Libro segreto
Antonio Ghislanzoni




Antonio Ghislanzoni

Libro segreto





Didone abbandonata




PERSONAGGI






Troiani – Dame – Damigelle – Seguaci di Jarba – Pompieri – Sacerdoti – Ancelle – Eunuchi – Cantanti – Ballerine – Corifei – Suonatori, ecc., ecc., ecc.


PERSONAGGI MITOLOGICI



Giove.

Giunone.

Cupido.

Venere.

Euro.

Eolo.


Dei – Semidei – Inservienti dell’Olimpo – Cuochi – Paraninfi, ecc.




ATTO PRIMO





SCENA PRIMA


Sala nella reggia di Didone. – A sinistra una porta, a destra una apertura che mette ad un balcone.

All’alzarsi della tela, una schiera di donne vestite a bruno e inginocchiate occuperanno il lato destro della scena. Si ode nella via il suono di una marcia funebre.

Voci (di fuori).

È morto, è morto… il misero Sichéo..

Donne. Orato pro eo!

Una Donna (sotto voce alle sue vicine). Questa marcia mi sembra averla udita altre volte…

Altra Donna. È la marcia della Jone… L’abbiamo udita in teatro per quattro stagioni di seguito.

Voci. È morto… è morto il misero Sichéo!..

Donne. Orate… (come stonano!) pro eo!




SCENA SECONDA


Il Ministro degli esteri. – Il Ministro delle finanze con seguito di Deputati e Senatori, che attraversano la scena a passo misurato.

Donne. Il corpo diplomatico vestito di gramaglia Si avanza…

Min. Est. (al Ministro delle finanze). Qualche soldo gettate alla canaglia, A patto che non cessino di piangere…

		Min. Fin. Credete
		Ch’essi piangan davvero?.. Poco li conoscete.
		L’esequie di un sovrano son sempre una risorsa.
		Per i preti, pel popolo…


Min. Est. (sottovoce)

		Date a me quella borsa…
		Fra noi, che portiam gli oneri
		Più gravi della Stato;
		Fra noi, che il morto principe
		Abbiam cotanto amato,
		Divideremo il peltro… E gli altri…


Min. Fin

		A dente asciutto!
		L’unico modo è questo di propagare il lutto.

Coro. La regina si avanza.

I Min. (fingendo la più viva com.) Ohimè!..

Tutti. Quale sventura!

I Min. Vorrei l’estinto prence seguire in sepoltura!

(Tutti portano il fazz. agli occhi).

		Tutti. Oh giorno di squallor!
		Oh notte di dolor!
		Dei barbari il terror,
		Dei popoli l’amor,
		Qual mattutino fior
		Spento cadéo.
		Morto di raffreddor
		È il re Sichéo.




SCENA TERZA


Didone – Berta – Clivia – Rubinia – Anna —altre ancelle – e detti.

Didone (irrompendo sulla scena colle chiome sparse). Lasciatemi!.. sgombratemi il passo… Aprite quella finestra… Dei immortali! Non sarà dunque permesso ad una regina… di seguire nella tomba l’augusto consorte? (fa per gettarsi dalla finestra – i ministri accorrono a trattenerla).

I Min. Ferma… regina!

Did. Chi ardisce opporsi alla mia volontà?.. Ah… siete voi… voi mio primo ministro! E avete osato portare la mano sulla mia sacra, inviolabile persona?..

I Min. Perdono, o regal donna. Mi spiace dovervi ricordare che sotto il regime costituzionale…

Did. Basta! vi comprendo. L’augusto mio sposo e signore non ebbe che un solo torto al mondo, quello di aver emanato uno Statuto che ci fa schiavi della nazione, che ci impedisce di muovere un passo senza il consenso delle due Camere. Dire che non mi è permesso di raggiungere il mio Sichéo… Signori Ministri, Deputati e Senatori, fatemi almeno questa grazia; lasciatemi sola col mio immenso cordoglio. Voi altri non potete comprendere il dolore di una giovane sposa vedovata innanzi tempo…

I Min. Noi comprendiamo dal nostro…

		Did. Lasciatemi, vi dico. Uscite tutti!
		Non un sol detto… o ch’io, pel sommo Giove!

I Min. Ella in versi parlò: si corra altrove.

(Ad un cenno del ministro degli esteri, tutti si allontanano, meno le donne).




SCENA QUARTA


Didone – Anna – Berta – Clivia – Rubinia – epoche ancelle – indi il Questore.

Did. Anna… mia dolce sorella… Lascia che io sfoghi sul tuo seno il mio dolore immenso. Ah! tu non fosti mai maritata… nè puoi immaginare…

Anna. Ho sempre desiderato di trovar marito – epperò comprendo quanto tu debba soffrire nell’aver perduto il tuo.

Did. Perdere!.. ma ciò è ben più grave che non trovare… Vedi, sorella, voglio spiegarmi con un paragone: tu sei abituata a prendere il thè ogni sera…

Berta. Sicuro! quando si è abituati a prendere il thè ogni sera, non si può dormire se prima…

Did. Chi osa interrompere la regina?..

Berta. Perdonate, augusta sovrana… Ma noi si fa di tutto… per distrarvi dalla vostra grave melanconia… La principessina Anna non ha pratica di queste faccende… e bisogna esprimersi sotto metafora… Io voleva dire che quando si è abituati a prendere il thè, non è più possibile farne senza – e siccome… una giovane… e bella… e possente regina quale voi siete, o augusta Dido, tiene a sua disposizione tutti i magazzeni dello Stato…

Did. (colla massima collera). E tu osi supporre!.. Animo! via!.. sentiamo un poco cosa tu intendi per questi magazzeni dello Stato!.. Fuori la frase tutta intera! Vediamo fin dove può giungere la impertinenza delle mie cameriere… dopo che il mio Sichéo ebbe la debolezza di accordare una costituzione.

Cliv. Regina: non vi adirate… Io pure sono di avviso…

Did. Tu pure, civettuola!..

Rub. Eccelsa regina… piuttosto che vedervi morire di dolore…

Did. Sentiamo un poco: piuttosto che vedermi morire…?

Berta. Sentite regina… Anch’io ho avuto i miei giorni di immenso lutto, allorquando venni a perdere il mio primo marito, che era, come sapete, il gran cuoco delle vostre reali cucine… La prima notte, ho sentito il sangue montarmi alla testa… e fui sul punto di commettere uno sproposito… Ma poi, riflettendo bene, ho veduto che la sventura non era irreparabile, ed ho finito collo sposare Medonte, il maniscalco dei vostri augusti cavalli.

Did. Sciagurata!.. E non hai sentito, nella prima notte dello spergiuro imene, spalancarsi gli abissi? – non hai veduto giganteggiare presso il talamo l’ombra fiera e sdegnosa dello spento consorte?

Berta. Non ho sentito… non ho veduto nulla… Ero troppo distratta. Vi assicuro, regina, che il vostro augusto maniscalco non mi dava tempo di pensare ai quondam.

Did. (Queste donne di bassa estrazione non hanno cuore!..)

Berta. Regina!..

Rub. Berta ha ragione… Tergete le lacrime… e pensate…

Did. Non più!..

Anna. A me pare…

Did. Basta, vi dico!.. (levando la mano in atto minaccioso). Già troppo ho offesa la sacra e imperitura memoria del fu augusto mio consorte, prestando orecchio ai vostri scandalosi propositi… Io dovrei punirvi severamente… Ma pure mi sento inclinata a usarvi clemenza riflettendo alla vostra grossolana costituzione… ai vostri bassi natali… Parlo a voi, o pettegole… Quanto a te, mia ottima sorella; a te, inesperta della vita e non colpevole che di puerili desiderii e di illusioni fallaci, odi bene quanto io sto per dirti. – Io giuro per ciò che vi ha di più sacro nell’Olimpo e sulla terra, per la venerabile barba di Saturno, per tutti gli Dei e le Dee immortali, per lo Statuto proclamato dal mio fu augusto consorte, per la mia lista civile… giuro di serbare eterna fede al cenere di Sichéo – giuro che questa mia mano non verrà mai profanata dal contatto di un uomo, foss’egli per beltà ed eleganza di forme rivale di Apollo, e per energica costituzione di muscoli pari a Marte l’invitto. Io porterò eternamente la gramaglia… e i miei capelli disadorni e sparsi di immonda cenere… faranno testimonianza perpetua del mio dolore. (Levando le braccia verso il lampadario). Numi e semi–numi dell’Olimpo! a voi, vindici d’ogni spergiuro, salga questo mio voto solenne… E se mai di un solo desiderio, di un solo pensiero io offendessi la cara e venerata memoria del mio augusto consorte; scendano pure i vostri fulmini sulla mia testa regale,

		Arda la reggia, e sia
		Il cener di lei, la tomba mia!

Coro. Così sia!

(Breve silenzio. – Didone rimane immobile alcun tempo colle braccia levate – poi, riscuotendosi, riprende:)

Did. Anna: dilette ancelle… Ritiratevi fino a nuovo ordine… Nell’eccesso del mio cordoglio, io dimenticava di propiziare gli Dei… Recitiamo una dozzina di Deprofundis in suffragio dell’augusto defunto.

(Didone va ad inginocchiarsi in un lato della sala, e raccoglie il capo nelle mani nell’attitudine di chi prega fervorosamente).




SCENA QUINTA



Il Questore e dette

(Mentre Anna e le ancelle muovono per uscire, il Questore si presenta sulla porta).

Questore. È permesso?

Coro. Zitto!.. Sottovoce!..

Berta. Piano, per carità!..

Cliv. Benvenuto, Questore!

Anna. Quali notizie?

Rub. Fuori il vostro gazzettino!

Quest. (accennando alla regina). Sua Maestà mi sembra distratta…

Anna. Al contrario. Bisognerebbe trovar modo di distrarla… Ella è sempre assorta nei suoi cupi pensieri…

Quest. (sotto voce alle ancelle). Mi spiace di esser giunto in mal punto… Eppure io dovrei parlare alla regina di un affare di somma premura… È arrivato un bastimento carico di…

Berta. Di… di… aspettate…

Rub. Proviamoci a indovinare…

Anna. Sicuro! facciamo il nostro giuoco favorito… Dateci la prima lettera, e noi indovineremo.

Quest. (sottovoce). Ma… non vorrei… Se Sua Maestà ci avesse ad udire…

Anna. Ella non vede… non ode più nulla.

Tutte le anc. Presto! la prima lettera!..

Quest. La parola comincia con T. Animo dunque! A voi, principessa Anna… È arrivato un bastimento carico di?..

Anna. Tortelli…

Quest. Non ci siamo per ora… A voi altre, signorine: È arrivato un bastimento carico di?..

Berta. Triffole…

Cliv. Torrone…

Rub. Tabacco…

Coro. Trote… tamburi… tonno marinato…

Quest. Nessuna ha colto nel segno…

Anna. Aspettate…

Quest. La regina ha fatto un movimento…

Coro. Thut!

Berta. Ebbene: dite… levateci di pena…

Quest. A stretto dovere io non dovrei confidare ad altri che alla regina…

Tutte (gridando). Un bastimento carico di?.. di?.. di?..

Quest. Non l’avreste indovinato a pensarci mille anni… Il bastimento che ora giunse nel porto è carico di… Troiani.

Tutte. Troiani!!!

Cliv. Non ho mai udito parlare di questo genere di commestibili.

Quest. Si tratta ben d’altro che di commestibili!.. Si tratta…

Tutte. Sottovoce!.. (facendosi intorno al Questore).

Quest. (a voce appena intelligibile). Si tratta d’individui maschi… Si tratta di trecento o quattrocento giovinetti di bellissimo aspetto…

Did. (balzando in piedi con entusiasmo). Chi ha parlato di bei giovanotti?.. Dove sono? Vediamoli!.. (reprimendosi). Cioè… voleva… dire… chi è stato il temerario che ebbe l’audacia… in un giorno di tanto lutto?.. Ah! voi… Questore!..

Quest. Che la Vostra Maestà mi perdoni… Queste signorine mi avevano fatto credere che voi non eravate in grado di vedere e di udire…

Did. (nel massimo imbarazzo). Imbecille! Forse che io ho veduto?.. che io ho udito qualche cosa?.. E ti pare che, anche avendo udito o veduto, io potrei prender parte a gioia veruna di questo mondo?.. (volgendosi alle donne). E voi altre, voi altre pettegole… gli è dunque in tal maniera che obbedite ai miei ordini?..

Anna. Il Questore ci ha trattenute nostro malgrado… per parlarci di un bastimento carico di… di…

Did. (vivamente al Questore). Carico di?..

Quest. Carico di trecento o quattrocento Troiani, agli ordini della Maestà Vostra…

Did. Troiani!..

Anna. Bei giovani… dice il Questore…

Quest. Un esercito di capitamburi… Certe gambe, certe spalle, certi mustacchi… Se vedeste, regina! Il più alto dei vostri granatieri divien un pigmeo a petto del più piccolo di questi Troiani. Vostra Maestà mi perdoni se io ne parlo con tanto calore… Mia moglie, vedendoli sfilare dinanzi al palazzo, voleva gettarsi dalla finestra… Avremo un bel da fare a custodire le nostre mogli!.. Ed è appunto… a questo solo riguardo… che io mi sono affrettato a prevenire la Maestà Vostra… acciò… nell’interesse della pubblica moralità… e sopratutto della tranquillità coniugale… si degni di spiccare un decreto perchè la città sia prontamente sgombrata da quei pericolosi individui…

(Durante il discorso del Questore, Anna, Clivia, Rubinia, Berta e le ancelle si saranno allontanate in punta di piedi).

Did. Ciò che voi mi riferite, onorevole Questore, non può a meno di impressionarmi vivamente… Voi sapete quanto mi stia a cuore la moralità de’ miei sudditi e la pace delle famiglie… Ma l’argomento è tanto grave… tanto delicato… che conviene ragionarne fra noi… senza testimoni… Anna… dilette ancelle! (Didone si volge per parlare alle donne, ma con sua grande sorpresa si accorge che tutte quante sono partite). Dove sono andate quelle baldracche?.. Scommetto… Per le corna di Giove! Sta a vedere che sono corso incontro ai… come li chiamate, Questore?..

Quest. Troiani, agli ordini vostri.

Did. Ma si può dare uno scandalo uguale?.. Questore!.. Sul serio… Bisogna provvedere… e subito! bisogna…

Quest. Se Vostra Maestà vuol compiacersi di firmare un decreto che li sfratti immediatamente…

Did. (riflettendo). Credete voi, onorevole Questore, che un tal decreto sarebbe costituzionale?

Quest. Vostra Maestà sa troppo bene che all’ufficio di Questura non si è molto scrupolosi nell’interpretare i paragrafi dello Statuto.

Did. No! Io non voglio iniziare la mia reggenza con un atto illegale… Direi piuttosto… Probabilmente questi Troiani avranno un capo, qualcuno che li rappresenti…

Quest. Sicuro! essi hanno un capo, niente meno che un principe di sangue reale…

Did. Avete detto?..

Quest. Un giovane principe di bellissimo aspetto, biondo di capelli…

Did. (Biondo!.. Ho sempre amato i biondi…) Voi dicevate che questo principe è molto giovane…

Quest. Il di lui passaporto segnerebbe trentadue anni, ma a vederlo non gliene dareste ventidue.

Did. (Trentadue anni!.. Venti anni meno del mio adorato… e troppo augusto consorte!) Non si perda un minuto… Che quei signori sieno condotti immediatamente al mio regale cospetto. (Il Questore fa per andarsene)… Aspettate… Perchè ve ne andate con tanta furia?..

Quest. Io vado… Perdonate, regina! Vi confesso, che dopo l’arrivo di quei Troiani, ho perduto la testa. Ho lasciato mia moglie in tale stato di esaltazione…

Did. (col più vivo interesse). Sono dunque ben terribili questi Troiani. Ma non bisogna dimenticare che una regina rappresenta la nazione… Io non posso ricevere quei signori con questo abito dimesso e coi capelli coperti di cenere… Voi li introdurrete, e direte loro che abbiano la pazienza di aspettare sino a quando io non abbia fatto un poco di toelette. Voglio riceverli pomposamente, nella gran sala delle cariatidi. – Mi avete inteso?

Quest. Ho inteso… ma temo che la frittata…

Did. La frittata?! Che parole son queste?

Quest. Nulla! Ho sempre in mente quel troiano che guardava mia moglie… Perdonate regina… Volo ad eseguire gli ordini vostri. (Si inchina e parte.)




SCENA SESTA


Didone avviandosi lentamente alle sue stanze.

Did. Un principe di sangue reale!.. Giovane!.. di trent’anni circa!.. Biondo!.. Il mio Sichéo non era biondo… Egli era castano… color castano misto… tendente al chiaro… Un eccellente uomo quel mio Sichéo!.. Un po’ floscio… un po’ secco… (tremolo di violini) Malaticcio… Ah! ci voleva della indulgenza… a soffrirlo… in questi ultimi tempi! Mangiava fuori di misura… fumava come un caporale… era dedito ai liquori… si istupidiva coll’absinzio… Senza fargli torto… da cinque anni egli era completamente imbecillito… Egli si è suicidato… Oh! il mio povero Sichéo!.. De profundis clamavi ad te, domine… (Entra nelle sue stanze).




SCENA SETTIMA


Enea – Acate – Meronte – Ippanto – Clissandro e circa quattrocento Troiani entrano in punta di piedi dalla porta sinistra. – Si avanzano cautamente. – L’orchestra esprime la loro esitazione e più che altro il loro immenso appetito. – Enea, Acate, Meronte, Ippanto e Clissandro si terranno per qualche tempo in disparte.

		Coro. Entriam! vediam… sentiamo!
		L’odore è prelibato…
		È odore di stufato,
		Odor di bacalà…
		I. Si assaltin le cucine…
		II. S’invadan le cantine…

		Tutti. Enea ci guiderà…
		Che tarda Enea? che fa?
		All’inferno
		Vada Enea!
		Di governo
		Non ha idea…
		Chi al suo popol – non sa dar
		Da mangiar,
		Non è degno di regnar!
		Lo vogliamo lapidar,
		Appiccar
		Scorticar…
		Poi gettarlo in fondo al mar.

Enea (avanzandosi). Questa è la reggia… sì!

		Coro.Viva Enea!
		Viva il forte!

		Altri. All’inferno!
		Morte! morte!
		Chi al suo popol – non sa dar
		Da mangiar,
		Non è degno di regnar!
		I. S’egli al popol saprà dar
		Da mangiar,
		Sarà degno di regnar!

En. (con sdegno represso). Da bravi! cominciamo a gridare!.. a far dello strepito!.. E così ci piglieranno per altrettanti scalzacani, e ci metteranno alla porta senza offrirci un gocciolo. Voi non avete ombra di criterio, e meritereste che io… Ma no, non voglio andar in collera. Via! Siate buoni figliuoli… Dal vostro modo di contenervi dipende la vostra fortuna. Noi siamo giunti in una delle più floride città dell’Africa, dove abbonda ogni ben di Dio. Noi abbiamo già avuto, al nostro arrivo, le più simpatiche accoglienze dalle popolazioni e sopratutto dalle signore. Dobbiamo ora presentarci alla più bella, alla più illustre, alla più generosa regina del mondo… Profittiamo dunque del buon vento… Eleviamoci all’altezza della situazione… e cerchiamo, coi nostri modi tili, col nostro linguaggio insinuante, di tirarne il miglior partito. Siamo emigrati, raminghi, senza patria, senza tetto, senza quattrini. Dunque, bando all’orgoglio. Colla modestia, colle belle maniere noi riusciremo a conciliarci la benevolenza dell’augusta sovrana, e degli alti dignitari che la circondano… Se saprete fare, se avrete solamente il talento di secondarmi, vi prometto dei lauti pranzi e delle cene migliori. La regina vorrà sapere dei nostri casi, delle nostre vicende… Lasciate a me la cura di parlare per tutti… Voi altri fate bene attenzione a quanto andrò dicendo; scolpitevi bene in mente le mie parole, acciò non vi sia pericolo di contraddirci a vicenda, Si sa bene – trattandosi di dover commuovere, di dover suscitare dell’interesse, non sarà male ch’io esageri un poco il colorito…

Acate (ai compagni). Avete ben inteso ciò che ha detto il pio Enea? – Per fare della impressione… bisogna spararle grosse… e voi altri… dovete…

En. Dice benissimo il fido Acate – spararle grosse… Concordia e prudendenza: ecco il nostro programma… Non dimentichiamo giammai l’alta missione che ci imposero gli Dei immortali. Non siamo emigrati per nostro spasso, per condurre una vita da scioperati. I fati hanno prescritto un altissimo scopo alle nostre peregrinazioni… Noi dobbiamo fondare l’Italia…

		Coro. Viva l’Italia unita,
		Con Roma capitale!
		Vogliam la stampa libera…
		La guardia nazionale…
		Vogliamo la Repubblica…
		Vogliam la Monarchia…
		Evviva l’anarchia…!
		Viva Meronte Re!

(Meronte ringrazia e sale sopra una sedia per parlare).

		Coro. Morte a Meronte!
		Abbasso! via!
		Morte al Ministro
		Di polizia!

(Meronte abbandona il posto, e Clissandro sale).

		Coro. Morte a Clissandro,
		Che ha decretato
		La tassa orribile
		Sul macinato!

(Clissandro abbandona il posto).

		Coro. Acate muoia
		Per man del boia!
		Acate è un asino
		S’ha da impiccar!
		Abbasso tutti!
		A tutti morte!
		Vogliam l’Italia
		Unita e forte,
		L’Italia libera
		Dall’Alpi al mar.

(Enea monta sopra uno sgabello per imporre silenzio).

En. Queste grida di entusiasmo, per le quali si manifesta così eloquentemente la concordia dei vostri principii, mi commuovono ad un tempo e mi rassicurano. Quando un popolo… Che dico?.. quando una grande e forte nazione dimostra, come voi avete dimostrato in questo momento, di avere una volontà sola, di mirare ad un solo scopo; questo popolo, questa nazione non hanno più nulla a temere da nemici esteri ed interni.

Voci. Viva la Repubblica!

Altri. Viva la democrazia!

Altri. Abbasso i tiranni del popolo!

En. (discende dallo sgabello e parla ad Acate sotto voce). Tangheri! discutono la forma di governo, e l’Italia finora non esiste che nella loro immaginazione! Il mio buon popolo ha fame… Queste grida sovversive non possono provenire da altra cagione… Lo crederesti, fedelissimo Acate? In questo momento anch’io sarei disposto a cedere la mia corona per un buon pollo arrostito… (a voce più alta). Prendi questa chiave, fedelissimo Acate. Là fuori, nella mia valigia, troverai una scatola di legno intarsiato che racchiude del cioccolatte di prima qualità… Distribuirai una tavoletta a ciascuno…

Ac. Ma!..

En. Che?.. (rinforzando la voce) Vorresti forse vietarmi?..

Ac. Io non dico…

En. (ancora più forte). Respingo ogni consiglio di economia quando si tratta di soddisfare ai legittimi voti del mio buon popolo…

Voci. Abbasso il ministro delle finanze! Viva Enea… e la monarchia assoluta!

Ac. Io mi affretto ad obbedirvi, piissimo Enea. (Il birbone mi giuocò un brutto tiro, ma a suo tempo prenderò la rivincita).

En. (volgendosi a Meronte, e parlando a voce alta in modo che tutti abbiano ad udirlo). Credete voi che esistano nel nostro regno dei cittadini illustri e benemeriti, i quali non siano per anco insigniti dell’ordine mauriziano?

Mer. Io credo che, ad eccezione di due o tre ciabattini, di due o tre brumisti ed altri pochi di condizione meno elevata, tutti gli altri furono già decorati.

En. (da sè). (Non mi fa stupore che qualcuno abbia gridato: viva le Repubblica!) Onorevole Meronte! Prima di sera mi darete i nomi di questi pochi illustri, troppo ingiustamente obliati dal nostro governo. Tutti quanti siamo figli di una istessa patria – esuli tutti sovra terra straniera, abbiamo patito comuni sventure, abbiamo diviso tutti i pericoli e tutte le vittorie. È tempo che i privilegi sieno aboliti, che cessino le distinzioni di casta… Per ottenere la perfetta uguaglianza, oggimai io non vedo altro mezzo fuor quello di generalizzare il cavalierato, accordando la croce di San Maurizio a quanti la desiderano. (Enea sospende il suo discorso, oltremodo sorpreso che nessuna voce si levi ad applaudirlo; ma la sua meraviglia si accresce in vedere che tutti i suoi Troiani, compresi i due ministri Ippanto e Clissandro, sono usciti dalla sala). Che vuol dire questa novità?..Meronte… Presto! correte!.. (Meronte esce). Ah! mi sembra di indovinare… Qualche disordine a proposito del cioccolatte… Decisamente il mio buon popolo ha fame…

(Meronte, Ippanto, Clissandro, Acate rientrano in scena sgomentati).

Ac. (ad Enea). Se Vostra Maestà non provvede tosto…

Mer. Se si tarda un quarto d’ora…

Ipp. So non vi affrettate a soddisfare i legittimi desiderii del popolo…

Clis. Insomma… se non si pensa a procacciare delle vettovaglie…

En. Ma dunque… il cioccolatte?..

Ac. Vi si gettarono come tanti canonici affamati… e pare che la fame generale, invece di spegnersi…

Clis. Sentite quali grida!

En. Io non sento nulla!..

Voci. Al saccheggio! al saccheggio!

Clis. Li avete intesi adesso?..

En. Sì… qualche cosa mi sembra di aver inteso… Basta!.. cerchiamo se è ancora possibile… (squillo di trombe interne). Che vorrà dire questo suono?.. Forse la regina col suo corteggio… Presto! adunate la mia gente… Promettete che fra due minuti verrà loro servita una splendida colazione. (Meronte, Clissandro, Ippanto conducono i Troiani. – La porta laterale, che mette agli appartamenti della regina, si apre).




SCENA OTTAVA


Due trombettieri – il Prefetto corte, i Ministri di Didone, Deputati e Senatori, ufficiali – e detti.

I trombettieri si fermano sulla porta ad intuonare una marcia; Enea, dopo aver richiamato intorno a sè i suoi ministri Acate, CLISSANDRO, IPPANTO e Meronte, si inchina fino a terra. I seguaci di Enea non cessano di far rumore, si danno degli spintoni per farsi innanzi, mentre il loro condottiero, colle mani dietro la schiena, fa dei gesti per imporre la calma.

Pref. In nome della regina Dido, salvete, o illustri Troiani!

Enea (inchinandosi fino a terra). Eneas troianus prenceps gratias agit vobis quamplurimas!

Pref. Mi spiace di non poter comprendere la vostra bellissima lingua, e più ancora mi duole di non poter esprimere nel vostro gentile idioma il graziosissimo invito di Sua Maestà la regina… la quale vi fa offrire, pel mio labbro, una piccola refezione di pane e salame in altra delle sue cucine. (Gran movimento nelle file dei Troiani. Enea, colle mani dietro la schiena, non cessa di far dei gesti per tenerli in freno).

En. Vi sono delle offerte che sempre suonano accette e graditissime in qualunque idioma esse vengano espresse… Tanto io, come questi miei prodi colleghi siamo oltremodo commossi e riconoscenti alla magnanima regina di Cartagine delle sue splendide esibizioni… Ma pure… Ahi, lassi!.. Noi siamo esuli, siamo emigrati, non rivedremo più mai la patria diletta, condannati ad errare di terra in terra in cerca di un punto solido per fondarvi il nuovo regno d’Italia. Emigrati!.. Il dolore è il nostro pane, le lacrime sono la nostra bevanda… e nessuno di noi oserebbe portare al labbro alcun cibo… (volgendosi ai Troiani che battono i piedi e ringhiano sinistramente). Comprendo la vostra opposizione, illustri colleglli!.. Voi mi ammonite che sarebbe un far torto alla generosa, alla disinteressata cortesia della nostra ospite regale, rifiutando le sue grazie… Accettiamo dunque ciò che liberalmente ci viene offerto… (volgendosi di nuovo al Prefetto) Eccellentissimo signor Prefetto di palazzo, noi siamo agli ordini vostri. Favorite indicarci la strada più breve… (si accorge che tutti i suoi uomini si urtano per uscire dalla porta di mezzo) Quei bricconi hanno indovinato la porta della cucina!.. L’appetito aguzza l’odorato… (inchinandosi al Prefetto) Bisogna che io mi affretti a seguirli (e facciano gl’immortali che io giunga in tempo!)

(Enea si apre il passaggio a spintoni, ed esce per la porta di mezzo. Il Prefetto si ritira).




SCENA NONA



Ministri – Senatori – Deputati

Min. fin. (offrendo tabacco ai suoi colleghi). Una refezione così lauta a circa quattrocento individui!.. Questa nuova spesa dello Stato mi autorizza… anzi mi obbliga ad aprire un nuovo prestito – ed io lo farò votare non più tardi di domani. – Siete voi disposti ad appoggiarmi, onorevoli amici? (Si formano vari crocchi. I Deputati si tirano l’un l’altro per le code dei frak – si parlano all’orecchio – ed escono dalla sala. Il Ministro delle finanze sogghigna sotto i baffi, e tirando una gran presa di tabacco, soggiunge a bassa voce:) Voteranno… Li faremo votare… Nei prestiti, c’è da far bene per tutti… Come vivrebbero i deputati se non ci fossero i prestiti? (escono).


CALA IL SIPARIO




ATTO SECONDO




GRAN SALA DELLE CARIATIDI

Tre porte. Due troni, l’uno a destra, l’altro a sinistra. Vari sgabelli in giro. Nel mezzo della scena, fra i due troni, un tabouret con cuscini. – In fondo della sala un buffet lautamente imbandito di pasticcini, gelati, pezzi duri, ecc., ecc.




SCENA PRIMA


Cupido entra in scena armato di varii dardi, e si pone a sedere sovra una tavola cantarellando.


I

		Io sono il bel Cupido,
		Il nume dell’amor;
		Figlio son io di Venere,
		M’è ignoto il genitor.
		V’è alcun che può conoscere
		Il vero suo papà?..
		Mia madre era sensibile…
		Di tutti avea pietà.
		Lalarà – lalarà.


II

		Di scendere a Cartagine
		Giunone mi ha ordinato;
		Enea co’ suoi famelici
		Troiani è qui arrivato;
		Vuole l’amabil Dea
		Che quel briccon di Enea
		E la regina vedova
		Delirino d’amor.
		Quand’ella passerà,
		La freccia scoccherò;
		Se una non basterà,
		Venti ne scaglierò,
		Così quel sen grassissimo.
		Forse trapasserò.
		Mettiamci in breccia
		Coll’arco in mano…
		Ecco una freccia
		Che andrà lontano…


(guarda verso la galleria)

		Ella si appressa…
		È proprio dessa…
		Larà – Larà!
		Questa per certo
		La colpirà.


(tira il colpo e fugge)




SCENA SECONDA


Didone, Anna, Clivia, Berta, il Prefetto, il Questore, i Ministri, Dame, Damigelle, Paggi e Guardie.

Didone (avanzandosi e salendo i gradini del trono). I nobili Troiani vengano tosto introdotti! (da sè) Che vorrà dire, sommi Dei, questo tremito che mi invade le membra? (siede sul trono).

Anna. Mia sorella ha cambiato di colore… Non vorrei ch’ella fosse innamorata del mio biondo… (siede a lato di Didone).

Did. (alle Dame). Ciascuna prenda il suo posto… il momento è decisivo… Mostriamo a questi illustri e sventurati eroi…




SCENA TERZA


Enea, Acate, Meronte, Ippanto, Clissandro ed altri Troiani. Ascanio condotto dalla nutrice si ferma presso al buffet nel fondo della sala. I suddetti.

Enea. Eccoci, illustre Dido, ai piedi tuoi (si inchina davanti a Didone).

Didone. Alzatevi, illustre troiano… Non vi prenda soggezione… non facciamo complimenti fra noi… (da sè) Per Giove! non so più quello che io mi dica…

Enea. Proseguite, o regina…

Did. Se i giornali della sera non hanno mentito, voi dovete essere quel nobile rampollo della regale famiglia di Anchise…

Enea (con voce acutissima). E qual è dunque la diva che può leggere nel libro del mio cuore e penetrare di un solo sguardo nei reconditi abissi della mia genealogia?.. Voi l’avete detto: io sono pur troppo uno dei cinquanta sventurati che si chiamarono figliuoli del non mai giovane Anchise.

Anna. Cinquanta figliuoli!.. Dunque… l’illustre vostro padre?..

Enea. Sì, gentildonna… Il mio inclito padre (o chi per lui) si è compiaciuto di metter al mondo una cinquantina di rampolli…

Did. Perdonate alla mia curiosità di donna: nascevano tutti da una sola madre quei vostri quarantanove fratelli?

Enea. Tutti, o regina.

Did. Il caso è abbastanza singolare, Nei vostri paesi, le donne debbono avere una costituzione di ferro.

Enea. E gli uomini dei muscoli di acciaio…

Did. (sottovoce). Muscoli di acciaio!.. Qual differenza col mio Sichéo!.. (a voce alta) Non potete immaginare quanto mi interessino questi gloriosi particolari della vostra origine… Ma, dove sono i vostri quarantanove fratelli? Voglio ben sperare che essi facciano parte del vostro numeroso seguito.

Enea. I miei fratelli!.. i miei sessanta fratelli… Orrendo sovvenire!.. Essi perirono tutti quanti nell’incendio che consumò la mia misera patria… Di questi settanta fratelli non me ne resta che un solo… il minore di tutti… (volgendosi ad Ascanio) Dove sei, Ascaniuccio?.. Avvicinati… Ah! Lo vedete… egli non può staccarsi dal buffet (avvicinandosi ad Ascanio e traendolo per un orecchio presso i gradini del trono) Vergogna! Leccare il piattello delle confetture!.. Fa il tuo dovere colla regina… (sottovoce) non dimenticare di consegnarle il bigliettino…

Ascanio (saltando sulle ginocchia di Didone). Oh la cara, la bella signora!..

Did. (accarezzando Ascanio). S’è mai veduto il più leggiadro fanciullo?.. Che bella capigliatura!.. che tinta rosea!.. sembra un amore… Ah!.. (la regina mette un grido e porta la mano al seno).

Asc. (staccandosi da Didone e correndo verso Enea). Ti pare, papà, che io abbia fatto il mio colpo per benino?..

Anna (alle vicine). Quel bricconcello ha introdotto un bigliettino nel corsetto di mia sorella. Senza dubbio una dichiarazione…

Enea (sottovoce ad Ascanio). Bravissimo! A suo tempo ti comprerò le caramelle… (Ascanio percorre i vari gruppi. Anna, Clivia, Rubinia e le altre donne se lo prendono fra le braccia, ed egli porta in giro e distribuisce biglietti d’amore).

Did. (da sè). Quel fanciullo mi ha messo l’incendio nel petto… (ad Enea) Ma… a proposito di incendio… sareste voi tanto cortese… sareste voi tanto amabile… o re dei Troiani… da voler raccontare per filo e per segno… o se meglio vi pare, per segno e per filo…

Enea (da sè). Questa donna non ha più testa… (a voce alta) Ah! voi sareste tanto buona… – che dico? – tanto paziente, da porgere orecchio alla istoria luttuosa della mia misera patria?..

Did. Credo che questo mio desiderio sia vivamente condiviso dalle mie dame, dai miei onorevoli ministri, da quanti si trovano qui presenti – non è vero?.. (rumori diversi) Compiacetevi di sedere, o illustre Enea (additandogli il tabouret che sta nel mezzo della sala); quello sgabello è destinato a voi… I vostri non meno illustri compagni scelgano il posto che loro torna più comodo…

Troiani. Avviciniamoci al buffet.

(Si formano varii gruppi. Enea siede nel messo della scena, volgendo la fronte alla Regina. I Troiani vanno nel fondo della sala, presso il buffet. Ascanio continua a girare fra le dame che a loro volta gli consegnano dei bigliettini da trasmettersi a questi o a quelli).

Enea (solleva colla mano i capelli, si percuote la fronte per adunare le proprie reminiscenze, indi prorompe con enfasi). Infandum, regina, jubes renovare dolorem.

Did. Illustre Enea… perdonatemi… ma questo linguaggio mi riesce un po’ duro.

Enea. Compatite… Senza avvedermene… io adoperava una lingua a voi affatto straniera… la lingua dell’avvenire…

Did. Preferisco il vostro facile e melodioso dialetto.

Enea. Voi già avrete letto nei giornali, o illustre regina, come dopo dieci anni di assedio, i perfidi greci, sotto pretesto di offrire a’ miei concittadini un pegno di conciliazione, per una breccia praticata nelle mura, introducessero in Troia un cavallo di legno, nel cui ventre smisurato stavano rinchiusi non meno di mille individui armati ed equigaggiati di tutto punto.

Voci diverse. Bam! boum! piff! puff!

Enea (da sè, trasalendo). L’avrei forse sparata troppo grossa?

Did., le donne. In un ventre mille armati!

		Uomini (l’uno all’altro sottovoce).
		Ti te credet? – Hin tutt ball!(a Enea)
		Va pur là – cúntela ai frati,




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