Arrigo il savio
Anton Barrili




Anton Giulio Barrili

Arrigo il savio





I


L'ultimo giorno di gennaio dell'anno 1882, un signore, alto della persona, dal volto abbronzato e dai baffi grigi, scendeva di carrozza, sulle prime ore del mattino, come a dire fra le otto e le nove, davanti ad un portone della via Nazionale, in Roma. Aveva l'aria assai nobile, era vestito con severa eleganza e andava diritto, con soldatesca balìa, come un colonnello in abito cittadino, che sotto le spoglie inusitate lascia indovinare i suoi trent'anni di spallini. Entrato nell'androne, e osservata non senza stupore la magnificenza delle scale, ascese al secondo piano, dove era scritto, su d'una piastra di porcellana, “Cav. Arrigo Valenti.„

– Cavaliere! – esclamò il signore dai baffi grigi. – O che diavolo ha fatto il mio signor nipote, per esser nominato cavaliere? Dei debiti, m'immagino. E saranno certamente assai più di quelli che mi aveva lasciati sospettare la sua lettera ad uno zio che non ha mai visto nè conosciuto. Ahimè! Prevedo, – conchiuse egli, sospirando, – che pagherò anche questa bella piastra di porcellana del Ginori. —

Tirò allora la maniglia del campanello, e un minuto dopo fu aperto l'uscio da un servitore in mezza livrea.

– Chi cerca? – domandò questi.

– Il signor Arrigo Valenti.

– Il cavaliere, – ripigliò il servitore, battendo sul titolo, – non riceve ancora.

– Ah, mi rincresce. Sono arrivato stamane col treno delle sette, e credevo…

– Se il signore vuol lasciar detto il suo nome…

– Volentieri; ecco qua. —

Così dicendo, il signore dai baffi grigi aveva cavato di tasca il portafogli, per prendere un biglietto di visita. Ma ci aveva troppi biglietti di banca: e quelli di visita, o erano affogati nel mucchio dei loro più degni fratelli, o erano stati dimenticati a casa.

– Bene! – esclamò il signore, facendo un atto di rassegnazione, dopo due o tre d'impazienza. – Non ne trovo. Dite al vostro padrone che è passato a cercarlo Cesare Gonzaga. —

Il servitore sgranò tanto d'occhi, a mala pena ebbe udito quel nome, e s'inchinò per modo da far credere che volesse piegarsi in due.

– Perdoni, Eccellenza!.. Si dia la pena d'entrare! —

Il signore sorrise sotto i baffi grigi ed entrò. Quell'altro, richiuso prontamente l'uscio, corse a sollevare il lembo di una portiera in fondo all'anticamera.

– Per di qua, signor marchese, per di qua! – diceva egli, frattanto, inchinandosi da capo. – Questo è lo studio del padrone.

– Marchese! – brontolò il vecchio signore. – Per chi mi hai preso?

– Scusi, illustrissimo! Non è lei lo zio del cavaliere Valenti?

– Suo zio, certamente.

– O allora?

– Allora saprai, – disse gravemente il vecchio signore, – che si può essere zii, senza essere marchesi.

– Ah, ah, sicuro! – rispose il servitore, facendo bocca da ridere. – Ma egli è che i Gonzaga… scusi, illustrissimo! I Gonzaga sono… i Gonzaga, e portano d'oro con tre fasce di nero. —

Il vecchio guardò con atto di stupore quel servo, che gli blasonava con tanta sicurezza lo scudo.

– Come? – disse poi; – saresti un dilettante di araldica?

– Che vuole, illustrissimo! – replicò umilmente quell'altro. – Servendo i gran signori, ci si piglia anche un'infarinatura di quest'arte.

– Di bene in meglio! Sentimi dunque. Hai tu veduto mai uno stemma come questo: cuor d'oro in campo d'argento?

– Ella scherza, illustrissimo. Non si può metter mica metallo sopra metallo.

– Neanche in tasca?

– Oh, questo poi sì.

– Ottimamente; vedo che la sai lunga, giovinotto! Ma il tuo padrone…

– Vado ad annunziarla subito. Vuol essere contento il cavaliere, quando saprà che è arrivato suo zio. Da tre giorni l'aspetta con impazienza.

– Eh, lo credo; va dunque. —

Il servitore si avviò sollecito, con una gran voglia di fregarsi le mani.

– Ecco uno strano capriccio; – pensava egli. – Non vuole esser chiamato marchese. Capisco che potrebbe pretendere il titolo di duca. Ma infine, certi nomi storici hanno il titolo sottinteso. —

Fatta questa peregrina scoperta, il signor Happy (pronunziate Hèppi) si allontanò dallo studio. Rimasto solo, il signor Cesare Gonzaga, non marchese, nè duca, si avvicinò alla finestra, tanto per fare qualche cosa, aspettando.

– Chi conosce più Roma, specie da queste parti? – mormorò egli, guardando la strada.

– Trentatrè anni! Ah, come passa il tempo, quando i più belli anni sono sfumati! Ma che cosa è la vita? Le falde, i primi passi, i primi giuochi, le panche del collegio… poi l'università, un paio di duelli, quattro amori bugiardi e uno che si vorrebbe creder vero… qualche follìa, molti disinganni, molte amarezze… e allora una forte risoluzione! Nessuna via di mezzo; o il nuovo mondo, o l'antico; o l'America, o l'Asia. E là il lavoro, il febbrile lavoro, gli stenti, le privazioni, e qualche volta la fortuna, che un altro c'inghiottirà, come noi abbiamo inghiottita quella dei padri! Ecco la mia vita. Ed ecco, meno l'Asia e l'America, la vita del mio signor nipote; già l'ho indovinato dal gran desiderio ch'egli ha di vedermi. Avevo giurato di non rimetter piede in Roma, ed eccomi qua. Bei giuramenti! Ma come fare, con questo ragazzo che prega, invocando la memoria di sua madre, della mia povera sorella, che non dovevo più rivedere? Di certo le somiglia, perchè i maschi tengono sempre della madre. Poveraccio! Purchè non le abbia fatte troppo grosse! Qui, per altro, c'è lusso; ci si sente agiatezza. Chi sa? Forse è un quartiere d'affitto. E ci hanno messa anche la cassa forte. —

Il savio lettore avrà capito che Cesare Gonzaga si era già allontanato dal vano della finestra, per dare una scorsa in giro e una guardata allo studio del suo caro e sconosciuto nipote.

– Arnese di parata, la cassa forte! – borbottò egli, proseguendo. – Gli strozzini le conoscevano, ai tempi miei, queste alzate d'ingegno degli studenti di legge. Ma il mio signor nipote non è più studente; ha la sua laurea da due anni, da tre… che so io? Gran legista! Grande giureconsulto, ha da essere! Ci fosse almeno la libreria, per dar negli occhi ai clienti! Ah, ecco un volume sulla scrivania. È il codice di commercio; meno male! Ma se valesse dugento lire, come certi libri rari, sarebbe ancor qui? —

Come vedete, il signor Cesare Gonzaga non si lasciava confondere da tutta quella apparenza di lusso severo, e ci odorava il quartiere ammobiliato, e il conto da pagare ad un troppo credulo fornitore; fors'anco a più d'uno.

Le sue malinconiche osservazioni furono interrotte dal ritorno del servitore.

– Or bene? – gli chiese.

– Mi duole, illustrissimo…

– Dorme, ho capito; – ripigliò il signor Cesare. – Infatti, sono appena le nove del mattino. Che ora è questa mai, da venire in cerca di un nipote?

– O che, le pare? S'è alzato anzi per tempo e, se non fosse stato un certo negozio, sarebbe anche già andato a fare la sua solita trottata mattutina fuori di porta Pia.

– Anche il cavallo pagheremo; – pensò lo zio, sospirando. – Purchè non sia bolso, come certi cavalli che appoggiavano a noi! Ma allora, – soggiunse ad alta voce, – che cos'è che lo trattiene? —

Il servitore nicchiava un pochettino, ma sorrideva anche, mostrando negli occhi maliziosi il desiderio di farsi cavare i segreti di bocca.

– Veda, non so se debbo dire… Infine, non ho neanche potuto giungere fino a lui, perchè l'uscio di comunicazione è chiuso.

– Comunicazione! con che!

– Ecco, – ripigliò il servitore con aria di mistero, – con lei, che è suo zio, si può dire. Dev'essere… in conferenza.

– Già, capisco, con qualche pezzo grosso, un avvocato, un collega…

– Non so, perchè, da un pezzo che viene, io non l'ho mai veduto.

– Non gli apri tu?

– No, mai; l'uscio che mette dall'altra parte, in via Sallustiana, lo apre il signor cavaliere. —

Il vecchio stette alquanto sovra pensiero; quindi osservò con molto giudizio:

– La scienza è arcana, ed ama nascondersi. Aggiungi che alle persone di riguardo certe attenzioni bisogna usarle. Come ti chiami?

– Happy, secondo l'uso di casa; Felice, secondo il registro battesimale della Mirandola.

– Concittadino del tuo padrone, dunque!

– Sì, illustrissimo, e ci siamo conosciuti, dirò così, da bambini.

– Ah, meglio così! Tu devi amarlo molto, e conoscerlo… egualmente. Senti, Happy Felice, tu mi sembri un giovanotto d'ingegno svegliato.

– Se ella lo dice…

– I fatti lo dimostrano; la patria lo vuole; dovresti chiamarti Pico, senz'altro. Ho già avuto un saggio delle tue cognizioni in araldica. Il metallo che non si può mettere sopra un altro metallo… A proposito, scommetto che ti piacciono i marenghi. —

E il vecchio Gonzaga avvicinava, così dicendo, il pollice e l'indice della mano destra al taschino della sottoveste, secondo la buona usanza degli antichi.

– Scommetta pure, illustrissimo; – rispose Pico della Mirandola. – Guadagna di certo; specialmente adesso.

– Perchè adesso?

– Eh, si figuri! C'è l'aggio sull'oro. Stamane il listino porta novantaquattro centesimi, con tendenza spiccata a salire, essendoci molta domanda per i pagamenti all'estero.

– Tu sai di cambio come d'araldica; – gridò il vecchio, ammirato. – Bravo! Vedi questo, se gli è di peso.

– E di pregio, caspita! – rispose Happy, dopo avere osservato il marengo che gli aveva offerto così liberalmente il Gonzaga. – Conio del 1849, con l'Italia libera sull'esergo; questi si vendono cari per le raccolte.

– E di numismatica come di cambio! – esclamò il Gonzaga, ridendo. – Ma già, che cos'è il cambio? Numismatica applicata al contante. Suvvia, arca di scienza, io ti ho aperto; – proseguì, mettendosi a sedere; – parla dunque, ti ascolto.

– Di che cosa debbo parlare, illustrissimo?

– Di tutto quello che sai. Sono lo zio, una specie di zio d'America, quantunque venuto dall'Asia, e posso, e devo, e voglio sapere ogni cosa. Il tuo padrone è in conferenza; ne avrà ancora per un pezzo; occupiamo dunque il tempo a parlare di lui. Come vive mio nipote?

– Bene. – rispose il servitore.

– Ma, dico a te che lo conosci da bambino, ha debiti? —

Happy fece un gesto di meraviglia, e, se volete, anche di orrore.

– Debiti, il mio padrone? Ohibò! Queste cose si lasciano ai figli di famiglia.

– Ah! tu dici?.. Ma sai che mi levi un gran peso dallo stomaco? Sul serio, non ha debiti?

– Neanche per sogno. E chi ha potuto darle ad intendere una simile sciocch… Oh, scusi, illustrissimo!

– Dilla, dilla intiera; – replicò il vecchio giubilante. – E prendi quest'altro, in ricompensa della tua buona notizia. È un Luigi XVIII; servirà per la raccolta. Non ha debiti, dunque? Ma sai che è una maraviglia?.. —

Il servitore si strinse nelle spalle, dopo avere intascato religiosamente la seconda moneta.

– Ma che debiti! – esclamò. – Roba d'un secolo fa. Chi è che fa debiti, ora? Il mio padrone ha crediti, e molti; oserei dire fin troppi. —

Il Gonzaga fu per mettere la terza volta le mani al taschino, ma si trattenne, per non dare nella caricatura,

– Con le tue buone notizie tu saresti capace di rovinarmi, – rispose. – Dunque gli è un Creso?

– Eh, – disse il servitore, – se lo intende per ricco sfondato, metta pure.

– E che fortuna gli fai? sentiamo.

– Così su due piedi, non saprei.

– Prendi una sedia; non far complimenti.

– Oh illustrissimo, le pare? Dicevo così per dire. Ma infine, calcolando alla grossa, se sa liquidare a tempo, ha già un milione e mezzo, come è certo che io ho, per grazia di Vossignoria, quarantuna lira e ottantotto centesimi. —

Il signor Gonzaga non istette a fare i conti sull'aggio dell'oro. All'annunzio del milione e mezzo aveva già dato un balzo sulla poltrona.

– Hai detto? – gridò, ficcando gli occhi addosso al servitore. – E se non sa liquidare?

– Oh, non c'è questo pericolo, perchè il cavaliere conosce molto bene i suoi interessi. Ma posto il caso…

– Sì, poniamo il caso; – disse il Gonzaga, che prendeva gusto alla conversazione.

– Gli rimarrebbero sempre ottocento o che mila lire; – ripigliò il servitore segretario. – Ecco qua: centomila lire di rendita, comperata a ottantasei, rivenduta a novanta; veda un po' che affar d'oro. Ventiquattro azioni della Banca; le aveva a duemila, e sono ora a duemila trecento sedici. Buon titolo, perbacco; e crescerà, non dubiti, crescerà. La Banca sostiene lo Stato; lo Stato sostiene la Banca. E il Credito mobiliare? Il mio padrone è uno dei pochi che hanno creduto in tempo, e potrei dire che ha fiutata l'aria. Ha comperato ducento azioni a ottocento, ha rivenduto a novecento trentasei; ricavo netto… —

Il vecchio non volle saper altro.

– Va al diavolo! – gridò. – Ma come? Che zio d'America sono più io? Qui si nuota, si naviga nell'oro. Mio nipote… il figlio di mia sorella Cecilia… quel ragazzo che ancora tre anni fa, quando io ne ebbi le prime notizie, studiava leggi a Bologna!.. Ai miei tempi, l'oro, dagli studenti, era ancora annoverato tra i metalli preziosi. Si parlava con aria di mistero d'una miniera in Colco, custodita da un drago, che aveva una faccia da strozzino. Basta, meglio così. Quei debiti non erano mica la cosa più bella del mondo. Ci facevano anzi un po' di torto; senza contare che ci obbligavano a certi studi di topografia! I nostri successori, se Dio vuole, hanno mutata la faccia del mondo. Per altro, amano ancora, come noi, – osservò il vecchio, sorridendo. – Qui c'è discretezza e mistero. La conferenza lo dice chiaro. Anche di qua sento l'ambrosia, indizio del Nume. Bravo il mio giovane Arrigo! – seguitò, borbottando tra i denti, ed anche a volte mandando fuori le parole, alla guisa degli uomini che son vissuti lungamente soli e pensano, come suol dirsi, ad alta voce. – Amo chi ama la donna, e più ancora chi, amandola, mostra di rispettarla. Quando ero giovane io… Ma che fai tu, Pico della Mirandola? – diss'egli, interrompendo il monologo, per rivolgersi al servitore, che s'era accostato e tendeva l'orecchio.

– Scusi, illustrissimo, stavo a sentirla; – rispose quell'altro, col suo ossequio condito di malizia. – È così istruttivo, il suo discorso!

– Ah sì, vorresti anche imparare la storia antica, briccone? —

Una scampanellata all'uscio di casa mozzò le parole in bocca a Pico della Mirandola, che già stava per rispondere alla celia del Gonzaga, e fu invece costretto a correre in anticamera.

Il vecchio riprese la sua rassegna, ma questa volta con animo mutato e intieramente propenso all'ottimismo. Ottocento mila lire! Fors'anche un milione e mezzo! Che si canzona?

Poco stante, entrava nello studio un nuovo personaggio. Era un uomo non vecchio, nè giovane, e aveva una di quelle facce asciutte a cui dareste trenta o quarant'anni, magari venticinque, o cinquanta, tanto è difficile raccapezzarsi, tra la barba fitta di color ferrigno e la poca carne che apparisce alla vista. L'aspetto poi era severo, quasi triste; gli abiti signorili, l'aria disinvolta, il passo franco dinotavano l'amico di casa.

– Credo che si stia vestendo, perchè è tornato dianzi dalla sua cavalcata; – gli aveva detto il servitore, pronto alle invenzioni, e senza darsi pensiero della versione più esatta che s'era creduto in obbligo di confidare allo zio del padrone. – Se vuole aspettarlo qui, c'è anche suo zio, il signor marchese Gonzaga. —

Il nuovo venuto si avanzò con molta premura, appena ebbe udito quel nome.

– Oh, fortunatissimo di fare la sua conoscenza, e di presentare i miei rispetti, – soggiunse. – Arrigo, da parecchi giorni, non fa che parlare di lei.

– Ottimo cuore; – mormorò il vecchio, inchinandosi.

– Ah sì, cuor d'oro! – rispose quell'altro. – E l'ama molto, creda; io, che passo le intere giornate con lui, ne so qualche cosa. Ed anche da tre giorni lo aspettava a Roma.

– Sì, lo so; – rispose Gonzaga. – Il suo Happy me lo stava dicendo per l'appunto, prima che ella giungesse.

– Ieri sera siamo andati insieme alla stazione, – incominciò il nuovo personaggio, – perchè Arrigo l'aspettava col treno serale. Ma ella non c'era, e il mio amico ne fu dolentissimo. Si figuri! Egli, per solito così calmo, era proprio fuori di sè. Ma io ora l'annoio, con questi discorsi.

– No davvero; prosegua; mi fa anzi piacere, signor…

– Orazio Ceprani, per obbedirla.

– Onoratissimo! – ripigliò il Gonzaga, facendo l'inchino d'obbligo. – Mi fa piacere sentire da lei che Arrigo mi ama. Non ho più che lui, di parenti, e quando mi ha scritto che aveva bisogno di me, si figuri, mi sono augurato un bel paio d'ali. Ma il vapore non è l'elettrico. Avevo anche qualche faccenda di campagna da assestare, e mi passò la giornata.

– Ella abita sul Reggiano?

– Alle Carpinete, si figuri, nei dominii della contessa Matilde. Ritornato da tre mesi in Italia, ho subito trovato da comperare un podere. Un po' lontano da casa mia: ma che vuole? Laggiù a Mantova non mi conosceva più nessuno. Siamo vecchi, ecco il guaio.

– Vecchio, poi! A cinquant'anni!..

– Sì, bravo, mi canzoni. Cinquant'otto, signor mio, e si potrebbe dir anche cinquantanove, se in materia d'età avesse valore la massima romana: annus incoeptus pro integro habetur.

– In verità, se non lo dicesse lei… Potrebbe anche tacerlo, e far credere ai cinquanta.

– Non ci son dame e mi fo coraggio a confessarli tutti; – replicò allegramente il Gonzaga. – Li porto bene, non dico di no, quantunque venticinque o trenta li porterei anche meglio. Ma proprio, ritornando al nostro discorso, ma proprio, signor Ceprani, ella non poteva darmi più lieta notizia, e sono anche più contento di essermi mosso dal mio èremo. Questa Roma che ho lasciata a venticinque anni, – qui il vecchio trasse un sospiro e corrugò le ciglia, – mi pare più bella, ora che so di averci qualcheduno che mi ama. A noi, vissuti le mille miglia lontani dalla patria, invecchiati di là dai mari, in mezzo a genti barbare, come canta nel Belisario il tenore, queste cose hanno un pregio immenso, un pregio che non lo può intendere chi è sempre vissuto all'ombra dei campanili e delle torri italiane. Eccole dunque, signor Ceprani, una bella fine di mese. —

La faccia del signor Ceprani si rabbruscò, a quel ricordo innocente del calendario.

– Ahi, non per me! – diss'egli in cuor suo.

– I miei ringraziamenti, adunque, e la mia amicizia; – proseguì il vecchio Gonzaga, stendendo la mano al signor Ceprani. – Già, gli amici di mio nipote debbono essere i miei. E badi che il titolo di amico io non lo dò per celia. Vengo dalle terre dei barbari, io! —

Orazio Ceprani s'inchinò e strinse la mano del vecchio, sforzandosi di sorridere all'arguto discorso, ma non riuscendo che a fare una smorfia.

– Ah! – disse Happy, andando verso un uscio di rimpetto a quello dell'anticamera. – Ecco il padrone. —

Aveva sentito scricchiolare i denti di una chiave nei congegni di una certa toppa, il sapientissimo servitore.

Orazio si mosse, per andare incontro all'amico. Cesare Gonzaga si tirò indietro; anzi, per dirvi tutto, si strinse forte, si puntellò alla spalliera della poltrona, su cui era stato dianzi seduto. Era commosso, il vecchio Gonzaga, tremava tutto, all'avvicinarsi di quel nipote che amava tanto, senza averlo ancora veduto, che aveva giudicato da principio un giovanotto carico di debiti, e che lì per lì, senz'altra preparazione, fuor quella di un discorsetto di Happy, doveva salutar milionario.




II


L'uscio si era aperto, la portiera alzata, ed entrava nello studio un giovane elegantemente vestito da mattina, non molto alto di statura, ma ben fatto e assai sciolto della persona, biondo, un po' pallido, dai lineamenti finissimi, dagli occhi perlati sfavillanti, sebbene per vezzo tenesse le palpebre socchiuse, e dalle labbra sottili, leggermente colorate, che sporgevano un tantino, in atto tra cortese ed ironico, come quelle di un principe, di un piccolo potente della terra, che è consapevole della propria grandezza, e vuole mostrarsi benevolo, sì, ma in un certo modo e fino ad una certa misura.

Cesare Gonzaga non badò a queste inezie. Vide il giovanotto gentile e gli bastò di aver riconosciute le sembianze di Cecilia, della sua amata sorella. Ahimè, povera Cecilia! Cesare Gonzaga, nel 1849, abbattuto dalle sventure della patria e percosso da un altro dolore tutto suo (Ugo Foscolo li ha descritti, questi due sentimenti, associati nella persona del suo Ortis), si era allontanato, non che da Roma, dai confini della penisola. A Mantova, intanto, sotto il dominio dell'Austria, dopo la parte ch'egli aveva presa nelle cospirazioni e nelle guerre recenti, non poteva tornare; perciò, dopo la caduta di Roma, e dopo aver seguito il generale Garibaldi nella sua marcia memorabile in mezzo a tante forze nemiche, disperando oramai delle sorti italiane, si era rifugiato in Grecia, donde, proseguendo la sua triste odissèa di fuoruscito, era andato a cercare, non già la fortuna, ma la pace del cuore, sui lidi estremi dell'Oriente. Solo alcuni anni dopo la sua partenza, Cecilia Gonzaga era andata sposa alla Mirandola; e colà era vissuta nella oscurità d'una famiglia non ricca nè povera, colà era rimasta vedova dopo dieci anni di matrimonio, colà era morta dopo altri dieci o dodici di vedovanza, lontana dal suo unico figlio, che studiava leggi a Bologna, e senza aver potuto rivedere il fratello, di cui troppo scarse erano giunte le notizie in famiglia. Cesare Gonzaga non era nato per la mercatura; soldato, aveva fatto il soldato. Da principio si diceva che col grado di colonnello tra i ribelli indiani avesse partecipato alla epica impresa di Nana Sahib; più tardi, e dopo un mondo di notizie contradittorie, si era venuto a sapere che militasse ai servigi di un principe indipendente, nel centro dell'India. Una lettera sua era venuta a confermare l'annunzio, e a rassicurare la famiglia (triste avanzo di famiglia, poichè i vecchi erano morti da un pezzo) intorno alla sorte del profugo. Uno scambio di notizie aveva potuto stabilirsi tra fratello e sorella, e per tal modo Cesare Gonzaga, rais e gemadar del gran signore di Revah, nel Bogelcund, seppe un giorno di avere un nipote, Arrigo Valenti, avviato allo studio della giurisprudenza nella università di Bologna. Qualche anno dopo, preso dal desiderio della patria, era ritornato in Europa, ricco di una bella sostanza che gli avevano fruttata i suoi lunghi servigi; da Brindisi era corso a Mantova, per risalutare il suo duomo, da Mantova alla Mirandola, per abbracciar la sorella, ma ohimè, per piangere invece sulla sua tomba. Aveva chiesto notizie di Arrigo, e gli era stato detto che Arrigo, compiuti gli studi legali, viveva a Roma, ove certamente a quell'ora aveva finite le pratiche. Ora, di tutti i luoghi che Arrigo poteva scegliere per sua residenza, Roma era l'unico in cui Cesare Gonzaga non sarebbe andato volentieri a cercarlo.

Pensate ai dolori che lo avevano mandato esule volontario della patria, e indovinerete la cagione di quella ripugnanza di Cesare. Arrigo, dal canto suo, doveva pur sapere, per lettere dei Mirandolesi, che uno zio, il suo unico zio materno, gli era ritornato dal centro dell'India; ma sul principio pareva non averne fatto caso, lasciando che quello zio, triste della solitudine che il tempo e l'assenza avevano fatto intorno a lui, andasse a rinchiudersi, rovina d'uomo, tra i monti del Reggiano, daccanto alla rovina di un antico castello della contessa Matilde. Da tre mesi era il Gonzaga in Italia, da due spartiva il suo tempo tra Reggio e la tenuta delle Carpinete, dove il freddo era rigido e dove bisognava portare quasi tutto il necessario per allogarsi decentemente, allorquando giunse la lettera di Arrigo. Era in singolar modo affettuosa, chiedeva notizie, accennava al desiderio, che quel povero giovanotto, rimasto solo della sua casa, aveva vivissimo nel cuore di vedere il fratello di sua madre; e non pure accennava al desiderio, ma all'urgente bisogno.

Il figlio di Cecilia scriveva; e Cesare Gonzaga, a mala pena collocato nella sua tenuta, dove faceva conto di morire tra le sue memorie e con gli occhi alla santa natura, amica e consolatrice di chi ha molto sofferto, Cesare Gonzaga, dico, si era spiccato dal suo nido per andare dal nipote, vincendo la ripugnanza che lo teneva lontano da Roma, dalla eterna città che egli non aveva più veduta dopo l'eroica difesa del Vascello, dopo la dolorosa morte di tanti compagni d'armi, e la vergogna, più dolorosa a gran pezza, di nuovi stranieri entro le mura di Camillo. Ed era là, il tardo reduce, era là, in quello studio, appoggiato a quella poltrona, col cuore trepidante e gli occhi gonfi di lagrime, davanti al giovanotto sorridente, che nei lineamenti gentili del viso e più nei vividi occhi perlati gli ricordava la sua povera e cara sorella. Come si sentiva destinato ad amarlo! Come disposto a sacrificargli tutto sè stesso! E frattanto, quel biondo ragazzo che gli aveva scritto con tanta premura: “Venite, ho gran bisogno di voi„ era un milionario, in apparenza, e, secondo l'opinione dei più, anche nella sostanza, un felice. Ma allora, che bisogno aveva Arrigo di lui? Certo era il bisogno di un parente, di un amico vero, di un consolatore. Si è tanto poveri, quando si è soli!

Orazio Ceprani si era fatto avanti, per stringere la mano di Arrigo.

– Veramente, – diss'egli, – non dovrei essere io il primo, quest'oggi. Eccoti lo zio tanto aspettato. —

Arrigo Valenti si volse a guardare verso il fondo della camera, e un lampo di gioia gli balenò dagli occhi, che, manco male, aveva finalmente aperti e spalancati. Guardò un istante quel vecchio alto e severo, che si faceva forza per vincere la sua commozione, e gli andò incontro col sorriso sulle labbra.

– Zio, come ti son grato! – esclamò quindi, cadendogli nelle braccia.

Quell'altro non seppe più reggere alla piena degli affetti, e diede in uno scoppio di pianto.

– Come son sciocco, non è vero? – diss'egli, con voce rotta dai singhiozzi. – Per un soldato, è veramente troppo. Ma vedi, ragazzo mio, tu somigli a tua madre… come una stella somiglia ad un'altra. Lasciati abbracciare, Arrigo! Lasciami piangere! Sono i baci e le lagrime che non ha avuto tua madre. —

E lo abbracciava ancora, e lo guardava e piangeva. Arrigo lasciava fare e sorrideva, anch'egli intenerito da quella semplice e quasi epica dimostrazione di affetto.

Finalmente, chetato un poco quell'ardore di abbracci, Arrigo provò di avviare il discorso.

– Zio, – diss'egli, – che cosa avrai pensato di me, che ho fatto tanto a fidanza col tuo buon cuore? Senza esser neanche conosciuto da te, ho ardito pregarti…

– Che! che! – interruppe il Gonzaga. – Era naturale. C'era forse bisogno di conoscerti, per accorrere alla tua chiamata? Infine, eccomi qua.

– Era di Cesare il venire, come il vedere ed il vincere; – osservò modestamente Orazio Ceprani.

Arrigo ricordò allora il suo debito di padrone di casa.

– Permetti, – incominciò, – che io ti presenti il nostro Orazio Ceprani, uomo di borsa, e di cappa e di spada, poichè è sopratutto un compitissimo cavaliere.

– Ah, ci conosciamo da mezz'ora; – rispose il Gonzaga. – Ed io l'ho già per amico, perchè egli mi ha detto un gran bene di te, mentre stavamo aspettandoti.

– Perdonami, zio! Avevo un colloquio d'affari… Non ti aspettavo, con la corsa del mattino. Ier sera non eri giunto…

– Che vuoi? Appena ricevuta la tua lettera avrei fatto le valigie; – rispose il Gonzaga. – Ma avevo anche un mondo di piccole faccende da sbrigare laggiù. Speravo, veramente, di averti alle Carpinete; ma già, con quel freddo!

– Oh, zio, il freddo mi avrebbe dato poca noia. Pensa piuttosto che mi era impossibile di muovermi.

– Te lo credo, ora; ma laggiù, vedi, mi pareva che tu avresti dovuto correre. Basta, non ne parliamo più a lungo. Ho fatto il miracolo di Maometto. La montagna non volle venire a me; io venni alla montagna.

– Come si fa? – disse Arrigo, sospirando. – Tu eri anche il più libero dei due. Per ciò sei venuto… e perciò rimarrai.

– Non correr tanto! Vedremo, penseremo. Tu per ora fa i fatti tuoi. Avrai forse da parlare col signor Ceprani. —

Il Ceprani, tirato in mezzo, cominciò con accento perplesso:

– Sì, ero venuto da te. Arrigo… Ma ora che c'è tuo zio…

– Non badi a me; – interruppe il vecchio. – Io mi ritiro in buon ordine. —

Orazio Ceprani era lì per lasciarlo andare; ma tosto cambiò di proposito. Per quello che aveva da dire e da ottenere, la presenza di un terzo non doveva guastare; che anzi!

– No, finalmente, perchè? – diss'egli, trattenendo il Gonzaga col gesto. – Con lei si può parlare. Arrigo, – proseguì, rivolgendosi all'amico, – ero venuto a chiederti un servizio. Oggi dovrei ritirare quelle duecento Ausonie…

– E ci perdi ottomila lire; – notò Arrigo Valenti. – Te lo avevo pur detto!

– Che vuoi? Promettevano così bene! Il Governo doveva assumere egli, da un momento all'altro… Insomma, che farci? Tu hai veduto più lontano e più giusto di me. Io m'inchino, e ti chieggo cinquemila lire in prestito, per completare le mie differenze di questo mese.

– Ah! mi duole davvero! – esclamò Arrigo, levando i suoi begli occhi al cielo. – Mi duole nel profondo dell'anima. Oggi è un cattivo giorno, per gli affari. Non ne ho. —

Orazio Ceprani aveva chinato la testa, con un gesto tra incredulo e rassegnato. Perchè, infine, non poteva credere che ad Arrigo Valenti mancassero cinquemila lire da render servizio a un amico in un cattivo quarto d'ora, e non poteva neanche, per le buone creanze, aver l'aria di non crederlo.

Per altro, se Orazio Ceprani aveva chinata la testa, l'aveva in sua vece rizzata il signor Cesare Gonzaga.

– Ma le ho io! – diss'egli, entrando terzo nella conversazione, e facendo dare un balzo di maraviglia ai due giovani. – Non si sa mai, ho detto tra me e me, nel partire da Reggio. Anzi, vedi, Arrigo mio, è stata questa la ragione vera per cui ho ritardato un giorno a venire. Tu mi perdonerai, Arrigo; – soggiunse, mentre metteva mano al suo portafoglio, gonfio di biglietti di Banca e sprovveduto di biglietti di visita; – credevo di aver a fare con un nipote… d'altra specie, e perciò ero venuto con molta munizione. Ho ventimila lire qua dentro, e il resto in una tratta sul banco Manfredi. Eccole dunque, signor Ceprani carissimo; questi son cinque da mille. —

Orazio Ceprani era rimasto interdetto; non sapeva se dovesse prender subito, o rifiutare, almeno per cerimonia: intanto abbozzava un “ma io, veramente…„ di un effetto assai comico.

– Non faccia complimenti, la prego; – ripigliò il Gonzaga. – Ella è amico di mio nipote, e gli amici di mio nipote sono i miei. Alle corte, non mi vuole per creditore?

– Oh, che dice ella mai? – mormorò il Ceprani, commosso. – La ringrazio, ed accetto, perchè il bisogno era urgente, e sono ottantamila lire che mi costerà questa liquidazione di gennaio. Grazie anche a te, Arrigo, – soggiunse, mentre intascava i cinque biglietti, – perchè in casa tua ho ricevuto il benefizio. Vado dunque a raccogliere tutte le mie forze, i miei ottantamila franchi, ed ahimè non per condurli alla riscossa. Si pranza insieme, quest'oggi?

– Perchè no? – disse Arrigo. – Si potrebbe anzi incominciare dalla colazione, se hai tempo.

– Lo troverò. Per che ora?

– Ma, non saprei; bisognerà sentire mio zio.

– Oh, non badare a me; – disse il Gonzaga. – Io son vecchio, e i giovani sentono forse più presto le voci dello stomaco.

– A mezzodì, allora? O alle undici?

– Sia pure per le undici.

– Tra un'ora, dunque; – conchiuse il Ceprani, guardando l'orologio. – Mi diano il tempo di correre alla Borsa, e sono subito di ritorno. Vuoi nulla, tu?

– No, – disse Arrigo, – ci ho il mio agente. A rivederci. E bada, non più Ausonia, per ora! —

Orazio Ceprani rispose con gesto, che voleva dire: “ho capito„ e poi si dileguò, come da corda cocca.

Arrigo fu molto soddisfatto di vederlo partire.

– Finalmente! – mormorò. – Il passo sarà libero, ora. Se permetti, zio, vado a dare libertà a qualcheduno. Con questi amici, che ronzano sempre ne' miei paraggi, bisogna sempre stare in vedetta.

– Fammi almeno sapere dove debbo ritirarmi, per lasciar passare i tuoi misteri, – disse ridendo lo zio.

– Oh, non importa, c'è un'altra scala. Il guaio è che mette in una via troppo vicina all'ingresso principale. Uno che esca di qua e svolti nella strada di fianco… capirai!

– Capisco, può indovinare i tuoi segreti di Stato, o di Banca. Anzi, diciamo addirittura di Banca, per restare nel genere femminile. —

Arrigo fece un gesto di ragazzo contrito, e andò nella camera attigua. Due minuti dopo era di ritorno.

– Del resto, – disse il Gonzaga, tanto per riattaccare il discorso, – un bravo giovanotto, quel Ceprani?

– Ah, sì, lascia che ti sgridi, caro zio! – rispose Arrigo, mettendosi sul grave. – Che prodigalità son queste? Hai le mani bucate, a quanto pare. Sei appena arrivato in Roma, e già ti adatti all'ufficio di vittima. Caleranno i corvi, non dubitare, caleranno a centinaia, per levarti i pezzi. Qui, dopo l'acqua, delle fontane, non c'è altra abbondanza che di corvi.

– Non mi credere troppo stolido, via! – replicò il Gonzaga. – Una volta non conta per uso. Ma non è tuo amico, questo Ceprani?

– Amico, sì, non lo nego. Ma gli amici non hanno da esser mica vampiri, per succhiarci il nostro sangue. Caro zio, ci ho una massima, io: il cielo per tutti, e ognuno per sè. A buon conto, io non ho mai chiesto nulla a nessuno. —

E il viso di Arrigo aveva preso una espressione di durezza, che diede nell'occhio, ma più ancora sui nervi, al vecchio Gonzaga. Non era più quello, perbacco, il viso di sua sorella Cecilia.

– Ne sei ben sicuro? – diss'egli, dopo un istante di pausa. – Ed anche senza ricorrere alla borsa altrui, non ci sono servigi che ci è mestieri qualche volta di fare, o di chiedere? Le amicizie, così belle nel loro disinteresse, in certi momenti, e senza secondi fini, non sono esse un capitale che si sfrutta?

– È un'altra cosa; – rispose Arrigo. – Il Ceprani è mio amico. Spenda la mia amicizia, la faccia valere, ma non tocchi la mia borsa.

– Sei troppo rigoroso; – notò il vecchio. – Ma che uomo è costui?

– Un buon diavolo, ed anche onesto, per quel che fa la piazza; ma di affari s'intende com'io di greco, che n'ho avuta una tintura al Liceo. Aggiungi che ha una mano così disgraziata, da guastare tutto quello che tocca. Ha sempre qualche preziosa notizia, per certe sue attinenze con uomini di governo, ed io ne cavo profitto… facendo tutto il contrario di ciò ch'egli fa.

– Vedi dunque che tu lo spendi; in qualche modo fai capitale di lui.

– Eh, se tu la intendi così, caro zio, tutti avranno diritto ad una parte della mia sostanza, mentre io so di non doverla che a me.

– Ah, sì, parliamone un poco, – disse il vecchio, cui capitava la palla al balzo. – Ti sei dunque fatto uomo di banca?

– Come vedi, lavoro, senza affaticarmi troppo.

– E la giurisprudenza?

– Da banda. Ho compiuti i miei studi; serviranno a tempo opportuno, quando sarà il caso di pensare agli onori. Anche con l'avvocatura si arriva; ma il mondo mormora. Si ha invidia degli avvocati, caro zio, e non c'è politicante da caffè che non tiri la sua sassata ai ciarloni. Per altra via, e più sicura, io fo conto di arrivare.

– Arrivare! E dove?

– Zio! – sclamò Arrigo, guardando il vecchio con aria di stupore. – Sei tu che me lo domandi? Tu, che sei arrivato… dall'India?

– Sì, dall'India a Brindisi, e via discorrendo, – rispose il Gonzaga. – Ma tu, dove diamine vuoi arrivare?

– Alla fortuna, alla potenza, alla felicità.

– Egregiamente, e lo studio ti ci avrebbe condotto, per una via più lunga, lo concedo, ma più sicura, e con miglior compagnia. Perdonami la franchezza.

– È la tua opinione; – rispose Arrigo, inchinandosi, – ma non è egualmente il tuo esempio. Sicuro: che cosa hai fatto tu, mio ottimo zio? È forse lo studio delle leggi, son forse i libri, che ti hanno dato ricchezze e buon nome per giunta?

– Non parliamo di me; io le ho fatte grosse.

– Parliamone, anzi. Ti sei accorto un giorno di avere sprecata la tua giovinezza e le tue sostanze in parecchie follìe…

– Tra le quali un paio di guerre per l'indipendenza del mio paese; ti prego di metterle in conto; – interruppe il Gonzaga.

– Ci venivo dopo, – replicò Arrigo prontamente, – e volevo anche aggiungere una pena di cuore…

– Lascia stare, non frugar nelle ceneri! – gridò il vecchio, turbato.

– Perdonami, zio; me ne aveva fatto cenno mia madre. Infine, ecco qua: io, ammaestrato dagli esempi della tua prima giovinezza e non avendo più nobili follìe da commettere, poichè ho avuta la… disgrazia di nascere troppo tardi, incomincio da dove tu hai cangiato sentiero. So bene quel che vuoi dirmi; le gaie spensieratezze, il vivere conforme alla propria età, l'aspettare la fortuna, facendo versi cattivi e abbaiando alla luna! Il secolo invecchia, caro zio, e non vuol più saperne, di questi perditempi. “Essere o non essere, ecco il punto.„ Vedi? Se tu non ami la prosa, questa è poesia, e di un sommo. Il mondo è di chi se lo piglia; e perchè lo lascerei afferrare da tanti, mentre anch'io sento di avere una mano, che può far servizio come quella degli altri? Ogni cosa a suo tempo, lo capisco; ma chi ha tempo non aspetti tempo. Fare e far subito: e poichè il denaro è il nerbo della guerra, pensiamo al denaro. C'erano degli uomini, sai, i quali si credevano ogni cosa al mondo, solo perchè avevano il denaro, e, mentre gli altri guardavano fidenti all'orizzonte lontano, essi vogavano sodo, alla galeotta, tirando bravamente a sè. Anch'io ho imparato il loro giuoco, e c'est pas plus malin que ça. Non sono io un savio ragazzo? Credevi di dover venire a frenarmi, fors'anche a trattenermi sull'orlo del precipizio, ed ecco, tu trovi invece che io vado di buon passo per la strada maestra. Non avrai che a lodarmi, zio, e mi favorirai più volentieri in ciò che io sono per chiederti. Perchè, vedi, di te ho bisogno davvero; non mi vergogno di ricorrere a te, e sarò lieto di chiamarmi tuo debitore. —

Il discorso era stato brutto, o almeno poco simpatico; ma la chiusa era molto migliore.

– C'è ancora qualche cosa, lì dentro; – pensò lo zio Cesare, che già aveva incominciato a scandalizzarsi, fiutando l'egoista.

E rifacendosi la bocca in quella chiusa più garbata, rispose:

– Sì, per l'appunto, che cosa volevi da me? Se non ti occorrono consigli di saviezza e non hai bisogno ch'io paghi i tuoi debiti, in che altro può esserti utile uno zio? fammi il piacere di dirmelo.

– Ecco, in poche parole ti spiego ogni cosa; – replicò il giovinotto.

Ma proprio in quel punto, un'altra scampanellata all'uscio di casa ruppe il filo del discorso di Arrigo.

– Diamine! – esclamò lo zio Cesare. – Ecco un altro importuno.

La maliziosa figura di Happy comparve poco stante sul limitare.

– Il signor conte Morati di Castelbianco; – disse il servitore, tirandosi da un lato.

Arrigo si era prontamente alzato.

– Perdonami, zio; – diss'egli inquieto; – proseguiremo il nostro discorso più tardi.

– O lo incominceremo; – commentò lo zio; – perchè finora non mi avevi detto nulla. —




III


Il nuovo venuto era un signore smilzo, dalla faccia scarna e dalla pelle risecchita, che pareva di cartapecora; ma aveva i capelli e i baffi neri morati, veramente degni del suo cognome. Gli occhi erano grigi, e non dovevano vederci molto, perchè il conte, abbassando la testa con un atto che pareva di consuetudine, e che lo aiutava a nascondere nella cravatta le grinze del collo, si piantava, entrando nello studio di Arrigo Valenti, una lente cerchiata d'oro nella cavità dell'occhiaia destra. Era vestito all'ultima moda, d'un soprabito nero con le rivolte di seta, la cravatta di colore, permessa soltanto di mattina ai moderni cavalieri, i calzoni grigi, di stoffa e disegno autenticamente inglesi, e finalmente un pastrano corto di panno chiaro, tra il verde oliva e il lionato.

Arrigo gli era andato incontro con molta premura.

– Conte, – diss'egli, – che fortuna è questa per me!

– Caro Valenti, – rispose quell'altro, con una vocina di chioccia infreddata e smozzicando l'erre, – dite il piacere di venire a vedervi. Ci trascurate un pochino, sapete? Speravo di vedervi a cavallo, quest'oggi, ma voi vi siete rintanato in casa, mio bel tenebroso! Perciò sono venuto a scovarvi, e devo a questa amichevole risoluzione la vista di un piedino meraviglioso. Finora, in parola d'onore, di piedini così belli non ne avevo veduto che in casa mia.

– Che dite mai, conte? – esclamò Arrigo, sconcertato dal paragone.

– Sì, proprio; – continuò il Ganimede; – se non avessi veduto che il piedino, avrei giurato che fosse quello di mia moglie. Ma la dama che ho veduta qui presso, in via Sallustiana, era vestita di color marrone. Ora la contessa odia i marroni; non può soffrire neanche il colore. —

Cesare Gonzaga osservò che suo nipote era sulle spine. Via Sallustiana, la scala di là, il colloquio d'affari, gli si affacciarono alla mente collegati per un filo arcano alla dama del piedino maraviglioso.

– Conte, – diceva frattanto Arrigo, per rompere quel discorso così poco piacevole, – permettete che vi presenti mio zio, giunto a Roma stamane.

– Ah, l'aspettato, il desiderato marchese Gonzaga? Fortunatissimo di conoscerla! – disse il conte Morati.

– Sì conte; – rispose il vecchio inchinandosi. – Cesare Gonzaga, per obbedirla, ma senza il titolo che la sua bontà mi attribuisce.

– Zio, ci hai diritto; – entrò a dire Arrigo, che non poteva mandar giù quella rinunzia alla corona marchionale. – Sei l'ultimo dei Gonzaga di Luzzara, e questi sono sempre stati marchesi. In casa tua c'era anche l'albero genealogico.

– Ah, l'albero! – rispose il vecchio ridendo. – Sì, c'era, in casa; ma il giorno che non diede più frutto, mano alla scure, e ziffe! Ho bruciato l'albero, signor conte, e mi son rifatto modestamente dal ceppo.

– Ella è molto ricco, da quanto mi ha detto Arrigo; – notò il conte Morati. – È un'altra bella cosa. Io, per dirle la verità, vado allegramente in rovina. —

E sedette, il vecchio Ganimede, facendosi una spagnoletta.

– Diamine! – pensò Cesare Gonzaga. – Debbo io tirar fuori il portafogli, o tenerlo ben chiuso in tasca?

– Ma intendiamoci, – proseguiva il conte, scherzando con le parole come le sua dita scherzavano con la carta velina, – adagino, senza fretta. Non ho figli, nè conto di averne per ora. E mi verrà forse il desiderio, più tardi? Io già non li amo, i ragazzi. Quando sarò più avanti con gli anni, chi lo sa? Basta, mio caro Valenti, – soggiunse il conte, accostando la spagnoletta alla fiamma della candela, che Arrigo gli aveva premurosamente accesa, – ho veduto, venendo da voi, il più bel piede d'Italia. E poco dopo, davanti al vostro portone, i due più bei cavalli d'Inghilterra. Vengono, nientedimeno, dalle scuderie del duca di Blackborne. Li possiede il Meissner, che se ne va da Roma e vuol venderli. Che stupendi animali! Il piedino mi è sfuggito, perchè entrava allora in un brumme, che andò via di galoppo; ma i cavalli, perbacco, non dovrebbero sfuggirmi. Appena uscito da voi, passo dal mio ministro delle finanze, e se ha danari in cassa, mi slancio a conquistar la pariglia.

– Conte, – disse Arrigo, che aveva frattanto ricuperata la sua calma, – se il vostro ministro delle finanze tenesse fermo sulle economie, ricordate che la mia cassa è ai vostri comandi.

– Grazie, Valenti, grazie infinite.

– Accettate, dunque?

– Accetterei, dato il caso; ma il caso non si darà. Il mio ministro è un brav'uomo; mi rizza un po' il muso, quando mi vede dare certi strappi; ma poi si rimette, e quando non ne ha più, è segno che ne ha ancora. È un ministro prezioso, in fede mia! Venite a pranzo da noi, quest'oggi? La cosa spiacerà un pochino a mia moglie, che non vi ha tra le sue simpatie; ma non importa, rideremo. —

Cesare Gonzaga stava ascoltando a bocca aperta quello strano personaggio, che sfringuellava con tanta leggerezza i fatti suoi. Ma quando il signor conte venne a parlare delle antipatie della moglie, non seppe più trattenere una piccola osservazione.

– Arrigo, ti fai dunque odiare a questo modo?

– Non badi; – rispose il conte. – Si tratta di capricci, di ubbìe femminili. La contessa stima molto il mio amico Valenti, ma le pare troppo serio, troppo asciutto, e che so io. Del resto, mio caro Arrigo, penso anch'io che Giovanna abbia un po' di ragione. Siete troppo grave, troppo asciutto, troppo savio, per la vostra età. Si direbbe che non siate mai stato giovane.

– Proverò a diventarlo poi; – rispose Arrigo, sorridendo pacatamente, come un dio dell'Olimpo.

– Ah, meno male! Venite dunque?

– Conte, quest'oggi è impossibile. Mio zio è arrivato stamane.

– È vero, non ci avevo pensato; bisogna star con lo zio. Ma più tardi, almeno, per il tè? Presentiamo lo zio alla contessa, e son certo che le piacerà più del nipote. Accetta, signor Gonzaga?

– La bandiera ha dunque da coprire la merce? – disse lo zio Cesare. – Bandiera vecchia, ahimè! —

Il conte fece una spallucciata, a quelle parole del Gonzaga.

– Vecchia? Eh via! – esclamò. – C'è egli dei vecchi tra noi, se escludiamo suo nipote? Badi, dunque, annunzio la sua visita. Ella troverà molta gente, quel che ci vuole per esser più liberi. Avremo parecchie tra le celebrità femminili di Roma, che, in punto di donne, ha sempre l'impero del mondo; per esempio la Savelli, bellezza stagionata, se vogliamo, ma solida; la Carini, che è sempre tanto carina; la Manfredi, che è un fiore appena sbocciato… —

Arrigo a quel punto interruppe la rassegna, che poteva diventar lunga come quella delle navi, in Omero.

– Verranno i Manfredi? – diss'egli. – Senti, zio? Ecco una buona occasione per te. —

Lo zio Cesare, che quel lieve accenno ad un fiore appena sbocciato aveva già fatto fremere, sollevò lentamente il petto, come per chiuder la via ad un sospiro; poi crollando la testa, rispose:

– Ti pare? Non ho ancora veduto Andrea.

– Conosce il senatore Manfredi? – gridò il conte Morati di Castelbianco. – Un uomo d'oro, al proprio e al figurato!

– Se lo conosco! – rispose Cesare Gonzaga, mettendo quella volta liberamente il sospiro che aveva trattenuto da prima. – Andrea Manfredi fu il mio amico di gioventù, il mio compagno di studi, il mio fratello d'armi. Abbiamo combattuto insieme, in questa Roma divina! Che direbbe ella dei fatti miei, signor conte, se io, amico suo da tanti anni e ritornato finalmente nella città dov'ella abita, la dovessi combinare in casa d'altri, senza esser venuto direttamente, prontamente, a cercarla?

– Eh via, zio! – entrò a dir Arrigo. – Ci vai dopo colazione, e il colpo è fatto.

– Arrigo consiglia bene, come sempre; – notò il conte. – È veramente Arrigo il savio; lo ascolti. Siamo dunque intesi; a rivederla questa sera, e lietissimo della fortunata occasione. Addio, Arrigo! Vado dal ministro delle finanze, per quella pariglia che mi sta sul cuore… come quel piedino di fata.

– Sempre? – disse Arrigo, ridendo per quella volta liberamente.

– Che ci volete fare? Sono un povero peccatore che il diavolo ha sempre pigliato dai piedi. —

E se ne andò, ridendo della sua frase, che gli era parsa argutissima.

Rimasto solo con Arrigo, il vecchio Gonzaga si piantò davanti al nipote e gli ficcò addosso gli occhi scrutatori.

– Dimmi, Arrigo… il piedino di via Sallustiana…

– Non mi chieder nulla, zio; – rispose quell'altro. – Il Castelbianco mi aveva fatto da principio una gran paura. E adesso, poi, adesso che son vicino a ricogliere il fiato!.. Se tu non fossi venuto quest'oggi, direi che è un giorno nefasto.

– Ma lui… il conte…

– Corteggia le ballerine, le mime, le cavallerizze. Ha sessant'anni e tinge disperatamente. È una caricatura.

– Eh, l'ho veduto. E facendo ridere, il che è già brutto, va anche in rovina?

– Non lo credere; – rispose Arrigo. – È un suo vezzo di parlare così, un ticchio di gran signore. Ne ha spesi molti, in gioventù, ma ancora oggi può valere un paio di milioni. Ed è conte.

– Che cosa vuol dire?

– Vuol dire moltissimo, zio. Anzi, vedi, ti prego di non incocciarti nella tua democrazia, che fa a pugni col tuo casato. Qui il disprezzo dei titoli non è di moda. Chi ne ha uno lo inalbera; chi non l'ha lo inventa. I titoli nobiliari son tutto, perfino negli affari, ove non dovrebbero aver valore che quelli di banca. Non si fa un consiglio d'amministrazione di miniere, di strade ferrate, di vapori e via discorrendo, che non ci mettano una mezza dozzina di corone. Non fanno nulla; ne ho sentiti io che dicevano cose… dell'altro mondo; ma non importa, ci stanno bene, decorano. Ed anche nelle livree, senti, una corona non guasta.

– Che follìe! – esclamò il Gonzaga.

– Follìe! – Lo dici tu, che ritorni dall'India. Ma il nostro mondo occidentale è fatto così; prendiamolo com'è. —

Il vecchio Gonzaga stette alquanto sopra di sè; poi disse, con accento malinconico:

– Arrigo, Arrigo, sei tu che parli così? La nobiltà del sentire e dell'operare, quella è la vera. Anch'io amo i bei nomi… quando sono portati bene da non degeneri nipoti. Ma poi, vedi, la penso come Isocrate. Ti parrà strano che io venga dall'India per citarti Isocrate; ma non ti stupire, è un ricordo di scuola. Per Isocrate, adunque, la nobiltà risiedendo tutta nel capostipite e derivando da lui, valeva meglio che l'uomo fosse egli capostipite della propria. Chi erano gli antenati di Pipino d'Heristal? Se ne conosce uno, uomo dappoco, e solo da Pipino d'Heristal incomincia il lustro dalla casata. Aggiungi a questo Pipino la gloria di altri due nomi, Carlo Martello e Carlo Magno, perchè io ti ho voluto citare l'esempio più favorevole alla tua tesi; e che cosa vien poi? che cosa rimane della stirpe nobilissima? Un branco di sciocchi. Dunque, ragazzo mio, non ci vantiamo tanto di una nobiltà che non è discesa “per li rami„ e cerchiamo invece di fabbricarcene una, che sia ben nostra, e frutto di azioni virtuose. —

Arrigo Valenti non la intendeva così.

– Parole! – mormorò egli. – Ma nel fatto…

– Orvia, non voglio sentir altro! – gridò Cesare Gonzaga, che incominciava a perdere la pazienza. – Vedi, Arrigo, se tu non amassi, la qual cosa mi riconcilia un pochino con te, ti crederei diventato cattivo.

– Amo, sì! – disse il giovane, – e appunto perciò ti ho pregato di venire a Roma.

– Alla buon'ora! E in che modo potrei servirti io?

– Presentandomi in casa Manfredi.

– Oh! – disse lo zio, inarcando le ciglia. – E dovevo venir io a bella posta dall'India?

– Come per citarmi Isocrate, sicuro. Ecco qua, zio, lo stato delle cose. Il senatore Manfredi è molto sostenuto con me. Con tutte le mie relazioni, con tutti i miei denari, non mi riesce di penetrare in quella casa. Ci troviamo spesso insieme, ora in una conversazione, ora in una festa da ballo; ma niente mi serve; il banchiere senatore è sempre di ghiaccio con me, ed io non ho potuto ancora rompere quel ghiaccio. —

Cesare Gonzaga era stato a sentire attentamente il discorso di suo nipote. Appena questi ebbe finita la sua esposizione, il vecchio rimase un pochino sovra pensiero, masticando qualche frase, che stentava ad uscirgli di bocca.

– Parliamoci schietto; – diss'egli finalmente. – Saresti in qualche cosa venuto meno a certi principii?.. Andrea, se è sempre l'uomo che io ho conosciuto, su certe materie non ischerza.

– Zio, – rispose Arrigo con accento sicuro, – non ho mai fatto cosa di cui debba arrossire. Ho imparato da ragazzo a meditare sulle mie azioni, e se sono venuto al punto di non far mai se non quello che metteva conto a me, credi pure che ci sono riuscito senza offendere il diritto degli altri. Il Manfredi non mi ha in grazia. Perchè? Lo saprà lui; fors'anche non lo saprà. Ci sono qualche volta delle antipatie irragionevoli. A buon conto, egli non sa che io sia tuo nipote, nè io ho creduto prudente di dirglielo, amando meglio di aspettare, per ferire un gran colpo. Una sera, in casa Savelli, me presente, ricordando nomi ed uomini del passato, egli venne a parlare di te, e il suo gelo si squagliò come per incanto; ti citò come un esempio di alto carattere, come un modello di amico; insomma, ne disse tante, che lasciò tutti maravigliati, non solamente dei tuoi meriti, ma anche della sua eloquenza. In verità, non ne aveva mai sfoderata tanta in Senato.

– E allora, – osservò il Gonzaga, ridendo – ti è venuto in mente di chiamare a Roma quel fior di virtù? Guasti pur troppo la bella immagine che io m'ero formata dell'amor tuo. Bene! bene! La gioventù è sempre un pochino egoista. Già, per dirtela schietta, mio caro nipote, in parecchie cose ti vorrei vedere, per la tua età, meno uomo. È una mia idea, ed avremo tempo a discorrerne. Dimmi, invece, come e perchè ho da servirti io, presso il banchiere Manfredi? Di credito non ne hai bisogno, a quanto so. Vorresti forse entrare in qualche operazione bancaria con lui?

– Ha una figlia; – rispose Arrigo.

– Ah! Il fiore appena sbocciato; – disse lo zio Cesare, sospirando da capo. – E l'ami?

– La voglio.

– È un po' diverso, ma potrebb'essere, in certi casi, lo stesso. Ma, scusami, e quell'altra? Povera donna…

– Oh, Dio mio! Ce ne son tante, di queste povere donne!

– E perchè ce ne son tante, tu vorresti aggiungerne un'altra?

– Infine, – disse Arrigo, vedendo che lo zio si rabbruscava, – non credere che ella mi ami. Mi ha detto, anzi, che tutto ha da finire tra noi.

– Giuramelo! che cos'hai di più sacro?

– Per la memoria di mia madre; – rispose Arrigo.

Il vecchio si rasserenò, udendo l'invocazione, che non poteva essere bugiarda.

– Quand'è così; – riprese, – tanto meglio! In fondo, non mi mettevo io a predicare la costanza… nella illegalità? Bei consigli da vecchio! Or dunque, mio bell'Arrigo, sebbene mi dispiaccia un pochino di rifar la vita dei salotti e delle conversazioni, spendimi pure; sarò il tuo uomo. E dimmi, ci sono già vincoli, in aria?

– No, – disse Arrigo, che aveva capito a volo, – ma potrebbero venire. C'è un conte che mi dà noia.

– Sei amato?

– Credo.

– Ma bravo! E navighi così, tra questa e quella, tra la riva e gli scogli?

– Credi, buon zio, che sono assai più vicino alla riva.

– Ehm! – rispose il Gonzaga. – Se debbo giudicarne da poco fa, tu rasenti ancora troppo gli scogli. —

Arrigo diede in uno scoppio di risa. Passato il pericolo, anche un marinaio può ridere così.

– Caro zio! – esclamò egli, abbracciando il vecchio cortese. – Sei giovane, tu, pieno di fuoco. Ci scommetto che a te piacerebbe più lo scoglio, anche a rischio di dare in secco.

– In secco, no! – rispose lo zio Cesare. – Ma via, non mi far parlare… come il tuo conte di Castelbianco. —

Ridevano le due età, così lontane l'una dall'altra, che la voce del sangue aveva ravvicinate. Arrigo Valenti intravvedeva la vittoria e già gli pareva di metterle la mano nei capegli. Cesare Gonzaga era in fondo un po' triste, perchè aveva trovato il suo nipote troppo savio, troppo calcolatore, forse per eredità di esempi paterni; ma infine, ci aveva trovato anche qualche sentimento gentile, soave eredità di sua madre, che gli affari di banca e le vanità sociali non avevano intieramente soffocato. Del resto, egli era venuto, e con la sua autorità di zio sperava di richiamarlo sul retto sentiero. Arrigo, a buon conto, era ancor giovane, e amava la figliuola di Andrea Manfredi, del suo amico, del suo compagno di studi, del suo fratello d'armi, del suo…

Ma un'altra scampanellata all'uscio di casa interruppe la conversazione dei due personaggi, ed è giusto che interrompa anche il periodo al narratore.

Ritornava il signor Orazio Ceprani, uomo di borsa, e di cappa e di spada, cavaliere compitissimo e disgraziato per giunta. In un'ora aveva dato sesto alle cose sue, e giungeva trafelato, quantunque fosse andato e tornato in carrozza.

– Sono allegri! – diss'egli, entrando nello studio e trovando zio e nipote ancora in atto di ridere.

– Ma sì; – rispose Arrigo. – E tu, Orazio, hai una cera da funerale. —

Orazio Ceprani tentennò malinconicamente la testa.

– Eh, credi, caro mio, – rispose egli, – che ottantamila lire non sono come un mucchio di soldi nella scodella di un cieco. Che liquidazione si prepara! Anche tu, scusami, non hai mica da stare allegro!

– Perchè? – chiese Arrigo, chiudendo gli occhi a mezzo e allungando le labbra, con quell'aria di cortese ironia che abbiamo già veduto, al suo primo apparire nello studio.

– Perchè il Verni è fuggito, a quanto dicono, e credo ti levi di tasca un ventimila lire.

– Una bella somma! – notò Cesare Gonzaga. – Una povera famiglia ci camperebbe dieci anni.

– Pazienza! – rispose Arrigo, sorridendo ancora, sorridendo sempre. – Il Verni, per tua norma, io lo avevo già calcolato tra i dubbi. Caro mio, non ci ha da esser niente di impreveduto nella vita di un uomo. Si studiano dapprima tutte le probabilità, favorevoli e contrarie, e poi si giuoca la posta. Così, vedi, Orazio, questa perdita io l'avevo preveduta. Ho venduto a lui, sapendo in anticipazione di perdere, per non aver l'aria di un taccagno. Il Verni frequentava la migliore società. Ora, ecco un uomo in mare. Me ne duole per lui; quanto alla perdita… —

In quel momento Happy era comparso sull'uscio per dire:

– Il signor cavaliere è servito.

– Sta bene, – ripigliò Arrigo Valenti. – Quanto alla perdita, essa non c'impedirà di fare una buona colazione, se il cuoco non è fuggito, o non ha perduta la testa. Zio, per farti strada! —

E passò avanti, il felice Arrigo, e gli altri due lo seguirono nella sala da pranzo.




IV


La contessa Giovanna Morati di Castelbianco, presso la quale andremo ad aspettare i nostri personaggi, con la certezza di conoscerne altri parecchi, fior di cavalieri e di dame, la contessa Giovanna, dico, era una bella donna sui trentadue. È una brutta cosa, lo so, contar gli anni alle donne; ma i narratori hanno dall'ufficio loro il triste obbligo di essere più noiosi dei presidenti di tribunale; i quali, almeno, procedendo all'interrogatorio di una bella testimone, possono incominciare, quando sono galanti, press'a poco così:

– Signora, quanti anni ha? Ventidue, non è vero? —

Dunque, la contessa Giovanna ne aveva già trentadue; età, dopo tutto, in cui la bellezza è giunta al suo pieno rigoglio, e può ancora aspettare una lieta maturità. Una bell'alba, sicuramente, ha i suoi pregi, e piacerebbe anche al re Saulle, che fu, come sapete, l'uomo più scontroso e bisbetico della storia. Ma un sole al meriggio, Dei immortali! Un sole al meriggio scotta. E la bellezza della contessa Giovanna era proprio così, per testimonianza di molti, che s'erano argomentati di godere accanto a lei d'un calor temperato; scottava senz'altro. Molto grave, tuttavia, sotto le mostre di una conversazione arguta e di una affabilità costante; più grave allora, quasi melanconica, e in certi momenti anche triste. Pareva che la sorte, concedendole la ricchezza e lo sfarzo di una condizione invidiata, le fosse stata avara di ciò ch'ella avrebbe desiderato assai più, come a dire una felicità più modesta e più ignota. E taceva, nondimeno, il suo intimo tormento; e si padroneggiava, obbligata com'era a ricevere, a sorridere, a dir parole garbate; ma in quell'ufficio di cortesia si indovinava lo sforzo, e quella sera più che mai.

Povera donna, mal maritata! Sentite i discorsi che le faceva, dopo tavola, il suo signore e padrone. Avevano pranzato un poco prima del solito, perchè ella avesse tempo a disporre ogni cosa per il suo tè. Era un tè semplice e semplicemente annunziato; ma diventava sempre, aiutando il numero dei convitati e le voglie della gioventù, un tè danzante. Si dice danzante, o danzato? Nè l'uno, nè l'altro, probabilmente; era invece un tè, che quando c'eravate tutti voi, insieme con tutti noi e con tutti loro, si tirava discretamente nell'ombra, e lasciava che da una parte si ballasse, dall'altra si giuocasse, e più in là si trovasse anche una succulenta imbandigione, la quale non so perchè non si chiamasse cena a dirittura. I tè, chiamati anche martedì, della contessa Giovanna, duravano dai primi di gennaio fino agli ultimi di febbraio, e godevano di una riputazione straordinaria; ma non ci si era ammessi molto facilmente, e il numero dei cavalieri non oltrepassava d'ordinario i cinquanta, tra vecchi amici di casa ed altri, che, avendo conosciuto i Castelbianco in qualche società e portato al palazzo della contessa due biglietti di visita, erano stati ricambiati da un biglietto di visita del conte. Le amiche e nemiche intime di Giovanna, quasi sarebbe inutile il dirlo, accorrevano tutte, e, sebbene non ci fosse la pretesa di un ballo, ci andavano in grand décolleté. Dico la cosa in francese, perchè non c'è in italiano, e se c'è, non mi piace trovarla.

I Castelbianco si erano alzati da tavola, e la contessa si muoveva per andare nelle sue camere ad abbigliarsi, mentre il conte aveva accennato all'idea di dare una corsa fuori di casa.

– È sperabile, – notò la signora, – che non farete stasera come l'altro martedì, e non andrete al vostro eterno circolo.

– Non andrò; – disse il conte, sospirando.

– Capisco, per voi è un sacrifizio rinunziarci; – replicò la signora.

– Che dite, mia dolce amica? Mi ci diverto, in casa, mi ci diverto un mondo. Ma quando mi ci sarò ben divertito, – continuò il conte, mutando il sospiro in un mezzo sbadiglio, – non saprò più che fare, nella mia beatitudine. Ah, Giovanna, perchè non siete voi… la moglie di un altro? Vi farei una corte spietata, e non senza qualche speranza.

– Vi ringrazio del buon concetto che avete di me.

– Si scherza. Ma, dopo tutto, essendo io l'aspirante… Vedete che il rischio non è tale da spaventarmi. Siete bella, Giovanna, avete una testa da imperatrice, e, per andare fino in fondo, il primo piedino dell'universo. Ma non siete più sola, badate!

– Che cos'è quest'altra stravaganza? – domandò la contessa, seccata da quei discorsi sciocchi, ma non potendo tuttavia trattenersi dal ridere.

– Eh, vorrei che lo aveste veduto, come l'ho veduto io questa mattina, in via Sallustiana. Un piedino, che pareva il vostro! Non andate in collera, mia dolce amica. Ammirandolo come ho fatto, non son venuto meno a nessuno dei miei doveri. Mi pareva tanto la stessa cosa, che a tutta prima ho pensato a voi, e mi son chiesto quale delle vostre amiche abitasse lassù.

– Bella! – esclamò la contessa. – Son forse andata a far visite?

– Capisco, ma che volete? Lì per lì, mi era parso che poteste esser voi. Per fortuna, se non ho veduto il viso, ho veduto una veste color marrone; e voi il marrone lo odiate.

– Esagerazione! Non mi piace tanto, ecco tutto; – rispose la contessa, scuotendo la sua bella testa da imperatrice. – E che cosa andavate voi a fare lassù?

– Volete saperlo? Andavo a trovare il mio amico Valenti; quel poveraccio che voi non potete soffrire.

– Altra esagerazione! – ribattè la signora. – Mi è indifferente, e voi, a furia di dire queste cose, finirete col fargli credere che qui si parla molto di lui.

– Giustissima, l'osservazione! – disse il conte. – A proposito, stasera vi presento suo zio, tornato dall'India, il signor Cesare Gonzaga, un bell'uomo, ancor giovane, coi suoi capegli grigi, che ha la debolezza di non voler essere chiamato marchese, essendolo: come un altro, non essendolo, avrebbe quella di farsi dare quel titolo. È un carissimo uomo, del resto, e metterà un po' di brio in questi vostri ricevimenti, che mi paiono, scusate, un tantino monotoni.

– Ci vengono tutti i vostri amici, e le mie amiche migliori; – osservò la contessa.

– Ah, sì, parliamone, delle vostre migliori amiche. La Savelli, che non è male, ma sta dura, intirizzita, come un idolo indiano. La Carini, che è carina, ma non ha preferenze che per i capegli bianchi; che posa! La Robusti, che non ha spalle, e vuol farlo sapere. La Gleisenthal, che è stravecchia e oramai dovrebbe smettere.

– Smetter che? Di venire a vedere un'amica? – ripigliò la contessa. – Del resto, le volete giovani e belle? C'è la Manfredi.

– Sicuro, una fanciulla. Ma che strana tenerezza vi ha presa, che volete dappertutto quel fiorellino appena sbocciato? A teatro con voi; in carrozza con voi; a casa, non se ne parla neanche. E al solito capiterà per la prima. Badate, Giovanna; una marchesa che amai, quando ero giovane, cioè, quando ero più giovane, mi diceva…

– Qualche storiaccia delle solite!

– Bene, vi farò grazia della storia, vi riferirò soltanto la morale: “Noi donne abbiamo il torto di non esser gelose delle ragazze; e queste, frattanto, si prendono la nostra bellezza, si vestono della nostra grazia, e ci rubano il posto.„

– A me, – disse Giovanna, – non ha da rubar nulla.

– E non parlo per voi, moralizzo in genere; – rispose il conte. – Ma io, ora, vi faccio perdere un tempo prezioso, e dimentico di avere anch'io qualche cosa da fare. A rivederci tra un'ora, mia dolce amica, e non vi adirate con la mia esperienza. Quando saremo vecchi, ci servirà. —

Vispo come un ramarro, saltellante come una cutrettola, il ritinto Alcibiade se ne andò a prendere una boccata d'aria, non senza l'intenzione di dare una scorsa al suo circolo. La contessa si ritirò nelle sue camere per abbigliarsi. Mai, come quella sera, Giovanna di Castelbianco aveva avuto così poca voglia di mettersi in abito di ricevimento. Piuttosto, ne aveva molta di piangere; e non poteva, pur troppo, perchè la cameriera doveva venire a vestirla, e una padrona di casa, giovane e bella, non ha da farsi vedere mai con gli occhi rossi dalla sua gente di servizio.

La contessa Giovanna era pur da compiangere. I suoi ricevimenti, le sue feste, l'avevano gradevolmente occupata da principio, mettendo un po' d'allegrezza nei primi anni di un matrimonio malaugurato. La donna è così lieta di brillare, che per un tratto dimentica perfino di non esser felice. Ma l'uso, ahimè, toglie il pregio alle cose; si acquista l'abito della società, e i balli e i lieti ritrovi non hanno più quell'attrattiva che li faceva tanto desiderare dapprima. Sebbene, diciamolo, in quella scuola ristretta e geniale del mondo, quanto meno si gode lo spettacolo superficiale, tanto più s'incomincia ad osservare molte cose non vedute, o troppo leggermente, in principio, e si paragona, e si giudica, non sempre a proprio vantaggio, in mezzo a tanti esempi di colpe fortunate, di gioie effimere, ma non meno gradite, e di ebbrezze profonde. Crediamo così volentieri alla felicità degli altri, quando non ce n'è ombra per noi! Allora una povera donna, piena di sentimento e turbata da vaghe sollecitudini che nessun rimorso è ancora venuto a condannare, incomincia, senza volerlo, a cercare per sè. La cosa non è neanche difficile, poichè è lei la cercata, è lei la desiderata, e le tentazioni, sotto la veste dell'ammirazione, dell'omaggio, della preghiera, volano a lei come uno sciame d'amorini.

Fra i molti che la circondano e le dicono tante cose, anche quando non dicono nulla, c'è il prode capitano, che ha deposte le armi, terror dei nemici, per segnare il suo nome nel taccuino dalla guardia di madreperla; c'è il brillante gentiluomo, che alterna maravigliosamente i trionfi di salotto coi meets, il turf e lo sport; c'è l'uomo illustre ed ammirato, che sa interrompere una pagina destinata ai posteri, per iscrivere un madrigale sull'angolo d'un ventaglio; c'è il cavaliere pensoso, e sopra tutti pericoloso, che, mostrando di non saper nulla di nulla, accenna di esser disposto a commettere ogni pazzia; c'è, infine, il buono e compiacente giovanotto, che ambisce gli uffici del servitore, non aspettando altra ricompensa che il titolo d'amico, e lascia intorno a sè un profumo di modestia, che può farlo ricercare, in un momento di poetica tenerezza, come si ricerca all'odore la violetta de' campi. E che gioia, quando si crede di aver trovato! Che turbamento ai primi incontri, che battiti di cuore, che angosce, che contrasti dolorosi e cari! Ma la passione prorompe; non si resiste alla piena, e giova dar colpa di ogni cosa al destino; poi, quando si è travolti, avviene come in fondo a certe cascate della favola, che sotto allo scroscio vorticoso delle acque irrompenti nascondono un laghetto tranquillo, angolo riposto e felice, illuminato di miti trasparenze, non offeso dai raggi del sole, in cui si dimentica volentieri e si confida di essere dimenticati dal mondo. Vita, son queste le tue oasi verdeggianti. Ognuno reca ai primi incontri le sue doti migliori, la bontà serena, la grazia ingenua, la delicatezza squisita, la generosità commovente, infine, che vi dirò? l'anima vestita a festa. Ma non è festa ogni giorno: e giungono pur troppo, seguaci non prevedute ma certe, le ore della stanchezza, in cui la finzione si tradisce e l'inganno si scopre. Maschere geniali, addio; la commedia è finita. E v'hanno cuori che non si spezzano, alla triste scoperta, che non disperano, che cercano ancora, errando di delusione in delusione; tanta è la sete del vero! Ma, allora miei poveri cuori! A correrne parecchie, di queste prove dolorose, come giungerete laceri, irriconoscibili, o miei poveri cuori, alla meta!




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