Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 3
Giovanni Boccaccio




Giovanni Boccaccio

Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, vol. 3





CANTO NONO





I

Senso letterale


«Quel color, che viltá di fuor mi pinse», ecc. Continuasi l’autore in questo canto al precedente in cotal guisa: egli ha dimostrato davanti come Virgilio, essendogli stata serrata la porta della cittá nel petto, egli tornasse a lui con sospiri e con rammarichii; e dobbiam credere che, per la turbazione presa di ciò, egli altro colore che l’usato avesse nel viso; il qual colore nel principio di questo canto dice l’autore che egli ristrinse dentro, veggendo lui per viltá aver similmente mutato colore. E dividesi il presente canto in cinque parti: nella prima delle quali, essendo l’autore per certe parole di Virgilio entrato in pensiero, muove un dubbio a Virgilio, e Virgilio gliele solve; nella seconda discrive come sopra le mura di Dite vedesse le tre furie e udissele gridare; nella terza pone la venuta del Gorgone, e come da Virgilio gli fossero gli occhi turati, accioché nol vedesse; nella quarta discrive la venuta d’un angelo, per opera del quale scrive essere stata la porta della cittá aperta; nella quinta e ultima pone come nella cittá entrassero, e quivi vedessero in arche affocate punire gli eresiarche. La seconda comincia quivi: «E altro disse»; la terza quivi: – «Volgiti indietro»; la quarta quivi: «E giá veniva»; la quinta quivi: «E noi movemmo i piedi».

Dice adunque nella prima parte cosí: «Quel color, che viltá», cioè la palidezza, «di fuor», cioè nel viso, «mi pinse, Veggendo il duca mio tornare in volta». Estimava l’autore che i demòni, per le parole di Virgilio, dovessono liberamente dar loro l’entrata, si come gli aveano i demòni superiori lasciati scendere giú per quelle medesime parole; ma, poi che vide Virgilio aver parlato invano e senza alcuno effetto, quasi come vinto tornare in volta, invilí l’autore, temendo non gli convenisse tornare indietro. E quando il cuore per alcuna passione invilisce, ogni vigore esteriore ricorre a lui, e perciò conviene che quelle cotali parti esteriori rimangano palide; la qual palidezza vuole l’autor mostrare qui essere stata cagione di ristrigner dentro il colore acceso, il quale Virgilio oltre all’usato avea nel viso, per la turbazion presa: è questo, accioché il suo sembiante turbato non fosse cagione all’autore di temere piú che bisogno non era. E però dice: «Piú tosto», che fatto non avrebbe, «dentro», da sé, «il suo nuovo», cioè nuovamente venuto per la turbazion presa, «ristrinse», mostrandosi meno turbato che non era.

E quinci segue, e discrive un atto di Virgilio, nel quale Virgilio, ancora in conforto dell’autore, si sforza di dimostrare d’aspettare che venga chi’l faccia venire al di sopra della sua impresa, e dice: «Attento si fermò, com’uom ch’ascolta»; nelle quali parole si può comprendere Virgilio dovere immaginare quivi non dover venire il divino aiuto senza farsi alquanto sentir di lontano; e perciò si mise, oltre a questo, ad ascoltare, per «Che l’occhio nol potea menare a lungo», discernendo; e discrive la cagione: «Per l’aer nero», cioè tenebroso, per lo non esservi alcuna luce, percioché l’aere di sua natura non è d’alcun colore comprensibile dagli occhi nostri, «e per la nebbia folta», cioè spessa, la qual surgeva del padule.

E cosí attendendo, cominciò a dire: – «Pure a noi converrá vincer la punga» – d’entrar nella cittá, «Cominciò el», poi che fermato si fu ad ascoltare: – «se… non… tal ne s’offerse». E qui lascia Virgilio le sue parole mozze, cioè senza aver compiuto d’esprimere la sentenza dell’orazion cominciata, seguendo il costume di coloro, li quali ardentissimamente, aspettando, disiderano alcuna cosa; li quali, avendo incominciato a dire alcuna cosa, senza compier di dirla, e talvolta senza avvedersene, saltano in altre parole, per le quali il disiderio loro dimostrano. E perciò all’orazione mozza di Virgilio, soggiugne esso medesimo il disiderio suo, dicendo: «Oh! quanto tarda a me», cioè al parer mio (percioché a chi molto disidera, non vien sí prestamente il desiderio suo, che non gli paia che egli indugi molto), «ch’altri qui giunga» – il quale abbatta l’arroganza de’ dimòni che la porta serrarono, e a lor mal grado quella aprano. Estimava Virgilio veramente dovere da Dio, per lo cui mandato egli era in quel viaggio, venire alcuno, per la cui opera egli potessono entrare nella cittá.

«Io vidi ben, sí com’el ricoperse Lo ’ncominciar», cioè le parole cominciate (quando disse: – «Se… non… tal ne s’offerse» – ), «con l’altro che poi venne» (cioè col dire: – «Oh quanto tarda a me ch’altri qui giunga!» – ), «Che fûr parole alle prime diverse», in quanto non seguivano a quelle. «Ma nondimen», comeché egli ricoprisse, «paura il suo dir dienne», cioè il suo non continuato parlare; e mostra l’autore perché di ciò prendesse paura, dicendo: «Perch’io traeva la parola tronca» (cioè «se… non… tal ne s’offerse), «Forse»; dice «forse» perché ancora certezza non aveva di ciò che Virgilio s’avesse inteso per le parole mozze; «a piggior sentenzia», cioè intendimento, «ch’e’ non tenne», il parlar mozzo. Estimava per avventura l’autore Virgilio aver voluto intendere in quelle parole: «Pure a noi converrá vincer la punga, Se… non… tal ne s’offerse», che, dove essi vincer la punga non avesser potuto, che il prencipe dello ’nferno dovesse punire Carone, Cerbero e Pluto, che sofferto aveano che essi infino quivi discendessero, e che per questo turbati contro di loro i detti dimòni non gli dovesson lasciar tornare a dietro, e cosí convenisse loro quivi rimanere dove erano. E di questo entrò paura, per quelle parole, all’autore, il quale credette Virgilio per ciò aver lasciato l’orazion mozza, per non dargli materia di piú impaurire. Ma questa non era la ’ntenzion di Virgilio, sí come poi apparve, anzi era: dove noi non possiam «vincer la punga» dell’entrar dentro alla cittá, «tal ne s’offerse», cioè Iddio, di lasciarci quaggiú scendere, che egli fará sí che, malgrado de’ dimòni, noi passerem dentro; ma per la ragion di sopra detta non compie’ l’orazione, sí come disideroso di quello che le sue seguenti parole sonarono. Nondimeno per le parole dette da Virgilio: «Oh! quanto tarda a me ch’altri qui giunga», entrò l’autore in un dubbio, il quale egli muove a Virgilio dicendo:

– «In questo fondo della trista conca», dello ’nferno, il quale nomina «conca», dalla similitudine che hanno alcune conche alla forma essenziale dello ’nferno, il quale, come detto è, è ampio di sopra e di sotto vien ristrignendo; «Discende mai alcun del primo grado», cioè cerchio, «Che sol per pena ha la speranza cionca?» – Pon qui l’autore il contenente per la cosa contenuta; percioché il cerchio non ha alcuna pena egli, ma quegli, che in esso posti sono, hanno quella pena la quale discrive al cerchio; cioè che essi, come in quella parte è stato detto, hanno per pena il disiderare senza speranza, e cosí hanno cionca, cioè mozza e separata da sé, la speranza. Ed è questo «cionca» vocabolo lombardo, il quale appo noi non suona quello che appo loro, percioché noi diremmo d’uno che molto bevesse: colui «cionca».

«Questa quistion fec’io», a Virgilio, che detta è; «e quei: – Di rado Incontra», – cioè avviene, «mi rispose, – che di nui», li quali nel primo cerchio dimoriamo, «Faccia ’l cammino alcun pel quale io vado», cioè discenda quinci giú. «Ver è, ch’altra fiata quaggiú fui», dove noi siamo, «Congiurato», cioè per congiurazion sforzato, «da quella Eritón cruda», cioè da quella femmina crudele cosí chiamata, «Che richiamava l’ombre a’ corpi sui», per forza di suoi incantamenti.

Di questa Eritón scrive fiere e meravigliose cose Lucano nel sesto suo libro, dove dice:

		Hos scelerum ritus, haec dirae carmina gentis,
		effera damnarat nimiae pietatis Erictho,
		inque novos ritus pollutam duxerat artem, ecc.;

dove dice costei essere stata di Tessaglia, abitatrice di sepolcri, né mai, se non o essendo il cielo turbato o di notte, essere usa d’uscire in publico; dimostrando lei maravigliose forze avere intorno alle incantazion de’ demòni e in far tornar l’anime de’ morti ne’ corpi loro, e altre cose assai; affermando, oltre a ciò, a costei essere andato Sesto Pompeo, figliuolo di Pompeo magno, per sapere quello che esser dovesse della cittadina guerra, la quale era tra ’l padre di lui e Cesare.

«Di poco», tempo dinanzi, «era di me», la qual fui e sono l’anima di colui il quale fu chiamato Virgilio, «la carne nuda» la quale, partendosi, avea lasciato il corpo ignudo di sé; «Ch’ella mi fece», questa Eritón, per forza de’ suoi incantamenti, «entrar dentro a quel muro», della cittá di Dite, «Per trarne un spirto del cerchio di Giuda», cioè della Giudecca, dinominata da Giuda Scariotto.

Vogliono alcuni dire che Cassio e Bruto, li quali furono de’ congiurati ad uccidere Giulio Cesare, essendo seguiti da Ottavian Cesare, e dovendo combatter con lui, andarono, o vero mandarono, a questa Eritón, per sapere quello che dovesse lor seguire della battaglia; e che allora questa Eritón costrinse per incantamenti l’anima di Virgilio ad andare a trar quello spirito, che qui dice, del cerchio di Giuda. Ma ciò non può esser vero; percioché a quei tempi Virgilio era vivo, e visse poi molti anni, sí come chiaramente si comprende per Eusebio in libro Temporum; e, che istoria questa si fosse, non mi ricorda mai aver né letta né udita, da quello in fuori che di sopra n’è detto. [Oltre a questo, non pare a’ santi in alcuna guisa si debba credere che alcuna anima dannata, e molto meno l’altre, per alcuna forza d’incantamento si possa trarre d’inferno e rivocare per cagione alcuna in questa vita. E se forse a questa veritá s’opponesse molte essercene state giá rivocate per forza d’incantamenti, e tra l’altre quella di Samuel profeta, il quale quella pitonessa, a’ prieghi di Saul re, gli fece venire a rispondere di ciò che gl’intervenne, ovvero che intervenir gli dovea; dico questo essere del tutto falso; percioché i santi tengono quello non essere stato Samuel, ma alcuno spirito immondo, il quale per la sapienzia, la quale hanno, e per la destrezza ad essere in un momento dove vogliono, compose quel corpo aereo, simile a Samuello, e, entratovi dentro, diede quel risponso, il quale Saul credette aver da Samuello: e cosí essere di tutti gli altri corpi, li quali si credono esser corpi stati d’alcuni morti, e che in essi per forza d’incantamenti sieno rivocate l’anime. E di questa materia, cioè degl’incantamenti, si dirá alquanto piú stesamente appresso nel ventesimo canto, dove si chiariranno le spezie de’ vari indovinamenti, che molti contro al mandato di Dio usano scioccamente e in loro perdizione.]

«Quell’è il piú basso luogo», il cerchio dove è Giuda, «e ’l piú oscuro», in quanto è piú lontano alla luce, «E il piú lontan dal ciel, che tutto gira»: percioché alcuna parte non è, che tanto sia lontana alla circunferenza, quanto è il centro; e il centro della terra, nel quale è il cerchio dove è Giuda, sí tiene che sia il centro de’ cieli, e cosí i cieli sono da intendere in luogo di circunferenza al centro della terra, e cosí è il detto centro piú lontano che altra parte dal cielo. E mostra voglia qui l’autore intender del cielo empireo, il quale con la sua ampiezza contiene ciascun altro cielo.

«Ben so il cammin; però ti fa’ sicuro». Vuol qui l’autor mostrare, per questa istoria da Virgilio raccontata, l’abbia Virgilio voluto mettere in buona e sicura speranza di sé, della qual per paura pareva caduto; e, oltre a questo, accioché l’aspettare ciò che esso Virgilio aspettava, non paia grave all’autore, e per quello accresca la sua paura, continua Virgilio il suo ragionamento, dicendo:

«Questa palude», di Stige, «che ’l gran puzzo spira», cioè esala: e in questo dimostra la natura universale de’ paduli, li quali tutti putono per l’acqua, la quale in essi per lo star ferma si corrompe, e corrotta pute; e cosí faceva quella, e tanto piú quanto non avea aere scoverto, nel quale il puzzo si dilatasse e divenisse minore. «Cinge d’intorno la cittá dolente», cioè Dite, piena di dolore; e dice «d’intorno», onde si dee comprendere le mura di questa cittá tanto di circúito prendere, quanto in quella parte ha di giro la ritonda forma dello ’nferno, la quale, come piú volte di sopra è detto, è fatta come un baratro; e cosí stando, può essere intorniata dalla detta padule, percioché non será il luogo pendente, ma equale, e cosí vi si può l’acqua del padule menare intorno. «U’ non potemo entrare omai senz’ira», – di coloro li quali contrariare n’hanno voluta l’entrata.

«E altro disse». Qui comincia la seconda parte del presente canto, nella quale discrive come sopra le mura di Dite vedesse le tre furie infernali e udissele gridare. Dice adunque: «E altro disse», che quello che infino a qui ho detto, «ma non l’ho a mente», quello che egli dicesse altro. E pone la cagione perché a mente non l’abbia, la quale è: «Peroché l’occhio», cioè il senso visivo, «m’avea tutto tratto», cioè avea tratto l’animo mio, il quale veramente è il tutto dell’uomo; «Ver’ l’alta torre», la quale era in su le mura della cittá di Dite, «alla cima rovente», di quella torre, la quale dimostra, per avere ella la cima, cioè la sommitá, rovente, esser tutta dentro affocata; «Ove», cioè in su la cima, «in un punto furon dritte ratto», cioè in un momento, «Tre furie infernal, di sangue tinte, Che membra femminili aveano ed atto», cioè sembiante, «E con idre verdissime eran cinte».

«Idra» è una spezie di serpenti li quali usano nell’acqua, e però sono chiamati «idre» percioché l’acqua in greco è chiamata «ydros»; e queste non sogliono essere velenose serpi, percioché la freddezza dell’acqua rattempera l’impeto e il riscaldamento della serpe; nel quale riscaldamento si suole aprire un ventriculo piccolo, il quale le serpi hanno sotto il palato, e l’umiditá che di quello esce, venendo sopra i denti della serpe, è quella che gli fa velenosi. Ma l’autore pon qui la spezie per lo genere, volendo che per «idra» s’intenda qualunque velenosissimo serpente.

«Serpentelli e ceraste avean per crine», cioè per capelli. E sono «ceraste» una spezie di serpenti, li quali hanno o uno o due cornicelli in capo; e da questo son dinominati «ceraste», peroché «ceras» in greco tanto vuol dire quanto «corno» o «corna» in latino; «Onde», cioè di ceraste, «le fiere tempie», di queste furie, «erano avvinte», cioè circundate, in quella maniera che talvolta le femmine si circundano il capo de’ capelli loro.

«E quei», cioè Virgilio, «che ben conobbe le meschine», cioè le damigelle, «Della regina», cioè di Proserpina, «dell’eterno pianto», cioè d’inferno, dove sempre si piagne e sempre si piagnerá; – «Guarda, – mi disse, – le feroci Erine», cioè le feroci tre furie.

E susseguentemente gliele nomina, e dice: «Questa è Megera, dal sinistro canto», della torre; «Quella che piange dal destro», canto della torre, «è Aletto», cioè quella furia cosí chiamata; «Tesifone», la terza furia,«è nel mezzo» – delle due nominate di sopra; «e tacque a tanto», cioè poi che nominate me l’ebbe e fattelemi conoscere.

«Con l’unghie si fendea», cioè si graffiava, «ciascuna il petto; Batteansi a palme», come qui fanno le femmine che gran dolor sentono o mostran di sentire, «e gridavan sí alto, Ch’io mi strinsi», temendo, «al poeta per sospetto».

E quello, che esse gridavano, era: – «Venga Medusa», quella femmina la quale i poeti chiamano Gorgone, «e sí ’l farem di smalto», – cioè di pietra. È lo smalto, il quale oggi ne’ pavimenti delle chiese piú che altrove s’usa, calcina e pietra cotta, cioè mattone, e pietre vive mescolate e solidate con molto batterle insieme, quasi non men duro che sia la pietra. «Dicevan tutte e tre gridando in giuso», o nella padule, o verso lui; – «Mal non vengiammo in Teseo l’assalto», – il qual ne fe’, quando venne insieme con Peritoo per volere rapire Proserpina. E dicono sé aver mal fatto a non vengiarlo, percioché, se vengiato l’avessono, non si sarebbe poi alcun messo ad andare in inferno per alcun lor danno; e cosí mostrano gridare e dire queste parole per l’autore, il quale quivi vedevano vivo volere entrar nella cittá loro.

Ma chi sieno queste furie, chi sia Medusa, e che facesse Teseo, del quale si dolgono non aver vengiato l’assalto, si discriverá pienamente dove il senso allegorico si racconterá; fuor che di Teseo, il senso della cui favola non ha a fare con la presente materia, e però di lui qui diremo. Teseo fu figliuolo d’Egeo, re d’Atene, giovane di maravigliosa virtú, e fu singularmente amico di Peritoo, figliuolo d’Issione, signore de’ lapiti in Tessaglia; ed essendo amenduni senza moglie, si disposero di non tôrne alcuna, se figliuola di Giove non fosse. Ed essendo giá Teseo andato in Oebalia, e quivi rapita Elena, ancora piccola fanciulla, non sapendosene in terra alcuna altra, se non Proserpina, moglie di Plutone, iddio dell’inferno, a dovere rapir questa scese con Peritoo in inferno; e, tentando di rapir Proserpina, secondo che alcuni scrivono, Peritoo fu strangolato da Cerbero, cane di Plutone, e Teseo fu ritenuto. Altri dicono che Peritoo fu lasciato da Plutone, per amore d’Issione, suo padre, il quale era stato amico di Plutone; ed essendo in sua libertá, e sentendo che Ercule tornava vittorioso di Spagna con la preda tolta a Gerione, gli si fece incontro e dissegli lo stato di Teseo; per la qual cosa tantosto Ercule scese in inferno e liberò Teseo. E, percioché Cerbero avea fieramente morso Carone, perché Carone aveva nella sua nave passato Ercule, la cui venuta Cerbero s’ingegnava d’impedire; fu Cerbero da Ercule preso per la barba, e da lui gli fu tutta strappata; e, oltre a ciò, incatenato, ne fu menato quassú nel mondo da Teseo liberato da Ercule.

– «Volgiti indietro», ecc. Qui comincia la terza parte di questo canto, nella quale, poi che l’autore ha dimostrato il romor fatto dalle furie, e l’essere stata da loro chiamata Medusa, pone l’autore la venuta di lei, e come gli occhi gli fossero da Virgilio turati, accioché non la vedesse. Dice adunque: – «Volgiti indietro», accioché tu non guardi verso le mura della cittá; e, oltre a ciò, «e tieni il viso chiuso»; pon qui il tutto per la parte, in quanto, volendo Virgilio che egli si chiudesse gli occhi, disse: – Tieni chiuso il viso, – e dicegli la cagion perché: «Ché se ’l Gorgon», cioè Medusa chiamata da queste furie, «si mostra» (dove esso si debba mostrare nol dice), «e tu ’l vedessi. Nulla sarebbe del tornar mai suso», – nel mondo, percioché subitamente diventeresti sasso, e cosí non potresti tornare né partirti di qui. «Cosí disse ’l maestro», come detto è, «ed egli stessi Mi volse», indietro, «e non si tenne», cioè non si affidò, «alle mie mani», che io con esse ben mi chiudessi, «Che con le sue ancor non mi chiudessi», accioché io per niuna cagione potessi vedere il Gorgone. Puossi per le prescritte parole comprendere che il Gorgone si mostrasse, dove che si mostrasse, o vero che Virgilio suspicasse non si mostrasse, essendo stato dalle furie chiamato, e perciò avere cosí chiuso il viso all’autore; e, se si mostrò, che egli insieme con le tre furie subitamente sparisse, sentendo venir quello che appresso si scrive che venne.

«O voi, ch’avete gl’intelletti sani». Apostrofa qui l’aurore, e, lasciata la principal materia, interpone, parlando a coloro li quali hanno discrezione e senno, e dice loro: «Mirate alla dottrina, che s’asconde Sotto ’l velame degli versi strani», la quale per certo è grande e utile; e dove il senso allegorico si racconterá di questo canto, apparirá manifestamente. [E fanno queste parole dirittamente contro ad alcuni, li quali, non intendendo le cose nascoste sotto il velame di questi versi, non vogliono che l’autore abbia alcuna altra cosa intesa se non quello che semplicemente suona il senso litterale; li quali per queste parole possono manifestamente comprendere l’autore avere inteso altro che quello che per la corteccia si comprende.] E chiama l’autore questi suoi versi «strani», in quanto mai per alcuno davanti a lui non era stata composta alcuna fizione sotto versi volgari, ma sempre sotto litterali, e però paiono strani, in quanto disusati a cosí fatto stile.

«E giá venia». Qui rientra l’autore nella materia principale, e comincia qui la quarta parte di questo canto, nella quale discrive l’autore la venuta d’un angelo, per opera del quale scrive essere stata la porta della cittá aperta, e dice cosí: «E giá venia», avendo mi egli chiusi gli occhi, «su per le torbid’onde», di Stige, «Un fracasso», cioè un rompimento, «d’un suon pien di spavento, Per cui tremavano amendue le sponde», della padule. Ed era questo fracasso, «Non altrimenti fatto, che d’un vento, Impetuoso» [da sé, come è il turbo o la bufera, de’ quali è detto di sopra, dove vi dimostrai, secondo Aristotile, come questi venti impetuosi si generano, li quali vi dissi essere due, cioè typhon e enephias, e però qui reiterare non bisogna. Ed era questo vento sonoro] «per gli avversi ardori», cioè vapori o esalazioni, li quali surgono della terra; [li quali chiama «ardori», percioché son caldi e secchi; e se cosí non fossero, non farebbon suono. Ma era questo suono in tanto pieno di spavento, in quanto si movea velocissimo con l’impeto del vento] «Che fier», questo vento, «la selva», alla quale s’abbatte [le cui frondi percosse il fanno ancora piú sonoro,] «e senza alcun rattento», [e, oltre a ciò] per la forza del suo impeto, «li rami», degli alberi della selva, «schianta, abbatte e porta fuori» della selva talvolta. E, oltre a questo, «Dinanzi», cioè in quella parte che precede, «polveroso va superbo», cioè rilevato, «E fa fuggir le fiere», che nella selva sono, «e li pastori» con le lor greggi.

«Gli occhi mi sciolse», dalla chiusura delle sue mani, «e disse: – Drizza il nerbo Del viso», cioè il vigore del senso visivo, «su per quella fiamma antica». Qual questa fiamma si fosse, per la quale egli gli dimostra inverso qual parte riguardar debba, o alcuna di quelle che all’entrar della nave di Flegiás vide, o altra, non si può assai chiaramente comprendere. Credere’ io che ella fosse alcuna fiamma usa continuo d’essere in quel luogo nel quale allora era; e questo credo, percioché egli la chiama «antica», forse a differenza di quelle delle quali dissi che nuovamente eran fatte. «Per indi onde quel fummo è piú acerbo», – cioè piú folto, sí come nuovamente prodotto.

«Come le rane». Qui dimostra l’autore, per una brieve comparazione, quello che, guardando in quella parte, la quale Virgilio gli dimostrava, facessero l’anime de’ dannati che quivi erano, e dice che «Come le rane innanzi alla nimica Biscia per l’acqua si dileguan tutte», fuggendo, «Fin ch’alla terra ciascuna s’abbica», cioè s’ammonzicchia l’una sopra l’altra, ficcandosi nel loto del fondo dell’acqua, nella qual dimorano. Dice qui l’autore la «nimica biscia», usando questo vocabol generale quasi di tutte le serpi, per quello della idra, la quale è quella serpe che sta nell’acqua, e che inimica le rane, si come quella che di loro si pasce. «Vid’io piú di mille anime», cioè infinite, «distrutte», perdute, «Fuggir cosí», come le rane ha mostrato che fuggono, «dinanzi ad un» (nol nomina, percioché ancora nol conosceva, ma si vedea), «ch’al passo», di Stige, dove esso era passato nella nave di Flegias, «Passava Stige con le piante asciutte», cioè senza immollarsi i piedi.

E poi segue: «Dal volto rimovea quell’aer grasso», per li fummi e per le nebbie che v’erano, le quali hanno a far l’aere grosso e spesso, «Menando la sinistra» mano, percioché nella destra portava una verga, si come appresso si comprende; «innanzi», da sé, «spesso». E in questo dimostra l’autore quello aer grosso dovergli essere assai noioso; e ciò non ci dee parer meraviglia, considerando chi egli era, e onde venía. «E sol di quell’angoscia parea lasso», stanco e vinto.

«Ben m’accors’io ch’egli era da ciel messo». E di questo s’accorse quando gli fu piú vicino, presumendolo ancora per l’anime de’ dannati, che, nel venir suo, fuggendo si nascondevano, sí come quelle che temevano di maggior pena, o che avevano in orrore di riguardarlo sí come nemico; o ancora per lo fracasso, il quale davanti a lui avea sentito venire, per lo qual poté conoscere tutto lo ’nferno commuoversi alla venuta d’un messo di Dio. E, perché egli conobbe questo, dice: «E volsimi al maestro», per sapere quello che io dovessi fare, appressandosi questo messo da cielo; «e quei», cioè il maestro, «fe’ segno», a me, «Ch’io stessi cheto», passando egli, «ed inchinassi ad esso», facendogli reverenza.

«Ahi quanto mi parea pien di disdegno!» nello aspetto suo. E questo meritamente, percioché, come creatura perfetta e beata, non poteva far senza sdegnare ciò che i demòni contro alla volontá di Dio attentavano. [E qui assai manifestamente si può comprendere l’uomo potersi senza peccare adirare, poiché l’angelo di Dio, il quale peccar non puote, era commosso.]

«Giunse alla porta», serrata, «e con una verghetta», la quale nella destra man portava, per la quale si disegna l’uficio del messo e l’autoritá di colui che ’l manda. [E, secondo che i santi vogliono, questo uficio commette Iddio a qualunque s’è di quelle gerarchie celesti, fuorché a’ cherubini non si legge essere stato commesso: e mentre che quello beato spirito è nell’esercizio dell’uficio commesso, si chiama «angelo»; percioché «angelo» si dice da «aggelos» graece, che in latino viene a dire «messaggiere»; poi, fornita la commessione, non si chiama piú «angelo», ma reassume il suo nome principale, cioè «vertú», o «potestá», o «troni» o qual altro s’abbia.]

«L’aperse, che non ebbe alcun ritegno». In questo si mostra la potenzia di Dio, la quale, non che aprire una porta, quantunque forte, col percuoterla con una verghetta, ma con un picciol cenno può commuovere tutto il mondo.

– «O cacciáti». Qui pone l’autore le parole dette dall’angelo a’ nimici di Dio, li quali si dee credere che quivi presenti non erano, sí come quegli che per paura, sentendo la venuta di questo angelo, s’erano fuggiti e dileguati: ma non potevano in quella parte essere andati, che bene non udissono e intendessono ciò che questo angelo diceva contro a loro. Dice adunque: – «O cacciáti dal ciel» per la lor superbia, «gente dispetta», – cioè avuta in dispetto da Dio, «Cominciò egli in su l’orribil soglia», della porta la quale era aperta, – «Onde», cioè da qual autoritá, «esta oltracotanza», di non aver riguardo a quello che voi fate, «in voi s’alletta?», cioè si chiama e si ritiene. «Perché ricalcitrate», col perverso vostro adoperare, «a quella voglia», di Dio, «A cui non puote il fin mai esser mozzo»; per ciò non può esser «mozzo», cioè terminato, perché ad esso non si può pervenire, conciosiacosaché Iddio sia infinito; «E che piú volte v’ha cresciuta doglia?», rilegandogli nell’aere tenebroso, nel profondo dello ’nferno, sí come è rilegato il Lucifero, il quale, perché volesse, non si può muover quindi. «Che giova», a voi o ad altrui, «nelle fate dar di cozzo?»

Altra volta è stato detto di sopra il «fato» doversi intendere la divina disposizione, contro alla quale volere adoperare non è altro se non voler cozzare col muro, ché si rompe l’uomo la testa, e ’l muro non si muove. [Né è però da credere che Domeneddio col suo provedere ponga necessitá ad alcuno, come pienamente si tratterá nel decimosettimo canto del Paradiso. Ma, percioché qui, poeticamente parlando, l’autore dice «fate» in plurali, è da sapere, secondo che i poeti scrivono, che queste fate son tre, delle quali la prima è nominata Cloto, la seconda Lachesis, la terza Atropos; e, secondo che dice Teodonzio, elle furon figliuole di Demogorgone e di Caos. (Vuolsi qui recitare la favola di Pronapide dell’origine di queste fate, e la sposizion di quella). Ma Tullio, il quale le chiama Parche, in libro De natura deorum, scrive queste essere state figliuole d’Erebo e della Notte; ma io m’accosto piú con l’opinione di Teodonzio, il quale vuole queste esser create insieme con la natura naturata, il che par piú conforme alla veritá. Queste medesime nel preallegato libro chiama Tullio «fato», quel medesimo dicendo essere stato figliuolo d’Erebo e della Notte. Seneca, in una epistola a Lucillo, le chiama «fate», dicendo nondimeno quello che scrive essere stato detto d’un filosofo chiamato Cleante, il qual dice: «i fati (o le fate), menano chi vuole andare, e chi non vuole andare tirano». Ma questa è malvagia sentenza e da non credere, percioché, se cosí fosse, noi saremmo senza il libero arbitrio; il che è falso. E questa medesima sentenza par molto piú apertamente sentire Seneca tragedo, in quella tragedia la quale è intitolata Edipo, dove dice:

		Fatis agimur, credite Fatis:
		non sollicitae possunt curae
		mutare rati stamina fusi.
		Quidquid patimur mortale genus,
		quidquid facimus, venit ex alto,
		servatque sua decreta colus
		Lachesis. Dura revoluta manu,
		omnia certo tramite vadunt,
		primusque dies dedit extremum.
		Non illa deo vertisse licet,
		quae nexa suis currunt causis.
		It cuique ratus, prece non ulla
		mobilis, ordo; multis ipsum
		timuisse nocet: multi ad fatum
		venere suum, dum Fata timent, ecc.

E questo medesimo mostra Ovidio d’aver sentito nel suo maggior volume, dove introduce Giove cosí parlante a Venere:

		…tu sola insuperabile Fatum,
		nata, movere putas? Intres licet ipsa sororum
		tecta trium: cernes illic molimine vasto
		ex aere, et solido rerum tabularia ferro:
		quae neque concursum caeli, neque fulminis iram,
		nec metuunt ullas, tuta atque aeterna, ruinas.
		Invenies illic incisa adamante perenniFata tui generis, ecc.

Nelle quali autoritá predette si può manifestamente comprendere queste tre sirocchie chiamarsi «fate» e «fato». E ch’elle sieno state da’ poeti nominate tre, credo essere addivenuto piú per mostrare la diversitá delle operazioni del fato che per intendere che piú che un fato sia. Scrivono, oltre a questo, queste tre fate essere state attribuite al servigio d’un iddio, chiamato Pan. È vero che Fulgenzio dice, nelle sue Mitologie, queste essere attribuite al servigio di Plutone, iddio dello ’nferno, e questo, credo, accioché noi sentiamo l’opere di queste solamente intorno alle cose terrene esercitarsi, secondo una significazion di quelle.]

[E dice il predetto Fulgenzio che la interpetrazione di questo nome Cloto è tanto a dire quanto «evocazione»; percioché a questa fata s’appartiene dare ad ogni seme, nel debito luogo gittato, accrescimento, tanto che esso sia atto a dover venire in luce. E, come esso medesimo dice, Lachesis vien tanto a dire quanto «pertrazione» o vero «sorte»; percioché quello, che Cloto ha composto e chiamato fuori in luce, Lachesis l’ha a ricevere e trarlo avanti nella vita. Atropos è detta ab «a», quod est «sine», e «tropos», quod est «conversio», cioè «senza conversione»; percioché ogni cosa, la quale nasce, incontanente che ella è pervenuta al termine postole, è di necessitá che ella caggia nelle mani della morte, dalla quale per opera naturale niuna conversione è indietro. E Apuleio madaurense, filosofo di non piccola autoritá, del significato de’ nomi e dell’opere di queste tre fate, in quel libro il quale egli compose e chiama Cosmografia, scrive cosí: «Etiam tria Fata sunt, numero cum ratione temporis faciente, si potestatem eorum ad eiusdem similitudinem temporis referas: nam quod in fuso perfectum est, praeteriti temporis habet speciem; et quod torquetur in digitis, momenti praesentis indicat spatia; et quod nondum ex colo tractum est subactumque curae digitorum, id futuri et consequentis saeculi posteriora videtur ostendere. Haec illis conditio ex nominum eorumdem proprietate contingit: ut sit Atropos praeteriti temporis fatum, quod ne Deus quidem faciet infectum; futuri temporis Lachesis, a fine cognominata, quod et illis, quae futura sunt, finem suum Deus dederit; Clotho praesentis temporis habet curam, ut ipsis actionibus suadeat, ne cura solers rebus omnibus desit», ecc. Son di quegli che vogliono che Lachesis, come altra volta è detto, sia quella cosa la qual noi chiamiam «fortuna», e da lei essere ogni cosa, la quale a’ mortali avviene, guidata e menata.]

[Ma, percioché della favola non s’avrebbe quello che per bisogno fa, se il senso allegorico non si ponesse, verrò a quello. Altra volta è stato mostrato il causato potersi dir figliuolo del causante; e, peroché queste fate sono dalla divina mente causate, dir si possono figliuole di Dio, comeché Demogorgone, di cui Teodonzio dice che figliuole sono, non sia quello iddio del quale io intendo, quantunque, secondo la vana opinione e dannevole d’alcuni antichi, fosse iddio padre di tutti gli altri iddii. E che esse fossero figliuole d’Erebo e della Notte, come a Tullio piace, si dee cosí intendere. È Erebo, come altra volta è detto, secondo la veritá, un luogo della terra profondissimo e nascoso, la qual profonditá è qui da intendere la profonditá della divina mente, la quale è tanta e sí nascosa, che occhio mortale non può ad essa trapassare; e conciosiacosaché la divina mente, sí come se medesima vedente e intendente quello che far dovea, e quindi queste tre fate con la natura delle cose attualmente producesse: assai bene possiam dire loro esser nate del profondissimo e segreto luogo della divina mente. Che esse fossero figliuole della Notte, si può dire cosí essere quanto è a noi: percioché ciascuna cosa, alla quale l’acume del nostro vedere non può trapassare, diciamo essere oscura e simile alla notte; e cosí non potendo trapassare dentro alle segrete cose del divino intelletto, essendo offuscati dalla mortal caligine, quantunque esse in sé sieno splendidissime, a quelle attribuiamo il vizio della debolezza del nostro intelletto, e chiamiamo notte quella cosa che è chiarissimo dí: e cosí queste fate, da noi non intese, diciamo essere state figliuole della Notte.]

[Sono, oltre a’ propri nomi, chiamate queste fate da Tullio Parche; e credo le chiami cosí per contrario, percioché esse non perdonano ad alcuno. «Fato» o «fate» son nominate da «for faris», il quale sta per parlare; e questo è, percioché pare ciò che avviene essere stato prima parlato, prevedendo, da Dio. Il che pare che santo Agostino senta nel libro De civitate Dei: ma, come altra volta è detto, pare che egli abbia in orrore il vocabolo, ammonendone che se alcuno la volontá di Dio o la podestá chiami fato, che esso tenga la sentenza, ma rifreni la lingua in non nominarlo cosí. E questo al presente basti aver detto delle fate.]

Séguita adunque, continuando le parole dell’angelo, l’autore: – «Cerbero vostro, se ben vi ricorda, Ne porta ancor pelato il mento e ’l gozzo». – Perché questo avvenisse è mostrato di sopra, dove di Teseo si ragionò.

«Poi», che queste parole ebbe dette, «si rivolse», l’angelo, «per la strada lorda», del padule di Stige, «E non fe’ motto a noi», percioché l’uno era dannato, e l’altro non era ancora in tanta grazia di Dio, che meritasse o saluto o altro dall’angelo. E se forse dicesse alcuno: esso parlò verso i diavoli, come non poteva egli far motto a costoro, che erano assai men colpevoli? Puossi cosí rispondere: esso aver parlato a’ diavoli in loro confusione e danno; il che costoro non meritavano, percioché non avean commesso quello che i demòni. «Ma fe’ sembiante D’uomo, cui altra cura stringe e morda, Che quella di colui che gli è davante»: e cosí trapassò oltre.

«E noi movemmo». Qui comincia la quinta e ultima parte di questo canto, nella quale l’autor pone come nella cittá íentrassono, e quivi vedessono in arche affocate punire gli eresiarci. Dice adunque: «E noi movemmo i piedi inver’ la terra», cioè verso Dite, «Sicuri appresso le parole sante», dette dall’angelo contro a que’ demòni che contrastavano, le quali quanto a noi furono sonore, ma quanto a color, contro a’ quali furon dette, furon dolorose e piene d’amaritudine. «Dentro v’entrammo»; e cosí del quinto cerchio, qui discende l’autore nel sesto, quantunque alcuna piú aperta menzion non ne faccia; «senza alcuna guerra», cioè senza alcuno impedimento o contrasto.

«Ed io, ch’avea di riguardar disio», sí come universalmente abbiam tutti di veder cose nuove, «La condizion», de’ peccatori, «che tal fortezza serra»; percioché aveva, come di sopra è mostrato, le mura di ferro, ed era guardata da tanti demòni, quanti in su la porta trovarono, e ancora dalle tre furie; «Com’io fu’ dentro, l’occhio intorno invio», si come investigatore delle cose che da vedere e da notar vi fossono; «E veggio ad ogni man», a destra e a sinistra, «grande campagna», cioè grandi spazi in forma di campagna, «Piena di duolo e di tormento rio». [Dice «rio» essere il tormento de’ dannati, per rispetto a quello che la giustizia di Dio dá a coloro li quali de’ loro peccati si purgano; e percioché amenduni cocentissimi sieno, quello de’ dannati sará eterno, dove quello di coloro che si purgano avrá alcuna volta fine.]

E come questa campagna sia fatta, il mostra per due comparazioni, dicendo primieramente esse campagne esser fatte «Sí come ad Arli». Arli è una cittá antica in su il Rodano in Provenza, assai vicina alla foce del mare, cioè lá dove il Rodano mette in mare, «ove il Rodano stagna». È il Rodano un grandissimo fiume il quale esce, secondo che Pomponio Mela nel secondo libro della sua Cosmografia scrive, di quella medesima montagna della quale escono il Danubio e ’l Reno, né è la sua origine guari lontana a quella de’ predetti due; e quindi ne viene in un lago chiamato Lemanno, volgarmente detto Losanna, nel quale alquanto raffrena l’impeto suo; e nondimeno quale egli entra in questo lago, tale se n’esce, cioè di quella grandezza, e quindi per alcuno spazio corre verso occidente, dividendo l’una Gallia dall’altra; e poi, rivolto il corso verso mezzodí, e ricevuto Arari, e ancora Isara e Durenza, correntissimi fiumi, e altri assai, e divenuto grandissimo, corre intra popoli anticamente chiamati i volchi e’ cavari; oltre a’ quali sono gli stagni de’ volchi, e un fiume secondo l’antico nome chiamato Ledu, e un castello chiamato Letara; e quindi diviso mette in mare. E, secondo che scrive Plinio nel libro terzo De historia naturali, nella sua foce fu una terra chiamata Eraclea, oltre alla fossa fatta del Rodano cento passi, da Mario fatta, e quivi essere un ragguardevole stagno, per lo quale l’autor dice: «ove ’l Rodano stagna», cioè fa il predetto stagno; ed estimo io Arli essere quella terra la qual Plinio dice si chiamava Eraclea.

E, oltre a ciò, soggiugne l’autore la comparazion seconda, dicendo: «Si com’a Pola». Pola è una cittá in Istria, la quale, secondo che Giustino dice, fece Medea moglie di Giasone, capitata quivi con lui quando di Colcos veniva, e abitolla di colchi. Il come quivi capitasse, venendo nel mar maggiore, e volendo venire in Tessaglia, sarebbe lunga istoria, e però la lascio. «Presso del Quarnaro, Ch’Italia chiude, e suoi termini bagna». È il Quarnaro un seno di mare, il qual nasce del mare Adriano, e va verso tramontana, e quivi divide Italia dalla Schiavonia; e chiamasi Quarnaro da’ popoli li quali sopr’esso abitarono, che si chiamarono Carnares. «Fanno i sepolcri», li quali in quel luogo sono, «tutto ’l loco varo», cioè incamerellato, come veggiamo sono le fodere de’ vai, il bianco delle quali, quasi in quadro, è attorniato dal vaio grigio, il quale vi si lascia accioché altra fodera che di vaio creduta non fosse da chi la vedesse. È il vero che ad Arli, alquanto fuori della cittá, sono molte arche di pietra, fatte ab antico per sepolture, e quale è grande e quale è piccola, e quale è meglio lavorata e qual non cosí bene, per avventura secondo la possibilitá di coloro li quali fare le fecero; e appaiono in alcune d’esse alcune scritture secondo il costume antico, credo a dimostrazione di chi dentro v’era seppellito. Di queste dicono i paesani una lor favola, affermando in quel luogo essere già stata una gran battaglia tra Guiglielmo d’Oringa e sua gente d’una parte, o vero d’altro prencipe cristiano, e barbari infedeli venuti d’Affrica; ed essere stati uccisi molti cristiani in essa; e che poi la notte seguente, per divino miracolo, essere state quivi quelle arche recate per sepoltura de’ cristiani, e cosí la mattina vegnente tutti i cristiani morti essere stati seppelliti in esse. La qual cosa, quantunque possa essere stata, cioè che l’arche quivi per li morti cristiani recate fossero, io nol credo. Credo bene essere a Dio possibile ciò che gli piace, e che forse quivi fosse una battaglia, e che i cristiani morti fossero seppelliti in quelle arche: ma io credo che quelle arche fossero molto tempo davanti fatte da’ paesani per loro sepolture, come in assai parti del mondo se ne truovano; e quello che di questo credo, quel medesimo credo di quelle che si dice sono a Pola.

Dice adunque l’autore, continuandosi al primo detto, che come ad Arli e a Pola la moltitudine delle sepolture fanno il luogo varo, «Cosí facevan quivi d’ogni parte», cioè a destra e a sinistra, «Salvo», cioè eccetto, «che ’l modo v’era piú amaro», qui, che ad Arli o a Pola.

E poi discrive come piú amaro v’era il modo, dicendo: «Che tra gli avelli», cioè tra le sepolture le quali quivi erano, chiamate in fiorentin volgare «avelli»; e credo vegna questo vocabolo da «evello evellis», percioché la terra s’evelle del luogo dove l’uom vuole seppellire alcun corpo morto; «fiamme erano sparte, Per le quali eran sí del tutto accesi», quegli avelli, «Che ferro piú», acceso, cioè rovente, «non chiede verun’arte», la quale di ferro lavori, il quale lavorare non si può né riducere in quella forma la quale altri vuole, se egli non è molto rovente. «Tutti li lor coperchi», di quelle arche, «eran sospesi», cioè levati in alto, «E fuor n’uscivan si duri lamenti», per lo grieve martiro fatti da’ miseri che dentro vi giaceano, «Che ben parean di miseri e d’offesi».

E però l’autore si mosse a domandar Virgilio, dicendo: «Ed io: – Maestro, quai son quelle genti, Che seppellite dentro da quell’arche», cioè affocate, «Si fan sentir con gli sospir dolenti.»? – la qual cosa dice l’autore, percioché veder non si lasciano, e non si possono.

«Ed egli a me: – Qui son gli eresiarche». «Eresiarche» si chiamano i prencipi dell’eretica pravitá, e dicesi questo nome ab «haeresis» et «arce», quod est «princeps», quasi «principe d’eresi». «Eresi», secondo che dice Papia, son quegli li quali di Dio o delle creature o di Cristo e della chiesa diversamente sentono; e cosí, avendo conceputa alcuna perfidia di nuovo errore, quella pertinacissimamente difendono. E di questi dopo la resurrezione di Cristo furon molti che diversamente opinarono, e perversamente credettero e insegnarono. E per quello che appaia in un libretto il quale sant’Agostino scrive Degli eresiarci, e delle qualitá de’ loro errori, mostra che infino a’ tempi suoi ne fossero novantaquattro, cioè prencipi d’eresie, li quali tutti diversamente l’uno dall’altro errarono, ed ebbero uditori e fautori della loro eresia: tra’ quali egli annovera Simon mago, Macedonio, Manicheo, Arrio, Nestoriano, Celestino e altri assai, li quali l’autore qui dice esser puniti. E mostra ancora l’autor sentire esser con questi, che dopo la resurrezion di Cristo furono, certi filosofi gentili, comeché di quegli non nomini che Epicuro solo; e dice non solamente costoro quivi esser puniti, ma esservi «Co’ lor seguaci», ed esservi «d’ogni setta» d’eretici. E chiamale «sètte», il qual nome viene da «seco secas», il qual vuol dire «dividere»; percioché essi primieramente son divisi dalla cattolica fede, e poi son divisi infra sé, si come coloro li quali niuno crede quello che l’altro. E poi segue: «e molto Piú che non credi son le tombe carche», cioè piene; percioché stati ne sono di quegli che hanno avuto grandissimo séguito, e tra gli altri Arrio, il cui errore tenne molti imperadori e altri principi e popoli, in tanto che quasi non eran piú cristiani cattolici che fossero gli arriani: e durò lungo tempo questa perfidia.

«Simile qui con simile è sepolto»: e cosí pare che i seguaci sieno in una medesima arca col prencipe loro.

«E’ monimenti», cioè le sepolture. Le quali per molti nomi chiamate sono; e averne alcuna volta fatta menzione in ammaestramento di coloro che nol sanno, non sará altro che utile. E qui viene in destro, perché in luogo di supplicio son date agli eretici. Chiamale adunque in questo canto l’autore: «sepolcri», «avelli», «arche», «tombe», «monimenti»; nominansi ancora: «locelli», «tumuli», «sarcofagi» e «mausolei», «busti», «urne». Chiamasi adunque «sepolcro», quasi «seorsum a pulchro», percioché è da cosa bella separato, conciosiacosaché i corpi corrotti, li quali in essi sono, siano turpissima cosa a vedere. Perché «avello» si chiami, è detto davanti. Chiamasi «arca», percioché assai, essendo di pietra e di marmo, hanno quella forma che hanno l’arche del legno, nelle quali molti conservano il grano e le cose loro; ed è detta questa «arca», percioché ella ha a rimuovere il vedere delle cose che dentro vi sono, o il ladro da poterle tôrre, e di quinci viene «arcano», la cosa segreta. Chiamansi «tombe», percioché, essendo sotterra luoghi concavi, par che risuonino o rimbombino; e perciò si dice «tumba», quasi «tumulus bombans», cioè cosa rilevata che rimbombi. Chiamasi «monimento», percioché «ammoniscono» la mente de’ riguardanti, recando loro a memoria la morte o il nome di colui che in esso è seppellito. Chiamasi ancora «locello», quasi «piccol luogo», per rispetto del grande, il quale vivi vogliamo occupare e occupiamo, e poi, morti, in picciolissimo luogo capiamo. Chiamasi «tumulo», quasi «terra gonfiata e rilevata», sí come talvolta veggiamo sopra i corpi che nuovamente sono seppelliti in terra; e, oltre a ciò, solevano gli antichi fare sopra i corpi de’ nobili uomini alcuno edificio alquanto rilevato, il quale avesse a dimostrare il luogo dove quel cotale fosse stato seppellito; de’ quali noi veggiamo ancora oggi per lo mondo assai. Chiamasi «sarcofago», percioché in esso si consuma la carne di chi v’è dentro seppellito, e dicesi da «sarca», graece, che tanto vuol dire quanto «carne», e «paghos», che tanto vuol dire quanto «mangiare»; e in essi i vermini mangiano la carne del seppellito. Chiamansi ancora «mausolei», e questa è nobile spezie di sepolcri, si come son quegli de’ re e de’ gran principi; e chiamansi cosí da Mausolo, re di Caria, al quale, morto, Artemisia reina, sua moglie, fece una mirabile sepoltura. La quale, secondo che l’antiche storie testimoniano, fu di spesa e di grandezza e d’artificio maravigliosa; percioché Artemisia, ogni femminile avarizia posta giú, fece chiamare a sé i quattro maggiori maestri d’intaglio e di edificare che al mondo avesse a’ suoi tempi, i nomi de’ quali furono Scopas, Bryaxes, Timoteo e Leochares; e fuori d’Alicarnasso, sua real cittá, comandò loro che ordinassero, senza avere riguardo ad alcuna spesa, il piú nobile e il piú magnifico sepolcro che far si potesse. Li quali, preso uno spazio quadro, la cui lunghezza fu sessantatré piedi, la larghezza non fu tanta, l’altezza fu centoquaranta, il circúito del quale cinsero di trentasei maravigliose colonne; e quella parte, la quale era vòlta a levante, dicono che intagliò Scopas, e quella che era a tramontana Bryaxes, e quella che vòlta era in ponente lavorò Leochares, e la quarta Timoteo; li quali in intagliare istorie e immagini, ovvero statue, posero tanto studio e tanta arte, per dover ciascuno apparere il migliore, che, molti secoli poi, assai agevolmente apparve agl’intendenti questi maestri avere lavorato per disiderio di gloria, e non per guadagno; e cosí infino al disiderato fine il produssero. Appresso a’ quali vi venne un quinto artefice, di non minore ingegno che i quattro primi, chiamato Yteron, il quale per ventiquattro gradi ragguagliò la piramide, cioè la punta quadra superiore; e poi vi s’aggiunse il sesto, chiamato Pythis, il quale nella sommitá di tutto il dificio fece una quadriga, cioè un carro con quattro ruote, tirato da quattro cavalli, con maraviglioso artificio composta. E in questo finí il lavorio di tanta bellezza e sí magnifico, che lungo tempo fu annoverato l’uno de’ sette miracolosi lavorii, li quali in tutto il mondo essere allora si ragionavano. E da Mausolo fu «mausoleo» nominato; e cosí, come detto è, ancora si nominano le maravigliose sepolture de’ re. Chiamansi ancora i sepolcri, «busti», e questi son detti da’ corpi «combusti», cioè arsi, sí come anticamente far si soleano. E chiamansi «urne», le quali erano certi vasi di terra e d’ariento e d’oro, secondo che color potevano che ciò facevano, nelle quali, con diligenzia ricolta, la cenere d’alcun corpo arso dentro vi mettevano. E questo basti aver de’ sepolcri detto. Séguita: «son piú e men caldi», secondo la gravezza maggiore e minore del peccato della eresia di quegli eretici che dentro vi son tormentati.

E detto questo degli eretici, mostra come avanti procedessero, pur tra le sepolture, dicendo: «E poi ch’alla man destra si fu vòlto», Virgilio, «Passammo tra i martiri», cioè tra quelle sepolture, «e gli alti spaldi». «Spaldo» in Romagna è chiamato uno spazzo d’alcun pavimento espedito; e perciò dice che tra’ martiri passò, e tra’ luoghi che quivi espediti erano.




II

Senso allegorico


«Quel color, che viltá di fuor mi pinse», ecc. Avendo l’autore ne’ precedenti canti, secondo, la dimostrazion fattagli dalla ragione, dimostrato che peccati sien quegli a’ quali noi naturalmente tirati siamo, e ne’ quali noi per incontinenzia vegnamo, e ancora quali supplici ad essi dalla divina giustizia sieno imposti; e restandogli a discriver quegli li quali per bestialitá e per malizia si commettono, accioché, cognosciutigli, meglio da essi guardar ci sappiamo, e ancora, se in essi caduti fossimo, ce ne dogliamo, e per penitenzia perdono meritiamo; e parendogli opportuno, a dover questo fare, di dimostrare superficialmente dove questi peccati si piangono, e, in parte, la cagione dalla quale par che provengano: primieramente scrive come alla cittá di Dite pervenisse, e come in quella gli fosse negata l’entrata; e appresso come da tre furie infernali fosse provocato il Gorgone per doverlo far rimanere, e quinci perché quello per opera della ragione non aveva potuto avere effetto, come e per cui fosse la porta della cittá aperta, e come dentro seguendo la ragione v’entrasse, disegna; e quale spezie di peccatori, entratovi, primieramente in doloroso tormento trovasse. E percioché a lui medesimo par sotto molto artificioso velame aver queste cose nascose (come nel testo appare), rende solleciti coloro li quali hanno sani gl’intelletti, a dovere agutamente riguardare ciò che esso ha riposto sotto i versi suoi.

È adunque primieramente da vedere quello che esso abbia voluto che s’intenda per la cittá di Dite. Il che se perspicacemente riguarderemo, assai ben potremo comprendere lui voler sentire questa cittá niuna altra cosa significare, che il luogo dello ’nferno nel quale si puniscono gli ostinati. E ciò dimostra in due cose, delle quali discrive questo luogo essere circundato, cioè dalla padule di Stige, della quale dice i fossi di questa cittá esser pieni, e impedire ogni entrata, fuori che quella alla quale Flegiás dimonio con la sua nave perducesse altrui; e, appresso, essa cittá aver le mura di ferro, le quali non si posson leggiermente rompere o spezzare. Per le quali due cose sono da intendere due singulari proprietá degli spiriti maladetti che in esso luogo tormentati sono, o vogliam dire dell’anime ostinate, le quali in quello luogo in diversi supplici punite sono: ed è la prima «tristizia», significata per Stige, percioché la tristizia si può dire essere la prima radice della ostinazione, si come appresso apparirá; la seconda è la «inflessibile fermezza» del malvagio proponimento, nel quale senza mutarsi consiste l’ostinato, e questa è significata per le mura del ferro, la cui durezza è tanta e tale, che per forza di fuoco, non che d’altra cosa, non si può liquefare, come tutti gli altri metalli fanno: e perciò per esso ferro assai ben si dimostra la seconda qualitá degli animi degli ostinati, li quali né caldo alcuno di caritá, né dimostrazione o ragione alcuna puote ammollire, né riducere in alcuna laudevole forma.

E chiama l’autore questo luogo Dite, cioè «ricco» e «abbondante»; ed esso medesimo mostra di che ricco e abbondante sia, cioè di «gravi cittadini», e di «grande stuolo», cioè moltitudine: percioché, per lo trasandare nelle colpe, li piú de’ peccatori da’ peccati naturali trasvanno ne’ bestiali o ne’ fraudolenti; e cosí questa ultima e piú profonda parte dello ’nferno è molto piú piena che la superiore. E pare che questa pestilenza entri negli animi, come detto è, per lo trasandar nelle colpe o per bestialitá o per malizia, delle quali l’una non lascia cognoscer la misericordia di Dio, e l’altra non la vuoi cognoscere; e però, trascorsi con abbandonate redine ne’ vizi e in quegli per lungo trasandare abituati, gli s’hanno ridutti in costume; e quando il vizio è convertito in costume, niuna speranza di poterlo rimuovere si puote avere; e cosí indurati e sassei divenuti, caggiono in questo miserabile luogo. Nel quale per ciò è vietata l’entrata alla ragione e all’autore: alla ragione, percioché il costume degli ostinati è non volere, come detto è, alcuna ragione udire incontro alla loro sassea e dannosa opinione; all’autore fu vietata, percioché nel vizio della ostinazione non era venuto. E cosí, parendo a’ ministri del doloroso luogo lui non dover venire per rimanere, come gli altri facevano che v’entravano, non fu voluto ricevere, ma essere alla ragione e a lui stata serrata la porta non di Dite, ma de lo ’ntelletto, da’ loro avversari, li quali con ogni lor forza e con tutto il loro ingegno adoperano che alcuno conoscer non possa quello, che, conosciuto, gli sia cagione di schifare la sua perdizione, e quel seguire che sua salute sia. Ché per altro non si curerebbe il demonio che l’uomo conoscesse il vizio e ancora la pena apparecchiata a quello, se non fosse che vede che, per lo conoscere, l’uomo si guarda di non cadere, e diviene piú costante contro alle sue tentazioni; e non conoscendolo ancora, e non essendo tanto pienamente informato, quanto bisogno fa a ciascuno che intera contrizion vuole avere, e per conseguente pervenire ben disposto alla confessione; s’ingegna di doverlo far cadere nella ostinazione, accioché piú avanti non vada a quello che sua salute può essere. E percioché negli animi, li quali sono in pendulo e spaventati, piú leggiermente s’imprieme questa maladizione, cioè l’ostinazione, vegnono le tre furie infernali orribili a vedere, e con pianti e con rumore è da loro chiamato il Gorgone, cioè la ostinazione, cioè per quegli rumori s’ingegnano d’occupare con questo vizio il petto dell’autore: ma per l’opera e dimostrazione della ragione ciò non avviene, anzi piú tosto è da lui la sua origine conosciuta e dimostrata a noi.

[Alla qual dimostrazione voler con minor difficultá comprendere, è da vedere chi fossero queste tre furie infernali, i nomi loro e’ loro effetti, secondo che sentirono gli antichi poeti. Furono dunque, le furie, tre, e, secondo che pare che tutti tengano, furono figliuole d’Acheronte, fiume infernale, e della Notte; e che esse fossono figliuole d’Acheronte il testimonia Teodonzio; e che esse fossero figliuole della Notte, appare per Virgilio, il quale, cosí scrivendo, il dimostra:

		Dicuntur geminae pestes, cognomine Dirae,
		quas et Tartaream nox intempesta Megaeram
		uno eodemque tulit partu, ecc.

E, secondo che essi vogliono, queste son diputate al servigio di Giove e di Plutone, sí come per Virgilio appare, dove scrive:

		Hae Iovis ad solium, saevique in limine regis
		apparent, acuuntque metum mortalibus aegris
		si quando lethum horrificum morbosque deum rex
		molitur meritis, aut bello territat urbes, ecc.

E i loro nomi sono Aletta, Tesifone e Megera, come nel testo dimostra l’autore. E, oltre a questi, hanno altri piú nomi, e massimamente in diversi luoghi, percioché chiamate sono «cani infernali», sí come per li versi di Lucano si comprende, quando dice:

		Iam vos ego nomine vero
		eliciam, Stygiasque canes in luce superna
		destituam, ecc.

Sono, oltre a questo, appo noi chiamate «furie» dallo effetto loro, sí come per Virgilio appare, dove dice:

		… caeruleis unum de crinibus anguem
		coniicit, inque sinum praecordia ad intima subdit,
		quo furibunda domum monstro permisceat omnem.

E ancora appo noi son chiamate «eumenide», sí come ne dimostra Ovidio dicendo:

		Eumenides tenuere faces de funere raptas, ecc.

E questo è assai chiaro essere intervenuto appo noi in uno sventurato matrimonio. Appo i superiori iddii sono appellate «dire», come per Virgilio si può vedere:

		At procul ut Dirae stridorem agnovit et alas,
		infelix crines scindit Iuturna solutos, ecc.

Fu Iuturna dea, e questo stridor di queste dire il cognobbe in cielo non in terra. Sono appresso da Virgilio chiamate «uccelli» in questi versi:

		Iam iam linquo acies: ne me terrete timentem
		obscoenae volucres: alarum verbera nosco, ecc.

Oltre a questo, dice Teodonzio queste furie, appo coloro li quali abitano alle marine, esser chiamate «arpie».]

[Discrivonle similmente con orribili forme, le quali, percioché dall’autore discritte in parte sono, lasceremo stare al presente.]

[Attribuiscono, oltre alle cose dette, a ciascuna di queste furie singulare oficio e spaventevole. E primieramente l’uficio attribuito ad Aletto appare per questi versi di Virgilio:

		Cui tristia bella
		iraeque insidiaeque et crimina noxia cordi.
		Odit et ipse pater Pluton, odére sorores
		Tartareae monstrum; tot sese vertit in ora,
		tam saevae facies, tot pullulat atra colubris.

E un poco appresso séguita:

		Tu potes unanimes armare in praelia fratres
		atque odiis versare domos; tu verbera tectis
		funereasque inferre faces; tibi nomina mille,
		mille nocendi artes, ecc.

A Tesifone dicono quello appartenersi che per gl’infrascritti versi appare; e prima Virgilio dice di lei:

		Egrediturque domo, luctus comitatur euntem,
		et pavor et terror trepidoque insania vultu, ecc.

A’ quali aggiugne Stazio, dicendo:

		Suffusa veneno
		tenditur, ac sanie gliscit cutis: igneus atro
		ore vapor, quo longa sitis morbique famesque
		et populis mors una venit, ecc.

A Megera similmente aspetta quello che per gli infrascritti versi di Claudiano si può comprendere, dove nel libro De laudibus Stiliconis, dice:

		Quam penes insani fremitus, animique prophanus
		error, et undantes spumis furialibus irae,
		non nisi quaesitum cognata caede cruorem,
		illicitumque bibit patrius, quem fuderat ensis,
		quem dederint fratres, ecc.]

[Ma, accioché noi possiam vedere quello che alla presente intenzione è di bisogno, si vuol guardare ciò che sotto cosí mostruose favole sentissono i poeti, e primieramente quel che volessero dire queste furie essere state figliuole d’Acheronte e della Notte. Della qual cosa pare che questa possa essere la ragione: pare che sia di necessitá che, avendo noi separata la ragione e seguendo l’appetito, che, non avvegnendo le cose secondo che noi disideriamo, ne debba turbazion seguitare, la quale ha a tôrre da noi e a rimuovere allegrezza: la qual perturbazion non si riceve se non per malvagio giudicio, procedente da animo offuscato da ignoranza; e perseverando la perturbazione, e, come il piú delle volte avviene, divegnendo, per la perseveranza, maggiore, convien che proceda ad alcuno atto, sí come quella che continuamente molesta il perturbato: e questo atto non regolato dalla ragione sará di necessitá furioso. Per la qual cosa assai convenevolmente si può comprendere questo atto furioso esser nato dall’aver cacciata la letizia e la quiete della mente per la turbazion presa: e questo primo atto potersi chiamare Acheronte, che tanto vuol dire quanto «senza allegrezza». E appresso, avere la perturbazion ricevuta, essere avvenuto per ignoranzia d’animo: e la ignoranzia è similissima alla notte. E cosí, questa seconda cagione, cioè la notte della ignoranza, aver causata la furia della turbazion seguita. E cosí si può dire le furie esser figliuole d’Acheronte e della Notte.]

[Esser queste furie poste al servigio di Plutone, intendendo lui per lo ’nferno, attissimamente si può comprendere e concedere essere stato fatto, percioché, sí come noi veggiamo per li loro effetti, infinite anime traboccano in quello; ma che esse al servigio di Giove sieno, par da maravigliare, conciosiacosaché Iddio sia in tutto contrario ad esse, come colui che in tutte le sue operazioni è pieno d’ottimo consiglio, di pace, di mansuetudine e di misericordia. Ma intorno a questo si può cosí dire: i nostri peccati son tanti, che noi con la nostra perfidia vinciamo la divina pazienza, e commoviamla a dovere operare contra di noi; per la qual cosa esso Iddio (sí come egli dice nel Vangelio: «Io pagherò il nimico mio col nimico mio»), permette a queste furie, quantunque sue nemiche sieno, l’adoperare contra di noi; per la qual cosa, per opera di quelle, le tempeste, le fami, le mortalitá e le guerre vengono sopra di noi. E per questa cosí fatta permissione si posson dire essere e star davanti a Giove e al servigio suo.]

[Appresso è da vedere quel che volesser gli antichi per li nomi di queste furie sentire: e però la prima, la quale è chiamata Aletto, secondo che a Fulgenzio piace, non vuole altro dire che «senza riposo», accioché per questo s’intenda ogni furioso atto prender principio dal continuo e noioso stimolo, il quale l’animo nostro riposar non lascia, quando in perturbazione alcuna caduti siamo di cosa la quale appetisca vendetta. La seconda è chiamata Tesifone, la quale, si come Fulgenzio medesimo dice, è detta cosí, quasi dicessimo «tritonphones», il che in latino viene a dire «voce d’ira»; la qual voce d’ira dobbiamo intendere esser quella, la quale l’animo perturbato e inquietato, con contumelia e vituperio di chi è cagione della sua perturbazione, manda fuori, come sono le villanie le quali gli adirati si dicono insieme. La terza è chiamata Megera, e, secondo che ancora Fulgenzio dice, questo nome vien tanto a dire, quanto «gran litigio»; per lo quale dobbiamo intendere le vendette, l’uccisioni e le guerre, nelle quali si dimostrano le contenzioni grandi e pericolose e piene d’impeti furiosi e di danni inestimabili. E cosí della perturbazion presa non giustamente séguita o nasce l’inquietudine dell’animo; e dalla inquietudine dell’animo si viene ne’ romori e nelle obiurgazioni; e da’ romori si viene nella zuffa e nelle morti e nelle guerre e in ostinati odii.]

[Oltre a questi principali nomi, son chiamate appo quegli d’inferno, cioè appo gli uomini di bassa e infima condizione, «cani»; percioché, pervegnendo essi, o per ingiuria o per altra cagione che ricevano o paia loro ricevere non giustamente, in perturbazione, similmente, per desiderio di vendetta, sono da rabbiosi pensieri angosciati nell’animo; e, non potendo ad altro atto di vendetta procedere, furiosamente gridando, abbaiano come fanno i cani, di quali contro a’ lor maggiori niuna altra cosa adoperano che l’abbaiare.]

[Appo noi, li quali siamo in mezzo tra ’l cielo e lo ’nferno (e perciò si deono per noi intendere gli uomini di mezzano stato), son chiamate «furie» ed «eumenide»; e questo, percioché esse con piú focosa ira incendono il perturbato, in quanto, essendo stimolato, percioché ricever gli pare ingiuria da chi non gli par che piú di lui vaglia, e però, parendogli equivalere e non potere, secondo l’appetito correndo, pervenire alla vendetta, tutto in sé si rode; e ultimamente non potendo a tanta passion sussistere, vergognandosi d’abbaiare come i minor fanno, prorompe furioso all’esecuzion del suo appetito, e le piú delle volte con suo gravissimo danno: e quinci si può dire le furie esser chiamate «eumenide», che tanto viene a dire quanto «buone»; percioché, essendo cosí chiamate per contrario, mai in altro che in male non riescono a ciascun che ad esse si lascia sospignere.]

[Sono queste medesime, come detto è, appo gl’iddii, cioè appo gli eccelsi e grandi uomini, chiamate «dire», cioè «crudeli», dalla crudeltá la quale essi, sí come potenti, per ogni menoma perturbazione usano ne’ minori.]

[E sono ancora chiamate «ucceli» dalla velocitá del furore, percioché velocissimamente da ogni piccola perturbazione ci commoviamo, e fannoci dalla mansuetudine trascorrere nel furore. «Arpie» son chiamate, quasi «rapaci»; e percioché gli uomini di mare, e quegli ancora che alle marine abitano, con tanto fervore prorompono alla preda, che in cosa alcuna da’ superiori discordanti non paiono.]

[Gli ufici loro attribuiti, percioché assai, per le molte cose dimostrate di loro e ancora per i versi medesimi che gli discrivono, si possono comprendere, senza altrimenti aprirgli, trapasseremo; e cosí ancora gli abiti loro orribili.] E possiamo per tante cose comprendere l’animo, nel quale le turbazioni sono, e per conseguente tanti e sí orribili commovimenti, quanti hanno a suscitare e a conservare e ancora ad accrescere li mal regolati appetiti, non potere in quello trovare alcun luogo amore, né caritá di Dio o di prossimo, o virtuoso pensiero: e per questo, sí come in luogo freddissimo e terreo, essere ogni attitudine e opportuna disposizione a doversi creare e imprimere il ghiaccio e la durezza dell’ostinazione: e per questo artificiosamente fingere l’autore queste furie gridare, accioché in lui, posto nel luogo dove ha la tristizia di Stige e il furor degl’iracundi contemplato, possano col romor loro mettere, con paura, perturbazione, accioché per gli stimoli di quella recati nell’animo, esso divegna atto a dover ricevere quella impressione, che pare il debbia fare perpetuo cittadino d’inferno, cioè l’ostinazione. E quinci, discrive l’autore, essendo giá la perturbazion venuta per la separazion della ragione, alquanto da lui dilungata per l’andare a parlare, cioè a tentare l’entrata nel luogo degli ostinati, e poi per lo invilimento di quella, per lo non potere avere ottenuto quello che disiderava; che la ostinazione, chiamata dalle furie, cioè provocata dalle misere sollecitudini dell’animo suo, veniva. E deonsi queste perturbazioni e sollecitudini intendere esser quelle che a ciascun peccatore possono intervenire nel mezzo delle meditazioni delle lor colpe, e massimamente quando per falsa credenza paion loro quelle esser maggiori che la misericordia di Dio, come parve a Caino e a Giuda, e quinci, di quella disperandosi, caggiono in ostinazione, e, se medesimi riputando dannati, continuamente di male in peggio adoperando procedono.

Ma, percioché l’autor dice che questa ostinazione era dalle furie per lo nome di Medusa chiamata, è da vedere quello che per questa Medusa sia da sentire, cioè come s’adatti alla ’ntenzione lei aver per l’ostinazione, piú tosto che alcuna altra cosa, chiamata. [E primieramente è da vedere quello che favolosamente ne scrivono i poeti, e poi quello che sotto il favoloso parlare abbiano voluto sentire.]

[Scrivono adunque, secondo che Teodonzio afferma, che Forco, figliuolo di Nettuno e dio del mare, generò d’un mostro marino tre figliuole, delle quali la prima fu chiamata Medusa, la seconda Steno, la terza Euriale, e tutte e tre furon chiamate Gorgoni; e secondo che testimonia la fama antica, non ebbero tra tutte e tre che uno occhio, il quale vicendevolmente usavano; e, come scrive Pomponio Mela nella sua Cosmografia, esse signoreggiarono l’isole chiamate Orcade, le quali si dicono essere nel mare oceano etiopico, di rincontro a quegli etiopi che son cognominati esperidi. La qual cosa par che testimoni Lucano, dove scrive:

		Finibus extremis Libyes, ubi fervida tellus
		accipit Oceanum demisso sole calentem,
		squalebant late Phorcynidos arva Medusae, ecc.

E dicesi queste sorelle avere avuta questa proprietà, che, chiunque le riguardava, incontanente si convertiva in sasso. E di Medusa, la maggior delle tre, sí come Teodonzio scrive, si dice che ella fu oltre ad ogni altra femmina bella; e intra l’altre cose piú ragguardevoli della sua bellezza, dicono essere stati i suoi capelli, li quali non solamente avea biondi, ma gli aveva che parevan d’oro. Dallo splendore de’ quali preso Nettuno, giacque con lei nel tempio di Minerva; e di questo congiugnimento vogliono nascesse il cavallo nominato Pegaso. Ma Minerva, turbata della ignominia nella qual pareva il suo tempio venuto per questo adulterio, accioché non rimanesse impunita, dicono che i capelli d’oro di Medusa trasformò in serpenti; per la qual cosa Medusa, di bellissima femmina, divenne una cosa mostruosa. La qual cosa essendo per fama divulgata per tutto, pervenne in Grecia agli orecchi di Perseo, in quei tempi valoroso e potente giovane; laonde egli, a dover questa cosa mostruosa tôr via, venne di Grecia lá dove Medusa dimorava, e quivi, armato con lo scudo di Pallade, la vinse e tagliolle la testa, e con essa se ne ritornò in Grecia. E questo quanto alle fizioni basti. E veggiamo quello che sotto questo voglian sentire coloro che finsono, e poi al nostro proposito il recheremo.]

[Puossi adunque leggiermente concedere queste sorelle essere state figliuole di Forco; ma perché dette sieno figliuole d’un mostro marino, credo preso fosse dalla loro singular bellezza, l’ammirazion della quale non lasciava credere al vulgo ignorante lor potere esser nate di femmina, come l’altre nascono: ma di questo sia la quistione terminata. Che esse avessero tra tutte e tre solamente un occhio, par che credano Sereno e Teognide, antichissimi istoriografi, per ciò esser detto, perché esse tutte e tre fossero d’una medesima e igual bellezza, e per questo fosse un medesimo il giudicio di tutti coloro li quali le riguardavano. Altri voglion dire che esse tra tutte e tre avessero un solo regno, e quello vicendevolmente reggessero, e per quello vedessero, cioè valessono. L’esser giaciuta con Nettuno, niuna altra cosa dimostra se non essersi dilettata dell’abbondanza delle cose, e però nel tempio di Minerva, perché ella mostrò molte lucrative arti, per le quali l’abbondanza diventa maggiore. I crini esser convertiti in serpenti, niuna altra cosa vuole se non mostrare le sustanze temporali, le quali per li capelli si dimostrano, convertirsi in amare e mordaci sollicitudini di coloro che l’hanno, percioché temono or di questa e or di quella cosa, ecc. Che esse convertissono in sassi coloro li quali le riguardavano, credo essere stato detto per ciò, che tanta e sí grande era la lor bellezza, che, come da alcuno veduta era, cosí diventava stupido e attonito, e quasi mutolo e immobile per maraviglia, non altrimenti che se sasseo divenuto fosse.]

[Gorgone furon chiamate, percioché, secondo che Teodonzio dice, essendo dopo la morte del padre loro rimase ricchissime, con tanta sollecitudine e avvedimento curarono le cose, nelle quali consistevano le loro ricchezze, le quali il piú erano in terre, che dalli loro uomini furon chiamate Gorgoni, il qual nome suona «cultrici di terra». Ma Fulgenzio, il quale intorno alle fizioni poetiche ebbe mirabile e profondo sentimento, par che senta tutto altrimenti; percioché egli scrive essere tre generazioni di paura, le quali per li nomi di queste tre sorelle si dimostrano: e primieramente dice che Steno è interpetrata «debilitá», cioè principio di paura, il qual solamente debilita l’animo di colui in cui cade; appresso dice che Euriale è interpetrata «lata profonditá», cioè stupore o amenzia, la quale con un profondo timore sparge o disgrega l’animo debilitato; ultimamente dice che Medusa significa «oblivione», la qual non solamente turba l’avvedimento dell’animo, ma ancora mescola in esso caligine e oscuritá.] Delle quali cose possiamo al nostro proposito raccogliere sotto il nome di questa Medusa essere, come di sopra è stato detto, chiamata la ostinazione, in quanto essa faceva chi la riguardava divenir sasso, cioè gelido e inflessibile. Ma son molti, i quali per avventura non s’accorgono quando questo Gorgon riguardano; e però è da sapere che sono alcuni li quali sempre tengon gli occhi della mente fissi nella loro bella moglie, ne’ lor figliuoli, ne’ lor be’ palagi, ne’ lor be’ giardini, e questi paion loro da dover preporre ad ogni letizia di paradiso; altri tengono l’animo fisso a’ lor cavalli, a’ lor fondachi, alle loro botteghe, a’ lor tesori; altri agli stati e agli onori publichi e a simili cose. E non s’accorgono che questo cotal riguardare è riguardare il Gorgone, cioè gli ornamenti terreni: da’ quali e’ traggono quella durezza che gli convertisce in pietra, la quale è di complession fredda e secca: per la qual possiamo intendere questi cotali esser freddi del divino amore e della caritá del prossimo, e in tanto secchi, in quanto i terreni secchi né ricevono alcun seme, né fanno alcun frutto.

Così adunque divenuti e caduti nella perseveranza del peccare, quasi della divina misericordia disperandosi, strabocchevolmente si lasciano andare in qualunque colpa, dicendo sé sapere quel c’hanno, e non sapere quel che avranno, e che se pure avviene che perdano i beni dell’altra vita, non voler perdere quegli di questa. E puossi dire che a coloro avviene li quali nel furore iracundo trascorrono, in quanto niun altro giudicio che il loro seguir vogliono; o a coloro li quali oltre ad ogni debito gli animi pongono a’ piaceri, li quali smisuratamente procuran d’avere, delle cose terrene, e tanto in esse s’invescano, che cosa, che contro a questo piacer faccia, udir non possono. E, quantunque questo atto furioso non paia, egli è; percioché la perturbazione si prende nell’animo dalla nostra insaziabilitá; e però, non avendo né quello né tanto quanto vorremmo, ci turbiamo in noi medesimi contro alla fortuna, e spesse volte contro a Dio, che quello non ne concedono, di che a noi pare esser degni. E da questa perturbazione nascono gli stimoli, li quali il dí e la notte ne infestano a dover trovar modo come pervenir possiamo a quello che noi disideriamo; e da questi stimoli nascon le disposizioni, le quali sempre dannose sono; e appresso a questo seguono gli atti e l’operazioni, le quali pognamo ad avere quello che bisogno non era. E questi, nel giudicio de’ savi uomini, piú tosto da furioso animo che da composta mente procedono: e in questi intanto ci abituiamo, che né salutevol consiglio, né altro ce ne può rivocare; e cosí come se veduto avessimo il Gorgone, sassei diventiamo, cioè ostinati cultivatori delle terrene cose.

Era adunque a questo provocata Medusa, accioché veduta, cioè ricevuta nella mente dall’autore, lui avesse fatto sasseo divenire, e per conseguente ritenuto in inferno, cioè intorno agli esercizi terreni, e avesse lasciata stare la buona disposizione nella quale era entrato dietro alla ragione per acquistare i frutti celestiali. Ma ciò non poté avvenire, percioché la ragione il fece volgere in altra parte che in quella donde dovea mostrarsi il Gorgone, cioè il fece volgere ad altro studio che a riguardare le vanitá temporali e a porvi l’animo. Il che pregava il salmista quando diceva: «Averte oculos meos, ne videant vanitatem», cioè con affetto riguardino le cose temporali; le quali son tutte vane, come dice l’Ecclesiastes: «Vanitas vanitatum et omnia vanitas». E non solamente fu la ragion contenta d’avergli imposto che con le mani gli occhi chiudesse, ma essa ancora con le sue proprie gliele chiuse. E non dobbiamo qui intendere degli occhi corporali, ma delle nostre affezioni mosse e sospinte da due potenze dell’anima, cioè dall’appetito irascibile e dal concupiscibile. Questi son da chiuder con le mani, cioè con l’operazioni della ragione, le quali quante volte questi appetiti raffreneranno e adopereranno che l’uomo piú che il dovere non s’adiri o concupisca, tante cesserá che il Gorgone veder non si possa, cioè non si caggia nella ostinazione.

E séguita, di questo, che a coloro, li quali con fermo animo seguitano la ragione, Iddio, dovunque lor bisogna, manda il suo sussidio: il quale in questo luogo l’autore figura per l’angelo, il quale aperse la porta. Ed è questo divino aiuto di tanta virtú e di tanta potenzia, che ogni infernale arroganza, i demòni, le Furie, il Gorgone e l’anime de’ dannati, pieni di paura e di sbigottimento, impetuosamente gli fuggon davante, lasciando aperta e spedita la via a dover poter vedere e conoscere ciò che per la lor salute bisogna a coloro li quali sperano in lui. E questo credo che sia quello, al quale vedere l’autore sollecita gl’intelletti sani, entrando poi dietro alla ragione a discernere distintamente le colpe de’ caduti nella ostinazione, e i tormenti dati a quelle, accioché da esse, cauto divenutone, si sappia guardare, [e dalla paura del divino giudicio compunto, proceda al sacramento della penitenza, mediante il quale possa alla gloria pervenire.]

Ma da vedere ne resta quello che esso intenda per lo supplicio dato agli eresiarci. Sono gli eresiarci, sí come assai chiaro si legge nel testo, in sepolture, da eterno e cocentissimo fuoco tormentati; nel qual supplicio io intendo disegnarsi l’apparenza degli eretici in questa vita, e la pena loro attribuita nell’altra. Dico adunque che, per le sepolture, l’autore vuol dimostrare di questi peccatori l’apparenza in questa vita, accioché noi non siam troppo correnti a credere al giudicio degli occhi nostri, il quale, essendo spesse volte falso, ne ’nduce o può inducere in parte, della quale o non possiamo uscire, o con difficultá n’usciamo. Possonsi adunque gli eretici simigliare alle sepolture, le quali spessamente sono ornatissime di marmi, d’intagli, d’oro, di dipinture e d’altre cose dilettevoli a riguardare; e questo dalle parti esteriori; e poi, aprendole, si truovano dentro piene d’ossa e di corpi morti, fetidi e orribili a riguardare, senza senso, senza potenza o virtú alcuna in sé avere. E cosí gli eretici, veggendo i loro atti esteriori, paiono persone oneste, venerabili, mansueti e divoti, e da dovere essere da ciascun buono uomo disiderata la loro amicizia e la loro conversazione; ma come il discreto uomo gli apre e riguardagli dentro, cioè per i ragionamenti loro comprende qual sia il loro stato intrinseco, esso gli truova pieni di perverse e dannabili opinioni, di malvagia dottrina, e d’intendimenti intorno a’ sensi della Scrittura di Dio tanto discordanti dalla veritá, che assai manifestamente appare loro esser pieni di cose troppo piú abominevoli che l’ossa o i corpi de’ morti non sono. Percioché l’ossa de morti, quantunque sieno orribili a riguardare, non possono ad alcun nuocere; ma il puzzo del veneno delle opinioni degli eretici è cosa la quale uccide l’anime che dentro a sé il ricevono. E perciò gli eretici sono, ne’ lor intrinseci sentimenti, molto piú sozzi e piú orribili ch’e’ sepolcri aperti, e per questo assai convenientemente si possono assomigliare a’ sepolcri. E quinci estimo, percioché ne’ sepolcri, a’ quali li lor corpi simiglianti furono, portarono la loro eretica pravitá, e quella di quegli traendo seminarono e sparsono, e con esso loro molti stolti nelli loro errori trassono; che l’ autore volesse che essi nell’altra vita ne’ sepolcri piagnessero insieme con li lor seguaci. E, percioché essi le lor false e riprovate opinioni, sí come freddi dell’ardore dello Spirito santo, ostinatamente servarono, credo voglia l’autore che nel fuoco eterno senza pro si riscaldino, e la lor freddezza maturino.

Ma potrebbesi qui muovere un dubbio e dir cosí: e’ pare che l’autor voglia, nel canto decimoprimo di questo libro, che dentro alla cittá di Dite si punisca solamente la bestialitá e la malizia; e queste mostra punirsi in diversi cerchi, li quali discrive essere di sotto al luogo, dove allora si ritrova, e passato questo luogo dove gli eretici son puniti; e di fuori della cittá mostra punirsi solamente l’incontinenzia; e di questi eretici non fa in questa distinzione menzione alcuna, e perciò pare che ella sia spezie singulare per sé di peccato: che spezie dunque diremo che questa sia?

Al qual dubbio si può cosí rispondere: la eresia spettare a bestialitá, e in quella spezie inchiudersi; percioché bestial cosa è estimare di se medesimo quello che estimar non si dee, cioè di vedere e di sapere d’alcuna cosa piú che non veggono o sanno molti altri, che di tale o di maggiore scienza son dotati, e volere, oltre a ciò, ostinatamente tenere ferma la sua opinione contro alle vere ragioni dimostrate da altrui. La qual cosa gli eretici sempre feciono e fanno, con tanta durezza di cuore tenendo e difendendo quello che vero credono, che avanti si lascerebbono e lasciano uccidere che essi di quella si vogliano rimuovere (sí come noi al presente veggiamo in questi, li quali tengono che da Celestino in qua alcun papa stato non sia, de’ quali oltre a seicento, in questa pertinacia perseverando, sono stati arsi); e perciò meritamente reputar si posson bestiali.

Ma incontanente da questo surgerá un altro dubbio, e dirá alcuno: se gli eretici son bestiali, perché non sono essi puniti piú giú dove gli altri bestiali si puniscono?

E a questo ancora si può rispondere in questa guisa: pare che gli eretici abbiano meno offeso Iddio che quegli bestiali che piú giú puniti sono; e perciò qui e non piú giú si puniscono. E che essi abbiano meno offeso Iddio che coloro, pare per questa ragione: il peccato, il quale gli eretici hanno commesso, non è stato commesso da loro per dovere offendere Dio, anzi è stato commesso credendosi essi piacere e servire a Dio, in quanto estimavano le loro opinioni dovere essere rimovitrici di quegli errori, li quali pareva loro che non ci lasciassono debitamente sentir di Dio, e per conseguente non ce lo lasciassono debitamente onorare e adorare: lá dove i bestiali, che piú giú si puniscono, disiderarono e sforzaronsi in quanto poterono, bestemmiando e maladicendo, d’offendere Iddio; e, oltre a ciò, adoperando violentemente e bestialmente contro alle cose di Dio. E però pare questi cotali debitamente piú verso il centro esser puniti che gli eretici.




CANTO DECIMO


«Ora sen va per un segreto calle», ecc. Seguendo il cominciato modo di procedere, dico che il presente canto si continua al precedente in questo modo, che, avendo l’autore nella fine del canto superiore discritta la qualitá del luogo piena di sepolcri, e chi dentro a quegli è tormentato; nel principio di questo mostra come dietro a Virgilio per lo detto luogo si mettesse ad andare, e quello che nell’andar gli avvenisse. E fa l’autore in questo canto quattro cose: primieramente ne dice il suo procedere per lo luogo disegnato; appresso muove a Virgilio alcun dubbio, il quale Virgilio gli solve; oltre a questo ne mostra come con alcuna dell’anime dannate in quel luogo lungamente parlasse; ultimamente dice come, tornato a Virgilio, dove con lui seguitandolo pervenisse. La seconda comincia quivi: «O virtú somma»; la terza quivi: – «O tosco»; la quarta quivi: «Indi s’ascose».

Dice adunque l’autore, continuandosi al fine del precedente canto, che «Ora», cioè in quel tempo che esso era in questo viaggio, «sen va per un segreto calle». Chiamalo «segreto», a dimostrare che pochi per quello andassero, avendo per avventura altra via coloro li quali dannati lá giú ruinavano; e, per dimostrare quella via non essere usitata da gente, la chiama «calle», il quale è propriamente sentieri li quali sono per le selve e per li boschi, triti dalle pedate delle bestie, cioè delle greggi e degli armenti, e per ciò son chiamati «calle», perché dal callo de’ piedi degli animali son premute e fatte. «Tra ’l muro della terra», di Dite «e li martíri», cioè tra’ sepolcri, ne’ quali martirio e pena sostenevano gli eretici, «Lo mio maestro, ed io dopo le spalle», cioè appresso a lui, seguendolo.

–«O virtú somma». Qui comincia la seconda parte di questo canto, nella quale l’autore muove a Virgilio alcun dubbio, e Virgilio gliele solve. Dice adunque: – «O virtú somma», nelle quali parole l’autore intende qui per Virgilio la ragion naturale, la quale tra le potenzie dell’anima è somma virtú; «che per gli empi giri», cioè per i crudeli cerchi dello ’nferno, «Mi volvi», – menandomi, «cominciai, – com’a te piace», percioché mai dal suo volere partito non s’era; «Parlami», cioè rispondimi, «e satisfammi a’ miei disiri», cioè a quello che io disidero di sapere. Il che di presente soggiugne, dicendo: «La gente, che per li sepolcri giace», cioè gli eretici, «Potrebbesi veder?». E, volendo dire che si dovrebbon poter vedere, séguita: «Giá son levati Tutti i coperchi», delle sepolture; e cosí mostra che tutti erano aperti; e per questo segue: «e nessun», che ne’ sepolcri sia, «guardia face», – per non esser veduto. E in queste parole par piú tosto domandar del modo da potergli vedere, che dubitare se vedere si possono o no.

«Ed egli a me». Qui comincia la risposta di Virgilio, la qual non pare ben convenirsi alla domanda dell’autore, in quanto colui domanda se quegli che sono dentro a’ sepolcri veder si possono, e Virgilio gli risponde che essi saranno serrati tutti dopo il di del giudicio. Ma Virgilio gli dice questo, accioché esso comprenda e il presente tormento degli eretici e il futuro, il quale sarà molto maggiore, quando serrati saranno i sepolcri, che ora, che aperti sono, percioché, quanto il fuoco è piú ristretto, piú cuoce. E nondimeno, mostratogli questo, e chi sieno gli eretici che in quella parte giacciono, gli risponde alla domanda. Dice adunque: – «Tutti saran serrati», questi sepolcri, li quali tu vedi ora aperti, «Quando di Iosafà», cioè della valle di Iosafà, nella qual si legge che, al dí del giudicio, tutti, quivi, giusti e peccatori, rivestiti de’ corpi nostri, ci raguneremo ad udir l’ultima sentenzia, e di quindi i giusti insieme con Gesù Cristo se ne saliranno in cielo, e i dannati discenderanno in inferno; e chiamasi quella valle di Iosafà, poco fuori di Gerusalem, da un re chiamato Iosafà, che fu sesto re de’ giudei, il quale in quella valle fu seppellito; «qui torneranno, co’ corpi che lassù hanno lasciati», quando morirono, li quali, risurgendo, avranno ripresi. «Suo cimitero», cioè sua sepoltura: ed è questo nome d’alcun luogo dove molte sepolture sono, sí come generalmente veggiamo nelle gran chiese, nelle quali sono alcuni luoghi da parte riservati per seppellire i corpi de’ morti; e queste cotali parti si chiamano cimitero, quasi «communis terra», percioché quella terra pare esser comune a ciascuno il quale in essa elegge di seppellirsi; «da questa parte hanno Con Epicuro tutti i suoi seguaci, Che l’anima col corpo morta fanno».

Epicuro fu solennissimo filosofo, e molto morale e venerabile uomo a’ tempi di Filippo, re di Macedonia e padre d’Alessandro. È il vero che egli ebbe alcune perverse e detestabili opinioni, percioché egli negò del tutto l’eternità dell’anima e tenne che quella insieme col corpo morisse, come fanno quelle degli animali bruti; e cosí ancora piú altri filosofi variamente e perversamente dell’anima stimarono. Tenne ancora che somma beatitudine fosse nelle dilettazioni carnali, le quali sodisfacessero all’appetito sensibile: sí come agli occhi era sommo bene poter vedere quello che essi disideravano e che lor piaceva di vedere, cosí agli orecchi d’udire, e alle mani di toccare, e al gusto di mangiare. Ed estiman molti che questo filosofo fosse ghiottissimo uomo; la quale estimazione non è vera, percioché nessun altro fu piú sobrio di lui; ma accioché egli sentisse quello diletto, nel quale poneva che era il sommo bene, sosteneva lungamente la fame, o vogliam piú tosto dire il disiderio del mangiare, il qual, molto portato, adoperava che, non che il pane, ma le radici dell’erbe selvatiche meravigliosamente piacevano e con disiderio si mangiavano; e cosí, sostenuta lungamente la sete, non che i deboli vini, ma l’acqua, e ancora la non pura, piaceva e appetitosamente si beveva; e similmente di ciascuna altra cosa avveniva. E perciò non fu ghiotto, come molti credono; né fu perciò la sua sobrietá laudevole, in quanto a laudevol fine non l’usava. [Adunque per queste opinioni, separate del tutto dalla veritá, sí come eretico mostra l’autore lui in questo luogo esser dannato, e con lui tutti coloro li quali le sue opinioni seguitarono].

Poi séguita l’autore: «Però», cioè per quello che detto t’ ho, che da questa parte son gli epicúri, «alla dimanda che mi faci», cioè se veder si possono quelle anime che nelle sepolture sono, «Quinc’entro», cioè tra queste sepolture, «satisfatto sarai tosto»; quasi voglia Virgilio dire: percioché tra questi epicúri sono de’ tuoi cittadini, li quali, sentendoti passare, ti si faranno vedere, di che fia satisfatto al disiderio tuo; «Ed al disio ancor, che tu mi taci». – Il qual disio, taciuto dall’autore, vogliono alcuni che fosse di sapere perché l’anime dannate mostrano di sapere le cose future, e le presenti non par che sappiano; la qual cosa gli mostra appresso messer Farinata. Ma io non so perché questo disiderio gli si dovesse esser venuto, conciosiacosaché niun altro vaticinio per ancora avesse udito se non quello che detto gli fu da Ciacco; salvo se dir non volessimo essergli nato da questo, che Ciacco gli disse le cose future, e Filippo Argenti nol conobbe, essendo egli presente: ma questa non pare assai conveniente cagione da doverlo aver fatto dubitare, conciosiacosaché, come Ciacco il vide, il conoscesse, come davanti appare; e però, che che altri si dica, io non discerno assai bene qual si potesse essere quel disio, il quale Virgilio dice qui che l’autor gli tace.

«Ed io: – Buon duca, non tegno nascosto A te mio dir, se non per dicer poco», per non noiarti col troppo; «E tu m’hai non pur mò a ciò disposto», – ammonendomi di non dir troppo.

– «O tosco, che per la cittá». Qui comincia la terza parte del presente canto, nella quale con alcune dell’anime dannate in questo lungamente parla l’autore. Nella qual terza parte l’autore fa sette cose: primieramente discrive le parole uscite d’una di quelle arche; appresso come Virgilio gli nominasse e mostrasse messer Farinata e a lui il sospignesse; susseguentemente come con lui parlasse; oltre a questo, come un’altra anima il domandasse d’alcuna cosa ed egli gli rispondesse; poi mostra come messer Farinata, continuando le sue parole, gli predicesse alcuna cosa; dopo questo, scrive come movesse un dubbio a messer Farinata ed egli gliele solvesse; ultimamente come imponesse a messer Farinata quello che all’anima caduta dicesse. La seconda comincia quivi: «Ed el mi disse: – Volgiti»; la terza quivi: «Com’io al piè»; la quarta quivi: «Allor surse alla vista»; la quinta quivi: «Ma quell’altro»; la sesta quivi: – «Deh! se riposi»; la settima quivi: «Allor come di mia».

Dice adunque nella prima cosí: – «O tosco». Dinomina qui colui, che queste parole dice, l’autore dalla provincia, forse ancora non avendo tanto compreso di qual cittá lo stimasse, e chiamal «tosco», cioè «toscano». [Intorno al qual nome se noi vorremo alquanto riguardare, forse conosceremo avere a render grazie a Dio che toscani, piú tosto che di molte altre nazioni, esser ci fece, se la nobiltá delle province, come alcuni voglion credere, puote alcuna particella di gloria aggiugnere a quegli che d’esse sono provinciali. È adunque Toscana una non delle meno nobili province d’Italia, dal levante terminata dal Tevero fiume, il qual nasce in Appennino, e mette in mare poco sotto la cittá di Roma; e di verso tramontana e di ponente è chiusa tutta dal monte Appennino, quantunque vicino al mare le sieno da diversi posti diversi termini, percioché alcuni dicono quella essere dalla foce della Macra divisa da Liguria, altri la ristringono e dicono i suoi termini essere al Motrone sotto a Pietrasanta, e sono ancor di quegli che vogliono lei finita essere da un piccolo fiumicello chiamato Ausere, propinquissimo a Pisa (e i pisani medesimi, forse piú nobile cosa estimando esser galli che toscani, hanno alcuna volta detto quella di ver’ ponente essere chiusa dal fiume nostro, cioè da Arno, il qual mette in mare poco sotto Pisa); di verso mezzodí è tutta chiusa dal mare Mediterraneo, il quale i greci chiamano Tirreno. E questa terminazione è secondo il presente tempo; percioché anticamente essa si stendeva, passato il monte Appennino, infino al mare Adriano: ma di quindi i galli, li quali seguir Brenno, cacciarono i toscani, e mutaron nome alla provincia, e chiamaronla Gallia.]

[E fu Toscana, secondo che alcuni antichi scrivono, primieramente abitata da certi popoli li quali si chiamarono lidi, li quali, partendosi d’Asia minore, di dietro a due fratelli, nobili giovani, chiamati l’uno Lido e l’altro Tireno, in quella vennero, e fu la provincia chiamata Lidia da Lido ed il mare fu chiamato il mar Tireno dall’altro fratello. E non solamente quello il quale bagna i termini di Toscana, ma, cominciandosi dal Fare di Messina infino alla foce del Varo, tra Nizza e Marsilia, tutto fu chiamato Tireno; e cosí ancora il chiamano i greci. Poi cambiò la provincia il nome, dall’esercizio generale di tutti quegli d’essa intorno all’atto del sacrificare alli loro iddii, nel quale essi furono piú che altri popoli ammaestrati (e perciò usaron lungo tempo i romani di mandare de’ lor piú nobili giovani a dimorar con loro, per apprender da loro il rito del sacrificare); e peroché essi quasi tutti li lor sacrifici facevano con incenso, e lo ’ncenso in latino si chiama «thus», furon chiamati «tusci», li quali per volgare son chiamati «toscani»: e da questo dirivò il nome, il qual noi ancora serviamo. Ed è, come assai chiaro si vede, Toscana piena di notabili cittá, in sé, tra l’altre, contenendo tanto della cittá di Roma, quanto di qua dal Tevere se ne vede, e, appresso, questa nostra cittá, cioè Fiorenza, la qual tanto sopra ogni altra è eminente, quanto è il capo sopra gli altri membri del corpo; e però meritamente poté l’autore, il quale di questa cittá fu natio, esser da messer Farinata chiamato «tosco».]

Séguita poi: «che per la cittá del foco», cioè per la cittá di Dite, ardente tutta d’eterno fuoco, «Vivo ten vai, cosí parlando onesto», cioè reverentemente, come poco avante faceva parlando a Virgilio; «Piacciati di ristare in questo loco»; quasi voglia dire: tanto che io ti possa vedere e possati parlare. «La tua loquela ti fa manifesto» esser «Di quella nobil patria», cioè di Fiorenza, «natio, Alla qual forse fui troppo molesto». – Guarda, colui che parla, di dover per queste parole potere piú tosto ritenere l’autore, come davanti il priega; conciosiacosaché volentieri ne’ luoghi strani sogliano l’un cittadino l’altro voler vedere, e ancora volere udire, quando da alcuna singular cosa son soprapresi, come qui faceva quella anima, dicendo forse essere stato alla cittá dell’autore troppo molesto. E dice avvedutamente qui questo spirito «forse», percioché, se assertive avesse detto sé essere stato troppo molesto alla sua cittá, si sarebbe fieramente biasimato, in quanto alcuno non dee contro alla sua cittá adoperare se non tutto bene, conciosiacosaché noi nasciamo al padre e alla patria; e il biasimare se medesimo è atto di stolto; e perciò disse lo spirito «forse», suspensivamente parlando, volendo questo «forse» s’intenda per l’esser paruto a molti lui esser molesto, al giudicio de’ quali per avventura non era da credere: sí come al giudicio de’ guelfi, sí come di nemici, non parea da dover credere contro al ghibellino. Nondimeno come molesto fosse alla patria sua e nostra costui, nelle cose seguenti apparirá.

«Subitamente questo suono», cioè questa voce; e pone questo vocabolo «suono» improprie, percioché propriamente «suono» è quello che procede dalle cose insensate, come è quello della campana, del tuono e simiglianti: «uscío D’una dell’arche», le quali eran quivi: «però m’accostai, Temendo, un poco piú al duca mio».

«Ed el mi disse». Qui comincia la seconda particella della parte terza principale, nella quale Virgilio gli mostra messer Farinata, e sospignelo ad esso. Dice adunque: «Ed el mi disse: – Volgiti», inverso l’arca onde uscí il suono, «che fai?», cioè come fuggi tu? «Vedi la Farinata», cioè l’anima di messer Farinata degli Uberti, «che s’è dritto», nella sepoltura nella qual giacea; «dalla cintola in su», cioè da quella parte della persona sopra la quale l’uom si cigne, [La quale non era tanta parte quanta è quella che oggi si vedrebbe; percioché gli uomini soleano andar cinti sopra i lombi, oggi vanno cinti sopra le natiche; e soleva essere la cintura istrumento opportuno a tenere ristretta la larghezza de’ vestimenti, ove ne’ giovani d’oggi è ornamento superfluo d’assai vil parte del corpo loro, percioché, in luogo di cinture, essi fanno ricchissime corone, e, come per addietro delle corone si solea ornar la fronte, cosí delle presenti si coronan le natiche.] «Tutto il vedrai». – Per le quali parole di Virgilio, l’autore, prestamente verso quel luogo rivoltosi, cominciò a riguardare questo messer Farinata.

E però segue: «Io avea il mio viso», cioè la mia virtú visiva, «nel suo», viso, cioè negli occhi suoi, «fitto», fiso riguardando: «Ed el», cioè messer Farinata, il quale io riguardava, «s’ergea», cioè surgea, levandosi da giacere; ed ergevasi «col petto e con la fronte», li quali l’uomo levandosi mette innanzi; il che messer Farinata faceva, «Come avesse l’inferno in gran dispitto», cioè a vile e per niente: e in questo vuole l’autore mostrare messer Farinata essere stato uomo di grande animo, né averlo potuto, vivendo, piegare né rompere alcuna fatica, pericolo o avversitá.

«E l’animose man»: diciamo allora le mani essere «animose», quando elle son pronte e destre all’oficio il quale esse vogliono o debbon fare; «del duca e pronte Mi pinser tra le sepolture a lui». Non è da credere che violentemente il sospignessero, ma fecero un atto, il quale colui, che bene intende, prende per sospignere, cioè per essere animato da colui che fa sembiante di sospignere ad andare; «Dicendo», in quell’atto: – «Le parole tue sien cónte», – cioè composte e ordinate a rispondere; quasi voglia dire: tu non vai a parlare ad ignorante.

«Com’io al piè». Qui comincia la terza particula di questa terza parte principale, nella quale dimostra l’autore come con messer Farinata parlasse: dove, avanti che piú oltre si proceda, è da mostrare chi fosse messer Farinata. Fu adunque messer Farinata cittadino di Firenze, d’una nobile famiglia chiamata gli Uberti, cavaliere, secondo il temporal valore, da molto, e non solamente fu capo e maggiore della famiglia degli Uberti, ma esso fu ancora capo di parte ghibellina in Firenze, e quasi in tutta Toscana, sí per lo suo valore, e sí per lo stato, il quale ebbe appresso l’imperadore Federigo secondo, il quale quella parte manteneva in Toscana, e dimorava allora nel Regno; e sí ancora per la grazia, la quale, morto Federigo, ebbe del re Manfredi, suo figliuolo, con l’aiuto e col favore de’ quali teneva molto oppressi quegli dell’altra parte, cioè i guelfi. E, secondo che molti tennero, esso fu dell’opinione d’Epicuro, cioè che l’anima morisse col corpo, e per questo tenne che la beatitudine degli uomini fosse tutta ne’ diletti temporali; [ma non seguí questa parte nella forma che fece Epicuro, cioè di digiunare lungamente, per avere poi piacere di mangiare del pan secco, ma fu disideroso di buone e di dilicate vivande, e quelle, eziandio senza aspettar la fame, usò.] E per questo peccato è dannato come eretico in questo luogo.

Dice adunque l’autore: «Com’io al piè della sua tomba fui»; appare qui che quelle arche non erano in terra, ma levate in alto; «Guardommi un poco», forse per vedere se il conoscesse, «e poi quasi sdegnoso»; è questo atto d’uomini arroganti, li quali quasi, ogni altra persona che sé avendo in fastidio, con isdegno riguardano altrui; «Mi domandò: – Chi fûr li maggior tui?» – cioè gli antichi tuoi: e questo per ricordarsi se cognosciuti gli avesse, posciaché lui non ricognoscea.

«Io, ch’era d’ubbidir disideroso, Non gliel celai, ma tutto gliele apersi», dicendo che gli antichi suoi erano stati gli Alighieri, onorevoli cittadini di Firenze, e antica famiglia, sí come piú distesamente si narrerá nel canto decimoquinto del Paradiso; «Ond’ei levò le ciglia un poco in suso». Sogliono fare questo atto gli uomini quando odono alcuna cosa, la quale non si conformi bene col piacer loro, quasi, in quello levare il viso in su, di ciò che odono si dolgano con Domeneddio o si dolgano di Domeneddio.

«Poi disse: – Fieramente fûro avversi», cioè contrari e nemici, percioché guelfi erano, «A me», in singularitá, «e a’ miei primi», cioè a’ miei passati, «e a mia parte».

[Era, come di sopra è detto, la parte di costui quella che ancora si chiama «parte ghibellina», della qual parte, e della opposita, e della loro origine, par di necessitá di parlare alquanto diffusamente, accioché poi, dovunque se ne tratterá in questo libro appresso, senza avere a replicare, s’intenda. Sono adunque in Italia, giá è lungo tempo, perseverate, con grandissimo danno e disfacimento di molte famiglie e cittá e castella, due parti, delle quali l’una è chiamata parte guelfa e l’altra ghibellina, e hannosi sí fervente odio portato l’una all’altra, che né il gittar le proprie sustanze, né il perder gli stati, né il metter se medesimi a pericolo e a morte, pare che curati si sieno. E questi due nomi, secondo che recitava il venerabile uomo messer Luigi Gianfigliazzi, il quale affermava averlo avuto da Carlo quarto imperadore, vennero della Magna, lá dove dice nacquero in questa forma. Fu in Italia, giá son passati dugento anni, una nobile donna e di grande animo, e abbondantissima di baronie e delle mondane ricchezze, chiamata la contessa Matelda, delle cui laudevoli operazioni distesamente si dirà nel canto vigesimottavo del Purgatorio; la quale, accioché alcun certo erede di lei rimanesse, cercò di volersi maritare, e, non trovando in Italia alcuno che assai le paresse conveniente a sé, mandò nella Magna; e qui trovatosi un barone, il cui nome fu il duca Gulfo, ovvero Guelfo, e costui parendole e per nobilitá di sangue e per grandigia convenirlesi, fece con lui trattare il matrimonio. La qual cosa sentendo un parente di questo Gulfo, il cui nome fu Ghibellino, e udendo la maravigliosa dota che a costui dovea da questa donna esser data, divenne invidioso della sua buona fortuna, e occultamente cominciò a cercar vie per le quali questo potesse sturbare; e ultimamente s’avvenne ad alcuna persona ammaestrata in ciò, il quale adoperò, con sue malie e con sue malvagie operazioni, cose, per le quali questo Gulfo fu del tutto privato del potere con alcuna femina giacere. Per lo qual malificio, essendo dato opera alle sponsalizie, e Gulfo venuto in Italia, e cercato piú volte di dare opera al consumamento del matrimonio, e non avendo mai potuto; tenendosi la donna schernita da lui, con poco onor di lui il mandò via, né poi volle marito giammai. Gulfo, tornatosi a casa, o che Ghibellino sospicasse non questo gli venisse che fatto avea, agli orecchi, o per altro odio che gli portasse, il fece avvelenare, e cosí morí. Ma questa seconda malvagitá di Ghibellino, conosciuta, manifestò ancor la prima: per le quali cose assai nobili uomini della Magna si levarono a dover questa iniquitá vendicare; e cosí molti ne furono in aiuto e in sussidio di Ghibellino; e tanto procedette la cosa avanti, che quasi tutta Alamagna fu divisa, e sotto questi due nomi, Guelfo e Ghibellino, guerreggiavano. Né stette questa maladizione contenta a’ termini della Magna, ma trapassò la fama d’essa in Italia; la quale udita dalla contessa Matelda, e conoscendo la innocenzia di Gulfo e la iniquitá di Ghibellino, in aiuto di quegli che vendicar voleano la morte di Gulfo mandò grandissimo sussidio, nel quale furono molti nobili uomini italiani. E, percioché per avventura in Italia erano similmente delle divisioni, quantunque senza alcun notabile nome fossero, assai di quegl’italiani, che d’altro animo erano che coloro li quali erano andati a vendicar Guelfo, andarono dalla parte avversa, mossi da questa ragione, che, se avvenisse agli avversari loro d’aver bisogno d’aiuto contra di loro, pareva loro essi, con l’avere aiutata la parte di Gulfo, aver dove ricorrere, e perciò, accioché a loro similmente non fallasse ricorso, se bisognasse, andarono nell’aiuto di Ghibellino: e poi l’una parte e l’altra tornatisene di qua, ne recarono questi sopranomi; cioè quegli, che in aiuto della parte di Gulfo erano andati, si chiamaron «guelfi», e gli altri «ghibellini». Ed essendo questa pestilenza per tutta Italia distesa, divenne nella nostra cittá potentissima: e per la uccisione stata fatta d’un nobile cavaliere, chiamato messer Bondelmonte, mise maravigliosamente le corna fuori, e quegli che co’ parenti del cavaliere ucciso teneano, si chiamaron «guelfi», de’ quali furon capo i Bondelmonti; e la parte degli ucciditori si chiamò «ghibellina», e fúronne capo gli Uberti. E questa è quella parte alla quale messer Farinata dice che gli antichi dell’autore furono fieramente avversi, sí come uomini li quali erano guelfi, e con quella parte teneano contro a’ ghibellini.]

«Sí che per due fiate gli dispersi», cioè gli cacciai di Firenze insieme con gli altri guelfi. E questo fu, la prima volta, essendo lo ’mperador Federigo privato d’ogni dignitá imperiale da Innocenzio papa e scomunicato, e trovandosi in Lombardia, per abbattere e indebolire le parti della Chiesa in Toscana mandò in Firenze suoi ambasciadori, per opera de’ quali fu racceso l’antico furore delle due parti guelfa e ghibellina nella cittá, e cominciaronsi per le contrade di Firenze, alle sbarre e sopra le torri, le quali allora c’erano altissime, a combattere insieme e a danneggiarsi gravissimamente, e ultimamente in soccorso della parte ghibellina mandò Federigo in Firenze milleseicento cavalieri; la venuta de’ quali sentendo i guelfi, né avendo alcun soccorso, a dí 2 di febbraio nel 1248, di notte s’usciron della cittá, e in diversi luoghi per lo contado si ricolsono, di quegli guerreggiando la cittá. È vero che poi, venuta in Firenze la novella come lo ’mperador Federigo era morto in Puglia, si levò il popolo della cittá, e volle che i guelfi fossero rimessi in Firenze: e cosí furono a dí 7 di gennaio 1250.

La seconda volta ne furon cacciati quando i fiorentini furono sconfitti a Monte Aperti da’ sanesi, per l’aiuto che’ sanesi ebbero dal re Manfredi per opera di messer Farinata, il quale avea mandata la piccola masnada avuta da Manfredi, con la sua insegna, in parte che tutti erano stati tagliati a pezzi, e la ’nsegna, ecc. La qual novella come fu in Firenze, sentendo i guelfi che i ghibellini con le masnade del re Manfredi ne venieno verso Firenze, senza aspettare alcuna forza, con tutte le famiglie loro, a dí 13 di settembre 1260, se n’uscirono; e poi, avendo il re Carlo primo avuta vittoria, e ucciso il re Manfredi, tutti vi ritornarono, e i ghibellini se n’uscirono. De’ quali mai poi per sua virtú o operazione non ve ne ritornò alcuno; per la qual cosa dice l’autore: – «S’e’ fûr cacciati», i miei antichi da voi, «e’ tornar d’ogni parte», – dove ch’e’ si fossero, «Risposi lui, – e l’una e l’altra fiata», come di sopra è stato mostrato: «Ma’ vostri», cioè gli Uberti, li quali con gli altri ghibellini furon cacciati quando la seconda volta vi ritornarono i guelfi, «non appreser ben quell’arte», – cioè del ritornare: percioché, come detto è, mai non ci ritornarono, né, per quel che appaia, sono per ritornarci. «Allor surse». Qui comincia la quarta particella di questa terza parte principale, nella quale l’autore mostra come un’altra anima surgesse e dimandasselo d’alcuna cosa, ed egli le rispondesse; e però dice: «Allor», mentre io rispondea, come detto è, a messer Farinata, «surse», si levò, «alla vista scoperchiata», cioè infino a quella parte della sepoltura non coperchiata, della qual si poteva veder di fuori; «Un’ombra, lungo questa, insino al mento»: non si levò diritta in piè, come s’era levato messer Farinata, ma tanto che dal mento in su si vedea; «Credo che s’era inginocchion levata»; e cosi dovea essere, poiché piú non se ne vedea. «D’intorno mi guardò, come talento», cioè volontá, «Avesse di veder s’altri era meco; Ma, poi che’l sospicciar fu tutto spento», cioè poi che vide che io era solo. «Piangendo disse: – Se per questo cieco Carcere», dello ’nferno, il quale meritamente chiama «carcere», percioché alcuno che v’entri mai uscir non ne puote; e chiamal «cieco», non perché cieco sia, percioché il luogo non ha attitudine niuna di poter vedere né d’esser cieco, ma percioché ha a far cieco chi v’entra, in quanto egli è tenebroso, e ne’ luoghi tenebrosi non si può veder lume; «vai per altezza d’ingegno», avendo per quella saputo trovar via e modo, per lo quale, senza ricevere offesa o doverci rimanere, tu ci vai; «Mio figlio ov’è? e perché non è el teco?» – quasi voglia dire: conciosiacosaché egli sia cosí di maraviglioso ingegno dotato, come siè tu. «Ed io a lui: – Da me stesso non vegno»; cioè per l’altezza d’ingegno che in me sia; «Colui che attende lá», e mostrò Virgilio, «per qui mi mena», cioè per questo luogo, «Forse cui Guido vostro», figliuolo, «ebbe a disdegno». —

«Le sue parole» (cioè: se tu vai per altezza d’ingegno, come non è mio figlio teco?) «e ’l modo della pena», cioè vederlo dannato tra gli epicurei, «M’avevan di costui», che mi parlava, «giá detto il nome», cioè m’avevan fatto conoscere chi egli era: «Però fu la risposta», mia a lui, «cosi piena», senza mostrare in alcuna cosa di non intenderlo.

È qui adunque da sapere che costui, il quale qui parla con l’autore, fu un cavalier fiorentino chiamato messer Cavalcante de’ Cavalcanti, leggiadro e ricco cavaliere, e seguí l’opinion d’Epicuro in non credere che l’anima dopo la morte del corpo vivesse, e che il nostro sommo bene fosse ne’ diletti carnali; e per questo, sí come eretico, è dannato. E fu questo cavaliere padre di Guido Cavalcanti, uomo costumatissimo e ricco e d’alto ingegno, e seppe molte leggiadre cose fare meglio che alcun nostro cittadino; e, oltre a ciò, fu nel suo tempo reputato ottimo loico e buon filosofo, e fu singularissimo amico dell’autore, sí come esso medesimo mostra nella sua Vita nuova, e fu buon dicitore in rima: ma, percioché la filosofia gli pareva, sí come ella è, da molto piú che la poesia, ebbe a sdegno Virgilio e gli altri poeti. E percioché messer Cavalcante conosceva lo ’ngegno del figliuolo, e la singulare usanza la quale con l’autore avea, riconosciuto prestamente l’autore, senza alcuna premessione d’altre parole, nella prima giunta gli fece la domanda che di sopra si disse.

Poi séguita l’autore e dice che, attristatosi messer Cavalcante per la risposta udita, «Di subito drizzato, gridò: – Come Dicesti, ’egli ebbe’?», il che si suol dire delle persone passate di questa vita, e però segue: «non viv’egli ancora? Non fiere gli occhi suoi il dolce lome?» – del sole; percioché gli occhi de’ morti non sono quanto i corporali feriti, cioè illuminati da alcun lume.

«Quando s’accorse», aspettando, «d’alcuna dimora Ch’io faceva dinanzi alla risposta, cioè non rispondea cosí subitamente, «Supin ricadde»; segno di pena è il cader supino, la quale assai bene si può comprendere essergli venuta estimando che ’l figliuolo fosse morto, poiché l’autore non gli rispondea cosí tosto; percioché gli uomini sogliono soprastare alla risposta, quando la conoscono dovere esser tale che ella non debba piacere a colui che ha fatta la domanda: «e piú non parve fuora». Puossi nelle predette cose comprendere quanto sia l’amor de’ padri ne’ figliuoli, quando veggiamo che in tanta afflizione, in quanta i dannati sono, essi non gli dimenticano, e accumulano la pena loro quando di loro odono o suspicano alcuna cosa avversa. «Ma quell’altro magnanimo». Qui comincia la quinta particella della terza del presente canto, nella quale, poi che l’autore ha mostrato come quello spirito, il quale s’era in ginocchie levato, era nella sepoltura ricaduto, ne dice come messer Farinata, continuando le sue parole, gli annunzia alcuna cosa di sua vita futura. Dice adunque: «Ma quell’altro magnanimo», cioè messer Farinata, «a cui posta», cioè a cui richiesta, «Restato m’era», in quel luogo, «non mutò aspetto», per cosa che detta fosse, «Né mosse collo», volgendosi in giú alle parole di messer Cavalcante, «né piegò sua costa», cioè suo lato.

– «E se, – continuando al primo detto», cioè a quello che di sopra avea detto, d’avere due volte cacciati i passati dell’autore; – «Egli han quell’arte», – del tornare donde cacciati sono, «disse, – male appresa», in quanto non tornano in Firenze, «Ciò mi tormenta piú che questo letto», cioè che questo sepolcro acceso, nel quale io giaccio.

«Ma non cinquanta volte fia raccesa La faccia della donna che qui regge».

A dichiarazion di queste parole è da sapere, come altra volta è stato detto, Proserpina esser moglie di Plutone e reina d’inferno; e questa Proserpina talvolta è da intendere per una cosa, e tal per un’altra. E tra l’altre cose, per le quali i poeti la prendono, alcuna volta è per la luna, la quale però si dice reggere in inferno, percioché la sua potenza è grandissima appo questi corpi inferiori, i quali, per rispetto delle cose superiori, si posson dire essere in inferno; e però, intendendosi per la luna, è da sapere la luna di sua natura non avere alcuna luce, sí come noi possiamo vedere negli ecclissi lunari, ne’ quali ella non è veduta dal sole: per la interposizione del corpo della terra tra ’l sole e lei, rimane un corpo rosso senza alcuna luce. E cosí, facendo il suo corso, quanto piú dal sol si dilunga, piú veggiamo del corpo suo lucido, insino a tanto che perviene alla quintadecima, e quivi allora veggiamo tutto il corpo suo luminoso e bello; e cosí si mostra a noi essere «raccesa», cioè ralluminata la faccia sua: poi dal luogo, dove tutta la veggiamo, partendosi, e tornando verso il sole, continuamente par diminuisca il lume suo, in quanto a’ nostri occhi apparisce meno di quello che dal sole è veduto; e cosí se ne va continuamente diminuendo, infino a tanto che entra sotto i raggi del sole; e di sotto a quegli uscendo, comincia, come dinanzi ho detto, a divenire ognora piú luminosa, infino alla quintadecima; e brievemente in trecentocinquantaquattro di ella si raccende, cioè si vede tutta accesa dodici volte, per che possiam dire che in quattro anni, pochi di piú, ella si raccenda cinquanta volte.

E però vuol qui, vaticinando, dire messer Farinata: egli non saranno quattro anni, «Che tu saprai», per esperienza, «quanto quell’arte», del tornare chi è cacciato, «pesa», cioè è grave; volendo per queste parole annunziargli che, avanti che quattro anni fossero, esso sarebbe cacciato di Firenze: il che avvenne avanti che fossero due, o poco piú.

«E se tu mai nel dolce mondo», cioè in questo, il quale, quantunque pieno d’amaritudine sia, è «dolce», cioè dilettevole, a rispetto dello ’nferno; «regge», cioè torni, «Dimmi: perché quel popolo», cioè i cittadini di Firenze, «è si empio», cioè crudele, «Incontr’ a’ miei», cioè agli Uberti, «in ciascuna sua legge»? – delle quali, poiché cacciati furono, mai alcuna non se ne fece, nella quale alcun beneficio si concedesse a’ cacciati di Firenze (se alcuna se ne fece mai), che da quel cotal beneficio non fossero eccettuati gli Uberti generalmente tutti.

«Ond’io a lui», risponde l’autore e dice: – «Lo strazio e ’l crudo scempio, Che fece l’Arbia colorata in rosso, Tali orazion», cioè composizioni contro alla vostra famiglia, «fa far nel nostro tempio», cioè nel nostro senato, nel luogo dove si fanno le riformagioni e gli ordini e le leggi: il quale chiama «tempio», si come facevano i romani, li quali chiamavano talvolta «tempio» il luogo dove le loro diliberazioni facevano.

E accioché pienamente s’abbia lo ’ntelletto della risposta che l’autore fa, è da sapere che, avendo il comun di Firenze guerra col comun di Siena, si fece per opera di messer Farinata, il quale allora era uscito di Firenze, che il re Manfredi mandò in aiuto del comun di Siena il conte Giordano con ottocento tedeschi, li quali avendo, tenne messer Farinata segreto trattato con piú cittadini ghibellini e altri, co’ quali compose quello che poi seguí, come si dirà appresso. Poi con astuzia mandati frati minori, con falsa informazione data loro, agli anziani di Firenze, e loro per parte di coloro, che luogo di comun teneano in Siena, mostrando di dover dar loro una porta di Siena, se ad oste v’andassero; trassero i fiorentini con ogni loro sforzo fuori della cittá, sotto titolo di andare a fornire Monte Alcino, e pervennero infino a Monte Aperti in Val d’Arbia: dove, contro all’opinion di tutti, usciti loro allo ’ncontro i sanesi co’ tedeschi del re Manfredi, e molti dell’oste de’ fiorentini, secondo che con messer Farinata erano in concordia, partitisi dell’oste de’ fiorentini, entrarono in quella de’ sanesi. Di che quantunque sbigottissero i fiorentini, nondimeno, fatte loro schiere, s’avvisarono con la gente de’ sanesi; ed essendo giá la battaglia cominciata, messer Bocca Abati, il quale era di quegli che con messer Farinata sentiva, accostatosi a messer Iacopo del Vacca de’ Pazzi di Firenze, il qual portava l’insegna del comune, levata la spada, ferí il detto messer Iacopo e tagliògli la mano, di che convenne la ’nsegna cadesse; per la qual cosa i fiorentini del tutto rotti, senza segno e senza consiglio, furono sconfitti, e molta gran quantitá di loro e di loro amici furono in quella sconfitta uccisi; il sangue de’ quali n’andò infino in un fiume ivi vicino chiamato Arbia; e ciò fu a dí 4 di settembre 1260. La qual cosa saputa poi pienamente per tutti, fu ed è cagione che, tornati i guelfi in Firenze, mai della famiglia degli Uberti alcuna cosa si volesse udire, se non in disfacimento e distruzion di loro. E per queste cose state per opera di messer Farinata fatte, dice l’autore che fece «l’Arbia colorata in rosso» del sangue de’ fiorentini.

E séguita: «Poi ch’ebbe, sospirando, il capo scosso», come color fanno li quali minacciano, – «A ciò non fu’ io sol – disse», cioè a far questi trattati contro al comun di Firenze; quasi voglia dire: comeché contro alla mia famiglia s’adoperi o procuri ogni disfacimento, e non contro agli altri, che ad adoperar questo fûr meco; – «né certo, Senza cagion con gli altri», che a ciò tennero, «sarei mosso», a dover far quel che si fece: vogliendo per questo intendere che il comun di Firenze, il quale il teneva fuori di casa sua, gli dava giusta cagione d’adoperare ciò che per lui si poteva, per dover tornare in casa sua. Poi segue: «Ma fu’ io sol colá, dove sofferto», cioè acconsentito, «Fu per ciascun», fiorentino che a quello ragionamento si trovò, «di tôrre via Fiorenza», cioè di disfarla, «Colui che la difesi a viso aperto», che essa non fosse disfatta: volendo per questo atto dire che egli e’ suoi dovrebbono sempre esser cari e a grado al comun di Firenze, piú che alcuni altri cittadini.

È il vero che, poi che i ghibellini furon tornati in Firenze per la sconfitta ricevuta a Monte Aperti, e i guelfi partitisi di quella, si ragunarono ad Empoli ambasciadori e sindachi di tutte le terre ghibelline di Toscana, e molti altri nobili uomini ghibellini, e cosí ancora piú gran cittadini di Firenze, per dovere riformare lo stato di parte ghibellina, e far lega e compagnia insieme a dover contrastare a chiunque contro a quella volesse adoperare; e tra l’altre cose che in quello ragunamento furono in bene di parte ghibellina ragionate, fu che la cittá di Firenze si disfacesse e recassesi a borghi, accioché ogni speranza si togliesse a’ guelfi di mai dovervi ritornare; e ciò era generalmente per tutti consentito, e ancora per li fiorentini che v’erano, fuor solamente per uno: e questi fu messer Farinata, il quale, levatosi ritto, con molte e ornate parole contradisse a questo, dicendo, nella fine di quelle, che, se altri non fosse che ciò vietasse, esso sarebbe colui che con la spada in mano, mentre la vita gli bastasse, il vieterebbe a chi far lo volesse. Per le quali parole, avendo riguardo all’autoritá di tanto cavaliere, e ancora alla sua potenza, fu il ragionamento di ciò lasciato stare.

– «Deh! se riposi mai». Qui comincia la sesta particella della terza parte di questo canto, nella quale l’autor muove un dubbio a messer Farinata, ed egli gliele solve. Dice adunque cosí: – «Deh! se riposi mai vostra semenza», – cioè i vostri discendenti; e in queste parole alquanto capta la benivolenza di messer Farinata, accioché piú benivolmente gli sodisfaccia di quello di che intende di domandarlo: «Prega’ io lui, – solvetemi quel nodo», cioè quel dubbio, «Che qui ha inviluppata mia sentenza», cioè il mio giudicio, in tanto che io non ne posso veder quello che io disidero. «El par che voi», cioè anime dannate, «veggiate, se ben odo» quello che voi m’avete detto, e comprendo quello di che messer Cavalcante mi domandò; veggiate «Dinanzi», cioè preveggiate, «quel che ’l tempo seco adduce», nel futuro, «E nel presente» tempo, «tenete altro modo», – in quanto non par che cognosciate né veggiate le cose presenti. E questo dice, percioché messer Farinata gli avea detto che, avanti che quattro anni fossero, egli sarebbe cacciato di Firenze, in che si dimostra loro veder le cose future; e messer Cavalcante l’avea domandato se il figliuolo vivea, in che si dimostra che essi non conoscono le cose presenti.

E messer Farinata gli risponde: – «Noi veggiam come quei c’ha mala luce, Le cose, – disse, – che ne son lontano». Suole questo vizio avvenire agli uomini quando vengono invecchiando, per omori li quali vengon dal cerebro, ed essendo nell’occhio, per la vicinanza loro alla virtú visiva, alquanto l’occupano intorno alla vista delle cose propinque; ma, come la virtú visiva si stende piú avanti, e lontanasi dall’adombrazion dell’omore, tanto men mal vede, e con piú sinceritá riceve le forme obiette. Cosí adunque i dannati, offuscati dalla propinquitá della caligine infernale, non posson le cose propinque vedere; ma, ficcando con la meditazione l’acume dello ’ntelletto per le cose superiori, veggion le piú lontane. E come queste possan vedere o no, quello che per Tullio se ne tiene è dimostrato nel precedente canto, dove l’autore induce Ciacco a predire quello che esser deve della «cittá partita». E séguita: «Cotanto», quanto odi, «ancor ne splende», cioè presta di luce, «il sommo Duce», cioè Iddio, senza la grazia del quale alcuna cosa non si può fare. «Quando s’appressan», le cose future, «n’è del tutto vano Nostro intelletto». in quanto niuna cosa ne conosciamo; «e s’altri», o demonio o anima che tra noi discenda, «non ci apporta», vegnendo dell’altra vita, e di quella ci dica novelle, «Nulla sapem di vostro stato umano», cioè di cosa che lassú si faccia. «Però comprender puoi», da ciò ch’io ti dico, «che tutta morta, Fia nostra conoscenza da quel punto, Che del futuro fia chiusa la porta», – cioè dal dí del giudicio innanzi; percioché allora seranno serrate tutte quelle arche con i loro coperchi, e non saranno piú uomini, se non o dannati o beati, de’ quali niuno fará transito l’uno all’altro; né si faranno sopra la terra alcune operazioni, le quali eziandio gli spiriti dannati possano laggiú riportare; [anzi, secondo tengono i santi, gli spiriti maladetti, de’ quali tutto questo caliginoso aere è pieno, saranno tutti rinchiusi e serrati nel profondo dello ’nferno.]

«Allor, come di mia». Qui comincia la settima particula di questa terza parte principale, nella quale l’autore scrive quello che a messer Farinata dicesse che dicesse a quello spirito caduto, e dice: «Allor, come di mia colpa compunto», cioè pentuto di ciò che io non aveva prestamente risposto a messer Cavalcante, che il figliuol vivea; «Diss’io: – Or dicerete a quel caduto», cioè a messer Cavalcante, «Che ’l suo nato», cioè Guido Cavalcanti, «è tra’ vivi», di questa mortal vita, «ancor congiunto», e perciò ancora vive; «E s’io fu’ dianzi», quando me ne domandò, «alla risposta muto», cioè in quanto tacendo non gli risposi, «Fat’ei saper che ’l fe’, perché pensava Gia nell’error che m’avete soluto», – qui poco di sopra.

«E giá il maestro mio mi richiamava; per ch’io pregai lo spirito», di messer Farinata, «piú avaccio», piú tosto, «Che mi dicesse chi con lui stava», in quell’arca.

«Dissemi: – Qui con piú di mille giaccio», quasi voglia dire con infiniti. «Qua dentro», in quest’arca, «è il secondo Federico».

Questo Federigo fu figliuolo d’Arrigo sesto imperadore e nepote di Federigo Barbarossa. Il quale Arrigo per introdotto d’alcuni suoi amici, essendo senza donna, prese con dispensazion della Chiesa per moglie Gostanza, figliuola che fu del buon re Guglielmo di Cicilia, la quale era monaca e giá d’etá di cinquantasei anni, ed ébbene in dota il reame di Cicilia, il quale allora teneva Tancredi (il quale fu de’ discendenti del re Ruggieri, ed era male in concordia con la Chiesa), e dopo lui rimase ad un suo figliuolo chiamato Guglielmo, contro al quale andò il detto Arrigo imperadore, e per tradimento il prese, e rimase libero signor del reame. E della detta Gostanza generò un figliuolo, il qual fu quel Federigo del qual diciamo. E, morendo la detta Gostanza pochi anni appresso la nativitá del figliuolo, lui lasciò nelle braccia e nella guardia della Chiesa, la quale con diligenza l’allevò, e come ad etá perfetta divenne, gli diede la possessione del reame di Cicilia, e non passò guari di tempo che, fattolo eleggere, il coronò imperador di Roma.

Divenne costui maraviglioso uomo e in molte cose eccellente e virtuoso, ma non durò guari in concordia con la Chiesa, per lo volere usurpare le ragioni di quella. Poi, venuto in concordia con lei, sí come ne’ patti della pace par che fosse, fece il passaggio oltre mare; nel quale essendo occupato, la Chiesa gli fece tutto il reame di Cicilia ribellare, e, oltre a ciò, scrisse il papa al soldano la via la qual dovesse tenere a farlo di lá morire. Le quali lettere il soldano, non per amor che portasse allo ’mperadore, ma per seminar zinzania e malavoglienza tra lui e la Chiesa, accioché esso potesse piú sicuro vivere dello stato suo, mostrò allo ’mperadore. Le quali come egli vide e conobbe, concordatosi col soldano, e sapendo ancora come la Chiesa gli avea ribellato il reame, occultamente e con poca compagnia se ne tornò di qua, e fu ricevuto, secondo che alcuni raccontano, in Benevento, e brievemente in piccolissimo spazio di tempo recuperò tutto senza alcuna arme il reame suo. E per dispetto della Chiesa mandò a Tunisi per una gran quantitá di saracini, e diede loro per istanza una cittá stata lungamente disfatta, chiamata Lucera, comeché i volgari la chiamino Nocera, nel mezzo quasi di Puglia piana; ed egli per sé dall’una delle parti, la quale è alquanto piú rilevata che l’altra, vi fece un mirabile e bello e forte castello, il quale ancora è in piè. I saracini nel compreso della terra disfatta fecero le lor case, come ciascun poté meglio; ed essendo il paese ubertoso, volentieri vi dimorarono, e moltiplicarono in tanta quantitá, che essi correvano tutta la Puglia, quando voglia ne venía loro. Oltre a ciò, in Lombardia e in Toscana indebolí forte i sudditi e la parte della Chiesa, e gran guerra menò loro, e molti danni fece, non lasciando nel suo regno usare alcuna sua ragione alla Chiesa.

Fu gran litterato, e nella Magna fu reputato da molto, e gl’infedeli avevan gran paura di lui. Ebbe di diverse femmine piú figliuoli, de’ quali, cosí de’ non legittimi, come de’ legittimi, fece da cinque o vero sei re. Ed essendogli stato da un suo astrolago predetto che egli morrebbe in Fiorenza, sempre si guardò di venire in questa cittá; poi, avvenendo che egli infermò in Puglia, da Manfredi, allora prenze di Taranto, suo figliuolo naturale, e da altri suoi baroni, ne fu cosí infermo portato in una terra di Puglia, la quale ha nome Fiorenza. E quivi, crescendo la ’nfermitá, domandò dove egli fosse; ed essendogli risposto che egli era in Fiorenza, si dolse forte, e subitamente si giudicò morto, e cosí disse a’ suoi. Poi, comeché la infermitá l’aggravasse forte, vogliono alcuni che l’ultima notte che fece in terra, che ’l prenze Manfredi, per disidèro d’avere il mobile suo, gli ponesse un primaccio in su la bocca e facessel morire; e cosí scomunicato e in contumacia di santa Chiesa finí in Fiorenza i giorni suoi. E percioché egli, vivendo, in assai cose aveva mostrato tenere che l’anima insieme col corpo morisse, il pone l’autore in questo luogo esser dannato con gli epicúri, chiamandolo Federigo «secondo», percioché fu il secondo imperadore che avesse nome Federigo.

«E ’l cardinale». Par qui che tutti s’accordino che l’autore, il qual non nomina questo cardinale, voglia intendere del cardinale Ottaviano degli Ubaldini: e percioché egli fu uomo di singulare eccellenza, voglia che, dicendo semplicemente «cardinale», s’intenda di lui. Il quale, secondo che alcuni scrivono, tenne vita piú tosto signorile che chericile; né fu alcuno altro che tanto fosse e si mostrasse ghibellino, quanto egli, in tanto che, senza curarsi che papa o altri se ne avvedesse, fieramente favoreggiò i ghibellini, nemici della Chiesa. E, avendo, senza guardarsi innanzi, aiutati in ciò che potuto avea sempre i ghibellini, e in suo bisogno trovandosi da loro abbandonato, e di ciò dolendosi forte, tra l’altre parole del suo rammarichío disse: – Se anima è, perduta l’ho per li ghibellini. – Nella qual parola fu compreso per molti lui non aver creduto che anima fosse, la qual dopo il corpo vivesse; per la qual cosa l’autore dice lui con gli altri eretici epicúri essere in questo luogo dannato. «E degli altri mi taccio» – quasi voglia dire: io te ne potrei molti altri contare.

«Indi s’ascose». Qui comincia la quarta parte principale del presente canto, nella quale l’autor dice come, tornato a Virgilio, dove con lui, seguitandolo, pervenisse. Dice adunque: «Indi», cioè poi che cosí ebbe detto, «s’ascose», nella sua arca, riponendosi a giacere, «ed io inver’ l’antico poeta volsi i passi», tornandomi a lui, «ripensando A quel parlar che mi parea nimico», cioè a quel che messer Farinata gli avea detto («Ma non cinquanta volte fia raccesa», ecc.).

«Elli», cioè Virgilio, «si mosse», veggendo me tornare, «e poi, cosí andando, Mi disse: – Perché se’ tu si smarrito»? – cioè sbigottito; «Ed io gli satisfeci al suo dimando», dicendogli quello che del mio dovere esser cacciato di Firenze aveva udito da messer Farinata.

– «La mente tua conservi quel ch’udito Hai contra te, – mi comandò quel saggio, – Ed ora attendi qui», a quel ch’io ti vo’ dire, «e drizzò il dito», quasi disegnando, come fanno coloro che piú vogliono le lor parole impriemer nello ’ntelletto dell’uditore. «Quando sarai dinanzi al dolce raggio», cioè alla chiara luce, «Di quella», cioè di Beatrice, «il cui bell’occhio», cioè il santo e divino intelletto, «tutto vede», cioè il preterito, il presente e il futuro; «Da lei saprai di tua vita il viaggio», – cioè come ella dee andare e a che riuscire. E vuole in queste parole Virgilio, per confortar l’autore, mostrare non sempre dire il vero l’anime de’ dannati delle cose che sono a venire; e per questo vuole si conforti, quasi dicendo esser possibile non dover cosí avvenire; ma che, quando sará in cielo, da Beatrice, la quale in Dio vede la veritá d’ogni cosa, saprá il vero di ciò che avvenir gli dee.

«Appresso volse a man sinistra», piegandosi, «il piede; Lasciammo il muro», della terra, dilungandocene, «e gimmo inver’ lo mezzo», della cittá dolente, «Per un sentier ch’ad una valle fiede», cioè riesce, «Che ’nfin lassú facea spiacer suo lezzo», cioè suo puzzo.

Questo canto non ha allegoria alcuna.




CANTO DECIMOPRIMO


«In su l’estremitá d’un’alta ripa», ecc. Continuasi l’autore nel principio di questo canto alla fine del precedente, come è usato infino a qui di fare, e dimostra dove, seguendo Virgilio, pervenisse; il quale è di sopra detto che, lasciando il muro della terra, cominciò ad andar per lo mezzo. E dividesi il presente canto in sette parti: nella prima discrive il luogo dove pervenuti si fermarono e quel che vi trovarono; nella seconda discrive l’autore distintamente tutta la esistenza dello ’nferno, e ancora le qualitá de’ peccatori, le quali deono, procedendo, trovare; nella terza muove l’autore un dubbio a Virgilio, perché piú i peccatori, che ne’ seguenti cerchi sono, sieno puniti dentro alla cittá di Dite, che quegli de’ quali di sopra ha parlato; nella quarta Virgilio, dimostrandogli la cagione, gli solve il dubbio; nella quinta muove l’autore un altro dubbio a Virgilio; nella sesta Virgilio solve il dubbio mossogli; nella settima Virgilio sollecita l’autore a seguitarlo. E comincia la seconda quivi: «Lo nostro scender»; la terza quivi: «Ed io: – Maestro»; la quarta quivi: «Ed egli a me»; la quinta quivi: – «O sol, che sani»; la sesta quivi: – «Filosofia»; la settima quivi: «Ma seguimi oramai». Cominciando adunque alla prima, dice che pervennero, andando come nella fine del precedente canto ha detto, «In su l’estremitá d’un’alta ripa». «Ripa» è, o artificiale o naturale ch’ella sia, o terreno o pietre, la quale da alcuna altezza discenda al basso, sí diritta che o non presti, o presti con difficultá la scesa per sé di quell’altezza al luogo nel quale essa discende, sí come in assai parti si vede ne’ luoghi montuosi naturalmente essere, o come per fortificamento delle castella e delle cittá gli uomini artificiosamente fanno. E poi séguita: «Che», questa alta ripa, «facevan gran pietre rotte in cerchio», e però appare che non artificialmente fatta, ma per accidente era ruinata; ed erano le pietre «rotte in cerchio», per la qualitá del luogo ch’è ritondo, sí come piú volte è stato dimostrato; «Venimmo» dopo l’essere alquanto andati, «sopra piú crudele stipa». Intende qui l’autore per «stipa» le cose stipate, cioè accumulatamente poste, sí come i naviganti le molte cose poste ne’ lor legni dicono «stivate»; e da questo modo di parlare prendendo l’autore qui forma, vuol che s’intenda che, sotto il luogo dove pervennero, erano stivate grandissime moltitudini di peccatori, in piú crudel pena che quegli li quali infino a quel luogo veduti avea. «E quivi per l’orribile soverchio Del puzzo che ’l profondo abisso», cioè inferno, «gitta», svaporando in su, «Ci raccostammo indietro», accioché men lo sentissimo che standovi dirittamente sopra; e dice s’accostarono «ad un coperchio D’un grand’avello», percioché ancora erano nel cerchio degli eretici, li quali di sopra mostra essere seppelliti in grandissime sepolture ardenti; «ove», cioè al quale avello, «io vidi una scritta», sí come veder si suole nelle sepolture; «Che diceva: ’Anastasio papa guardo’», quasi l’avello parlasse in dimostrazione di chi in lui era seppellito; «Lo qual», Anastasio, «trasse Fotin della via dritta». – Dove è da sapere che questo Anastasio fu di nazione romano, e figliuol d’uno il qual fu chiamato Fortunato, e negli anni di Cristo quattrocentonovantanove fu eletto papa, ma poco tempo visse nel papato; e avendo costui singulare famigliaritá con uno il quale fu chiamato Fotino, e che primieramente era stato diacono di Tessaglia e poi fu fatto vescovo di Gallo-Grecia, una contrada in Asia molto rimota dal mare, fu adunque da questo Fotino corrotto e tratto della cattolica fede, e cadde in una abbominevole eresia, della quale era stato inventore e seminatore uno chiamato Acazio, singulare amico di Fotino. Ed era la eresia questa: che questo Acazio affermava Cristo non essere stato figliuol di Dio, ma di Giuseppo, e ch’esso carnalmente giacendo con la Vergine Maria l’aveva acquistato; e cosí non era vero che la Vergine Maria fosse vergine innanzi il parto e dopo il parto, come i cattolici cristiani fermamente credono. Per la quale eresia il detto Fotino fu dannato e rimosso dalla comunione de’ cristiani. E, volendolo questo papa Anastasio riducere nella comunione cristiana, essendosi contro a ciò levati molti santi padri, e a questo resistendo; avvenne che, essendo il detto papa durato giá un anno e undici mesi e ventitré dí, andato al segreto luogo dove le superfluitá del ventre si dipongono, per divino giudicio, sí come per tutti universalmente si credette, per le parti inferiori gittò e mandò fuori del corpo tutte le interiora, e cosí miseramente nel luogo medesimo spirò. E per questo l’autore estima lui essere stato eretico di quella eresia che detta è, e perciò qui dimostra tra gli altri eretici esser dannato, dicendo lui essere stato da Fotino predetto tratto della «via diritta», cioè della fede cattolica, dalla quale n’è mostrato, e, credendola, siam menati per la diritta via, la quale ne perduce in vita eterna.




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