La piccola fonte: Dramma in quattro atti
Roberto Bracco




Roberto Bracco

La piccola fonte: Dramma in quattro atti





    a Matilde Serao

Signora,

la vostra sensibilità di grande interprete dell'anima vi ha messa in diretta e immediata comunione coi miei personaggi, sicchè voi avete scritto di questa opera mia con quello stesso fervore spirituale che, facendo passare l'altrui vita a traverso il vostro temperamento, crea le palpitanti opere vostre. Scrivendo de La piccola fonte, voi, quasi per iscusarvi presso i vostri lettori d'una effusione che non vi consentiva un'analisi molto minuta del mio lavoro, avete dichiarato di non possedere le fredde ragioni della critica. Ma io credo che la chiaroveggenza della critica debba essere fatta, soprattutto, di sensibilità profonda. E, invero, nella prosa, con cui voi avete legato, dopo la rappresentazione di Napoli, il vostro nome illustre a una delle più liete vicende del mio dramma, sono condensati i pensieri, le impressioni e le ragioni dei critici che meglio mi hanno compreso. In voi come in loro i segni sintetici e significativi, che io ho sostituiti alla prolissità del metodico e formale svolgimento psicologico, da cui sono deturpate così spesso le visioni dell'arte, hanno avuto il potere di determinare quella virtù di penetrazione, che è il principio d'ogni più vivo godimento intellettuale. A voi, come a quei critici, Stefano Baldi non è parso un personaggio inventato da me per ottenere una facile vittoria contro i famosi precetti egoarchici, che una moda passeggera ha confusamente divulgati e screditati, ma soltanto è parso uno dei non pochi moderni giovani megalomani, che, miserelli e impotenti, si agitano e declamano inseguendo una chimera e che il disquilibrio tra la vanità esuberante e l'ingegno limitato, tra l'egoismo crudele e la debolezza congenita, rende grotteschi, simili a caricature, in mezzo alla società, e talvolta tragici e deleteri nell'intima cerchia degli affetti domestici. Voi, come tutti i critici che mi hanno compreso, contemplando Stefano Baldi, avete sùbito riconosciuto in lui uno di quei pigmei che si guardano in uno specchio d'ingrandimento, uno di quei rachitici che esaltano la crudeltà, l'ambizione, l'estetica della forza, il diritto della conquista, il culto della grandezza, e che poi traballano e tramazzano annientati al primo urto. E come tutti i critici che mi hanno compreso, voi, restando nell'àmbito della mia concezione, non vi siete occupata del personaggio di Stefano Baldi se non per il significato di correlazione ch'esso ha accanto alla mia Teresa. Voi, Signora, avete scritto che tutte le verità morali formanti la coscienza del mio dramma emanano da Teresa, «da questa creatura patetica, capace di fare il bene anche con la sua morte». Voi avete scritto che la morale bellezza dell'opera mia «è racchiusa in quell'anima muliebre», e la vostra fantasia gentile si è piaciuta di avvicinarla «alle più pure e soavi anime del teatro, da Ifigenia a Desdemona». Voi avete saputo vedere che intorno a lei, intorno alla «piccola fonte», si stringono, in armonia o in antitesi, tutti gli altri personaggi del dramma. Voi non avete dubitato che da quella piccola fonte – per una realtà flagrante, che pur sembra un prodigio, perchè nessuna indagine può precisarne gli elementi e nessun linguaggio può definirla – sgorghi l'acqua salutare di cui Stefano disconosce il beneficio e di cui Valentino, deforme, negletto e rassegnato, sugge furtivamente qualche goccia in una specie di estasi che solleva dalla miseria quotidiana la sua povera esistenza. Voi avete intuita l'affinità che unisce tra loro Teresa, Valentino,  e il Vecchio marinaio mendicante – ingenuo rapsodo della saggezza e del fato – , i quali sono tre anelli della eterna e tenace catena di umile e dolorosa bontà che sostiene il mondo squassato dalla superbia, dalla tracotanza e dalla perversità. E voi avete, infine, intuìto il segreto dell'estremo sagrifizio che la dolce Teresa, nella sua veggente follia, compie sparendo in quel mare di cui il mendicante verseggiatore ha suggestivamente decantata la fida amistà. Le parole vostre, che compendiano tutta l'essenza di quell'ultima scena, non da me costruita, bensì dallo spirito stesso di Teresa chino sull'uomo addormentato nel primo riposo di sua vita, sono la formula concreta d'una divina legge di punizione e di soccorso trasparita ai vostri occhi dall'inconscio sagrifizio della demente. E, come per una creatura che sia davvero vissuta, io ben vorrei fissare a guisa d'epitaffio sopra una lapide, piuttosto che su questa carta destinata forse all'oblio, le parole con le quali la vostra sensibilità ha pianta e celebrata la sparizione della salvatrice:

«Quella morte era necessaria, e in quell'uomo che Teresa lascia dormente noi vediamo, nel tempo, la resurrezione d'una coscienza. Se Ella non muore, non può Stefano risorgere puro e forte, perchè non ci sono resurrezioni senza morti.»

Quand'anche, Signora, questo mio dramma non fosse stato sorretto dal plauso di tanti pubblici, quand'anche non avesse ispirato a tanti critici di altissimo valore pagine così belle e vibranti e a me così care, il commento vostro, offertomi non per dovere di giudice, ma per una genuina emozione di artista, sarebbe bastato a non farmi disamare l'opera mia. E per ringraziarvene ho scritto queste poche righe di prefazione.



    Roberto Bracco.

Napoli, gennaio del 1906.



Dramma in quattro atti

rappresentato per la prima volta al teatro Manzoni di Milano dalla Compagnia Talli-Gramatica-Calabresi, nel febbraio del 1905.


PERSONAGGI:



Stefano

Teresa

Valentino

La principessa Meralda Heller

Un vecchio mendicante

Una vecchia mendicante

Don Fausto

Romolo, cameriere



Epoca attuale


Note per gli attori

Stefano ha trent'anni. È di aspetto bello e piacente.

Teresa è bellina, esile, senza alcun connotato notevole. Può avere dai ventiquattro ai venticinque anni.

Valentino è quasi gobbo, bassotto. Faccia piuttosto smunta e ossuta. Mustacchietti scarsi. Occhi piccoli e scintillanti. La sua età è poco visibile: avrà un trentacinque anni.

La principessa Heller ha passata la trentina. È una donna affascinante.




ATTO I



Un lembo di parco a Posillipo. Un'ala del villino di Stefano Baldi – d'un'architettura semplice e aristocratica – si profila a destra, di sbieco, sopra una specie di terrazzino rettangolare senza ringhiera, fatto di mattoni patinati, che, dal livello del terreno battuto, si eleva per l'altezza di due o tre gradini, i quali sono di marmo ben levigato. L'entrata principale del villino non si vede, perchè è alle spalle di quest'ala. Si vede bensì un'altra porta, che dà sul terrazzino e sulla quale è una tenda piegata, che, distesa, la ombreggerebbe. Al di sopra della porta, sono tre finestrette graziose. Dal lato opposto del villino, dirimpetto all'uscio, è una breve aiuola, nel centro della quale si erge una magnifica musa con le sue immense foglie lievemente ricurve dal peso. L'aiuola è fiancheggiata, a sinistra, dagli alberi d'un boschetto. Di là dall'aiuola, sale e si perde, dietro questi alberi, un viale carrozzabile. In fondo, la linea d'un parapetto di pietra taglia l'orizzonte. Una striscia di mare d'un azzurro chiarissimo e brillantato quasi si confonde col cielo. Del Vesuvio si scorge, a sinistra, il declivio che dal vertice scende dolcemente sino al golfo.

Nello spazio rettangolare del terrazzino, sono comode seggiole a sdraio di paglia e di bambù. Tra il margine dell'aiuola e il terreno battuto, è un sedile di legno.

Il sole spande dovunque un biancore abbarbagliante.

L'aria è piena di gaiezza.




SCENA I



TERESA, VALENTINO, ROMOLO


Valentino

(la cui testa brutta sporge fra le spalle prominenti ed arcuate, è a una delle finestrette – la più visibile – intento a ravvivare una gran quantità di rose che sono in un orciuolo, sul davanzale. Giù, Romolo regge per il bavero una giacca, e Teresa con grande cura la spazzola.)


Teresa

Meglio qui. È inutile impolverare la casa.


Valentino

Signora Teresa! Che diamine fate?


Teresa

Non lo vedete? Spazzolo i panni di Stefano. Tenete su, Romolo, tenete su.


Valentino

Ma potrebbe pensarci Romolo a spazzolare i panni del padrone.


Romolo

La signora non vuole.


Valentino

Perchè con quella tua prosopopea non fai mai nulla di buono. Si sa. Un servo che si chiama Romolo non può abbassarsi a spazzolare i panni d'un padrone che si chiama semplicemente Stefano. Come se poi il tuo padrone fosse uno Stefano qualunque!..


Romolo

(brontola:) Abbaia, abbaia, cagnaccio della malora!


Teresa

(redarguendolo) Romolo! (Piega attentamente la giacca.)


Valentino

(toglie le rose dall'orciuolo, vi muta l'acqua e ve le rimette a una a una.) Hanno vita corta queste rose, signora Teresa. Ho un bel mutar l'acqua! Cominciano già ad afflosciarsi.


Teresa

Le avete lì da due giorni.


Valentino

E che sono due giorni?


Teresa

(ponendo la giacca piegata, sopra una seggiola – a Romolo) Il gilet, ora.


Romolo

(prende un panciotto che penzola da una spalliera e lo porge a Teresa.)


Teresa

(continua a spazzolare.)


Valentino

Voi, qualche volta, le avete per una settimana, sempre fresche.


Teresa

Ma se la notte ve le chiudete in camera…


Valentino

Mi piace di dormire tra i profumi, signora Teresa!


Teresa

E questo nuoce a voi e nuoce alle vostre rose. (Piega il panciotto.)


Valentino

In altri termini, esse fanno male a me ed io faccio male a loro.


Teresa

Così è, caro Valentino. (Consegnando i panni spazzolati al servo) Tutto questo nello spogliatoio.


Romolo

(si avvia verso la porta, che è chiusa.)


Teresa

Per dove andate, Romolo?!.. Entrare e uscire sempre per l'altra porta. E nello studio del padrone non dovete metterci il piede se non quando vi si chiama. Non dimenticatelo.


Romolo

Sono in questa casa da dieci giorni e nessuno me l'ha mai detto.


Valentino

Te l'ho detto proprio io che mi pregio di essere il tuo immediato superiore.


Romolo

(facendo spallucce, va verso il fondo e svolta dietro l'ala del villino.)


Valentino

Come si fa, signora Teresa? Tutta l'umanità mi disprezza.


Teresa

Io, per esempio, no.


Valentino

Be', ma voi non fate parte dell'umanità.


Teresa

(ridendo) Ah ah!.. Questa poi è nuova. (Da un cestino di lavoro, che è presso il sedile, tira fuori della stoffa di poco conto e l'occorrente per cucire.)


(Un silenzio.)


Valentino

(sempre alla sua finestra, carica una pipetta, l'accende, e fuma. Poi, scorgendo qualcuno) Ehi brav'uomo! Chi cercate?


Teresa

Se è qualche seccatore di Stefano, non lo lasciate passare. Non è ora, questa. Intanto, io me la svigno. (In fretta, prima che l'uomo giunga, vorrebbe rimettere la roba nel cestino.)


Valentino

Lasciate lì, ci bado io.


Teresa

(scappa per dietro il villino.)




SCENA II



VALENTINO, DON FAUSTO


Don Fausto

(che non ha udito, discende il viale, appoggiandosi al suo bastone, con l'aria autorevole della persona molto panciuta.)


Valentino

(chiama forte:) Brav'uomo!.. Signore!.. Signore col bastone!


Don Fausto

(ha udito un poco e si volta a destra e a sinistra.)


Valentino

Qui! qui! Alzate la testa.


Don Fausto

(finalmente alza la testa.)


Valentino

Oh! Don Fausto! Che venite a fare in questi paraggi? Aspettate: scendo subito. (Dopo un istante, ricomparisce dal fondo.)


Don Fausto

Guarda, guarda! Siete proprio voi! M'era parso e non m'era parso. Di giù, non vi vedevo le spalle. Io vi conosco meglio di spalle che di faccia.


Valentino

Io, invece, vi conosco da tutti i lati.


Don Fausto

Come siete capitato qui?


Valentino

Ma io non ci sono mica capitato: io ci sto sempre. Sono impiegato presso Stefano Baldi. Sono il suo segretario, il suo maggiordomo, il suo copista, il suo galoppino… È vero che, in sostanza, non faccio mai niente, ma poichè egli mi fa mangiare, mi fa dormire, mi fa fumare e mi fa prendere aria, io ci resto volentieri. Non è poi scritto che si debba a forza lavorare. (Comicamente) Soltanto voi vi eravate fitto in mente di non pagarmi se non a condizione ch'io lavorassi. E una persona come me avrebbe dovuto fare il contabile nella vostra meschina fabbrica di saponi?.. Vedete quella finestra dove sono quelle rose?.. È la finestra della mia stanza, e lì… me la godo! Quando siete giunto, vi ho guardato dall'alto in basso. Caro don Fausto, voi non potrete mai immaginare fino a che punto io me ne infischi di voi.


Don Fausto

… Io non ho udito quasi nulla del vostro discorso. Fatemi il favore: passate alla mia sinistra. Con l'orecchio destro non ci sento più.


Valentino

(passando alla sinistra di don Fausto) E io dovevo sapere che avete perduto un orecchio?


Don Fausto

Mi meraviglio. Tutti sanno dell'avaria che ho sofferta.


Valentino

Ma perchè? Siete stato dichiarato monumento nazionale?


Don Fausto

Monumento nazionale un corno! Tutti furono edotti di quel che mi accadde, perchè io misi un comunicato nei giornali.


Valentino

Un comunicato nei giornali?


Don Fausto

Contro il dottore specialista che mi aveva rovinato l'orecchio.


Valentino

In onor del vero, vendicativo siete stato sempre.


Don Fausto

Ah sempre! Questo sì. Canagliate io non ne voglio. Dunque, ripetetemi tutto quello che mi avete detto.


Valentino

Ma io non ricomincerò certo da capo. Il succo è che io sono impiegato presso Stefano Baldi.


Don Fausto

(mettendogli una mano sulla spalla) Forse, potreste essere l'uomo che mi ci vuole. Avete influenza su questa bestia rara?


Valentino

Bestia rara siete voi.


Don Fausto

Insomma, avete influenza su questo sedicente poeta?


Valentino

Se non ritirate il «sedicente», non possiamo andare avanti.


Don Fausto

Ritiro il «sedicente».


Valentino

Tutte le persone che campano a spese di qualcuno hanno un po' d'influenza sul medesimo. Io, poi, oltre a campare a spese di Stefano, gli sono anche parente. Sissignore! Discendiamo dallo stesso ceppo.


Don Fausto

Da Adamo ed Eva?


Valentino

(contraffacendolo) «Da Adamo ed Eva!» (Carezzandogli il mento) Quanto siete grazioso!


Don Fausto

Giù le mani!


Valentino

Gli sono cugino in terzo grado, e cavatevi il cappello!


Don Fausto

Io me lo caverò se riescirete a farmi dare le mille e settecento lire che mi deve.


Valentino

Stefano ha preso da voi mille e settecento lire di saponi?!


Don Fausto

Ma che saponi! Sono cinque anni che ho smessa la fabbrica perchè insieme con mio cognato – quello che perdette il posto al Museo – aprii in via Costantinopoli un magazzino d'antichità. Neppure questo sapete?


Valentino

Chi volete che si dia la pena di parlarmi di voi?!


Don Fausto

Io misi un comunicato nei giornali.


Valentino

Un altro!


Don Fausto

Che c'è di straordinario? Per questo ci sono i giornali: per metterci i comunicati.


Valentino

Bel concetto che avete del giornalismo!


Don Fausto

Veniamo al fatto.


Valentino

Veniamo al fatto.


Don Fausto

La bellezza di otto mesi fa, il vostro signor cugino in terzo grado prese da noi una cornice e due sedie.


Valentino

Una cornice e due sedie, mille settecento lire?!


Don Fausto

La cornice, settecento; e le sedie, cinquecento ognuna.


Valentino

Dio sa quante volte mi sarò seduto su cinquecento lire e non me ne sono mai accorto!


Don Fausto

Gli avrò scritto più di venti lettere.


Valentino

E lui?


Don Fausto

Lui, niente! Come se non ne avesse ricevuta nemmeno mezza.


Valentino

(cacciandosi in tasca la pipetta spenta) Non ci badate: è un po' distratto.


Don Fausto

(scaldandosi) Un po' distratto?


Valentino

Del resto, la distrazione, si sa, è la malattia di tutti i poeti.


Don Fausto

(alzando la voce) Ma lo guarisco io di questa malattia!


Valentino

(toccandogli la pancia come si fa carezzando un cavallo) Buono, buono, don Fausto!


Don Fausto

Giù le mani!


Valentino

Uno di questi giorni, gli parlo io.


Don Fausto

Oggi ho delle scadenze e mi necessita il contante per fare onore alla mia firma. Per mezzogiorno al più tardi, il mio conto dev'essere saldato.


Valentino

Per mezzogiorno, è un po' difficile. Questa è l'ora in cui Stefano è chiuso nel suo studio, e guai a disturbarlo!..


Don Fausto

Chiuso o non chiuso, se fra un'ora non sono soddisfatto, mando al vostro signor parente uno sveglierino per atto d'usciere e metto…


Valentino

(continuando subito) Un comunicato nei giornali.


Don Fausto

(fermamente) Nè più nè meno.


Valentino

Così Stefano vi risponderà in versi.


Don Fausto

E io lo chiamerò imbroglione in prosa.


Valentino

Ma, dico: che modo di parlare è questo?!


Don Fausto

E voi perchè mi stuzzicate?




SCENA III



DON FAUSTO, VALENTINO, TERESA


Teresa

(venendo dal fondo) Che c'è, che c'è, Valentino?


Valentino

(a Don Fausto) Questa è sua moglie. Fate il gentiluomo con lei. (A Teresa) Non c'è niente, signora Teresa. Niente di serio. C'è soltanto il signor Fausto Cantajello, qui presente, il quale avrebbe un conticino di mille e settecento lire da farsi saldare. Una cornice e due sedie.


Don Fausto

Due sedie a bracciuoli, Errico Quarto puro…


Valentino

(a Teresa) Devono essere quei due seggioloni con quella spalliera… (fa dei gesti descrittivi.)


Don Fausto

A servirvi. Su quei due seggioloni pare certo sia stato seduto Errico Quarto in persona.


Valentino

E diamine! (Gesto analogo) Se ne vede ancora l'impronta.


Don Fausto

La cornice, poi, ha contenuto il primo ritratto a olio di Napoleone I.


Valentino

Ho capito: è per questo che Stefano ci ha messo il ritratto suo.


Teresa

(che si trova alla destra di don Fausto) Sì, ma io non credo che per oggi mio marito abbia disponibile questa somma. Dovreste avere la bontà di pazientare.


Don Fausto

(che ha udito poco, – a Valentino) Dovrei avere la bontà… di che?


Valentino

A sinistra, a sinistra, signora Teresa.


Teresa

A sinistra!?..


Valentino

A destra è sordo. Parlategli a sinistra.


Teresa

(passando alla sinistra di don Fausto) Dicevo che dovreste avere la bontà di pazientare.


Don Fausto

Ah no, signora mia. Ho già spiegato al cugino in terzo grado di vostro marito le ragioni per cui non posso più pazientare.


Teresa

(deviando involontariamente) Valentino!


Valentino

(accostandosi con zelo) Comandate.


Teresa

(piano) Lo sapete che Stefano non vuole che vi si conosca come suo cugino…


Valentino

È vero, sì, ogni tanto me ne dimentico.


Teresa

(affettuosamente) Ha i suoi principii… Dobbiamo rispettarli…


Don Fausto

Dunque, signora, che si decide?


Teresa

Che volete che vi dica?.. Io non ho l'abitudine d'incomodare mio marito per simili faccende. E oggi, meno che mai. Tutt'al più, quando saprò che ha dei quattrini…


Don Fausto

Quando saprete che ha dei quattrini, cara signora, sarà troppo tardi. Per fortuna, (cavando una carta da una tasca) il conticino è firmato da vostro marito a mo' di obbligazione. Ecco qua. (Lo mostra) Il termine è trascorso da un pezzo; e quindi io ricorro ai ferri corti.


Valentino

Intimazione per atto d'usciere e pubblica denunzia nei giornali della città.


Teresa

(spaventata) Dio mio! Che dite mai!?


Don Fausto

D'altronde, io ragiono così, cara signora: chi possiede un villino a Posillipo, costruito, per giunta, a bella posta con parecchie decine di migliaia di lire, e va in carrozza invece d'andare in tram o a piedi come vado io…


Valentino

(interrompendolo) Poveretto! Con quella pancia!


Don Fausto

(inalberandosi) Con questa pancia vado a piedi, e ci vado a fronte alta. Ciò che mi stupisce è che il signor Stefano Baldi…


Valentino

… vada in carrozza a fronte bassa.


Don Fausto

A fronte bassa dovrebbe andarci, visto che non mantiene i suoi impegni!


Teresa

Ma, signore, voi vi permettete di dire delle enormità!


Don Fausto

A me non piace di offendere nessuno; ma se mi si tocca in quel poco che ho fatto coi miei sudori, non transigo.


Valentino

La cornice di Napoleone l'avete fatta con i vostri sudori?!


Don Fausto

(con energia) Precisamente!


Valentino

E allora è un altro paio di maniche!


Don Fausto

Breve breve, signora mia. I tempi sono tristi. Con l'abbondanza di antichità che c'è sulla piazza e con la moda dello stile libertino, io a stento mi tengo a galla. C'è qualcuno che gioca a farmi affogare? E io lo tiro giù con me, e ci si affoga insieme. Quando vostro marito, dopo otto mesi di preghiere, non si fa vivo, male parole, saette, uscieri, comunicati, scandali, senza misericordia!


Teresa

(tremando) No, per carità! Piuttosto… sentite… sentite, signore: cercherò di provvedere io.


Don Fausto

Un'ora di tempo avete.


Teresa

Valentino mio, soltanto voi potete aiutarmi.


Valentino

Per voi, qualunque cosa, signora Teresa; ma io non so veramente…


Teresa

Conoscete qualche agenzia di pegnorazione?


Valentino

(con prosopopea faceta) Vi prego di credere che io le conosco tutte!


Teresa

Forse, però, qui, a Posillipo, non ce ne sono.


Valentino

V'ingannate. In queste aure balsamiche esse fioriscono benissimo.


Teresa

E dite: dagli orecchini che porto quanto si potrebbe ricavare?


Valentino

Ma come! Voi vorreste…?!


Teresa

È la sola risorsa che ho.


Valentino

Ecco poi un altruismo che mi urta i nervi.


Don Fausto

(s'accorge che l'affare è in via di soluzione e si apparta per dar loro agio di confabulare liberamente.)


Valentino

(osservando gli orecchini) Si arriverebbe appena alle mille e cento, alle mille e duecento…


Teresa

Altre centodieci lire le ho di economie…


Valentino

E ne mancano ancora parecchie!


Teresa

(animandosi) Un'idea!.. Me le faccio prestare dalla zia Matilde. Sì, sì! E andrete proprio voi a chiedergliele da parte mia. Le siete molto simpatico e non si negherà.


Valentino

E voi credete che per le mie attrattive la zia Matilde vi aprirà la sua borsa?


Teresa

È stata sempre affettuosa con me. Mi ha fatto da mamma quando sono rimasta orfana.


Valentino

E ha sperperato quel poco che avevate di vostro.


Teresa

Per la mia educazione.


Valentino

Già, voi siete d'una buona fede meravigliosa…


Teresa

Insomma, Valentino, non divaghiamo adesso. La presenza di quell'uomo mi agghiaccia il sangue nelle vene. Sbrighiamoci. Prima di tutto, gli orecchini. (Se li toglie e glieli consegna.) Le cento e dieci lire sono queste. (Le prende da un portafogli che ha in petto.) Le avevo raggranellate per fare una bella sorpresina a Stefano; mah!.. pazienza! (Le unisce agli orecchini.)


Don Fausto

(guarda con la coda dell'occhio.)


Valentino

(intascando tutto) E per il resto, speriamo nel miracolo della zia.


Teresa

Madonna santa, con la vostra diffidenza mi scoraggiate!


Valentino

Perchè diffidenza? Ho detto: «speriamo». (A don Fausto, con un cenno della mano) A voi! Accidente d'un antiquario! Venite con me.


Don Fausto

(gli si accosta offrendo l'orecchio sinistro.)


Valentino

Vi pagheremo.


Don Fausto

Sono a voi. (A Teresa, cavandosi il cappello) Tanti complimenti.


Teresa

Buon giorno, signore.


Valentino

Per questa volta, farete riposare i giornali e l'usciere, caro il nostro Don Fausto.


Don Fausto

Non lo giurerei ancora.


Valentino

(sbadatamente, se lo prende a braccetto dal lato destro) Siete un animale! (Si avviano per il viale.)


Don Fausto

(che non ha udito) Sono… che cosa?


Valentino

(passando subito alla sinistra di lui e riprendendoselo a braccetto) Siete un animale!


Don Fausto

Mi pare che per dirmi questo potevate restare a destra.


Valentino

(allontanandosi con lui) No! a sinistra, mio diletto amico! A sinistra! (Spariscono.)


Teresa

(cercando di farsi sentire pur moderando la voce) Tornate presto, Valentino. Sono sulla corda.


La voce di Valentino

Il tempo materiale ci vuole.


Teresa

La zia è qui presso. E poi, un po' di sveltezza!


La voce di Valentino

(che s'allontana) A sinistra, caro il mio bestione!


Teresa

(tuttora pensosa per questo incidente, siede sul sedile di legno e sospira, preparandosi pazientemente ad agucchiare.)




SCENA IV



TERESA e STEFANO


Stefano

(facendo capolino dall'uscio che era chiuso) Teresa!


Teresa

(con un lieve sussulto) Stefano?


Stefano

Ho sentito un borbottìo… un vocìo…


Teresa

Ah sì… era Valentino che parlava animatamente con un uomo…


Stefano

Con chi parlava?


Teresa

… Con un suo amico, credo.


Stefano

Valentino potrebbe fare a meno di ricevere i suoi amici in casa mia. Sono quasi sempre degli straccioni. T'incarico di dirgli, senza mitigare, che io non voglio.


Teresa

Glie lo dirò.


Stefano

(s'avvicina a Teresa e con una certa vanità dissimulata le mette sotto il naso una busta aperta che ha tra mano.)


Teresa

Che profumo!


Stefano

È una lettera della principessa Heller.


Teresa

Chi è la principessa Heller?


Stefano

Tu non sai mai nulla di ciò che accade fuori del tuo guscio. La principessa Heller è una gran dama, che s'è stabilita a Napoli da qualche anno ed è già rinomatissima perchè ha il salone più fiorente, più elegante e più intellettuale.


Teresa

Che potevo saperne, io? (Intenta al lavoro) Se qualche volta tu mi avessi parlato di lei…


Stefano

Io, personalmente, non l'ho conosciuta che ieri, nello studio del pittore Ferrantino, che lei era andata a visitare.


Teresa

(semplice) Ieri l'hai conosciuta e oggi ricevi una sua lettera?


Stefano

Mi scrive per invitarmi a frequentare il suo salone.


Teresa

(sincerissima) Mi fa piacere. Questo potrà giovarti molto.


Stefano

(con una punta di risentimento) Ti prego di credere che gioverà molto a lei.


Teresa

(mortificata) Io dicevo che potrà giovarti perchè… ti divertirai un poco, ti distrarrai…


Stefano

(con buonumore) Non cercar di rimediare, sai, che è peggio. Hai fatta una gaffe e non parliamone altro. Tanto, ne fai per lo meno cinquanta al giorno: mi ci sono abituato.


Teresa

(con rammarico) Poi finirai con l'esserne stufo.


Stefano

Ma no, non temere. Come moglie, va bene. (Graziosamente) Mi sei sempre piaciuta così.


Teresa

Davvero?


Stefano

Davvero.


Teresa

(ha un'espressione d'ingenua fierezza.)


Stefano

(sedendole accanto con un'affettuosità lievemente sensuale) Dimmi un po', mogliettina: cosa lavori di bello?


Teresa

Dei grembiuli.


Stefano

Per la cameriera?


Teresa

Per me.


Stefano

Per te!?


Teresa

Sì, perchè quando si è in faccende per la casa…


Stefano

Ma questo è ciò che io non approvo. Abbiamo un segretario, una cameriera, un servo, un cocchiere, un cuoco…


Teresa

Quanti più sono, meno c'è da fidarsi. E, anzi, proprio quel cuoco si dà un'importanza insopportabile! Stamane – per raccontarne una – io sono andata in cucina a controllare il peso della frutta comperata per la colezione, e lui…


Stefano

(mettendole una mano sulla bocca) No, Teresa! Le gesta del cuoco poi no!


Teresa

Me l'hai nominato tu, altrimenti non te ne avrei detto nulla. Ti parlo mai di qualche cosa se non cominci a parlarne tu?


Stefano

(torturandole un po' il collo carezzosamente) Ma che sciocchina che sei!


Teresa

(ridendo con bonarietà) E che posso farci io?


Stefano

Non capisci nemmeno che in questo momento vorrei che tu smettessi di lavorare.


Teresa

Subito, amor mio! (Ripone immediatamente nel cestino la stoffa, l'ago, le forbici.) Tu, intanto, hai lavorato finora.


Stefano

Con qualche differenza, se non ti dispiace.


Teresa

Hai lavorato bene?


Stefano

Ahimè, no! Per ora, sono condannato a un lavoro di transazione che non mi piglia tutto. I bisogni quotidiani mi ci costringono per l'insufficienza del mio patrimonio assottigliato, e io ne soffro, ne soffro… Ma così non potrà durare a lungo. No, no! Io sento già che l'angusto involucro della vita pratica e gretta si sfascia sotto le pulsazioni violente della mia forza. E scriverò appunto il Poema della forza. Perdio! Sarà un'opera di battaglia contro gli esseri inferiori, contro i deboli, contro i vili, contro gl'inutili, contro gli sciocchi…


Teresa

Anche contro di me?!


Stefano

(interrompendo il suo volo lirico e sorridendo) Naturalmente!


Teresa

E che me ne importa che scrivi contro di me? Sempre mio marito sei.


Stefano

(celiando) E che vuol dire?


Teresa

Vuol dire che sei tutto mio.


Stefano

Domando scusa: tutto, no.


Teresa

Però, iersera, quando stavi per prendere sonno, con la testa appoggiata alla mia spalla, non dicevi così.


Stefano

Se stavo per prendere sonno, non sapevo quel che mi dicessi.


Teresa

Sì che lo sapevi.


Stefano

Mi pare che diventi pretensiosetta!


Teresa

Io?


Stefano

(facendosi abbastanza serio) E questo non mi garba.


Teresa

Ricordavo una tua espressione tanto cara!


Stefano

L'unico mezzo per farmene pentire.


Teresa

(dolorosamente colpita, con mitezza) Stefano!


Stefano

O i grembiuli della cameriera e le gesta del cuoco, o le solite melensaggini sentimentali!


Teresa

Ma Stefano!


Stefano

E non allungarmi il muso per giunta. Cos'hai? Ti ho fatto un avvertimento. Me ne vuoi per questo?


Teresa

No. Mai!


Stefano

E allora, su, su, Teresa!


Teresa

(si rianima, suggestionata dall'animazione di lui.)


Stefano

Oggi voglio una giornata tutta bella e benaugurante. L'ho desiderata sin da stanotte, dopo che un sogno di terrore mi ha bruscamente destato; e al mio desiderio già sono stati docili il sole e il mare. L'uno difatti mi largisce oggi tutti quanti i suoi raggi, e l'altro non minaccia, non rumoreggia e non mormora neppure la nenia dei suoi riposi malinconici. Tace in un sorriso di bellezza infinita e in questo sorriso la sua immensità non ha più insidie e mi chiama col dolce silenzio d'un'amante! (Festoso, vibrante, prendendola per una mano e conducendola verso il mare) Vieni, vieni, Teresa! Vieni a vedere, vieni a sentire com'è grande e com'è tranquillo! (Presso il parapetto) Di': lo ami tu il mare, Teresa?


Teresa

Molto lo amo! (Si affaccia. – Le sue parole hanno una soavità concentrata e infantile.) Vedi la tinta smeraldina che ha l'acqua in questa minuscola insenatura!.. E com'è limpida!.. Mi piacerebbe di tuffarmici e andare diritta in fondo, sino a toccare l'arena con la mano!


Stefano

(scultorio e altisonante) Io, invece, vorrei, con una vela prodigiosa, solcare in un attimo solo tutta questa superficie sin dove arriva lo sguardo!




SCENA V



TERESA, STEFANO, il VECCHIO MENDICANTE e la sua VECCHIA MOGLIE


La voce del Vecchio

		Chiudi gli occhi – sopra il mare.
		Apri gli occhi – sulla terra.
		Sulla terra – non far guerra:
		guarda attorno – notte e giorno.


Stefano

(a Teresa) Chi è che verseggia in così buffa maniera?


Teresa

È un vecchio mendicante che viene due o tre volte al mese. Dice dei versetti per meritarsi l'elemosina.


Stefano

Io non l'ho mai visto.


Teresa

Per evitarti la noia, Valentino ed io lo mettiamo sempre in fuga prima che tu sopraggiunga.


La voce del Vecchio

Fate la carità a un povero vecchio marinaio!

		Senza barca – e senza rete
		muore di fame – muore di sete.


Teresa

(andando verso il viale – al mendicante che non è ancora comparso) No, no, buon vecchio! Oggi, no!


Stefano

Perchè?.. Fammi fare la conoscenza di questo bel tipo.


Teresa

Ah, sì?.. (richiamando il vecchio anche col gesto) Puoi avvicinarti, sai! Puoi avvicinarti. Non aver paura!


Stefano

(raggiungendo Teresa) E quella vecchietta?


Teresa

È sua moglie. Non si distacca mai da lui!

(Arriva la coppia. Egli è nonagenario. Rugoso, curvo, lento, ma relativamente forte. Ha i piedi scalzi, grossi, piatti, nodosi. Indossa una giacca fatta di brandelli. Al collo nudo, porta un nastrino dal quale pende una borsetta votiva con l'immagine di Santa Lucia. In testa, porta un lungo berrettone di lana color tabacco, che, senza visiera, floscio, con la punta cascante sin quasi sulla spalla, ricorda l'origine marinaresca di lui. Agli orecchi porta gli orecchini, che sono due semplici cerchietti dorati. La Vecchia che lo accompagna è anche più rattrappita, più disseccata ed è molto meno vegeta. La veste logora covre un compassionevole rudero umano.)




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