Читать онлайн
Istoria civile del Regno di Napoli, v. 8

Нет отзывов
Pietro Giannone
Istoria civile del Regno di Napoli, v. 8

LIBRO TRENTESIMOSECONDO

Don Pietro di Toledo nacque in Alva di Tormes del Regno di Castiglia nell'anno 1484 da D. Federico di Toledo, II Duca d'Alva, e D. Isabella Zuniga figliuola del Duca di Bedmar, donna non men grande per valor d'animo, che alta di corpo e di leggiadre fattezze, tanto che piacevolmente soleva dire, che era venuta ad ingrandire i corpi di Casa d'Alva, li quali erano di piccola statura. Fu nella sua fanciullezza dato D. Pietro ad allevare sotto buoni Maestri nello studio delle lettere, ma conosciutosi, che non molto vi riusciva, e che la sua inclinazione era più nelle cose agibili, che nelle speculazioni delle Scuole, il Duca padre lo pose per paggio nella Corte del Re Cattolico, da cui, ancorchè fanciullo, attentamente osservando le sue geste e raccogliendo le parole, che uscivano dalla bocca di quel savio Re, apprese l'arti della prudenza e del senno; ed ingegnandosi negli esercizi di cavalleria superar gli altri Cortigiani suoi pari, così in servire il Re, come in comparir bene ne' torneamenti, nelle giostre, e negli altri trattenimenti del Palazzo, divenne non pur sopra tutti gli altri caro al Re, ma peritissimo nell'esercizio di cavalcare e di giostrare, tanto che in Ispagna ebbe nome di gran Toriatore; onde avvenne, che venuto per Vicerè in Napoli, introducesse fra noi il giuoco de' Tori, e tante altre giostre e tornei, che sovente nel suo governo faceva replicare.

Entrato per queste sue doti in somma grazia del Re, piacquegli dargli moglie, e lo casò con D. Maria Osoria Marchesa di Villafranca nipote del Conte di Benevento, giovanetta di 13 anni, bella ed unica erede dello Stato, ed ancorchè D. Pietro non fosse il primogenito della sua Casa, ma un semplice cadetto, piacque così al Re, come al Conte avolo di D. Maria, sotto il cui baliato era, di preferir D. Pietro a molti altri Titolati di Spagna, che la pretendevano. Per queste nozze prese egli il titolo di Marchese di Villafranca, ed il possesso dello Stato, con gran contento de' suoi vassalli, sperimentando un governo assai prudente e giusto, dando egli con ciò i primi saggi quanto nell'arte del governare fosse espertissimo. Non molto da poi fugli conferita dal Re una Commenda di S. Giacomo, di rendita di 6000 ducati l'anno, sotto la qual Religione visse tutto il tempo di sua vita. Essendosi poi mandato dal Re Cattolico il Duca di lui padre per Capitan Generale del suo esercito alla conquista del Regno di Navarra, vi andò anche il Marchese, e prese soldo del Re, militando sotto i suoi stipendj insino che rotto e discacciato Giovanni Albret, non fosse il Regno dal Duca conquistato: nella quale espedizione diede saggio il Marchese del suo valore, e fece conoscere, che non meno nell'arte del governo, che militare era peritissimo.

Morto il Re Cattolico, nacquero rumori in Ispagna, pretendendo, come si disse nel precedente libro, alcuni Signori di non accettar Carlo Arciduca d'Austria suo nipote per Re, vivendo ancora la Regina Giovanna sua madre, ma ben riceverlo per Principe e successore del Regno dopo la morte di quella. Ma quietanto questo rumore con certe condizioni, ed essendo stato da poi Carlo eletto Imperadore per morte di Massimiliano suo avolo, nacquero, come si disse, altri rumori ne' Popoli di Spagna, molti de' quali tumultuando per quelle illicite esazioni, che facevano alcuni Ministri Fiamenghi, che l'Imperadore avea seco portati da Fiandra, presero l'armi, ma rotti e castigati i Capi del tumulto, finirono i rumori. Nelle quali fazioni il Marchese, seguendo l'orme del Duca suo padre, prestò all'Imperadore segnalati servigj; onde avvenne, che fu a Cesare sempre caro e sommamente da lui onorato e favorito, e sopra tutti gli altri della sua Corte stimato; in guisa che non lo lasciava da se partire, e ne' suoi viaggi ora di Fiandra, ora d'Italia e d'Alemagna, l'ebbe sempre seco: siccome in quest'anno 1532 seco trovavasi in Ratisbona, quando Solimano già con trecentomila combattenti era entrato nella Servia per soggiogare l'Ungheria, minacciando gli altri suoi Dominj; e l'Imperadore era tutto inteso a resistergli con valida difesa, onde avea scritto a questo fine ad Andrea Doria, già fatto Principe di Melfi, che unisse la sua armata quanto più numerosa potesse, e s'avviasse alla volta di Levante ne' mari di Grecia per assalire le Terre marittime del Turco, acciò divertisse l'impresa d'Ungheria.

Ma poichè, come si disse, quando i Franzesi finirono, cominciarono i Turchi ad inquietar questo Reame, si ebbe nel medesimo tempo avviso, che l'armata del Turco era uscita, e si dubitava, che venisse ad assalire il nostro Regno. Venne ancora a Cesare in questo tempo l'avviso della morte del Cardinal Colonna; onde non mancò di spedire immantinente il Marchese di Villafranca per Vicerè e Capitan Generale del Regno, non men per dargli un tal onore, che per la difesa contro i tentativi del Turco, poichè della sua prudenza e valore era assai ben persuaso. Partì egli subito cavalcando a gran giornate, accompagnandosi con lui Niccolò Antonio Caracciolo Marchese di Vico, che si trovava parimente in Ratisbona, il quale diceva, che dalle cose di Napoli, che ragionarono insieme per via, avea preveduto il rigoroso governo che ei dovea quivi esercitare1. Passò per Roma, ove fu accolto da Papa Clemente con molto onore, e giunto a Napoli, fu ricevuto con plauso grande, e con fama di dover governare con gran prudenza e giustizia, e riformare li tanti abusi e le corruttele e le insolenze de' Nobili.

Ritrovò egli il Regno, come si è detto, in istato pur troppo infelice per le precedute calamità: la Città per la peste ed altri infortunj quasi vota di gente e di denari: gli edificj rovinati, i campi deserti, ma sopra tutto la giustizia depressa; onde riputò cominciar dal rialzamento di questa.

CAPITOLO I
D. Pietro di Toledo riforma i Tribunali di Napoli, onde ne siegue il rialzamento della giustizia

Conoscendo questo savio Ministro, che il principal fonte, onde deriva il riposo de' Popoli, sia quando fra quelli la giustizia venga ugualmente a tutti distribuita, e non potendosi quella a dirittura amministrar da' Re, sian questi forzati d'esercitarla per mezzo de' loro Ministri: il primo passo che diede fu di chiamarsi a se li Consiglieri del Re, e tutti gli altri Magistrati ed Ufficiali di giustizia, incaricando loro, che avessero la giustizia sempre innanzi agli occhi: alla retta amministrazione di quella fossero rivolti tutti i loro pensieri: la distribuissero a tutti senza umani rispetti, non per favore, non per odio, ma unicamente per Dio, e per maggior servizio del loro Re.

A questo fine per maggiormente accertarsi del frutto delle sue ammonizioni, non fidandosi di niuno, dava udienza ogni giorno a tutti con grandissima attenzione, volendo egli sentire e conoscere cosa per cosa: per la qual via ebbe tosto notizia de' difetti degli ufficiali, li quali sicuri, che non vi sarebbe cosa, che al Vicerè non fosse nota, alcuni emendandosi per se medesimi, si riducevano a buona vita, altri, ciò trascurando, ne erano ammoniti, ed altri aspramente ripresi, ed alcuni anche deposti dalle loro cariche.

Ritrovò, che intorno al punire i delinquenti, era di molto impedimento il favor de' grandi Baroni e Nobili della Città, li quali, o importuni tosto correvano a dimandargli grazia, ovvero, usando della lor potenza, minacciavano i Giudici perchè li liberassero: fece per ciò lor sentire, che cessassero di tentar simili cose, perchè con lui non varrebbe ad essi nè il favore, nè le minacce. E perchè maggiormente se n'accertassero, volle con un grande ed illustre esempio porre in esecuzione questa sua deliberazione, nella giustizia che fece fare del Commendator Gio. Francesco Pignatelli il quale, ancorchè reo di molti delitti, nulladimanco per essere di gran parentado, e da molti Signori favorito, avea tenuto gran tempo impedita l'esecuzion della giustizia, i poveri offesi, ed i querelanti con minacce oppressi; il che inteso dal Vicerè, diede sicurtà a' querelanti, ed a' Giudici, che procedessero con libertà; tanto che sentenziato a morte, gli fu fatto mozzar il capo nel largo del Castel Nuovo, luogo solito a giustiziarsi i Nobili ne' casi importanti. Lo stesso accadde al secondo Conte di Policastro e ad un cittadino molto ricco, e ben imparentado, nomato Mazzeo Pellegrino, il quale per forza di denari teneva occultate le querele, perseverando ne' delitti; ma con tutto che avesse offerte somme esorbitantissime per comporsi, non fu l'offerta ricevuta, e condannato a morte, lo fece con molto rigore giustiziare.

Per togliere ancora la cagion dei delitti, fece pubblicar bando, che niuno, di qualsivoglia condizione, potesse, come erasi introdotto, tener nelle porte e sale delle lor case arme in aste, nè archibugi, nè schioppi, e che niuno ardisse portar per la città nè scoppettuoli, nè daghe, o altre arme, ma la sola spada. Ordinò che niuno, sonate le due ore di notte per sino alla mattina, potesse portar qualunque sorta d'armi; ed acciò che si togliesse ogni contrasto, che avesse potuto insorgere intorno alla determinazione dell'ore, o di non essersi inteso il tocco, ordinò che la campana di S. Lorenzo, che si sentiva per tutta la Città, dovesse, passate le due ore, sonare a martello. Ordinò parimente, che i furti notturni commessi nella Città, fossero puniti con pena di morte. E poichè allora in Napoli erano molti portici, come grotte oscure, ove la notte i ribaldi assalivano i poveri incauti, gli fece buttar tutti a terra, fra' quali furono i portici di S. Martino a Capuana, e l'altro di S. Agata, antichi edificj, che davan spavento a passarvi anche di giorno. Per quest'istessa cagione fece tor via le pennate di tavole, e li balconi degli artigiani, che tenevano sporti in fuori alle strade, ove di notte s'appiattavano i ribaldi per assalire coloro, che vi passavano. Parimente, essendo uno scoglio in mare vicino al Castello dell'Uovo, chiamato il Fiatamone, ov'erano molte grotte, nelle quali i giovani dissoluti commettevano orribili disonestà, lo fece tutto rovinare, sino da' fondamenti. E le donne disoneste, che abitavano disperse per la città, mischiate con l'oneste, le fece scacciar tutte da que' luoghi, e le ridusse ne' pubblici lupanari. Nè cessò mai di perseguitare una sorta d'uomini chiamati Compagnoni, vietando con pubblici bandi, che niuno andasse in quadriglia, infino che gli stirpò affatto dalla città.

Tolse a' delinquenti gli Asili, che per la protezione de' potenti aveansi fatti ne' palagi de' principali Baroni; ed avuta notizia, che in Napoli vi erano molte case, dove si ricettavano i fuorusciti, dandosi loro non sol ricetto, ma vitto e danari, per servirsene i Protettori per loro pravi disegni, le fece diroccare, tante che niuno ebbe poi più ardire di ricettargli. Gli artigiani eran prontamente pagati; non loro s'usavano più insolenze: ed i Ministri della giustizia erano come si conveniva rispettati. Anzi perchè la Città fosse meglio guardata, creò altri Capitani di guardia, ed ordinò, che sparsi alloggiassero per la Città per maggior custodia. Creò parimente nuovi Bargelli di campagna, acciocchè i delinquenti si tenessero men sicuri nella Campagna, che dentro la Città.

Parimente trovando introdotti molti altri abusi, gli estirpò tutti. Erasi introdotto costume in Napoli, che quando le donne vedove si rimaritavano, s'univan le brigate, e la notte con suoni villani e canti ingiuriosi, andavano sotto le finestre degli sposi a cantar mille spropositi ed oscenità, e questi suoni e canti chiamavano Ciambellarie; donde ne sortivano molte risse, e talora omicidj; e sovente gli sposi per non sentirsi queste baje, si componevano con denaro, o altra cosa colle brigate, perchè se n'andassero. Durava ancora il costume tramandato dalla antica gentilità, ne' tempi delle vendemmie, di vivere con molta dissolutezza e libertà: i Vendemmiatori non s'arrossivano incontrando donne, ancorchè onestissime e nobili, Frati ed altri uomini serii, di caricarli di scherno e di parole oscene, con tanta licenza, quanta si vede nel Vendemmiatore di Luigi Tansillo. Duravano ancora le superstiziose e lugubri dimostrazioni di duolo, che si facevano ne' funerali, ove le donne, non pure nelle loro case, ma nelle pubbliche piazze accompagnando il feretro, e nelle Chiese, con smoderato strascino di abiti luttuosi, con urli, pianti e graffiature di viso, empievano la Città di doglia e di pianti. Estirpò il Toledo questi abusi, riducendo il lutto de' funerali a comportabile e buono uso; e siccome per conservazione delle loro doti fece pubblicar Prammatica, così ripresse il soverchio lor lusso nel vestire.

Fece pubblicar bandi severissimi sopra i duelli, dai quali derivavano nella Città molti e spessi disordini e rumori: stabilì, che i provocanti a duello, fossero rei di pena capitale, e coloro, che non l'accettavano, non fossero notati d'infamia.

Sterminò da poi con rigore esattissimo un pernizioso e reo costume introdotto nella Città, per cui non stavan sicuri i più casti e guardati luoghi, acciocchè l'onestà delle donzelle non fosse insidiata. Il governo del Principe d'Oranges v'avea data forza, poichè nei suoi tempi, i nobili giovani usando mille insolenze, non erano puniti de' ratti, che facevano di molte onorate e nobili donne; perchè il Principe nella preda v'avea anche la sua parte: e per procedere con sicurezza, e penetrare i più guardati e riposti luoghi, si servivano per salirvi di scale di funi, non perdonando nè anche a' Monasteri. Il Cardinal Pompeo Colonna, come in sì fatte cose indulgente, non vi provvide abbastanza; ma il Toledo detestando le corruttelle ed i pubblici scandali, fece pubblicar un severissimo bando, col quale s'imponeva pena di morte naturale senza remissione alcuna, a chiunque persona si fosse trovata di notte con scale di legno o di fune o di qualunque altra materia. Di questo bando (ancorchè non si legga nelle nostre Prammatiche) ne fece memoria il Presidente de Franchis; ma da poi nel 1560 D. Parafan di Rivera Vicerè nel Regno di Filippo II ne fece pubblicar Prammatica, che si legge sotto il titolo De Scalarum prohibitione noctis tempore: dove quel Ministro nascondendo per onestà il principal fine della legge, fece intendere, che per molti ladri ed altri, che andavano la notte con iscale scalando le case e rubando, donde nasceva alcuna sospezione della pudicizia delle donne onorate, fossero puniti con pena di morte naturale, o altra pena riservata a suo arbitrio, tutti coloro, che si trovassero di notte portar le suddette scale.

Ma il bando di D. Pietro fu più severo, e fu fatto eseguire con molto rigore, siccome infelicemente avvenne nel 1549 ad un nobile, che colto di notte, mentre scendeva per una di queste scale dalla finestra di una gentildonna, lo fece decapitare, con tutto che per salvarlo si fossero interposte la Principessa di Salerno e quella di Sulmona, e quasi tutta la Nobiltà. Lo stesso sarebbe accaduto a Paolo Poderico Cavaliere molto stimato nella Città, il qual preso, mentre di notte avea appoggiata la scala sotto la finestra della sua amorosa, fu condennato a morte; ed il Vicerè, ancorchè fosse suo grande amico, non volle impedir la condanna, ma diede luogo a' parenti, che trovandosi colui Cherico, dimandassero la remissione del reo alla Corte Ecclesiastica, siccome si fece; ed il Poderico essendosi rimesso a quella Corte, in tal maniera scampò il tumulo.

§. I. Riforma del Tribunal della Vicaria

Riordinò, oltre a ciò, il Toledo molte altre costituzioni riguardanti l'esatta amministrazione della giustizia, e riformò a questo fine il Tribunale della Vicaria. Ordinò, che il reggente con tutti i Giudici e gli altri Ufficiali si trovassero insieme ad ore determinate nel lor Tribunale a ministrar giustizia. Perchè i Giudici di Vicaria a suo tempo non eran più che quattro, onde a cagion di questi suoi ordinamenti non potevano soddisfare alla moltitudine delle accuse, ve ne aggiunse egli due altri, e volle che fossero per stabilimento sei, cioè quattro criminali, e due civili. Stabilì, che si punissero con pena di falsarj coloro, i quali per calunnia, e falsamente proponessero le querele. Che nell'accuse delle contumacie dei delinquenti, ed in tutte le altre materie di giustizia, il Fisco non fosse costituito in mora. Che i voti non si pubblicassero prima d'esser uditi dal Fisco. Che a' carcerati poveri si desse il pane ogni giorno per loro vitto; e fece per li poveri infermi carcerati costruire un sufficiente Ospitale vicino alle carceri, ove s'avessero a curare gl'infermi a spese del Re, impetrandone a tal fine assenso dall'Imperador Carlo V, ed affinchè quei miserabili fosser con maggior diligenza ed attenzione difesi, fece augumentare il salario all'Avvocato e Proccuratore de' Poveri.

Ordinò, che le composizioni si facessero moderate. Che coloro, ch'escono di carcere, non pagassero cos'alcuna. Che nelle ferie estive si cavassero dalle prigioni i carcerati per debiti civili, dando sicurtà di concordarsi co' loro creditori, o di ritornare nelle carceri.

Determinò le paghe de' Mastrodatti, Scrivani ed altri Ufficiali minori di questo Tribunale, comandando perciò, che si formasse Pandetta de' loro diritti, siccome fu fatto, ed estirpò le scuole de' testimoni falsi; e fece bando a pena della vita a chi giurasse il falso, ovvero quelli producesse in giudicio; e vi diede altri savi provvedimenti, che insieme co' riferiti, vengono additati nella Cronologia prefissa al primo tomo delle nostre prammatiche.

§. II. Riforma del Tribunal della Regia Camera

Riordinata la Vicaria, con non minor felicità passò alla Riforma della Regia Camera. Vedeva il bisogno, che alla giornata cagionavano le guerre intraprese dal suo Signore co' Turchi, la poca economia, che v'era nello spendere, le spesse contribuzioni e donativi, che indebolivano il Regno, ed il cercar sempre denari, acciocchè gli eserciti non s'ammutinassero: per riparare in parte a tanti bisogni rivoltò l'animo a riordinare, come potesse il meglio, questo Tribunale, di cui era il pensiero, e dovea esser la cura del Patrimonio Regale, d'ingrandirlo, far evitare i disordini e le ruberie, che si commettevano nell'amministrazione di quello da Ministri subalterni; e che non capitassero male le rendite e l'esazioni Regali.

Proccurò a questo fine, che da Carlo V istesso fossero stabiliti più statuti attinenti alla buona amministrazione di quello, li quali egli pubblicò tutti in Napoli, comandando, che fossero esattamente eseguiti. Stabilì da poi egli diversi altri provvedimenti, onde diede molte norme a questo Tribunale intorno alla vigilanza dell'esazione.

Ordinò, che le cause appartenenti al Fisco, o dove quello avesse interesse, si trattassero in Camera, e che gli altri Tribunali dovessero prestargli, occorrendo, ogni ajuto. Che al Fisco non fosse limitato il tempo di ricomprare. Che non si cavasse oro, nè argento dal Regno. Che la moneta fosse di giusto peso, e che si rifacesse la logora, acciò non venisse meno, e vietò, che s'estraesse dal Regno; ed oltre molti altri regolamenti; che si leggono impressi nelle nostre Prammatiche ed altrove, invigilò, che i ministri, che doveano regger questo Tribunale, fossero i più dotti, i più integri, i più probi, ed indefessi de' suoi tempi. Per ciò leggiamo nel suo governo essere stati preposti a questo Tribunale per Luogotenente un Bartolommeo Camerario, e per Fiscale un Antonio Baratucci, Giureconsulti, siccome diremo al suo luogo, i più insigni di que' tempi, ed i più dotti e diligenti. E fu cotanto il zelo ch'ebbe questo Vicerè, e la vigilanza che teneva sopra questo Tribunale, e sopra i Ministri di quello, che una delle cagioni, per le quali il Toledo si mostrò poi poco amorevole del Camerario, fu che costui, mentre era Luogotenente, andando spesso a villeggiare a Somma, avendogli il Vicerè ammonito, che non conveniva ad un Ministro, a cui stava appoggiata carica sì laboriosa, allontanarsi dal suo Tribunale, egli avendogli replicato, che maggior inconveniente era ad un Vicerè lasciar Napoli, e sollazzarsi a Pozzuoli, come spesso faceva il Toledo, se l'alienò in maniera per questa indiscreta risposta che lo fece cader anche dalla grazia di Cesare; donde, come diremo, nacque il principio della sua ruina. Ed in fine diede l'ultima mano al maggior decoro di questo Tribunale, quando nell'anno 1537, levatolo dalla Casa del Marchese del Vasto, dove si reggeva, come a Gran Camerario, lo collocò con tutti gli altri nel Castel Capuano.

§. III. Riforma del S. C. di Santa Chiara

Non meno alle cause criminali e del Fisco, che a quelle civili de' privati badò questo Ministro, che si amministrasse esatta e spedita giustizia, e con maggior decoro, non meno de' Ministri, che del Tribunale. Reggevasi a' suoi dì questo Tribunale nel Chiostro di S. Chiara, e ristretto in una sola stanza, non faceva che una Ruota: per ciò sovente leggiamo nelle decisioni di Matteo degli Afflitti, che talora essendosi votata qualche causa con uniformi voti, soleasi dire, che quella fossesi decisa per totum S. C. non già che per esser tutto, si dovessero unire, come si fa ora, tutti gli Consiglieri dell'altre Ruote, ma perchè tutti risedevano in una Ruota. Questo Ministro per la più facile e pronta spedizione delle cause, ordinò, che dovessero dividersi, e formare due Ruote, ciascuna delle quali nel medesimo tempo trattasse le sue cause, e che il Presidente soprastasse ora ad una, ora ad altra, secondo la gravità dell'affare che si trattasse.

Rilusse in tempo del suo governo questo Tribunale per lo famoso Cicco Loffredo, che vi presideva, e per tanti insigni Consiglieri, che lo componevano, fra' quali tennero il vanto Giovanni Marziale, Antonio Capece, Antonio Barattuccio, Giovan-Tommaso Minadoi, Scipione Capece, Marino Freccia, ed alquanti altri, de' quali il Toppi tessè lungo Catalogo2. In fine gli diede maggior splendore, quando toltolo dai brevi chiostri di S. Chiara, l'unì con gli altri in luogo più decoroso ed illustre, come nel Castel Capuano.

§. IV. Unione di tutti i Tribunali nel Castel Capuano

Ancorchè molte delle riferite Prammatiche e regolamenti, siccome eziandio questa unione de' Tribunali, non si facessero dal Vicerè Toledo ne' principj del suo governo, ma nel corso di quello, e quest'unione non prima dell'anno 1537, dopo aver ingrandita e abbellita la Città, e dopo tante altre sue famose gesta, che si diranno in appresso; nulladimeno per non tornar di nuovo a parlare di quanto questo Ministro adoperò per riforma de' Tribunali e della giustizia, abbiam riputato in questo luogo collocarle tutte insieme, perchè in uno sguardo si vegga, quanto in questa parte egli valesse, ed avesse superati gli altri Vicerè suoi predecessori.

Tornato che fu egli da Puglia, ove diede vari provvedimenti per riparare le spesse incursioni de' Turchi in quelle marine, come diremo, cominciò ad edificare un Palazzo, dedicandolo alla Giustizia, nel luogo ov'era il Castel Capuano, ridotto allora a Casa privata di delizie, non come era prima per abitazione Reale. Riordinò le logge in forma di ben grandi sale, e fecevi molte ampie e numerose camere sufficienti a' Tribunali, che vi dovea unire.

In questo Palazzo vi chiuse tutti i Tribunali di giustizia: quel del S. C. della Regia Camera della Summaria, della G. C. della Vicaria, della Bagliva, e della Zecca. Vi s'affaticò molto per ridurre a fine questa grande impresa, alla quale fu anche stimolato, come molti credettero, dalla poco buona corrispondenza, che il Toledo avea allora col Marchese del Vasto; poichè con tal occasione veniva a levarsi dalla sua Casa il Tribunal della Camera Summaria, dove, come Gran Camerario, era sempre dimorato.

Fecevi nelle lamie di sotto del palazzo costruire anche le carceri, e fece ivi portare a cento e ducento tutti i prigioni, ch'erano nella Vicaria vecchia, e tutti quegli, che stavano in diverse carceri racchiusi.

Ordinò, che in questo Palazzo alloggiassero il Presidente del S. C., il Luogotenente della Summaria, ed il Reggente della Vicaria, con un Giudice criminale.

Non si può esprimere quanta comodità portasse quest'unione a' negozianti, che quando prima doveano andar a tante parti della Città, ove stavano dispersi, ora ridutti tutti in quel Castello, con facilità spedivano i loro affari. Apportò ancora altre comodità, poichè quella contrada era prima poco men che disabitata, ed ora si rese frequentatissima e popolata.

Potè ancora, ridotti tutti i Tribunali insieme, stabilire, come fece, che due Consiglieri ordinari del S. C. presidessero come Giudici criminali in Vicaria, affinchè come uomini di più esperienza, acciò la giustizia non patisse dimora, attendessero alla spedizione delle cause. Stabilì, che ogni Sabato il Tribunale della Vicaria fosse visitato da uno de' Reggenti suoi Collaterali; ed a questo fine della più pronta spedizione delle cause e della giustizia, limitò le feste di vacanza, riducendole al manco che fosse possibile.

§. V. Ristabilimento della giustizia nelle Province del Regno, e nelle loro Udienze

Non bastava a questo prudentissimo Ministro aver rialzata la giustizia ne' Tribunali della Città Metropoli, bisognava, che lo stesso si facesse nelle Province, onde si compone il Regno, e nelli loro Tribunali.

Incominciò dagli Ufficiali, che li reggevano: ordinò per tanto che non meno gli Auditori che i Presidi fra quaranta giorni dessero Sindicato. Vietò sotto gravi pene agli Ufficiali Provinciali di prender cosa alcuna di commestibile, quando per negozj a loro commessi andavano per le Province.

Che nelle Province non si dasse esecuzione ad alcun ordine, prima di notificarlo a' Governadori. Che le provvisioni de' Tribunali non avessero bisogno dell'Exequatur delle Regie Audienze.

Che quelli, che ottengono il privilegio di Cittadini Napoletani, abitando nelle Terre di dette Province, portassero ancora il peso di quelle.

Che tutte le scritture fatte fuori del Regno non s'eseguissero senza licenza del Vicerè; e diversi altri provvedimenti vi diede, che sono additati nella suddetta Cronologia fra le Prammatiche, che da questo Vicerè furono in vari tempi stabilite.

CAPITOLO II
Spedizione dell'Imperadore Carlo V in Tunisi: sua venuta in Napoli; e di ciò che quivi avvenne nella sua dimora e ritorno; e quanto da alcuni Nobili si travagliasse per far rimuovere il Toledo dal governo del Regno

Intanto l'Imperador Carlo V, avendo racchetati, se non come volle, come potè meglio, i moti della Germania per la nuova eresia di Lutero, ed essendosi ritirata l'armata di Solimano da Ungheria in Constantinopoli, vedendo che non vi era più che temere in quel Regno, deliberò partir da Vienna, ove dimorava, per Italia, per indi poi passare in Ispagna, e nel cammino abboccarsi col Papa, siccome glie lo avea fatto intendere. Partì per tanto a' 4 d'ottobre dell'anno 1532 colla fanteria Spagnuola e la Cavalleria, lasciando la fanteria Italiana sotto il comando di Fabrizio Maramaldo per li bisogni, che potessero occorrere al Re de' Romani suo fratello3. Giunse Cesare in Mantoa a' 8 di novembre, ed abboccatosi col Papa in Bologna, (dove scoperse, che il Pontefice col nuovo parentado, avea col Re di Francia stretta anche una gran lega) coll'armata d'Andrea Doria, che a questo fine avea richiamato da Levante, passò in Ispagna, approdando in Barcellona nel mese d'aprile del nuovo anno 1533 ove fermossi.

Ma non potè quivi molto godersi della sua quiete; poichè l'Imperador Solimano avendo creato suo Ammiraglio il famoso Barbarossa, celebre Corsaro di mare, gli avea dato il comando d'un'armata di 80 Galee, per rimettere Ariendino Barosso, da altri chiamato Moliresetto, nella possessione del Regno di Tunisi, e scacciarne Muleasser suo fratello, e nel passaggio assaltare la Sicilia e la Calabria. Ed in effetto nella primavera del seguente anno 1534, apparecchiandosi alla venuta, ed uscito da' suoi Porti, passò poi nella fine di luglio il Faro di Messina dove brugiò alcune navi, e approdato in Calabria, saccheggiò S. Lucido, senza lasciarvi persona. Brugiò il Cetraro de' Monaci Cassinensi, con sette Galee, che ivi si facevan fabbricare dal Toledo: e passando a vista di Napoli, con più paura che danno della Città, mise la sua gente in terra nell'isola di Procida, saccheggiando quella Terra. Nè contento di questo, assaltò poi all'improvviso Sperlonga, facendo quivi moltissimi schiavi, e mandò gente per insino a Fondi per sorprender D. Giulia Gonzaga, e presentarla a Solimano, la quale per la gran fama della sua bellezza sparsasi da per tutto, era venuta anche in desiderio a quel gran Signore. Fondi fu saccheggiata, e D. Giulia appena ebbe tempo di salvarsi quella notte sopra un cavallo in camicia, come si trovava4. Allora fu, che i Napoletani per reprimere tant'orgoglio di Barbarossa, e liberar le marine del Regno dall'invasione de' Turchi, ragunati in pubblico Parlamento, a' 20 agosto, nel Monastero di Monte Oliveto, fecero un altro donativo a Cesare di ducati centocinquantamila, pagandone i Baroni cinquantamila e gli altri cento il Regno5.

La medesima disgrazia intervenne a Terracina, con tanto timor della Corte di Roma e de' Romani, che si credette, che se fossero andati innanzi, sarebbe stata abbandonata quella Città. Il Pontefice Clemente, che trovavasi allora gravemente travagliato con dolori di stomaco, non potendo più resistere all'infermità, finì i suoi giorni il vigesimo quinto di settembre di quest'anno 1534.

Morto lui i Cardinali la notte medesima, che si serrarono nel Conclave, elessero tutti concordi in Sommo Pontefice Alessandro della Famiglia Farnese, di Nazione Romano, d'età di 67 anni, Cardinal il più antico della Corte, ed uomo ornato di lettere, e d'apparenza di costumi. Furono in Roma fatte gran feste, per la letizia immensa, che n'ebbe il Popolo Romano, di vedere dopo 103 anni, e dopo tredici Pontefici, sedere in quel trono un Pontefice del Sangue Romano. Fu eletto li 13 d'ottobre, e coronato li 3 di novembre, e chiamossi Paolo II.

Intanto Barbarossa, voltando le prore indietro navigò verso Tunisi, ed avendo con inganno sorpresa quella Città, ne scacciò Muleasser, e ripose nel Regno Barosso, e fortificatolo ivi, fortificò parimente la Goletta, e vi pose buon presidio di Mori.

Considerando perciò Cesare, che se Solimano si impadronisse di quel Regno, passando sotto un Principe cotanto formidabile, sarebbe stato origine della destruzione del Regno di Sicilia e di Napoli, e di tutte le riviere del Mediterraneo insino alle Colonne d'Ercole, determinò sturbare il suo disegno; onde s'accinse per andare egli in persona a quella impresa. Spedì ordini per tutti i suoi Regni per arrolar gente; ed in Napoli per tutto quell'inverno non s'attese ad altro, che a questi apparecchi. Il Toledo fabbricò una Galea a sue spese per dar esempio agli altri, e fu imitato da molti. Il Principe di Salerno, il Principe di Bisignano, il Duca di Castrovillari, il Duca di Nocera, il Marchese di Castelvetere, e l'Alarcone Marchese della Valle, a loro spese, fecero lo stesso. Moltissimi Baroni e Cavalieri, sentendo, che a quest'impresa avea da venire in persona l'Imperadore, tutti si misero in ordine6.

Entrato il nuovo anno 1535, ne' primi buoni tempi della primavera, il Marchese del Vasto, ch'era andato a Genova ad abboccarsi, per ordine dell'Imperadore col Principe Doria, tornò a Napoli con molte Galee e grosse Navi, e molta gente. Il Papa ajutò anche l'espedizione, ed avendo creato Generale della Chiesa Virginio Orsino, gli diede il comando di ventidue Galee, le quali parimente nel mese di maggio giunsero al Porto di Napoli.

Sopra queste navi fu imbarcata in Napoli molta gente: il Vicerè Toledo vi mandò due suoi figliuoli D. Federico e D. Garzia, natigli dalla Marchesa di Villafranca sua moglie, che nel precedente anno 1534 a' 24 maggio era di Spagna arrivata a Napoli: vi si imbarcarono il Marchese del Vasto, il Principe di Salerno, D. Antonio d'Aragona figliuolo del Duca di Montalto, il Marchese di Laino, li Marchesi di Vico, e di Quarata, li Conti di Popoli, Novellara, di Sarno e d'Anversa, Scipione Caraffa fratello del Principe di Stigliano, D. Diego de Cardines fratello del Marchese di Laino, Cesare Berlingiero, Baldassar Caracciolo, Biase di Somma, Cola Toraldo, Costanzo di Costanzo, ed altri7. Partirono a' 17 maggio alla volta di Palermo, dove raccolte più navi e gente, s'ancorarono a Cagliari. Sopraggiunse in questa città l'Imperadore alli 11 giugno con le Galee d'Andrea Doria, e di D. Alvaro Bazan, Generale della squadra di Spagna, ed in esse quasi tutta quella Nobiltà; ed a' 13 del medesimo mese fece vela tutta l'armata numerosissima di 300 vele, da Cagliari alla volta d'Affrica, dove con prospero vento giunse in tre giorni.

Presa terra a Porto Farina, Cesare diede il baston di Generale al Marchese del Vasto, con ordine, che tutti l'ubbidissero. Fu investita la Goletta, ed a' 4 luglio con gran travaglio e morte di molta gente fu quella presa. I Napoletani si portarono con molto valore; ed il Principe di Salerno Generale della fanteria Italiana si segnalò notabilmente: vi morirono il Conte di Sarno e Cesare Berlingiero, il Conte d'Anversa, Baldassar Caracciolo, Costanzo di Costanzo, Ottavio Monaco ed altri Napoletani. Fu anche presa Tunisi, cacciato Ariendino Barosso, fugato Barbarossa, e riposto dall'Imperadore nell'antico Seggio di quel Regno Muleasser, facendolo suo Tributario, obbligandosi mandargli per tal effetto ventimila scudi d'oro l'anno e sei cavalli moreschi.

Non mancò, chi giudicasse questa spedizione di Carlo con tanto apparato di guerra aver avuto infelice ed inutile successo per poco consiglio di Cesare, il quale potendosi far assoluto Signore di quel Regno, stimato da lui cotanto opportuno per salvar dall'incursione de' Turchi i Regni di Sicilia e di Napoli, e tutte le riviere del Mar Mediterraneo, avesse con renderselo sol tributario voluto lasciarlo al Re Muleasser. E Tommaso Campanella in que' suoi fantastici discorsi sopra la Monarchia di Spagna, non lascia per ciò di biasimarlo, e l'evento dimostrò, essere questa impresa stata affatto inutile, e senz'alcun profitto; poichè in discorso di tempo, mal soddisfatti i Tunisini del governo di Muleasser, aderirono ad Amida suo figliuolo, il quale aspirando al paterno Reame, non tralasciava l'occasioni di tendergli insidie: di che il Re insospettito, con imprudente consiglio, prese risoluzione di partirsi di Tunisi, e venire in Napoli per domandar soccorso ed ajuto dal Vicerè Toledo. Appena egli partito, Amida coll'ajuto degli Arabi, e di alcuni principali Mori, occupò il Regno: di che avvisato Muleasser affrettò il cammino verso Napoli, dove giunto nell'anno 1544, e ricevuto dal Vicerè con dimostrazioni reali, attese ad assoldar gente; ma non potendosi unirne tanta quanta il bisogno richiedea, il Toledo non tralasciò d'ammonirlo, che l'impresa dovea riuscirgli di grandissimo pericolo; poichè, se per riacquistare poc'anzi quel Regno, fu duopo che l'Imperadore stesso con grossa armata e forte esercito vi si adoperasse, quale speranza poteva aver egli in quei pochi soldati, che s'erano uniti, il cui numero non erano più di dumila? Ma il Re lusingato dalla fede che credeva durare in alcuni suoi Governadori, volle partire, e giunto alla Goletta, fidandosi nelle parole d'alcuni Mori, che con inganno gli dissero, che Amida era fuggito da Tunisi, si mosse con gran fretta a quella volta, dove, appena essendo comparso, fu assalito dal figliuolo, che ruppe il suo esercito, e rimaso prigione, lo fece barbaramente accecare. Così si perdè tutto, ed il Vicerè per tal nuova ebbe dispiacere grandissimo, considerando il danno, che da tal perdita avea da succedere al Regno: siccome fu, perchè perpetuamente restò esposto alle prede ed incursioni di que' barbari corsari.

§. I. Venuta di Cesare in Napoli

Disbrigato l'Imperadore dall'impresa di Tunisi, e lasciata fortificata la Goletta con presidio di Spagnuoli, ed in Tunisi Muleasser reso suo tributario, a' 17 agosto partì con tutta l'armata per Sicilia. Il Marchese del Vasto, ed i Principi di Salerno e di Bisignano, coll'occasione di questo ritorno, fecero grand'istanza a Cesare, che venisse a Napoli a dimorarvi qualche mese per vedere la bellezza di questa Città, ed onorarla colla sua presenza. Eran, fra gli altri stimoli, mossi costoro a desiderar la sua venuta in Napoli, perchè disgustati col Toledo per cagione del suo rigoroso governo, col quale teneva abbassata la Nobiltà, potessero con tal congiuntura indurre Cesare a rimoverlo. L'Imperadore si risolse venire, e giunto ai 20 agosto a Trapani, indi dopo un mese a Palermo, venne poi a Messina. Passato il Faro si portò a Reggio, e traversando le Calabrie e Basilicata, dove dalli Principi di Bisignano e di Salerno, siccome da tutti que' Baroni per li cui Stati passava, gli furono resi onori grandissimi, giunse a' 21 di novembre a Pietra Bianca, luogo tre miglia lontano da Napoli.

Entrò poi a' 25 di novembre giorno dedicato a Santa Catarina, con gran trionfo e celebrità, in Napoli; fu incontrato dalla Città e Clero, e da infinito numero di Baroni, con gran concorso del popolo. La celebrità ed apparati di quest'ingresso, le precedenze, l'ordine tenuto, le pompe, furono descritte con tanta esattezza e minuzia da molti Autori, che omai se ne trova scritto più di quel che converrebbe. Gregorio Rosso, che si trovava Eletto del Popolo, quando entrò Cesare a Napoli, ed ebbe gran parte in questa celebrità, le descrisse minutamente ne' suoi Giornali. Il Summonte e tanti altri ne empirono più carte; onde ci rimettiamo in ciò alle Istorie loro.

Non è però da tralasciare ciò che rapporta il Rosso con tal occasione della venuta di Cesare a Napoli; della pretensione, che mossero i Titolati del Regno di covrirsi innanzi a lui.

In Ispagna questa prerogativa è riputata la maggiore. I Baroni che si cuoprono sono Grandi, e coloro a' quali il Re ciò concede, divengono Grandi di Spagna, onore sopra tutti gli altri grandissimo. I nostri Re di Napoli non costituirono la grandezza de' loro Baroni in fargli coprire innanzi di loro, ma ne' titoli di Principi, di Duchi e negli Ufficj della Corona; ed i Titolati tutti innanzi al Re si coprivano.

Coll'occasione d'essersi negli anni precedenti portato Cesare in Bologna a coronarsi, essendo accorsi ivi molti Titolati del Regno, Carlo ne fece alcuni coprire ma non tutti; fra gli altri fece coprire il Principe di Salerno, il Marchese del Vasto ed il Marchese di Laino8; ma poichè questo accadde fuori del Regno, era in suo arbitrio far poi ciò che egli voleva.

Ma giunto ora in Napoli, dove come Re di Napoli era stato ricevuto, pretesero tutti i Titolati del Regno di covrirsi, e d'essere trattati ed onorati, come facevano gli altri Re di Napoli predecessori di Carlo. S'allegava ancora un forte esempio del Re Cattolico, il quale, quando venne a Napoli, fece covrire In sua presenza tutti i Titolati.

Con tutto ciò l'imperadore non volle farlo; poichè trovandosi introdotto a' suoi tempi, che gli Spagnuoli questa prerogativa l'avean resa cotanto sublime, che se ne costituì il Grandato di Spagna, dignità sopra tutte le altre divenuta insigne, e che non si dava se non a' primi Signori e grandi Capitani, impedirono perciò, che Cesare, per non avvilirla, facesse tutti covrire.

Narra il Rosso, che il primo, che si pregiudicò a star discoverto innanzi all'Imperadore, fu il Marchese della Tripalda, l'esempio del quale fu poi seguitato dagli altri, i quali per non dimostrare di non volere per ciò seguitare il Padrone, se ne stavano scoverti.

Ma quello, di che i Titolati più s'offesero dell'Imperadore, fu il dispiacere che lor diede, di far con parzialità covrire alcuni ed altri no, così in Napoli, come in varie parti del Regno. Si covrirono i Principi di Squillace e di Sulmona, i Duchi di Castrovillari e di Nocera, li Marchesi di Castelvetere e di Vico ed il Conte di Conza. Ben potè essere, che ne facesse covrir altri; ma il Rosso testimonio di veduta, narra non saper egli più di questi, oltre al Duca di Montalto disceso da' Re, al Principe di Bisignano, a cui l'imperadore avea anche dato il Toson d'oro, ed a coloro, i quali s'erano coverti in Bologna e negli altri luoghi fuori del Regno, che tutti parimente si coprirono.

L'uso di Spagna era, che chi si copre una volta avanti il Re, si copre sempre; ma di questi Signori, che come Titolati si erano coverti nel Regno, dice questo Scrittore, che non si sapeva, se fuori del Regno l'Imperadore l'avrebbe fatti covrire.