridente:
– Ebbene, faremo così: voi mi darete il braccio e scenderemo insieme.
E così avvenne ch'io posi primamente il piede sulla terra d'America dando il braccio ad una bella e giovane fanciulla americana che non avevo veduto mai, che non sapevo chi fosse, che scivolò via appena tocca la terra, che non vidi e non vedrò certo mai più, ma la cui compagnia di un minuto, mi parve gentilmente salutevole e di ottimo augurio.
New-York, a chi vi giunga d'Europa, si palesa intera al suo primo apparire. Si palesa, non si mostra. L'occhio ne vede una minuscola parte, la mente vi riconosce i segni espressivi dei suoi caratteri. Nessun'altra città forse, è così di subito parlante allo spirito e così sincera. Le belle città digradanti al mare in anfiteatro, dicono di sè il meglio e nascondono le brutture; si sporgono in veduta pittorica mostrando più le cose che le genti e la vita. In New-York, le cose, la gente e la vita vi scolpiscono insieme di maniera che non potete disgiungere una nozione dall'altra. Al più si può dire che primeggi a misura di tempo l'azione. La gran città agisce prima di mostrarsi. Innanzi che appaiano le coste ed i fari della terra americana, dieci, dodici ore prima dell'arrivo vi si fanno incontro le alte vele triangolari dei piloti che scorrazzano al largo in traccia di navi giungenti. Presso i porti europei i piloti s'incontrano là dove ne occorre l'aiuto. Gli Americani fanno di questo servizio uno sport nautico che tradisce la loro temeraria attività e l'indole avventurosa. Spingono i loro legni a lontananze in quei mari e in quelle nebbie pericolosissime. Sono esili cutter, tutti ala, che meriterebbero l'antico nome di saettie, e sembrano briachi di velocità tanto rullano alla spinta della vela eccessiva. Come il locatiere abborda un vapore transatlantico, vi porta fasci di gazzette americane che i passeggieri sciolgono, leggono in crocchio, si scambiano a vicenda con avidità di affamati. Così è anticipata ai naviganti la cronaca del mondo e giungono a molti fortunati le notizie domestiche, mandate per telegrafo ad un prefisso giornale e da questo stampate in apposita rubrica: accortezza industriale che inumidisce molti occhi e illumina molti visi.
Appena imboccato il largo braccio di mare che separa lo Staten Island dalla punta di Hamiltonville comincia la vita di New-York. Di New-York, perchè la città imperiale non ostante la disputata autonomia dei luoghi finitimi, nel concetto degli Europei, incorpora in sè tutti i centri popolosi che la circondano. In realtà le navi, prima di giungere alla vera metropoli, costeggiano quattro città diverse, due delle quali, se non fosse la sua formidabile vicinanza, conterebbero fra le maggiori del mondo: New-Brighton, Bayonne, New-Jersey e Brooklyn. Ma se le rive, i colli e le fabbriche prendono diversi nomi e si spartiscono in più municipi, anzi in più Stati, la vita che scorre e si diffonde sulle acque trae dalla sola New-York quella varietà di caratteri onde l'estuario dell'Hudson è vantato fra i punti più interessanti e pittoreschi della terra. Quelle minori città non mostrano che scali e depositi, non mettono in mare e non ricevono che informi e pesanti navi carbonifere, non mandano altro suono che stridori di argani e di grue e quell'orribile ininterrotto stridore ferreo che fa vibrare i precordi. New-York aggiunge a questi attributi della operosità commerciale e meccanica, i segni di una attività varia, più signorile, vorrei dire più umana: elementi di vita intellettuale, d'arte, d'eleganza, di piacere. Essa alterna al gran lavoro delle navi partenti e giungenti, la vispa gaiezza di mille yachts a vela ed a vapore, nitidi, rilucenti, i quali mettono fra quelle note basse, acuti fischi in nota di ottavino e strilli di risate e gridolini di donne deliziosamente spaurite. Innanzi che appaia la punta della sua penisola essa pianta in mare, a faro, la statua della libertà; vi parla con un simbolo, vi saluta con una opera d'arte. Il primo lembo della sua terra è un giardino: gli edifici che più attirano i vostri sguardi quando la nave che vi porta è ancora in pieno moto, appartengono ai suoi giornali cosmopoliti: sono la cupola dorata e la specola astronomica del World e la guglia della Tribune. È bello al sole e nell'aria pulita di giorni sereni e festivi, più bello fra le nebbie ed il fumo delle giornate feriali, più alto delle più eccelse alberature, aereo telaio dove vanno e vengono di continuo come spole lunghissimi treni ferroviari e carri e vetture d'ogni maniera ed un popolo di pedoni, campeggia, scavalcando un braccio di mare e legando insieme due città e due Stati quello stupendo ponte di Brooklyn che è, credo, la più fantasiosa delle opere utili e la più artistica delle opere meccaniche compiute dall'uomo.
La baia di New-York offre uno spettacolo incomparabile. Non c'è sulla terra un'altra distesa di acque, così interamente circondata di fabbriche, così risonante ed echeggiante da ogni parte ad ogni parte, così piena di vita, così diversa negli aspetti e nei movimenti, così immaginosa, così potente motrice del pensiero. La sua smisurata grandezza è cagione di impressioni diversissime ed estreme. Quel mondo vi sta addosso e si perde negli orizzonti. Mentre le cose vicine svegliano ed appagano mille curiosità specifiche, le remote vi invogliano ad ozi contemplativi. Fino dove l'occhio giunge, da ogni lato, nello spessore delle città litorali, sopra l'immenso corso dell'Hudson, su pel braccio di mare della East River, è uno accavallarsi di giganteschi edifizî che rappresentano nelle nebbiose lontananze un vario ondeggiare di colli digradanti al mare. Quelle moli hanno di lontano la gravità riposata delle cose eterne e sembrano sorte col suolo. Io non vidi mai in altri luoghi l'opera dell'uomo, sola, scompagnata da ogni elemento naturale, naturalizzarsi così interamente e darmi un così pieno inganno di paesaggio. A ciò concorre un cielo mobilissimo che si rabbuia e chiarisce d'un colpo. Le conche alpine, esposte ai più mutabili venti, non hanno così subite vicende di torbo e di sereno. New-York è l'estremo punto continentale sottoposto alle grandi correnti che si dipartono dello stretto di Bering e per l'Alaska ed il Canadà e sopra un corso dell'Hudson, portano i cicloni all'Atlantico, che li sbattono di poi sulle coste occidentali d'Europa. L'America ci manda i suoi uragani e noi non le rendiamo la pariglia. I naviganti dicono che i fortunali dell'Atlantico contrastano sempre l'andata agli Stati Uniti e secondano il ritorno in Europa. Così gli elementi aiutano la gelosa politica americana che volge ora anche contro di noi la diffidenza rivolta dianzi contro i soli Cinesi. Ma le procelle sorvolano a New-York in turbini senza pioggia o vi rompono in fuggenti rovesci. Quella plaga è nota per una siccità atmosferica alla quale i fisici attribuiscono una speciale tensione elettrica che avvertono anche gli abitanti. Forse, la infrequenza delle pioggie, lasciando permanere nell'aria tanti polviscoli diversi, è cagione della straordinaria ricchezza di quei tramonti. I tramonti di New-York sono davvero meravigliosi. Il nostro arrubinarsi del cielo invernale dietro la trama degli alberi stecchiti non può rendere che una tenue immagine della smagliante intensità di quei colori. Quando il sole cadente batte sui pennacchi fumosi degli innumerevoli camini, è uno sventolare magico di gioielli diffusi. Per darne un'idea bisogna ricorrere ad un linguaggio che pare eccessivo. La città industriosa manda zampilli aerei di rubini, di smeraldi, di ametiste, di zaffiri, di topazi stemperati in vapori. Vi si potrebbe riconoscere un simbolo della fastosità americana se quella gloria crepuscolare non fosse troppo effimera e se della grandigia miliardaria non apparissero segni più positivi in ogni punto della città.
In ogni punto, fuorchè sul primo entrarvi, chi vi giunge d'Europa. I viaggiatori, ancora pieni gli occhi e la mente delle belle vedute dell'estuario, guardano delusi le informi, nude e mal costrutte tettoie che li accolgono allo sbarcare e li imprigionano in balia di odiosissimi doganieri. Nulla che attenui il disagio dell'arrivo ed agevoli le cure per lo scarico e la visita dei bagagli. L'ufficio telegrafico è una garetta con un solo sportello ed un solo commesso, il quale, benchè addetto ad un servizio internazionale per eccellenza, non mastica altra lingua fuori del suo inglese arrotondato e mastica male anche quella tanto è parco di parole e ringhioso. E parlo degli scali maggiori riservati ai passeggieri della prima e della seconda classe, perchè gli emigranti della terza sono condotti ad uno speciale deposito dove stanno gli uffici per la verifica delle loro carte e la loro ammissione nello stato americano.
Tutti i quartieri al mare, hanno in New-York un aspetto di degradazione incurabile. Mentre Chicago lavora e come può si adorna in ogni sua parte, New-York non si abbellisce se non dove può godere con agio. I quartieri bassi, dati ai più grossi traffici e più macchinosi, sono oscuri, sudici, mal selciate le vie, male aereate le case, angusti e malsani, degni in tutto della più tardiva fra le nostre cittaduzze di provincia. Si sa che il gran lavoro è brutale e poco meticoloso, ma alle sue inevitabili deturpazioni, non soccorrono quanto potrebbero i provvedimenti edilizî, tutti intenti a lavare, a lustrare, a infiorare l'alta città.
A primo aspetto quella ineguale distribuzione di cure, sa di spietato egoismo e sembra stridere nel concerto degli ordinamenti democratici; ma si noti che in quella parte della città non dorme quasi nessuno. I più ci vanno per affari e ne emigrano a lavoro compiuto verso le quattro pomeridiane. Bisogna vedere i treni che giungono la mattina e quelli che ne partono la sera: uno in coda all'altro, e sono cinque o sei linee diverse, e tutti riboccanti di gente. Nelle ore crepuscolari quelle vie sembrano pestifere: a notte prendono un aspetto fra il delittuoso ed il fatato. Nelle strade mal rischiarate, le finestre delle case deserte e silenziose, spandono luce dai vetri o sprizzano raggi dagli spiragli delle chiuse imposte. Durano così illuminate all'interno fino a giorno, per misura di sicurezza. Ogni banca, ogni fondaco ha il suo guardiano che passeggia quanto è lunga la notte su e giù per le stanze. A volte, dalla via si sentono i loro passi lenti e gravi come di persone crucciose e quel raggiare di case morte, e la veglia di quei solitari fa un senso di tristezza inquieta.
Dimora bensì, in certe strade di quei quartieri, la feccia della popolazione di New-York, un misto composto di tutte le miserie e di tutte le abbiezioni della terra; ma quelli non darebbero un soldo per la nettezza, non dico l'eleganza, delle vie e delle case. E non lo darebbero per più ragioni: perchè non ce l'hanno e perchè il pulito cesserebbe di esser tale al loro contatto. Prima che i luoghi, bisognerebbe nettare la gente e farla ordinata e prospera. Queste cose c'è chi le dice anche in America, ma gli americani, da qualche spirito filantropico in fuori, ci credono meno e ne ridono più di noi. Dove un solo Cornelio Vanderbilt possiede oltre 500 milioni, è naturale che migliaia di persone stentino la vita, e dove il Vanderbilt può trovare almeno una ventina di fortunati se non proprio di così olimpica nobiltà plutocratica come la sua (vogliono ce ne sia dei più ricchi), degni almeno di stringergli la mano e d'invitarlo a desinare, è da stupire che quelle migliaia, non siano per morte d'inedia ridotte a zero.
Del resto, la bassa città è più frequentata dai ricchi che dai poveri. Nè i ricchi si lagnano della sua degradazione, nè sembrano avvertirla. I maggiori trafficanti di New-York vi passano buona parte della giornata. La famosa Wall Street, chiamata la via dei milioni, è nel centro di essa. Gli Astor, i Gould, hanno i loro scrittoi in quei rioni. Fu, se non erro, nel dimesso scrittoio del Gould che un disperato minacciò anni sono il vecchio banchiere di farlo saltare in aria con un pugno di dinamite, se non gli dava sull'attimo un milione. Il Gould, intrepido ed incredulo, rifiutò e quegli lanciò a terra la carica che scoppiando l'uccise, lasciando tramortito, ma illeso, il re delle banche. Allo scoppio si gettò impaurito dalla finestra del suo banco che aveva lì presso, il Morosini, un italiano andato mozzo di un veliero in America cinquant'anni or sono e noverato ora fra i maneggiatori di miliardi. I quali miliardi sembrano avere una virtù preservativa perchè anch'egli ne uscì con poche ammaccature.
Io visitai nel suo studio, in Wall Street, un ricchissimo banchiere che avevo conosciuto anni addietro a Parigi. Uno sportman da disgradarne il Principe di Galles. Egli usa puntualmente al banco dalle dieci della mattina alle quattro pomeridiane, indi se ne va con un'ora e mezza di viaggio in Pensilvania dove dimora colla famiglia in un Club degno delle Mille ed una Notti, chiamato: Toxedo Park. Lo studio di quel raffinato uomo è di gran lunga meno comodo e bello del mio modestissimo. Noto, fra parentesi, e lo seppi da lui stesso, che la piccola casa dov'è il suo banco in Wall Street costò, trent'anni or sono a fabbricarla, quaranta mila dollari (200 mila lire) e che ora gli frutta ogni anno la medesima somma. Tutti quei Cresi sogliono raccogliersi sul mezzodì a far colazione in un Club-ristorante, nei pressi di City Hall, le cui sale sono povere e nude appetto alle sontuosissime degli altri circoli della città alta, cui pure appartengono i suoi frequentatori.
Chi vuole esaltare ad oltranza la civiltà americana, dirà qui che nel concetto di quegli operosi il lavoro, è austero e non comporta mollezze. Ma gli austeri lavoratori che non sdegnano di sedere a mensa in locali disadorni, vi pasteggiano Champagne a 30 lire la bottiglia e vi si stillano il cervello in esperimenti di alta gastronomia. Il che prova che dove il godimento è intenso, non ne rifuggono e che la loro austerità è sessualità grossa che non vuole scomodarsi per poco e che indugia il piacere e lo condensa per potervisi poi distendere in pieno.