Santa Cecilia
Anton Barrili




Anton Giulio Barrili

Santa Cecilia





PROPRIETÀ LETTERARIA.

I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda.

    Tip. Treves. – 1912.



A ENRICO BRUSCO

Vorrei poter scrivere il nome del mio migliore amico sulle mie pagine migliori. Ma, poichè sono appena ai cominciamenti, accetta con lieto animo che io ti dedichi queste, sebbene modestissime, che sono le prime pagine della mia prosa.

Di certo, la prima pietra non è la più bella di un monumento, nè quella che raccoglierà l'ammirazione de' viandanti; e tuttavia la è consacrata fra tutte le altre da cerimonie solenni. A me, quando il mio edifizio letterario, comunque e' riesca, sarà condotto più innanzi, tanto da argomentarne la struttura e gli intendimenti dell'architetto, sarà dolce il pensare, che sulla prima pietra era scritto il tuo nome.



    Di Genova, il 25 settembre del 1866.
    Anton Giulio Barrili.




I


– È pure un noioso mestiere! – esclamò Tiberino, fra uno sbadiglio e l'altro, mentre si stiracchiava le braccia in alto e il corpo sul divano, con pochissimo rispetto alle tre persone che a quell'ora si trovavano nella bottega da caffè del Gran Corso.

Tre persone, s'intende, non contando noi che eravamo cinque, seduti a nostro bell'agio sui divani di un angolo della prima sala, con tanto di sigaro tra i denti e le gambe intralciate fra i sostegni a rabeschi di una tavola di marmo.

Era il tocco dopo il meriggio, di una giornata, nè bella nè brutta, del mese di marzo; non ricordo bene se della prima, o della seconda quindicina. Quel che ricordo si è che eravamo tutti studenti e facevamo, alla bottega da caffè del Gran Corso, chi il terzo e chi il quarto anno di leggi.

Il benigno lettore, per cui mi dispongo a inframmettere una parentesi nel racconto, non intenderà forse come si potesse fare il terzo e il quarto anno di leggi in una bottega da caffè; e cotesto perchè ignora certamente, e perchè io ho ancora da dirgli, quante fossero le università di Genova innanzi il 1858; chè le mie cognizioni sulla materia non vanno oltre quel tempo. Altri adunque narri quante sono ai dì nostri; io narrerò quante erano allora.

Anzitutto l'università di via Balbi, quella più grande; con due leoni di marmo; quattro bidelli, che a sommar loro gli occhi, ne portavano sette (donde non sarà difficile argomentare che ce ne fosse uno guercio); una biblioteca; un portiere con le mostre rosse al colletto della giubba; un museo con molti animali impagliati; molte panche nelle sale, e finalmente il professore D'Ondes-Reggio. Qui si vedevano ogni giorno, rari nantes in gurgite vasto, gli studenti che seguitavano i corsi e pigliavano note sui quaderni.

Veniva in secondo luogo la bottega da caffè del Sole, al pianterreno del palazzo che fa angolo tra la via Balbi e la piazza dell'Annunziata. Qui si faceva un corso alquanto più elevato: si dirozzavano i giovani coi primi elementi del carambolo, del colpo sotto e del colpo lungo.

Qui cionondimeno si pensava ancora alle lezioni dei professori; forse per effetto della troppa vicinanza. Però di sovente una partita ai birilli era lasciata a mezzo per una lezione sulla res judicata, del Mongiardini, o per un'altra sulle avarie, del Parodi. Gli studenti già divezzati si potevano trovare nella terza università, posta in via Nuova, al pian terreno del palazzo Adorno, all'insegna del Caffè del Centro. Qui si studiavano di proposito tutte scienze nuove, e, finito il corso, si era laureati in poule e carolina, in tresetti, in goffo e fumare con la pipa di gesso.

La quarta università era poi in piazza di San Domenico, di rimpetto al teatro Carlo Felice, all'insegna del Gran Corso. Convenivano in quelle sale gli studenti del terzo, del quarto e del quinto anno, i quali non trovavano affatto affatto divertenti i signori professori di via Balbi, timide scappatelle di adolescenti i primi rudimenti di piazza dell'Annunziata, e troppo chiassosa e materiale la scienza al pianterreno del palazzo Adorno. Il Gran Corso era per costoro il corso superiore dei loro studi, il sommo vertice della educazione.

E non avevano il torto. Nelle due prime sale di quella bottega da caffè, la quale adesso non saprei più riconoscere per quella di prima, c'erano seduti dall'alba (alba dei tafani, s'intende), e si davano lo scambio fino a notte alta, tutti i più gran scioperati che Genova avesse prodotti, e le altre parti d'Italia, o per vicende politiche, o per negozi artistici, sbalestrati sulla destra riva del Bisagno, «ov'io siedo e sospiro», come avrebbe detto Ugo Foscolo. Giornalisti della città, letterati in erba, soldati di Roma e di Venezia, maestri di musica, fuorusciti di Palermo e di Napoli, attori drammatici, e va dicendo, facevano in quelle due sale il più strano miscuglio di volti e di parlature.

Gli studenti della quarta università, che ho detto più sopra, erano come il cemento di tutti quelli elementi svariati, e due chicchere di caffè in un vassoio formavano il centro alla più splendida e sbardellata conversazione d'arte, di politica, di filosofia e d'altro che si potesse immaginare. Era quella una conversazione di nonnulla, di corbellerie e di cose serie ad un tempo. Il Burchiello ci avrebbe potuto ritrovare tutti gli ingredienti del suo famoso sonetto:

		Orinali, zaffiri ed ova sode
		Nominativi fritti e mappamondi,

tanta era la varietà dei ragionari, il trabalzo dal serio al faceto, dal gramo al buono, dallo studio assegnato alle più matte capestrerie.

Quante cose si impararono colà, che i libri non avrebbero potuto dire, o che sui libri non si sarebbe saputo cercare! Qualche odierno deputato esercitò là dentro, senza pretensione, la sua vena oratoria; qualche scrittore ci trovò l'argomento di un dramma, fischiato più tardi; un futuro ministro vagliava colà le ragioni di un trattato internazionale; io, poveretto, non ci ho pescato nient'altro che gli elementi per questa novella, che verrò fedelmente narrando.




II


– È pure un noioso mestiere! – esclamò Tiberino, siccome ho già detto, sbadigliando e stiracchiandosi le membra sul divano.

– Qual mestiere? – dimandò Tito, giovinotto dagli occhi vivaci, dalla bruna carnagione e dal piglio di elegante mollezza, che aveva ereditato dall'Egitto natale.

– Quello di non far nulla; – seguitò a dir l'altro. – Sono due ore dacchè stiamo qui raggomitolati, e, se la noia dura, vi prometto io che do un calcio al galateo e mi metto qui sul divano a dormir della grossa.

– Non hai ragione a parlar così, o Tiberino! – dissi io. – Intendo benissimo che queste ore meridiane sono le più fastidiose del mondo, e che si potrebbe toglierle dalla vita dell'uomo…

– E della donna! – interruppe Tiberino.

– Sicuro, e della donna, senza che facesse sconcio la loro mancanza. Ma poichè Dio, nella sua alta sapienza, ha voluto che ci fossero, rispettiamo i suoi arcani disegni e cerchiamo di passarle il meno male ci venga fatto, in questa valle di lagrime.

– Ah! e tu chiami passarle meno male, – gridò Tiberino, – a star qui in bottega da caffè a rinvoltar sigarette di carta, come fa Tito, a contarsi i peli sulle guance, come fa Battista, ad abbozzare sul marmo il naso del tavoleggiante, come fa qui Fabrizio, a guardare in aria, come fai tu, a sbadigliar maledettamente, come fo io? —

A questa tirata di Tiberino tennero bordone, coi loro atteggiamenti diversi, i compagni. Tito lasciò di rinvoltare la carta da sigari, e il latakiè gli restò sospeso in tenui fili tra le dita e la scatola; Battista rimase inerte col pollice e il medio appuntati sulla guancia; Fabrizio depose la matita e alzò il naso dal naso abbozzato; e tutti si volsero a me, per chiedermi che cosa avrei saputo rispondere.

– Io? vi rispondo, – dissi allora, – che non vedo la necessità di rispondere. Vi annoiate? Io non meno di voi. Mettiamoci la via tra le gambe, e andiamocene all'università; sentiremo da qualcheduno che cosa hanno detto i professori, nelle lezioni di quest'oggi. —

Tiberino mi rispose con uno sbadiglio più lungo degli altri. – È gaia la pensata! – soggiunse Fabrizio, a mo' di commento.

– Orbene, – ripigliai, – se non vi talenta, andiamo a fare una passeggiata sui terrapieni, a veder l'erba novellina.

– Sento un soave odor di fieno fresco – mormorò Battista. – Cercane un'altra.

– Eccola qui. Andiamo a passeggio tra Campetto, le Vigne e San Siro, a veder passare le belle signore che vanno attorno per fare incetta di nastri e di occhiate.

– Passa la bella donna e par che dorma – mormorò Tito a sua volta. – Cercane un'altra.

– Orvia, signori, vi contento subito e vo a cercarla. Chi mi vuol bene mi segua. – E così dicendo, mi alzai. Gli altri, per un tratto, volevano menare in lungo lo scherzo, e sapere, prima di alzarsi, che cosa si sarebbe fatto; ma, veduto che io ero già presso l'uscio, ed anche perchè si annoiavano a star seduti, borbottando un pochettino contro la prepotenza, la tirannia, e simiglianti, si alzarono anch'essi.

Così, senza por tempo in mezzo, tutti e cinque ce ne andammo via dal Gran Corso, con molta soddisfazione di due colonnelli a riposo, i quali stavano ad un tavolino lì presso, aguzzandosi l'appetito con due sorsate di vermutte e una discussione strategica. Le nostre chiacchiere impedivano a quei due bravi veterani di far muovere i loro battaglioni; impacciavano la strada agli squadroni di cavalleria che essi scagliavano sull'inimico, con tutta la balda fierezza delle loro ricordanze.

A noi, per contro, il passo fu impedito, appena usciti che fummo sulla piazza, da una calca di gente, la quale si stringeva, sghignazzando ed urlando, intorno ad una macchina di forma insolita, che andava saltelloni su d'una carretta, tirata da un uomo; vi prego a crederlo, tirata da un uomo.

In quella che noi, afferrando pel ciuffo l'occasione di fermarci, stavamo a pensare che diamine fosse quel cassone sgangherato, l'uomo si fermò, si tolse la cinghia di sopra il petto, e fece per sedersi su d'uno sgabello che aveva portato tra mani, salutando dapprima, con grandi inchini, una frotta di monelli che gli si eran ficcati d'attorno, ai primi posti.

Le vesti del pover'uomo attestavano il passaggio di un numero sterminato d'inverni, tanto erano gualcite e in più luoghi malamente rattoppate. Il giubbone doveva essere stato di panno nero, ma era tutto una macchia tra il giallo, il verde e il lionato, senz'altra interruzione che quella degli stracci e delle toppe già dette. Un cappello alto di feltro, sebbene pieno di ammaccature e col pelo arruffato e rossiccio, una cravatta nera annodata a mo' di corda intorno a due solini di colore ambiguo, e un occhialino col cerchietto di corno, che gli pendeva dal collo, lo dimostravano un uomo d'assai, una specie di professore di greco, o di poeta estemporaneo in aspettativa. Aveva inoltre i capegli lunghi e rabbuffati come la tempesta, e, a giudicarne così alla grossa dalle rughe del volto, gli si sarebbe dato un cinquant'anni, quantunque fosse anche agevole argomentare che molti di quei solchi li avessero segnati i patimenti di una vita desolata e randagia.

Era bello o brutto? Dimanda alla quale io non saprei rispondere così sui due piedi, se mi venisse fatta dal benigno lettore. I lineamenti di quel volto erano guasti dalle rughe che ho detto, e da quella crosta arsiccia che il sole, la pioggia e gli altri malanni del firmamento appiccicano, in cambio della pelle consueta, sulla faccia dei poveri diavoli, per i quali non sono state inventate le abitazioni, nè i legni di posta, nè le strade ferrate. Cionondimeno, a guardarlo per bene, si notava una certa regolarità di contorni, con un paio d'occhi spaziosi e giustamente infossati. La barba aveva rada, breve ed incolta, e, per farla finita col ritratto, dirò che una bella elegante, di quelle che so io, avrebbe raccapricciato a vederselo tra i piedi, e un cagnolino di buon gusto, come sono in generale tutti i cagnolini da salotto, gli avrebbe abbaiato ai fianchi, e, tra il ribrezzo e la paura, non gli sarebbe parso disdicevole ai suoi natali, nè alle delicate consuetudini del suo muso, addentargli le gambe.

Non dico già questo per dar biasimo alle belle eleganti che so io, e ai cagnolini da salotto. Anche i cani da pagliaio e la gente dozzinale, solo che piglino l'uso delle città e si avvezzino agli splendori della vita, abbaiano dietro alla povertà; raccapricciano alla vista dei cenci, e non vogliono neppur aprir l'uscio di casa, quando i cenci sono per le scale. Questa è legge di equilibrio sociale; laonde, ad un volgo che sta in alto, risponde un volgo che sta sotto, e per contro la nobiltà del sentire, il culto del bello e del buono, il dispregio dei fronzoli e del princisbecco nelle usanze del vivere, si rinvengono in tutti gli ordini dell'umano consorzio.

Alcuni di questi pensieri, che mi vengono ora sotto la penna a farsi tingere d'inchiostro, mi giravano per la testa nel contemplare quel poveretto seduto davanti al suo cassone ambulante e fatto segno agli scherni dell'uditorio piazzesco.

– Largo al maestro! largo al Rossini! – gridavano, con quanto fiato s'avevano in corpo, certi garzoncelli in maniche di camicia, mentre con piglio burlesco facevano stare indietro i loro compagni della prima fila.

– Come c'entra il Rossini? – chiese Tiberino. E spinto dalla sua artistica curiosità, si ficcò dentro la calca, e noi dietro a lui, con aiuto di «la mi scusi» e di gomitate, fino a tanto che ci mettemmo in secondo ordine, per assistere al cominciamento dello spettacolo.

La carretta sosteneva, come dissi, un cassone di forma quadrilunga e irregolare, rivestito di assicelle di pino, fesse in molte parti, e tutte plasmate all'intorno di quella tinta cenerognola che suol darsi alle imposte e agli scurini delle finestre. Il pover uomo, che io pure chiamerò Rossini, sulla fede della moltitudine, lo diceva il suo pianoforte a coda; e di fatto, come l'ebbe aperto da un lato, apparve una sudicia tastiera, corrosa tanto dall'uso da poter raffigurare assai fedelmente una scala del Monte di Pietà.

Su quella tastiera il nostro Rossini pose allora due mani forse pulite un tempo e delicate, ma guaste oramai dalla fatica e dal gelo; poi, sollevando alle nuvole due occhi stralunati, come in atto di aspettare l'ispirazione del biondo Iddio, e componendo le labbra ad un grottesco sorriso, fe' scorrere quelle mani sui tasti, i quali sprigionarono un subisso di stonature, da raggrinzare i nervi di un bue.

Povero Rossini! Mentre egli si lasciava ire a quel suo preludio di arcana dolcezza, gli si facevano intorno le più grandi pazzie, i ragionamenti più beffardi del mondo. Chi si appigliava alla coda del suo cembalo come al capo di una leva, e faceva balzar la tastiera sulla sua testa; chi gli facea ruzzolar la carretta sei palmi discosto sul selciato, tra le risa degli astanti, che davano indietro per non averla a pigliar nelle gambe; chi gli mandava addosso una gragnuola di bucce e torsi di cavolo; chi infine gli faceva scivolar la musica, squadernata a rovescio sul leggìo; e tutte queste innocentissime burle erano accompagnate da risa, fischi, grida e strepiti di ogni maniera.

Ma il povero maestro non perdeva per così poco la tramontana. Le sue dita seguitavano ostinatamente la tastiera, come l'ago calamitato la direzione del polo, e ne facevano balzare suoni discordi e incomposti, ch'egli accompagnava col suo canto, del quale Tiberino, buon intendente di musica, non ebbe modo di indovinare la chiave. Mai cigno d'Eurota, o d'altro fiume classico, cantò più sgraziatamente di lui, e l'uditorio, che non pareva andasse in brodo di succiole, si faceva beffe del suono e del motto.

– Scusino! – disse allora il maestro. – Ho qui un notturno di mia fattura, e se vogliono udirlo…

– Certo! certissimo! la si figuri se non vogliamo udirlo! – gridarono a gara molte voci nella folla.

– Ella suona come una campana; – disse uno degli astanti, facendo un inchino.

– Canta come un uscio sugli arpioni; – soggiunse un altro.

E la gente a ridere e gridargli: – Suoni, maestro, suoni il notturno! – mentre i monelli seguitavano a far viaggiare il cassone.

Il poveretto, senza punto scomporsi e come non accorgendosi di tutte quelle irriverenze, dopo aver ringraziato con un comico accennar del capo tutti i suoi lodatori, diè principio alla cantilena. Noi ne capimmo assai meno di prima: agli altri bastò che avesse incominciato a suonare, perchè i fischi ripigliassero l'accompagnamento, le bucce volassero da capo e le scosse al cembalo diventassero più frequenti e più forti.

Vi fu allora un momento in cui il suonatore mi parve concentrarsi in sè medesimo, quasi per rispondere ad una voce del suo cuore, e la sua faccia abbrustolita fu come trasfigurata da un senso di arcana mestizia. Egli si ristette dal suonare; chiuse il cembalo, si alzò, e, preso con una mano il cappello, e postasi l'altra sul petto, andò attorno a chiedere la buona grazia dell'uditorio.

Ma l'uditorio avea sgomberato in quel frattempo. Doveva essere quella una consuetudine, dappoichè tanto solleciti si erano allontanati gli astanti, non sì tosto lo avevano veduto alzarsi e dar di piglio al cappello.

Non erano rimasti intorno al suonatore che dieci o dodici ragazzacci, i quali, come abbonati a tutta la stagione, non davano un soldo, e noi cinque, ma un po' in disparte, come eravamo fino dal cominciar della scena.

Come rimanesse egli allora, lascio che vel pensiate, o lettori. Col cappello in mano e il braccio disteso, la manca rattrappita sul petto, gli occhi sbarrati e la bocca mezzo aperta, smemorato, confuso, stette alcuni secondi in quella postura.

Le due ore, che in quel punto suonavano, lo scossero un poco. Si fe' scorrere la manca lungo lo stomaco, quasi per consolarlo del digiuno a cui lo astringeva; poi andò coll'indice a cercare una lagrima che gli inumidiva le ciglia, si mise il cappello, e voltosi a noi, che fino a quel punto non aveva cercati, ci disse con aria malinconica:

– Andrò a pranzare con santa Cecilia, quest'oggi. —

A qualcheduno di noi, che eravamo rimasti confusi allo scantonare di tutti gli astanti, a qualcheduno di noi, dico, le mani erano già corse nel taschino della sottoveste. Ma Tiberino fu il più pronto di tutti, e cavato fuori uno scudo d'argento si accostò al pover'uomo e glielo ficcò quasi a forza nelle mani, imperocchè l'altro, veduta luccicar la moneta, credette sulle prime fosse una celia, e una celia di tanto più cattivo conio, quanto migliore era quello del metallo.

– Prendete, maestro! – gli disse Tiberino, senza che in quella parola maestro ci fosse ombra di sarcasmo. – Questo vi servirà per i giorni che l'arte vostra non vi darà da campare. Oggi intanto, se non vi duole, venite, non a pranzo (che non siamo ricchi abbastanza), ma a desinare con noi.

– Ben detto! – esclamò Tito. – Bravo Tiberino, qua la mano. E voi, maestro, venite con noi, com'egli vi ha detto. —

Le prime parole che forse da gran pezza il tapinello si sentisse a dire sul sodo, non parve gli entrassero molto. Lo scudo lo aveva in mano, ma a vederlo gli pareva di sognare; e sebbene Tiberino gli avesse ripetuto l'invito, egli rideva come un melenso, alzava e chinava gli occhi, nè poteva aprir bocca. Dio sa che ghiaccio lo scherno degli uomini gli avesse ammonticchiato sul cuore, e che improvviso raggio di sole gli fossero le nostre cortesie!

– Ma… io… – balbettò egli finalmente – loro signori sono giovanotti allegri, e vogliono scherzare…

– No, maestro! – ripigliò Tiberino. – Avete parlato di santa Cecilia, della quale sono molto divoto, che io e gli amici miei vi facciamo questa offerta.

– Voi? Oh, ma voi altri non la conoscete, santa Cecilia! – disse con semplice schiettezza il pezzente, a cui le parole di Tiberino e i nostri sorrisi amichevoli incominciavano a squagliare il ghiaccio sul cuore. – Voi non la conoscete, la santa: essa non appare più ad altri, fuor che a me, a me solo! —

È un pazzo? ci chiedemmo noi con gli occhi, guardandoci in viso. E nello stesso linguaggio ci rispondemmo: che importa? ragione di più per venirgli in aiuto. Allora io presi la parola a mia volta.

– Venite ad ogni modo, maestro, e dopo il desinare parleremo di santa Cecilia. Noi la veneriamo senza conoscerla, e udiremo volentieri quello che vi piacerà raccontarne.

– Ma… – disse egli allora, già quasi vinto dalle nostre istanze – e il mio cembalo?..

– Il vostro cembalo portatelo prima a casa. E voi altri signorini della piazza, che state qui con le mani in tasca, aiutate questo brav'uomo a portare il suo cembalo. —

I dieci o dodici monelli che erano rimasti là intorno a vedere la scena, si guardarono un tratto fra loro; poi due o tre ci risero con molta impertinenza sul muso, diedero una volta sulle calcagna, come tanti soldati al comando del caporale, e scantonarono alla lesta. La più parte seguitarono il buon esempio, e non rimasero che due, dei più piccini, per aiutare il maestro a tirar la carretta, che noi seguivamo da lungi.

Così egli, dopo aver trascinato il suo arnese di viottolo in viottolo fino al suo umile albergo da due soldi al giorno, o, per meglio dire, da due soldi alla notte, se ne venne con noi in una delle più riposte sale di quella beata osteria di Sant'Elena, nel vicolo della Casana, dove ai tempi nostri abbiamo mandato giù tanti bicchieri e tanto meditato sulla fragilità dei troni della terra, in quella che il cuoco repubblicano c'imbandiva costolette di tiranni.

Stordito com'era dalla gioia e dallo stupore, il buon maestro mandava giù più lagrime che bocconi. Finì tuttavia col pigliare un po' di domestichezza con noi e ragionò anche molto assennatamente di musica con Tiberino, il quale ne fu molto ammirato.

Ma Fabrizio, che era il più curioso di noi cinque, ricordando il negozio di santa Cecilia, non istette molto a domandargliene. Il discorso si voltò allora su quell'argomento.

– Loro signori mi chiedono se io la conosca davvero, e se ella mi apparisce in sogno? Viva e palpitante mi appare ella; poichè, con tutto ciò che possono dirvi in contrario i malevoli, io sono il suo pensiero assiduo, l'unico argomento delle sue cure. – E preso di questa guisa lo andare, il nostro convitato ci raccontò la sua storia.

Noi si stette maravigliati a sentirlo, tanto egli parlava con scioltezza e con più eletta proprietà di parole che la sua apparenza non promettesse. Egli poteva essere paragonato ad una di quelle bottiglie, le quali si traggono dalla cantina coperte di polvere e di ragnatele, e tuttavia tengono in corpo il migliore.




III


– Voi mi vedete in basso stato e così male in arnese, – cominciò a dire il maestro, – ora che ho dimenticato gli uomini e ogni altra cosa al mondo, per racchiudermi nella sconsolata solitudine del mio cuore. Ma io non indossavo un tempo questi luridi cenci, nè era così incolta la mia persona.

Mi vestiva, negli anni della beata giovinezza, una bianca clamide, con un bel pallio di porpora. I miei capegli erano ricciuti e profumati, e le vezzose fanciulle di Corinto si facevano rosse al mio apparire, siccome le ciliegie al sole di primavera.

Nei misteri di Eleusi, ove la santa Cerere chiamava ogni anno il fiore della greca gioventù alle sue orgie solenni, io ero sempre il primo e il più lodato, sia che toccassi la cetra lesbia, o che le mie dita errassero con sapiente magistero sul rozzo clavicembalo antico; e i grandi occhi azzurri delle figlie del Peloponneso seguirono sovente con amorosa cura la biga di Calisto sull'arena del Circo.

Ma io non amavo. I miei sensi soltanto si allegravano di giocondi sacrifizii all'ara di Guido; ma il mio cuore dormiva; nè valeva a commoverlo l'acceso volto di Erigone, o lo sguardo scintillante di Cerere, o la lusinghiera dolcezza di Venere. Il casto riserbo della vergine Diana avrebbe potuto infiammarlo; ma Diana era invisibile, nè ella, d'altra parte, anco se colta all'impensata, avrebbe perdonato agli sguardi profani. E ben lo seppe Atteone, che ella diede in pasto ai suoi veltri, perchè egli tra il fitto delle piante aveva potuto ammirare le ignude bellezze della dea. —

Fu questo l'esordio del nostro convitato, e i lettori argomenteranno di leggeri la maraviglia che ci colse, al vederci affondati nella mitologia pagana fino agli occhi. Altro che santa Cecilia! Qui eravamo in Grecia a dirittura, in mezzo a tutte le sue classiche e statuarie divinità, evocate da un povero pazzo, il quale parlava con l'accento della persuasione e, data una storta premessa, andava diritto a tutte le conseguenze, come il più savio ragionatore del mondo.

Alla metà di questo esordio, e appena veduto come il nostro narratore andasse a briglia sciolta, con gli sproni nei fianchi di un gigantesco anacronismo, noi cinque ci eravam ricambiato un malinconico sorriso. Egli non se ne addiede, e proseguì il suo racconto. Seduto in capo alla tavola, al lume di due candelabri, con la persona appoggiata alla spalliera della sedia e gli occhi in alto, egli aveva quasi dimenticato il suo uditorio d'increduli; ma gli increduli stavano ad ascoltarlo, e che volete? finirono anch'essi con salirgli in groppa e, cedendo al fascino del racconto, seguirlo nella sua pazza cavalcata pei tempi remoti.

A questo errore io mi penso aiutassero molto le frequenti libazioni, dalle quali era accompagnato l'ascoltare, e le ondate di fumo che ci uscivano tacitamente di bocca. Tito rinvoltava di continuo le sue cartoline spagnuole intorno alla foglia sminuzzata del latakiè, e mandava buffi profumati in mezzo a noi; Tiberino guardava in alto i rabeschi del soffitto; Battista, con una gamba a cavalcioni sull'altra, aveva ricominciato a contarsi i peli sulle guance; io stavo coi gomiti appuntellati sulla tovaglia e le palme raccolte sotto il mento, Fabrizio avea cavato fuori il suo albo da disegno e abbozzava sbadatamente figure di donna, coperte del peplo argivo; ma nessuno di noi, checchè facesse, perdeva una sillaba dello strano racconto.

– Rifinito dai piaceri, – proseguì il suonatore con la sua facile e poetica vena, – io mi ritraevo sovente da quei tripudii del senso, nè più mi allettavano i giuochi del Circo, l'oziar delle Terme, o il sorriso delle etère fra le libazioni del simposio. Forse l'animo mio correva con desiderio confuso ai tempi che non erano ancor nati? Non saprei dirvelo; ma il tedio di quella vita, tutta consacrata al culto della materia, mi aveva soverchiato. Pieno di sconforto io mi chiudevo nelle mie case, e mentre dal vano di un loggiato stavo guardando il sole morente, che illuminava ancora di un raggio obliquo il bel golfo di Crissa, il mio pensiero alato correva lontano, oltre i monti dell'Arcadia, in cerca di tal cosa che vedeva mancargli e non sapeva che fosse.

Così a me stesso mi feci inutile, agli altri molesto. Gli amici, che non mi vedevano più a novellar nelle Terme, nè a correre o a lottare nel Circo, mi davano del pazzo per lo capo. Glicera, la bella etèra che io avevo tante volte incoronata nei conviti con serti di rose, dopo avermi aspettato invano una decade (una decade era l'eternità per una donna di Corinto), fece buon viso alle ventimila dramme d'argento che da lunga pezza le profferiva, come dono votivo per rendersela benigna, il ricco Messàpo, e mi mandò, per mano della sua schiava, una corona di foglie d'elleboro, e una tavoletta con queste parole:



«A Calisto prega salute Glicera. Le foglie salutari, colte in Antìcira, risanino un cuore che dispregia le rose di Amatunta.»


Il rimprovero di Glicera non mi punse; nè mi dolse che quelle bianche braccia ministrassero le vivande e quelle labbra di corallo sorridessero al simposii di Messàpo. La mia mestizia cresceva a dismisura: e mi assaliva il fastidio d'ogni cosa che per lo innanzi mi fosse piaciuta.

Allora Volumnio, duumviro romano… Ma voi forse non sapete, o signori, che i Romani a quei tempi signoreggiavano la Grecia…

– Ohè, maestro! in qual conto ci tenete voi? – gridai io allora, punto sul vivo. – Sappiamo perfettamente che i Romani soggiogarono il vostro paese nell'anno 146 innanzi la fruttifera incarnazione, e che il console Mummio, impadronitosi di Corinto, le appiccò il fuoco, distruggendola così intieramente, con tutti i capilavori d'arte che l'arricchivano su tutte l'altre città del Peloponneso. Sappiamo altresì che in questo incendio le molte statue di svariati metalli si fusero per modo, che ne venne fuori il celebratissimo metallo di Corinto. Giulio Cesare, poi, risollevò la caduta all'antico splendore, facendola colonia romana, e ricorderete, su questo proposito, la leggenda: Laus Julia Corinthus, come io ricordo che la vostra città fu governata d'allora in poi da due cittadini romani, col nome di duumviri, i quali probabilmente si saranno divise le attribuzioni come da noi, ai tempi nostri, l'intendente, o governatore, ed il sindaco. —

Al compare non dispiacque punto quella mia raffica di erudizione; chè anzi l'accolse con un sorriso affettuoso, e accennando del capo ad ogni parola, come un maestro esaminatore contento del suo discepolo.

– Benissimo! – diss'egli, quando ebbi finito. – Io dunque avevo molta dimestichezza col duumviro Volumnio, bel giovane sui trentadue, ottimo soldato e gentil cavaliero. Egli sovente mi chiedeva della mia mestizia e non sapeva capacitarsene. Io avevo un bel dirgli le mie malinconiche pensate; gli era come se parlassi trace od armeno. Patrizio romano qual era, ed amante di tutte le lautezze del vivere, Volumnio non intendeva come si potesse rinunziare ai simposii, ai giuochi, alle belle figlie di Pelope, per altra cosa che non fosse il grave ufficio della milizia o della magistratura; ed era sua sentenza che neppur queste due cose dovessero escludere affatto i sollazzi della vita. E mi citava a questo proposito i suoi primi anni di tirocinio militare in Caledonia, dov'egli, facendo il debito suo, aveva potuto proseguire una ventura amorosa con la più bionda tra le compaesane di Fingal.

Ma tutti i più bei discorsi di Volumnio facevano mala prova sul tedio dell'anima mia. Laonde, veduto come io fossi proprio ammalato dello spirito, egli mi prese un giorno in disparte, e mi disse: – «Calisto, tra breve io partirò da Corinto, per tornarmene a Roma. Vientene a Roma con me. Io son certo che colà ti passerà dal capo la tristezza e la noia. Vientene a Roma. Sappi che Roma è l'Urbs, la città per eccellenza. Dappertutto, undique orbis terrarum, si vegeta come tanti cavoli! a Roma soltanto si vive.»

Queste facete esortazioni di Volumnio rispondevano troppo bene al desiderio che mi struggeva di novità, perchè io non cedessi. Raunai quel tanto che mi rimaneva delle mie larghe sostanze, e due mesi dopo, la nave di Volumnio, sulla quale io mi ero imbarcato, giungeva con vento propizio alla foce del Tevere.

L'animo mio non era presago dei mali che mi attendevano nella città dei sette colli. Mi pareva in quella vece di esser rinato, e il mio petto respirava con gioia le aure di quella Italia, che io salutai dalla prora con la lieta esclamazione di Acate, che è uno dei più felici passi dell'Eneide.

«O Volumnio, io dicevo, ti sian rese grazie per il tuo invito cortese. Qui mi sento felice, e penso che là, dietro a quei monti ove tu mi accenni esser Roma, io troverò la pace del cuore.»

E davvero credetti averla trovata, la pace del cuore, quando fui dentro a quella smisurata città, a quel brulichìo di gente d'ogni nazione, tributo del mondo alla potenza di quei fastosi cittadini che passavano per le ampie strade in lettiga, seguiti da un lungo stuolo di clienti e di schiavi. Era quello appunto per Roma un bel tempo, o, se non era, pareva. Alessandro Severo imperava con temperanza e saviezza, e i suoi miti costumi, se facevano desiderare una maggiore fortezza nel governo della cosa pubblica, consolavano tuttavia il popolo delle recenti memorie di Caracalla e di Eliogabalo.

Allora, per altro, io non avevo tempo nè modo di pensare a cotesto. L'amicizia di Volumnio mi aveva aperto le case di tutti i patrizii, ed io mi ero dato a vivere splendidamente, senza curarmi d'altro che di sempre nuovi piaceri, e senza darmi un pensiero al mondo di ciò che potesse maturarmi il futuro. I parassiti popolavano il mio triclinio; l'Asia mandava a Roma per me le sue bestie feroci e le sue donne incomparabili, e queste io provai feroci del pari, imperocchè, se quelle con le unghie laceravano le carni, queste levavano i pezzi a dirittura. Il mio scrigno sel seppe.

Ora incominciano le note dolenti. Un dì Volumnio mi condusse alle case dei Cecilii, illustre famiglia, che non la cedeva in nobiltà di sangue che ai Metelli, dei quali era un ramo secondario. Colà vidi Cecilia, la bellissima fanciulla che doveva soggiogarmi, e, sollevando lo spirito mio a desiderii infiniti, precipitarmi nell'abisso. —

Qui il pazzo si fermò; due lagrime gli scesero giù dalle guance, ed egli, senza pure asciugarle, si stette immobile e senza parole per lunga pezza, in atto di chi pensa e, con l'amara voluttà delle ricordanze, ricostruisce il suo tempo perduto.

Noi rispettammo il suo silenzio, e taciturni aspettammo ch'egli si facesse a romperlo.




IV


Come si riebbe da quella estasi malinconica, e facendosi scorrere una mano sulla fronte, il pover'uomo proseguì:

– Nata, siccome vi ho detto, di nobilissima gente, cresciuta in mezzo agli agi di una splendida vita, Cecilia era il desiderio dei giovani patrizii di Roma.

Era pur bella, nella sua serena tranquillità! Biondi capegli le incoronavano la fronte alabastrina, su cui non faceva ruga mondano pensiero; gli occhi nerissimi non scintillavano di voluttà come quelli delle Eleusine, sibbene spiravano un fuoco soave; e talvolta, in mezzo alla lieta comitiva dei parenti e degli amici che le si raccoglieva dintorno sotto le magnifiche arcate dell'atrio domestico, essi illanguidivano, assorti in una contemplazione divina.

Vi parlo, con parole nuove, di cose antiche, le quali allora io non avrei neppur saputo colorire, perchè non sempre mi era dato d'intenderle. Ricordate che noi assistevamo alla rovina di un vecchio mondo e ai nascimenti di un nuovo. La confusione era nelle lingue, nei riti, nel costume, nei pensieri, e da per tutto. Il greco, il germanico, l'assiro, l'egizio, il gallo e il britanno, si confondevano colà, in quel vasto centro del mondo, e davano temperanze svariate ai colori, forme nuove ai modi del vivere.

Io paragonavo nel mio cuore Cecilia a Diana, perchè la mia educazione pagana non trovava altro esempio di purezza che quello della casta e solitaria dea delle selve. Dopo la mia vita militare sul Baltico, avrei potuto paragonarla assai meglio ad una delle belle ed ispirate profetesse dell'isola di Rugene, ad una sacerdotessa di Herta, la invisibile ed ignota Dea della Germania.

Ma anche prima, ed allorchè vidi per la prima volta le mani di Cecilia posarsi sul cembalo e gli occhi suoi cercar l'infinito, ben mi accorsi che Diana cedeva al raffronto; bene intesi allora che una nuova donna era nata, non pure meno materiale di Cerere, ma più pensosa di Minerva e più casta di Diana: ch'ella recava in terra l'immagine della Venere celeste, che i miei concittadini, per consiglio di paurosa riverenza, avevano collocata nelle nubi, molto più in su dell'Olimpo.

E l'amai, l'amai con tutte le potenze dell'anima. Intrinseco del fratel suo e tenuto in gran conto dal padre, io passavo i miei giorni nella sua casa, alternando con lei i suoni del cembalo e le canzoni.

Mi ricambiò ella?.. Oh, Cecilia non amava gli uomini se non come fratelli, e l'essere meco, il conversar meco assiduamente, non la turbò, come suole turbare i nostri animi la fiamma dell'amore, come la sua vista turbava l'animo mio. Era la sua vita un'estasi continua, ogni suo sguardo, ogni atto, ancor che lieve, l'adorazione di una cosa ignota agli occhi della mia mente mortale; e non è a dire quanto me ne struggessi in silenzio.

Frattanto il tempo scorreva; le mie dovizie erano ite; Volumnio era volubile come il suo nome e si era allontanato da me. Egli pure aveva amato Cecilia e l'aveva chiesta in maritaggio ai suoi, che avevano accolta con giubilo l'offerta; ma Cecilia aveva ricusato, ed egli, credendomi cagione del rifiuto, me ne voleva un mal di morte. Così, percosso d'ogni parte dai fati, io andavo perdendo anche gli amici e mi trovavo solo nell'ampia Roma; non ero nulla; non potevo esser nulla.

La necessità, la urgenza dei casi miei, mi diede l'ardimento. Fui come la lucerna che, presso a mancare, dà l'ultimo guizzo. Narrai a Cecilia del mio immenso affetto per lei, come l'avessi amata lunga pezza tacendo; come alla perfine più non sapessi frenarmi, e la supplicai pietosamente dell'amor suo.

Sulle prime ella non rispose parola; poi, fervidamente pregata, e alzando, giusta il suo costume, gli occhi al cielo, – «tu non puoi, mi disse ella, o Calisto, essere lo sposo mio. Da gran tempo io m'ho eletto il signore di tutta me stessa, e debbo serbargli la mia fede.»




V


Il cuore senza amore è come il mondo senza sole.

Immaginate voi questo globo abbandonato dall'astro luminoso che gli riscalda le fonti della vita! Ne avete un breve esempio, un fugace concetto nella semplice durata di un'ecclissi solare. Solo che un'ora que' raggi, interrotti nel loro veloce cammino dalla intromissione di un corpo opaco, non giungano alla terra, impallidisce ogni cosa creata, il vento soffia impetuoso, il freddo e le tenebre v'investono e paiono dirvi che non siete più nulla, dov'essi regnano soli.

Nè dissimilmente si oscurò l'animo mio, quando gli venne meno la speranza dell'amor di Cecilia. Rabbrividii come per gelo improvviso a quella risposta, che io pure avea preveduta e provocata, e dopo una breve pausa, in cui ebbi a sentire tutte le più crudeli trafitture che esacerbassero mai il petto di un uomo:

– Addio, Cecilia – esclamai. – Non ci vedremo mai più.

– Perchè? – mi disse ella, guardandomi con mesta cura nel viso. – Non toccherai più la cetra? Il mio cembalo non ripeterà più le tue melodie?

– No! mi sento morire; il solo vederti mi duole; il rimanerti accanto mi sarebbe un supplizio dell'Erebo. —

Ella chinò il capo e rimase inerte, con le mani prosciolte sulle ginocchia. Io mi alzai e, salutandola con un gesto disperato, varcai rapidamente quella soglia, per la quale io non dovevo tornare più mai.

Mi ridussi a casa e visitai il mio scrigno. Gli avanzi delle mie ricchezze erano là dentro; diecimila sesterzi, un nulla per le consuetudini del mio vivere in Roma. Congedai i parassiti; mandai liberi i servi, e al più fedele donai, insieme alla libertà, una parte del mio oro.

Allora mi vidi solo, deserto d'ogni gioia, d'ogni speranza nella vita, e non piansi. Smemorato, quasi ebbro, errai molti giorni per la città, non vedendo, non riconoscendo nessuno. Due mesi dopo, ero soldato, e partivo, con la legione a cui m'ero scritto, alla volta dell'estrema Germania, dove la guerra riardeva, tra l'impero e i popoli barbari. Colà, dimenticate le sontuose cene e le profumate dolcezze del mio cielo, nelle stragi che le aquile nostre seminavano sul loro cammino, nei tripudii e nelle gioie bestiali del campo, giunsi a tale da non riconoscere, in breve corso di tempo, me stesso.

Talvolta, a dir vero, mi assaliva amaro il ricordo di avere avuto amici e di avere amato; ma erano sprazzi di luce, brevi e fugaci come i lampi in un cielo ingombro di nubi caliginose, e la mia anima tornava ad errare inconscia nel buio.

La Parca mi rispettò, siccome un capo sacro alle Erinni. E certo alcun che di fatale ebbe ad esservi nel richiamo della legione, ov'io combattevo, a Roma. Tornare a Roma era per me una sciagura, tanto più grave in quanto che io la sentivo cadermi addosso e non potevo definirla, come avviene di pericoli ignoti che ci minacciano in sogno. E non era il pensiero di trovarmi soldato umile colà dove ero stato ricco e spensierato cavaliere, che mi pungesse; nè lo amor di Cecilia, che si era come assopito nel profondo del cuore e quasi dimenticato. Tremavo, e non sapevo il perchè.

Quando giunsi a Roma, dopo due anni di assenza, nessuno mi riconosceva più. D'altra parte, le mie nuove consuetudini non mi conducevano mai agli antichi ritrovi; io vivevo, per così dire, in una nuova Roma, per lo innanzi a me sconosciuta. Seppi di Volumnio che era tribuno nelle legioni di Tracia; di Cecilia non sapevo, nè amavo chiedere; solo il caso mi fece un giorno conoscere che da un anno ella era andata a nozze, e che l'avventuroso consorte aveva nome Valeriano.

Per Giove! credetti morirne, quel giorno. Tutte le mie ricordanze si svegliarono ad un tratto; le antiche fiamme mi divamparono nel seno, e mi riconobbi ancora per quel di prima, con tutte le acerbe trafitture del passato. Io penso che se quelle angosce fossero durate, in breve ora sarebbe volata l'ignuda anima a Dite; e certo sarebbe stato il mio meglio. Ma così non fu; l'eccesso del dolore affogai nella crapula e nel giuoco, e alla dimane credetti essere risanato per sempre.

Ero, credetemi, il primo bevitore, come il primo e più accanito feritore della centuria. Chi mai nelle taverne della Suburra, stupidamente inteso a cioncar falso Massico e Falerno inacetito, o a ricambiar carezze a taluna di quelle sconcie femmine che lo attorniavano, avrebbe riconosciuto Calisto, il profumato garzone di Corinto, l'amante della pudica Cecilia?

Un giorno finalmente la vidi. Ella tornava, come seppi di poi, dalla villa di Valeriano sull'Aniene. Era adagiata su d'una lettiga, coperta di candido bisso, e le veniva accanto il suo Valeriano, giovine, bello ed altiero. Ella era ancor più leggiadra del volto che non fosse dapprima, e più lieta che io non usassi vederla nella casa paterna.

Valeriano, misurando il suo passo su quello degli schiavi che portavano la lettiga, inchinava il capo verso Cecilia, ed ella sorrideva dolcemente alle parole di lui. Tu non sei dunque, chiedevo io, tu non sei più la casta Diana? Sei discesa tu pure da quel trono di luce che l'amor mio ti aveva edificato sulle stelle?

Avevo io semplicemente pensato, o il mio pensiero m'era uscito dalle labbra con improvvide parole? Cecilia volse il capo; mi vide e rabbrividì: Valeriano, sul quale io aveva piantato due occhi infiammati, stringendo i pugni in atto di avventarmi su lui, mi fulminò di uno sguardo…

La lettiga passò, ed io non vidi più altro.

– Orbene, collega, – mi dissero alla sera i compagni, – che strana malinconia ti ha preso quest'oggi? Tu sei stato ad un pelo di farla grossa.

– Io? non so…

– Come? non ti ricordi? T'eri scagliato come una pantera sulla lettiga e sulla gente del patrizio Valeriano! e se noi non eravamo là per trattenerti, tu correvi un bel risico; chè i suoi servi t'avrebbero accoppato come un cane. Buon per te che sei uscito dei sensi… —

Il giorno dopo, mentre ero ancora tutto confuso e sdegnato contro me, contro tutti, fui chiamato al cospetto di Almaco, il terribile prefetto di Roma, il cui nome facea tremare la gente, assai più che la presenza dello stesso imperatore.

– Che cosa vorrà da me quest'altro? – pensai; e la mia mente correva alla scena del giorno innanzi. I compagni pensarono che un grave malanno mi sovrastasse, e mi videro partire come un uomo che non dovesse tornare mai più.

Io tremavo, e le gambe mi reggevano a stento; pure andai, e fui tosto chiamato innanzi al prefetto.




VI


Almaco mi squadrò dal capo alle piante con occhio scrutatore, in quella che io cercavo di farmi più animo che potessi, e mi rivolse la parola:

– Sei tu greco?

– Sì, sono, – risposi.

– Sei tu che ieri, sulla via Tiburtina, volevi scagliarti sulla lettiga del patrizio Valeriano? Rispondi! —

È fatta, pensai tra me; il prefetto mi vuol morto, e sia; avrò tanto di meno a patire. Questo pensiero mi fece tornare il sangue nelle vene; avevo dinanzi agli occhi un pericolo certo, e non ero uomo da dare indietro. Però risposi con voce ferma e con piglio tranquillo:

– Sono quel desso.

– E perchè? Quali erano i tuoi disegni? – mi chiese Almaco, guardandomi sempre fisso negli occhi.

– Almaco, – risposi io senza indugio, – tu sei potentissimo in Roma e per tutto il suo vasto impero. La mia vita è tua; fammi crocifiggere, ma non mi chiedere, te ne prego, il mio segreto. Io odio quell'uomo… —

Con queste parole io mettevo a repentaglio la vita, e perchè l'animo mi bastasse a dirle, io non avevo alzato gli occhi a guardare il prefetto. Egli non mi rispose nulla, e quel breve momento di silenzio fu per me un secolo di angosciosa aspettazione. Gli orecchi mi fischiavano, il pavimento mi traballava sotto i piedi. Allora, sollevando con disperata audacia lo sguardo fino al mio giudice, che mi pareva lontano lontano, mi avvidi che egli mi stava curiosamente guatando e sorrideva.

Sorrideva? Sì, appunto sorrideva, e voi potete argomentare qual fosse il mio stupore a quella vista. Com'egli ebbe ricomposto il volto al suo primo atteggiamento, ripigliò a parlarmi in tal guisa:

– Sei tu uomo?

– La schiettezza della mia lingua te lo ha dimostrato, clementissimo signore.

– Sta bene; – disse Almaco. – Tu dunque odii Valeriano?

– L'odio, sì, l'odio! —

A queste mie parole il fiero prefetto non rispose, e dopo un'altra pausa, durante la quale si stropicciò parecchie volte la foltissima barba, mulinando tra sè molte cose, mi volse questa impensata domanda:

– Vuoi tu essere centurione?

– Centurione? – soggiunsi io trasognato. – O come, se non ho tuttavia alcun grado nella milizia?

– Greco! – mi rispose egli. – Io posso quel che voglio; lo sai; non dimenticarlo. Vuoi tu essere centurione? —

Io mi strinsi nelle spalle, chinando il capo in segno di assentimento, ed aggiunsi:

– Ma, a qual patto? Tu per fermo, clementissimo signore, hai posto un disegno su me. Fa che lo intenda, e ti obbedirò. —

Almaco si degnò di sorridere da capo, e in cambio di seguitare il discorso in quel modo che io lo avevo condotto con la mia risposta, mi fece un'altra interrogazione.

– Conosci tu la setta de' Galilei?

– No; – risposi, senza intender punto dov'egli andasse a parare. – Ho udito a parlarne da parecchi, i quali mi hanno detto esser questa una setta di uomini che si radunano in luoghi sotterra, mangiando carne di bambini, nelle loro agapi mostruose, e vivendo in comunanza di donne…

– Ti hanno ingannato; – soggiunse il prefetto. – Costoro si raccolgono nelle catacombe, ma non divorano bambini, nè hanno comunanza di donne. Sono in quella vece uomini che scalzano l'autorità di Cesare e della santa religione dei padri nostri. Sono cittadini, sono liberi, schiavi, gladiatori, femminette della plebe, sono gente d'ogni levatura e di ogni ceto, uniti in un solo concetto, nella fede di un simbolo. Anelano alla uguaglianza di tutti gli uomini, per farne sgabello alla loro potenza e promulgar l'impero dell'infima plebe, governata a sua volta da ambiziosi delusi, da astuti impossenti. – Ecco, – seguitò a dire il prefetto, – ecco chi sono costoro, e perchè Roma si è indotta a combatterli. Se eglino si accontentassero a fare quel che tu hai detto, credi tu veramente che francherebbe la spesa di turbare i loro segreti negozi? Non abbiamo noi in Roma altari e sacerdoti per ogni divinità più strana? e non li tolleriamo noi tutti? che più? non diamo ai loro Numi il diritto della cittadinanza? non si sacrifica forse ad Iside come a Giove, ad Anubi come a Marte? La nostra Roma, sappilo, o Greco, è d'animo generoso e clemente. Essa non ama che la sua autorità vada a percuotere i riti innocenti donde tragge il popolo minuto la pace dello spirito; ma essa è terribile contro i propagatori di una fede che scuote dalle fondamenta il grande edifizio romano, contro coloro che congiurano nelle tenebre, che adorano il patibolo, innalzando il disprezzo della legge, la rivolta e il delitto, a segnacolo di un nuovo ordine di cose.

– Per gli Dei! che dici tu mai, clementissimo Almaco? – risposi io, come egli ebbe finito. – Io nulla sapevo di cotesto, e le tue savie parole mi colmano di maraviglia. —

Qui il prefetto mi sorrise ancora e proseguì:

– Costoro, già più volte colpiti dalla vindice mano dell'imperatore, si fanno sempre da capo a congiurare. Io so che una nuova congrega di cristiani, come si chiamano dal nome del loro maestro, si raduna in un ipogèo, poco discosto dalle carceri Mamertine. Tu devi condurre una coorte per farli prigioni. Un mio fidato ti condurrà alla casa di una vedova, che ti aprirà l'adito al sotterraneo. Quella femmina è venduta a me; io stesso ho teso l'agguato da lunga pezza, aspettando che avessero a cadervi; mi hai dunque inteso… —

Io ero trasognato, nè sapevo rinvenire dallo stupore in cui quel discorso di Almaco mi aveva immerso, e stavo chiedendo a me stesso per qual ragione io, povero gregario, fossi improvvisamente chiamato ad opera di tanto rilievo, in quella che io mi pensavo di essere dannato al flagello o ad altra pena più grave. E intanto che la mia mente girava per quel laberinto, senza trovar modo di uscirne, il prefetto spazientito mi gridò:

– Orbene?

– Almaco, – mi affrettai a dire, con quelle parole che prime mi vennero alle labbra, – non credere che io non ti sia grato. Mi pensavo di venire a ricevere un castigo ed ho in quella vece un segno grandissimo della tua benevolenza. Laonde io mi sto tutto dubitoso a cercare qual grazia mi abbia avuto agli occhi tuoi, nè so credere a me stesso, nè intendere. Tu bene avresti potuto commettere la impresa ad altro capitano, senza che ti bisognasse far centurione un gregario, e per giunta un ignoto…

– Prosegui, – diss'egli, – tu sei greco e sottile.

– Sì, ma la mia sottigliezza non giunge più oltre; io non ho il bandolo di questa matassa. —

Almaco, già ve l'ho detto, non era uomo da rispondere pel suo verso alla gente, e usava cominciar sempre lui e condurre a suo modo il discorso.

– Tu dunque andrai con una coorte, – soggiunse egli, – e t'impadronirai di tutta quella marmaglia. Ma forse, anzi senza il forse, ci sarà trambusto; qualcheduno vorrà resistere, ed anco non ribellandosi alcuno, si potrà sparger sangue…

– Oh, non temere! Io adoprerò in ogni cosa conforme ai tuoi comandi.

– No, Greco; tu hai in quella vece a far ciò che la tua ira ti consiglierà.

– La mia ira?

– Per l'appunto. Se tu vedessi colà un tuo giurato nemico…

– Ah! – esclamai allora, credendo di avere indovinato.

– Mi hai dunque inteso? – disse Almaco col suo consueto sorriso.

– Sì, clementissimo signore, ti ho inteso. Valeriano è della setta dei cristiani… assisterà all'agape misteriosa…

– Certamente, – soggiunse Almaco, – egli vi sarà. Tu m'intendi; fatto prigione, egli è pur sempre potente per natali, per autorità di consanguinei, per numero di clienti, e potrà fuggirti di mano, esser graziato dall'imperatore. Ora cotesto non può, non deve accadere.

– A me la cura di ciò! – gridai, ebbro di vendetta. – Dammi gli uomini, ed io mi metto all'impresa. Lo sdegno condurrà il mio braccio, e saprà egli trovare il buon luogo dove infiggere la spada. —

E mi mossi, ciò detto, in atto di partire.

– Non così presto! – mi disse il prefetto, che mi apparve allora in tutta la sua terribile maestà. – Trebazio, il mio fidato, ti starà al fianco, tutt'oggi. Tu sarai centurione; ma bada! innanzi di notte potresti anche esser dato in pasto ai cani, dopo che io t'avessi fatto svellere la lingua. —

Furono queste le sue ultime parole; dopo di che egli si alzò e si ritrasse nelle sue stanze. Trebazio, un orrido ceffo, venne da me e non mi lasciò per tutto il giorno; inutile precauzione, dacchè l'ufficio troppo bene rispondeva alla mia sete di vendetta, e, dopo tutto, non era agevole uscire dal palazzo di Almaco, nel quale ero rinchiuso.

A tarda notte uscimmo, accompagnati da pochi soldati. Il grosso della coorte era già disseminato a crocchi nei pressi delle carceri Mamertine, aspettando il nostro arrivo.

La notte cupa aiutava ad agevolar l'intrapresa. Come fummo alla casa detta da Almaco, Trebazio percosse tre leggeri colpi sull'uscio con le nocche delle dita. La vedova venne ad aprirci, e ci mise dentro coi nostri.

La casa era di meschina apparenza e quasi priva di arredi; ma più dolente era l'aspetto della donna, su cui mi parve leggere come un rimorso dell'ufficio a cui s'era prestata.

– Ci sono? – le chiese Trebazio.

Ella rispose affermativamente col capo, e additò nel fondo della casa una botola, coperta da una cateratta, che Trebazio fu sollecito ad alzare, discoprendo una rozza scala di pietra.

Il lezzo del sotterraneo mi salì alle nari; ma l'ansia di trovar Valeriano mi fece correre il primo in quella buia ed umida chiostra. Gli altri mi tennero dietro con passo leggero, e fatti trenta scalini ci trovammo in un andito, lungo il quale ci fu mestieri andare a tentoni, seguendo la parete.

Così c'inoltrammo un bel tratto, fino a tanto che scorgemmo in lontananza un filo di luce pallida, mercè il quale si potè andare più speditamente. Poco più oltre il punto da dove avevamo cominciato a scorgere il lume, la muratura finiva e l'andito si allargava a forma di sala. Altre sale, informi, e scavate nel masso, con rozzi pilastri qua e là per sostenere le vôlte, si succedevano lungo il nostro cammino.

Man mano la luce si fece più viva, e cominciammo a udire un canto sommesso di molte voci. Allora feci fermare i miei uomini, per dividerli in tre drappelli, due dei quali dovevano farsi innanzi dai due lati dell'ampio sotterraneo, rasentando le pareti che restavano nell'ombra, per ricongiungersi quando fossero proprio addosso alla conventicola. Io, con gli altri, mi feci innanzi dal mezzo, giovandomi di tutte le ombre dei pilastri, e rattenendo il respiro.

Allo svoltar di una di quelle informi colonne, era un uomo appostato. Fece per aprir la bocca e gridare; ma Trebazio fu più sollecito di lui, e gli ficcò il suo ferro nella strozza, che gorgogliò, ma senza forza, quelle parole con cui voleva dare il segnale agli amici.




VII


– Ottimamente! – dissi a Trebazio. – Hai fatto un bel colpo, e senza la tua prontezza i galilei sarebbero stati posti in sull'avviso.

L'uomo colpito dalla spada di Trebazio era stramazzato a terra, e non dava più segno di vita. Però non ce ne curammo più oltre, e, sgomberataci per tal modo la via, c'inoltrammo ancora sotto le arcate, e allo svoltar di un angolo ci trovammo sopra alla conventicola dei cristiani.

Da quanto posso oggi ricordarmene, era una vasta sala, rozza come tutte le altre già percorse, e non doveva servire che da poco ad uso di tempio, imperocchè era ignuda affatto di fregi, non aveva sarcofaghi, nè epigrafi, nè alcuno di quelli emblemi che più tardi ebbi a notare nelle sotterranee dimore della setta. Rischiaravano il luogo alcune faci di resina, e al rossastro chiarore di queste potemmo scorgere forse un centinaio di uomini e donne, quelli col capo scoverto e queste col velo tirato sul volto, che stavano ginocchioni dinanzi ad un vecchio, coperto di una lunga tonaca bianca, il quale sembrava in atto di parlare.

Ma noi non udimmo parola del suo discorso, perchè al nostro sbucar nella sala un lungo grido di terrore interruppe la cerimonia, e cominciò tosto uno scompiglio da non potersi descrivere.

I miei occhi, guidati dallo spirito della vendetta, trovarono subito Valeriano. Egli si era rizzato in piedi a stava in mezzo a otto o dieci che, più animosi degli altri, avevano posto mano ai ferri.

Mi feci innanzi, mentre i miei si precipitavano sulla moltitudine spaventata, e gridai:

– A me, Valeriano! a me! —

Egli snudò la spada, ma io gli fui sopra, innanzi che potesse mettersi in guardia, tempestandolo di colpi. Valeriano disputò tuttavia, ed aspramente, la sua vita; ma parecchi dei miei, che avevano ottenuto facile vittoria sui pochi compagni del mio nemico, gli furono a' fianchi e lo rovesciarono. Egli allora gittò lungi da sè la spada e morì sotto il mio ferro, più nobilmente che io non avessi voluto, dicendomi: «ferisci, carnefice, e che Iddio ti perdoni!»

Questa bisogna fu spedita in breve ora. I miei soldati non erano stati neppur essi con le mani alla cintola; molti dei cristiani erano caduti nel loro sangue sul pavimento, altri legati e spinti, a furia di mani e di piedi, contro i pilastri della sala. Parecchi si erano dati alla fuga; ma, perdutisi nel buio, non erano venuti a capo di trovare un altro andito per cui avrebbero potuto mettersi in salvo; e le loro grida, il rumore delle frequenti cadute, gli urli feroci dei miei, mostravano qual fine si avessero i loro tentativi. E intanto le donne, atterrite, trepidanti, si erano andate a raccogliere, come un timido gregge, intorno al vecchio dalla tonaca bianca, il quale, solo imperterrito, stava con le mani alzate verso il cielo e pregava.

Tutte queste cose io vidi a mala pena, in quella che, col ginocchio sul petto a Valeriano, raddoppiavo furente i miei colpi. E appunto allora, una donna, che non era fuggita insieme con le altre, mi pose ambe le mani sul braccio, tentando di rattenermi, e gridò:

– Codardo! tu infellonisci contro un cadavere! —

A quella voce, che mi parve di riconoscere, tremai tutto quanto; alzai gli occhi a guardarla, ed essa allora diede in un forte grido e cadde come corpo morto nelle mie braccia. Il velo le era caduto dal volto: era Cecilia.

Qual fui allora? Quale mi apparve la vita? Cecilia! Cecilia in quel luogo, in mezzo a quella strage! Voi già immaginate quanti pensieri mi assalsero improvvisi in quel punto. La mia vendetta era sazia; il furore sbollito; ed io vedevo tutto ad un tratto l'orrore di quella scena di sangue, e l'angoscioso stato di quella donna divina.

Andando colà, io non avevo badato che ad uccidere Valeriano; il pensiero che Cecilia si fosse potuta trovare con lui non mi era neppur balenato alla mente. Ma era troppo tardi… E come salvarla? Anelante, agitato da mille confusi timori, e quasi fuori di me, in quella che avrei pure avuto mestieri di tutto il mio senno, io restai là, chino sul petto dell'amata donna, non curando le strida delle femmine trepidanti, nè il rantolo dei moribondi, nè il gavazzar dei compagni.

Il primo consiglio che mi sovvenne fu quello di chiamar soccorso. Alzai la testa; ma lo spettacolo che si parò dinanzi ai miei occhi mi gelò le parole sulle labbra. Una povera donna tentava invano di svincolarsi dalle strette di un soldato, che, mezzo ginocchioni, col volto acceso, col mento appoggiato sul petto della meschina, mentre con le mani la teneva avvinghiata, lei riluttante buttava al suolo. Scene simiglianti io avevo vedute di spesso, con occhi non curanti, nella mia vita di soldato, in ogni borgata di Germania da noi messa a ferro e a fuoco, pel feroce diritto di vincitori. Ma là, nel sotterraneo, io vedevo le cose sotto il più orrido aspetto. Cecilia, non la moglie di Valeriano, ma la divina fanciulla che io avevo tanto amata, che anche allora mi faceva riardere in seno la fiamma antica con tutta la casta virtù delle ricordanze, era in quel covo di belve umane, fuori dei sensi, colla bionda testa arrovesciata sulle mie braccia, senz'altro scudo, senz'altra difesa che l'uccisore di suo marito, il condottiero di quella coorte sfrenata, libera esecutrice di sanguinari comandi.




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