Brani inediti dei Promessi Sposi. Opere di Alessando Manzoni vol. 2 parte 2
Alessandro Manzoni




Alessandro Manzoni

Brani inediti dei Promessi Sposi. Opere di Alessando Manzoni vol. 2 parte 2





LE PRIME ACCOGLIENZE




AI


«PROMESSI SPOSI»




I


Giulia, la primogenita del Manzoni, scriveva al Fauriel l'8 luglio del '27: «Debbo dirvi che abbiamo provato un gran piacere nel vedere il lieto successo del libro del babbo. In verità, superò non solo la nostra aspettativa, ma ogni speranza; in meno di venti giorni se ne vendettero più di 600 esemplari. È un vero furore; non si parla d'altro; nelle stesse anticamere i servitori si tassano per poterlo comprare. Il babbo è assediato da visite e da lettere d'ogni specie e d'ogni maniera; furono già pubblicati alcuni articoli intieramente favorevoli ed altri se ne annunziano».

Non senza una trepidazione grande l'aveva finalmente dato fuori, come si rileva dalle lettere che il Tommaseo, allora a Milano e in familiarità con lui, era andato di mano in mano scrivendo a Giampietro Vieusseux[1 - Barbi M., Alessandro Manzoni e il suo romanzo nel carteggio del Tommaseo col Vieusseux; nella Miscellanea di studi critici, edita in onore di Arturo Graf, Bergamo, 1903; pp. 235-256.]. «Il suo romanzo o addormentato»: (così il 12 novembre del '26) «egli teme di pubblicarlo, tanta è la nausea che ispira a ogni bene l'aspetto di quella canaglia che ha parte nella Biblioteca Italiana». E di lì a dodici giorni: «Egli s'era scuorato un po', non per tema di que' vili imbecilli, ma per quella stanchezza di mente che nasce al pensiero di vedere male accolta un'opera che costò tanta pena, e che, dic'egli, non fa male a nessuno. Io temo, soggiungea, che mi vogliano far scontare la troppa aspettazione ch'egli hanno di questo libro: aspettazione della quale, a dir vero, non è mia la colpa». Gli tornava a scrivere il 2 decembre: «Manzoni ripiglierà il suo romanzo, da cui l'aveva scuorato lo zelo dell'amicizia; voglio dire le critiche fatte al 2º. canto del Grossi»[2 - I Lombardi alla prima crociata, canti quindici di Tommaso Grossi, Milano, presso Vincenzo Ferrario, 1826; tre vol in-8.º di pp. VII-143, 152 e 163, dettero occasione, come ebbe a dire Ermes Visconti, a «un diluvio di libercoletti, quasi tutti pessimi, pro e contro», comparsi alla luce tra l'aprile e il maggio del 1826, per la più parte. Cfr. Vismara A., Bibliografia di Tommaso Grossi, Como, Ostinelli, 1886, pp. 37-40. A confessione del Tommaseo, il Manzoni, «uomo di pace, non lesse di tutte quelle scritture che l'articolo nostro: fu poi forzato a leggere quel di Parenti, che lo fece, dic'egli, star male per quindici giorni». Anche «l'articolo nostro», cioè il secondo di quelli che il Tommaseo inserì nell'Antologia, di Firenze [n.º LXX, ottobre 1826, pp. 3-30], al Manzoni dispiacque. «Con quella sincerità ch'è sua propria, ma che mi onora, disse d'aver letto l'articolo, e che gli pareva impossibile che fosse mio. – E perchè? Vi traspare forse l'astio? L'invidia? Io mi conosco abietto sì, ma non tanto da invidiare al buon Grossi. – Astio no, ma disprezzo. Pare che le lodi ella le abbia concesse alla compassione e al riguardo degli amici del Grossi; ma le abbia insieme attemperate, anzi sepolte sotto la censura e il biasimo».L'articolo di Marcantonio Parenti (nato a Montecuccolo nel Frignano il 30 gennaio 1788 e morto a Modena il 23 giugno del 1862), che fece giustamente indignare il Manzoni, sfuggì alla diligenza del Vismara. S'intitola: Riflessioni sulla Mitologia e sul Romanticismo in occasione che si pubblica per la prima volta Il Doroteo dell'Ottonelli. Si legge a pp. 401-418 del tom. IX e a pp. 3-41 del tom. X delle Memorie di religione, di morale e di letteratura, di Modena.]. In un'altra, senza data, ma del febbraio o del marzo del '27, soggiunge: «Manzoni è all'ultimo capitolo ancora. Ma incomincia a stampare l'altra metà dell'ultimo tomo; onde innanzi alla fine dell'anno si può sperare di veder il Romanzo alla luce[3 - In una lettera del febbraio '26 aveva scritto, parlando del Romanzo: «prima della gita pedestre, non può finirlo». Si trattava di un «viaggio pedestre di Manzoni nel Bergamasco», che il Vieusseux riteneva desse «luogo a qualche bella descrizione nel suo romanzo».]. Dev'essere un gran gridare, un gran sentenziare de' Classici. E la Biblioteca Italiana come lo prenderà d'alto in basso!» Gli torna a scrivere il 12 maggio: «Manzoni non ha cominciato ancora a stampare l'altra metà dell'ultimo tomo; ma non va, mi dice, in campagna, se non se pubblicatolo. Io godo d'andarmene via: penerei a sentire la lotta che forse gli si prepara, e forse non potrei non mischiarmivi».

Per «benevolenza modesta» dell'autore, aveva egli letta gran parte, «innanzi che data alla luce», di «quella immortale più storia che romanzo»; e, nel confidarlo al Vieusseux, la diceva «divina cosa». Ne lesse anche de' tratti al Rosmini, «che, passeggiando la sua stanza, sorrideva e ammirava»[4 - Il Rosmini, il 23 novembre del '26, scriveva al prof. Pier Alessandro Paravia: «Leggo di questi giorni il Romanzo del Manzoni, che parmi una maraviglia. Egli mel comunica per sua gentilezza: io me ne inebrio, e penso che all'Italia apparirà come cosa nuova: e a sì limpido lume novellamente acceso, a lei parrà esserle accresciuto il veder della mente. Che cognizione dell'uman cuore! che verità! che bontà, la quale ovunque trabocca da un cuor ricolmo!»]. Avvenuta la pubblicazione, seguitò a ragguagliare l'amico della varia fortuna del Romanzo. «I giudicii sono ancor vaghi», gli scriveva il 20 di giugno. «Il pubblico è incerto; il nome di Manzoni lo preme e incute rispetto. La virtù ha i suoi diritti». E di lì a quattro giorni: «A Zaiotti e ad Ambrosoli il romanzo del Manzoni non piace. Dicono che non conosce la lingua; che il secondo tomo[5 - Il secondo tomo della prima edizione abbraccia i capitoli XII-XXIV.] meriterebbe di andar tutto al diavolo, ch'è un disturbo dall'azione, che negli altri però l'azione (sentite i pedanti!) cammina bene. A molti piace molto: tutti però ci trovano troppi particolari: quelli che sanno scrivere ci trovano delle improprietà, e difetto di numero. Alcuni colloqui si notarono come eccessivamente veri. Si confessa però ch'è un modello di stile romanziero. Una signora ha trovato ottimo il titolo di storia[6 - Per testimonianza della Gazzetta di Milano, «fu voce generale» che il titolo di storia milanese del secolo XVII, scoperta e rifatta «altro non significhi se non che l'autore tolse qua e là da croniche e storie molti particolari della sua opera, ma che il merito di averla tessuta e ordinata sia tutta di sua spettanza».], perchè, dice, par tutto vero. Un'altra, malissimo prevenuta, dovette pur piangere. S'accorse, per altro, ch'era un libro pericoloso, perchè i contadini vi fanno miglior figura che i nobili. L'istesso padre Cristoforo, diceva ella, è un mercante. V'ebbe chi ha trovato che Manzoni guasta la letteratura, perchè… perch'è inarrivabile: onde quelli che l'imitano, noi potendo agguagliare, non fanno che inezie. Ad altri parve leggiero, e insignificante il titolo: ad altri voluminosa la forma. Una famiglia inglese, che lo voleva comperare, se ne tenne; perchè lo trova non libro da viaggio, ma da chiesa; non romanzo, ma Bibbia». Il 18 di luglio seguitava a informarlo: «Parliam di Manzoni… Si diceva che il suo merito è di nulla tralasciare, neppure le menome circostanze, le menome pieghe del cuore; si lodava l'artifizio della narrazione e dei passaggi; e che quel libro doveva studiarsi anche per la lingua; e che nel secondo tomo quella conversione è mirabilmente preparata e descritta; e che la prolissità non annoia; e che il terzo tomo è di tutti il più bello; che quella peste è cosa sovrana, quel lazzeretto dalla potenza della pittura aggrandito. Quest'ultima espressione annuncia un ingegno che giudica un punto più elevato del solito: e questi sono gl'ingegni a cui deve piacere Manzoni. Era ben piacevole, nei primi giorni in cui l'opinione pareva pendere più al male che al bene, il vedere l'accanimento di certe bestiucce letterarie a trovare i difetti, in quel libro in cui poco innanzi non sapevano cercare che pregi. E per aver trovato in un luogo marmaglia d'erbe, a gridare: vedete che improprietà… con un'aria che inviluppava di disprezzo tutto il libro quant'era. Una donna che, malgrado la presunzione contraria, è forzata a piangere in quella lettura, val bene un articolo. Io confesso d'aver pianto anch'io al terzo tomo: e un giorno dell'anno passato che fummo da Manzoni a Brusuglio e ch'io leggeva quella medesima conversione del tomo secondo, la trepidazione si leggea chiara nel volto di tutti gli udenti e del medesimo autore. Quest'è il caso in cui un autore può senza orgoglio lodare sè stesso. Ma se volete un giudicio d'altro genere, e non meno onorevole: un vecchio, letto il primo tomo, trovava piacere a riportare le cose lette, e narrarle anche a chi le sapea: e prima che il libro uscisse, il legatore (poichè Manzoni si fece legare le copie in casa) il legatore veniva congratulandosi con lui del merito di quell'opera, e gliene ripeteva alcun passo nel suo dialetto, mostrando d'averlo tutto inteso benissimo. I giudizii dei letterati sono ben diversi. Non so se io v'abbia scritto di colui che trovava mirabile soprattutto nel primo tomo la pagina 113[7 - È la scena nella quale il P. Cristoforo chiede perdono al fratello dell'uomo che odiava cordialmente, e che uccise. A quella scena sublime, taluno de' parenti, «che, per la cinquantesima volta, avrebbe raccontato come il conte Muzio suo padre aveva saputo in quella famosa congiuntura, far stare a dovere il marchese Stanislao, ch'era quel rodomonte che ognun sa, parlò invece delle penitenze e della pazienza mirabile d'un fra Simone, morto molt'anni prima». È un accenno alla vendetta che prese il conte Muzio Pallavicino contro il marchese Stanislao Piasio; tremenda tragedia della quale in Cremona si parlò per gran tempo e ne son piene le sue cronache.]; quasi che in un'opera del Manzoni fosse possibile o lecito prescerre una pagina. Altri trovava da lodare quegli occhi del frate, paragonati a due cavalli bizzarri. Nei quali elogi voi forse, così di lontano, non potrete sentire quanto di velenoso ci sia[8 - Io, per verità, non ci so vedere tutto il veleno che ci vede il Tommaseo. È gente di corta levatura, che essendo incapace d'abbracciare con uno sguardo solo la bellezza dell'insieme, la gusta ne' brani che la colpiscono maggiormente.]. Questi vili, non potendo sfogarsi sull'ingegno, gli mettono a conto e il lungo studio ed il lungo tempo occupato, e la sua stessa virtù». Soggiungeva poi: «Quello che offenderà molti, certamente, è la troppa religione che c'è. Per apprezzar quel lavoro e comprenderlo, conviene aver lungo tempo conversato con l'autore; conoscere le sue idee letterarie e politiche, il suo modo di vedere le cose. Ed ancora non basta: la storia di quel secolo egli l'ha studiata nelle prime fonti, e ne' rivoli più solitarii: tante bellezze che paiono di invenzione sono storiche, sono inspirate dal fatto, ch'è quanto a dire sono doppie bellezze. Così tante sottili allusioni, che racchiudono il germe d'un sistema. E v'ebbe chi trovò migliore il Castello di Trezzo!» Lasciata la Lombardia e tornato nella nativa Dalmazia, il Tommaseo seguita a parlar de' Promessi Sposi nelle sue lettere al Vieusseux. «Da Milano» (così in una del 17 d'agosto) «si scrive che le mille copie del Romanzo son tutte spacciate; che qualcuno ne ride in segreto, che Monti chiacchiera dello stile[9 - Il Monti però ne scrisse al Manzoni con viva ammirazione. «Papadopoli e Prina» (son sue parole) «mi aveano messo in core la dolce speranza che mi avreste presto consolato d'una vostra desideratissima visita. Deluso di questa lusinga, e temendo che la mia imminente mossa per Roma mi tolga la consolazione di più rivedervi, poichè l'un dì più che l'altro sento avvicinarsi il mio fine, mi presento in iscritto per dirvi che vado ad aspettarvi in cielo, dove ho certa speranza di rivedervi a suo tempo. Intanto prima che il mio don Abbondio m'intuoni il proficiscere, vo' dirvi che ho ricevuto i vostri Sposi Promessi, e di essi dirò quello che già dissi del Carmagnola: vorrei esserne io l'autore. Ho letta la vostra novella, e finitane la lettura, mi son sentito meglio nel core. Sì, mio caro Manzoni; il vostro ingegno è mirabile, e il vostro core è una fontana d'inesauribili affetti, ciò che rende singolare il vostro scrivere e vi pone in un'altezza, cui solo possono aggiungere i pauci quos aequus amavit Jupiter, al modo stesso che pochi possono amarvi e stimarvi come il tutto vostro Monti».]; che i più tacciono; che molti applaudono, purchè però lo si chiami non romanzo, ma storia. Sento che a Padova piacque molto alle donne».

Giacomo Leopardi ritrae al vivo l'opinione pubblica d'allora intorno ai Promessi Sposi, in una lettera che scrisse, da Firenze, il 23 agosto del '27, al libraio milanese Antonio Fortunato Stella: «Del romanzo di Manzoni (del quale io solamente ho sentito leggere alcune pagine) le dirò in confidenza che qui le persone di gusto lo trovano molto inferiore all'aspettazione. Gli altri generalmente lo lodano». Le «persone di gusto», cioè i letterati, erano partigiane, più o meno, de' vecchi pregiudizi della scuola classica, e per conseguenza il Manzoni, che aveva voltato le spalle a questa scuola, dando un avviamento nuovo all'arte, era agli occhi loro uno scrittore fuori di strada. Tutti però si accordavano nel riconoscergli un grande ingegno, ma con questa differenza: per gli arrabbiati era nè più nè meno un Attila della letteratura e dove metteva le mani guastava ogni cosa: i temperati, pur trovando ne' suoi scritti un'infinità di difetti, vi scorgevano però de' tratti di singolare bellezza; tratti che non mancavano di gustare con ammirazione schietta e sentita. È utile e curioso il rievocare il ricordo di questa battaglia tra le «persone di gusto» e gli «altri»; i quali, oggetto, sulle prime, di compassione, anzi di disprezzo, finirono poi col vincere; tanta e così irresistibile fu la forza della verità.

Fin dal novembre del '21 Giuseppe Carpani, uno degli arrabbiati, scriveva all'Acerbi, in quel tempo direttore della Biblioteca Italiana: «Manzoni avrebbe ingegno da fare cose bellissime e originali; battendo la via che batte, non farà che pazzie strampalate, sparse di qualche scintilla di luce, che si perde nelle tenebre del tutto»[10 - A Mario Pieri sapeva un po' duro che «il dottissimo e classico Niccolini siasi degnato di accostarsi ai Romantici; e tanto più che in quel tempo appunto correvano alcune sentenze del signor Capo-Romantico Manzoni, le quali facevano stomacare gli uomini di buon senno e sogghignare gli stolti giovinastri della sua scuola. Allorchè uscì, per esempio, quel bellissimo sermone del Monti in difesa della Mitologia, e contra coloro i quali volevano proscriverla, il signor Manzoni andava dicendo esser quello il ventottesimo bullettino del Classicismo, accennando al ventottesimo e ultimo di Napoleone; e quando uscì il poema del Grossi, I Lombardi alla prima Crociata, il medesimo Manzoni recitava per lo senno a mente gl'interi canti di quel poema, e i fanatici Romantici, suoi seguaci, andavano esclamando: Povero Tasso!Povero Tasso!O povero Tasso! Ora nessuno ignora di qual ridicolo andarono ricoperte dalla giusta Italia quelle stolte sentenze». Il Pieri vide per la prima volta «il corifèo del Romanticismo in Italia» (così chiama il Manzoni) in casa Vieusseux e poi lo frequentò «alla locanda delle Quattro nazioni Lungarno, dove albergava con tutta la sua famiglia, cioè madre, moglie e sei figliuoli, per quei tre o quattro mesi ch'ei si trattenne in Firenze» nel 1827. «La sua fisonomia palesa a chi l'osserva» (son sue parole) «animo gentile ed alto ingegno. In Milano io non l'avea cercato mai, per non rompere la vita solitaria ch'egli amava di condurre in mezzo alla sua famiglia; la quale, secondo allora si diceva, offeriva il modello delle ottime famiglie. Egli è agiato di beni di fortuna, ma non gode salute nè egli, nè la sua donna. È uomo religioso (dicono) e galantuomo. Peccato che sia invaso dalla romanticomania! Ma egli forse direbbe di me: peccato ch'egli sia invaso dalla classicomania!.. Ma dopo averlo frequentato, mi vennero udite in bocca sua tante e sì strane sentenze da trasecolare; nè io so tenere per uomo modesto, e forse neppur vero religioso, chi si vuoi creare capo-setta, e tratta con gran disprezzo i più grandi uomini dell'Italiana letteratura, e sopra tutto il grandissimo e infelicissimo Torquato Tasso. Indi a dieci anni mi venne per caso in mano una sua scrittura inedita, che mi fece variare il mio primo sentimento e raffermare nel secondo, siccome quella che me lo rappresentava un fanatico, il quale per poco non si recherebbe a distruggere, come papa Gregorio, tutt'i libri classici. Essa è in forma di lettera, con questo titolo: Sopra i diversi sistemi di Poesia, lettera di Alessandro Manzoni, in risposta a rispettabile amico di Torino (ch'è il fanatico vecchio Azeglio), 1823. Nè alcuno immaginarsi saprebbe le assurdità che quello scritto contiene. Il Romanticismo, egli dice, si propone il vero, l'utile, il buono, il ragionevole. E giacchè egli non fa che asserire senza provare, e propone un Romanticismo tutto suo, e non qual si vede nella pratica degli scrittori romantici; io risponderò francamente del no; ed avrò, ciò che a lui manca, per miei argomenti il fatto reale; e dirò all'incontro, che il Romanticismo si propone il falso, lo strano, il disordine, la deformità del vizio, lo scandaloso, il delitto, l'assurdo. Vedi tutte le opere de' Romantici in ogni genere di letteratura, ed anche nelle belle arti: vedi la grande opera drammatica, il Dottor Fausto, del vostro principe Goethe, per cui vi sentite struggere d'ammirazione, anzi che voi adorate qual nume. E quali sono i protagonisti e gli eroi de' signori Romantici? I carnefici, i ladri, gli scellerati d'ogni maniera, o contadini, o buffoni, e simili personaggi: e le scene che ci presentano son tutte degne di loro, e ci tocca veder su i teatri i patiboli e le torture, ed ogni sorta di sacrilegi. Ecco la tendenza religiosa, e il bel vero, e l'utile, e il buono, e il ragionevole del Romanticismo, come pretende il signor Manzoni». Cfr. Della vita di Mario Pieri, corcirese, scritta da lui medesimo, libri sei, Firenze, coi tipi di Felice Le Monnier, 1850; vol II, pp. 63 e 67-69.Anche a pp. 369-370 del tom. IV delle Opere, Firenze, Le Monnier, 1851, scaglia le sue folgori contro il Manzoni, e trova il Conte di Carmagnola «tragedia senza capo nè coda, e senza quasi nessuno di que' pregi che rendono bella, e di assai malagevole composizione, una tragedia». Riconosce però che «vi ha di be' versi, di belli e profondi concetti, qualche bella parlata; ma nè un atto, nè un'intera scena che corrano bene». Nè lo risparmia nel dialogo: La letteratura classica e la romantica, che si legge a pp. 101-178 del tom. III delle Opere stesse.]. A Torino, l'ab. Michele Ponza, dal suo Annotatore Piemontese, scagliava questi fulmini: «Io reputo classico tutto ciò che in sè non ammette confusione di genere. Il giardino italiano è classico e l'inglese è romantico; la pianta ed il fabbricato di Torino è classico, quello di Milano romantico; l'abito nero con pantaloni bianchi è romantico, l'abito tutto nero con calzoni corti è classico; la musica di Cimarosa è classica, quella di Rossini romantica; le commedie di Destouches, di Regnard e di Goldoni sono classiche, quelle di Kotzebue e di altri scrittori nordofili, gallofili, stranofili sono romantiche; le tragedie d'Alfieri sono classiche, quelle del Manzoni sono romantiche. Dunque, dove è ordine, armonia, regolarità è classicismo; dove mancano queste condizioni è romanticismo». Giovita Scalvini scriveva: «La poesia romantica fu trovata da Cam figliuolo dì Noè. Ne' quaranta giorni che si trovò nell'arca, egli fece un poema dove descriveva tutto ciò che aveva d'intorno. Unì le idee più disparate, perchè vedeva presso sè l'agnello e il lupo; vedeva fuori i pesci sulle cime dei monti: la sua musica, le strida de' moribondi». E per mettere alla gogna i romantici ideava il dramma: La creazione del mondo e la fine, con questi attori: «Il caos, le stelle, le tenebre, la luce, il diavolo, il serpente. Gli animali di Daniele. Il teschio di Adamo. La cometa che accompagnò i re Magi. Il libro dei sette sigilli. Enos. Il cavallo della morte. Il bue, l'asino, il corvo». Scene: «La creazione: una conversazione patetica fra Eva e il serpente. Il diluvio. Un soliloquio del corvo sulla carogna che sta per beccare». Carlo Botta scriveva da Parigi: «Io ho in odio, peggiormente che le serpi, la peste che certi ragazzacci, vili schiavi delle idee forestiere, vanno via via seminando nella letteratura italiana. Io gli chiamo traditori dell'Italia, e veramente sono. Ma ciò procede, parte da superbia, parte da giudizio corrotto; superbia, in servitù di Caledonia e d'Ercinia, giudizio corrotto con impertinenza e sfacciataggine». Gli battè le mani il Giornale Arcadico di Roma: «Sì certo, o Carlo Botta, sfumerà questa infame contaminazione: tempo verrà, nè forse è lontano, che gl'italiani si vergogneranno di tanti romantici vituperii, levati ora alle stelle dai goffi imbrattacarte e ciarlatani di certi giornali: e frutto di questa vergogna sarà il gittare sdegnosamente alle fiamme tutto in un fascio quel bastardume d'inni, di tragedie, di romanzi, di che ora, parte ridono e parte fremono i veri sapienti della nazione»[11 - Giornale Arcadico; tom. XXXII [1828], pp. 366-367.].

A difesa de' Romantici si levò animoso Giuseppe Mazzini. «Gli uomini che in tutti i loro scritti anelano al perfezionamento dei loro concittadini; che avvampano per quanto di bello e sublime splende su questa terra; che hanno una lagrima per ogni sciagura che affligga la loro patria, un sorriso per ogni gioia che la rallegri; gli uomini a' quali il vero è fine, la natura e il cuore son mezzi; che trasportano il genio per vie non corrotte dalla imitazione, non guaste dalla servilità de' precetti; che a favole, vuote di senso per noi, sostituiscono una credenza che tragge l'animo a spaziare pei campi dell'infinito; gli uomini che s'aggirano religiosi tra le rovine dell'antica grandezza e dissotterrano a conforto dei nipoti ogni reliquia dei tempi trascorsi; questi uomini non tradiscon la patria; non son vili schiavi delle idee forestiere. Essi vogliono dare all'Italia una letteratura originale, nazionale; una letteratura che non sia un suono di musica fuggitivo, che ti molce l'orecchio, e trapassa; ma una interprete eloquente degli affetti, delle idee, dei bisogni, e del movimento sociale. Ogni secolo modifica potentemente gli uomini e le cose; ogni secolo imprime una direzione particolare all'umano intelletto… I veri Romantici non sono nè boreali, nè scozzesi; sono italiani, come Dante, quando fondava una letteratura, a cui non mancava di Romantico che il nome»[12 - Indicatore Genovese, n.º 11, 9 agosto 1828, Cfr. Mazzini G., Scritti editi e inediti (4.ª edizione); II, 57-61.].

Il Rosmini fin dal maggio del '26 aveva scritto a don Antonio Soini: «Col Manzoni abbiamo parlato di voi. Che bontà di questo sommo poeta! Che affabilità! Che anima sparsa in sul volto tutto e in sulle labbra! Egli lavora nel suo romanzo assiduo. Temo assai della sua prosa; non dubito delle immagini e dei nobili sentimenti: di quello spirito non possono che uscire emule alla natura sublime, questi degni della nostra immensa destinazione. Ma la lingua? Non può crearsela questa lo spirito, alto quanto si voglia; gli bisogna ricorrere per essa alla dotta memoria; e temo che questa non sia stata arricchita per tempo di cotal mercè. Pare però che egli stesso lo senta; e se lo sente, lo studio assiduo, ancorchè un po' tardi, acconcerà forse la trascuranza dell'età prima». L'ab. Giuseppe Manuzzi, richiesto dal P. Antonio Cesari, che cosa pensassero a Firenze de' Promessi Sposi, gli rispose, suonarne «orrevolmente la fama, sì per l'invenzione, sì per la lingua, e sopratutto per la profondissima cognizione del cuore umano». Ma però soggiungeva: «Da alquanti brani ch'io ne lessi, la lingua certamente non è della migliore: anzi, secondo me, poco buona, e peggiore lo stile. Già voi sapete essere il Manzoni un forte campione dei romantici: di che non è da meravigliare se trova lodatori in gran numero. Leggeste voi nulla di suo? che ve ne pare? scrivetemene». Il Cesari gli rispose: «Ho letto i Promessi Sposi del Manzoni; mi ci parve trovare suoi difetti; quanto ad episodi o digressioni, che non s'innestano col fatto (è ciò che tiene il lettore forse a disagio); quanto a lingua, egli ha studiato i nostri maestri, ma i Comici sopratutto. Del resto nella eleganza dello scriver grave e naturale, egli è ancora addietro: ma credo che in poco, si farà grande scrittore. Nel colore, nella forza, nell'espressione tuttavia vale assai: nelle pitturette fiamminghe è maraviglioso; come altresì nel toccare le passioni, gli affetti e movimenti tutti del cuore, fino a' più minuti, mi par gran maestro. Ingegno ha altissimo, acuto e facondo assaissimo. De' suoi Inni il migliore mi sembra quello della Pentecoste: sono però sparsi tutti, qual più, qual meno, di concetti pellegrini, che egli solo era atto a trovare. Risplende poi la sua pietà e religione: e certo quel romanzo è un trionfo della virtù; e farà troppo più frutto, che nessun altro quaresimale». Il Cesari[13 - Il Cesari lasciò manoscritti alcuni Pensieri sui Promessi Sposi, che vedranno la luce ne' suoi Opuscoli linguistici e letterari, che sta raccogliendo e ordinando il sig. Giuseppe Guidetti di Reggio dell'Emilia.] poi finiva una sua lettera all'ab. Gaetano Della Casa: «Mi direte degli Sposi del Manzoni e de' difetti che ci noterete; a vedere se ci scontriamo. Ma bellezze grandi!» Che cosa gli rispondesse non so. Giuseppe Pederzani, al quale pure ne aveva domandato, gli replicava: «Del Manzoni ho letto un tomo e mezzo il passato autunno; e più avanti non potetti, perchè chi mel prestò, sel portò poi a Milano, che fu il Rosmini prete. N'ebbi piacer molto, e certo ha tutti que' meriti che voi dite; tranne forse questo solo, che a voi sembra, rispetto alla lingua, avere egli studiato ne' classici più di quel che pare a me; ma io debbo stare al giudizio vostro. Anche mi son paruti troppo lunghi e noiosi quegli episodi: ma qui posso aver torto facilmente: imperciocchè comprendo bene, che in fine formano la materia dell'opera. Forse alla seconda lettura non mi parrà più così. A ogni modo, scritto assai dilettevole e buono».

Un altro pedante de' più arrabbiati, il corcirese Mario Pieri, così discorre de' Promessi Sposi nelle sue Memorie, che son rimaste inedite:

«Firenze, 15 agosto 1827. Ho letto i primi due capitoli (non potei averlo che per pochi momenti) del romanzo di A. Manzoni, del quale non dirò nulla fino a tanto che non l'avrò letto tutto, benchè in quegli stessi capitoli io abbia inciampato in più d'una cosa di cattivo gusto, senza dir dello stile, che mi sembrò così tra il milanese ed il francese. E questi godono fama di grandi scrittori!

«Firenze, 6 ottobre 1827. Leggo i Promessi Sposi, che ora mi stancano colla soverchia prolissità e colle minutissime descrizioni.

«7, domenica. Il viaggio di Renzo (nel romanzo del Manzoni), da Milano a Bergamo, è una bellissima cosa, e quivi stanno bene anche quelle minutezze e particolarità, che ci vengono tanto spesso innanzi fino al fastidio in quel libro. Grande ingegno è il Manzoni, ed è un gran peccato ch'egli voglia farsi il corifeo del falso gusto in Italia! Ho consumato gran parte del giorno (dalle due alle sei) alle Cascine, passeggiando e leggendo i Promessi Sposi. La mattina ho letto una prefazione, che il signor Camillo Ugoni pose alla testa d'una edizione parigina delle poesie del Manzoni, in cui quel letterato bresciano, romantico per la vita, delira, al solito, sui bisogni del nostro secolo, sul dramma storico, sull'arte e sulla natura, sopra una libertà ch'egli chiama Scolastica, ch'egli attribuisce all'Alfieri, e ai seguaci de' classici, e simili follie. Povera letteratura italiana, ecco i tuoi sostegni! Che mai diverrà questo secolo, quando Monti e Pindemonte non saranno più tra di noi!

«Firenze, 22 ottobre 1827. Ho terminato finalmente i Promessi Sposi, libro che, a malgrado del falso gusto, delle lungaggini eccessive, delle troppo minute descrizioni, e simili altre tedescherie, manifesta un grande ingegno nel suo autore, oltre l'animo gentile e gli egregi costumi».

Chi vide e gustò le bellezze de' Promessi Sposi appena che uscirono dal torchio fu Pietro Giordani; e da Firenze, dove allora abitava, andò manifestando agli amici le impressioni ricevute da quella lettura. Il 21 settembre del '27 scriveva a Francesco Testa[14 - In una lettera del Giordani al Testa, scritta da Milano il 5 novembre 1821, si legge: «Vidi la canzone» [Il Cinque Maggio] «del Manzoni; lodata da molti. Non disputo sull'argomento: ognun dice quello che vuole. Ma a me pare (quanto alla frase) che alle volte non abbia saputo dire quel che voleva; e alle volte non so che cosa volesse dire. È bello il suo Inno sulla Risurrezione di Cristo».]: «Del Manzoni siamo perfettamente d'accordo: eccellente pittore, benchè fiammingo. Egli è ora qui: amabilissima e modestissima persona: riverito e amato da tutti, onorato straordinariamente dalla Corte». E che nel romanzo ci sia del fiammingo, è vero; ma lì dove ha maggiore bellezza, bellezza ineffabile. Il 15 d'ottobre chiedeva a Lazzaro Papi: «È venuto costà [a Lucca] il romanzo di Manzoni? Com'è piaciuto?.. Manzoni fu qui molti giorni; ebbe grandi accoglienze da tutti; e straordinario onore dalla Corte. È uomo di molta e amabile modestia, e belle maniere… In Roma ora è proibito di vendere il romanzo di Manzoni, che pur vi entrò con amplissime licenze»[15 - Giordani P., Lettere inedite a Lazzaro Papi, Lucca, tip. di Gio. Baccelli, 1851; pag. 105.]. Il 22 del mese stesso torna a scrivere al Testa: «Manzoni, amabilissimo per la modestia e la bontà e l'ingegno, dev'esser partito assai contento di Firenze, e più contento della Corte, che l'ha onorato straordinariamente. Del suo libro, poichè volete, vi dirò che mi è piaciuto. Ci vedo un'assai fedele pittura dello Stato di Milano in que' tre anni miserabilissimi 28, 29 e 30. Verità somma e finitissima ne' dialoghi e ne' caratteri. Nobilissimo il carattere del Cardinale: naturalissimi tutti gli altri inferiori: la. stolidezza e la ferocia dei dominatori stranieri efficacemente rappresentata: un modello di religione tollerabile, e anche utile. Cominciano a insorgergli contradittori al solito: ma credo che il libro vincerà e durerà. A me i difetti paion pochi e leggieri: i pregi moltissimi e non piccoli. E poi è il primo romanzo leggibile che sia sorto in Italia: è adatto a molte sorti di lettori: s'insinua nelle menti: vi germoglierà qualche buon pensiero. Eccovi contentato, mio caro: v'ho detto quel che penso; e non per politica, come m'imputano alcuni: e non pensano che uno che non si cura nè del papa nè dei re, non ha cagion di mentire per Manzoni, che biasimato non può mandarmi in galera, nè lodato può farmi cardinale o ciambellaio». Così ne scrive a Giuseppe Bianchetti il 13 decembre: «Il Romanzo di Manzoni mi par bello come lavoro letterario; ma stupenda cosa e divina come aiuto alle menti del popolo. Io credo che farà un gran bene; e i nemici del bene se ne accorgeran tardi. Grande amor del bene, e gran potenza e arte di farlo si vede in quell'ingegno». Di nuovo al Testa il 25 dello stesso mese: «Ho letto più di venti romanzi di Walter; e quanti ancora me ne restano!.. Non mi maraviglio che in tutta Europa piaccia molto il libro di Manzoni; e ne godo. In Italia vorrei che fosse letto a Dan usque ad Nephtali: vorrei che fosse riletto, predicato in tutte le chiese e in tutte le osterie, imparato a memoria. Se lo guardate come libro letterario, ci sarà forse un poco da dire; secondo la varietà de' gusti e delle abitudini. Ma come libro del popolo, come catechismo (elementare; bisognava cominciare dal poco) messo in dramma; mi pare stupendo, divino. Oh lasciatelo lodare: gl'impostori e gli oppressori se ne accorgeranno poi (ma tardi) che profonda testa, che potente leva è, chi ha posto tanta cura in apparir semplice, e quasi minchione: ma minchione a chi? agl'impostori e agli oppressori, che sempre furono e saranno minchionissimi. Oh perchè non ha Italia venti libri simili!» E al Bianchetti l'8 luglio del '31: «Bellissimo e utilissimo il vostro Discorso sui romanzi storici, che io credo si potrebbero far belli, e al nostro popolo proficui; purchè si seguisse la via di Manzoni. Ma chi ha la sua anima? Di tutti gli altri che ho veduti, nessuno mi piacque; anzi mi dispiacquero assai: imitazioni, e ben cattive e torte dello Scott. Invece di scrivere contro tal genere (se pur è vero che scrive) bisognerebbe pregare Manzoni che facesse un secondo lavoro simile; e sarebbe, una vera salute per la povera Italia. Gli altri, che dopo lui hanno guastato e guastano il mestiere, bisognerebbe pregarli a tacersi, e aspettare che sorga un Manzoni secondo»[16 - Il 6 luglio del '32 scriveva a Ferdinando Grillenzoni, a Genova: «Sarà costì il Manzoni; ed ella lo vedrà dal Marchese [Di Negro]. Io la prego di ossequiarlo da mia parte; e di scrivermene poi copiosamente». E il 24 del mese stesso: «Mi piace che abbia veduto Manzoni; e la prego di rammentarle una mia veramente affettuosa venerazione; perchè io lo tengo per uomo glorioso e utile all'Italia… Veda un poco se è vero quel che dice quel giornale, che ora Manzoni siasi dato a studi di purismo; e in che forma: e che cosa sta ora lavorando. E veda un poco (ma con garbo) se conosce le cose di Leopardi, e che opinione ne ha». Il 30 gliene tratta di nuovo: «Le ripeterò che bramo di sapere se Manzoni è costì per salute, o per piacere. Desidero che sia per solo piacere. Egli ha la coscienza e l'Europa, che devono rendergli inutili le ammirazioni di tutti i pari miei: ma io confesso che mi fa un vero piacere l'ammirarlo. E prego V. S. d'imprimersi bene in mente i suoi discorsi, per potermene far godere in qualche modo. Io sento un pungente dispiacere di non esser costì, e potere ascoltarlo. Se io fossi capace di fare una Deca di Livio (mi pare dir molto), io cambierei questo piacere col piacere di udir lui. E, per ispalancare il fondo dell'animo mio, ci sono alcuni (non molti) ch'io posso ascoltar volentieri; ma egli è il solo ch'io veramente desidero di potere udire, e in quelle cose ch'io non so, o alle quali non ho pensato; e in quelle nelle quali non penso ora come lui. Egli è il solo (Dio perdonami questa sciocchezza) dal quale io desidererei imparare. Facilmente mi accorderei seco circa i romanzi storici (come si chiaman ora), nè piangerei se il mondo non ne vedesse più. Ma non consento di porre in quel genere i Promessi Sposi; che mi paiono uno stupendo lavoro Senofonteo, un carissimo e utilissimo lavoro; e ben vorrei che Manzoni (ch'egli solissimo può) ne facesse un secondo. Del resto, la sua sentenza su tutte le finzioni è nobilissima; è degna dell'intelletto giunto al suo equatore; e la ricevo nell'anima; anzi già l'avevo, e mi giova di vederla confermata da lui. Oh mi è ora un vero tormento al cuore non esser costì! Ella mi riverisca tanto, con ogni effusion di sentimento quel Manzoni, che è proprio l'idolo de' miei pensieri. Oh (mi viene in mente) quanto son poco degni di lodarlo certi cervellacci frateschi; come per esempio quel frataccio Niccolò [Tommaseo]. Ma di ciò zitto, veda: ch'io non voglio pettegolezzi. Ma se lei come lei potesse destramente sentire che cosa pensa Manzoni di quel sì fanatico e sconvolto cervello, l'avrei caro. E tal gente crede d'avere la religione, la poesia, la filosofia di Manzoni! Ma dov'hanno la sua testa e il suo cuore? Per dio, credo esserne meno lontano io, colla mia impotenza poetica, e la mia piena incredulità. Io gli sono lontano, e io meglio di tutti so il quanto; ma almeno non gli volto le spalle». Il 17 d'agosto rincalza: «Mi riverisca senza fine Manzoni, e molto le sue Signore. Ma è un eccesso di cortesia il dire che a lui abbian potuto in nessun modo giovare le mie parole; perchè io lo vidi troppo poco, a ragione del mio desiderio; e amai molto più (come ancora farei) di ascoltarlo che di parlare; e poco, troppo poco potei goderne, poichè tanti cercavano di occuparlo».Sei anni dopo, il 27 novembre '38, scrivendo parimente al Grillenzoni, esce a dire: «Compreso Walter Scott, non trovo uno di tanti romanzi, che possa produrre un minimo bene: eccetto l'unico Manzoni; che mi par sempre cosa bellissima e utilissima».].

Giambattista Niccolini a Firenze e Felice Belletti a Milano non si fidavano del proprio giudizio e aspettavano quello «del sesso gentile». Il Niccolini era «impaziente» da un pezzo di vedere i Promessi Sposi del Manzoni e I Lombardi alla prima crociata del Grossi, «avendo in gran concetto il loro ingegno»; come scrisse al conte Fracavalli il 20 decembre del '25. Nell'aprile del '26 chiedeva a Felice Bellotti: «Il romanzo del Manzoni quando uscirà?» Gli rispose il 29: «Del romanzo di Manzoni altra notizia non posso darvi, se non che tra un mese si comincerà la stampa del terzo ed ultimo tomo, essendo già finiti i due primi, che però l'autore non vuol dar fuori se non insieme con l'altro. Sicchè non penso che prima del luglio si potrà leggere». Il 2 agosto del '27 il Bellotti tornò a scrivergli: «Del Romanzo di Manzoni, del quale eravate curioso, or che l'avrete letto, che ve ne pare? Ha esso nel vostro senso adempiuta l'aspettazione che se ne avea? Le donne di Toscana lo leggono con piacere? poichè di tal genere di scritture alle donne principalmente, ed al popolo non idiota e non letterato, si vuol lasciare il giudizio, essendo principalmente diretto al loro trattenimento e vantaggio. Se non che moltissimo io stimo il giudizio di quei dotti (ma son pochi), i quali sanno farsi a giudicare anche di romanzi, messe da parte certe prevenzioni e pretensioni importune: e chi più di voi sagace nel discernere quali siano queste e più giusto nello scartarle?» Ecco la risposta del Niccolini: «Il Manzoni è qui, ed ho imparato a conoscerlo di persona: voi sapete che i buoni si credono volentieri grandi: ma non temo che l'affetto m'inganni, reputandolo il primo ingegno d'Italia[17 - All'attrice Maddalena Pelzet, la degna interpetre delle sue tragedie, che era allora a Milano prima donna nella Compagnia Rattopulo, scrisse il 19 febbraio del '29: «Ricordatemi al Bertolotti, alla cui tragedia desidero un esito fortunato: se io fossi, com'egli dice, il primo dei tragici viventi, bisogna dire che si stia male davvero: egli parlerà del Manzoni, le cui tragedie, quantunque non siano per la scena, almeno secondo le nostre abitudini, contengono tante bellezze, che il plauso dell'Europa meritamente lo corona sopra tutti. Voi sapete qual concetto io abbia fatto sempre di questo veramente grand'uomo: ciò che vi scrivo a Milano, ve l'ho detto a Firenze.»]. Ho letto il suo romanzo tutto d'un fiato; ma non mi fido del mio giudizio, e aspetto anch'io quello del sesso gentile».

Il Rosmini piglia pure a ragguagliare gli amici intorno la fortuna del libro: «I Promessi Sposi sono avidamente letti, a malgrado della lunghezza, che da tutti sento notare»; così al Tommaseo, in un biglietto del 22 settembre '27. L'8 di novembre annunzia a un altro amico: «Il Manzoni trionfò in Toscana; il suo romanzo è tradotto in francese: si rende anche tedesco e parlasi d'una traduzione inglese. Sono di quei pochi uomini che fanno ancora varcare il mare e l'alpi il nome italiano». Il 22 di decembre torna a ripetere: «De' Promessi Sposi già se ne sono fatte tredici edizioni, credo, e traduzioni in tedesco, in inglese, in francese. Pochi libri italiani hanno mai avuto tanto favore in Italia». Al Manzoni poi scriveva il 26 marzo del '30: «qui i Promessi Sposi sono applauditissimi dal fiore di Roma; e quelli che non la cedono a nessuno in commendarli e in proporli alla gioventù sono i Gesuiti». Monaldo Leopardi lo conferma in una lettera a Giacomo: «Appena letto quel Romanzo ne fui rapito e lo giudicai prezioso non tanto alle lettere, quanto alla religione e alla morale. Ebbi poi molta compiacenza nel sentire che in Roma i confessori Gesuiti lo danno a leggere alle loro penitenti»[18 - In una lettera di Pierfrancesco Leopardi al fratello Giacomo, del 1º giugno '28, si legge: «Avendoci voi scritto una volta che conoscevate il celebre Manzoni, ho pensato di farvi cosa grata col mandarvi una copia dei suoi Inni. Volendo la marchesa Roberti stampare qualche cosa per la monaca Rossi, babbo le propose quest'Inni, e vi fece la dedicatoria. E vi mando questo libro, più perchè leggiate questa, che gl'Inni, perchè m'immagino che lo stesso Manzoni ve li avrà dati a leggere. Fatemi dire in una delle lettere che ci scriverete, dove attualmente si trovi il suddetto Manzoni».].

Nel settembre del 1827 Raffaele Lambruschini, discorrendo nell'Antologia di Firenze d'una ristampa del Quaresimale del Segneri e delle Prediche alla Corte del Turchi, ricordò, per incidenza, i Promessi Sposi, «che ora sono nelle mani di tutti; notabile produzione d'un uomo in cui non si saprebbe cosa ammirare di più, se i talenti o le doti del cuore, e di cui la nostra età e la nostra Italia hanno ragione d'inorgoglirsi». E nel ricordarli, ne riportò anche un brano: il colloquio tra il Cardinal Federigo e l'Innominato. «Si tratta» (così il Lambruschini), «da una parte, di un potente, rinomato per ardite ribalderie e per empietà, temuto ed odiato da tutti; dall'altra, di un sant'uomo, che trovandosi nella più ardita impresa a cui si possa accingere un sacro oratore, non adopra altre ragioni e altra eloquenza che quella dei semplici e degli umili»[19 - Antologia, di Firenze, tom. XXVII, n. 81, settembre 1827, pp. 71-75.]. Lapo de' Ricci in una lettera inedita a Gio. Pietro Vieusseux, del 25 settembre 1827, piglia a dire: «L'articolo del Larabruschini è un capo d'opera nel suo genere; i preti non gliene sapranno buon grado, perchè vorrebbero dominare ed esser asini. L'ho letto a pezzi e brani a questo mio paroco, giacchè per l'intiero non era possibile farglici prestare attenzione, ma ne ho letto tanto per scuoterlo, e per commoverlo, finchè sentendo il sublime colloquio del Cardinal Federigo coll'Innominato ha dovuto piangere, ed ecco una vittoria per la morale». Lapo volle manifestare anche a Gino Capponi l'impressione profonda che aveva ricevuto dalla lettura de' Promessi Sposi, e gli scrisse il 4 gennaio del '28: «Non mi riesce di levarmi dal tavolino quel diavolo di Manzoni. Io credo di averlo letto per intiero sei volte, e dieci volte l'Innominato col Cardinal Federigo, e sempre ho pianto; come faceva, e forse più di quel che faceva, quello scellerato convertito. Scrissi a Vieusseux che leggendo quel tratto al mio curato, per quanto più giocatore che leggitore, più bevitore che uditore, lo feci piangere; ho anche sentito soffiarsi il naso, ho veduto far contorcimenti ad alcuno dei miei contadini (e non sono dei più delicati campagnoli), mentre glielo leggeva. Qualcheduno, che aveva sentito leggere i Promessi Sposi, una sera ha lasciato la partita dei quadrigliati per venire alla panca di cucina, che è la sala di riunione, per sentirmi leggere. Hanno tutti riso a Don Abbondio, ed hanno trovato il confronto subito: fra Galdino è tale quale fra Bonaventura di Radda, diceva un altro: certi miracoli senza sugo; ma sentito il pane del perdono di fra Cristoforo, silenzio, e pianto nascosto: perchè un contadino, che piange raramente, e soltanto perchè gli è morto il bue o l'asino, trova impossibile che si deva piangere sentendo leggere… Ma quel Conte zio! ne conosci tu con quel parlare misterioso? io sì. E quella sommossa di Milano! E Renzo che gli pareva aver fatto amicizia col Gran Cancelliere! E il Notaro, che dice che è per pura formalità che lo fa condurre in prigione! E la Monaca per forza! e che so io? Vi può esser egli più verità? più effetto? Io m'inquieterei come il Prior Albizzi con quei letterati che vogliono giudicarne letterariamente, o che vorrebbero far cambiare il romanzo perchè dicesse a loro modo. Quel libro mi pare che non possa appartenere alla parte letteraria: è un gran libro di morale; e tale, io crederei, da fare una rivoluzione come il Don Quichotte, se un libro potesse far cambiare gl'istinti del cuore umano».

Mentre Lapo de' Ricci, che era semplicemente un colto gentiluomo, non rifinisce di leggere il dialogo tra il Cardinal Federigo e l'Innominato, e quel dialogo gli strappa le lagrime; un letterato, e famoso, Francesco Domenico Guerrazzi, scrive, che del Cardinal Federigo «il Manzoni potè fare un santo, ma non avrebbe mai potuto farne un galantuomo»[20 - Guerrazzi F. D., Manzoni, Verdi e l'Albo Rossiniano, Milano, Tip. Sociale, 1874; p. 73.]. Non c'è che dire; tutti i gusti son gusti! Col P. Cristoforo invece fu benevolo; e in un bizzarro giro che la sua fantasia fece fare al Romanzo storico, menato che l'ha in Italia «per ricrearsi», lo conduce «pei colli della Brianza, dove conobbe Renzo e Lucia, prese tabacco nella scatola di fra Cristoforo[21 - A proposito di questa scatola scrive lo Stampa [II, 87-88]: «Il Manzoni raccontò (e lo udii colle mie orecchie) «ch'egli aveva l'intenzione di lasciar fuori, come superfluo, l'episodio del P. Cristoforo che, chiamati a sè i due sposi, dice loro: Figliuoli! voglio che abbiate un ricordo del povero frate, e dopo di aver data loro la scatola, lavorata con una certa finitezza cappuccinesca, contenente gli avanzi di quel pane, dice loro: Fatelo vedere ai vostri figliuoli. Verranno in un tristo mondo… dite loro che perdonino sempre, sempre! tutto, tutto! e che preghino anche loro, per il povero frate! Ma per l'appunto il consigliere abate don Gaetano Giudici non gli permise assolutamente quella ommissione, dicendo che era il più bello e commovente episodio del romanzo». Il figliastro gli chiese la ragione di questo taglio che avrebbe voluto fare, e rispose: «Che vuoi!.. a me pareva un di più».]: un degno frate in verità, ma il Romanzo dentro un orecchio ai suoi amici susurrava sommesso, che tre quarti delle virtù del frate Cristoforo, Alessandro Manzoni le aveva tolte a nolo da lui»[22 - L'editore Gaspero Barbèra, che il 7 settembre del '50 visitò il Guerrazzi in prigione, racconta: «Saputo che ero allora allora ritornato da un viaggio in Lombardia e nel Veneto, il discorso è caduto sul Grossi… Del Manzoni ammirava più l'Adelchi e il Carmagnola, che non i Promessi Sposi; osservando che la lingua onde questi sono scritti non è cosa da menare quel gran rumore che se ne faceva, dacchè quando un toscano parla anche da sguajato, un po' più un po' meno, dice quelle frasi che nei Promessi Sposi si vedono collocate a far mostra di sè». Cfr. Barbèra G., Memorie di un editore, Firenze, 1883; pp. 81-82.].

Terenzio Mamiami, che era a Firenze nel 1827 quando vi andò il Manzoni, racconta: «io l'ho veduto impacciato fuor modo degli encomii infiniti che gli suonavano intorno. Rispondeva con parole poche ed avviluppate e arrossiva tuttavia a somiglianza di fanciulla. Spesso il Leopardi assisteva a codeste apoteosi. Ed io, vedutolo una sera rincantucciato e solo, mentre il fiore de' letterari e degli studiosi affollavasi intorno al Manzoni, lo incitai a manifestare quello che gliene paresse. Me ne pare assai bene, rispose, e godo che i Fiorentini non si dimentichino della gentilezza antica e dell'essere stati maravigliosi nel culto dell'arte». Aggiunge: «Pochi anni dopo io l'udivo in Firenze esprimere intorno al Manzoni questa riservata sentenza. Che l'avere eletto pel suo romanzo una dell'epoche più sventurate e servili delle storie italiane dee nascondere molte ragioni ed assai poderose[23 - Il Giordani ne' suoi Pensieri per uno scritto sui Promessi Sposi loda il Manzoni di «aver creato nuovo odio ad antichi rei di calamità italiane», al «dominatore straniero e lontano, ignorante e crudele, superstizioso ed improvvido». Cfr. Giordani P., Scritti editi e postumi; IV, 132-134.Giosuè Carducci, applaudendo in Lecco «all'interezza dell'arte in Alessandro Manzoni», disse che «fece del romanzo la gran vendetta su 'l dispotismo straniero e su 'l sacerdozio servile ed ateo». Cfr. Carducci G., Confessioni e battaglie, serie seconda, Bologna, Zanichelli, 1902; pp. 306-309.]; ma certo non appariscono, e sembra invece uscire dal suo racconto la deplorevole conseguenza che del presente non bisogna zittire, dacchè gl'Italiani altre volte si trovarono molto peggio e l'Austriaco vale un oro a petto del Castigliano»[24 - Mamiani T., Manzoni e Leopardi; nella Nuova Antologia, vol XXIII [1873], pp. 757-782.].

In due lettere, tutte e due dell'8 settembre '27, il Leopardi aprì l'animo suo al padre e allo Stella. A quest'ultimo scriveva: «Io qui ho avuto il bene di conoscere personalmente il signor Manzoni, e di trattenermi seco a lungo: uomo pieno di amabilità, e degno della sua fama». E al padre: «Tra' forestieri ho fatto conoscenza e amicizia col famoso Manzoni di Milano, della cui ultima opera tutta l'Italia parla». Di nuovo al padre: «Ho piacere che ella abbia veduto e gustato il Romanzo cristiano del Manzoni. È veramente una bell'opera; e Manzoni è un bellissimo animo e un caro uomo». E al conte Antonio Papadopoli: «Ho veduto il romanzo del Manzoni, il quale, non ostante molti difetti, mi piace assai, ed è certamente opera di un grande ingegno; e tale ho conosciuto il Manzoni in parecchi colloqui che ho avuto seco a Firenze. È uomo veramente amabile e rispettabile».

Il barone Giuseppe Sardagna, il 25 febbraio del '28, dava questi ragguagli all'Acerbi, allora console austriaco in Egitto: «Manzoni scrisse un romanzo storico, I Promessi Sposi, di cui certamente avrete letto qualche cosa anche in Alessandria, giacchè suppongo che i giornali francesi almeno vi arrivino. Questo libro ebbe un successo universale in Italia. L'autore vendette unicamente mille copie della sua edizione originale, e se ne fecero già più di sei ristampe. In tutt'altro paese questa produzione bastava per far la sua fortuna: in Italia il suo profitto fu di lire seimila a stento»[25 - Luzio A., Giuseppe Acerbi e la «Biblioteca italiana»; nella Nuova Antologia, serie IV, vol. LXVI, fasc. 23, 1º decembre 1896, p. 481.]. Col Sardagna si accorda il consigliere Federigo De Müller, che nel descrivere nelle proprie Memorie[26 - Il De Müller del 1829 venne in Italia e vi dimorò alcuni mesi. Nelle sue Memorie, che son rimaste inedite, descrivendo quel viaggio, parla a lungo della visita che fece al Manzoni a Brusuglio. Un brano di questo episodio fu pubblicato a Weimar nel 1832 col titolo: C. W. Müller, Goethe's letzte lit. Thaetigkeit, e poi per intiero venne messo alle stampe nel 1871 da C. A. H. Burkhardt nel n. 45 del Magazin für die Literatur des Auslandes. Ne dette la traduzione L. Senigaglia nella Rivista contemporanea, di Firenze, ann. I, vol. II, pp. 359-365.] una visita fatta al Manzoni nell'agosto del '29, piglia a dire: «Gaetano Cattaneo mi raccontò che i Promessi Sposi non hanno reso al Manzoni più di 5000 franchi, mentre i librai ne hanno guadagnato centomila; che il Manzoni non volle mai decidersi a fare una seconda edizione per il suo editore, essendo d'opinione che vi sarebbe stato molto da migliorare, e in tal modo dovette essere spettatore che in tutte le più grandi città d'Italia si pubblicassero nuove edizioni e ristampe, tutte travisate». Infatti nel 1827 – l'anno stesso della prima comparsa de' Promessi Sposi– furono subito ristampati a Livorno da G.P. Pozzolini, col ritratto dell'autore; a Firenze da Gaetano Ducci; a Lugano dal Veladini; a Napoli co' torchi del Tramater. In Torino ne fece due edizioni Giuseppe Pomba; a Parigi li riprodusse due volte in italiano il Baudry; a Berlino vennero tradotti in tedesco dal Lessman. Nel '28 il Del Majno li ristampò a Piacenza, il Batelli a Firenze; il Pomba ne fece una terza edizione a Torino; il Baudry mise in vendita due altre sue edizioni a Parigi; dove furono pur pubblicate le due traduzioni in francese del Rey Dusseuil[27 - Les Fiancés, histoire milanaise du XVII siècle, découverte et refaite par Alexandre Manzoni; traduite de l'italien sur la troisième èdition par M. Rey Dussueil, Paris, Ch. Gosselin et A. Sautelet, 1828; 5 vol. in-12º. Prix, 18 francs. Il traduttore vi premise un Essai sur le roman historique et sur la littèrature italienne, che fu voltato in italiano dal giornale milanese La Vespa [ann. II, 1º semestre, pp. 225-230 e 276-279], facendovi, in nota, alcune osservazioni critiche. «En revoyant notre travail» (così il Rey Dussueil nell'Essai), «nous aurions pu faire aisèment disparaître toutes les tournures qui s'éloignent un peu des tournures françaises; mais ce n'était point une traduction que nous voulions donner au public; c'était, autant que possible, l'ouvrage de M. Manzoni». La Revue encyclopèdique [tom. XXXVIII, pp. 488-490] gli fece osservare: «Pour donner au public l'ouvrage de M. Manzoni, il fallait avant tout lui donner un livre bien écrit». Parlò di questa traduzione anche la Bibliothèque universelle de Genève, nuova serie, tom. III [1836], p. 268.] e del Gosselin; a Lipsia uscì alla luce la traduzione in tedesco del Büllow, a Pisa quella in inglese di Carlo Seven. In diciotto mesi si hanno dunque tredici ristampe, delle quali nove fatte in Italia, quattro a Parigi; e cinque traduzioni, due in francese, due in tedesco e una in inglese.

L'Elena, lo Zucchi e Gallo Gallina incominciarono a illustrare il Romanzo con tavole litografiche[28 - Il 29 settembre del '28 la Gazzetta di Firenze nel suo n.º 109 dava questo annunzio: «La lettura del romanzo i Promessi Sposi dipinge all'immaginazione alcune scene con tanta forza, verità e precisione, che chiunque sa far uso della matita sentesi invogliato di rappresentare coi mezzi dell'arte pittorica ciò che l'autore seppe con rara maestria descrivere. Il sig. Gallina, valente artista, già noto per alcuni pregiati lavori, formò dodici composizioni dei casi più interessanti del suddetto romanzo, e queste, da lui stesso litografate, verranno impresse nello Stabilimento Ricordi. Il formato della stampa sarà di oncie 8¾ per 6½; giusta dimensione per ornamento di un quartiere. La collezione verrà divisa in sei fascicoli, di due stampe per ciascuno, e se ne pubblicherà un fascicolo ogni mese. Il prezzo di ogni stampa è fissato a paoli 9 in carta della China e a paoli 6 in carta velina». L'Eco di Milano [ann. II, n.º. 51, 29 aprile 1829, p. 204] le lodò, «tanto per l'invenzione, quanto per l'esecuzione». Francesco Pastori [Bibliografia italiana ossia Giornale generale di tutto quanto si stampa in Italia, libri, carte geografiche, litografie e novità musicali, ann. I [1828], p. 76] trovò «lodevole» il pensiero del sig. Gallina di dare disegnati in litografia i quadri principali del bellissimo romanzo del sig. Manzoni»; ed ebbe a dire «che l'impresa, ben pensata e lodevolmente eseguita, prestava materia di gradevolissimo ornamento».]. Nella festa da ballo in costume, data a Milano nel carnevale del '28 dal conte Bathiany, la quadriglia che destò maggiore entusiasmo fu quella di Don Rodrigo e dei bravi, anch'essa, insieme con gli altri costumi, riprodotta in litografia[29 - Costumi vestiti alla festa da ballo data dal Signor Conte Batthyany (sic), Milano, litografia Elena. [Ogni fascicolo costava 20 lire italiane].]. La Minerva Ticinese annunziava: «Quanto prima, con musica del maestro Caraffa, deve comparire sulle scene del Teatro italiano di Parigi un'opera tratta dal sì applaudito romanzo I Promessi Sposi»[30 - La Minerva Ticinese, fasc. 50, 16 decembre 1829.].




II


Non senza il suo perchè il barone Sardagna si lusingava che l'Acerbi avesse avuto notizia dei Promessi Sposi dai «giornali francesi», quasi tutti concordi nel lodare il nuovo romanzo, a cominciar dal Mèmorial catholique, dove ne parlò il conte O'Mahony[31 - Il «giudizio del conte O' Mahony sui Promessi Sposi di Alessandro Manzoni» fu ristampato, con la traduzione italiana a fronte, a pp. 391-413 del tom. III dell'edizione del Romanzo fatta a Lugano, presso Francesco Veladini e comp., nel 1829.], a venire alla Gazette de France. Quest'ultima tornò a discorrerne anche nel '32, quando uscì alla luce la bella traduzione in francese del Montgrand. «Ben mille romanzi ci furon regalati da due anni in qua» (son parole della Gazette) «ed è anche troppo se di tutta questa farraggine resterà un solo volume. Qual povera abbondanza mai! E sarà vero che fra tanti scrittori, pieni d'estro, di fantasia, di perizia nell'arte dello scrivere, non se ne trovi neppur uno che pigli scrupolosamente a investigare la feconda miniera de' nostri fatti domestici? E noi rimarremo così, noi la nazione più letterata del mondo, senza avere il nostro Walter Scott e il nostro Manzoni?» È un giudizio, come notava giustamente l'Eco di Milano, (che lo riportò traducendolo), «da fare insuperbire l'Italia, la quale ha dato i natali al Manzoni, e da convincerla che anche in paese straniero e rivale si rende giustizia ai geni della sua nazione ed ai loro capolavori»[32 - L'Eco, ann. VI, n. 1, 2 gennaio 1833.]. Proseguiva il giornale francese: «Vedete qua il Manzoni; si è impossessato degli annali del suo paese, e le rozze pietre son divenute diamanti sotto le sue mani… Non altro che col mettere in azione i più reconditi segreti del cuore umano seppe trarre da un fondo semplicissimo le scene sue più drammatiche e più care… I Promessi Sposi ebbero fortuna infinita in Europa; e pure, questo romanzo è tutto quanto appoggiato a un pensiero affatto religioso, anzi, si potrebbe dire, affatto cattolico».

Fino dal 1827 la Revue encyclopèdique, annunziando la comparsa de' Promessi Sposi, aveva scritto: «Une multitude d'aventures et de caractères remplissent le cadre de cet ingénieux roman. Des incidens habilement disposés, une peinture fidèle et animée des moeurs de cette époque, un style toujours approprié aux situations, une grande variété de tons, telles sont les qualités qui ont mérité à ce bel ouvrage le succès éclatant qu'il vient d'obtenir en Italie, et qu'il va sans doute obtenir en France». La Revue promise di riparlare di questa «production littéraire aussi distinguée, et de payer un nouveau tribut d'estime à l'auteur, déjà célèbre en Italie comme écrivain dramatique et comme poète»[33 - Revue encyclopèdique, tom. XXXVI [octobre 1827], pp. 411-412.]. Disgraziatamente ne tornò a parlare per bocca d'uno de' nostri esuli, Francesco Salfi, che raggiunse addirittura il grottesco; pigliando perfino come buona moneta il brano del «dilavato e graffiato autografo» che il Manzoni riporta sul bel principio; brano che è una contrafazione perfetta non solo dello stile e della lingua, ma della stessa ortografia del Secento. Infatti, dopo aver detto, che «le sujet du roman est tiré d'une histoire, peu connue, du chanoine Joseph Ripamonti, et rédigée dans le style prétentieux et ridicule du Secento», soggiunge, che il Manzoni «débute par un fragment du manuscrit de Ripamonti et fait ainsi mieux sentir la nécessité d'en réformer le style, à fin d'en rendre la lecture supportable à ses contemporains». Il Ripamonti che diventa l'autore dell'immaginario «scartafaccio»! È grossa, ma non è la più grossa che il critico sballi. Nei Promessi Sposi trova mancanza di coerenza organica e d'intreccio, bassezza ne' personaggi. «Ce qui rend cette histoire plus repoussante encore» (seguita a scrivere) «c'est l'intervention des fossoyeurs, que l'auteur fait agir et parler trop longuement. Shakespeare s'était permis de nous présenter pour quelques instants ces dignes personnages s'entretenant entre eux. D'après son exemple, M. Manzoni est allé bien avant: il nous apprend leurs occupations, leurs friponneries, leurs bassesses. Ces détails, quelles que soient les beautés qui s'y mêlent, sont trop hideux»[34 - Revue encyclopèdique, tom. XXXVIII [avril 1828], pp. 376-389.] E così, per la prima volta, nel 1828, la «modestia manzoniana» dovette ricevere da un critico ostile[35 - Non senza interesse sono due lettere del Niccolini a Salvatore Viale, una del 21 e una del 5 luglio '28. La prima è questa: «Il Globo ha delle dottrine ultra-romantiche, e nella Rivista il Salfi sta pedantescamente attaccato ai precetti dei classici. Questa, per chi la discerne, è disputa in gran parte di nomi, ma pur divide la repubblica letteraria in due fazioni e offusca coi pregiudizi l'intelletto. Il Salfi accusa il Manzoni nel suo articolo sugli Sposi promessi d'essere fautore delle istituzioni monastiche. Quest'accusa è ingiusta, e non può cadere in mente di chiunque legga spassionatamente quel libro, ed io che intimamente conosco l'autore, e sono stato la persona colla quale ei più conversasse in Firenze, posso far fede che la sua pietà è scevra di superstizione, e che non ama i frati». Nell'altra scrive: «A me premeva d'investigare le ragioni del silenzio del Salfi, ma senza però ch'ei mi potesse credere un accattalodi… Io amo più di conservare la dignità dell'animo, che mostrarmi ghiotto d'uno sciocco articolo di quel canuto e solenne buffone. E meritamente io lo chiamo così, perchè non v'è pazienza che sostenga di leggere i suoi imbratti sull'opere ch'escono in Italia: egli loda quello che fra noi si disprezza, o s'ignora, mentre maltratta e calunnia il Manzoni, primo ornamento delle lettere italiane».] la suprema delle lodi per un poeta: quella di sentirsi nominare accanto a Shakespeare.

Il Mamiani in un colloquio che ebbe a Parigi col Sismondi, ragionando della Morale cattolica, l'udì concludere con queste parole: «il vostro Manzoni argomenta bene, ma i vostri preti lavorano male; e poniamo pure che il regolo non sia distorto, la Curia lo storce ella al bisogno e avvezza gli occhi del volgo a falsar le misure. Oltrechè, non è buona quella forma di culto che accarezza le pericolose tendenze d'una stirpe di uomini piuttosto che di combatterle… Ad ogni modo, proseguiva il Sismondi, se nella Morale cattolica si ammira un convincimento profondo, una rara potenza dialettica e certo sentimento finissimo e delicatissimo dell'indole umana e del bene etico, non manca qua e là qualche sforzo di apologista e qualche amplificazione acconcia al proposito[36 - Giuseppe Giusti racconta in una sua lettera, scritta nell'aprile del '36: «Finalmente ho parlato a Sismondi, e per due volte mi son trattenuto seco lungamente… Parlammo di Manzoni, e qui apparve singolarmente l'uomo grande. Io introdussi il discorso colla massima delicatezza, ma a bella posta, perchè voleva chiarirmi d'un dubbio, nato in me alla prima lettura di quel libro del Manzoni, ove confuta gli ultimi due capitoli della Storia delle Repubbliche. Sismondi parlò di quell'opera, dicendo che era ammirato della maniera urbana con la quale fu distesa: lodò la sincerità dell'autore, e ne compianse le ultime disgrazie, le quali, secondo lui, hanno contribuito non poco a confermarlo ne' suoi principii; aggiunse poi, sempre moderatamente, che gli pareva che si fosse partito da un punto molto diverso dal suo, poichè esso considerava le cose come sono attualmente, e Manzoni come dovrebbero essere. Nè so dirti quanto fossi contento di vedere che io non m'era ingannato. Credei bene di dirgli che gl'Italiani non avevano fatto gran plauso a quel libro, e che anzi, senza scemare in nulla la debita reverenza al Manzoni, era stato riguardato piuttosto come un errore, o almeno come un'opera suggerita da qualcuno che lo avvicina per secondi fini, i quali, dall'altro canto, non capiscono nell'animo integerrimo di quel sommo italiano».]. Invece ne' Promessi Sposi il Manzoni è scrittore stupendo e non superabile. Con che arte ti pone innanzi le istituzioni cattoliche, i frati, le monache, i voti non revocabili, la confessione e che so io? scegliendo i punti più favorevoli di prospettiva e combinando in maniera gli avvenimenti che ogni colpa sia solo degli uomini, e nessuna delle dottrine! Il fatto sta che un altro romanzo non c'è in Europa, il qual goda forse di uguale celebrità. Nè il Manzoni è inventore del genere. Nemmanco è inventore di quei «metodi compendiosi e vivi, o di entrar nel racconto ex abrupto per via di dialoghi brevi e animati, o di abbellirlo e farlo evidente mediante le spesse descrizioni: e queste condurre con maestria veramente pittorica e qual direbbesi del genere fiammingo, non intralasciando particolare nessuno ancorchè minutissimo, qualora aiuti l'intendere bene un carattere, un'azione, una costumanza. Ma ciò ch'è novissimo e farà immortale il vostro Poeta per ogni tempo fu il tessere una epopea così casta e nobile, governata da sì eletta moralità, spirante un aroma sì puro di religione, che ogni madre consegna senza paura nessuna alla sua fanciulla quel libro, e ogni direttor di collegio e di scuola fa il simile agli alunni suoi. Che dirò dell'aver posto con nuovo esempio sul dinanzi della scena due umili popolani, e nell'ultimo sfondo gli uomini e le cose accattate dalla storia? Qual concetto è più cristiano dello sparger di luce la probità rassegnata della plebe lavoratrice e raffrontarla con le colpe, le violenze, gl'inganni che gli ordini superiori civili esercitavano impunemente sugl'inferiori, i quali invece erano e sono il pupillo naturale e perpetuo consegnato all'umanità e sapienza educativa dei primi; e vedersi oggi quel che significa l'aver trasandato le obbigazioni e le cure della indeclinabile tutela»[37 - Mamiani T., Manzoni e Leopardi; nella Nuova Antologia; XXIII, 760-762.].

Intorno ai Promessi Sposi il Sismondi espresse il proprio pensiero anche in una lettera che, da Ginevra, scrisse a Camillo Ugoni l'11 settembre del '29. Gli dice: «Je suis enchanté d'apprendre que vous préparez une nouvelle édition de ses oeuvres[38 - Tragedie e poesie varie di Alessandro Manzoni, colle prose analoghe ed un'apposita prefazione del barone Camillo Ugoni —Quindicesima edizione– Lugano, Giuseppe Ruggia e C., 1830; in 16º. di pp. XXVIII-272. La «prefazione» dell'Ugoni abbraccia le pp. V-XXVIII e porta la data: «Parigi, 19 novembre 1829». Ne diede un cenno il Tommaseo nell'Antologia, tom. XXXIX, n. 151, luglio 1830, p. 136.]: c'est un homme d'un beau talent et d'un noble caractère. J'apprends avec bien de chagrin qu'au lieu de préparer quelque nouvel ouvrage dans le genre du roman historique dont il a fait un prèsent à l'Italie, il écrit au contraire un grand livre contre ce genre d'ouvrages. Il y avait du génie dans ses Promessi Sposi, il y avait en même tems l'exemple du genre de lecture, qui peut, en dépit de la censure, faire l'impression la plus générale et la plus utile sur le public italien». A Fulvia, figlia di Pietro Verri, che fu moglie del colonnello Jacopetti, uno de' prodi di Napoleone, scriveva il 22 luglio del '30: «Si vous voyez quelque fois Manzoni, parlez lui de moi, dites lui mon admiration pour son talent, mon regret si vif, mon regret partagé par toute l'Europe, de ce qu'il ne continue pas à marcher dans la carrière où il est si glorieusement entré. Dites lui que jamais il n'avait servi, que jamais il ne pouvait servir si puissamment la cause à la quelle il me reproche de ne point m'accorder avec lui, que par le portrait du P. Cristoforo. Il y a dans ses Promessi Sposi bien plus qu'un bel ouvrage littéraire, bien plus même qu'un genre nouveau donné à l'Italie, il y a une bonne action. Pourquoi ne pas la répéter quisqu'il le peut? Par des livres sérieux on ne répand les pensées sérieuses que parmi ceux qui les ont déjà: mais lui il les a introduites dans un monde nouveau, qui n'avait jamais réfléchi, qui n'avait jamais mêlé les meilleures émotions du coeur à ses amusements».

Tra i giornali italiani, de' primi a parlare de' Promessi Sposi fu Il Nuovo Ricoglitore, di Milano. «S'è finalmente veduto questo romanzo del Manzoni, che aspettavasi da sì gran tempo; ma le temps ne fait rien à l'affaire, direbbe anche qui opportunamente l'Alceste di Molière: non si badi dunque all'aspettazione, ma vediamone l'argomento, discorriamone la tessitura». Dopo averne esposto «l'argomento» e «la tessitura», prosegue: «Non sarà già qui tutta la storia compresa ne' tre volumi? sento domandarsi da molti. Signori miei, l'è proprio qui tutta intera, salvo certi tratti accessorii, che son parte, ma non essenziale, del romanzo, e son molti, a dir vero: ma non vogliate inferirne però che il romanzo abbia ad essere una seccaggine, un sonnifero, una morte: leggete prima e sentenziate poi, che ne avrete allora acquistato il diritto: ma voi dite che non volete comperare questo diritto a un cotal prezzo; ebbene, udite adunque, non mica una sentenza, ma quattro chiacchiere d'uno che ha già letto. Che le arti abbiano un codice di leggi giustissime, chiarissime, opportunissime, dalle quali uno non può discostarsi senza rendersi ipso facto reo di oltracotata prevaricazione, è questo un teorema così evidente ch'io non so quello che mi direi o farei per sostenerlo; mi pare che per difenderlo terrei di battermi ad occhi chiusi; che poi sempre l'effetto d'un lavoro d'arte risponda alla bontà delle leggi e alla diligenza con cui furono seguitate, gli è questo un fatto rinnovatosi tante volte, che non vuoi essere recato in dubbio: or dalle generali venendo, come l'ordine prescrive, a' particolari, dico che l'arte dello scrivere romanzi ha sue leggi, le quali vi comandano di scegliere a dovere argomento e personaggi, che hanno ad essere o cose famose per le storie, ovvero imprese (se le create) d'un conio di grandezza e di perfezione ideale, che le renda interessanti e cospicue: v'ingiungono le leggi del romanzo d'annodare i fili della favola, e come gli abbiate intricati quanto bisogna a destare interesse e un soave stringicuore in chi legge, avete poi a progredire senza posa verso il disviluppo, e quanto più difilato correrete a quello, tanto maggiore riuscirà il diletto che il vostro romanzo procaccerà; son poi vietati dalle prefate leggi i lunghi episodi, i parlari dell'autore, quand'anche sien posti in bocca de' personaggi, i brani di morale, e siffatte cose, sotto pena che il romanzo cada di mano al lettore addormentato: questo prescrivono le leggi del romanzo, piene d'equità, ma contro a quelle stanno molti fatti dove elle non ebbero alcun potere, e, per tacere d'altri esempi, parlerò adesso dei Promessi Sposi. Il romanzo del Manzoni va contro tutti gli ordinamenti prefati; lascio stare l'oscurità de' personaggi che fanno da protagonisti, e dico degli episodi, che son tanti e sì lunghi, che in essi la storia de' Promessi Sposi si perde, e per poco non diventa una cosa accessoria: che è mai infatti la storia, che sopra ho descritta, rispetto alle tante altre cose che ingrossano questo libro; in cui troviamo trattati di economia pubblica, disquisizioni storiche, tirate di morale, omelie di vescovi, prediche di cappuccini, ecc.? Per le quali cose, che altro dovrebbe accadere, stando alle leggi dell'arte, se non istanchezza infinita nel lettore, sbadigli, sonno; eppure la faccenda cammina diversamente, e ognun può vedere che il romanzo del Manzoni corre rapidamente per tutte le mani ed è letto con avidità. Qual cosa concludano poi tanti leggitori come son giunti in fine, io non lo so, ma per il fatto mio affermo che questa lettura m'ha trattenuto piacevolmente assai, e che m'è doluto quando col libro vidi toccare il termine il mio diletto. Fenomeni! casi strani! Ma vediamo un po' se ne venisse fatto di porre innanzi alcuna ragione ad intendere il caso strano. Non togliamo più a ragionare delle leggi onde si governa il romanzo, nè vogliasi inquisire se il Manzoni le abbia osservate, e se questo sia quindi vero romanzo, o che altro sia; da chi volesse contendere su questo punto io mi spiccerei con dire: amico, se nol vuoi romanzo, sarà storia, sarà trattato, sarà un saggio, qualcosa sarà: e per isfuggire anzi affatto ogni questione di titolo, lo chiamo libro. Ora, in questo libro, l'autore deviando ad ogni tratto dalla storia de' Promessi Sposi, scorre, come sopra io diceva, a ragionare d'altre cose, che hanno bensì una relazione stretta col soggetto principale, ma non era forse mestiere che vi si spendessero tante parole. Pur non ostante, tutte coteste cose, che sembrano scucite, le stanno bene insieme, e non mandano suoni discordi, e non isviano punto l'animo del leggitore. Da qual movente può egli derivar questo? Sarebbe egli mai che la condotta e il legame dell'affetto suppliscono a quella condotta e a quel legame che mancano apparentemente nell'opera? Veggo di vero che essa è tutta intuonata a un modo. L'ingegno sommo e il cuor candido di chi dettò son le corde che risuonano da per tutto, son quelle che mantengono una soave consonanza, che formano una reale unità, una verace condotta; quella condotta appunto e quell'unità che ammiriamo nelle odi di Pindaro, le quali pur toccano tante corde e così disparate da parer cose strambe chi non sentisse che le stanno tutte come a dire entro lo stesso accordo: e appunto d'un sì fatto genere sono le opere del Manzoni; ma non ci discostiamo dai Promessi Sposi. In questo libro l'A. ci dispiega un bel tratto di storia patria con accurata fedeltà, con nitido ordine, con sottile e sana critica. In questo libro abbiamo una viva pittura de' costumi del secolo XVII. In questo libro troviamo rappresentati colle vere loro tinte caratteri d'ogni maniera, d'ogni cognizione, d'ogni stato. Abbiamo dipinte orrende scelleratezze, che son toccate con pennello sì gagliardo da scuotere il cinico più gelato; poi t'imbatti in certe scene gioconde, dove la forza comica è accompagnata ad una morale che ti consola; poi siam trasportati in situazioni pietose, commoventissime. Il pensiero dell'A. scorre leggerissimo sui vari soggetti, nè il seguirlo riesce cosa grave alla nostra mente, poichè o penetri acutissimo, e sul fare di Sterne, fin ne' più profondi recessi del cuore umano, o si levi sublime con alti e luminosi concetti, o rapido voli a raggiungere idee lontanissime e disparate onde farne ingegnoso ed inaspettato confronto, tu travedi sempre la mente dell'A. tutta intesa con costante perseveranza a dei casi veri, interamente, liberamente, e non con altro animo, tranne quello che ne abbia l'umanità giovamento e diletto. Io potrei avvalorare le cose sopraddette, trascrivendo qui dal libro alcuni luoghi, belli in sommo grado e immaginosi. I vari quadri della pestilenza; certi gruppi del sollevamento popolare; i passi drammatici dove fa sì bello spicco quella grande anima di fra Cristoforo; il sogno di Don Rodrigo, che pare uscito dal cervello di Shakespeare, tanto è cosa caldamente immaginata; potrei trascrivere la descrizione dei dintorni di Lecco, che la è felice e magnifica quanto un quadro del Lorenese, e molti altri passi potrei allegare (se la legge della brevità me lo concedesse) per li quali si verrebbe a mostrare quanta energia, quale elevatezza, qual fonte d'affetto e di voluttà squisita si contenga nel libro dei Promessi Sposi, comunque alcuni abbiano affermato, nè io vo' negarlo, ch'e' sappia d'ascetico… Sì, signori, d'ascetico: e ne tornerà per questo meno piacevole la lettura? Ma siamo anime forti, e queste debolezze, che ponno intertenere i pusilli, non entrano punto nei nostri spassi, se non quando le divengono soggetto d'allegro ed ingegnoso motteggio nelle amene brigate. V'intendo, o signori, e capisco che vorrete per conseguente essere anche persone di carattere, n'è vero? In questo caso v'è sicuramente interdetto il gusto di questa lettura. Poichè fra le vostre mani un libro mezzo ascetico potrebbe farvi scadere da quella reputazione di gagliardia… pensava per la soddisfazion vostra a un ripiego… Uditemi; e se vi procacciaste questo libro di cheto e ve lo leggeste segretamente?»[39 - Il Nuovo Ricoglitore, ann. III, part. I, n. 30, giugno 1827, pp. 446-451.].

Nella Gazzetta di Milano così ne scrisse Francesco Pezzi: «L'autore è chiaro per molti conti. Nepote dal lato materno del gran Beccaria, egli non si ristette al lustro che gli deriva da questa affinità. Giovane ancora, il Manzoni alzò grido di facile ingegno. Più tardo, salì i gioghi di Pindo con fausto successo. Il carme in morte dell'Imbonati sta presso ai Sepolcri del Pindemonte, del Foscolo, del Torti. Gli inni in onor di Maria spirano la soavità della grazia terrestre. In altri lirici componimenti la sua musa si spinse a nobile altezza. Trattosi quindi nel sentiero in cui quel d'Asti raccolse il retaggio della Greca Melpomene, il Manzoni volle trattare argomenti semplici sulle norme della scuola romantica. Delle due tragedie ch'ei scrisse non rimangono nella memoria che alcuni concetti ed isolate bellezze di stile. In fine egli attese alla prosa. Il Manzoni può dirsi il primo che abbia ora compiuto un vacuo fra noi in un ramo di letteratura, nel quale gli stranieri peccano d'abbondanza. Sia storia o romanzo, il suo libro mancava all'Italia. Da lungo tempo non facciam che discutere sul modo di concepire e di scrivere. Il Manzoni frattanto non discuteva, ma concepiva e scriveva. Il nuovo parto della sua mente incatena l'attenzione del leggitore: crediamo con queste parole averlo definito abbastanza. La ragione della voga di quest'opera salta agli occhi immediatamente. Varietà ed importanza di avvenimenti; pittura energica d'usi e di costumanze, di cui non si è perduta la traccia; caratteri vivamente tratteggiati; passioni poste in contrasto, le vie dell'animo ricercate, e tutto ciò senza sforzo, senza l'orpello dell'esagerazioni, senza sussidio di mezzi incomprensibili; ecco l'origine prima da cui deriva quell'allettamento che infondesi alla lettura dei Promessi Sposi. Se a questo s'aggiunga un bel calcolato riparto di tanti episodi, che presi isolatamente parrebbe a prima giunta non potersi unire al soggetto fondamentale, ma che vi si combinano come tanti raggi nel centro d'un disco, e si avrà ragione dell'aura ond'è onorato il lavoro del Manzoni. L'autore non attinse la principal vicenda narratavi a fonte luminosa, in quanto che i veri protagonisti dell'azione non sono illustri per alcun conto. Ma s'egli non comincia a intertenerci che della promessa fede di due amanti poveri e oscuri, mano a mano che va tessendo la loro istoria, da semplice che era, s'avviluppa con grande artificio, collegandosi ad avvenimenti ed a persone di grande importanza; locchè addoppia la sollecitudine del leggitore nel momento in cui crederebbesi che dovesse scemare». Il Pezzi piglia poi a riassumere «le cose esposte, sviluppate e condotte con finissimo accorgimento nel primo e nel secondo volume dell'opera del Manzoni»; promette di parlare «quanto prima del terzo e ultimo»; e di ragionare anche, «colla guida d'onesta critica», della lingua e dello stile usati dall'autore, «non senza provare com'egli, tutto pieno del suo soggetto, siasi mostrato ad un tempo filosofo, moralista, uom di mondo e pittore»[40 - Cfr. Gazzetta di Milano dell'11 luglio 1827.].

Curioso è il giudizio che ne dette il Corriere delle Dame: «Appena uscita l'opera, ognuno si fece a dire: è uscito un Romanzo storico di Manzoni. La celebrità del nome trasse tosto numerosissimi ammiratori all'acquisto, ed alcuni, sempre fermi nel volerlo battezzare Romanzo, lo trovarono, sotto questo aspetto, sterile e poco interessante. Trattasi, dicono quelli, di due paesani (Renzo e Lucia) che s'hanno a sposare e che un feudatario prepotente glielo impedisce con ogni sorta di mezzi; dopo gran traversie si sposano, e lì finisce la dolorosa istoria, poichè tutti gli altri fatti e narrazioni s'hanno a considerare come altrettanti episodi, e formano invece il nerbo del libro. – Io rispondo a questa prima questione che il rinomato autore di tante belle poesie e di ben altri lodati componimenti non comincia dal dire sua propria quest'opera, e quand'anche la si fosse, egli l'ha intitolata: Storia milanese del secolo XVII; perchè dunque la si vuole un Romanzo? Certo che se si fosse inteso di offrirci un romanzo storico sulle tracce di Walter Scott doveasi innalzare fra più nobili subbietti la scelta de' protagonisti, onde l'interesse generalmente eccitato venisse per le avventure di personaggi degni veramente d'istoria. Ma non vediamo noi forse che appunto l'illustre Scozzese, costretto a non smuovere se non storicamente dalle capitali o dai determinati luoghi i suoi personaggi illustri, inganna poi e tradisce il lettore, facendo in un luogo accadere cose avvenute le mille miglia lontane, e ravvicinando epoche distantissime fra loro, e confondendo le costumanze e gli usi tutti propri di diverse età, soltanto per dare in un solo Romanzo storico l'idea completa di varie avventure, di varie costumanze, e per stringere in un'epoca sola i vari periodi di una vita illustre? Meno male sarà dunque che ideali sieno i personaggi e tali da potere esser mandati qua e là ove più brama l'autore, purchè storiche sieno le relazioni de' fatti che contiene il libro. – Meglio sarebbe, lo dicon tutti e lo dico anch'io, che la scelta cadesse sopra un'avventura d'illustri persone, e gli storici episodi corrispondessero a que' tempi, per istruirne il lettore; ma qui sta la difficoltà, e non già la difficoltà di invenzione, ma la difficoltà di rinvenire fatti interessanti, contemporanei ad avventure particolari e specialmente amorose di persone degne di storia. – Risponderà taluno, che è assai comodo formare un romanzo di tal sorta, poichè non è alla fin fine che una cronaca di quel determinato tempo, collegata ad una novella amorosa qualunque ella siasi. – Sia pur facile e comodo l'inventare una novelletta amorosa per condire quell'arida parte storica che vuol narrarsi, non sarà comodo, nè a tutti facile sicuramente far buona scelta dell'epoca che vuoi presentarsi, far che succosamente sieno le cose narrate, e la sana filosofia, la buona morale, la vera politica venga alla mente del lettore mediante la narrazione medesima; non sarà comodo il frugare centinaia di volumi e manoscritti per determinare alcune verità dapprima mal note; non sarà facile di belle e commoventi pitture descrittive adornare l'opera che si offre; nè sarà tanto comodo e facile mantenere le varie persone nel loro vero carattere, e fare che le ammonizioni di un cardinale Federigo Borromeo sembrino da quel medesimo chiarissimo porporato dettate e pronunziate; che le espressioni di un prepotente signore sieno le vere e le sempre udite; che la compassione fraterna di un P. Cristoforo dipinga una rara pietà, ma probabile altronde in persone benemerite a Dio; che i tristi effetti di una forzata monacale reclusione sieno que' tanti mali che vediamo nell'opera del Manzoni vivamente scolpiti; non sarà facile, nè comodo, in fine, far sì che in ogni parte dell'opera rilucente ed esaltata veggasi la virtù, sotto rozzi panni, e in tutt'altri depresso e annichilito il vizio. – Voi dunque, proseguon gli altri, ce lo date per un capo d'opera, per un non plus ultra: ed io, che pur vorrei mi si prestasse la debil penna a que' maggiori elogi che amo tributare ad A. Manzoni, dirò che questo libro è bello, interessante e migliore di tanti altri che menarono in questi ultimi tempi gran rumore: ma non perciò lo veggo privo di qualche pecca, nè tale da dirsi insuperabile. È prima, fra le cose ch'io prenderei a censurare, una prolissità che sfinisce e stucca in più d'un luogo; e basti, per accennarne uno, il dire che la sommossa, accaduta in Milano per la carezza del pane, e il saccheggio che voleasi dare ad una bottega di fornaio, fa muovere il Gran Cancelliere Ferrer per sedare il tumulto, e 14 pagine, belle, lunghe e larghe, come sono, tutte vengono impiegate a descriverci l'andata non più di cento passi della carrozza di Ferrer, circondata dal popolo. – Viene, in secondo luogo, l'inutilità di alcune nozioni che non fanno bella, nè più interessante l'opera, e fra queste quello sciocco e lungo contrasto fra Bortolo e Renzo, il quale di tutto avea bisogno fuorchè di perdersi a cicalare sul nome di bagiano con cui sogliono i Bergamaschi distinguere i Milanesi. – Renzo poi lo trovo talvolta ingenuo fuor di misura, tal altra perspicace oltre la naturale sua condizione, ed atto a riportarmi perfino un'intiera predica del P. Felice; in qualche incontro mancante troppo di un necessario ardimento e facile a confondersi pel più piccolo imbarazzo, ed altrove di una fortezza d'animo che lo innalza all'eroismo, e pronto a pronunciar sentenze ed a filosofare più che non gli convenga; furibondo amante della sua Lucia, talora passa molt'ore e giorni senza pur rammentarla; tratto alla città per quell'amore di cui tutto vive, n'è dimentico e spogliato per seguire que' tumulti che fanno d'ordinario allontanare anche i meno timidi ed i più avvezzi alle popolari sommosse. Illetterato, com'egli è, tiene corrispondenza col mezzo di un amico con Agnese, madre di Lucia, la quale, fra l'altre, accompagna una sua lettera di un soccorso a lui di cinquanta scudi… e come dunque sta in seguito che Renzo non avesse fatto confidenza a nessuno di quel denaro avuto?.. È Renzo perciò l'unico personaggio intorno al quale potrebbero insorgere ben fondate censure, e d'uopo avrebbe d'una lima accurata la parte che lo risguarda. – Ma, insieme strette tutte queste cose, non appariscono che nei fra mezzo a tante bellezze; e le copie di quest'opera furono in meno di due mesi tutte spacciate, e se ne fa ristampa a Torino, a Livorno, e si stanno preparando comiche rappresentazioni, tratte dall'opera medesima, e finalmente si è aperta associazione a dodici tavole litografiche, che i punti più interessanti della storia rappresenteranno, essendo affidata a valenti artisti l'esecuzione dei disegni»[41 - Corriere delle Dame, n. 36, 8 settembre 1827, pagine 285-287.].

La Vespa, un altro de' giornali milanesi d'allora, invece si avventò contro il nuovo romanzo con rabbia feroce; e chi scese in campo a farne strazio fu il suo «compilatore» Felice Romani. «Sepolta per tre anni nel magazzino del Ferrario, esce finalmente alla luce questa vecchia ringiovanita, di cui si dicevano le meraviglie dai pochi che l'aveano veduta e dai molti che l'avean da vedere. Esce finalmente alla luce: e corrono staffette per l'Italia, e galoppano corrieri oltre monti ad annunziare la comparsa della Bella del secolo XVII, abbigliata alla foggia del secolo XIX. Gli amici dell'A. la van portando in trionfo per le vie, per le case, pei caffè: bella! dice un giornalista: bella! ripete un libraio: bella di qua, bella di là, bellissima, arcibellissima, meravigliosa! Ch'io pure possa darti un'occhiata, o veneranda virago, che meni tanto trionfo, e fai girare il cervello di tutti i Narcisi della nostra letteratura! – Ahimè, o lettori, io l'ho veduta… Io non conosco il Manzoni nè per benefici, nè per ingiurie ch'io n'abbia ricevute, nè ho mai potuto e voluto frugare nella sua coscienza per giudicare della sua pietà. Le verità sociali e cristiane son meritorie d'innanzi a Dio e d'innanzi ai Governi: e il mio cuore e la mia voce venera e loda chi le possiede veracemente: ma esse non accrescon dramma di merito sulla bilancia ove si pesano i letterati. Questi van giudicati dagli scritti; ed io plaudo al Manzoni come lirico di vaglia, quando leggo i suoi versi in morte di Carlo Imbonati, qualche squarcio degli Inni sacri e la battaglia di Maclodio; ma cattivo tragico lo chiamo quando esamino il Conte di Carmagnola e l'Adelchi, nè lo reputo miglior romanziere quando svolgo… – Alto là, non è ancor deciso se I Promessi Sposi siano un romanzo, o una storia. – Tanto peggio per l'autore! se siete ancora indecisi sul genere del componimento. Voi date campo ai maledici di poter dire ch'ei non è nè romanzo, nè storia. Ma questo non voglio dir io; e poichè i Promessi Sposi è pur forza che sian qualche cosa, li riguarderò come un romanzo fondato sulla storia. E i più concorrono in siffatta opinione. Non udite voi tutto il giorno gridare a gola aperta: finalmente abbiamo un Walter Scott anche noi! finalmente il Manzoni ha riempiuto un gran vuoto che nella nostra letteratura esisteva. Benigni lettori! lasciatemi dire quattro parole a costoro».

Risparmio queste «quattro parole» ai lettori e seguito a spigolare. «Al Manzoni è piaciuto comporre un romanzo storico, e come tale fu accolto dal pubblico, e il rapido smercio che in poco tempo egli ottenne, prova abbastanza ch'ei fu giudicato eccellente. Più vera sentenza, o lettori, non fu mai proferita, nè più umiliante per certe gloriole letterarie, di quella che ai Romani scrittori gridava il Venosino poeta, cioè che i libri hanno anch'essi il loro destino. E sapete voi da che cosa dipende siffatto destino? Se Orazio non l'ha detto, io ve lo dico: dipende da mille passioncelle che in ogni tempo governarono la repubblica letteraria, dalle mire dei lodatori, dall'influenza dei lodati, e più di tutto dalle stravaganze del secolo. Nè a questo io faccio torto, affibbiandogli qualche stravaganza, poichè i passati aveano anch'essi le loro. Se qualcuno fra i Secentisti avesse osato menare la sferza contro il mal gusto de' suoi tempi e dire a quel Re di Francia che premiava di tant'oro il più detestabile sonetto del nostro Parnaso: Sire, quest'atto di vostra munificenza sarà biasimato da tutti i secoli futuri; costui ne avrebbe riportate le beffe dei suoi contemporanei, e non avrebbe trovato un solo che facesse ragione alla sua giusta censura. Noi, per ventura, viviamo a giorni in cui le stravaganze dei letterati non sono premiate dai Re; e se son mille i bizzarri cervelli che ad esse corrono dietro, pochi non sono i sapienti che fanno argine alla corrente e sono custodi del bello e del vero. Pago del suffragio di questi, io non farò conto della disapprovazione di quelli; ed esaminando liberamente il romanzo storico del Manzoni, mi studierò di provare ch'ei pecca d'invenzione, di condotta, di caratteri, di stile; e che paragonandolo a quelli del Walter Scott, gli è l'istesso che scoprire agli stranieri le nostre miserie… Peggior epoca della storia milanese non poteva egli scegliere per base del suo romanzo: l'epoca della dominazione spagnuola, in cui due nazioni, anche straniere, entravano in guerra per contendersi un piccolo principato. Spento era il valore, morta ogni idea generosa, e la fame e la peste desolavano queste infelici contrade. Ditemi ora, o lettori, qual sarà il soggetto di un romanzo, che si raggira intorno a tal epoca? Quali saranno le imprese dei Milanesi, perchè il romanzo è intitolato Storia Milanese? O, per tacer delle imprese della nazione, quali almeno saranno i fatti di un qualcheduno fra i Milanesi, quali le vicende di lui, o vere, o immaginarie, che si colleghino colle vicende pubbliche, e formino insieme un compiuto e commovente quadro dei tempi? Quali saranno gli eroi? Forse l'ambizioso Governator di Milano promotore della guerra che si accende in Italia? Forse il coraggioso Duca di Nevers, che difende animosamente i diritti della sua casa? Forse il Marchese Spinola, che viene a correggere gli errori del Cordova? Forse gli oppugnatori o i difensori di Casale, di Vercelli e di Torino, Spagnuoli o Francesi che sieno, Alemanni o Italiani, poichè tali sono gli eroi e le vicende di quell'epoca? Nè un solo di cotesti personaggi è l'eroe del romanzo, nè una sola di siffatte vicende forma il soggetto dell'istoria scoperta e rifatta dal Manzoni. Renzo Tramaglino e Lucia Mondella, due poveri lavoratori del contado di Como, sono gli eroi per cui dobbiamo interessarci; se si sposeranno, o no, è l'importante vicenda che tener deve gli animi nostri sospesi… Eccovi, o lettori, tutto il tessuto di questa istoria milanese rifatta: e s'ella è cosa che meriti il nome di storia, giudicatelo voi… Ditemi, per vostra fede, il soggetto è egli interessante? Due contadini, che per prepotenza di un nobile e per dappocaggine di un curato non si possono sposare, sono essi gli eroi da collegare degnamente ad un'epoca storica qualunque ella sia? E questa epoca storica vi par ella bene svolta e presentata nel suo più bel punto di vista? E che cosa avete imparato dalle vicende dei vostri maggiori, per cui possiate gloriarvi, o almeno intenerirvi e piangere con quel generoso sentimento che ispirano le nobili sventure? Gentiluomini scapestrati o sciagurati, popolo avvilito o affamato, peste fomentata per ignavia dei dominatori e per ignoranza dei dominati! Dov'è un sentimento generoso, un nobile affetto, una grande passione? Dov'è un eroe su cui riposino con compiacenza i vostri occhi affaticati dallo schifo spettacolo che avete dinanzi? Dove un grand'uomo, che comparisca qual faro nella notte di quest'epoca tenebrosa? Il solo cardinal Borromeo, personaggio episodico, è l'unica figura che spicca in certo qual modo in questo quadro disgustoso. Ma se l'A. voleva introdurre il cardinal Borromeo, perchè confinarlo in un villaggio ad affaticarsi intorno a cose di sì lieve momento? E un uomo di tanta autorità non poteva essere posto in situazione più degna di lui? E i vizi dei tempi non gli presentavano più vasto campo ove luminose apparissero le sue virtù? È bensì vero che ei divide il suo pane cogli affamati, che si adopera ad allontanare il flagello della peste, che si mostra pieno di cristiana carità: ma tutto ciò è raccontato per incidenza, e in nulla coopera all'andamento dell'azione, alla sostanza del soggetto. E dove pure ciò fosse, il cardinal Borromeo era egli un personaggio da romanzo?».

Il Pezzi nella Gazzetta di Milano pigliò le difese del Manzoni, scrivendo, tra le altre cose: «Il voler nei romanzi restringere l'importanza dei principali personaggi alle sole classi elevate, sarebbe lo stesso che stendere un piede alla catena quando si può esser liberi. Con un tal principio infinità di romanzi bellissimi avrebbero avuto l'ostracismo. Ci ha grandezza d'animo, virtù luminose, importanza in tutte le condizioni. E quanto più l'umiltà di alcune è posta in conflitto colla baldanza d'alcune altre, tanto maggiore è quell'effetto drammatico che debbe essere lo scopo delle opere destinate a commuovere. Che la storia sia combinata colla finzione e questa con quella, in guisa che l'una non possa stare senza dell'altra, il prova l'opera del Manzoni; per riguardo alla quale anzi non esitiamo a dire che la finzione è talmente fusa nella storia, che non si saprebbe scernere l'una dall'altra. Infatti, da questa fusione appunto, a cui l'autore volse i maggiori suoi studi, deriva l'interessamento che desta la lettura d'un romanzo, che, a parer nostro, veste tutti i caratteri della verità. In quanto al modo, nessuno potrà negarlo alle venture dei Promessi Sposi, poichè dal cominciamento allo sviluppo, la condotta, piana e regolare, s'unisce naturalmente a episodi senza incontrare ostacoli. In quanto allo scopo, esso è semplicissimo, perchè morale, nè sapremmo al certo indicarne un migliore. In fine, che l'azione conservi una tal quale unità e che gli episodi siano connessi all'azione in modo di concorrere all'andamento di essa, è provato del pari nell'opera del Manzoni con questo argomento: tolga la Vespa un solo degli episodi importanti dall'opera stessa e ne vedrà l'orditura scompaginata in modo da non potersene raccapezzare il filo. Se la Vespa voleva di botto veramente dar nel segno col pungolo, l'opera presentavale un lato vulnerabile in alcune prolissità, in certe minutezze ed in parecchie locuzioni non lodevoli; le quali cose, quantunque possano riguardarsi come lievi macchie in molta luce, sarebbero da sopprimere, o da emendare»[42 - Gazzetta di Milano del 15 ottobre 1827.].

Il Romani, che non era uomo da perdersi ne' panni, non ci si perse, e così prese a ribattere le critiche: «Sapete voi, o lettori, che si è risposto finora? —L'edizione fu esaurita in pochi giorni. – Lo so anch'io. —Moltissimi leggitori, che non furono in tempo di procurarsela, la chiesero a prestito. – Questi furono i più fortunati. —Molti altri, per averne gli esemplari, li pagarono il doppio e il triplo. – E i più sfortunati furono questi. —Per tacere dei Fogli italiani, quelli dell'estero ne fanno gli elogi. – Pesateli bene. —Se ne preparano nuove edizioni, traduzioni, incisioni, pitture, ecc. ecc.– Se ne son fatte per libri peggiori di questo. – L'autore è festeggiato in patria e fuori. – Davvero che ci ho gusto. – Ma lo smercio, le edizioni, le lodi dei giornali, le feste degli amici e le mense reali[43 - Da una lettera di Giovanni Pagni (il noto Farinello Semoli delle baruffe del Monti con la Crusca) al marchese Gian Giacomo Trivulzio, scritta da Firenze il 5 ottobre 1827, tolgo questo brano: «Ha passato in Toscana, tra Livorno e Firenze, una cinquantina di giorni il celebre Manzoni, decoro di questa capitale. Non può credere quanto sia stato onorato e distinto dalla maggior parte dei letterati e dei nobili più culti, che si son dati la premura di conoscerlo e di ammirarne il carattere. S. A. R. [il Granduca Leopoldo II] lo ha invitato alla sua mensa, trattenendosi molto con esso lui ed ha voluto mostrargli in persona la preziosa ricchissima sua biblioteca. Io ho avuto il piacere di far compagnia alla sua famiglia, che avevo conosciuta a Milano, e che, dotata di morali virtù, è degna di tanto padre di famiglia».], e mille altre vie di farsi largo in letteratura, come provano che il soggetto dei Promessi Sposi sia interessante? – E la pubblica opinione la conti tu per niente, direte voi? – Alle volte molto, alle volte poco, dirò io. Non ho forse udito, in Italia, fischiare ad una tragedia dell'Alfieri ed applaudire a Santa Margherita da Cortona? Preferire al Tasso i Lombardi alla prima crociata? Vilipendere il Chiabrera ed altri sommi poeti ed encomiare le Melodie liriche? Nausearsi delle tragedie dell'Alfieri e dilettarsi perfino di Ser Gianni Caracciolo?[44 - È un'allusione al Sergianni Caracciolo, dramma storico del prof. G. B. De Cristoforis, Milano, 1826; in-8º. del quale parlò il Tommaseo nell'Antologia, n. LXIX, settembre 1826, pp. 104-111. Alle Melodie liriche di Samuele Biava di Bergamo dette «gran lode» il Cantù nel Ricoglitore. Invece la Biblioteca italiana «tolse a provare che poteano mostrarsi ai giovani come agli Spartani l'ilota ubriaco. Il colpo era diretto a sbalzarlo d'impiego: ma uscì una risposta, forte sino alla violenza, e segnata C. C., dove era difeso il Biava e investito il suo avversario. Fu atto generoso, perchè quell'avversario avea in mano i processi e potea mandarlo allo Spielberg; onde va data lode al difensore, che era Carlo Cattaneo». Cfr. Cantù C., Italiani illustri ritratti; III, 79.]. —Che il soggetto dei Promessi Sposi sia interessante, lo prova la spontanea universal confessione di quanti lo lessero in buona fede, di non averne potuto sospendere la lettura che a malincuore, e con impazienza di riprenderla. – Gli è giusto a cotesti lettori di buona fede ch'io cerco aprir gli occhi, e ch'io grido: Signori miei, non è tutto oro quel che luce: non badate all'apparenza, esaminate la sostanza»[45 - La Vespa, ann. I [1827], pp. 17-20, 38-43 e 96-103.].

Il Romani, benchè scrivesse in fine al terzo de' suoi articoli: «sarà continuato», non proseguì; tanta e così generale fu l'indignazione che si levò contro di lui, da ridurlo al silenzio. Con rabbia feroce aveva dilaniato i Lombardi alla prima crociata del Grossi; questa nuova rabbia contro il romanzo del Manzoni era la seconda di cambio. Gli fu detto basta, e intese.

Chi passò il segno anche più del Romani nel malmenare i Promessi Sposi fu l'ab. Giuseppe Salvagnoli Marchetti di Empoli[46 - Nacque l'8 settembre del 1799; involto nelle cospirazioni del '21, «negò denunziare i compagni ed ebbe da Ferdinando III, Granduca di Toscana, per carcere un convento di frati in paese ameno, di dove lo trasse a Roma lo zio monsignore [Giovanni] Marchetti, dotto uomo, ma più illiberale del Principe lorenese, che fu ben lieto dell'esser libero da quel prigione». Cfr. Tommaseo N., Di Giampietro Vieusseux e dell'andamento della civiltà italiana in un quarto di secolo, memorie, Firenze, 1863; p. 44. «Passati gli anni successivi in privati impieghi, non però alieni da' cari studi, in Rimini e indi a Roma, appena tornato a Empoli nel settembre del '29, fu sorpreso da febbri violente, che si volsero in tisi, e il 16 decembre tolto a' viventi». Così il Montani [Antologia, n.º 108, decembre 1829, pp. 96-97], che aggiunge: «Ei meditava, dicesi, un'opera storica; e forse per consacrarvisi avea rifiutata la sopraintendenza agli studi nel Seminario di S. Marino, offertagli dal celebre Borghesi a nome de' magistrati di quella Repubblica… Ultimo scritto di lui, e soggetto d'ancor recenti, nè punto blande censure, fu quello sugl'Inni del Manzoni. Io tremava, lo confesso, al pensiero che queste censure potessero, nello stato in cui egli trovavasi, pervenire al suo orecchio… Innamorato delle forme classiche, siccome quegli che dall'adolescenza fu sempre co' latini e co' greci, e co' nostri che meglio li imitarono, ove gli parve di trovar meno di queste forme, gli parve trovar meno di poesia. Così, trattandosi di teorie (veggasi la maggior parte de' suoi articoli dell'Arcadico) ove gli parve di trovar discrepanza da' principii de' classici, gli parve di trovare opposizione assoluta da' principii dei gusto».Appunto nell'Arcadico [xxxvi; 305] discorrendo della versione delle Odi di Pindaro fatta da Giuseppe Borghi prese a mordere «la miserabile e bislacca e torta foggia di metri regalataci con tante altre cose non poetiche e non italiane da Alessandro Manzoni». Il Borghi, in una lettera a Gaetano Cioni, stampata nell'Antologia [n.º 87, marzo 1828, pp. 166-167], sorse a difesa del Poeta; ma l'iroso critico, duro più che mai in quel suo giudizio, diede fuori lo scritto: Intorno gl'Inni sacri di Alessandro Manzoni dubbi di Giuseppe Salvagnoli Marchetti, Roma 1829. Presso la Libreria Moderna, Via del Corso n.º 348 [In Macerata, presso Benedetto di Antonio Cortesi]; in-16.º di pp. xxiv-112. A questi «biasimi da pedante», come li chiama il Tommaseo, l'Arcadico [XLII, 131] applaudì di gran cuore. La Biblioteca italiana [tom. 55, luglio 1829, pp. 1-20], pur non menandogli buone tutte quante le censure, concluse: «Il parlare di originalità, di nuova scuola, d'ingegno divino, di culto, è un sostituire l'entusiasmo alla ragione, un traviare il giudizio dei giovani e dar nascimento a quelle tante poesie che il Manzoni non vorrebbe al certo aver fatte e nemmanco approvate, e non di meno si credono manzoniane». Enrico Mayer, peraltro, nell'Antologia [n.º 104, agosto 1829, pp. 92-99] prese «a difendere» (son parole del Tommaseo) «non tanto il nome dell'Italiano poeta, quanto l'onore d'Italia», e «lo difese con alto sentimento dell'arte e con facondia cordiale». Videro pure la luce le Osservazioni di un giovane italiano sui Dubbi del signor Giuseppe Salvagnoli Marchetti intorno agli Inni sacri di Alessandro Manzoni, Reggio, tip. Toreggiani e comp., mdcccxxx; in-16.º di pp. 230. Sono di Luigi Fratti, che, sebbene pregato dalla modestia del Poeta a «mettere da banda» il lavoro, per consiglio del P. Bottini gesuita, lo diede alle stampe. Cfr. intorno a questa controversia: Gambini Carlo, Richiamo di alcune verità manifestate nel 1829 dal Salvagnoli sugli Inni sacri del Manzoni, Milano, tip. Galli e Raimondi, [1882]; in-16.º di pp. 12. —Intorno gl'Inni sacri di Alessandro Manzoni dubbi di Giuseppe Salvagnoli Marchetti, ristampati con aggiunte, in forma di dialogo, fatte da Federico Balsimelli, Bologna, tipografia pont. Mareggiani, 1882; in-16.º di pp. 360.]; e il «sunto» che ne fece merita d'essere dissepolto. «Bel modo in vero d'istruire le donne! Empir loro la testa di stravaganze, di sciocchezze, di fatti e di passioni fuori del naturale, che invece d'insegnarti il vero e di dilettarti col bello, col buono, ti traggono la mente all'errore e il cuore al disordinamento delle passioni, insomma alla follia. Che utile verrà mai alle donne, se in uno stile bislacco e pieno zeppo di similitudini sconce, e che in nulla tengono al paragone; di metafore ardite e stravaganti; di parole non italiane, e proprie di un cattivo dialetto; di frasi, composte d'idee e di parole fra sè contrarie; che utile, io dico, ne verrà mai alle donne, se, fra tanta sozzurra, tu mostrerai a colori vivissimi un parroco, che tradisce per paura il suo alto ministero; un signorotto, che ruba le fanciulle, e fa uccidere chi gli dice una mezza parola in contrario; un cugino di questo birbo, che a furia di scherni più e più lo aizza al malfare; un zio, che atterrisce un provinciale di cappuccini e lo forza a mandar cento miglia lontano un buon frate, che voleva opporsi al nipote, perchè tanto male non mandasse ad effetto; una signora, fatta monaca per forza, che rompe sfacciatamente i suoi voti, che fa uscire di vita la sua conversa, la quale si è accorta della sua tresca, e che finalmente consegna, perchè ne sia fatto scempio d'iniquità, a quel birbo signorotto un'innocente fanciulla, a lei sotto la fede dell'ospitalità, o sotto la parola d'onore affidata; una fanciulla imbecille, che trema al bene e al male e che crede di aver fatto voto di verginità perchè si è messa una corona al collo; uno scimunito lanaro, che mentre dovea fuggire il potente che lo inseguiva, si ubbriaca in un'osteria e a tutti racconta dall'a fino alla z le cose sue; un signore, anche più birbone dell'altro, che fa d'ogni erba un fascio, e che per le lacrime di una ragazza (e chi sa quante ne aveva rubate, e alle lacrime di quante mai aveva insultato!) diviene un agnello? Basterà forse il contrapporre a tanto male e a tanta sciocchezza la vera carità e franca di un buon cappuccino, e l'angelico carattere di un santo arcivescovo? No davvero: chè, pur troppo, nella gioventù gli esempi del male fanno sì forte impressione, che non bastano a cancellarla, cento mila volte duplicati esempi di bene. Ed è troppo grave errore e troppo nociva cosa il dipingere agli uomini, e specialmente ai giovani, le scelleraggini, e le conversioni al bene sì repentine e sì facili, che essi possano trarre per conseguenza: —Operiamo pur male a nostro talento quanto ci piace, alla fine, quando saremo stanchi, ci volgeremo a Dio, ed egli non ci ributterà, purchè tenghiamo sempre sopra il letto l'immagine del Crocefisso e della Madonna. – Queste son dottrine che rovesciano ogni legge divina e umana e che riducono la società ad una selva di bruti, ove chi ha più denari, e in conseguenza più forza, opprime, strazia e divora il suo fratello, insultando all'umana giustizia; persuaso che la divina non ha saette per coloro che hanno fisso in cuore di ritornare a Dio quando saranno tutte sbramate le voglie e tutte spente le passioni. Oh! la divina morale!»[47 - Questo «sunto» si legge in una recensione che il Salvagnoli Marchetti fece delle Prose scelte del principe don Pietro Odescalchi, e che inserì nel Giornale Arcadico, tom. 42, aprile-giugno 1829, pp. 95-109. La recensione e il «sunto» gli attirarono sulle spalle alcune sferzate della Biblioteca italiana [tom. 55, luglio 1829, pp. 29-31], che lo fecero talmente andare in furore, da scrivere: «a ingiurie sì fatte, quali sono le vostre, meglio si converrebbe, se fosse lecito, rispondere con la spada che con la penna». Cfr. Giornale Arcadico, tom. cit., pp. 355-364.].




III


Del romanzo si occupò anche un valentissimo giureconsulto, il prof. Giovanni Carmignani, e lo fece soggetto di un dialogo tra un critico e un giornalista[48 - Nuovo Giornale de' letterati, di Pisa, tom. XV. Letteratura, scienze morali e arti liberali [1827], pp. 215-232 e tom. XVI. Letteratura, ecc. [1828], pp. 64-93.]. Il giornalista loda sempre e sempre difende; il critico biasima e va cercando addirittura il pelo nell'ovo; finisce però col ricredersi, e conchiude: «Eccomi pure a me:



…il finto

mio rigore abbandono.


E sapete perchè mi piacque essere rigoroso! perchè nel romanzo mi punse la frase derisoria ch'io c'incontrai contro quel Metastasio, co' versi del quale chiudo adesso il nostro colloquio, non essendomi sembrato, che l'anima più drammatica, che abbia natura prodotta, dovesse deridersi come pittrice di eroi paragonabili a gente da piazza e da trivio. Del resto, io sono d'avviso, che il romanzo è una originale e classica produzione; che son sogni e ciance i supposti plagi dal Walter Scott nelle Prigioni di Edimburgo e ne' Puritani di Scozia; che l'A. ha finalmente dato un romanzo alla prosa italiana e ha fatto cessare l'antico e giusto rimprovero dell'Arteaga allorchè nelle sue note alla dissertazione del Borsa rinfacciava alla Italia di non avere un S. Real ed un Marmontel; che, prescindendo da certa mancanza di più verisimil cemento nella struttura dell'azione del romanzo, il merito della esecuzione vince sempre e riscatta qualunque più minuto difetto dell'opera. E poichè incominciai col mostrarmi nemico del romanticismo, ingenuamente vi dico, che se vi ha componimento nel quale quel genere possa essere, onde servire all'effetto, adottato, egli è certamente il componimento in prosa e il romanzo».

De' tanti appunti fatti dal critico a' Promessi Sposi, uno mi sembra degno di nota. Toccando della «mala voglia» con la quale Lucia «si presta a sorprendere il parroco», trova che l'espediente del matrimonio clandestino «non era certo peccaminoso», ma «di tale evidente giustizia, che, prescindendo dalla logica dell'amore, se ella ne aveva pure per Renzo, doveva a lei dimostrarla il rifiuto d'un parroco ignorante, pauroso, avaro e usuraio, come l'Autor lo dipinge». Poi, in nota, aggiunge: «Le denunzie erano già fatte e il matrimonio non poteva dirsi più clandestino, non rilevando molto la sua celebrazione in luogo non sacro. Sancez, De matrim., lib. III, disp. 15, n. 20. E qualora le denunzie non fossero state fatte, i migliori moralisti son concordi nel dire, che quando il matrimonio è ritardato dall'immaginevole rifiuto del parroco, non è peccaminoso il sorprenderlo, per contrarlo. Paul. Gabriel. Antoine, Theol. Moral. univ. tractat. de matrimonio, § 13, not. 3. Ecco dunque un romanzo, il qual poggia tutto sopra un errore di gius canonico e sopra un error di morale».

Al Carmignani è però sfuggito un altro piccolo scappuccio del Manzoni. Fa del P. Cristoforo il confessore di Lucia; ora, la giovane fidanzata, nel 1628, non poteva confessarsi da lui, perchè «i cappuccini di quei tempi, giusta l'inibizione delle loro costituzioni, tolta solo qualche tempo dopo, non confessavano assolutamente persone estranee all'Ordine[49 - P. Felice da Mezzana cappuccino, Cenni sul P. Cristoforo del Manzoni, Crema, tip. S. Pantaleone di L. Meleri, 1899; p. 6.]».

Un critico milanese, a cui piacque di restare anonimo[50 - Sui Promessi Sposi, storia milanese del sec. XVII, scoperta e rifatta da Alessandro Manzoni, ragionamento critico di Don Anonimo, autore di varj opuscoli pubblicati colle iniziali P.º G.º S-P.º, Milano, coi torchi di Omobono Manini, dicembre 1827; in-16º. di pp. 64.], prese a leggere i Promessi Sposi; e sebbene, durante la lettura, non venisse «giammai scemandosi» in lui la «stima grandissima» che aveva per «quel celeberrimo autore, di cui tanto è vulgata la fama, che non pur nell'itala terra, ma in tutte le più colte nazioni è molto apprezzato»; nel romanzo trovò quella «imperfettibilità», che è «indivisibile compagna de' figliuoli di Eva». Pensò dunque di «schiccherare un foglio d'alcuni cenni critici intorno a ciò che di meno pregevole e di meno consonante al rimanente» vi aveva rinvenuto; manifestando nel tempo stesso «le bellezze ancora dell'opera, benchè con minore verbosità dei difetti». Lasciando in pace le «bellezze», diamo un saggio dei «difetti» che la fantasia del critico nota: «Renzo ed Agnese volevano che Lucia parlasse di che le avvenne con don Rodrigo: Ora vi dirò tutto, rispose Lucia, asciugandosi gli occhi col grembiale. Se l'A. laddove dipinge Lucia vestita nel giorno nuziale me l'ha presentata, oltre agli spilli e al rimanente, con due calze vermiglie, con due pianelle di seta a ricami, e mi ha passato sotto silenzio il grembiale, io fui necessitato di attingere ch'ella in quel dì non lo cingesse. Adesso poi veggio che appunto in quel medesimo giorno, e non ancora tramutata di panni, si terse le lagrime col grembiale. Com'è questa faccenda?.. O Lucia aveva il grembiale, o Lucia non lo aveva; una delle due. Se lo aveva, inavvedutamente l'Autore: 1.º ha trascurato di farlo conoscere al proprio leggitore; 2.º gli ha dato verun prezzo, facendogli esercitare l'officio del moccichino, mentre, se a tutto l'abito doveva aver consonanza, saria pur valuto qualche cosa. Se all'incontro non lo aveva dapprima, o l'A. ha preso adesso un abbaglio, o fa duopo argomentare, non che inserire negli annali, che = uno spirito, nel giorno 8 di novembre dell'anno di nostra redenzione 1628, ha cinto di un grembiale Lucia Mondella, mentr'essa stava per favellare di don Rodrigo con Agnese sua madre e con Renzo Tramaglino suo innamorato =». Eccoci ad Agnese, che, in casa del sarto, si abbocca col Cardinal Federigo e svela le colpe di Don Abbondio. «Udire una femmina» (nota il critico) «inveir quasi, e dinanzi al Cardinale, e contra il proprio curato, e perchè? perchè questi, onde scansare di perir tosto, ha prorogato il giorno delle nozze: ov'è colui che non saria preso da escandescenza contro della donna crudele, e non cercherebbe di turargli la bocca e di troncargli nella strozza le parole, ove la donna non fosse una larva che lo eludesse? Ma la passione del leggitore vuole pur trovare il suo sfogo; sicch'essa, riversandosi almeno sopra le pagine istesse, che ha dinanzi, chi sa quante insieme a quelle ne andranno vittima! Il mio tirare di penna è sicuramente il minor male».

Giuseppe Veladoni riconosce «che le menti di tutti gli italiani, e si potrebbe anche dire di molta parte d'Europa, restarono sopraffatte di meraviglia, da entusiasmo e da vero diletto» a leggere i Promessi Sposi. «Una tanta opera… non poteva esser pensata e scritta che da un profondo filosofo, da un vero conoscitore del cuore umano e da una penna condotta dai sentimenti più vivi di religione e di patria… Per me, credo impossibile che siavi uomo di cuore che non abbia da rimaner commosso sino alle lagrime in più e più luoghi di questa mirabile prosa… Essa è un libro che non perirà mai e farà sempre grande onore all'Italia del secolo XIX. Ma che? Non ha dunque difetti? Sì, ne ha: ma tutti compensati da una straordinaria bellezza e sodezza, così di pensieri, come di stile, considerati anche in sè stessi. Sono, per esempio, moltissime le parti che potrebbero essere capaci di utile restringimento, e queste per non raffreddare di troppo il calore della storia principale. Tale, per esempio, la lunga conversazione, di cui è testimonio fra Cristoforo, quando trova a tavola don Rodrigo. Ma non è forse quella conversazione medesima una pittura vera e fedele delle follie che passavano per la mente dei grandi d'allora? Dissero alcuni altri, che la storia di Lucia e di Renzo, cioè del matrimonio di due villici, è cosa troppo piccola per farne il soggetto di un'opera di tre volumi, ond'è che le parti accessorie soffocare dovevano il principale. Ma non è forse vero, che per questo appunto che il matrimonio di due villici è una piccolissima cosa, tanto più ne risulta quindi l'evidenza di questa gran verità, che in quei bruttissimi tempi, mentre i grandi, avendo paura uno dell'altro, si rispettavano a vicenda, tutta la loro prepotenza andava poi a scaricarsi nell'oppressione dei piccoli? Volete sapere dove io non saprei come validamente difendere il grande autore? Egli è sull'orrenda, scandalosa e ributtante comparsa, che malgrado l'industria usata dal religiosissimo autore nell'accennare le cose, fa nullameno in quest'opera quell'indegnissima monaca. Ben vedo e conosco che lo scopo morale del grand'autore, anche in questo caso, fu quello di far vedere a quali orrendi termini riesca una vocazione forzata, e quanto grande peccato era egli quello delle famiglie di un tempo, che monacavano le figlie per viste economiche e mondane affatto. Ma il danno e lo scandalo di quella pittura è troppo potente per concepire la speranza che fra cento lettori possano li novantanove raccogliere il frutto dell'esempio, e non rimaner invece amareggiati dal fiele. E se anche il danno non fosse che per uno solo?»[51 - Giornale dell'italiana letteratura, compilato da una società di letterati italiani sotto la direzione ed a spese di Nicolò da Rio, tom. LXV della serie intiera, serie IV, tom, I [Padova, tip. del Seminario, 1828], pp. 265-268.].

A Torino, Federico Govean così salutava la comparsa de' Promessi Sposi: «Mancava all'Italia un buon romanzo», che potesse rivaleggiare con quelli del Lesage, del Cervantes e dello Scott. «Sorse quella benedett'anima del Manzoni, onore e lume d'Italia, e non contento di avere tentato una forse dannosa rivoluzione nella drammatica, e di aver migliorata la lirica moderna, volle far dono all'Italia di un romanzo, ma di un vero romanzo; opera degna di non altro ingegno se non di quello che dettò la Pasqua e il Cinque Maggio». L'avv. Modesto Paroletti notava: «Un cospicuo letterato piemontese, che già ebbe tentato il romanzo allegorico, aveva quindi intrapreso di battere le orme di Walter Scott, pubblicando due storiette, scintillanti di erudizione… Nelle altre contrade d'Italia parecchi autori stavano in procinto di calar anch'essi nell'arena romanzesca per farvi pompa dei loro lavori, fra cui giova distinguere il Castello di Trezzo e la Battaglia di Benevento; e quelli in cui, fra i subalpini, un dottor tortonese faceva pur mostra di bell'ingegno, la Sibilla Odaleta cioè, seguita dalla Fidanzata Ligure. Ma la fama loro doveva ecclissarsi dal romanzo de' Promessi Sposi di Alessandro Manzoni: perchè, alla chiarezza d'un tanto nome, ottenendo quest'opera la maggiorità de' suffragi, allettando i più schivi, piacendo ai dotti e facendosi leggere da ogni persona, fu acclamata qual libro popolare in Italia». Ne loda lo stile, la scelta e la condotta dell'argomento. «Fra tutte le difficoltà non era la minore quella dello stile in cui si avesse a dettare. Dovendo purgarlo da ogni sentore d'imitazione straniera, perchè ai dì nostri ogni cosa si desidera nelle prette forme italiane, e dovendo nullameno renderlo grato pei modi del dire, ognuno può giudicare quanto malagevole fosse tal cosa; mentre, se importava di dare il bando ai modi francesi, per contro, era necessario lo schivare quell'andamento stucchevole che presenta all'orecchio dei più lo stile cruscante. E questa può affermarsi essere stata vittoria grande riportata dal Manzoni, perchè lo stile del suo romanzo è schietto italiano, senza macchia d'affettazione; è classico senza arcaismi; ed è purgato, non senza una qualche tinta di popolarità, che molto aggiunge alla verità de' ragguagli. Stile insomma da poter servire di modello a chiunque voglia scrivere romanzi italiani». Dopo averne con ammirazione schietta e sentita rilevato le grandi bellezze, tocca de' difetti. «È danno che questo libro, il quale da romanzesco può pigliar nome di storico, nelle parti più importanti diventi prolisso di soverchio e alquanto noioso. A lato delle inimitabili descrizioni rapide, vive e ben accennate, come quelle del lago di Lecco, della notte in cui battevano i bravi condotti dal Griso per rapire gli sposi, ed imprendevano questi a sorprendere il parroco, e poi del muoversi del P. Cristoforo da Pescarenico, e dello scappare Renzo di là dall'Adda, riprova il lettore un fastidio grande per le cotanto prolungate e sminuzzate due descrizioni della carestia e della pestilenza»[52 - Rivista, letteraria dei libri che si stamparono in Torino negli anni 1827 e 1828, Torino, per gli eredi Botta, 1829; pp. 119-120 e 138-146.].

Il prof. Giuseppe Chiappa, dell'Università di Pavia[53 - Chiappa G., Sui Romanzi in generale ed in particolare sul Gerolimì ossia Nano di una Principessa dell'autore della Sibilla Odaleta; in La Minerva Ticinese, giornale di scienze, lettere, arti, teatri e notizie patrie, fascicolo 37, 16 settembre 1829; pp. 635-637.], dice che «i così detti romanzi istorici sono una sì fatta contraffazione dell'istoria che non possono venir lodati di giusta e sincera lode. Quel mescere il reale all'immaginario, quel confondere il vero al falso, e il naturale al fittizio, non può dare che una mostruosa opera e quasi ibrida e bastarda». Soggiunge però: «ma ove la finzione sia ben innestata sul fatto istorico, e che quella non sia che un colore, o mezzo, per isvolgere e mostrare lo stato reale delle cose, serbando in ogni luogo le leggi della convenienza e del verisimile, ne potrà risultare un utilissimo lavoro. E tale è il celebre romanzo del Manzoni». Ne tesse le lodi, ne segnala le bellezze; poi conclude: «Nessun altro romanzo venuto dopo, ha potuto appena toccare a un terzo della gloria durevole del romanzo di Alessandro Manzoni. Lo stile poi si è, quanto si richiede, convenevole al soggetto. Egli è vivo, animato, franco e pieno di forza. Solo si fa desiderare più purgata la lingua. Ma oltrechè finge l'A. averlo ridotto da una cronaca di que' tempi corrotti, egli non ha poi volto lo ingegno che alla chiarezza e all'evidenza, schifando ogni artificiosità e leziosaggine. Ed in ciò è ottimamente riescito, conciossiachè nulla siavi che in quanto a intelligenza abbia mai dato luogo a lagnanza. Ed in ciò egli ha conseguito il principale scopo di ogni scrittura, quello di rendersi intelligibile e chiarissimo a tutti»[54 - Anche Trussardo Caleppio volle scoccare i suoi fulmini contro il nuovo romanzo, censurandolo acerbamente nell'Almanacco critico pel 1830 di un militare in ritiro, Milano, Manini, 1829; in-16º. Cfr. Robecchi, L. Questione classico romantica, saggio d'una bibliografia; in Poesie di Carlo Porta rivedute sugli originali e annotate da un milanese, Milano, tip. Ditta Wilmant di G. Bonulli e C., 1887; p. 707.].

Due de' nostri esuli, Giovita Scalvini e Pietro Giannone, presero a esaminare il romanzo del Manzoni. Giuseppe Pecchio scriveva da Brighton il 10 gennaio del '30 a Antonio Panizzi: «La Rivista italiana si stampa. [Pellegrino] Rossi ha scritto l'Introduzione, Scalvini un bellissimo articolo sui Promessi Sposi, [Giovanni] Arrivabene uno su gli Istituti de' poveri de' Paesi Bassi. Si spera di avere dei collaboratori tedeschi di primo grido. Si avranno traduzioni dallo svedese. Quindi mi si scrive che passò stagione di osservazioni, e giunta è quella di dar spalla all'impresa. È vero, e bisognerebbe sostenerla con decoro almeno per un anno»[55 - Lettere ad Antonio Panizzi di uomini illustri e di amici italiani (1823-1870) pubblicate da L. Fagan, Firenze, Barbèra, 1880; p. 80.]. La Rivista ebbe vita, ma per due mesi soltanto, e vi fece la sua comparsa l'articolo dello Scalvini[56 - Dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni. Articolo primo, Lugano, coi tipi di Gius. Ruggia e comp., 1831; in-8º. di pp. 56. E firmato: A. H. J.]; addirittura «bellissimo», anzi quanto di meglio venne allora pensato e scritto intorno a' Promessi Sposi. E fu giustizia il toglierlo dalla dimenticanza colpevole in cui giaceva, il ristamparlo e il divulgarlo[57 - Fu ristampato a Brescia nel 1883 dallo Stabilimento stereo-tipografico di G. Bersi e C.; in-8º. di pp. 46. Nella breve avvertenza è detto: «Il manoscritto sopra del quale fu condotta la presente edizione è una copia precisa, identica all'autografo lasciato dell'esimio autore; non già copia od estratto da quei pochissimi esemplari che vennero alla pubblica luce l'anno 1833» [correggi: 1831] «in un periodico mensile, compilato da molti esuli italiani a Parigi; periodico ch'ebbe vita di più poco che due mesi e dal quale furono ritratte poche copie per regalo ad amici e parenti». Sebbene «compilato da molti esuli italiani a Parigi», però si stampava a Lugano coi torchi di Giuseppe Ruggia. Negli Scritti di Giovita Scalvini ordinati per cura di N. Tommaseo, con suo proemio e altre illustrazioni, Firenze, Felice Le Monnier, 1860; in-16.º di pp. xvi-400, non fu riprodotto l'articolo «bellissimo» sul Romanzo del Manzoni, benchè promesso dall'editore stesso nella prefazione: «De' lavori suoi critici recherò quasi per intero le considerazioni sull'Ortis del Foscolo, e quelle sui Promessi Sposi, degne dell'opera». Questo articolo, col titolo: Considerazioni critiche scritte nel 1829 da Giovita Scalvini, venne premesso all'edizione de' Promessi Sposi fatta a Firenze nel 1884 da' Successori Le Monnier, ecc.] a onore della critica e del nome italiano.

Il Giannone nel giornale L'Esule, che incominciò a stamparsi a Parigi nel settembre del '32 con a lato la traduzione in francese; e lo dirigevano Giuseppe Cannonieri, Angelo Frignani e Federigo Pescantini; non si limitò a parlare del romanzo, trattò anche del Carmagnola e dell'Adelchi, de' Carmi e degl'Inni sacri[58 - Giannone P., Delle opere di Alessandro Manzoni; in L'Esule, giornale di letteratura italiana antica e moderna—Tomo primo. – Parigi, dai torchi di Pihan Delaforest (Morinval), rue des Bons-enfants, 34, M. DCCC.XXXIII; pp. 262-302. La traduzione in francese, che l'accompagna, è del sig. Lemonier, autore dei Souvenirs d'Italie.]. Del romanzo ne dette un largo sunto, poi pigliò a farne l'esame. «Un lettore difficile» (son sue parole) «esigerebbe forse un piano più magnifico, e condizione e caratteri meno comuni ne' due, che dan pure il titolo all'opera. Le avventure de' promessi sposi son esse le principali, a cui s'aggiungono come episodi il cappuccino Cristoforo, la monaca, il moto de' Milanesi, l'innominato, il cardinale, la fame, il passaggio d'un esercito, la peste e in generale la condizion di que' tempi, o viceversa? Renzo che è? Un filatore di seta, onestissimo giovine per altro, e, come dice egli stesso, un buon figliuolo, ma nè distinto per altezza di sensi, nè per vigor di carattere, nè per altro che dia lustro e importanza. Interessa, non per sè, ma per la persecuzione di Don Rodrigo. Ne' moti di Milano soltanto acquista qualche valor che gli è proprio, e nella costanza del suo amor per Lucia. Questa poi è anche minore di lui, e se non si trovasse nel castello dell'innominato, ov'è bella veramente e per dolore ineffabile e per isventura, la sua rassegnazione abituale ci parrebbe mancanza d'ogni umana affezione. Il medio evo offriva avvenimenti più splendidi e caratteri d'un'energia che spaventa, per così dire. Che importa che nell'avvilimento in cui sono gl'Italiani, sappiano che altre volte sono stati così, per trovare un esempio e una scusa forse alla loro ignavia presente? Nel vedersi presentare un quadro d'oppressione attiva da una parte e di passiva stupidezza dall'altra, si consoleranno forse perchè que' tristi tempi passarono, e soffriranno quindi pazientemente i mali che rimangono loro, perchè in cumulo minore? Ma che han mai guadagnato? I pessimi de' mali che gravan sempre sovr'essi, terribili, insistenti, mortali: la divisione e 'l dominio straniero. Ecco ciò che un lettore severo, un lettore che riferisca ogn'opera alla gloria e all'utilità della patria, le uniche non usurarie e generose davvero, potrebbe osservare riguardo alla scelta del soggetto; ma questa scelta non era nell'arbitrio dell'A. per la difficoltà de' tempi e de' luoghi, e gli è costato, ne portiam ferma opinione, mille volte più sforzo d'ingegno, il cercarlo e il combinarlo così, che se avesse fatto altrimenti. Discutiamo dunque sul piano com'è, senza cercare più oltre. Il sig. Manzoni volendo, e noi ne siamo convinti non solo, ma certi, anzi tratto ci proverebbe, non che così dovess'essere, ma che poteva essere solamente così.

«Questo fatto, sì breve, semplice e chiaro, ha però tali episodi e schiarimenti così allungati, che distraggon l'attenzione da esso. Quanto a questi ultimi, l'insistere che si fa, e nel bel principio dell'opera, su la inutilità de' decreti contro i bravi, basterà, crediamo, a provare, che le digressioni non son sempre nè felici, nè brevi. Quanto a' primi, quello della monaca di Monza fa accorgere che dovria finire molto più presto. Gli altri, la fame cioè, e il guasto prodotto dal passaggio degl'imperiali, e la descrizione della peste, nel tempo stesso che mostran la forza d'ingegno e di pennello di chi ha saputo dipingerli con sì terribile evidenza, potrebbero spingere su le labbra a più d'uno la breve, ma calzante sentenza: non erat hic locus. Le pagine che riguardano il cardinal Federigo sono protratte in modo da farci credere che l'autore temesse che quel prelato non fosse conosciuto abbastanza, e ne faccia perciò il panegirico; e quelle poi ove si parla del carattere e degli studi di don Ferrante, sembrano, e quasi per confessione dello stesso scrittore, veramente perdute. Ma vi sono due altri episodi, due, l'uno per la brevità, l'altro pel legame immediato alla narrazion principale, entrambi per verità di colori e per interesse fortissimo, la cui bellezza è rara veramente e mirabile; gli eventi del P. Cristoforo quand'era al secolo, e l'apparizione sulla scena dell'innominato. Peccato che il primo, a cui ci eravamo tanto affezionati, scompaia quasi al cominciare, e non ritorni che al finir dell'azione; e l'altro, il di cui carattere è gigantesco senz'essere esagerato, non produca qualche cosa di veramente straordinario e solenne come l'indole sua! Nella storia ciò accade sovente; ma nel romanzo, e sia pure storico quanto vuolsi, lo scrittore non ha il privilegio d'intendere con ogni sforzo all'effetto dell'arte?

«Da questo rapido cenno delle cose che ci sembrano mende nell'esecuzione del piano tale qual'è, può indursi che lo stile sia generalmente diffuso; e difatti a noi pare così. In quanto a lingua, l'A. ha, più spesso che non si vorrebbe, fatt'uso di parole, d'idiotismi e di maniere proprie del luogo ove l'avvenimento si compie. Omero formava la sua lingua maravigliosa da' differenti dialetti di Grecia, Dante da quelli d'Italia, ma questi due esseri straordinari erano i primi. Gli altri grandi venuti dopo di loro, non l'hanno più fatto, e la ragione n'è chiara; non ne avevan bisogno, nè credevano o bello o necessario tentare ciò che i tempi non concedevano più. Potrebbe aggiungersi anche, e senza tema d'errare, che la continua tendenza ad essere facile, e stretto il più che si può alla natura delle cose, abbia fatto trapassare d'un salto l'A. su certi modi, che appartengono alla lingua parlata sì, ma non sempre alla grammaticale.

«Rispetto allo scopo morale di questo lavoro, a noi sembra che sia e la purità del costume e la sommissione ai decreti della Provvidenza suprema; due grandi insegnamenti ambedue, il primo d'una utilità generale e che balza agli occhi d'ognuno, perchè limpido come la luce del sole; il secondo d'un immenso conforto nelle sventure, allorchè sono consumate e irreparabili, ma che può avere un'influenza rovinosa e veramente fatale nell'atto in che le sventure ti sovrastano o percuotono, essendo allora, com'è difatti, soggetto a tante interpretazioni ed applicazioni quanti sono i caratteri degli uomini, i loro interessi, le passioni, le circostanze di famiglia, di patria, di religione, etc. etc. Perchè, quale sulla terra può dirti sicuramente: – Questa sventura ti viene dal cielo, e convien rassegnarviti; questa no, e puoi e devi lottare contro di essa? – È forse che la lunga tolleranza de' popoli, riguardo agli atti crudelissimi e nefandi della prepotenza feudale e dell'inquisizione, deriva tanto da questo elemento astutamente impiegato, quanto dal timore che si ha d'una potenza stabilita, sia pure qualunque, e dalla naturale tendenza degl'individui alla calma, ove il moto offra un evidente pericolo. Gli ambiziosi vestano poi il manto dell'umiltà o quel degli onori, l'hanno, e spesso pur troppo! usato a lor fini privati: in altre parole, l'altare ed il trono, o meglio ancora, il potere spirituale ed il temporale, i quali per quanto altro possa parere a' poco veggenti, si collegano in essenza fra loro, e sono per ogni società costituita quello che l'anima e il corpo sono per l'uomo, hanno fatto di esso ciò che un avaro fa d'una mina d'oro o d'argento. In fine è tal arma che, secondo la man che la tratta, può essere spada e scudo a vicenda, può salvare un popolo dall'infamia del servaggio, e farvelo piegare vilmente. Ma ne' Promessi Sposi quest'elemento è esso presentato nella sua parte buona o cattiva? Noi oseremmo dare un tal giudizio, quando, non per induzione soltanto, ma per esperienza potessimo veramente sapere qual'è l'impressione che lascia nel comun de' lettori. Certo è intanto che nelle circostanze e ne' tempi che corrono, la virtù della rassegnazione non è quella che occorre alla nostra povera patria: la sua sventura può essere combattuta e vinta da una volontà forte e tenace, temprata dalla prudenza. Che se mai, oltre lo scopo che abbiam creduto dovere accennare, si dicesse che v'è quello anche di far conoscere i tempi e promovere il debito abborrimento contro i privilegiati, un giudice severo risponderebbe nel primo caso, che un tale ufficio tocca alla storia; e nel secondo, che è prodezza intempestiva l'aprire ferite in un corpo già da tanto tempo cadavere. La feudalità, questo mostro immanissimo, non somiglia all'idra della favola: le sue teste cadute nè si riprodusser finora, nè si riprodurranno mai più.

«Presentato ed accennato così il linguaggio della censura, ci si permetta ora passare alla seconda parte della critica, non meno utile e più piacevole a un tempo; nè faccia maraviglia il vedere lodato ciò che ci è parso finora dar luogo a qualche rigida osservazione; non v'ha cosa, che non possa offrire due aspetti. E primamente nella scelta di due protagonisti volgari, il sig. Manzoni ha mostrato avere un concetto, più sensato non solo, ma più generoso ed umano della generalità de' romanzieri presenti. Perchè mostrare di credere che qualche classe della società solamente meriti la menzione e gli onori dell'eloquenza, ed il resto, che pure è base di tutto e fa vivere queste classi medesime, debba essere condannato all'oblio? Strana contradizione questa con lo spirito del secolo e col vantare che fanno i più celebrati scrittori la dignità dell'umana natura, la quale col fatto paiono restringere poi a sola qualche frazione di uomini! Ne' Promessi Sposi le debolezze, gli errori, i vizi e i delitti de' potenti si presentano tai quai sono, e non con quell'aria d'amabile storditaggine, d'interesse e di grandezza quasi, di cui li adornano e li accarezzan sì spesso gli altri scrittori di simil genere; i quali, magnificando i tempi feudali, non sembrano neppur dubitare che posson mettere così in forse il loro titolo di promotori, sostenitori o fautori almeno de' dritti imperscrutibili che la natura ci accorda. Ma tranne il romanziere Britannico, che l'ha fatto con cognizione di causa, e con animo, per quanto esser mai possa, deliberato, gli altri, illusi non sappiamo da quale malia, hanno seguito la corrente, senza pensare ad altro scopo che alla novità; ma speriamo che siano per avvedersene in tempo. Il nostr'A. non è caduto in tal fallo; e per certo, leggendo quest'opera, nessuno risentirà mai la più picciola brama d'essere distinto da' suoi fratelli per qualche privilegio mostruoso, ereditato od usurpato sovr'essi.

«Intanto la ricchezza, la varietà, l'evidenza delle descrizioni, sono pregi che distinguono quest'opera dal principio alla fine. Gli episodi, quelli stessi che sono meno giustificabili, offrono tale abbondanza di cose, di pensieri, d'interesse, e tanta conoscenza del cuore umano, che appunto per questo distraggono dall'azion principale. Commove e desta un'ansia crescente il vedere con quali malizie fittissime la religiosa di Monza sia tratta a compiere l'intiero sacrifizio di sè, e non si può a meno, nel condannar le sue colpe, di sentirne un'affannosa pietà. L'ammutinamento de' Milanesi è descritto sì vivamente, le particolarità ne sono sì vere, che vedi agitartisi tutta quella calca su gli occhi, ne distingui i volti, ne ascolti la voce. L'ebbrietà perfino del povero Renzo non ti percuote meno dell'astuzia per la quale il bargello riesce a carpirgli il nome di bocca. Ma ciò che supera ogni lode è Lucia nel castello dell'Innominato. L'immagine d'un essere debole ed innocuo di fronte ad un altro sì formidabile e spietato, e la vittoria del primo, racchiudono in sè un profondissimo senso di morale, che fa palpitare d'un impeto di speranza e d'ardire, ed eleva ogni anima ben nata. I pensieri di quell'uomo feroce, que' pensieri che lo traggono a disperare, e l'altro che gli arresta la mano; tutta quella notte infine offrono un tal che di sì terribilmente vero, misterioso e solenne, che a noi sembra poco il dire che negli altri lavori di simil genere non v'ha brano che possa paragonarsi a questo. Nè si creda che dopo un tal quadro la fantasia e il cuor del poeta mostrino esaurimento o stanchezza. La descrizione della fame, e più ancora quella della peste, fanno veracemente rabbrividire. In quest'ultima il sogno di don Rodrigo nella notte stessa che n'è colpito, basterebbe esso solo a far conoscere quanto l'A. senta avanti nell'arte somma che segue sì dappresso la natura senza scoprirsi; e la madre che reca la sua bambinella morta a' monatti, è tal misto di desolazioni, di pietà, di amore, di dolor rassegnato, che, breve e toccato di volo, com'è, ti si scolpisce indelebilmente in pensiero. Questi due brani stanno, a parer nostro, con vantaggio in faccia a tutto lo splendore, l'abbondanza e la verità di quella vivace e straordinaria pittura. I caratteri sono disegnati a tratti sì giusti ed arditi e sostenuti con sì gran maestria, che non si smentono mai; e quello di don Abbondio in particolare è nel suo genere d'una verità che dispera. Quel colore locale che non t'induce mai in errore, quell'esattezza di fatti che non si trova mai



Dans les romans où l'on apprend l'histoire,


come ha cantato scherzando un savio francese[59 - M. de Gourbillon.], sono qualità che, unite ad uno stile pieno di vita, e vario sempre secondo gli accidenti, e ad una lingua facile, ricca, armoniosa, assicurerebbero la fama di questo libro, quand'anche non vantasse altri meriti, e, come speriamo aver dimostrato, di gran lunga maggiori.

«Quantunque questo genere, per quanto ci pare, non debba porre gran radici in Italia, perchè nell'ampissimo campo delle lettere, offre gli stessi caratteri degl'Ibridi fra le piante, pure trattato da chi, oltre la forza d'ingegno, si figga un alto, un utile proposito in mente, può produrre nobilissimi effetti».




IV


De' tanti giudizi dati da' giornali d'allora intorno a' Promessi Sposi, due levarono un gran rumore: quello della Biblioteca italiana e quello dell'Antologia: ma l'eco di quest'ultimo, scritto da Niccolò Tommaseo[60 - Antologia, n. 82, ottobre 1827, pp. 101-119. L'articolo, invece del Tommaseo, doveva scriverlo il dott. Gaetano Cioni, come si rileva da una lettera di Giuseppe Montani, del 16 di settembre: «L'articolo sugli Sposi Promessi lo fa il dottor Cioni. Manzoni è qui [a Firenze] adorato da tutti. Il Granduca ha voluto veder lui e il suo bambino, che sempre lo accompagna. Gli ha fatta, mi dicono, la più affettuosa accoglienza». Il 1º agosto aveva scritto: «Aspettiamo di giorno in giorno il Manzoni, e mai non lo vediamo. Del suo romanzo (crederesti?) non è ancor giunta copia, se non al Batelli, che gli fa il brutto complimento di ristamparglielo».], si dileguò ben presto; non così l'eco dell'altro, uscito dalla penna di Paride Zaiotti[61 - Biblioteca italiana, n. 141, settembre 1827, pp. 422-472; e n. 142, ottobre 1827, pp. 32-81.], in voce di critico ingegnoso e acuto tra' partigiani della vecchia scuola. Fin dal '24, appunto nella Biblioteca italiana, aveva scritto un lunghissimo articolo intorno all'Adelchi, diviso in due parti[62 - La prima fu stampata a pp. 322-337 del t. XXXIV [marzo 1824]; la seconda a pp. 145-172 del tom. XXXV [aprile 1824].]; ma la Censura austriaca (è proprio il caso di ripetere: Tu quoque, Brute!) ne corresse e mutilò alcuni brani, con grave dispiacere del critico, che li mandò a leggere manoscritti al Manzoni; il quale, vinto dal tratto cortese, fu forzato a rispondergli e a ringraziarlo[63 - Pubblicai questa lettera, scritta da Brusuglio il 6 luglio del '24, in Milano vecchia, strenna del Pio Istituto dei Rachitici di Milano, Anno IX, Milano, tip. Bernardoni di C. Rebeschini e C., 1889; pp. 51-58.].

L'incarico di scrivere la rassegna de' Promessi Sposi l'accettò contro voglia: era un libro che non gli andava a sangue; lo riteneva «sotto alcuni rapporti» inferiore alla Sibilla del Varese che, a suo giudizio, «era un romanzo, cosa che non osava dire degli Sposi promessi». La scrisse finalmente, dopo essersela fatta aspettare un gran pezzo; per concludere: «bello è questo romanzo, ma il Manzoni potea fare anche di più». E si accordò con lui il Tommaseo ripetendo: «dall'ingegno e dall'animo di Manzoni si deve pretender di più»[64 - Come si accorda quello che il Tommaseo scrisse de' Promessi Sposi nelle sue lettere al Vieusseux con quello che stampò nell'Antologia? È un repentino voltafaccia: non si può chiamare con altro nome. Il Barbi si domanda: «Ma è stato preso proprio pel suo verso quell'articolo? Ne dubito. Occorre, a intenderlo bene, una ricerca psicologica sul Tommaseo uomo e scrittore, e storica sull'ambiente, e dimenticare l'impressione che fa oggi generalmente il romanzo… E non può essere, che dove il Tommaseo tocca d'alcuni difetti, avesse in animo d'attenuarli e giustificarli, e che l'intendimento apologetico non appaia chiaro, o perchè così ha voluto l'autore, o per mancanza di quei nessi logici e formali che egli era solito trascurare? Avrebbe così ottenuto effetto contrario a quel che si proponeva; ma, si sa, altro è scrivere, altro riuscire a farsi intendere!» Questa spiegazione, per quanto ingegnosa, non mi persuade. Leggendo le postille e l'articolo si vede che a ogni istante la viva e sincera ammirazione del Tommaseo per i Promessi Sposi è come troncata dagli occulti paragoni ch'egli fa inconsapevolmente tra il Manzoni e sè stesso; e appunto quel continuo guardare a sè stesso gli svia il giudizio. Mentre riconosceva che il grande Poeta aveva «divinizzata la lirica, ricreata la tragedia, insegnata agl'Italiani la vera via della storia», e che in tutti questi campi gli era superiore; ho il convincimento che come romanziere ritenesse di stargli alla pari e anche di sorpassarlo. In fin de' conti che cosa significano le sue tante censure e correzioni ai Promessi Sposi? Significano: Avrei fatto meglio io!]. Erano due delle tante «persone di gusto», che «lo trovavano molto inferiore all'aspettazione».

Un bibliofilo romagnolo, Giacomo Manzoni di Lugo, il futuro ministro della Repubblica Romana, inviando al P. Alessandro Checcucci l'articolo dello Zaiotti: Del romanzo in generale e dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni discorsi due, l'accompagnava con questa lettera: «Vi mando il libro dello Zaiotti, di cui vi parlai. E certamente questo vi sarà dono gratissimo, chè due prose di questo genere, così ben condotte, e scritte con pari facondia e modestia forse non le ha l'Italia nostra. Fra le lodi le più smodate che da ogni parte son piovute e piovono sopra il romanzo del Manzoni, fra il grido che lo proclama capo-scuola del Romanzo storico e principe dei romanzieri italiani, levarsi in piedi e pubblicare una censura di 101 pagine, giusta dalla prima all'ultima parola, sempre dignitosa senza iattanza, sempre riverente senza viltà, scriverla con istile che ogni letterato vorrebbe invidiargli, piano, armonioso e variatissimo, e divulgarla, e trovar plauso in Milano, sotto gli occhi del Manzoni, nel teatro delle maggiori sue glorie, è impresa ardua davvero». Il P. Checcucci si affrettò a fare una nuova edizione di «questi due maravigliosi discorsi, sì perchè chi non l'ebbe ancora alle mani potesse ammirarvi la vasta dottrina, la stupenda eloquenza, la profonda erudizione ed il retto giudizio di quell'esimio scrittore; sì perchè i giovani specialmente, usi a muoversi più per affetto che per ragione, nel giudicare delle opere, sebbene d'uomini grandi e giustamente reputati, prendano piuttosto norma dalle regole invariabili dell'arte, che dal prestigio dell'opinione, alcune volte sospetta e ben sovente non buona». Il Checcucci battezzò «quinta» la sua edizione[65 - Del Romanzo in generale e dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni discorsi due—Quinta edizione, Urbino, coi tipi della V. Capp. del SS. Sacram. per Giuseppe Rondini, 1846; in-16º. di pp. VIII-142.], ignorando che l'autore stesso già ne aveva fatta una «sesta» a Venezia[66 - Del Romanzo in generale e dei Promessi Sposi, romanzo di Manzoni, discorsi due. Sesta edizione, accresciuta d'altri scritti. In Venezia, nella Tip. Emiliana, MDCCCXL; in-16.º di pp. VI-236.]; nella quale, per bocca del tipografo, manifesta l'intendimento suo: quello di «preservare il cuore e l'ingegno» degli italiani «dalle dannose influenze che recar potevano i grandi esempi di Gualtiero Scott e di Alessandro Manzoni».

Lo Zaiotti, a cui non manca nè erudizione, nè urbanità, nè qualche acuta osservazione particolare, in fondo ammirava il Manzoni, ma come poeta e poeta lirico soprattutto. Fedele alla scuola de' classici, che proscrive in letteratura quanto non ha faccia d'antico, parlò del Manzoni tragico col preconcetto che fosse fuori di strada: «perchè vorrà egli ostinarsi ad esser meno di Sofocle, quando l'Italia gli offre la corona di Pindaro?» Parlò del Manzoni romanziere col convincimento che il romanzo storico sia da rigettarsi; e appunto perchè un grande ingegno si era dato a coltivarlo, gli parve una missione riparatrice flagellare quel nuovo genere senza pietà. A difesa del romanzo storico[67 - Trovò un difensore anche in Giuseppe Bianchetti di Treviso. Cfr. Sopra i Romanzi storici [lettera] Al barone cav. Ferdinando Porro, Milano; in Giornale sulle scienze e lettere delle Provincie Venete, n.º 107-108 del vol VI della Continuazione, bimestre di settembre e ottobre 1830. Fu ristampata a pp. 71-114 dei Discorsi critici intorno alla questione se giovi di ammettere o no nella letteratura italiana il Romanzo storico, Treviso, coi tipi di Gio. Paluello del fu Antonio, mdcccxxxii; in-16.º ed a pp. 503-522 del libro: Dei lettori e dei parlatori, saggi due di Giuseppe Bianchetti —Alcune lettere di lui medesimo, Firenze, Felice Le Monnier, 1858; in-16.º] si levò animoso Giuseppe Mazzini; pur confessando (ed era giustizia) che «l'autore dei due discorsi scrivendo a lungo del romanzo d'Alessandro Manzoni, il fece con sì gentile animo e tanto affetto del vero, da insegnare ad ognuno, come la critica debba trattarsi». Nota che lo Zaiotti, «prevalendosi della fama che circonda il caro nome del Manzoni, attribuisce unicamente a vizio del genere il difetto d'interesse e calore ch'ei trova nei Promessi Sposi. Forse il difetto si esagera, e più d'una donna gentile che ha palpitato sui casi dell'ingenua Lucia e impallidito al ritratto dell'Innominato, accusa il giudizio di rigidezza; ma foss'anche vero, che trame? L'ingegno del Manzoni è vastissimo; ma a nessuno è dato balzar fuori, in un genere nuovo, perfetto come Pallade dal capo di Giove. Fors'egli avrebbe dovuto scegliere i suoi e personaggi ideali in una condizione, che ammettesse, se non più amore, modi almeno d'esprimerlo più caldi, e mezzi maggiori d'azione. Fors'anco il fine ch'egli ebbe di rischiarare un oscuro periodo del secolo XVII si svela troppo apertamente ad ogni capitolo, sicchè n'è riuscita piuttosto una storia resa dilettevole da romanzesche avventure innestatevi, che un romanzo fatto utile dall'intreccio d'un quadro storico»[68 - Indicatore Genovese, n. 5, 6 e 7, giugno 1828. Cfr. Mazzini G., Scritti editi ed inediti [quarta edizione], volume II, Letteratura vol I, pp. 41-51.].

Nell'esaminare l'Adelchi lo Zaiotti ne propose un nuovo disegno, «dove il notabile si è che violando la storia, viensi a provare come la storia sia necessaria a poesia»[69 - Tommaseo N., Studi critici, Venezia, Andruzzi, I, 290.]. Anche nell'esaminare i Promessi Sposi suggerì de' mutamenti; questo, tra gli altri: «anche il luogo, in cui l'ottimo frate» [il P. Cristoforo] «viene ricondotto sopra la scena, ne sembra da collocarsi fra quelli che permettevano all'autore di aprire più largamente in suo volo… Era giusto che il tribolato servo del Signore raccogliesse finalmente la palma di quel suo lungo martirio, e felice era stata l'idea del Manzoni di presentarcelo afflitto di peste, e tuttavia occupato a confortare gl'infermi: anche l'aver colà ridotto don Rodrigo, ed uniti così l'oppressore, il difensore e le vittime, era degno di massima lode, perchè dava campo ai più gagliardi contrasti… Ma diremo noi che fosse impossibile il far meglio che raccontarci così in due parole le morti di don Rodrigo e di padre Cristoforo? Il Manzoni, meditando su quella situazione, avrebbe senza dubbio trovato qualche alto concetto, al quale noi non potremmo nè di lontano mai arrivare: tuttavia chi ne vieta di esporre anche un nostro pensiero? Renzo, che ha già rinvenuta la sua Lucia, torna dal frate per narrargli l'impedimento del voto ed implorarne l'aiuto: ma il frate, oppresso dalla gravezza del male, è caduto presso il letto di don Rodrigo che soccorreva, nè v'è più speranza ch'ei si possa rialzare. Le preghiere di Renzo gli vanno all'anima, ma la morte già vicina lo ha disteso su quella terra a cui sarà ricongiunto fra poco. Corri, egli dice coll'ultimo avanzo della cadente sua voce, corri da Lucia e qua la conduci, prima che venga la chiamata di Dio. Il povero Renzo vola alla capannetta della fanciulla, che con passi vacillanti, pallida pallida, lo segue, finchè giungono a quei due moribondi, che aspettano una sì diversa mercede. Ecco gli accusatori, il testimonio ed il reo: il Giudice sta più in alto, e fra pochi minuti l'irrevocabile sentenza sarà pronunciata. Gran Dio, non entrare in giudizio co' tuoi miseri servi! Noi non osiamo proceder più oltre, che l'ingegno ne cade innanzi a tanto orrore e a tanta pietà: ma che non avrebbe saputo fare il Manzoni? Gli effetti della Grazia erano già stati descritti nell'Innominato; qui rimaneva a mostrarci la disperata morte del reprobo, e il quadro riusciva perfetto, perchè lì presso ne consolava la placida dipartita del giusto. Una maledizione su gli sposi e sopra sè stesso è uscita da Rodrigo, padre Cristoforo ha sciolto il voto, e benedetti i due giovani. Un profondo silenzio è succeduto a quelle parole: tutto è finito. Si separino quei due corpi, che più non saranno vicini in eterno. Guai a chi non intende la muta lezione che s'innalza dalla polvere di quella capanna! È impossibile che i lettori non si dolgano pensando al maraviglioso partito che la mente e il cuore del Manzoni avrebbero tratto da tanta passione: ma anche qui è sempre necessario ripetere, che senza mutare l'orditura del romanzo non poteva arrischiarsi una scena sì viva. La narrazione degli avvenimenti successivi dopo quell'impeto d'affetti non era più tollerabile, ed ivi stesso, davanti a quel letto di morte, Renzo e Lucia doveano rinnovare il loro giuramento, abbandonata ogni più minuta conclusione alla fantasia de' lettori»[70 - E altrove: «Vogliamo almeno terminare con un voto, che è certo comune a tutta l'Italia. Perchè il Manzoni, così grande poeta, non ha intramesso alla sua prosa alcun verso? Perchè non ha egli seguito l'esempio del suo Goethe e di tanti altri illustri romanzieri, che ne aggiunsero questo diletto? La materia di frequente si prestava volentieri alla poesia… Chi non vorrebbe ascoltare il divoto cantico e le laudi dei valligiani che s'affollano con santa allegrezza incontro al Cardinal Federigo? Chi non intenderebbe un orecchio bramoso alle giulive canzoni di guerra dei soldati che vanno all'impresa di Mantova? Tutti ricordavano il sublime canto per la battaglia di Maclodio, tutti aspettavano rinnovata quella robusta armonia. Nè mancherà, in ispecie fra coloro che più strettamente appartengono alla scuola romantica, chi si dolga di non sentire espressa la canzonaccia de' monatti, che viene appena accennata».].

Nell'ottobre del '27 mentre a Milano usciva alla luce il compimento di questi discorsi, Niccolò Tommaseo veleggiava per l'Adriatico, e parte negli ozi della traversata, parte in mezzo alle isole della sua Dalmazia e nel porto d'Ancona fece una quantità di postille[71 - Fin dal 1890 ne dette un saggio il prof. Emilio Teza [Postille inedite di N. Tommaseo ai «Promessi Sposi»; nella Nuova Antologia, serie III, vol XXVII, pp. 560-566]; poi, nel 1897, vennero stampate per intiero da Giuseppe Rigutini. Cfr. Postille inedite di Niccolò Tommaseo, precedute da un discorso critico e accompagnate da osservazioni, Firenze, R. Bemporad & figlio, 1897; in-16º. di pp. VIII-332.] sopra un esemplare de' Promessi Sposi donatogli dal Manzoni. Alcune sono in lode; le più in biasimo e non senza acrimonia[72 - Eccone un saggio: «È affettato – Pesante – È da buffone: tuono che Fautore assume talvolta – È brutto – È duro – Non mi piace – Miseria – Piccolezza – Cattivo – Inezia – Importuno – Non va – Quanta roba! – È goffo – Mal detto – Pedantesco – Affettazione – Pare un goffo dialogo di Goldoni – Rettoricume – Bassezza – Evviva i soliloqui! – È vecchiume – È un guazzabuglio questo periodo – Malissimo detto – Inezia grande – Lungherie misere – Falso – È ridicolo – È da retore e mostra la stanchezza dell'autore – Affettato e prolisso – Gretto e stracco»; e giù di questo tono, con mano sempre prodiga.]. Il Manzoni, raccontata la favola dello «scartafaccio», soggiunge: «Ed ecco l'origine del presente libro». Il Tommaseo chiosa: «Questo non iscusa la bugia. Si dirà che il Romanzo è tutto una bugia. Io rispondo che mentire non è mai bello». Ritiene «che più naturale sarebbe stato, invece di villani[73 - I critici si trovarono concordi nel biasimare il Manzoni d'avere scelto a protagonisti due operai; all'infuori però del Sismondi, del Pezzi, del Giannone e di pochi altri, tra' quali Giovita Scalvini, che scrisse: «Ha scelto Renzo e Lucia per isvergognare e ridurre al niente i Rodrighi e gli Egidii; per additarne come l'occhio di Dio, dinanzi il quale cessa ogni disuguaglianza, sappia scernere infra la turba gl'ignobili e spregevoli che in lui bene confidano, e la sua mano sollevarli sulla malvagità illustre e tremenda… Vuolsi dunque considerare Renzo e Lucia come un simbolo di tutti i deboli, di tutti quelli che soffrono, e ai quali la giustizia è dovuta… Che se a qualcuno e' paiono troppo piccioli, perch'ei sia curante dei loro umili casi, pensi che a lui per l'appunto il Manzoni li propone in esempio; affinchè corregga il suo orgoglio; nè da loro rivolga indifferente gli sguardi, senza dirizzarli verso Colui che li ha posti sulla terra, ascolta le loro imprecazioni, e non li lascerà cadere: chi non può stare con loro, come prossimo, se ne faccia scala a sani pensieri fuori e più alti di loro».], scegliere una famiglia di città, povera, ma gentile, chè anche allora era modo di dar risalto anche ai quadri campestri». Trova «che don Abbondio in questo romanzo fa troppa figura, occupa troppo spazio»; gli sembra «scarso di sovrane bellezze tutto ciò che» nel secondo tomo «appartiene al cardinal Federigo e all'Innominato»; e giudica si convertisse «troppo rabbiosamente»[74 - Nel dar conto nell'Antologia [n. 93, settembre 1828, pp. 120-132] d'un mediocrissimo romanzo francese: Gertrude, par mad. Hortense Allart de Thèrase, Florence, Ciardetti, 1827, scriveva: «Tutto ciò ch'è grande, è difficile: e però quant'è più l'altezza a cui si tende, più frequente è il pericolo della caduta. Troppo insistere sulla storia dell'uomo interiore, può generare facilmente sazietà e noia; può torre al poeta la forza e lo spazio di rappresentare i segni e gli effetti della passione; può renderlo affettatamente minuzioso ed ardito a spacciare de' fatti dell'anima passionata, i risultati o della fredda meditazione, o d'un'esperienza angusta, immatura. La maggior difficoltà sta nel cogliere appunto la reale gradazione dell'affetto; e mostrando il passaggio dell'anima dall'un grado all'altro, esser vero. Questa difficoltà non mi par superata in un de' tratti più mirabili de' Promessi Sposi; la conversione dell'Innominato. Le disposizioni di quell'anima annoiata del male, i primi tocchi della pietà ch'è, già per sè medesima un cambiamento in quel cuore ferreo, la confusione che lo assale alla vista della sua vittima, tutto è fin qui sovranamente côlto, è quasi tutto con egual potenza indicato. Ma quando siamo alla notte, i sentimenti di rabbia, di disperazione, d'orgoglio che l'assalgono con tanta furia di quanta è capace un'anima ancora verde nel delitto, non mi paiono direttamente condurre a un così prossimo cambiamento. Un carattere come l'Innominato, e non cangiato ancora, non ricevere alcuna impressione di sdegno, d'orgoglio da quel suo passaggio in mezzo alla folla meravigliata e sospettosa, non mi par verisimile. La storia dice che l'Innominato, dopo avuto un colloquio col Borromeo, cangiò vita: ma non dice, parmi, che l'Innominato sia ito a cercare la presenza del vescovo, in mezzo alla moltitudine radunata, in un giorno ch'era giorno di festa per tutto il dintorno. Egli scende tatto irritato di quella gioia comune, scende non per altro che per saperne il motivo, e va difilato a cercare dell'arcivescovo di Milano. Forse il passo parrebbe men brusco, se l'A. avesse dipinti i sentimenti che, cammin facendo, agitavano quell'anima umiliata. Ma umiliarla conveniva dapprima, umiliarla agli occhi suoi propri; giacchè la stanchezza del male non genera che maggior perversità, quando non conduca ad arrossire della propria bassezza. Io so bene che descritti tutti i gradi intermedii della conversione, la cosa sarebbe troppo ita in lungo, so che allora sarebbe stato assai più difficile rendere teatrale e romanzesca quella conversione: so in fine che nella pittura del nostro Manzoni, c'è tanta profondità da ammirare, che non è quasi lecito il mostrare desiderio di quello che manca».]. Del resto, a mettere in evidenza i biasimi tutti, bisognerebbe trascrivere le postille in grandissima parte, e con le postille l'ostico giudizio che inserì nell'Antologia[75 - L'Antologia [n. 116, agosto 1830; pp. 140-142] tornò a parlare de' Promessi Sposi pigliando occasione dalla ristampa che ne fece a Firenze, nel '30, la tipografia Passigli, Borghi e C. in un vol in-8.º e in sei volumetti in-32.º con vignette. Dell'articolo, scritto dal Montani, è notevole questo brano: «Walter Scott, ha già detto qualcuno, va dalla storia al romanzo, Manzoni dal romanzo alla storia. Da questo loro andamento diverso risulta che ciò che nelle composizioni dell'uno forma, per così dire, lo sfondo delle composizioni medesime, in quello dell'altro forma il soggetto principale. Quindi non fa meraviglia ciò che da un anno si va bucinando, e in un giornale assai recente si narra senza mistero, che il Manzoni in uno scritto, che verrà presto alla luce, sul romanzo storico, si separi interamente da Walter Scott. Può egli non separarsene in teorica, quando in pratica ne va tanto lontano?».]; dove la lode è sempre misurata, il desiderio di censurare vivissimo sempre; e la lode rivolta non al libro, ma all'uomo, «grande e per cuore e per ingegno», «ingegno mirabile», «sovrano ingegno», «ingegno divino», «uomo divino», «genio e cuore apertissimo», «il giusto solitario», «il poeta del meglio», che si era perfino «abbassato a donarci un romanzo»; divinizzazione[76 - Singolare è questa lettera del Tommaseo al Vieusseux, scritta da Milano il 12 novembre del '26: «Manzoni forse per la primavera vegnente verrà con la famiglia a Firenze… Del resto, se egli venisse a Firenze, vedreste un uomo che dall'assenza di ogni singolarità è reso agli occhi d'ognuno che non gli dissomigli, affatto singolare e mirabile. Una statura comune, un volto allungato, vaiuolato, oscuro, ma impresso di quella bontà che l'ingegno, non che guastarla, rende più sincera e profonda: una voce di modestia e quasi di timidità, cui lo stesso balbettare un poco giunge come un vezzo alle parole, che paiono escir più mature, più desiderate: un vestito dimesso, un piglio semplice, un tuono famigliare, una mite sapienza che irradia per riflessimento tutto ciò che a lui s'avvicina… Questo è l'uomo direste, il cui nome sarà simile di qui a mill'anni, adorato, com'io venero oggi il suo volto. Questo è l'uomo che in ogni via che calcò impresse un'orma indelebile; che ha divinizzata la tragedia, che ha insegnata agl'Italiani la vera via della storia; che ha fatto il romanzo la lettura del Genio e della Virtù; ch'ebbe amici i più buoni del secol suo; che fu pio, semplice, generoso; che trasse il suo genio dal cuore: e potreste aggiungere (questo è forse il maggiore degli encomii) che fu visto più d'una volta piangere sulle sventure degl'infelici».] che dispiacque ai Leopardi, «perchè ha dell'adulatorio, e gli eccessi non sono mai lodevoli».

Il Tommaseo a mano a mano andò temperando e modificando quel severo giudizio, e quando nel '43 ristampò ne' suoi Studi critici il vecchio articolo dell'Antologia molto vi tolse, non solo per condensar meglio il pensiero, ma anche per renderlo meno aspro e meno reciso[77 - Il Rigutini ristampò il vecchio articolo dell'Antologia, in fronte alle Postille [pp. 1-21], ma senza accennare per nulla ai tanti cambiamenti che vi aveva fatto l'autore nell'edizione del '43 ed ai lievi ritocchi di quella del '58.]. V'aggiunse un accenno alla lingua adoperata dal Manzoni ne' Promessi Sposi; punto che fin allora non aveva toccato altro che in una lettera confidenziale a Cesare Cantù, scritta da Parigi l'11 gennaio del '37. Gli dice: «Godo che il Manzoni pensi a ristampare il romanzo, egli stesso; e tanto meglio se con mutazioni e con giunte. Non ponga indugio; non badi a' suoi scrupoli troppi, nè agli sdottoramenti dei consiglieri immancabili, de' quali è provveduto appunto chi non ne ha bisogno. Lasci stare ogni cosa, muti solo qualche parola o qualche modo, se vuole: e anche questo con carità, senza spellare vivi quel Renzo e quella Lucia»[78 - Il primo esilio di Nicolò Tommaseo 1834-1839, lettere di lui a Cesare Cantù, Milano, Cogliati, 1904; p. 102.]. Le parole aggiunte al vecchio scritto son queste: «Nella dicitura senti meditazione e cura continua. Io non dirò se per tal cura Manzoni sia giunto a veramente italiana proprietà di linguaggio e snellezza di stile: ma certo è che ne' modi lombardi e francesi o non acconciamente toscani della prima stampa, quanto nelle docili e felici (sebbene non sufficienti) correzioni della stampa recente, è copia grande d'ammaestramenti agli amatori dell'arte»[79 - Tommaseo N., Studi critici; I, 304-312.Cfr. Ispirazione e arte o lo scrittore educato dalla società e educatore, studi di Niccolò Tommaseo, Firenze, Felice Le Monnier, 1858; pp. 417-426.]. Il primo giudizio nella sostanza non lo mutò mai. Già vecchio, a un amico, che voleva scrivere intorno a' Promessi Sposi dava per consiglio: «Com'egli» [il Manzoni] «senta e ritragga la natura visibile è altresì da notare; il cielo, i monti; gli alberi, le acque; i suoni, i colori; se non che alla freschezza del sentimento e alla maestria dello stile, in quanto lo stile è concetto, non direi corrispondere sempre, anzi di rado, la freschezza e franchezza dello stile in quant'è lingua e armonia». Poi soggiungeva: «All'arte proprio direi, che nell'esame di tale lavoro non sia da dare peso se non in quanto essa è moralità». Voleva «della lingua e del numero» de' Promessi Sposi studiasse «quel che c'è di straniero, d'incerto, d'improprio, di prolisso senza necessità di chiarezza»[80 - Tommaseo N. Dizionario estetico, Firenze, Successori Le Monnier, 1867, pp. 622-623.].

Giambattista Bazzoni[81 - Nacque a Novara il 12 febbraio del 1803; si laureò in legge a Pavia; presa la carriera della magistratura, al pane onorato del suo forte Piemonte e de' suoi vecchi Re preferì quello dell'Austria, e morì il 9 ottobre del 1850, consigliere dell'I. e R. Tribunale criminale di Milano.], uno degli emuli, volle egli pure dire la sua. «I Promessi Sposi s'udirono annunziare tanto tempo innanzi che apparissero al pubblico, ch'ebbero tutto il campo di ricevere dalle mani abilissime del loro valente autore quella forbita, lucente e veramente nuziale acconciatura di cui egli seppe adornarli. V'ha in quei libri una inimitabile proprietà di vocaboli, espressioni fine, vere, calzanti: vi si trova per tutto una vita, un'indagine profonda del cuore, delle circostanze, delle cause; un nesso invisibile, ma universale, efficace, che offre pascolo a tutti i gradi d'intelligenza; è un complesso insomma di quadri affatto nuovi e sublimi. È vero però che vi si rinvenne un lato vulnerabile come il calcagno nel fatato corpo d'Achille; ma però le saette ad essi scagliate dai nostri Paridi non li ferirono sì addentro da togliere loro la vita, che durerà anzi sempre robustissima».

Ombra di Giambattista Bazzoni, che ti aggiri tra le rovine dimenticate del tuo Castello di Trezzo, metti il cuore in pace: non ebbero da quelle saette neppure scalfita la pelle; del resto, così dura, che sfida i secoli!



Torino, 27 marzo 1905.

    Giovanni Sforza.




XI.

Fuga di Don Rodrigo


Ma quella dea che ha (mirabile a dirsi!) tanti occhi, quante penne, e tante lingue, quanti occhi, e (ma questo pare più naturale) tante bocche, quante lingue, e finalmente tante orecchie, quanti occhi, lingue e bocche (debb'essere una bella dea), questa ultima sorella di Ceo e di Encelado, partorita dalla Terra in un momento di collera; veloce al passo e al volo, che cammina sul suolo e nasconde il capo tra le nuvole, che vola di notte per l'ombra del cielo e della terra, nè mai vela gli occhi al sonno; e di giorno siede sui comignoli dei tetti, o su le torri, e spaventa le città, portando attorno il finto e il vero indifferentemente, costei aveva già, prima della notte, diffusa nei paesi circonvicini la storia delle avventure di quel giorno. Per fare intendere al lettore questa particolarità, abbiamo usurpato formole che, a dir vero, appartengono esclusivamente alla poesia, ma saremo scusati da coloro, i quali sanno che ad imprimere vivamente una immagine nelle fantasie il mezzo più efficace è l'allegoria, e singolarmente quella già nota e consecrata delle antiche favole: perchè quando si vuol fare immaginar bene una cosa, bisogna rappresentarne un'altra: così fatto è l'ingegno umano quando è coltivato con diligenza. Siccome però a voler cavare dalle allegorie il senso vero ed ultimo, quello che si vuol trasmettere, è necessario in ultimo pensare alle cose che le allegorie fanno intendere, così non lasceremo di dire che tutti gli abitanti del contorno, che erano convenuti quel giorno in Chiuso, tornando la sera alle case loro, raccontarono ciò che avevano veduto, ripeterono ciò che avevano inteso, commentando le circostanze che per sè non avrebbero bastato a dare idea d'un fatto compiuto, e inventarono gli episodj che erano indispensabili per dare continuità alla storia. Ma il fondo delle loro relazioni era vero; e questo fondo aveva abbondantemente di che eccitare una grande maraviglia e un grande interesse. Il Conte del Sagrato era nome d'una terribile celebrità nei contorni e assai più lontano, e una conversione tanto inaspettata e che doveva portare tanti cangiamenti, era argomento all'universale di una pia maraviglia, di esultazione, e di riconoscenza a Dio, e di nuova venerazione per l'uomo di Dio, che ne era stato lo stromento. E quello che rendeva ancor più interessante quella conversione era l'averne veduto un effetto immediato, un testimonio vivo, già tanto interessante per sè: una povera giovane restituita volontariamente dal carcere privato alla libertà e alle braccia di sua madre. Ma pei parrocchiani di Don Abbondio l'interesse era ancor più grande che per gli altri; per essi la povera giovane era Lucia, quella Lucia che avevano veduta fra loro modesta, bella, irreprensibile, allegra, che avevano pianta sommessamente smarrita, della quale si sussurravano mille notizie diverse e tutte lagrimevoli, della quale ora i suoi vicini potevano dire: l'abbiamo veduta noi oggi con Agnese andare dal Cardinale, che le voleva parlare in persona. Al mattino vegnente la fama si posò anche sul comignolo del castellotto di Don Rodrigo; ed è facile immaginarsi che la novella ch'ella portava fece sull'animo suo tutt'altro effetto che sull'animo di quella povera moltitudine. Quella Lucia, ch'egli aspettava da un giorno all'altro d'avere segretamente negli artigli, ora pubblicamente libera; sventate e divolgate ad un punto le sue trame abbominevoli, e quel suo alleato nel quale egli fidava, che con la sua cooperazione doveva dare l'autorità del terrore al fatto, e far morire il biasimo anche nelle bocche dei più arditi, ora disertato, divenuto un oggetto di fiducia per gli avversarj. Don Rodrigo si sforzava di ridere e guardava in faccia ai suoi bravi per attignere coraggio o indifferenza, ma s'accorgeva che i bravi guardavano in faccia a lui con la stessa intenzione; e per non trovare il coraggio il mezzo più sicuro è di essere in molti a cercarlo: anche quel poco che ognuno si sentiva se ne va: il Griso stesso[82 - Il Visconti fa in margine l'osservazione seguente: «Lascerei come una inezia questo cenno sul Griso. Ha del rettorico o per dir meglio del Tassesco:Argante, Argante stesso ad un gran urtoDi Rinaldo abbattuto appena è surto.»] era avvilito. Costoro s'erano tutti radunati nel castello come in un asilo, perchè non pareva loro di star bene in nessun altro luogo. Girando il mattino, s'erano avveduti che tirava un'aria estrania, inusitata: avevano osservata su tutti i volti una esaltazione, una risolutezza, che aveva abbattuta la loro, che veniva in gran parte dall'abitudine di mostrarla soli. Prima d'allora quando un contadino s'avveniva in uno scherano, e vedeva in lui non solo la forza sua e le armi che portava, ma tutta la potenza dei suoi compagni e del capo, passava a canto con una umile riverenza; se fosse stato insultato lo avrebbe tollerato in pace, perchè era certo che gli altri che lo avessero veduto sarebbero stati molto contenti di esserne fuori e non avrebbe avuto un ausiliario: ma ora, l'occasione di esternare un sentimento unanime aveva fatta sentire a tutti una fratellanza, una comunione d'idee e di causa; ognuno era certo che la cosa era intesa da mille come da lui; e ognuno, comunicando agli altri il suo nuovo coraggio, ne riceveva da essi, per la ragione inversa di quello che era accaduto ai bravi e a Don Rodrigo. La conversione del Conte, la liberazione di Lucia era l'argomento dei discorsi di tutti quelli che s'incontravano; la gente si fermava in crocchj a parlarne; un bravo che passasse in veduta dei crocchj aveva tutti gli occhj addosso a sè, e la espressione di tutti quegli sguardi era una, quella dell'orrore. Tutti parlavano sicuramente della pietà che avevano provata, del timore che avevano avuto per quella innocente, mettevano fuori i pensieri che avevano compressi o comunicati sotto voce alla sfuggita, e trovando una conformità agli altri, sentivano che a quei pensieri era unita una forza. La giustizia aveva trionfato, il cielo s'era manifestato per l'innocente, e questa manifestazione, che pareva una promessa d'ajuto, accresceva ancor più l'animo di tutti. Un potente scellerato aveva pubblicamente abjurata col fatto la iniquità, e l'aveva così vilipesa e indebolita nello stesso tempo. L'iniquità era conosciuta, e perdendo un protettore terribile, aveva acquistato un nemico pur terribile, un cardinale, un santo, un nobile, uno che aveva mezzi di persuasione, di forza, di autorità, di aderenze. Quello poi che rinforzava l'effetto di tutte queste considerazioni era la notizia sparsa che il Cardinale veniva a visitare anche quella parrocchia, che si fermerebbe qualche tempo nei contorni, che vi sarebbe folla d'uomini condotti dallo stesso sentimento pio, avverso alla ingiustizia. E già si diceva che il castellano di Lecco, quello spagnuolo per cui il Podestà aveva tanta stima, si disponeva ad incontrare il Cardinale, in gran pompa, coi suoi soldati: tutta la forza, tutto lo splendore era per la pietà e per la giustizia. Ognuno pensava che gli scellerati avrebbero dovuto convertirsi come il Conte, o perdersi d'animo e fuggire.

Don Rodrigo, dopo non breve esitazione, prese quest'ultimo partito. La violenza quando è assistita dalla fortuna ama a mostrarsi, ella ha con sè come un argomento della sua bontà, o della sua ragionevolezza, poichè ottiene il suo intento; ma quando è abbandonata dalla fortuna, quando non valgono altri argomenti che quelli del diritto, del senso universale della giustizia, che le mancano quando appare non solo come ingiustizia, ma come sbaglio, allora la violenza vorrebbe nascondersi anche a sè stessa. Don Rodrigo pensava che cosa mai avrebbe potuto fare di conveniente che stesse bene in quei giorni, e non trovava nulla, nemmeno un soggetto di discorso con chi venisse a visitarlo. E, d'altra parte, s'immaginava bene che nessuno sarebbe venuto. Quei signori che lo avevano adulato fin'allora, si sarebbero allora avveduti ch'egli era un ribaldo, il Podestà doveva in quei momenti far dimenticare le sue relazioni con l'uomo, che avrebbe dovuto reprimere e punire; al più il dottor Duplica[83 - È il famoso Azzecca-garbugli, che prima chiamò Pèttola, poi Duplica. (Ed.)], il quale non voleva mai inimicarsi senza speranza un signore, sarebbe stato quei giorni a poltrire in letto, per potergli dire un giorno che una malattia gli aveva tolto il bene di ossequiare il signor Don Rodrigo. Questi non vedeva così distintamente tutte queste disposizioni, ma le sentiva confusamente come per istinto. D'altra parte, come condursi col Cardinale? Tutti i signori del contorno sarebbero andati a visitarlo, ed egli rimanersi solo a casa? Che direbbe lo zio del Consiglio segreto? Andare dinanzi al Cardinale, egli? gran Dio!

Ordinò dunque che tutto sì apparecchiasse pel ritorno in città, e al più presto. Quando la carrozza fu pronta, vi fece salire tre bravi: il Griso, come il più terribile[84 - Valente. [Postilla del Visconti].], fu posto all'avanguardia sulla serpe, tutto armato; al resto della famiglia fu dato ordine di venire a Milano l'indomani, e si partì. Dopo i primi passi, Don Rodrigo vide coi suoi occhi la via piena di viandanti che andavano in folla a Maggianico, altri per vedere il Cardinale, per assistere alla solennità: giovani, vecchi, benestanti e poveri in quantità, che sapevano di non tornare con le mani vuote. Guardò alla sfuggita e conobbe in un punto su tanti volti quale era il sentimento universale per lui: fremette, si promise di vendicarsi, ma s'accorse che la menoma dimostrazione in quel momento poteva far nascere una guerra della quale l'evento finale non sarebbe stato dubbio: dissimulò dunque, ritirò la testa nella carrozza, guardò i suoi bravi e lesse sui loro volti pallidi il desiderio di esser fuori di quella processione e lontani dal paese. Sentì un romore dietro, stette in silenzio, tendendo l'orecchio, e comprese che erano urli e fischj. Allora mormorò fra i denti: vorrei che il Griso avesse giudizio, che non mi facesse scene. Avrebbe voluto dare al Griso questo consiglio della paura, ma la paura gli comandava di non muoversi, di non farsi vedere, e stette in quella ansietà inoperosa fino a che la carrozza, giunta al punto dove la strada si divideva, imboccò quella che conduceva a Milano e si separò dalla folla che teneva a Maggianico. Don Rodrigo e i suoi scherani respirarono allora dallo spavento, ma i pensieri che rimasero a Don Rodrigo non furono molto più sereni. Il cocchiere sferzò i cavalli per allontanarsi al più presto, e tutti i viaggiatori, senza dir motto, lo lodarono in cuore e si rallegrarono sentendo che la carrozza andava velocemente, senza impedimenti, in una strada solitaria. Buon viaggio[85 - Quest'episodio è un brano del capitolo III del tomo III. (Ed.)].




XII.

Ritorno di Lucia al suo paese


Ma se le accoglienze dei paesani dì Lucia al Cardinale non poterono essere più clamorose, nè più calde di quelle che gli avevano fatte per tutto attorno, avevano però una espressione di una riconoscenza speciale, che Federigo potè distinguere: anzi egli intese più d'una volta nelle benedizioni che gli erano date, unito al suo nome suonare quello di Lucia. Il buon vecchio tripudiò in cuore e per quella gioja che dà sempre agli onesti il vedere l'espressione pubblica d'un sentimento onesto ed umano e perchè con un tal favore del popolo gli parve che Lucia potesse con sicurezza tornare, almeno per allora, a casa sua. Ritiratosi pertanto, come abbiam detto, nella casa di Don Abbondio, il Cardinale s'informò da lui e da qualche altro prete su lo stato delle cose per rapporto a Lucia, e potè esser certo che ogni pericolo era cessato per lei, giacchè il suo gran nimico e gli scherani di questo se n'erano iti con la coda tra le gambe, e quand'anche fossero stati sfrontati a segno di rimanere, i difensori di Lucia sarebbero stati dieci volte in numero più del bisogno. Quando ebbe questa certezza, Federigo ordinò che l'indomani di buon mattino la sua lettiga andasse a prendere Lucia e la madre, e impose all'ajutante di camera che si portassero provvigioni di vitto alla casetta delle donne, perchè le poverette e Lucia principalmente non provasse quei mancamenti e quei disagj che le avrebbero renduti increscevoli i primi momenti del ritorno, e prolungato in certo modo il sentimento amaro dell'assenza.

All'indomani, alzatosi al solito di buon mattino, attese il Cardinale alle consuete operazioni, s'intrattenne alquanto col Conte del Sagrato, il quale non aveva mancato di venire a quella stazione della visita, come negli altri giorni, poscia andò nella chiesa, come era uso. Le funzioni non erano ancora terminate, che Lucia giunse con Agnese alla soglia della casetta paterna. Agnese aveva parlato per tutta la strada; la sua gioja, pel ritorno trionfale, la gioja di ricondurre salva a casa la figlia da tanti pericoli, la gioja d'esser divenuta conoscenza di Monsignore illustrissimo, l'aspettazione dell'accoglimento che le farebbero i parenti, i conoscenti, tutti i paesani erano sentimenti espansivi e distinti che si prestavano assai bene alla sua loquacità naturale. Ma i sentimenti di Lucia erano misti, intralciati, ripugnanti: erano di quelli sui quali la mente s'appoggia con una insistenza dolorosa per distinguerli e per assoggettarli; di quei sentimenti che non cercano di esser comunicati, nè trovano ancora la parola che li rappresenti. Rivedeva ella la sua casa, quella dove aveva passati tanti anni tranquilli, che aveva tanto desiderato e sì poco sperato di rivedere, ma quella casa che non era stata per lei un asilo, quella casa dove aveva data una promessa che non credeva di poter più attenere, dove aveva tante volte fantasticato un avvenire, divenuto ora impossibile. Era terribilmente in forse di Fermo: Agnese non le aveva potuto dire se non quello ch'ella stessa sapeva confusamente; che Fermo, cioè, dopo il tumulto di Milano del giorno di San Martino, aveva dovuto fuggire dalla città e uscire dallo Stato per porsi in salvo. E quand'anche Fermo fosse tornato tranquillamente, le ansietà di Lucia si sarebbero cangiate, ma non avrebbero cessato, perchè ella non poteva più esser sua. Tremava ancora nel pensiero che Fermo potesse essere informato del suo ratto, della sua prigionia, e non sapesse esattamente com'ella aveva fuggito ogni pericolo; la poveretta, mentre aveva rinunziato a Fermo, avrebbe voluto ch'egli sapesse ch'ella era in tutta degna di lui. Avrebbe voluto che Fermo fosse informato del voto ch'ella aveva fatto, senza ch'ella glielo dicesse, che egli l'approvasse con dolore, che non pensasse mai ad altra, nè più a lei, o per meglio dire, giacchè questa non era l'idea precisa di Lucia, avrebbe voluto che Fermo facesse tutti i giorni una risoluzione di non più pensare a lei; che si fosse ben ricordato che era suo dovere di dimenticarla. L'assenza del Padre Cristoforo accresceva ed esacerbava tutti questi cordoglj: le mancava l'ajuto e il consiglio; quegli a cui ella confidava anche i mezzi pensieri, quegli le cui parole la rendevano sempre più tranquilla e più conscia di sè stessa. Quanto a Don Rodrigo, egli era messo, almeno per qualche tempo, fuori del caso di far paura, e la rimembranza di quest'uomo, trista certo e orrenda per Lucia, non accresceva però le sue inquietudini. Pensava però che Don Rodrigo sarebbe tornato e rimasto e che il Cardinale non avrebbe potuto sempre aver l'occhio sopra di lei per difenderla, e da questo pensiero deduceva la necessità di trovare qualche dimora più sicura, e sperava che il Cardinale stesso ne avrebbe tolto l'incarico.

Così, dopo d'avere abbracciata la zia, che l'accolse piangendo, Lucia la lasciò con Agnese, che se ne impadronì per raccontarle tante tante cose, e si ritirò nella sua stanza. Ivi, dopo d'aver ringraziato Dio dell'averla ricondotta quivi, oltre e contra la speranza, si mise a rivisitare tutte le sue masserizie, come per provare se potesse ricominciare la sua vita passata; ma non v'era oggetto nella casa, non v'era angolo al quale non fossero associate idee divenute dolorose e ripugnanti. Lucia prese come macchinalmente il suo arcolajo e sedette a dipanare la matassa di seta che aveva lasciata a mezzo quando Fermo venne a pigliarla per la spedizione del matrimonio clandestino.

Dopo pochi momenti ecco giungere Perpetua affannata a dire che Monsignore, tornato di chiesa, aveva chiesto se Lucia era arrivata, e che udendo di sì, aveva ordinato che fosse tosto chiamata. Il signor Curato poi, aggiunse Perpetua sottovoce, mi ha imposto di dirvi, o Lucia, che vi ricordiate del parere che vi ha dato a Chiuso: ehm? sapete? di non dir nulla di quel tale affare; Agnese, m'intendete? del matrimonio, guardatevi dal parlarne, perchè, perchè i Cardinali passano e i curati restano. Le due donne si guatarono in viso, come per dire l'una all'altra: ora mò? non siamo più in tempo. Ma Agnese, fatta una faccia tosta, disse a Lucia: certo non bisogna dir nulla; e mettendo la bocca all'orecchio di Lucia continuò: del matrimonio clandestino. Guaj, vedi, è un guajo grosso. Lucia con queste due ingiunzioni, l'una delle quali era ineseguibile, e l'altra poteva dipendere dalle domande che il Cardinale le avrebbe fatte, s'incamminò, tutta pensierosa e agitata, con le due donne, alla casa del curato. Per la via incontrarono la folla, che uscita dalla chiesa si diffondeva nel contorno; e Lucia fu accolta con acclamazioni[86 - Lascerei queste righe, per dare maggiore brevità, e perchè queste acclamazioni sono cosa troppo simile alle altre in cui Lucia fu nominata plaudendo al Cardinale. [Postilla del Visconti].], e fermata ad ogni passo da saluti, fra i quali, vergognosa, con gli occhi bassi e gonfj, entrò nella casa parrocchiale, e fu tosto condotta nella stanza dov'era Federigo, il quale la ricevè con le solite precauzioni.

Dopo alcune inchieste cortesi sul suo viaggio, sul piacere ch'ella aveva provato nel rivedere la sua casa, Federigo la interrogò di nuovo sull'affare del matrimonio. Lucia dovette rispondere e raccontò tutta la faccenda fino al clandestino, dove si fermò come un cavallo che ha veduto un'ombra, e ristà con una sosta improvvisa e singolare, che non è quella solita d'allora che è giunto al termine del suo viaggio. Federigo, che s'avvide di qualche cosa, domandò a Lucia che risoluzione avesse presa ella, sua madre, lo sposo quando si videro chiusa la via a quella unione che desideravano e che chiedevano legittimamente. Agnese udendo questo, cominciò a far certi visacci a Lucia, cercando di non lasciarli scorgere al Cardinale (cosa non molto facile), e questi visacci volevano dire: rispondi: niente, abbiamo aspettato con pazienza. Lucia stava interdetta: Federigo, che vedeva tutto – l'avrebbe veduto un cieco nato – disse ad Agnese, con un contegno tranquillo e serio: Perchè non lasciate esser sincera la vostra figlia? e volto a Lucia: parlate liberamente, continuò: Dio vi ha assistita: dategli gloria con dire la verità. Lucia allora spiattellò tutta la storia del clandestino, e la narrazione divenne allora liscia, verisimile e ben congegnata.

– Avete confessata una colpa, disse tranquillamente Federigo: Dio ve la perdoni e… a chi v'ha dato una tentazione così forte di commetterla. Ma d'ora in poi, buona figliuola, e voi, buona donna, non fate più di quelle cose che non raccontereste volentieri.

Quindi passò a chiedere a Lucia dove fosse Fermo; che ora il matrimonio poteva e doveva esser tosto conchiuso.

Questo era un punto ancor più rematico. Le dirò io… cominciava Agnese, ma il Cardinale le diede un'occhiata, la quale significava, ch'egli sperava la verità più da Lucia che da lei, onde Agnese ammutì; e Lucia singhiozzando, rispose: Fermo, povero giovane, non è qui; s'è trovato in quei garbugli di Milano e ha dovuto fuggire; ma son certa ch'egli non ha fatto male, perchè era un giovane di timor di Dio.

– Ma che ha fatto in quel giorno? chiese ancora il Cardinale: quale è la sua colpa?

– Non ne sappiamo di più, rispose Lucia.

Il Cardinale, giacchè altri non v'era a cui domandare, si volse ad Agnese, la quale, rianimata, disse: Se volessi potrei inventare una storia per contentare Vossignoria illustrissima, ma sono incapace d'ingannare una gran persona, come Ella è; e non sappiamo proprio niente di più.

– Dio buono! disse il Cardinale: insidie, colpe, sciagure, incertezze, ecco il mondo dei grandi e dei piccioli. Ma voi, disse a Lucia, che pensate adunque di fare intanto?

– Io, rispose Lucia, io vedo che il Signore ha deciso altrimenti di me, che non mi vuole in quello stato, e ho messo il mio cuore in pace. E se trovassi dove vivere tranquillamente, fuor d'ogni pericolo; se potessi esser ricevuta conversa in un monastero… consecrarmi a Dio…

– Oh che furia! sclamò Agnese.

– Voi vi siete promessa, buona giovane, disse Federigo: vi siete allora risoluta a promettere senza riflessione, leggermente?

– Questo no, disse Lucia arrossando.

– Bene, disse Federigo, potrebbe ora dunque esser leggiero il ritrattarvi. Se quest'uomo fosse innocente, se potesse sposarvi, che mutamento è accaduto nelle vostre relazioni? Nessun altro che una serie di sventure ad ambedue, e non è questa una ragione per separarvi. Questo non è il momento di pigliare una risoluzione. Sospendete, fate ricerche, aspettate che Iddio vi riveli più chiaramente la sua volontà. L'asilo[87 - Un asilo, caro Alessandro, pare che il Cardinale voglia metterla in monastero a fare il noviziato. [Postilla del Visconti].] intanto ve lo troverò io.

Lucia fu tentata più d'una volta di rivelare il voto, ma una vergogna insuperabile la ritenne. Federigo l'assicurò che non sarebbe partito da quei contorni prima d'avere stabilito qualche cosa per lei; e dopo qualche altra parola di consolazione e di avviso la lasciò partire con Agnese[88 - È un brano del capitolo IV del tomo III. (Ed.)].




XIII.

Visita del Conte del Sagrato a Lucia


Abbiamo detto che il Conte del Sagrato era venuto ogni mattina a quella chiesa che il Cardinale visitava in quel giorno. Stava alquanto con lui in quell'ora di riposo che precedeva il pranzo, e poi ripartiva. Ma in questo giorno egli era venuto con un disegno, che fu cagione di farlo rimanere più tardi. Sapeva il Conte che Lucia doveva tornare alla sua casa: il Cardinale lo aveva informato di questo, anzi gliene aveva chiesto consiglio: perchè, dove si trattava di pericolo e di cautela, di bravi e di tiranni, non v'era uomo più al caso di dare un buon consiglio[89 - Il consiglio chiesto dal Cardinale mi piace, ma assai. Rialza in un modo inaspettato il Conte dopo la sua conversione, lo rende sempre più vivo. Ma bada bene: che il Cardinale aveva ordinato la lettiga subito dopo aver parlato coi preti, e l'ultimo consiglio dev'essere quello del Conte, come il più di peso. Non ti spiacerebbe di soggiungere in quel luogo dopo le parole: Quando ebbe questa certezza, nella quale fu riconfermato dall'opinione d'un altro personaggio, di cui lasceremo per ora che il lettore indovini il nome, Federigo ordinò, ecc.? [Postilla del Visconti].]: e il Conte aveva confortato il Cardinale ad installare pure sicuramente Lucia nel suo pacifico albergo. Prevedendo egli dunque che quel giorno Lucia si sarebbe trovata dal Cardinale, non vi si presentò all'ora consueta, ma stette nella chiesa, aspettando l'ora in cui il Cardinale era solito di desinare, e quando questa gli parve dover esser giunta, entrò nella cucina, dove Perpetua stava in grandi faccende, e le chiese, con umile affabilità, di potere ivi trattenersi ad attendere che il pranzo fosse finito, per chiedere udienza a Monsignore. Chi entra in una cucina in un giorno di cerimonie è sempre il mal venuto; ma il Conte aveva una antica riputazione di ribalderia e una recente di santità, che imposero anche a Perpetua, la quale, per levarsi dattorno nel modo più gentile quell'incomodo arnese, propose al Conte d'entrare nella sala del pranzo. – Si faccia avanti, diss'ella, sulla mia parola: Monsignore la vedrà molto volentieri; e anche il mio padrone e tutta la compagnia: non faccia cerimonie.

Ma il Conte disse di nuovo che desiderava di attendere ivi in un canto. Perpetua lo fece sedere al posto d'onore della cucina, nel banco sotto la cappa del cammino, dicendo: Vossignoria starà come potrà: veramente avrebbe fatto meglio d'entrare coi signori, che quello è il suo posto: basta, com'ella vuole: mi scusi se non posso fare il mio dovere a tenerle compagnia, perchè oggi ho tante faccende: ella vede. Il Conte sedette, ringraziò, e cavato un tozzo di pane[90 - Tozzo di pane mi pare troppo da pitocco, direi un pane. [Postilla del Visconti].], che aveva portato con sè, si diede a mangiare. Quando Perpetua vide questo, non lo volle patire. – Come? un signore suo pari! non sarà mai detto ch'ella faccia questo torto alla mia cucina. Ecco, si serva, mangi di questo: e lasci fare a me per mandare in tavola il piatto senza un segno: non faccia complimenti: che serve? – E come il Conte rifiutava, Perpetua gli si avvicinò all'orecchio e gli disse a bassa voce: – Via, signor Conte; che scrupoli son questi? so quello che posso fare; la padrona sono io qui. – Ma tutto fu inutile. Il Conte ringraziò di nuovo, e continuò a rodere ostinatamente il suo pane.

Quando poi da quello che accadeva in cucina s'avvide che erano cessati i cibi e levate le mense, fece chiedere udienza a Federigo, dal quale fu tosto fatto introdurre.

– Monsignore, diss'egli, quando gli fu in presenza, questo è un giorno di festa singolare per questo paese e per voi: ma in questa allegrezza comune, io, io ho una parte ben diversa da tutti gli altri; il gaudio puro e sgombro della liberazione d'una innocente non è per colui che l'aveva vilmente oppressa, angariata. A me conviene dunque un contegno e un linguaggio particolare; lasciate che io faccia oggi la mia parte; approvate che io vada ad implorare un perdono da quella innocente, ch'io mi umilj dinanzi a lei, che le confessi il mio orribile torto, e che riceva dalla sua bocca innocente dei rimproveri, che non saranno certo condegni alla mia iniquità, ma che serviranno in parte ad espiarla.

Federigo intese con gioja questa proposizione; e pel Conte, a cui questo passo sarebbe un progresso nel bene e una consolazione nello stesso tempo; e per Lucia, alla quale lo spettacolo della forza umiliata volontariamente, sarebbe un conforto, un rincoramento dopo tanti terrori; e pel trionfo della pietà, e per l'edificazione dei buoni; e finalmente perchè una riparazione pubblica e clamorosa attirerebbe ancor più gli sguardi sopra Lucia, e sul suo pericolo[91 - Lascerei e sul suo pericolo, che imbroglia; pare che fosse attualmente in qualche pericolo per parte di Rodrigo. [Postilla del Visconti].], sarebbe una più aperta manifestazione del soccorso che Dio le aveva dato, la renderebbe come sacra, e così più sicura da ogni nuovo attentato dello sciaurato suo persecutore. Approvò egli dunque con vive e liete parole la proposizione e aggiunse: – Dite: dite se l'offesa la più ardentemente bramata, la più lungamente meditata, la meglio riuscita reca mai tanta dolcezza quanto una umile e volontaria riparazione?

– Ah! la dolcezza sarebbe intera, rispose il Conte, se la riparazione potesse esserlo, se il pentimento, se l'espiazione la più operosa, la più laboriosa potesse fare che il male non fosse fatto, che i dolori non fossero stati sentiti.

– Ma v'è ben Quegli, rispose Federigo, che può far di più; che può cavare il bene dal male, dare pei dolori sofferti il centuplo di gioja, fargli benedire a chi gli ha sofferti. E quando voi fate per Lui e con Lui quel poco che v'è concesso di fare, Egli farà il resto: Egli farà che del male passato non resti a quella poveretta che un argomento di riconoscenza e di speranza, e a voi di una afflizione umile e salutare[92 - Di fianco alla presente risposta di Federigo e alle parole del Conte: Ah! la dolcezza, ecc. il Visconti scrisse: «Lascerei questi due punti: non bisogna poi essere prodigo dì riflessioni ascetiche in un Romanzo. Anche per l'edificazione de' lettori – non ridere tu, sebbene io rida di me stesso – è meglio presentare più che si può con disinvoltura le idee Cristiane». (Ed.)].

Detto questo, il Cardinale chiamò il curato, e gli impose che facesse avvisare Lucia del disegno del Conte, e le dicesse ch'egli stesso la pregava di accoglierlo. Partito il curato, Federigo richiese il Conte che aspettasse tanto che Lucia potesse essere avvertita.

Dopo qualche momento il Conte uscì dalla casa di Don Abbondio e s'avviò a quella di Lucia tra una folla di spettatori, fra i quali era già corsa la notizia di ciò che si preparava.

La forza, che spontanea, non vinta, non strascinata, non minacciata, si abbassa dinanzi alla giustizia, che riconosce nella innocenza debole un potere, e domanda grazia da essa, è un fenomeno tanto bello e tanto raro, che beato chi può ammirarlo una volta in sua vita. Quei buoni terrieri (in quel momento erano tutti buoni) non si saziavano di guardare il Conte, lo seguivano, lo circondavano in tumulto, lo colmavano di benedizioni. Tanta è la bellezza della giustizia: per tarda ch'ella sia, innamora sempre quando è volontaria: quelli che dopo aver fatti patir gli uomini si vendicano dell'odio loro, che gli tormenta, col fargli patire ancor più, non pensano che quell'odio è pronto a cangiarsi in favore, in riconoscenza, al momento che una risoluzione pietosa, un ravvedimento, anche senza confessione, faccia cessare i patimenti.

Il Conte camminava ad occhi bassi e col volto infiammato, tutto compunto e tutto esaltato, che poteva sembrare un re condotto in catene al trionfo, o il capitano trionfatore, e Don Abbondio camminava al suo fianco e pareva… Don Abbondio.

Giunti alla casetta di Lucia, il curato fece entrare il Conte, e con ambe le mani ritenne la folla, o almeno le comandò che si rattenesse, tanto che potè chiuder l'uscio, e lasciarla al di fuori.

Lucia, tutta vergognosa, condotta dalla madre, si fece incontro al Conte, il quale, trattenendosi vicino alla porte, nell'atteggiamento di un colpevole, le disse con voce sommessa: Perdono: io son quello che v'ha offesa, tormentata: ho messe le mani sopra di voi, vilmente, a tradimento, senza pietà, senza un pretesto, perchè era un iniquo: ho sentito le vostre preghiere, e le ho rifiutate: ho veduto le vostre lagrime, e son partito da voi senza esaudirvi. Vi ho fatta tremare che voi m'aveste offeso, perchè era più forte di voi e scellerato. Perdonatemi quel viaggio, perdonatemi quel colloquio, perdonatemi quella notte; perdonatemi, se potete.

– S'io le perdono! rispose Lucia. Dio s'è servito di lei per salvarmi. Io ero nelle unghie di chi mi voleva perdere, e ne sono uscita col suo ajuto. Dal momento ch'ella m'è comparsa innanzi, che io ho potuto parlarle, ho cominciato a sperare; sentiva in cuore qualche cosa che mi diceva ch'ella mi avrebbe fatto del bene. Così Dio mi perdoni, come io le perdono.

– Brava figliuola! disse Don Abbondio, così si deve parlare: fate bene a perdonare, perchè Dio lo comanda; e già quando anche non voleste, che utile ve ne verrebbe? Voi non potete vendicarvi, e non fareste altro che rodervi inutilmente. Oh se tutti pensassero a questo modo, sarebbe un bel vivere a questo mondo!

– È vero, disse Agnese, che questa mia poveretta ha patito molto… ma bisogna poi anche dire che noi poveretti non siamo avvezzi a vedere i signori venirci a domandar perdono.

– Dio vi benedica, disse il Conte, e vi compensi con altrettanta e più consolazione i mali che io vi ho fatti, tutti quelli che avete sofferti. Indi soggiunse titubando: Come sarei contento se potessi far qualche cosa per voi!

– Preghi per me, disse Lucia, ora ch'è divenuto santo.

– Quello ch'io sono stato, lo so pur troppo anch'io: quello ch'io ora sia, Dio solo lo sa, rispose il Conte… Ma voi, in questa vostra orribile sciagura … in questa mia scelleratezza… non avete avuto soltanto timori e crepacuori… La vostra famiglia … una famiglia quieta e stabilita… i vostri lavori, l'avviamento … voi avete sofferti danni d'ogni genere … se osassi… se osassi parlare di compensar questi, io che v'ho fatto tanto male, che non potrò compensar mai… ma Dio è ricco… frattanto datemi questa prova di perdono… accettate, e qui cavò, con peritanza quasi puerile[93 - Leverei la peritanza quasi puerile, per stare alle parole del Ripamonti; vorrei che avesse sempre il Conte nostro qualche cosa di soldatesco. [Postilla del Visconti].], un rotolo di tasca… accettate questa picciola restituzione… non mi umiliate con un rifiuto.

– No, no, disse Lucia: Dio mi ha provveduta abbastanza: v'ha tanti poverelli che patiscono la fame: io non ho bisogno …

– Deh! non rifiutate, replicò il Conte con umile istanza: se sapeste! questa somma… questo numero … pesa tanto in mano mia… e sarei tanto sollevato se l'accettaste… Non mi farete questa grazia, per mostrarmi che m'avete perdonato? e vedendo che il volto d'Agnese esprimeva il consenso che il volto e le parole di Lucia negavano, presentò alla madre il rotolo, implorando, pur con lo sguardo, il consenso di Lucia[94 - Leverei implorando, ecc. per la ragione dianzi detta, e perchè il Conte era uomo avvezzo ad agire, e chi è avvezzo ad agire fa addirittura. Doveva beneficare con quella risoluzione con cui dava dapprima de' colpi di spada. [Postilla del Visconti].].

– Grazie, disse Agnese al Conte; e tu, continuò rivolta a Lucia, ora non parli bene. Questo signore lo fa pel bene dell'anima sua, e noi poveri non dobbiamo esser superbi. Così dicendo svolse il rotolo e sclamò: Oro!

– Vostra madre ha ragione, disse Don Abbondio: accettate quello che Dio vi manda, e se vorrete farne del bene, non mancheranno occasioni. Così facessero tutti! Così Iddio toccasse il cuore a qualchedun altro e gli spirasse di compensare anche me, povero prete, delle spese che ho dovuto fare in medicine per quella maledetta… Voleva dire paura, ma ebbe paura di parlare imprudentemente e si fermò.

– Vi ringrazio della vostra degnazione, disse il Conte a Lucia, e del vostro perdono. E se mai in qualunque caso voi credete ch'io possa esservi utile, voi sapete… pur troppo… dove io dimoro. Il giorno in cui mi sarà dato di fare qualche cosa per voi, sarà un giorno lieto per me: mi parrà allora che Dio mi abbia veramente perdonato.

– Ecco che cosa vuol dire avere studiato! disse Agnese: appena Dio tocca il cuore, si parla subito come un predicatore.

Lucia ringraziò pure il Conte, il quale, dopo d'aver ripetute parole di scusa[95 - Non sarebbe meglio, di pentimento e di affezione? [Postilla del Visconti].] e di umiliazione e di tenerezza, si congedò, uscì con Don Abbondio, e sulla porta si divisero. Il Conte, tra le acclamazioni della folla, prese la via che conduceva al suo castello, e Don Abbondio tornò a casa.

Appena le due donne furono sole, Agnese svolse il rotolo e in fretta in fretta si diede a noverare. Dugento scudi d'oro! sclamò poi; quanta grazia di Dio. Non patiremo più la fame certamente.

– Mamma, disse Lucia, poichè quel signore ci ha costrette ad accettare questo dono e ha preteso che fosse una restituzione… quei denari non sono tutti nostri. Non siamo noi sole che abbiamo sofferti danni… non sono io sola che abbia dovuto fuggire, intralasciare i miei lavori. Io sono tornata finalmente… e se non istarò qui, ho almeno chi pensa a me, chi non mi lascerà mancare di nulla… Un altro è lontano, e Dio sa quando potrà tornare. Mi parrebbe di aver rubati quei denari, se almeno almeno non gli dividessi con lui.

– Glieli porterai in dote, disse Agnese, studiandosi di rotolare come prima gli scudi, che, facendo pancia da una parte o dall'altra, sfuggivano dalle sue mani inesperte.

– Non parliamo di queste cose, mamma, disse Lucia sospirando; non ne parliamo. Se Dio avesse voluto… ah! le cose non sarebbero andate a quel modo. Non era destinato che fossimo… non ci pensiamo per carità.

– Ma s'egli torna, voleva cominciare Agnese.

– È lontano, è profugo, ramingo… ah! c'è altro da pensare: forse egli stenta, forse non ha pane da mangiare. Forse con questo ajuto egli potrà collocarsi bene altrove, farsi un avviamento, uno stato …

– Ohe! disse Agnese, tu non pensi più a lui?..

– Penso a toglierlo d'angustia e di bisogno, rispose in fretta Lucia. Questo lo possiamo fare; al resto provvederà Iddio.

Agnese era onesta e buona, e per quanto le piacessero quei begli scudi giallognoli, non avrebbe potuto possederli con un contento puro e tranquillo quando le fossero divenuti in mano un testimonio di dura e bassa avarizia. Consentì ella dunque a destinarne la metà a Fermo e promise a Lucia che avrebbe cercato tosto il mezzo di farglieli tenere sicuramente. Ma Agnese era rimasta colpita di quella nuova rassegnazione di Lucia all'assenza del suo promesso sposo, e non lasciò di tentarla con interrogazioni dirette, tortuose, calzanti, subdole, per venirne all'acqua chiara. Lucia però seppe per allora e per qualche tempo schermirsi dal soddisfare alla curiosità materna, allegando sempre che era inutile il pensare a cose che le circostanze rendevano impossibili[96 - È un altro brano del capitolo IV. «La scena del Conte merita un capitolo a parte», scrisse il Visconti in margine al principio dell'episodio; soggiungendo: «In questa porzione del Romanzo giovano, mi pare, i periodi piuttosto brevi: e contenenti un oggetto solo, per quanto si può. Dunque: Capitolo… (quello che sarà). Il Conte del Sagrato era venuto, ecc.». Arrivato poi alle parole: rendevano impossibili, tornò a notare: «Qui finirei il capitolo. Al seguente ci penserai tu, mentre vuoi cangiare, come mi hai detto, il modo di mandare Lucia in quella casa di signori». (Ed.)].




XV.

Cure del Cardinal Federigo per mettere al sicuro Lucia


Il Cardinale aveva risoluto di partire quella sera, di là[97 - Dal paese di Lucia. (Ed.)], per portarsi ad una parrocchia vicina; ma partiva col dispiacere di non avere ancora potuto provvedere Lucia d'un asilo; e quantunque tutto paresse ivi sicuro per essa, pure il cuore del buon vecchio non era abbastanza tranquillo. Per avere la certezza che desiderava, egli non si rivolse a Don Abbondio, perchè teneva per fermo (e nessuno dirà ch'egli giudicasse temerariamente) che Don Abbondio per rispondere Monsignor sì, o Monsignor no, avrebbe consultato piuttosto l'interesse e la sicurezza sua propria, che quella di Lucia. Commise egli adunque al suo cappellano crocifero di aggirarsi fra il popolo e di osservare lo stato delle cose, la disposizione degli animi, di vedere se v'era rimasta in paese gente di mala intenzione, se insomma si poteva partire col cuore quieto, lasciando Lucia nel luogo dove alcuni giorni prima non era stata sicura. Il cappellano fece ciò che gli era stato imposto; parlò al sagrestano, agli anziani, al console, e da tutti fu accertato che nulla v'era da temere. Anzi, appena si ebbe sentore dì questa inquietudine del Cardinale, in un momento, giovani e vecchj s'offersero di guardare la casa di Lucia, con quella risoluzione, con quell'ardore con cui si veggono offrire le alleanze ad un principe vittorioso. – Son qua io, diceva l'uno – tocca a me, diceva l'altro – io son cugino, gridava un terzo – io, io che non ho paura di brutti musi, schiamazzava il quarto, e così fino al centesimo. Non si sarebbe potuto credere che Lucia pochi giorni prima avesse dovuto fuggire segretamente da quello stesso paese. Perchè costoro non si presentavano quando v'era il bisogno? Eh! perchè v'era il bisogno.

Avuta questa sicurezza, il Cardinale partì, facendo ancora ripetere a Lucia ch'egli non si sarebbe scostato da quei contorni prima d'aver provveduto alla sua sorte. Infatti, egli andò sempre in quei giorni ripensando al modo di compire questa sua opera e ricercando in ogni persona, in ogni circostanza se poteva farne un mezzo al suo benefico intento. A forza di attendere e di ricercare, l'occasione si presentò. Visitando una di quelle parrocchie, ricevette Federigo fra le altre visite, che accorrevano da ogni parte, quella d'una famiglia potente di Milano, che villeggiava in quelle vicinanze[98 - A cominciare dalle parole: Visitando una di quelle parrocchie, ecc. fino a quelle: dalle zanne del lupo, con cui ha fine questo tratto del Romanzo, il Manzoni diè di frego a ogni cosa, scrivendo in margine: «Invece di questa visita, ecc. sia Don Abbondio che avendo saputo come Donna Prassede cercava una donna di servizio, suggerisca ad Agnese di proporre Lucia; e lo faccia per mostrare interessamento, e per isbrigarsene nello stesso tempo. Agnese vada da Donna Prassede, che villeggia a qualche miglio di là e deve partire all'indomani per Milano. Lucia è accettata. Il Conte e le conseguenze si raccontino nel capitolo IX». (Ed.)]. Don Valeriano[99 - Lo ribattezzò poi col nome di Don Ferrante. Quello di Valeriano gli fu suggerito dal «gran Valeriano Castiglione», autore dello Statista regnante. (Ed.)], capo di casa, Donna Margherita[100 - Divenne poi Donna Prassede. (Ed.)], sua moglie, Donna Ersilia, loro unica figlia, e Donna Beatrice, sorella del capo di casa, rimasta vedova nel primo anno di matrimonio e ritornata a vivere ritiratamente in casa. Dei primi tre il Cardinale non aveva conoscenza molto vicina: sapeva soltanto che la famiglia, benchè molto distinta, pure non faceva terrore, che Don Valeriano non aveva riputazione di soverchiante e di tiranno; e questo merito negativo bastava in quei tempi a conciliare ad una famiglia potente la stima e la fiducia dei più savj. Oltre di che, Donna Beatrice era nota a Federigo assai più da vicino; le abitudini di una vita tutta consecrata alla pietà e alla assistenza dei poveri, le avevano data, senza ch'ella se ne curasse, una riputazione di santità, e il Cardinale, in più occasioni, incontrandosi con essa nelle stesse intenzioni e nelle stesse occupazioni, aveva avuto campo di accertarsi che quella riputazione non era menzognera. Quando adunque questa visita gli fu annunziata, propose egli di trovare il modo che Lucia andasse in quella casa; ma non dovette studiar molto a condurre il discorso dov'egli desiderava: perchè l'affare di Lucia era stato tanto clamoroso, che Don Valeriano non mancò di parlarne, per fare un complimento al suo liberatore. Questi allora, dopo d'aver modestamente rifiutate le lodi, ch'egli sapeva di non meritare, raccontando semplicemente il fatto e togliendone tutto ciò che la fama vi aveva aggiunto in suo onore, aggiunse che però tutto non era finito, che quella povera giovane, uscita da un tanto pericolo, non era pure in sicuro, non aveva un asilo, e che certamente avrebbe compiuta una opera incominciata da Dio chi l'avesse raccolta. Don Valeriano guardò in faccia a Donna Margherita, la quale assenti con una occhiata: Donna Beatrice, non guardata da loro, gli guardò entrambi con ansietà per vedere se avevano inteso, se avrebbero fatto vista d'intendere: Donna Ersilia continuò a guardare la croce del Cardinale, la porpora, a seguire con l'occhio la mano, per osservare l'anello, che erano le cose per le quali s'era fatta una festa di venire a far quella visita. Don Valeriano offerse al Cardinale di prendere Lucia al servizio della casa, o come il Cardinale avrebbe desiderato. Il Cardinale accettò lietamente: fece avvertire Lucia ed Agnese, le quali vennero all'obbedienza: Lucia fu consegnata a Donna Margherita e posta ai servizj di Ersilia. Don Valeriano fu molto contento d'avere esercitata una protezione: Donna Margherita di avere in casa una persona, alla quale potè metter nome: quella giovane che mi è stata affidata dal signor Cardinale arcivescovo; Donna Beatrice, di vedere in sicuro una innocente, e di poterla soccorrere e consolare; Donna Ersilia, d'avere una donna al suo servizio con la quale potere parlare senza che le fosse dato sulla voce. Lucia pure fu contenta di avere una destinazione che la toglieva da quel contrasto doloroso tra il voto e il cuore; Agnese, di vedere la sua figlia in salvo e in casa di signori; e finalmente il Cardinale, di aver messa quella pecorella al sicuro dalle zanne del lupo[101 - È un brano anche questo del capitolo IV. (Ed.)].




XVI.

Il tozzo di pane e il bicchier d'acqua del Cardinal Federigo


Prima però di staccarci da Federigo non possiamo a meno di non raccontare un tratto accaduto nella visita da lui fatta in quei contorni[102 - Nel paese di Lucia. (Ed.)]; perchè questo racconto, quale lo troviamo nel nostro manoscritto e altrove, serve assai a dipingere i costumi di quel tempo, tanto lontani dai nostri e osservabilissimi per una certa pienezza d'entusiasmo, per una esplosione dì sentimenti clamorosa, per un impeto veemente, come troppo spesso al male, così pure qualche volta verso ciò che era veramente stimabile. Oltre di che, Federigo è personaggio tanto amabile, nelle sue azioni anche le più comuni v'è sempre una tale espressione di gentilezza, di bontà, che fa riposarvi sopra la fantasia con diletto, e cogliere ogni pretesto per rimanere il più che si possa in una tale compagnia; che se qualche lettore osasse dire che noi ve lo abbiamo trattenuto troppo a lungo, osasse confessare d'aver provato un momento di noja, bisognerebbe concluderne delle due cose l'una: o che noi raccontiamo in modo da annojare, anche con una materia interessante, o che questo lettore ha un animo ineducato al bello morale, avverso al decente, al buono, istupidito nelle basse voglie, curvo all'istinto irrazionale. Ma il primo di questi due supposti è manifestamente improbabile a parer nostro. Veniamo al racconto.

Dalle chiese delle quali abbiamo parlato si era Federigo trasportato a visitar quelle della valle di San Martino, che era allora nel dominio Veneto e nella diocesi milanese; e per tutto dov'egli si andava fermando, oltre la folla dei parrocchiani, la chiesa, la piazza, la terra formicolavano di moltitudine accorsa dai luoghi circonvicini. In una di quelle terre, avendo egli sbrigate nella sera stessa del suo arrivo le principali faccende, aveva egli disegnato di partire prima del pranzo, per giungere più tosto alla stazione vicina. Era la chiesa, dov'egli si trovava, posta sulla cima d'un lento pendìo, che terminava in una vasta pianura. Celebrati i santi misteri, si volse egli dall'altare per favellare al popolo, e stendendo dinanzi a sè il guardo, che dalla elevazione dell'altare poteva trascorrere, per la porta spalancata, sul pendìo e nel piano sottoposto, vide, dalla balaustrata del presbitero, nella chiesa, sul pendìo, nel piano una calca non interrotta, come un selciato continuo di teste e di volti; se non che, al di fuori, quella superficie uniforme era interrotta da tende alzate, che facevano parere quel luogo un campo, o una fiera; guardando poi più fisamente, scorse fra quella moltitudine abiti diversi di ricchezza e di foggia, che dinotavano una varietà di condizioni e di paesi. Chiese egli a chi lo serviva più da vicino, che cosa volesse dire quel concorso; e gli fu detto, che era gente accorsa da tutta la diocesi di Bergamo, e dalla città stessa, per vederlo, per udirlo. E perchè, diss'egli, non gli accoglieremo noi gentilmente come si conviene con ospiti? Quindi dette alcune parole di insegnamento e di salute ai popolani, che non avendo avuto viaggio da fare avevano i primi occupata tutta la chiesa, propose loro che facessero gli onori di casa e cedessero il luogo a quegli estranei, che erano venuti da lontano per sentire un vescovo. La voce corse tosto per la chiesa e per lo spazio di fuori; questi uscivano e cedevano il luogo con pronta cortesia, quegli entravano con ritegno e con rendimenti di grazie: contadini e signori parevano in quel momento gente bene educata. Cangiata a poco a poco l'udienza, il Cardinale parlò a quei sopravvenuti come gli dettava la sua abituale carità e la simpatia particolare che aveva eccitata in lui quella ardente e comune volontà, la quale egli si sforzava di credere attirata in tutto dal suo ministero e per nulla da una inclinazione alla sua persona. Terminato il discorso, benedisse egli tutto quel concorso, lo accomiatò, e si dispose a partire. Salito sulla sua mula, si mosse col suo seguito, in mezzo a quella moltitudine, ma dopo alquanto viaggio, quando credeva d'abbandonarla, s'avvide che la moltitudine lo seguiva. Si volse egli allora, ristette in faccia a quella e la benedisse di nuovo, come per congedarla ultimamente. Ma rimessosi in via, s'accorse che non era niente, e che la processione continuava. Li fece pregare di ritornarsene e di non aggravare inutilmente la stanchezza del cammino già fatto, ma tutto fu inutile: gli era come un dire al fiume torna indietro. Si erano già fatte più miglia di cammino, l'ora era tarda, quando il Cardinale, che era digiuno e già da lungo tempo combatteva con la fame, sentendo mancarsi le forze e visto che quel giorno gli era forza desinare in pubblico, si fermò sulla cima d'una salita, dove vide spicciare una sorgente da una roccia che fiancheggiava il cammino e chiese, così a cavallo, che gli fosse servito il pranzo. L'ajutante di camera tolse da un cestello un pezzo di pane e glielo presentò. Federigo lo prese, indi chiese che gli fosse riempiuto un bicchiere a quella sorgente. Mentre questo si faceva, cominciò Federigo a banchettare, non senza un qualche pudore per tutti quegli spettatori, e chiuse il banchetto col bicchiere d'acqua, che gli fu porto. Quando tutta quella folla vide quali erano le mense d'un uomo così dovizioso e così affaticato, insorse un grido di maraviglia, un gemito di compunzione: e questi sentimenti crebbero quando, fra quegli accorsi, alcuni, i quali conoscevano più degli altri le costumanze del Cardinale, affermarono che questo era il suo solito pranzo quando doveva farlo in cammino, e che quello che gli era imbandito in casa non ne differiva di molto. I poveri si rimproveravano la loro intolleranza nel disagio, i ricchi la loro intemperanza; e quivi tosto molti fra questi distribuirono ai bisognosi i danari che si trovavano in dosso. Il Cardinale, così ristorato, pregò i più vicini che finalmente tornassero e persuadessero gli altri a tornare, e alzata la mano su tutta la turba, che egli dominava da quella altura, la benedisse di nuovo, stendendo poi verso di quella affettuosamente ambe le mani in atto di saluto. La turba rispose con nuove acclamazioni, e non osando più resistere al desiderio di quell'uomo, si rivolse e tornò addietro. Federigo proseguì il suo cammino.

Venga ora un uomo ben eloquente e si provi a dare uno splendore di gloria a quel pranzo del Cardinale, a renderlo un soggetto frequente di ammirazione e di memoria; non gli verrà fatto. È forse da dire che queste virtù di semplicità e di temperanza non danno mai alla fantasia degli uomini di che ammirare? non già, poichè si parla tuttavia delle magre cene di quel Curio mal pettinato, come lo chiamò Orazio; è viva e comune la memoria del salino di Fabricio e del suo piattello, sostenuto da un picciuoletto di corno. E perchè dunque il tozzo di pane di Federigo e il suo bicchier d'acqua non potranno ottenere una simile immortalità di gloria? Se alcuno ha in pronto una cagione ragionevole di questa differenza, la dica; per me non ho potuto trovarne che una, ed è: che il cardinale Federigo non ha mai ammazzato nessuno. La più parte degli uomini, parlo degli uomini colti, non consente ammirare le virtù frugali ed astinenti che in coloro i quali eccitano con virtù feroci un'altra ammirazione di terrore: non risguarda quelle come virtù, che quando sieno unite ad un profondo sentimento d'orgoglio e di disprezzo per qualche parte del genere umano. Se quel tozzo di pane fosse stato mangiato da un generale in presenza di ventimila cadaveri, sarebbe in tutti i discorsi, in tutti i libri; nessun fedele umanista avrebbe potuto evitare di farvi sopra almeno una amplificazione in vita sua. Eppure, la ragione dice che quel tozzo di pane, solo cibo d'un uomo che avrebbe potuto nuotare nelle delizie, e che se ne asteneva per un sentimento profondo della dignità umana, e per dar pane a chi ne mancava; quel tozzo di pane, mangiato tra le fatiche d'un ministero di misericordia, di pace e di pietà, dovrebb'essere una rimembranza più cara agli uomini che non quel salino e quel piattello, che copriva la mensa d'un uomo, che era sobrio per potere esser forte contra gli uomini[103 - Segue, cancellato: «che nella sua povertà privata, godeva della potenza soverchiatrice, della cupida ambizione». (Ed.)]




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notes



1


Barbi M., Alessandro Manzoni e il suo romanzo nel carteggio del Tommaseo col Vieusseux; nella Miscellanea di studi critici, edita in onore di Arturo Graf, Bergamo, 1903; pp. 235-256.




2


I Lombardi alla prima crociata, canti quindici di Tommaso Grossi, Milano, presso Vincenzo Ferrario, 1826; tre vol in-8.º di pp. VII-143, 152 e 163, dettero occasione, come ebbe a dire Ermes Visconti, a «un diluvio di libercoletti, quasi tutti pessimi, pro e contro», comparsi alla luce tra l'aprile e il maggio del 1826, per la più parte. Cfr. Vismara A., Bibliografia di Tommaso Grossi, Como, Ostinelli, 1886, pp. 37-40. A confessione del Tommaseo, il Manzoni, «uomo di pace, non lesse di tutte quelle scritture che l'articolo nostro: fu poi forzato a leggere quel di Parenti, che lo fece, dic'egli, star male per quindici giorni». Anche «l'articolo nostro», cioè il secondo di quelli che il Tommaseo inserì nell'Antologia, di Firenze [n.º LXX, ottobre 1826, pp. 3-30], al Manzoni dispiacque. «Con quella sincerità ch'è sua propria, ma che mi onora, disse d'aver letto l'articolo, e che gli pareva impossibile che fosse mio. – E perchè? Vi traspare forse l'astio? L'invidia? Io mi conosco abietto sì, ma non tanto da invidiare al buon Grossi. – Astio no, ma disprezzo. Pare che le lodi ella le abbia concesse alla compassione e al riguardo degli amici del Grossi; ma le abbia insieme attemperate, anzi sepolte sotto la censura e il biasimo».

L'articolo di Marcantonio Parenti (nato a Montecuccolo nel Frignano il 30 gennaio 1788 e morto a Modena il 23 giugno del 1862), che fece giustamente indignare il Manzoni, sfuggì alla diligenza del Vismara. S'intitola: Riflessioni sulla Mitologia e sul Romanticismo in occasione che si pubblica per la prima volta Il Doroteo dell'Ottonelli. Si legge a pp. 401-418 del tom. IX e a pp. 3-41 del tom. X delle Memorie di religione, di morale e di letteratura, di Modena.




3


In una lettera del febbraio '26 aveva scritto, parlando del Romanzo: «prima della gita pedestre, non può finirlo». Si trattava di un «viaggio pedestre di Manzoni nel Bergamasco», che il Vieusseux riteneva desse «luogo a qualche bella descrizione nel suo romanzo».




4


Il Rosmini, il 23 novembre del '26, scriveva al prof. Pier Alessandro Paravia: «Leggo di questi giorni il Romanzo del Manzoni, che parmi una maraviglia. Egli mel comunica per sua gentilezza: io me ne inebrio, e penso che all'Italia apparirà come cosa nuova: e a sì limpido lume novellamente acceso, a lei parrà esserle accresciuto il veder della mente. Che cognizione dell'uman cuore! che verità! che bontà, la quale ovunque trabocca da un cuor ricolmo!»




5


Il secondo tomo della prima edizione abbraccia i capitoli XII-XXIV.




6


Per testimonianza della Gazzetta di Milano, «fu voce generale» che il titolo di storia milanese del secolo XVII, scoperta e rifatta «altro non significhi se non che l'autore tolse qua e là da croniche e storie molti particolari della sua opera, ma che il merito di averla tessuta e ordinata sia tutta di sua spettanza».




7


È la scena nella quale il P. Cristoforo chiede perdono al fratello dell'uomo che odiava cordialmente, e che uccise. A quella scena sublime, taluno de' parenti, «che, per la cinquantesima volta, avrebbe raccontato come il conte Muzio suo padre aveva saputo in quella famosa congiuntura, far stare a dovere il marchese Stanislao, ch'era quel rodomonte che ognun sa, parlò invece delle penitenze e della pazienza mirabile d'un fra Simone, morto molt'anni prima». È un accenno alla vendetta che prese il conte Muzio Pallavicino contro il marchese Stanislao Piasio; tremenda tragedia della quale in Cremona si parlò per gran tempo e ne son piene le sue cronache.




8


Io, per verità, non ci so vedere tutto il veleno che ci vede il Tommaseo. È gente di corta levatura, che essendo incapace d'abbracciare con uno sguardo solo la bellezza dell'insieme, la gusta ne' brani che la colpiscono maggiormente.




9


Il Monti però ne scrisse al Manzoni con viva ammirazione. «Papadopoli e Prina» (son sue parole) «mi aveano messo in core la dolce speranza che mi avreste presto consolato d'una vostra desideratissima visita. Deluso di questa lusinga, e temendo che la mia imminente mossa per Roma mi tolga la consolazione di più rivedervi, poichè l'un dì più che l'altro sento avvicinarsi il mio fine, mi presento in iscritto per dirvi che vado ad aspettarvi in cielo, dove ho certa speranza di rivedervi a suo tempo. Intanto prima che il mio don Abbondio m'intuoni il proficiscere, vo' dirvi che ho ricevuto i vostri Sposi Promessi, e di essi dirò quello che già dissi del Carmagnola: vorrei esserne io l'autore. Ho letta la vostra novella, e finitane la lettura, mi son sentito meglio nel core. Sì, mio caro Manzoni; il vostro ingegno è mirabile, e il vostro core è una fontana d'inesauribili affetti, ciò che rende singolare il vostro scrivere e vi pone in un'altezza, cui solo possono aggiungere i pauci quos aequus amavit Jupiter, al modo stesso che pochi possono amarvi e stimarvi come il tutto vostro Monti».




10


A Mario Pieri sapeva un po' duro che «il dottissimo e classico Niccolini siasi degnato di accostarsi ai Romantici; e tanto più che in quel tempo appunto correvano alcune sentenze del signor Capo-Romantico Manzoni, le quali facevano stomacare gli uomini di buon senno e sogghignare gli stolti giovinastri della sua scuola. Allorchè uscì, per esempio, quel bellissimo sermone del Monti in difesa della Mitologia, e contra coloro i quali volevano proscriverla, il signor Manzoni andava dicendo esser quello il ventottesimo bullettino del Classicismo, accennando al ventottesimo e ultimo di Napoleone; e quando uscì il poema del Grossi, I Lombardi alla prima Crociata, il medesimo Manzoni recitava per lo senno a mente gl'interi canti di quel poema, e i fanatici Romantici, suoi seguaci, andavano esclamando: Povero Tasso!Povero Tasso!O povero Tasso! Ora nessuno ignora di qual ridicolo andarono ricoperte dalla giusta Italia quelle stolte sentenze». Il Pieri vide per la prima volta «il corifèo del Romanticismo in Italia» (così chiama il Manzoni) in casa Vieusseux e poi lo frequentò «alla locanda delle Quattro nazioni Lungarno, dove albergava con tutta la sua famiglia, cioè madre, moglie e sei figliuoli, per quei tre o quattro mesi ch'ei si trattenne in Firenze» nel 1827. «La sua fisonomia palesa a chi l'osserva» (son sue parole) «animo gentile ed alto ingegno. In Milano io non l'avea cercato mai, per non rompere la vita solitaria ch'egli amava di condurre in mezzo alla sua famiglia; la quale, secondo allora si diceva, offeriva il modello delle ottime famiglie. Egli è agiato di beni di fortuna, ma non gode salute nè egli, nè la sua donna. È uomo religioso (dicono) e galantuomo. Peccato che sia invaso dalla romanticomania! Ma egli forse direbbe di me: peccato ch'egli sia invaso dalla classicomania!.. Ma dopo averlo frequentato, mi vennero udite in bocca sua tante e sì strane sentenze da trasecolare; nè io so tenere per uomo modesto, e forse neppur vero religioso, chi si vuoi creare capo-setta, e tratta con gran disprezzo i più grandi uomini dell'Italiana letteratura, e sopra tutto il grandissimo e infelicissimo Torquato Tasso. Indi a dieci anni mi venne per caso in mano una sua scrittura inedita, che mi fece variare il mio primo sentimento e raffermare nel secondo, siccome quella che me lo rappresentava un fanatico, il quale per poco non si recherebbe a distruggere, come papa Gregorio, tutt'i libri classici. Essa è in forma di lettera, con questo titolo: Sopra i diversi sistemi di Poesia, lettera di Alessandro Manzoni, in risposta a rispettabile amico di Torino (ch'è il fanatico vecchio Azeglio), 1823. Nè alcuno immaginarsi saprebbe le assurdità che quello scritto contiene. Il Romanticismo, egli dice, si propone il vero, l'utile, il buono, il ragionevole. E giacchè egli non fa che asserire senza provare, e propone un Romanticismo tutto suo, e non qual si vede nella pratica degli scrittori romantici; io risponderò francamente del no; ed avrò, ciò che a lui manca, per miei argomenti il fatto reale; e dirò all'incontro, che il Romanticismo si propone il falso, lo strano, il disordine, la deformità del vizio, lo scandaloso, il delitto, l'assurdo. Vedi tutte le opere de' Romantici in ogni genere di letteratura, ed anche nelle belle arti: vedi la grande opera drammatica, il Dottor Fausto, del vostro principe Goethe, per cui vi sentite struggere d'ammirazione, anzi che voi adorate qual nume. E quali sono i protagonisti e gli eroi de' signori Romantici? I carnefici, i ladri, gli scellerati d'ogni maniera, o contadini, o buffoni, e simili personaggi: e le scene che ci presentano son tutte degne di loro, e ci tocca veder su i teatri i patiboli e le torture, ed ogni sorta di sacrilegi. Ecco la tendenza religiosa, e il bel vero, e l'utile, e il buono, e il ragionevole del Romanticismo, come pretende il signor Manzoni». Cfr. Della vita di Mario Pieri, corcirese, scritta da lui medesimo, libri sei, Firenze, coi tipi di Felice Le Monnier, 1850; vol II, pp. 63 e 67-69.

Anche a pp. 369-370 del tom. IV delle Opere, Firenze, Le Monnier, 1851, scaglia le sue folgori contro il Manzoni, e trova il Conte di Carmagnola «tragedia senza capo nè coda, e senza quasi nessuno di que' pregi che rendono bella, e di assai malagevole composizione, una tragedia». Riconosce però che «vi ha di be' versi, di belli e profondi concetti, qualche bella parlata; ma nè un atto, nè un'intera scena che corrano bene». Nè lo risparmia nel dialogo: La letteratura classica e la romantica, che si legge a pp. 101-178 del tom. III delle Opere stesse.




11


Giornale Arcadico; tom. XXXII [1828], pp. 366-367.




12


Indicatore Genovese, n.º 11, 9 agosto 1828, Cfr. Mazzini G., Scritti editi e inediti (4.ª edizione); II, 57-61.




13


Il Cesari lasciò manoscritti alcuni Pensieri sui Promessi Sposi, che vedranno la luce ne' suoi Opuscoli linguistici e letterari, che sta raccogliendo e ordinando il sig. Giuseppe Guidetti di Reggio dell'Emilia.




14


In una lettera del Giordani al Testa, scritta da Milano il 5 novembre 1821, si legge: «Vidi la canzone» [Il Cinque Maggio] «del Manzoni; lodata da molti. Non disputo sull'argomento: ognun dice quello che vuole. Ma a me pare (quanto alla frase) che alle volte non abbia saputo dire quel che voleva; e alle volte non so che cosa volesse dire. È bello il suo Inno sulla Risurrezione di Cristo».




15


Giordani P., Lettere inedite a Lazzaro Papi, Lucca, tip. di Gio. Baccelli, 1851; pag. 105.




16


Il 6 luglio del '32 scriveva a Ferdinando Grillenzoni, a Genova: «Sarà costì il Manzoni; ed ella lo vedrà dal Marchese [Di Negro]. Io la prego di ossequiarlo da mia parte; e di scrivermene poi copiosamente». E il 24 del mese stesso: «Mi piace che abbia veduto Manzoni; e la prego di rammentarle una mia veramente affettuosa venerazione; perchè io lo tengo per uomo glorioso e utile all'Italia… Veda un poco se è vero quel che dice quel giornale, che ora Manzoni siasi dato a studi di purismo; e in che forma: e che cosa sta ora lavorando. E veda un poco (ma con garbo) se conosce le cose di Leopardi, e che opinione ne ha». Il 30 gliene tratta di nuovo: «Le ripeterò che bramo di sapere se Manzoni è costì per salute, o per piacere. Desidero che sia per solo piacere. Egli ha la coscienza e l'Europa, che devono rendergli inutili le ammirazioni di tutti i pari miei: ma io confesso che mi fa un vero piacere l'ammirarlo. E prego V. S. d'imprimersi bene in mente i suoi discorsi, per potermene far godere in qualche modo. Io sento un pungente dispiacere di non esser costì, e potere ascoltarlo. Se io fossi capace di fare una Deca di Livio (mi pare dir molto), io cambierei questo piacere col piacere di udir lui. E, per ispalancare il fondo dell'animo mio, ci sono alcuni (non molti) ch'io posso ascoltar volentieri; ma egli è il solo ch'io veramente desidero di potere udire, e in quelle cose ch'io non so, o alle quali non ho pensato; e in quelle nelle quali non penso ora come lui. Egli è il solo (Dio perdonami questa sciocchezza) dal quale io desidererei imparare. Facilmente mi accorderei seco circa i romanzi storici (come si chiaman ora), nè piangerei se il mondo non ne vedesse più. Ma non consento di porre in quel genere i Promessi Sposi; che mi paiono uno stupendo lavoro Senofonteo, un carissimo e utilissimo lavoro; e ben vorrei che Manzoni (ch'egli solissimo può) ne facesse un secondo. Del resto, la sua sentenza su tutte le finzioni è nobilissima; è degna dell'intelletto giunto al suo equatore; e la ricevo nell'anima; anzi già l'avevo, e mi giova di vederla confermata da lui. Oh mi è ora un vero tormento al cuore non esser costì! Ella mi riverisca tanto, con ogni effusion di sentimento quel Manzoni, che è proprio l'idolo de' miei pensieri. Oh (mi viene in mente) quanto son poco degni di lodarlo certi cervellacci frateschi; come per esempio quel frataccio Niccolò [Tommaseo]. Ma di ciò zitto, veda: ch'io non voglio pettegolezzi. Ma se lei come lei potesse destramente sentire che cosa pensa Manzoni di quel sì fanatico e sconvolto cervello, l'avrei caro. E tal gente crede d'avere la religione, la poesia, la filosofia di Manzoni! Ma dov'hanno la sua testa e il suo cuore? Per dio, credo esserne meno lontano io, colla mia impotenza poetica, e la mia piena incredulità. Io gli sono lontano, e io meglio di tutti so il quanto; ma almeno non gli volto le spalle». Il 17 d'agosto rincalza: «Mi riverisca senza fine Manzoni, e molto le sue Signore. Ma è un eccesso di cortesia il dire che a lui abbian potuto in nessun modo giovare le mie parole; perchè io lo vidi troppo poco, a ragione del mio desiderio; e amai molto più (come ancora farei) di ascoltarlo che di parlare; e poco, troppo poco potei goderne, poichè tanti cercavano di occuparlo».

Sei anni dopo, il 27 novembre '38, scrivendo parimente al Grillenzoni, esce a dire: «Compreso Walter Scott, non trovo uno di tanti romanzi, che possa produrre un minimo bene: eccetto l'unico Manzoni; che mi par sempre cosa bellissima e utilissima».




17


All'attrice Maddalena Pelzet, la degna interpetre delle sue tragedie, che era allora a Milano prima donna nella Compagnia Rattopulo, scrisse il 19 febbraio del '29: «Ricordatemi al Bertolotti, alla cui tragedia desidero un esito fortunato: se io fossi, com'egli dice, il primo dei tragici viventi, bisogna dire che si stia male davvero: egli parlerà del Manzoni, le cui tragedie, quantunque non siano per la scena, almeno secondo le nostre abitudini, contengono tante bellezze, che il plauso dell'Europa meritamente lo corona sopra tutti. Voi sapete qual concetto io abbia fatto sempre di questo veramente grand'uomo: ciò che vi scrivo a Milano, ve l'ho detto a Firenze.»




18


In una lettera di Pierfrancesco Leopardi al fratello Giacomo, del 1º giugno '28, si legge: «Avendoci voi scritto una volta che conoscevate il celebre Manzoni, ho pensato di farvi cosa grata col mandarvi una copia dei suoi Inni. Volendo la marchesa Roberti stampare qualche cosa per la monaca Rossi, babbo le propose quest'Inni, e vi fece la dedicatoria. E vi mando questo libro, più perchè leggiate questa, che gl'Inni, perchè m'immagino che lo stesso Manzoni ve li avrà dati a leggere. Fatemi dire in una delle lettere che ci scriverete, dove attualmente si trovi il suddetto Manzoni».




19


Antologia, di Firenze, tom. XXVII, n. 81, settembre 1827, pp. 71-75.




20


Guerrazzi F. D., Manzoni, Verdi e l'Albo Rossiniano, Milano, Tip. Sociale, 1874; p. 73.




21


A proposito di questa scatola scrive lo Stampa [II, 87-88]: «Il Manzoni raccontò (e lo udii colle mie orecchie) «ch'egli aveva l'intenzione di lasciar fuori, come superfluo, l'episodio del P. Cristoforo che, chiamati a sè i due sposi, dice loro: Figliuoli! voglio che abbiate un ricordo del povero frate, e dopo di aver data loro la scatola, lavorata con una certa finitezza cappuccinesca, contenente gli avanzi di quel pane, dice loro: Fatelo vedere ai vostri figliuoli. Verranno in un tristo mondo… dite loro che perdonino sempre, sempre! tutto, tutto! e che preghino anche loro, per il povero frate! Ma per l'appunto il consigliere abate don Gaetano Giudici non gli permise assolutamente quella ommissione, dicendo che era il più bello e commovente episodio del romanzo». Il figliastro gli chiese la ragione di questo taglio che avrebbe voluto fare, e rispose: «Che vuoi!.. a me pareva un di più».




22


L'editore Gaspero Barbèra, che il 7 settembre del '50 visitò il Guerrazzi in prigione, racconta: «Saputo che ero allora allora ritornato da un viaggio in Lombardia e nel Veneto, il discorso è caduto sul Grossi… Del Manzoni ammirava più l'Adelchi e il Carmagnola, che non i Promessi Sposi; osservando che la lingua onde questi sono scritti non è cosa da menare quel gran rumore che se ne faceva, dacchè quando un toscano parla anche da sguajato, un po' più un po' meno, dice quelle frasi che nei Promessi Sposi si vedono collocate a far mostra di sè». Cfr. Barbèra G., Memorie di un editore, Firenze, 1883; pp. 81-82.




23


Il Giordani ne' suoi Pensieri per uno scritto sui Promessi Sposi loda il Manzoni di «aver creato nuovo odio ad antichi rei di calamità italiane», al «dominatore straniero e lontano, ignorante e crudele, superstizioso ed improvvido». Cfr. Giordani P., Scritti editi e postumi; IV, 132-134.

Giosuè Carducci, applaudendo in Lecco «all'interezza dell'arte in Alessandro Manzoni», disse che «fece del romanzo la gran vendetta su 'l dispotismo straniero e su 'l sacerdozio servile ed ateo». Cfr. Carducci G., Confessioni e battaglie, serie seconda, Bologna, Zanichelli, 1902; pp. 306-309.




24


Mamiani T., Manzoni e Leopardi; nella Nuova Antologia, vol XXIII [1873], pp. 757-782.




25


Luzio A., Giuseppe Acerbi e la «Biblioteca italiana»; nella Nuova Antologia, serie IV, vol. LXVI, fasc. 23, 1º decembre 1896, p. 481.




26


Il De Müller del 1829 venne in Italia e vi dimorò alcuni mesi. Nelle sue Memorie, che son rimaste inedite, descrivendo quel viaggio, parla a lungo della visita che fece al Manzoni a Brusuglio. Un brano di questo episodio fu pubblicato a Weimar nel 1832 col titolo: C. W. Müller, Goethe's letzte lit. Thaetigkeit, e poi per intiero venne messo alle stampe nel 1871 da C. A. H. Burkhardt nel n. 45 del Magazin für die Literatur des Auslandes. Ne dette la traduzione L. Senigaglia nella Rivista contemporanea, di Firenze, ann. I, vol. II, pp. 359-365.




27


Les Fiancés, histoire milanaise du XVII siècle, découverte et refaite par Alexandre Manzoni; traduite de l'italien sur la troisième èdition par M. Rey Dussueil, Paris, Ch. Gosselin et A. Sautelet, 1828; 5 vol. in-12º. Prix, 18 francs. Il traduttore vi premise un Essai sur le roman historique et sur la littèrature italienne, che fu voltato in italiano dal giornale milanese La Vespa [ann. II, 1º semestre, pp. 225-230 e 276-279], facendovi, in nota, alcune osservazioni critiche. «En revoyant notre travail» (così il Rey Dussueil nell'Essai), «nous aurions pu faire aisèment disparaître toutes les tournures qui s'éloignent un peu des tournures françaises; mais ce n'était point une traduction que nous voulions donner au public; c'était, autant que possible, l'ouvrage de M. Manzoni». La Revue encyclopèdique [tom. XXXVIII, pp. 488-490] gli fece osservare: «Pour donner au public l'ouvrage de M. Manzoni, il fallait avant tout lui donner un livre bien écrit». Parlò di questa traduzione anche la Bibliothèque universelle de Genève, nuova serie, tom. III [1836], p. 268.




28


Il 29 settembre del '28 la Gazzetta di Firenze nel suo n.º 109 dava questo annunzio: «La lettura del romanzo i Promessi Sposi dipinge all'immaginazione alcune scene con tanta forza, verità e precisione, che chiunque sa far uso della matita sentesi invogliato di rappresentare coi mezzi dell'arte pittorica ciò che l'autore seppe con rara maestria descrivere. Il sig. Gallina, valente artista, già noto per alcuni pregiati lavori, formò dodici composizioni dei casi più interessanti del suddetto romanzo, e queste, da lui stesso litografate, verranno impresse nello Stabilimento Ricordi. Il formato della stampa sarà di oncie 8¾ per 6½; giusta dimensione per ornamento di un quartiere. La collezione verrà divisa in sei fascicoli, di due stampe per ciascuno, e se ne pubblicherà un fascicolo ogni mese. Il prezzo di ogni stampa è fissato a paoli 9 in carta della China e a paoli 6 in carta velina». L'Eco di Milano [ann. II, n.º. 51, 29 aprile 1829, p. 204] le lodò, «tanto per l'invenzione, quanto per l'esecuzione». Francesco Pastori [Bibliografia italiana ossia Giornale generale di tutto quanto si stampa in Italia, libri, carte geografiche, litografie e novità musicali, ann. I [1828], p. 76] trovò «lodevole» il pensiero del sig. Gallina di dare disegnati in litografia i quadri principali del bellissimo romanzo del sig. Manzoni»; ed ebbe a dire «che l'impresa, ben pensata e lodevolmente eseguita, prestava materia di gradevolissimo ornamento».




29


Costumi vestiti alla festa da ballo data dal Signor Conte Batthyany (sic), Milano, litografia Elena. [Ogni fascicolo costava 20 lire italiane].




30


La Minerva Ticinese, fasc. 50, 16 decembre 1829.




31


Il «giudizio del conte O' Mahony sui Promessi Sposi di Alessandro Manzoni» fu ristampato, con la traduzione italiana a fronte, a pp. 391-413 del tom. III dell'edizione del Romanzo fatta a Lugano, presso Francesco Veladini e comp., nel 1829.




32


L'Eco, ann. VI, n. 1, 2 gennaio 1833.




33


Revue encyclopèdique, tom. XXXVI [octobre 1827], pp. 411-412.




34


Revue encyclopèdique, tom. XXXVIII [avril 1828], pp. 376-389.




35


Non senza interesse sono due lettere del Niccolini a Salvatore Viale, una del 21 e una del 5 luglio '28. La prima è questa: «Il Globo ha delle dottrine ultra-romantiche, e nella Rivista il Salfi sta pedantescamente attaccato ai precetti dei classici. Questa, per chi la discerne, è disputa in gran parte di nomi, ma pur divide la repubblica letteraria in due fazioni e offusca coi pregiudizi l'intelletto. Il Salfi accusa il Manzoni nel suo articolo sugli Sposi promessi d'essere fautore delle istituzioni monastiche. Quest'accusa è ingiusta, e non può cadere in mente di chiunque legga spassionatamente quel libro, ed io che intimamente conosco l'autore, e sono stato la persona colla quale ei più conversasse in Firenze, posso far fede che la sua pietà è scevra di superstizione, e che non ama i frati». Nell'altra scrive: «A me premeva d'investigare le ragioni del silenzio del Salfi, ma senza però ch'ei mi potesse credere un accattalodi… Io amo più di conservare la dignità dell'animo, che mostrarmi ghiotto d'uno sciocco articolo di quel canuto e solenne buffone. E meritamente io lo chiamo così, perchè non v'è pazienza che sostenga di leggere i suoi imbratti sull'opere ch'escono in Italia: egli loda quello che fra noi si disprezza, o s'ignora, mentre maltratta e calunnia il Manzoni, primo ornamento delle lettere italiane».




36


Giuseppe Giusti racconta in una sua lettera, scritta nell'aprile del '36: «Finalmente ho parlato a Sismondi, e per due volte mi son trattenuto seco lungamente… Parlammo di Manzoni, e qui apparve singolarmente l'uomo grande. Io introdussi il discorso colla massima delicatezza, ma a bella posta, perchè voleva chiarirmi d'un dubbio, nato in me alla prima lettura di quel libro del Manzoni, ove confuta gli ultimi due capitoli della Storia delle Repubbliche. Sismondi parlò di quell'opera, dicendo che era ammirato della maniera urbana con la quale fu distesa: lodò la sincerità dell'autore, e ne compianse le ultime disgrazie, le quali, secondo lui, hanno contribuito non poco a confermarlo ne' suoi principii; aggiunse poi, sempre moderatamente, che gli pareva che si fosse partito da un punto molto diverso dal suo, poichè esso considerava le cose come sono attualmente, e Manzoni come dovrebbero essere. Nè so dirti quanto fossi contento di vedere che io non m'era ingannato. Credei bene di dirgli che gl'Italiani non avevano fatto gran plauso a quel libro, e che anzi, senza scemare in nulla la debita reverenza al Manzoni, era stato riguardato piuttosto come un errore, o almeno come un'opera suggerita da qualcuno che lo avvicina per secondi fini, i quali, dall'altro canto, non capiscono nell'animo integerrimo di quel sommo italiano».




37


Mamiani T., Manzoni e Leopardi; nella Nuova Antologia; XXIII, 760-762.




38


Tragedie e poesie varie di Alessandro Manzoni, colle prose analoghe ed un'apposita prefazione del barone Camillo Ugoni —Quindicesima edizione– Lugano, Giuseppe Ruggia e C., 1830; in 16º. di pp. XXVIII-272. La «prefazione» dell'Ugoni abbraccia le pp. V-XXVIII e porta la data: «Parigi, 19 novembre 1829». Ne diede un cenno il Tommaseo nell'Antologia, tom. XXXIX, n. 151, luglio 1830, p. 136.




39


Il Nuovo Ricoglitore, ann. III, part. I, n. 30, giugno 1827, pp. 446-451.




40


Cfr. Gazzetta di Milano dell'11 luglio 1827.




41


Corriere delle Dame, n. 36, 8 settembre 1827, pagine 285-287.




42


Gazzetta di Milano del 15 ottobre 1827.




43


Da una lettera di Giovanni Pagni (il noto Farinello Semoli delle baruffe del Monti con la Crusca) al marchese Gian Giacomo Trivulzio, scritta da Firenze il 5 ottobre 1827, tolgo questo brano: «Ha passato in Toscana, tra Livorno e Firenze, una cinquantina di giorni il celebre Manzoni, decoro di questa capitale. Non può credere quanto sia stato onorato e distinto dalla maggior parte dei letterati e dei nobili più culti, che si son dati la premura di conoscerlo e di ammirarne il carattere. S. A. R. [il Granduca Leopoldo II] lo ha invitato alla sua mensa, trattenendosi molto con esso lui ed ha voluto mostrargli in persona la preziosa ricchissima sua biblioteca. Io ho avuto il piacere di far compagnia alla sua famiglia, che avevo conosciuta a Milano, e che, dotata di morali virtù, è degna di tanto padre di famiglia».




44


È un'allusione al Sergianni Caracciolo, dramma storico del prof. G. B. De Cristoforis, Milano, 1826; in-8º. del quale parlò il Tommaseo nell'Antologia, n. LXIX, settembre 1826, pp. 104-111. Alle Melodie liriche di Samuele Biava di Bergamo dette «gran lode» il Cantù nel Ricoglitore. Invece la Biblioteca italiana «tolse a provare che poteano mostrarsi ai giovani come agli Spartani l'ilota ubriaco. Il colpo era diretto a sbalzarlo d'impiego: ma uscì una risposta, forte sino alla violenza, e segnata C. C., dove era difeso il Biava e investito il suo avversario. Fu atto generoso, perchè quell'avversario avea in mano i processi e potea mandarlo allo Spielberg; onde va data lode al difensore, che era Carlo Cattaneo». Cfr. Cantù C., Italiani illustri ritratti; III, 79.




45


La Vespa, ann. I [1827], pp. 17-20, 38-43 e 96-103.




46


Nacque l'8 settembre del 1799; involto nelle cospirazioni del '21, «negò denunziare i compagni ed ebbe da Ferdinando III, Granduca di Toscana, per carcere un convento di frati in paese ameno, di dove lo trasse a Roma lo zio monsignore [Giovanni] Marchetti, dotto uomo, ma più illiberale del Principe lorenese, che fu ben lieto dell'esser libero da quel prigione». Cfr. Tommaseo N., Di Giampietro Vieusseux e dell'andamento della civiltà italiana in un quarto di secolo, memorie, Firenze, 1863; p. 44. «Passati gli anni successivi in privati impieghi, non però alieni da' cari studi, in Rimini e indi a Roma, appena tornato a Empoli nel settembre del '29, fu sorpreso da febbri violente, che si volsero in tisi, e il 16 decembre tolto a' viventi». Così il Montani [Antologia, n.º 108, decembre 1829, pp. 96-97], che aggiunge: «Ei meditava, dicesi, un'opera storica; e forse per consacrarvisi avea rifiutata la sopraintendenza agli studi nel Seminario di S. Marino, offertagli dal celebre Borghesi a nome de' magistrati di quella Repubblica… Ultimo scritto di lui, e soggetto d'ancor recenti, nè punto blande censure, fu quello sugl'Inni del Manzoni. Io tremava, lo confesso, al pensiero che queste censure potessero, nello stato in cui egli trovavasi, pervenire al suo orecchio… Innamorato delle forme classiche, siccome quegli che dall'adolescenza fu sempre co' latini e co' greci, e co' nostri che meglio li imitarono, ove gli parve di trovar meno di queste forme, gli parve trovar meno di poesia. Così, trattandosi di teorie (veggasi la maggior parte de' suoi articoli dell'Arcadico) ove gli parve di trovar discrepanza da' principii de' classici, gli parve di trovare opposizione assoluta da' principii dei gusto».

Appunto nell'Arcadico [xxxvi; 305] discorrendo della versione delle Odi di Pindaro fatta da Giuseppe Borghi prese a mordere «la miserabile e bislacca e torta foggia di metri regalataci con tante altre cose non poetiche e non italiane da Alessandro Manzoni». Il Borghi, in una lettera a Gaetano Cioni, stampata nell'Antologia [n.º 87, marzo 1828, pp. 166-167], sorse a difesa del Poeta; ma l'iroso critico, duro più che mai in quel suo giudizio, diede fuori lo scritto: Intorno gl'Inni sacri di Alessandro Manzoni dubbi di Giuseppe Salvagnoli Marchetti, Roma 1829. Presso la Libreria Moderna, Via del Corso n.º 348 [In Macerata, presso Benedetto di Antonio Cortesi]; in-16.º di pp. xxiv-112. A questi «biasimi da pedante», come li chiama il Tommaseo, l'Arcadico [XLII, 131] applaudì di gran cuore. La Biblioteca italiana [tom. 55, luglio 1829, pp. 1-20], pur non menandogli buone tutte quante le censure, concluse: «Il parlare di originalità, di nuova scuola, d'ingegno divino, di culto, è un sostituire l'entusiasmo alla ragione, un traviare il giudizio dei giovani e dar nascimento a quelle tante poesie che il Manzoni non vorrebbe al certo aver fatte e nemmanco approvate, e non di meno si credono manzoniane». Enrico Mayer, peraltro, nell'Antologia [n.º 104, agosto 1829, pp. 92-99] prese «a difendere» (son parole del Tommaseo) «non tanto il nome dell'Italiano poeta, quanto l'onore d'Italia», e «lo difese con alto sentimento dell'arte e con facondia cordiale». Videro pure la luce le Osservazioni di un giovane italiano sui Dubbi del signor Giuseppe Salvagnoli Marchetti intorno agli Inni sacri di Alessandro Manzoni, Reggio, tip. Toreggiani e comp., mdcccxxx; in-16.º di pp. 230. Sono di Luigi Fratti, che, sebbene pregato dalla modestia del Poeta a «mettere da banda» il lavoro, per consiglio del P. Bottini gesuita, lo diede alle stampe. Cfr. intorno a questa controversia: Gambini Carlo, Richiamo di alcune verità manifestate nel 1829 dal Salvagnoli sugli Inni sacri del Manzoni, Milano, tip. Galli e Raimondi, [1882]; in-16.º di pp. 12. —Intorno gl'Inni sacri di Alessandro Manzoni dubbi di Giuseppe Salvagnoli Marchetti, ristampati con aggiunte, in forma di dialogo, fatte da Federico Balsimelli, Bologna, tipografia pont. Mareggiani, 1882; in-16.º di pp. 360.




47


Questo «sunto» si legge in una recensione che il Salvagnoli Marchetti fece delle Prose scelte del principe don Pietro Odescalchi, e che inserì nel Giornale Arcadico, tom. 42, aprile-giugno 1829, pp. 95-109. La recensione e il «sunto» gli attirarono sulle spalle alcune sferzate della Biblioteca italiana [tom. 55, luglio 1829, pp. 29-31], che lo fecero talmente andare in furore, da scrivere: «a ingiurie sì fatte, quali sono le vostre, meglio si converrebbe, se fosse lecito, rispondere con la spada che con la penna». Cfr. Giornale Arcadico, tom. cit., pp. 355-364.




48


Nuovo Giornale de' letterati, di Pisa, tom. XV. Letteratura, scienze morali e arti liberali [1827], pp. 215-232 e tom. XVI. Letteratura, ecc. [1828], pp. 64-93.




49


P. Felice da Mezzana cappuccino, Cenni sul P. Cristoforo del Manzoni, Crema, tip. S. Pantaleone di L. Meleri, 1899; p. 6.




50


Sui Promessi Sposi, storia milanese del sec. XVII, scoperta e rifatta da Alessandro Manzoni, ragionamento critico di Don Anonimo, autore di varj opuscoli pubblicati colle iniziali P.º G.º S-P.º, Milano, coi torchi di Omobono Manini, dicembre 1827; in-16º. di pp. 64.




51


Giornale dell'italiana letteratura, compilato da una società di letterati italiani sotto la direzione ed a spese di Nicolò da Rio, tom. LXV della serie intiera, serie IV, tom, I [Padova, tip. del Seminario, 1828], pp. 265-268.




52


Rivista, letteraria dei libri che si stamparono in Torino negli anni 1827 e 1828, Torino, per gli eredi Botta, 1829; pp. 119-120 e 138-146.




53


Chiappa G., Sui Romanzi in generale ed in particolare sul Gerolimì ossia Nano di una Principessa dell'autore della Sibilla Odaleta; in La Minerva Ticinese, giornale di scienze, lettere, arti, teatri e notizie patrie, fascicolo 37, 16 settembre 1829; pp. 635-637.




54


Anche Trussardo Caleppio volle scoccare i suoi fulmini contro il nuovo romanzo, censurandolo acerbamente nell'Almanacco critico pel 1830 di un militare in ritiro, Milano, Manini, 1829; in-16º. Cfr. Robecchi, L. Questione classico romantica, saggio d'una bibliografia; in Poesie di Carlo Porta rivedute sugli originali e annotate da un milanese, Milano, tip. Ditta Wilmant di G. Bonulli e C., 1887; p. 707.




55


Lettere ad Antonio Panizzi di uomini illustri e di amici italiani (1823-1870) pubblicate da L. Fagan, Firenze, Barbèra, 1880; p. 80.




56


Dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni. Articolo primo, Lugano, coi tipi di Gius. Ruggia e comp., 1831; in-8º. di pp. 56. E firmato: A. H. J.




57


Fu ristampato a Brescia nel 1883 dallo Stabilimento stereo-tipografico di G. Bersi e C.; in-8º. di pp. 46. Nella breve avvertenza è detto: «Il manoscritto sopra del quale fu condotta la presente edizione è una copia precisa, identica all'autografo lasciato dell'esimio autore; non già copia od estratto da quei pochissimi esemplari che vennero alla pubblica luce l'anno 1833» [correggi: 1831] «in un periodico mensile, compilato da molti esuli italiani a Parigi; periodico ch'ebbe vita di più poco che due mesi e dal quale furono ritratte poche copie per regalo ad amici e parenti». Sebbene «compilato da molti esuli italiani a Parigi», però si stampava a Lugano coi torchi di Giuseppe Ruggia. Negli Scritti di Giovita Scalvini ordinati per cura di N. Tommaseo, con suo proemio e altre illustrazioni, Firenze, Felice Le Monnier, 1860; in-16.º di pp. xvi-400, non fu riprodotto l'articolo «bellissimo» sul Romanzo del Manzoni, benchè promesso dall'editore stesso nella prefazione: «De' lavori suoi critici recherò quasi per intero le considerazioni sull'Ortis del Foscolo, e quelle sui Promessi Sposi, degne dell'opera». Questo articolo, col titolo: Considerazioni critiche scritte nel 1829 da Giovita Scalvini, venne premesso all'edizione de' Promessi Sposi fatta a Firenze nel 1884 da' Successori Le Monnier, ecc.




58


Giannone P., Delle opere di Alessandro Manzoni; in L'Esule, giornale di letteratura italiana antica e moderna—Tomo primo. – Parigi, dai torchi di Pihan Delaforest (Morinval), rue des Bons-enfants, 34, M. DCCC.XXXIII; pp. 262-302. La traduzione in francese, che l'accompagna, è del sig. Lemonier, autore dei Souvenirs d'Italie.




59


M. de Gourbillon.




60


Antologia, n. 82, ottobre 1827, pp. 101-119. L'articolo, invece del Tommaseo, doveva scriverlo il dott. Gaetano Cioni, come si rileva da una lettera di Giuseppe Montani, del 16 di settembre: «L'articolo sugli Sposi Promessi lo fa il dottor Cioni. Manzoni è qui [a Firenze] adorato da tutti. Il Granduca ha voluto veder lui e il suo bambino, che sempre lo accompagna. Gli ha fatta, mi dicono, la più affettuosa accoglienza». Il 1º agosto aveva scritto: «Aspettiamo di giorno in giorno il Manzoni, e mai non lo vediamo. Del suo romanzo (crederesti?) non è ancor giunta copia, se non al Batelli, che gli fa il brutto complimento di ristamparglielo».




61


Biblioteca italiana, n. 141, settembre 1827, pp. 422-472; e n. 142, ottobre 1827, pp. 32-81.




62


La prima fu stampata a pp. 322-337 del t. XXXIV [marzo 1824]; la seconda a pp. 145-172 del tom. XXXV [aprile 1824].




63


Pubblicai questa lettera, scritta da Brusuglio il 6 luglio del '24, in Milano vecchia, strenna del Pio Istituto dei Rachitici di Milano, Anno IX, Milano, tip. Bernardoni di C. Rebeschini e C., 1889; pp. 51-58.




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Come si accorda quello che il Tommaseo scrisse de' Promessi Sposi nelle sue lettere al Vieusseux con quello che stampò nell'Antologia? È un repentino voltafaccia: non si può chiamare con altro nome. Il Barbi si domanda: «Ma è stato preso proprio pel suo verso quell'articolo? Ne dubito. Occorre, a intenderlo bene, una ricerca psicologica sul Tommaseo uomo e scrittore, e storica sull'ambiente, e dimenticare l'impressione che fa oggi generalmente il romanzo… E non può essere, che dove il Tommaseo tocca d'alcuni difetti, avesse in animo d'attenuarli e giustificarli, e che l'intendimento apologetico non appaia chiaro, o perchè così ha voluto l'autore, o per mancanza di quei nessi logici e formali che egli era solito trascurare? Avrebbe così ottenuto effetto contrario a quel che si proponeva; ma, si sa, altro è scrivere, altro riuscire a farsi intendere!» Questa spiegazione, per quanto ingegnosa, non mi persuade. Leggendo le postille e l'articolo si vede che a ogni istante la viva e sincera ammirazione del Tommaseo per i Promessi Sposi è come troncata dagli occulti paragoni ch'egli fa inconsapevolmente tra il Manzoni e sè stesso; e appunto quel continuo guardare a sè stesso gli svia il giudizio. Mentre riconosceva che il grande Poeta aveva «divinizzata la lirica, ricreata la tragedia, insegnata agl'Italiani la vera via della storia», e che in tutti questi campi gli era superiore; ho il convincimento che come romanziere ritenesse di stargli alla pari e anche di sorpassarlo. In fin de' conti che cosa significano le sue tante censure e correzioni ai Promessi Sposi? Significano: Avrei fatto meglio io!




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Del Romanzo in generale e dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni discorsi due—Quinta edizione, Urbino, coi tipi della V. Capp. del SS. Sacram. per Giuseppe Rondini, 1846; in-16º. di pp. VIII-142.




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Del Romanzo in generale e dei Promessi Sposi, romanzo di Manzoni, discorsi due. Sesta edizione, accresciuta d'altri scritti. In Venezia, nella Tip. Emiliana, MDCCCXL; in-16.º di pp. VI-236.




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Trovò un difensore anche in Giuseppe Bianchetti di Treviso. Cfr. Sopra i Romanzi storici [lettera] Al barone cav. Ferdinando Porro, Milano; in Giornale sulle scienze e lettere delle Provincie Venete, n.º 107-108 del vol VI della Continuazione, bimestre di settembre e ottobre 1830. Fu ristampata a pp. 71-114 dei Discorsi critici intorno alla questione se giovi di ammettere o no nella letteratura italiana il Romanzo storico, Treviso, coi tipi di Gio. Paluello del fu Antonio, mdcccxxxii; in-16.º ed a pp. 503-522 del libro: Dei lettori e dei parlatori, saggi due di Giuseppe Bianchetti —Alcune lettere di lui medesimo, Firenze, Felice Le Monnier, 1858; in-16.º




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Indicatore Genovese, n. 5, 6 e 7, giugno 1828. Cfr. Mazzini G., Scritti editi ed inediti [quarta edizione], volume II, Letteratura vol I, pp. 41-51.




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Tommaseo N., Studi critici, Venezia, Andruzzi, I, 290.




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E altrove: «Vogliamo almeno terminare con un voto, che è certo comune a tutta l'Italia. Perchè il Manzoni, così grande poeta, non ha intramesso alla sua prosa alcun verso? Perchè non ha egli seguito l'esempio del suo Goethe e di tanti altri illustri romanzieri, che ne aggiunsero questo diletto? La materia di frequente si prestava volentieri alla poesia… Chi non vorrebbe ascoltare il divoto cantico e le laudi dei valligiani che s'affollano con santa allegrezza incontro al Cardinal Federigo? Chi non intenderebbe un orecchio bramoso alle giulive canzoni di guerra dei soldati che vanno all'impresa di Mantova? Tutti ricordavano il sublime canto per la battaglia di Maclodio, tutti aspettavano rinnovata quella robusta armonia. Nè mancherà, in ispecie fra coloro che più strettamente appartengono alla scuola romantica, chi si dolga di non sentire espressa la canzonaccia de' monatti, che viene appena accennata».




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Fin dal 1890 ne dette un saggio il prof. Emilio Teza [Postille inedite di N. Tommaseo ai «Promessi Sposi»; nella Nuova Antologia, serie III, vol XXVII, pp. 560-566]; poi, nel 1897, vennero stampate per intiero da Giuseppe Rigutini. Cfr. Postille inedite di Niccolò Tommaseo, precedute da un discorso critico e accompagnate da osservazioni, Firenze, R. Bemporad & figlio, 1897; in-16º. di pp. VIII-332.




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Eccone un saggio: «È affettato – Pesante – È da buffone: tuono che Fautore assume talvolta – È brutto – È duro – Non mi piace – Miseria – Piccolezza – Cattivo – Inezia – Importuno – Non va – Quanta roba! – È goffo – Mal detto – Pedantesco – Affettazione – Pare un goffo dialogo di Goldoni – Rettoricume – Bassezza – Evviva i soliloqui! – È vecchiume – È un guazzabuglio questo periodo – Malissimo detto – Inezia grande – Lungherie misere – Falso – È ridicolo – È da retore e mostra la stanchezza dell'autore – Affettato e prolisso – Gretto e stracco»; e giù di questo tono, con mano sempre prodiga.




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I critici si trovarono concordi nel biasimare il Manzoni d'avere scelto a protagonisti due operai; all'infuori però del Sismondi, del Pezzi, del Giannone e di pochi altri, tra' quali Giovita Scalvini, che scrisse: «Ha scelto Renzo e Lucia per isvergognare e ridurre al niente i Rodrighi e gli Egidii; per additarne come l'occhio di Dio, dinanzi il quale cessa ogni disuguaglianza, sappia scernere infra la turba gl'ignobili e spregevoli che in lui bene confidano, e la sua mano sollevarli sulla malvagità illustre e tremenda… Vuolsi dunque considerare Renzo e Lucia come un simbolo di tutti i deboli, di tutti quelli che soffrono, e ai quali la giustizia è dovuta… Che se a qualcuno e' paiono troppo piccioli, perch'ei sia curante dei loro umili casi, pensi che a lui per l'appunto il Manzoni li propone in esempio; affinchè corregga il suo orgoglio; nè da loro rivolga indifferente gli sguardi, senza dirizzarli verso Colui che li ha posti sulla terra, ascolta le loro imprecazioni, e non li lascerà cadere: chi non può stare con loro, come prossimo, se ne faccia scala a sani pensieri fuori e più alti di loro».




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Nel dar conto nell'Antologia [n. 93, settembre 1828, pp. 120-132] d'un mediocrissimo romanzo francese: Gertrude, par mad. Hortense Allart de Thèrase, Florence, Ciardetti, 1827, scriveva: «Tutto ciò ch'è grande, è difficile: e però quant'è più l'altezza a cui si tende, più frequente è il pericolo della caduta. Troppo insistere sulla storia dell'uomo interiore, può generare facilmente sazietà e noia; può torre al poeta la forza e lo spazio di rappresentare i segni e gli effetti della passione; può renderlo affettatamente minuzioso ed ardito a spacciare de' fatti dell'anima passionata, i risultati o della fredda meditazione, o d'un'esperienza angusta, immatura. La maggior difficoltà sta nel cogliere appunto la reale gradazione dell'affetto; e mostrando il passaggio dell'anima dall'un grado all'altro, esser vero. Questa difficoltà non mi par superata in un de' tratti più mirabili de' Promessi Sposi; la conversione dell'Innominato. Le disposizioni di quell'anima annoiata del male, i primi tocchi della pietà ch'è, già per sè medesima un cambiamento in quel cuore ferreo, la confusione che lo assale alla vista della sua vittima, tutto è fin qui sovranamente côlto, è quasi tutto con egual potenza indicato. Ma quando siamo alla notte, i sentimenti di rabbia, di disperazione, d'orgoglio che l'assalgono con tanta furia di quanta è capace un'anima ancora verde nel delitto, non mi paiono direttamente condurre a un così prossimo cambiamento. Un carattere come l'Innominato, e non cangiato ancora, non ricevere alcuna impressione di sdegno, d'orgoglio da quel suo passaggio in mezzo alla folla meravigliata e sospettosa, non mi par verisimile. La storia dice che l'Innominato, dopo avuto un colloquio col Borromeo, cangiò vita: ma non dice, parmi, che l'Innominato sia ito a cercare la presenza del vescovo, in mezzo alla moltitudine radunata, in un giorno ch'era giorno di festa per tutto il dintorno. Egli scende tatto irritato di quella gioia comune, scende non per altro che per saperne il motivo, e va difilato a cercare dell'arcivescovo di Milano. Forse il passo parrebbe men brusco, se l'A. avesse dipinti i sentimenti che, cammin facendo, agitavano quell'anima umiliata. Ma umiliarla conveniva dapprima, umiliarla agli occhi suoi propri; giacchè la stanchezza del male non genera che maggior perversità, quando non conduca ad arrossire della propria bassezza. Io so bene che descritti tutti i gradi intermedii della conversione, la cosa sarebbe troppo ita in lungo, so che allora sarebbe stato assai più difficile rendere teatrale e romanzesca quella conversione: so in fine che nella pittura del nostro Manzoni, c'è tanta profondità da ammirare, che non è quasi lecito il mostrare desiderio di quello che manca».




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L'Antologia [n. 116, agosto 1830; pp. 140-142] tornò a parlare de' Promessi Sposi pigliando occasione dalla ristampa che ne fece a Firenze, nel '30, la tipografia Passigli, Borghi e C. in un vol in-8.º e in sei volumetti in-32.º con vignette. Dell'articolo, scritto dal Montani, è notevole questo brano: «Walter Scott, ha già detto qualcuno, va dalla storia al romanzo, Manzoni dal romanzo alla storia. Da questo loro andamento diverso risulta che ciò che nelle composizioni dell'uno forma, per così dire, lo sfondo delle composizioni medesime, in quello dell'altro forma il soggetto principale. Quindi non fa meraviglia ciò che da un anno si va bucinando, e in un giornale assai recente si narra senza mistero, che il Manzoni in uno scritto, che verrà presto alla luce, sul romanzo storico, si separi interamente da Walter Scott. Può egli non separarsene in teorica, quando in pratica ne va tanto lontano?».




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Singolare è questa lettera del Tommaseo al Vieusseux, scritta da Milano il 12 novembre del '26: «Manzoni forse per la primavera vegnente verrà con la famiglia a Firenze… Del resto, se egli venisse a Firenze, vedreste un uomo che dall'assenza di ogni singolarità è reso agli occhi d'ognuno che non gli dissomigli, affatto singolare e mirabile. Una statura comune, un volto allungato, vaiuolato, oscuro, ma impresso di quella bontà che l'ingegno, non che guastarla, rende più sincera e profonda: una voce di modestia e quasi di timidità, cui lo stesso balbettare un poco giunge come un vezzo alle parole, che paiono escir più mature, più desiderate: un vestito dimesso, un piglio semplice, un tuono famigliare, una mite sapienza che irradia per riflessimento tutto ciò che a lui s'avvicina… Questo è l'uomo direste, il cui nome sarà simile di qui a mill'anni, adorato, com'io venero oggi il suo volto. Questo è l'uomo che in ogni via che calcò impresse un'orma indelebile; che ha divinizzata la tragedia, che ha insegnata agl'Italiani la vera via della storia; che ha fatto il romanzo la lettura del Genio e della Virtù; ch'ebbe amici i più buoni del secol suo; che fu pio, semplice, generoso; che trasse il suo genio dal cuore: e potreste aggiungere (questo è forse il maggiore degli encomii) che fu visto più d'una volta piangere sulle sventure degl'infelici».




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Il Rigutini ristampò il vecchio articolo dell'Antologia, in fronte alle Postille [pp. 1-21], ma senza accennare per nulla ai tanti cambiamenti che vi aveva fatto l'autore nell'edizione del '43 ed ai lievi ritocchi di quella del '58.




78


Il primo esilio di Nicolò Tommaseo 1834-1839, lettere di lui a Cesare Cantù, Milano, Cogliati, 1904; p. 102.




79


Tommaseo N., Studi critici; I, 304-312.

Cfr. Ispirazione e arte o lo scrittore educato dalla società e educatore, studi di Niccolò Tommaseo, Firenze, Felice Le Monnier, 1858; pp. 417-426.




80


Tommaseo N. Dizionario estetico, Firenze, Successori Le Monnier, 1867, pp. 622-623.




81


Nacque a Novara il 12 febbraio del 1803; si laureò in legge a Pavia; presa la carriera della magistratura, al pane onorato del suo forte Piemonte e de' suoi vecchi Re preferì quello dell'Austria, e morì il 9 ottobre del 1850, consigliere dell'I. e R. Tribunale criminale di Milano.




82


Il Visconti fa in margine l'osservazione seguente: «Lascerei come una inezia questo cenno sul Griso. Ha del rettorico o per dir meglio del Tassesco:

		Argante, Argante stesso ad un gran urto
		Di Rinaldo abbattuto appena è surto.»




83


È il famoso Azzecca-garbugli, che prima chiamò Pèttola, poi Duplica. (Ed.)




84


Valente. [Postilla del Visconti].




85


Quest'episodio è un brano del capitolo III del tomo III. (Ed.)




86


Lascerei queste righe, per dare maggiore brevità, e perchè queste acclamazioni sono cosa troppo simile alle altre in cui Lucia fu nominata plaudendo al Cardinale. [Postilla del Visconti].




87


Un asilo, caro Alessandro, pare che il Cardinale voglia metterla in monastero a fare il noviziato. [Postilla del Visconti].




88


È un brano del capitolo IV del tomo III. (Ed.)




89


Il consiglio chiesto dal Cardinale mi piace, ma assai. Rialza in un modo inaspettato il Conte dopo la sua conversione, lo rende sempre più vivo. Ma bada bene: che il Cardinale aveva ordinato la lettiga subito dopo aver parlato coi preti, e l'ultimo consiglio dev'essere quello del Conte, come il più di peso. Non ti spiacerebbe di soggiungere in quel luogo dopo le parole: Quando ebbe questa certezza, nella quale fu riconfermato dall'opinione d'un altro personaggio, di cui lasceremo per ora che il lettore indovini il nome, Federigo ordinò, ecc.? [Postilla del Visconti].




90


Tozzo di pane mi pare troppo da pitocco, direi un pane. [Postilla del Visconti].




91


Lascerei e sul suo pericolo, che imbroglia; pare che fosse attualmente in qualche pericolo per parte di Rodrigo. [Postilla del Visconti].




92


Di fianco alla presente risposta di Federigo e alle parole del Conte: Ah! la dolcezza, ecc. il Visconti scrisse: «Lascerei questi due punti: non bisogna poi essere prodigo dì riflessioni ascetiche in un Romanzo. Anche per l'edificazione de' lettori – non ridere tu, sebbene io rida di me stesso – è meglio presentare più che si può con disinvoltura le idee Cristiane». (Ed.)




93


Leverei la peritanza quasi puerile, per stare alle parole del Ripamonti; vorrei che avesse sempre il Conte nostro qualche cosa di soldatesco. [Postilla del Visconti].




94


Leverei implorando, ecc. per la ragione dianzi detta, e perchè il Conte era uomo avvezzo ad agire, e chi è avvezzo ad agire fa addirittura. Doveva beneficare con quella risoluzione con cui dava dapprima de' colpi di spada. [Postilla del Visconti].




95


Non sarebbe meglio, di pentimento e di affezione? [Postilla del Visconti].




96


È un altro brano del capitolo IV. «La scena del Conte merita un capitolo a parte», scrisse il Visconti in margine al principio dell'episodio; soggiungendo: «In questa porzione del Romanzo giovano, mi pare, i periodi piuttosto brevi: e contenenti un oggetto solo, per quanto si può. Dunque: Capitolo… (quello che sarà). Il Conte del Sagrato era venuto, ecc.». Arrivato poi alle parole: rendevano impossibili, tornò a notare: «Qui finirei il capitolo. Al seguente ci penserai tu, mentre vuoi cangiare, come mi hai detto, il modo di mandare Lucia in quella casa di signori». (Ed.)




97


Dal paese di Lucia. (Ed.)




98


A cominciare dalle parole: Visitando una di quelle parrocchie, ecc. fino a quelle: dalle zanne del lupo, con cui ha fine questo tratto del Romanzo, il Manzoni diè di frego a ogni cosa, scrivendo in margine: «Invece di questa visita, ecc. sia Don Abbondio che avendo saputo come Donna Prassede cercava una donna di servizio, suggerisca ad Agnese di proporre Lucia; e lo faccia per mostrare interessamento, e per isbrigarsene nello stesso tempo. Agnese vada da Donna Prassede, che villeggia a qualche miglio di là e deve partire all'indomani per Milano. Lucia è accettata. Il Conte e le conseguenze si raccontino nel capitolo IX». (Ed.)




99


Lo ribattezzò poi col nome di Don Ferrante. Quello di Valeriano gli fu suggerito dal «gran Valeriano Castiglione», autore dello Statista regnante. (Ed.)




100


Divenne poi Donna Prassede. (Ed.)




101


È un brano anche questo del capitolo IV. (Ed.)




102


Nel paese di Lucia. (Ed.)




103


Segue, cancellato: «che nella sua povertà privata, godeva della potenza soverchiatrice, della cupida ambizione». (Ed.)


