Il perduto amore Umberto Fracchia Umberto Fracchia Il perduto amore A Bibiche PARTE PRIMA Daria I Le stelle di cui il cielo ora è pieno, appunto perchè splendono perennemente sono un indizio certo della nostra morte. Ma io che le contemplo mentre compaiono e scompaiono, a volta a volta fra le rade nuvole naviganti l'azzurro, in aggruppamenti inaspettati e nuovi, sento scendere sui miei occhi non so qual liquido filtro che mi rende oblioso così della morte come della vita. Distrattamente ascolto i rumori e le musiche del bosco, il canto dei rosignoli nell'ombra, il fruscìo dei giunchi (di seta), le voci umane giù per i campi e nell'isolata casa del mulinaio, e sento che queste cose non sono fatte per me. Troppo semplici, troppo serene. Se, vinto, con un lieve sforzo, molto lieve, mi decidessi ad uscire dalla mia solitudine per partecipare alla festa di questa chiara notte autunnale, sarei come un orfano il quale conducesse la propria inconsolabile tristezza, abiti, volto, silenzio, in una comitiva di gente allegra e felice. No, certo: non sono fatto per questo. Io vivo l'imperfetta vita delle ombre. Sono, come le pallide larve, distaccato dal mondo, libero di muovermi e di vagare dove mi piace, presente in ogni luogo, ed assente da ogni realtà. Eppure la mia libertà non è che un'illusione di chi giudica dalle apparenze, e non sa che sono invece inchiodato, incatenato, prigioniero della mia vita, nel momento stesso in cui essa si è fermata per sempre. Se preferisco uscire di notte, o mostrarmi là dove il bosco è più folto, dove il fiume scorre tra le più alte rupi, la ragione è che io soffro il sole, la luce mi dà un acuto dolore, e temo sempre di contravvenire ai comandi della natura, di violare una legge assoluta. La mia stessa voce, quando raramente parlo, è la voce flebile delle ombre, che sembra giungere da misteriose lontananze, fioco lamento di sotterraneo o di tomba, confusa voce attraverso soffi di vento, scrosci di correnti d'acqua, stormire di notturne boscaglie. L'aria è sempre piena per me, come le desolate lande della tragedia, di una triste lontana e invisibile musica. Ebbene: un uomo mi ha ucciso impedendomi di morire quando sarebbe stato facile per me uscire da questo viottolo angusto e spaziare nell'infinita felicità; quando la morte sarebbe stata ebrezza e gioia; e tempo, spazio, memoria, più nulla… II Quest'uomo, Carlo Clauss, venne per la prima volta in casa nostra quando io avevo appena vent'anni. Di lui avevo udito parlare come di un'anima perduta. Si sa che cosa intendono gli uomini timorati quando dicono: costui è un'anima perduta. A lunghi intervalli, dunque, se per caso nelle conversazioni famigliari il discorso cadeva sopra un parente morto o lontano, e mia madre prendeva il vecchio album di fotografie e cominciava a sfogliarlo, la sua mano invariabilmente si fermava sopra il ritratto di un giovane vestito di nero, con una grande cravatta pure nera e un'altissima tuba in capo, il cui volto ovale, circondato da una rada barba bruna e illuminato da due occhi stranamente dilatati e fissi, pareva la faccia di un ammalato o di un convalescente, o quella di un uomo bruciato dalla fiamma di una logorante passione. Allora il vecchio album passava di mano in mano, faceva il giro della tavola, e il nome di Carlo Clauss era ripetuto sottovoce, e seguito da misteriosi silenzi o da poche vaghe parole di commiserazione per quella «giovinezza irrequieta e avventurosa». Ma un giorno, quando nessuno se l'aspettava, una lettera munita d'un francobollo molto grande, su cui era disegnato un paesaggio montuoso con alberi e animali inverosimili, ci portò la notizia del suo ritorno. Egli scriveva a mio padre da una città il cui nome parve nuovo a tutti noi, dicendo che «il desiderio di morire in patria» lo spingeva ad abbandonare il paese dove aveva vissuto fino allora felice. Parlava di una lunga malattia, dei molti giorni di mare che lo dividevano da noi, e, in fine, di mia madre, che egli chiamava, con un diminutivo infantile, la Minni. Quella lettera fu letta forte prima della cena e suscitò in tutti un vivo stupore. Mia madre pianse. Fu una triste sera in cui non si fece che rievocare avvenimenti dolorosi. Io seppi allora che Carlo Clauss era nostro parente e che a ventiquattro anni era scomparso dalla propria casa, era fuggito, solo, senza lasciar traccia di sè. Due mesi dopo egli arrivò con la corriera del mattino, giacchè in quel tempo la ferrovia non passava ancora per queste valli e lungo il mare, e non se ne udiva neppure il fischio lontano. Noi, che stavamo sull'uscio in attesa, lo vedemmo scendere dalla diligenza seguito da un servo creolo, bruno e canuto, che portava i bagagli. La sua rassomiglianza con la nostra fotografia era ancor grande. Alto, diritto, con la barba e i capelli appena brizzolati, egli non rivelava nè stanchezza nè dolore. Il suo volto pallidissimo, di un pallore olivastro ed uguale, bruciava ancora di quella fiamma interna che gli splendeva negli occhi scuri, profondi e lucidi. Era bello. Anche la sua voce, il suo modo di gestire, la sua pronuncia un po' lenta e faticosa, mi parvero, al primo incontro, attraenti; pieni di quella grazia virile, così rara negli uomini non più giovani, che è fatta di serenità, di forza e di rattenuto ardore. Seduto dinnanzi al tavolo, fra mio padre e mia madre, Carlo Clauss fece racconti meravigliosi. Io vedevo contro il paesaggio montuoso che, dietro piante frastagliate e grasse, si delineava sul francobollo della sua lettera, ingigantito dalla mia immaginazione, passare, come contro lo scenario di un teatro, carovane dietro carovane, cacce di elefanti e di tigri, pellegrinaggi, eserciti di bruni guerrieri con nuvoli di bandiere e sterminati campi di lance luccicanti, cortei nuziali d'asinelle candide, lettighe e tamburi; e battaglie, risse, mercati, pestilenze, rivolte, drammi da impazzire, e catastrofi spettacolose. Poi taceva per qualche minuto e rideva dello stupore che vedeva dipinto sui nostri visi. – Eppure sono tornato! – esclamava. – Vi pare il caso, ora, di spaventarvi? Siamo passati attraverso il fuoco… Tutto è uguale per me. Mia madre era quella che lo ascoltava con minor meraviglia. Il suo pensiero non era con noi. – Quante cose sono cambiate… – diceva. – E chi le poteva prevedere? – Certo… – rispondeva sorridendo Clauss. – Ma ora tutto è uguale per me… Si volgeva poi a mio padre e lo guardava attentamente per dirgli: – Tu no, tu non sei cambiato. E mio padre si palpava il mento e le gote, e rispondeva seriamente: – Ti sembra, ma non è così. Eravamo ragazzi allora, quando dici tu, ed ora ho un figlio grande. Non lo vedi laggiù? Sembra un querciolo… Ma Clauss badava poco a lui e poco a me. Tutta la sua attenzione pareva concentrata sopra le mani di mia madre, ch'ella teneva posate sulle ginocchia stringendo un fazzoletto. Brillava l'anello sull'anulare. Raramente i suoi occhi si posavano anche su mia sorella Silvina. – Eppure bisogna vivere ancora! – disse egli una volta, nel silenzio di tutti. E mi sembrò che parlasse soltanto a sè stesso, dimenticando noi altri. Da mezz'ora l'aria s'era fatta scura, e pioveva. Ma, dopo poco, un tuono secco schiantò il silenzio e scompaginò le nuvole. Un po' di sole entrò nella stanza. Io che ero rimasto senza parlare, in un angolo, mi alzai per guardar fuori. Anche Clauss si alzò e si avvicinò alla finestra. – Se volete, disse mia madre, potete andare sulla terrazza. Non piove più. Salimmo dunque, noi due, sulla terrazza. L'arcobaleno era molto pallido. Il sole, già mezzo nascosto dietro il monte, dardeggiava sulla pianura un gran fascio di luce. Clauss girò intorno gli occhi, si soffermò un istante a guardare i fianchi delle montagne rigati di cascatelle candide; poi si volse a me e bruscamente mi domandò: – E tu, ragazzo, che fai? Per la prima volta i suoi occhi si posarono attentamente sulla mia persona. Io li sentii che mi penetravano dentro, nell'anima. Era uno sguardo impudico, un contatto quasi carnale che mi riempì di vergogna. – Nulla… – balbettai. Egli rise. – Come è possibile, nulla? – soggiunse, distraendo da me le pupille, come uno che stacca le labbra da una tazza dopo aver bevuto abbastanza. – Ho avuto anch'io vent'anni. Non ridere! A vent'anni io, per esempio, non desideravo che una sola cosa: morire. Ma volevo morire eroicamente. Immagina: uno compie un'azione nobile, un atto memorando. La gente dice: – Questo ragazzo è stato capace di tanto. – Un ragazzo? Veramente un ragazzo? – Sì, un ragazzo… Aveva appena vent'anni. – Questa è la gloria. Ora sono quasi vecchio, e quel sogno mi sembra ancor più bello di allora. Morire senza aver provato nulla della vita, se sia buona o cattiva; non l'amore di una donna: senza avere nè amato, nè odiato, nè goduto, nè sofferto; ignorando che cosa valga tutto ciò… Non credi che sarebbe una pazzia degna di te? Rise di nuovo guardandomi. Anch'io cercai di sorridere. Clauss si volse dove il sole era scomparso. Grandi nitide nuvole scavalcavano le montagne e le prime stelle, due o tre, brillavano nel cielo che s'andava rasserenando. Ma io non avevo occhi per quelle lontane apparizioni. Avevo ascoltato Clauss senza quasi comprenderlo, tanto la sua stravagante eloquenza mi riusciva nuova e mi turbava profondamente. Vivere e morire? Amare? Odiare? – È dunque necessario amare o odiare qualcuno? – balbettai ad un tratto senza pensare. Stavamo entrambi appoggiati alla ringhiera. Eravamo vicinissimi. Ora, rievocando quella scena, lo rivedo mentre s'accarezzava la barba con un gesto languido delle mani; riodo la sua voce, pacata, come una musica sopra una nota, stanca. – Ti racconterò una storia, – disse, – e tu stesso giudicherai. Io avevo, a Karsan, un servo giovane. Era un meticcio, un essere semplice e sano, una creatura riccamente dotata. Lo avevo raccolto fanciullo in una strada. Era cresciuto con me, mi era fedelissimo. Un giorno lo sorpresi in un angolo del cortile mentre si flagellava con un grosso staffile di cuoio, uno staffile da schiavi. – Sarkis! – grido afferrandolo per un braccio. – Sei pazzo? – Egli mi guarda con gli occhi di un cane e, arrossendo, mormora: – Behela… Behela era una fanciulla della fattoria vicina. La conoscevo. Sembrava un bell'animale, con lunghi capelli neri e grandi occhi violacei. Sarkis era stato preso da una così violenta passione per lei, che ogni giorno, dopo averla veduta, dopo averla spiata da lungi e da presso, si flagellava, parendogli di non essere degno di lei, di non poter meritare il suo amore. Un altro servo mi narrò queste cose, più tardi. Alfine essi si sposarono. – Sei felice? – chiesi a Sarkis dopo le sue nozze. – Vorrei esser morto! – rispose. Scese la notte sulla loro capanna di giunchi. All'alba Behela uscì dal letto ancor caldo per andare alla sorgente. Egli la seguì da lontano, la spiò lungo tutto il sentiero. Si nascose poi tra le canne e attese che ritornasse. Behela riapparve, camminando lentamente. Teneva gli occhi chiusi e sorrideva come in sogno. – Behela! – chiamò lo sposo nascosto. Ella si arrestò. – Questa è la tua voce! – disse dolcemente. – La riconosco… – E questo è il mio coltello! – gridò l'altro saltando fuori. L'abbracciò stretta e le piantò la lama nel cuore. Quando mi fu condotto dinnanzi per essere giudicato, perchè io ero il padrone, egli cantava come un forsennato. – Sarkis… – esclamai afferrandolo per i capelli: – sai tu di avere ucciso la tua sposa? Egli ammutolì, mi guardò con occhi che non esprimevano nè stupore, nè vergogna, nè tristezza. – Vorrei esser morto… – mormorò, e ricominciò a cantare. Clauss sollevò il capo. Il suo volto si animò: balenò nei suoi occhi quella strana luce. – Questa, – disse, – non è una storia straordinaria. Questa è la storia dell'amore, una storia d'amore, cioè una delle innumerevoli storie che si possono raccontare. È necessario amare qualcuno? Era necessario uccidere Behela, sacrificare quel fiore meraviglioso, distruggere quella felicità? Immagina che cosa mi avrebbe risposto quell'uomo se io gli avessi rivolto, una dopo l'altra, tali domande! Noi lo legammo in mezzo alla corte. Ma, di notte, prima di coricarmi, andai, tagliai le corde, e gli ordinai di fuggire. – Tu! – esclamai stupefatto. – Tu lo hai liberato? – Io, disse, io stesso. Mi guardò sorridendo. – E non potevo forse uccidere anch'io come lui, – mormorò, – quel giorno o il giorno dopo, con quell'arma o con un'altra simile? – Ah! non è così facile! – esclamai, nascondendo il viso fra le mani. – Non è così semplice uccidere! Non tutti uccidono… – Infatti, – disse Clauss per consolarmi, – non è per tutti egualmente facile. III Clauss restò soltanto tre giorni in casa nostra. Durante quei tre giorni io cercai di sfuggirlo, e infatti non accadde più che noi ci trovassimo soli insieme. Il terzo giorno se ne partì improvvisamente, senza aver neppure sfatto le sue valige, per andarsene in città, dove disse che voleva comprare una casa. Confesserò, senza vergogna, che Clauss mi aveva profondamente toccato. Quasi mi faceva paura. Talora, non visto, mentre egli leggeva o parlava con altri, io lo spiavo a lungo, fantasticando. La sua partenza fu per me cagione di gioia: ma non ritrovai per questo la mia antica pace. Ben presto anzi mi accorsi che io non potevo più vivere senza di lui. Di giorno e di notte pensavo alle sue parole; Behela frequentava i miei sogni; e se socchiudevo le palpebre, lo rivedevo, non come era in realtà, ma come era, da giovane, nella vecchia fotografia dell'album, con quei due immobili e smisurati occhi. Quell'immagine era impressa in me fin dall'infanzia. Non mi abbandonò più. Vivevo dunque come trasognato. In quella grande casa semideserta dove mia madre diffondeva la malinconia del suo sorriso senza nè inquietudini nè desideri, che mio padre dominava dalla cantina al granaio con la sua allegria d'uomo sano e soddisfatto, io cominciai a sentire il peso della solitudine e il mal sottile della malinconia che prima non conoscevo. Fino a quel tempo, per molti anni, m'ero accontentato della mia casa, del mio giardino, del villaggio e dei campi, nel limite della cerchia alpina. Ora non più. Clauss aveva lasciato cadere in me il suo seme diabolico, e quel seme aveva rapidamente germogliato. Ogni istante scoprivo un desiderio nuovo. E quantunque le mie brame fossero innumerevoli, si potevano tutte riassumere in una sola parola: amare. Avevo lunghe e confuse allucinazioni: visioni di una realtà inverosimile. La mia salute fu tanto scossa da questi disordini spirituali, che mio padre, rammaricandosi di aver scoperto troppo tardi che io non gli somigliavo affatto, si decise a mandarmi in città perchè imparassi a mie spese ad apprezzare la famiglia e la casa. – Ma non si vive di solo pane – dissi a mio padre; e in poche ore fui pronto per partire. Ricordo il penoso distacco da mia madre. Io non le ero stato mai lontano neppure un giorno. Quando mi abbracciò piangendo e sentii il suo esile corpo tremare contro il mio petto, il suo cuore battere, le sue labbra cercare ansiosamente la mia fronte, ebbi come in un lampo il pensiero di rinunciare a tutti i miei pazzi propositi, per rimanere accanto a lei, in quella pace, in quella intimità semplice e solitaria che già allora, dalla soglia, mi pareva superiore ad ogni altra possibile felicità. Ma poco dopo, quando mi volsi per guardare da lontano il campanile roseo tra le piante, ebbi onta di quel momento di debolezza e me ne pentii. La strada costeggiava un fiume e i cavalli trottavano per la discesa. I miei compagni di viaggio erano gente rozza, due contadini e un mercante di porci. Uno dei contadini diceva: – No, Obertello: quel giovane finisce male. Il mercante, che era tutto lardo dentro e fuori, si dimenava sul sedile brontolando: – Non è colpa sua. È colpa di Lisa Lama, di quella maledetta… Ascoltavo, e vedevo Lisa Lama col suo muccetto di capelli tinti, seduta contro la porta verde della sua casa, come l'avevo veduta mille volte. Pensavo: – Per un pezzo non la vedrò più. In un paese c'era una fiera. Suonavano le campane. Un razzo matto rigò di giallo il cielo cinerognolo. Due preti neri trotterellavano per un sentiero attraverso le vigne, sopra due mule grige. Una processione di donne e di chierici, con una croce e lanterne e torce, fendeva lentamente e in disordine la folla pigiata contro le porte di una chiesa. Quella chiesa era bianca e pareva che le sue mura si gonfiassero a tratti per la troppa gente che vi si stipava dentro. Io mi sentivo straordinariamente ilare; assaporavo con gioia la mia prima libertà. Ho un piacevole ricordo di quelle ore di viaggio. Il fiume andava tranquillamente per la sua strada, e le zucche maturavano secondo la stagione; gli asini onestamente giravano la stanga delle cisterne, la fiera in quel paese si svolgeva nel massimo ordine; la gente era allegra, gli uomini contenti, gli animali soddisfatti, il cielo senza troppo sole e senza troppe nuvole. Il mondo intero era calmo, ilare e soddisfatto: la vita non faceva paura. Con la vicinanza del mare, che apparve poco dopo, l'aria divenne più densa e odorosa. Ogni tanto si intravvedeva, in fondo ad un vicolo, fra i muri, un po' di mare chiaro, vivace, una vela. Muri bianchi, muri grigi, cancelli verdi, facce sconosciute per la via, occhi curiosi alle finestre, tende svolazzanti, imbianchini appesi a un tetto, cocomeri rossi sopra un banco, bambini che mangiavano, una donna in camicia, grandi gabbie di canarini, un orto. I cavalli trottavano e io pensavo a Clauss. La mia ilarità a poco a poco si spegneva. Come viveva quell'uomo? Che avrebbe fatto di me, vedendomi? Verso sera, la città apparve lontana, in fondo al golfo. I giardini, gli orti erano finiti. Si vedeva il porto; s'incontravano carri carichi di botti; le osterie erano piene; si cantava, si ballava sotto i pergolati di canne, intorno ai tavoli gremiti. Finalmente, prima del crepuscolo, passammo la porta. Mio padre aveva già provveduto al mio alloggio. Discesi dunque dinnanzi alla casa del notaio Sterpoli, che era un vecchietto smilzo, pelato e cerimonioso. Egli mi aspettava sull'uscio, vestito d'una palandrana color tabacco; mi guidò su per una scala semibuia e mi assegnò una camera al secondo piano. Le suppellettili fruste e polverose, i dagherrotipi appesi ai muri, le facce estatiche di due santi sconosciuti, il letto di ferro, tutto mi dispiacque fra quelle quattro pareti. L'unica finestra si apriva sopra un cortile. A mala pena, oltre una interminabile fila di tetti, si scorgeva un filo di mare. La malinconia di quell'ora mi è rimasta per molti giorni nell'anima. Anche la cena, servita da una bambina zoppicante, in compagnia del notaio e di suo figlio, Paolo Sterpoli, fu lunga magra e uggiosa. Eravamo in tre, intorno a una tavola da refettorio, immensa, sotto un lume lamentoso. La bambina girava facendo con i suoi piedi disuguali una bizzarra musica sull'impiantito. Dopo cena il notaio, con molte carezze, ( – Ti ho portato sulle mie braccia. Si può dire che ti abbia allattato io – ripeteva ogni tanto), se ne andò a letto e noi rimanemmo ancora a fumare. Quello Sterpoli figlio era un giovanotto di forse ventiquattro anni, di pel rosso, con il naso tozzo e la bocca tonda e un paio di mostaccini arricciati con cura. Egli aveva fumato due sigarette placidamente, leggiucchiando il giornale; ora aveva acceso la terza, ma pareva che la sua calma fosse d'un tratto svanita, perchè s'era alzato in piedi e se n'andava da un capo all'altro della stanza, gettando sguardi inquieti all'orologio, alla finestra e a me che me ne stavo seduto. Finalmente si fermò a due passi dallo specchio e disse: – Insomma, perchè fingere? Bisogna che io me ne vada. È tardi. Non siamo amici? Se vuoi venire con me, troveremo certamente Clauss, che ci aspetta… – Davvero? – esclamai. – E dove? – Dove? E dove vuoi trovarlo? Te lo dirò. Mi infilai il soprabito e chetamente uscimmo. – Sai che cos'è un caffè concerto? – mi domandò Paolo quando fummo per strada. – Ora andiamo. Oh! non c'è niente di male; non è un luogo di perdizione. Clauss ci va ogni sera. È innamorato. Ti stupisce? Innamorato di una donna (si sa), di una donna che si chiama Daria. La sua mano strinse forte il mio braccio. – Vuoi credere che tutti sono innamorati di lei? – soggiunse Paolo con voce più sommessa. – Ella canta. Canta e balla. Ebbene: perchè tutti debbono essere innamorati di lei? E chi può spiegare questo mistero? Tu stesso vedrai fra poco… – È bella? – domandai esitando. – Ah, ah! se è bella? C'è una canzone che dice (mi pare): Je ne sais pas de quel côté, sa clarté me pourra conduire… Au loin une étoile je vois – qui me darde des étincelles… Non importa. Sì, è molto bella. – E Clauss? Entrammo in una sala piena di luce, di fumo, di rumore, di gente. In fondo c'era un piccolo palcoscenico su cui erano dipinti alcuni pavoni su una pagoda. Gli spettatori, intorno, gridavano e bevevano. Un vecchio vestito di nero diceva: – Sì, signori: le gambe di quella donna sono le corna del diavolo! Sterpoli mi guardò e disse: – Siamo arrivati troppo tardi. Ha già finito di ballare… Un'orchestrina cominciò a miagolare una polka, il velario si schiuse e comparvero tra fischi e urli due fakiri indiani. La platea tumultuò. Giovani o vecchi: una strana umanità imberbe o canuta si agitava in quello spazio angusto. Alcune donne, in abiti rossi e gialli, con bizzarri pennacchini e grandi ventagli di piume, se ne andavano intorno precedute da sorrisi incantevoli e da sguardi striscianti come bisce. Incendi. Ed io pensavo per quale miracolo quelle donne potessero avere carni così bianche, e occhi così lustri, e bocche così rosse e attraenti; essere tanto angeliche e tanto peccaminose; e per quale miracolo di continenza gli uomini si accontentassero di guardarle senza strappare violentemente dai loro corpi quei pochi abiti rossi e gialli che ancora le ricoprivano. – Le belle incendiarie! – pensavo io stupefatto. E quelle donne mi sorridevano senza guardarmi, e senza toccarmi mi accarezzavano. Salimmo una scaletta a chiocciola ed entrammo in una piccola stanza azzurra. Clauss stava seduto sopra un divano. C'erano altri quattro con lui. – Ti conduco un nuovo discepolo! – gridò Sterpoli sbatacchiando la porta dietro le mie spalle e inchinandosi fino a terra. Clauss mi guardò. – Sei tu? – disse senza muoversi e senza sorridere. – Avanti! C'è posto per tutti. Mi avvicinai ed egli mi baciò. Poi ordinò che portassero bottiglie e bicchieri. IV Noi, dunque, bevemmo, e Sterpoli per brindare urlò: – Questa sera voglio ridere! S'era seduto sul tavolo e brandiva il bicchiere come una clava, il bicchiere che era vuoto. Carlo Clauss stava fermo. Con voce pacata disse: – Tu Sterpoli sei giovane. Hai buon tempo. – Ahi! Ah! – sghignazzò Sterpoli. – Io sono giovane? Io sono pazzo. Mio buon maestro, tutte le malattie sono contagiose. Ti sembra strano? Un granello di sabbia basta, un granello di polvere è anche troppo… Ho veduto Daria ballare… Qualcuno ha detto: – Le gambe di quella donna sono le corna del diavolo! Che te ne pare? Il diavolo non è dunque così brutto come si dipinge? Io m'ero seduto in un angolo e stavo a guardare Sterpoli che pareva davvero impazzito. Si era arruffati i capelli, e quei suoi riccioli rossi gli davano l'aspetto tragico e buffo di una furia. Clauss levava ogni tanto su lui gli occhi senza sorridere. Sterpoli anche lo guardava di sottecchi quando taceva, e trangugiava bicchieri d'un fiato. Gli altri non gli badavano, come se non ci fosse. – Io non capisco – diceva con tono grave uno di quei giovani, rivolto a Clauss – come possano durare pregiudizi di specie così volgare. Tizio è gravemente afflitto perchè non sa che cosa pensare dell'al di là, e cerca di passare qualche ora piacevole con Eunica, che ha le poppe forti. Caio soffre per una delusione amorosa, e invita gli amici a bere un suo vecchio vino d'uva. Eumolpo è stato fischiato a teatro o ha perduto in Borsa, e va a prendere un bagno profumato. Sempronio ha sepolto suo padre, e si regala una eccezionale pietanza di tartufi a cena. Ma, in somma, signori! Per i dolori dell'anima si deve dunque consolare il corpo? E c'è ancora chi crede sul serio che anima e corpo siano due cose distinte! – Ahimè! – esclamò un altro. – Che c'importa dell'anima e del corpo? Che siano due o uno? Quando tu baci Clarissa, la baci con l'anima o col corpo? L'importante non è di baciare Clarissa? Clauss rise. – Infatti, – disse, – è Clarissa che importa. Improvvisamente, d'un colpo, la porta si spalancò e tutti ammutolirono. Una donna, avvolta in un ampio mantello scuro che ella teneva stretto alla cintura e al collo con ambo le mani, apparve sulla soglia. Volse intorno gli occhi, dardeggiando sopra gli astanti sguardi obliqui, si avanzò di due passi e si fermò in mezzo alla stanza. – Clauss! – disse con voce così profonda e velata che mi dette i brividi. – È la seconda volta che mi insultate in pubblico, tu e il tuo seguito di servitori. Io non posso più sopportare… Io sono stanca… Io ti odio… Come se queste parole le avessero tolto ogni forza, ella si appoggiò con una mano all'orlo del tavolo per non cadere. Il mantello, aprendosi, lasciò scoperto il suo collo, su cui brillava un grosso smeraldo. Tutti, intorno a me, sembravano pietrificati. Sterpoli era sceso dal tavolo e guardava dinnanzi a sè, bocca e occhi aperti da ebete. Soltanto Clauss pareva calmo. Egli si era alzato e si era fermato di fronte a lei. Le sue pupille diritte fissavano senza tremare il volto della donna; senza tremare sostenevano il suo sguardo torvo e minaccioso. – Daria, – soggiunse alfine inchinandosi, – che dite mai? Chi vi ha offesa? Chi vi ha insultata? I suoi occhi si volsero un poco verso Sterpoli, che lentamente si era avvicinato a lui ed ora gli stava a fianco. Il volto del giovane di rosso s'era fatto cinereo. Aveva la fronte imperlata di sudore e a stento tratteneva il respiro. Pareva che volesse parlare, poichè ogni tanto moveva le labbra; ma senza fiato. A un tratto avanzò ancora di un passo, tese la mano, che gli tremava, fino a sfiorare il braccio della donna, e con un filo di voce mormorò: – Andiamo… Andiamo via… Perchè sei venuta? Perchè? Clauss non si mosse. Nemmeno Daria si mosse, ma un sorriso pieno di disprezzo inarcò le sue belle labbra lunghe, e illuminò il suo viso. Paolo attendeva, con la mano sollevata, tremante. – Infine! – esclamò Clauss con un gesto d'impazienza. – Io non so di che cosa mi possiate accusare… Sono vostro amico… Ho tentato ogni via per piacervi… Che debbo fare ancora per voi? Daria abbassò il capo, respinse con un moto violento della mano la mano sempre tesa di Sterpoli e si abbattè piangendo sopra una sedia. Un profondo silenzio seguì quell'avvenimento inaspettato. – Piange? – mormorò una voce alla mie spalle. – È mai possibile? È anche capace di piangere? Il volto di Sterpoli esprimeva una vera costernazione. Anch'io ero sconvolto e guardavo ora la donna che piangeva con piccoli singhiozzi simili al tubare delle colombe, ora Clauss immobile, e ora Sterpoli che tremava. – Che accade? – pensavo. – Chi è questa donna? E perchè piange? Mi curvai un poco e le dissi: – Non piangete… Non è il caso di piangere! Ebbi paura del silenzio che accolse la mia voce. Daria infatti sollevò il capo. – Chi è costui? – domandò dopo un istante. – Che cosa vuole da me? – Nulla, – balbettai, – nessuno… S'era fatto un gran vuoto nel mio cervello. Ma la vampa che m'affocò il viso m'avvertì che m'ero coperto di ridicolo. – Nulla… – ripetei senza comprendere il senso delle mie parole. Dico che non si deve piangere… Come potete piangere dinnanzi a tanti uomini? Poi mi ritrassi in un angolo e nascosi il viso fra le mani per coprire il mio rossore. Con gli occhi chiusi non udivo più nulla. La donna non piangeva più; aveva cessato di piangere, di tubare, e nessuno parlava. Di lontano, confuse, giungevano fino a noi le cadenze d'una danza turca, e un ronzìo di voci umane mescolate al rullar persistente di un tamburo. – Che accade? – pensavo senza trovare il coraggio di muovermi. Pareva che tutti fossero morti intorno a me o che tutti se ne fossero andati. Improvvisamente Clauss esclamò: – Daria! Daria, ti amo! Udii un grido, apersi gli occhi e vidi Daria alzarsi in piedi sconvolta. Con un gesto rapido, violento, strappò dal suo collo la collana con lo smeraldo e la scagliò dinnanzi a sè gridando: – E io ti odio! Poi si volse e fuggì. Sterpoli ricevette il colpo sugli occhi come una frustata, restò un istante fermo con la mano distesa sulla fronte e le palpebre chiuse. Balbettò: – Non era per me! Era per te, per te Clauss, per te solo! – e brancolando uscì dalla stanza. – Daria! Daria! Il suo richiamo si ripetè due volte e poi si spense. La porta sbatacchiò. Parve, quando la porta fu chiusa, che sopra di noi si fosse dissipato un temporale. – Sono dolentissimo, amici, – disse con dolcezza Clauss, – di quanto è accaduto. Veramente non c'è nemico peggiore di una donna… – Come è possibile? – domandò con grande vivacità quel giovine che poco prima parlava dell'anima. – Ha pianto! Questo è straordinario! – È una donna, – soggiunse Clauss sorridendo. – Ma perchè è venuta? – domandò un altro. – Per mentire… – rispose Clauss. Poi mormorò: – Me ne vado. Ce ne andammo: io solo lo seguii. Il teatro era ormai semivuoto. Un vecchio in marsina era caduto rotoloni giù per le scale e un servo cercava di tirarlo su per le falde. Fuori la notte, alta, serena e molto stellata ci sorrise, ed io la contemplai con gioia tra le due fila di case, lungo tutta la strada, da un lato e dall'altro. Lentamente c'incamminammo. Clauss mi teneva per mano. La sua mano era fredda. – Vedi, – mi disse dopo un lungo silenzio appoggiandosi al mio braccio, – senza volere tu hai umiliato quella donna… Con molta semplicità (troppa semplicità) l'hai toccata nella sua piaga… – Come? – mormorai. – Io l'ho umiliata? – Sì. Se tu le avessi detto: – Orsù, Daria, non vi vergognate di piangere? – non l'avresti maggiormente umiliata ed offesa. Così l'hai ferita nel suo orgoglio. Infatti che cosa diventa l'orgoglio di una donna che piange? In un momento simile? – È vero, è vero… – mormorai. – Io non sapevo… Ah! Clauss! Io non so niente! – Ora, – soggiunse Clauss con dolcezza, – son certo che ella non odia nessuno tra noi quanto te. Tu solo sei stato pietoso. Tu e Sterpoli. Ma Sterpoli non conta. Eravamo giunti dinnanzi al cancello della sua casa. Egli si fermò e mi disse: – Ritorna domani. Ho bisogno di te. Addio! Mi strinse la mano. Poi mi baciò sulla gota e soggiunse: – Spero che non crederai davvero che io sia innamorato di Daria. Io non ho mai amato nessuno… E mi lasciò solo. V Solo, nella mia camera, alla luce di un povero lume, ripensai lungamente alla strana avventura di cui ero stato spettatore. Ero ancora pieno d'onta per quella voce che aveva detto: – Chi è costui? Che cosa vuole da me? – con tanto disprezzo; e della mia voce che aveva risposto: – Nulla… nessuno. Lo stesso rossore mi avvampava il viso, ed io vedevo lei, Daria, seduta, in quell'atteggiamento aggressivo; vedevo la curva sprezzante della sua bocca, sentivo la sferza dei suoi sguardi ardenti su me, mentre diceva: – Chi è costui? Che cosa vuole da me? Certamente l'avevo offesa; volendo consolarla, l'avevo umiliata. Ella mi odiava, ora, per la mia sciocca pietà, per quelle mortificanti parole che non avevo saputo trattenere. Ma se per poco dimenticavo me stesso, un'altra sua immagine si delineava dinnanzi ai miei occhi, balzando viva dalla confusione dei miei ricordi. Vedevo la porta aprirsi e apparir lei con il mantello avvolto; e poi appoggiarsi al tavolo, senza forze, e abbandonare con le mani il mantello che si apriva scoprendo il suo collo niveo, la sua nitida gola, su cui la pietra, verde, oscillando, splendeva. – Io non posso più sopportare!.. – aveva esclamato. – Io ti odio! E la sua voce era come uno specchio velato, l'eco di un'altra voce. E Clauss, calmo, senza scomporsi, aveva risposto: – Non è vero! Una terza immagine s'illuminò: Behela. Le stelle nel quadro della finestra, immobilmente accese, segnavano nel profondo azzurro mete irraggiungibili. Di quando in quando gli occhi, smarrendosi in quell'infinito, deviavano i miei pensieri dal loro angusto viottolo; schiudevano orizzonti verso i quali essi, come uccelli prigionieri, si lanciavano a volo per ricadere, subito, esausti, cagionandomi ogni volta un acuto dolore. Chiusi le imposte. Tutto in me acquistò maggior chiarezza, contorni precisi, una consistenza quasi materiale. Daria, Daria, era bella. Non avevo pensato ancora alla sua straordinaria bellezza. Ora, sì. – È bella! ripetevo fra me. I suoi occhi, la sua bocca, la sua gola candida, si delineavano nella ombra delle mie palpebre chiuse. – È bella! È bella! Questo pensiero mi turbava. Cominciai a passeggiare irrequieto per la stanza. Nemmeno allora sapevo spiegarmi perchè mi fossi inchinato per dirle: – Non piangete. Non è il caso di piangere. Ella piangeva. Il suo sdegno, la sua forza l'avevano abbandonata. Piangeva con singhiozzi brevi, disperati. Ed io non cercavo di spiegare perchè mi fossi inchinato e avessi parlato. Immaginavo di udire un passo celere su per le scale, un colpo leggiero contro l'uscio della mia camera, una voce, un nome. L'uscio si spalancava. Una donna velata compariva tutta avvolta in un mantello scuro che teneva chiuso con ambo le mani. – Salvatemi! – ella gridava cadendo ai miei piedi, abbracciandomi i fianchi (io sentivo contro le mie ginocchia il suo corpo molle, il tepore dei suoi abiti). – Nessuno mi difende! – diceva. – Sono sola! Sono perduta! – Non avete quello Sterpoli? Quello che vi balbettava di fuggire? Il mio ospite, insomma? – domandavo trepidando. – Sterpoli? un buffone! Non serve! Non serve! Ed io la sollevavo, la tenevo stretta contro il mio petto, la baciavo teneramente. – Amor mio, sono pronto! Occorre morire? Uccidere? La mia persona, apparendomi improvvisamente nello specchio, mi richiamò alla realtà. Sentii una vacuità dolorosa in me, una disperazione insensata. Mi pareva che Clauss fosse a spiarmi dietro una tenda, da un foro della parete, da una fessura dell'uscio; il suo riso vitreo mi feriva l'orecchio ed io avevo vergogna. In quello specchio, con i miei abiti goffi e il mio volto infantile, fra quelle cose meschine che mi stavano intorno e si beffavano di me con la loro miseria, ero davvero una persona molto compassionevole e buffa. Quale donna avrebbe potuto guardarmi senza dire: – Chi è costui? Che cosa vuole da me? Sì, certo, io ero ridicolo. Facevo pietà e pena a me stesso. Ripensavo ai compagni di Clauss; mi ricordavo che uno aveva calze di seta porporina, e un altro un braccialetto d'oro smaltato al polso, e un altro una cravatta meravigliosa di fili intrecciati argentei e violetti, e una gardenia all'occhiello. – Che cosa sono io? – pensavo. – Tutti si befferanno di me. Questo eccitamento durò fino a tarda notte. Verso l'alba la stanchezza s'impadronì dei miei sensi e li calmò. Allora udii un passo lento e pesante lungo il corridoio e Sterpoli entrò barcollando nella mia camera. Era impolverato da capo a piedi. Aveva gli abiti in disordine, la camicia lacera. Si sedette sul mio letto, mi guardò e si mise a ridere. – Hai udito? Hai veduto? – esclamò. – Tu puoi testimoniare. Mi ha schiaffeggiato! Sì! Mi ha colpito sul viso… Il riso si spense sulla sua bocca. Si strofinò la faccia con un fazzoletto, si versò un po' d'acqua e bevve. – Tutti hanno udito, – continuò, – tutti hanno veduto, tutti possono testimoniare. Mi ha colpito sul viso. Ma non era per me. È stato un errore. Appena ella è fuggita, io mi sono precipitato giù per le scale e l'ho raggiunta in istrada, mentre stava per montare in carrozza. – Daria Daria, mia colomba, mia nemica, – le ho detto – tu mi hai acciecato! Non posso più vederti! – e ho cercato di montare sul predellino della sua carrozza. Macchè! Mi ha respinto con una mano e, credo, anche con la punta del piede. – Va via! – ha detto. – Va via! – Come! – esclamo, – mi colpisci, mi acciechi, e poi mi compensi così? Mi scacci via? Come un cane? Io sono il tuo Lippi! Non ti ricordi di questo nome? – Di nuovo cerco di salire. Di nuovo sento qualche cosa di duro, di molto duro, contro il mio petto, che mi respinge. Ella dice con astio: – Peggio, peggio di un cane! Fa sferzare il cavallo e la carrozza parte al galoppo. Io la rincorro per un buon tratto; poi inciampo e cado. Un tale si avvicina e mi rialza. È Pietro Trema: un mezzano, un galantuomo. – Non vale la pena, signore! – dice mentre mi spolvera. – Quella donna è pazza. È pazza. Andiamo a bere un sorso! – Andiamo, – rispondo. – Ma che ella sia pazza, no, non lo dire a nessuno. Entrammo non so dove, bevemmo e pagai. Gli dissi: – Ora hai bevuto. Ora, lasciami stare. – È impossibile, – pensavo, – è impossibile che mi abbia respinto, scacciato come un cane. Io non sono di quelli che si scacciano con la punta del piede, di quelli ai quali si dice: – Come un cane! Peggio di un cane! Dunque presi un ronzino e mi feci condurre. Tutto era silenzioso in casa sua: le finestre chiuse, la porta chiusa. Suono il campanello e aspetto. Nessuno risponde. Suono di nuovo, più forte, a lungo; strappo il cordone. La vecchia si affaccia al mezzanino e dice: – Non c'è. Non è ritornata. Forse non ritornerà. – Il malanno! – urlo. – Non è vero! C'è. È ritornata. E mi metto a calciare la porta. Ora s'ode un'altra voce che dice: – Lippi, Lippi mio, vattene. Sii buono. Domani sarà giorno. Ritorna domani. Io mi scosto dall'uscio e mi faccio in mezzo alla strada. Dico: – Ti debbo parlare… subito… Tu mi hai quasi acciecato. Domani sarà troppo tardi. – Perdonami! – risponde. – Non volevo farti male… Ora non è possibile. Domani… – Non t'importa dunque nulla di me? – grido io. Non hai pietà, non hai cuore? Ella ride: – Domani, Lippi! Buona notte, buona notte. E richiude le imposte e tutto ritorna silenzioso e buio. E io dico a me stesso: – Dopo tutto non è in collera… Era per quell'altro, per Clauss. Capisci? Ah! tu non capisci niente! Rotolò giù dal letto. Si reggeva male in gambe, eppure trovò modo di abbracciarmi e di baciarmi. – Che hai? – mormorò al mio orecchio. – Non parli? Sei addormentato? Sta allegro! Domani tutto sarà chiarito. Ah! eppure questo mi dispiace. Io preferisco la notte. Di giorno sono come un bambino; la luce mi intimidisce e arrossisco di nulla. Di notte invece no. Sono padrone di me stesso. Sono un altr'uomo. Io sentivo contro il mio viso il suo alito di ubriaco. Si avvicinò ancora più a me fino quasi a gravarmi con tutto il peso della sua persona, e sussurrò con voce ancora più bassa: – Anche lei, di notte, è più bella… Che dico? Ah! Dico troppo, eppure è più bella. Sì. Perchè nasconderlo? Perchè mentire con te? Tu mi piaci, perchè tu solo hai avuto pietà di lei. Tu ti sei curvato e le hai detto una parola buona. Non mi ricordo bene, ma le hai detto qualche cosa che volevo dirle io. Ti prometto di parlarle di te domani. Le dirò: – Quelle parole le avevo io sulla punta della lingua, ma egli me le ha tolte di bocca. Eppure temo che mi manchi il coraggio di dirle nulla, perchè domani sarà giorno. Di notte è un'altra cosa, sebbene sia anche più temibile. I suoi occhi sono come quelli dei gatti. La sua carne muta colore, come l'opale, o la madreperla, la madreperla levigata e cangiante. La sua carne… Ah! Io non direi queste cose a nessuno… È un gran segreto! Tacque e si avvicinò allo specchio. – Non ti pare, – domandò guardandosi, – non ti pare che io sia bellissimo? Si inchinò e mi disse addio. Io chiusi la porta dietro le sue spalle e mi gettai, esausto, sul letto. VI Quando, a mezzogiorno, fui pronto per uscire, decisi di andare lungo la spiaggia dove erano tirate a secco alcune flottiglie di barche e distese al sole lunghissime reti. Il meriggio era tiepido e sereno: calmo, il mare, appena ondeggiava. Vagai per qualche tempo qua e là, a caso, raccogliendo conchiglie e facendo disegni sulla sabbia, finchè vidi, sopra la punta di una penisoletta, la casa di Clauss, poco lontana, fra un giardino di palme che l'onda lambiva da tre lati. Ad essa si saliva per un viottolo disselciato, fiancheggiato da muri e da siepi di oleandri. Clauss in persona s'affacciò alla veranda, mentre io bussavo al cancello. Discese ad aprirmi, e tutti e due ci sedemmo sotto un tiglio, fra due aiuole fiorite. – Ebbene? – mi domandò. Non gli avevo mai veduto un viso così buono. – Ebbene, – risposi, – ieri sera eravamo tutti pazzi. Clauss aveva l'aspetto di un ragazzo pentito, tanto i suoi occhi erano miti e il suo atteggiamento umile. In quel momento, con quel volto stanco, con quel sorriso che appena gli sfiorava la bocca, somigliava veramente poco a sè stesso. – Sì, – disse, – eravamo tutti pazzi, chi più chi meno. Anche tu, un poco. Anch'io. È strano. Cioè, non è strano. Hai veduto Daria? Tu la vedevi per la prima volta. È fatta così. È come una bambina capricciosa. Una bambina cattiva e viziata. E quel povero Sterpoli, che ha smarrito la ragione per lei, ha avuto ieri sera un gran colpo… – Davvero… – mormorai. – L'ho veduto dopo, a casa. Aveva un livido sulla faccia. Clauss di nuovo sorrise. Poi mi prese le mani e mi chiese: – Mi vuoi bene? – Certo… – mormorai esitando. – Perchè non dovrei volerti bene? – Grazie, – soggiunse, – ciò mi conforta assai. Chi può dire perchè si desidera e si cerca, alla mia età, l'affetto e la dimestichezza dei giovani? Sono tristi, molto tristi, amico mio, queste basse forme, queste forme senili d'egoismo. Ma tu devi considerarmi come un moribondo al quale ogni cosa può servir di conforto. – Che dici mai! – proruppi ridendo. – Ora tu vuoi burlarti di me… – No, no, non mi burlo nè di te nè di me stesso, – rispose Clauss con la medesima voce sommessa, senza tralasciare di tenermi le mani e di guardarmi teneramente. – Io sono nato matematico. Tutta la mia vita, in apparenza tanto disordinata, fu sempre regolata sopra un calcolo esatto, secondo la nozione precisa e minuta delle mie forze. Quando scaglio una pietra, non so forse dove la pietra deve cadere? Ciò dipende unicamente dall'impulso che io le darò. Così per tutto il resto… S'interruppe e guardò una farfalla sopra una rosa, un'ape sopra un fiore. – Tu non mi hai mai domandato, – soggiunse, – perchè dunque liberassi l'uccisore di Behela. Io infatti tagliai la sua corda, vicino al nodo. Ma con quella stessa corda, come prevedevo, l'omicida s'impiccò il giorno dopo a un albero della foresta. Io tenevo gli occhi fermi su lui, mentre parlava. Può darsi che egli non mi leggesse negli occhi altro che un ingenuo stupore; ma in realtà ero ben sveglio, e cercavo di capire, guardandolo attentamente in viso, che cosa ci fosse di tanto strano e di nuovo nella sua persona: se la voce, lo sguardo, o l'abito, che era bianco. Quanto a lui, pareva veramente turbato da non so quale nascosta preoccupazione, come inquieto, incerto, non così sicuro di sè come sempre. – Paris, – disse ad un tratto, – ti sembrerà ch'io sia capriccioso come un ragazzo. Non so che cosa tu possa pensare di me: pure voglio che tu mi aiuti a uscire da questo equivoco che mi ripugna e mi addolora. Daria… – (e quel nome risuonò al mio orecchio come un richiamo, come un allarme) – Daria… – Ebbene? Daria? – domandai con un palpito. – Daria è una donna. Bisogna essere pietosi con lei e perdonarla. Rimanemmo un momento muti. Io aspettavo che egli continuasse, ed egli non parlava. – Perchè, – mormorai alfine, – perchè, allora, ieri sera, non sei stato pietoso con lei, quando si è messa a piangere? Silenzio. – Perchè, – continuai con gli occhi bassi, le gote che mi cominciavano a bruciare, – perchè mi hai rimproverato d'aver tentato, io, io solo, di consolarla quando piangeva? Clauss m'accarezzò con dolcezza la mano e disse: – Hai ragione… Appunto per ciò ora sento che debbo io fare qualche cosa per lei. Dunque (questo appunto volevo dirti) tu andrai a casa sua e la pregherai di venire qui, a cena con noi, stasera… – Con noi? – Ti dispiace forse? – No, no, – balbettai, – no, Clauss, non andrò da lei… No, non pensarlo seriamente neppure un minuto che io possa andare da lei, presentarmi, parlarle… sostenere quello sguardo… riudire quella voce cattiva… No, no, Clauss, non è possibile! – E di che hai dunque paura, stupido? – domandò Clauss bruscamente. Ecco: davvero avevo paura, un'indicibile, una pazza paura. Se mi fossi imbattuto in Daria, per caso, all'angolo di una strada, sentivo che avrei preferito, a quell'incontro, di inabissarmi in una buca profonda mille metri, e non uscirne mai più. Avrei preferito qualunque supplizio, o vergogna, o castigo, al pensiero di dovermi trovare solo di fronte a lei, costretto a guardarla, a parlarle, anche semplicemente a inchinarmi senza pronunciare una parola, o muovere un gesto, o battere palpebra. Ma ero anche così sciocco, che a udire quella parola – «stupido» – la paura svanì d'un tratto, e mi sentii disarmato e pronto tuttavia a superare ogni prova con un coraggio disperato. – Non è che io abbia paura, – mormorai. – Penso soltanto che riconoscendomi per quello di ieri sera non voglia neppure ascoltarmi. Un altro forse riuscirebbe meglio di me. – Al contrario! – esclamò Clauss alzandosi. – Quando ti avrà riconosciuto non dubiterà d'un inganno. Basta che tu le dica che io non l'amo, che io non l'odio, che io non voglio essere per lei se non un amico sincero e fedele. E che noi tre insieme desideriamo questa sera concludere solennemente la pace. Mi condusse presso il cancello. Camminando pensai ancora: – Ora gli dirò che cerchi un altro. Io non andrò a nessun costo… Ma quando mi strinse la mano per accomiatarmi non seppi che dirgli: – Arrivederci. Così attraversai la città e andai dove Clauss mi mandava. Alla porta di quella casa non c'era un campanello. Bussai, una vecchia mi venne ad aprire ed entrai in un salotto alle cui finestre pendevano pesanti cortine di velluto. La casa, dentro, aveva piuttosto l'aspetto di una bottega; tutto era gualcito e in disordine. In un angolo stava un pianoforte aperto con un quaderno di musica sul leggio. Da una stanza vicina giungeva il parlottare di più persone. Io udivo distintamente le loro voci, che erano di due donne e d'un uomo, e vedevo chiaramente, malgrado la penombra, le cose che mi stavano intorno. Non mi sentivo affatto turbato: anzi avevo una grande lucidità di sensi e un'assoluta padronanza di me stesso. Provai a muovermi; andai verso le finestre, dischiusi un poco le tende, vidi altre finestre, di fronte, e due teste di fanciulli che sporgevano da un davanzale, e una portava una maschera da arlecchino. Poi mi avvicinai al pianoforte, sfogliai il quaderno di musica, lessi due o tre parole tedesche e una frase italiana – lento, con passione – e rimisi ogni cosa al suo posto. Poi, ancora, m'avventurai in un angolo per guardar da vicino il ritratto di una donna giovane, molto giovane e bionda, che mi sorrise. Contento e soddisfatto di tante prodezze, ritornai in mezzo al salotto ed attesi. Finalmente il chiacchierìo nella stanza vicina tacque, la porta si aprì e Daria entrò. – Daria! – esclamai subito inchinandomi, senza pensare che quel nome non conveniva nè a me nè a lei, in quel momento. – È Carlo Clauss che mi manda… Egli vorrebbe… M'arrestai confuso. Daria era rimasta ferma nel vano dell'uscio e mi guardava. Quello sguardo mi sgomentò. – Clauss? – sibilò ridendo ironicamente. – Avrà sempre dei servitori ai suoi ordini, questo signore? E anche voi siete del numero? Si volse, sporse il capo nell'altra stanza e chiamò: – Kate! Ave! Ave! S'udì, in quello spaventoso silenzio, il rumore di un paio di ciabatte e di due tacchi di legno. Una vecchia strega e una ragazzina di quindici anni, tutta vestita di rosso, con i polpacci e le ginocchia scoperte e un gran nastro rosso nei riccioli, bocca rossa, occhi bianchissimi e immensi, s'affacciarono dietro le sue spalle e mi guardarono. La vecchia guardò piuttosto il soffitto, rovesciando le pupille che erano velate di bianco, mentre tutto il suo viso color di cera e orribilmente liscio si torceva nello sforzo di attrarre un po' di luce in quei due poveri lumi spenti. – Soave! Guardalo! – esclamò Daria: – è uno di quelli di ieri sera! Kate, cerca di vederlo, perchè ne vale la pena! È uno dei tanti sguatteri di Clauss. Bella gente! Eccoli come son fatti! Che grandissimi signori! Guarda che portamento, che chic, che cravattino, che pettinatura, che profumo, che faccia da moccioso! Questi sono i padroni dell'Alhambra, i conquistatori di donne! Mi danzava quasi intorno, con tanti inchini, e smorfie, e sorrisi beffardi, mentre con gli occhi pareva mi volesse divorare e graffiarmi con le sue piccole unghie rosse. Poi come un turbine si precipitò sulla porta, la chiuse sulle facce attonite della vecchia e della bambina, e mi domandò: – Che cosa può volere ancora da me il signor Clauss? Vuole che io cada si suoi piedi, trafitta? Perchè non può vivere senza di me? Forse perchè se non l'amo si uccide? – No, no! – gridai. – Clauss non vi ama e non chiede nulla di simile. Ella allora uscì dal vano dell'uscio, ridendo ancora, ma più umanamente, e venne fino a me, mi porse la mano, come se con quel gesto intendesse cancellare tutto il passato, ed ambedue ci sedemmo l'uno di fronte all'altra in un angolo. – Se è così, – mi disse, – eccomi pronta ad ascoltarvi. Ma come sapete voi che Clauss non mi ama? Lui stesso ve lo ha detto? – Sì, – risposi, – lui stesso… – Ed è questa la vostra ambasciata? Soltanto questa? Ella sembrava divenuta umile, docile, mansueta; ancora un poco ironica, ma piena di dolcezza. Parlava senza levar gli occhi da terra, e la sua voce aveva una soave musicalità: era calda e modulata, come un flauto. Vedendola così diversa, così mite e benevola, io mi sentivo a poco a poco mancare la baldanza di cui m'ero compiaciuto tanto con me stesso. Già incominciavo ad avere idee confuse e un tremito nervoso dentro, non so dove. Anch'io abbassai gli occhi. Ella, ora, taceva, certo in attesa che io parlassi. Ebbi il pensiero di alzarmi e di fuggire. Ma non mi mossi e cercai invece, faticosamente, qualche parola insignificante che mi salvasse. Stando così, a capo chino, vedevo soltanto il lembo della sua veste che era azzurra, di velo, un pizzo candido, molto lavorato (mi ricordo, questa immagine è molto precisa) e la punta dei suoi scarpini, che erano ricamati d'argento. Poi i miei occhi si smarrivano sul tappeto, disegnato a grandi rose porpuree. Finalmente, dopo molto cercare dissi: – No, signora, non è tutto… Il suono della mia voce mi stupì. Io non sapevo di avere una voce così sottile, sottile e stonata; una voce così ridicola. – Che c'è dunque ancora? – domandò Daria. Sollevai il capo. Ella mi guardava, ora, con occhi un po' inquieti. Pure continuava a sorridere, e la sua bocca rossa, molto molto rossa, sorridendo si curvava ad arco. Sembrava che volesse dirmi con quello sguardo e quel sorriso: – Che può esserci ancora? Vedo bene che sei un buon ragazzo. Soltanto hai una cravatta orrenda, veramente brutta e volgare. – Ecco, – soggiunsi: – Clauss desidera che voi veniate a cena da lui questa sera. Egli si pente di avervi offesa. Forse non lo credete? Eppure parlandomi di voi, oggi, e di quanto è accaduto, Clauss piangeva… Vi giuro, – esclamai con maggior forza, senza sapere nemmeno di mentire, – vi giuro che piangeva dirottamente!.. – Ah! – continuai con l'impeto di un insensato, – voi non potete immaginare quanto egli soffra, e come sia degno della vostra pietà. Bisogna conoscerlo, e amarlo (sì, amarlo, anche, un poco, un poco almeno), per comprendere ciò che si cela sotto l'impassibilità del suo volto… Non si giudicano gli uomini dalla faccia, non si possono giudicare. Quell'impassibilità è una maschera, signora, niente altro che una maschera, una tristissima maschera. Chi indovinerebbe in lui un uomo che deve morire? – Ah! Ah! Tutti dobbiamo morire, – interruppe Daria. – Non è un'eccezione! – No! Non tutti. V'ingannate. Non tutti dobbiamo morire! – M'arrestai spaventato delle mie parole e mi sforzai di ridere. – Dico, voglio dire, perdonatemi, che non tutti hanno i giorni contati, – continuai. – Abbiamo forse tutti i nostri giorni contati? Ebbene: Clauss ha i giorni contati. Niente può salvarlo. Oh! signora, è triste vedere un uomo morire, ascoltarlo mentre rassegnato, eppure accorato, vi dice: – Fra poco morirò, me ne andrò per sempre. Immaginate una realtà più angosciosa, un addio più commovente? Che differenza esiste fra lui, Carlo Clauss, e un uomo condannato a salire il patibolo, all'alba di un giorno stabilito, in quell'ora precisa, allo scoccare di quel minuto, non un istante prima, non un istante più tardi? Mi è stato detto che un uomo, sul punto di essere giustiziato, chiedesse in grazia che gli fosse portato un fiore, un fiore rustico, una di quelle piccole violacciocche che hanno un po' il profumo del reseda. Ebbene, quando alfine gli fu portata, nella cella della sua prigione, ed egli l'ebbe odorata a lungo, più volte, la sua faccia si illuminò di beatitudine, e disse: – Ora sbrigatevi. Ora sono felice. È una morte storica, un esempio! Sì, signora, si legge in un'antologia. Così Clauss… – Basta, basta, per carità! – esclamò Daria posando una mano sulla mia bocca. – Mi farete morire di crepacuore! Quella mano tepida, molle, molle e carezzevole, posava sulla mia bocca. Io sentivo che era tepida e profumata, e che indugiava sulle mie labbra. Ebbi come un principio di vertigine, sollevai la mano fino a toccar quella mano; poi la ritrassi e chiusi gli occhi. E la mano se ne andò, strisciando, carezzandomi il mento, leggiera, lenta, ed io rimasi con il profumo di quella carne sulla bocca. – Ebbene? – domandò quella voce. – Che cosa volevate dire? Che io sia per lui come un fiore? Come una violaciocca, un piccolo fiore di campo? Io volevo rispondere: – No, no! Non dovete andare. Non voglio! Ma ero come assonnato. Udivo, vedevo, comprendevo, ma non potevo nè muovermi, nè parlare. – Che io vada? – mormorò (ed era nella sua voce qualche cosa di più commovente che il pianto, di più tenero che una carezza, di più dolce che una parola d'amore), – che io vada? Perchè egli dica di me, domani, come ieri: – Quella donna è doppia come un serpente? – oppure: – Ella è venuta ad offrirsi ma io non l'ho voluta? – No! – esclamai, – Clauss non dirà questo. Io sarò presente. Noi ceneremo insieme sulla veranda, ed egli non potrà insultarvi… – Ah! tu non lo conosci! – (ella disse così: tu non lo conosci). – Clauss è capace di tutto. La sua voce era tanto ferma che ne rimasi sconcertato. No, non ero ancora perfettamente lucido. Avevo un folle desiderio di piangere. Pensavo: – Se non viene questa sera forse non la vedrò più, mai più. E mi pareva di perdere un gran bene, una gran gioia, non potendole stare accanto per qualche ora, di notte, alla luce delle candele, sulla veranda, nell'intimità di una piccola tavola imbandita. – Ma che v'importa di lui? – gridai. – È una grazia che vi chiedo per me, per me solo! Caddi in ginocchio, le presi le mani, vi posai sopra le labbra e rimasi così, curvo, attonito. E stando così, curvo, sentii un contatto caldo, una calda carezza sui miei capelli, (io tenevo strette le sue mani contro la mia bocca), una carezza assai lunga e calda sui miei capelli. – Anche tu sei moribondo? – chiese la sua voce, vicinissima. – Daria, Daria, – mormorai, – non mi disprezzate? Non vi ricordate di ieri? Delle mie parole? – No, – disse, – non mi ricordo. Non voglio ricordarmi. – Mi perdonate? – Sì, – disse, – ti perdono. E soggiunse, dopo una pausa, parlando ancora più sommessa: – Verrò, verrò questa sera… Allora il mio fervore cadde. Mi sollevai e, senza guardarla in viso, ancora una volta le baciai le mani, e me ne andai. Uscendo sulla strada soleggiata, provai l'impressione di destarmi da un sogno. I colori, la forma delle case, le persone che stavano affacciate alle finestre e sugli usci o che passavano accanto a me; le loro voci; un pappagallo sul trampolo; l'insegna d'un'osteria, un fanciullo che saltava dinnanzi ad una porta rossa; tutto quel rimescolio di gente, quella varietà di colori, l'intensità della luce, mi stupirono come se avessi lasciato il mondo buio, muto e deserto, e lo ritrovassi ora illuminato, sonoro e popoloso. Da quegli uomini e quelle donne (essi ridevano forte, parlavano, si salutavano, si chiamavano da lontano, si rincorrevano), da quel frastuono di grida, di risa, di canti, di rumori, di musiche (il rotolare saltellante delle carrozze, lo schioccar delle fruste, i carri, lo sbatacchiar degli usci), si comunicò a me un desiderio infantile di correre, di ridere, di cantare, di partecipare, anima e corpo, a quella vita che si manifestava tutta alla superficie, come la spuma di un vino leggiero e inebbriante. Guardai il mio orologio: era ancora molto presto. Camminando celeramente, mi sembrava di esser portato dal vento, tanto mi sentivo felice. VII Non so perchè gli angioli che si vedono negli antichi pittori e quelli che si librano sulle loro grandi ali variopinte, le pieghe dei camici piene di vento, sotto le grandi cupole delle chiese, abbiano tutti sembianze femminee, lunghi riccioli bene inanellati, e negli occhi un'amorosa luce. Noi le contempliamo da fanciulli, con vergine maraviglia, quelle incantevoli immagini, e ci insegnano ad adorarle, perchè sono la bellezza, la purità, l'amorosa musica del cielo. La nostra infantile fantasia, dipingendo poi di sogni la terra, scopre nel viso di nostra madre, in quel volto giovine e bello che si curva sopra di noi ogni sera a chiuderci con un bacio le palpebre al sonno, che ci veglia amoroso quando l'incubo ci desta improvvisamente in piena notte e il buio e la solitudine sono come un baratro che ci riempie di spavento, o quando, malati, la febbre suscita sinistri fantasmi da ogni angolo della stanza, la nostra fantasia scopre tratti di somiglianza con quelle soavi immagini di paradiso, lo stesso candore, una grazia uguale, una dolcezza altrettanto soave e serena per cui quel caro volto altro non è che angelico. Così la bellezza, il candore, la pietà, l'amore sono e rimangono per noi definitivamente tanti attributi della femminilità, che fanno di ogni donna, ai nostri occhi, una creatura celeste. M'ero seduto in un angolo dei giardini pubblici, dove un piccolo specchio d'acqua offriva il suo grembo translucido a un ponticello di ciliegio, nella pia ombra di quattro enormi salici. Quell'angolo era deserto, e soltanto oltre alcune aiuole, dietro bei ventagli di palme, passeggiava la solita gente oziosa. Così, indisturbato, richiamavo alla mia memoria ad una ad una le fugaci impressioni di poco prima, e potevo tenerle ferme sospese dentro di me, analizzarle a lungo con calma, godendone finchè ne ero sazio. Scomponevo in mille parti la figura di Daria, per ricomporla poi tutt'intera in quell'immagine unica che mi era rimasta fissa negli occhi fin dalla sera prima. Ed erano ogni volta meraviglie e palpiti, come se mi fosse apparsa viva soltanto allora da un sogno incerto e intricato. – Hai veduto come sotto la sua pelle diafana corrono le vene azzurrine? domandavo a me stesso. Che fragilità hanno le sue tempie, i suoi polsi! Come il suo cuore è indifeso! Le mani… le dita affusolate, le palme rosee e concave come i grandi petali del loto… Le muove lentamente quasi le sostenesse e le portasse l'aria: senza peso. Strana, strana cosa! Hai veduto? Chi ti ha detto che i suoi occhi sono neri? Come hai potuto sbagliarti? Sono azzurri e verdi… Ma la pupilla è enorme e le ciglia sono violette. Forse è nero lo sguardo, non gli occhi! E che grazia! Quando inchina la fronte e il suo viso s'adombra, sembra che si nasconda sotto i riccioli pesanti e cupi. Allora ti guarda dal basso, come una colomba innamorata, col capo un poco piegato sulla spalla, e sempre sempre sorride… Tra due ventagli di palma, vidi d'un tratto veramente un volto ombrato che mi sorrideva, uno strizzar d'occhi e due labbra scarlatte che mi facevano: pss pss… E poi un ventaglio si abbassò e apparve un gran cappello di paglia, e poi un braccio, e poi una gamba sottile e lunga, e poi un gonnellino rosso che si gonfiò in un salto e si posò accanto a me sul sedile. – Non mi riconosci? – domandò una voce acuta come un allegro campanellino d'argento. M'inchinai sorridendo, senza parlare. – Com'eri buffo! – continuò quella voce. – Che ridere ho fatto, che ridere! E non dicevi niente! Nemmeno un fiato! Eri buffo da morire!.. – Capisco! – dissi. – Lei, signorina, deve essersi divertita moltissimo… Ma io… – Ma tu? Ma tu dovevi ridere più di me, ragazzo mio! – esclamò con tono grave di rimprovero. – Non la conosci dunque? La prima volta è così con tutti… – Ecco, – dissi: – a lei forse sembrerà facile… Ma per me è diverso. Io sono un uomo. – Un uomo! Allargò le braccia sulla spalliera del sedile, stese le gambe, puntò in terra i tacchi alti delle sue scarpette e rovesciando indietro il capo disse con semplicità: – Dammi pure del tu… Tutti quelli che danno del tu a Daria possano dare del tu anche a me… La guardai stupefatto. Ella rispose calma a quello sguardo: – È inutile che tu ti meravigli… Sono Soave… sua sorella. Strana creatura! Il suo corpo aveva quindici anni: era infantile, ancora magro; magre le gambe che dal ginocchio in giù uscivano dal gonnellino fatto di tutte piccole pieghe; magre le braccia, nude dalla spalla, alla cui estremità pesavano due grosse mani arrossate, che parevano prese in prestito a qualche gran donna e attaccate con un grosso chiodo ai suoi polsi. E il suo viso era invece senza età, e somigliava a quello di Daria come la copia mal riuscita d'un'opera d'arte, esatta in ogni sua parte, sbagliata nel suo insieme. I suoi occhi erano tutto bianco, appena adombrati da rade ciglia, e parevano sempre dilatati in uno stato ipnotico. L'ovale del volto terminava in un mento aguzzo, che cominciava quasi sotto le orecchie, ed era tagliato a metà da una bocca carnosa e sanguigna, inutilmente arrotondata da due piccoli punti di rossetto. Solo i capelli, che in lunghi riccioli le rotolavano sulle spalle, erano gli stessi capelli di Daria, neri e azzurri, e pesanti come il ferro. – Ah! io capisco tutto! – esclamò dopo un breve silenzio, guardando fissamente i rami del salice che ci piovevano sul capo. – Perchè non dovrei capire? Perchè sembro ancora una bambina? Ma non sono più una bambina… È un pezzo che non lo sono più… I vecchi le capiscono queste cose! Quel signore che venne a trovarci sabato scorso, credo che sia un senatore, un conte, che ha quelle belle basette arricciate (lo avrai incontrato mille volte) ah! ah! mi dette subito ragione. E mica solo con me! Anche a Daria lo disse: – Lascia andare, amica mia… Soave non è più tanto bambina… – Ma voi giovani queste cose non le volete capire. Ebbene io so tutto, come te, e come Daria… Tutto, tutto… – Ma io, veramente, – dissi impacciato, – io non so niente… – Povero piccolo! – esclamò la signorina Soave. – E allora io ti posso insegnare… È da ieri che sto con l'orecchio attaccato agli usci! È da ieri che Kate mi racconta tutte le storie che sa, da quando è nata… Ma si ostinano tutti a tirarmi per le trecce e a guardarmi ridendo le sottane corte! Piacerebbe anche a me avere la coda lunga un metro, e le scarpine di raso d'oro, e un bel diadema con un paradiso in testa… E che cosa sono questi cappelloni di paglia con le ciliege che mi fanno portare? Con un gesto sgraziato si strappò di testa il grande cappello di paglia di Firenze, tutto coronato di ciliege rosse, e lo gualcì, lo pestò con i pugni chiusi, e me lo riaprì sotto il naso. Poi mi si buttò con tutto il suo peso contro la spalla e guardandomi sorridente mi confidò: – Vuoi sapere come mi piacerebbe un cappellino? Come quello che ho veduto ieri in una vetrina del Corso… Era di paglia blu rossa e nera, lucida lucida tutta arricciata, tutta tutta arricciata la tesa, e poi un nastro di seta scozzese con un gran fiocco da un lato, e la cupola invece liscia e intrecciata, che faceva un disegno di tanti piccoli quadrati neri rossi e blu. E di sotto al fiocco usciva un uccellino piccino ma con una coda lunga e sottile, terminata da piccole pagliuzze d'argento che sembravano goccioline di rugiada. Quella era una bella cuffietta! Coi capelli neri, i colori vivaci mi stanno che è un amore. – E perchè non dice a Daria che le regali questo cappello? – Ah! – sospirò. – Se io dovrò aspettare Daria non ne avrò mai di cappelli come quello! Rimase silenziosa qualche minuto, giocò con i riccioli, poi domandò: – Quanto immagini che possa costare? Chissà che somma esagerata pensi tu… Io scossi il capo ed ella soggiunse: – Venticinque lire… Mi guardò come aspettando da me qualche gran segno di stupore. Poi disse malinconica: – A tutti piace Daria. Eppure è molto sciupata… Anche a te piace molto? – Molto? Non so… – risposi. Poi domandò ancora: – Quanti anni hai tu? – Vent'anni, – risposi. – E io ne ho quindici, quasi sedici… Ancora una volta mi guardò, ma quel suo sguardo non mi disse nulla. Mi ero già distratto e già ripensavo che la sera era prossima, e che avrei riveduto Daria fra poco, e forse quel nuovo incontro sarebbe stato decisivo. Forse avrei potuto rimanere solo un istante con lei, forse baciarle la mano, certamente stringergliela fugacemente, nell'ombra discreta o sotto la tovaglia. Ella avrebbe avuto al collo qualche gioiello maraviglioso e la sua gola mi sarebbe sembrata più candida e la sua bocca più rossa. E vidi senza allontanarmi dalla mia cara immagine la piccola irrequieta, la piccola ciarliera, Soave, alzarsi dal mio fianco, la sua testa ricciuta scomparire di nuovo sotto le grandi tese spioventi del cappello, e le sue grosse mani spianare in fretta in fretta le pieghe gualcite della sottana. A un tratto mi si buttò sulla bocca, mi dette un morso, e fuggì via gridando: – Arrivederci quando sarai sveglio! Ed io non capii allora che era un bacio. VIII Prima di andare da Clauss, passai da un mercante e comprai una cravatta, una bella cravatta azzurra con certe macchie d'oro che sembravano stelle in un cielo da presepio. Fra cento e più cravatte, io vidi quella, in fondo a una scatola e la riconobbi. Questo fortunato incontro mi rallegrò, e confortò le mie speranze che, allora, erano in fiore. Poi me ne andai a casa e lo specchio s'ebbe la mia immagine come non l'aveva avuta mai, e vide che le mie mani sapevano, all'occorrenza, fare miracoli. Agghindato, e con un profumino tenue tenue nei capelli, e con quella meravigliosa cravatta, passai l'uscio. Sull'uscio incontrai Sterpoli carico d'involti, con un gran mazzo di fiori in mano, che rincasava. – Ohè! – gli dissi. – Hai più veduto nessuno? Com'è finita? Bene o male? – Bene, – rispose; – ogni cosa per la sua strada. – Ma Daria? Che mi dici di lei? Egli levò su me uno sguardo sospettoso e brontolò: – Non scherzare. Non parlar così forte. Entrò in casa ed io me ne andai. Poco dopo noi eravamo, tutti e tre, seduti intorno a un piccolo tavolo, sulla veranda, avendo per unico lume la luna. L'aria era così azzurra, trasparente ed immota che ci pareva di essere immersi nella profondità di un lago; di vivere la beata vita dei pesci. Daria portava un abito verde e un nastro pure verde fra i capelli. Dinnanzi a noi fumavano delicate vivande: una moltitudine di gamberetti galleggiava in una salsa verde, fra ciuffi di erbe aromatiche. C'erano, sulla tavola, molti bicchieri, e due anfore di vino chiaro, e molte cose luccicanti. Le mani di Daria si posavano come farfalle, come farfalle, su quelle cose fragili. – Un po' di vino, – diceva di quando in quando. – Un grano di sale… Una presa di pepe… Un zinzino di pepe, poco, poco… Seduto di fronte a me, Carlo Clauss la serviva con gesti rapidi, chiedendo ogni momento: – Così? Ancora? Poco? Basta? Tre gigli candidi (noi tre!) stavano in un vaso, al centro, tre grandi e candidi gigli, in un vaso, candidi e immobili, d'un'immobilità rara nelle cose della natura. Daria spesso si curvava per odorarli. – Ecco ciò che basta alla nostra felicità, – diceva Clauss. – Non vi pare? Ah! se sapessimo accontentarci! – O gioia di vivere! – pensavo io, esaltandomi. Quella cravatta nuova (veramente splendida) mi dava un po' di noia intorno al collo e cercavo di dimenticarla. – Sì, cara, – continuava Clauss con voce misurata, con sorrisi brevi e volubili, – è così. Dove ci conduce talvolta il nostro insensato desiderio di godere? Eh! eh! Un sorso, un sorso solo, una goccia Daria! No? Non credete che il segreto della felicità sia semplice? Cesare rientra nella propria casa dopo il trionfo, e incontra Calpurnia, o Poppea, (non ricordo bene) sulla porta del triclinio. – Calpurnia, dice, il tuo abito è poco casto per la moglie di Cesare! I suoi occhi cadono sul servo, che la segue agitando i ventagli, e pensa: – Tu sei troppo bello per il marito di Calpurnia. E la sua grande felicità, il suo smisurato orgoglio, annegano in questi due pensieri, in due pensieri tanto volgari. Valeva la pena di soggiogare le Gallie? Soltanto bisognava capire prima che la felicità era nelle belle mani di Calpurnia e non ai confini dell'Impero. – Sei straordinario! – esclamai. – Bevo alla tua salute e a quella di Cesare! Daria mi guardava raramente. I nostri ginocchi si sfioravano sotto la tavola. Io guardavo Clauss, pensavo: – T'inganni! Non è venuta per te! E cercavo di cogliere sul volto di Daria un sorriso intelligente, uno di quei sorrisi che sono come fili tesi fra due bocche, fili di ragno, invisibili; un bacio invisibile, un bacio rubato ad occhi che fingono di non voler nulla donare. – Sono straordinario? – domandò Clauss. – In che cosa, se è lecito? – Dico che inventi a meraviglia, – risposi. – Questa storiella di Cesare, di Cesare e di Calpurnia, mi sembra nuova. E a voi, Daria? Sempre in attesa di quel sorriso, volevo che ella si volgesse verso di me. Ma Daria succhiava la coda di un gambero, rosso fra le sue dita bianche, e non si mosse. – È frutto dell'esperienza, – disse Clauss. – S'impara a inventare. È come dire che sono vecchio. – Povero Clauss! – mormorò Daria. – È veeecchio! – Perchè ridete? – domandò Clauss. – Non è poi una cosa tanto ridicola. La vecchiezza ha, per un uomo, il suo lato interessante. E poi, non tutti invecchiano allo stesso modo. Per una donna no; ma per un uomo incomincia una età quasi beata. I desideri possono finalmente conciliarsi con l'impossibilità di soddisfarli; la quale, se non erro, è di tutte le età. E vi sembra una cosa da nulla? Accontentarsi delle gioie possibili? Non scartarne neppure una piccolissima parte? Ah! che scienza difficile! – Ecco, – continuò dopo un minuto di pausa, rivolto a Daria: – poichè a questo ragazzo piacciono le favole, se permettete, vorrei raccontargliene una brevissima a questo proposito. Non vi annoio? No? Dunque, dimmi: ti sei mai domandato, tu (si rivolse a me, con queste parole), come mai Platone non si sia curato di tramandarci la propria opinione sul sacrificio di Fedone? Se cioè lo stimasse piccolo o grande? In fondo, Fedone era un bello e stupido ragazzo, il quale non possedeva se non quei riccioli biondi che, per onorare Socrate, si tagliò. Quella chioma era senza dubbio tutto il suo orgoglio e la sua massima felicità. Eppure senza esitare un istante si pelò, come un altro si sarebbe ucciso. Ma egli invece continuò a vivere e a mostrarsi in Atene con quella testa pelata. Ebbene: fece malissimo. Io dico che non si sacrificano tanto leggermente riccioli così belli, quando non si ha con che cosa sostituirli. – Scusate, – mormorò Daria con candore, – chi è Fedone? E non gli sono più ricresciuti i capelli? Si aspettava un dolce, un pasticcio di frutta. Quelle parole di Daria mi esilararono. Mi agitai, le versai da bere; ma neppure allora mi riuscì di annodare quel filo invisibile, quel sorriso intelligente tra le sue e le mie labbra. Daria parlava poco e non si volgeva quasi mai a guardarmi. Le sue ginocchia, sotto la tavola, rimanevano inerti. – Come mai? – pensavo. – Finge? O si è dimenticata? Spesso la sua mano si posava sulla mano di Clauss, quando gli domandava: – Per favore, un sorso di vino… un pizzico di caviale… una presa di sale… E, intanto, la luna continuava a crescere e ci guardava dall'alto, ed era paffuta e beffarda come la vedono i fanciulli. Il mare, la brezza leggiera e variabile, la notte dolcissima cantavano intorno a noi; un rosignolo solitario intonava nell'ombra i suoi minuetti da bambole, le sue «ute» giapponesi. Fu portato un pasticcio di mele; portarono anche due nuove anfore di vino. – Pare davvero impossibile che noi siamo insieme a cena! – disse Clauss. – Perchè? – domandò Daria. Accostandosi al suo orecchio, Clauss mormorò: – Volete sapere la verità? Siete una bimba maliziosa! – Io? – domandò Daria, curvandosi verso di lui. – E chi dunque? – Ah! questo Clauss! – esclamò Daria, guardandomi finalmente. – Si burla sempre di me! Ora io mangiavo in silenzio, a capo chino, trangugiando un boccone dopo l'altro. Che cosa significavano quei sorrisi ambigui e quelle parole confidenziali dette a mezza voce? Quegli sguardi interrogativi e quelle moine da scimmia? Non mi ricordavo bene, ma mi pareva di ricordare di aver letto, non so dove, forse nella Bibbia, alcune parole, una frase, un pensiero sulle donne. Qualcuno aveva scritto o detto: – Quando guardo le donne mi sembrano scimmie bianche. Infatti io guardavo Daria e pensavo: – È vero, sembrano scimmie bianche, scimmie bianche e pelate. E sentivo nascere in me una viva antipatia, un senso sgradevole, qualche cosa che mi ripugnava dentro. Eppure pensavo: – Non è niente. Sembrano scimmie bianche, ma sono donne. Pensavo: – Non sarà niente. Ella finge. È necessario. Guardavo la luna che sembrava un'enorme maschera bernoccoluta e dicevo a me stesso: – Dopo tutto, chi non finge? Bisogna portare una maschera. Per questo fu inventato lo specchio. – Non ti pare, Clauss, – domandai a un tratto, – non ti pare che si finga molto? Dico, che si portino molte maschere? – A che proposito? – Ecco, – soggiunsi, – non so a che proposito. Dico che nella vita si è costretti a fingere. E che, talvolta, non se ne può fare a meno, e allora si porta una maschera. – È purtroppo vero, – rispose, – si portano molte maschere. Ed io pensavo: – Che bestia! Non si accorge che mi burlo di lui. Ma Clauss non badava a me, ed io volevo chiedere a Daria: – Ditemi! Non è vero che, dopo tutto, è molto facile fingere? Temevo che ella scoppiasse a ridere e che Clauss si avvedesse dello scherzo. Daria infatti rideva. Rideva e mi guardava. E anche Clauss mi guardava, sorridendo ambiguamente. Alfine mi toccò una mano e mi disse: – A proposito di maschere: non potresti andare un minuto in salotto a prendere quella mascherina giapponese che è sul tavolo, con quei baffi e quegli occhi terribili? Mi alzai e andai a prendere la maschera giapponese. Ma quando fui nel salotto mi pentii d'essermi mosso e ritornai correndo sulla veranda. – Ecco, – disse Clauss a Daria: – tenete questa maschera di babau per ricordo di quell'altro me stesso che abbiamo seppellito stasera. Clauss parlava con intenzione. Sì: vidi subito che quel sorriso non era naturale, che non era come tutti gli altri; e quelle parole, in apparenza così semplici, quelle parole mentivano. Mi sembrava che Clauss si fosse avvicinato a Daria durante la mia assenza e che i loro gomiti si toccassero continuamente. Le mie mani erano impacciate nei loro gesti come se gli oggetti, sul tavolo, fossero stati mossi, ed io stentassi, ora, a ritrovarli o a schivarli. – Che cosa c'è che non va? – pensavo perplesso, e cercavo di nascondere il mio turbamento portando spesso il bicchiere alle labbra per bere un sorso. – No, no! – disse piano Daria ad un tratto. – Ci guarda. Non è possibile! – Che importa? – sussurrò Clauss, e si accostò ancora più a lei. Essi erano così vicini che i loro capelli si toccavano. Allora, improvvisamente, una gran luce si fece in me e mi alzai di scatto con un grido soffocato. Sotto l'urto delle mie ginocchia la tavola si rovesciò con fracasso immenso di stoviglie e di vetri. Agitai le braccia, inciampai nella tovaglia e caddi anch'io con tutto il resto. Ma mi sollevai subito, e udii che qualcuno rideva vicino a me, molto vicino a me, quasi al mio orecchio. E poi udii il rumore di un bacio, di due baci, molto chiaro. In un angolo, immobili, stretti l'uno contro l'altra, Clauss e Daria mi guardavano. Quantunque la ombra fosse fitta ed io avessi un velo opaco, un velo caldo e opaco dinnanzi agli occhi, vidi i loro volti gota contro gota, e le loro quattro pupille che mi fissavano sfavillando. E vidi anche come le loro mani si cercassero sotto gli abiti, e la donna avesse i capelli sciolti e la gola più nuda, e un che di candido, di molto bianco sul fianco… IX Quella macchia bianca mi rimase negli occhi. Quella macchia bianca, senza nè forma nè sostanza, molto vaga e mobilissima, correva innanzi a me mentre andavo strisciando contro i muri, per vie buie e strette, senza veder nulla se non quella macchia bianca che saltava nell'ombra. Dovunque volgessi lo sguardo, la ritrovavo; sul marciapiede, sulle case, vicina e lontana, sempre egualmente mobile e bianca. Chiudevo gli occhi ed essa si rifugiava tra le pupille e le palpebre; e non potevo in nessun modo liberarmene. A un tratto urtai contro un corpo duro e provai un acuto dolore alla fronte. Toccai, e la mia mano si sporcò di sangue; sentii una goccia calda scendermi dalla fronte sul viso. Col fazzoletto premetti la ferita e continuai a camminare. Mi pareva di udire un suono di banda lontano ma molto distinto, una fanfara marziale, con prevalenza di trombe, di tamburi e di piatti, al cui ritmo cercavo di misurare il mio passo. Non sapevo dove andare. La testa mi doleva, e pensavo: – Questa cravatta, questa maledetta cravatta mi soffoca… Finalmente, dietro un arco, vidi una luce scialba nel buio, una porta illuminata. Dall'osteria non usciva nessuna voce, nessun rumore. Spinsi la porta ed entrai. L'oste stava seduto in fondo, dietro il banco, tra le bottiglie e i caratelli. Mi guardò (era guercio) e non si mosse. Io mi sedetti a un tavolo, battei il pugno due o tre volte, e gridai che mi portasse da bere. Egli si alzò, mi portò il boccale e il gotto, e rimase appoggiato all'altra sponda del tavolo, a guardarmi. Mi sembrava che il suo viso giallo e gonfio fosse liscio come una zucca, e che quell'unico occhio, umidiccio e peloso come un ombelico, gli si aprisse in mezzo alla fronte. Quell'occhio mi stizzì a tal punto che, per non vederlo, gli voltai le spalle. Poi inzuppai nel boccale il fazzoletto e incominciai a inumidire la mia ferita. – Se mai un po' d'aceto, signore, – disse l'oste. – Il vino non serve… Aveva la voce di una chitarra, di una chitarra fessa. – Va bene! – gridai inviperito. – Che te ne importa? Egli se ne tornò dietro il banco, a rintanarsi fra le botti. Il mio dolore cresceva. Se per poco cercavo di dirigere la mia attenzione sopra una qualunque delle cose che avevo intorno, subito rivedevo quella macchia bianca, bianca e inafferrabile, e il mio tormento cresceva tanto da non poterlo più sopportare. – Ho la faccia sporca di sangue, – pensavo, – ma che importa? Non è questo che mi tormenta. Anche i Ciclopi avevano sangue rosso (rosso o azzurro?) e un occhio in mezzo alla fronte. Erano come scimmie bianche, gigantesche scimmie pelate, i Ciclopi. Ma che importano ora i Ciclopi? Improvvisamente un colpo di vento sparpagliò questi pensieri sconnessi, mi ricordai e scoppiai in singhiozzi. Piangevo, e tutto ciò che non volevo ricordare mi ritornò alla memoria, e vidi ogni cosa come era avvenuta. – Daria! Daria! – urlavo in me stesso, e pareva che avessi una voce tonante e assordante, una voce immensa. – Daria! – e non sapevo trovare se non questa parola unica, questa parola fatata, e ripeterla in me stesso fino a stordirmi, fino al punto di non comprenderla più. Non sentivo ormai nessun male alla fronte. Il male era tutto dentro, una piaga dolorante e spasimante al posto del cuore, un coltello che mi colpiva, senza tregua, sempre al cuore. In tanta angoscia a volte pareva che la mia vita intera si arrestasse, e l'anima rimaneva sospesa, come sul punto di abbandonarmi. Infine l'oste si mosse e mi battè sulla spalla. – Ora basta, – disse. – Ora si chiude e andiamo via. – Andiamo via? – balbettai. – Ma dove, dove andiamo? Egli sogghignò. S'era messo un berrettone nero in capo e una sciarpa intorno al collo. – Queste disperazioni io le conosco! – disse mentre mi alzavo. – Per pochi soldi qualcuna te le farà passare. Mi sbattè la porta dietro le spalle ed io ricominciai a camminare a caso. Con un certo sforzo compresi che di fronte a me stava il mare e che quella striscia d'argento, interminabile, era la luna sull'acqua, e che quel rumore fastidioso era appunto il rumore dell'onda. La luna fendeva le nuvole grige di perla. – Bum! bum! scioc scioc! cu cu! bau bau! – e di scoglio in scoglio mille grida confuse, lugubri, beffarde, si propagavano con lunghi echi. – Mi ucciderò! – dissi. – Perchè non uccidersi? È molto semplice, molto facile… Il desiderio di morire era così forte che già mi pareva d'esser morto e di vedere ogni cosa da lungi, dall'alto di un monte, di una montagna altissima tra le nuvole. Giunsi fino all'estremo limite della spiaggia; poi mi volsi e rapidamente me ne tornai a casa. Nella mia stanza c'era qualcuno che russava. Era buia, ma nella penombra scorsi una forma umana sul letto: un uomo vestito che russava. Accesi un lume. Sterpoli stava placidamente disteso e addormentato sul mio letto. – Sterpoli! – gridai afferrandolo per un braccio. Egli scosse il capo, sospirò, si volse sopra un fianco, senza aprire gli occhi. – Sterpoli! – gli urlai in un orecchio. – Svegliati! Allora egli tentò di rizzarsi su un gomito. Ma ricadde subito e cominciò a mugolare: – No, non voglio… Per amor di Dio… Bambola… Un po' d'acqua. M'è rimasta una lisca in gola… – Che lisca! – esclamai. – Sono io! Sterpoli schiuse finalmente gli occhi e si guardò intorno stupidamente. Si toccò la fronte e poi rise, d'un riso idiota idiota, da ubriaco. – Ah! ah! sei tu? – disse. – Sì, sì, mi ricordo. Ma lei dov'è andata? Mi scappa sempre, quel demonio! Non sta ferma un minuto. Si mise a sedere sulla sponda del letto e mi fissò attentamente, a lungo, perplesso. – Scusa, – disse poi, – non ti avevo riconosciuto. Ora ti vedo… Sei tu. Tese la mano verso di me e ammiccando soggiunse: – Anche tu hai bevuto. Ti si vede il vino rosso, sulla faccia. E che vuol dire? Si beve. Ma perchè si beve? È chiaro. Si beve perchè si ha sete, molta sete, sempre sete. Tu le dici: – Su via, amore, sii buona. Dammi un bacio, un bel bacio… Porgi la bocca e senti che non c'è niente; non trovi mai niente con la bocca. Dici: – Perchè dunque non vuoi darmi nemmeno un bacio? Sii ragionevole, trottola. Tutti abbiamo diritto di vivere. Non è vero? Ora, che c'è di male se certi uomini hanno un cuor tenero, un cuore di burro? E che c'è di male in un bacio? E lei ride e ti risponde: – Va là, allontanati. Non mi voglio sporcare. Allora è quando si cerca la bottiglia e si beve. Sì, fratello mio: questo ci consola… Io l'ascoltavo. M'ero seduto accanto a lui, sul letto, rassegnato ad ascoltarlo. – Fratello, fratello mio… – continuò prendendomi una mano e stringendola fra le sue, – io ti volevo domandare qualche cosa di molto importante. Sono venuto proprio per rivolgerti una domanda. Ho detto fra me: – Quel ragazzo m'ha l'aria di uno che può illuminarmi con un consiglio leale. – E ti ho aspettato. Ora ti domando: – Perchè noi ci consoliamo così presto? Un po' di vino basta dunque davvero? Ah! quanto mi addolora! Tu non sai quanto mi affligga questo pensiero sciocco che un po' di ebbrezza basti per consolarci. Vogliamo forse essere consolati dal vino? No! No, noi non chiediamo queste consolazioni. Tu dici: – No, Sterpoli, ciò ci lascia indifferenti. Ed io ti rispondo che è vero, e che noi non vogliamo consolarci. Noi vogliamo godere. Noi vogliamo amare. Noi vogliamo che quando le diciamo, supplichevoli: – Su, amor mio, mia vita, dammi un bacio! – ella risponda con un bacio. E che questo bacio non mentisca; che ella non pensi, mentre tu senti che in realtà un bacio s'è posato sulla tua bocca, un bacio tepido come una colomba, non pensi: – Contentiamo questa bestia, questo animale cornuto. Noi vogliamo essere amati, fratello, teneramente, appassionatamente, come fanciulli, come malati, come moribondi. Godere dell'amore. Che cosa importa tutto il resto? Che cosa può darci il vino? Il nostro cuore è frollo, delicato, sensibile, dolce come lo zucchero. Perchè esse ce lo rendono duro e amaro, duro e malvagio? E anche questo volevo sapere: perchè amiamo? E che cosa si aspetta da queste femminucce color di cera, da questi piccoli serpenti dorati? Egli parlava e mi guardava teneramente con occhi semispenti, ma pieni di lacrime. – È vero… – sospirai, – hai ragione. Non sai quello che dici, ma Dio in persona ti suggerisce. – Quale Dio? – domandò Sterpoli, aggrottando le sopracciglia. – No, non può essere. Tacque e scosse il capo. Strinse più forte la mia mano e mormorò: – Ora ti dirò tutto. Non spaventarti. Non mi insultare. Abbi pietà di me. Sento qualcosa qui, nel petto, che gira. Non è il cuore. Sento anche il cuore. È un'altra cosa. Ora, io non posso sopportare… Questo peso, questo enorme peso, non posso reggerlo tutto da solo. Ascolta. Mi aveva detto: – Da questa sera sarò tua. Sarò per te. Non amo che te. Tu non lo sai, ma io ti ho sempre amato, così, in segreto. Lippi! Non ti pare un nome dolce, un nome amorevole? Un nome da innamorato, da amante? Ebbene: da questa sera sarò tua. Tutto il male sarà compensato. Tu sarai felice. Mi ha detto così ed io l'ho aspettata un'ora, due ore, quattro ore. Pensavo: – Verrà. Fra poco, prima che io abbia contato fino a cinquanta, fino a cento, sarà qui. Avevo preparato un piatto di dolci, un mazzo di fiori, una bottiglia di vino leggiero. Non per consolarmi, ma per goderlo con lei, tutti e due insieme. E, a sera inoltrata, quando attendevo e speravo ancora, quella vecchia maledetta è venuta e mi ha detto: – È inutile che tu aspetti. – Come? esclamo. Non viene? – No, dice, non viene. Non verrà. – Ma dove, dove è andata? La vecchia sogghigna e risponde: – Non so. Certo non è andata lontano. – Per la tua vita! grido torcendomi le mani. O mi dici dov'è, o ti uccido! Allora impaurita balbetta: – Da Clauss… È andata da Clauss! – Basta! Io son cieco d'ira e afferro tutto ciò che mi capita fra le mani e tutto riduco in frantumi. Sterpoli si arrestò ansante. – Comprendi? – mi domandò. – Comprendo, – mormorai. – È vero. Erano insieme. Si sono baciati. Li ho veduti con i miei occhi… – Tu! – esclamò Sterpoli. – Anche tu? – Anch'io… X L'uscio si mosse come se un soffio di vento o una mano leggiera lo sospingesse. Dallo spiraglio spuntarono quattro dita. Poi l'uscio non si mosse più, e quelle quattro dita rimasero così, immobili, nella fessura. Dietro l'uscio qualcuno ora stava spiando nella stanza o attendeva di essere invitato ad entrare. Sterpoli era ricaduto bocconi sul letto, le braccia incrociate sul capo, la faccia schiacciata contro le coltri. Mi alzai lentamente, e, cercando di vincere il tremito dei miei ginocchi, in punta di piedi mi avvicinai all'uscio e feci l'atto di aprirlo. Subito quella mano intrusa scomparve. Ma io trassi bruscamente a me l'imposta e vidi contro il muro, nell'oscurità fonda del corridoio, una ombra confusa di cui non discernevo chiaramente che il bianco degli occhi. Riconobbi subito Soave. Ella fece un passo verso di me. Prima che io avessi il tempo di parlare, mi prese con forza per la mano e mi tirò fuori dell'uscio, che rapida ella stessa richiuse alle mie spalle senza rumore. Quando fummo tutti e due nel buio, non staccò la sua mano dalla mia, anzi la strinse più forte e se la premette sul seno, mentre con tutto il corpo aderì al mio corpo, tanto che sentivo il suo cuore battere contro il mio. – Pazza, pazza, – dissi con voce soffocata, – che cosa vieni a fare qui a quest'ora? Questa non è casa mia. E come hai potuto entrare? Dai suoi capelli, con la densità di un fumo di incenso, vaporava contro il mio viso un odore acuto di gelsomino che io penavo a respirare. Il suo cuore batteva sempre più forte. E non parlava. – Rispondi! – esclamai con forza. – Rispondi e vattene, vattene subito… Ma per tutta risposta Soave mi trascinò verso il fondo del corridoio e si fermò soltanto sulle scale, dinnanzi alla grande finestra illuminata dalla luna. Allora, guardandomi fissamente con i suoi immensi spiritati occhi, mi bisbigliò: – Dov'è Daria? I suoi occhi erano veramente pieni di spavento e di follia. Le sue labbra, il suo mento tremavano, e le sue mani non cessavano un istante di aggrapparsi alle mie, convulsamente, come se avesse voluto spezzarmele. I suoi capelli erano arruffati e le piovevano in tanti radi ciuffi sulla fronte e sulle gote. Il suo povero corpo scompariva nelle pieghe di uno scialle di lana nera. – Dov'è Daria? – ripetè con l'accento della disperazione. – Dov'è? Dov'è? Io mi sentivo morire. Nuovamente il mio cervello si riempiva di confuse e plumbee nuvole, e dinnanzi ai miei occhi tutto ricominciava a rotare. Per non cadere chiusi le palpebre. Risposi con un filo di voce: – Non so… Da Clauss. L'ho lasciata laggiù. – Ah! – esclamò Soave. – Dunque non mi ero ingannata! Non era lei nella tua stanza! – No, – dissi, – non era lei. E mi salì alla gola un rantolo di riso. – E chi era nella tua stanza? – domandò Soave, con tono imperioso. – Non ti riguarda, – risposi. – Del resto, se vuoi saperlo, era Sterpoli, quello che conosci. – Lui! lui! – gridò Soave, e fece un moto improvviso come se avesse voluto fuggire. Ma io soffocai le sue grida chiudendole la bocca con una mano, e afferrandole un braccio la costrinsi a rimanere. – Non gridare, idiota! – le ordinai infuriato. – Vuoi destare tutta la casa? Soave si lasciò cadere sopra un gradino, e come svenuta si abbandonò contro il muro. Poi riaprì gli occhi, e levandoli umilmente su me, sussurrò: – Non sai dunque nulla? Kate era appena rientrata in casa, ed io mi stavo spogliando. Era già tardi. Kate piangeva e non riuscivo a farla parlare. – Ma parla, dunque, per l'amore di Dio! supplicavo. Che cosa è accaduto? E lei singhiozzava e non riusciva a spiccicare una nota. Improvvisamente si ode un tonfo alla porta, uno schianto, e lo sbatacchiare delle due imposte contro il muro, un tumulto di passi su per le scale, e un mugolio sordo che sembra di belva. Sterpoli, lui, proprio lui, si sente correre per le stanze gridando: – Dove siete, maledette ruffiane! Fuori! Fuori, ch'io vi scanni! Tutta la credenza della stanza da pranzo precipita con un fracasso enorme, tutto va in pezzi, sembra che crolli la casa, e sento Kate che grida: mamma mia! Io non mi muovo: ero fredda come il marmo. Si direbbe che tutti siano morti. Non odo più nulla. E poi la voce di Sterpoli grida: – E ora scanno quell'altra! – e si butta giù per le scale. I suoi passi si allontanano per la strada, ed io con il cuore in bocca mi affaccio sull'uscio, e vedo Kate lunga distesa fra uno sterminio di bicchieri, le sottane rovesciate, come morta. Ma non era morta. Apre gli occhi e dice: – Madonna mia perdonatemi… E si mette in ginocchio e prega. Mi avvicino a lei, e quando vede che sono io: – Brutta bastarda, – dice, – ti fosse cascata la lingua per il troppo gridare! E si mette a piangere e a battersi il petto: – Maria Vergine, perdonatemi voi… Io penso a Daria e a Sterpoli che è impazzito, e prendo questo scialle, e mi butto anch'io per le scale, e corro corro a casa di Clauss, e, arrivata dinnanzi al cancello, vedo Sterpoli che ne esce. Il vicolo è stretto e non posso più fuggire. Mi faccio piccina contro il muro. Sterpoli cammina adagio, si ferma a ogni passo come un ubriaco, parla a voce alta, e ride. Mi passa dinnanzi senza vedermi. Ma, non so come, a un tratto si volta, e allora i suoi occhi si fissano dalla mia parte, e torna indietro. Io mi nascondo il viso nello scialle e non vedo più nulla. Lo sento che è a un passo da me, la terra che sgrigliola sotto i suoi piedi, lui che dice: – Sii buona, rondinella. E mi pare che mi stia addosso e che voglia abbracciarmi. Allora spicco un salto e mi butto giù per la scesa come una pazza, mi nascondo in una pianta di oleandro e non mi sono mossa più. Mi parve un secolo. Finalmente Sterpoli passò e disparve. Allora sono uscita, sono tornata su, il cancello era aperto, una finestra era illuminata, sono entrata in giardino, ho chiamato, nessuno ha risposto… Ho avuto paura che qualcuno dalle ville vicine mi udisse. Ho aspettato. Poi ho pensato a te e sono venuta a cercarti. Tacque e incominciò a singhiozzare. – Bene! – dissi io. – E dopo tutta questa storia perchè Daria dovrebbe essere qui con me? Che cosa sono io? Che cosa è Daria? Finitela con questa commedia! Non temere. Sterpoli non ha scannato nessuno. – Sì, ma allora, dimmi, dove sarà? – E che importa a me di saperlo? – risposi. – Vuoi che io vada a cercarla nel letto di Clauss per farti contenta? E dove vuoi che sia? Vuoi che ti porti io per mano dietro la porta della loro camera, e che contiamo insieme i baci che si danno, e gli abbracci, e il resto? Vuoi che io faccia, io, quello che Sterpoli non ha fatto, perchè lui è ubriaco e io sono sveglio? – Ah! sono sveglio, ora, ben sveglio, bambina mia! – esclamai, trascinato da una specie di esaltazione ironica. – Sveglio! Non mica addormentato come oggi! Così avessi veduto sempre tanto chiaro! Non sono più un ragazzo ingenuo, non credo più a nulla. Se tu non fossi tu, ma Daria in persona, e non stessi lì a piangere, ma a supplicarmi, ma ad adorarmi in ginocchio, ma a baciare la terra dove posano i miei piedi, non ti crederei, non ti crederei, e scoppierei dalle risa. Altro che carezze sulla bocca, altro che bisbigli di parole tenere nell'orecchio, altro che sguardi caritatevoli voglio io! E io stesso ti porterei per mano da Clauss e gli direi: Eccola questa sgualdrina! Te l'ho portata. Prenditela… Sudavo freddo, la testa mi doleva. Nelle orecchie avevo il tumulto di una burrasca. Non ci vedevo più. – E ora vattene! – dissi. – Vattene via… La urtai più volte con la punta del piede, ma sopratutto il mio ridere a scatti, a sussulti, dovette spaventarla. Senza altre parole, singhiozzando, Soave scese le scale e scomparve. Mentre, barcollando, disfatto, esausto, ripercorrevo il corridoio per rientrare nella mia stanza, la voce di Sterpoli echeggiò dietro l'uscio socchiuso, chiamandomi per nome. Entrai. Stava seduto sul letto, voltato verso l'uscio, con la faccia dipinta di paura. – Ah! – disse, – sei tu… Abbassò il capo, si passò un fazzoletto sulla fronte e domandò: – Dove sei stato? XI Il silenzio che seguì fu lungo e penoso. Nessun rumore nella casa o nella strada. Una solitudine sconfinata. E in quel gran vuoto, in quello spazio senza limite, noi due seduti sul letto, noi due vicini, noi due soli, sperduti in quel mondo vasto e vacuo come un abisso! Ah! come tutto era ridicolo in noi e intorno a noi: i nostri abiti, le nostre tube nere e lucide sui cuscini; i nostri volti attoniti e quel dolore che affratellava improvvisamente due creature estranee, che ci sospingeva l'un verso l'altro, lui e me, con un trasporto pieno di timore e di speranza; di speranza e di tenerezza; di molta tenerezza e di molto amore. Quanto era accaduto un momento prima, quell'eccitazione crudele, quel barlume di coscienza ironica, tutto era svanito. Rimaneva il peso inerte di un doloroso ricordo già lontano. Una commozione insensata. Uno smarrimento cupo e angoscioso. La prima brezza mattutina entrò con un lieve soffio nella stanza e mi accarezzò la faccia. Finalmente Sterpoli, forse scosso da quella stessa carezza di frescura, mormorò: – Che fare? Che fare? Ormai è finita per sempre. Ah! non si può tornare indietro: non si può ricominciare da capo. Ognuno ha la sua propria sorte, un destino infame. Non c'è scampo. Non c'è modo di fuggire, d'indietreggiare, di resistere! Una voce è sempre presente, una voce imperiosa che dice: – Ubbidisci! E tu curvi le spalle e ubbidisci, umilmente ti sottometti al tuo destino di schiavo. Che fare? Come potevo io resistere o fuggire? Mi aveva detto: – Sarò tua. Tutto il male sarà compensato. Tu sarai felice! – ed io ero come un prigioniero al quale si dice: – Sta lieto! Domani ti apriremo le porte. Il mondo sarà tuo. Promettere la felicità? Io ero già pazzo di gioia al pensiero che sarei stato felice, che ella sarebbe stata mia. Mia! Perchè questa parola è magica? Quale ebbrezza! Ma d'un colpo, in un attimo, questo sogno rovinava. Con frastuono immenso, con scompiglio spaventoso, questo sogno rovinò sul mio capo, su me, e mi seppellì vivo sotto le sue rovine. – Che fare? – urlavo disperatamente. – È possibile? È vero? – e tutto ciò che toccavo, riducevo in frantumi, in briciole, in polvere! L'idea della morte mi balenò subito nel cervello. Subito la sua figura, schifosa e orrenda, m'apparve e si mise al mio fianco, e mi avvolse con il suo sguardo buio, beffarda e amorevole, spaventosa e attraente. – Che vuoi da me, civetta? – urlavo, ed ella mi additava con gesto servile la sua ghirlanduccia intorno al cranio vuoto, intorno al cranio nudo e risonante, per indicarmi che non tutti i fiori che fioriscono sono di questa terra, di questa terra fangosa e verminosa, di questi giardini che noi irroriamo di lacrime e di sangue! – Morire! dicevo a me stesso. Anche questa è una salvezza, un rifugio, uno scampo. Si può morire. E mi pareva di udire una soave musica di trombe angeliche, lontano e meraviglioso concerto. Di essere libero e insensibile, leggiero e felice. Mi vedevo disteso sopra un letto abbrunato, con questo vestito e questa tuba, e intorno a me s'affollavano uomini e donne che dicevano singhiozzando: – Mi pento di averlo offeso! Mi pento di non averlo amato! Poi ad un tratto tutti si traevano da un lato e Daria si avanzava lentamente, tenendo una rosa rossa fra le dita; s'avvicinava e mi appuntava quella rosa sullo sparato. – Mi pento, diceva guardandomi come una madre guarda il suo bimbo morto. Poi si curvava per posare un bacio sulla mia bocca. Ah! io non sentivo quel bacio! La mia bocca era insensibile. Io non potevo muovermi, alzarmi, abbracciarla, stringerla e tenerla contro di me, e dirle – Vedi? per te mi sono ucciso. Ora mi ami? No: non potevo nè muovermi nè parlare. Allora un uomo si faceva largo fra gli altri, la prendeva per le spalle e la spingeva via. Ed io avrei voluto saltare dalla mia bara (ero disteso in una lunga bara), aggredirlo, insultarlo, percuoterlo su quella faccia impassibile, su quella bocca sempre vittoriosa, urlare: – Lasciala! L'ho pagata col mio sangue! È mia! Ma rimanevo inchiodato tra quei quattro assi ed egli se ne andava con lei, tranquillamente. A che giovava dunque morire? Perchè morire? Perchè uccidersi? E il mio furore cresceva, cresceva la mia disperazione. Improvvisamente mi accorsi di correre lungo una strada buia, sulla quale ogni tanto s'aprivano rare stazioni illuminate, e dietro di me con rumor di zoccoli e di scope, con fracasso di forche e di molle, correva saltando una torma di folletti e di streghe, di spiriti neri e indemoniati. Così giunsi correndo dinnanzi alla casa di Clauss. Mi fermai. Improvvisamente tutti quei folletti svanirono, ed io mi ritrovai solo, sotto una luna livida che sbavava su me la sua luce da cimitero. Il cancello era socchiuso. Guardandomi intorno come un ladro, adagio lo spinsi ed entrai. La casa era buia, silenziosa, deserta: tutte le finestre chiuse e spente. Cauto salii le scale. Qualche cosa che era in una delle mie tasche mi punse la coscia. Trattenni a stento un grido di dolore e continuai a salire. Buio. Silenzio. Odor di fiori, di gigli, di rose. Più mi avanzo e più intorno a me le tenebre s'infittiscono. Mi sembra di essere in un castello fatato e di salire sopra una torre. Ad un tratto scopro uno spiraglio, uno spiraglio sottile sottile di luce: scorgo una fessura illuminata, una piccola striscia gialla e lunga al mio fianco. Quella lingua di luce mi punge, mi spaventa. Vorrei indietreggiare e fuggire. Ma le mie gambe vacillano, la mia testa gira come una banderuola, e sono pietrificato. Le orecchie ronzano e sembra che un frastuono immenso di campanelli riempia la casa. E in quel ronzìo, in quel tintinnìo assordante, odo una voce, la sua voce, e poi uno scoppio di risa dietro la porta. Un passo, sì, un passo si avvicina. La mia anima si sprofonda in un imbuto, mi appiattisco in un angolo, divento piccolo, piccolo e trasparente, invisibile. La porta si apre e un'ombra appare illuminata da tergo, si muove, si avvicina. Ora è a due passi da me, e ora a un passo, e ora mi sfiora, quasi mi tocca. – Chi è? domanda imperiosamente quella voce. So bene che dovrei tacere. Ma non posso. – Sono io! dico come in un soffio. L'ombra si arresta. – Chi è? ripete quella voce. – Sono io, Clauss, sono io! – rispondo. Poi alzo il braccio, lo alzo appena e lo abbasso lentamente, lentamente. Una voce rantolante sospira: – Daria! Aiuto!.. E odo un tonfo e qualche cosa di molto pesante cade di schianto ai miei piedi. – Sono io, – ripeto ancora. E poi più nulla… Sterpoli si alzò. Un'ombra spaventosa era nei suoi occhi. Egli si curvò per baciarmi; ma io liberai le mie mani dalle sue, lo respinsi; inorridito lo respinsi e gridai: – Vattene! Vattene! Assassino! Egli fece un mezzo giro su sè stesso e si abbattè ai piedi del letto, come morto. La candela si spense. Allora un gran panico mi invase, e corsi qua e là per la stanza. Rovesciai una sedia e quel rumore mi gelò il sangue. Mi pareva d'udire passi su per le scale e colpi sordi contro l'uscio, voci rauche, grida arrabbiate. Chiusi la finestra, chiusi l'uscio a doppio giro di chiave, e mi rifugiai in un angolo. Mi raggomitolai in un angolo e attesi. Il buio era opprimente. Soffocavo. Vedevo nelle tenebre, comparire e scomparire, accendersi e spegnersi, strane luci bianche. Qualcuno si muoveva, si avanzava strisciando. Sentivo il suo alito gelido sulle mie mani, e con uno sforzo penoso, sempre più penoso, balbettavo: – Indietro! Non mi toccare! Va via! Va via! XII A traverso le tende semichiuse filtrava una luce scolorata e falsa: era come una mano fredda che mi sfiorasse le palpebre. Stavo disteso sul letto, con gli occhi socchiusi, senza muovermi. Quella luce non mi cagionava nessuna maraviglia, nè il fatto di esser disteso sul letto, vestito, nè il fatto di esser desto, nè le rose gialle e spampanate sulle pareti con certi lor gambi intrecciati e irti di spine, nè gli abiti appesi in un angolo come impiccati. Bensì cercavo di spiegarmi che cosa fosse una macchia nera che vedevo a piè del letto, un groviglio nero da cui uscivano, non si sa come, due, due mani… Sì… Vedevo che erano due mani, due mani lunghe e pelose, con strani luccichii sulle dita; e la loro positura era così stravagante che ora pareva chiedessero un'elemosina e ora offrissero un'invisibile offerta, e ora non offrissero e non chiedessero nulla, ma fossero là, abbandonate e senza vita, estranee a qualunque corpo di uomo di donna. Immobilità. Ed io non riuscivo a comprendere. In quel viluppo nero, vicino a quelle mani, si scorgeva anche una macchia rossiccia, come un involto di carta rossa: la testa fulva di Sterpoli. Ma proprio non riuscivo a trovare un cominciamento in quel garbuglio di cose, non una fine, e nemmeno un ordine qualsiasi che me ne spiegasse la natura. Sapevo che avrei potuto alzarmi e toccare, frugare, trovare ciò che cercavo. Ma mi pareva di non potermi muovere senza turbare la gran pace che, coricato, riposava con me. E poi c'era qualche cosa, non so quale, che continuamente mi distraeva e mi svagava, deviando i miei sensi mal desti. Ora erano gli abiti appesi al muro, quelle gambe e quelle braccia vuote e pendule, quelle ridicole membra di stracci; ora una rosa purpurea che vedevo sul mio petto e che pareva una bella macchia di sangue. Che cos'era quella rosa? Chi me l'aveva appuntata sul petto? O meglio: chi mi aveva fatto quella bella ferita? Ecco: io non riuscivo a comprendere, e di nuovo i miei occhi si posavano su quel mucchio di cose immobili a piè del letto, su quella macchia fulva, e su quelle mani, su quelle due mani abbandonate. Una voce interna mi diceva: – Tu devi esser felice. Ed io, con la stessa voce, rispondevo: – Sono, sono felice. E ancora: – Tu volevi morire. Ed io: – Sì, è vero, volevo morire. E c'era un nodo stretto nel mio cervello, che non si voleva sciogliere; c'era un fiore chiuso che non si voleva aprire; intorno al quale i miei pensieri vaghi, incerti, s'aggiravano come farfalle… Così vissi. A lungo, a lungo, nere farfalle si aggirarono intorno a quel fiore chiuso. PARTE SECONDA Come finì la collana Se io non avessi scritto soltanto per alleggerire il peso dell'anima mia la pietosa storia di Daria, ma mi fossi lasciato andare a pubblicarla sotto forma di racconto, come tanti fanno oggidì, che invitano nella loro intimità il maggior numero di persone ad udire i piccoli casi della loro vita, più di un lettore si sarebbe domandato dove mai fosse andata a finire quella collana, adorna di uno smeraldo, che Daria gettò in viso a Sterpoli quando affrontò Clauss all'Alhambra, la sera prima della sua morte. Capisco anche che a molti altri l'omissione di questo particolare sarebbe passata inosservata; tanto più che oggi la moda vuole che l'arte del romanzo e della novella sia trattata sinteticamente, a grandi linee, tutta stretta intorno alle cose essenziali e necessarie, senza quel cumulo di descrizioni minute e di inutili particolarità che usavano i romanzieri d'un tempo, quando gli uomini non avevano la fretta che hanno adesso e l'arte narrativa non aveva dato ancora tanti grandi scrittori. Ma per me, la fine di quella collana dallo smeraldo ha un'importanza grandissima, e non posso assolutamente passare sotto silenzio la sua breve storia. *** Quando Daria si strappò dal collo quella collana e la scagliò con ira contro Clauss, colpendo invece Sterpoli in pieno viso, la collana cadde ai piedi di Sterpoli tra molti cuscini disseminati sopra il tappeto, e là rimase, dimenticata da tutti. Chi volete che pensasse a quel gioiello, per quanto esso fosse prezioso, quando ora sappiamo fino a che punto tutti noi, presenti a quella scena, fossimo intimamente sconvolti, e più di ogni altro Clauss, il quale pure all'apparenza sembrava conservare intera la padronanza di sè medesimo? Sterpoli certo non si curvò a raccoglierlo, mezzo acciecato com'era, e poi non ne ebbe il tempo, perchè se ne fuggì ad inseguire Daria, come abbiamo veduto. Clauss non lo raccolse egualmente, perchè egli avrebbe dato uno smeraldo mille volte più grosso e luminoso di quello per un bacio di Daria, e certo non importava nulla a lui di sapere chi lo avrebbe raccolto e chi se ne sarebbe impadronito. Io non lo raccolsi, perchè dimenticai subito che la collana fosse caduta fra quei cuscini, mentre più d'ogni altro l'avevo ammirata sul candore niveo della gola di Daria. Poi Clauss ed io ce ne eravamo andati, lasciando gli altri ancora seduti sui divani, e gli avvenimenti che seguirono la notte e il giorno dopo ci condussero pur troppo lontani dal ricordo di quel disgraziato gioiello. Quelli che rimasero dopo la nostra partenza avrebbero ben potuto ricordarsene, non solo perchè dovevano essere molto più calmi di noi, ma perchè, discorrendo ancora a lungo tra loro della scena che s'era svolta sotto i loro occhi, avrebbero dovuto anche soltanto incidentalmente parlare della collana e quindi pensare di raccoglierla. Sta di fatto che assai tardi, a notte molto inoltrata, quei giovani chiesero i loro pastrani e le loro tube al guardarobiere, e se ne andarono facendo pronostici sulle possibili conseguenze dell'avvenimento che s'era prodotto quella sera. E la collana rimase fra i cuscini, là dove era caduta. Конец ознакомительного фрагмента. Текст предоставлен ООО «ЛитРес». 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