Istoria civile del Regno di Napoli, v. 4
Pietro Giannone




Pietro Giannone

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 4





LIBRO DUODECIMO



Il Regno di Guglielmo I non tanto per le forze d'esterior nemico, quanto per l'interne rivoluzioni dei suoi Baroni, fu tutto perturbato e sconvolto, e si rese memorabile più per le congiure e sedizioni contro la sua persona, e de' maggiori personaggi della sua Corte, che per guerre e battaglie. Cagione di tanti mali fu l'aver voluto questo Principe dispregiare le azioni dell'ottimo padre, e permettere che lo stato della Corte, con tanta industria da colui riformato in meglio, andasse in ruina, avendo egli que' personaggi, che Ruggiero avea tenuti per suoi famigliari, parte condennati in esilio, e parte imprigionati. Ma assai più che conveniva, avendo innalzato Majone di Bari a' primi onori del Regno, e fattolo suo Grand'Ammiraglio, pose anche in sua mano tutto il governo del Regno: e gli fu sì caro, che dove agli altri era cupo ed austero, a costui solo era aperto e trattabile: di che offesi i principali Baroni s'alienarono da lui in maniera, che gli posero sossopra il Regno, come di qui a poco diremo.

Egli, morto il padre, ancorchè poco men, che quattro anni avesse regnato in sua compagnia, fece tosto convocare tutti i Prelati e Baroni del Regno, e si fece di nuovo solennemente incoronare in Palermo nel giorno di Pasqua di quest'istesso anno 1154. E non guari dopo tanta celebrità, succederono le pompe e le feste per la nascita di Guglielmo suo secondo figliuolo, natogli in questo medesimo anno dalla Regina Margherita sua moglie, figliuola che fu di Garzia II Re di Navarra; poichè Ruggiero suo primogenito era nato già in vita dell'avolo[1 - . Inveges lib. 3 hist. Paler.]. Così nella Casa regale non v'erano altri Principi del sangue, che Ruggiero e Guglielmo II ancor lattanti. Costanza loro zia, postuma di Ruggiero, ancor era bambina. Tancredi e Guglielmo figliuoli di Ruggiero Duca di Puglia ancor giovanetti, erano per ragion di Stato tenuti carcerati e custoditi nel regal palazzo in Palermo: restò adunque solo Guglielmo in età di 34 anni, senz'appoggio di parenti al governo, non meno de' Regni di Puglia e di Sicilia, che dell'altre province e città della Grecia e dell'Affrica.

S'aprì pertanto largo campo al Grand'Ammiraglio Majone di porsi in mano il cuore del Re, e di governare con assoluto arbitrio i suoi Reami, essendo egli dotato di tutte quelle prerogative, che possono innalzar un privato al Principato. Egli era di pronto e vivace ingegno, ed abile a qualunque più dura e difficile impresa: assai facondo nel dire, dotato di liberalità regia, simulatore e dissimulatore espertissimo ed avidissimo di dominare; per la qual cosa rivolgea continuamente in se stesso varj pensieri divisando, come giunger potesse al sommo delle dignità e degli onori; ma celava il tutto con una gran serenità e allegrezza di volto: trattava col Re gl'interi giorni degli affari del Regno, ed escluso ogni altro, a lui solo si comunicavano i secreti più riposti di Stato, e le sue parole, e suoi consigli erano solo fedeli ed accettati. Nè mancava egli, per l'autorità che avea, d'acquistarsi da per tutto amici e partegiani, donando a suo talento i governi delle province, le guardie delle Fortezze, ed i carichi della milizia, essendogli Guglielmo tanto alla mano, che mai cos'alcuna, ancorchè grande e malagevole, purchè da lui gli fosse chiesta, non gli negò: corruppe ancora (per torsi via ogni ostacolo, che aver potesse) l'onestà della Regina, di cui si finse innamorato, e trasse parimente dalla sua parte tutti gli Eunuchi saraceni custodi del palazzo reale. In breve egli era il Moderatore del Regno, e seppe cotanto ingrandir la sua Casa, che un suo fratello, ed un suo figliuolo, chiamati ambedue Stefani, innalzò a' primi gradi della milizia, ed il figliuolo d'una sorella, nominato Simone, lo fece Gran Siniscalco del Regno; ed una sua figliuola la casò con Matteo Bonello uno de' principali Baroni del Regno; e Lione e Curazza suoi parenti, persone per l'innanzi vilissime, vennero a sì fatta grandezza, ch'essendo morti in vita del figliuolo, da' Monaci di Monte Cassino furono registrati i giorni de' loro transiti in un libro, nel quale notavano solamente la morte de' Papi, Imperadori, Re, Duchi di assoluto dominio e simili personaggi, con quelle parole: Curazza mater Madii Magni Admirati Admiratorum obiit VII. Kal. Aug. Et Leo pater Admirati Admiratorum obiit VI. Id. Septembris[2 - . Libro mortuale di Monte Cassino.]. Ed il Cardinal Laborante, che in questi tempi era riputato il più dotto, ed uno de' migliori Letterati, che fiorisse in Roma, avendo composto un libro de Justi, et Justitiae rationibus, che ancor oggi si ritrova diviso in quattro parti, lo dedicò a questo nostro Majone, come ad un personaggio in questi tempi il più illustre e rinomato in tutta Europa.

Vedutosi perciò in tanta sublimità vennegli pensiero, come finalmente potesse giungere al disegno di usurpare il Regno; e scorgendo non restargli ora altro che fare, se non torsi dinanzi tutti coloro, che potevano impedire il suo disegno, a questo solo drizzò tutti i suoi talenti ed i suoi pensieri.

Temea egli più degli altri in tal impresa Simone Conte di Policastro figliuolo bastardo, come si disse, del Re Ruggiero, Roberto di Bassavilla Conte di Loritello consobrino di Guglielmo, ed Eberardo Conte di Squillace, la cui virtù era assai nota a ciascuno, e sapea certo non potersi nè con premio, nè con fraude corrompere la lor fede, e conoscea, che salvi costoro, egli s'affaticava indarno. Incominciò adunque a maneggiar la lor ruina, e conoscendo essergli mestiere aver per compagno de' suoi consigli Ugone Arcivescovo di Palermo, acciocchè col suo ajuto potesse recar più agevolmente a fine il suo intendimento, essendo l'Arcivescovo uomo avveduto e di grande animo, ed atto a qualsivoglia grande affare, ed anch'egli avido di comandare: cominciò primieramente l'Ammiraglio, a scoprirgli pian piano il suo pensiere, dandogli a vedere, che tolta la vita al Re, come uomo non atto al governo e malvagio, sarebbe poscia agevolmente venuta in lor potere la cura de' piccioli figliuoli, per la qual cosa sarebbero essi stati Signori del tutto, insin che que' fanciulli fossero a perfetta età pervenuti. Non volle scoprirgli l'animo, ch'egli avea di usurparsi il Regno, acciocchè colui non si smarrisse per la grandezza della malvagità, sperando, se potesse divenir Tutore de' figliuoli del Re, non potergli niuna cosa più impedire il suo desiderio. Strinse per tanto l'amistà con l'Arcivescovo con strettissimo giuramento d'ajutarsi l'un l'altro egualmente in ogni fortuna, e fece sì che egli divenne prestamente amico e famigliare del Re, acciocchè approvasse, e difendesse appo lui qualunque cosa, ancorchè scellerata, ch'ei facesse.

Questi furono i fondamenti, che gettò Majone per dovervi sopra appoggiare le fabbriche eccelse della sua ambizione: intanto surser nuove occasioni, delle quali seppe l'Ammiraglio opportunamente valersi per ruinare i suoi emoli, e coloro che potevano fargli ostacolo nel suo disegno. Era, come s'è detto, morto in Roma Papa Anastagio, e creato in suo luogo Adriano IV inglese. Questi offeso, che Guglielmo erasi fatto incoronare Re in Palermo senza richiedernelo, secondo ciò che i Pontefici pretendevano nelle nuove incoronazioni de' Principi loro Feudatarj, avendogli il Re, intesa la sua elezione, mandati suoi Ambasciadori per confermar con lui la pace, che avea avuta col suo predecessore, egli glieli rimandò in dietro senza conchiuder niente. Onde passato poi Guglielmo da Palermo a Messina, e di là a Salerno, avendogli Adriano, mentre dimorava in questa città, mandato il Cardinal Errico con sue lettere, non solo il Re non volle riceverlo, ma gli fece ordinare, che tantosto sgombrasse dal suo Regno, ed in Roma ne ritornasse; irritato ancora perchè nelle lettere, che a lui recava, il Papa non gli dava il titolo di Re, ma solo di Signore di Sicilia, pretendendo che non potesse egli nomarsi Re, essendosi dopo la morte di suo padre fatto incoronare senza sua concessione ed autorità[3 - . Romual. Arc. di Saler. Eo quod in Literis Apostolicis, quas Regi portabat, Papa eum non Regem, sed Willelmum Dominum Siciliae nominabat.]. Ma Guglielmo riputando a suo scorno, che dovesse richiedere da lui ciò ch'era in suo arbitrio, fieramente sdegnato, dopo aver celebrata la Pasqua in Salerno in quest'anno 1155, avendo creato suo Gran Cancelliero Asclettino Arcidiacono di Catania, gli diede il governo della Puglia, con ordine di ragunare un grosso esercito per campeggiare Benevento, e dar il guasto al suo territorio, e di sorprender quella città ad onta del Pontefice. All'incontro Adriano scomunicò il Re, il quale, oltre d'aver comandato al Gran Cancelliere l'assedio di Benevento, ordinò ancora, che niun Vescovo de' suoi Regni riconoscesse il Papa, nè che alcuno ricercasse da lui più la consecrazione. Indi partissi da Salerno, e con Majone in Palermo fece ritorno.

Intanto il Cancelliero, dopo aver dato il guasto al territorio di Benevento sino alle mura della città, tentò di sorprenderla: ma difesa con molto valore da' Beneventani, i quali uccisero il lor Arcivescovo per averlo scoverto amico e partegiano di Guglielmo, obbligarono il Cancelliero a cingerla di stretto assedio; il quale tuttavia durando, alcuni Baroni mal contenti del governo presente, istigati ancora dal Papa, si ribellarono da lui, ed entrarono dentro Benevento, ed altri senza tor commiato si partirono dal campo; per la qual cosa dividendosi l'esercito, si tolse l'assedio[4 - . Ugo Falcan. Capecelatr. lib. 2.]. Il Conte Roberto di Bassavilla pieno d'ira e di mal talento ritornossene a dietro in Puglia, poich'essendo stato, mentr'era il Re in Salerno, per visitarlo, fu per opra di Majone sì mal veduto ed accolto, che il Re nè meno volle parlargli. Onde il Cancelliero con la gente che gli era rimasa, e con altra che assoldò nuovamente, passossene in Campagna di Roma, dove prese e brugiò Cepparano, Bacucco, Frusinone, Arce, ed altri luoghi vicini; e poscia ritornando nel Regno fece abbattere le mura d'Aquino, Pontecorvo, ed altre Castella de' Padri di Monte Cassino[5 - . Anon. Cassin. in Chr. fol. 141.] partegiani del Papa, e cacciatine altresì tutti i Frati, eccetto dodici, che vi lasciò alla cura della Chiesa, fece ritorno in Capua, ove fermossi in compagnia del Conte Simone, con intenzione di star colà in guardia del Regno, così per impedire ogni movimento, che avesser potuto fare i Baroni, i quali eran da pertutto fieramente turbati dalla potenza dell'Ammiraglio, non ben discernendo se egli, o Guglielmo era Re di Sicilia; ma più ancora per impedire un nuovo turbine di guerra, che soprastavagli, poich'era precorsa voce, che l'Imperador Federico Barbarossa con grande oste di Alemagna calava in Italia.




§. I. L'Imperador Federico I, fa lega con Emanuele Comneno Imperadore d'Oriente, e move guerra col Papa al Re Guglielmo



Era Federico non altrimenti, che i suoi Predecessori inimico implacabile de' Normanni, e non meno che furono Lotario, Errico e Corrado contro Ruggiero, così egli avea drizzati i suoi pensieri per discacciar Guglielmo dalla Puglia e dalla Sicilia, riputandolo come usurpatore delle province dell'Imperio. Niun Imperadore ebbe sì alti concetti dell'Imperio restituito da Carlo Magno in Occidente, quanto costui: egli si reputava un altro Ottaviano Augusto; e che tutte le province, ch'erano prima di quel vasto Imperio, fussero pure nell'Asia, o nell'Affrica, o in qualunque altra più remota parte del Mondo, appartenessero al suo Imperio, e che perciò avesse bastante dritto di cacciarne gl'invasori; e si vide chiaro, quando avendo il Saladino occupati molti luoghi della Siria, non si ritenne, prima di movergli guerra, di minacciarlo se non restituiva que' luoghi, con una terribile lettera, che volle scrivergli, rapportata negli Annali d'Inghilterra di Ruggiero e di Matteo Paris, nella quale fra gli altri vanti e rodomontate gli scrisse: ch'egli non poteva dissimular di sapere, come ambedue l'Etiopie, la Mauritania, la Persia, la Siria, la Parzia, ove Marco Crasso (che lo chiama suo Dittatore) morì, la Giudea, la Samaria, l'Arabia, la Caldea e l'istesso Egitto, ove Antonio effeminossi con Cleopatra, l'Armenia ed innumerabili altre province, erano soggette al suo Imperio. Ma il Saladino gli rispose con non minor arroganza ed orgoglio del suo, siccome si vede dalla risposta, che vien anche rapportata da' medesimi Scrittori. Conobbesi ancora, che niun'altro Imperadore prima di lui ebbe quella fantasia di creare tanti Re onorari, come fece egli, il quale inviò la spada e la Corona regale a Pietro Re di Danimarca, attribuendogli il nome di Re, al Duca d'Austria, ed al Duca di Boemia, come abbiam narrato nel precedente libro.

E fu cotanto a lui perniziosa questa boria di credersi Signore di tutto il Mondo, anche delle città e luoghi particolari, che per aver, secondo queste idee (fomentate ancora dal lusingator Martino nostro Giureconsulto) voluto imporre leggi e condizioni molto rigorose alla Nobiltà ed alle città d'Italia, se gli ribellò contro tutta la Lombardia, onde nacque la ruina di Milano, come qui a poco vedremo.

Per queste massime egli reputava Guglielmo invasore, ed ingiusto usurpatore non meno della Puglia, che della Sicilia, proccurava perciò tutti i mezzi, ed impiegava tutti i suoi sforzi per discacciar questo inimico della sua sede; ma considerando che per se solo non poteva conseguirlo; poichè se bene per la conquista del Regno di Puglia potesse unire un conveniente esercito, e far l'impresa per terra; nulladimanco, non avendo armate di mare, era impossibile tentar l'impresa di Sicilia: perciò sin dall'anno precedente 1154, dopo aver intimata una Dieta a Ratisbona, avea mandati Ambasciadori all'Imperador Emanuele Comneno, affinchè conchiudesse con esso lui la lega contro Guglielmo[6 - . Sigon. de Regn. Ital. p. 287.]. Questi non meno che Federico mal soffriva l'ingrandimento de' Re normanni, i quali non contenti d'avergli tolta la Sicilia, ponevan anche nella Grecia il lor piede; ed insino alle porte di Costantinopoli s'erano stesi. Guglielmo si vide in mezzo a due potenti inimici insieme uniti e collegati. Ed era cosa veramente da ammirare, che Federico da un canto millantava al suo Imperio d'Occidente appartenersi i Regni di Guglielmo; e dall'altra parte Emanuele minacciava, ch'egli ed i suoi Romani non si sarebbero mai astenuti di portar guerra in Italia, insino che quella e l'intera isola di Sicilia non saranno restituite al suo Imperio, donde furon divelte[7 - . Jo. Cinuamus hist. Comnena, lib. 4.]. Proccurò ancora Federico collegarsi co' Pisani potenti allora in mare, che parimente contro Guglielmo si mossero; il qual implicato ancora nella guerra, che avea mossa al Papa, ed insospettito della fedeltà dei suoi Baroni, si vide in tanta costernazione e malinconia, che abborrendo chiunque veniva da lui, stava sempre solo racchiuso nel suo palazzo, trattando solamente con Majone e con l'Arcivescovo, da' quali intendeva gli affari del Reame, non come conveniva, ma come meglio a' loro disegni si confaceva. E Majone intanto vedendo non potersi aspettar miglior tempo, che quello che correa per condurre a fine i suoi lunghi divisamenti, fece credere al Re, che il Conte erasi ritirato in Puglia pien di mal talento, non per altro, se non perchè aspirava al Regno in virtù di certo testamento di Ruggiero, ove dicea che succedesse costui in caso che il figliuolo Guglielmo non fosse stato atto a governare i suoi Regni; e perciò scrisse ad Asclettino, che lo chiamasse a Capua, e giuntovi il facesse prigione, inviandolo sotto buona custodia a Palermo. Ma insospettito prima il Conte di tal chiamata, e poi avvedutosi dell'inganno, resistè al Cancelliero, che in nome del Re gli comandava, che avesse consignati tutti i suoi soldati al Conte Boemondo, dicendogli tutto cruccioso, che quel comandamento era di matto o di traditore, e non volendone far nulla, si partì di Puglia, e con tutta la sua gente n'andò in Apruzzi. Proccurò ancora Majone nell'istesso tempo, non bastandogli questo, che il Conte Simone parimente ruinasse; poichè fatta ad arte insorgere tra lui, ed il Cancelliere gara, e nato tumulto fra i soldati, tal avvenimento in Corte non com'era stato, ma come a lui piacque, descrisse, aggiungendovi, che il Conte era cagione di que' disturbi, e che ei trattava negozi di molta importanza col Conte Roberto, a cui egli mandava perciò secreti messi: queste lettere bastarono a Majone di far credere al Re che il Conte Simone insieme col Conte Roberto con molti altri congiurassero contro la sua persona per torgli il Regno; onde Guglielmo, ch'era sempre in sospetto de' suoi più stretti parenti, chiamò il Conte in Palermo, e senza dargli tempo da potere addurre cosa alcuna in difesa della sua innocenza, lo fece imprigionare con indignazione di tutti contro l'Ammiraglio, per opera di cui ogni malvagità si vedeva avvenire.

Accadde in questo medesimo tempo, che il Re, o per grave infermità sopraggiuntagli, o per altra cagione, si racchiuse in modo nel regal palazzo, che per alcuni giorni non si faceva nè vedere, nè parlare da niuno, se non dall'Arcivescovo e da Majone: il perchè si sparse fama per li suoi Regni, ch'egli fosse morto avvelenato dall'Ammiraglio. Questa fama divolgata in Puglia cagionò sì gravi movimenti, che si videro in un subito molte province sconvolte; poichè Papa Adriano non si lasciando scappar tal congiuntura sollevò tosto i Baroni della Puglia contro il Re, e quelli che Guglielmo avea discacciati[8 - . Inveges lib. 3 hist. Paler.]. Nel che, per l'alienazione ed abborrimento che aveano col Re per cagion di Majone, non vi volle molta industria per tirargli alla ribellione. Si videro perciò in un subito ardere la Calabria, la Puglia e Terra di Lavoro in una crudelissima guerra, e piene di tumulti e di sedizioni. Il Conte Roberto, avendo tosto ragunato un numeroso esercito ne' contorni d'Apruzzo, sorprese molte città della Puglia poste in riva del mare, insino a Taranto: e presa Bari, fece, col consentimento dei suoi cittadini, spianar la Rocca fattavi non molti anni prima edificar dal Re Ruggiero; ed avendo altresì insieme col Pontefice allettato l'Imperador Emanuele ad accompagnare le sue forze contro Guglielmo, ponendolo in sicura speranza di ricuperar la Puglia, e sottoporla come prima al suo Imperio d'Oriente, ne ottenne molta gente guidata da nobilissimi Capitani, e molta moneta, che gli inviò sino a Brindisi, a' quali si rese quella Piazza assai considerabile pel suo porto, ove Emanuele designava mandar più numerosa armata.

Nè minori sconvolgimenti cagionò la fama della morte del Re in Terra di Lavoro; poichè il discacciato Principe di Capua Roberto, che sinora avea menati i suoi giorni in Sorrento in vita privata, dissimulante Ruggiero, onde per ciò lo dissero ancora Roberto di Sorrento[9 - . Camill. Pell, in Stem.], non avendo bisogno che il Papa lo stimolasse, subito se ne venne in Capua, ed occupò tantosto la sua antica Signoria, e poco da poi non solo interamente si sottopose tutti i luoghi del suo antico Principato, ma, passato anch'egli in Puglia, avea soggiogato quasi tutto il rimanente, eccetto Melfi e Troja. E ne' Picentini ed in Terra di Lavoro andaron le cose del Re così male, che non era rimasto in sua balia altro, che Amalfi, Napoli e Salerno, ed alcuni altri pochi forti e muniti castelli; perciocchè Riccardo dell'Aquila Conte di Fondi avea presa Sessa e Tiano, e 'l Conte Andrea da Rupe Canina il Contado d'Alife.

S'accrebbe il timore di disordini maggiori; perchè in quest'istesso tempo Federico Imperadore di Alemagna era giunto in Roma, ove era stato da Papa Adriano ricevuto con molta pompa, ed in S. Pietro solennemente coronato; ed il Papa, prima della sua coronazione, s'avea da lui fatto promettere, oltre di calar in Puglia contro Guglielmo, che senz'il suo invito per sua propria inimicizia che avea con lui lo avrebbe fatto, di deporre ancora i Senatori in quella città creati, e di ridurla, come prima, all'ubbidienza del Pontefice. Ma Federico per nuove cagioni non potè eseguirlo; perchè sopraggiunta nel suo esercito una gran pestilenza, bisognò tornarsene in Alemagna, e fu d'uopo partirsi ancora, per sedare nel passaggio i disordini nati in alcune città di Lombardia, senza che, dopo essere stato coronato, avesse voluto far nulla di quanto al Papa avea promesso; se non solo di aver affrettato il soccorso e spinta l'armata de' Pisani contro Guglielmo.

Il Papa, ancorchè deluso da Federico, non per questo volle perdersi d'animo ora che il tempo era a lui cotanto favorevole; poichè avendo ragunato, come potè meglio, un grosso esercito, postosi alla testa di quello, entrò nel Regno, e tosto s'unirono a lui il Conte Andrea di Rupe Canina, e i mal soddisfatti Baroni: se gli unisce ancora Roberto, che poc'anzi avea occupato il Principato di Capua, il quale giunto in Terra di Lavoro, passò poi a Benevento, ove fu a grande onore ricevuto da' Beneventani: dall'altra parte l'Imperador Emanuele volendosi vendicar dell'ingiurie ricevute da Ruggiero, nel figliuolo Guglielmo, avea mandati in Puglia Paleologo, Cominato, Sebasto ed altri illustri e valorosi Capitani con grosso stuolo di armati, e con molta moneta in soccorso del Conte Roberto; ed avea altresì mandato a dire al Pontefice, che l'avrebbe aiutato a disfare interamente Guglielmo, purchè avesse poi lasciate in suo potere tre città poste in riva del mare di quella provincia, con li cui soccorsi il Conte Roberto faceva aspra guerra in Puglia, e n'avea già buona parte occupata[10 - . Capecelatr. lib. 2.].

Ecco in quale stato deplorabile si ridussero queste nostre province in quest'anno 1155 ed in quanti sconvolgimenti; la novella de' quali pervenuta a Palermo, non bastò a scuotere l'infingardaggine del Re, il quale rincrescendogli d'uscir dagli agi del palazzo, avea data occasione alla falsa voce della sua morte; perchè Majone coprendo con la tranquillità del volto l'interno affanno, non fece accorgere nè il Re, nè altri del suo timore, onde reputò allora non esservi di bisogno d'altro se non che il Re scrivesse a coloro, che ancor duravano nella sua fede, ch'era stata falsa, ed inventata da' suoi rubelli la fama uscita fuori della sua morte, e che fossero con gente armata usciti contro di loro.

Ma se non bastarono i tumulti di queste province, per opra di Majone, a torre il Re da quel sì lungo e profondo letargo, furono bensì sufficienti que' che vide nella Sicilia, e nell'istessa città di Palermo poco da poi: poichè ribellatosi il Conte Giuffredi, e scoverta da lui la congiura di Majone, ancorchè il Re non la credesse; e per la tirannia dell'Ammiraglio sollevatisi i Siciliani, occuparono Butera; e tumultuando gravemente il Popolo della città istessa di Palermo contro Majone per l'ingiusta prigionia del Conte Simone: tutte queste cose, ed altre unite insieme, finalmente trassero il Re dagli agi del palazzo, destandolo in maniera, che con impeto a' maggiori pericoli esponendosi racchetò il tumulto di Palermo con far sprigionare il Conte Simone, ricuperò Butera, ed avendo restituita quell'isola nell'antica quiete, si risolvette di venire egli in Puglia a debellare i suoi ribelli, e porre quiete a questo Regno; passò perciò immantenente a Messina per valicar il Faro; e portatosi colà in quel mentre il Cancelliere, gli furono date gravi querele dal Conte Simone, per non aver difesa come si conveniva Terra di Lavoro; e volendo egli audacemente difendersi, non fu inteso, anzi fu di presente chiuso in prigione ove di là ad alcuni anni miseramente finì sua vita. Ragunata Guglielmo come potè meglio una armata, partitosi da Messina, venne in Regno, ed a Brindisi accampossi in questo nuovo anno 1156[11 - . Inveges lib. 5 hist. Pal.], ed avendo mandato l'Eletto di Catania al Pontefice per chiedergli pace, con offerirgli vantaggiose condizioni, fu per opra d'alcuni Cardinali partegiani dell'Imperador Federico rimandato indietro senza conchiuder nulla; laonde il Re veggendosi escluso d'ogni speranza d'accordo, senza far più parole, campeggiò virilmente Brindisi, ove erano i Greci, ed ove s'eran ragunati la maggior parte de' Baroni rebelli; e la strinse sì fattamente, che Roberto di Bassavilla ch'era in sua difesa, sgomentato fuggì via a Benevento; e travagliando il Re quella città con continui assalti, così dal lato di mare, come da quello di terra alla fine la prese a forza, facendo prigionieri tutti i Capitani più stimati de' Greci con molti altri di minor conto, e buona parte de' Baroni di Puglia con altri lor seguaci, de' quali molti fece morire impiccati per la gola, ed altri fece abbaccinare, conquistando parimente tutte le ricche spoglie de' Greci e grossa somma di moneta, che ivi avean condotta per gli bisogni della guerra[12 - . Capecelatr. hist. lib. 2.].

Passò poi il Re col vincitor esercito a Bari, ed i Baresi vedendo che il Papa ed il Conte, che avean proccurata la ribellione, non mandavan loro soccorso alcuno, pensarono di rendersi alla pietà del Re; e per mitigar la sua ira gli andarono incontro disarmati a chiedergli mercè; ma Guglielmo vedendo le ruine della Rocca, che colà il padre Ruggiero avea edificata, la quale non guari prima i Baresi avean fatta abbattere, rispose: Io non perdonerò alle vostre case, non avendo voi avuto rispetto alla mia[13 - . Anonim. Cassin. ann. 1156.]; indi comandò, che fra due giorni con tutti i lor beni si partissero; la qual cosa posta immantenente in esecuzione, fece primieramente il Re diroccar le mura della città sino dai fondamenti, indi disfar tutti gli edificj sì fattamente, che ogni cosa fu ridotta in rovina, ed adeguata al suolo. Così rimase affatto distrutta Bari, la qual città per la ricchezza e nobiltà de' suoi cittadini, per lo numeroso suo Popolo, per la bellezza de' suoi palazzi e per la fortezza delle mura, fra tutte le altre di Puglia, era potentissima, e riputata un tempo la sede de' più gran personaggi della Grecia. Quindi si convince l'error di coloro, che vogliono Bari, in tempo della Regina Costanza e di Manfredi, essere stata riputata sede regia, dove questi Principi furono incoronati; poichè Bari, dopo quest'avvenimento, si ridusse in più ville, nè se non molto tempo da poi riprese forma di città. E vedi intanto l'incostanza delle mondane cose, e come tutte queste vicende servirono ad innalzar Napoli sopra tutte le altre città di questo Reame; poichè, se allora vi rimase Salerno, non dovranno passar molti anni, che vedremo ancora questa città parimente ruinata e distrutta per l'ira ed indignazione d'Errico marito di Costanza.

Prese da poi il Re Taranto con tutti gli altri luoghi di quella provincia, che il Conte Roberto, ed i Greci aveano occupati; e di là si condusse a Benevento, ov'era il Papa Adriano co' suoi Cardinali; e buon numero d'altri Baroni, che v'erano fuggiti; e cingendola di stretto assedio, afflisse di modo quella città, che il Papa, scordatosi affatto de' Baroni del Regno, che avea posti in tanti travagli e pericoli, veggendo il periglio, in ch'era incorso per non essersi in prima, quando gli offeriva vantaggiose condizioni, pacificato con Guglielmo, gl'inviò tre Cardinali per suoi Legati a chiedergli pace. Furono questi Ubaldo Cardinal di Santa Prassede, Giulio Cardinal di S. Marcello, e Rolando Cancellier di Santa Chiesa e Cardinal di S. Marco[14 - . Gugl. Trio apud Baron.], i quali non altrimente che fece Gregorio II quando scrisse tre lettere a Pipino in nome di S. Pietro, così essi in nome del Principe degli Appostoli gli chiesero, che cessasse dai danni, che faceva al romano Pontefice, e che conservasse le ragioni della Chiesa di Dio.




§. II. Articoli di pace stabiliti con Papa Adriano, ed investitura data dal medesimo al Re Guglielmo: e pace indi seguita coll'Imperadore Emanuele


Furono i Legati dal Re cortesemente ricevuti, ed intendendo da essi di buon animo le proposte di pace, destinò egli dal suo canto cinque altri suoi Plenipotenziarj per accordare gli articoli di quella. Questi furono il Grand'Ammiraglio degli Ammiragli Majone, Ugone Arcivescovo di Palermo, Romualdo Arcivescovo di Salerno, Guglielmo Vescovo Calano e l'Abate Cavense Marino; i quali unitisi con i tre Cardinali fermarono gli articoli di pace, che nella maniera, che di qui a poco diremo, si leggono presso il Baronio: nella qual pace non furon compresi i Baroni, ma tutti esclusi, e sol fra il Papa ed il Re fu quella conchiusa.

Venuto poi Guglielmo alla chiesa di S. Marco posta fuori le mura di Benevento, s'inchinò a' piedi d'Adriano, da cui essendo stato assoluto dalle passate censure, egli all'incontro in presenza di molti Cardinali e Baroni, ed altra gente in gran numero ivi concorsa, gli fece l'omaggio del Regno, e giurogli fedeltà, recitando le parole del giuramento Ottone Frangipane, ed il Papa ponendogli la Corona l'investì, prima con dargli uno stendardo del Regno di Sicilia, e poscia con dargliene un altro del Ducato di Puglia, ed un altro del Principato di Capua.

L'investitura, che in quest'occasione fu dal Papa Adriano conceduta a Guglielmo, fu la più ampia e di gran lunga vantaggiosa di quante mai fossero dagli altri Pontefici concedute a' Principi normanni; fu non solo del Regno di Sicilia, del Ducato di Puglia e Principato di Capua con tutte le sue pertinenze, come furono le precedenti; ma ciò che Gregorio VII e gli altri suoi successori non vollero in modo alcuno fare, fece Adriano, perchè anche l'investì di Salerno, di Amalfi e di Napoli colle loro pertinenze, della Marca e di tutte le altre terre che possedeva. Questa investitura fu conceduta non pure a Guglielmo ma anco a Ruggiero suo figliuolo, che nell'anno precedente 1155 mentr'era di quattro anni l'avea il padre creato Duca di Puglia e di Calabria, ed a tutti i suoi eredi; i quali per volontario suo ordinamento avrà egli destinati per suoi successori nel Regno come sono le parole della scrittura rapportata anche dal Baronio: Profecto vos nobis, et Rogerio Duci filio nostro, et haeredibus nostris, qui in Regnum pro voluntaria ordinatione nostra successerint, concedetis Regnum Siciliae, Ducatum Apuliae, Principatum Capuae, cum omnibus pertinentiis suis; Neapolim, Salernum, et Malphiam cum pertinentiis suis; Marchiam, et alia quae ultra Marsicam debemus habere, et reliqua tenimenta, quae tenemus a predecessoribus nostris hominibus Sacrosanctae Romanae Ecclesiae jure detenta, et contra omnes homines adjuvabitis honorifice manutenere. All'incontro promise il Re pagargli il censo per la Puglia e per la Calabria seicento schifati l'anno, e per la Marca cinquecento.

(Questa Bolla dell'investitura e concordato tra Adriano IV con Guglielmo I è rapportata anche da Lunig[15 - . Lunig Cod. Ital. Diplom. pag. 850. Ugo Falcan.]).

Furono in quest'occasione accordati ancora molti articoli intorno alle appellazioni, elezioni ed altre cose appartenenti alla politia e governo ecclesiastico di questo Regno di Puglia. Per l'appellazioni fu convenuto, che se alcun Cherico nella Puglia e nella Calabria e nell'altre terre vicine, contro alcun altro Cherico avrà querela intorno alle cause ecclesiastiche, e dal Capitolo o dal Vescovo, Arcivescovo, o da altra persona ecclesiastica di quella provincia non possa emendarsi, gli sia lecito, se vorrà, appellarne alla Chiesa romana. Che se la necessità, o utilità della Chiesa lo ricercasse, possano farsi la translazioni da una in altra Chiesa. Che la Chiesa romana possa liberamente far le visite e le consecrazioni nelle città della Puglia e di Calabria e luoghi adjacenti, eccetto però in quelle città, nelle quali sia presente la persona del Re, o de' suoi eredi senza volontà de' medesimi. Che nella Puglia e nella Calabria e nelle regioni vicine possa la Chiesa romana liberamente aver suoi legati, i quali però debbano portarsi con ogni moderazione senza invadere e devastare le possessioni della Chiesa.

Che anche nella Sicilia abbia la Chiesa romana le visite e le consecrazioni; e che se il Re o suoi successori chiamerà dalla Sicilia le persone ecclesiastiche, o per ricever la Corona o per altro bisogno, debbano quelle ubbidir alla chiamata, e possa fargli restare e ritener quelli che stimerà dover ritenere. Intorno all'altre cose, avrà la Chiesa romana nella Sicilia tutto ciò, che tiene nelle altre parti del suo Regno, eccetto che le appellazioni ed il poter mandar Legati, li quali non si permetteranno, se non a petizione del Re e suoi eredi. Nelle Chiese e monasterj del suo Regno possa ritenere la Chiesa romana ciò, che ritiene nell'altre Chiese, come le solite consecrazioni e benedizioni, alla quale pagheranno i soliti e stabiliti censi.

Intorno alle elezioni fu stabilito, che li Cherici ragunati debban eleggere la persona che riputeranno degna, la quale terranno in secreto, insino che al Re sarà palesata; il quale darà il suo assenso, quando però non la giudicasse o del partito de' suoi traditori o de' suoi nemici e de' suoi eredi, o pure non sia a se odiosa, o per altra cagione, per la quale non la stimasse degna del suo assenso.

Tali furono gli articoli di questa pace firmati presso Benevento nel mese di giugno dell'anno 1156, de' quali, come appartenenti allo Stato ecclesiastico, ci tornerà altrove occasione di parlare.

I Baroni del Regno di Puglia, vedendosi contro ogni lor credenza abbandonati dal Pontefice, e lasciati in preda all'ira del Re, sbigottiti di tale avvenimento, prestamente fuggirono. Il Conte Roberto da Bassavilla, ed il Conte Andrea da Rupe Canina, con alcuni altri ne andarono in Lombardia, ricovrandosi colà sotto la protezione dell'Imperador Federico, il quale gli adoperò nella guerra che allor tenea co' Milanesi; ma Roberto Principe di Capua volendo anch'egli con altri suoi partigiani uscir del Reame, essendosi avviato per lo Stato di Riccardo dell'Aquila Conte di Fondi suo vassallo, per dove credea poter sicuramente passare, fu per ordine del Conte insidiato, e con tutti i suoi preso al valicar del Garigliano, e dato prigioniere in poter del Re[16 - . Camill. Pell. ad Anon. Cass. ann. 1156.]; con la qual malvagità il Conte Riccardo ritornò in grazia di Guglielmo, ma non potè fuggire l'infamia del tradimento. Fu il Principe insieme con un suo figliuolo ed una figliuola, di volontà dell'Ammiraglio, inviato prigione a Palermo ed ivi fu abbaccinato, ove poco da poi in carcere morì. Ed ecco il fine di Roberto figliuol di Giordano II Principe di Capua, nato di nobilissima schiatta di sangue normanno, dopo aver tante volte perduto e ricuperato il suo Principato, che in lui affatto s'estinse, rimanendo unito col Reame di Puglia, come è ancora al presente; un altro suo figliuolo chiamato Giordano, dopo questo infortunio del padre scappò in Costantinopoli, e sotto la protezione dell'Imperador Emanuele si mise, il qual Imperadore lo mandò da poi Legato ad Alessandro III nell'anno 1166 come di qui a poco diremo[17 - . Acta ejusdem Pontificis apud Baron. Camill. Pell. in Stemm.].

Dopo le quali cose il Papa ne andò in Campagna di Roma, ed il Re avendo vinti i Greci, e parte dei suoi nemici cacciati via dal Reame, e parte posti in prigione, ed altri o fatti morire, o ritornati in sua grazia, diede il governo della Puglia a Simone Gran Siniscalco cognato di Majone, ed egli avendo in cotal guisa sedati i tumulti del Regno in Palermo ritornossene.

Non minor felicità sperimentò Guglielmo nella guerra, che poco da poi mosse all'Imperador Emanuele, poichè avendo ragunata una grande armata sotto il comando di Stefano fratello di Majone, questi alle riviere del Peloponeso combattè con tanta felicità quella del Greco, che n'ottenne piena vittoria. Per la qual cosa sbigottito Emanuele proccurò aver pace con Guglielmo, ed avendogli mandati suoi Ambasciadori, alla fine l'ottenne, e furon riposti in libertà tutti i Greci, ch'erano in Sicilia; ed Emanuele, ciò che prima egli ed i suoi predecessori non vollero in conto alcuno mai fare, da questo tempo in poi riconobbe e chiamò Guglielmo Re[18 - . Jo. Cinnam. de reb. gestis Jo. et Emanuel. Comm. lib. 4. Paulo post, et Regem eum appellavit, cum prius non esset.]; e fu fra di loro stabilita pace sì ferma e costante, che da ora innanzi non si sentiranno più guerre tra i nostri Re normanni e gl'Imperadori d'Oriente.

Così Guglielmo racchetati i tumulti del Regno, e pacificatosi col Papa e coll'Imperador d'Oriente, si acquistò in questi principj del suo Regno il titolo di Magno; e poteva sperarsi, che lungamente durar dovesse questa pace, se Majone non la avesse turbata; perchè attribuendo il Re tutti questi felici successi alla sua condotta e prudenza, era giunto l'Ammiraglio a tanta potenza, che sembrava più tosto egli il Re, che Ammiraglio di Sicilia; onde diessi nuovo fomento a' mal soddisfatti Baroni di porre in campo quelle sedizioni e tumulti, che più innanzi saremo a narrare.




CAPITOLO I

L'Imperador Federico sdegnato col Papa della pace fatta con Guglielmo cala di nuovo in Italia: tiene una Dieta in Roncaglia, e restituisce in Italia le regalie


Intanto l'Imperador Federico informato dal Conte Roberto, dal Conte Andrea, e dagli altri ribelli del Re, li quali dopo la pace fatta nel precedente anno, erano fuggiti in Lombardia, come il Papa con occulte condizioni avea conchiusa la pace con Guglielmo, ed avea esclusi tutti gli altri: s'adirò fortemente contro Adriano, ed anco se ne querelò con tutti i Principi e Prelati tedeschi; donde i Vescovi di Germania non si trattennero sopra di ciò scrivere una lettera al Papa, ove fra l'altre cose gli rimproverarono questa pace[19 - . Epist. apud Inveges lib. 3 hist. Paler. Haec, et alia utpote de concordia Rogerii, et Willelmi Siculi, et aliis quae in Italia factae sunt conventionibus, quae ab ore Imperatoris audivimus, etc.].

Nè tralasciò l'istesso Imperadore con altra sua lettera dolersene con Eberardo Arcivescovo Salesburgense[20 - . Inveges loc. cit. Neque eam pacem tenere, neque ea teneri vellemus; quoniam ipse prior violasset in Siculo, cum ipse sine nobis reconciliari non debuisset.]; e perciò da quest'anno 1158 l'Imperadore si dichiarò nemico del Papa, siccome lo era di Guglielmo; e temendo che questi due insieme uniti estinguessero affatto in Italia l'autorità del suo Imperio, cominciò ad esser più terribile colle città di Lombardia, onde deliberò di passar tosto in Italia, come fece; ma con spiriti molto elevati e bizzarri; e calato in Lombardia, avendo vinti i Milanesi, e sottopostesi le città della medesima, assegnò secondo il costume dei suoi maggiori, una Dieta in Roncaglia per fermare gli articoli della pace, e per dare alcuni provvedimenti intorno allo stato di quelli provincia. Allora fu, che incontrandosi per via ad un bel castello, avendo dimandato di chi quello fosse, ed essendogli stato detto il padrone, alcuni adulatori gli risposero ch'era suo, poichè dell'Imperadore era il dominio di tutto il Mondo, e delle cose particolari ancora: altri, che erano della comitiva di Federico, non potendo soffrire una adulazione così sfacciata, si opposero a tal risposta: per lo che fra loro ne nacque un gran contrasto: l'Imperadore ordinò che in Roncaglia si fosse decisa tal disputa da' Sapienti e Giureconsulti della città di Lombardia, che doveano intervenire a quella Assemblea.

Dell'essersi negli anni precedenti, imperando Lotario, ritrovate le Pandette in Amalfi, e trasportate in Pisa, e l'aver Irnerio, come si disse, in Bologna impiegati tutti i suoi talenti sopra di quelle, con esporle, e pubblicamente insegnarle, ne avvenne che dalla sua Scuola ne fossero sorti molti, i quali seguitando le sue pedate a null'altro intesero, che allo studio delle medesime, e degli altri libri di Giustiniano. Quindi nacque, che nelle città d'Italia, molti tratti dalla novità, e dalla eleganza e sapienza di quelle leggi, v'impiegavano tutto il loro studio per apprenderle; onde dalla scuola d'Irnerio n'uscirono, come dal cavallo trojano, molti Giureconsulti, e lo studio della giurisprudenza romana era frequentatissimo non meno por gli ascoltatori, che per coloro che l'insegnavano; ma perchè questo studio surse in un secolo pur troppo incolto, e che senza l'ajuto degli altri libri latini, e dell'istoria romana, e dell'erudizione, non potevano queste leggi ben intendersi: quindi nacque, che i primi che l'insegnarono, a cui mancavano tanti ajuti, in molti errori e puerilità incorsero: vizio loro non già, ma del secolo: poichè all'incontro alcuni di essi furono d'ingegno meraviglioso; e se mancò l'erudizione e l'istoria, si vede che gl'ingegni al Mondo non sono mai mancati, perchè la natura con costante tenore serba le sue leggi, ed ha ugualmente a tutti distribuiti i talenti.

Per queste cagioni leggendo essi in alcune leggi delle Pandette, che l'Imperador Antonio[21 - . L. de precario, D. ad L. R. de jactu.] si chiamava Signore dell'universo Mondo: e che Ulpiano[22 - . Ulp. l. Barbarius, D. de off. Praetor.] scrisse, che siccome il Popolo romano poteva dar la libertà a' servi de' particolari, così anche poteva farlo l'Imperadore; e leggendo ancora nel Codice[23 - . L. bene a Zenone, C. de Quadrien. praescript. omnia Principis esse.] quel che Giustiniano disse, che tutte le cose erano del Principe: credettero che l'istesso potesse dirsi di Federico; onde fu cosa molto facile di persuadere, essere egli Signore del Mondo, e delle cose ancora de' privati. Erano in questi tempi dalla scuola d'Irnerio usciti molti Giureconsulti. Surse Placentino in Montepessulo, il quale fu il primo che da Italia propagò lo studio della giurisprudenza romana in Francia. Fiorivan in Bologna Bagarotto e Giovanni Basiano ed in Padova Antonio Lyo; ma sopra tutti a questi tempi si distinsero in Bologna, dove insegnavano, quattro Giureconsulti, i quali eransi resi per la loro dottrina così celebri e rinomati, che l'Imperador Federico nelle deliberazioni più gravi gli chiamava al suo Consiglio, ed aveagli per suoi Assessori, come scrive Radevico[24 - . Radevicus l. 2 de gest. Fed. c. 5. Cujac. lib. 1 de Feud. tit. 12. Alteserra lib. 3 cap. 14.], non altrimenti che fecero gl'antichi Imperadori romani de' nostri Giureconsulti.

Furono questi Bulgaro, che nato in Pisa, insegnò nel principio legge in Bologna, dove poi dall'Imperador Federico fu creato Prefetto di quella città: Ugolino, che fiorì parimente in Bologna, Autore della decima Collazione, e Collettore de' libri de' Feudi e delle Costituzioni di Corrado, Lottario e Federico, le quali aggiunse alla nona Collazione dell'Autentico, come di qui a poco diremo: Martino ancor celebre in questo istesso tempo, il quale scrisse alcune chiose alle Pandette, le quali però furon sovente da' posteri rivocate in dubbio e rifiutate; e Giacomo, che Federico pur ebbe nel suo Consiglio. Ebbene ancor in Milano in questi tempi due altri: Oberto de Orto grand'Avvocato nella Curia di Milano, e Gerardo Negro, ovvero come altri lo chiamano Cagapisto, da' quali le Consuetudini feudali furon compilate, e ridotte in iscritto con altre leggi degl'Imperadori attenenti a' Feudi, come diremo.

Giunto l'Imperadore Federico in Roncaglia, Bulgaro e Martino furono deputati nella Dieta per sostenitori di quella disputa: Bulgaro condannò i lusingatori; ma all'incontro Martino sia per timore, o per amore, sostenne le parti di Federico con dire che l'Imperadore era Signore non meno del Mondo, che di tutte le cose particolari; ed in fatti appigliandosi Federico alla sua opinione, fu la disputa decisa a favor di Martino[25 - . Glos. in l. bene a Zenone, et in praefat. dig.]. Ne nacque perciò che i Giureconsulti de' tempi posteriori sostennero l'opinion di Martino, e Bartolo arrivò in tale estremità, che disse esser eretico chi teneva altrimenti.

Questa disputa, che s'avrebbe potuto facilmente decidere con quel che dice Seneca, distinguendo il dominio privato, dalla dominazione pubblica ed eminente, decisa così assolutamente a favor di Federico cagionò a lui, ed a tutta la Lombardia perniziosissimi effetti; poichè secondo questa massima in quella Dieta impose leggi e condizioni molto rigorose alla Nobiltà, ed alle città di Lombardia. Proibì loro ogni Assemblea, e corpo di città, e sopra tutto tolse loro il potere, che aveano di crear Magistrati, mettendo in quelle Ufficiali del suo partito contro ciò, che per l'addietro si praticava: impose molte pene alle città, ed uomini che violassero queste leggi: e loro concedette una molto dura e gravosa pace, come si vede dalla sua Costituzione che stabilì in Roncaglia, e che noi abbiamo al quinto libro de' Feudi[26 - . Constit. hac edictali de pace tenenda, l. 5. Feud.].

Ma non potè molto godersi di quella pace, ch'egli intendeva stabilire con condizioni sì dure; poichè appena ritornato in Alemagna, si rivoltò la Lombardia ben presto, onde fu obbligato di nuovo calar in Italia, ed assediar Milano, la quale dopo un lungo assedio, in cui valorosamente si difesero i Milanesi, finalmente fu presa; la ruinò Federico da' fondamenti riducendola in ville, ed insignoritosi affatto di tutta Lombardia, la pose perciò in una grandissima servitù.

Fu ancora in questi tempi, che oltre di aver più rigorosamente, che non fece Lotario, proibita l'alienazion de' Feudi per quella sua Costituzione[27 - . Const. Fed. de Feud. non alien. lib. 5.], che ancor leggiamo ne' libri feudali: volle restituire in Italia le Regalie, e le ragioni sue fiscali, che gran tempo s'eran perdute, ed andate in disuso; costringendo perciò i Vescovi, i Proceri, e le città d'Italia a metterle in piede, ed a lui restituirle[28 - . Guntherus Abbas Uspergensis Radevicus 3 c. 41 et 4 c. 5.].

Tutto ciò, che presso i Romani si conteneva in quella divisione di beni, che altri fossero comuni, altri pubblici, altri delle Università, ed altri di niuno, si stabilì che s'appartenessero al Principe; restando solo agli altri que' beni, che a ciascuno singolarmente s'appartengono. Perciò i Principi s'hanno attribuito la proprietà del mare, de' fiumi navigabili, delle strade, dei campi, delle muraglie, e fossi della città, e generalmente ogni cosa, ch'è fuori del commercio, ed ancora quello ch'è nel commercio, ma che non ha padrone. E Federico, se bene non annoverasse tutto ciò nella sua Costituzione de Regalibus, noverò bensì le più segnalate e rilevanti regalie, come le fabbriche, e pubbliche armerie, che chiamò Armannie, le strade pubbliche, i fiumi navigabili, e quelli da' quali si fanno gli altri navigabili, e tutta l'utilità che perviene dal decorso di essi. I porti: i ripatichi: i vectigali: le monete: le multe: i beni vacanti: le pene: gli angarj: i parangarj: le prestazioni di navi e di carri: le estraordinarie collette: le miniere d'argento: le saline: le miniere, dalle quali si cava la pece, poichè anche, secondo scrive Plinio[29 - . Plin. hist. lib. 16 cap. 12.], si trova la pece fossile: le pescagioni: le caccie: i tesori: il crear Magistrati per amministrar giustizia, ed altre ragioni sue fiscali, le quali non nominò tutte in questa sua Costituzione, ma solamente quelle, ch'erano le più principali, e le quali in Italia per lungo tempo erano già andate in disusanza.

Dal che ne nacque, che quel che Federico fece nelle città sue d'Italia, vollero da poi imitare gli altri Principi ne' loro Reami, ed in alcune cose usarono maggior rigore, come fece il nostro Guglielmo, il quale non bastandogli ciò che Federico avea stabilito de' tesori, conforme alla Costituzione d'Adriano, che trovati in luogo pubblico o religioso per casualità, fosse la metà dell'inventore: stabilì una più dura legge, che in qualunque luogo, e in qualsivoglia modo ritrovati, tutti s'appartenessero al Re, come da una sua Costituzione, della quale, parlando delle altre leggi di questo Principe, farem parola.

In tale servitù avendo Federico ridotta la Lombardia, e nudrendo sì alte e bizzarre idee, disgustatosi col Papa per la pace, che questi avea fermata con Guglielmo: avvenne, che questi disgusti prorupper poi in una più grave discordia; poichè mentre ritornava da Roma in Alemagna l'Arcivescovo di London, fu per ordine dell'Imperadore questi preso: Adriano, che non men che teneva Federico dell'Imperio, avea egli del Ponteficato alti concetti, intesa la cattura dell'Arcivescovo, gli scrisse alcune lettere, che gliele fece recare dal Cardinal Rolando Cancellier di S. Chiesa, e da Bernardo Cardinal di S. Clemente, nelle quali l'ammoniva, che dovesse riporre in libertà l'Arcivescovo, e fra l'altre cose, rammentandogli i beneficj, che da lui avea ricevuti, gli scrisse ancora ch'egli l'Imperio lo dovea riconoscere dalla Chiesa di Roma, come beneficio di quella. Ciascuno può immaginarsi con quanto stomaco e stizza Federico sentisse tal proposizione: se ne sdegnò in maniera, ed entrò in tanta rabbia, che non solo non volle far nulla di quanto se gli domandava, ma rimproverò con tanta acerbità il Pontefice, che fu questi obbligato mandargli due altri Cardinali per placarlo; e bisognò che si ritrattasse di quanto avea scritto, con dire, ch'egli non avea per quelle parole inteso, che l'Imperio fosse Feudo della Chiesa, ma avea presa quella parola beneficio, pro bono, et facto junctum[30 - . V. Sigon. de Regn. Ital. l 12 ann. 1158.]. Infatti que' Cardinali ebbero molto che fare per racchetarlo; e sebbene poco da poi fossero di nuovo disgustati per cagion che Federico sovente impediva a' Ministri del Papa di raccor le rendite ecclesiastiche, volendo di più che s'eleggesse per Vescovo di Ravenna un tal Guidone, al che il Papa non voleva consentire, nulladimanco dopo varj trattati, furono un'altra volta pacificati.

Ma Adriano poco da poi, mentr'era in Alagna, finì i giorni suoi nel primo del mese di settembre di quest'anno 1159[31 - . Gugl. Tir. de bello sacr. lib. 18 Radevic. de vita Frid. Imp.]. La di cui morte recò gravi incomodi e sconvolgimenti in Roma per lo scisma, che accadde nell'elezione del suo successore; poichè avendo la maggior parte de' Cardinali eletto Papa il Cardinal Rolando Cancelliere di S. Chiesa, che si nomò Alessandro III, di patria Senese, nel medesimo tempo coll'ajuto di Ottone Conte di Piacenza, e di Guido Conte Broccarense Ambasciadori di Federico, che allor dimoravano in Roma, Giovanni pisano Cardinal di S. Martino, e Guidone da Crema Cardinal di S. Calisto, crearono Antipapa Ottaviano di S. Cecilia, e gli poser nome Vittore IV, e passò tanto innanzi la loro arroganza, che assediarono Alessandro col Collegio de' Cardinali dentro la torre di S. Pietro, avendosi l'Antipapa con molta moneta, che lor diede, e col favor dell'Imperadore acquistato molti partigiani in Roma: onde Ottone Frangipane, con altri Nobili romani, sdegnati dell'indegnità di tal fatto, cavarono salvi di colà il Papa ed i Cardinali, e condottigli fuor di Roma in luogo sicuro, secondo il solito costume coronarono solennemente Alessandro; ed Ottaviano rimase in Roma: ove ritornato poi nel secondo anno del suo Ponteficato Alessandro, e vedendo non potervi dimorar sicuro per la potenza dell'Antipapa, lasciato in sua vece Legato in quella città Giulio Vescovo Prenestino, se ne andò a Terracina per navigare in Francia.




CAPITOLO II

I Baroni del Regno di Puglia cospirano contro Maione: Matteo Bonello l'uccide: e s'ordisce nuova congiura contro il Re Guglielmo per torgli il Regno, e darlo a Ruggiero suo figliuolo di nove anni


Intanto il Re Guglielmo per opporsi a' disegni dell'Imperador Federico suo inimico, subito che ebbe udita l'elezion d'Alessandro, mandò suoi Ambasciadori a dargli ubbidienza, e riconoscerlo per vero e legittimo Pontefice; ed intendendo poi che il Papa voleva andare a Terracina per passare in Francia, fece trovare in quella città quattro galee ottimamente armate; acciocchè si fosse servito di quelle a suo piacere, nelle quali appena fu salito insieme co' Cardinali, che turbatosi il mare, sofferse tempestosa procella. Fu questa alleanza ed amicizia di Guglielmo con Alessandro sì profittevole al Re, che lo liberò da un grave intrigo, nel quale cercava porlo Majone, poichè questi meditando sempre come potesse porre in effetto i suoi ambiziosi disegni, tentò per mezzo d'uomini malvagi corrompere per via di molto denaro Alessandro, perchè ad esempio di Zaccaria, rimovesse dal Regno Guglielmo come Re inutile e malvagio, odioso a' Popoli, e non atto a tanto peso, e ne avesse investito lui, non altramente che fu fatto di Childerico in Francia, il quale fu deposto di quel Regno, ed in sua vece surrogato Pipino[32 - . Ugo Falcand. Ut amoto Rege Siciliae, Almiratus in ejus loco succederet. Baron. ad ann. 1160.]. Ma il Pontefice Alessandro scorgendo la cupidigia di regnare, e la malvagità di Majone, detestò l'ardimento: e sparsasi la fama di tale scelleratezza, ch'avea tentato di commettere, e divolgata per la Sicilia e per la Puglia, gli accelerò la ruina; poichè dicendosi pubblicamente, che l'Ammiraglio, o avrebbe fatto morire il Re dentro il proprio palagio; o l'avrebbe posto in prigione, o confinatolo in qualche isola, per torgli il Regno: fu cagione, che cominciassero, fieramente sdegnate di tal fama, a tumultuare molte città in Puglia[33 - . Ugo Falcand.]. La prima fu Melfi, alla quale non molto da poi s'unirono le altre città, ferme di non volere più ubbidire nè lettera, nè cos'alcuna ordinata da Majone, e di non voler nè anche ricevere nelle terre i Capitani, che egli vi spediva. Fecero la medesima risoluzione molti Conti e Baroni, a' quali era sospetta la potenza del Tiranno, promettendosi l'un l'altro di proccurare con li maggiori loro sforzi di far morire l'Ammiraglio, e di non racchetarsi mai fin ch'egli non fosse o morto o mandato in bando. Unirono a quest'effetto grosso stuolo d'armati, scorrendo per tutta la Puglia e Terra di Lavoro, per obbligare tutte le altre città a doversi con esso loro unire, come fecero in effetto. Capi di tal congiura furono Gionata di Valvano Conte di Consa, Boemondo Conte di Manopello, Filippo Conte di Sangro, Ruggieri da Sanseverino Conte di Tricarico, Riccardo dell'Aquila Conte di Fondi, Ruggieri Conte della Cerra, e 'l Conte Gilberto cugino della Regina, a cui avea novellamente donato il Re il Contado di Gravina[34 - . Capecelatro lib. 2.]. Vi fu anche Mario Borrello uomo di maravigliosa eloquenza, il qual vi trasse la città di Salerno, ove egli albergava, e vi avea grosso numero di partigiani, e vi concorse ancora la città di Napoli. Il Conte Andrea di Rupe Canina, il qual dimorava in Campagna di Roma, coll'occasione di tali rumori entrò con molti soldati in Campagna, e prese Aquino, Alife e San Germano, città poste alle falde di Monte Cassino, e salito il Monte combattè aspramente il monastero; ma ne fu ributtato da' suoi difensori[35 - . Ugo Falcand.].

Era pervenuta intanto alla notizia del Re la congiura de' Baroni, e delle città del Regno di Puglia, il quale se ne adirò grandemente, poichè amando teneramente Majone, ed avendo gran confidenza in lui, non poteva mai persuadersi tanta malvagità, ch'egli volesse dislealmente torgli la vita e 'l Regno. Per la qual cosa con particolari messi, e con sue lettere comandò espressamente a' Baroni e città tumultuanti, che si togliessero da tal proponimento: imperocch'egli tenea l'Ammiraglio per uomo a lui fedelissimo, e che altro non procacciava che il suo servigio; ma questi messi e queste lettere non partorirono effetto alcuno, poichè credutele dettate dall'Ammiraglio, si dichiararono apertamente col Re, di non volere a verun patto soffrire, che Majone avesse di lor governo o più gli comandasse. Nè minore era l'odio de' Siciliani, i quali come più prossimi al pericolo, non osavano ancora di discoprirsi, ancorchè avessero molto a grado i rumori de' Baroni di Puglia.

Or l'Ammiraglio, vedendo contro il creder suo, che le forze de' Congiurati ricevevano ogni giorno nuovo accrescimento, cominciò per tutti i lati a darvi rimedio: fece scrivere dal Re alle città d'Amalfi e di Sorrento, che ancor dimoravano in fede: il simile fece fare alle città di Taranto, Otranto, Brindisi e Barletta, ammonendole, che non si movessero per tali rumori, nè credessero alle dicerie di que' falsi Conti, nè si mischiassero perciò fra la turba de' suoi rubelli. Ma nè anche cotai lettere furono ricevute, riputandole fatte per mano di traditori, e che si scriveva in quelle l'intendimento di Majone, e non l'utile e 'l servigio del Re. Scrisse ancora l'Ammiraglio a Stefano suo fratello, ch'era al presidio della Puglia, che si opponesse valorosamente a' moti del Conte Roberto, e che proccurasse con larghe promesse acquistarsi partigiani. Inviò di più il Vescovo di Mazzara Ambasciadore a Melfi di Puglia in nome del Re per racchetar quel Popolo; ma il Vescovo fece tutto il contrario, perchè l'animò a mantenersi nel lor proponimento contro il Tiranno, narrando di lui scelleraggini assai maggiori di quelle ch'essi sapevano. E cominciando in questo la Calabria a tumultuare anch'ella con l'esempio della vicina Puglia, pose maggior terrore in Majone; laonde giudicò inviar colà uomo di tanta stima, che gli fosse stato agevole con la sua autorità sedar que' rumori, ed avendovi maturamente pensato, giudicò esser buono per tal bisogno Matteo Bonello. Era costui per nobiltà di sangue assai chiaro, e splendido per molte ricchezze; ma ciò che più in lui s'ammirava era la beltà del volto, la robustezza del corpo e più il valor del suo animo. Il perchè non solo in Sicilia, ma ancora in Calabria, ove avea nobilissimi parentadi, era assai chiaro e famoso; ed era per sì lodevoli parti grandemente amato dall'Ammiraglio, dal quale per ciò era stato destinato per marito d'una sua figliuola ancor fanciulla[36 - . Ugo Falcand.]. Ma adombravano queste sue eccelse doti, l'esser d'animo inconstante ed agevolissimo a cangiar pensiero, audace e temerario a promettersi di se qualunque cosa; e benchè fosse egli cotanto amato dall'Ammiraglio, l'odiava nondimeno acerbamente per cagion, che per volere dargli per moglie sua figliuola, gli aveva sturbate le nozze, che intendeva di fare (sdegnando l'ignobilità di Majone) con Clemenzia Contessa di Catanzaro, figliuola bastarda come si disse, del Re Ruggiero, e rimasa vedova di Ugone di Molino Conte di Molise, la quale per esser di vago e gentile aspetto, era da Bonello focosamente amata, ed egli vicendevolmente riamato da lei; onde impedendo Majone il lor concorde volere, ne era tanto maggiormente da entrambi odiato.

Ricevuti intanto il Bonello gli ordini opportuni per la sua partita, e accommiatatosi dal Re, valicato il Faro se n'andò in Calabria, ed abboccatosi colà in un giorno statuito co' Baroni della provincia, si sforzò con molte ragioni (simulando altro di quel che avea nel pensiero) di persuader loro, che l'Ammiraglio era innocente di tutto quel male, che se gli opponeva. Ma surto fra que' Baroni Ruggiero di Martorano della famiglia Sanseverino, uomo savissimo, e di grande stima, gli rispose in nome di tutti con tanta forza ed energia, che non solo lo trasse al suo partito; ma di vantaggio inanimandolo, che niun altro meglio di lui poteva porre tutti in libertà con toglier la vita al Tiranno, colla certezza che gli diedero, che tutti si sarebbero adoperati, morto Majone, acciocchè avesse per moglie la Contessa di Catanzaro: s'unì per tanto strettissimamente con loro, e promise fermamente di dar morte fra breve spazio all'Ammiraglio.

Ma accidente più grave accelerò la ruina di Majone; poichè avendo egli disposte tutte le cose per mandar ad effetto la morte del Re, avvicinandosi già il giorno di sì funesta tragedia, prima d'eseguirla volle concertare con l'Arcivescovo Ugone del modo che avean da tenere, perchè il Popolo non tumultuasse quando il caso si fosse divulgato, ed insieme del modo che avean da tenere per reggere per l'avvenire il Regno[37 - . Ugo Falc.]; sopra di che insorse fra di loro grave discordia, poichè l'Ammiraglio pretendea, che la tutela dei piccioli figliuoli del Re, e la custodia de' tesori, e di tutto il palagio reale a lui commetter si dovesse: all'incontro l'Arcivescovo la pretendea per se, perchè dicea, che in tal maniera il Popolo non avrebbe tumultuato, siccome avrebbero fatto certamente, se avessero veduto l'Ammiraglio prender la cura della casa regale, di cui di leggieri avrebber sospettato, che i figliuoli dovessero capitar male, già che da tutti si teneva per cosa sicura, ch'egli aspirava al Regno: la qual cosa non si poteva dubitare de' Prelati, nè di altre persone di Chiesa, che a ciò non potevan aspirare; il perchè era di dovere, che in lor potere si desse la custodia de' figliuoli, e de' tesori del morto Re; ma contraddicendo apertamente l'Ammiraglio, come a cosa, ch'era affatto contraria al suo intendimento, con dire ch'egli ciò non meritava da lui, il quale per sua opera era pervenuto a tanta grandezza, finalmente dopo altre assai acerbe parole, si dipartirono scovertamente nemici. Cagione che non passò guari, che l'Ammiraglio il pose in disgrazia del Re, che credea tutto quel che Majone dicea, al quale avendo persuaso che si facesse pagar dall'Arcivescovo 700 oncie d'oro, di cui gli era debitore, il Re, essendo oltre modo avaro, agevolmente acconsentì; onde l'Arcivescovo riconoscendo il tutto da' mali ufficj di Majone, cominciò seriamente ad odiarlo, e di stretti amici, che prima erano, divenuti veri nemici, cercavano entrambi di far l'un l'altro mal capitare. L'Ammiraglio propose di avvelenar l'Arcivescovo, e l'Arcivescovo sospettando di ciò se ne guardava con gran diligenza, e nel medesimo tempo confortava la plebe, i soldati e gli uomini illustri a far movimento contro Majone e dargli la morte. Intanto Matteo Bonello ritornato in Palermo, ed assicurato l'Ammiraglio, che erasi già di lui insospettito, dandogli ad intendere che avea composti felicemente i moti della Calabria, se ne andò secretamente a ritrovar l'Arcivescovo Ugone, il qual dimorava infermo in letto, e gli diè conto di ciò, che si era fatto insino allora, e l'Arcivescovo il consigliò, che di presente avesse posto ad esecuzione il fatto, perciò che sì importante negozio malagevolmente si potea più differire senza grave pericolo di scoprirsi; onde il Bonello, già al tutto risoluto, cercava con molta diligenza tempo opportuno per compirlo; e la fortuna volendo accelerar la morte dell'Ammiraglio, non guari passò, che gliene porse opportuna occasione.

Avea già Majone, per opra d'un famigliar dell'Arcivescovo da lui corrotto con doni e con larghe promesse, fattogli dare il veleno, dal quale era stato cagionato il suo male; ma perch'era stato leggiero dubitava, che per mezzo d'opportuni rimedi ricovrasse sua salute; ed impaziente ch'ei tardasse tanto a morire, ne fece preparare un altro assai più potente e di presta operazione, del quale empiuto un vasello, recandolo seco andossene a ritrovar l'Arcivescovo, ed assisosi vicino al letto, in cui giaceva, cominciò amorevolmente a domandargli della sua salute: indi soggiunse, che se e' creder volesse al consiglio de' suoi amici, agevolmente guarirebbe del suo male con torre una medicina ottima per la sua indisposizione, che egli in sua presenza per l'amor, che gli portava, avea fatto comporre, e seco recata avea; ma l'Arcivescovo accortosi dell'inganno, rispose esser tanto infiebolito dal male, ed il suo stomaco così debilitato, che non solo abborriva qualunque bevanda, ma il cibo ancora, che con gran difficoltà prendea; e sollecitandolo sfacciatamente l'Ammiraglio, non ostante tal risposta, a prender il medicamento, per non dargli ad intendere, che s'era avveduto del tradimento, rispose che si serbasse quella medicina per un altro giorno che l'avrebbe presa: indi ragionando insieme parole di molta confidenza ed amore, cercava l'un l'altro tradire e condurre a morte con sfacciata simulazione, e volle la fortuna, che amendue ottenessero il lor volere; poichè Majone per opera dell'Arcivescovo fu la medesima sera ucciso, come ora diremo, e l'Arcivescovo non guari da poi morì per lo veleno datogli prima per opra dell'Ammiraglio, benchè fosse in ciò Ugone più felice, perchè vide morire il suo nemico prima di lui. Avea l'Arcivescovo, mentre teneva in parole l'Ammiraglio, inviato per mezzo del Vescovo di Messina, che gli sedeva a lato presso al letto, a dire a Matteo Bonello, che quella sera era il tempo opportuno, nel quale poteva porre felicemente in effetto il suo disegno; per la qual cosa il Bonello, già risoluto al misfatto, raunò prestamente alquanti uomini armati, e quelli rincorati a tale affare in vari luoghi dispose, acciocchè non avesse potuto da parte alcuna scampar Majone, ed egli con buon numero di quelli si pose su la porta di Santa Agata, di dove più ragionevolmente dovea passare per ritornar nel palazzo reale: ed avendo significato all'Arcivescovo esser tutto all'ordine, essendo già sopravvenuta in notte oscura, attendeva il ritorno dell'Ammiraglio il quale alla fine togliendo commiato dall'Arcivescovo, di colà si partì. Ma in questo, passando per lo luogo, ove avea tese l'insidie il Bonello, alcuni del suo seguito s'avvidero della sua intenzione, ed incontanente girono a ritrovar Majone, ed incontrandolo per lo cammino, che verso là veniva, gli narrarono tal fatto; onde egli smarrito del prossimo periglio comandò, che si dicesse al Bonello, che venisse a lui, il quale conoscendo esser già scoverto, e non esser più tempo da fingere, cavata fuori la spada, valorosamente l'assalì dicendo: Traditore, son qui per ucciderti, e per metter fine colla tua morte alle tue malvagità, e tor via dal Mondo l'adultero del Re; ed avendo sviato l'Ammiraglio il primo colpo che gli trasse Bonello, cadde a terra moribondo trafitto dal secondo, e di presente finì i suoi giorni[38 - . Ann. 1160. Camil. Pell. in Castigat. ad Anon. Cassin.], ponendosi vergognosamente in fuga, senza dargli aiuto veruno, la folta turba de' suoi partigiani, che lo seguiva. Ecco dove andarono a terminare gli ambiziosi desiderj di Majone da Bari, Grand'Ammiraglio di Sicilia, il quale nato di vilissima schiatta, fu dalla fortuna a grande altezza sollevato, e se ne sia lecito alle grandi le piccole cose paragonare, fu egli assai simigliante a Sejano. L'uno e l'altro umilmente nato, per mezzo del favor de' padroni in grande stato lungamente visse: amendue colmi di grandissime malvagità afflissero il real legnaggio, ed i nobili uomini de' Reami de' loro Signori; amendue essendo adulteri della casa reale procacciarono con il consentimento delle mogli de' padroni, il primo di far morire, come in effetto avvenne, il figliuolo del suo Imperadore, e l'altro (benchè nol potesse recare a fine) il proprio Re; amendue tentarono d'usurparsi la Signoria che governavano, ed amendue alla fine morirono di malvagia morte; diversi sì bene furono nel modo del morire; imperocchè Sejano, essendosi Tiberio per la sua sagacità avveduto del tradimento, fu fatto morire per man di boia, e Majone per la stupidità di Guglielmo, che di nulla curava, morì ucciso da' congiurati, che le sue scelleraggini soffrir più non potevano.

Intanto il Bonello, non sapendo quel che s'avrebbe fatto il Re, nè tenendosi perciò sicuro in Palermo, si ricovrò a Cacabo suo castello, e colà con tutti i suoi si fortificò; ed il Popolo palermitano intesa la morte dell'Ammiraglio, scoprendo apertamente il gravissimo odio, che gli portava, cominciò a straziare vilmente il suo cadavero, rinovandogli altri le ferite, ed altri facendogli mille ignominiosi scherni. Il Re Guglielmo, essendo già molte ore della notte passate, si maravigliava dell'inusitato tumulto, che dal suo palagio nella città s'udiva; ma essendogli da Odone Maestro della stalla reale, che perciò a lui veniva, narrato il tutto, si sdegnò gravemente di tale avvenimento, dicendo, che se l'Ammiraglio avea contro lui fallato, toccava a lui, e non ad altri di dargli castigo; e la Regina più gravemente del Re sdegnata per l'amore, che portava all'adultero, si accese di gravissima ira contro il Bonello e gli altri congiurati. Ma il Re, temendo non succedesse maggior rivoltura per tale cagione nel Popolo palermitano, e che non malmenassero i parenti del morto, e mandassero a ruba le lor case, e quelle del medesimo Ammiraglio, fece tutta la notte da grosso stuolo d'armati circuir la città e guardarla con molta diligenza. Venuto poi il nuovo giorno il Re diede la cura d'esercitar l'Ufficio d'Ammiraglio, sin ch'egli avesse altro disposto, ad Errico Aristippo Arcidiacono di Catania suo famigliare[39 - . Ugo Falc.], uomo di piacevole e mansueto ingegno, ed assai dotto nelle latine e nelle greche scritture, col cui consiglio cominciò a guidar gli affari del Regno; ed avendogli il nuovo Ammiraglio ed il Conte Silvestro palesata la congiura, che avea fatto contro di lui Majone, cercarono con varie persuasioni raddolcire il suo animo fieramente sdegnato contro il Bonello, benchè giammai poterono indurlo a perdonargli, fin che fra i tesori del morto non fur trovati lo scettro, il diadema e le altre insegne reali: le quali facendo manifesta fede della sua scelleraggine, fur cagione, ch'ei racchetasse il suo sdegno, e facesse tantosto porre in prigione i due Stefani, l'un fratello e l'altro figliuolo di Majone, e Matteo Notaio suo strettissimo amico, facendo parimente condurre nel reale Ostello tutti i tesori del morto, che ritrovar si poterono, e facendo collare Andrea Eunuco, e molti altri famigliari dell'Ammiraglio per rinvenire ove erano ascosi gli altri, e spaventare insiememente con gravi minacce il figliuolo Stefano, se non palesava anch'egli quel che ne sapea; per detto del quale fu ritrovata grossa somma di moneta in balia del Vescovo di Tropea, che richiestone dal Re prestamente glie la recò. Dopo la qual cosa inviò Guglielmo suoi messi a Cacabo a dire al Bonello, che per le malvagità che dell'Ammiraglio novellamente avea udite, gli era stata a grado la morte a lui data, e che perciò ne venisse sicuramente a lui. Ricevuta Bonello tale imbasciata, confidato ancora nell'amor de' Baroni e del Popolo, e nel presidio di molti suoi soldati, che seco condusse, tantosto venne in Palermo, dove entrando se gli fece all'incontro innumerabil turba così d'uomini, come di donne, che con gran festa l'accolsero, ed insino al palazzo reale l'accompagnarono, ove fu lietamente accolto dal Re, che il ricevette in sua grazia. E da lui partendosi, fu da' maggiori personaggi della Corte con la medesima frequenza di Popolo insino a sua casa onorevolmente condotto, e non solo in Palermo, ma per tutta la Sicilia, e per gli altri Stati ancora del Re Guglielmo, si rese così chiaro e famoso il Bonello, che acquistonne l'amore e 'l buon volere di tutti.

Ma vedi l'incostanza delle cose mondane: questa istessa grande sua felicità, prestamente si convertì in sua grave ruina; poichè gli Eunuchi del palazzo reale, ch'erano stati compagni di Majone nel congiurar contro il Re, insieme con la Regina, dispiacendogli grandemente tanta grandezza di Bonello, e temendo non alla fine contro a loro si convertisse, cominciarono in varie maniere a porlo in odio al Re, con fargli sospetta la potenza di lui; dicendogli che apertamente aspirava a farsi Signor di Sicilia, e che perciò l'amor de' Popoli e de' Baroni s'acquistava; nè ad altro fine esser stato da lui ucciso innocentemente l'Ammiraglio, che per torre di mezzo colui, che sempre vigilava per la sicurezza e grandezza del Re, essendo state manifeste falsità tutte le cose, che se gli erano apposte; e che il diadema e l'altre regie insegne, che s'erano ritrovate fra' suoi tesori, l'avea fatte fare il morto, per donarle a lui nel principio del prossimo mese di gennaio per offerta[40 - . Ugo Falc. ut eadem in Kal. Januarii strenarum nomine, juxta consuetudinem ei transmitteret.]. Era il Re, fra gli agi del real palazzo, ed il lungo ozio, venuto in tale infingardaggine e stupidezza, che toltone la cura, alla quale era dalla sua avarizia stimulato, di cumulare tesori, imponendo perciò gravezze intollerabili a' suoi vassalli, onde riportonne il titolo di Malo, era assai diverso da quel di prima divenuto; e già cominciava a sentir dello scemo, onde di poca levatura avea mestiere perchè fossero credute da lui tutte quelle cose che s'imputavano a Bonello, onde cominciò ad odiarlo, ed a credere, che non per altro avesse tolto di vita Majone, che per potere anche poi uccidere più liberamente lui. E benchè e' fosse facile ad incrudelire, pure soprastette in procedere contro Bonello, temendo dell'amor, che gli portava il Popolo di Palermo, il qual vedeva ancor tumultuante, e non bene racchetato. Incominciò sì bene a richiedere al Bonello grossa somma di denaro, del quale era per addietro debitore alla real Corona; ma come genero di Majone, non sapendolo il Re, non s'era riscosso. Il perchè il Bonello vedendosi chiedere improviso un debito vecchio, e già dimenticato, e di rado chiamare in Corte, e non esser colà ricevuto con le primiere accoglienze, cominciò a maravigliarsi, ed a gir ripensando onde sì fatta mutazione cagionar si potesse, accrescendogli il sospetto e 'l timore il veder molto favorito dal Re Adinolfo Cameriero già carissimo a Majone, e tanto costui, quanto gli altri suoi nemici mostrargli con molta audacia apertamente l'odio, che gli portavano. Ed essendo in que' giorni morto l'Arcivescovo Ugone per lo veleno datogli per opra dell'Ammiraglio, rimasto privo del suo consiglio e del suo aiuto, era più scovertamente perseguitato dagli emuli suoi; le quali cose giudicava esser segno assai chiaro, che l'animo del Re era cangiato verso di lui, e che perciò i suoi nemici avean presa audacia d'insidiargli anche la vita. Per la qual cosa si risolvè di significare il tutto a Matteo Santa Lucia suo consobrino, ed a molti altri Baroni siciliani, i quali chiamati per sue lettere eran venuti a Palermo, dando loro a vedere, che in vece d'esser largamente premiato, per aver con la morte data all'Ammiraglio salvata la vita al Re, veniva ora da costui, per aggradire alla Regina sua moglie, ed agli Eunuchi del palazzo, costretto a pagare i debiti vecchi, e in molte altre guise gravemente perseguitato e condotto a periglio di dover perderne la vita; onde gli pregava, che non l'avessero abbandonato in sì gravi travagli, perchè se fossero stati uniti strettamente insieme, non gli sarebbe mancato il modo da far generosamente difesa contro chiunque gli avesse voluto offendere. Queste parole di Bonello cagionarono negli animi di que' Baroni effetti molto più vantaggiosi di quel che s'avrebbe egli mai potuto promettere, perchè trovandogli molto disposti a' suoi desiderj, dopo vari discorsi alla fine conchiusero di tor via il Capo di tanti mali e congiurarono contro il Re, con intendimento d'ucciderlo, o di porlo in prigione, e crear Re il suo figliuolo, nomato Ruggieri, fanciullo ora di nove anni, il quale per la memoria dell'avolo, e per la virtù, che in quella tenera età dimostrava, stimavano dover riuscire ottimo Principe[41 - . Ugo Falc. Majorem ejus filium Rogerium Dacem Apuliae, novennem fere puerum Regem crearent.]; ma perchè non giudicavano convenevole porsi essi soli a così gran fatto, trassero parimente nella congiura Simone figliuol bastardo del Re Ruggieri, che odiava fieramente il fratello per avergli costui tolto il Principato di Taranto lasciatogli dal padre, e datogli in vece il Contado di Policastro. Vi trassero ancora Tancredi figliuolo di Ruggiero Duca di Puglia, uomo benchè alquanto cagionevole della persona, dotato nondimeno di grande avvedimento, e di sommo valore, il quale era d'ordine di Guglielmo tenuto a guisa di prigioniero dentro il palazzo reale; e Ruggieri dell'Aquila Conte d'Avellino parente anch'egli del Re per cagione dell'avola Adelasia; ed era il loro intendimento di crear Re il fanciullo Ruggieri, acciocchè si vedesse da' Popoli di Sicilia, che non volean torre il Regno alla schiatta di Guglielmo, ma torlo a lui, che con tirannide il reggea. Infatti avendo corrotto Gavarretto, che avea in suo potere le chiavi delle prigioni, e che sovente da Malgerio era lasciato in suo luogo alla guardia del castello, rimasero seco d'accordo, che in uno statuito giorno ponesse in libertà tutti i prigioni, che essi volevano che fosser nella congiura, e provedutigli d'arme, avesse lor significato, con un segno fra di loro ordinato, essere il fatto in ordine. Dopo la qual cosa Matteo Bonello ne andò a Mistretto suo castello non guari da Palermo lontano, per riporvi vittovaglie e munirlo di soldati insieme con alcuni altri suoi luoghi, acciocchè avesser potuto ricovrarsi in quello in ogni sinistro avvenimento, dicendo a suoi compagni, che sino al suo ritorno non avesser fatto nulla ed avessero il segreto con prudenza custodito, e se cosa alcuna importante fosse improvisamente avvenuta, l'avessero con lor lettere chiamato, che sarebbe di presente ritornato alla città con grosso stuolo d'armati. Or dimorando nelle sue terre il Bonello avvenne che un de' congiurati palesò il negozio ad un soldato suo amico, cercando di trarlo nella congiura, e 'l soldato avendo con molta diligenza raccolto il tutto gli rese grazie, e prese tempo a dargli risposta di quel, che avesse risoluto di fare insino al seguente giorno; indi se ne andò a ritrovar un altro suo amico, che era uno de' congiurati, al quale con indignazione comunicò tal fatto, con risoluzione di doverlo rivelare al Re per impedire tanta scelleraggine, che avrebbe portata grand'infamia a' Siciliani, dove in sì fatta guisa facessero mal menare il lor Signore. Questi dissimulando il fatto, e mostrando anch'egli sdegnarsi di tal cosa, tosto andò a ritrovar il Conte Simone, e gli altri Capi del trattato, e gli riferì tutto quel che per poca accortezza de' compagni era avvenuto, con dirgli che deliberato avessero quella notte di quello che a fare aveano, perchè la mattina senza fallo Guglielmo avrebbe avuto contezza di tutto. Il perchè smarriti del vicin pericolo, conchiusero di porre prestamente ad esecuzione il negozio, non essendovi tempo di fare venire il Bonello. Avvisato dunque il custode delle carceri, che nel seguente giorno, già che non si potea attendere il prefisso tempo, avesse posti in libertà i prigioni, ebber da lui risposta essere all'ordine per eseguire il tutto nella terza ora del dì, mentre il Re fuori delle sue stanze in un luogo particolare, ove solea dare audienza, sarebbe stato trattando con l'Ammiraglio Arcidiacono di Catania degli affari del Regno, ed ivi senza tumulto ed impedimento alcuno si potea, o uccidere, o far prigione, come meglio avesser voluto; laonde con la certezza di tal fatto dettogli così fedelmente dal Gavarretto, rinfrancarono i congiurati gli animi già in parte smarriti, sì per l'assenza di Bonello e degli altri, che n'erano seco giti a Mistretto, come ancora perchè bisognava far frettolosamente quel che con maturo consiglio e con opportuno tempo avean conchiuso di fare.

Or venuto il nuovo dì il Gavarretto nell'ora destinata eseguì con molta accortezza la bisogna a lui commessa, cavando di prigione Guglielmo Conte di Principato con tutti gli altri uomini nobili che colà erano, i quali avea prima proveduti d'armi, e gli condusse nel luogo ove introdotti avea di fuora i lor compagni, li quali postisi appresso al Conte Simone, ch'era lor guida, che per essere allevato colà dentro sapea tutte le vie dell'Ostello, giunsero ove il Re Guglielmo stava ragionando con Errico Aristippo. Ma il Re veggendo venire il Conte Simone suo fratello e Tancredi suo nipote, si sdegnò, che senza sua licenza gli venissero innanzi, maravigliandosi come le guardie gli avesser lasciati entrare; pure come s'avvide ch'eran seguiti da grossa schiera d'armati, immaginandosi quel che veniano per fare, spaventato dal timor della morte si volle porre in fuga, ma sovraggiunto prestamente da molti di essi, rimase preso, e mentre gli era da loro con acerbe parole rimproverata la sua tirannide, vedendo venirsi sopra con le spade sfoderate Guglielmo Conte di Lesina, e Roberto Bovense uomini feroci e crudeli, pregò coloro che lo tenevano, che non l'avessero fatto uccidere, ch'egli avrebbe incontanente lasciato il Regno; tenendo per sicuro, che i congiurati gli volesser torre la vita; la qual cosa gli sarebbe agevolmente avvenuta, se Riccardo Mandra ponendosi in mezzo non gli avesse raffrenati, rimanendo per sua opera in vita il Re, il quale fu posto strettamente in prigione; ad avendo fatta anche in una camera guardare onestamente la Reina ed i figliuoli, si posero a ricercare i luoghi più riposti del palagio, ponendo il tutto a ruba, e predando le più pregiate gemme e le più preziose suppellettili che v'erano, non risparmiando nè anche l'onore delle vaghe damigelle della Regina[42 - . Ugo Falcand.]. Uccisero parimente tutti gli Eunuchi, che loro alle mani capitarono, ed usciti poscia nella città saccheggiarono molte ricche merci de' Saraceni, che teneano nelle lor botteghe o nella real dogana. Dopo i quali avvenimenti il Conte Simone, ed i suoi seguaci presero Ruggiero Duca di Puglia primogenito di Guglielmo, e cavandolo fuori del palagio il ferono cavalcar per Palermo sopra un bianco destriere, e mostrandolo al Popolo, il gridarono con allegre voci Re, essendo lietamente ricevuto da tutti per la memoria dell'avolo Ruggiero, e sovrastettero a coronarlo solennemente, sin che giungesse il Bonello, che a momenti s'aspettava. Gualtieri Arcidiacono di Ceffalù maestro del fanciullo, biasimando in questo mentre la crudeltà e le altre malvagità di Guglielmo pubblicamente, e convocando le brigate dicea loro, che giurassero d'ubbidire al Principe Simone, che così esso il chiamava, il quale avrebbe retto e governato il Regno insino che il fanciullo Re fosse giunto all'età idonea; per opera del qual Gualtieri fecero molti tal giuramento, ed altri negarono costantemente di farlo, benchè niuno avesse ardimento d'opporsi a' congiurati; perciocchè de' Vescovi, ch'erano allora nella città, ed avean molta autorità nel governo del Reame, alcuni lodavano tai cose apertamente, ed altri l'approvavano col tacere, stando cheta la plebe per intendere, che il tutto era avvenuto per opra del Bonello. Ma tardando esso a venire, si partirono di Palermo Guglielmo Conte di Principato, e Tancredi Conte di Lecce, e ne girono a Mistretto per condurlo nella città con suoi soldati armati, temendo non alla fine, come appunto avvenne, cominciasse il Popolo palermitano a favoreggiare il Re, e lo riponesse in libertà.

Essendo intanto passati tre giorni in cotai pratiche, e che il Re dimorava in prigione, non comparendo altrimenti il Bonello, cominciarono Romualdo Arcivescovo di Salerno, Roberto Arcivescovo di Messina, Riccardo Eletto di Siracusa e Giustino Vescovo di Mazzara a persuadere a' Parlamenti, che facessero sprigionar il Re, dicendo ch'era laida e sconvenevol cosa a soffrire, che il lor Signore fosse così obbrobriosamente tenuto in prigione, e che i tesori acquistati con molta fatica per la diligenza d'ottimo Re, e bisognevoli per la difesa del Reame fossero in sì fatta guisa rubati e ridotti a nulla[43 - . Ugo Falcand. Indignum esse, satisque miserabile, Regem a paucis praedonibus turpiter captum, in carcere detineri, neque Populum id dobere pati diutius.]. Queste parole dette, ed ascoltate primieramente fra pochi, si sparsero poscia tantosto fra tutto il volgo; onde come fossero stati a ciò chiamati da divino oracolo, o se seguitassero un fortissimo capitano, armatisi tutti, assediarono il palagio, richiedendo con fiere voci a coloro ch'eran colà entro, che avessero prestamente liberato il Re. I congiurati attoniti e smarriti per sì subita mutazione, cominciarono da prima valorosamente a difendersi, ma conoscendo tutto esser vano, non essendo bastevole il lor numero a difendersi contro moltitudine sì adirata, costretti da dura necessità ne girono al Re, e trattolo di prigione patteggiarono con lui, che gli avesse lasciati gir via liberi, ed indi il condussero ad un verone a vista di tutti. Ma veduto i Palermitani in tale stato il loro Re, vennero in maggior rabbia, volendo in tutti i modi gittar le porte a terra, ed entrar a prender vendetta de' congiurati, i quali vi sarebbero senza fallo mal capitati, se Guglielmo facendo lor cenno con mano, non gli avesse racchetati, dicendogli aver bastevolmente fatto conoscere la lor fedeltà, con averlo fatto porre in libertà, e che riponessero l'armi, e ne lasciassero gir via liberi coloro, che l'avean preso, avendo così loro promesso: alle cui parole ubbidendo, tutti andarono via, lasciando libera l'uscita del castello, ed i congiurati uscendo di là, tantosto si partirono da Palermo, e ritiraronsi a Cacabo.




CAPITOLO III

Il Re Guglielmo posto in libertà ripiglia il governo del Regno: morte di Ruggiero suo primogenito; e nuovi tumulti in Palermo ed in Puglia, che finalmente si quietano per la morte del Bonello e degli altri congiurati


Apportò questo avvenimento in breve tempo asprissime calamità alla Sicilia; perciocchè non solo molti nobilissimi Baroni per tal cagione mal capitarono, e ne andarono a male buona parte de' tesori reali, ma ne morì parimente il Duca Ruggieri, che sin d'allora dava chiari segni d'aver a riuscir ottimo Principe, il quale mentre nel tumulto fatto dal Popolo con poco avvedimento sporgendo il capo in fuori d'una finestra guardava coloro, che assediavano il palazzo, fu ferito d'una saetta tirata, siccome fu allora costante fama, da Dario portiero del Re; la ferita però non sarebbe stata bastevole a farlo morire, se il padre Guglielmo veggendoselo gir lieto dinanzi dopo esser stato posto in libertà, sdegnato, che l'avesser anteposto a lui, non badando, che il figliuolo non vi aveva colpa alcuna, non l'avesse sconciamente nel petto d'un fiero calcio percosso; onde raccontando Ruggiero quel che gli era col Re avvenuto alla Regina sua madre, non guari da poi uscì di vita.

Ravveduto Guglielmo della vergogna del misfatto, e degli altri mali che patiti avea, dimenticatosi d'esser Principe, e deposta la veste reale vilmente piangendo traea dolorosi guai, ed uscito quasi di se stesso non faceva, che dolersi amaramente, e con le porte aperte a chiunque entrar volesse, raccontava la sua sciagura; onde traeva lagrime eziandio da' suoi nemici medesimi. Ma alla fine avvertito da' famigliari e da' molti Prelati, ch'eran venuti a consolarlo, fece un giorno convocar il Popolo nella Corte del suo palazzo ove egli disceso, rese primieramente lor grazia della fedeltà dimostrata: indi gli esortò a durar nella medesima fede, e riputando essergli tutto ciò accaduto da giusto castigo, che gli dava meritamente Iddio, sarebbe da indi innanzi altrimenti vivuto; nè potendo, impedito dal dolore e dalle lagrime, dir più oltre; Riccardo Eletto di Siracusa, uomo di somma dottrina e di maravigliosa eloquenza, manifestò a quelle turbe più apertamente quanto il Re avea detto, e per testimonianza del suo buon volere concedette allora a' Palermitani molti privilegi e franchigie; la qual cosa tanto più fu lor gratissima, quanto che ottenuta in tempo, che men se 'l pensavano.

Avea intanto il Bonello intesa la novella della liberazion del Re, e se bene simulando il contrario mostrasse al medesimo il suo dispiacere, e che egli non vi avea tenuto parte, ed il Re parimente accomodandosi al tempo, lo dissimulasse; pure l'unione scoverta a Cacabo di molti Baroni insieme con lui, non potè più dissimularsi, poichè il Conte Simone, Tancredi Conte di Lecce, Guglielmo Conte di Lesina, Alessandro Conte di Conversano, Ruggieri Sclavo, e tutti gli altri che avean posto il Re in prigione, si erano uniti a Cacabo con Bonello, ed avean con loro grosso numero di gente armata: il perchè Guglielmo inviò messi al Bonello a dimandare che volea dinotar quell'unione e que' soldati, e se egli non s'era mischiato co' consigli de' congiurati, come poi gli avea albergati nel suo castello: alla qual ambasciata egli rispose, che sarebbe stata gran crudeltà la sua a scacciar tanti Grandi del Regno, ch'erano ricorsi da lui per non esporsi alla sua indignazione, e che non poteva lasciare di dirgli, che se ben esaminasse i fatti suoi si sarebbe maravigliato, come potessero tanti uomini illustri soffrire il giogo di tante leggi gravose, che avea imposte, per opprimere la loro libertà: e fra l'altre, come potessero soffrire vedersi le loro figliuole in tutto il tempo della lor vita rimanere nelle loro case con perpetua virginità, non dando loro il permesso di poterle maritare, se non quando fossero senza speranza di prole, acciocchè i feudi ricadessero a lui: laonde se voleva ch'egli insieme con li congiurati vivessero seco in pace, che togliesse via le tante leggi, che nuovamente avea fatte per opprimere la loro libertà e restituisse le lodevoli costumanze, che furono nel Regno introdotte dagli avoli suoi Ruggiero Conte di Sicilia e dal famoso Roberto Guiscardo, e quelle osservasse, perchè altrimenti essi avrebbero procacciato di fargliele osservare per forza d'armi[44 - . Ugo Falc. Ut his, aliisque perniciosis legibus antiquatis, eas restituat Consuetudines, quas avus ejus Rogerius Comes a Roberto Guiscardo prius introductas, observari praeceperit.]. Dispiacque al Re sì ardita risposta, facendo loro incontanente significare, ch'egli prima si sarebbe contentato perdere il Reame e la vita appresso, che per tema di loro avesse a far cos'alcuna di quel che chiedevano; ma se deposte le armi, e rimessisi al suo arbitrio, dimandassero cose ragionevoli, egli agevolmente glie le avrebbe accordate. Al che non volendo essi in modo alcuno consentire, s'avviarono armati verso Palermo, ponendo que' cittadini in grandissimo terrore per la tema, ch'aveano non impedissero il venire delle vettovaglie nella città. All'incontro il Re ragunati molti soldati, deluse ogni loro sforzo; pure volendo ad ogni modo racchetar tal rivoltura, inviò di nuovo al Bonello Roberto da S. Giovanni Canonico di Palermo, uomo di chiaro nome e d'incorrotta fede, il quale colla sua efficacia e destrezza, pose il tutto in concordia, perdonando il Re a coloro, e dando loro galee armate, con le quali potessero liberamente uscir fuori del Regno, onde alcuni d'essi, ed il Conte Simone ne girono in Grecia, ed altri oltre mare in Gerusalemme. Ricevè in sua grazia Bonello: perdonò altresì a Ruggiero dell'Aquila Conte d'Avellino, sì per essere assai giovanetto, e per ciò più meritevole di perdono, sì anche per li prieghi, e per le lagrime dell'avola Adelasia consobrina del Re, la quale, non essendole rimasto altro erede di questo Conte, teneramente l'amava; e Riccardo Mandra che lo campò da morte, volle tenerlo presso di se, creandolo Gran Contestabile di Sicilia[45 - . Ugo Falc. Panormi retinens militibus suis Comestabulum praefecit.]. Ma non per ciò i mali della Sicilia ebbero fine, poichè Ruggiero Selavo figliuolo del Conte Simone, e Tancredi Conte di Lecce, con molti altri lor partigiani, i quali non aveano voluto concordarsi col Re, cominciarono ad occupare molte terre, ed a far danni gravissimi ne' vicini territori di Siracusa e di Catania. La novella del qual fatto capitata a Palermo, empiè tantosto di nuovo terror la Corte, onde persuaso il Re, che non senza intendimento del Bonello tutti questi travagli accadevano, lo fece porre in prigione; ed ancorchè da prima il Popolo palermitano per tal prigionia tumultuasse, e cercasse di liberarlo; nulladimanco tantosto, come è la natura del volgo varia ed incostante, cominciò a perdersi d'animo, ed a non curar più di lui, temendo l'ira del Re, il quale fatto porre Bonello in una oscurissima prigione sotterra, lo fece da poi abbacinare, e tagliatigli i nervi sopra i talloni, fu condannato a perpetua carcere, ove non guari da poi, piangendo invano la sua sventura, tutto dolente se ne morì. Debellò anche il Re gli altri congiurati, ed in breve rassettò non meno le cose di Palermo, che di tutta quell'isola.

Ma restava ancora a Guglielmo di sedare le revoluzioni della Puglia mosse per opra d'alcuni Baroni partigiani, che furono dell'ammiraglio Majone, e sopra tutti da Roberto di Bassavilla conte di Loritello, il quale unitosi col Conte Giliberto, e 'l Conte Boemondo, cominciò ad occupare in Puglia molte terre del Re sino ad Oriolo, castello posto tra i confini di Puglia e di Calabria. Passò poi in terra di Lavoro, dove tentò d'occupar Salerno; ma non essendogli riuscito il suo disegno passò a Benevento, che tantosto se gli diede; ed indi ritornato in Puglia prese Taranto. Travagliavasi parimente in Calabria, ove tutti i più potenti Baroni erano aperti nemici del Re, ed aderivano al Conte Roberto, fra quali Clemenzia Contessa di Catanzaro avea afforzato Taverna di grosso presidio per far contro l'armi del Re lunga e gagliarda difesa. Ma intendendo Guglielmo tutte le province del Regno di Puglia in tale stato esser ridotte, pensò non altrimenti poter racchetare queste turbolenze, che unendo numerosa armata di presente in persona passarvi, e porsi alla testa di quella: e prima del suo partire, per torsi dinanzi un grande ostacolo, fece venir a se, sotto altro pretesto, Ruggiero Sanseverino detto di Martorano Barone di molta stima in Calabria, il quale egli tenea per suo fiero inimico, per aver grandemente aderito al Bonello ne' passati tumulti, e senza altra pruova di fellonia il fece prestamente porre in prigione e cecare.

Passò intanto Guglielmo in Calabria, e assediò strettamente Taverna per tutti i lati, e benchè la Contessa Clemenzia con sua madre e con Alferio e Tommaso suoi zii, si difendessero insieme co' terrazzani valorosamente: e' pure finalmente la prese a forza e distrusse, ed essendo venute in suo potere la Contessa e sua madre, le mandò prigioniere a Palermo, ove fece di presente impiccar per la gola Tommaso ed Alferio. Il Conte Roberto risaputa la presura di Taverna, se n'andò tantosto in Taranto, e confortati quei cittadini alla difesa, e munitigli di nuovo presidio, passò prestamente in Apruzzi per dilungarsi dalle forze di Guglielmo. Ma questi gitone immantenente in Taranto, s'impadronì prestamente di quella città, e fece impiccar per la gola alcuni soldati del Conte Roberto, che colà ritrovò. Ricuperò poi con la medesima agevolezza, con la quale perduti gli avea, tutti i luoghi di Puglia e di Campagna. Intendendo poi, che Roberto di Bassavilla se n'era con parte di sua gente andato in Apruzzi, inviò incontanente con grosso stuolo d'armati Riccardo di Soria per farlo prigione; ma il Conte avendolo penetrato, uscì dal Regno, e se ne andò in Alemagna a ritrovare l'Imperador Federico. Gli altri Baroni vedendo le continue vittorie del Re, si fuggirono tantosto via, alcuni in Romagna ed altri in Apruzzi. Salvossi anche con la fuga Ruggieri dell'Aquila Conte d'Avellino, il quale benchè gli avesse in prima perdonato il Re, temea al presente di lui per un nuovo errore, che commesso avea, essendosi senza sua licenza ammogliato con la sorella di Guglielmo da Sanseverino, il quale anche egli per paura dello sdegno del Re fuggì via per tal cagione. Andò dopo questo il Re alla città di Salerno, che afflisse grandemente, riscotendo da' Salernitani grosse somme di moneta; e quindi imbarcatosi su le galee, in Palermo fece ritorno. Così Guglielmo avendo col suo rigore racchetati i suoi Stati, stanco de' passati travagli, si diede poscia a più tranquilla e riposata vita: ed avendo data la cura del Governo del suo Regno a Matteo Notajo di Salerno, e ad Errico Vescovo di Siracusa, inglese, tra gli agi ed ozio, nel Palagio tutto intento a' piaceri si nascose, senza volere udire più nulla degli affari del Regno.




CAPITOLO IV

Papa Alessandro III riconosciuto da tutti per vero Pontefice, morto l'Antipapa Vittore, ritorna in Roma; ed il Re Guglielmo, dopo aver sedati nuovi tumulti accaduti nel suo palazzo, se ne muore in Palermo l'anno 1166


Intanto mentre questi avvenimenti accaddero nelli Regni di Sicilia e di Puglia, altri assai più notabili avvennero in Francia ed in Italia fra il Pontefice Alessandro, e l'Imperador Federico; poichè Alessandro, dopo esser dimorato in Alagna, passò a Genova, ed indi imbarcatosi se ne andò in Provenza: la di cui partita intesa dall'Antipapa Vittore, che dimorava a Segna, fu cagione, che se ne passasse prestamente in Lombardia a ritrovar Federico, col quale per alcun tempo dimorò, a fargli sapere, Alessandro esser già passato in Francia: l'Imperadore ciò inteso, temendo non fosse colà ricevuto da Lodovico Re di Francia come vero Papa, v'inviò il Conte Errico suo Ambasciadore, perchè trattasse tra di loro un abboccamento presso la città d'Avignone per potere dar sesto e riforma agli affari della Chiesa. Cercava l'Imperadore con quest'occasione, vedendo che l'Antipapa non avea quel seguito che Alessandro, almeno che si dovesse deporre l'uno e l'altro, e creare un nuovo Pontefice, acciò che Alessandro suo scoverto inimico non fosse alla fine stato come vero Papa da tutti adorato; ed avendo persuaso al Re francese, uomo d'animo schietto, e facile ad esser ingannato, il ridusse con pochi de' suoi a venir per tale effetto al luogo destinato, e Federico con grande esercito vi giunse il giorno seguente; e pose col suo venire così poderoso di soldati in grave angustia il Pontefice ed il Re, che si avvidero tardi del suo ingannevol pensiero; e sarebbero mal capitati, se Errico Re d'Inghilterra prode e cristianissimo Principe, presentiti i disegni di Federico, non fosse accorso in Francia con grossa armata a soccorrere Alessandro ed il Re Lodovico. La cui opportuna venuta pareggiando le forze di Federico, fece che il suo pensiero non ebbe effetto alcuno, onde dopo vari trattati, sdegnato l'Imperadore d'esser riusciti vani i suoi pensieri, se n'andò col suo Antipapa in Alemagna; ed Alessandro rimasto libero di così grave periglio, fu dal Re d'Inghilterra, e dal Re Lodovico, e da tutti i lor Reami, come vero Pontefice riconosciuto e riverito. E passato poi in lor compagnia a Parigi, racchetò e compose alcune differenze, ch'eran tra quelli Re, facendogli far insieme lega e compagnia. Celebrò parimente in quest'anno 1163 un general Concilio in Turone, ove intervennero tutti i Prelati d'Inghilterra, di Scozia, di Francia, di Spagna e di Ibernia, con alcuni Prelati tedeschi, e riordinò in esso molte cose, e tolse altri abusi appartenenti al governo della Chiesa. Intanto l'Antipapa, non ostante l'impegno di Federico, gito con lui in Alemagna, non potè nemmeno essere ubbidito da que' Vescovi; onde ritornossene in Italia, ed andato a Lucca ivi dimorò insino alla sua morte, che poco da poi gli sopravvenne. Ma non per questo s'estinse lo scisma: poichè per opra di Rinaldo Cancellier di Federico, che colà dimorava, gli fu subito dato successore, e fu rifatto in suo luogo Guido da Crema, che Pascale III nomossi. I Romani avendo udita la morte dell'Antipapa, inviarono prestamente loro Ambasciadori in Francia a richiamare Alessandro, pregandolo che se ne fosse ritornato in Roma, che l'avrebbero con ogni amor ricevuto; onde il Pontefice conoscendo esser utile alla sua Chiesa, ch'egli risedesse nella sua principal sede, imbarcatosi su i vascelli di Francia, campando dalle insidie, che tra via per opera di Cesare gli aveano con lor galee tese i Pisani per farlo prigione, giunse a salvamento con tutti i suoi Cardinali, e con l'Arcivescovo di Magonza, che 'l seguiva, alla città di Messina: la cui venuta significata al Re Guglielmo, che allor dimorava a Palermo, il mandò prestamente a visitar per suoi Ambasciadori, che gli recarono in suo nome ricchi doni, e cinque galee armate, su le quali imbarcatosi il Pontefice, andò prima a Salerno, e di là ne venne colle stesse galee sino al Tevere, ed alla chiesa di S. Paolo, ove gli uscirono all'incontro tutto il Popolo, e i Cherici di Roma, i quali con nobil pompa al Laterano il condussero[46 - . Romuald. Arciv. di Salern. Cronic. apud Baron.].

Ma ecco che il Re Guglielmo, mentre si credea esser d'ogni parte sicuro, per cagione che men si pensava, corse gravissimo periglio di perder la vita; perciocchè alcuni pochi prigioni, disperando di poter più ricuperar la loro libertà per la malvagità di Matteo Notaio, che s'era scoverto non men crudele e tiranno di Majone; e fastiditi della noia, che lor recava l'orror delle prigioni, tentarono di mettersi in libertà, ovvero di dar fine con la morte a i lor mali. Per la qual cosa, corrotti i custodi, quando era men frequentato il palagio, uscirono fuori, e benchè fossero picciol numero, diedero nondimeno con disperato ardimento sopra i custodi delle porte, ed entrati più a dentro nel palagio, posero in iscompiglio tutto l'Ostello regale, con intendimento d'aver in loro mani il Re, ovvero i suoi figliuoli; ma al rumore essendo accorso grosso numero di soldati con Odone Maestro della stalla del Re, furono dopo qualche resistenza, alla fine tutti l'un dopo l'altro uccisi, ed i lor cadaveri d'ordine della real Corte dati a mangiare a' cani, vietando che lor si dasse sepoltura. Si smarrì grandemente il Re di tal caso, e considerando che due fiate i prigioni del castello l'avean condotto a gran rischio di perder la vita; fece tantosto cavar di là que' che vi eran rimasi, e trasferì le carceri in altra Rocca presso al mare, ed in altre Fortezze dell'isola. E dopo questo si diede sì fattamente all'ozio ed alla quiete, che vietò espressamente a' suoi famigliari, che non gli significassero cosa alcuna, che noia e travaglio recar gli potesse; onde da questo suo non volere udir nulla degli affari del Regno si cagionò, che Gaito Pietro, e gli altri Eunuchi del palagio con molti lor partigiani afflissero, con rapine e con straziargli nelle persone, grandemente i Siciliani; onde presso i medesimi acquistò il nome di Guglielmo il Malo, che tanto più si rese divolgato, quanto che sperimentarono poi il suo successore altrettanto buono. Il Re tutto intento a' suoi piaceri, ripensando che suo padre Ruggiero avea edificato due palagi di diporto in Palermo, volle egli fabbricarvi il terzo, superando di gran lunga quegli del padre non solo nella magnificenza e ricchezza dell'ostello, ma anche ne' vaghi giardini e ne' dilettevoli fonti e peschiere, che da tutti i lati il cingevano. Ma appena fu terminata quest'opera, che gli fu vietato il goderne da quella, che tutti gli umani disegni termina ed interrompe; poichè nel principio di quaresima di quest'anno 1166 si ammalò di flusso, che grandemente il travagliò, il qual crescendo tuttavia, presi con divozione i Sacramenti della Chiesa, fece liberare molti di coloro, che tenea in prigione, e levò via parimente una nuova imposta di moneta, che avea fatta porre sopra la città e terre di Puglia; ed avendo a se chiamati tutti i Magnati della Corte, e gli Arcivescovi di Salerno e di Reggio, dettò, essi presenti, il suo testamento, nel quale lasciò erede del Reame Guglielmo suo maggior figliuolo, e confermò all'altro nomato Errigo il Principato di Capua, del quale già prima avealo investito[47 - . Pellegr. in Castigat. ad Anonymum Cassin. ann. 1172 ex Ugone Falcando, et Romualdo.]; ed alla Reina sua moglie lasciò la cura ed il baliato del Regno, finchè i figliuoli fossero giunti a perfetta età; e l'impose, che si fosse in tutti gli affari di quello valuta del consiglio del Vescovo di Siracusa, di Gaito Pietro e di Matteo Notaio; e crescendo tuttavia il male fece venire a se Romualdo Guarna Arcivescovo di Salerno suo stretto parente, ch'era secondo l'uso di que' tempi assai dotto in medicina, il quale, benchè gli ordinasse molti rimedi valevoli al suo male, e' nondimeno non ponea in opera se non quelli, che a lui parevano; per la qual cosa s'accelerò il morire, poichè il sabato che va innanzi all'ottava di Pasqua[48 - . La Cronica di Fossanova dice, che fu il mese di maggio. Fazzello a' 9 maggio.], fu assalito da una grave febbre, per la quale non guari da poi uscì di vita d'età di 46 anni, dopo averne regnato sedici, due mesi e tre giorni, da che in vita del padre fu incoronato Re di Sicilia.

La Regina temendo, che sparsa tra' Palermitani la novella improvisa della sua morte, non cagionasse alcun periglioso movimento, il fece segretamente riporre entro il palagio, simulando che ancor vivea, sin che fossero giunti i Baroni, ch'erano stati già chiamati, e ch'eran di mestiere per incoronare il novello Re. La qual cosa posta in effetto fra pochi giorni, si pubblicò poscia in un medesimo tempo, che Guglielmo era morto e che 'l figliuolo regnava; e tolto il cadavero con molto onore il portarono alla cappella di S. Pietro, ed ivi gli celebrarono per tre giorni continui nobili e pompose esequie, ove intervennero tutti i Baroni e Vescovi, che in Palermo si trovarono; ed in processo di tempo fu trasportato il suo corpo dentro la chiesa di Monreale, ch'edificò poscia il Re suo figliuolo, ove la Regina sua moglie gli eresse un ricco avello di porfido, il qual sino ad oggi si vede senza iscrizione alcuna.

Fu Guglielmo, come narra Romualdo, un Principe di nobile, e signorile aspetto, oltre modo cupido di onori e valorosissimo in guerra: vinse più volte in mare ed in terra i suoi nemici; ma nella pace fu di poco avvedimento, ed oltre modo amico dell'ozio ed infingardo. L'aver inclinato alla crudeltà, e l'essere stato troppo bramoso d'accumular denaro, ed avaro in ispenderlo, lo fece parer cattivo appresso i Popoli; del rimanente stimò e careggiò i suoi amici, e gli esaltò a grandi onori, e largamente premiò: ed all'incontro perseguitò aspramente i suoi nemici, de' quali molti fece crudelmente morire, ed altri cacciò fuori e sbandì da' suoi Stati: fu assai religioso ed amator del culto Divino, e riverente a' Pontefici romani, coi quali, toltone Adriano nel principio del suo Regno, non ebbe con altri contese.




CAPITOLO V

Leggi del Re Guglielmo I


Le leggi di questo Principe, ancorchè alcune sembrassero gravose a' suoi sudditi per l'avidità di cumular tesori, nulladimanco tutte l'altre furon assai provide ed utili, tanto che Federico II le inserì nel volume delle sue Costituzioni, che fece compilar da Pietro delle Vigne, e volle che insieme con quelle di Ruggiero s'osservassero. Ventuna ne abbiamo di questo Principe nel volume delle Costituzioni, le quali bisogna separare da quelle, che promulgò da poi Guglielmo II suo figliuolo, non confonderle, come han fatto i nostri Scrittori, che tutte le riputarono di Guglielmo I.

Quella che leggiamo nel libro primo sotto il titolo de Usurariis puniendis, e che porta in fronte in alcune edizioni il nome di Ruggiero, ed in alcune altre quello di Guglielmo, non è, come si disse, nè di Ruggiero, nè, come credettero Andrea d'Isernia, Afflitto, e gli altri nostri Scrittori, di questo Guglielmo I. Fu quella promulgata molto tempo da poi da Guglielmo II suo figliuolo; perciocchè ivi si stabilisce, che tutte le quistioni, che s'agiteranno nella sua Corte appartenenti alle usure, s'abbiano nella medesima a diffinire e terminare secondo il decreto del Papa novellamente promulgato in Roma; intendendo Guglielmo II del decreto, che nel Concilio lateranense, celebrato in Roma da Alessandro III, fu stabilito contro gli usurai, inserito anche da Gregorio IX ne' suoi Decretali[49 - . Decret. lib. 5 tit. 16 cap. 6.]; onde non potè esserne Autore Guglielmo I, poichè questo Concilio fu celebrato da Alessandro in Roma nell'anno 1180 come rapporta Antonio d'Agostino, o come i più accurati Scrittori nell'anno 1179, nel qual tempo era già morto Guglielmo il Malo, che finì i giorni suoi, come si è veduto, fin dall'anno 1166, e regnava in Sicilia Guglielmo II, il quale tutto diverso dal padre, abbominando l'avidità degli usurai, ed i loro detestabili acquisti, volle che le quistioni d'usure si terminassero non già secondo la ragion civile de' Romani, ma secondo i canoni del Concilio di Laterano. Merita riflessione che in questi tempi i delitti d'usura erano conosciuti da Giudici secolari, nè apparteneva la cognizione de' medesimi agli Ecclesiastici, come pretesero da poi, avendo solo Guglielmo comandato che dovessero i suoi Giudici terminar tali controversie non già colle leggi romane, ma secondo quel decreto, il quale senza questa Costituzione non avrebbe potuto obbligare i sudditi dei suoi Regni, non avendo ancora i regolamenti ecclesiastici acquistato ne' Tribunali quella forza ed autorità che da poi col lungo uso acquistarono ne' nuovi dominj de' Principi cristiani; ma perchè s'osservassero nel Foro, ed in vigor de' quali le liti si decidessero, era bisogno che il Principe lo comandasse.

Parimente l'altra Costituzione, che leggiamo nel medesimo libro primo, sotto il titolo, Ubi Clericus in maleficiis debeat conveniri, al II Guglielmo, non già al I, dee attribuirsi. Fu quella insieme con un'altra, che si legge nel libro terzo sotto il titolo De adulteriis coërcendis, stabilita da Guglielmo II a richiesta di Gualtieri Arcivescovo di Palermo[50 - . Tutini degli Ammir. pag. 41.], colla quale furono, intorno a' delitti, le persone de' Cherici del suo Regno, sottratte dalla giurisdizione laicale, ordinando per quella, che la cognizione de' medesimi, per quanto s'attiene alle loro persone, sia della Chiesa, e che debbano da lei esser giudicati secondo i canoni e secondo il dritto ecclesiastico; eccettuando solamente i delitti di fellonia e quelli che per la loro atrocità spettassero alla Maestà del Re, ne' quali volle che la cognizione fosse della sua Corte.

Sono sì bene di Guglielmo I le altre, che seguono nell'istesso libro primo sotto vari titoli collocate. La prima si legge sotto il titolo 59, per la quale vien proibito agli Ufficiali esercitar per altri le loro cariche, togliendosi a' M. Giustizieri ed agli altri Giustizieri minori il poter per mezzo de' loro Vicari esercitare i loro Uffici, imponendo con sommo rigore pena capitale a chi contravenisse a tal divieto. La seconda è sotto il titolo De juramentis non remittendis a Bajulis, ove punisce con pena pecuniaria d'una libbra d'oro gli eccessi de' Baglivi, i quali per favore o per denaro rimettessero i giuramenti, ed altre pruove nelle liti, che i Giudici sentenziassero doversi prestare. La terza sotto il titolo De Officio Magistri Camerarii, fu stabilita per togliere le confusioni tra gli Ufficiali, e distribuisce a ciascuno d'essi ciò che sia della sua incumbenza. Vuol perciò che i Maestri Camerari possano conoscere delle cause civili solamente, e non delle feudali, che s'appartenevano alla Gran Corte, ed a' Gran Giustizieri; e diffinire le cause che nascessero tra Baglivi, e Gabelloti alla sua giurisdizione soggetti, e che ad essi si riportassero le appellazioni delle cause decise da' Giudici ordinari in presenza de' Baglivi, li quali possano confermare, o rivocare i loro decreti o sentenze; siccome il dritto loro detterà: da' quali poi possa appellarsi, non già come prima al Gran Giustiziero, ma al Re solamente.

La quarta, posta sotto il medesimo titolo, ordina ai Maestri Camerari delle Regioni a se commesse che col Consiglio de' Baglivi mettano essi l'assise delle cose venali per ciascuna città e luoghi a se soggetti.

La quinta che si legge sotto il titolo de Officio Secreti, è locale, e riguarda la provincia della Calabria, per la quale è stabilito che in quella provincia l'Ufficio di Secreto e di Questore, per l'avvenire s'eserciti da Camerari della medesima. E nella sesta che siegue, si dà particolare incumbenza a' suddetti Secreti e Questori d'invigilare a' tesori che si ritrovassero per incorporargli a comodo del Fisco, e di conoscere sopra i naufragj che accadessero, perchè essendo morti i padroni, nè lasciando legittimi successori, possano le robe appropriarsi al Fisco. Come ancora dà loro incumbenza d'invigilare e conoscere sopra i beni vacanti di coloro, che morendo senza far testamento non abbiano successori legittimi, ordinando che la terza parte del prezzo delle robe ereditarie si dispensi ai poveri per l'anime de' defunti, e tutto il resto s'applichi al Fisco.

La settima, posta sotto il medesimo titolo, comanda a' Giustizieri, Camerari, Castellani e Baglivi che siano solleciti in prestar ogni aiuto e consiglio a' suddetti Secreti e Questori in tutto ciò, che concerne il comodo della sua Corte.

L'ottava che si legge sotto il titolo, De praestando Sacramento Bajulis, et Camerariis, merita tutta la riflessione; poichè in essa si prescrive a' Camerari ed a' Baglivi il modo di dover amministrar giustizia ai suoi sudditi. Comanda che debbano amministrarla secondo le sue Costituzioni e quelle di Ruggiero suo padre, ed in difetto di quelle, secondo le Consuetudini approvate ne' suoi Stati, e finalmente secondo le leggi comuni, longobarde e romane; onde si convince, che a' tempi di questo Principe le leggi longobarde erano in tutto il vigore, ed osservanza in questo Reame, e riputate leggi comuni, non meno che le romane. Quindi avvenne, che le prime fatiche, che abbiamo de' nostri Giureconsulti fossero indrizzato alle medesime, e che Carlo di Tocco, contemporaneo di questo Guglielmo, da cui nell'anno 1162 fu fatto Giudice della G. C.[51 - . Top. de orig. M. C. c. 10.], si prendesse il pensiero e la cura di commentarle: nel che fare servissi delle Pandette ed altri libri di Giustiniano, non perchè questi avessero acquistata forza alcuna di legge in questo Regno, ma perchè non si riputassero le longobarde cotanto barbare ed incolte, giacchè molte di esse eran conformi alle leggi delle Pandette, le quali avendo tirato a se lo studio di molti, questi cominciavano ad aver in disprezzo le longobarde. Nè Guglielmo intese altro per le leggi comuni romane, se non quelle, che prima d'essersi ritrovate le Pandette in Amalfi, erano rimaste come per tradizione presso i nostri provinciali; poichè insino a questi tempi, se bene nell'altre città d'Italia, come che pubblicamente insegnate nelle loro Accademie, cominciassero ad allegarsi nel Foro; nulladimanco in queste nostre parti, non essendovi ancora pubbliche Scuole introdotte, se non a' tempi di Federico II, non solo non aveano acquistata autorità alcuna di legge, nè s'allegavano nel Foro, ma nè meno erano insegnate ed esposte come in Bologna e Milano e nell'altre città d'Italia: e le liti per lo più decidevansi secondo le leggi longobarde, siccome è chiaro da quelle due sentenze rammentate da noi, e rapportate dal Pellegrino, una in tempo di Ruggiero, l'altra di Guglielmo II. Ed è ciò così vero, che non era lecito nè meno ricorrere alle leggi delle Pandette in difetto delle longobarde; come è chiaro da Commentari del medesimo Carlo di Tocco[52 - . Carol. de Tocco in l. si sorores 25 verb. si propinqui in fin. de succes. l. 2 tit. 14.], ove dimandando se, siccome il figliuolo succedeva alla madre, così potesse ancor la madre succedere a' figliuoli: dice che le leggi longobarde di ciò niente stabilirono, onde la madre come cognata dovrebbe escludersi, poichè secondo quelle succedono i soli agnati; e che perciò vi sarebbe bisogno d'una nuova legge, che l'ammettesse alla loro successione, non altramente di quello praticavasi presso i Romani, appo i quali perchè la madre potesse succedere, fu mestier che il Senatusconsulto Orficiano lo stabilisse. Che bisogno dunque vi sarebbe stato di questa nuova legge, se s'avesse alla legge de' Longobardi potuto supplire colle leggi delle Pandette? Ne' tempi dunque di questo Guglielmo le leggi comuni de' Romani non eran quelle, ch'eran comprese nelle Pandette, ma quelle, ch'erano rimaste presso i Popoli, che dopo estinto l'Imperio romano, le ritennero più tosto come antiche costumanze, che per leggi scritte, non essendo stati i libri di Giustiniano in queste parti, se non dopo molti secoli conosciuti, e molto tardi riacquistarono in esse l'antica loro autorità e vigore, per l'uso più, che per qualche Costituzione di Principe, che lo comandasse, come si vedrà chiaro nel corso di questa Istoria.

La nona Costituzione di Guglielmo, che si legge sotto lo stesso titolo, tutta si raggira intorno all'incumbenza de' Maestri Camerari e de' Baglivi. Si prescrive il numero de' Baglivi e de' Giudici in ciascuna città e luogo delle province; e s'impone a' Camerari di non rendere venali questi Uffici, ma di distribuirgli a persone meritevoli e fedeli: che invigilino sopra i medesimi con vedere i loro processi; e dà altre providenze attinenti alla retta amministrazione della giustizia, ed al buon governo delle province.

La decima, che abbiamo sotto il titolo de quaestionibus inter Fiscum, et privatum, prescrive a' Maestri Camerari che eccettuatene le cause feudali, abbiano a conoscere di tutti i giudicj, così reali, come personali tra il Fisco ed i privati, colli Giustizieri aggiunti, e coll'intervento dell'Avvocato fiscale.

L'undecima, sotto il titolo de cognitione causae coram Bajulis, dà facoltà a' Baglivi di poter conoscere ne' luoghi dove sono preposti, di tutte le cause civili così reali, come personali, eccettuatene le cause feudali: di conoscere ancora de' furti minimi e d'altri minori delitti, che non portano pena di mutilazion di membra. La duodecima che si legge sotto il titolo de fure capto per Bajulum, prescrive a' Baglivi, che prendendo qualche ladro forastiero, l'abbiano insieme colla roba rubata a consignar in mano de' Giustizieri: se sarà del luogo, ove sono preposti, parimente lo debbiano consegnare a' Giustizieri, ma le robe mobili del medesimo dovranno essi applicarle al Fisco di quel luogo.

La decimaterza, sotto il titolo de Officio Bajulorum impone a' Baglivi di dover invigilare intorno al giusto prezzo delle cose venali; e la loro incumbenza particolare essere, d'esigere irremissibilmente le pene a quei che venderanno contro l'assise, o pure se troveranno mancanti i loro pesi e misure. La decimaquarta, che segue sotto il titolo de Poena negantis depositum vel mutuum, punisce severamente i depositari, e que' che o per mutuo, o per comodato negheranno a' padroni di restituire la loro roba.

La decimaquinta, che si legge sotto il titolo de Clericis conveniendis pro possessionibus, quas non tenent ab Ecclesia, merita maggior riflessione che tutte l'altre. In essa si determina, che se i Cherici saranno convenuti per qualche eredità, tenimento, o altra roba di lor patrimonio, che non dalla Chiesa, ma da altri sia ad essi pervenuto: la cognizione di queste cause spetti alla Corte secolare del luogo, nel distretto del quale sono le lor possessioni, e quivi dovranno essi rispondere in giudizio, se avran cosa in contrario: proibendosi solamente a' Giudici secolari di poter prendere le loro persone, ovvero carcerarle: ma non già eseguire in vigor della sentenza, che la lor Corte proferirà, le robe dedotte in giudicio. Questa legge di Guglielmo nel tempo, che fu promulgata, non parve niente irregolare e strana, siccome ancora da poi nei tempi di Marino di Caramanico antico Glossatore di queste Costituzioni, che glossandola, niente trovò che riprendere. Ma ne' secoli posteriori, quando il diritto canonico de' decretali cominciò a stabilire nelle menti de' nostri Giureconsulti altre massime, parve assai strana e mostruosa. Andrea d'Isernia, che scrisse in questi tempi, non ebbe per ciò difficoltà di dire che tal Costituzione niente valesse, anzi dovesse reputarsi nulla e vana, come quella ch'è contro le persone ecclesiastiche, e contro l'ecclesiastica libertà. Aggiugne ancora essersi ingannato il Legislatore, che vuol che si dovesse attendere la qualità o condizione delle robe, non delle persone, quando tutto il contrario, le robe prendono qualità dalle persone, e queste sono convenute, non quelle. Chiama eziandio imperiti coloro, che dicono aver il Papa e la Chiesa romana approvate queste Costituzioni; poichè dice non apparirne la conferma, e se pure apparisse generalmente fatta, non perciò si dee aver per approvata questa Costituzione dal Papa, il quale se fosse stato richiesto di particolarmente confermarla, non l'avrebbe conceduto. Ma da quanto si è detto ne' precedenti libri, quando della politia ecclesiastica ci toccò favellare, ben si potrà comprendere, quanta poca verità contenga questo discorso d'Isernia.

La decimasesta, ch'è l'ultima di questo Principe, collocata da Pietro delle Vigne nel libro primo delle Costituzioni del Regno sotto il titolo de Officio Castellanorum, non contiene altro, se non che si comanda a' Castellani ed altri loro subalterni, che niente esigano da' carcerati, che non pernotteranno nelle carceri; ma se arriveranno a pernottarvi, nel tempo della lor liberazione non esigano più che un mezzo tarino.

Nel libro secondo non abbiamo leggi del Re Guglielmo, ma nel terzo la decimasettima, che prima si incontra, è quella sotto il titolo de Dotariis constituendis, ove s'impone alle mogli, dopo la morte dei loro mariti, di dovere assicurare gli eredi di quello del dotario, che tengono nella Baronia, e prestar giuramento di fedeltà a colui, che sarà rimasto padrone della medesima.

La decimaottava, che abbiamo sotto il titolo de Fratribus obligantibus partem feudi pro dotibus sororum, permette a' fratelli, se non avranno mobili, o altri beni ereditarj, di poter costituire in dote alle loro sorelle, e obbligare perciò parte del Feudo; e di vantaggio, se avranno tre o più Feudi, che possano uno d'essi darne in dote alle medesime: ma che in tutti i casi suddetti, e quando s'obbliga il Feudo, e quando s'aliena, o si costituisce in dote, sempre s'abbia da ricercare la licenza del Re. E di vantaggio, che i matrimoni non possan contraersi senza suo permesso ed assenso, ed altrimenti facendosi, tutte le convenzioni siano nulle, e invalide: ciocchè, come si disse, diede motivo a' Baroni del Regno di doglianza, che per queste leggi, per le quali senza licenza della sua Corte non potevano collocar in matrimonio le lor figliuole o sorelle si era loro imposto duro giogo; ma Federico, ciò non ostante, volle confermarla per quelle ragioni, che si sono dette, quando delle leggi di Ruggiero parlossi; poichè la legge non era gravosa per quello, che ordinava, ma per lo mal uso, che d'essa Guglielmo faceva, il quale per avidità, che i Feudi ritornassero al Fisco, era inflessibile a dar il suo permesso nei matrimoni, onde si mossero quelle querele de' Baroni e quei disordini, che nel Regno di questo Principe si sono raccontati.

Merita la decimanona legge di Guglielmo, posta sotto il titolo de Adjutoriis exigendis ab hominibus, tutta la considerazione; poichè in essa più cose degne da notarsi s'incontrano. Primieramente si raffrena l'avidità de' Prelati delle Chiese, de' Conti, de' Baroni, e degli altri Feudatari, i quali per qualunque occasione estorqueano da' lori vassalli esorbitanti adjutorj; onde volendo togliergli da questa oppressione, stabilisce i casi ne' quali possano i medesimi giustamente pretendergli. I casi sono: I Se si trattasse di redimere la persona de' loro padroni dalle mani de' nemici, da' quali fossero stati presi militando sotto le insegne del Re. II Se il Barone dovesse ascrivere un suo figliuolo alla milizia. III Per collocare la sua figliuola, o sorella in matrimonio. IV Per compra di qualche luogo, che servisse per servizio del Re, o del suo esercito. Merita ancora riflessione ciò, che si stabilisce per li Prelati delle Chiese, a' quali anche si prescrivono alcuni casi, ne' quali possano legittimamente cercar gli adjutorj da' loro vassalli: I Per la loro consecrazione. II Quando dal Papa saranno chiamati ad intervenire in qualche Concilio. III Per servizio dell'esercito del Re, se essi saranno in quello. IV Se saranno chiamati dal Re; ove è da notare, che in questi tempi non cadea dubbio alcuno, se i Principi potessero chiamare i Prelati, nè questi facevano difficoltà d'ubbidire alle chiamate, come si cominciò a pretendere negli ultimi tempi; se bene nel Regno i nostri Principi sempre si siano mantenuti in questo possesso, con discacciar i renitenti dal Regno nel caso non ubbidissero. V Se il Re per suo servigio gli mandava altrove, siccome indifferentemente soleva fare, impiegandogli sovente negli affari della Corona; e per ultimo se l'occasione portasse, che il Re dovesse ospiziare nelle loro terre. In tutti questi casi si permette a' Prelati poter riscuotere da' loro vassalli gli adjutorj, ma si soggiunge nella medesima Costituzione, che debbano farlo moderatamente.

Quell'altra, che si legge sotto il titolo de novis edificiis, se bene in alcune edizioni portasse in fronte il nome di Ruggiero, ed in altre quello di Guglielmo, è chiaro però, che non sia nè dell'uno, nè dell'altro. L'Autore della medesima fu Federico II come è manifesto da quelle parole, ab obitu divae memoriae Regis Gulielmi consobrini nostri, intendendo Federico di Guglielmo II, che fu suo fratello consobrino, come nato da Guglielmo I, fratello di Costanza madre di Federico.

La vigesima è sotto il titolo de servis, et ancillis fugitivis. Proibisce per quella Guglielmo, ritenere i servi fuggitivi; ed ordina nel caso sian presi, che immantenente si restituischino a' padroni, se si sapranno: se saranno ignoti, impone che debbano consegnarsi a' Baglivi, i quali tosto dovranno trasmettergli alla sua Gran Corte e facendo altrimenti, s'impone pena ai trasgressori, anche agli stessi Baglivi, della perdita di tutte le loro sostanze da applicarsi al Fisco: ma Federico nella Costituzione de Mancipiis, dà un anno di tempo a' padroni di ricuperargli, da poi alla Gran Corte saranno trasmessi.

L'ultima è quella che si legge sotto il titolo de pecunia inventa in rebus alienis. Se l'altre leggi di Guglielmo sinora annoverate mostrano l'avidità, che ebbe questo Principe di cumular denari, e d'imporre tante pene pecuniarie, onde s'arricchisse il suo erario, maggiormente lo rende manifesto questa, che siamo ora a notare. Guglielmo sin dall'anno 1161 avea stabilita legge, che chi trovasse un tesoro, lo trovava per lo Re[53 - . Bardi tom. 3. Cron. fol. 333.]. In questa, ora ordina che chiunque ritrovasse oro, argento, pietre preziose ed altre simili cose, che non siano sue, debba immantenente portarle a' Giustizieri, o Baglivi del luogo, ove saranno trovate, i quali tosto debbano trasmetterle alla sua Gran Corte, altrimente come ladro sarà punito. Dichiarando ancora generalmente, che tutto ciò che nel suo Regno sarà trovato, del quale non apparisca il padrone, al suo Fisco spezialmente s'appartenga. Vuol che alla sua pietà si debba ciò che soggiunge, cioè che se fra lo spazio d'un anno taluno proverà esserne di quelle il vero padrone, debbansi a lui restituire, ma quello trascorso, stabilmente al Fisco s'ascrivano. Federico II, nella seguente Costituzione approva la legge, e questo solo aggiunge, che le robe trovate s'abbiano a conservare da' Giustizieri e Baglivi delle regioni, ove si trovarono, non già trasportarsi nella Gran Corte, non parendogli giusto, che i padroni di quelle per giustificare e provare esser loro, e per ricuperarle, da lontani luoghi abbiano con molto loro dispendio e travaglio da ricorrere alla Gran Corte da essi remota.

Queste sono le leggi del Re Guglielmo I, che a Federico piacque ritenere, e che volle unire colle sue e con quelle di Ruggiero suo Avo; poichè l'altra, che si legge sotto il titolo de adulteriis coercendis, dove, quando non vi sia violenza, si commette a' Giudici ecclesiastici la cognizione dell'adulterio, a cui uniformossi l'Imperadrice Costanza per una sua carta rapportata dall'Ughello, non è, nè di Ruggiero, nè di questo Guglielmo: ella è di Guglielmo II, suo figliuolo, come si vedrà chiaro quando delle leggi di questo Principe farem parola.

Fassi ancora da alcuni Guglielmo autore della Gran Corte, e ch'egli fosse stato il primo a stabilir questo Tribunale; nè può dubitarsi, che nell'anno 1162 uno de' Giudici di questa Gran Corte fosse stato Carlo di Tocco Commentatore delle nostre leggi longobarde. Ma siccome ciò è vero, così non potrà negarsi, che la Gran Corte a' tempi di Guglielmo era quella eretta in Palermo, ove tenea collocata la sua sede regia, non già quella, che a' tempi di Federico II, e più di Carlo I d'Angiò, veggiamo stabilita in Napoli. In tempo di Guglielmo, Napoli non era riputata più di qualunque altra città del nostro Reame, anzi Salerno, e (prima d'averla egli così mal menata) Bari sopra le altre estolsero il capo. E se bene alcuni rapportano, che questo Principe di due famosi castelli avesse munita Napoli, cioè di quello di Capuana contro gli aggressori di terra e dell'altro dell'Uovo, per que' di mare, ancorchè altri ne facessero pure autore Federico: niun però potrà negare, che questa città da Federico II, cominciasse pian piano a farsi capo e metropoli di tutte l'altre, così per l'Università degli studi, che v'introdusse, come per li Tribunali della Gran Corte e della Zecca, chiamato poi della Camera Summaria; e che non prima de' tempi di Carlo I di Angiò fosse sede regia, ove si riportavano tutti gli affari del Regno, e che finalmente la resero capo e metropoli di tutte le altre, come si vedrà chiaro nel corso di quest'Istoria. Ne' tempi di quest'ultimi Re normanni, non vi era in queste nostre province città, che potesse dirsi capo sopra tutte l'altre. Ciascuna provincia teneva i suoi Giustizieri, Camerari ed altri particolari Ufficiali, nè l'una s'impacciava degli affari dell'altra. Nè in questi tempi il numero delle medesime era moltiplicato in dodici, come fu fatto da poi (se debbiamo prestar fede al Surgente)[54 - . Surg. Neap. Illustr. cap. 24 n. 2.] nei tempi di Federico; ma le nostre regioni erano divise secondo i Giustizieri, che si mandavano a reggerle, onde presero il nome di Giustizierati e poi di province, governandosi da' Presidi, come s'intenderà meglio ne' libri che seguiranno di questa Istoria.


FINE DEL LIBRO DUODECIMO




LIBRO DECIMOTERZO



La morte di Guglielmo I, e l'innalzamento al Trono di Guglielmo II suo figliuolo fece mutar tantosto in tranquillità lo stato delle cose del Regno; poichè l'avvenenza del fanciullo e la sua benignità trasse di modo a se l'amore e la benevolenza di tutti, che ancor quelli, ch'erano stati acerbi nemici del padre, fecero proponimento di essergli fedelissimi, dicendo bastare con la morte del vecchio Re essersi tolto di mezzo l'autor di tutti i mali, nè doversi all'innocente fanciullo imputar la colpa della tirannia del padre. Intanto la Reina Margherita sua madre, fatti convocar tutti i Prelati e Baroni del Regno, lo fece solennemente coronare nel Duomo di Palermo da Romoaldo Arcivescovo di Salerno: alla qual celebrità, oltre i Prelati ed i Baroni, fuvvi innumerabil concorso del Popolo della città, che accompagnollo, finita l'incoronazione, insino al palagio reale con molti segni d'amore e d'allegrezza. E la Reina, la quale per la tenera età del figliuolo, che appena dodici anni compiva e non era atto a governare il Regno, avea di quello presa la cura, volendo, come saggia, accrescere l'amor dei Popoli verso di lui, fece porre in libertà tutti i prigioni, e rivocò dal bando quelli, che v'erano stati mandati dal Re Guglielmo, richiamando Tancredi Conte di Lecce, e togliendo parimente via molte gravezze imposte da lui, scrisse a tutti i Maestri Camerarj della Puglia e Terra di Lavoro, che per l'avvenire non esigessero più quell'insopportabile peso, chiamato redemptionis, che avea ridotte all'ultima disperazione quelle province[55 - . Ug. Falcan.]. Restituì i Baronaggi a cui erano stati tolti, e ne concedè molti altri di nuovo a diverse persone, donando ancora con larga mano molti beni a varie Chiese.

Ma l'aver ella voluto, contro quel che suo marito avea disposto nel suo testamento, innalzar soverchio Gaito Pietro, e farlo superiore nel Governo a Matteo Notajo, ed all'Eletto di Siracusa, dandogli tutto il Governo nelle mani, cagionò nuovi disturbi nel palazzo reale; poichè gli altri Cortigiani invidiosi della sua grandezza, presa baldanza dalla fanciullezza del Re, e poco stimando il non fermo imperio della donna, cominciarono di nuovo a porre in rivoltura la Casa del Re, consigliere della quale fu Gentile Vescovo d'Agrigento, il quale, resosi carissimo all'arcivescovo di Reggio, cominciò a tender insidie all'Eletto di Siracusa, ed a corrompere insieme Matteo Notajo; e portarono la cosa in tale sconvolgimento, che obbligarono ancora a Gaito Pietro di fuggirsene in Marocco sotto la protezione di quel Re. Ma sedati (dopo varj avvenimenti, che ben a lungo vengon narrati dal Falcando) questi rumori, ed essendo rimaso l'Eletto nel suo luogo, come prima era, giunsero poco da poi in Palermo gli Ambasciadori mandati da Emanuele Imperadore d'Oriente, il quale avendo avuta contezza della morte di Guglielmo, inviò a rinovar la pace col nuovo Re, ed offerirgli per moglie l'unica sua figliuola con l'Imperio in dote: li cui Ambasciadori furon lietamente accolti, e rinovossi di presente la pace; ma il parentato non si potè conchiudere allora per le molte difficoltà, che occorsero nel trattarlo.

Passarono nel secondo anno del Regno di Guglielmo, non meno in Sicilia, che in Puglia alcune turbolenze cagionate, non da forze esteriori, ma dalle discordie di que' del Palazzo, e di alcuni Baroni del Regno, che obbligarono al Gran Cancelliere, ch'era allora Stefano di Parzio, figlio del Conte di Parzio parente della Regina (che lo chiamò di Francia, ed a cui la somma del Governo dopo molti avvenimenti era caduta) di persuadere al Re, che partisse da Palermo, e lo fece andare a Messina, ove più dappresso potesse por quiete alle cose di Puglia. Ma questi moti del Regno, a riguardo di que' maggiori, che si vedeano in Lombardia, ed a petto di ciò, che allora passava tra il Pontefice Alessandro III coll'Imperadore Federico Barbarossa, erano di piccola considerazione, e riputati come di facile componimento: siccome non passò guari, che il tutto fu posto in pace e tranquillità. Erano gli occhi di tutti rivolti all'Imperadore Federico, il quale con grande e poderosa oste era calato in Italia, per far guerra al Pontefice Alessandro, ed a' Romani, i quali avendo voluto combattere senz'ordine alcuno, e con troppa baldanza, furono da Federico posti in rotta, uccidendone, e facendone prigioni grosso numero, essendosi gli altri appena potuto con la fuga salvare entro le mura della loro città. Il Papa e tutto il Popolo si vide in grande afflizione, e l'Imperadore avuta contezza del felice successo, avendo già presa Ancona, e stando in pensiero di passare in Puglia sopra gli Stati del Re Guglielmo, venne prestamente anch'egli col rimanente del suo esercito a Roma[56 - . Baron. ad ann. 1167.], ed avendo dato un gagliardo assalto alla porta del Castel S. Angelo, combattè poscia la chiesa di S. Pietro, e non potendola agevolmente prendere vi fece attaccare il fuoco: il perchè smarriti i defensori, la diedero in sua balia, ed Alessandro temendo della furia di lui, abbandonato il palagio di Laterano, si ricovrò nella casa de' Frangipani, e colà si afforzò con tutti i Cardinali entro una torre della Cartolaria.

L'Imperadore nella vegnente domenica fece dal suo Antipapa Guidone da Crema cantar solennemente la messa nella chiesa di S. Pietro, e fece coronarsi colla Corona reale, e 'l lunedì, in cui si celebrò la festa di S. Pietro in Vincula, si fece dal medesimo Antipapa con nobil pompa coronare Imperadore insieme con Beatrice sua moglie.

Il nostro Guglielmo, che seguitando in ciò l'esempio di suo padre continuava con Alessandro la medesima corrispondenza ed unione, tanto che costui non s'offese punto, che Guglielmo si fosse fatto incoronare Re senza sua saputa, come gli altri suoi predecessori avean preteso: avendo inteso l'angustie nelle quali si ritrovava il Papa, e saputo il pensiero di Federico di passare in Puglia sopra i suoi Stati, ritrovandosi, come si è detto in Messina, mandò tosto ad Alessandro due sue galee con molta moneta, acciocchè avesse potuto sopra esse partir di Roma, le quali giunte improvviso al Tevere, consolarono estremamente con la lor venuta Alessandro; il quale non volendo per allora partirsi dalla città, trattenuti seco gli Ambasciadori del Re otto giorni, gli rimandò indietro, rendendo molte grazie al loro Signore di così opportuno soccorso, e diede parte della moneta a' Frangipani, e parte a Pier Leoni, acciocchè con maggior costanza, e valore avesser difesa la città. Ma vedendo poscia, che l'Imperadore tentava di farlo deporre dal Papato, e che i Romani cominciavano a mancargli di fede; vestitosi da peregrino, uscì con pochi de' suoi assistenti di Roma, e si ricovrò a Gaeta, ove essendo prestamente seguito da' Cardinali, ripreso l'abito ponteficale, se n'andò a Benevento.

Ma non passò guari, che Federico fu obbligato tornarsene in Alemagna; perciocchè essendo stato assalito il suo esercito da mortifera pestilenza, fra lo spazio di otto giorni morirono quasi tutti i suoi soldati, e i suoi maggiori Baroni che avea seco, fra' quali furono Federico Duca di Baviera, il Conte di Vastone, Bercardo Conte d'Arlemonte, il Conte di Sesia, Rinaldo Arcivescovo di Colonia con un suo fratello, ed il Vescovo di Verdun; ond'egli con pochi de' suoi arrivò in Alemagna.

Intanto nella Sicilia eran accadute nuove turbolenze, e nuovi tumulti, pure per le medesime cagioni di cortigiani, e degli antichi familiari della Casa del Re, che per non appartenere all'istituto dell'Istoria presente molto volentieri le tralasciamo; tanto più che minutamente furono alla memoria de' posteri tramandate da Ugone Falcando, e modernamente con molta diligenza raccolte da Francesco Capecelatro nella sua Istoria de' Re normanni, e da Agostino Inveges nella sua Istoria di Palermo. Seguì ancora in questi medesimi tempi la famosa congiura fatta da' Siciliani contro il Cancellier Stefano di Parzio, che finalmente l'obbligarono a partirsi da Palermo, e ricovrarsi in Palestina, ove morì, scritta in più luoghi da Pietro di Blois Arcidiacono di Battona, uomo chiarissimo, il quale da Francia passò con lui nell'isola, ed insegnò per un anno lettere al Re Guglielmo, e fu suo Segretario e Consigliere, ed essendo stato eletto Arcivescovo di Napoli per opera de' suoi nemici per allontanarlo con sì fatta cagione dalla Corte, rinunciò il Vescovado. E dimorato per cagion della sua infermità, dopo la partita del Cancelliere, per alcuno spazio in Sicilia, quantunque pregato da Guglielmo a restarvi per sempre, promettendogli di tenerlo in grande stima, perchè avea preso in orrore i costumi de' Siciliani per ciò che aveano fatto al Cancelliere Stefano; non volle a patto alcuno rimanervi. Di lui abbiamo oggi giorno molte sue opere, ed un volume di epistole, e fu uno de' maggiori Letterati, che fiorissero in questo secolo[57 - . V. Chioccar. de Archiep. Neap. ann. 1168. P. Tirin. tom. 3 in S. Script. in indice Auct.]. Fin qui distese la sua famosa Istoria Ugone Falcando siciliano, il quale avendo cominciato la sua narrazione dalla morte del Re Ruggiero seguita nel principio del 1154, e dandole fine nel presente anno 1170, egli ordì un'erudita istoria di 15 anni, con tanta eleganza, ch'è veramente cosa da recar maraviglia, come in tempi così incolti, egli sì politamente la scrivesse.

Era in questo mentre morto in Roma Guido da Crema Antipapa, detto Pascale III, ch'era stato creato in luogo d'Ottaviano per opera dell'Imperador Federico; e perchè non vollero i suoi seguaci cedere al Pontefice Alessandro, ne crearono in quest'anno 1170 tantosto il terzo, che fu un tal Giovanni Ungaro Abate di Strumi, che Calisto III chiamarono; benchè Alessandro che dimorava a Benevento, fosse stato intanto riconosciuto come vero Pontefice da tutti i Cristiani, fuor che da Cesare, e da alcuni suoi Tedeschi. Partissi poscia Alessandro da Benevento per andar in Roma; ma li Romani sdegnati con lui, perchè avea ricevuto in sua grazia il Conte di Tuscolo loro scoverto nemico, non lo vollero ricevere, laonde ritornò in dietro a Gaeta, e quivi molto tempo si trattenne; indi si partì per Alagna, ove fermò sua residenza.

Inviò in questo l'Imperador Emanuele nuovi messi a Guglielmo, i quali conchiusero con lui il maritaggio di sua figliuola nomata Icoramutria, e statuirono il tempo da condurla per mare in Puglia; ed il Re poco stante col fratello Errico Principe di Capua, se ne passò a Taranto per ricever colà la novella sposa; ma il perfido Greco, non sapendosi la cagione, spregiando le pattovite nozze, non curò d'inviar la fanciulla. Altri[58 - . Pirri rapportato da Inveges lib. 3 hist. Pal. Rex nec Emanuelis Graeci Imperatoris filiam, Icoramutriam nomine, ducere voluit.] niente scrivono di questo fatto, anzi rapportano, che Guglielmo per non disgustarsi col Papa, ricusò queste nozze. Che che ne sia, Guglielmo partissi da Taranto, e gitosene a Benevento inviò il Principe suo fratello, ch'era infermato gravemente, a Salerno, acciocchè imbarcandosi sulle galee passasse più agiatamente a Palermo per ricuperar sua salute, la qual cosa non gli giovò; perciocchè gli si aggravò di modo il male, che giuntovi appena, se ne morì nel decimoterzo anno della sua vita, e nell'anno 1172 dell'umana Redenzione. Fu con nobil pompa seppellito nel Duomo presso il sepolcro dell'Avolo Ruggiero, e di là poi trasportato nella chiesa di Monreale, ove si vede sinora il suo avello[59 - . Camil. Pellegrin. in Stem. Princ. Cap. Nortm. et in Castig. ad Anonym. Cassin. ann. 1172.].

In questo Errico finirono i Principi di Capua normanni, i quali tennero questo Principato 114 anni, incominciando dal primo, che fu Riccardo Conte d'Aversa nell'anno 1058, insino ad Errico figliuolo di Guglielmo I in quest'anno 1172, nel quale mancò la lor successione, poichè non essendo a Guglielmo II nati figliuoli, non potè ad esempio di suo padre, e del suo Avolo Ruggieri continuar quest'istituto, che coloro tennero di crear uno de' loro figliuoli Principe di Capua; e quantunque del Re Tancredi, che a Guglielmo II succedette, si dovesse credere, che avrebbe continuato il medesimo costume; nulladimanco, stando questi sempre implicato in continue guerre, e mancandogli figliuoli maggiori, prevenuto egli poco da poi dalla morte, non potè praticarlo. E gli altri Re posteriori estinsero affatto questo Principato, e Dinastia; poichè sebbene ne' pubblici Atti avessero serbato il nome del Principato, come s'osserva essersi praticato insino all'anno 1435 nel Regno di Giovanna II[60 - . Camill. Pellegr. in dissert. in 3 par.], nulladimanco, toltone questo nome, fu in tutto il resto il Principato estinto, e coloro che ne' seguenti anni tennero Capua, non devono così nella dignità, come nel dominio esser paragonati a questi Principi a' quali furono di molto intervallo inferiori.

La morte d'Errico recò a Guglielmo gravissimo cordoglio, il quale poco da poi portossi anch'egli in Sicilia, donde nell'anno 1174 avendo ragunata una grossa armata, la inviò in Alessandria d'Egitto contro il Saladino, per favoreggiare i Cristiani, che colà militavano, sotto il comando di Gualtieri di Moac, che pochi anni da poi fu creato suo Ammiraglio[61 - . Capecelatr. hist. lib. 3.]. E volendo il medesimo Re nella pietà superare i suoi maggiori, parte de' tesori, che aveano essi accumulati, impiegò nella fabbrica d'un superbo tempio non guari da Palermo lontano in un colle chiamato Monreale, che ornollo di superbi lavori di marmo e di mosaico; ed avendolo arricchito di grosse rendite consistenti in molte città e castelli, ed in ricchi poderi, e fornitolo di arredi regali e preziosi, lo dedicò a nostra Signora, sotto il nome di S. M. Maria Nuova, dandolo a' PP. dell'Ordine di S. Benedetto. Nè qui deve tralasciarsi, che i primi ch'ebbero la cura di questo tempio furono i Monaci del monastero della Trinità della Cava, che da Guglielmo furono da queste nostre parti richiamati in Sicilia; perchè per la fama della lor santità, essendo sparsa da per tutto, erano da' Principi normanni, e sopra tutti da Guglielmo, in sommo pregio tenuti. Crebbe poi il Santuario, poichè oltre la santità de' Monaci ivi adoperati per li divini Uffici, per consiglio di Matteo Gran Protonotario di Sicilia, creato, come scrive Riccardo da S. Germano, già Vicecancelliere del Regno, Guglielmo impetrò da Papa Alessandro III, che la chiesa suddetta non fosse sottoposta a niuno Arcivescovo, Vescovo o altra persona ecclesiastica, ma solamente al Pontefice romano, ed indi da Lucio III la fece ergere in Arcivescovado. Il tutto si fece da Matteo per dispetto di Gualtieri Arcivescovo di Palermo, nella cui giurisdizione ella era, il quale per le gare solite della Corte era suo fiero nemico, e Gualtieri in processo di tempo ben seppe vendicarsene, e gliene rese il contraccambio, come diremo. Il primo Arcivescovo, che fu creato di Monreale fu Fr. Guglielmo Monaco del monastero della Cava, che n'era stato in prima Priore. Questo luogo, per cagion del famoso tempio quivi edificato, concorrendovi ad abitare molta gente, divenne in breve una famosa e ricca città, ed ora il suo Prelato per le numerose rendite, ch'egli tiene, è un de' maggiori e più stimati della Sicilia.




CAPITOLO I

Nozze del Re Guglielmo II con Giovanna figliuola d'Errico II Re d'Inghilterra. Sconfitta data dai Milanesi all'esercito dell'Imperador Federico; e pace indi conchiusa dal medesimo con Papa Alessandro III



Intanto l'Imperador Federico di Svevia era calato di nuovo in Italia con grande e poderoso esercito, ed avea cominciata crudel guerra in Lombardia; e mentre quella con varj avvenimenti seguiva, considerando Federico di quanta potenza fosse il Re di Sicilia, tentò di distorlo dall'amicizia e confederazione del Pontefice, e trarlo dalla sua parte; onde per mezzo di Tristano suo Cancelliere gl'inviò in quest'anno 1176 ad offerire la figliuola per moglie, ed a persuadergli, che avesse fatta parimente con lui perpetua lega e compagnia[62 - . Romual. Arciv. di Salern. apud Baronium: Ut ipse Imperatoris filiam in uxorem acceptans, cum eo pacem perpetuam faceret.]. Ma il Re considerando, che questo maritaggio e questa pace non sarebbero piaciute ad Alessandro, ed avrebbero recato grave danno agli affari della Chiesa, ributtando l'offerta dell'Imperadore non ne volle far nulla. Sdegnato sommamente Federico del rifiuto, tosto scrisse in Alemagna per nuovo soccorso di gente da guerra per domare i Lombardi, che gli facevano valorosa resistenza, e sollecitò Tristano suo Cancelliere, che calasse col suo esercito ad assalire il Reame di Puglia. Giunsero nel principio della state Filippo Arcivescovo di Colonia, con molti altri gran Baroni tedeschi, e grosso stuolo di valorosi soldati, co' quali unitosi Cesare presso l'Alpi, calò nel Milanese per danneggiar que' luoghi; ed affrontatosi con l'esercito de' Collegati, che gli andò all'incontro, vi cominciò crudele ed ostinata battaglia, nella quale furon rotti ed uccisi per la maggior parte gli Alemanni, e Federico abbattuto da cavallo corse gran rischio di lasciarvi anch'esso la vita, e si salvò a gran fatica, fuggendo con pochi de' suoi dentro Pavia, ove giunto consolò l'Imperadrice sua moglie, che per quattro giorni, non avendo di lui novella, l'avea pianto come morto[63 - . Sigon. de R. Ital. ann. 1176.]. Tristano, ch'era già venuto con un altro esercito ad assalire il Reame, ed avea campeggiata la Terra di Celle, essendogli giti all'incontro Tancredi Conte di Lecce, che rivocato dall'esilio, era stato già ricevuto in grazia del Re, e Ruggiero Conte d'Andria con molti altri Baroni, e buona mano di soldati Regnicoli, ributtato da loro se ne ritornò anch'egli addietro senza poter far effetto alcuno.

Intanto Guglielmo, non avendo avuto alcun effetto il matrimonio maneggiato colla figliuola dell'Imperador d'Oriente, ed avendo rifiutato l'altro della figliuola di quello d'Occidente, trovandosi in età di ventitrè anni e solo, pensò seriamente a non dover differire di vantaggio il suo ammogliamento: onde per consiglio del Papa inviò Elia Vescovo di Troja, Arnolfo Vescovo di Capaccio e Florio Camerota Giustiziero, ad Errico II Re d'Inghilterra a chiedergli Giovanna sua figliuola per moglie; li quali ricevuti lietamente dal Re, e ragunata un'Assemblea de' suoi Baroni con il di loro consiglio gradì la dimanda degli Ambasciadori, e conchiuse il parentado[64 - . Ruggiero Hoveden in Annal. Anglican.]. E tantosto dall'Arcivescovo d'Eborace, e da altri Signori inglesi fece condurre la figliuola insino alla città di S. Egidio, ove si trovarono presti a riceverla Alfano Arcivescovo di Capua, Riccardo Vescovo di Siracusa e Roberto Conte di Caserta con venticinque galee condotte dall'Ammiraglio Gualtieri di Moac, e la condussero a Napoli, ove celebrarono la Pasqua di Resurrezione. Ma infastidita la fanciulla dal mare, per la via di Salerno e di Calabria n'andò per terra, e passato il Faro, in Palermo si condusse, dove fu pomposamente accolta dal Re suo marito, e fatte le nozze fu coronata Regina di Sicilia.

Allora fu, che Gualtieri Arcivescovo di Palermo, per mano di cui passarono queste funzioni, presentandosegli sì opportuna congiuntura richiese al Re, che i delitti d'adulterio fossero castigati da' Vescovi nella diocesi ove eran commessi, e che i delitti dei Cherici fossero conosciuti da' loro Prelati; ond'è, che a sua richiesta fosse stata da Guglielmo fatta quella Costituzione, che ancor oggi leggiamo nel volume delle nostre Costituzioni sotto il titolo de Adulteriis coërcendis, la quale con errore de' nostri s'attribuisce a Guglielmo I suo padre. Ma se deve prestarsi fede ad Inveges[65 - . Inveg. hist. Palerm. tom. 5 ann. 1172.], questi rapporta un privilegio di Guglielmo fatto alcuni anni prima colla data in aprile dell'anno 1172 e drizzato Comitibus, Justitiariis, Baronibus, et universis Bajulis, qui sunt de Parochia, et Dioecesi Archiepiscopatus Panormi, ove il Re comanda, che il delitto dell'adulterio sia della giurisdizione di Gualtieri Arcivescovo di Palermo. Ed in fatti nel Regno della Regina Costanza vedesi, che la conoscenza di questo delitto per privilegio de' nostri Re s'apparteneva agli Ecclesiastici, ciocchè poi andò in disuso, e solamente loro rimase la conoscenza sopra i delitti de' Cherici delle loro diocesi.

Era a questi tempi costume, che anche i Re soleano costituire i dotarj alle loro mogli, onde Guglielmo costituì alla Regina Giovanna il suo; e nelle addizioni fatte dall'Abate Giovanni alle Cronache di Sigeberto abbiamo la scrittura, nella quale questo dotario[66 - . Questo istromento del dotario costituito alla Regina da Guglielmo II si legge parimente nel Tom. 2 di Lunig Cod. Ital. Diplomat. pag. 838.] fu costituito[67 - . V. Hoveden. Ann. d'Inghilterra. Capecelatr. hist. lib. 3.], concedendosi alla Regina a questo nome la città di Monte S. Angelo, la città di Vesti con tutti i suoi tenimenti e tutte le loro pertinenze; ed in suo servigio le concedè ancora de' tenimenti del Conte Gaufrido, Lesina, Peschici, Vico, Caprino, Varano, Ischitella e tutto ciò che il Conte suddetto teneva del Contado di Monte S. Angelo. Di vantaggio le concedè Candelaro, Santo Chierico, Castel Pagano, Bisentino e Conavo. In oltre il monastero di S. Giovanni in Lama, ed il monastero di S. M. di Pulsano con tutti i tenimenti che i suddetti monasteri tenevano del Contado suddetto di Monte Sant'Angelo.

L'Imperador Federico, dopo ricevuta sì grande sconfitta da' Milanesi, seriamente pensando, che mal poteva sostenere la guerra contro i Lombardi nell'istesso tempo, che avea per suoi nemici il Papa ed il Re Guglielmo, si dispose, esortato anche da' suoi Baroni, che si protestavano non volerlo più seguire, se non si riconciliava col Pontefice, di chiedere schiettamente, e senza fraude alcuna la pace ad Alessandro; e poichè i maneggi di questa pace, e l'andata del Papa in Vinegia, variamente sono stati narrati da' moderni Scrittori, i quali avendo di molte favole riempiute le loro istorie, diedero anche la spinta a' dipintori di prendersi queste licenze; però seguitando le orme de' più diligenti Scrittori, e sopra tutto degli accuratissimi Capecelatro ed Agostino Inveges, i quali con più diligenza degli altri rintracciarono questi successi dagli Autori contemporanei, e spezialmente dall'Istoria di Romualdo Arcivescovo di Salerno, il quale a tutto personalmente intervenne come Ambasciadore del Re Guglielmo, non dovrò aver rincrescimento di partitamente narrargli, quali realmente avvennero, giacchè non saranno riputati estranei e lontani dal nostro istituto, anzi a quello molto proprj e confacenti.

Disposto pertanto Federico d'unirsi con Alessandro, inviò ad Alagna, ove dimorava, suoi Ambasciadori a chiedergli la pace: questi furono il Vescovo di Maddeburg, l'Arcivescovo di Magonza, l'Eletto di Vormazia, e 'l Protonotario dell'Imperio, uomini tutti quattro di grandissima stima e più volte adoperati da lui in simili affari. Questi avendo esposto le loro commessioni al Papa, dopo vari trattati, che durarono quindici giorni continui, finalmente diedero qualche sesto alle differenze tra il Papa, ed il loro Signore; ma premendo assai più per la pace d'Italia, che si accomodassero gli affari de' Milanesi e delle altre città di Lombardia, il quali non era convenevole, che si trattassero in loro assenza; e considerandosi ancora, che non potevasi dar perfetto compimento ad una sicura pace senza la persona dell'Imperadore e de' Deputati di quelle città, che v'aveano da intervenire; fu perciò conchiuso, che il Papa passasse tantosto in Lombardia, per abboccarsi con Federico, e che perciò si dasse libero il passaggio e salvocondotto da ciascuna delle parti di potere chiunque volesse liberamente andare ove dovea ragunarsi tal Assemblea e dimorarvi e partirsi a suo piacere. A tal effetto inviò il Papa il Cardinal Ubaldo Vescovo d'Ostia, Rinaldo Abate di Monte Cassino Cardinal di S. Marcellino, e Pietro del lignaggio de' Conti di Marsi a ricevere il giuramento di serbar tal sicurezza da Cesare e dagli altri Collegati, e ad eleggere il luogo, ove s'avea a far l'abboccamento; e fu stabilito di consentimento di ambe le parti, che fosse la città di Bologna. Inviò anche il Papa suoi messi al Re Guglielmo a significargli, che avesse mandati alcuni de' suoi Baroni per assistere a tal bisogno in nome di lui; perciocchè non intendeva conchiudere pace alcuna con l'Imperadore, ove non fosse compreso anch'egli, che così costantemente avea sempre favoreggiati gli affari della Chiesa[68 - . Romual. Arciv. di Saler. Nequaquam cum Imperatore sine Rege Will. pacem facere.]; la quale ambasciata udita dal Re, v'inviò di presente Romualdo Arcivescovo di Salerno, autore di questa relazione, e Ruggiero Conte d'Andria Gran Contestabile; acciocchè intervenissero in suo nome a tutto quello, che fosse stato mestiere. E dopo questo partì il Pontefice d'Alagna, e per la via di Campagna venne a Benevento e di là passò a Siponto ed a Vesti, ove s'imbarcò su le galee fattegli apprestare dal Re Guglielmo con molti Cardinali, che girono in sua compagnia, e con i suddetti Ambasciadori navigò felicemente a Vinegia, ove a grand'onore ricevuto, albergò nel monastero di S. Niccolò del Lito, e nel seguente giorno fu dal Doge e dal Patriarca e da numeroso stuolo di Vescovi con gran concorso di Popolo condotto nella chiesa di S. Marco, e di là se ne passò al palagio del Patriarca, ch'era stato apprestato con gran pompa per suo alloggiamento.

L'Imperador Federico intesa la venuta del Pontefice a Vinegia inviò colà il Vescovo di Maddeburg, l'Eletto di Vormazia, e 'l suo Protonotario a chiedergli, che gli fosse a grado di stabilire altro luogo per l'appuntato abboccamento, avendo la città di Bologna sospetta, per esser colà entro molti suoi nemici. Alla qual dimanda rispose Alessandro, ch'essendosi quel luogo statuito non solo da lui, ma da' comuni Ambasciadori e da tutti i Collegati lombardi, non poteva senza il voler di ciascuno d'essi cambiarlo in altro; ma che non perciò s'impedirebbe la comune concordia; onde prestamente fece convocar i Deputati di tutte le parti a Ferrara e gitovi anch'egli ragunò una Assemblea entro la chiesa maggiore di quella città dedicata a S. Giorgio, ove convennero tutti, ed egli ragionò lungamente sopra gli affari della pace. Ed essendo sopraggiunti sette Legati da parte di Cesare, si deputarono dal Pontefice altri sette Cardinali; e per la Lega de' Lombardi furon destinati il Vescovo di Turino, e quelli di Bergamo e di Como, l'Eletto d'Asti, Gerardo Pesce milanese, Goezzo Giudice da Verona ed Alberto Gammaro bresciano, i quali dopo vari contrasti, intervenendovi parimente gli Ambasciadori del Re Guglielmo, di comun consentimento statuirono che l'abboccamento si facesse a Vinegia.

Il Pontefice prestamente spedì Ugone da Bologna e Ranieri Cardinali con alcuni altri Lombardi al Doge ed al Popolo vinegiano (essendo a questi tempi la potestà pubblica presso i Nobili ed il Popolo insieme, non come oggi ne' soli Nobili ristretta[69 - . Vedi lo Squittinio della libertà Veneta di M. Velsero.]) a chieder loro, che avesser data sicuranza che potesse egli, e tutti gli altri, ch'eran seco per lo detto trattato di pace entrar nella loro città e dimorarvi, ed uscirne a lor talento senza ricever noia alcuna, aggiungendo che non consentissero, che Cesare contro il voler del Papa vi potesse venire; ed avendo i Vinegiani senza molto riflettere a quest'ultima dimanda conceduto ad Alessandro quel che chiedeva, si partì egli immantenente da Ferrara ed a Vinegia ritornò. Si diede quivi per tanto principio a' negoziati della pace, ma riuscendo per le molte difficoltà e differenze insorte, malagevole a potersi conchiudere, perchè non andasse a vuoto tutto ciò, che fin allora erasi adoperato, pensò Alessandro, che almeno dovesse conchiudersi una triegua, che durasse sei anni con i Lombardi, e quindici col Re di Sicilia; nel che essendo venuti gli altri, s'attendeva solo il consenso di Cesare per istabilirla; e gito il Cancelliere all'Imperadore con tal proposta, prima si sdegnò; ma da poi acconsentì con condizione, che il Papa restituisse all'Imperio lo Stato della Contessa Matilde; ma questa proposta non fu accettata da Alessandro; onde dilungandosi l'affare, perchè l'Imperadore era a Pomposa, luogo di piacere presso Ravenna, e vi voleva molto tempo ad andare e ritornare i messi, che gli s'inviavano per gli affari, che occorrevano in tal bisogno si contentò Alessandro per agevolare il trattato a richiesta del Cancelliere e degli altri Deputati di Cesare ch'esso venisse insino a Chiozza luogo quindici sole miglia lungi da Vinegia e che di là non passasse avanti senza espressa sua licenza. Ma venuto che vi fu Federico, ne girono alcuni de' popolani di Vinegia a ritrovarlo, e dirgli che non indugiasse ad entrare nella città, perchè colla sua presenza avrebbero sicuramente fatta la pace in suo vantaggio, ed essi avrebbero adoperato ogni sforzo per farlo entrare.

Aveva mandato in questo mentre Alessandro a Chiozza suoi Legati a dire a Cesare, che se egli era risoluto di far triegua per sei anni con i Lombardi e per quindici col Re Guglielmo, il giurasse nelle lor mani, perchè poscia con la sua benedizione sarebbe potuto entrar nella città. Ma Federico a cui eran piaciute l'offerte de' popolani, ed aspettava, che l'avesser recate ad effetto, simulando essergli nuovo il trattato, e consumando il tempo in varie consulte, trasportava di giorno in giorno la risposta; onde sospettando i Cardinali che l'Imperadore macchinasse qualche inganno, erano entrati in gran confusione, nè sapean che farsi: ed i popolani di Vinegia volendo porre in opera la promessa fatta a Federico, si ragunarono insieme nella chiesa di S. Marco, e tumultuando contro il Doge, gridavano ch'era cosa molto biasimevole, che Cesare dimorasse travagliato dal calor della stagione, da' pulci e dalle zanzare senza potere entrare in Vinegia, la qual ingiuria riserbando egli nel suo animo, l'avria poscia sfogata a più opportuno tempo contro di loro e contro i lor figliuoli; perlocchè volevano, che invitatovi dalla Repubblica, e di voler di tutti loro v'entrasse di presente: le quali cose avendo con molta baldanza significate al Doge, fu da lui risposto, che s'era giurato al Pontefice di non far entrare l'Imperadore senza sua licenza: ma nulla giovandogli presso il Popolo tumultuante questa scusa, alla fine bisognò cedere, e mandare alcuni de' medesimi a dire al Papa, ch'era loro intendimento di far entrare Cesare in Vinegia, i quali ritrovandolo che dormiva, senza voler soprastare menomo tempo, irreverentemente lo svegliarono ed espostagli con arroganza l'ambasciata, a gran pena si contennero per le parole del Pontefice d'indugiare fino al vegnente giorno a farlo venire.

Sparsasi di repente per la città la novella di tal fatto, temendo i Lombardi e gli altri, ch'erano ivi per lo trattato della pace, che se Federico entrasse contro il voler del Papa, non gli facesse prigioni, avendo già sospetta la corta fede de' Vinegiani, sgombrarono tantosto via, e ne girono a Trivigi. Ma gli Ambasciadori del Re Guglielmo niente spaventati di tal fatto, furono prestamente a ritrovare il Papa, ad avvalorarlo e dargli animo, che di nulla temesse, poich'essi avean quattro galee ben armate; su le quali l'avrebbero eziandio contro il volere de' Vinegiani trasportato ove gli fosse stato a grado, e avrebber saputo farsi attendere la fede data da' Vinegiani; dopo di che ne girono a casa del Doge, e ritrovandolo con molti Vinegiani, cominciarono a rinfacciargli i beneficj, che il loro Signore avea lor fatti, che non meritavano questo tratto, e che se sapessero, che essi permettevano di far entrare Federico nella lor città senza licenza del Pontefice, essi non avriano attesa tal venuta, ma che subito se ne sariano andati via in Sicilia, ed avriano detto al lor Principe ciò che ne conveniva per vendicar questi torti. Ma non montando nulla tai parole col Doge, ancor ch'egli con dolci risposte s'ingegnasse di trargli al suo volere, con assicurargli, che non avesser niun timore della venuta dell'Imperadore, sdegnosamente ritornarono al loro albergo e dissero sul partire dal Doge, che avrebber procacciato, che il lor Signore si vendicasse con convenevol castigo dell'ingiuria che riceveva; e fecero apprestare i legni per partirsi nel seguente mattino. La qual cosa sparsasi tra' Vinegiani, recò loro grandissima paura, temendo, se costoro si fossero andati via così sdegnati, non avesse con tal cagione il Re Guglielmo fatti prigionieri tutti i Vinegiani, che dimoravano nel suo Reame. Il perchè grosso stuolo di coloro, ch'eran congiunti di sangue a que' ch'erano in Puglia, mossi a tumulto ne girono al Doge a dirgli che non era convenevole, che per aggradire a Cesare, dal quale mai non avean ricevuto comodo alcuno, si facesse nimistà, sdegnando in cotal guisa i suoi Legati, col Re Guglielmo, da' cui Stati traean continuamente tante utilità, arrischiando di più la vita ed i beni de' lor parenti che colà dimoravano; e che lor palesasse chi erano stati coloro, ch'avean consigliato a far entrar l'Imperadore in Vinegia prima di conchiudere la pace col Pontefice, ch'erano apparecchiati con l'armi alle mani di farne vendette.

Vedendo il Doge ed il Senato sì ostinata risoluzione e temendo non si movesse grave sedizione e si venisse dentro la città all'armi, inviarono prestamente persone di molta stima a pregare il Papa che lor perdonasse la noia, che gli avean data e che facesse ogni sforzo con gli Ambasciadori di Guglielmo, di non fargli partire: ma mostrando di star saldi nel loro proponimento non ostante le preghiere del Papa e del Doge, fur cagione, che nel seguente mattino si pubblicasse una grida in Rialto d'ordine della Repubblica, che niuno avesse più ardito di favellar dell'entrata di Cesare nella città, se in prima non l'avesse comandato il Pontefice.

Pervenuta a Federico in Chiozza questa novella, vedendosi fallita ogni speranza, cominciò a parlar benignamente co' Cardinali, che colà dimoravano, degli affari della pace; ed essendogli altresì apertamente detto dal suo Cancelliere, e dagli altri Baroni tedeschi, che bisognava finirla con Alessandro e riconoscerlo per legittimo Pontefice, finalmente alle persuasioni de' medesimi s'indusse ad inviar addietro a Vinegia co' Cardinali il Conte Errico da Diessa a prometter con giuramento, che tosto ch'egli vi fosse entrato avrebbe giurata e confermata la triegua con la Chiesa, col Re di Sicilia, e co' Lombardi nella stessa guisa appunto, ch'era stata trattata per li Deputati d'ambe le parti.

La qual cosa posta ad effetto dal Conte, ne girono d'ordine del Pontefice i Vinegiani con sei galee a levar l'Imperadore, e 'l condussero insino al monastero di S. Niccolò, e nel seguente giorno, avendo Alessandro udita la sua venuta, se n'andò con tutti i Cardinali, con gli Ambasciadori del Re, e co' Deputati de' Lombardi alla chiesa di S. Marco, ed inviò tre Cardinali con alcuni altri a Federico, i quali assolvettero lui e tutti i suoi Baroni dalle censure della Chiesa. Dopo questo andarono il Doge e 'l Patriarca, accompagnati co' primi Nobili di Vinegia, a S. Niccolò, e fatto salir l'Imperadore sopra i loro legni con molta pompa il condussero insino a S. Marco; ove per veder sì famoso spettacolo era ragunata immensa moltitudine di Popolo: e Federico disceso dalla nave n'andò tantosto a' piedi d'Alessandro, il quale coi Cardinali e con molti altri Prelati era pontificalmente assiso nel portico della Chiesa e deposta l'alterigia della Maestà imperiale, levatosi il mantello, si prostrò innanzi a lui con il corpo disteso in terra, umilmente adorandolo: dal qual atto commosso il Pontefice lagrimando, da terra il sollevò, e baciandolo il benedisse: e poi cantando i Tedeschi il Te Deum entrarono ambedue in S. Marco, donde l'Imperadore, ricevuta la benedizione dal Papa, ne andò ad albergare al palagio del Doge, ed il Papa con tutti i suoi ritornò al solito ostello.

Così ne' principj d'agosto di quest'anno 1177 fu conchiusa e confermata la triegua[70 - . L'istromento di questa triegua accordata per quindici anni tra l'Imperatore Federico I e Guglielmo II, è rapportato da Lunig Tom. 2. Cod. Ital. Diplom. pag. 859.] data da Federico a' Lombardi per sei anni, ed a Guglielmo per quindici, che fu giurata da Federico, ed anche dal Conte di Diessa, e da dodici Baroni dell'Imperio in nome di Errico suo figliuolo. La giurarono ancora dalla lor parte l'Arcivescovo Romualdo e Ruggiero Conte di Andria, Ambasciadori del Re, promettendo, che fra due mesi l'avrebbe Guglielmo confermata, e fatta altresì giurare da diece altri suoi Baroni: siccome per tal effetto furono da Federico mandati suoi Ambasciadori in Sicilia, i quali giunti il nono giorno di agosto di quest'anno 1177 a Barletta, quindi si portarono in Palermo, ove furono lietamente accolti dal Re, il quale per Ruggiero dell'Aquila in nome di lui, e per undici altri suoi Baroni diede compimento al dovuto giuramento: e fatto simigliante giuramento dai Deputati delle città di Lombardia, scioltasi l'Assemblea, ritornò ciascuno lieto al suo albergo.

Stabilita in cotal guisa la concordia fra il Papa e Federico, ne corse tantosto la novella a' seguaci dell'Antipapa, i quali anch'essi cedendo, ne vennero ai piedi d'Alessandro, rinunciando lo scisma, e furon da lui benignamente ricevuti in sua grazia: e Giovanni da Struma Antipapa, detto da' suoi seguaci Calisto III nell'anno seguente 1178, uscendo da Monte Albano, ove s'era ricoverato, essendo già il Papa Alessandro partito da Vinegia, ed andato a Tuscolo, venne anche egli a porsi a' suoi piedi, e l'adorò come vero Pontefice, dando fine allo scisma, che per diciassette anni continui era durato, e ne fu Giovanni dal Papa creato Arcivescovo e Governador di Benevento, ove poco da poi morì di dolor d'animo.

Ed intanto il Papa e l'Imperadore erano già partiti da Vinegia, essendosene Cesare, che fu il primiero, andato a Ravenna, ed il Pontefice sopra quattro galee de' Vinegiani passato a Siponto, e di là per lo cammino di Troia e di Benevento portossi ad Alagna: e poco da poi chiamato da' Romani nella lor città, vi entrò il giorno della festa del B. Gregorio, e vi fu con nobil pompa ricevuto. E l'Imperadore dimorato non guari a Ravenna, se n'andò in Lombardia, e di la passò in Alemagna.

Ed in cotal guisa terminarono questi successi, che variamente scritti da' moderni Istorici, e particolarmente da alcuni Siciliani, a' quali l'istesso Agostino Inveges da Palermo non potè prestar fede alcuna, aveano di mille favole riempiuto i lor volumi. Noi intorno a ciò non potevamo aver miglior testimonio, che Romualdo Arcivescovo di Salerno della regal schiatta de' Normanni, e Prelato di grande stima, il quale come Ambasciador del Re Guglielmo personalmente intervenne a tutto, e che nella sua Cronaca lo tramandò alla notizia de' posteri, al quale più che ad ogni altro Scrittore deve prestarsi indubitata fede.




§. I. Dominio del Mare Adriatico


Favola dunque è tutto ciò, che si narra d'esser Alessandro gito a Vinegia sotto mentito abito di peregrino, e quel ch'è più degno di riso, che quivi per molto tempo si fosse trattenuto, e nascosto con far il mestiere di cuoco. Favola parimente dee riputarsi ciò, che scrissero delle parole dette da Alessandro quando Federico fu ad inchinarsegli, e le risposte da costui date al medesimo. La pugna navale, che si figurò tra l'armata de' Vinegiani con quella finta di Federico, che non avea allora armata di mare, e quel ch'è più, di avervi preposto per capitano Ottone suo figliuolo, che secondo il Sigonio, non potea aver più che cinque anni, e mille altri sognati avvenimenti, infelicemente sostenuti da Cornelio Francipane in quella allegazione, che si vede ora impressa nel sesto tomo dell'opere del P. Paolo Servita.

Ma non meno deve riputarsi vano quel che parimente scrissero, che in quest'incontro Papa Alessandro avesse conceduto a' Vinegiani amplissimi privilegi della superiorità e custodia del Mare Adriatico, e che quindi sia nata quella celebrità, che ogni anno costumasi in quella città nel dì dell'Ascensione di sposar il mare; quasi che ad Alessandro appartenesse conceder il dominio de' mari, siccome gli altri Pontefici lo pretesero della terra. Dalla moderazione d'Alessandro tali esorbitanze non doveano credersi, e gran torto si è fatto alla memoria di quel Pontefice, che conosceva i confini della sua potestà, e se Federico gli fu avverso, e sovente ebbe a contender con lui, non fu per altro, se non perchè a torto non voleva riconoscerlo per vero Pontefice, della qual discordia approfittandosi le città di Lombardia, quindi fu, che sursero le tante contese e travagli che 17 anni tennero miseramente afflitta la Chiesa di Roma.

Conobbe questa verità quel bravissimo istorico Francesco Guicciardino[71 - . Guicc. lib. 8 hist. Ital.], il qual parimente scrive di tal concessione d'Alessandro non apparire nè in istorie, nè in iscritture memoria o fede alcuna, eccetto il testimonio de' Vinegiani, il quale in causa lor propria, e sì ponderosa deve esser pur troppo sospetto. Ma i Vinegiani stessi più saggi, ed intesi delle memorie andate, ben anche han riprovata questa falsa credenza de' loro compatrioti; ed il lor famoso Teologo e Consiglier di Stato, Fr. Paolo Servita, nel Dominio del Mar Adriatico, si è sforzato ben a lungo di pruovare, che i Vinegiani siano padroni del Golfo non già per concessione d'Alessandro, o d'altri Pontefici o Imperadori, ma, come nato insieme colla Repubblica, per altro titolo, che da' nostri Giureconsulti verrebbe chiamato pro derelicto: pretendendo egli, che gli ultimi Imperadori d'Oriente distratti in varie imprese, non avendo potuto per mancanza d'armate mantener la custodia del Golfo, l'abbandonarono, nulla curando che altri l'occupasse, e quindi essere avvenuto, che i Vinegiani resisi da poi potenti in mare, trovando il possesso vacuo; e non essendo allora il Golfo sotto il dominio d'alcuno, se ne fossero impadroniti, e contrastatolo da poi contra chiunque ha voluto tentare di disturbargli.

Ma se mai, siccome della terra, potesse acquistarsi dominio alcuno del mare, e non ripugnasse la natura istessa, come ben a lungo provò l'incomparabile Ugon Grozio in quel suo libro che a tal fine intitolò Mare liberum; e volesse ammettersi ciò che in contrario scrisse Giovanni Seldeno in quell'altro suo libro, che per opporlo a quello di Grozio intitolò Mare clausum; pure con maggior ragione pretesero i nostri maggiori, che il dominio del Mare Adriatico dovesse più tosto appartenere a' nostri Re di Sicilia, che alla Repubblica di Vinegia; non per quel titolo al quale invano ricorrono i Vinegiani; poichè niun Principe ebbe quel Golfo per abbandonato, tenendo sempre in animo di racquistarlo, quando le forze potevan somministrargli il modo; ma per ragion di conquista, che i nostri Normanni fecero sopra i Greci, i quali, declinando l'Imperio di Oriente, furono padroni di tutti questi Golfi, che circondano queste nostre regioni; non potendo (secondo che s'è potuto notare ne' precedenti libri di questa Istoria) porsi in dubbio, che sino a' tempi di Carlo M. gl'Imperadori Greci eran Signori dell'Adriatico, e che quivi spesso mandavano le loro armate per mantenere in Puglia la lor dominazione, contro l'invasione delle Nazioni straniere; anzi sovente i Vinegiani s'univano co' Greci contro gli sforzi di Carlo M. e di Pipino suo figliuolo, che cercavano disturbargli dal dominio dell'Adriatico; di che una volta sdegnato fieramente Pipino, per essere i Vinegiani concorsi a favorire, e soccorrere di denaro, e di gente li Greci: dopo avergli scacciati dall'Adriatico, e distrutta la loro armata, si inoltrò negli ultimi recessi del Golfo contro i Vinegiani, e prese una gran parte della loro città, che si componeva allora di molte isolette; ed avrebbero i Vinegiani patito l'ultimo sterminio, e sarebbero passati sotto la dominazione di Pipino Re d'Italia, se Carlo M. suo padre non avesse tosto riprovato il fatto, e data loro pace, incolpando i Duci loro d'essersi uniti coi Greci, non già i Vinegiani[72 - . V. Paul. Aemil. de reb. Franc. l. 3.]. La qual guerra però fu a' medesimi profittevole, perchè una gran parte di quelle genti, che per tutti que' stagni, e lidi diversi abitavano (ch'erano pure a Vinegia soggette, e come parte, e membri di questa città) lasciando le stanze loro, se ne vennero ad abitare sopra sessanta isolette picciole, ch'erano intorno a Rialto, giungendole insieme con ponti, alle quali poi fu dato aspetto d'una grande e magnifica città, e stabilitavi la presidenza de' Duchi, ed il Consiglio pubblico.

Ed avendo da poi i Normanni discacciati i Greci dalla Sicilia, dalla Puglia e dalla Calabria, non può dubitarsi, che i nostri Principi scorrevano a lor posta con poderose armate l'Adriatico, e tralasciando cento altre occasioni, ch'ebbero di navigarvi con armate, nell'anno 1071, quando il famoso Duca Roberto Guiscardo fu chiamato in ajuto da Ruggiero suo fratello mentr'era nell'assedio di Palermo, v'accorse egli con poderosa armata di 58 navi traversando l'Adriatico, come scrisse Lupo Protospata[73 - . Ann. 1071 mense Julii, Dux transmeavit Adriatici Maris pelagum, perrexitque Siciliam cum 58 navibus.]. E ne' tempi, che seguirono, essendo passate sotto la dominazione di essi Normanni tutte queste province, il famoso Ruggiero I Re, non contento di tanti e sì sterminati acquisti, resosi potente in mare assai più che non erano gl'Imperadori istessi d'Oriente, portò le sue vittoriose insegne non pur in Dalmazia, nella Tracia, e fin alle porte di Costantinopoli, ma corsero le sue poderose armate insino all'Affrica, ove fece notabili conquiste di città e di province. Nè vi fu Principe al Mondo in questi tempi, che lo superasse per forze marittime, e d'armate navali, le quali sovente combattendo con quelle dell'Imperadore d'Oriente, anche potente in mare, ne riportò sempre trionfi e piene vittorie. Ciò si è potuto anche conoscere dalle tante armate, che mantenevano, tanto che non bastando un Ammiraglio per averne cura; fu d'uopo crearne molti, a' quali prepose un solo, che perciò fu chiamato Admiratus Admiratorum; siccome era appellato Giorgio Antiocheno Grand Ammiraglio ne tempi di Ruggiero, e Majone ne tempi di Guglielmo suo figliuolo. E fu ne' tempi di questi Re normanni così grande la loro potenza in mare, che non vi era lido, o porto ne' loro dominj, che (oltre d'esser provista ciascuna provincia d'Ammiraglio) non avessero questi ancora altri Ufficiali minori a lor subordinati, alla cura de' quali si apparteneva la costruzione de' vascelli e delle navi, di reparargli, e disporgli per mantener libero il commercio e di tener li Porti in sicurezza, e ciò in tutta l'estensione de' loro Reami, e in tutti i lati marittimi, ed avendo l'Adriatico molti Porti nella Puglia, e per tutta quell'estensione, ch'è la più grande di quel Golfo (ne' quali sovente anche l'armate, che venivano da Sicilia solevano ricovrarsi) nel Regno di Ruggiero, dei due Guglielmi, e degli altri Re suoi successori, fu quel Golfo sempre guardato, e ripieno di navi e d'armate de' Re di Sicilia; anzi in congiunture di viaggi e di espedizioni navali, i Porti più frequentati e scelti a tal fine erano que' di Vesti, di Barletta, Trani, Bisceglia, Molfetta, Giovenazzo, Bari, Mola, e di Monopoli, oltre a quelli di Brindisi, d'Otranto, di Gallipoli, e di Taranto posti quasi tutti nell'Adriatico; ed i pellegrinaggi per Terra Santa in Soria, sovente per l'Adriatico si facevano. L'armate di Federico, e d'Errico Imperadori indifferentemente ne' Porti dell'Adriatico si fermavano: per l'Adriatico si trasportava l'oste per Soria, ed in fine tutte l'altre imprese della Grecia, e di Levante per questo Golfo si disponevano.

E se bene nel Regno degli Angioini non fosse stata tanta la potenza in mare de' Re di Sicilia, nulladimanco non è, che i due Carli d'Angiò, e gli altri Re di quella stirpe, non avessero mantenute poderose armate di mare, tanto che non avessero potuto disporre di quel Golfo a loro arbitrio e piacere, siccome quando dall'occasione si richiedeva il facevano.

Ne' tempi posteriori, e particolarmente sotto gli Aragonesi, per essere a' nostri Re mancate tante forze di mare, ed all'incontro cresciute quelle de' Vinegiani, nacque, che navigando essi nel Golfo a lor piacere, senza temer d'armata di Principe vicino, avessero essi preteso il dominio di quel Golfo, ed avessero da poi preteso d'impor legge a coloro, che vi navigavano: di non permettere che entrassero in quello armate navali: di vendicar le prede, che in esso si facevano, e con loro licenza permettersi il trasporto delle merci; e per la debolezza de' Principi vicini, giunsero insino a non permetter che altre armate potessero navigare il Golfo, siccome con non piccol scorno de' Spagnuoli avvenne, quando essendosi casata Maria con Ferdinando Re di Ungheria figliuolo di Cesare, sorella del Re Filippo IV e con numeroso stuolo di galee, e con pompa degna di tanti Principi, giunta a Napoli, per passare per l'Adriatico a Trieste con la stessa armata Spagnuola: i Vinegiani per non pregiudicare al loro preteso dominio di quel Mare, s'opposero con tal ostinazione, che si dichiararono, che se gli Spagnuoli non accettavano la loro offerta, di condurla essi colla loro armata, stassero sicuri, che converrebbe alla Reina tra le battaglie, ed i cannoni passare alle nozze; tanto che bisognò vergognosamente cedere, e la Reina per la strada d'Abruzzi giunta in Ancona, fu ricevuta da Antonio Pisani con tredici galee sottili, che la sbarcò a Trieste[74 - . Nani istor. Veneta, l. 8. An. 1630.]. In tanta declinazione si videro le nostre forze marittime a tempo degli ultimi Re di Spagna; ma se si voglia aver riguardo a' secoli andati, e spezialmente a questi tempi de' Re Normanni con maggior ragione potevano vantar il dominio di quel Mare i Re di Sicilia, che i Vinegiani. Quindi è che presso di noi, tra' manuscritti della regal giurisdizione rapportati dal Chioccarello[75 - . Chioccar. in Indice to. 21 var. 5.], si trovi notato per uno de' punti controvertiti, se il dominio del Mare Adriatico sia dei Vinegiani, o più tosto de' Re di Napoli.

(Si conferma tutto ciò dal vedersi, che le scritture che uscirono a' tempi del Re Filippo III de' Veneziani per sostenere questo dominio, siccome quella del P. Paolo Servita (dove nell'ultima parte si risponde a' Dottori napolitani, infra i quali al Reggente de Ponte) e del Francipane, furono composte per rispondere ad alcune Scritture date fuori in contrario da' Napolitani; siccom'è manifesto dall'ultima Edizione dell'Opere del P. Paolo stampate in Venezia in 4.º ancorchè colla data di Halmstat, dove nel frontispizio nell'Allegazione del Francipane si legge: contra alcune scritture de' Napolitani).




§. II. I Veneziani sono stati Soggetti degli Imperadori d'Oriente e d'Occidente


Chiunque attenderà lo stato delle cose di quei tempi, secondo che ce lo rappresentano non meno gli antichi Annali, e Monumenti estratti dalla voracità del tempo, che gli Storici contemporanei, si accorgerà, che le province di Venezia e d'Istria col seno del mare Adriatico, che le bagna, nella decadenza dell'Imperio di Occidente, ubbidivano agl'Imperadori di Oriente. Quando Giustiniano Imperadore riunì al suo Imperio di Oriente tutta l'Italia per lo valore di quei due celebri Capitani Belisario e Narsete, non è dubbio, che l'Istria e le regioni de' Veneti erano appartenenze dell'Orientale Imperio. Le Regioni marittime de' Veneti dall'Istria si stendevano sino alla città di Ravenna: siccome ce n'assicura Procopio scrittor contemporaneo, il quale descrivendo queste regioni, così ne parla[76 - . Lib. 1 de bello Goth. cap. 15.]: Sequitur, cui Dalmatiae nomen, et quae cum ipsa Occidentalis Imperii finibus comprehenduntur: proxima Liburnia, huic Istria; dein Regio Venetorum, ad Ravennam urbem porrecta.

Quando la prima volta i Franzesi sotto que' loro famosi Capitani Leutario, e Buccellino invasero questa parte d'Italia, ed occuparono i luoghi terrestri dei Veneti, tenendo i Greci i luoghi marittimi, siccome ci rende testimonianza lo stesso Procopio[77 - . Lib. 4 de bello Goth. cap. 24 et 26.]; Narsete mandato da Giustiniano in Italia in luogo di Belisario gli scacciò da tutti que' luoghi terrestri del tratto Veneto, siccome fece anche dalla Liguria, avendo sconfitto interamente i Franzesi; a segno che in Italia non gli restò nè pur un picciolo castello.

Queste province dopo la morte di Giustiniano passarono al suo successor Giustino: e questi avendo istituito in Italia l'Esarcato di Ravenna, non vi è dubbio, che gran parte del territorio Veneto fosse porzione dell'Esarcato, giacchè Procopio ci descrive, che la Region Veneta si distendeva fin alla città di Ravenna: Regio Venetorum ad Ravennam urbem porrecta. Ciocchè per antichi monumenti fin'all'ultima evidenza dimostrano Girolamo Rubeo[78 - . Lib. 4. Hist. Ravennat. pag. 195.] e Ludewig[79 - . In Singularibus Jur. Publ. Tom. 1 cap. 2 § 17 p. 215 et 216.], il quale nella vita di Giustiniano M.[80 - . Cap. 8 § 46 in not. 944.], non ebbe difficoltà di dire esser cosa chiara: Venetum agrum vel territorium portionem fuisse Exarchatus non infimam.

Ma avendo da poi Carlo M. interamente scacciati da questa parte d'Italia non meno i Greci, che i Longobardi, e fatto Re d'Italia Pipino suo figliuolo, le Venezie sottratte dall'Imperio d'Oriente, furon rese province del Regno Italico, siccome con verità scrisse Costantino Porfirogeneta[81 - . De Administrat. Imp. Orient. cap. 28.], dicendo, che d'indi in poi le Venezie non soggiacquero all'Oriente, ma furon fatte Provincia Italici Regni. Quindi gl'Imperadori di Oriente per reintegrare all'Imperio, da questa parte, i lor confini, ebbero con Carlo M. or guerre, or tregue, or convenzioni e paci, per le quali finalmente, siccome rapporta Eginardo[82 - . Cap. 15.], fu convenuto, che a Carlo fossero aggiudicate le due Pannonie, l'Istria, le Venezie, la Liburnia, e la Dalmazia, lasciandosi all'Imperadore costantinopolitano le città marittime della Puglia, la Calabria e la Sicilia. Carolus, scrive Eginardo, utramque Pannoniam, et appositam in altera Danubii ripa Daciam, Histriam quoque et Liburniam, atque Dalmatiam, exceptis maritimis Civitatibus, quas ob amicitiam, et junctum cum eo foedus Constantinopolitanum Imperatorem habere permisit, adquisivit.

Ma per i luoghi terrestri di quelle province rimasti a Carlo, e per le città marittime lasciate a gl'Imperadori greci; non durò fra medesimi ed i Re francesi lungo tempo buona armonia; poichè nell'anno 806. Paolo Principe di Zara, ed i Legati di Dalmazia, non meno che i Duchi di Venezia, che riconoscevano per loro Sovrani gl'Imperadori di Oriente, mal sofferendo la potenza de' Francesi, come troppo lor vicina, ricorsero all'Imperadore Niceforo, perchè gli prestasse ajuto per non essere da quelli oppressi, siccome leggesi negli Annali Laurisheimensi ad An. 806 de' quali non si dimenticò Simone Stanh. Histor. Germ. in Carolo M. che ne rapporta varj pezzi: Statim post Natalem Domini (si legge ne' medesimi) venerunt Wilharius et Beatus Duces Venetiae; nec non et Paulus Dux Jaderae, atque Donatus, ejusdem civitatis Episcopus, Legati Dalmatorum, ad praesentiam Imperatoris cum magnis donis, et facta est ibi ordinatio ab Imperatore de Ducibus et Populis tam Venetiae, quam Dalmatiae.

Ed in effetto l'Imperadore Niceforo non tardò in gennaro del seguente anno 807 di mandar una classe marittima ne' porti di Venezia sotto il comando di Niceta, per ricuperar la Dalmazia, siccome si aggiunge negli Annali stessi: Classis a Nicephoro Imperatore, cui Niceta Patricius pracerat, ad recuperandam Dalmatiam mittitur. Ma giunta che fu questa flotta ne' porti di Venezia, Pipino costituito Re d'Italia da Carlo suo padre, fatta tregua con Niceta fino al mese d'agosto, tanto fece sicchè l'indusse a ritornarsene, come soggiungono gli Annali stessi ad An. 807 Niceta Patricius, qui cum Classe Costantinopolitana in Venetia se continebat, pace facta cum Pipino Rege, et induciis usque ad Augustum constitutis, regreditur.

Ma i Veneziani e i Dalmatini, che desideravano, che sempre fosse accesa guerra tra' Greci e' Franzesi, per profittare nel torbido, nutrendo per ciò fra di loro gare e contenzioni, indussero l'Imperadore Niceforo nel 809 che mandasse la seconda volta in Dalmazia e Venezia un'altra armata sotto Paolo: la quale spedizione ebbe varj successi: nel principio giunta l'armata a Venezia, si rese padrona dell'Isola di Comiaclo, ma attaccata poi l'armata da Pipino e fugata; fu obbligata ritirarsi ne' Porti di Venezia, come dicono gli Annali suddetti Laurisheimensi ad An. 809 Classis de Constantinopoli missa, primo Dalmatiam, deinde Venetiam adpulit, cumque ibi hiemaret pars ejus Comiaclum Insulam accessit, commisso praelio, victa atque fugata Venetiam recessit.

Paolo Prefetto dell'armata, vedendo non poter resistere alle forze di Pipino, cominciò a trattar di pace col medesimo; ma i Duchi di Venezia Wilhario, e Beato, i quali di mala voglia soffrivano, che Paolo volesse trattar di pace con Pipino, fecer ogni sforzo per impedirla, anzi con frodi ed inganni tentarono d'insidiar la di lui persona: sicchè avendo Paolo conosciute le loro insidie e frodi l'obbligarono a partire; come soggiungono gli annali stessi: Dux autem, qui Classi praeerat, nomine Paulus, cum de pace inter Francos et Graecos constituenda, quasi sibi hoc esset injunctum, apud Pipinum, Italiae Regem, agere moliretur, Wilhario et Beato Venetiae Ducibus, omnes conatus ejus impedientibus, atque ipsi etiam insidias parantibus, cognita illorum fraude discessit.

Il Re Pipino conosciuta la perfidia de' Duchi di Venezia, i quali proccuravano fomentar gare e guerre irreconciliabili tra Greci e Franzesi per sottrarsi in questi torbidi dagli uni, e dagli altri, si risolse di soggiogarli affatto; e mossa la sua armata per mare, ed il suo esercito per terra; soggiogata Venezia, li obbligò a rendersi, e di passare, come tutti gli altri Popoli d'Italia, sotto il suo dominio, come narra il Monaco Egolismense pag. 63 scrivendo Pipinus Rex, perfidia Ducum Venetiarum incitatus, Venetiani bello, terra marique jussit adpetere subjectaque Venetia, ac Ducibus ejus in deditionem acceptis etc.

Ma il generoso e magnanimo Carlo suo padre, non volendo rompere gli antichi patti e convenzioni per le quali s'erano lasciati questi luoghi marittimi di Dalmazia e di Venezia all'Imperio greco, trattò egli la pace coll'Imperadore Niceforo, e nel seguente anno 810 gli ristituì Venezia, siccome rapportano gli annali di Francia ad An. 810 Carolus pacem cum Nicephoro Imperatore fecit, et ei Venetiam reddidit. E di vantaggio, avendo fatto imprigionare, e privato di tutti gli onori Wilhario per la sua perfidia, dovendo mandare suoi Legati in Costantinopoli a confermar questa pace, nell'anno seguente 811 co' Legati suddetti fece condurre Wilhario Duca di Venezia all'Imperadore, perchè come suo Signore il riconoscesse, siccome portano gli Annali Laurisheimensi ad An. 811 dicendo: Pacis confirmandae gratia Legati Costantinopolim mittuntur… et cum eis… Wilharius, Dux Venetorum… qui propter perfidiam honore spoliatus, Constantinopolim ad Dominum suum duci jubetur.

Quindi è, che degl'Imperadori d'Oriente successori di Niceforo, e spezialmente di Lione V Armeno restano ancora monumenti d'aver esercitata la loro piena sovranità sopra i Veneziani, ridotti ad abitare in quelle Isolette negl'ultimi recessi di quelle Lagune: i quali sebbene avessero loro Duchi, che gli governavano, questi però non eran riputati, che Ufficiali dell'Imperadore, decorati dell'onore d'Ippato, ch'era una dignità Imperiale; e tutte quelle insegne, come il Manto, il Corno ducale, e gli altri ornamenti, onde sono fregiati, tutti erano onori, che gli provenivano dalla Corte di Costantinopoli.

Quindi i Veneziani vestivano alla greca con abiti talari, che ancor ritengono, a differenza degli altri popoli d'Italia, come all'Imperio d'Oriente sottoposti.

Onde quel Monumento, che prima si conservava nell'Archivio del Monasterio delle Monache di S. Zaccheria di Venezia, e che ora insieme con altri consimili leggiamo impresso in un libro stampato in Venezia stessa con licenza de' superiori nell'anno 1678 intitolato, il silenzio di S. Zaccheria snodato: non dee sembrar cotanto ingiurioso a' Veneziani: sicchè severamente, proibiscano il tenerlo proccurando di sopprimerlo, perchè non ne resti vestigio.

In questo Libro si legge un Attestato di Giustiniano Participatio Doge di Venezia, a' tempi dell'Imperadore Lione V Armeno, che sedè nell'Imperio d'Oriente dopo Niceforo intorno l'anno 813, nel quale la fondazione, o sia ampliazione di quel Monasterio si attribuisce a Lione, chiamato dal Doge suo Signore, con obbligo alle Monache d'incessantemente pregare Dio per la salute dell'Imperadore, e suoi Eredi: Eccone le parole: Cognitum sit omnibus CHRISTI, et Sancti Romani Imperii Fidelibus tam praesentibus, quam ex illis, qui post nos futuri erunt, tam Ducibus quam Patriarchis, atque Episcopis, seu caeteris Primatibus. Quod ego Justinianus Imperialis Hippatus et Venetiarum Dux, per revelationem Domini nostri Omnipotentis, et jussione Domini Serenissimi Imperatoris pacis seu, et Conservatoris totius Mundi LEONIS: Post multa nobis beneficia concessa, feci hoc Monasterium Virginum hic in Venetia, secundum quod ipse jussit edificare de propria Camera Imperiali, et secundum quod iussit mihi, statim cuncta necessaria auri, sive argenti dari jussit. Tum etiam nobis Reliquias Sancti Zaccariae Prophetae, et lignum Crucis Domini, atque Sanctae Mariae pannum, sive de vestimentis Salvatoris et alias reliquias Sanctorum nobis ad Ecclesiam Sanctam consecrandam dari fecit. Ad necessaria hujus operis etiam Magistros tribuit, ut citius opus explerent, et expleto opere congregatio sancta incessanter pro salute Serenissimi Imperatoris et suorum heredum orarent. De Thesauro vero, quod manifestat sua carta cum litteris aureis, et totum donum, quod in hoc loco ipse transmisit, in ipsa Camera salvum esse statuimus: Tamen ipsam cartam in Camera nostri Palatii volumus, ut semper permaneat, et ut non valeat aliquis hoc dicere, quod illud Monasterium Sancti Zaccariae de alicujus Thesauro esset constructum, nisi de Sanctissimi Domini nostri Imperatoris LEONIS.

Nè l'aver mandato l'Imperadore quelle reliquie, perchè si riponessero nella Chiesa, adombra punto l'autenticità della scrittura, come se ciò non potesse attribuirsi a Lione V creduto Iconoclasta; perchè i Greci aveano tutta la venerazione a reliquie cotanto insigni; ma volevano, che per ciò non segli prestasse Culto Religioso; oltre che dopo il Concilio II di Nicea celebrato nell'anno 787 favorevole alle Reliquie e Imagini, i Greci furon divisi, e chi stava per lo Concilio Costantinopolitano, che le proibiva, chi per questo II Niceno; e Lione si adattò al costume d'Italia, dove non soleva consecrarsi Chiesa senza qualche Reliquia di Martire, o di Santo.

I savj e dotti Veneziani, che non si lasciano trasportare dall'enfatico stile de' loro moderni Storici, e singolarmente del Nani, con quelle ampollose frasi di Libertà nata colla Repubblica stessa, non riputano tali monumenti apocrifi, o strani, anzi riguardandosi ai passati tempi, sono ben proprj e conformi allo stato delle cose d'allora: poichè ad una Repubblica nuova stabilita negli ultimi tempi, non può certamente adattarsi quella innata Libertà, che vantano: se non fosse caduto dal Cielo in Terra un pezzo di Luna, o di altro Pianeta, sopra il quale da' nuovi uomini si fosse stabilita libera; ma sempre che si parla di nuova Repubblica fondata nell'Imperio, duopo è che riconoscano i loro maggiori la subordinazione degl'Imperadori sian d'Oriente, ovvero d'Occidente.

Anzi i Veneziani non meno degli uni che degli altri devono confessarla; poichè in decorso di tempo sempre più decadendo le forze dell'Imperio Greco in Italia, i successori di Carlo M. profittando della sua ruina, tornarono ad aggiunger Venezia al Regno Italico, sicchè Lodovico




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notes



1


. Inveges lib. 3 hist. Paler.




2


. Libro mortuale di Monte Cassino.




3


. Romual. Arc. di Saler. Eo quod in Literis Apostolicis, quas Regi portabat, Papa eum non Regem, sed Willelmum Dominum Siciliae nominabat.




4


. Ugo Falcan. Capecelatr. lib. 2.




5


. Anon. Cassin. in Chr. fol. 141.




6


. Sigon. de Regn. Ital. p. 287.




7


. Jo. Cinuamus hist. Comnena, lib. 4.




8


. Inveges lib. 3 hist. Paler.




9


. Camill. Pell, in Stem.




10


. Capecelatr. lib. 2.




11


. Inveges lib. 5 hist. Pal.




12


. Capecelatr. hist. lib. 2.




13


. Anonim. Cassin. ann. 1156.




14


. Gugl. Trio apud Baron.




15


. Lunig Cod. Ital. Diplom. pag. 850. Ugo Falcan.




16


. Camill. Pell. ad Anon. Cass. ann. 1156.




17


. Acta ejusdem Pontificis apud Baron. Camill. Pell. in Stemm.




18


. Jo. Cinnam. de reb. gestis Jo. et Emanuel. Comm. lib. 4. Paulo post, et Regem eum appellavit, cum prius non esset.




19


. Epist. apud Inveges lib. 3 hist. Paler. Haec, et alia utpote de concordia Rogerii, et Willelmi Siculi, et aliis quae in Italia factae sunt conventionibus, quae ab ore Imperatoris audivimus, etc.




20


. Inveges loc. cit. Neque eam pacem tenere, neque ea teneri vellemus; quoniam ipse prior violasset in Siculo, cum ipse sine nobis reconciliari non debuisset.




21


. L. de precario, D. ad L. R. de jactu.




22


. Ulp. l. Barbarius, D. de off. Praetor.




23


. L. bene a Zenone, C. de Quadrien. praescript. omnia Principis esse.




24


. Radevicus l. 2 de gest. Fed. c. 5. Cujac. lib. 1 de Feud. tit. 12. Alteserra lib. 3 cap. 14.




25


. Glos. in l. bene a Zenone, et in praefat. dig.




26


. Constit. hac edictali de pace tenenda, l. 5. Feud.




27


. Const. Fed. de Feud. non alien. lib. 5.




28


. Guntherus Abbas Uspergensis Radevicus 3 c. 41 et 4 c. 5.




29


. Plin. hist. lib. 16 cap. 12.




30


. V. Sigon. de Regn. Ital. l 12 ann. 1158.




31


. Gugl. Tir. de bello sacr. lib. 18 Radevic. de vita Frid. Imp.




32


. Ugo Falcand. Ut amoto Rege Siciliae, Almiratus in ejus loco succederet. Baron. ad ann. 1160.




33


. Ugo Falcand.




34


. Capecelatro lib. 2.




35


. Ugo Falcand.




36


. Ugo Falcand.




37


. Ugo Falc.




38


. Ann. 1160. Camil. Pell. in Castigat. ad Anon. Cassin.




39


. Ugo Falc.




40


. Ugo Falc. ut eadem in Kal. Januarii strenarum nomine, juxta consuetudinem ei transmitteret.




41


. Ugo Falc. Majorem ejus filium Rogerium Dacem Apuliae, novennem fere puerum Regem crearent.




42


. Ugo Falcand.




43


. Ugo Falcand. Indignum esse, satisque miserabile, Regem a paucis praedonibus turpiter captum, in carcere detineri, neque Populum id dobere pati diutius.




44


. Ugo Falc. Ut his, aliisque perniciosis legibus antiquatis, eas restituat Consuetudines, quas avus ejus Rogerius Comes a Roberto Guiscardo prius introductas, observari praeceperit.




45


. Ugo Falc. Panormi retinens militibus suis Comestabulum praefecit.




46


. Romuald. Arciv. di Salern. Cronic. apud Baron.




47


. Pellegr. in Castigat. ad Anonymum Cassin. ann. 1172 ex Ugone Falcando, et Romualdo.




48


. La Cronica di Fossanova dice, che fu il mese di maggio. Fazzello a' 9 maggio.




49


. Decret. lib. 5 tit. 16 cap. 6.




50


. Tutini degli Ammir. pag. 41.




51


. Top. de orig. M. C. c. 10.




52


. Carol. de Tocco in l. si sorores 25 verb. si propinqui in fin. de succes. l. 2 tit. 14.




53


. Bardi tom. 3. Cron. fol. 333.




54


. Surg. Neap. Illustr. cap. 24 n. 2.




55


. Ug. Falcan.




56


. Baron. ad ann. 1167.




57


. V. Chioccar. de Archiep. Neap. ann. 1168. P. Tirin. tom. 3 in S. Script. in indice Auct.




58


. Pirri rapportato da Inveges lib. 3 hist. Pal. Rex nec Emanuelis Graeci Imperatoris filiam, Icoramutriam nomine, ducere voluit.




59


. Camil. Pellegrin. in Stem. Princ. Cap. Nortm. et in Castig. ad Anonym. Cassin. ann. 1172.




60


. Camill. Pellegr. in dissert. in 3 par.




61


. Capecelatr. hist. lib. 3.




62


. Romual. Arciv. di Salern. apud Baronium: Ut ipse Imperatoris filiam in uxorem acceptans, cum eo pacem perpetuam faceret.




63


. Sigon. de R. Ital. ann. 1176.




64


. Ruggiero Hoveden in Annal. Anglican.




65


. Inveg. hist. Palerm. tom. 5 ann. 1172.




66


. Questo istromento del dotario costituito alla Regina da Guglielmo II si legge parimente nel Tom. 2 di Lunig Cod. Ital. Diplomat. pag. 838.




67


. V. Hoveden. Ann. d'Inghilterra. Capecelatr. hist. lib. 3.




68


. Romual. Arciv. di Saler. Nequaquam cum Imperatore sine Rege Will. pacem facere.




69


. Vedi lo Squittinio della libertà Veneta di M. Velsero.




70


. L'istromento di questa triegua accordata per quindici anni tra l'Imperatore Federico I e Guglielmo II, è rapportato da Lunig Tom. 2. Cod. Ital. Diplom. pag. 859.




71


. Guicc. lib. 8 hist. Ital.




72


. V. Paul. Aemil. de reb. Franc. l. 3.




73


. Ann. 1071 mense Julii, Dux transmeavit Adriatici Maris pelagum, perrexitque Siciliam cum 58 navibus.




74


. Nani istor. Veneta, l. 8. An. 1630.




75


. Chioccar. in Indice to. 21 var. 5.




76


. Lib. 1 de bello Goth. cap. 15.




77


. Lib. 4 de bello Goth. cap. 24 et 26.




78


. Lib. 4. Hist. Ravennat. pag. 195.




79


. In Singularibus Jur. Publ. Tom. 1 cap. 2 § 17 p. 215 et 216.




80


. Cap. 8 § 46 in not. 944.




81


. De Administrat. Imp. Orient. cap. 28.




82


. Cap. 15.


