Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 11
Edward Gibbon




Edward Gibbon

Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 11





CAPITOLO LIV




Origine, e dottrina dei Paoliziani. Persecuzioni che soffersero dagli imperatori greci. Loro ribellione in Armenia ec. Migrazione nella Tracia. Dottrina de' medesimi propagata in Occidente. Germi, caratteri e conseguenza della Riforma.


Il Cristianesimo avea presa l'indole delle nazioni presso le quali a mano a mano allignò. I nativi della Sorìa e dell'Egitto all'indolenza di una divozione contemplativa si abbandonavano: Roma cristiana volea tuttavia governar l'Universo; mentre, discussioni di teologia metafisica, occupavano lo spirito e la loquacità de' popoli della Grecia. In vece di adorar silenziosi gl'incomprensibili misteri della Trinità, o della Incarnazione, si diedero ad agitare con calore sottili controversie che dilatarono la loro Fede, a scapito forse della carità, e della ragione[1 - Abbiamo già detto altrove, e lo ripetiamo, che la Teologia ci dice non essere i misterj del Cristianesimo contrarj alla ragione, ma soltanto superiori alla ragione. Bisogna poi convenire, che la carità, fondamento della parte morale del Cristianesimo, è stata dalle fierissime controversie teologiche non solo violata, ma mutata in odj, in persecuzioni crudeli, in orribili stragi che si rinovarono fra' cristiani per una successione di secoli. (Nota di N. N.)]. Incominciando dai giorni del Concilio di Nicea, e venendo sino alla fine del settimo secolo, le guerre spirituali turbarono la pace e l'unità della Chiesa; e tanto operarono sulla decadenza, e la rovina dell'Impero che tale circostanza mi ha anche troppo spesso costretto a tener dietro ai Concilj, ad esaminare i simboli, ad enumerare le Sette di questo burrascoso periodo degli ecclesiastici Annali. Dopo lo incominciamento dell'ottavo secolo, e fino agli ultimi giorni dell'Impero di Costantinopoli, il rumore delle controversie si fece udir più di rado. Sazia era la curiosità, stanco lo zelo, e i decreti di sei Concilj aveano immutabilmente determinati gli articoli del Simbolo cattolico. Lo spirito della disputa, comunque frivolo e pernicioso esser si possa, abbisogna almeno di una certa energia, e tiene operose alcune facoltà intellettuali; ma i Greci avviliti si contentavano, in que' giorni, di digiunare, di orare, e di obbedir ciecamente al loro Patriarca, e al loro clero. La Vergine, e i Santi, le reliquie e le immagini, i miracoli e le visioni, divennero il solo argomento delle prediche de' frati e della divozione del popolo; e sotto nome di popolo possiamo qui senza ingiustizia comprendere le classi primarie della società. Gl'Imperatori della Isaurica dinastia che si accinsero a scotere da questo letargo i loro sudditi, scelsero cattivo istante, e temperamenti aspri anzi che no; e se anche la ragione fece in quel tempo alcuni proseliti[2 - La Casa imperiale d'Isauria proscrisse il culto delle Immagini; noi abbiamo già scritto, spiegandolo, una lunga nota al T. IX. (Nota di N. N.)], molto maggior numero l'interesse, o il timore ne soggiogò: ma l'Oriente difese, o sospirò le sue Immagini un'altra volta, e la loro restaurazione, qual festa trionfale, dell'Ortodossia fu celebrata: in tai giorni di sommessione passiva e uniforme, i Capi della Chiesa si trovarono sciolti dalle molestie, o vogliam dire, privi dei diletti della superstizione. Spariti erano i Pagani; nel silenzio e nella oscurità giaceansi gli Ebrei: le dispute coi Latini, divenute meno frequenti, si riduceano a lontane ostilità contra un nazionale nemico, intanto che le Sette dell'Egitto, e della Sorìa godevano i vantaggi della tolleranza all'ombra dell'arabo califfato[3 - Un teologo troverebbe più conveniente il dire, che il Cristianesimo aveva prevalso al Politeismo, ed al Giudaismo, e che le decisioni de' sei primi Concilj generali, sostenute dalla forza dei cattolici imperatori greci, avevano punito severamente, e condannate al silenzio le opinioni erronee, che, nate fra' cristiani stessi, avevano formato moltissime Sette cristiane, e ne vennero reciproche, e crudeli persecuzioni. (Nota di N. N.)]. Verso la metà del settimo secolo, la tirannide spirituale elesse a vittime i Paoliziani[4 - Potevasi moderare questa forte espressione, e sebbene le persecuzioni che si fecero fra loro i Cristiani ortodossi, ed eterodossi, per le loro contrarie opinioni in Teologia dogmatica sieno state lunghe, feroci, e sanguinose, posto che oggidì i saggi, illuminati Governi, provvidamente più non permettono, per le passate terribili esperienze, che avvengano simili pubblici disastri, potevansi coprire d'un velo i moltissimi fatti storici, che provano a che grado di furiosa crudeltà possa giungere l'entusiasmo, ed il fanatismo de' popoli rozzi, nelle controversie di religione. (Nota di N. N.)], la dottrina de' quali è un ramo di Manicheismo; e ridotta a stremo la loro pazienza, e spinti alla disperazione che li fece ribelli, si sparsero nell'Occidente, ove per ogni banda i germi della Riforma diffusero. Siami permesso, attesa l'importanza di tali avvenimenti, l'entrare in alcune particolarità sulle dottrine e la storia de' Paoliziani[5 - Il dotto Mosheim coll'imparzialità e buona fede, solite in lui, esamina gli errori e le virtù de' Paoliziani (Hist. eccles. seculum IX, p. 311, ec.) desumendo i fatti da Fozio (contra Manichaeos, l. I), e da Pietro il Siciliano (Hist. Manichaeorum). La prima delle ridette opere non mi è venuta fra le mani: ho letta la seconda, che d'ordinario il Mosheim ha preferita, valendomi di una versione latina inserita nella Maxima Bibliotheca Patrum (t. XVI, p. 754-764), Edizione del Gesuita Radero (Ingolstadt, 1064, in 4).]; e poichè questi non sono in istato più di difendersi, mi sia parimente lecito, per servire alla imparzialità, e alla buona fede, il mettere in aperto tutto il bene, l'attenuare il male che gli avversarj loro ne dissero.

I Gnostici che turbata aveano l'infanzia del Cristianesimo, soggiacquero finalmente al peso della potenza e della autorità della Chiesa. Lungi dal pareggiare, o superare i cattolici in ricchezze, sapere, e numero, i deboli partigiani che conservava ancor questa Setta, scacciati dalle Capitali dell'Oriente, e dell'Occidente, confinati vennero ne' villaggi e per mezzo ai monti situati presso l'Eufrate. Il quinto secolo ne offre alcune vestigia di Marcioniti[6 - Nei giorni di Teodoreto, la diocesi di Cirro nella Sorìa contenea ottocento villaggi; due de' quali abitati dagli Ariani, e dagli Eunomj, otto dai Marcioniti, che quell'operoso vescovo unì alla Chiesa cattolica (Dupin, Biblioth. eccles. t. IV, p. 81, 82).], ma tutti i settarj furono compresi per ultimo sotto la sola denominazione di Manichei; eretici che essendosi attentati a voler conciliare le dottrine di Zoroastro, e di Cristo, da entrambe le Religioni una persecuzione del pari accanita patirono. Durante il regno del pronipote di Eraclio, ne' dintorni di Samosato, più celebre per essere stata patria di Luciano, che per l'onore di aver dato il suo nome ad un regno della Sorìa, apparve un riformatore, che i suoi discepoli, i Paoliziani, considerarono bentosto qual missionario eletto dal cielo per annunziare la verità, e degno della confidenza degli uomini. Cotesto riformatore, di nome Costantino, avea ricettato nella sua modesta abitazione di Mananali un diacono che ritornava dalla Sorìa, ov'era stato prigioniero; e ne ebbe in dono il Nuovo Testamento, dono tanto più da apprezzarsi che riguardi prudenziali del clero greco, e forse anche de' gnostici Sacerdoti, già nascondeano con grande cura agli occhi de' volgari questi volumi[7 - Nobis profanis ista (sacra Evangelia) legere non licet, sed sacerdotibus duntaxat; fu questo il primo scrupolo di un cattolico cui veniva consigliato legger la Bibbia (Pietro il Siciliano, p. 761).]. A tale lettura si limitarono gli studj di Costantino che ne fece regola di sua credenza; e gli stessi Cattolici, comunque impugnino le interpretazioni da esso date alle sacre carte, non gli negano di avere citati i testi nella loro purezza ed autenticità. Ma le cose, alle quali in siffatto studio volse l'animo più intensamente, furono gli scritti, e gli atti della vita di S. Paolo. I nemici della setta de' Paoliziani fondata dal ridetto Costantino, fanno derivare il nome della medesima, da qualcuno degli oscuri uomini che la predicarono; ma ho per fermo che tal nome i Paoliziani assumessero, come gloriosa testimonianza della loro divozione all'Appostolo dei Gentili. Costantino e i suoi alunni rappresentavano, diceano essi, Tito, Timoteo, Silvano, Tichico, primi discepoli di S. Paolo, e imposero alle Congregazioni che nell'Armenia, e nella Cappadocia instituirono, i nomi delle chiese edificate dagli Appostoli; innocente allusione che riaccese la ricordanza e l'esempio delle prime età della Chiesa. Questo fedele discepolo di S. Paolo, così nelle Epistole di esso come nell'Evangelio, si fe' a rintracciare il Simbolo de' primi cristiani; e qualunque sia stato il frutto di tali indagini, ogni protestante applaudirà, se non altro, alla intenzione che le suggerì. Ma se il testo delle Scritture seguìto dai Paoliziani avea il pregio di essere puro, altrettanto intero non potea dirsi. I lor primi dottori non ammettevano le due Epistole di S. Pietro, riguardandolo come l'appostolo della Circoncisione[8 - L'opinione de' Paoliziani che ricusavano di ammettere la seconda Epistola di S. Pietro, trova appoggio nell'autorità di alcuni rispettabilissimi scrittori tanto antichi quanto moderni (V. Wetstein, ad loc. Simon, Hist. crit. du Nouveau Testament, c. 17). I Paoliziani ricusavano ancora l'Apocalisse; (Pietro il Sic., p. 736). Dal vedere che i contemporanei non ne apposero ad essi un delitto, potrebbe quasi dedursi che i Greci del nono secolo non facessero gran caso delle rivelazioni.], e accusandolo di avere difesa contra il loro appostolo favorito l'osservanza della legge mosaica.[9 - Una tale contesa, che alla malignità di Porfirio non isfuggì, suppone errore o passione nell'uno e nell'altro de' due appostoli, o forse anche in entrambi. S. Grisostomo, S. Gerolamo ed Erasmo, la suppongono una lite finta, un pietoso artifizio ideato per istruire i Gentili, e per correggere gli Ebrei (Middleton's Works, vol. II, p. 1-20).] Pari ai Gnostici disprezzavano tutti i libri dell'Antico Testamento, senza por mente che quelli di Mosè e de' Profeti erano stati consacrati dai decreti della Chiesa cattolica. Con non minore ardimento, e senza dubbio, con maggior ragione, Costantino, il nuovo Silvano, rigettava quelle visioni cui pubblicarono in sì pomposi, ed enormi volumi le Sette orientali; que' favolosi componimenti[10 - Chiunque bramasse tutte le particolarità che riguardano i libri eterodossi può consultare le ricerche del Beausobre (Hist. critique du Manichéisme, t. I, p. 305-437). S. Agostino parlando de' libri manichei, che si trovano nell'Affrica dice: Tam multi, tam grandes, tam pretiosi codices (contra Faust., XIII, 14); ma aggiunge poi senza misericordia: incendite omnes illas membranas, e tal consiglio fu rigorosamente seguito.] de' Patriarchi ebrei, e de' saggi dell'oriente, quegli Evangelj, quelle epistole, e quegli atti supposti, sotto de' quali nel primo secolo della chiesa, il codice ortodosso andava sepolto; nè facea grazia alla teologia di Manete, nè alle eresie che a questa si riferivano, nè alle trenta classi di Eoni, dalla fertile immaginazione di Valentino creati. I Paoliziani riprovavano con tutta sincerità la memoria, e le opinioni de' Manichei: onde doleansi della ingiustizia de' loro avversarj, nell'attribuire una sì lodevole denominazione ai discepoli di S. Paolo, e di Gesù Cristo.

I Capi de' Paoliziani rompendo molte anella della catena ecclesiastica, si erano fatti più liberi col ridurre a meno il numero de' padroni che la profana ragione alla voce de' misteri e de' miracoli sottomettevano. La setta de' Gnostici era nata prima che si professasse pubblicamente il culto cattolico, e, oltre al silenzio di S. Paolo, e degli Evangelisti, la consuetudine e l'odio preservarono i Paoliziani dalle innovazioni, che, a poco a poco, nella disciplina, e nella dottrina della Chiesa allignarono[11 - La religion cristiana è composta di tre parti: la morale, la dogmatica, la disciplinare: la parte morale è contenuta intera chiaramente, senza bisogno di spiegazioni, e di interpretazioni, in queste parole, scritte nell'Evangelo, nelle quali disse Gesù Cristo consistere tutta la legge, Ama il signore Dio tuo sopra tutte le cose, ed il Prossimo tuo come te stesso; in questi due precetti tutta la legge ed i Profeti stanno. Queste poche parole sono da annoverarsi fra quelle delle quali scrisse, con buon senso, Agostino: Vi sono alcune cose nelle Scritture, le quali richiedono più il semplice uditore che il comentatore. La parte morale intrinsecamente non ha cangiato mai.La parte dogmatica è pure negli Evangelj, ma pel modo ond'è esposta, ha avuto bisogno di spiegazioni, di interpretazioni, ed in conseguenza di queste (le quali furono fatte da scrittori ecclesiastici, ed anche da Concilj generali, cominciando quanto a questi ultimi dall'anno 325, in cui si adunò quello generale di Nicea, e venendo all'anno 381 in cui fu convocato l'altro generale di Costantinopoli, e indi all'anno 400 in cui si convocò quello primo di Toledo soltanto nazionale, o provinciale, e poscia all'anno 1274 in cui si tenne quello generale di Lione) fu scritto, e compiuto il Credo in unum Deum ec., che dicesi nella Messa, e ch'è la formula della credenza de' cattolici. Non si può sostenere, che sieno state fatte veramente innovazioni nella parte dogmatica; era questa già contenuta negli Evangelj, non vi fu bisogno, che d'interpretarla, dilucidarla, e scriverla in una formula da presentarsi a' Cristiani, perchè da essi dovesse esser creduta. Ecco ciò che fecero molti Concilj in differenti secoli, secondo, che porgevasi l'occasione di decidere controversie, che spesso sorgevano, e che le une dalle altre nascevano intorno ai dogmi. Per esempio (pigliando la prima, e principal controversia) sta scritto nell'Evangelo che Gesù Cristo disse: mio Padre è in me, ed io sono in lui: ed in un altro luogo pure dell'Evangelo è scritto, che Gesù Cristo disse: il Padre, che mi mandò è maggiore di me; ed altrove pure nell'Evangelo; siccome il Padre mandò me, così io mando voi; disse Cristo agli Appostoli. Da questi due ultimi passi dell'Evangelo giudicavano i Cristiani, detti Ariani dal loro Capo il prete Ario, che Gesù Cristo non fosse della stessa sostanza del Padre, ossia dell'esser supremo, e perciò non fosse Dio; ed il Concilio di Nicea di 318 vescovi, l'anno 325, condannandoli giudicò, che per il primo passo, Gesù Cristo era, per le parole di lui medesimo, della stessa sostanza del Padre, vale a dire, ch'era Dio, e perciò si scrisse nel Concilio il Credo in unum Deum ec., in cui i Vescovi, contro il minor numero de' Vescovi Ariani, decretarono, che si scrivesse, come fu scritto, che Gesù Cristo era consustanziale del Padre, cioè della stessa sostanza del Padre, cioè ch'era Dio, siccome leggesi nel Credo di Nicea. Tuttavia la guerra per la parola consustanziale, e per l'idea che racchiude, durò moltissimi anni nelle province cristiane d'Asia, e d'Europa; l'Arianismo mutò d'aspetto colla denominazione Nestorianismo da Nestorio Patriarca di Costantinopoli; vi venne dopo l'Eutichianismo, poi seguitò il Monotelismo, e questa Storia empiè alcuni volumi.La parte disciplinare poi ha avuto tali, e tante variazioni sì inferiormente che esteriormente, che sarebbe troppo lungo il riferirle; converrebbe scrivere un grosso volume in-folio. (Nota di N. N.)]. Essi pensavano veder sotto forma verace quegli oggetti, che, in lor sentenza, la sola superstizione aveva disfigurati. In una immagine che diceasi scesa dal cielo, essi non iscorgeano se non se il lavoro di un uomo, il cui solo ingegno potea dar valore al legno, o alla tela che egli avea posta in opera; nelle reliquie miracolose, ossa e ceneri inanimate, prive di virtù, e forse non mai appartenute alla persona cui venivano attribuite; la vera croce, l'albero della vita, non era, ad avviso loro, che un pezzo, o sano, o guasto, di legno; il corpo, e il sangue di Gesù Cristo, un minuzzolo di pane, e una tazza di vino[12 - Bisogna osservare, che qui l'autore, riferisce le cose dette dai Paoliziani, che erano nell'errore, ed il Cattolico non dee punto turbarsi nella sua credenza. (Nota di N. N.)], dono della natura, e simbolo della Grazia. Essi toglievano alla madre di Dio i suoi celesti onori, la sua immacolata verginità[13 - Si faccia qui la medesima riflessione, da ripetersi ogni volta, che l'autore riferisce gli errori de' Paoliziani. (Nota di N. N.).], nè davano ai Santi, o agli angeli l'incarico di farsi mediatori per essi nel cielo, o di soccorrerli sulla Terra. Nella amministrazione de' Sacramenti voleano aboliti gli oggetti visibili di culto, e le parole del Vangelo, secondo essi, non additavano che il battesimo e la comunione de' fedeli. Liberissimi nell'interpretare le scritture, ogni qualvolta il significato letterale impacciavali, si rifuggivano ne' labirinti delle figure e dell'allegoria. Molta cura dimostrarono di infrangere i vincoli posti fra l'Antico, e il Nuovo Testamento[14 - Il legame fra l'Antico, ed il Nuovo Testamento fu stabilito dai Concilj, dai Padri, e dai Teologi. Agostino ci dice; novum in vetere est figuratum, et vetus in novo est revelatum, nel Testamento Nuovo spesso si cita l'Antico: la Teologia è tutta fondata sull'autorità dei libri del Testamento Vecchio e Nuovo, dei decreti dei Concilj, dei Papi, e delle spiegazioni dei Padri, e dei Teologi che ottennero credito. (Nota di N. N.)], e riguardando il secondo come la raccolta degli oracoli di Dio, abborrivano il primo, divulgandolo invenzion favolosa ed assurda degli uomini, o dei demonj. Non può recarne maraviglia che essi scorgessero nel Vangelo, il mistero ortodosso della Trinità; ma invece di confessare la natura umana, e i patimenti reali di Gesù Cristo, la costoro immaginazione si dilettava creargli un corpo celeste che si fosse fatto strada per quel della Vergine, siccome l'acqua attraversa un condotto. Un fantoccio sostituito al Redentore sopra una croce, giusta l'opinione di questi settarj, mandò a vuoto il furor degli Ebrei. Un simbolo di tal natura non conveniva nè meno allo spirito ne' tempi d'allora[15 - Pietro il Siciliano (p. 756) ha additati, ma con molta parzialità e passione i sei errori capitali dei Paoliziani.], e que' medesimi fra i Cristiani che lamentavano non essere le dottrine religiose ristrette al mite giogo imposto da Gesù Cristo e da' suoi Appostoli, giustamente si offesero che i Paoliziani osassero violare l'unità di Dio, primo articolo della Religion naturale e della Religion rivelata. Perchè comunque i Paoliziani credessero con fiducia e speranza il Padre, il Cristo, l'anima umana e il mondo invisibile, supponeano ad un tempo l'eternità della materia, sostanza ostinata e ribelle, origine di un secondo Principio, di un ente operante, creatore del mondo visibile, e che userà della sua possanza temporale, fino alla consumazione definitiva della morte e del peccato[16 - Primum illorum axioma est, duo rerum esse principia; Deum malum et Deum bonum, aliumque hujus mundi conditorem et principem, et alium futuri aevi. (Pietro il Siciliano, p. 756.)]. L'esistenza del mal morale, e del male fisico, avea introdotti questi due principj nella filosofia, e nelle religioni antiche dell'Oriente, d'onde una tale dottrina fra le varie Sette de' Gnostici s'era diffusa. Vennero intorno ad Arimane ideate tante opinioni diverse, quante gradazioni è lecito il fantasticare, fra la natura di un dio rivale dell'altro, e quella di un demonio subordinato; fra l'indole di un ente vinto dalla passione, o dalla fragilità, e quella di un ente per propria essenza malvagio; ma a malgrado d'ogni umano sforzo, la bontà e la potenza di Ormuzd, trovavansi alla contraria estremità della linea, e quanto avvicinavasi all'uno de' due enti, dovea scostarsi dall'altro nelle proporzioni medesime[17 - Due dotti critici il Beausobre (Hist. critique du Manichéisme, l. I, IV, V, VI), e il Mosheim (Institut. histor. eccles. et De rebus christianis ante Constantinum, sec. I, II, III), sonosi studiati di riconoscere e distinguere gli uni dagli altri i diversi sistemi de' Gnostici intorno ai due Principj.].

Le fatiche appostoliche[18 - Appostolo vuol dire inviato in generale; ciò è vero; ma questo vocabolo, per quanto sembra, è da usarsi soltanto parlando di quelli, che furono inviati da Gesù Cristo a spargere la sua religione: euntes, docete etc., e non di Silvano che andava diffondendo le sue opinioni contrarie a quelle determinate dai Concilj generali. (Nota di N. N.)] di Costantino Silvano gli moltiplicarono ben tosto i discepoli, segreto compenso alla sua spirituale ambizione. Sotto lo stendardo di lui si raccolsero gli avanzi delle Sette gnostiche, e principalmente i Manichei dell'Armenia. Convertì, o sedusse co' suoi argomenti molti Cattolici, e predicò con buon successo nelle contrade del Ponto[19 - I Medi e i Persiani possedettero più di tre secoli e mezzo le province poste fra l'Eufrate a l'Halis (Erodoto l. I, c. 103), e i Re di Ponto perteneano alla reale casa degli Achemenidi (Sallustio, Frammento l. III, con supplimento e note dal presidente di Brosse).] e della Cappadocia, da lungo tempo imbevutesi della religione di Zoroastro. I dottori Paoliziani, paghi di un soprannome tratto dalle Scritture, e del titolo modesto di compagni di pellegrinaggio, distinti per austerità di costumi, per zelo o sapere, ed anche per la fama che godevano di avere ricevuti i doni dello Spirito Santo, ma incapaci di desiderare e di ottenere le ricchezze e gli onori dei prelati ortodossi, ne censuravano amaramente le anticristiane vanità, riprovando persino la denominazione di anziani, o di sacerdoti, come istituzione della Sinagoga. La nuova Setta si dilatò grandemente nelle province dell'Asia Minore, situate al levante dell'Eufrate. Sei principali Congregazioni della medesima rappresentavano le chiese alle quali S. Paolo indiritte avea le sue epistole. Silvano pose la sua dimora nei dintorni di Colonia[20 - Gli è verisimile che Pompeo fondasse questa città dopo la conquista del Ponto. Trovasi la medesima in riva al Lico, al di sopra di Neo-Cesarea: i Turchi la chiamano Culei-Hisar, ovvero Scionac; assai popolata, e posta in un paese ben difeso dalla natura (D'Anville, Géographie ancienne, t. II, p. 34; Tournefort, Voyage du Levant, t. III, lettera 21, p. 293).], in quella parte del Ponto che rendettero parimente famosa gli altari di Bellona[21 - Il tempio di Bellona a Comana, nel Ponto, ricca e possente fondazione, ove il gran Sacerdote veniva onorato, come seconda persona del regno. Di tale carica erano stati insigniti diversi proavi materni di Strabone, che con particolare compiacenza si arresta a descrivere (l. XII, p. 809-835, 836, 837) il tempio, il culto della Dea, e la festa che ad onore di essa ogni anno si celebrava; ma la Bellona del Ponto più alla Dea dell'amore che a quella della guerra si assomigliava.] e i miracoli di S. Gregorio[22 - Gregorio, vescovo di Neo-Cesarea (A. D. 240-265), soprannomato Taumaturgo, ossia facitore di maraviglie. Un secolo dopo, Gregorio di Nissa, fratello del gran S. Basilio, pubblicò la storia o veramente il romanzo della vita di Gregorio il Taumaturgo[*].* Non è da dirsi che la vita di S. Gregorio Taumaturgo sia un romanzo, perchè fu scritta, e pubblicata un secolo dopo da un altro Santo, Gregorio di Nissa. (Nota di N. N.)][23 - Non bisognava unire insieme il tempio di Bellona, ed i miracoli di Gregorio. (Nota di N. N.)]. Qui venne fuggendo il governo tollerante degli Arabi e qui, dopo ventisette anni di predicazione, perì vittima della persecuzione de' Romani. Que' devoti imperatori, che di rado aveano proscritte le vite d'altri eretici meno odiosi di questi, condannarono senza misericordia la dottrina, gli scritti e le persone dei Montanisti e de' Manichei. Consegnati alle fiamme i lor libri, chiunque osò conservarne o professare le opinioni che vi si racchiudevano, a ignominiosa morte fu condannato[24 - Hoc caeterum ad sua egregia facinora, divini atque orthodoxi imperatores addiderunt, ut Manichaeos Montanosque capitali puniri sententia juberent, eorumque libros quocumque in loco inventi essent flammis tradi; quod si quis uspiam eosdem occultasse deprehenderetur, hunc eundem mortis paenae addici, ejusque bona in fiscum inferri. (Pietro il Siciliano p. 759). Che di più poteano augurarsi il bigottismo e lo spirito di persecuzione?]. Simeone, inviato dall'Imperator greco a Colonia, vi si mostrò armato del poter delle leggi e della forza militare, per atterrare il Pastore, e ricondurre, se possibile era, lo smarrito gregge in seno della Chiesa. Con atto di raffinata crudeltà, dopo aver fatto collocare l'infelice Silvano a capo de' suoi schierati discepoli, comandò a questi di meritarsi il perdono, e di dar prove di pentimento, col trucidare il loro padre spirituale. Non sapendo eglino risolversi a tanta empietà cadeano i sassi dalle lor mani, nè in tutta quella banda vi fu che un solo carnefice, o secondo il dire de' fanatici, un nuovo David che rovesciò il gigante dell'eresia. Questo apostata nomavasi Giusto, il quale ingannò una seconda volta, e tradì i suoi malaccorti fratelli. L'inviato dell'Imperatore diè a divedere nella propria persona una nuova conformità cogli atti di S. Paolo: simile all'Appostolo abbracciò la dottrina della quale chiarito erasi persecutore, e, rassegnate dignità e ricchezze, acquistò nella setta de' Paoliziani la gloria di un missionario e di un martire. Generalmente però, i ridetti Settarj non correvano in traccia della corona del martirio[25 - Sembrerebbe che i Paoliziani si fossero fatti leciti alcuni equivoci o alcune restrizioni mentali, sintanto che i Cattolici trovassero finalmente con quali interrogazioni poteano ridurli all'alternativa della apostasia, o del martirio (Pietro il Sicil. p. 760).]: ma durante un secolo e mezzo di patimenti, soffersero con rassegnazione tutto quanto lo zelo de' lor persecutori seppe immaginare contr'essi; nè gli sforzi della costanza pervennero ad estirpare i germi, difficilissimi entrambi ad essere spenti, i germi del fanatismo, e quelli della ragione. E predicanti, e congregazioni, uscirono per più riprese dal sangue, e dalle ceneri delle prime vittime. Pure in mezzo alle ostilità esterne cui soggiacevano i Paoliziani, trovarono il tempo per abbandonarsi a querele domestiche. Predicarono, disputarono, soffersero; e sin gli storici del Cattolicismo son costretti a far testimonianza sulle virtù, certamente apparenti, che in un intervallo di trentatre anni Sergio diè a divedere[26 - Pietro il Siciliano (p. 579-767) racconta questa persecuzione con gioia e in tuono di scherzo. Justus justa persolvit. – Simeone non era τιτος, Tito, ma κητος, Ceto, (convien dire che la pronunzia di questi due vocaboli fosse all'in circa la stessa), una grande balena che sommergeva i marinai caduti nell'errore di crederla un'isola (V. Cedreno p. 434-435).]. Un pretesto di religione spronò la crudeltà ingenita di Giustiniano, trattosi nella vana speranza di estinguere con una sola persecuzione il nome e la memoria dei Paoliziani. La semplicità della Fede che professavano i principi Iconoclasti, e la loro avversione alle superstizioni popolari, avrebbero potuto per vero dire renderli più indulgenti sugli errori di alcune dottrine: ma divenuti più indulgenti alle calunnie de' Monaci[27 - Se gl'Imperatori Greci iconoclasti fossero stati indulgenti verso i Paoliziani, siccome questi avevano alcuni errori comuni co' Manichei, i Monaci già padroni degli animi de' sudditi, gli avrebbero al solito accusati di manicheismo; cotale accusa avrebbe prodotto il tristo effetto di sollevazioni, e di nuovi mali, che i saggi e forti governi d'oggidì sanno allontanare da' loro Stati contenendo il Clero nei doveri di sudditanza. (Nota di N. N.)] si fecero i tiranni de' Manichei, per tema di venire accusati lor complici. È questa la taccia da cui fu invilita la clemenza di Niceforo nel mitigare a favor de' suddetti eretici il rigore delle leggi penali; nè l'indole conosciuta di questo principe, permette attribuirgli un motivo più generoso. Ardentissimi nel perseguire i Paoliziani mostraronsi e il debole Michele I, e il severo Leone l'Armeno; ma si meritò palma di divozion sanguinaria l'imperatrice Teodora, quella medesima che restituì alle Chiese d'Oriente le Immagini. I suoi messi trascorreano furibondi le città e le montagne dell'Asia Minore, e al dir persin di coloro che adularono questa femmina, durante un brevissimo regno, centomila Paoliziani perirono, quali sotto la mannaia del carnefice, quali strozzati, quali arsi vivi. Forse i delitti e i pregi di questa Sovrana, vennero esagerati del pari; e se il calcolo fosse esatto, vi sarebbe luogo a presumere che molti, unicamente Iconoclasti, segnalati con più odioso nome, fossero stati avvolti nel crudele bando, o che altri de' medesimi, scacciati dalla Chiesa, avessero contro lor voglia cercato un asilo nel seno dell'eresia.



A. D. 845-880


I Settarj di una Religione perseguitata da lungo tempo, se giungono a ribellarsi, sono i più tremendi, e i più pericolosi di tutti i ribelli. Animati da una causa che riguardano come sacra, non danno luogo nè a timor nè a rimorso; il sentimento di una creduta giustizia, indurisce i lor cuori sin contro i moti dell'umanità; pronti a vendicare sui figli de' loro tiranni le ingiurie che i loro padri soffersero. Tali abbiam veduti gli Hussiti della Boemia, e i Calvinisti della Francia, e tali furono nel nono secolo i Paoliziani dell'Armenia, e delle vicine province[28 - Pietro il Siciliano (p. 763-764), il Continuatore di Teofane (l. IV, c. 4, p. 103, 104), Cedreno (p. 541, 542, 545) e Zonara (t. II, l. XVI; p. 156) narrano la ribellione e le imprese di Carbeas e de' suoi Paoliziani.]. L'uccisione di un Governatore e d'un vescovo, iti fra quelle genti con ordine di convertire o sterminare i ribelli, fu il primo segno della sommossa, e i più interni gioghi del monte Argeo alla libertà e all'odio de' ribellanti offersero asilo. Incendio più vasto e fatale accesero la persecuzione di Teodora, e la diffalta di Carbeas, valoroso Paoliziano che comandava le guardie del general d'Oriente. Il padre di questo Carbeas era stato impalato per ordine degl'inquisitori cattolici: onde la religione, o almen la natura, sembravano autorizzarlo a fuggir lunge da' suoi persecutori, e a voler farne vendetta. Per non dissimili motivi, cinquemila confratelli di Carbeas brandirono l'armi abbiurando ogni spezie di sommissione verso Roma, che chiamavano l'anticristiana; un emiro saracino condusse lo stesso Carbeas dinanzi al Califfo, e il Commendator de' credenti stese lo scettro proteggitore all'implacabile nemico de' Greci; il quale o costrusse, o affortificò nelle montagne situate fra Sivas e Trebisonda, la città di Tefrica[29 - Otter (Voyages en Turquie et en Perse t. II) giusta ogni apparenza fu il solo tra i Franchi, innoltratosi fin nel territorio de' Barbari independenti, e in Tefrica, oggidì Divrigni: ed ebbe la ventura di fuggire dalle lor mani accompagnandosi ad un ufiziale turco.], abitata anche oggi giorno da un popolo feroce e sfrenato; e le colline di que' dintorni, coperte vidersi di fuggiaschi Paoliziani, che in allora si credettero lecito il conciliare l'uso delle armi coi precetti dell'Evangelo. Disastrata l'Asia per ben trent'anni dai flagelli delle guerre esterna ed interna, i discepoli di S. Paolo, si unirono nelle loro correrie a quelli di Maometto; onde tanti pacifici Cristiani, tanti vecchi padri che insieme alle giovinette loro figlie a crudele cattività tratti si videro, dovettero darne fatale merito alla intolleranza de' lor sovrani. Cresciuti a dismisura e i mali, e la vergogna de' Cristiani greci, il figlio di Teodora, il dissoluto Michele si trovò alla necessità di marciare in persona contra i Paoliziani, e sconfitto sotto le mura di Samosato, accadde il vedere l'Imperator de' Romani fuggitivo dinanzi a quegli eretici che la madre di esso al fuoco avea condannati. Comunque i Saracini combattessero coi Paoliziani, l'onore della vittoria fu aggiudicato a Carbeas, nelle cui mani caddero parecchi generali nemici, e più di cento tribuni; parte de' quali fece liberi per avarizia, e un'altra parte, secondando il suo fanatismo, a crudeli tormenti dannò. A Crisocario, successore di Carbeas, il valore e l'ambizione un più vasto campo di rapine e di vendette dischiusero[30 - Genesio nel tessere la storia di Crisocario (Chron. p. 67-70, ediz. di Venezia), ne ha dato a divedere qual fosse allora la debolezza dell'Impero. Costantino Porfirogeneta (in vit. Basil., c. 37-43, p. 166-171) parla pomposamente della gloria dell'avo suo. Cedreno (p. 570-573) mostra come fosse privo delle passioni, ma anche delle cognizioni dei precedenti.]. Non mai disgiunto dai suoi fedeli confederati i Musulmani, penetrò nel centro dell'Asia, e rotte in più occasioni le truppe poste alle frontiere, e le guardie di palagio, rispose ai bandi di persecuzione promulgati contro di lui, saccheggiando Nicea e Nicomedia, Ancira ed Efeso; nè l'invocato Appostolo S. Giovanni impedì che la città e il sepolcro del Signore[31 - L'Autore mostra qui la sua non curanza delle risposte che sanno dare i teologi alle proposizioni simili a questa non ha potuto impedire ec.; le ricorderemo noi al lettore. I Santi hanno fatto, e possono fare meravigliose cose, e miracoli; ma siccome essi gli intercedono da Dio, e siccome vengono fatti, o non fatti, secondo che li meritiamo, o no, così può avvenire, siccome moltissime volte avvenne, che non sieno fatti miracoli anche allor quando sembra ragionevole, ed opportuno di vederne operati: dei nostri meriti poi, o delle nostre colpe, noi non possiamo esser giudici, e ne viene che quantunque si abbia una buona causa, siccome era quella contro i Paoliziani, non si ottengano miracoli a punizione delle colpe nostre, o degli atti nostri. (Nota di N. N.)] non fossero profanati. Convertita ad uso di scuderia la Cattedrale di Efeso, i Paoliziani fecero a prova coi Saracini nel mostrare avversione e dileggio alle Immagini, e alle reliquie. Non duole il vedere la ribellione trionfante sul dispotismo[32 - Ricordiamo al lettore che la ribellione è sempre un atto che merita punizione, e non trionfo. (Nota di N. N.)] che disdegnò le querele di un popolo oppresso. Basilio il Macedone fu costretto ad implorare la pace, ad offrire riscatto pei prigionieri, ad usare i termini della moderazione, e della carità, nel pregar Crisocario a risparmiare i Cristiani suoi confratelli, e contentarsi di un sontuoso donativo in oro, argento, e drappi di seta. «Se l'Imperatore brama la pace, rispose questo audace fanatico, rinunzii all'Oriente, e sia pago di regnare in pace sull'Occidente: se a ciò non si presta, verrà balzato dal trono per la mano de' servi di Dio». Contro sua voglia, Basilio sospese ogni negoziazione, e accettata la disfida, condusse l'esercito nelle terre de' Paoliziani mettendole a fuoco e sangue. E per vero dire, finchè si stette nelle pianure, questi eretici soggiacquero ai medesimi mali che aveano fatto soffrire ai sudditi dell'Impero; ma quando l'Imperatore non potè più dubitare della forza di Tefrica, della moltitudine di que' Barbari, d'armi e d'ogni genere di munizioni fornitissimi, rinunziò con dolore ad una parte d'Impero, che non poteva più sostenere. Di ritorno a Costantinopoli, col fondar chiese e conventi, cercò assicurarsi la protezione di S. Michele arcangelo, e del Profeta Elia; nè passava giorno che ei non pregasse il cielo di vivere assai lungamente per trafiggere con tre freccie il capo d'un empio nemico. Fu esaudito anche al di là della espettazione: perchè dopo una correria, incominciata per vero con felici auspizj, Crisocario venne sorpreso ed ucciso nella sua tenda, e il capo di lui fu portato in trionfo a' piedi del trono. Ricevuto appena un sì gradito donativo, Basilio chiese il suo arco, e contro quella testa vibrò tre frecce, in mezzo agli applausi de' cortigiani, che la costui vittoria esaltavano. Con Crisocario si dileguò e perì la gloria dei Paoliziani. Onde nella seconda spedizione che Basilio mosse contra cotesti eretici, abbandonarono l'insuperabile loro Fortezza di Tefrica[33 - Συναπεμαθανθη πασα η’ ανθουσα της Τεφθιπης ευανδρια, venne meno insieme la florida Fortezza di Tefrica. Come è elegante la lingua greca fra le labbra ancor di un Cedreno!]; alcuni di essi implorando il perdono del vincitore, altri rifuggendosi agli estremi confini dell'Oriente. La ridetta città non fu d'allora in poi che un mucchio di rovine; ma lo spirito d'independenza si resse per più d'un secolo fra quelle montagne. I Settarj difesero la loro religione e la lor libertà, spesse volte invasero le romane frontiere, e si mantennero in lega co' nemici dell'Impero, e dell'Evangelo.

Costantino, che i partigiani delle Immagini soprannomarono Copronimo, condusse, verso la metà dell'ottavo secolo, le sue soldatesche in Armenia; e nella città di Melitene e di Teodosiopoli trovò molta mano di Paoliziani, seguaci di una dottrina poco diversa da quella ch'ei professava. Laonde rimane indeciso, se per punirli, o per conceder loro un distintivo d'imperiale favore, li trasportasse dalle rive dell'Eufrate a Costantinopoli e nella Tracia, migrazione che introdusse e diffuse la dottrina de' Paoliziani in Europa[34 - Copronimo trapiantò i suoi συγγενεις, concittadini eretici; e parimente επλατυνθη η’ αιθεσις Παυλικιανων, si dilatò l'eresia dei Paoliziani, dice Cedreno (p. 465), che ha copiati gli Annali di Teofane.]. Se quelli fra essi che si stanziarono nella Metropoli non tardarono a confondersi e mansuefarsi col rimanente degli abitanti, gli altri si radicarono co' loro dogmi sui territorj della nuova lor migrazione. I Paoliziani della Tracia, fattisi forti contra le tempeste della persecuzione, apersero segreta corrispondenza coi lor fratelli di Armenia, e largheggiarono di soccorsi agli appostoli della Setta, i quali si condussero, e non indarno, a tentar la fede de' Bulgari, ancora mal salda[35 - Pietro il Siciliano, dimorato nove mesi a Tefrica (A. D. 870) per negoziare il riscatto de' prigionieri (p. 764), fu istrutto di questa divisata missione; e ad impedire il trionfo dell'eresia, inviò la sua Historia manichaeorum al nuovo arcivescovo dei Bulgari (p. 754).]. Li crebbe di forza e di numero una poderosa colonia che Giovanni Zimiscè[36 - Zonara (t. II, l. XVII, pag. 209) e Anna Comnena (Alexiad., l. XIV, p. 450, ec.) parlano della colonia di Paoliziani e Giacobiti, che Zimiscè, nell'anno 970, dall'Armenia trapiantò nella Tracia.], nel decimo secolo, dai colli Calibj alle valli del monte Emo fe' trasmigrare; poichè il clero d'Oriente che vedeva vani i suoi voti per una compiuta distruzione de' Manichei, supplicava almeno che costoro venissero allontanati. Il valoroso Zimiscè tenendo in pregio questa popolazione, le cui armi avea già sperimentate, comprese che non potea, senza proprio danno, lasciarla confinante coi Saracini alla medesima collegati, la che col farla cambiare in tale guisa di patria, o gli sarebbe stata utile contro i Barbari della Scizia, o questi Barbari finalmente l'avrebbero annichilata. Ei procurò nullameno di temperare l'asprezza d'un esiglio in terra lontana, concedendole tolleranza di religiose opinioni. Le ridette genti tenendo Filippopoli, la chiave della Tracia, ridussero in lor soggezione i Cattolici di quel paese, e coi migrati Giacobiti serbaronsi in lega. Occupata inoltre una linea di villaggi e castella nella Macedonia e nell'Epiro, trassero nella lor comunione, e sotto le lor bandiere arrolarono una mano di Bulgari ragguardevole. Fin tanto che le tenne in dovere la forza, e vennero non pertanto trattate con moderazione, le loro soldatesche negli eserciti dell'Impero si segnalarono: onde i pussillanimi Greci parlarono con maraviglia, e quasi in tuon di rimprovero del coraggio di questi cani, sempre ardentissimi per la guerra, e avidi d'umano sangue. Tal coraggio medesimo li rendea talvolta ostinati e arroganti, facili a lasciarsi condurre dal capriccio, o dal risentimento, intanto che i loro privilegi venivano di frequente infranti dalle pietose slealtà del clero e dell'imperiale Governo. Fervendo la guerra coi Normanni, duemila e cinquecento di questi Manichei, abbandonate le bandiere di Alessio Comneno[37 - Anna Comnena racconta nell'Alessiade (l. V, p. 31; l. VI, p. 154-155; l. XIV, p. 450-457, colle osservaz. del Ducange) la condotta appostolica tenutasi dal padre suo rispetto ai Manichei, da essa chiamati abbominevoli eretici, che ella aveva in animo di confutare.], cercarono di bel nuovo l'antica patria. Altamente sdegnatone l'Imperatore, dissimulò finchè gli venisse il destro della vendetta, poi chiamati ad amichevole parlamento i Capi di questa popolazione, nè sceverando i colpevoli dagli innocenti, la punì tutta quanta con prigionie, confiscazione di beni e battesimo. Questo principe, chiamato dalla devota sua figlia il tredicesimo Appostolo, concepì durante un intervallo di pace il pio divisamento di riconciliare i Manichei colla Chiesa e collo Stato, e posti i campi del verno a Filippopoli, trascorse giornate, e notti intere in teologiche controversie. Per dar forza alle sue ragioni, e vincere l'ostinatezza de' Settarj, compartì onori e ricompense ai più chiari fra suoi proseliti, e quanto ai convertiti di minore importanza assegnò ad essi una nuova città che circondò di giardini, e alla quale impose il proprio nome ornandola di privilegi; e con questa leggiadria li privò della rilevante Fortezza di Filippopoli. I recalcitranti poi vennero confinati nelle carceri, o banditi, e se non perderono la vita, il dovettero alla scaltrezza anzichè alla clemenza d'un Imperatore che avea fatto arder vivo, rimpetto al tempio di S. Sofia, un misero eretico, le cui parti nessuno assumeva[38 - Fra Basilio, capo de' Bogomili, Setta di gnostici che ben tosto disparve (Anna Comnena, Alessiade, l. XV, p. 486-494; Mosheim, Hist. eccles., p. 420).]. Ma non andò guari che l'orgogliosa speranza di sradicare le opinioni pregiudicate di un popolo, fu mandata a vuoto dall'invincibile fanatismo de' Paoliziani, stanchi ben presto di fingere, e all'obbedire restii. Poco dopo la partenza e la morte di Alessio, abbracciarono nuovamente le antiche leggi civili, e religiose. Nell'incominciare del secolo decimoterzo, il loro papa e primate occupava le frontiere della Bulgaria, della Croazia e della Dalmazia, governando per via di vicarj le Congregazioni che la Setta avea istituite nella Francia, e nella Italia[39 - Matt. Paris, Hist. major., p. 267. Il Ducange riporta questo passo dello Storico inglese in una eccellente nota ad una pagina del Villehardouin (n. 208), che trovò a Filippopoli i Paoliziani strettisi in lega coi Bulgari.]. D'indi in poi non sarebbe difficile, a chi vi ponesse attento studio, il seguire fino ai dì nostri la catena non interrotta delle loro tradizioni. Verso il finire dell'ultimo secolo, questa Setta o Colonia abitava tuttavia le valli dell'Emo, vivendo quivi nella ignoranza e nella povertà, e più spesso per parte del Clero greco che dal governo turco soffrendo tribolazioni. I Paoliziani de' giorni nostri hanno perduta ogni ricordanza dell'antica origine e mentre hanno introdotta nel loro culto l'adorazione della Croce, trovasi questo contaminato da diversi sagrifizj di sangue, l'uso de' quali fu portato ai medesimi da alcuni prigionieri venuti dai deserti della Tartaria[40 - V. Marsigli, Stato militare dell'impero Ottomano, p. 24.].

In Occidente le voci de' primi predicatori manichei, oltre all'essere mal ascoltate dai popoli, vennero soffocate dai principi. Il favore e i buoni successi che i Paoliziani ottennero nell'undicesimo, e nel duodicesimo secolo, vogliono soltanto essere attribuiti ai motivi di scontento segreto, ma non men vigoroso, onde anche diversi fra i migliori Cristiani sentironsi accesi contro la Chiesa di Roma. Tirannica erane[41 - Bisogna convenire che la Corte di Roma ne' tempi andati si mostrò avara; ma l'aggettivo tirannica, è eccessivo; quanto poi al dispotismo, i Papi usavano dell'autorità del loro primato e per determinarlo molto si questionò; e se alcuni ne abusarono, o ne oltrepassarono i limiti, fu cosa cattiva. Del resto, noi ora non vogliamo entrare, perchè ne verrebbe una lunga dissertazione, nelle controversie mosse, e sostenute ne' famosi Concilj generali di Costanza e di Basilea, intorno l'autorità del Papa, e dai Concilj, nell'occasione del processo, e della deposizione del famoso Papa Giovanni XXIII, che fece la guerra non meno al Concilio di Costanza, che ai due Papi contemporanei Gregorio XII, e Benedetto XIII. V. Fleury, e Lenfant. (Nota di N. N.)] l'avarizia, odioso il dispotismo; men forse invilita dei Greci da un superstizioso culto attribuito ai Santi e alle Immagini, più rapide e scandalose che non fra questi scorgeansi le innovazioni da essa introdotte. Posta in dogma la transustanziazione[42 - Gesù Cristo, siccome è scritto nell'Evangelo, disse nella Cena, tenendo del pane in mano, questo è il mio corpo; ma non disse: questo pane è la figura del mio corpo, perciò il senso figurato, ossia metaforico delle parole questo è il mio corpo ec., è da rigettarsi, e devesi ritenere il loro senso naturale, e letterale. Il Testamento Nuovo, in tutti i luoghi ne' quali fa menzione di questo atto di Cristo nella Cena, parla con termini, che presi in senso naturale e letterale, esprimono, coerentemente alle parole di Cristo, la presenza reale del corpo, e del sangue di lui, e perciò la mutazione del pane nel corpo, e del vino nel sangue di Cristo; non ci parla mai in modo, che il pane, ed il vino sieno figure, o segni soltanto del corpo, e del sangue di lui, siccome sostennero indi nell'undecimo secolo, e dopo, i moltissimi seguaci di Berengario Arcidiacono d'Angers, e maestro di Teologia in Tours sua patria, e poscia gli Albigesi, e finalmente i dottori protestanti Lutero, Calvino, Zuinglio ec., in un con tutti i popoli, che indussero co' loro ragionamenti a cotale errore. Dunque la credenza del cangiamento, ossia della transustanziazione ebbe origine dalle parole di Cristo, e non fu una innovazione della Chiesa romana, ossia d'Innocenzo III nel Concilio generale di Roma l'anno 1215, cui vuol alludere l'Autore: riferiremo poi le nuove espressioni definitive d'Innocenzo, e del Concilio intorno l'Eucaristia.Per poter pigliare le parole riferite nell'Evangelo questo è il mio corpo ec. in senso figurato, e sostenere, che il pane eucaristico (ossia pane di rendimento di grazie pel mistero della Redenzione) sia soltanto la figura del corpo, e del sangue di Cristo, sarebbe necessario, o che Cristo ci avesse fatti avvertiti che prendeva in senso figurato, e metaforico le espressioni usate (senso di cui spesso si serviva per far intendere più facilmente dagli ascoltanti le sue lezioni di morale), e non nel naturale, e letterale, o che queste espressioni, prese in questo senso, avessero significato un'assurdità sì palpabile, e sì grossolana, che l'uomo il più ignorante, avesse dovuto accorgersi, che Gesù Cristo non potea giammai prenderle nel senso naturale, e letterale.I. Gesù Cristo ben lungi dal darci questo avvertimento, dispose anzi i suoi seguaci a prendere le dette parole in senso naturale e letterale, dicendo loro, prima d'istituire l'Eucaristia colle parole stesse, che la sua carne era cibo, che il suo sangue era bevanda; aveva di più promesso loro di dare ad essi questo pane, e gli Ebrei udendolo dir ciò, si chiedevano l'un l'altro, come potrebbe dare a mangiar loro la sua carne; e Gesù Cristo, avendoli uditi, non rispondendo a questa interrogazione, ripetè, che la sua carne era cibo veramente, ed il suo sangue bevanda veramente, e che se non mangiassero la carne del figlio dell'uomo, e non bevessero il suo sangue, non avrebbero la Vita Eterna.II. Non si può dire, che il senso naturale, e letterale delle parole questo è il mio corpo ec., onde fu istituita l'Eucaristia, contenga un'assurdità palpabile, o una contraddizione aperta, di modo, che udendo le parole stesse, la mente lasci il senso letterale, e s'appigli al figurato, perchè in tal caso i Cristiani non avrebbero mai creduto alla presenza reale del corpo e del sangue di Cristo nel pane Eucaristico; inoltre sembra che non si avrebbe potuto stabilire giammai questa credenza, questo dogma, o almeno si avrebbe udito fra Cristiani, ne' primi secoli, dei reclami contro di esso, ed i più si sarebbero appigliati al senso figurato. Al contrario, quando Berengario combattè questa credenza, questo dogma della presenza reale, i Cristiani vi credevano, nè pensavano, che l'Eucaristia fosse la figura, il segno soltanto del corpo di Cristo. Non si trova che alcun scrittore ecclesiastico, che alcun vescovo si sia giammai lamentato, che s'introducesse al suo tempo un'idolatria condannabile, perchè si adorasse Gesù Cristo, come realmente presente, sotto le apparenze del pane e del vino. (Perpetuité de la foi, vol. in 12, pag. 23).Rilevasi dagli scritti de' Padri dei primi secoli, ch'essi prendevano le parole di Cristo questo è il mio corpo ec. nel senso naturale, e non nel figurato, e che quindi credevano alla presenza reale. Non conviene in ciò appigliarsi ad un picciolo numero di passi delle loro opere per assicurarsi della loro opinione, bisogna prendere tutto il contesto de' luoghi dove hanno parlato di ciò. Dunque se talora si leggerà, che i Padri abbiano dato al pane Eucaristico il nome di segno, d'Immagine, di figura, non si conchiuderà, che non credessero alla presenza reale (N. Ales. t. 2, l. I).Per le parole della consacrazione, la sostanza del pane, e dal vino è mutata, secondo i Padri, nella sostanza del corpo e del sangue di Cristo; ma questo corpo, e questo sangue non si vedono: i sensi non sentono che le specie del pane e del vino, e perciò esse, dopo la consecrazione sono i segni del corpo di Gesù Cristo; ecco come il pane, ed il vino sono i segni del corpo e del sangue di Cristo.Pascasio monaco, e poi abate di Corbia, diede origine all'errore di Berengario verso la fine del secolo nono, avendo composto poco prima per l'istruzione de' Sassoni (che la forza di Carlomagno costrinse a farsi Cristiani, mettendone a morte molte migliaia, che non vollero rinunciare alla lor religione) un trattato del corpo e del sangue di Cristo: stabiliva la presenza reale, e sosteneva che il corpo, che noi riceviamo, e mangiamo nel pane Eucaristico è quello stesso nato da Maria, e ch'era stato appeso alla croce, e che noi beviamo quel sangue uscito dal Costato di Cristo. Sebbene Pascasio seguisse la credenza de' Cattolici, non v'era il costume di dire formalmente queste cose. Questa maniera di esprimersi ebbe de' contraddittori; egli la sostenne; la controversia menò rumore, e durò finchè Berengario prese ad esaminare lo scritto di Pascasio, ed i libri de' suoi oppositori.Berengario, vedendo che il pane ed il vino conservavano dopo la consecrazione le proprietà e le qualità che avevano prima, e che davano tanto prima, che dopo i medesimi effetti, affermò che il pane, ed il vino non erano il corpo, ed il sangue di Cristo, siccome diceva Pascasio. Sostenne, ed insegnò, che il pane, ed il vino non si cangiavano; ma non negò la presenza reale, secondo il senso naturale e letterale delle parole di Cristo; sosteneva che il pane, ed il vino contenevano il corpo ed il sangue di lui, perchè il Verbo si univa al pane ed al vino, e che per tale unione, il pane, ed il vino divenivano poi il corpo ed il sangue di Cristo, senza che la loro natura, e la loro essenza fisica si mutassero.Berengario insegnò queste cose nella scuola di Tours, e le sostenne in una lettera, che, letta in un Concilio di Roma fu condannata, e l'Autore scomunicato, ed essendolo stato nuovamente, timoroso si ritrattò, visse ritirato, e morì intorno l'anno 1088.Ma l'errore di Berengario fu sostenuto dal gran numero de' suoi discepoli, che presero il nome di Berengariani. Non istettero attaccati all'errore del maestro, andavano innanzi con arditi ragionamenti: tutti riconoscevano col maestro, che il pane ed il vino non si cangiavano; ma molti non potendo concepire, che il Verbo si unisse al pane ed al vino, come aveva detto Berengario, conchiusero che in nessun modo il pane, ed il vino non erano il corpo ed il sangue di Cristo, e che non ne erano, che la figura, il segno; quindi negarono compiutamente il cangiamento.Benchè condannato, l'errore si sostenne e si divulgò moltissimo in Francia, in Alemagna, ed in Italia. Presero i Berengariani da Alby in Francia, loro centro, il nome di Albigesi. Essi inoltre non volevano tollerare le grandi ricchezze, e la potenza del Clero, giunte all'estremo, e sostenevano non doversegli pagare le decime; la qual cosa fu sostenuta anche dal povero Arnaldo da Brescia, fatto miseramente bruciar vivo dal Papa Adriano IV. Per verità, i vizj, e i disordini del Clero erano al colmo: vendevasi ogni cosa nelle Chiese; gli Albigesi generalmente erano poveri, e di poche fortune, e regolati.Rammentando con rammarico i moltissimi Albigesi bruciati vivi dagli Arcivescovi di Tolosa e di Lione, e l'armata de' crocesegnati, raccoltasi per pigliar la promessa indulgenza, comandata dall'Abate de' Cisterciensi, Legato del Papa, e da' Vescovi, che trucidò, o bruciò (Istoria di Linguad.) furiosamente in Bezieres, settantamila persone, donne, vecchi, uomini, fanciulli, veri, o creduti Albigesi, lo stabilimento del tribunale de' Padri Inquisitori, che scorsero le province, scomunicando, e bruciando Albigesi, per molti anni, onde di loro non rimase che il nome, e la lagrimevole istoria, e ritornando al punto di Fede, al dogma, il Concilio generale di Roma, l'anno 1215, presieduto dal Papa Innocenzo III, lo confermò, e stabilì contro i Berengariani, e contro gli Albigesi, usando in modo di spiegazione la parola transustanziazione, che cangiamento di sostanza significa, con queste espressioni.«In qua (ecclesia) idem ipse sacerdos, et sacrificium Jesus Christus; cujus corpus, et sanguis in sacramento altaris sub speciebus panis, et vini veraciter continentur: transubstantiatis pane in corpus, et vino in sanguinem, potestate divina, ut at perficiendum mysterium unitatis accipiamus ipsi de suo quod accepit ipse de nostro.» (Labbe Collectio Concil.)E Bossuet dice a questo proposito a' Dottori protestanti. «Puisqu'il étoit convenable, ainsi qu'il a été dit, que les sens n'aperçussent rien dans ce mystère de foi, il ne falloit pas qu'il y eut rien de changé à leur égard dans le pain, et dans le vin de l'Eucharistie. C'est pourquoi etc.» Bossuet: Exposition de la doctrine p. 105, picciolo libro scritto in vano con molta abilità ed avvedutezza per persuadere ed attrarre i protestanti all'unione co' cattolici. Chi poi volesse vedere distesamente come rispondano i teologi cattolici alle obbiezioni de' teologi protestanti (raccolte specialmente nell'Opera del dottore Eduardo Albensino) legga ne' Corsi di Teologia dogmatica i capitoli dell'Eucaristia, o l'Opera Variazioni ec. di Bossuet, giacchè i Protestanti sostennero, e sostengono lo stesso errore de' Berengariani, e degli Albigesi intorno il pane, ed il vino dopo le parole della consecrazione. Gli Albigesi furono distrutti, come detto è, ma i Protestanti per le loro vittorie contro l'Imperator Carlo V, e per l'editto nomato Interim, che fu costretto a dare, prosperarono, estesero, e rafforzarono la Riforma in molte regioni considerevoli dell'Europa. (Nota di N. N.).], la credenza ne divenne una rigorosissima legge; più corrotti essendo i costumi de' Preti latini, avrebbe potuto dirsi che i Vescovi dell'Oriente erano i primi successori degli Appostoli a petto di questi poderosi prelati, usi a maneggiare e pastorale e scettro e spada ad un tempo. Tre diverse vie possono avere introdotti i Paoliziani in Europa. Avvi motivo di credere che dopo la conversione dell'Ungheria, que' pellegrini i quali da questo paese a Gerusalemme si conducevano, potessero seguire senza rischio il corso del Danubio: il che essendo, e nella andata, e nel ritorno, toccata avrebbero Filippopoli; e diveniva facile a molti Settarj, ascondendo nome e credenza, il mescolarsi alle carovane francesi e alemanne, e ne' paesi di questo seco loro introdursi. – Venezia estendeva il commercio e la sua dominazione su tutta la costa dell'Adriatico, ed è noto come questa Repubblica ospitaliera ricettasse gli stranieri di qualsisia clima, di qualsisia religione. – I Paoliziani che militavano sotto le bandiere di Bisanzio, ebbero sovente occasione di accampare nelle Province che i Greci Imperatori possedevano nella Sicilia, e poichè, così in tempo di pace come di guerra, conversavano liberamente cogli estranei, e coi nativi del paese, le loro opinioni ebbero campo di tacitamente diffondersi e a mano a mano di pervenire sino a Roma, e a Milano e ne' regni posti di là dall'Alpi[43 - Il Muratori (Ant. Ital. medii aevi, t. V, Dissert. 60, p. 81-152) e il Mosheim (p. 379-382, 419-422) discutono partitamente quanto si riferisce ai Paoliziani che posero dimora nell'Italia e nella Francia. Ma entrambi gli autori ommisero nelle precitate opere un passo osservabilissimo di Guglielmo di Puglia, che in modo ben chiaro segnalò i Paoliziani, descrivendo una battaglia accaduta fra i Greci e i Normanni nell'anno 1040 (in Muratori, Script. rerum Italic., t. V, p. 256):Cum Graecis aderant quidam, quos pessimus errorFecerat amentes, et ab ipso nomen habebant.Ma lo stesso Muratori conosce sì poco la dottrina de' Paoliziani, che la converte in una specie di Sabellianismo o di Patripassianismo.]. – Non si tardò molto a scoprire che migliaia di Cattolici d'entrambi i sessi, e di ogni ordine, il Manicheismo aveano abbracciato, e dodici canonici di Orleans condannati alle fiamme, contrassegnarono il primo atto di persecuzione. I Bulgari[44 - Il nome di Bulgari, B-ulgres, B-ugres, non indicava che un popolo; i Francesi ne han fatto un termine di vilipendio, a mano a mano applicato agli usurai, e a coloro che commettono peccati contro natura; fu dato il nome di Paterini, o Patelini, a quegli ipocriti che hanno un linguaggio adulatorio e melato, siccome il protagonista della vaghissima burletta, l'avvocato Patelin. (Ducange, Gloss. latin. medii et infimi aevi). I Manichei venivano anche nomati Chatari o Puri, corrottamente Gazari ec.] il cui nome, così innocente in origine, è divenuto tanto odioso nelle applicazioni che se ne sono fatte, si dilatarono per tutta l'Europa. Congiunti per comune odio contro l'idolatria e la Corte di Roma, obbedivano ad una specie di Governo episcopale, o presbiteriano; la diversità delle varie Sette consisteva in alcuni punti, più o meno discordanti, della loro scolastica Teologia; ma tutte generalmente convenivano nello ammettere i due Principj, nel disprezzare l'Antico Testamento, nel negare la presenza reale del corpo di Gesù Cristo, sia sulla Croce, sia nel mistero Eucaristico. Gli stessi nemici de' Bulgari confessavano semplice il costoro culto, nè potersi rimproverare ad essi alcuna cosa quanto a purezza di costumi: si proponeano un modello di perfezione tanto sublime, che le loro Congregazioni, il cui numero aumentava ogni giorno, in due classi si dividevano, in quelle che a tal perfezione si conformavano, e in quelle che solamente aspiravano alla medesima. Il Paolizianismo avea poste principalmente profonde radici nel territorio degli Albigesi[45 - Il Mosheim (p. 477-481) offre un'idea giusta, benchè generale, delle leggi emanate, della Crociata bandita contro gli Albigesi, e della persecuzione che sopportarono. Se ne leggono le particolarità presso gli Storici ecclesiastici antichi e moderni, cattolici e protestanti, fra' quali il più imparziale e moderato di tutti è il Fleury.], situato nelle province meridionali della Francia; laonde nel secolo XIII, si rinovarono sulle rive del Rodano quelle vicende di persecuzioni, e vendette che dianzi le terre dell'Eufrate avevano offerte. Fattesi rivivere da Federico II le leggi degl'Imperatori di Oriente, i Baroni, e le città della Linguadoca raffigurarono i ribelli di Tefrica; ma la gloria sanguinolenta di Papa Innocenzo III, superò quella della medesima Teodora; e se vi fu perfetta eguaglianza di crudeltà fra i soldati di questa Imperatrice, e gli eroi delle Crociate, la barbarie de' sacerdoti greci venne superata di gran lunga dai fondatori della Inquisizione[46 - Gli atti (Liber sententiarum) della Inquisizione di Tolosa (A. di Cristo 1307-1323) sono stati pubblicati dal Limborch (Amsterdam 1692), e li precede una Storia generale della Inquisizione. Meritavano essi un autore più dotto e migliore nella critica. Non essendo lecito calunniare nè il demonio, nè il santo Ufizio, farò osservare a questo proposito come, in una lista di rei che tiene diciannove pagine in foglio, solamente quindici uomini e quattro donne siano stati consegnati al braccio secolare.], Ordine ben più atto a confermare che a confutar la opinione dell'esistenza di un cattivo Principio. Perseguitate dal ferro e dal fuoco le assemblee pubbliche de' Paoliziani, e degli Albigesi, cessarono affatto, e i miseri resti di queste fazioni si videro costretti a fuggire, a nascondersi, o a procacciarsi una sicurezza col fingere di abbracciare la Fede cattolica. Ma l'invincibile spirito di setta non quindi sparve dall'Occidente: ed una segreta lega di discepoli di S. Paolo, che, protestando contro la tirannide di Roma, prendeano la Bibbia per regola di loro credenza, e dalle visioni della gnostica Teologia aveano liberato il loro simbolo, si perpetuò nello Stato, nella Chiesa, e persino ne' chiostri. Gli sforzi di Wiclef nell'Inghilterra, e di Hus nella Boemia, immaturi furono e scevri di frutto; ma i nomi di Zuinglio, di Lutero e di Calvino vengono pronunziati colla gratitudine dovuta ai liberatori delle nazioni[47 - I nomi di Zuinglio, di Lutero, di Calvino sono pronunciati con lode e riverenza, da alcuni popoli della Germania, della Svizzera, dell'Olanda, dell'Inghilterra, della Svezia ec. che pervennero a persuadere, ma non lo sono dagli altri popoli dell'Europa, che rimasero cattolici. (Nota di N. N.)].

Il filosofo che ha dovere di calcolare il grado di merito di cotesti uomini, e della riforma che le lor fatiche operarono, chiederà saggiamente quai sieno gli articoli di Fede[48 - Se i dottori protestanti adottarono molti errori, ritennero però la credenza a' misterj principali dell'Unità, e Trinità di Dio, dell'Incarnazione ec. (Nota di N. N.)] superiori o contrarj alla ragione dal cui giogo sciolsero i Cristiani, perchè una tale libertà è senza dubbio un inestimabile vantaggio, ogni qualvolta colla pietà e colla verità sia conciliabile. Chi si accinge a ventilare, scevro d'imparzialità, un tale soggetto, dee piuttosto sorprendersi della timidezza dei riformatori, che scandalezzarsi del lor ardimento[49 - Il Mosheim, nella seconda parte della sua Storia generale, racconta le opinioni e la condotta de' primi riformatori; ma dopo avere fin lì tenuta la bilancia con occhio sicuro, e mano fermissima, incomincia, d'allora in poi, a farla inclinare a favore de' Luterani, suoi confratelli.]. Non men degli Ebrei ammettevano tutti i lor libri, e tutte le lor maraviglie, incominciando dal giardino di Eden, fino alle visioni del profeta Daniele; si credettero obbligati insieme a' Cattolici, a giustificare contro gli Ebrei l'abolizione d'una legge emanata da Dio[50 - Gesù Cristo è venuto a riformare, a perfezionare non ad abolire la legge di Mosè, data pure da Dio; egli disse, non veni solvere legem sed adimplere. (Nota di N. N.)]. Era, oltre ogni dire, rigorosa l'ortodossia dei riformatori, sui grandi misteri della Trinità, e della Incarnazione; niun dubbio metteano sulla dottrina de' quattro o sei primi Concilj, e fedeli al simbolo di S. Atanasio, bandivano dannazione eterna a tutti coloro che al simbolo della Chiesa cattolica non si uniformavano. Il dogma della transustanziazione, o trasformazione invisibile del pane e del vino, in corpo e sangue di Gesù Cristo[51 - La transustanziazione è un mistero, è una cosa di Fede, e perciò deve credersi sommessamente, e non bisogna ragionarvi sopra: siccome poi in cotale cangiamento rimangono le specie, ossia le apparenze del pane e del vino, anche per dichiarazione del Concilio stesso di Roma dell'anno 1215, così la testimonianza de' sensi non fa ostacolo alla credenza del cangiamento suddetto, che presso i protestanti, e gl'increduli. È naturale poi che a' dottori protestanti facessero impressione le parole di Gesù Cristo hoc est ec. riferite nell'Evangelo, perchè ammettevano, del pari, che i Cattolici, le decisioni, e spiegazioni dei Concilj generali del quarto e del quinto secolo, e quindi credevano, siccome credono, che Gesù Cristo sia Dio: non conterranno verità le parole di Dio? la contengono, dissero i dottori protestanti, ma nello spiegare le parole, che la contenevano, errarono con sottili ragionamenti su i vocaboli, sull'uso delle metafore, fatto spesso da Gesù Cristo, e con confronti d'altri passi del Nuovo Testamento, perchè vollero, e pretesero riformare, in iscambio di conformarsi alla tradizione, ai Padri, ai Concilj ed ai Papi, e di credere sommessamente. (Nota di N. N.)], mal può sostenersi contro l'armi e dello scherzo e del raziocinio. Ma in vece di consultare la semplice testimonianza de' loro sensi, della vista, del tatto e del palato, i primi protestanti si avvolsero ne' proprj loro scrupoli, e abbagliò le loro menti il prestigio delle parole che profferì Gesù Cristo nell'atto di istituire il Sacramento Eucaristico. Lutero sostenea la presenza corporale di Gesù Cristo nel pane consacrato; Calvino la reale, e solo lentamente prese radice nelle Chiese riformate l'opinione di Zuinglio, che null'altro vide nella Eucaristia, fuor d'una comunione spirituale, d'una semplice ricordanza[52 - In modo più spiegato e compiuto accadde sotto il regno di Eduardo VI la Riforma della Inghilterra; ma una formale e violenta dichiarazione, che contro la Presenza reale conteneasi negli articoli fondamentali della Chiesa Anglicana, venne cancellata dall'originale per piacere al popolo, ai Luterani, o forse anche alla regina Elisabetta (Burnet's History of the Reformation, vol. II; p. 82-128-302).]. Ma la perdita di un mistero fu largamente compensata da sorprendenti dottrine[53 - Intorno a tutte queste materie si deve ammettere, e credere ciò che insegna la Chiesa generale, spiegando di pien diritto il Nuovo Testamento, di cui come si sa, fanno parte le lettere di S. Paolo. (Nota di N. N.)] sul Peccato Originale, sulla Redenzione, sulla Fede, sulla Grazia, e sulla Predestinazione che tolte vennero dalle Epistole di S. Paolo. Certamente i Padri e gli scolastici, aveano preparate queste sottili quistioni[54 - È noto a' dotti, che i teologi e filosofi, detti scolastici dal secolo duodecimo, e dopo, movevano nelle scuole sottili quistioni, che sostenevano furiosamente con forme sillogistiche, e con vane parole da essi adoperate invece di ragionamenti. Facevano una moltitudine di definizioni, e distinzioni, sostenevano pertinacemente una ridicola guerra di sillogismi, senza avere bene spesso cognizioni, e idee positive della materia che trattavano, e dopo una lunga scena, i questionanti stanchi dal combattere, ma nè vinti, nè vincitori, nulla avevano imparato, e concluso. La Logica e la Filosofia d'oggidì, dopo i Loke, i Baconi, i d'Alembert, i Condillac, sommi uomini, fondate sull'osservazione, sull'esperienza, su i fatti, sul retto uso della ragione, sull'analisi della cose, e delle idee, mandò in dileguo la Scolastica. Quanto ai Padri della Chiesa, ve ne furono alcuni le cui opinioni furono condannate, per esempio Origene e Tertuliano, dai Concilj, e perciò se taluno di loro prepararono alcune sottili quistioni, non è questo un appoggio a' dottori protestanti, per non conformarsi alle spiegazioni, e decisioni de' Concilj. (Nota di N. N.)]; ma il merito di averle condotte a definitiva perfezione e ad uso del popolo, è tutto de' Capi della Riforma, che inoltre le divulgarono come articoli di Fede indispensabile alla umana salvezza. E fin qui veramente, e sotto l'aspetto di asserir cose difficili a credersi, lo svantaggio rimane affatto dal lato de' Protestanti, perchè molti Cristiani meglio si adatterebbero a sottomettere la loro ragione all'idea d'un'ostia trasformata in Dio, che a conoscere per loro Dio un tiranno capriccioso e crudele.

Ciò nullameno e Lutero, e i suoi rivali rendettero servigi durevoli e rilevanti alla umanità, e la Filosofia non può negare a questi intrepidi entusiasti,[55 - Il Cattolico deve dire entusiasti dell'errore. (Nota di N. N.)][56 - «Se non vi fossimo stati Lutero ed io, diceva il fanatico Whiston al filosofo Halley, rimarreste ancora in ginocchione dinanzi ad una immagine di S. Vinifredo».] un tributo di gratitudine.

I. Eglino tolsero al gigantesco edifizio della superstizione[57 - Il Cattolico deve ritenere tutto ciò, che gl'insegna la Chiesa cattolica, cioè i Concilj, e se i dottori protestanti hanno levato via molte cose da questo insegnamento, ciò non riguarda che i popoli, ch'essi venivano a capo di persuadere, e nulla i Cattolici. Quanto poi alle Indulgenze, ecco ciò che ci dice il Bossuet: «Quand donc elle (la Chiesa) impose aux pêcheurs des oeuvres pénibles, et laborieuses, et qu'ils les subissent avec humilité, cela s'appelle satisfaction, et lorsqu'ayant égard ou à la ferveur des pénitens, ou à d'autres bonnes oeuvres, qu'elle leur prescrit, elle relâche quelque chose de la peine, qui leur est due, cela s'appelle Indulgence.» Exposition de la doctrine de l'Eglise Catholique p. 53. (Nota di N. N.)] molta parte di assurdità, incominciando dall'abuso delle Indulgenze, e venendo sino alla intercessione di Maria Vergine. Tante miriadi di frati e di monaci, alla libertà ed ai lavori della vita sociale restituirono; per opera dei riformatori, una immensa schiera di Santi, e d'Angeli, spezie di Divinità imperfette, e subalterne, spogliate vennero del lor potere temporale e ridotte a contentarsi dalla sola celeste beatitudine; sbandite le immagini e le reliquie di questi dai tempj, la credulità del popolo, più non si vide di miracoli e giornaliere apparizioni nudrita. Ad un culto che a quello dei Pagani si avvicinava[58 - L'autore qui allude al culto delle Immagini, da noi già altrove spiegato, ed al culto esteriore prestato da' Cattolici. Il culto interiore, ch'è quello solo, che rendono a Dio i protestanti, e ch'è pure reso da' Cattolici, non basta; vi vuole anche il culto esteriore, ch'è quello che prestiamo col corpo essendo pure l'uomo un composto d'anima e di corpo: l'unione delle due parti del culto lo rendono perfetto. (Nota di N. N.)], sostituirono un culto spirituale di preghiere, e rendimenti di grazie, più degno dell'uomo, e meno sproporzionato alla Divinità. Rimane però sempre a sapersi, se questa sublime semplicità alla popolare divozione si adatti; e se l'uom del volgo, al quale ogni oggetto visibile di venerazione sia tolto, sentirà più il religioso entusiasmo, o anzi non cadrà a poco a poco nel languore, e nella indifferenza.

II. La Riforma ha rotta quella catena di autorità[59 - La Chiesa Cattolica vuole che si sia soggetto a questa catena d'autorità; di già la Teologia è fondata sull'autorità. (Nota di N. N.)], che impediscono al timorato divoto il pensare da sè medesimo, e allo schiavo il dir quel che pensa: all'atto della Riforma, i Papi, i Padri della Chiesa, e i Concilj non vennero più riguardati come giudici supremi e infallibili della Terra; ed imparò ogni Cristiano a non avere altra legge che la Scrittura, altro interprete che la propria coscienza[60 - La dottrina de' protestanti lascia interpretare a ciascuno la Sacra Scrittura, ma la dottrina de' Cattolici ciò proibisce espressamente; nessuno può, secondo la propria privata ragione, interpretarla e intenderla; questo potere spetta soltanto a' Padri, a' Papi, a' Concilj, ed il credente deve sommessamente ammettere soltanto le loro spiegazioni, e rinunciare a quelle che fossero suggerite dallo spirito privato, ch'è da riguardarsi in ciò siccome una petulanza: così decretò due secoli e mezzo sono, il Concilio generale di Trento: «Praeterea ad coescenda petulantia ingenia, decernit, ut nemo suae prudentiae innixus, in rebus fidei, et morum ad aedificationem doctrinae Christianae pertinentium, Sacram Scripturam ad suos sensus contorquens, contra eum sensum, quem tenuit, et tenet sancta Mater ecclesia, cujus est judicare de vero sensu, et interpretatione Scripturarum Sanctarum, aut etiam contra unanimem consensum patrum, ipsam scripturam sacram interpretari audeat, etiam si ejusmodi interpretationes nullo unquam tempore in lucem edendae forent. Qui contravenerint per ordinarios declarentur, et poenis a jure statutis, puniantur.» Sessio 4 Conc. Trid.Ordina, il Concilio, che i Vescovi rispettivi debbano dichiarare, e denunciare coloro, che interpretano la Scrittura, secondo la loro ragione privata, quand'anche non pubblichino colle stampe le spiegazioni date, acciò sieno puniti. (Nota di N. N.)]. Non dee nondimeno tacersi, essere stata questa libertà piuttosto conseguenza che scopo della Riforma. I nostri patriottici riformatori, intendevano a succedere ai tiranni che aveano atterrati, e, non meno imperiosamente di essi, pretendendo che ciascuno al lor Simbolo si sommettesse, sosteneano nei Magistrati il diritto di punir di morte gli eretici. Calvino trascinato da fanatismo, o da astio, punì in Servet[61 - L'articolo Servet del Dizionario Critico del Chauffepié, è quanto ho trovato di meglio fra gli scritti che danno conto di questa indegna ed inumana condanna. V. anche l'abate di Artigny, Nouveaux Mémoires d'Histoire, etc., t. II, p. 55-154.] una ribellione della quale era egli stesso colpevole[62 - Move in me più ribrezzo il supplizio di Servet, che non gli auto-da-fè della Spagna, e del Portogallo. 1. Giusta ogni apparenza, lo zelo di Calvino era invelenito dall'astio e fors'anche dalla gelosia. Egli accusò l'avversario dinanzi ai giudici di Vienna, nemici d'entrambi; e a fine di perderlo con maggior sicurezza, ebbe la viltà di tradire il sacro deposito di un carteggio particolare. 2. Questo atto di crudeltà, non fu nemmeno colorato dal pretesto di un pericolo per la Chiesa, o per lo Stato; perchè dal momento in cui Servet a Ginevra si trasferì, vi condusse una vita tranquilla; non predicò, non pubblicò alcun libro, non fece proseliti. 3. Un inquisitore cattolico si sottomette almeno al giogo ch'egli medesimo ha imposto; ma Calvino trasgredì quella sublime massima di fare agli altri quanto vorremmo fatto a noi stessi; massima che io trovo in un tratto morale d'Isocrate (in Nicocle, t. I, p. 93 ediz. Battie), e che precedè di quattro secoli la pubblicazione dell'Evangelo. Α πασχονκες υφ’ ετερων οργιζεσθε, ταυτα τοις αλλοις μη ποιειτε Non fate agli altri quello, per cui v'adirate, soffrendolo dagli altri.]. E Cranmer aveva accese per gli Anabattisti, in Smithfield, quelle fiamme che poscia lui medesimo consumarono[63 - V. Burnet, vol. II, pag. 84-86. L'autorità del primate soggiogò il senno e l'umanità del giovine monarca.]. Le tigri non avean dunque cambiata natura; ma i principj della Riforma lor limarono gradatamente le unghie e le zanne. Il Pontefice romano possedea un regno spirituale, e temporale ad un tempo; i dottori protestanti non erano che umili sudditi privi di giurisdizione, e di rendite. L'antichità della Chiesa cattolica facea sacri i decreti del Papa; i Riformatori sottomettevano al popolo le proprie ragioni e dispute, appellazione al giudizio di ognuno, che la curiosità e l'entusiasmo ricevettero con più ardore di quanto gli stessi riformatori desiderassero. Dopo i giorni di Lutero, e di Calvino, un'altra riforma si è andata operando tacitamente in seno delle Chiese protestanti, ed ha distrutto immenso numero di errori; sicchè i discepoli di Erasmo[64 - Erasmo può venire considerato come il padre della Teologia nazionale. Ella sonnecchiava da un secolo, allorchè la tornarono in onore nell'Olanda gli Arminiani, il Grozio, il Limborch e il Leclerc: in Inghilterra il Chillingworth e i Latitudinarj di Cambridge (Hist. of own Times, vol. I, p. 261-268, ediz. in 8), Tillotson, Clerke, Hoadley ec.] diffusero estesamente lo spirito di independenza e di moderazione. La libertà di coscienza[65 - La libertà di coscienza veramente non si oppone allo spirito della religione Cristiana. Quanto poi alla tolleranza, ella è o civile, o ecclesiastica: la prima che consiste soltanto nel non perseguitare alcuno per motivo di religione, che non fu a grande sventura ammessa ne' secoli di fanatismo, e di barbari costumi, e quindi furono immolate a migliaia, e migliaia le misere vittime, e ne vennero tanti, e lunghi disastri, è oggidì pe' progressi della filosofia, della ragione e dell'umanità, uno de' principj fondamentali di tutti i Governi, ed è un vero benefizio: la tolleranza ecclesiastica poi, che esigerebbe una lunga dissertazione, consiste nel non prevalersi, per contenere nella credenza, e nel rispetto della religione i Cristiani cattolici, che dei mezzi, e dei metodi prescritti dall'Evangelo in quel luogo: Sit tibi tanquam Etnicus, et publicanus si ecclesiam non audierit. (Nota di N. N.)] venne invocata siccome patrimonio che a tutti gli uomini pertenea, siccome inalienabile diritto[66 - Duolmi osservare che i tre filosofi del secolo passato, Bayle, Leibnitz, e Locke, segnalatisi nel difendere sì nobilmente i diritti della tolleranza, fossero laici, e filosofi.]. I Governi liberi dell'Olanda[67 - V. l'eccellente capitolo di Sir Guglielmo Temple, intorno la Religione delle Province Unite. Non so perdonare al Grozio (De rebus belgicis, Annal., l. I, pag. 13, 34, ediz. in 12), l'avere approvate le leggi imperiali che alla persecuzione si riferiscono, e serbati i suoi biasimi al solo tribunal sanguinario della Inquisizione.] e della Inghilterra[68 - Sir Guglielmo Blackstone (Commentaries, vol. IV, p. 53, 54), dilucida la legge inglese qual fu posta all'atto della Rivoluzione. Severa non solamente contro i Papisti e coloro che negano la Trinità, essa lascerebbe un campo bastantemente ampio alla persecuzione in generale, se lo spirito della nazione non fosse più forte di cento atti del Parlamento.] introdussero in pratica la tolleranza; e la prudenza, e l'umanità del secolo ampliarono i troppo limitati concedimenti della legge. Lo spirito dell'uomo ha ricuperata coll'uso la naturale estensione delle sue facoltà, nè la sua ragione continua ad appagarsi di parole, e di chimere fatte soltanto per intertenere i fanciulli. La polve copre le opere di controversia, e v'è gran distanza fra la dottrina della Chiesa riformata, e la credenza di coloro che ne son membri; sol quindi, o sorridendo, o sospirando, il moderno clero alle forme dell'Ortodossia, e ai simboli già abbracciati si adatta. Ciò nullameno gli amici del Cristianesimo si spaventano[69 - Essi s'avvedono con dispiacere che l'audace spirito di ricerca seco trae facilmente una poca credenza alla rivelazione, e può condurre al deismo. Ognun sa che gli Arminiani, gli Ariani, i Nestoriani, i Sociniani, hanno rotta la catena de' misterj creduta da' Cattolici, e si andò avverando ciò che aveva preveduto S. Paolo: in novissimis temporibus discedent quidam a fide, attendentes spiritibus erroris etc.] di tali illimitati progressi dello spirito di ricerca e dello scetticismo, e avverate veggonsi le predizioni de' Cattolici. Gli Arminiani, gli Ariani, i Sociniani, de' quali non dobbiam calcolare il numero su quello delle loro Congregazioni, hanno abbiurati apertamente tutti i misteri; e vediamo i fondamenti della rivelazione smossi da uomini, che usano il linguaggio della religione senza averne i sentimenti[70 - Denunzio alla pubblica considerazione due passi del dottore Priestley, i quali scoprono a che intendano realmente le opinioni di questo scrittore. L'uno di essi (Hist. of the Corruptions of Christianity, vol. I, p. 275, 276) dee fare tremare il sacerdozio, l'altro (vol. II, p. 484) la magistratura.], e si fanno lecita una libertà di idee filosofiche, senza avere quella moderazione che alla filosofia va congiunta.




CAPITOLO LV




I Bulgari. Origine, migrazioni, e fermate degli Ungaresi. Lor correrie nell'Oriente e nell'Occidente. Monarchia de' Russi. Particolarità sulla Geografia, e il commercio di questa nazione. Guerra de' Russi contro l'Impero Greco. Conversione de' Barbari.


Sotto il regno di Costantino, pronipote di Eraclio, un nuovo sciame di Barbari distrusse per un continuo avvenire quel cancello antico del Danubio che fu poi così spesso atterrato, e rifabbricato. I progressi di questi Barbari, vennero, a caso e senza che eglino stessi se ne avvedessero, favoreggiati dai Califfi. Le legioni romane non mancavano di faccende nell'Asia, e, dopo avere perduto la Sorìa, l'Egitto, e l'Affrica, i Cesari si videro per due volte ridotti al rischio, e al disdoro di difendere contro i Saracini la lor capitale. Se nel narrare diverse particolarità intorno a questo popolo tanto spettabile, io ho deviato alcun poco dalla linea che prefissa erami nel divisamento della mia Opera, l'importanza del soggetto coprirà questa colpa e servirammi di scusa. Tanto nell'Oriente quanto nell'Occidente, così negli affari di guerra come in quelli di religione, o considerando i progressi che fecero nelle Scienze, o la loro prosperità, o la lor decadenza, gli Arabi eccitano sotto ogni aspetto la nostra curiosità. Possono attribuirsi all'armi loro i primi disastri della Chiesa greca, e del greco Impero; e i discepoli di Maometto tengono tuttavia lo scettro civile e religioso delle nazioni dell'Oriente. Ma avrebbe argomento poco degno di un'eguale fatica, la storia di quegli sciami di popoli selvaggi che, nel tempo trascorso fra il settimo, e il dodicesimo secolo, ora a guisa di passeggieri torrenti, or per una sequela di migrazioni[71 - Il diligentissimo Giovanni Gotthelf Stritter ha compilati, raccolti e tradotti in latino tutti i passi della Storia Bisantina che si riferiscono ai Barbari nelle sue Memoriae populorum, ad Danubium, Pontum-Euxinum, Paludem Maeotidem, Caucasum, mare Caspium, et inde magis ad septentriones incolentium, Pietroburgo, 1771-1779, 4 tomi, o 6 volumi in 4; ma col merito del suo lavoro non ha fatto spiccare il valore di questi indigesti materiali.] dalle pianure della Scizia l'Europa innondarono. Barbari sono i lor nomi, incerta la loro origine: confuso il modo onde son pervenute a noi le lor geste. Governati da una cieca superstizione, e da un valor brutale condotti, costoro non offerivano nella monotonia delle lor vite pubblica e privata, nè le soavità dell'innocenza, nè i lumi della politica. I disordinati loro assalti furono infruttuosi contra il soglio di Bisanzio: la maggior parte di queste bande è sparita senza lasciar vestigio di sè, e i loro miserabili avanzi rimangono, e rimarranno forse ancor lungo tempo, sotto dominazioni ad essi straniere. Mi limiterò a scegliere per mezzo alle antichità, I de' Bulgari, II degli Ungaresi, III de' Russi, quei tratti che meritano essere conservati. IV la Storia delle conquiste de' Normanni, e V della Monarchia de' Turchi mi condurrà alle memorabili Crociate di Terra Santa e alla doppia caduta della città, e dell'impero di Costantino.



A. D. 680


I. Intanto che movea verso l'Italia, Teodorico[72 - V. il capitolo XXXIX della presente opera.] Re degli Ostrogoti, gli fu mestieri col debellarli, superare l'ostacolo che i Bulgari gli opponevano. Dopo una tale sconfitta, il nome di Bulgari, e questa popolazione medesima, sparvero per un secolo e mezzo; onde avvi luogo a credere che sol per via di nuove colonie fattesi sulle rive del Boristene, del Tanai, o del Volga, nuovamente si diffondesse in Europa o la stessa denominazione, od una denominazione allo incirca non dissimile. Un re dell'antica Bulgaria[73 - Teofane, p. 296-299, Anastasio, pag. 113; Niceforo, C. P. p. 22, 23. Teofane colloca l'antica Bulgaria sulle rive dell'Atell, o del Volga; ma asserendo egli che questo fiume mette foce nell'Eussino, un errore si grossolano, gli toglie fede anche nel rimanente.], giunto agli estremi del vivere, lasciò ai cinque suoi figli un'ultima lezione di moderazione e concordia, che i giovani Principi ricevettero, come d'ordinario soglionsi ricevere dalla gioventù gli avvisi della vecchiezza, e della esperienza. Seppellirono il padre loro, si scompartirono i suoi sudditi e le sue mandrie, i consigli ne dimenticarono. Separatisi indi, o ciascuno postosi a capo della sua truppa, cercarono fortuna, chi da una banda, e chi dall'altra, e troviam ben tosto il più avventuroso di essi, nel cuor dell'Italia sostenuto dalla protezione dell'Esarca di Ravenna[74 - Paolo Diacono (De gestis Langobard., l. V, c. 29, p. 881, 882), Camillo Pellegrino (De ducatu Beneventano, dissert. 7, in scriptores rerum ital., t. V, p. 186, 187), e il Beretti (Chronograph. Ital. medii aevi, p. 273 ec.), conciliano facilmente le apparenti differenze che si ravvisano fra lo Storico Lombardo, e i Greci mentovati nella nota precedente. Questa colonia di Bulgari si stanziò in un cantone deserto del Sannio, ove imparò la lingua latina senza dimenticare la nativa.]; ma il corso della migrazione si volse, o venne trascinato verso la capital dell'Impero. Allora la moderna Bulgaria, acquistando, sulla riva australe del Danubio il nome e la forma che mantiene ancor tuttavia, queste popolazioni ottennero per guerra, o per negoziati le province romane della Dardania, della Tessaglia, e dei due Epiri[75 - Nella disputa di giurisdizione ecclesiastica fra i Patriarchi di Roma e di Costantinopoli, queste province dell'Impero vennero, adoperando il linguaggio del Baronio (Annal. eccles. A. D. 869, n. 75), assegnate al regno de' Bulgari.]; tolsero la supremazia ecclesiastica alla città, che fu patria di Giustiniano: e al momento della loro prosperità, la città oscura di Licnido, ovvero Acrida, divenne la residenza del loro Re, e del loro Patriarca[76 - Cedreno (p. 713) indica chiaramente la situazione di Licnido, o Acrida, e il regno di cui questa città era la Capitale. La traslazione dell'Arcivescovato o Patriarcato di Justinianea prima a Licnido e indi a Ternovo, ha portata confusione nell'idee e nelle espressioni de' Greci. Niceforo Gregoras (l. II, c. 2, p. 14, 15), Thomassin (Discipline de l'Eglise, t. I, l. I, c. 19-23), e un Francese (d'Anville) mostrano di avere sulla geografia del greco Impero assai più precise nozioni (Hist. de l'acad. des inscriptions t. 31).]. Una prova incontrastabile, e dal loro idioma dedotta, ne assicura che i Bulgari derivano dalla schiatta primitiva dagli Schiavoni, o, per parlare con maggiore esattezza, dagli Slavoni;[77 - Calcocondila, atto a profferir giudizio su di tale argomento, afferma l'identità dell'idioma de' Dalmati, de' Bosnj, de' Serviani, de' Bulgari e de' Polacchi (De rebus turcicis, l. X, p. 283), e altrove de' Boemi (l. II, p. 38). Il medesimo autore ha accennato qual fosse l'idioma particolare degli Ungaresi.] e che le popolazioni de' Serviani, de' Bosnj, de' Rasciani, de' Croatti, de' Valacchi, venute dalla medesima origine[78 - V. l'opera di Gian Cristoforo Giordano (De originibus sclavicis; Vienna 1745, in quattro parti, o due vol. in fol.). La Raccolta, e le Ricerche di questo Autore portano schiarimenti sulle antichità della Boemia e de' paesi circonvicini; ma troppo limitato è il suo disegno, barbaro lo stile, ne è superficiale la critica, e si vede che il Consigliere aulico non si è liberato affatto dalle pregiudicate opinioni d'un Boemo.] ec. seguirono gli stendardi o l'esempio della tribù principale. Questo diverse tribù tennero i diversi paesi che giaciono fra l'Eussino, e il mare Adriatico, quali in istato di prigioniere o di suddite, quali di confederate o nemiche del greco Impero; e il loro nome generico di Slave[79 - Giordano ammette la ben nota e verisimile etimologia di Slava, laus, gloria, termine di uso famigliare ne' varj dialetti, e che forma la desinenza di chiarissimi nomi (De originibus sclavicis, pars. I, p. 40: para. IV, 101, 102).] che equivaleva a gloria, corrotto dal caso o dalla malivolenza, non indica oggi giorno che servitù[80 - Sembra che tal cambiamento di un nome proprio in un nome appellativo, sia accaduto nel duodecimo secolo presso gli abitanti della Francia orientale, ove i Principi e i Vescovi aveano molti Schiavoni, in istato di cattività, non della schiatta boema, esclama Giordano, ma di quella de' Sorabi. Indi il termine divenne di un uso generale, passando nelle lingue moderne e persin nello stile degli ultimi autori di Bisanzio (V. i Glossarj greci e latini). La confusione poi del nome σερβλοι Serviani e del latino Servii, anche maggiormente si propagò, ed era più famigliare ai Greci del basso Impero (Costant. Porfir. De administrando imperio, c. 32, p. 99).]. Fra queste colonie i Crobaziani[81 - L'imperatore Costantino Porfirogeneta, esattissimo allorchè parla degli avvenimenti del suo tempo, ma favoloso oltre ogni dire, quando racconta cose accadute prima di lui, narra diverse particolarità intorno agli Schiavoni della Dalmazia (c. 29-36).] o Croatti, che oggidì fan parte della forza militare degli Austriaci, discendono da un poderoso popolo, già vincitore e sovrano della Dalmazia. Le città marittime, e fra l'altre la nascente Repubblica di Ragusi, avendo implorato il soccorso e gli avvisi della Corte di Bisanzio, Basilio ebbe tanta grandezza d'animo per consigliarle a non serbare al romano Impero che una lieve testimonianza di lor fedeltà, e di calmare, mercè un annuale tributo, il furore di quegli invincibili Barbari. Undici Zupani, o proprietarj di grandi feudi, si scompartivano il regno della Croazia: e le lor forze unite componeano un esercito di sessantamila uomini a cavallo e di centomila fantaccini. Una lunga costa di mare coperto da una catena di isole, frastagliato da ampj porti, e quasi a veggente delle rive dell'Italia, allettava alla navigazione i Latini, e gli stranieri. Le lancie, e i brigantini de' Croatti erano foggiati a guisa delle barche de' primi Liburnj. E per vero dire, cento ottanta navigli offrono l'idea d'una rilevante marineria; ma gli uomini di mare de' nostri giorni non potrebbero rattenere le risa in udendo memorare vascelli da guerra, la cui ciurma non sommava a maggior numero di dieci, venti, o quaranta uomini al più. S'introdusse a poco a poco l'usanza di adoperare più onorevolmente siffatti navigli ai bisogni del commercio: nullameno i pirati schiavoni erano sempre in grande numero e da temersi; e solamente sul finire del decimo secolo la Repubblica di Venezia, si assicurò la libertà e la sovranità del Golfo[82 - V. la Cronaca anonima del secolo XI, attribuita a Giovanni Sagornin (p. 94-102) e la Cronaca composta nel secolo XIV dal Doge Andrea Dandolo (Script. rerum ital., t. XII, pag. 227-230), i due più antichi monumenti della Storia di Venezia.]. Gli antenati di questi re dalmati, peregrini agli usi come agli abusi della navigazione, abitavano la Croazia Bianca, le parti interne della Slesia, e della piccola Polonia, lontani, giusta i calcoli de' Greci, trenta giornate dal Mar Nero.



A. D. 640-1017


Poco durevole e poco estesa del pari fu la gloria de' Bulgari[83 - Gli Annali di Cedreno e di Zonara parlano, nelle note che a ciò si riferiscono, del primo regno de' Bulgari. Lo Stritter (Memoriae popolorum, t. II, part. II, p. 441-647) ha raccolti i materiali somministrati dagli Autori bisantini, e il Ducange ha determinata e posta in ordine la serie dei re della Bulgaria (Fam. byzant., p. 305-318).]. Ne' secoli nono e decimo, regnavano ad ostro del Danubio; ma più poderose nazioni che migrate erano dopo di essi, gl'impedirono volgersi di nuovo a settentrione, o di far progressi verso il ponente. Nondimeno nell'oscuro novero delle loro imprese, una ne posson citare, di cui fino a quel momento era stato serbato l'onore ai soli Goti, quella di avere ucciso in battaglia uno fra i successori d'Augusto e di Costantino. L'imperatore Niceforo dopo avere perduta la sua fama nella guerra d'Arabia, perdè la vita nell'altra che contro gli Schiavoni sostenne. Nel principio della stagione campale penetrato era con arditezza, e buon successo, nel cuore della Bulgaria, giunto a metter fuoco alla Corte Reale, che, giusta ogni apparenza, era, e non altro, un villaggio colle case fabbricate di legno; ma intanto che al bottino si affaccendava, ricusando ogni proposta di negoziazioni, i nemici ripresero coraggio, e, riunite le loro forze, posero ostacoli insuperabili alla sua ritirata; per lo che fu udito esclamare tremando: «Oimè! Oimè! A meno di valerci d'ali come gli uccelli, non ci rimane alcuna via di salvezza». Due interi giorni standosi nella inerzia della disperazione, aspettò il suo destino; ma al giunger del terzo, e sorpreso il campo imperiale dai Bulgari, il sovrano, e i grandi ufiziali della Corona nelle proprie tende vennero trucidati. Almeno il corpo di Valente non avea sofferti oltraggi; ma il capo di Niceforo fu esposto sopra una picca, e il cranio del medesimo incastrato in oro, fu spesse volte empiuto di vino in mezzo alle orgie della vittoria. I Greci, benchè deplorassero l'invilimento cui disceso era il trono, dovettero ravvisare in ciò un giusto castigo della avarizia, e della crudeltà. La coppa dianzi accennata facea palese tutte le barbarie degli Sciti; pure innanzi la fine di questo medesimo secolo, i lor costumi selvaggi si ingentilirono per una conseguenza del commercio pacifico che ebbero co' Greci, del colto paese che possedettero, e del Cristianesimo, che fra loro s'introdusse: i nobili della Bulgaria vennero allevati nelle scuole, e alla Corte di Costantinopoli, laonde Simeone[84 - Simeonem semi-Graecum esse aiebant, eo quod a pueritia Byzantii Demosthenis rhetoricam et Aristotelis syllogismos didicerat (Luitprand, l. III, c. 8). Questo autore dice in altro luogo: Simeon, fortis bellator, Bulgariae praeerat; christianus, sed vicinis Graecis valde inimicus (l. I, c. 2).], giovine principe della reale famiglia fu istrutto nella Rettorica di Demostene, e nella Logica di Aristotile.



A. D. 927-932


Questo Simeone abbandonò la vita monastica per assumere gli ufizj di re e di guerriero; e sotto il suo regno, che oltre a quarant'anni durò, i Bulgari fra le potenze del mondo incivilito presero sede. I Greci, assaliti da questo Sovrano per più riprese, cercarono conforti dal non risparmiargli rimproveri di perfido e di sacrilego. Inoltre si procacciarono con danari i soccorsi de' Turchi. Ma Simeone, dopo avere perduta contro di questi una battaglia, in un secondo scontro il disastro emendò, riportando vittoria in un tempo ove riguardavasi qual ventura l'evitare i colpi di questa nazion formidabile. Vinse, ridusse in cattività, disperse la tribù de' Serviani; e chi trascorse il territorio della Servia, prima che fosse popolato di nuovo, null'altro potè scoprirvi fuor di cinquanta vagabondi, privi di mogli e di figli, e che una sussistenza precaria traevano dalla caccia. I Greci soffersero una sconfitta alle rive dell'Acheloo, presso gli autori classici tanto famose[85 - – Rigidum fera dextera cornuDum tenet infregit, truncaque a fronte revellit.Ovidio (Metamorph., IX, 1-100) ha dipinte arditamente le pugne fra i nativi del paese, e gli stranieri, sotto figura del Dio del fiume e dell'eroe.], e il corno del Dio dal vigore dell'Ercole barbaro fu messo in pezzi. Simeone strinse d'assedio Costantinopoli, e, in un parlamento avuto coll'Imperatore gli dettò le condizioni della pace. Nel convenire l'uno alla presenza dell'altro, tutte le cautele della diffidenza adoperarono. La reale galea venne legata ad una munitissima piattaforma che a tal fine era stata costrutta; e il Barbaro si mostrò vano di pareggiare in pompa la maestà della porpora. «Siete voi cristiano? Romano gli chiese umilmente: dovete astenervi dal versare il sangue de' vostri fratelli. Fu sete di ricchezze che vi fece rinunziare ai beni della pace? Rimettete la vostra spada nel fodero; aprite la mano, e appagherò i vostri più avidi desiderj.» Una lega domestica fu il suggello della riconciliazione: venne pattuita, o rimessa fra entrambi i popoli la libertà del commercio; i primi onori della Corte retribuiti, per espressa condizione, e a preferenza degli Ambasciatori de' nemici e degli stranieri[86 - L'ambasciatore di Ottone sentì fin ribrezzo delle scuse che i Greci fecero a questo re: Cum Christophori filiam Petrus Bulgarorum VASILEUS conjugem duceret, Symphona, id est consonantia, scripto juramento firmata sunt ut omnium gentium apostolis, id est nunciis, penes nos Bulgarorum apostoli praeponantur, honorentur, diligantur (Luitprando, in Legatione, p. 482). V. il Cérémonial di Costantino Porfirogeneta t. I, p. 82; t. II, p. 429, 430-434, 435-443, 444-446, 447, colle Osservazioni del Reiske.], ai confederati della Bulgaria: i principi bulgari ottennero il glorioso titolo di Basileus o Imperatore, il che fu argomento d'odio e d'invidia. Ma durata per poco questa buona intelligenza, le due nazioni ripresero l'armi alla morte di Simeone, i cui deboli successori, separatisi fra loro, la propria distruzione operarono. Nel principio dell'undicesimo secolo, Basilio II nato nella porpora, meritò il soprannome di vincitore de' Bulgari; e un tesoro di quattrocentomila lire sterline (del peso di diecimila libbre d'oro) che ci trovò nella reggia di Licnido, saziò in qualche modo la sua avarizia. Usò a mente fredda una vendetta raffinata ed atroce contro quindicimila prigionieri, non colpevoli d'altro che di avere difesa la loro patria. Cavati gli occhi a questi infelici, solamente per ogni centinaio d'uomini fatti ciechi, si lasciava un occhio ad uno di essi, perchè potesse scortare gli altri a piedi del vinto loro monarca. Vuolsi che il re de' Bulgari morisse di terrore, e di angoscia al contemplare un sì miserando spettacolo, per cui agghiadando parimente di spavento tutti i suoi sudditi, scacciati vennero facilmente dal lor paese, e in angusto territorio a vivere confinati. Quelli fra i Capi che a tanta calamità sopravvissero, non altro raccomandarono ai loro figli che pazienza e vendetta.



A. D. 884


II. Allorchè il folto sciame degli Ungaresi, si mostrò per la prima volta in atto di piombare sull'Europa, nove secoli incirca dopo l'Era cristiana, le nazioni sopraffatte dallo spavento e dalla superstizione, immaginarono essere queste genti il Gog e il Magog della Scrittura, i segnali e i forieri del finimondo[87 - Un vescovo di Virtzburgo sottomise questa opinione al giudizio di un reverendo Abate, che gravemente decise essere Gog e Magog i persecutori spirituali della Chiesa, perchè Gog significa il fasto e l'orgoglio degli eretici, e Magog la conseguenza del fasto, vale a dire la propagazione delle loro Sette. Questi erano nullameno gli uomini che pretesero imprimere rispetto in tutto il genere umano! (Fleury, Hist. eccles., l. XI, p. 594, ec.).]. Poichè la letteratura si è fra essi introdotta, sonosi dati alla ricerca degli antichi monumenti della loro storia con ardore di curiosità patriottica, veramente degna d'encomj[88 - I due Autori ungaresi de' quali più mi sono giovato, sono Giorgio Pray (Dissertationes ad Annales veterum Hungarorum, etc., Vienna, 1775, in folio), e Stefano Katona (Hist. critica ducum et regum Hungariae stirpis Arpadianae, Pest, 1778-1781, 5 vol. in 8). Il primo comprende un grande intervallo di tempo, sul quale non può spesse volte formare che congetture. Il secondo, per dottrina, sagacità e senno, merita il nome di Storico critico.]. Rischiarati dai lumi di una sana critica, non può omai tenergli a bada una vana genealogia che da Attila dagli Unni li fa discendere; bensì dolgonsi dei primi loro archivj periti nella guerra de' Tartari; in guisa che hanno dimenticato da lungo tempo il significato o vero, o favoloso, delle rustiche loro canzoni; e si vedono costretti a conciliar con fatica gli avanzi di una cronaca informe[89 - Vien dato all'autore di questa cronaca il titolo di notaio del re Bela. Il Katona che lo colloca nel dodicesimo secolo, lo difende contro le accuse del Pray. Sembra che il ridetto Autore di annali, malgrado la sua rozzezza siasi giovato unicamente di alcuni monumenti storici, poichè così si esprime con dignità, Rejectis falsis fabulis rusticorum, et garrulo cantu joculatorum. Queste favole poi vennero raccolte nel secolo XV dal Tutotzio, e abbellite dall'italiano Bonfini (V. il discorso preliminare della Historia critica, Ducum p. 7-133).] colle particolarità della loro storia pubblicata dall'Imperatore, che ha scritto intorno alla amministrazione e alla geografia del greco Impero[90 - V. Costantino (De administrando imperio, c. III, 4-13-38-42). Il Katona con assai d'intelligenza ha riferita la data di quest'opera agli anni 949, 950, 951 (p. 4-70). Lo storico critico (p. 34-107) s'ingegna provare l'esistenza e le geste del Duca Almo, padre di Arpad, cose tacitamente ricusate da Costantino.]. Magiar era il vero nome degli Ungaresi, perchè così chiamavansi da sè medesimi, e sotto questo nome conosciuti erano nell'Oriente. I Greci li distinguevano dalle altre tribù della Scizia, col nome particolare di Turchi, siccome usciti da quella gigantesca nazione che avea conquistata e governata tutta la estensione di paese situata fra il Volga e la Cina. La popolazione stanziatasi nella Pannonia avea corrispondenza di commercio, o di amicizia coi Turchi che soggiornavano ad oriente verso i confini della Persia; erano scorsi tre secoli e mezzo dopo la migrazione di queste genti, allorchè i missionarj del Re di Ungheria scopersero in riva al Volga, e riconobbero la patria de' loro antenati. Ivi accolti vennero da' selvaggi idolatri che il nome di Ungaresi ancor mantenevano, conversarono con essi usando del loro idioma, e rammentando una tradizione ad essi rimasta della partenza di una mano di loro compatriotti ch'essi riguardavano da lungo tempo perduti, udirono con sorpresa la maravigliosa storia del nuovo loro reame, e della nuova religione che aveano abbracciata. I vincoli di sangue aggiunsero ardore allo zelo del proselitismo. Uno fra i più grandi principi della colonia ungarese d'Europa, meditò il disegno generoso, ma inutile, di trapiantare ne' deserti della Pannonia quella banda di Ungaresi Tartari[91 - Il Pray (Dissert. p. 37-39) riporta, e chiarisce i passi originali de' missionarj ungaresi, Bonfini ed Enea Silvio.]. Questi vennero scacciati dalla patria de' lor maggiori, e spinti ver l'occidente dalla guerra, dal capriccio di alcune bande, e dalla forza superiore di più lontane tribù che, uscite dal fondo dell'Asia, si impadronivano a mano a mano de' paesi che lungo il cammino trovavano. La ragione, o il caso condusse questi Ungaresi verso i confini dell'Impero romano; e giusta il loro stile, si fermarono alle rive de' grandi fiumi, per lo che sonosi scoperte ne' dintorni di Mosca, e di Kiovia, e nel territorio della Moldavia, le vestigia del soggiorno lor momentaneo[92 - Vedonsi ne' deserti posti a libeccio di Astrakan, le rovine di una città detta Madsciar, che attesta essere soggiornate in questi luoghi bande di Ungaresi, o Magyar (Précis de la Géogr. univ., di Malte-Brun, t. I, pag. 353). (Nota dell'edit.)]. In tai lunghe e variate peregrinazioni non sempre veniva lor fatto il sottrarsi alla dominazione del più forte; la mescolanza di una progenie straniera o migliorò, o viziò la purezza del loro sangue; molte tribù di Chazari, o per forza, o volontariamente, agli antichi loro vassalli si collegarono, introducendo fra essi l'uso di un secondo idioma; e la fama che aveano di valore, ottenne a questi il posto più onorevole nell'ordine della battaglia. Le truppe dei Turchi e de' lor confederati, formavano sette divisioni militari di pari forza: ciascuna delle quali comprendeva trentamila ottocento cinquantasette guerrieri: talchè calcolando le donne, i fanciulli, e i servi, colla proporzione ordinaria, il numero di questi migrati si troverà essere asceso almeno ad un milione. Sette Vevodi o Capi ereditarj conduceano gli affari pubblici; ma le discordie, e la debolezza della loro amministrazione fecero comprendere la necessità del governo più semplice e vigoroso di un solo. Lo scettro ricusato dal modesto Lebedias, ai natali e al merito di Almo, e di Arpad figlio di Almo fu conceduto; e il popolo giurò di obbedire al suo principe, questi di consultare la felicità e la gloria del suo popolo; e l'autorità del supremo Kan de' Cazari un tale patto formò.

Le accennate particolarità potrebbero bastare, se l'acume de' moderni dotti non avesse aperto ai nostri sguardi un nuovo e più vasto campo di cognizioni sulla storia degli antichi popoli. La lingua degli Ungaresi che si distingue sola, e come lingua a parte fra i dialetti schiavoni, ha un'affinità sensibile ed intrinseca cogl'idiomi della schiatta finnica[93 - Il Fischer (Quaestiones petropolitanae, de origine Hungarorum) e il Pray (Dissert. 1, 2, 3, ec.), hanno pubblicate diverse tavole di confronto fra la lingua degli Ungaresi, e i dialetti finnici. L'affinità è grande; ma brevi sono i cataloghi, e le parole che ne' medesimi si rinvengono, sono state scelte con troppo studio. Leggo poi nel dotto Bayer (Comment. acad. Petropol., t. X, p. 374) che, comunque la lingua degli Ungaresi abbia ammesso un grande numero di voci finniche (innumeras voces), le due lingue differiscono fra loro toto genio et natura.], popolo selvaggio che più non conosciamo oggi giorno, e che occupava altre volte le regioni settentrionali dell'Asia, e dell'Europa. La loro primitiva denominazione di Ugri, o Igur, trovasi sul confine Occidentale della Cina[94 - Nel paese di Turfan che i geografi cinesi chiaramente e partitamente descrivono (Gaubil, Histoire du grand Gengis-Kan, pag. 13; de Guignes, Histoire des Huns, t. II, pag. 31 ec.).]; alcuni monumenti tartari provano la migrazione di questi popoli sulle rive dell'Irtish[95 - Historia genealog. de' Tartari, di Abulghazi-Bahadur-Khan (part. II, p. 90-98).]; un nome e un idioma somigliante rinvenivasi nelle parti australi della Siberia[96 - Isbrand Ives (Harris's Collection of Voyages and Travels, vol. II, p. 920, 921), e Bell (Travels, v. I, p. 174), andando alla Cina, trovarono i Vogulitz ne' dintorni di Tobolsk. Mettendo i vocaboli alla tortura, come gli etimologisti hanno l'arte di fare, Ugur e Vogul offrono il medesimo nome. Le montagne circonvicine vengono di fatto chiamate Ugriane, e fra tutti i dialetti finnici, il voguliano è quello che si avvicina meglio all'ungarese (Fischer, Disser. I p. 20-30; Pray, Dissert. 2, p. 31-34).], e gli avanzi delle finniche tribù rimangono a più distanze sparsi sopra una grande estensione, che incominciando dalla sorgente dell'Oby, va a terminarsi alle coste della Lapponia.[97 - Le otto tribù della schiatta finnica veggonsi descritte nella opera apprezzabilissima del signor Levesque (Hist. des Peuples soumis à la domination de la Russie, t. I, p. 361-561).] Gli Ungaresi, e i Lapponi usciti d'una medesima origine, offrirebbero un segnalato esempio de' poderosi effetti del clima, che fra i discendenti di uno stesso padre pone tanta opposizione, qual la veggiamo tra gli avventurieri che oggidì s'inebbriano col vino delle rive del Danubio, e i miseri fuggiaschi, sepolti in mezzo alle nevi del Circolo polare. Le armi, e la libertà furono mai sempre le passioni dominanti, ma troppo spesso infelici degli Ungaresi, cui la Natura e forza di corpo, e vigor d'animo compartì[98 - Questa pittura degli Ungaresi e de' Bulgari è tratta principalmente dalla Tattica di Leone (p. 796-801), e dagli Annali latini riportati dal Baronio, dal Pagi, e dal Muratori, A. D. 889 ec.]. L'eccessivo freddo ha impicciolita la statura de' Lapponi, e addiacciate, per così dire, le facoltà loro intellettuali. Fra tutti i figli degli uomini, le solo tribù artiche ignorano che sia guerra, e non mai versarono sangue umano: fortunata ignoranza, se la loro vita tranquilla fosse un effetto della ragione e della virtù[99 - Buffon (Hist. nat., t. V, p. 6, in 12). Gustavo Adolfo si accinse, ma senza frutto, ad instituire un reggimento di Lapponi. Il Grozio parlando di queste tribù antiche si esprime: Arma, arcus et pharetra, sed adversus feras (Annal. l. IV, pag. 236). Indi, conformandosi all'esempio di Tacito, procura di colorare con una vernice filosofica la brutale ignoranza di costoro.]!

L'autore della Tattica[100 - Dalle osservazioni di Leone apparisce che il governo dei Turchi era monarchico; e che presso queste genti si usava di rigorose punizioni (Tattica p. 86; απεινεις και βαρειας). Reginone (in Chron., A. D. 889) mette il furto fra i delitti capitali, il che è confermato dal codice originale di S. Stefano (A. D. 1016). Se uno schiavo commettea un delitto, per la prima volta gli venia tagliato il naso obbligandolo a pagar cinque vacche; la seconda volta perdea le orecchie ed era costretto ad un'ammenda simile alla prima; la terza volta veniva punito di morte; quanto all'uomo libero non soggiaceva al supplizio capitale che dopo il quarto delitto, giacchè in pena del primo perdea soltanto la libertà (Katona, Hist. regum hungar., t. I, p. 231, 232).], l'Imperatore Leone, nota che tutte le orde della Scizia si rassomigliavano nella lor vita pastorale, e militare; che tutte usavano dei medesimi modi di sussistenza, e di eguali strumenti di distruzione; ma aggiugne che le due nazioni de' Bulgari e degli Ungaresi, erano superiori alle altre, e si conformavano scambievolmente per certe miglioranze, benchè imperfette, che aveano portate nella loro disciplina, e nel loro governo: affinità che è stata a Leone un motivo di confondere i suoi amici, e i suoi nemici in una medesima descrizione, cui accrescono vivacità alcuni tratti da esso tolti agli autori contemporanei. Eccetto le prodezze, e la gloria militare, cotesti Barbari giudicavano vile, e degno di sprezzo, tutto quanto gli altri uomini estimano: la violenza naturale del loro animo acquistava forza dall'orgoglio di trovarsi in molti, e da un sentimento ingenito di libertà. Aveano tende di cuoio: coprivansi di pellicce: si tagliavano i capelli, e si faceano ferite sul volto; lentamente parlavano; operavano prontamente: violavano con impudenza i Trattati, e, non meno di tutti gli altri Barbari, troppo ignoranti per sentire l'importanza della verità, erano poi troppo orgogliosi per negare, o palliare le trasgressioni che, contro gli obblighi più solenni, a sè medesimi permetteano. Alcuni hanno lodata la costoro semplicità; ma in sostanza si asteneano da un lusso che non conoscevano; ansiosi però d'impadronirsi di tutto quanto fermava il lor guardo; insaziabili ne' lor desiderj, e forniti della sola industria che alla rapina e al ladroneccio appartiene. Questa dipintura di una nazione di pastori, racchiude tutto quanto potrebbe dirsi più partitamente ed estesamente sui costumi, il Governo, il modo di guerreggiare di tutti i popoli allo stesso grado di civiltà pervenuti. Aggiugnerò che gli Ungaresi doveano alla pesca e alla caccia una parte di lor sussistenza, e che, essendo stato osservato che coltivavano di rado la terra, da ciò stesso può inferirsi che ne' loro nuovi possedimenti abbiano tentata qualche lieve ed informe esperienza di coltivazione. Nelle loro migrazioni, e forse nelle loro spedizioni guerriere, scorgeasi al retroguardo dell'esercito un nugolo spaventoso di polvere, sollevata dalle migliaia di pecore e di buoi, che manteneano fra essi una salubre, e costante copia di latte, e di nudrimento animale. Le prime cure del Generale all'abbondanza de' foraggi volgeansi, e quando le mandrie eran sicure del loro pascolo, que' coraggiosi guerrieri non sentivano più nè pericolo, nè fatica. La confusione de' loro campi, ove, sopra un vasto spazio di terreno, sparsi stavano indistintamente gli uomini e il bestiame, gli avrebbe di leggieri avventurati a notturne sorprese, se non avesse guardati i dintorni del campo medesimo la loro cavalleria leggiera, che sempre per esplorare e impedire l'avvicinar del nemico in continuo moto si stava. Dopo avere fatte alcune esperienze sugli usi militari de' Romani, ammisero fra i proprj attrezzi di guerra la spada, e la lancia, l'elmo del soldato, e l'armadura del cavallo; ma l'arco usato nella Tartaria fu sempre l'arma lor principale. I loro figli e schiavi venivano addestrati fin da' primi anni al tiro delle frecce, e al governo de' cavalli; forniti di braccio vigoroso, e d'occhio sicuro, in mezzo a rapidissima corsa sapeano volgersi addietro, ed empir l'aere d'un nembo di dardi. Nè meno formidabili in una battaglia ordinata, o in un agguato, mostravansi terribili, se fuggivano dal nemico, terribili se lo inseguivano. Le prime linee serbavano un'apparenza di ordine; ma spinte avanti dall'impeto delle linee posteriori, scagliavansi con impazienza sull'inimico. Dopo averlo messo in rotta, lo inseguivano a capo chino, e a sciolte briglie, mandando orribili grida: se eglino stessi prendevan la fuga in un istante di terrore o vero, o simulato, l'ardor delle truppe che credeansi vincitrici, venia represso e punito dalle subitanee fazioni che sapeano essi intraprendere, in mezzo anche ad una corsa la più rapida e disordinata. Portarono l'abuso della vittoria a tale eccesso, che ne rimase attonita l'Europa, ancor dolente degli aspri colpi ricevuti dai Danesi, e dai Saracini; rare volte chiedean quartiere, più rare volte lo concedeano: entrambi i sessi venivano accusati di avere un animo inaccessibile alla pietà: credeasi bevessero il sangue, e divorassero il cuore de' vinti, racconto popolare al quale conciliava credenza la loro propensione al mangiar carni crude. Non quindi gli Ungaresi ignoravano affatto que' principi di umanità e di giustizia che la natura indistintamente a tutti gli uomini inspira. Aveano leggi, e punizioni instituite contra i delitti pubblici e privati: il furto, più seducente di tutti i delitti in un campo aperto, ove ogni cosa sotto la tutela della confidenza pubblica posavasi, veniva anche castigato come il più pericoloso; oltrechè trovavansi fra que' Barbari molti individui, ne' quali le naturali virtù, più delle leggi contribuivano a dirozzare i loro costumi, e che provandone tutte le affezioni, i doveri della vita sociale adempievano.



A. D. 889


Le bande turche, dopo avere lungo tempo errato, poste ora in fuga, or vittoriose, si avvicinarono alle frontiere comuni dell'Impero franco, e del greco. Le prime loro conquiste, e i primi paesi ove posero stabil dimora, si estesero lungo le rive del Danubio, al di sopra di Vienna, al di sotto di Belgrado, e oltre ai limiti della romana Pannonia, ossia del moderno regno dell'Ungheria[101 - V. Katena, Hist. ducum Hungar., p. 321-352.]. Su questo vasto e fertile territorio stanziavano i Moravi, tribù di Schiavoni che gli Ungaresi scacciarono, confinandoli entro il ricinto di piccolo territorio. L'Impero di Carlomagno estendeasi, almen di nome, sino ai confini della Transilvania. Ma estinta la linea legittima di questo Monarca, i duchi della Moravia non prestarono oltre obbedienza e tributo ai sovrani della Francia Orientale. Il bastardo Arnolfo si lasciò guidare dal risentimento a chiedere il soccorso de' Turchi, i quali si gettarono a precipizio entro lo steccato che l'imprudenza loro disserrò: onde giustamente questo sovrano della Germania ebbe rimprovero di avere traditi gli interessi della società civile ed ecclesiastica de' Cristiani. Finchè visse Arnolfo, la gratitudine, o il timore tennero in freno gli Ungaresi: ma durante la fanciullezza di Lodovico, figlio e successore di Arnolfo, scopersero ed invasero la Baviera: e tale era la lor prestezza, affatto scitica, che in un sol giorno portavano via, e consumavano lo spoglio di un territorio di cinquanta miglia di circonferenza. Alla battaglia di Haubsburgo, i Cristiani conservarono la superiorità sino all'ora settima della giornata: ma finalmente sorpresi rimasero, e vinti da una simulata fuga della turca cavalleria. L'incendio si dilatò sulle province della Baviera, della Svevia e della Franconia, e gli Ungaresi[102 - Hungarorum gens, cujus omnes fere nationes expertae saevitiam, etc. Così comincia la prefazione di Luitprando, (l. I, c. 2) che assai si diffonde sulle sciagure della sua età (V. l. I, c. 5; l. II, c. 1, 2, 4, 5, 6, 7, l. III, c. 1, ec. l. V, c. 8, 15, in Legat. p. 485). Le tinte di questo Storico sono vivaci, ma fa duopo correggerne la cronologia, seguendo le osservazioni del Pagi, e del Muratori.], costringendo i più possenti fra i baroni ad ammaestrare nella guerra i proprj vassalli, e ad affortificare le loro castella, divennero la cagion principale dell'anarchia. A questa epoca disastrosa viene assegnata l'origine delle città murate: non v'era lontananza che guarentisse assai da un nemico, il quale, pressochè nel medesimo istante, il monastero di S. Gallo nella Svizzera, e la città di Brema, situata sulle coste dell'Oceano settentrionale, inceneriva. L'Impero, ossia il reame dell'Alemagna, rimase per più di trent'anni soggetto alla umiliazione del tributo, ed ogni resistenza cedè alla minaccia fattasi dagli Ungaresi di condurre schiavi i fanciulli e le donne, e di trucidare tutti i maschi che oltrepassassero i dieci anni. Nè posso, nè bramo seguir queste genti al di là del Reno: accennerò soltanto, maravigliandone, che le province meridionali della Francia sentirono esse pur la burrasca, e che l'avvicinare di questi formidabili stranieri spaventò la Spagna dietro a' suoi Pirenei[103 - Il Katona (Hist. ducum ec. p. 107-499) ha diffusa la luce della critica sui tre regni sanguinosi di Arpad, di Zoltano e di Toxo. Egli ha cercato accuratamente tutto quanto riferivasi ai nativi del paese, e agli stranieri; nondimeno a questi annali di gloria e di devastazione ho aggiunta la distruzione di Brema; fatto storico che l'Autore sembra avere ignorato; così Adamo di Brema (1, 43).]. La vicinanza dell'Italia avea eccitate le prime correrie di costoro: nondimeno dal lor campo della Brenta videro con una spezie di terrore la forza e la popolazione apparenti della contrada recentemente scoperta per essi; e la permissione di ritirarsi sollecitarono. Ma il Re d'Italia ne ributtò con orgoglio l'inchiesta; ostinatezza e temerità che a ventimila Cristiani costarono la vita. Di tutte le città dell'Occidente, Pavia, residenza del Governo, era la più celebre pel suo splendore, e in questa fama Roma stessa non la vincea che per le possedute reliquie de' Santi Appostoli. Gli Ungaresi comparvero, e Pavia andò tutta in fiamme: incenerirono quarantatre chiese, trucidarono gli abitanti, nè risparmiarono che circa dugento miserabili, i quali, giusta le vaghe esagerazioni de' contemporanei, pagarono il proprio riscatto con alcune staia d'oro e d'argento, tratte dalle fumanti rovine della lor patria. Intanto che gli Ungaresi partivano ogni anno dal piè dell'Alpi per far saccheggi ne' dintorni di Roma e di Capua, le Chiese non per anco tocche dal ferro de' Barbari, rintronavano di questa lamentevole litania. «Salvateci, e liberateci dai dardi degli Ungaresi;» ma i Santi furono sordi, o rimasero inesorabili, e il torrente barbarico agli estremi confini della Calabria sol si fermò[104 - Il Muratori con patriottica accuratezza ha esaminati i pericoli ai quali fu esposta Modena, e i modi che questa città avea per liberarsene. I cittadini supplicarono S. Geminiano loro avvocato a distorre da essi, mediante la sua intercessione, la rabies, il flagellum etc.Nunc te rogamus, licet servi pessimi,Ab Ungarorum nos defendas jaculis.Il Vescovo edificò mura per la pubblica difesa, non già contra Dominos serenos (Antiq. Italic. med. aevi, t. I, Dissert. 1, p. 21, 22); e la canzone della guardia notturna non è priva di eleganza e di utilità (t. III, Dissert. 40, p. 709). Questo Autore degli Annali d'Italia ha accennata con molta esattezza la sequela delle correrie degli Ungaresi (Annali d'Italia, t. VII, p. 365-367-393-401-437-440; t. VIII, p. 19-41-52 ec.).]. I vincitori acconsentirono a negoziar pel riscatto di ciascun individuo italiano, e dieci staia di argento vennero nel campo turco versate; ma la falsità è l'arma che suol naturalmente opporsi alla violenza, e i ladri, così nel numero de' contribuenti, come nel titolo de' metalli, si trovarono delusi. Dalla parte d'oriente, gli Ungaresi ebbero a combattere a forze eguali, e con dubbioso successo, i Bulgari, ai quali la loro religione non permetteva il collegarsi co' Pagani, e che, per la lor situazione servivano di antemurale all'Impero di Bisanzio; ma questo antemurale fu rovesciato; e l'Imperatore di Costantinopoli vide sventolarsi dinanzi agli occhi le bandiere de' Turchi, mentre uno de' più audaci fra lor guerrieri, ardiva colla sua azza da guerra percotere la Porta d'Oro. L'astuzia e i tesori de' Greci tennero lontano l'assalto; nondimeno gli Ungaresi, di avere assoggettati a tributo il valore della Bulgaria, e la maestà de' Cesari[105 - Gli annali dell'Ungheria e della Russia suppongono che gli Ungaresi assalissero, assediassero, o per lo meno insultassero Costantinopoli (Pray, Dissert. 10, pag. 239; Katona, Hist. ducum, p. 354-360). Gli Storici di Bisanzio (Leone Grammatico, p. 506; Cedreno t. II, p. 629) quasi concedono un tal fatto; ma il Katona, ed anche il notaio di Bela, lo impugnano, o certamente lo mettono in dubbio, benchè glorioso, alla loro nazione. Degno d'elogi è un tale scetticismo: certamente non poteano nè copiare, nè ammettere le rusticorum fabulae; ma il Katona avrebbe dovuto far caso della testimonianza di Luitprando: Bulgarorum gentem atque GRAECORUM tributariam fecerant (Hist., l. II, c. 4, p. 435).], poteron vantarsi. Le fazioni di questa stagione campale furono tanto rapide ed estese, che fanno parere maggiori ai nostri occhi la forza e il numero de' Turchi; ma tanto più è degno di lode il loro coraggio, perchè un corpo di trecento o quattrocento uomini a cavallo intraprese e sovente mandò a termine le sue corse sino alle porte di Tessalonica, e di Costantinopoli. Epoca disastrosa dei secoli nono e decimo, in cui l'Europa si vide assalita in una volta da Settentrione, da Oriente, e da Mezzogiorno; molte contrade della medesima vennero a vicenda devastate dai Normanni, dagli Ungaresi e dai Saracini, e Omero avrebbe potuto paragonare questi selvaggi nemici a due lioni che ruggiscono sullo sbranato corpo di un cervo[106 - ─ λεονθ’ ως δηρινθητηνΟτ’ ουρεως κορυφεσι περι κταμενης ελαφιοιοΑμφω πειναοντε μεγα φρονεοντε μαχεςθονContendeano come due leoni i quali nelle vette di un monte combattono affaticati e animosi per una cerva uccisa.].



A. D. 934


L'Alemagna e la Cristianità andarono debitrici di lor salvezza a due Principi Sassoni, Enrico l'Uccellatore, e Ottone il Grande, che in due memorabili battaglie, fiaccarono per sempre la possanza degli Ungaresi[107 - Il Katona (Hist. ducum, p. 360-368-427-470) discute a lungo tutto quanto a queste due battaglie si riferisce. Luitprando (l. II, c. 8, 9) offre sicurissime testimonianze intorno alla prima, e Witichin (Annal. Saxon. l. III) sulla seconda; ma uno Storico critico non potrà starsi dal far qualche osservazione sulla cornetta d'un guerriero conservata, ivi dicesi, a Jaz-Berin.]. Il prode Enrico che giacea infermo, allora quando intese la notizia della invasione, dimenticando il suo debole stato, si pose a capo delle soldatesche, perchè l'animo suo conservava intero il proprio vigore; e il buon successo alle provvisioni che egli diè corrispose. «Miei colleghi, egli diceva ai soldati nella mattina della pugna, ognun di voi stia fermo sulla sua linea: i vostri scudi ricevano le prime frecce de' Pagani, e prima che costoro vengano ad una seconda scarica, colle lancie in resta correte rapidamente sovr'essi». I soldati obbedirono, e furono vincitori. In un secolo d'ignoranza, Enrico ricorse alle Belle Arti per far perpetuo il suo nome, e le dipinture istoriche del castello di Merseburgo, ci hanno trasmesse le sue geste, o almeno quegli atti della sua vita che meglio fanno scorgere l'indole di un tanto monarca[108 - Hunc vero triumphum tam laude quam memoria dignum, ad Meresburgum rex in superiori caenaculo domus per ζωγραφιαν, idest, picturam notari, praecepit, adeo ut rem veram potius quam verisimilem videas (Luitprand. l. II, c. 9). Carlomagno avea fatti dipingere argomenti sacri in un altro palagio dell'Alemagna, e il Muratori giustamente osserva: nulla saecula fuere in quibus pictores desiderati fuerint(Antiqu. ital. med. aevi, t. II, Dissert. 24, p. 360, 361). Le pretensioni degli Inglesi all'antichità dell'ignoranza e dell'imperfezione originale, per valermi delle pungenti espressioni del Signor Walpole, hanno una data assai più recente (Anecdotes of Painting, vol. I, p. 2 ec.).]. Venti anni dopo, i figli de' Turchi caduti sotto i colpi di Enrico, invasero gli Stati del figlio del vincitore, e giusta i calcoli più moderati, il costoro esercito a centomila uomini a cavallo sommava. Sollecitati dalle fazioni dell'Impero Alemanno, e, profittando de' passi che loro vennero aperti dai traditori, spintisi oltre il Reno e la Mosa, penetrarono sin nel cuor della Fiandra. Ma il vigore e la prudenza di Ottone la congiura dispersero. I Principi del Corpo germanico avendo compreso, come, non rimanendo fedeli gli uni agli altri, perderebbero inevitabilmente la loro religione, e la loro patria, le forze di tutta la nazione sulla pianura di Augusta assembraronsi. Marciò questo esercito, e combattè distribuito in otto legioni, proporzionate al numero delle province e delle tribù. Le tre prime erano composte di Bavaresi, di Franconj la quarta; la quinta di Sassoni comandati dal lor monarca in persona: la sesta e la settima di Svevi; l'ottava di mille Boemi che militavano al retroguardo. I soccorsi della superstizione, che in siffatte congiunture possono aversi per onorevoli, e salutari[109 - Non è superstizione l'invocare i Santi nelle disgrazie; il Cattolico che gli ammette e crede alla loro intercessione sente, chiamandoli, un conforto alla sua debolezza, e al tristo suo stato; perchè toglierglielo? (Nota di N. N.)], a quelli della disciplina e del valore si collegarono. Venne prescritto ai soldati purificarsi con un digiuno; il campo ringorgava di reliquie di Santi, e di martiri: e l'eroe cristiano cignendo la spada di Costantino, e armato dell'invincibile lancia di Carlomagno, fece sventolare la bandiera di S. Maurizio, prefetto della legione tebana. Ma soprattutto affidavasi alla santa lancia[110 - V. Baronio (Annal. Eccles. A. D. 929, n. 2, t. 5), Luitprando (l. IV, c. 12); Sigeberto, e gli Atti di S. Gerardo, testimonj di fede degnissimi, parlano della lancia di Gesù Cristo; ma quanto ho detto delle altre reliquie, non è fondato che su l'opera Gesta Anglorum post Bedam, (l. XI, cap. 8).], la punta della quale era stata fatta coi chiodi della vera Croce, lancia che il padre di Enrico avea tolta al Re di Borgogna minacciandolo di guerra, e presentandolo di una provincia. Credeasi che gli Ungaresi assalirebbero di fronte; ma questi, valicato segretamente il Lech, fiume della Baviera che mette foce al Danubio, intrapresero di fianco l'esercito cristiano, ne devastarono le bagaglie, e portarono confusione fra le legioni della Boemia e della Svevia. I Franconj riordinarono la battaglia; il loro Duca, il valoroso Corrado, fu ferito da una freccia nel momento che ritirato erasi del campo della pugna per gustar breve riposo. I Sassoni sotto gli occhi del loro Re combatterono, e tal vittoria ottennero, che per difficoltà superate, e per le conseguenze che ebbe, ogni trionfo de' due trascorsi secoli oltrepassò. Gli Ungaresi perdettero ancora più gente nella fuga che nel durare dell'azione, perchè trovavansi rinserrati fra mezzo ai fiumi della Baviera, nè le passate lor crudeltà lasciavano ad essi alcuna speranza di ottenere misericordia. Tre Principi ungaresi caduti nelle mani de' vincitori vennero appiccati a Ratisbona, gli altri prigionieri o strozzati, o privi di qualche lor membro; que' fuggitivi che osarono tornarsene fra i loro compatriotti, il rimanente di loro vita nella povertà, e nel disonore[111 - Katona (Hist. ducum Hungar. p. 500, ec.).] condussero. Però un tale disastro depresse il coraggio, e l'orgoglio di questi Pagani, che munirono di fosse e di baluardi i passi più accessibili dell'Ungheria. L'avversità inspirò loro sentimenti di moderazione e di pace: i devastatori dell'Occidente si rassegnarono a vita sedentaria, e un saggio Principe insegnò alla futura generazione quai vantaggi ella potesse ritrarre dall'agricoltura, e dal commercio delle produzioni di quel fertilissimo suolo. La schiatta primitiva, il sangue turco, o finnico si mescolò con quello di nuove colonie d'origine scitica o schiavona[112 - Fra queste colonie possono distinguersi, 1. i Chazari, o Cabari che si unirono agli Ungaresi. (Costant. De admin. imper. c. 39, 40, p. 108, 109); 2. i Giazigi, i Moravi e i Siculi che gli Ungaresi trovarono sul territorio ove posero domicilio; questi ultimi, forse gli avanzi degli Unni di Attila, ebbero l'incarico di guardare i confini; 3. i Russi, che, come gli Svizzeri oggidì presso i Francesi, diedero il loro nome ai portinai de' reali palagi; 4. i Bulgari, i Capi de' quali (A. D. 956) vennero chiamati, cum magna multitudine HISMA-HELITARUM. Che mai alcuni di questi Schiavoni avessero abbracciato l'Islamismo? 5. i Bisseni, e i Cumani, miscuglio di Patzinaciti, di Uzi e di Cazari ec., dilatatisi fino alla parte infima del Danubio. I Re Ungaresi (A. D. 1239) ricevettero e convertirono l'ultima colonia di quarantamila Cumani, e da essi ottennero un nuovo titolo (Pray, Diss. 6, 7, p. 109-173; Katona, Hist. ducum, pag. 95-99, 259-264, 476-479; 483, ec.).]: migliaia di prigionieri robusti, e industriosi vennero colà trasportati da tutte le contrade europee[113 - Christiani autem, quorum pars major populi est, qui ex omni parte mundi illuc tracti sunt captivi, ec. Così parlava Piligrino il primo missionario che entrasse nell'Ungheria (A. D. 973). Pars major è molto dire (Hist. ducum, p. 517).]. Geisa, dopo essersi stretto in nozze con una principessa di Baviera, concedè dignità, e dominj ai Nobili della Alemagna[114 - Gli antichi diplomi fanno menzione de' fideles Teutonici di Geisa; e il Katona colla solita sua abilità è giunto a calcolare con giustezza la forza di queste colonie, cotanto esagerata dall'italiano Ranzani (Hist. crit. ducum, p. 567-681).]. Il figlio di Geisa assunse il titolo di Re, e la dinastia di Arpad diede leggi all'Ungheria per tre secoli. Ma non abbagliati dallo splendor del diadema que' Barbari, nati liberi, accadde che il popolo facesse valere il suo diritto di scegliere, di rimovere e di castigare il servo ereditario dello Stato.



A. D. 839


III. Nel nono secolo, all'occasione di un'ambasceria che Teofilo, Imperator d'Oriente inviò all'Imperator d'Occidente, Luigi, figlio di Carlomagno, il nome di Russi,[115 - Presso i Greci questo nome di nazione è espresso da Ρως, Ros, parola indeclinabile, che ha dato luogo a molte immaginarie etimologie. Ho letta con piacere e vantaggio una dissertazione De origine Russorum (Comment. acad. Petropolitanae, t. VIII, p. 388-436) di Teofilo Sigefredo Bayer, Alemanno pieno di dottrina, che ha consacrate le sue fatiche e la vita al servigio della Russia. Ho profittato parimente di un tratto di Geografia del d'Anville, intitolato; de l'Empire de Russie, son origine et ses accroissemens (Parigi, 1772, in 12).] cominciò per la prima volta ad essere conosciuto in Europa; perchè i Greci erano accompagnati dagli Ambasciatori del gran Duca o Sciagan o czar de' Russi. Questi ambasciatori, nel trasferirsi a Costantinopoli, aveano dovuto toccare il territorio di molte popolazioni nemiche al lor paese, e speravano sottrarsi ai pericoli di cui li minacciava il tornare addietro, coll'ottenere dal francese Monarca i modi a fine di restituirsi in patria per mare. Un attento esame fece scoprire l'origine di costoro: discendevano dalla schiatta degli Svevi, e de' Normanni, il cui nome erasi già fatto odioso e formidabile ai Francesi; laonde, nè a torto, si paventò, che questi ambasciatori russi fossero altrettanti esploratori, sotto colore d'amicizia colà venuti. Gli Inviati greci partirono, ma altrettanto non si permise ai Russi, perchè Luigi volea nuovi schiarimenti, prima di risolversi ad attenersi per riguardo loro o alle leggi della ospitalità, o a quelle della prudenza, giusta quanto l'interesse di entrambi gli Imperi avrebbe indicato[116 - V. tutto il passo (dignum, dice il Bayer, ut aureis in tabulis figatur) negli Annales Bertiniani Francorum (in Script. ital. Muratori, t. II, part. I, p. 525) A. D. 839, 22 anni prima dell'era di Ruric. Luitprando che viveva nel duodecimo secolo parla (Hist. l. V, cap. 6) de' Russi e dei Normanni, come di que' medesimi Aquilonares homines, fattisi soprattutto discernere per la vivacità del lor colorito.]. Gli Annali moscoviti e la storia generale del Nort provano con molte dilucidazioni questa origine scandinava del popolo, o almeno de' Principi, della Russia[117 - Io non conosco questi Annali che dalla storia della Russia del signor Levesque. Nestore il primo e il migliore fra i compilatori degli Annali russi era monaco a Kiovia, e morì nel principio del duodicesimo secolo. Ma la Cronaca da esso composta è rimasta poco meno che sconosciuta sino al 1767, nel qual tempo è stata pubblicata in 4.º a Pietroburgo. (Levesque, Hist. de Russie, t. I, p. 16; Coxe's Travels, vol. II, pag. 184)[655 - Abbiamo ora una traduzione degli Annali di Nestore eseguita dall'erudito Schloetzer che vi ha aggiunte note, preziose massimamente per coloro che di conoscere le antichità russa hanno vaghezza. (Nota dell'Editore)].]. I Normanni, per sì lungo tempo sepolti in una impenetrabile oscurità, furono d'improvviso infiammati dallo spirito delle avventure così marittime, come terrestri. Le vaste regioni, e, a quanto è stato detto, popolosissime, della Danimarca, della Svezia, e della Norvegia, abbondavano di Capi independenti, e di forsennati venturieri, che incresciosi degli ozj della pace, fra le angosce della morte sol sorrideano. I giovani Scandinavi altra professione non avendo che il corseggiare, in questa unicamente ponevano la loro gloria e la loro virtù. Stanchi di un clima addiacciato, e d'un paese fra stretti limiti chiuso, brandivano l'armi all'uscir d'un banchetto, suonavano il corno, salivano sui lor navigli, e trascorreano tutte le rive, che di bottino, o di miglior soggiorno li lusingavano. Primo teatro delle loro imprese marittime fu il mar Baltico; e col nome di Varagi o Varangi[118 - Theophil. sig. Bayer, De Varagis (Così il Bayer li denomina) in Comment. Acad. Petropolitanae, tom. IV, p. 275-311.], o Corsari, approdando alla costa orientale, oscura dimora delle tribù finniche, e schiavone, ricevettero dai Russi del lago Ladoga un tributo di pelli di scoiattoli bianchi. Superiori ai nativi e per maestria nelle armi, e per disciplina, e per celebrità, timore e rispetto a quelli ispiravano: e quando portarono la guerra fra i Selvaggi dimoranti nelle parti più interne di que' paesi, i Varangi non dissentirono dal combattere con loro, come collegati, e ausiliari, e fosse per elezione de' Russi, o per conquista, pervennero a poco a poco a dominar sopra un popolo che in istato erano di proteggere. Per praticata tirannide si fecero poi discacciare, e pel valore che li rendea necessarj, richiamati furono di bel nuovo. Intanto che Ruric, Capo scandinavo, divenne fondatore di una dinastia che più di settecento anni regnò, i fratelli di Ruric ne dilatarono la possanza: solleciti di secondarlo i suoi compagni d'armi, ne imitarono anche la usurpazione nelle province australi della Russia; e le diverse loro conquiste, consolidate, giusta l'uso, dalla guerra e dagli assassinj, in una possente Monarchia per ultimo si congiunsero.

I discendenti di Ruric vennero lungo tempo riguardati come stranieri e conquistatori. Governando eglino colle armi de' Varangi, presentavano di dominj e di sudditi i fidi lor capitani, e nuovi venturieri venendo dalle coste del Baltico, aumentavano ad essi il numero de' partigiani[119 - Ciò nullameno, nell'anno 1018, Kiovia e la Russia erano tuttavia difese, ex fugitivorum servorum robore, confluentium et maxime Danorum. Il Bayer, citando (p. 292) la Cronaca di Ditmar, di Merseburgo, fa osservare che gli Alemanni non prestavano servizio nelle truppe straniere.]. Ma poichè la dominazione de' Capi scandinavi ebbe acquistata stabilità, essi alle famiglie russe s'imparentavano; ne assunsero la religione e la lingua; e Valadimiro I ebbe la gloria di liberare da mercenarj stranieri la patria. Costoro lo avean posto sul trono; ma le ricchezze del Principe, non bastando alle loro pretensioni, egli giunse accortamente a persuaderli a cercarsi un padrone, non più grato di lui, ma più dovizioso, e di veleggiare alle greche rive, ove il loro valore troverebbe compenso, non di pelli di scoiattolo, ma d'oro e di seta. In questo mezzo, il Principe russo avvertiva l'Imperator di Bisanzo di disperdere qua e là, di tenere in faccende, di ricompensare, ed anche frenare questi impetuosi figli del Settentrione. Gli Autori greci contemporanei descrivono questo arrivo dei Varangi; da essi sotto questo nome additati, e ne danno a conoscere l'indole. Il fatto è che ogni giorno si acquistarono maggiore stima e confidenza, e raccolti a Costantinopoli, ebbero ivi l'incarico della guardia del palagio; accresciuti di poi da una banda numerosa di loro compatriotti, gli abitanti di Thule; denominazione di paese generale e vaga, che in tal circostanza alla Inghilterra si riferisce. Erano pertanto i nuovi Varangi una colonia di Inglesi e Danesi al normanno giogo sottrattisi. La consuetudine del migrare e del corseggiare avea riuniti i diversi popoli della terra: questi esuli, ben ricevuti alla Corte di Bisanzo, ivi conservarono, sino agli ultimi anni dell'Impero, una lealtà immune da taccia, e l'uso delle lingue inglese e danese. Armato l'omero della loro larga azza da guerra a due tagli, accompagnavano l'Imperatore al tempio, al senato e all'Ippodromo; alla fedele loro guardia ei doveva la tranquillità de' suoi sonni e de' suoi conviti; fra le lor mani, sicure del pari e coraggiose, le chiavi del palagio, dell'erario e della Capitale si stavano[120 - Il Ducange ha raccolti i passi degli autori originali che hanno scritto dello stato, e della storia de' Varangi a Costantinopoli (Gloss. med. et infim. graecitatis, sub voce βαραγγοι; med. et infim. latinitatis, sub voce Vagri. Not. ad Alex. Annae Comnenae, p. 256, 257, 258; Notes sur Villehardouin, p. 296-299). V. ancora le note del Reiske sul Ceremoniale aulae Byzant. di Costantino t. II, p. 149, 150. Sassone il Grammatico assicura che essi parlavano la lingua danese; ma se si crede al Codino si valsero fino al decimoquinto secolo, dell'inglese, come idioma nativo. Πολυχρονιζουσι Βαραγγοι κατα την πατριην γλωσσαν αυτων ητοι Ιγκιληνισι. Perseverano i Varangi nella lingua patria come nell'inglese.].

Nel decimo secolo le geografiche cognizioni che si aveano sulla Scizia erano assai più estese di quelle degli Antichi; e la monarchia dei Russi tiene una importante sede nel ragguaglio offertone da Costantino sulle diverse nazioni del globo[121 - Le nozioni che abbiamo sulla geografia, e sul commercio della Russia vennero pubblicate in quel tempo dall'imperatore Costantino Porfirogeneta (De administrat. imperii, c. 2, p. 55, 56, c. 9, p. 59-61, c. 13, p. 63-67; c. 37, p. 106, c. 42, p. 112, 113), e rischiarate per le cure del Bayer (De geographia Russiae vicinarumque regionam circiter, A. D. 948, tra Comment. academ. Petropol., t. IX, p. 367-422, t. X, p. 371-421) col soccorso delle Cronache e delle tradizioni della Russia, della Scandinavia ec.]. Il figlio di Ruric dominava la vasta provincia di Wolodimir o Moscovia, e se i Russi da questo lato aveano per impedimento ad estendersi di più le orde orientali, verso occidente il loro Impero fino al mar Baltico e alla Prussia si dilatava. Verso tramontana, oltrepassava il sessantesimo grado di latitudine di quelle regioni iperboree che la nostra immaginazione ha empiute di mostri, o di una notte eterna coperte. Dalla parte di ostro seguivano il corso del Boristene fino in vicinanza all'Eussino. Le tribù dimoranti, o errabonde in questa vasta contrada, allo stesso vincitore obbedivano, e a poco a poco una medesima nazione formarono. La lingua russa attuale non è che un dialetto della schiavona; ma nel decimo secolo, questi due idiomi erano ben distinti l'uno dall'altro, e poichè lo schiavone ha prevalso ne' climi australi, v'è luogo a credere che i Russi boreali, soggiogati sulle prime dal General de' Varangi, alla schiatta finnica appartenessero. Le migrazioni, le unioni, o le separazioni delle tribù erranti, hanno cambiato continuamente il quadro mobile del deserto della Scizia; pur trovansi nella carta più antica della Russia tai luoghi che non hanno mai cambiato di nome. Novogorod[122 - Il signor Levesque (Histoire de Russie t. I, p. 60), attribuisce ai tempi che il regno di Ruric precedettero questo orgoglioso proverbio: «Chi può resistere a Dio, e alla grande Novogorod?» Nel corso della sua Storia egli parla frequentemente di questa Repubblica, distrutta poi nell'anno 1475 (tom. II, p. 252-266). Un esatto viaggiatore, Adamo Oleario, descrive (nel 1035) gli avanzi di Novogorod, e la via che tennero per mare e per terra gli ambasciadori di Holstein (tom. I, p. 123-129).], e Kiovia[123 - In hac magna civitate, quae est caput regni, plus trecentae Ecclesiae habentur et nundinae octo, populi etiam ignota manus (Eggehardus, ad A. D. 1018, apud Bayer, t. IX, p. 412). Egli cita parimente (t. X, p. 397) le parole dell'Annalista sassone: Cujus (Russiae) metropolis est Chive, aemula sceptri constantinopolitani, quae est clarissimum decus Graeciae. Kiovia, soprattutto nell'undecimo secolo, era conosciuta dai geografi arabi ed alemanni.], le due Capitali, fin dai primi tempi della Monarchia hanno esistenza. Novogorod però non veniva ancora intitolata la Grande; non per anche erasi confederata colla Lega anseatica, che le ricchezze e i principj della libertà ha diffusi in Europa. Kiovia non superbiva ancora de' suoi trecento tempj, di quella innumerevole popolazione, di quel grado di magnificenza e splendore, onde la paragonavano a Costantinopoli coloro che non aveano mai veduta la residenza de' Cesari. Le due città non erano sulle prime che campi, o fiere, soli ritrovi che s'avessero i Barbari per concertarsi sulle bisogne della guerra, o del commercio. Pure queste assemblee annunziano alcuni progressi nella civiltà. Venne tratta dalle province del Mezzogiorno una razza di animali, gli animali cornuti; e lo spirito di commercio, per terra e per mare, si dilatò dal Baltico all'Eussino, dalla foce dell'Oder al porto di Costantinopoli. Sotto il regno del Paganesimo e della barbarie, i Normanni aveano arricchita la città schiavona di Giulino, dalle loro cure ridotta a ricettacolo di commercio[124 - In Odorae ostio, qua scythicas alluit paludes, nobilissima civitas, Julinum, celeberrimam Barbaris, et Graecis qui sunt in circuitu, praestans stationem, est sane maxima omnium quas Europa claudit vivitatum (Adamo di Brema, Hist. eccles., p. 19); stravagante esagerazione anche nel labbro di uno scrittore dell'undicesimo secolo. L'Anderson (Hist. Deduction of Commerce) ha trattato accuratamente tutto quanto al commercio del Baltico e alla Lega anseatica si appartiene: su di tale argomento non conosco, nelle lingue almeno che ci sono famigliari, alcun'altra opera così compiuta.]. Da questo porto situato alla foce dell'Oder, i corsari e i mercatanti giugnevano in quarantatre giorni alle coste orientali del Baltico. Quivi le popolazioni più rimote si mescolavano fra loro, e i boschi sacri della Curlandia vedeansi, narrano, ornati dell'oro della Grecia, e della Spagna[125 - Stando alle nozioni somministrate da Adamo di Brema (De situ Daniae, p. 58) l'antica Curlandia per un tratto di otto giornate prolungavasi sulla costa; e Pietro il Teutoburgico (p. 68, A. D. 1326) assegna Memel, qual frontiera comune alla Russia, alla Curlandia e alla Prussia. Aurum ibi plurimum (dice Adamo) divinis, auguribus atque necromanticis omnes domus sunt plenae… a toto orbe ibi responsa petuntur, maxime ab Hispanis (forsan ZUPANIS, id est regulis Lettoviae) et Graecis. Davasi ai Russi il nome di Greci, anche prima della loro conversione; conversione imperfetta assai, se conservarono l'uso di consultare gli stregoni della Curlandia. (Bayer, t. X, p. 378-402 ec. Grotius Prolegomen., ad Hist. goth., p. 99).]. Una comunicazione facile, fra Novogorod e il mare, venne scoperta: durante la state attraversavansi un golfo, un lago, un fiume navigabile: nel verno la superficie solida di una immensa pianura di diaccio offeriva ai viaggiatori il cammino. Dai dintorni di questa città, i Russi calavansi per li fiumi che vanno a cader nel Boristene; le loro navicelle formate di un solo albero portavano schiavi d'ogni età; pellicce d'ogni specie, il mele delle loro api, le pelli de' loro animali, e tutte le derrate del Settentrione, condotte venivano, e raccolte trovavansi ne' magazzini di Kiovia. Il mese di giugno era per ordinario il tempo in cui la navigatrice carovana partivasi. Il legno di quelle navicelle serviva indi a fabbricar remi, e tavole per battelli più ampj, e di maggiore durata; e questi nuovi navigli scendeano senza ostacolo giù pel Boristene, fino a sette o tredici catene di roccie, che, opponendosi al letto del fiume, ne mandano precipitando le acque. Se di minor conto erano queste cateratte, bastava l'alleggerire i battelli; ma le più rilevanti essi non potevano superare; i navicellai allora vedeansi costretti a trasportare per terra le barche e gli schiavi, e durante questo penoso viaggio di sei miglia, stavano in continuo pericolo di essere assaliti dai malandrini del deserto[126 - Costantino accenna solamente sette cateratte delle quali indica i nomi in lingua russa e schiavona. Ma tredici ne addita il signor di Beauplan, ingegnere francese, che avea esaminato il corso e la navigazione del Dnieper e del Boristene. (V. la sua descrizione De Lucrania, Rouen 1660, picciolo in 4). Sfortunatamente la carta che accompagna quest'opera non trovasi unita all'esemplare che io ne posseggo.]. Alla prima isola che trovavano al di sotto delle cateratte, i Russi celebravano con una festa la buona sorte che dal rischio gli avea campati; ad una seconda isola più vicina alla foce del fiume, risarcivano i battelli per metterli in istato di ricominciare più lunga e più perigliosa corsa che aspettavali sul mar Nero. Costeggiando in appresso, raggiugneano senza fatica la bocca del Danubio; e se il vento li favoriva in trentasei o quaranta ore approdavano alle rive della Natolia, d'onde a Costantinopoli si trasferivano. Di ritorno nella Russia, vi portavano un abbondante carico di biade, vini, olj, lavori della Grecia e aromi dell'India. Alcuni de' loro compatriotti si stanziavano nella Capitale e nelle province dell'Impero greco, e la persona, i beni e i privilegi del mercatante russo dai negoziati fra le due nazioni veniano guarentiti[127 - Nestore, (presso Levesque, Hist. de Russie; t. I, p. 78-80). I Russi, vi si dice, si trasferivano dal Dnieper o dal Boristene nella Bulgaria Nera, nella Chozaria e nella Siria. Nella Siria! e come, e in qual tempo, e in qual porto? Invece di Συρια Siria non potrebbe egli leggersi Σκανια Scania (De administ. imper., c. 42, p. 113)? Il cambiamento è leggiero. La situazione della Scania, posta fra la Chozaria e il Lazico spiegherebbe il tutto, tanto più che questo nome adoperavasi anche nell'undicesimo secolo (Cedrenus, tom. II, pag. 770).].

Ma non andò guari che si abusò, convertendola a danno dell'uman genere, di una comunicazione apertasi col fine di vantaggiarlo. In un intervallo di cento novanta anni i Russi tentarono per quattro volte di saccheggiare i tesori di Costantinopoli: e benchè queste spedizioni navali non ottenessero tutte un eguale successo, i motivi e i fini ne erano sempre stati i medesimi, e i modi dell'imprenderle eguali[128 - Le guerre accadute ne' secoli nono, decimo e undecimo fra i Russi ed i Greci, vengono raccontate negli Annali di Bisanzio, e soprattutto dal Zonara e da Cedreno; e le diverse testimonianze di questi scrittori trovansi unite nella Russica dello Stritter (t. II, part. II, p. 939-1044).]. I maravigliosi racconti de' mercatanti russi che aveano veduta la magnificenza e assaporato il lusso della città dei Cesari, alcuni saggi di queste ricchezze che essi portavano in patria, destarono la cupidigia de' lor selvaggi concittadini. Incominciarono questi ad invidiare quelle beneficenze che la natura ricusava al lor clima, e a vagheggiare que' lavori dell'arte che, nè attesa la lor dappocaggine poteano imitare, nè attesa la lor povertà, procacciarsi. I Principi varangi innalzarono bandiera di corsari, e trassero i migliori loro marinai dalle nazioni che abitavano le isole settentrionali dell'Oceano[129 - Προσεταιρισαμενος δε και συμμαχικον ου ολιγον αρο των κατοικουντων εν ταις προσαρκτιοις του Οκεανου νησοις εθων. Trasferendo anche non pochi commilitoni dalle genti che abitavano nelle isole settentrionali dell'Oceano. (Cedren., in Compend., p. 758).]. Abbiam veduta nel trascorso secolo una immagine di tale armamento nelle flotte de' Cosacchi che uscirono fuori del Boristene per correre i mari colle intenzioni medesime[130 - V. Beauplan (Description de l'Ukraine, pag. 54-61). I racconti di questo autore sono vivaci, esatte le sue descrizioni; ed, eccetto l'armi da fuoco, quanto egli accenna de' moderni Cosacchi può perfettamente agli antichi Russi applicarsi.]. Il nome greco monoxyla, barca di un solo pezzo, ben addiccasi alla chiglia de' lor navigli, che era un lungo tronco di faggio o di betulla incavato; e su questa leggiera e stretta base, continuata col mezzo di assi, lunghe fino a sessanta piedi, si alzavano gli orli della navicella, alti in circa dodici piedi. Privi di ponte questi navigli aveano due governali, ed un albero, e movendosi col ministero di remi e di vele, portavano fra i quaranta e i settanta uomini, forniti delle armi necessarie, e provveduti di acqua dolce, e di pesce salato. Nella prima loro spedizione, i Russi non adoperarono più di dugento di questi battelli; ma quando tutte le forze di lor nazione spiegavano, poteano condurre e mille, e mille dugento navigli sotto le mura di Costantinopoli. La loro flotta non era per nulla inferiore a quella di Agamennone; i Greci spaventati la supponeano, dieci, o quindici volte, più forte e più numerosa. Con qualche previdenza e vigore, non sarebbe stato difficile agli Imperatori il chiudere con una flotta la foce del Boristene. Ma, mercè alla loro indolenza, le coste della Natolia furono in preda a' corsari, che più non s'incontravano da sei secoli sul Ponto Eussino; e sintanto che la Capitale fu rispettata, i disastri di una remota provincia sfuggirono all'attenzione de' Principi e degli Storici. Finalmente poi la procella, che devastata avea le rive del Fasi e di Trebisonda, scoppiò sul bosforo Tracio, stretto di quindici miglia, ove un avversario più abile avrebbe potuto arrestare e distruggere l'informe naviglio de' Russi. Nella prima loro intrapresa condotti dai Principi di Kiovia[131 - Abbiamo a dolerci che il Bayer non abbia pubblicato che una dissertazione De Russorum prima expeditione Constantinopolitana (Comment. acad. Petrop. t. VI, p. 365-391). Dopo avere fatto sparire alcune cronologiche difficoltà, ei porta l'epoca di una tale spedizione agli anni 864, o 865, la qual data avrebbe dovuto dileguare i dubbj, e render meno ardue le difficoltà che si trovano sul principio della storia del sig. Levesque.], non trovarono ostacolo alla loro navigazione, e mentre l'Imperatore Michele, figlio di Teofilo, era lontano, occuparono il porto di Costantinopoli. Il ridetto principe, dopo avere affrontati mille pericoli, pervenne finalmente a sbarcare alla scala del palagio, trasferitosi tosto ad una chiesa consacrata a Maria Vergine[132 - Nel tempo che Fozio scrivea la sua lettera circolare sulla conversione de' Russi, il miracolo non era per anco maturo. Egli rimprovera alla nazione, εις ωμοθητα και μιαιφονιαν παντας δευτερους ταττομενον che educava tutti gli ultimi alla crudeltà e alla strage.]. Per consiglio del Patriarca fu tolta da quel Santuario una reliquia preziosa, l'abito della stessa Madonna; e tuffatolo indi nel mare venne divotamente attribuita alla protezione della madre di Dio una tempesta che, giunta a proposito, persuase ai Russi la ritirata[133 - Leone il Grammatico, p. 463, 464; Constantini, continuator, in script, post. Theophaneum, pag. 121, 122; Simeon Logothet., p. 445, 446; Georg. Monach., p. 535, 536; Cedrenus, t. II, p. 551; Zonara, t. II, p. 162.]. Il silenzio de' Greci fa nascere dubbj sulla verità o certamente sull'importanza del secondo tentativo operato da Oleg, tutore dei figli di Ruric[134 - V. Nestore e Nicone nella Histoire de Russie, del signor Levesque (t. I, p. 74-80); il Katona (Hist. Ducum, p. 75-79) usa de' suoi privilegi per non ammettere una tal vittoria de' Russi, che toglierebbe splendore all'assedio di Kiovia operato dagli Ungaresi.]. Una sbarra ben affortificata e guernita di soldati, a que' giorni, il Bosforo difendea: i Russi superarono un tale ostacolo, come a ciò erano soliti, trascinando le loro barche al di sopra dell'istmo, e le Cronache nazionali parlano di questo semplicissimo espediente, come se la flotta russa, protetta da un vento favorevole, avesse navigato per terra. Igor, figlio di Ruric, comandante della terza spedizione, avea scelto un momento di debolezza e d'impaccio pe' Greci, allorchè le armate navali stavano difendendo l'Impero dai Saracini; ma ove non manca il coraggio, rare volte mancano i modi della difesa. Vennero arditamente lanciate contro il nemico quindici galee disordinate ed infrante; ed invece di una sola bocca di fuoco greco che collocar solevasi sulla prora, furono abbondantemente provveduti di questa fiamma e i fianchi e le poppe di tutti quindici i navigli. Abili erano gli artefici, propizio l'aere. Migliaia di Russi che preferirono l'annegarsi al cader vittima dell'incendio, si gettarono in mare: tutti quelli che alle coste della Tracia si ripararono, vennero inumanamente trucidati dai soldati e dai contadini. Nullameno, un terzo di naviglio russo si sottrasse alla distruzione, guadagnando le basse acque, e nel successivo anno Igor si apparecchiò a vendicare la ricevuta sconfitta[135 - Leone il Grammatico, pag. 506, 507: Incert. Contin. p. 263, 264; Simeon Logothet, p. 490, 491; Georg. Monach, p. 588, 589; Cedrenus, t. II, p. 629; Zonara, t. II. p. 190, 191; e Luitprando (l. V, c. 6), che descrivendo le cose narrategli dal suocero suo, allora ambasciatore a Costantinopoli, corresse le esagerazioni della vanità de' Greci.]. Dopo una lunga pace, Jaroslao pronipote di Igor, avendo tentata una quarta invasione, il fuoco greco rispinse nuovamente all'ingresso del Bosforo una flotta che il figlio di Iaroslao comandava. Ma l'antiguardo de' Greci dato essendosi ad inseguire senza cautela i fuggitivi, fu preso in mezzo da una moltitudine di barche russe; forse in quel punto il fuoco greco mancò di alimento; e ventiquattro imperiali galee, vennero quali prese, quali mandate a fondo, quali in altra guisa distrutte[136 - Non posso citare a tale proposito che Cedreno (t. II, p. 758, 759) e Zonara (t. II, p. 253, 254); ma le testimonianze di questi Scrittori divengono più sicure e meritevoli di fede, a proporzione del loro avvicinarsi ai tempi ne' quali vissero.].

Più spesso colle negoziazioni che colle armi l'Impero greco cercava sottrarsi ai pericoli, o ai disastri del guerreggiare coi Russi. E per vero, in queste marittime ostilità stava contro i Greci ogni svantaggio. Doveano battersi con un popolo feroce, di cui non era stile il conceder quartiere, povero sì che speranza di bottino non offeriva; e affidato per le sue ritratte ad inaccessibili asili, che ogni speranza di vendetta al vincitore toglievano. Laonde, fosse orgoglio, o debolezza, prevalse una opinione che il continuarsi a cimentare con questi Barbari, non potea far crescere, nè sminuire di gloria l'Impero. Costoro posero sulle prime partiti immoderati, e non ammissibili, qual si era quello di pretendere tre libbre d'oro per ogni soldato o marinaio della loro flotta. La gioventù russa ostinavasi nella brama delle conquiste, mentre i saggi vegliardi raccomandavano loro la moderazione. «Contentatevi, essi diceano, delle grandiose offerte di Cesare. Non è egli meglio ottenere senza combattere l'oro, l'argento, i drappi di seta e tutto quanto è scopo dei nostri desiderj? Siam noi sicuri della vittoria? Possiamo noi conchiudere un trattato col mare? Noi non camminiamo per terra, ma galleggiamo sull'abisso delle acque, e la morte ai capi di ognun di noi sovrasta egualmente[137 - Nestore presso Levesque, Hist. de Russie, t. I, p. 87.]». La ricordanza di queste artiche flotte che dal Cerchio polare pareano scendere, profonda impressione di terrore lasciò nella Capitale degli Imperatori. Il volgo di tutte le classi assicurava, e credea, che una statua equestre, posta sulla piazza del Tauro, predicesse, con misteriosa iscrizione, dover finalmente venir giorno, in cui i Russi diventerebbero padroni di Costantinopoli[138 - Questa statua di bronzo veniva da Antiochia, e i Latini la fusero. Supponeasi rappresentasse Giosuè o Bellorofonte. Bizzarra alternativa! V. Niceta Coniate; (p. 413, 414); Codino (De Originibus, C. P. p. 24); e l'Autore anonimo De Antiquitate C. P. (Banduri, Imp. orient. t. I, 17, 18) che vivea verso l'anno 1100. Essi attestano che credeasi alla profezia; non rileva il restante.]. Son pochi anni che una squadra russa, in vece di uscir del Boristene, ha fatto il giro d'Europa: abbiam veduta la Capitale degli Ottomani, minacciata da grandi e forti vascelli di linea, de' quali un solo, e per l'abilità de' suoi marinaj, e per la forza delle sue terribili artiglierie, avrebbe bastato a mandare a fondo, o disperdere cento navigli simili a quelli che gli antenati de' Russi adopravano: onde i Turchi hanno ogni ragion di temere che la generazione presente, non veda compirsi una tal profezia; profezia che si toglie dalle ordinarie perchè lo stile non ne è equivoco, nè può esserne rivocata in dubbio la data.



A. D. 555-673


Men formidabili per terra che sul mare, erano i Russi; soliti quasi sempre a combattere a piedi, avvi motivo per credere che le irregolari loro legioni sieno state sovente rovesciate, e dalla cavalleria delle orde scitiche poste in rotta; ma le nascenti loro città, comunque in uno stato di imperfezione si ritrovassero, offerivano asilo ai sudditi, ostacolo tremendo al nemico. La monarchia di Kiovia, sintanto che non venne smembrata, a tutto il Settentrione diè legge; e Swatoslao[139 - Il signor Levesque (Hist. de Russie, t. I, p. 94-107) ha composto, seguendo le Cronache russe, un epilogo della vita di Swatoslao, o Sviatosla, o finalmente Sphendosthlabus.] figlio d'Igor, figlio di Oleck, figlio di Ruric, le nazioni poste tra il Volga e il Danubio, ora rispinse, or debellò; perchè le fatiche di una vita militare e selvaggia, in questo principe il vigore dello spirito e dell'animo fortificarono. Vestito di una pelle d'orso, sul terreno ignudo per lo più coricavasi, e guanciale ad esso era una sella; nel nudrirsi di cibi semplici e grossolani agli eroi di Omero non la cedea[140 - Somiglianza che scopresi con grande chiarezza nel nono libro dell'Iliade (205, 221), e nelle descrizioni della cucina di Achille. Un poeta che al dì d'oggi tal dipintura offerisse in una Epopea, il suo lavoro deturperebbe, nè si renderebbe grato ai lettori; ma i versi greci sono armoniosi; le espressioni di una lingua morta, rare volte, ignobili o troppo famigliari ne sembrano; oltrechè ventisette secoli trascorsi dai giorni di Omero aggiungono ai nostri occhi vezzo alle antiche costumanze.], e tai cibi erano per lo più carne di cavallo arrostita, o sugli ardenti carboni abbrustolata. La consuetudine della guerra addestrava e istruiva il suo esercito, ed è credibile che non fosse permesso a quelle soldatesche lo sfoggiare d'un lusso ignoto al loro generale. Un'ambasceria venutagli per parte dell'imperatore Niceforo indusse Swatoslao ad intraprendere la conquista della Bulgaria, intanto che un donativo di millecinquecento libbre d'oro servivagli alle spese già fatte, o che per quella spedizione far si dovevano. Imbarcati sessantamila de' suoi che, usciti dalla foce del Boristene a quella del Danubio volser le vele, alle coste della Mesia approdò, ove dopo sanguinosa battaglia le spade russe sulle frecce della cavalleria de' Bulgari ebber trionfo. Il Re vinto scese nel sepolcro; i figli di lui caddero in potere del vincitore; e i nortici guerrieri, sino alle falde dell'Emo, i suoi Stati devastarono o saccheggiarono. Il principe varangio, anzichè abbandonar la sua preda e mantenere le date promesse, più propenso a maggiormente innoltrarsi che a retrocedere si mostrava; onde se il buon successo avesse coronato il fine della sua impresa, già nel decimo secolo la residenza dell'Impero russo sarebbe stata sotto un clima più temperato e più fertile trasferita. Swatoslao divisò godere de' moltiplici vantaggi che ben sentiva essere al suo nuovo stato inerenti, potendo già, sia col commercio, sia colla rapina, attrarre a sè le diverse produzioni di tutta la Terra. Una facile navigazione gli arrecava le pellicce, la cera e l'idromele della Russia. Di cavalli e delle spoglie d'Occidente l'Ungheria lo forniva, la Grecia abbondava d'oro, d'argento, e di tutti quegli arredi di lusso, de' quali, in sua povertà, disdegnoso ostentavasi il vincitore. Numerose bande di Patzinaciti, di Cozari, e di Turchi accorreano da ogni lato sotto le bandiere di un principe vittorioso. In questo mezzo, l'ambasciatore di Niceforo, tradendo il suo padrone, vestì la porpora, e promise ai nuovi confederati dell'Impero di spartirsene seco loro i tesori. Il principe russo continuò intanto la militare sua corsa dalle rive del Danubio sino ad Adrianopoli; e quando intimato vennegli di sgomberare la provincia romana, diede una disdegnosa risposta aggiugnendo che la stessa Costantinopoli dovea fra poco aspettarsi l'arrivo del suo nemico e padrone.



A. D. 970-973


Niceforo non era più in istato di riparare ai danni che egli medesimo all'Impero avea procacciati, allorchè il trono e la moglie di lui vennero nelle mani di Giovanni Zimiscè, che sotto piccola statura il coraggio e la mente di un eroe nascondea[141 - Il singolare epiteto di Zimiscè dalla armena lingua deriva. I Greci traducevano la parola ζιμισκες giovandosi dell'altra μουζακιζες o μοιρακιζης. Il significato dell'una e dell'altra espressione essendomi ignoto egualmente, mi sarà lecito il chiedere come nella commedia: Di grazia quale è l'interprete di voi due? Ma dal modo della loro composizione sembra che corrispondano ad adolescentulus (Leone Diacono, l. IV, MS., ap. Ducange, Gloss. graec., p. 1570).]. La prima vittoria riportata dai Luogo-tenenti di Zimiscè, tolse ai Russi i loro confederati stranieri, ventimila de' quali furono o uccisi, o trascinati alla ribellione, o costretti per ultimo al partito di abbandonar le bandiere. Già libera era la Tracia; ma settantamila Barbari rimanevano sotto l'armi, e le legioni che erano state richiamate dalle nuove conquiste della Sorìa, si accigneano, giunta la primavera, a correre sotto gli stendardi di un principe guerriero, che l'amico e il vendicatore de' Bulgari si chiariva. Avendo il nemico lasciate scoperte le gole del monte Emo, gli Imperiali le occuparono tostamente. L'antiguardo romano era fatto dagli Immortali, superbo nome assuntosi ad imitazion de' Persiani; l'Imperatore conducea un corpo di diecimila cinquecento fantacini; e il rimanente delle sue forze, le bagaglie e le macchine da guerra con lentezza e cautela venivano appresso. Per sua prima impresa, Zimiscè ridusse in due giorni Marcianopoli o Peristlaba[142 - In lingua Schiavona, Peristhlaba, equivaleva a grande o illustre città, μεγαλη και ουσα και λεγομενη, la quale è veramente, e vien nomata grande, dice Anna Comnena (Alexiade, l. VII, p. 194). Della sua situazione posta fra il monte Emo e la parte inferior del Danubio, potrebbe dirsi che essa occupasse il luogo, o almeno all'incirca il luogo di Marcianopoli. Non troviamo difficoltà nel determinare la giacitura di Durostolo o Dristra che agevolmente si riconosce (Comment. Acad. Petropol. t. IX, p. 415, 416; d'Anville, Geogr. anc. t. I, p. 307-311).]. Scalate ne furono a suon di tromba le mura, e mentre ottomila cinquecento Russi venivano passati a fil di spada, i figli del principe di Bulgaria liberati da carcere ignominioso, furono insigniti del titolo vano di Re. Dopo queste moltiplicate sconfitte, Swatoslao si ritrasse nel ben munito campo di Dristra in riva al Danubio, fin dove perseguillo un nemico abile nel valersi a vicenda, e secondo l'uopo, della celerità e della lentezza. Intanto che le bizantine galee risalivano il fiume, le truppe compieano le loro fazioni di circonvallazione; onde il principe russo, che teneasi riparato dietro le fortificazioni del suo campo e della città, rimase d'ogni intorno avvolto, assalito, e condotto ad ultima stremità. Per molte azioni valorose, per molte disperate sortite si segnalarono i Russi, e sol dopo un assedio di sessantacinque giorni, Swatoslao cedè alla fortuna, ottenendo tale capitolazione che valse a dimostrare la prudenza del vincitore, e quanto questi apprezzasse la prodezza, e temesse la disperazione di un guerriero, il cui animo domar non poteasi. Con solenni giuramenti che sapeano d'imprecazione, il Gran Duca della Russia obbligossi a mettere da un lato tutti i divisamenti concetti contra l'Impero, al qual patto ottenne la permissione di rivedere i suoi Stati. Dovette inoltre convenire, perchè la libertà al commercio e alla navigazione venisse restituita; si concedè una misura di biada ad ognuno de' suoi soldati, nella qual circostanza il numero di ventiduemila misure distribuite nel campo, diè a divedere quanti soldati perduti aveva il duce russo, e quanti ancora gliene rimanevano. Dopo un disastroso viaggio i Russi raggiunsero la foce del Boristene; ma privi di vettovaglie e da avversa stagione tribolati, passarono il verno sul diaccio, e prima di potersi rimettere in cammino, Swatoslao fu sorpreso, ed oppresso dalle confinanti tribù, colle quali i Greci avevano avuta l'accortezza di intavolare utili corrispondenze[143 - Il libro De administratione imperii spiega, soprattutto ne' sette primi capitoli, la condotta politica tenutasi da' Greci verso i Barbari e specialmente coi Patzinaciti.]. Ben altro di Zimiscè fu il ritorno, che venne accolto nella sua Capitale come l'antica Roma, Camillo e Mario, suoi liberatori, accogliea; il devoto Imperatore però dando laude della sua vittoria alla Madre di Dio, l'Immagine della Madonna che si tenea il bambino fra le braccia, venne collocata sul carro trionfale cui gravavano le spoglie dell'inimico, e decoravano i reali arredi della bulgara monarchia. Mentre l'Imperatore facea il suo ingresso a cavallo, ornato di diadema la fronte, e portandosi fra le mani una corona d'alloro, Costantinopoli era ammirata di dover celebrare le virtù guerriere di cotest'uomo[144 - Nel racconto di una tale guerra, Leone il Diacono (presso il Pagi, Critica, t. II, A. D. 968-973) è più autentico, e porta maggiori particolarità di Cedreno (t. II, p. 660-683) e di Zonara (t. II, p. 205-214). Questi declamatori hanno fatto ascendere a trecento ottomila, e trecento trentamila uomini il numero delle truppe russe, calcolato con maggior moderazione e verisimiglianza dai contemporanei.].



A. D. 864


Fozio, patriarca dì Costantinopoli, nel quale l'ambizione pareggiava la brama del sapere, si congratula colla Chiesa greca, e con sè medesimo, di avere convertiti i Russi[145 - Phot. epist. 2, n. 35, pag. 58 ediz. Montacut. Questo dotto editore non avrebbe dovuto confondere il grido di guerra de' Bulgari colle due parole το Ρως il Ros, le quali non vogliono dir altro che nazione russa; nè Fozio, uom di senno, dovea accusare gli idolatri schiavoni της Σλληνικης και αθειου δοξης, di greca ed atea fede. Essi non erano nè Greci nè Atei.]. Egli avea di fatto indotti questi uomini truci e sanguinolenti a riconoscere Gesù Cristo per loro Dio, i missionarj Cristiani per loro maestri, e i Romani per loro amici e fratelli. Ma fu di breve durata questo trionfo: non era difficile, che cedendo alla varietà degli avvenimenti collegatisi alle successive loro imprese, alcuni duci russi acconsentissero a ricevere l'acqua del Battesimo: potea un vescovo greco sotto nome di metropolitano amministrare, nella Cattedrale di Kiovia, i Sacramenti ad alcune congregazioni composte di schiavi e di nativi del paese; ma la semenza del Vangelo sopra ingrato suolo cadea: considerabile fu il numero degli apostati, scarsissimo quello de' convertiti. Il battesimo di Olga contrassegna la vera epoca del cristianesimo introdottosi nella Russia[146 - Le notizie più compiute che abbiansi su la religione degli Slavi e la conversion della Russia, son quelle offerteci dal Signor Levesque nella sua Hist. de Russie, da esso dedotta, così dalle antiche Cronache, come dalle osservazioni che su queste i moderni hanno fatte, (t. I, p. 35, 54, 59-92, 93, 113-121, 124-129, 148, 149 ec.).]. Una donna, forse delle ultime classi della società, che come Olga, avea saputo vendicare la morte di Igor suo marito, e dello scettro del medesimo impadronirsi, non potea mancare di quell'operoso vigore atto ad inspirar temenza ne' popoli barbari e ad indurli a sommessione. Ella scelse un momento di pace generale interna ed esterna de' suoi Stati per trasferirsi da Kiovia a Costantinopoli, ove la ricevè nel suo palagio l'Imperatore Costantino Porfirogeneta, che ha descritto egli medesimo minutamente tutto il cerimoniale di questo ricevimento: fin quanto il rispetto dovuto alla porpora lo permettea, vennero regolati gli ufizj dell'etichetta, i titoli, i saluti, i conviti, i donativi in modo che potesse chiamarsene soddisfatta la vanità della principessa straniera[147 - V. il Cerem. aulae byzant., t. II, c. 15, p. 343-345, ove Olga o Elga vien nominata Αρχοντισσα Ρωσιας, Principe della Rosia. I Greci, per indicare la sovrana delle Russie adopravano il titolo di un magistrato di Atene terminato in desinenza femminina, la qual cosa avrebbe stranamente sonato all'orecchio di Demostene.]. Al fonte battesimale ella assunse il nome venerato fra i Greci dell'imperatrice Elena: e a quanto apparisce la conversione di lei fu preceduta da quella di suo zio, di due interpreti, di sedici matrone, di diciotto donne di minor conto, di ventidue servi o ministri, e di quarantadue mercatanti, in che stavasi il suo corteggio. Di ritorno a Kiovia e a Novogorod, rimase ferma nella nuova sua religione; ma infruttuosi furono gli sforzi della medesima per propagare l'Evangelo, e fosse ostinatezza, o indifferenza, la sua famiglia e il suo popolo si mantennero fedeli alle divinità de' loro antenati. Swatoslao, figlio di Olga, temè il disprezzo e la derisione de' suoi coetanei, e Valadimiro pronipote della ridetta regina, diedesi con tutto l'ardore proprio della giovinezza alla cura di moltiplicare e illustrare i monumenti dell'antica religione de' Russi. Con umani sagrifizj continuavano tuttavia i popoli del Nort a voler placare le feroci loro divinità, e nella scelta della vittima, il cittadino preferivasi allo straniero, il cristiano all'idolatra; un padre che avesse voluto ritogliere il proprio figlio al coltello de' Sacerdoti, periva insieme con esso, vittima del furore di quella fanatica moltitudine. Ciò nullameno le lezioni e l'esempio della pietosa Olga, aveano fatta impressione segreta, ma profonda sugli animi del giovine principe, e d'una parte di popolo; i missionarj greci continuavano a predicare, a disputare fra loro, e a battezzar convertiti, intanto che gli ambasciatori e i negozianti russi che dimoravano a Costantinopoli, raffrontavano la truce loro idolatria col più allettevole culto dei Greci. Ammirata aveano la chiesa di S. Sofia, le animate tele, ove effigiate vedeansi le vite de' Santi e de' Martiri, le ricchezze dell'altare, la molta quantità dei preti, e i magnifici loro apparati, la pompa e il buon ordine delle cerimonie; edificati da quegli armoniosi cantici, dopo de' quali un silenzio religioso veniva, si lasciarono persuadere facilmente che un coro d'Angeli scendesse ogni giorno dal Cielo per unirsi alla divozion de' fedeli[148 - V. un frammento anonimo pubblicato dal Banduri (Imper. or. t. II, p. 112, 113. De conversione Russorum).]; ma l'eccitamento più forte alla conversione di Valadimiro si fu la brama di congiungersi in nozze ad una donna romana. Il Pontefice cristiano gli amministrò il battesimo, e il matrimonio ad un tempo, nella città di Cherson, città che Valadimiro restituì all'imperatore Basilio, fratel di sua moglie. Questa città avea le porte di bronzo che vennero, dicesi, trasportate a Novogorod e poste dinanzi alla chiesa qual monumento del trionfo e della fede di Valadimiro[149 - L'Erbestein (apud Pagi, t. IV, pag. 56) narra, che Valadimiro fu battezzato e maritato a Cherson o Corsun. Novogorod conserva anche ai dì nostri tale tradizione, e le porte delle quali parlato abbiamo nel testo. Nondimeno un viaggiatore ed osservatore esatto pretende venute da Magdeburgo queste porte di bronzo, (Coxe's, Travels into Russia ec., v. I, p. 452) e cita un'iscrizione che par fatta per dimostrare tale assunto. I leggitori non debbono confondere questa Cherson, città della Tauride, o della Crimea, con una città del medesimo nome, stata fabbricata alla foce del Boristene, e di recente illustrata da un parlamento che vi hanno tenuto Caterina II e l'Imperatore Giuseppe.]. Ad un cenno di questo sovrano, Perrun, il Dio del tuono, da lui medesimo adorato sì lungo tempo, atterrato venne e trascinato nel fango; l'informe statua della divinità fu posta in pezzi a colpi di mazza da dodici robusti Barbari, che la gettarono indi con indignazione nel Boristene. Un editto di Valadimiro avendo chiariti nemici di Dio e del principe, e minacciato di trattarli siccome tali, tutti coloro che ricuserebbero il battesimo, i fiumi della Russia ricevettero migliaia di sudditi che alla sacra cerimonia prestaronsi, gareggianti in riconoscere la verità, e l'eccellenza di una dottrina dal gran Duca, e da' suoi Boiardi abbracciata. La generazione successiva vide sparire ogni avanzo di paganesimo; ma i due fratelli di Valadimiro essendo morti senza avere ricevuto questo segno caratteristico del Cristianesimo, ne vennero disotterrate le ossa e purificate con un battesimo postumo ed irregolare.



A. D. 800-1100


Ne' secoli nono, decimo e undecimo dell'Era cristiana, il regno dell'Evangelo e della Chiesa, si estese sulla Bulgaria, l'Ungheria, la Boemia, la Sassonia, la Danimarca, la Norvegia, la Svezia, la Polonia e la Russia[150 - V. Il testo latino o la versione inglese dell'eccellente Storia della Chiesa del Mosheim, al primo capitolo, ossia alla prima Sezione intorno ai secoli nono, decimo e undecimo.]; e rinovatisi i trionfi dell'appostolico zelo in questa età di ferro del Cristianesimo, le contrade settentrionali e orientali dell'Europa, si sottomisero ad una religione, la quale più nella parte teoretica, che nella pratica dal culto degli idoli differiva[151 - Non solo la religione cristiana differiva, e differisce nella teoria dall'antico culto degli idoli, come già abbiamo altrove mostrato, ma anche nella pratica; in questo culto, per esempio, v'erano i sacerdoti particolari di Giove, di Marte, di Cerere; nel culto cristiano non ci sono che i sacerdoti, o ministri di Dio; gli altri oggetti del culto cristiano non hanno sacerdoti proprj: quanto poi a questi oggetti, cioè alla teoria del culto delle imagini, ripetiamo ciò che ne abbiamo detto in una nota al vol. IX. (Nota di N. N.)]. Una lodevole ambizione conduceva i monaci dell'Alemagna e della Grecia per mezzo alle tende e alle capanne dei Barbari. La povertà, la fatica, i pericoli furono il retaggio di questi primi missionarj della Fede: armati di operoso e paziente coraggio, le loro intenzioni erano pure, e degne di stima: nè miglior ricompensa poteano aspettarsi fuor della testimonianza della loro coscienza e della venerazione di un grato popolo. Ma gli orgogliosi e ricchi prelati de' tempi posteriori, il frutto di queste missioni raccolsero. Volontarie furono le prime conversioni, nè i missionarj aveano altr'armi, che la santità de' costumi, e l'eloquenza de' loro discorsi: per via di miracoli e di visioni combatteano le favole domestiche dei Pagani: e a meglio sedurre i governanti ne lusingavano la vanità, e agli interessi dei medesimi davano opera. I Capi delle nazioni, ai quali i titoli di re e di santi largivansi[152 - Nel 1000, gli ambasciadori di S. Stefano ricevettero da Papa Silvestro il titolo di Re d'Ungheria, e il donativo d'un diadema che era lavoro di artisti greci. Doveva esserne presentato il Duca di Polonia, ma i Polacchi, per lor confessione medesima, erano troppo barbari, e immeritevoli quindi di una corona angelica ed appostolica. (Katona, Hist. crit. regum stirpis Arpadianae, t. I, p. 1-20).], credevano opera legittima e pia il sottomettere alla Fede cattolica i loro sudditi e i lor vicini. La costa del Baltico, dall'Holstein sino al golfo di Finlandia, a nome e sotto la bandiera della Croce fu invasa: la conversione della Lituania operata nel secolo decimoquarto al regno della idolatria pose termine. Un riguardo di verità e buona fede ne costrigne a confessare che la conversione del Nort, molti vantaggi agli antichi e ai nuovi cristiani produsse. Se i precetti del Vangelo, che raccomandano la carità e la pace, non poterono estinguere il furor della guerra connaturale alla specie umana, e se l'ambizione dei principi cattolici ha nondimeno rinovate in tutti i secoli le calamità che a questo flagello si uniscono, almeno l'avere ammessi i Barbari nel seno della civile ed ecclesiastica società, liberò l'Europa dai devastamenti che per mare e per terra operavansi dai Normanni, dagli Ungaresi e dai Russi, e appresero questi a rispettare il sangue umano, e divennero coltivatori[153 - Si ascoltino i cantici trionfali di Adamo di Brema (A. D. 1080) che hanno un fondo di verità: Ecce illa ferocissima Danorum, etc. natio… jamdudum novit in Dei laudibus alleluia resonare… Ecce populus ille piraticus… suis nunc finibus contentus est. Ecce patria, horribilis semper, inaccessa propter cultum idolorum… praedicatores veritatis ubique certatim admittit, etc. (De situ Daniae, etc., p. 40, 41, ediz. Elzevir); opera ove scorgesi una pittura originale e dilettevole del Nort dell'Europa, e della introduzione del Cristianesimo in questa parte del Mondo.]. Aggiugnendosi la prevalenza del clero ad istituir leggi e a consolidare il buon ordine, i popoli selvaggi conobbero gli elementi delle Arti e delle Scienze. Mossi da una saggia pietà i Principi russi, ebbero l'intendimento di chiamare al proprio servigio i più abili fra i Greci, affinchè abbellissero la città, e ne ammaestrassero gli abitanti. Vidersi, benchè informemente, imitati e copiati nelle chiese di Kiovia e di Novogorod la cupola e i quadri di S. Sofia; gli scritti dei Padri vennero tradotti in lingua schiavona, e trecento nobili giovani si trovarono sollecitati, o costretti a frequentare le lezioni del collegio di Jaroslao. Parrebbe, che quanto ai progressi nelle cognizioni, i Russi avessero dovuto ottenere grandi vantaggi dagli speciali vincoli per cui stretti erano alla Chiesa e allo Stato di Costantinopoli, che in que' tempi, nè a torto, dell'ignoranza de' Latini rideansi. Ma la nazione greca vivea nella schiavitù, isolata, e in uno stato di rapido scadimento: dopo la caduta di Kiovia, la navigazione del Boristene fu trascurata; e intanto che i Sovrani della città di Volodimir e di Mosca si trovavano disgiunti dal mare e dal rimanente della Cristianità, i Tartari fecero soffrire a quella Monarchia divisa in parti il vergognoso giogo della barbarie[154 - I grandi principi abbandonarono nel 1156 la residenza di Kiovia, smantellata indi dai Tartari nel 1240. Mosca divenne nel secolo XIV la sede dell'Impero. V. il primo e secondo volume della Hist. de Russie, del signor Levesque, e i Viaggi di Coxe nel Nort, t. I, p. 241.]. I regni degli Schiavoni e degli Scandinavi, convertiti dai missionarj latini, trovavansi per vero dire sottomessi alla giurisdizione spirituale e alle pretensioni temporali de' Papi[155 - Gli ambasciatori di S. Stefano aveano adoperate le rispettose espressioni di regnum oblatum, debitam obedientiam, etc. che Gregorio VII alla lettera interpretò; onde gli Ungaresi sonosi trovati impacciati fra la santità del Papa e l'independenza della Corona (Katona, Hist. critica, tom. I, p. 20-25, t. II, p. 304, 346, 360 ec.)]. Ma avendo abbracciata la stessa lingua e lo stesso culto di Roma, assunsero lo spirito libero e generoso della Repubblica europea, e a poco a poco dalla luce del sapere che splendè in Occidente, anch'essi furono rischiarati.




CAPITOLO LVI




I Saracini, i Franchi e i Greci in Italia. Prime avventure de' Normanni, e colonie poste da essi in questa parte dell'Europa. Indole e conquiste di Roberto Guiscardo duca della Puglia. Liberazione della Sicilia operata da Ruggero, fratello di Guiscardo. Vittoria sugl'imperatori dell'Oriente e dell'Occidente da Roberto riportata. Ruggero, re di Sicilia, invade l'Affrica e la Grecia. L'imperatore Manuele Comneno. Guerra tra i Greci e i Normanni. Estinzione de' Normanni.

A. D. 840-1017


Le tre grandi nazioni dei mondo, i Greci, i Saracini e i Franchi, venute fra loro a scontro, sul teatro dell'Italia si combatterono[156 - In quanto spetta alla storia d'Italia dei secoli nono e decimo, posso citare i libri quinto, sesto, e settimo del Sigonio, De regno Italiae (secondo volume delle sue opere, ediz. di Milano 1732): gli Annales del Baronio colla critica del Pagi: il settimo e ottavo libro della Istoria civile del regno di Napoli, del Giannone: il settimo e ottavo volume degli Annali d'Italia del Muratori (ediz. in 8), e il secondo volume dell'Abrégé chronologique del signor di Saint-Marc, opera che sotto un titolo superficiale molta dottrina, e indagini molte racchiude. Accerto i miei leggitori, e conoscendo eglino adesso il mio metodo di scrivere la Storia dovrebbero crederlo facilmente, che fin dove ho potuto, e tutte le volte che era utile il farlo, ho portate le mie ricerche a tutte le fonti primitive, e soprattutto ho accuratamente consultati gli originali dei primi volumi della grande Raccolta intitolata Scriptores rerum ital. del Muratori.]. Le province meridionali che formano oggidì il regno di Napoli, erano quasi per intero sottomesse ai duchi Lombardi principi di Benevento[157 - Il dotto Camillo Pellegrino, che viveva a Capua nel secolo XVII, ha rischiarata la storia del ducato di Benevento nella sua Historia principum longobardorum. V. i Scriptores el Muratori (t. II, part. I, p. 221-345; e t. V, p. 159-245).], sì formidabili in guerra, che il genio di Carlomagno per un momento arrestarono, e pel progresso delle cognizioni fervorosi tanto, che nella loro Capitale un'accademia di trentadue filosofi o grammatici mantenevano. Dalle rovine e dallo smembramento di questo Stato, un giorno sì florido, sorsero i principati di Benevento, di Salerno e di Capua, rivali fra loro; e l'ambizione o la sete della vendetta accecò tanto le diverse fazioni, che a chiamar s'indussero i Saracini, onde videro per lor colpa il proprio retaggio divenir preda degli stranieri. Due secoli di calamità oppressero l'Italia, tribolata da una sequela di crudeli disastri, che gli oppressori della medesima non valevano a ristorare con quella unione e tranquillità, cui solamente da una conquista ben assodata è lecito lo sperare. I vascelli de' Saracini soventi volte, e quasi ogni anno dal porto di Palermo salpavano: con troppa indulgenza gli accoglieano i Cristiani di Napoli. Più spaventosi armamenti la costa d'Affrica somministrava; e non rare volte accadea che persin gli Arabi dell'Andaluzia venissero or per soccorrere i Musulmani, or per rispingerli, se per professata Setta da lor differivano. Nel corso delle terrene vicissitudini, le Forche Caudine ebbero la seconda volta il destino di nascondere un aguato. Il sangue degli Affricani una seconda volta i campi di Canne innaffiò, e nuovamente per variate vicende, il Sovrano di Roma, ora assalì, ora difese le mura di Capua e di Taranto. Una colonia di Saracini stanziata erasi a Bari, che domina l'ingresso del golfo Adriatico, e devastando costoro, senza distinguere nè popoli, nè persona, i paesi de' Greci e de' Latini, entrambi gli Imperatori irritati, per la vendetta comune, si collegarono. Basilio il Macedone, primo della sua stirpe, e Luigi pronipote di Carlomagno[158 - V. Costantino Porfirogeneta, De thematibus, lib. II, c. 11, in vit. Basil. c. 55, p. 181.], sottoscrissero una lega offensiva, ove ciascuna delle due parti obbligossi a fornire le cose all'altra mancanti. Ma l'Imperator greco non potea, senza commettere un atto d'imprudenza, inviare in Italia le sue truppe che campeggiavano nell'Asia, nè i Latini guerrieri bastavano di per sè stessi a difendersi, a meno che il navilio bisantino l'ingresso del golfo padroneggiasse. La fanteria dunque de' Franchi, la cavalleria e le galee de' Greci, il Forte di Bari assediarono: e l'Emiro arabo, dopo essersi difeso per quattro anni, alla clemenza di Luigi, che le fazioni dell'assedio comandava in persona, si sottomise. Mercè una tal lega, i due Imperatori questa rilevante piazza possedeano in comune; ma non andò guari che lamentele, eccitate da scambievole orgoglio e gelosia, il lor buon accordo turbarono. Attribuendosi i Greci il merito della conquista, e la gloria del trionfo, e vantando la grandezza delle proprie forze, derideano l'intemperanza, e la dappocaggine di una mano di Barbari che militava sotto le bandiere del principe Carlovingio. La risposta che ai costoro motteggi egli fece, spira tutta l'eloquenza della indignazione e della verità. «Noi confessiamo la grandezza de' vostri apparecchi, dicea il pronipote di Carlomagno; i vostri eserciti di fatto erano numerosi, come que' nugoli di locuste che oscurano un giorno della state, ma dopo corto battere d'ali, e poca estesa volata, estenuate e sfiatate cadon per terra. Simili a questi insetti, dopo un debole sforzo siete caduti; vinti per colpa di vostra infingardaggine, avete abbandonato il campo di battaglia per affrontare e spogliare i Cristiani della costa di Schiavonia, che son nostri sudditi. Il numero de' nostri guerrieri, voi dite, era scarso; e perchè ciò? perchè stanco io d'aspettarvi, avea licenziato il mio esercito, nè conservai che pochi scelti soldati per continuare le fazioni dell'assedio di Bari. Se alla presenza del pericolo e della morte, si sono abbandonati ai diletti de' lor conviti ospitali, cotali feste hanno forse il vigore delle loro imprese scemato? È forse la vostra frugalità che ha rovesciate le mura di Bari? Non son questi i prodi Franchi, che, comunque scemati di numero, dalle fatiche e dalle infermità, posero alle strette e debellarono i tre più possenti emiri dei Saracini? Non è la rotta di questi emiri che ha affrettato l'arrendersi della città? Bari è caduta. Lo spavento si è impadronito di Taranto; la Calabria sarà liberata; e padroni noi del mare, non sarà difficile il ritogliere la Sicilia dalle mani degl'Infedeli. Mio fratello, aggiugneva (e nulla eravi di più atto a trafiggere la greca vanità, quanto questa denominazione di fratello), affrettate i soccorsi marittimi che mi dovete somministrare; rispettate i vostri confederati, e degli adulatori fidatevi meno[159 - La lettera originale dell'imperatore Luigi II all'imperatore Basilio, curioso monumento del nono secolo, è stata per la prima volta pubblicata dal Baronio (Annal. eccles., A. D. 871 n. 51-71), che ha seguìto un manoscritto dell'Erenperto, o piuttosto dello Storico Anonimo di Salerno, tratto dalla Biblioteca del Vaticano.]».



A. D. 890


Ma la morte di Luigi, e la debolezza della dinastia de' Carlovingi, le sublimi speranze de' Franchi mandarono a vuoto; e qual che si fosse quella delle due nazioni, cui l'onore di avere soggiogata Bari si appartenea, certamente gl'imperatori greci, Basilio, e Leone figlio di lui, tutto il frutto ne colsero. O per amore o per forza, la Puglia e la Calabria li riconobbero per sovrani; una linea ideale condottasi dal monte Gargano alla baia di Salerno, dà a divedere, come la maggior parte del regno di Napoli fosse all'Impero d'Oriente soggetta. Oltre questa linea stavano i duchi, o le repubbliche di Amalfi[160 - V. l'eccellente dissertazione De republica Amalphitana, nella Appendix (p. 1-42) della Historia Pandectarum(Trajecti ad Rhenum, 1722 in 4) di Enrico Brencmann.] e di Napoli, le quali non avendo mai trasgrediti i doveri del vassallaggio, godeano i felici effetti di aver vicino il lor Sovrano legittimo; e soprattutto Amalfi arricchivasi pel commercio che delle produzioni e de' lavori dell'Asia, aperto avea colla Europa; ma i principi lombardi di Benevento, di Salerno e di Capua[161 - Il vostro signore, dicea Niceforo, ha dato soccorso e protezione, principibus capuano et beneventano, servis meis, quos oppugnare dispono… Nova (piuttosto Nota) res est od eorum patres et avi, nostro imperio tributa dederunt (Luitprando, in Legat., p. 484). Non si fa qui menzione di Salerno; pur fu in questi giorni all'incirca che questo principe cambiò di parte, e Camillo Pellegrino (Script. rer. ital., t. II, part. I, p. 285) ha osservato con molta accortezza questo cambiamento nello stile della Cronaca Anonima. Luitprando (p. 480) fonda su prove dedotte dalla Storia e dalla Lingua i diritti dei Latini sulla Puglia e sulla Calabria.], fecero spesse volte a lor malgrado causa separata dalle province greche, e violarono la promessa di sommessione e tributo che aveano pattuita. La città di Bari, fattasi più ricca e più grande, divenne la metropoli del nuovo tema, ossia della nuova provincia della Lombardia: l'ufiziale posto a comandarla, ottenne il titolo di Patrizio, indi la singolare denominazione di Katapan[162 - V. I Glossarj greci e latini del Ducange (articoli Κατεπανο Catapana) e le sue note sull'Alexiade (pag. 275). Egli non ammette l'idea de' contemporanei che derivar faceano questo vocabolo da Κατα παν, juxta omne; e trova soltanto che essa è una corruzione del vocabolo latino capitaneus. Il signor di Saint-Marc osserva però giustamente (Abrégé chronolog., t. II, pag. 924) che in quel secolo i Capitanei non erano Capitani, ma solamente i Nobili di primo ordine, i grandi sottovassalli dell'Italia.]: l'amministrazione della Chiesa e dello Stato, regolate vennero in guisa, che dal trono di Costantinopoli dovettero affatto dipendere. Gli sforzi operati dai principi d'Italia per contendere ai Greci questa possanza, di vigore e d'accordo mancarono; e quanto agli sforzi delle soldatesche alemanne, che capitanate dagli Ottoni scendeano l'Alpi, i Greci a rispingerli, o a mandarli a vuoto pervennero. Il primo, e il più grande di cotesti imperatori sassoni, si vide costretto ad abbandonare l'assedio di Bari; il secondo, dopo avere perduti i più coraggiosi fra i suoi vescovi e baroni, ebbe a ventura il potere ritirarsi con onore dopo la sanguinosa battaglia di Crotone. Trionfò de' Franchi il valore de' Saracini, comunque le squadre di Bisanzo avessero dianzi proibite le Fortezze e le coste dell'Italia a questi corsari; ma l'interesse sulla superstizione o il risentimento la vinse: e il califfo di Egitto spedì in soccorso del suo confederato cristiano quarantamila Musulmani. I successori di Basilio II[163 - Ου μονον δια πολεμων ακριβως ετεταγμενον το τοιουτον υπηγαγε το εθνος (i Lombardi) αλλα και αγχινοια χρησαμενος, και δικαισυνη και χρηστοτητι επιεικως τε τοις προσερχομενοις προσφερομενος και την ελευθεριαν αυτοις πασης τε δουλειας, και των αλλων φορολογικων χαριξομενος, non solamente con guerre saggiamente condotte assoggettò la nazione (i Lombardi); ma usando d'ingegno, e colla giustizia e l'indulgenza egualmente proferendosi a' nuovi sudditi, e facendo lor grazia della libertà franca, da ogni servitù e dagli altri tributi usitati (Leone, Tattica, c. 15, pag. 741). La Cronaca di Benevento (t. II, part. I, p. 280) offre una idea ben diversa de' Greci in que' cinque anni (891-894) che Leone signoreggiò la città.] si lasciarono persuadere che la conquista e la conservazione della Lombardia doveano unicamente alla giustizia delle proprie leggi, alla virtù de' proprj ministri, alla gratitudine di un popolo liberato per essi dall'anarchia e dall'oppressione. Una sequela di ribellioni non potè a meno però di portar qualche lume sul vero stato delle cose alla Corte di Costantinopoli, sinchè poi la rapidità de' buoni successi ottenuti dai venturieri normanni dileguasse affatto gli abbagli che l'adulazione aveva nudriti.

L'instabilità delle umane cose in trista guisa apparisce dall'instituire un confronto tra lo Stato della Puglia e della Calabria nel decimo secolo dell'Era cristiana, e tra quel che erano state queste province ai tempi di Pitagora. Nella più remota di queste due epoche, la costa della Magna Grecia (così nomavasi allora l'Italia) abbondava di città libere, opulenti, e piene di soldati, di artisti e filosofi, intanto che le forze militari di Taranto, di Sibari, di Crotone, in nulla cedeano a quelle di un poderosissimo regno. Nel secolo di cui scriviamo la storia, le stesse province erano in preda all'ignoranza, tribolate dalla tirannide, spopolate dalla guerra co' Barbari; nè forse abbiam luogo di apporre troppo severamente la taccia di avere esagerato ad un autore di quei tempi che ne le dipinse «vaste e fertili regioni, devastate, come la Terra dopo il diluvio universale lo fu[164 - Calabriam adeunt, eamque inter se divisam reperientes, funditus depopulati sunt (o depopularunt) ita ut deserta sit velut in diluvio. Tale è il testo di Eremperto o Erchemperto, giusta le due Edizioni del Caraccioli (Rerum ital. script. t. V, p. 23) e di Camillo Pellegrino (t. II, part. I, p. 246) opere rarissime al tempo che il Muratori le ha pubblicate di nuovo.].» A conoscere quali devastazioni gli Arabi, i Franchi, e i Greci nell'Italia meridionale operassero, sceglierò due o tre fatti opportuni parimente a dimostrare i costumi degl'invasori.



A. D. 875


I. Non contenti i Saracini di spogliare i monasteri e le chiese, voleano ancora profanarle commettendo sacrilegi. Durante l'assedio di Salerno un Capo Musulmano avea posto nel luogo della Mensa eucaristica il proprio letto, ove ogni notte la verginità di una monaca sacrificava. Mentre sforzavasi a superare la resistenza che una di queste Religiose opponevagli, una trave, o per arte altrui, o per accidente staccatasi dal letto gli cadde sul capo, onde la morte dell'impudico Musulmano venne attribuita alla collera di Gesù Cristo che assumea finalmente la difesa della fedele sua sposa[165 - Il Baronio (Annal. eccles. A. D. 874 n. 2) ha tratta questa storia da un manoscritto di Eremperto, che morì a Capua, quindici anni dopo un tale avvenimento. Ma un falso titolo ha ingannato questo Cardinale, e noi non possiamo citare che la Cronaca Anonima di Salerno (Paralipomena, c. 110), composta verso la fine del decimo secolo, e pubblicata nel secondo volume della Raccolta del Muratori. V. le Dissertazioni di Camillo Pellegrino (t. II, part. I, pag. 231-281 ec.).].



A. D. 874


II. I Saracini teneano strette d'assedio le città di Benevento e di Capua: i Lombardi dopo avere chiesto indarno soccorso ai successori di Carlomagno, la clemenza e l'aiuto dell'imperator greco implorarono[166 - Costantino Porfirogeneta (in vit. Basil. c. 58, p. 183) è il primo autore che racconti questo fatto. Ma lo pone accaduto sotto i regni di Basilio e di Lodovico II, mentre la riduzione di Benevento operata dai Greci, non avvenne che nel 891, vale a dire dopo la morte di questi due principi.]. Un intrepido cittadino che venne calato dall'alto delle mura, attraversò le nemiche trincee, ed eseguì la propria incumbenza; ma mentre stava per ritornare alla città, e rincorarne gli abitanti narrando loro il buon esito delle operate cose, cadde fra le mani dei Barbari. Costoro gli prescrissero di favorire la loro impresa ingannando i suoi concittadini. Ricchezze e onorificenze state gli sarebbero guiderdone di frode: la veracità all'opposto gli avrebbe fruttata una morte pronta e sicura. Mostrò di rendersi: ma giunto in tanta vicinanza d'essere udito da que' che stavano sui baluardi, ad alta voce gridò, «Amici miei, miei fratelli, coraggio e pazienza! continuate a resistere: il vostro Sovrano sa a quale stremo siete ridotti; i vostri liberatori avvicinano: mi è noto il destin che mi aspetta; confido alla gratitudine vostra la cura di mia moglie, e de' miei figli». Il furore degli Arabi confermò la verità delle cose dette da questo generoso cittadino, che cadde trafitto da mille colpi; ma egli merita di vivere mai sempre nella memoria degli uomini virtuosi. È però da osservarsi che un'azione di tal natura viene applicata a diverse occasioni ed epoche, così antiche, come moderne, onde è lecito dubitare alcun poco sulla realtà della cosa[167 - Paolo Diacono (De gest. Longob., l. V, c. 7, 8, p. 870, 871, ediz. Grot.) racconta un fatto simile, accaduto nel 663 sotto le mura della stessa città di Benevento; ma attribuisce ai Greci il delitto di cui gli autori di Bisanzo incolpano i Saracini. Dicesi che nella guerra del 1756 il signor di Assas, ufiziale del reggimento di Auvergne, si consecrasse in egual modo alla morte: ed anzi con maggiore eroismo, perchè i nemici che lo aveano fatto prigioniere, non gli chiedeano che il silenzio. (Voltaire, siècle de Louis XV, c. 33, t. IX, p. 172).].



A. D. 930


III. Il terzo fatto può in mezzo agli orrori della guerra movere al riso. Tebaldo, marchese di Camerino e di Spoleto[168 - Tebaldo che Luitprando colloca fra gli eroi, fu, propriamente parlando, duca di Spoleto e marchese di Camerino dall'anno 926 al 935. Il titolo e l'impiego di marchese (comandante della Marca, o della Frontiera) era stato introdotto in Italia dagl'imperatori francesi (V. Abrégé chronologique, t. II, p. 645-732, ec.).], difendendo le parli dei ribelli di Benevento, manifestava nella sua condotta una tranquilla crudeltà, che a que' giorni non era inconciliabile coll'eroismo. I prigionieri, o Greci, o partigiani de' Greci, che gli cadeano fra le mani, perdeano gli organi della virilità; e rincalzando l'oltraggio con atroce motteggio, «io spero, aggiugnea, di poter presentare al greco Imperatore un esercito di quegli eunuchi, che fanno il più prezioso fra gli ornamenti della Corte bisantina». Il presidio d'un castello essendo stato disfatto in una sortita, stava per eseguirsi la solita fazione sui prigionieri. Ma le cose vennero interrotte da una donna, che, lanciatasi a guisa di forsennata in mezzo ai carnefici, colle sue grida sforzò Tebaldo a porgerle ascolto. «In questa guisa, o magnanimo eroe, ella esclamò, tu intimi guerra alle donne, alle donne che non ti hanno mai fatta veruna ingiuria, e che non hanno altr'armi fuor della loro rocca e del loro fuso?» – Tebaldo negò il fatto, asserendo che non avea mai udito favellare di guerra guerreggiata contra le donne, dai giorni delle Amazzoni in poi. « – Come? riprese a dire infuriata costei: potevate voi assalirne in un modo più immediato? potevate voi trafiggerci in una parte più sensibile, quanto col privare i nostri mariti della cosa, che in essi amiamo maggiormente, della sorgente de' nostri diletti; e della speranza della nostra posterità? ci avete tolte le nostre mandrie; l'ho sofferto senza lamentarmi: ma questa fatale ingiuria, questa perdita irreparabile, ha stancata la mia pazienza, e chiama sui vostri capi la giustizia del cielo, e quella degli uomini». Fu applaudito all'eloquenza di questa femmina, non senza molto scrosciar di risa: e i Franchi, comunque selvaggi, comunque poco accessibili alla pietà, rimasero commossi da una disperazione, ragionevole, quanto comica; per cui oltre alla liberazione de' prigionieri, la restituzione de' proprj beni ella ottenne. Mentre tornava trionfando al castello, un messo mandatole da Tebaldo, le chiese, qual punizione dovrebbe pronunziarsi contra suo marito, se per l'avvenire fosse nuovamente colto coll'armi alla mano. «Se tal fosse il suo delitto, e la sua sfortuna, rispose l'oratrice senza titubare, egli ha occhi, ha naso, ha mani e piedi: queste cose gli appartengono, e può meritar di perderle co' suoi delitti; ma prego il mio Signore, e mio degno padrone a risparmiare ciò che la sua debole serva osa richiamare, come sua particolare e legittima proprietà»[169 - Luitprando, Hist., l. IV, c. 4, Rerum italic. scriptores, t. I, part. I, p. 453, 454. Se qualcuno trovasse troppo libera tal descrizione sarei costretto ad esclamare col povero Sterne: «Duolmi di non potere trascrivere con circospezione quelle cose che senza scrupolo un vescovo ha scritte; sarebbe stato ben peggio se avessi tradotto alla lettera ut viris certetis testiculos amputare, in quibus nostri corporis refocillatio, etc.».].



A. D. 1016


Le colonie di Normanni venute a stanziarsi in Napoli e nella Sicilia[170 - I monumenti che ci restano del soggiorno de' Normanni in Italia, sono stati raccolti nel quinto volume del Muratori; fra i quali monumenti conviene distinguere il poema di Guglielmo Pugliese (p. 245-278) e la storia di Galfridus (Gioffredo) Malaterra (p. 537-607). Nati entrambi in Francia, i ridetti autori scrivevano in Italia, colla robusta franchezza di uomini liberi ai giorni de' primi conquistatori (prima dell'anno 1100). Non fa di mestieri il ripetere i nomi de' compilatori e critici della Storia d'Italia, Sigonio, Baronio, Pagi, Giannone, Muratori, Saint-Marc ec. da me consultati sempre, e non copiati giammai.], fin dalla loro fondazione, diedero origine a conseguenze rilevanti per l'Italia, e per tutto l'impero dell'Oriente. Le province dei Greci, de' Lombardi, e de' Saracini, discordi fra loro, erano in pericolo di divenir preda del primo che avesse voluto occuparle: in questo medesimo tempo, gli audaci pirati della Scandinavia tutte le terre, e tutti i mari dell'Europa empievano di devastazione e spavento. Dopo una lunga sequela di saccheggi e uccisioni, i Normanni accettarono e tennero un vasto e fertile paese della Francia, cui diedero il proprio lor nome, e abbandonati i loro Dei pel Dio de' Cristiani[171 - Alcuni fra i primi convertiti si fecero battezzare dieci, o dodici volte, affine di ricevere dieci o dodici volte la tonaca bianca che era d'uso il dare in dono ai Neofiti. Ai funerali di Rollone, furono fatte largizioni ai monasteri pel riposo dell'anima del defunto, e sagrificati cento prigionieri; ma nello spazio di una, o due generazioni, il cambiamento fu compiuto e generale.], i duchi di Normandia si riconobbero vassalli de' successori di Carlomagno e di Capeto. Quella feroce energia che aveano portata con sè dalle addiacciate rupi della Norvegia, sotto un più mite clima si ammansò, non si corruppe; i compagni di Rollone a poco a poco coi nativi del paese si mescolarono; essi adottarono i costumi, la lingua[172 - I Normanni di Bayeux, città situata sulla costa marittima, parlavano tuttavia (A. D. 940) la lingua danese, mentre a Rouen la Corte e la Capitale l'avevano dimenticata. Quem (Riccardo I) confestim pater Baiocas mittens Botoni militiae suae principi nutriendum tradidit, ut ibi LINGUA eruditus DANICA suis exterisque hominibus sciret aperte dare responsa (Wilhelm Gemeticensis, De ducibus Normannis, l. III, cap. 8, pag. 623, edizione di Camden). Il Selden (Opera, t. II, pag. 1640, 1656) ha offerto un saggio della lingua naturale e favorita di Guglielmo il Conquistatore (A. D. 1035), saggio troppo vieto ed oscuro ai dì nostri anche per gli Antiquari, e pei Giureconsulti.], e l'audacia cavalleresca de' Francesi: sicchè, in quel secolo guerriero, i Normanni la palma del valore e delle militari imprese si meritarono. Fra le superstizioni d'uso in allora, quelle cui più ardentemente si diedero furono i pellegrinaggi di Roma, dell'Italia, e di Terra Santa: genere di operosa divozione che le forze de' loro animi e de' lor corpi aumentava. Sprone era ad essi il pericolo, il diletto di veder cose nuove, la ricompensa; la meraviglia, la credulità, la speranza ai loro occhi la scena del mondo abbellivano. Collegati essendosi per mutua difesa, si scontraron sovente ne' malandrini dell'Alpi, che adescati dal vestire de' pellegrini, sotto di essi trovavano spesse volte il braccio punitor del guerriero. In uno di questi santi viaggi alla caverna del Gargano, montagna della Puglia, santificata da un'apparizione dell'Arcangelo S. Michele[173 - V. Leandro Alberti (Descrizione d'Italia, p. 250) e Baronio (A. D. 493, n. 43). Quando anche l'Arcangelo avesse ereditato il tempio dell'oracolo e come è presumibile la caverna di Calcante, l'astrologo degli antichi (Strabone, Geogr. l. VI, pag. 435, 436), i Cattolici in questo caso colla eleganza della loro superstizione aveano superati i Greci.], si fece ad essi incontro uno straniero, vestito alla greca, che non tardò a manifestarsi per un ribelle fuggitivo, e mortal nemico dell'Impero di Bisanzo. Costui, Melo di nome, nobile di Bari, dopo una congiura infelicemente tentata, costretto a fuggire, cercava altri colleghi, e vendicatori della sua patria. Il contegno ardito de' Normanni riaccese in lui la speranza, e il persuase confidarsi ad essi, che ne ascoltarono le lamentazioni, e più ancora le promesse[174 - I Normanni erano pel loro valore conosciuti in Italia; alcuni anni prima, cinquanta de' loro cavalieri trovatisi a Salerno nel tempo che un'armatetta di Saracini veniva ad affrontar la città, chiesero armi e cavalli a Guaimaro III, allora principe di Salerno, e chiesto si aprissero loro le porte della città, fecero impeto ne' Saracini e li sconfissero. Guaimaro divisava conservar questi guerrieri presso di sè. Ma volendo essi ripartire, si fece promettere che sarebbero tornati con altri prodi di lor nazione per combattere gl'Infedeli (Hist. des republ. ital., t. I, p. 263.) (Nota dell'Editore).]. La prospettiva di ricchezze che offerse loro, serviva a dimostrar giusta la costui causa, ed un fertile territorio oppresso da effeminati tiranni, parve ai Normanni un retaggio dovuto unicamente al valore. Di ritorno in patria, vi eccitarono e dilatarono l'amore delle lontane spedizioni, e una banda di venturieri, poco numerosa ma intrepida, volontariamente per liberare la Puglia si collegò. Attraversate in separati drappelli le Alpi, e nascosti sotto abiti di pellegrini, trovarono nelle vicinanze di Roma Melo, che dopo avere somministrati cavalli ed armi ai più poveri, li condusse immediatamente alla pugna. Nel primo scontro il loro valore trionfò; ma nel secondo, costretti a cedere ai Greci, superiori di numero, e di macchine belliche ben provveduti, si ritirarono indispettiti, senza però voltar mai le spalle al nemico. L'infelice Melo occupò il rimanente del viver suo sollecitando soccorsi della Corte Alemanna; e i Normanni, postisi per lui in cimento, esclusi dal paese che loro era stato promesso in guiderdone, errarono pei gioghi e per le vallate d'Italia, ridotti a conquistarsi colla spada il vitto giornaliero. Questa formidabile spada giovò a vicenda ai principi di Capua, di Benevento, di Salerno, e di Napoli che avean contese fra loro; e il valore, e la disciplina de' Normanni, faceano sempre piegar la vittoria a favor della causa che eglino difendeano. E aveano pur anche l'intendimento di mantenere l'equilibrio di potere fra questi diversi Stati, per tema che la preponderanza di un de' medesimi non rendesse men rilevanti e men utili i loro aiuti e i loro servigi. In un campo affortificato, posto in mezzo alle paludi della Campania, sulle prime poser dimora, ma non andò guari che un soggiorno più agiato e durevole dalla liberalità del Duca di Napoli ottennero. Egli edificò per essi, lontano otto miglia dalla sua Capitale, la città di Aversa, che fece inoltre munire, perchè fosse contro Capua il lor baluardo. Divennero per ducale concedimento gli usufruttuarj de' campi, de' verzieri, delle praterie, delle foreste di quel territorio ubertoso[175 - L'autore della storia delle repubbliche italiane al tomo I p. 267, racconta in ben altro modo la cosa. Dopo la ritirata dell'imperatore Enrico II, i Normanni, unitisi sotto gli ordini di Rainolfo, presero Aversa, in allora piccolo castello del ducato di Napoli; ne erano padroni da pochi anni, quando Pandolfo IV, principe di Capua s'impadronì di Napoli all'impensata. Sergio, duce delle soldatesche, e Capo della repubblica, uscì coi principali cittadini fuori di una città, ove non potea veder senza orrore una straniera dominazione introdursi. Si ritirò in Aversa, e allorchè col soccorso de' Greci, e dei cittadini rimasti fedeli alla loro patria ebbe raccolto quanto denaro bastava a saziare la cupidigia dei venturieri normanni, si valse de' loro soccorsi ad assalire la guernigione del principe di Capua, che egli sconfisse tornando indi in potere di Napoli. In questa occasione, confermò ai Normanni il possedimento di Aversa, e de' suoi dintorni, formandone una contea della quale conferì l'investitura a Rainolfo. (Hist. des republ. ital., t. I, p. 267). (Nota dell'Editore).]. Quivi la fama de' buoni successi ottenutisi dai nostri venturieri conduceva ogni anno nuove bande di pellegrini e soldati; i poveri spinti dalla necessità, i ricchi incoraggiati dalla speranza: e quanti eranvi uomini valorosi e intraprendenti nella Normandia, venivano a cercare ivi gloria e fortuna. Oltrechè la città independente di Aversa offeriva asilo a quegli abitanti de' vicini paesi che posti eransi fuor della protezione delle leggi, e a chiunque avea potuto sottrarsi alla ingiustizia o alla giustizia de' suoi superiori; ben tosto questi rifuggiti, i costumi, e la lingua della gallica Colonia adottarono. Il Conte Rainolfo fu il primo Capo de' Normanni, nè v'ha chi ignori nella origine delle società essere il maggior grado, la ricompensa e la prova del maggior merito[176 - V. il primo libro di Guglielmo Pugliese. Le descrizioni di questo scrittor di versi possono adattarsi a tutti gli sciami di Barbari e di Filibustieri.Si vicinorum quis PERNITIOSUS ad illosConfugiebat, eum gratanter suscipiebant,Moribus et lingua, quoscunque venire videbant,Informant propria; gens efficiatur ut una.e altrove quando parla de' venturieri Normanni, in cotal guisa si esprime.Pars parat, exiguae vel opes aderant quia nullae;Pars quia de magnis majora subire volebant.].



A. D. 1038


Dopo che gli Arabi conquistata aveano la Sicilia, gl'imperatori greci ad altro non aveano pensato, che ai modi di ricuperare questa bella provincia: ma la lontananza e il mare, ai loro sforzi i più vigorosi opponeano insuperabili ostacoli. Le spedizioni più dispendiose, dopo avere offerti alcuni lampi di buon successo, non giovavano per ultimo che ad aggiugnere nuove pagine di calamità e di umiliazioni agli Annali di Bisanzo. Basti il dire, che una sola di queste imprese costò alla Grecia ventimila de' suoi migliori soldati; e i Musulmani vincitori si risero di una nazione che commetteva agli eunuchi non solamente la custodia delle sue donne, ma il comando ben anche de' proprj eserciti[177 - Luitprand., in Legatione, p. 485. Il Pagi ha schiarito questo avvenimento seguendo il manoscritto storico del Diacono Leone (t. IV, A. D. 965, n. 17-19).]. Dopo avere regnato due secoli, i Saracini colle loro discordie perdettero sè medesimi[178 - V. la Cronaca araba della Sicilia, nel Muratori (Script. rerum italic., t. I, p. 253).]. L'Emiro negò riconoscere l'autorità del Re di Tunisi: il popolo contra l'Emiro si sollevò; i Capi occuparono le città; l'infimo fra i ribelli, il suo villaggio, o il suo castello a grado suo governava, e fra due fratelli che si guerreggiavano, il più debole si volse ai Cristiani per implorarne soccorso. Ovunque rischi offerivansi, i Normanni erano pronti ad accorrere e a rendersi utili. Arduino, agente e interprete de' Greci, arrolò cinquecento cavalieri o guerrieri a cavallo sotto lo stendardo di Maniaces, governatore della Lombardia. Quando questi sbarcarono nella Sicilia, i due fratelli erano riconciliati; rimesso fra la Sicilia e l'Affrica il buon accordo, truppe comuni difendeano la costa. I Normanni conduceano l'antiguardo: onde gli Arabi di Messina fecero trista esperienza del valore di un nemico nuovo per essi. In una seconda azione campale, l'Emiro di Siracusa venne tratto d'arcione e passato da banda a banda da Guglielmo d'Altavilla, soprannomato Braccio di Ferro. In una terza battaglia, gli intrepidi soldati di questo capitano misero in rotta un esercito di sessantamila Saracini, non lasciando ai Greci altra fatica, fuor quella d'inseguire le vinte truppe: luminosa vittoria, benchè non debba tacersi che la penna dello Storico nel descriverla ha voluto entrare a parte di merito colla lancia normanna. Nondimeno ella è cosa certa che i Normanni in modo essenziale contribuirono al buon successo di Maniaces, il quale con questa vittoria, tredici città, e la più gran parte della Sicilia, al greco Imperatore sommise. Ma costui la propria gloria militare, con atti d'ingratitudine e tirannide, deturpò; nel divider le spoglie, non fece caso del merito dei suoi valorosi ausiliari, i quali, per tanto ingiurioso trattamento, videro offesi e il loro orgoglio, e la lor cupidigia. Giovandosi del loro interprete le proprie lagnanze innoltrarono; ma queste disdegnate, l'interprete fu frustrato. Benchè i patimenti della flagellazione riguardassero il solo che fu sottoposto alla pena, l'oltraggio feriva tutti quelli che lo aveano inviato: deliberarono vendicarsi; accorti però nel dissimulare fino all'istante che, o fosse di consenso de' Greci, o fuggendo, ebbero raggiunto il continente dell'Italia: i Normanni d'Aversa, non men si sdegnarono per l'oltraggio ricevuto dai loro fratelli; e la provincia della Puglia[179 - V. Gioffredo Malaterra che narra la guerra della Sicilia e la conquista della Puglia (l. I, c. 7, 8, 9-19), Cedreno, (tom. II, p. 741-743, 755, 756) e Zonara (tom. II, p. 237, 238) descrivono gli avvenimenti medesimi: e poichè i Greci si erano già avvezzi alle umiliazioni, una sufficiente imparzialità scorgesi ne' loro racconti.] fu invasa come pegno di un credito che i Normanni aveano, sin vent'anni dopo la prima lor migrazione. Il loro esercito non sommava allora a più di settecento cavalieri, e cinquecento fantaccini, mentre sessantamila uomini, a quanto narrasi, erano la forza dell'esercito di Bisanzo, poichè furono richiamate in Italia le legioni, che nella Sicilia avevano guerreggiato[180 - Cedreno specifica il ταλμα ordinanza militare dell'Obsequium (Phrygia) e il μεθος parte, de' Tracesii (Lydia), v. Costantino (De Thematibus, 1, 3, 4, con la carta del Sig. Delisle); e chiama indi i Pisidii, e i Licaonii col predicato foederati.]. Un araldo propose ai Normanni l'alternativa della battaglia o della ritirata. «La battaglia!» – sclamarono questi ad unanime voce, e un de' lor più robusti guerrieri atterrò con un colpo di pugno il cavallo del greco messo, che con nuovo cavallo fu rimandato. I Generali bisantini ebbero grande cura di nascondere il sofferto affronto alle truppe imperiali; ma due combattimenti che si succedettero, più segnalatamente a queste mostrarono quai fossero la forza e il valor de' Normanni. Nelle pianure di Canne gli Asiatici fuggirono all'aspetto degli avventurieri di Francia, e il duca di Lombardia cadde in potere de' vincitori. Gli abitanti della Puglia ad una nuova dominazione si assoggettarono, e l'Imperatore greco non salvò dal disastro che le quattro piazze di Bari, di Otranto, di Brindisi, e di Taranto. Da quest'epoca incomincia il Governo de' Normanni in Italia, Governo che la nascente colonia di Aversa ben tosto oscurò. Il popolo elesse dodici Conti[181 - Omnes conveniunt et bis sex nobiliores,Quos genus et gravitas morum decorabat et aetas,Elegere duces. Provactis ad comitatumHis alii parent. Comitatus nomen honoris,Quo donantur erat. Hi totas undique terrasDivisere sibi, ni sors inimica repugnet,Singula proponunt loca quae contingere sorteCuique ducis debent, et quaeque tributa locorum.E dopo avere parlato di Melfi, Guglielmo Pugliese aggiunge:Pro numero comitum bis sex statuere plateas,Atque domus comitum tolidem fabricantur in urbe.Leone d'Ostia (l. II, c. 67) ne istruisce in qual modo vennero distribuite le città della Puglia: ma inutile mi è sembrata una tal descrizione.], e in queste scelte l'età, la nascita, il merito, regolarono i suffragi. Le contribuzioni distrettuali assegnate a questi ripartimenti, servivano ad uso particolare dei Conti, e ognun di essi innalzò nel mezzo delle sue terre, una Fortezza, che tenea in dovere i vassalli. La città di Melfi, residenza comune dei Conti, e situata nel mezzo della provincia, divenne la metropoli e la Fortezza dello Stato. Ognuno di questi dodici Capi avea per sè una casa, e un separato rione; il qual Senato militare la cosa pubblica amministrava. Il primo di essi, presidente e Generale della repubblica, ricevè il titolo di Conte della Puglia, dignità conferita a Guglielmo Braccio-di-Ferro, che, nello stile di quel secolo, veniva dipinto come un lione nella battaglia, un agnello nella società, un angelo ne' consigli[182 - Guglielmo Pugliese (lib. II, c. 12). Mi fondo sopra una citazione del Giannone (Ist. civ. di Napoli t. II, p. 31), citazione che nell'originale non posso verificare. Il Pugliese loda le validas vires, probitas animi et vivida virtus di Braccio-di-Ferro, aggiugnendo che, se questo eroe fosse vissuto più lungamente, niun poeta avrebbe potuto pareggiarne il merito co' suoi canti (l. I, p. 258, l. II, p. 259). Braccio di ferro fu pianto dai Normanni, quippe qui tanti consilii virum dice il Malaterra (l. I, c. 12, p. 552) tam armis strenuum, tam sibi munificum, affabilem, morigeratum ulterius se habere diffidebant.]. Un autore normanno vissuto a quei giorni, descrive con tutta ingenuità i costumi e l'indole de' suoi compatriotti[183 - Malaterra (l. I, c. 3, pag. 550): Gens astutissima, injuriarum ultrix… adulari sciens… eloquentiis inserviens; espressioni che dimostrano qual fosse l'indole, fin passata in proverbio, de' Normanni.]. «I Normanni, dice il Malaterra, sono un popolo astuto, e vendicativo: l'eloquenza e la dissimulazione sembrano ereditarie fra loro: sanno abbassarsi all'adulazione: ma se la legge non li tiene in freno, a tutti gli eccessi delle lor passioni abbandonansi. I Principi normanni son gelosi di mostrarsi verso il popolo liberali; il popolo tiene la via di mezzo, o piuttosto unisce gli estremi dell'avarizia e della prodigalità; avidi d'arricchire e di dominare, disprezzano tutto quel che possedono, sperano tutto quello che bramano; le armi, i cavalli, il lusso degli abiti, e l'esercizio della caccia e della falconeria, formano le delizie de' Normanni[184 - Il genio della caccia, e l'uso di addestrare ad essa i falconi, apparteneano specialmente ai discendenti de' marinai della Norvegia; del rimanente è possibile che i Normanni abbiano portati dalla Norvegia e dall'Irlanda i più belli uccelli da falconeria.], ma all'uopo i rigori di qualsisia clima, le fatiche e i sagrifizj di una vita militare con incredibile pazienza sopportano[185 - Può confrontarsi questo ritratto, con quello che della stessa popolazione ha fatto Guglielmo di Malmsbury (De gest. Anglorum, l. III, p. 101, 102), il quale i vizj e le virtù de' Sassoni e de' Normanni colla bilancia dello storico e del filosofo apprezza. Certamente l'Inghilterra nell'ultima conquista ha vantaggiato.]».



A. D. 1046 ec.


I Normanni della Puglia, trovavansi dunque ai confini de' due Imperi di Alemagna e di Costantinopoli, e seguendo la politica dell'istante, riceveano l'investitura delle loro terre, or dall'uno, or dall'altro, de' due Imperatori. Ma la conquista era il più saldo diritto che armar potessero questi venturieri: nessuno amavano, di nessun si fidavano perchè nessuno gli amava, e nessuno fidavasi di essi; al disprezzo che verso di loro ostentavano i Principi, il timore si frammettea, e allo spavento che ai nativi inspiravano, l'astio e il risentimento erano uniti. Desideravan costoro un cavallo, una donna, un giardino? se ne impadronivano tosto[186 - Il Biografo di S. Leone IX avvelena santamente la descrizione che fa dei Normanni; Videns indisciplinatam et alienam gentem Normanorum, crudeli et inaudita rabie et plus quam pagana impietate adversus ecclesias Dei insurgere, passione christianos trucidare, etc. (Wibert, c. 6). L'onesto Pugliese si contenta di indicare con calma l'accusatore di questo popolo qual uomo veris commiscens fallacia (l. XI, p. 259).]; e i Capi aveano soltanto l'arte di colorare cogli speciosi nomi di ambizione e di gloria la lor cupidigia. I dodici Conti alcune volte, per commettere qualche ingiustizia, si collegavano; se aveano contese domestiche, erano queste per disputarsi le spoglie del popolo; le virtù di Guglielmo spariron con esso, e Drogone, fratello e successore di lui, più atto a condurre il valore che a reprimere la violenza de' suoi eguali si dimostrava. Sotto il regno di Costantino Monomaco, il gabinetto di Costantinopoli, mosso meno da riguardi di beneficenza che da politica, imprender volle a liberare l'Italia da tal permanente calamità, più che un torrente di Barbari disastrosa[187 - Tutte queste particolarità che si riferiscono alla politica de' Greci, alla ribellione di Maniaces ec., possono vedersi in Cedreno (t. II, p. 757, 758), in Guglielmo Pugliese (l. I, p. 257, 258: l. II, p. 259), e in due Cronache di Bari lasciateci da Lupo Protospata (Muratori Script. rer. ital., t. V, p. 42, 43, 44), e da autore anonimo (Antiq. ital. med. aevi, t. I, p. 31-33). Quest'ultima è un frammento di qualche pregio.]. Argiro, figlio di Melo, incaricato di porre in opera questo divisamento, di splendidissimi titoli[188 - Argiro ottenne, dice la Cronaca anonima di Bari, imperiali patenti, faederatus et patriciatus et catapani et vestatus. Il Muratori ne' suoi Annali (t. VIII., p. 426) fa giustamente una correzione, ossia interpretazione, su questa ultima parola. Egli legge sevestatus, vale a dire Sebastos, ossia di Augusto: ma nelle sue Antichità, seguendo il Ducange, fa di questo sevestatus, un officio di palagio, cioè quello di Gran Mastro della guardaroba.], e di esteso potere venne insignito. La memoria del padre suo, dovea renderlo accetto ai Normanni: egli già, assicurato erasi il volontario servigio loro, per ispegnere la sommossa eccitata da Maniaces, e per vendicare ad un tempo e le ingiurie particolari che questi lamentavano, e quelle che avea sofferte lo Stato. Costantino avea in animo di snidiare dalle province italiane questa colonia di guerrieri, e sul teatro della guerra persica trapiantarla; laonde, per primo contrassegno dell'imperiale munificenza, il figlio di Melo cercò profondere fra i Capi l'oro della Grecia, o i preziosi lavori dell'industria di questa nazione; ma l'arte di Argiro, il senno e il coraggio de' vincitori della Puglia sventarono. Ricusati i suoi doni, o certamente i partiti da esso posti, protestarono con un unanime voto di non voler cambiare i presenti possessi, e le più prossime speranze, colla rimota fortuna che lor nell'Asia offerivasi. Andate a vuoto le vie della persuasione, Argiro di sottometterli o distruggerli deliberò, invocando contra il comune nemico i soccorsi delle potenze latine, e stringendo una lega offensiva fra il Papa e gl'Imperatori di Oriente e di Occidente. La Cattedra di S. Pietro era in quel tempo occupata da Leone IX, un Santo[189 - Viberto ha composta una vita di S. Leone IX, ove si ravvisano le passioni e le massime pregiudicate del suo secolo; opera stampata a Parigi nel 1615 in 8.º, e inserita indi nelle Raccolte de' Bollandisti del Mabillon e del Muratori. Il signore di Saint-Marc (Abrégé t. II, p. 140-210, e p. 25-95) ha narrata con molta accuratezza la storia pubblica e privata di questo Pontefice.], giusta il più semplice significato che suole a questo vocabolo attribuirsi, uomo fatto per ingannare sè medesimo, e gli altri[190 - Vuol dire qui l'Autore, che Leone IX il Santo aveva l'indole sì semplice, che poteva ingannare sè stesso, e colla sua autorità sugli animi del popolo, siccome Papa, indurre gli altri in inganno, senza volere, e senza avvedersi di essere ingannatore. Leone per la sua indole poteva ingannarsi ne' negozj familiari, o politici, ed indurre in inganno gli altri; ma nella cosa di cui trattavasi non sembra essersi potuto ingannare, nè essersi ingannato. Trattavasi di soccorrere gli abitanti della Puglia, e di far che i Normanni pagassero le decime ecclesiastiche: bisogna per altro confessare, che è, in quei tempi d'ignoranza e di barbarie, da condannarsi il costume di usare le armi, inducendo ad impugnarle i poveri popoli, per sostenere le censure, le scomuniche, fatte di tal maniera più spaventose. (Nota di N. N.)], opportunissimo pel rispetto che erasi conciliato a consacrare sotto il nome di pietà, le provvisioni alle vere pratiche della religione più opposte. L'umanità di questo Pontefice erasi lasciata commovere dalle querele, e fors'anche dalle calunnie di un popolo oppresso; gli empj Normanni aveano interrotto il pagamento delle decime, nè mancarono decisioni, che chiarissero atto legittimo il brandir la spada temporale contra sacrileghi masnadieri, che le censure della Chiesa sprezzavano. Leone, nato in Alemagna, di famiglia nobile, e collegata colla famiglia regnante, oltre all'avere libero accesso alla Corte, in grande confidenza coll'Imperatore Enrico III vivea; ardente di zelo il trasse, in cerca di guerrieri e di confederati, dalla Puglia alla Sassonia, dalle rive dell'Elba a quelle del Tevere. Nel durare di tali apparecchi, Argiro di colpevolissime armi segretamente valeasi. Grande copia di Normanni agl'interessi dello Stato, o a particolari vendette venne sagrificata, e tra questi il prode Drogone trucidato entro una chiesa. Il fratello di lui Unfredo, terzo Conte della Puglia, ereditonne il coraggio. I traditori ebber castigo. Lo stesso Argiro superato e ferito, corse lungi dal campo della battaglia, e nascose la sua ignominia dietro le mura di Bari, aspettando ivi i tardi soccorsi de' confederati.



A. D. 1053


Ma all'Impero di Costantino, la guerra contra i Turchi maggiori tribolazioni arrecava: debole e perplesso mostravasi Enrico; e il Pontefice che dovea rivalicar le Alpi, scortato da un esercito di Alemanni, sol settecento soldati della Svevia, e alcuni volontarj della Lorena condusse. Nel cammin tardo che ci fece da Mantova a Benevento, ricevè sotto il santo stendardo un pugno d'Italiani, tolti dalla scoria di tutti gli ordini[191 - V. intorno alla spedizione di Leone IX contra i Normanni, Guglielmo il Pugliese (l. II; p. 259-261) e Gioffredo Malaterra (l. I, c. 13, 14, 15, p. 253). Questi due autori danno a divedere imparzialità; perchè la preoccupazione nazionale che tiene gli animi loro, è contrabbilanciata da un'altra preoccupazione di mestiere, siccome preti.]. Il sacerdote e lo scorridore sotto una medesima tenda posavansi: e si vedeano nelle prime file un miscuglio di piche e di croci, e il guerrier santo conduttore della falange nel regolare le fazioni, gli accampamenti, le scaramuccie, andava ricapitolando le lezioni militari che in sua giovinezza avea ricevute. I Normanni della Puglia non poterono mettere in campo che tremila uomini a cavallo, e un picciol numero di fantaccini. La diffalta de' nativi li privò di viveri e di ritratta; un superstizioso rispetto[192 - Il Cattolico romano non chiama superstizioso il rispetto dei Normanni verso S. Leone IX: s'egli seguì il cattivo uso del suo tempo barbaro facendo la guerra a' Normanni pei motivi indicati, il buon credente sentirà che doveva a' Normanni, buoni cattolici, far grande impressione il vedere un Papa, generale d'un'armata nemica. (Nota di N. N.)] agghiacciò un istante la lor prodezza, ignara per solito di timore. Al primo veder Leone che avvicinavasi come nemico, non sentiron ribrezzo di prosternarsi dinanzi al loro padre spirituale. Ma inesorabile il Papa si diè a divedere: i suoi Alemanni, superbi della loro alta statura, la piccola de' loro avversarj derisero, e fu a questi chiarito, che tra la morte o l'esiglio doveano scegliere. Disdegnando i Normanni una fuga, e dall'altro lato, molti di loro essendo stremi per non avere da tre giorni preso alcun cibo, s'attennero al partito di una morte, la più pronta e la più decorosa. Dal colle di Civitade ove erano ascesi, calarono nella pianura, d'onde partiti in tre divisioni sulle truppe pontifizie fecero impeto. Riccardo, Conte di Aversa, e il famoso Roberto Guiscardo, che alla sinistra e al centro si ritrovavano, assalirono, ruppero, sbaragliarono, inseguirono quel gregge di raunaticci Italiani, che combatteano senza ordine, nè del fuggire arrossivano. Più ardua bisogna toccava da sostenere al Conte Unfredo, che conducea la cavalleria dell'ala destra. Vengono generalmente rappresentati gli Alemanni[193 - Teutonici quia Caesaries et forma decorosFecerat egregie, proceri corporis illos,Corpora derident normannica, quae brevioraEsse videbantur.I versi del Pugliese non hanno per l'ordinario maggior pretensione: ma egli si anima poi quando gli accade il descriver battaglie. Due delle sue comparazioni, tratte dalla caccia del falco e della negromanzia, servono ad indicare i costumi dei suoi tempi.], come poco abili nell'adoperar lancie e cavalli; ma scesi a terra opposero una impenetrabile falange, cui nè uomo, nè cavallo, nè armadura poteano resistere, a motivo della gravezza delle enormi loro sciabole che piombar faceano a due mani sull'inimico. Così ostinatamente si difendeano, allorchè la cavalleria che tornava addietro, dopo avere inseguita la parte vinta da Riccardo, e da Roberto Guiscardo, gli accerchiò, e morirono nelle loro file, stimati dagli stessi avversarj, e col conforto di aver vendute care le proprio vite. Il Papa, datosi alla fuga, trovò chiuse le porte di Civitade, e cadde fra le mani dei devoti suoi vincitori, che, baciandogli i piedi, chiedeano essere benedetti ed assoluti per la rea vittoria che aveano riportata. In questo nemico prigioniero i soldati non vedeano che il Vicario di Gesù Cristo: e benchè tai contrassegni di rispetto, quanto ai duci almeno, possano a ragioni di politica attribuirsi, vi è anche luogo a credere che i medesimi duci alle superstizioni del popolo non fossero peregrini. Nella calma del ritiro, il Pontefice, di cui buone erano le intenzioni, deplorò tanto sangue umano sparso per sua cagione, sentì essere egli stato l'origine de' peccati e degli scandali commessi, e poichè mal tornata era l'impresa, vedea scopo del biasimo universale la sconvenevolezza del contegno che avea tenuto[194 - Il signor di Saint-Marc (t. II, p. 200-204) cita le lamentanze, o le censure che sulla condotta del Pontefice vennero fatte in allora da rispettabili personaggi. Avendo Pietro Damiano, l'oracolo di quella età, ricusato ai Papi il diritto di far la guerra, il cardinale Baronio (Annal. eccles. A. D. 1053, n. 10-17) rimanda l'eremita al suo posto (Lugens eremi incola) sostenendo con calore le prerogative delle due spade di S. Pietro[*].* Si sa qual uso siasi sempre fatto ne' secoli passati di quell'espressione dell'Evangelo: ecce duo gladii hic, asserendo la Corte romana, e sostenendo i Teologi di quella Chiesa, che una delle due spade era la figura della forza delle scomuniche e dell'autorità spirituale del Papa, e l'altra della sua autorità nelle cose temporali. Quanto al Cardinal Baronio sanno gl'illuminati ingegni, ch'egli ne' suoi Annali ecclesiastici spesse volte eccede in favorire la Corte di Roma, e che quell'Opera corretta dal dottissimo Pagi, e nell'istoria, e nella cronologia, e ne' ragionamenti, acquistò maggior pregio dalla critica di lui, che dall'autore, che ebbe il merito d'aver ordinato gli Annali, ma non discernimento nel trattare la materia, e ne' giudizj. (Nota di N. N.)]. Tali idee tenendo l'animo suo, non ricusò il vantaggioso negoziato che veniagli proposto, e abbandonando una lega, da lui medesimo predicata, come divina, le conquiste passate e future de' Normanni ratificò. Qual che si fosse il modo, onde erano state usurpate, le province della Puglia e della Calabria faceano sempre parte del dono di Costantino e del Patrimonio di S. Pietro, onde il dono e l'accettazione poteano le pretensioni del Pontefice e quelle dei Normanni conciliare nel medesimo tempo. Di fatto si promisero scambievolmente il soccorso delle armi loro spirituali e temporali; i Normanni in appresso si obbligarono pagare alla Corte di Roma un tributo, ossia una onoranza di dodici danari per ogni spazio di terreno che un aratro arava in un anno; dopo la qual memorabile convenzione, vale a dire, dopo sette secoli all'incirca, il regno di Napoli è rimasto feudo della Santa Sede[195 - Il Giannone (Istor. civ. di Napoli, t. II, p. 37-49-57-66) discute con eguale abilità e come giureconsulto, e come antiquario, l'origine e la natura delle investiture pontificie: ma fa vani sforzi per conciliare insieme i doveri di patriota e di cattolico, e colla futile distinzione, Ecclesia romana non dedit, sed accepit, si sottrae alla necessità di una confessione sincera, ma pericolosa.].

Chi vuole Roberto Guiscardo[196 - Le particolarità che riguardano la nascita, l'indole e le prime imprese di Guiscardo, trovansi in Gioffredo Malaterra (l. I, c. 3, 4-11-16, 17, 18-38, 39, 40), in Guglielmo Pugliese (l. II, pag. 260-262), in Guglielmo Gemeticense, o di Jumièges (l. XI, c. 30, p. 663, 664, ediz. di Camden), in Anna Comnena (Alexiade, l. I, p. 23, 27, l. VI, p. 165, 166) colle note del Ducange (Not. in Alex. p. 230-232-320), che ha raccolte tutte le Cronache latine e francesi, e nuovi schiarimenti ne ha tratti.] disceso da un contadino, chi da un Duca normanno gli concede l'origine: l'orgoglio e l'ignoranza si univano in una principessa greca[197 - Ο δε Ρομπερτος (parola corotta alla Greca) ουτος ην Νορμαννος το γενος, την τυχην ασημος… e altrove εξ αφανους πανυ τυχης περιφανης, Romperto (parola corrotta alla greca invece di Roberto) era Normanno di nazione, ignobile di nascita… e altrove divenuto illustre dopo una nascita affatto oscura, e in un altro luogo (l. IV, p. 84) απο εουχατης πενιας και τυχης αφανους da una estrema miseria a da oscura nascita. Anna Comnena era nata per vero dir nella porpora; non così il padre suo di privata condizione, illustre bensì, ma innalzato dal merito solamente.] per invilire la nascita di Guiscardo, l'ignoranza e l'adulazione nei suoi sudditi italiani si univano per innalzarla[198 - Il Giannone (t. II, p. 2), dimenticando i suoi autori originali, per far derivare Guiscardo da una schiatta principesca, si fida alla testimonianza d'Inveges, frate agostiniano di Palermo, che vivea nell'ultimo secolo. Questi due autori prolungano la successione dei Duchi, fino a Guglielmo II il Bastardo o il Conquistatore, che credevasi (comunemente si tiene) il padre di Tancredi di Altavilla. Questo errore è maiuscolo, ed eccita tanta maggior maraviglia, che allor quando il figlio di Tancredi guerreggiava nella Puglia, Guglielmo II non avea più di tre anni (A. D. 1037).]. Nato nella seconda classe, ossia nell'ordine medio della Nobiltà[199 - Il giudizio del Ducange è giusto e moderato: «Certe humilis fuit ac tenuis Roberti familia, si ducalem et regium spectemus apicem, ad quem postea pervenit; quae honesta tamen et, prater nobilium vulgarium statum et conditionem, illustris habita est, quae nec humi reperet, nec altum quid tumeret». (Guglielmo di Malmsb. De gest. Anglorum, l. III, p. 107, Not. ad Alexiad., p. 230).] usciva di una famiglia di sotto-vassalli o vessilliferi della diocesi di Coutances nella bassa Normandia, i quali nel nobile castello di Altavilla abitavano. Tancredi, padre di Guiscardo, segnalato si era alla Corte e nel ducale esercito, cui dovea somministrare dieci soldati o cavalieri. Due maritaggi con donne, che di nobiltà non cedeangli, fecero Tancredi padre di dodici figli, tutti allevati nella casa paterna, e con egual tenerezza amati dalla seconda moglie dello stesso Tancredi. Ma un mediocre patrimonio non bastava a sì numerosa ed intraprendente figliuolanza, per lo che i dodici fratelli, vedendosi imminenti le funeste conseguenze della povertà e della discordia, risolvettero nelle straniere guerre cercar fortuna. Incaricatisi due soli d'essi di mantenere la loro prosapia, e di assistere alla vecchiezza del padre, gli altri dieci si partìan dal castello a mano a mano che l'età virile toccavano; e attraversando le Alpi, i Normanni della Puglia raggiunsero. I primi di questi non secondarono che il proprio valore: i lor buoni successi divennero sprone ai più giovani, onde Guglielmo, Drogone, e Unfredo, l'ultimo di questi maschi, meritarono essere Capi di lor nazione, e della nuova repubblica fondatori. Roberto, il primo dei sette figli, nati dalle seconde nozze, possedea, nè le negavano i suoi nemici medesimi, tutte le qualità di un capitano e di un uomo di Stato. La statura sua, quella de' più alti uomini del suo esercito superava: tali ne erano le proporzioni del corpo, che gli davano grazia e vigore ad un tempo; fino anche nel declinar de' suoi anni gli rimasero, robusta salute capace di sopportare qualunque fatica, e nobiltà di contegno fatta per comandare ad ognuno. Vermiglio in volto, largo di spalle, fornito di lunghi capelli e lunga barba del colore del lino, gli occhi suoi sfavillavano; e la voce, siccome quella di Achille, potea, in mezzo al tumulto d'una battaglia, mantenere l'obbedienza, e diffondere il terrore. Ne' secoli barbari della cavalleria, troppo rilevanti erano siffatti vantaggi, perchè sfuggir potessero all'attenzione dello Storico, e del poeta. È stato osservato che Roberto usava ad un tempo, e colla stessa maestrìa, e della spada che colla destra mano brandiva, e della lancia che la sua sinistra tenea; che tre volte, venne tratto d'arcione nella battaglia di Civitade, e che, riassunte per tre volte le forze, nel finire di quella memorabil giornata, riportò il premio del valore su tutti i guerrieri di entrambi gli eserciti[200 - Citerò alcuni de' migliori versi del Pugliese (lib. II, pag. 270),Pugnat utraque manu, nec lancea cassa, nec ensisCassus erat, quocunque manu deducere vellet.Ter dejectus equo, ter viribus ipse resumptisMajor in arma redit: stimulos furor ipse ministrat.Ut leo cum frendens, etc.· · · · · · · · · · · · · ·Nullus in hoc bello, sicuti post bella probatum est,Victor vel victus, tam magnos edidit ictus.]. Non mai sazia la sua ambizione, sulla coscienza della propria superiorità la fondava. Nella scelta delle vie per innalzarsi, gli scrupoli della giustizia non mai lo arrestarono, rade volte il sentimento dell'umanità: e quantunque lo allettasse il goder buona opinione, le sue azioni erano indifferentemente o secrete, o palesi, secondo che o l'uno, o l'altro metodo all'interesse del momento pareagli più adatto. Fu dato il soprannome di Guiscardo[201 - Gli autori e gli editori normanni che meglio conoscevano la loro lingua, traduceano la parola Guiscardo o Wiscard nell'altra Callidus, uomo scaltrito ed astuto. La radice Wise è famigliare agli orecchi inglesi, e l'antico vocabolo Wiseacre offre all'incirca lo stesso significato, e la medesima desinenza. Την χυχην πανουργοτατος esprime assai bene il soprannome e l'indole di Roberto.] a questo grande mastro della saggezza politica, troppo spesso confusa colla dissimulazione e colla furberia. Il poeta pugliese gli dà lode di avere superati, Ulisse nell'astuzia, nell'eloquenza Cicerone. I suoi artifizj nullameno sotto un'apparenza di militare franchezza si mascheravano: nell'apice di sua fortuna fu nondimeno accessibile e affabile verso i soldati, e benchè indulgente alle costumanze de' nuovi sudditi si dimostrasse, le antiche consuetudini del suo paese, nell'abito e ne' modi con ostentazione serbò. Saccheggiava avidamente per largire con profusione. L'essere stato povero in giovinezza, alla frugalità lo avvezzò; i profitti mercantili non credè indegni delle sue cure; sottometteva a lunghi e crudeli tormenti i prigionieri per costringerli a scoprire le nascoste loro ricchezze. Al dir de' Greci, abbandonò la Normandia, da soli cinque cavalieri e trenta fantaccini seguìto, calcolo che sembra tuttavia esagerato. Perchè questo sesto figlio di Tancredi di Altavilla passò sotto spoglie di pellegrino le Alpi, e fra i venturieri italiani fece i suoi primi soldati. I fratelli e i compatriotti di lui, spartiti essendosi fra loro le fertili campagne della Puglia, conservavano ciascuno colla gelosia dell'avarizia la propria parte. L'ambizioso giovine occupò le montagne della Calabria, e nelle prime imprese da esso operate contra i Greci, e contra i nativi, non è sì agevol cosa il discernere lo scorridor dall'eroe. Sorprendere un castello o un Convento, trarre qualche ricco cittadino in aguato, rapire le derrate in circonvicini villaggi, tai furono le oscure fatiche in cui da prima si adoperarono la forza e le intellettuali facoltà di Guiscardo. I volontarj della Normandia sotto le sue bandiere si ascrissero, e i contadini della Calabria, da lui comandati, assunsero nome ed indole di Normanni.



A. D. 1054-1080


Roberto, la cui ambizione colla fortuna si dilatava, eccitò la gelosia del suo fratel primogenito, che in una passeggiera querela minacciò i giorni dell'altro, e alla libertà di lui pose impaccio. Alla morte di Unfredo, i figli di questo, in tenera età, si videro esclusi dal comando, e a vita privata ridotti per l'ambizione del loro tutore e zio. Guiscardo sollevato sopra uno scudo, venne chiarito conte della Puglia e generale della Repubblica. Più possente in allora, e di un'autorità più considerabile insignito, volle terminare la conquista della Calabria, e meritarsi un grado che lo collocò per sempre al di sopra dei suoi eguali. Il Papa avealo scomunicato per alcuni atti, o di rapina fossero, o di sacrilegio; ma non fu difficile il fare intendere a Nicolò II, che non tornava a due amici il mettersi in mala intelligenza fra loro; essere i Normanni difensori fedelissimi della Santa Sede, la lega di un principe offrir sicurezza maggiore che non la condotta capricciosa d'un Corpo aristocratico. Un sinodo di cento Vescovi essendosi a Melfi assembrato, il Conte interruppe una rilevante impresa per vegliare in persona alla sicurezza del romano Pontefice e per eseguirne i decreti. Questi, mosso da gratitudine e da politica, concedè a Roberto, e alla posterità di Roberto, il titolo di Duca[202 - La storia del modo onde Roberto Guiscardo si procacciò il titolo di Duca è un argomento assai intralciato ed oscuro. Seguendo le giudiziose osservazioni del Giannone, del Muratori e del Saint-Marc, ho procurato narrarla nella maniera più coerente e meno inverisimile.], coll'investitura della Puglia e della Calabria, e di tutte le terre dell'Italia e della Sicilia, che dallo stesso Roberto ai Greci scismatici e agl'Infedeli saracini verrebbero tolte[203 - Il Baronio (Annal. ecclesiast. A. D. 1059, n. 69) ha pubblicato l'Atto originale, ch'ei dice aver copiato dal Liber censuum, manoscritto del Vaticano. Ciò nondimeno il Muratori ha pubblicato (Antiq. med. aevi; t. V, p. 851-908) un Liber censuum, ove un tale atto non trovasi; e i nomi di Vaticano e Cardinale destano egualmente i sospetti d'un protestante e d'un filosofo.]. Il consenso del Papa potea ben giustificare le conquiste di Roberto, ma non compartirgli la facoltà di ordinare le cose a suo grado e senza consultare i voleri di un popolo libero e vincitore. Guiscardo non pubblicò la nuova sua dignità, che dopo avere colla presa di Cosenza e di Reggio illustrate nella successiva stagione campale le proprie armi. In mezzo all'entusiasmo che il suo trionfo inspirava, adunò le truppe, chiedendo alle medesime confermassero col lor suffragio un giudizio pronunciato dal Vicario di Gesù Cristo: i soldati con acclamazioni di gioia, salutarono Duca il valoroso lor capitano: e i Conti, statigli fino allora eguali, pronunciarono il giuramento di fedeltà col sorriso sulle labbra, e colla indignazione nel cuore. Da quel punto, Roberto assunse i titoli di Duca della Puglia, della Calabria e della Sicilia, per la grazia di Dio e di S. Pietro, ma dovette adoperarsi vent'anni per meritarli e consolidarli; la qual tardanza di buoni successi in un paese sì poco esteso, può sembrare inferiore all'alto ingegno del Duca e al valore delle sue genti. Si osservi però essere stati pochi di numero i Normanni, impacciati inoltre da parecchi ostacoli; volontarj e precarj i loro servigi. I vasti disegni del Duca alcune volte arrenavano per le opposizioni delle Assemblee baronali; i dodici Conti eletti dal popolo, contro la autorità del Capo ordirono trame: e i figli di Unfredo, denunziando la perfidia del loro zio, chiesero giustizia e vendetta. L'abile Guiscardo le loro trame scoperse, estinse il fuoco della sommossa, i colpevoli all'esiglio o alla morte dannò; ma spese inutilmente gli anni, e le forze della nazione in siffatte intestine discordie. Dopo che egli ebbe disfatti gli esterni nemici, i Greci, i Lombardi e i Saracini, a questi le città marittime affortificate offersero asilo. Eccellenti erano nel munire e difender le piazze; mentre i Normanni, avvezzi a combattere solamente a cavallo e in aperta campagna, l'arte degli assedj non conoscevano, e la sola perseveranza potea farli padroni delle Fortezze. Salerno resistè più di otto mesi; durò oltre quattr'anni l'assedio, o il blocco di Bari. Primo a mostrarsi in tutti i rischi il Duca normanno, l'ultimo era a stancarsi; nè nella pazienza del soffrire alcuno lo superava. Intantochè strignea d'assedio la rocca di Salerno, un masso enorme lanciato dalle mura avendo fatta in pezzi una delle sue macchine, una scheggia di legno gli ferì il petto. Sotto le mura di Bari, ei soggiornava sotto una cattiva baracca, fatta di rami secchi e coperta di paglia, sito pericoloso, esposto da ogni lato alla intemperie delle stagioni, e alle frecce dell'inimico[204 - V. la vita di Guiscardo nel II e III libro del Pugliese, nel I e II di Gioffredo Malaterra.].

Le province conquistate in Italia da Roberto son quelle che fanno oggidì il regno di Napoli; nè il volgere di sette secoli ha potuto disgiungere le contrade che dall'armi di Guiscardo furon congiunte[205 - Il Giannone (vol. II della sua Istoria civile l. IX, X, XI, e l. XVII, p. 460-470) narra con imparzialità le conquiste di Roberto Guiscardo e di Ruggero I, l'esenzione di Benevento, e delle dodici province del regno. Questa ripartizione però accadde soltanto sotto il regno di Federico II.]. Tale monarchia formarono le province greche della Calabria e della Puglia, il principato di Salerno, sottomesso ai Lombardi, la Repubblica d'Amalfi e i Cantoni interni del vasto ed antico Ducato di Benevento. Tre soli di questi Cantoni dalla dominazione del vincitor si sottrassero, il primo per sempre, i due altri fin verso la metà del secolo successivo. L'Imperatore di Alemagna avea conferito al Papa, fosse a titolo di dono, o di cambio, la città e il territorio immediato di Benevento: e benchè questa sacra terra alcune volte sia stata invasa, il nome di S. Pietro finalmente sulla spada de' Normanni ebbe trionfo. La lor prima colonia di Aversa avendo soggiogato, e conservato lo Stato di Capua, i principi di questa città si videro costretti a mendicare il vitto, nanti alla soglia del palagio de' loro antenati. I Duchi della città di Napoli, la libertà popolare mantennero sotto apparenza di sommessione all'Impero di Bisanzo. Per mezzo alle conquiste di Guiscardo avvi due cose degne di eccitare la curiosità del leggitore, le dottrine salernitane[206 - Il Giannone (t. II, p. 119-127), il Muratori (Antiq. medii aevi, t. III, Dissert. 44, p. 935, 936), il Tiraboschi (Istor. della letteratura ital.) ne hanno offerto uno specchio storico de' medici della Scuola Salernitana. Quanto al giudicare la teorica e la pratica della lor medicina, è tal bisogna che ai nostri medici sol s'appartiene.], il commercio di Amalfi[207 - L'instancabile Enrico Brenckmann ha aggiunte sul finire della sua Historia Pandectarum (Trajecti ad Rhenum, 1722, in 4.), due dissertazioni, De Repubblica amalphitana e Da Amalphi a Pisanis direpta, fondate sulla testimonianza di cenquaranta scrittori; ma poi ha dimenticati i due importanti passi dell'ambasceria di Luitprando (A. D. 959), ove s'instituisce un parallelo fra il commercio e la navigazione di Amalfi e di Venezia.].

I. Una Scuola di giurisprudenza suppone leggi e proprietà, e una religione chiara abbastanza, onde l'evidenza della ragione renda men necessario il ministerio della Teologia; ma in qualunque epoca dell'umana civiltà, i soccorsi dell'arte medica son necessarj; e se per una parte, il lusso rende più frequenti le malattie acute, lo stato di barbarie moltiplica il numero delle contusioni e delle ferite. I tesori della greca medicina fra le colonie arabe dell'Affrica, della Spagna e della Sicilia si eran diffusi: e in mezzo alle corrispondenze della pace e della guerra, una scintilla di sapere splendè, e si mantenne a Salerno, città commendevole per l'onestà de' suoi uomini, per l'avvenenza delle sue donne[208 - Urbs Latii non est hac delitiosior urbe,Frugibus, arboribus vinoque redundat; et undeNon tibi poma, nuces, non pulchra palatia desunt,Non species muliebris, abest probitasque virorum.Guglielmus Appulus, l. III, p. 267.]. Una Scuola, la prima che siasi veduta sorgere in mezzo alle tenebre onde era ingombrata l'Europa, all'arte di guarire vi si consacrava; i frati ed i vescovi, a questa salutare e lucrosa professione si accomodarono, e innumerevoli infermi, distintissimi per grado, e nati nelle più remote contrade, or chiamavano a sè, or venivan cercando i medici di Salerno. Una tale scuola i vincitori normanni protessero; e Guiscardo, benchè allevato nel mestier dell'armi, il merito e il valore di un filosofo sapeva discernere. Dopo trentanove anni di peregrinazione, Costantino, cristiano di Affrica, riportò da Bagdad la conoscenza della lingua e delle arti degli Arabi; e della pratica, delle lezioni, degli scritti di questo scolaro di Avicenna, Salerno trasse profitto. La sua scuola di medicina, sonnecchiò molto tempo sotto il nome di Università: i suoi precetti, nel duodecimo secolo, vennero ridotti in una serie d'aforismi indicati in versi leonini, o versi latini rimati[209 - Il Muratori pretende che i versi di cui parlasi, sieno stati composti dopo l'anno 1066, epoca della morte di Odoardo il Confessore, rex Anglorum, al quale sono indiritti. Le opinioni intorno a ciò, o piuttosto gli sbagli del Pasquier (Recherches de la France, l. VII, c. 2), e del Ducange (Gloss. lat.) non indeboliscono in modo alcuno le prove del Muratori. Già nel settimo secolo, era conosciuta l'usanza de' versi rimati; usanza tolta alle lingue nortiche ed orientali (Muratori, Antiquit., t. III; Dissertat., n. 40, p. 686-708).].

II. La città di Amalfi, situata sette miglia a ponente di Salerno, e trenta ad ostro di Napoli, un tempo oscura, pompeggiava allora di possanza e di tutti que' vantaggi che dell'industria son conseguenza. Ricca di fertile territorio, benchè poco estesa, i suoi abitanti profittarono della loro situazione posta in una spiaggia di mare delle meglio accessibili; primi ad incaricarsi di provvedere il Mondo occidentale de' lavori e delle derrate dell'Oriente, questo utile commercio divenne fonte della loro opulenza e della lor libertà. Godeva Amalfi di un Governo popolare sotto l'amministrazione di un Duca, e sotto la supremazia del greco Imperatore: cinquantamila cittadini entro le sue mura si racchiudevano; nè alcun'altra città eravi, egualmente copiosa di oro, di argento e di suppellettili appartenenti alla ricercatezza del lusso. Peritissimi essendo nello dottrine teoriche e pratiche della navigazione e dell'astronomia i marinai che nel suo porto abbondavano, la scoperta della bussola, che ne ha offerto il modo di trascorrere il globo con sicurezza, alle lor ricerche o alla lor buona sorte è dovuta. Il commercio di Amalfi alle rive dell'Affrica, dell'Arabia e dell'India estendendosi, o le produzioni di queste tre contrade almen comprendendo, i suoi possedimenti in Costantinopoli, in Antiochia, in Gerusalemme e in Alessandria, le aveano acquistati i privilegi delle colonie independenti[210 - Esattissima ed assai poetica è la descrizione di Amalfi fatta da Guglielmo Pugliese (l. III, p. 267) co' seguenti versi, il terzo de' quali sembra alla bussola riferirsi:Nulla magis locuples argento, vestibus, auro,Partibus innumeris: hac pluribus urbe moraturNauta MARIS COELIQUE VIAS APERIRE PERITUS.Huc et Alexandri diversa feruntur ab urbeRegis, et Antiochi. Gens haec freta plurima transit.His Arabes, Indi, Siculi nascuntur et Afri.Haec gens est totum prope nobilitata per orbem,Et mercando ferens, et amans marcata referre.]. Dopo tre secoli di prosperità, Amalfi venne soggiogata dai Normanni, e devastata per l'opera che la gelosa repubblica di Pisa diede a tal uopo. Ella non contiene più oggidì che un migliaio di pescatori, i quali, avvolti nella miseria, possono unicamente inorgoglirsi degli avanzi di un arsenale, di una Cattedrale e dei palagi degli antichi loro trafficanti[211 - Il nostro Autore appoggia forse questo calcolo ai riferti de' viaggiatori eruditi che nel principio del secolo decimottavo visitarono Amalfi (Brenckm., De rep. Amalph. Diss. 1, c. 23); l'Autore però della Hist. des Rep. Ital., nel vol. I, p. 304, ne porta la popolazione a sei o ottomila abitanti. (N. dell'Ed.)].



A. D. 1060-1090


Ruggero, duodecimo ed ultimo tra i figli di Tancredi, rimase più lungo tempo in Normandia, trattenutovi prima dalla sua giovine età, poi da riguardo alla decrepitezza del padre. Chiamato indi in Italia affrettossi ad approdar nella Puglia, ove meritò la stima, e ben tosto, in appresso, la gelosia di Guiscardo eccitò. Eguali per valore e per ambizione, Ruggero avea sovr'esso il vantaggio di giovinezza, avvenenza, e leggiadri modi, che l'affetto de' soldati e del popolo gli conciliarono. Era sì povero egli, e le persone del suo seguito, in tutto quaranta, che dalla vita di guerriero passò a quella di scorridore, e da quella di scorridore all'altra di ladro domestico. Si avevano in allora tanto imperfette nozioni sulla proprietà, che lo storico stipendiato di questo Ruggero, e per ordine di lui medesimo, racconta certa impresa del suo eroe quando rubò cavalli in una scuderia di Melfi[212 - Latrocinio armigerorum suorum in multis sustentabatur, quod quidem ad ejus ignominiam non dicimus; sed, ipso ita praecipiente, adhuc viliora et reprehensibiliora dicturi sumus, ut pluribus patescat, quam laboriose et cum quanta angustia a profonda paupertate ad summum culmen divitiarum vel honoris attigerit. Così il Malaterra s'introduce a narrare il furto de' cavalli (lib. I, c. 25). Dal momento che questo autore fa menzione di Ruggero, suo mecenate (l. I, c. 19), Guiscardo, qual secondo personaggio, sol comparisce. Trovasi qualche cosa di somigliante nella condotta di Velleio Patercolo, Storico di Augusto e di Tiberio.]. Il valore, il coraggio gli giovarono ad uscir presto fuori della povertà e dell'ignominia; e queste vili pratiche abbandonò per meritarsi gloria in una guerra contra gli Infedeli; in che lo zelo e la politica del fratello Guiscardo, promotore della Spedizione siciliana, lo secondarono. Dopo la ritirata de' Greci, gli idolatri (con questo nome i Cattolici chiamar soleano i Saracini), ristorate le loro perdite, rientrati erano negli antichi possedimenti. Ma una picciola banda di venturieri operò la liberazione della Sicilia, dalle congiunte forze dell'Impero di Oriente invano tentata[213 - Duo sibi proficua reputans, animae scilicet et corpori, si terram idolis deditam ad cultum divinum revocaret (Gioffredo Malaterra, l. II, c. 1). I tre ultimi libri di questo Storico son dedicati a narrare la conquista della Sicilia; e lo stesso Malaterra ha composto il Sommario esatto de' suoi Capitoli (p. 544-546).]. Incominciò Ruggero dal disfidare sopra uno scoperto palischermo i pericoli reali e favolosi di Cariddi e di Scilla; e sbarcato con sessanta soldati sulla nemica costa, e incalzati i Musulmani fino alle porte di Messina, ritornò sano e salvo in Italia, carico del bottino fatto nei dintorni di quella città. Il suo coraggio operoso e paziente nell'assedio della Fortezza di Trani si fa manifesto: onde a vecchia età pervenuto, dilettavasi in narrando che nel durar dell'assedio, egli e la Contessa sua moglie, si videro ridotti ad un solo mantello, del quale a vicenda si ricoprivano; e narrava parimente, come essendogli stato ucciso il cavallo, in compagnia d'esso i Saracini lo trascinassero; come col valore della sua spada se ne spacciasse, riportando sul dorso la sella del corridore per non lasciar tra mani infedeli il menomo trofeo di sè stesso. Nell'assedio di Trani, trecento Normanni arrestarono e respinsero le forze di tutta l'Isola. Nella battaglia. di Ceramio, cinquantamila uomini, tra que' di cavalleria e d'infanteria, vennero sconfitti da centrentasei soldati cristiani, senza contare S. Giorgio che combattè a cavallo nelle prime file. Al successore di S. Pietro vennero serbati i nemici stendardi e quattro cammelli; le quali spoglie de' Barbari, se fossero state esposte non in Vaticano ma in Campidoglio, avrebbero potuto ricordare i trionfi riportati sul popolo di Cartagine. Questo calcolo che riduce a sì picciol numero i Normanni dovea forse applicarsi ai cavalieri soltanto, ossia nobili guerrieri che combattevano a cavallo, e che aveano ciascuno un seguito di cinque o sei uomini[214 - V. la parola milites nel Glossario latino del Ducange.]. Pure ammettendo ancora una tale interpretazione, e concedendo ai Cristiani quanti vantaggi il valore, la bontà dell'armi e la fama aggiunger potevano, la sconfitta di un esercito sì numeroso, mette tuttavia un prudente leggitore nella alternativa di credere tutto ciò o miracolo, o favola. Gli Arabi della Sicilia riceveano possenti soccorsi dai lor compatriotti dell'Affrica; ma le galee di Pisa veniano parimente soccorritrici alla normanna cavalleria nell'assediare Palermo, e nel momento della pugna la gelosia de' due fratelli di Altavilla, il nobile carattere d'una emulazione generosa e invincibile assumea. Dopo una guerra di trent'anni[215 - Fra le altre circostanze curiose, o bizzarre, il Malaterra ne racconta che gli Arabi aveano introdotto in Sicilia l'uso de' cammelli, (l. 1, c. 33), e de' colombi messaggeri (c. 42); che il morso della tarantola produce una malattia quae per anum inhoneste crepitando emergit; fenomeno assai ridicolo cui soggiacque tutto l'esercito de' Normanni, accampato sotto la mura di Palermo (c. 36). Aggiugnerò una etimologia che non è indegna dell'undicesimo secolo. Messana è derivato di Messis, luogo d'onde le biade venivano dalla Sicilia inviate in tributo a Roma (l. II, c. 1).], Ruggero acquistò unitamente al titolo di Gran Conte, la sovranità della più grande e della più fertile fra le isole del Mediterraneo; e l'amministrazione di lui, dà a divederlo uom d'animo liberale e di mente istrutta più di quanto il secolo, e l'educazione che ricevuta avea, comportassero. La libertà della religione e il godimento delle loro proprietà ai Musulmani lasciò[216 - V. la capitolazione di Palermo nel Malaterra (lib. II, c. 45) e nel Giannone che parla sulla tolleranza generale conceduta ai Saracini (t. II, p. 72).]. Un filosofo arabo, medico di Mazara, e discendente dalla stirpe di Maometto, che avea arringato il vincitore, venne chiamato alla Corte: ove nel latino idioma trasportò la sua Geografia de' Sette Climi, che Ruggero, dopo averla letta attentamente, agli scritti del greco Tolomeo preferì[217 - Giovanni Leone Affricano (De medicis et philosophis Arabibus, c. 14, presso Fabricio, Bibl. graec. t. XIII, p. 278, 279). Questo filosofo nomavasi Esseriff, Essascialli, e morì nell'Affrica (A. E. 516, A. D. 1112). Tal denominazione ha molta somiglianza coll'altra Seriff al Eldrisi. Così chiamavasi chi offerse il suo libro (Geogr. nubiens.; V. la Prefazione, p. 88, 90, 176) a Ruggero re di Sicilia (A. E. 548, A. D. 1153; D'Herbelot, Bibl. orient. p. 786; Prideaux, Life of Mahomet, pag. 188; Petis de la Croix, Hist. de Gengis-kan, p. 535, 536; Casiri, Bibl. arab. hispan. t. II, p. 9-13), onde temo sia accaduto in ordine a ciò qualche equivoco.]. Un avanzo di nativi cristiani che ai buoni successi de' Normanni avea contribuito, n'ebbe in compenso il vedere la Croce trionfante nell'Isola, la quale sotto la giurisdizione del Romano Pontefice ritornò. Nove Vescovi vennero creati nelle città principali della Sicilia, e il clero dovette esser contento delle magnifiche doti alle chiese, o ai monasteri largite. Ciò non pertanto l'eroe cattolico i diritti della civile magistratura con gran fermezza sostenne. Anzichè rinunziare alla investitura de' benefizj, ebbe l'accorgimento di volgere a suo pro le pretensioni del Papa, onde la singolar Bolla che i principi della Sicilia chiarisce Legati ereditarj e perpetui della santa Sede[218 - Il Malaterra parlando della fondazione de' Vescovadi (l. IV, c. 7) porta la Bolla in originale (l. IV, c. 29). Il Giannone, come istorico del paese, offre un'idea di questo privilegio e della monarchia di Sicilia (t. II, p. 95-102), e Saint-Marc (Abrégé, t. III, p. 217-301) discute una tale quistione con tutta l'abilità d'un giureconsulto siciliano.], consolidò ed estese il primato della Corona.



A. D. 1081


La conquista della Sicilia era stata più gloriosa che utile a Roberto Guiscardo; nè i possedimenti della Puglia e della Calabria all'ambizione di cotest'uomo bastando, deliberò afferrare, o far nascere l'occasione d'invadere, e soggiogar forse l'Impero dell'Oriente[219 - Nelle descrizioni della prima spedizione di Roberto contra i Greci, i miei autori sono: Anna Comnena (I, II, IV, V. libri dell'Alexiade), Guglielmo Pugliese (lib. IV e V, p. 270-275), e Gioffredo Malaterra (l. III, c. 13, 14-24, 29-39); essi erano contemporanei, e possono riguardarsi come autentici i loro scritti, avvertendo però, che niun d'essi fu testimonio oculare delle battaglie.]. Un divorzio, ottenuto sotto pretesto di consanguinità, lo avea separato dalla prima moglie, statagli compagna nell'umil fortuna, e Boemondo nato da queste prime nozze, si trovò alla condizione di imitar piuttosto il suo chiaro padre che di succedergli. La seconda moglie di Roberto, essendo figlia de' Principi di Salerno, i Lombardi acconsentirono a riconoscere per erede di lui Ruggero, nato dalla medesima. Cinque figlie parimente dalla Principessa di Salerno ebbe Viscardo, tutte onorevolmente accasate[220 - Una di queste si sposò ad Ugo, figlio di Azzo, o Axo, marchese di Lombardia (Guglielmo Pugliese, l. III, p. 267), ricco, potente e nobile nell'undecimo secolo, e i cui maggiori il Muratori e il Leibnitz hanno scoperto appartenere al nono e decimo secolo. Le due famose Case di Brunswick e di Este derivano da due figli primogeniti del marchese Azzo. V. Muratori, Antichità Est.], e una di esse fu promessa ancor fanciulla al giovine ed avvenente Costantino, figlio ed erede dell'Imperatore Michele[221 - Anna Comnena loda e sospira con un po' troppo di libertà questo bel giovinetto, che le venne promesso in isposo quando fu sciolto l'altro contratto di nozze colla figlia di Guiscardo. Nel lib. I, pag. 23, ella dice che questo principe era αγαλμα φυσεως… Θεου χειρων φιλοτιμημα… χρυσου γενους απορροη un gioiello dalla natura… una bell'opera delle mani di Dio… una emanazione dell'età d'oro, ec. (p. 27). Ella descrive altrove il bianco e il vermiglio della pelle, gli occhi di falco ec. l. III, p 71.]. Ma una rivoluzione crollò il trono di Costantinopoli: la famiglia reale di Duca nel palagio o nel chiostro fu confinata: e Roberto, trafitto l'animo dalla sciagura della figlia, e dall'espulsione del confederato, pensò a vendicarsi. Un Greco che diceasi padre di Costantino, mostratosi ben tosto a Salerno, mise insieme una novella di trono rassegnato per forza, e di fuga. Il Duca maravigliosamente pronto a ravvisare in quest'uomo il suo amico infelice, pomposamente lo accolse, e come verso persona della dignità imperiale insignita addiccasi. Questo Michele[222 - Anna Comnena (l. I, p. 28-29), Guglielmo Pugliese (l. IV, p. 271), Gioffredo Malaterra (l. III, c. 13, p. 579, 580). Più circospetto si mostra quest'ultimo; ma il Pugliese dice,Mentitus se MichaelemVenerat a Danais quidam seductor ad illum.Si lasciò sorprendere da questa frode Gregorio VII; e il Baronio è quasi l'unico che la voglia sostenere qual verità (A. D. 1080, n. 44).] dunque trascorse in trionfo la Calabria e la Puglia fra le lagrime e le acclamazioni de' popoli: e il Papa Gregorio VII esortò i vescovi ad adoperarsi coi lor sermoni, i Cattolici col lor braccio, a ritornare questo principe in trono. Roberto e il Greco in famigliari e spessi colloquj vedeansi, e noti egualmente, il valor normanno e i tesori del greco Impero, pubblica fede alle reciproche promesse lor procacciavano. Nondimeno, a confessione de' Greci e de' Latini, cotesto Michele non era che un fantasma, un impostore, un frate scappato dal suo convento, o un servo della greca Corte. Lo scaltro Guiscardo immaginò questo artifizio, sperando che dopo aver dato un'apparenza di giustizia alle sue armi, il falso imperatore tornerebbe nella sua oscurità ad un cenno di chi da questa l'avea ritratto; ma sol la vittoria potea costringere la credenza de' Greci, nè l'ardor de' Latini per tale impresa la credulità de' medesimi pareggiava; i soldati normanni voleano godersi in pace il frutto di lor fatiche, e gl'Italiani fremevano alla sola idea di pericoli cogniti ed incogniti che ad una spedizione oltremare si congiungevano. A fine di far soldati, Roberto non risparmiò donativi, o promesse; nè minacce, così per parte dell'autorità civile, come per parte dell'autorità ecclesiastica; che anzi alcuni atti di violenza hanno dato origine al fattogli rimprovero di avere arrolati, senza distinzioni nè pietà, e vecchi, e fanciulli. Dopo due anni impiegati senza posa in tali apparecchi, l'esercito di terra e le forze navali si adunarono ad Otranto, ultimo promontorio dell'Italia, situato all'estremità del calcagno dello stivale. Roberto si trasferì, accompagnato dalla moglie che ai fianchi di lui combattea, dal figlio Boemondo, e dal greco impostore. Mille trecento cavalieri normanni[223 - Ipse armatae militia non plusquam MCCC milites secum habuisse, ab eis qui eidem negotio interfuerunt attestatur (Malaterra, l. III, c. 24, p. 583), e sono i medesimi che il Pugliese al l. IV, p. 273 chiama equestris gens ducis, equites de gente ducis.], o alla scuola de' Normanni educati, formavano il nerbo di questo esercito composto di circa trentamila uomini d'ogni arma[224 - Εις τριακοντα χιλιαδας da trentamila, così si esprime Anna Comnena (Alexias, l. I, p. 37), e un tale calcolo concorda col numero e col carico de' navigli. Ivit in Dyrrachium cum XV militibus hominum, dice il Chronicon Breve Normannicum (Muratori, Scriptores, t. V, p. 278). Io mi sono adoperato a conciliare insieme queste diverse testimonianze.]; cencinquanta navi vennero caricate di truppe da sbarco, di cavalli, di armi, di macchine da guerra, e di torri di legno coperte di cuoio non concio; navilio che era stato allestito in Italia, e la repubblica ragusea, divenuta confederata di Roberto, le galee aveva fornite. All'ingresso del golfo Adriatico le coste dell'Italia e dell'Epiro si avvicinano l'una all'altra. Lo spazio che disgiugne Brindisi da Durazzo, conosciuto sotto il nome di Passaggio Romano, non è largo più di cento miglia[225 - L'Itinerario di Gerusalemme (p. 609, ediz. Wesseling) accenna un intervallo ragionevole e vero di mille stadj, o cento miglia, che stravagantemente hanno duplicato Strabone (l. VI, pag. 433) e Plinio (Hist. nat. III, 16).]. Rimpetto ad Otranto si restringe di cinquanta[226 - Plinio (Hist. nat. III, 6, 16) assegna QUINQUAGINTA miglia a questo brevissimus cursus, e indica la vera distanza da Otranto alla Vallona o Aulon (d'Anville, Analyse de sa carte des côtes de la Grèce, etc. p. 3-6). Ermolao Barbaro che sostituisce il vocabolo centum (Hardouin, not. 66, in Plin. lib. III) avrebbe potuto essere corretto da quanti piloti veneziani erano usciti di quel golfo.], angustia che suggerì a Pirro, e a Pompeo l'idea sublime, o stravagante di unire con un ponte entrambe le rive. Roberto, prima di imbarcare le sue truppe e le sue munizioni, mandò innanzi quindici galee comandate da Boemondo, affine di soggiogare o minacciare l'isola di Corfù, riconoscere l'opposto lido, e assicurare ne' dintorni di Vallona un buon porto alle sue truppe. Boemondo compiè la sua traversata e il suo sbarco, senza accorgersi di nemici. Sperienza fortunata pe' Normanni, e che diè a divedere a quale scadimento l'incuria de' Greci avesse ridotta la loro marineria! Le isole e le città marittime dell'Epiro all'armi di Roberto, o al terror del suo nome cedettero, e poichè ebbe toccate le coste di Corfù (la quale isola accenno col suo nome moderno) condusse la sua squadra e il suo esercito ad assediare Durazzo. Cotesta città, dal lato di Occidente, chiave dell'Impero greco, dalla sua antica fama, da recenti fortificazioni, dal patrizio Giorgio Paleologo vincitore di diverse battaglie nell'Oriente, da un presidio tolto dalle province di Albania e di Macedonia, in ogni età vivai di eccellenti soldati, era difesa. Pericoli e sciagure d'ogni genere nel durar di questa impresa provarono l'animo di Guiscardo: nella stagione la più propizia dell'anno, la flotta di lui che stavasi lungo la costa, venne d'improvviso assalita da una fortuna di mare; e piogge miste a neve, e furiosi venti d'ostro ingrossarono l'Adriatico, talchè un nuovo naufragio la sinistra fama degli scogli Acroceraunj riconfermò[227 - Infames scopulos Acroceraunia, Horat., Carmen 1 e 3. Vi è qualche poco di esagerazione nel praecipitem Africum decertantem aquilonibus et rabiem Noti, e nel monstra natantia dell'Adriatico; ma Orazio palpitante per la vita di Virgilio, è un esempio che ben comparisce nella storia della poesia e dell'amicizia.]. Andati in pezzi o portati lontano e vele, e alberi, e remi, si videro coperti il mare, e le rive di frantumi di navigli, d'armi e cadaveri, e la maggior parte delle munizioni le acque inghiottirono o danneggiarono. Sottrattasi con grande stento al furore dell'onde la ducale galea, Roberto si fermò sette giorni sul vicino promontorio per raccogliere gli avanzi della sua flotta, e rianimare il depresso coraggio de' suoi soldati. I Normanni non erano più quegli audaci piloti che aveano scoperto nuove acque sull'Oceano, dalla Groelandia al monte Atlante, que' piloti che erano stati veduti sorridere sui perigli da poco che offre l'onda mediterranea. Piansero nel durare della procella, e tremarono all'avvicinare de' Veneziani, che mossi dalle preghiere e dalle promesse della Corte di Bisanzo venivano ad assalirli. Le pugne del primo giorno mal non tornarono a Boemondo, giovine imberbe[228 - Των δε εις τον πωγωνα αυτου εφυβρισαντων insultavanlo per la barba (che gli mancava) (Alexias, l. IV, p. 106). Ciò nondimeno i Normanni si radeano la barba; i Veneziani la lasciavano crescere: di qui avrà avuta origine la mancanza di barba attribuita, poco felicemente per dir vero, a Boemondo (Ducange, Not. ad Alex., p. 283).] che i legni del padre suo comandava, ma le galee veneziane rimasero tutta notte ferme sull'áncora, a guisa di mezza luna, ordinate. La maestria di loro fazioni, il modo vantaggioso onde collocati aveano i proprj arcieri, la forza delle lor chiaverine, il fuoco greco somministrato ad essi dall'Imperatore, li fecero nel secondo giorno padroni della vittoria. I legni pugliesi o ragusei alla costa si ripararono: molti videro tagliare le gomene, e in poter cadettero del vincitore; oltrechè, la guernigion di Durazzo, con una abile sortita, portò fin nelle tende di Roberto la strage e il terrore: vennero introdotti soccorsi entro la piazza, e appena gli assedianti più non padroneggiarono il mare, si videro privi de' tributi, e delle vettovaglie, che dianzi le isole, e le città marittime ad essi inviavano. Si arroge, che un contagioso morbo travagliò ben tosto l'esercito dei Normanni, onde perirono privi di gloria cinquecento cavalieri; e la perdita delle genti di Guiscardo non ascese a meno di diecimila uomini, sol che si voglia dedurla dal registro de' funerali, e supponendo che tutti i morti l'onor di esequie ottenessero. Solo, imperterrito, in mezzo a tante calamità, il Duca normanno, intantochè nuove forze dai lidi pugliesi e siculi ritraeva, conquassava colle sue macchine d'assedio, e tribolava, ora dando scalate alle mura, ora adoperandosi contro le fondamenta di queste, Durazzo. Ma la solerzia e il valore di lui, in un valore eguale, e in una solerzia superiore, scontraronsi. Avendo egli condotto a piè del baluardo una torre mobile che racchiudea cinquecento soldati, mentre stava per abbassarne la porta, o il ponte levatoio, una enorme trave lo arrestò nell'impresa, e il fuoco greco in un istante la sua torre gli consumò.

Intanto che i Turchi dal lato orientale, le truppe di Guiscardo dall'occidentale, il romano impero invadeano; il vecchio successore di Michele rassegnava lo scettro nelle mani di Alessio, illustre Generale e fondatore della dinastia de' Comneni. Anna, figlia di questo Alessio, e famosa per avere scritta la Storia del padre, dal suo stile ampolloso non rimovendosi, osserva che lo stesso Ercole alla doppia pugna non avrebbe saputo resistere, e su tal base fondandosi, approva la precipitosa pace che il ridetto Alessio concluse col Turco; la qual cosa il trasferirsi in persona a soccorrer Durazzo gli agevolò. Egli avea ben trovato vuoto di soldati il suo campo come di danari l'erario; ma tai furono il vigore, la sollecitudine delle sue provvisioni, che in sei mesi radunò un esercito di settantamila uomini[229 - Il Muratori (Annali d'Italia, t. IX, p. 136, 137), osserva che alcuni autori (Pietro Diacono, Chron. Casin. lib. III, cap. 49) fanno ascendere l'esercito de' Greci a censettantamila uomini, ma che si può levare il cento, lo stesso Malaterra indicandone soli settantamila; piccola svista! Il passo al quale fa allusione il Muratori trovasi nella Cronaca di Lupo Protospata (Script. ital. t. V, p. 45). Il Malaterra, (l. IV, 17) parla in termini, ampollosi, ma vaghi, di questa imperiale spedizione: Cum copiis innumerabilibus, e il Poeta Pugliese (l. IV, p. 272):More locustarum montes et plana teguntur.], e fece compiergli un cammino di cinquecento miglia. Ei tolse soldati dall'Europa e dall'Asia, dal Peloponneso infino al mar Nero; ostentava la pompa del grado imperiale nella magnificenza della guardia composta di cavalieri ricchi d'armadure, e di arredi d'argento, e nel numeroso corteggio di nobili e di principi che lo accompagnavano; e più d'uno di questi principi (il che prova una mansuetudine de' costumi di Bisanzio in que' tempi) nelle vicissitudini del palagio imperiale aveano vestita un istante la porpora, e ciò nulla meno vivean ricchi e insigniti di cariche ragguardevoli. Tutti i predetti Grandi, animati la più parte dal fuoco della giovinezza, avrebbero dovuto col loro esempio farsi sprone alla moltitudine: ma l'eccessivo amor de' piaceri, il disprezzo di ogni subordinazione, furono origine di disordini e di mali. Voleano questi essere condotti subito alla battaglia, e con importuni clamori misero a cattivo partito la prudenza di Alessio, che avrebbe potuto prendere in mezzo e tribolar colla fame l'esercito degli assedianti. L'enumerazione delle province greche a' que' giorni, offre un triste raffronto tra quel che furono gli antichi limiti dell'Impero, e quello che erano divenuti. Raccolti in fretta, e in mezzo al comune terrore, i nuovi soldati, non fu possibile il ritrarre dalla Natolia o Asia Minore le sue guernigioni, se non se col cedere ai Turchi le città che da queste istesse guernigioni erano custodite. Il nerbo dell'esercito greco stavasi ne' Varangi, e nelle guardie scandinave, il cui numero avea poco prima ricevuto rinforzo da una truppa di esuli e di volontarj venuti dall'isola di Tule, o della Gran Brettagna. I Danesi e gl'Inglesi parimente, sotto il giogo de' Normanni gemeano; laonde molti giovani venturieri vennero nella risoluzione di abbandonare una terra di schiavitù, e abbracciando lo scampo che ad essi il mare offeriva, peregrinarono lungamente a tutte le coste, ove qualche speranza di libertà e di vendetta allettavali. Il greco Imperatore a sè gli assoldò, e primieramente in una nuova città della costa d'Asia stanziarono; ma non andò guari che Alessio chiamatili al servigio immediato del suo palagio, e della imperiale persona, nella lor fedeltà e prodezza un bel retaggio preparò ai suoi successori[230 - V. Guglielmo di Malmsbury, De Gestis Anglor., l. II, p. 92. Alexius fidem Anglorum suscipiens, praecipuis familiaritatibus his eos applicabat, amorem eorum filio transcribens. Orderico Vitale (Hist. eccles., l. IV, pag. 508, l. VII, p. 841) racconta la partenza di questi profughi dall'Inghilterra e il modo onde presero servigio in Grecia.]. Rammentando con indignazione questi guerrieri tutto quanto eglino pure aveano sofferto dai Normanni, marciarono contra un nemico di lor nazione, e giubilanti, e impazienti di ricuperar nell'Epiro la gloria che alla giornata di Hastings aveano perduta. I Varangi erano inoltre sostenuti da alcune bande di Franchi o Latini; tutti coloro che, per sottrarsi alla tirannide di Guiscardo, riparati eransi a Costantinopoli, agognavano l'istante di segnalare il loro zelo, e appagare in uno la sete della vendetta. In così ardue circostanze l'Imperatore non aveva avuti a schifo gli impuri soccorsi de' Paoliziani, o de' Manichei della Tracia e della Bulgaria; i quali eretici all'intrepidezza de' martiri l'operoso valore e la disciplina di eccellenti soldati aggiugnevano[231 - V. il Pugliese (l. I, p. 256). Ho già descritto nel capitolo LIV la storia e l'indole di questi Manichei.]. Un negoziato col Sultano avendo procurato all'Imperatore un rinforzo di mille Turchi all'incirca, si videro insieme in contrasto le frecce della cavalleria scitica, e le lance della normanna. Udite le prime voci del formidabile esercito che incontro venivagli, Roberto raunò un consiglio da' suoi primarj uffiziali composto. «Voi vedete, lor disse, in qual pericolo vi trovate: esso è incalzante, inevitabile. Le colline sono coperte di guerrieri e di stendardi: l'Imperator greco è accostumato alle guerre e ai trionfi. La disciplina e l'unione solamente ci possono far salvi, e sono pronto a cedere il comando ad un Generale più abile di me». Le acclamazioni generali, e persino de' suoi segreti nemici, avendolo in sì periglioso momento fatto certo della stima e della confidenza d'ognuno; «contiam dunque, esclamò, sui frutti della vittoria, e se vi è un vile, impediamogli ogni strada alla fuga, abbruciamo il nostro navilio e le nostre bagaglie, e combattiamo su questo suolo, come se fosse il luogo della nostra nascita, e del nostro sepolcro.» Approvata unanimamente siffatta risoluzione, Guiscardo che disdegnò cautelarsi fra mezzo alle file de' suoi soldati, si pose a capo dell'esercito ordinato in battaglia aspettando ivi di piè fermo il nemico. Un fiume poco largo gli guardava le spalle, l'ala destra prolungandosi sino al mare; la sinistra terminava alle falde delle colline: e Guiscardo forse ignorava che in questo campo medesimo Cesare e Pompeo disputati eransi l'Impero del Mondo[232 - V. il semplice ed ammirabile racconto di Cesare (Comment. de bell. civil. III, 41-75). Gli è da deplorarsi che Quinto Icilio (il Signor Guichard) non sia vissuto a bastanza per far le note a questa parte di essi come le ha fatte alle azioni campali dell'Affrica e della Spagna.].



A. D. 1081


Alessio avendo risoluto, contro il parere de' più saggi suoi capitani, di commettersi all'evento di una battaglia, insinuò alla guernigione di Durazzo il contribuire con una sortita a tempo operata alla liberazione della città. Con due divisioni egli marciò per sorprendere i Normanni innanzi lo schiarire del giorno, onde da due lati vedeasi la cavalleria leggiera dei Greci tener la pianura; la seconda linea era composta di arcieri, i Varangi serbarono a sè medesimi l'onore di combattere all'antiguardo. Al primo scontro, le azze da guerra degli stranieri portarono terribili botte all'esercito di Guiscardo, a soli quindicimila uomini allora ridotto. I Lombardi e i Calabresi, dandosi a vergognosa fuga, corsero, chi alle rive del fiume, chi a quelle del mare; ma il ponte era stato distrutto, per togliere un varco ai soldati della piazza, se tentavano una sortita; la costa vedeasi cinta di galee veneziane che fecero prova delle lor macchine da guerra in mezzo a questa disordinata moltitudine; la quale sarebbe inevitabilmente perita senza il valore e la condotta ammirabile de' suoi Capi. I Greci ne descrivono Gaita, moglie di Roberto, come una amazzone e una seconda Pallade, men abile nelle arti, ma non men della dea degli Ateniesi terribile nella guerra[233 - Παλλας αλλη και μη Σθηνη un'altra Pallade, ma non Minerva. Il presidente Cousin (Hist. de Constantinople, t. IV, p. 131, in 12) ha tradotto molto aggiustatamente «che combattea come una Pallade, benchè non dotta al pari di quella della Grecia». I Greci aveano composti gli attributi delle loro divinità di due caratteri poco fatti per accoppiarsi, quello di Neith, l'artigiana di Sais nell'Egitto, e quello di una vergine amazzone del lago Tritonio nella Libia (Banier, Mythologie, t. IV, p. 1-31, in 12).]. Benchè ferita da una freccia, rimase sul campo di battaglia, e colle esortazioni e coll'esempio le soldatesche disperse riordinò[234 - Anna Comnena (lib. IV, p. 116) ammira con una specie di terrore le maschili virtù di una tal donna. Queste erano più famigliari alle Latine, e benchè il Pugliese (lib. IV, p. 273) faccia menzione della presenza e della ferita della moglie di Guiscardo, affievolisce l'idea della sua intrepidezza:Uxor in hoc bello Roberti forte sagittaQuadam laesa fuit: quo vulnere TERRITA nullamDum sperabat opem, se poene SUBEGERAT hosti.Il vocabolo subegerat non è felice che trattandosi di una donna prigioniera.]; la sua femminile voce venia secondata dalla voce più forte e dal braccio più vigoroso di Guiscardo. Intrepido in mezzo all'azione, quanto magnanimo ne' consigli: «Dove fuggite voi, esclamò? avete che fare con un nemico implacabile, e la morte è meno crudele della servitù». Il momento era decisivo; i Varangi, nell'avanzarsi troppo, lasciarono scoperti i lor fianchi; gli ottocento cavalieri del corpo di battaglia del Duca, che non erano stati intrapresi, colla lancia in resta si precipitarono sul nemico, e gli Storici greci non rimembrano senza dolore l'impeto della cavalleria franca, cui non val resistenza[235 - Απο της του Ρομπερτου προηγησαμενης μαχης, γινοσηων την προτων κατα των εναντιων ιππασιαν των Κελτων ανυποιστον dalla prima battaglia data da Romperto, conoscendo l'invincibile cavalleria de' Celti che primi combattevano nella fronte (Anna, l. V, p. 133) ed altrove και γαρ Κελτος ανηρ πας εποχουμενος μεν ανυπιστος την ορμην, και την θεαν εστιν poichè il Celta a cavallo è formidabile non che all'impeto, alla sola vista (pag. 140). La pedanteria adoperata dalla Principessa nella scelta delle denominazioni classiche ha incoraggiato il Ducange ad attribuire ai suoi compatrioti l'indole degli antichi Galli.]. Alessio non trascurò alcun dovere di generale e soldato; ma allorchè vide la strage de' Varangi e la fuga de' Turchi, e in niun conto avendo i proprj sudditi, della fortuna sua disperò. La principessa Anna, che versa una lagrima su questo infausto avvenimento, è ridotta a vantare la forza e l'agilità del cavallo di suo padre, e il vigore onde questi si difese contra un cavaliere che con una percossa di lancia aveagli fatto in pezzi il cimiero. Con disperato valore, si aperse varco per mezzo a uno squadrone di Normanni che la fuga impedivagli, e dopo avere errato due giorni e due notti in mezzo alle montagne, potè godere di qualche riposo, non d'animo, ma di corpo, entro le mura di Licnido. Si dolse Roberto delle sue truppe che, troppo mollemente e lentamente inseguendo Alessio, una tanto luminosa preda sfuggirsi lasciassero: ma nel confortarono i trofei e gli stendardi tolti al nemico, la ricchezza e il lusso del campo greco, e la gloria di aver distrutto un esercito cinque volte più numeroso del suo. Molti Italiani rimasero vittima del proprio spavento; pur questa memoranda giornata non costò a Guiscardo più di trenta de' suoi cavalieri. L'esercito imperiale perdè, fra Greci, Turchi ed Inglesi, cinque o seimila uomini all'incirca[236 - Lupo Protospata (t. III, p. 45) dice seimila; Guglielmo Pugliese più di cinquemila (l. IV, p. 275): nel che è lodevole e singolare la lor modestia; era sì facile ad essi con un tratto di penna l'uccidere venti o trentamila scismatici, od infedeli.], fra i quali si noverano molti nobili e guerrieri di sangue reale; l'impostore Michele trovò nello spianato di Durazzo una morte più onorevole che nol fu la sua vita.



A. D. 1082


Ella è cosa molto probabile che Guiscardo non si affliggesse gran fatto della perdita di questo fantasma d'Imperatore, costatogli molto caro, nè con altro pro che di avventurarlo alla derisione de' Greci. Disfatti questi, la guernigione continuò nel difendersi: l'Imperatore aveva avuta l'imprudenza di richiamare Giorgio Paleologo, intanto che un Veneziano comandava nella città: le tende degli assedianti vennero cambiate in baracche, atte ad offerire riparo contra il rigore del verno; e ad una disfida fattagli dalla Fortezza, Roberto rispose che la sua perseveranza, l'ostinazione degli assediati almen pareggiava[237 - I Romani riguardando come nome di cattivo augurio il nome Epidamnus, gli sostituirono l'altro Dyrrachium (Plinio, III, 26), di cui il popolo avea fatto Duracium (V. il Malaterra), vocabolo che ha qualche somiglianza coll'altro, durezza.Durando era uno fra i nomi di Roberto, e veramente Roberto potea chiamarsi un Durando; giuoco scipitissimo di parole. (Alberic, Monach. in Chron., V. Muratori, Annali d'Italia, t. IX, p. 137).]. Già forse ei fondavasi sopra una lega segreta da lui stretta con un nobile Veneziano, che sedotto dalla speranza di un luminoso e ricco maritaggio, ebbe la viltà di tradire i confederati della sua patria. Nel più cupo della notte, furono gettate dall'alto delle muraglie le scale di corda, per le quali saliti tacitamente gli snelli Calabresi, sol dal nome, e dalle trombe del vincitore, i Greci furono desti. Ciò nullameno per tre giorni difesero le strade contra un nemico già padrone de' baluardi; si rendettero finalmente dopo un assedio di sette mesi, calcolati dal momento che la piazza fu circondata. Penetrò indi Roberto nelle parti interne dell'Epiro, o dell'Albania, e attraversate le prime montagne della Tessaglia, trecento Inglesi nella città di Castoria sorprese, a Tessalonica si avvicinò, fece tremare Costantinopoli. Ma un più incalzante dovere, il corso dei suoi ambiziosi disegni interruppegli. Già distrutti due terzi del suo esercito dal naufragio, dai morbi contagiosi e dal ferro nemico, e allorchè aspettavasi dall'Italia nuove reclute, dolorosi messaggi lo ragguagliarono delle sciagure, e de' pericoli ai quali, per la lontananza di lui, la stessa Italia era in preda, della ribellione delle città e de' Baroni della Puglia, dello stremo a cui trovavasi il Papa, dell'avvicinamento, o piuttosto dell'invasione di Enrico Re di Alemagna. Egli osò immaginarsi che la presenza sua basterebbe a rendergli sicuri gli Stati, e sopra un sol brigantino, rivalicò il mare, lasciando l'esercito sotto il comando di suo figlio e dei Conti normanni; e con esortazioni a Boemondo, di rispettare la libertà de' suoi eguali, ai Conti di obbedire l'autorità del lor Generale. Il figlio di Guiscardo sull'orme del padre suo camminò. I Greci paragonano questi due guerrieri al bruco e alla locusta, l'uno de' quali divora tutto quanto non fu sterminato dall'altro[238 - βρουχους και ακριδας ειπεν αν τις αυτους πατερα και υιον il padre e il figlio erano appellati bruchi e locuste (Anna, lib. I, pag. 35). Mercè tali comparazioni, tanto diverse da quelle di Omero, costei s'immagina inspirar disprezzo ed orrore contra il cattivo animaluzzo che appellasi conquistatore. Fortunatamente il comun raziocinio, ossia la comune irragionevolezza, ai lodevoli disegni della greca Principessa fan guerra.]. Dopo avere vinte due battaglie contra l'Imperatore, scese nella pianura della Tessaglia e assediò Larissa, capitale del favoloso regno di Achille[239 - Prodiit hac auctor Trojanae cladis Achilles.Virgilio nel libro secondo dell'Eneide (Larissaeus Achilles) aggiugne forza alla supposizione del Pugliese (l. I, p. 275), supposizione non giustificata dalle geografiche descrizioni che si trovano in Omero.], ove l'erario e i magazzini del greco esercito si racchiudevano. Del rimanente debbonsi encomj alla prudenza e alla fermezza di Alessio, che contro la infelicità de' tempi coraggiosamente lottò. In mezzo alla penuria che disastrava lo Stato, ardì valersi degli arredi superflui delle chiese, provvide alla diffalta dei Manichei, col sostituir loro alcune tribù della Moldavia; settemila Turchi assunsero il luogo degli estinti fratelli e l'incarico di vendicarli; intanto i soldati greci, addestratisi nel cavalcare e nel lanciar frecce, si fecero abili al giornaliero esercizio delle fazioni militari e delle imboscate. Sapendo Alessio per esperienza che i cavalieri franchi, tanto formidabili sui lor corridori, non poteano nè combattere, nè quasi moversi a piedi[240 - L'ignoranza ha tradotto των πεδιλων προαλματα, (punte de' talari) Speroni; e questi impacciavano i cavalieri che combattevano a piedi (Anna Comnena, Alexias, lib. V, p. 140). Il Ducange ha dedotto il vero significato di queste parole da una usanza ridicola, ed incomoda, durata dall'undicesimo secolo fino al decimoquinto. I ridetti speroni, configurati a guisa di scorpione, aveano talvolta due piedi e una catenella d'argento che gli attaccava al ginocchio.], ordinò ai suoi arcieri di far bersaglio de' loro dardi il cavallo anzichè il cavaliere, e seminava di punte di ferro ed altri impacci il terreno d'onde potea paventare un assalto. La guerra venne protratta ne' dintorni di Larissa ove i successi de' due eserciti, dubbiosi rimasero. In tutte le occasioni il coraggio di Boemondo in guisa luminosa, e sovente con fortuna, si dimostrò; ma i Greci immaginarono uno stratagemma per cui il normanno campo fu saccheggiato. Inespugnabile essendo la città, i Conti o disgustati, o corrotti dall'inimico, le bandiere del loro duce abbandonarono, e consegnati ai Greci i lor posti, le parti dell'Imperatore seguirono. Alessio riportò a Costantinopoli il vantaggio, anzichè l'onore della vittoria. Quanto al figlio di Guiscardo, rinunziando ad un territorio che non potea più difendere, veleggiò verso l'Italia ove ben accolselo il padre, che ne conoscea il merito, e ne compiagnea l'infortunio.



A. D. 1081


Di tutti i principi latini confederati di Alessio, e nemici di Roberto, il più poderoso e zelante era Enrico III, o IV Re d'Alemagna, e d'Italia, che divenne in appresso Imperator d'Occidente. La lettera che il Principe greco indirissegli[241 - Tutta questa lettera merita di essere letta (Alexias, l. III, p. 93, 94, 95). Il Ducange non ha intese le seguenti parole αστροπελεκυν δεδεμενον μετα χρυμαφις. Ho procurato di dar loro una interpretazione possibilmente plausibile: χρυμαφιου significa corona d'oro. Simone Porzio (in Lexico graeco-barbar.) dice che ασροπελεκυς equivale a κεραυνος, πρηστηρ, lampo.], abbonda di sentimenti di verace amicizia e del desiderio onde ardea di consolidare la scambievole lega con vincoli di famiglia, e politici. Congratulatosi con Enrico pei buoni successi da esso ottenuti in una giusta e santa guerra, querelasi perchè le audaci imprese de' Normanni, la prosperità del suo impero hanno turbata. La nota de' donativi inviatigli dalla Grecia ai costumi del secolo corrisponde: una corona d'oro guarnita di raggi, una croce da petto adorna di perle, una scatola di reliquie coi nomi e titoli de' Santi cui perteneano, un vaso di cristallo, un vaso di Sardonica, balsamo, probabilmente della Mecca, e cento pezze di porpora; inoltre cenquarantaquattromila bisantini d'oro, con promessa di aggiugnerne altri dugento sedicimila, allorchè Enrico fosse venuto in armi sul territorio pugliese, e confermata, con giuramento, la loro confederazione contro il comune inimico. Il Principe alemanno[242 - Intorno a questi principali fatti rimetto i leggitori agli storici Sigonio, Baronio, Muratori, Mosheim, Saint-Marc etc.] che già trovavasi in Lombardia, Capo di un esercito e di una fazione, accettando tosto queste magnifiche offerte, al mezzogiorno immantinente si volse; e benchè il fermasse in cammino la notizia della giornata di Durazzo, ricompensò abbondantemente il dono avuto dall'Imperatore, poichè lo spavento che coll'armi sue e col suo nome inspirò, costrinse Roberto a ricercar precipitosamente la Puglia. Enrico detestava i Normanni, come confederati e vassalli di Gregorio VII, implacabile suo nemico, orgoglioso sacerdote, che col suo zelo ambizioso riaccese la lunga querela tra il Sacerdozio e l'Impero[243 - Le vite di Gregorio VII sono o leggende, o invettive (Saint-Marc, Abrégé; t. III. p. 233; ec.), e i moderni leggitori non crederanno più ai suoi miracoli che ai suoi sortilegi. Nel Leclerc (Vie de Hildebrand, Bibliothèque ancienne et moderne, t. VIII) si trovano diverse nozioni instruttive a tale proposito, e molte dilettevoli nel Bayle (Dictionaire critique, Grégoire VII). Questo pontefice fu, non v'ha dubbio, un uomo sommo, un secondo Atanasio, in un secolo più fortunato per la Chiesa. Mi sarà egli lecito aggiugnere che il ritratto di Atanasio da me offerto nel Capitolo XXI è uno de' tratti della mia storia de' quali mi trovo meno scontento?]: il Re, il Papa, si mandavano anatemi a vicenda, e ognun d'essi avea posto un rivale sul trono del suo antagonista. Dopo la sconfitta e la morte del ribelle della Svevia, Enrico si condusse in Italia per assumervi l'imperiale corona, e scacciare il tiranno della Chiesa dal Vaticano[244 - Ciò che qui dice l'autore di Gregorio VII forse è esagerato; vegga il lettore ciò che abbiamo scritto di questo Papa famoso in una Nota al vol. IX. (Nota di N. N.)][245 - Anna, col rancore proprio ad una scismatica greca, chiama Gregorio καταπτυσος ουτς Παπας (lib. I, pag. 32), un Papa e un prete degno che gli sia sputato addosso; lo accusa di aver fatto frustare gli ambasciatori di Enrico, di aver fatto ad essi rader la barba; forse d'averli privati degli organi della virilità (p. 31-33); ma questo crudele oltraggio è poco verisimile, nè ben provato. V. la sensata prefazione del Cousin.]: ma la causa di Gregorio i Romani sostennero, e fermi in lor coraggio rendevangli i soccorsi d'uomini e di danaro che ad essi venian dalla Puglia, onde per tre volte l'Imperatore alemanno tentò indarno l'assedio di Roma. Nel quarto anno, Enrico si guadagnò, coll'oro dicesi di Bisanzo, i Nobili romani che i lor dominj e le lor castella a tutti gli orrori della guerra videro in preda. Gli vennero consegnate le porte, i ponti e cinquanta ostaggi: l'antipapa Clemente fu consacrato nel palagio di Laterano, e pieno di gratitudine incoronò in Vaticano il suo protettore. L'Imperatore Enrico, intitolatosi successore d'Augusto e di Carlomagno, chiarì il Campidoglio sua stabile residenza. Il nipote di Gregorio le rovine del Septizonio tuttavia difendea: assediato entro castel S. Angelo il Papa nel solo coraggio e nella fedeltà del suo vassallo normanno ponea la speranza. Ben vero è che ingiurie e reciproche lamentanze aveano interrotto il buon accordo fra questi due personaggi; ma in sì imminente pericolo Guiscardo i suoi giuramenti, il suo interesse più forte ancora dei giuramenti, l'amor della gloria, e l'odio che portava ai due Imperatori, sol calcolò. Dispiegata la santa bandiera, coll'animo deliberato di accorrere in soccorso al principe degli Appostoli, e dopo avere raunati seimila uomini a cavallo, e trentamila fantaccini, il più numeroso di quanti eserciti ebbe giammai, mosse da Salerno a Roma, e durante quel cammino i pubblici applausi, e le promesse di celeste soccorso, lui e le sue soldatesche accompagnarono. Vincitore in sessantasei battaglie, all'avvicinar di Guiscardo, Enrico tremò: mostrando ricordarsi d'alcuni indispensabili affari che la sua presenza volevano in Lombardia, esortò i Romani a conservarsi fedeli, e tre giorni prima che i Normanni giugnessero, affrettatamente partì. In men di tre anni, il figlio di Tancredi di Altavilla ebbe la gloria di liberare il Pontefice, e di vedere sparire dinanzi a sè le armi vincitrici degli Imperatori d'Oriente[246 - … Sic uno tempore victiSunt terrae Domini duo: rex Alemannicus iste,Imperii rector romani maximus ille.Alter ad arma ruens armis superatur: et alterNominis auditi sola formidine cessit.È cosa non poco singolare che questo poeta latino parli dell'Imperatore greco come se governasse l'Impero romano (t. IV, p. 274).], e d'Occidente. Ma lo splendore del trionfo di Roberto le sciagure di Roma oscurarono. Già i partigiani di Gregorio toccata aveano la meta di rompere, di scalare le mura, già si trovavano in Roma; non quindi inoperosa, o priva di forze era la fazione degli Imperiali: laonde il terzo giorno si accese una terribile sedizione, e un accento inconsiderato sfuggito al vincitore, per cui parea la difesa, o la vendetta essere comandate, divenne segnale d'incendio e di devastazione[247 - La narrazione del Malaterra (l. III, c. 37; pag. 587, 588) è autentica, minuta, imparziale. Dux ignem exclamans urbi incensa, etc. Il Pugliese attenua la disgrazia: inde quibusdam aedibus exustis, disgrazia che alcune Cronache parziali si studiano esagerare (Muratori, Annali, t. IX, pag. 147).]. I Saracini della Sicilia, i sudditi di Ruggero, gli ausiliari di Guiscardo, colsero il destro per ispogliare e profanare la santa città de' Cristiani: migliaia di cittadini vennero oltraggiati, trucidati o ridotti in servitù, innanzi agli occhi e per opera de' confederati del loro padre spirituale. Un vasto rione che dal palagio di Laterano al Colosseo si estendea, le fiamme consunsero, sicchè anche ai dì nostri non offre più che un deserto[248 - Il Gesuita Donato (De Roma veteri et nova, l. IV, c. 8, p. 489) dopo avere parlato di una tale devastazione, aggiugne con grazia: Duraret hodieque in Caelio monte interque ipsum et Capitolium miserabilis facies prostratae urbis, nisi in hortorum vinetorumque amenitatem Roma resurrexisset, ut perpetua viriditate contegeret vulnera et ruinas suas.]. Gregorio, abbandonata una città, che lo detestava e più nol temea, andò a terminare nel palagio di Salerno i suoi giorni. Senza dubbio, questo scaltro pontefice, colla lusinga della sovranità di Roma, o della Corona imperiale, Guiscardo adescò; ma un sì periglioso espediente, al certo, giusta ogni apparenza, opportunissimo ad infondere nuovo ardore nell'animo ambizioso del Duca normanno, coll'effettuarsi, avrebbe per sempre alienati dal Pontefice gli animi de' fedeli principi dell'Alemagna.



A. D. 1084


Guiscardo liberatore e in un flagello di Roma, avrebbe potuto finalmente darsi al riposo: ma nel medesimo anno che egli aveva veduto fuggire l'Imperator d'Alemagna, il capitano instancabile agli antichi divisamenti delle orientali conquiste fece ritorno. L'entusiastico zelo, o la gratitudine di Gregorio, i regni della Grecia e dell'Asia al costui valore aveva promessi[249 - Il titolo di Re promesso, o conferito a Roberto dal sommo Pontefice (Anna l. I, p. 32) è a bastanza provato dal Poeta Pugliese (l. IV, p. 270):Romani regni sibi promisisse coronamPapa ferebatur.e non intendo il perchè questo nuovo tratto di giurisdizione apostolica spiaceva al Gretser e ad alcuni altri difensori del Papa.]. Le milizie del Normanno stavano in armi, fatte orgogliose dai buoni successi ottenuti, e preste a cercarne altri in mezzo alle pugne. La principessa Anna, valendosi delle parole di Omero paragona questi soldati ad uno sciame di api[250 - V. Omero Iliade B. (quanto detesto questo metodo pedantesco di citare i libri dell'Iliade colle lettere dell'alfabeto greco!) 87 ec. Le api di Omero offrono l'immagine di una turba disordinata; perchè la loro disciplina, e i lavori repubblicani sembrano idee di un secolo posteriore (V. Eneide, lib. I).]: ma ho già fatto conoscere innanzi che maggior numero di forze il figlio di Altavilla non aveva mai radunate: cento venti navigli vi vollero ad imbarcarle, e innoltrata essendo di molto la stagione, il porto di Brindisi[251 - Guglielmo Pugliesi (l. V, p. 276). L'ammirabile porto di Brindisi ne formava due; il porto esterno offeriva un golfo coperto da un'isola, il quale per gradi si restringeva, e comunicava, mediante un canale, nel porto interno che da due bande comprendea la città. Cesare e la natura, sonosi adoperati a rovinarlo: e a petto di siffatte potenze che valgono i deboli sforzi del governo Napolitano? (Swinburne's Travels in the two Sicilies, vol. I, p. 384-390).]




Конец ознакомительного фрагмента.


Текст предоставлен ООО «ЛитРес».

Прочитайте эту книгу целиком, купив полную легальную версию (https://www.litres.ru/edvard-gibbon/storia-della-decadenza-e-rovina-dell-impero-romano-volume-11/) на ЛитРес.

Безопасно оплатить книгу можно банковской картой Visa, MasterCard, Maestro, со счета мобильного телефона, с платежного терминала, в салоне МТС или Связной, через PayPal, WebMoney, Яндекс.Деньги, QIWI Кошелек, бонусными картами или другим удобным Вам способом.



notes



1


Abbiamo già detto altrove, e lo ripetiamo, che la Teologia ci dice non essere i misterj del Cristianesimo contrarj alla ragione, ma soltanto superiori alla ragione. Bisogna poi convenire, che la carità, fondamento della parte morale del Cristianesimo, è stata dalle fierissime controversie teologiche non solo violata, ma mutata in odj, in persecuzioni crudeli, in orribili stragi che si rinovarono fra' cristiani per una successione di secoli. (Nota di N. N.)




2


La Casa imperiale d'Isauria proscrisse il culto delle Immagini; noi abbiamo già scritto, spiegandolo, una lunga nota al T. IX. (Nota di N. N.)




3


Un teologo troverebbe più conveniente il dire, che il Cristianesimo aveva prevalso al Politeismo, ed al Giudaismo, e che le decisioni de' sei primi Concilj generali, sostenute dalla forza dei cattolici imperatori greci, avevano punito severamente, e condannate al silenzio le opinioni erronee, che, nate fra' cristiani stessi, avevano formato moltissime Sette cristiane, e ne vennero reciproche, e crudeli persecuzioni. (Nota di N. N.)




4


Potevasi moderare questa forte espressione, e sebbene le persecuzioni che si fecero fra loro i Cristiani ortodossi, ed eterodossi, per le loro contrarie opinioni in Teologia dogmatica sieno state lunghe, feroci, e sanguinose, posto che oggidì i saggi, illuminati Governi, provvidamente più non permettono, per le passate terribili esperienze, che avvengano simili pubblici disastri, potevansi coprire d'un velo i moltissimi fatti storici, che provano a che grado di furiosa crudeltà possa giungere l'entusiasmo, ed il fanatismo de' popoli rozzi, nelle controversie di religione. (Nota di N. N.)




5


Il dotto Mosheim coll'imparzialità e buona fede, solite in lui, esamina gli errori e le virtù de' Paoliziani (Hist. eccles. seculum IX, p. 311, ec.) desumendo i fatti da Fozio (contra Manichaeos, l. I), e da Pietro il Siciliano (Hist. Manichaeorum). La prima delle ridette opere non mi è venuta fra le mani: ho letta la seconda, che d'ordinario il Mosheim ha preferita, valendomi di una versione latina inserita nella Maxima Bibliotheca Patrum (t. XVI, p. 754-764), Edizione del Gesuita Radero (Ingolstadt, 1064, in 4).




6


Nei giorni di Teodoreto, la diocesi di Cirro nella Sorìa contenea ottocento villaggi; due de' quali abitati dagli Ariani, e dagli Eunomj, otto dai Marcioniti, che quell'operoso vescovo unì alla Chiesa cattolica (Dupin, Biblioth. eccles. t. IV, p. 81, 82).




7


Nobis profanis ista (sacra Evangelia) legere non licet, sed sacerdotibus duntaxat; fu questo il primo scrupolo di un cattolico cui veniva consigliato legger la Bibbia (Pietro il Siciliano, p. 761).




8


L'opinione de' Paoliziani che ricusavano di ammettere la seconda Epistola di S. Pietro, trova appoggio nell'autorità di alcuni rispettabilissimi scrittori tanto antichi quanto moderni (V. Wetstein, ad loc. Simon, Hist. crit. du Nouveau Testament, c. 17). I Paoliziani ricusavano ancora l'Apocalisse; (Pietro il Sic., p. 736). Dal vedere che i contemporanei non ne apposero ad essi un delitto, potrebbe quasi dedursi che i Greci del nono secolo non facessero gran caso delle rivelazioni.




9


Una tale contesa, che alla malignità di Porfirio non isfuggì, suppone errore o passione nell'uno e nell'altro de' due appostoli, o forse anche in entrambi. S. Grisostomo, S. Gerolamo ed Erasmo, la suppongono una lite finta, un pietoso artifizio ideato per istruire i Gentili, e per correggere gli Ebrei (Middleton's Works, vol. II, p. 1-20).




10


Chiunque bramasse tutte le particolarità che riguardano i libri eterodossi può consultare le ricerche del Beausobre (Hist. critique du Manichéisme, t. I, p. 305-437). S. Agostino parlando de' libri manichei, che si trovano nell'Affrica dice: Tam multi, tam grandes, tam pretiosi codices (contra Faust., XIII, 14); ma aggiunge poi senza misericordia: incendite omnes illas membranas, e tal consiglio fu rigorosamente seguito.




11


La religion cristiana è composta di tre parti: la morale, la dogmatica, la disciplinare: la parte morale è contenuta intera chiaramente, senza bisogno di spiegazioni, e di interpretazioni, in queste parole, scritte nell'Evangelo, nelle quali disse Gesù Cristo consistere tutta la legge, Ama il signore Dio tuo sopra tutte le cose, ed il Prossimo tuo come te stesso; in questi due precetti tutta la legge ed i Profeti stanno. Queste poche parole sono da annoverarsi fra quelle delle quali scrisse, con buon senso, Agostino: Vi sono alcune cose nelle Scritture, le quali richiedono più il semplice uditore che il comentatore. La parte morale intrinsecamente non ha cangiato mai.

La parte dogmatica è pure negli Evangelj, ma pel modo ond'è esposta, ha avuto bisogno di spiegazioni, di interpretazioni, ed in conseguenza di queste (le quali furono fatte da scrittori ecclesiastici, ed anche da Concilj generali, cominciando quanto a questi ultimi dall'anno 325, in cui si adunò quello generale di Nicea, e venendo all'anno 381 in cui fu convocato l'altro generale di Costantinopoli, e indi all'anno 400 in cui si convocò quello primo di Toledo soltanto nazionale, o provinciale, e poscia all'anno 1274 in cui si tenne quello generale di Lione) fu scritto, e compiuto il Credo in unum Deum ec., che dicesi nella Messa, e ch'è la formula della credenza de' cattolici. Non si può sostenere, che sieno state fatte veramente innovazioni nella parte dogmatica; era questa già contenuta negli Evangelj, non vi fu bisogno, che d'interpretarla, dilucidarla, e scriverla in una formula da presentarsi a' Cristiani, perchè da essi dovesse esser creduta. Ecco ciò che fecero molti Concilj in differenti secoli, secondo, che porgevasi l'occasione di decidere controversie, che spesso sorgevano, e che le une dalle altre nascevano intorno ai dogmi. Per esempio (pigliando la prima, e principal controversia) sta scritto nell'Evangelo che Gesù Cristo disse: mio Padre è in me, ed io sono in lui: ed in un altro luogo pure dell'Evangelo è scritto, che Gesù Cristo disse: il Padre, che mi mandò è maggiore di me; ed altrove pure nell'Evangelo; siccome il Padre mandò me, così io mando voi; disse Cristo agli Appostoli. Da questi due ultimi passi dell'Evangelo giudicavano i Cristiani, detti Ariani dal loro Capo il prete Ario, che Gesù Cristo non fosse della stessa sostanza del Padre, ossia dell'esser supremo, e perciò non fosse Dio; ed il Concilio di Nicea di 318 vescovi, l'anno 325, condannandoli giudicò, che per il primo passo, Gesù Cristo era, per le parole di lui medesimo, della stessa sostanza del Padre, vale a dire, ch'era Dio, e perciò si scrisse nel Concilio il Credo in unum Deum ec., in cui i Vescovi, contro il minor numero de' Vescovi Ariani, decretarono, che si scrivesse, come fu scritto, che Gesù Cristo era consustanziale del Padre, cioè della stessa sostanza del Padre, cioè ch'era Dio, siccome leggesi nel Credo di Nicea. Tuttavia la guerra per la parola consustanziale, e per l'idea che racchiude, durò moltissimi anni nelle province cristiane d'Asia, e d'Europa; l'Arianismo mutò d'aspetto colla denominazione Nestorianismo da Nestorio Patriarca di Costantinopoli; vi venne dopo l'Eutichianismo, poi seguitò il Monotelismo, e questa Storia empiè alcuni volumi.

La parte disciplinare poi ha avuto tali, e tante variazioni sì inferiormente che esteriormente, che sarebbe troppo lungo il riferirle; converrebbe scrivere un grosso volume in-folio. (Nota di N. N.)




12


Bisogna osservare, che qui l'autore, riferisce le cose dette dai Paoliziani, che erano nell'errore, ed il Cattolico non dee punto turbarsi nella sua credenza. (Nota di N. N.)




13


Si faccia qui la medesima riflessione, da ripetersi ogni volta, che l'autore riferisce gli errori de' Paoliziani. (Nota di N. N.).




14


Il legame fra l'Antico, ed il Nuovo Testamento fu stabilito dai Concilj, dai Padri, e dai Teologi. Agostino ci dice; novum in vetere est figuratum, et vetus in novo est revelatum, nel Testamento Nuovo spesso si cita l'Antico: la Teologia è tutta fondata sull'autorità dei libri del Testamento Vecchio e Nuovo, dei decreti dei Concilj, dei Papi, e delle spiegazioni dei Padri, e dei Teologi che ottennero credito. (Nota di N. N.)




15


Pietro il Siciliano (p. 756) ha additati, ma con molta parzialità e passione i sei errori capitali dei Paoliziani.




16


Primum illorum axioma est, duo rerum esse principia; Deum malum et Deum bonum, aliumque hujus mundi conditorem et principem, et alium futuri aevi. (Pietro il Siciliano, p. 756.)




17


Due dotti critici il Beausobre (Hist. critique du Manichéisme, l. I, IV, V, VI), e il Mosheim (Institut. histor. eccles. et De rebus christianis ante Constantinum, sec. I, II, III), sonosi studiati di riconoscere e distinguere gli uni dagli altri i diversi sistemi de' Gnostici intorno ai due Principj.




18


Appostolo vuol dire inviato in generale; ciò è vero; ma questo vocabolo, per quanto sembra, è da usarsi soltanto parlando di quelli, che furono inviati da Gesù Cristo a spargere la sua religione: euntes, docete etc., e non di Silvano che andava diffondendo le sue opinioni contrarie a quelle determinate dai Concilj generali. (Nota di N. N.)




19


I Medi e i Persiani possedettero più di tre secoli e mezzo le province poste fra l'Eufrate a l'Halis (Erodoto l. I, c. 103), e i Re di Ponto perteneano alla reale casa degli Achemenidi (Sallustio, Frammento l. III, con supplimento e note dal presidente di Brosse).




20


Gli è verisimile che Pompeo fondasse questa città dopo la conquista del Ponto. Trovasi la medesima in riva al Lico, al di sopra di Neo-Cesarea: i Turchi la chiamano Culei-Hisar, ovvero Scionac; assai popolata, e posta in un paese ben difeso dalla natura (D'Anville, Géographie ancienne, t. II, p. 34; Tournefort, Voyage du Levant, t. III, lettera 21, p. 293).




21


Il tempio di Bellona a Comana, nel Ponto, ricca e possente fondazione, ove il gran Sacerdote veniva onorato, come seconda persona del regno. Di tale carica erano stati insigniti diversi proavi materni di Strabone, che con particolare compiacenza si arresta a descrivere (l. XII, p. 809-835, 836, 837) il tempio, il culto della Dea, e la festa che ad onore di essa ogni anno si celebrava; ma la Bellona del Ponto più alla Dea dell'amore che a quella della guerra si assomigliava.




22


Gregorio, vescovo di Neo-Cesarea (A. D. 240-265), soprannomato Taumaturgo, ossia facitore di maraviglie. Un secolo dopo, Gregorio di Nissa, fratello del gran S. Basilio, pubblicò la storia o veramente il romanzo della vita di Gregorio il Taumaturgo[*].

* Non è da dirsi che la vita di S. Gregorio Taumaturgo sia un romanzo, perchè fu scritta, e pubblicata un secolo dopo da un altro Santo, Gregorio di Nissa. (Nota di N. N.)




23


Non bisognava unire insieme il tempio di Bellona, ed i miracoli di Gregorio. (Nota di N. N.)




24


Hoc caeterum ad sua egregia facinora, divini atque orthodoxi imperatores addiderunt, ut Manichaeos Montanosque capitali puniri sententia juberent, eorumque libros quocumque in loco inventi essent flammis tradi; quod si quis uspiam eosdem occultasse deprehenderetur, hunc eundem mortis paenae addici, ejusque bona in fiscum inferri. (Pietro il Siciliano p. 759). Che di più poteano augurarsi il bigottismo e lo spirito di persecuzione?




25


Sembrerebbe che i Paoliziani si fossero fatti leciti alcuni equivoci o alcune restrizioni mentali, sintanto che i Cattolici trovassero finalmente con quali interrogazioni poteano ridurli all'alternativa della apostasia, o del martirio (Pietro il Sicil. p. 760).




26


Pietro il Siciliano (p. 579-767) racconta questa persecuzione con gioia e in tuono di scherzo. Justus justa persolvit. – Simeone non era τιτος, Tito, ma κητος, Ceto, (convien dire che la pronunzia di questi due vocaboli fosse all'in circa la stessa), una grande balena che sommergeva i marinai caduti nell'errore di crederla un'isola (V. Cedreno p. 434-435).




27


Se gl'Imperatori Greci iconoclasti fossero stati indulgenti verso i Paoliziani, siccome questi avevano alcuni errori comuni co' Manichei, i Monaci già padroni degli animi de' sudditi, gli avrebbero al solito accusati di manicheismo; cotale accusa avrebbe prodotto il tristo effetto di sollevazioni, e di nuovi mali, che i saggi e forti governi d'oggidì sanno allontanare da' loro Stati contenendo il Clero nei doveri di sudditanza. (Nota di N. N.)




28


Pietro il Siciliano (p. 763-764), il Continuatore di Teofane (l. IV, c. 4, p. 103, 104), Cedreno (p. 541, 542, 545) e Zonara (t. II, l. XVI; p. 156) narrano la ribellione e le imprese di Carbeas e de' suoi Paoliziani.




29


Otter (Voyages en Turquie et en Perse t. II) giusta ogni apparenza fu il solo tra i Franchi, innoltratosi fin nel territorio de' Barbari independenti, e in Tefrica, oggidì Divrigni: ed ebbe la ventura di fuggire dalle lor mani accompagnandosi ad un ufiziale turco.




30


Genesio nel tessere la storia di Crisocario (Chron. p. 67-70, ediz. di Venezia), ne ha dato a divedere qual fosse allora la debolezza dell'Impero. Costantino Porfirogeneta (in vit. Basil., c. 37-43, p. 166-171) parla pomposamente della gloria dell'avo suo. Cedreno (p. 570-573) mostra come fosse privo delle passioni, ma anche delle cognizioni dei precedenti.




31


L'Autore mostra qui la sua non curanza delle risposte che sanno dare i teologi alle proposizioni simili a questa non ha potuto impedire ec.; le ricorderemo noi al lettore. I Santi hanno fatto, e possono fare meravigliose cose, e miracoli; ma siccome essi gli intercedono da Dio, e siccome vengono fatti, o non fatti, secondo che li meritiamo, o no, così può avvenire, siccome moltissime volte avvenne, che non sieno fatti miracoli anche allor quando sembra ragionevole, ed opportuno di vederne operati: dei nostri meriti poi, o delle nostre colpe, noi non possiamo esser giudici, e ne viene che quantunque si abbia una buona causa, siccome era quella contro i Paoliziani, non si ottengano miracoli a punizione delle colpe nostre, o degli atti nostri. (Nota di N. N.)




32


Ricordiamo al lettore che la ribellione è sempre un atto che merita punizione, e non trionfo. (Nota di N. N.)




33


Συναπεμαθανθη πασα η’ ανθουσα της Τεφθιπης ευανδρια, venne meno insieme la florida Fortezza di Tefrica. Come è elegante la lingua greca fra le labbra ancor di un Cedreno!




34


Copronimo trapiantò i suoi συγγενεις, concittadini eretici; e parimente επλατυνθη η’ αιθεσις Παυλικιανων, si dilatò l'eresia dei Paoliziani, dice Cedreno (p. 465), che ha copiati gli Annali di Teofane.




35


Pietro il Siciliano, dimorato nove mesi a Tefrica (A. D. 870) per negoziare il riscatto de' prigionieri (p. 764), fu istrutto di questa divisata missione; e ad impedire il trionfo dell'eresia, inviò la sua Historia manichaeorum al nuovo arcivescovo dei Bulgari (p. 754).




36


Zonara (t. II, l. XVII, pag. 209) e Anna Comnena (Alexiad., l. XIV, p. 450, ec.) parlano della colonia di Paoliziani e Giacobiti, che Zimiscè, nell'anno 970, dall'Armenia trapiantò nella Tracia.




37


Anna Comnena racconta nell'Alessiade (l. V, p. 31; l. VI, p. 154-155; l. XIV, p. 450-457, colle osservaz. del Ducange) la condotta appostolica tenutasi dal padre suo rispetto ai Manichei, da essa chiamati abbominevoli eretici, che ella aveva in animo di confutare.




38


Fra Basilio, capo de' Bogomili, Setta di gnostici che ben tosto disparve (Anna Comnena, Alessiade, l. XV, p. 486-494; Mosheim, Hist. eccles., p. 420).




39


Matt. Paris, Hist. major., p. 267. Il Ducange riporta questo passo dello Storico inglese in una eccellente nota ad una pagina del Villehardouin (n. 208), che trovò a Filippopoli i Paoliziani strettisi in lega coi Bulgari.




40


V. Marsigli, Stato militare dell'impero Ottomano, p. 24.




41


Bisogna convenire che la Corte di Roma ne' tempi andati si mostrò avara; ma l'aggettivo tirannica, è eccessivo; quanto poi al dispotismo, i Papi usavano dell'autorità del loro primato e per determinarlo molto si questionò; e se alcuni ne abusarono, o ne oltrepassarono i limiti, fu cosa cattiva. Del resto, noi ora non vogliamo entrare, perchè ne verrebbe una lunga dissertazione, nelle controversie mosse, e sostenute ne' famosi Concilj generali di Costanza e di Basilea, intorno l'autorità del Papa, e dai Concilj, nell'occasione del processo, e della deposizione del famoso Papa Giovanni XXIII, che fece la guerra non meno al Concilio di Costanza, che ai due Papi contemporanei Gregorio XII, e Benedetto XIII. V. Fleury, e Lenfant. (Nota di N. N.)




42


Gesù Cristo, siccome è scritto nell'Evangelo, disse nella Cena, tenendo del pane in mano, questo è il mio corpo; ma non disse: questo pane è la figura del mio corpo, perciò il senso figurato, ossia metaforico delle parole questo è il mio corpo ec., è da rigettarsi, e devesi ritenere il loro senso naturale, e letterale. Il Testamento Nuovo, in tutti i luoghi ne' quali fa menzione di questo atto di Cristo nella Cena, parla con termini, che presi in senso naturale e letterale, esprimono, coerentemente alle parole di Cristo, la presenza reale del corpo, e del sangue di lui, e perciò la mutazione del pane nel corpo, e del vino nel sangue di Cristo; non ci parla mai in modo, che il pane, ed il vino sieno figure, o segni soltanto del corpo, e del sangue di lui, siccome sostennero indi nell'undecimo secolo, e dopo, i moltissimi seguaci di Berengario Arcidiacono d'Angers, e maestro di Teologia in Tours sua patria, e poscia gli Albigesi, e finalmente i dottori protestanti Lutero, Calvino, Zuinglio ec., in un con tutti i popoli, che indussero co' loro ragionamenti a cotale errore. Dunque la credenza del cangiamento, ossia della transustanziazione ebbe origine dalle parole di Cristo, e non fu una innovazione della Chiesa romana, ossia d'Innocenzo III nel Concilio generale di Roma l'anno 1215, cui vuol alludere l'Autore: riferiremo poi le nuove espressioni definitive d'Innocenzo, e del Concilio intorno l'Eucaristia.

Per poter pigliare le parole riferite nell'Evangelo questo è il mio corpo ec. in senso figurato, e sostenere, che il pane eucaristico (ossia pane di rendimento di grazie pel mistero della Redenzione) sia soltanto la figura del corpo, e del sangue di Cristo, sarebbe necessario, o che Cristo ci avesse fatti avvertiti che prendeva in senso figurato, e metaforico le espressioni usate (senso di cui spesso si serviva per far intendere più facilmente dagli ascoltanti le sue lezioni di morale), e non nel naturale, e letterale, o che queste espressioni, prese in questo senso, avessero significato un'assurdità sì palpabile, e sì grossolana, che l'uomo il più ignorante, avesse dovuto accorgersi, che Gesù Cristo non potea giammai prenderle nel senso naturale, e letterale.

I. Gesù Cristo ben lungi dal darci questo avvertimento, dispose anzi i suoi seguaci a prendere le dette parole in senso naturale e letterale, dicendo loro, prima d'istituire l'Eucaristia colle parole stesse, che la sua carne era cibo, che il suo sangue era bevanda; aveva di più promesso loro di dare ad essi questo pane, e gli Ebrei udendolo dir ciò, si chiedevano l'un l'altro, come potrebbe dare a mangiar loro la sua carne; e Gesù Cristo, avendoli uditi, non rispondendo a questa interrogazione, ripetè, che la sua carne era cibo veramente, ed il suo sangue bevanda veramente, e che se non mangiassero la carne del figlio dell'uomo, e non bevessero il suo sangue, non avrebbero la Vita Eterna.

II. Non si può dire, che il senso naturale, e letterale delle parole questo è il mio corpo ec., onde fu istituita l'Eucaristia, contenga un'assurdità palpabile, o una contraddizione aperta, di modo, che udendo le parole stesse, la mente lasci il senso letterale, e s'appigli al figurato, perchè in tal caso i Cristiani non avrebbero mai creduto alla presenza reale del corpo e del sangue di Cristo nel pane Eucaristico; inoltre sembra che non si avrebbe potuto stabilire giammai questa credenza, questo dogma, o almeno si avrebbe udito fra Cristiani, ne' primi secoli, dei reclami contro di esso, ed i più si sarebbero appigliati al senso figurato. Al contrario, quando Berengario combattè questa credenza, questo dogma della presenza reale, i Cristiani vi credevano, nè pensavano, che l'Eucaristia fosse la figura, il segno soltanto del corpo di Cristo. Non si trova che alcun scrittore ecclesiastico, che alcun vescovo si sia giammai lamentato, che s'introducesse al suo tempo un'idolatria condannabile, perchè si adorasse Gesù Cristo, come realmente presente, sotto le apparenze del pane e del vino. (Perpetuité de la foi, vol. in 12, pag. 23).

Rilevasi dagli scritti de' Padri dei primi secoli, ch'essi prendevano le parole di Cristo questo è il mio corpo ec. nel senso naturale, e non nel figurato, e che quindi credevano alla presenza reale. Non conviene in ciò appigliarsi ad un picciolo numero di passi delle loro opere per assicurarsi della loro opinione, bisogna prendere tutto il contesto de' luoghi dove hanno parlato di ciò. Dunque se talora si leggerà, che i Padri abbiano dato al pane Eucaristico il nome di segno, d'Immagine, di figura, non si conchiuderà, che non credessero alla presenza reale (N. Ales. t. 2, l. I).

Per le parole della consacrazione, la sostanza del pane, e dal vino è mutata, secondo i Padri, nella sostanza del corpo e del sangue di Cristo; ma questo corpo, e questo sangue non si vedono: i sensi non sentono che le specie del pane e del vino, e perciò esse, dopo la consecrazione sono i segni del corpo di Gesù Cristo; ecco come il pane, ed il vino sono i segni del corpo e del sangue di Cristo.

Pascasio monaco, e poi abate di Corbia, diede origine all'errore di Berengario verso la fine del secolo nono, avendo composto poco prima per l'istruzione de' Sassoni (che la forza di Carlomagno costrinse a farsi Cristiani, mettendone a morte molte migliaia, che non vollero rinunciare alla lor religione) un trattato del corpo e del sangue di Cristo: stabiliva la presenza reale, e sosteneva che il corpo, che noi riceviamo, e mangiamo nel pane Eucaristico è quello stesso nato da Maria, e ch'era stato appeso alla croce, e che noi beviamo quel sangue uscito dal Costato di Cristo. Sebbene Pascasio seguisse la credenza de' Cattolici, non v'era il costume di dire formalmente queste cose. Questa maniera di esprimersi ebbe de' contraddittori; egli la sostenne; la controversia menò rumore, e durò finchè Berengario prese ad esaminare lo scritto di Pascasio, ed i libri de' suoi oppositori.

Berengario, vedendo che il pane ed il vino conservavano dopo la consecrazione le proprietà e le qualità che avevano prima, e che davano tanto prima, che dopo i medesimi effetti, affermò che il pane, ed il vino non erano il corpo, ed il sangue di Cristo, siccome diceva Pascasio. Sostenne, ed insegnò, che il pane, ed il vino non si cangiavano; ma non negò la presenza reale, secondo il senso naturale e letterale delle parole di Cristo; sosteneva che il pane, ed il vino contenevano il corpo ed il sangue di lui, perchè il Verbo si univa al pane ed al vino, e che per tale unione, il pane, ed il vino divenivano poi il corpo ed il sangue di Cristo, senza che la loro natura, e la loro essenza fisica si mutassero.

Berengario insegnò queste cose nella scuola di Tours, e le sostenne in una lettera, che, letta in un Concilio di Roma fu condannata, e l'Autore scomunicato, ed essendolo stato nuovamente, timoroso si ritrattò, visse ritirato, e morì intorno l'anno 1088.

Ma l'errore di Berengario fu sostenuto dal gran numero de' suoi discepoli, che presero il nome di Berengariani. Non istettero attaccati all'errore del maestro, andavano innanzi con arditi ragionamenti: tutti riconoscevano col maestro, che il pane ed il vino non si cangiavano; ma molti non potendo concepire, che il Verbo si unisse al pane ed al vino, come aveva detto Berengario, conchiusero che in nessun modo il pane, ed il vino non erano il corpo ed il sangue di Cristo, e che non ne erano, che la figura, il segno; quindi negarono compiutamente il cangiamento.

Benchè condannato, l'errore si sostenne e si divulgò moltissimo in Francia, in Alemagna, ed in Italia. Presero i Berengariani da Alby in Francia, loro centro, il nome di Albigesi. Essi inoltre non volevano tollerare le grandi ricchezze, e la potenza del Clero, giunte all'estremo, e sostenevano non doversegli pagare le decime; la qual cosa fu sostenuta anche dal povero Arnaldo da Brescia, fatto miseramente bruciar vivo dal Papa Adriano IV. Per verità, i vizj, e i disordini del Clero erano al colmo: vendevasi ogni cosa nelle Chiese; gli Albigesi generalmente erano poveri, e di poche fortune, e regolati.

Rammentando con rammarico i moltissimi Albigesi bruciati vivi dagli Arcivescovi di Tolosa e di Lione, e l'armata de' crocesegnati, raccoltasi per pigliar la promessa indulgenza, comandata dall'Abate de' Cisterciensi, Legato del Papa, e da' Vescovi, che trucidò, o bruciò (Istoria di Linguad.) furiosamente in Bezieres, settantamila persone, donne, vecchi, uomini, fanciulli, veri, o creduti Albigesi, lo stabilimento del tribunale de' Padri Inquisitori, che scorsero le province, scomunicando, e bruciando Albigesi, per molti anni, onde di loro non rimase che il nome, e la lagrimevole istoria, e ritornando al punto di Fede, al dogma, il Concilio generale di Roma, l'anno 1215, presieduto dal Papa Innocenzo III, lo confermò, e stabilì contro i Berengariani, e contro gli Albigesi, usando in modo di spiegazione la parola transustanziazione, che cangiamento di sostanza significa, con queste espressioni.

«In qua (ecclesia) idem ipse sacerdos, et sacrificium Jesus Christus; cujus corpus, et sanguis in sacramento altaris sub speciebus panis, et vini veraciter continentur: transubstantiatis pane in corpus, et vino in sanguinem, potestate divina, ut at perficiendum mysterium unitatis accipiamus ipsi de suo quod accepit ipse de nostro.» (Labbe Collectio Concil.)

E Bossuet dice a questo proposito a' Dottori protestanti. «Puisqu'il étoit convenable, ainsi qu'il a été dit, que les sens n'aperçussent rien dans ce mystère de foi, il ne falloit pas qu'il y eut rien de changé à leur égard dans le pain, et dans le vin de l'Eucharistie. C'est pourquoi etc.» Bossuet: Exposition de la doctrine p. 105, picciolo libro scritto in vano con molta abilità ed avvedutezza per persuadere ed attrarre i protestanti all'unione co' cattolici. Chi poi volesse vedere distesamente come rispondano i teologi cattolici alle obbiezioni de' teologi protestanti (raccolte specialmente nell'Opera del dottore Eduardo Albensino) legga ne' Corsi di Teologia dogmatica i capitoli dell'Eucaristia, o l'Opera Variazioni ec. di Bossuet, giacchè i Protestanti sostennero, e sostengono lo stesso errore de' Berengariani, e degli Albigesi intorno il pane, ed il vino dopo le parole della consecrazione. Gli Albigesi furono distrutti, come detto è, ma i Protestanti per le loro vittorie contro l'Imperator Carlo V, e per l'editto nomato Interim, che fu costretto a dare, prosperarono, estesero, e rafforzarono la Riforma in molte regioni considerevoli dell'Europa. (Nota di N. N.).




43


Il Muratori (Ant. Ital. medii aevi, t. V, Dissert. 60, p. 81-152) e il Mosheim (p. 379-382, 419-422) discutono partitamente quanto si riferisce ai Paoliziani che posero dimora nell'Italia e nella Francia. Ma entrambi gli autori ommisero nelle precitate opere un passo osservabilissimo di Guglielmo di Puglia, che in modo ben chiaro segnalò i Paoliziani, descrivendo una battaglia accaduta fra i Greci e i Normanni nell'anno 1040 (in Muratori, Script. rerum Italic., t. V, p. 256):



Cum Graecis aderant quidam, quos pessimus error

Fecerat amentes, et ab ipso nomen habebant.


Ma lo stesso Muratori conosce sì poco la dottrina de' Paoliziani, che la converte in una specie di Sabellianismo o di Patripassianismo.




44


Il nome di Bulgari, B-ulgres, B-ugres, non indicava che un popolo; i Francesi ne han fatto un termine di vilipendio, a mano a mano applicato agli usurai, e a coloro che commettono peccati contro natura; fu dato il nome di Paterini, o Patelini, a quegli ipocriti che hanno un linguaggio adulatorio e melato, siccome il protagonista della vaghissima burletta, l'avvocato Patelin. (Ducange, Gloss. latin. medii et infimi aevi). I Manichei venivano anche nomati Chatari o Puri, corrottamente Gazari ec.




45


Il Mosheim (p. 477-481) offre un'idea giusta, benchè generale, delle leggi emanate, della Crociata bandita contro gli Albigesi, e della persecuzione che sopportarono. Se ne leggono le particolarità presso gli Storici ecclesiastici antichi e moderni, cattolici e protestanti, fra' quali il più imparziale e moderato di tutti è il Fleury.




46


Gli atti (Liber sententiarum) della Inquisizione di Tolosa (A. di Cristo 1307-1323) sono stati pubblicati dal Limborch (Amsterdam 1692), e li precede una Storia generale della Inquisizione. Meritavano essi un autore più dotto e migliore nella critica. Non essendo lecito calunniare nè il demonio, nè il santo Ufizio, farò osservare a questo proposito come, in una lista di rei che tiene diciannove pagine in foglio, solamente quindici uomini e quattro donne siano stati consegnati al braccio secolare.




47


I nomi di Zuinglio, di Lutero, di Calvino sono pronunciati con lode e riverenza, da alcuni popoli della Germania, della Svizzera, dell'Olanda, dell'Inghilterra, della Svezia ec. che pervennero a persuadere, ma non lo sono dagli altri popoli dell'Europa, che rimasero cattolici. (Nota di N. N.)




48


Se i dottori protestanti adottarono molti errori, ritennero però la credenza a' misterj principali dell'Unità, e Trinità di Dio, dell'Incarnazione ec. (Nota di N. N.)




49


Il Mosheim, nella seconda parte della sua Storia generale, racconta le opinioni e la condotta de' primi riformatori; ma dopo avere fin lì tenuta la bilancia con occhio sicuro, e mano fermissima, incomincia, d'allora in poi, a farla inclinare a favore de' Luterani, suoi confratelli.




50


Gesù Cristo è venuto a riformare, a perfezionare non ad abolire la legge di Mosè, data pure da Dio; egli disse, non veni solvere legem sed adimplere. (Nota di N. N.)




51


La transustanziazione è un mistero, è una cosa di Fede, e perciò deve credersi sommessamente, e non bisogna ragionarvi sopra: siccome poi in cotale cangiamento rimangono le specie, ossia le apparenze del pane e del vino, anche per dichiarazione del Concilio stesso di Roma dell'anno 1215, così la testimonianza de' sensi non fa ostacolo alla credenza del cangiamento suddetto, che presso i protestanti, e gl'increduli. È naturale poi che a' dottori protestanti facessero impressione le parole di Gesù Cristo hoc est ec. riferite nell'Evangelo, perchè ammettevano, del pari, che i Cattolici, le decisioni, e spiegazioni dei Concilj generali del quarto e del quinto secolo, e quindi credevano, siccome credono, che Gesù Cristo sia Dio: non conterranno verità le parole di Dio? la contengono, dissero i dottori protestanti, ma nello spiegare le parole, che la contenevano, errarono con sottili ragionamenti su i vocaboli, sull'uso delle metafore, fatto spesso da Gesù Cristo, e con confronti d'altri passi del Nuovo Testamento, perchè vollero, e pretesero riformare, in iscambio di conformarsi alla tradizione, ai Padri, ai Concilj ed ai Papi, e di credere sommessamente. (Nota di N. N.)




52


In modo più spiegato e compiuto accadde sotto il regno di Eduardo VI la Riforma della Inghilterra; ma una formale e violenta dichiarazione, che contro la Presenza reale conteneasi negli articoli fondamentali della Chiesa Anglicana, venne cancellata dall'originale per piacere al popolo, ai Luterani, o forse anche alla regina Elisabetta (Burnet's History of the Reformation, vol. II; p. 82-128-302).




53


Intorno a tutte queste materie si deve ammettere, e credere ciò che insegna la Chiesa generale, spiegando di pien diritto il Nuovo Testamento, di cui come si sa, fanno parte le lettere di S. Paolo. (Nota di N. N.)




54


È noto a' dotti, che i teologi e filosofi, detti scolastici dal secolo duodecimo, e dopo, movevano nelle scuole sottili quistioni, che sostenevano furiosamente con forme sillogistiche, e con vane parole da essi adoperate invece di ragionamenti. Facevano una moltitudine di definizioni, e distinzioni, sostenevano pertinacemente una ridicola guerra di sillogismi, senza avere bene spesso cognizioni, e idee positive della materia che trattavano, e dopo una lunga scena, i questionanti stanchi dal combattere, ma nè vinti, nè vincitori, nulla avevano imparato, e concluso. La Logica e la Filosofia d'oggidì, dopo i Loke, i Baconi, i d'Alembert, i Condillac, sommi uomini, fondate sull'osservazione, sull'esperienza, su i fatti, sul retto uso della ragione, sull'analisi della cose, e delle idee, mandò in dileguo la Scolastica. Quanto ai Padri della Chiesa, ve ne furono alcuni le cui opinioni furono condannate, per esempio Origene e Tertuliano, dai Concilj, e perciò se taluno di loro prepararono alcune sottili quistioni, non è questo un appoggio a' dottori protestanti, per non conformarsi alle spiegazioni, e decisioni de' Concilj. (Nota di N. N.)




55


Il Cattolico deve dire entusiasti dell'errore. (Nota di N. N.)




56


«Se non vi fossimo stati Lutero ed io, diceva il fanatico Whiston al filosofo Halley, rimarreste ancora in ginocchione dinanzi ad una immagine di S. Vinifredo».




57


Il Cattolico deve ritenere tutto ciò, che gl'insegna la Chiesa cattolica, cioè i Concilj, e se i dottori protestanti hanno levato via molte cose da questo insegnamento, ciò non riguarda che i popoli, ch'essi venivano a capo di persuadere, e nulla i Cattolici. Quanto poi alle Indulgenze, ecco ciò che ci dice il Bossuet: «Quand donc elle (la Chiesa) impose aux pêcheurs des oeuvres pénibles, et laborieuses, et qu'ils les subissent avec humilité, cela s'appelle satisfaction, et lorsqu'ayant égard ou à la ferveur des pénitens, ou à d'autres bonnes oeuvres, qu'elle leur prescrit, elle relâche quelque chose de la peine, qui leur est due, cela s'appelle Indulgence.» Exposition de la doctrine de l'Eglise Catholique p. 53. (Nota di N. N.)




58


L'autore qui allude al culto delle Immagini, da noi già altrove spiegato, ed al culto esteriore prestato da' Cattolici. Il culto interiore, ch'è quello solo, che rendono a Dio i protestanti, e ch'è pure reso da' Cattolici, non basta; vi vuole anche il culto esteriore, ch'è quello che prestiamo col corpo essendo pure l'uomo un composto d'anima e di corpo: l'unione delle due parti del culto lo rendono perfetto. (Nota di N. N.)




59


La Chiesa Cattolica vuole che si sia soggetto a questa catena d'autorità; di già la Teologia è fondata sull'autorità. (Nota di N. N.)




60


La dottrina de' protestanti lascia interpretare a ciascuno la Sacra Scrittura, ma la dottrina de' Cattolici ciò proibisce espressamente; nessuno può, secondo la propria privata ragione, interpretarla e intenderla; questo potere spetta soltanto a' Padri, a' Papi, a' Concilj, ed il credente deve sommessamente ammettere soltanto le loro spiegazioni, e rinunciare a quelle che fossero suggerite dallo spirito privato, ch'è da riguardarsi in ciò siccome una petulanza: così decretò due secoli e mezzo sono, il Concilio generale di Trento: «Praeterea ad coescenda petulantia ingenia, decernit, ut nemo suae prudentiae innixus, in rebus fidei, et morum ad aedificationem doctrinae Christianae pertinentium, Sacram Scripturam ad suos sensus contorquens, contra eum sensum, quem tenuit, et tenet sancta Mater ecclesia, cujus est judicare de vero sensu, et interpretatione Scripturarum Sanctarum, aut etiam contra unanimem consensum patrum, ipsam scripturam sacram interpretari audeat, etiam si ejusmodi interpretationes nullo unquam tempore in lucem edendae forent. Qui contravenerint per ordinarios declarentur, et poenis a jure statutis, puniantur.» Sessio 4 Conc. Trid.

Ordina, il Concilio, che i Vescovi rispettivi debbano dichiarare, e denunciare coloro, che interpretano la Scrittura, secondo la loro ragione privata, quand'anche non pubblichino colle stampe le spiegazioni date, acciò sieno puniti. (Nota di N. N.)




61


L'articolo Servet del Dizionario Critico del Chauffepié, è quanto ho trovato di meglio fra gli scritti che danno conto di questa indegna ed inumana condanna. V. anche l'abate di Artigny, Nouveaux Mémoires d'Histoire, etc., t. II, p. 55-154.




62


Move in me più ribrezzo il supplizio di Servet, che non gli auto-da-fè della Spagna, e del Portogallo. 1. Giusta ogni apparenza, lo zelo di Calvino era invelenito dall'astio e fors'anche dalla gelosia. Egli accusò l'avversario dinanzi ai giudici di Vienna, nemici d'entrambi; e a fine di perderlo con maggior sicurezza, ebbe la viltà di tradire il sacro deposito di un carteggio particolare. 2. Questo atto di crudeltà, non fu nemmeno colorato dal pretesto di un pericolo per la Chiesa, o per lo Stato; perchè dal momento in cui Servet a Ginevra si trasferì, vi condusse una vita tranquilla; non predicò, non pubblicò alcun libro, non fece proseliti. 3. Un inquisitore cattolico si sottomette almeno al giogo ch'egli medesimo ha imposto; ma Calvino trasgredì quella sublime massima di fare agli altri quanto vorremmo fatto a noi stessi; massima che io trovo in un tratto morale d'Isocrate (in Nicocle, t. I, p. 93 ediz. Battie), e che precedè di quattro secoli la pubblicazione dell'Evangelo. Α πασχονκες υφ’ ετερων οργιζεσθε, ταυτα τοις αλλοις μη ποιειτε Non fate agli altri quello, per cui v'adirate, soffrendolo dagli altri.




63


V. Burnet, vol. II, pag. 84-86. L'autorità del primate soggiogò il senno e l'umanità del giovine monarca.




64


Erasmo può venire considerato come il padre della Teologia nazionale. Ella sonnecchiava da un secolo, allorchè la tornarono in onore nell'Olanda gli Arminiani, il Grozio, il Limborch e il Leclerc: in Inghilterra il Chillingworth e i Latitudinarj di Cambridge (Hist. of own Times, vol. I, p. 261-268, ediz. in 8), Tillotson, Clerke, Hoadley ec.




65


La libertà di coscienza veramente non si oppone allo spirito della religione Cristiana. Quanto poi alla tolleranza, ella è o civile, o ecclesiastica: la prima che consiste soltanto nel non perseguitare alcuno per motivo di religione, che non fu a grande sventura ammessa ne' secoli di fanatismo, e di barbari costumi, e quindi furono immolate a migliaia, e migliaia le misere vittime, e ne vennero tanti, e lunghi disastri, è oggidì pe' progressi della filosofia, della ragione e dell'umanità, uno de' principj fondamentali di tutti i Governi, ed è un vero benefizio: la tolleranza ecclesiastica poi, che esigerebbe una lunga dissertazione, consiste nel non prevalersi, per contenere nella credenza, e nel rispetto della religione i Cristiani cattolici, che dei mezzi, e dei metodi prescritti dall'Evangelo in quel luogo: Sit tibi tanquam Etnicus, et publicanus si ecclesiam non audierit. (Nota di N. N.)




66


Duolmi osservare che i tre filosofi del secolo passato, Bayle, Leibnitz, e Locke, segnalatisi nel difendere sì nobilmente i diritti della tolleranza, fossero laici, e filosofi.




67


V. l'eccellente capitolo di Sir Guglielmo Temple, intorno la Religione delle Province Unite. Non so perdonare al Grozio (De rebus belgicis, Annal., l. I, pag. 13, 34, ediz. in 12), l'avere approvate le leggi imperiali che alla persecuzione si riferiscono, e serbati i suoi biasimi al solo tribunal sanguinario della Inquisizione.




68


Sir Guglielmo Blackstone (Commentaries, vol. IV, p. 53, 54), dilucida la legge inglese qual fu posta all'atto della Rivoluzione. Severa non solamente contro i Papisti e coloro che negano la Trinità, essa lascerebbe un campo bastantemente ampio alla persecuzione in generale, se lo spirito della nazione non fosse più forte di cento atti del Parlamento.




69


Essi s'avvedono con dispiacere che l'audace spirito di ricerca seco trae facilmente una poca credenza alla rivelazione, e può condurre al deismo. Ognun sa che gli Arminiani, gli Ariani, i Nestoriani, i Sociniani, hanno rotta la catena de' misterj creduta da' Cattolici, e si andò avverando ciò che aveva preveduto S. Paolo: in novissimis temporibus discedent quidam a fide, attendentes spiritibus erroris etc.




70


Denunzio alla pubblica considerazione due passi del dottore Priestley, i quali scoprono a che intendano realmente le opinioni di questo scrittore. L'uno di essi (Hist. of the Corruptions of Christianity, vol. I, p. 275, 276) dee fare tremare il sacerdozio, l'altro (vol. II, p. 484) la magistratura.




71


Il diligentissimo Giovanni Gotthelf Stritter ha compilati, raccolti e tradotti in latino tutti i passi della Storia Bisantina che si riferiscono ai Barbari nelle sue Memoriae populorum, ad Danubium, Pontum-Euxinum, Paludem Maeotidem, Caucasum, mare Caspium, et inde magis ad septentriones incolentium, Pietroburgo, 1771-1779, 4 tomi, o 6 volumi in 4; ma col merito del suo lavoro non ha fatto spiccare il valore di questi indigesti materiali.




72


V. il capitolo XXXIX della presente opera.




73


Teofane, p. 296-299, Anastasio, pag. 113; Niceforo, C. P. p. 22, 23. Teofane colloca l'antica Bulgaria sulle rive dell'Atell, o del Volga; ma asserendo egli che questo fiume mette foce nell'Eussino, un errore si grossolano, gli toglie fede anche nel rimanente.




74


Paolo Diacono (De gestis Langobard., l. V, c. 29, p. 881, 882), Camillo Pellegrino (De ducatu Beneventano, dissert. 7, in scriptores rerum ital., t. V, p. 186, 187), e il Beretti (Chronograph. Ital. medii aevi, p. 273 ec.), conciliano facilmente le apparenti differenze che si ravvisano fra lo Storico Lombardo, e i Greci mentovati nella nota precedente. Questa colonia di Bulgari si stanziò in un cantone deserto del Sannio, ove imparò la lingua latina senza dimenticare la nativa.




75


Nella disputa di giurisdizione ecclesiastica fra i Patriarchi di Roma e di Costantinopoli, queste province dell'Impero vennero, adoperando il linguaggio del Baronio (Annal. eccles. A. D. 869, n. 75), assegnate al regno de' Bulgari.




76


Cedreno (p. 713) indica chiaramente la situazione di Licnido, o Acrida, e il regno di cui questa città era la Capitale. La traslazione dell'Arcivescovato o Patriarcato di Justinianea prima a Licnido e indi a Ternovo, ha portata confusione nell'idee e nelle espressioni de' Greci. Niceforo Gregoras (l. II, c. 2, p. 14, 15), Thomassin (Discipline de l'Eglise, t. I, l. I, c. 19-23), e un Francese (d'Anville) mostrano di avere sulla geografia del greco Impero assai più precise nozioni (Hist. de l'acad. des inscriptions t. 31).




77


Calcocondila, atto a profferir giudizio su di tale argomento, afferma l'identità dell'idioma de' Dalmati, de' Bosnj, de' Serviani, de' Bulgari e de' Polacchi (De rebus turcicis, l. X, p. 283), e altrove de' Boemi (l. II, p. 38). Il medesimo autore ha accennato qual fosse l'idioma particolare degli Ungaresi.




78


V. l'opera di Gian Cristoforo Giordano (De originibus sclavicis; Vienna 1745, in quattro parti, o due vol. in fol.). La Raccolta, e le Ricerche di questo Autore portano schiarimenti sulle antichità della Boemia e de' paesi circonvicini; ma troppo limitato è il suo disegno, barbaro lo stile, ne è superficiale la critica, e si vede che il Consigliere aulico non si è liberato affatto dalle pregiudicate opinioni d'un Boemo.




79


Giordano ammette la ben nota e verisimile etimologia di Slava, laus, gloria, termine di uso famigliare ne' varj dialetti, e che forma la desinenza di chiarissimi nomi (De originibus sclavicis, pars. I, p. 40: para. IV, 101, 102).




80


Sembra che tal cambiamento di un nome proprio in un nome appellativo, sia accaduto nel duodecimo secolo presso gli abitanti della Francia orientale, ove i Principi e i Vescovi aveano molti Schiavoni, in istato di cattività, non della schiatta boema, esclama Giordano, ma di quella de' Sorabi. Indi il termine divenne di un uso generale, passando nelle lingue moderne e persin nello stile degli ultimi autori di Bisanzio (V. i Glossarj greci e latini). La confusione poi del nome σερβλοι Serviani e del latino Servii, anche maggiormente si propagò, ed era più famigliare ai Greci del basso Impero (Costant. Porfir. De administrando imperio, c. 32, p. 99).




81


L'imperatore Costantino Porfirogeneta, esattissimo allorchè parla degli avvenimenti del suo tempo, ma favoloso oltre ogni dire, quando racconta cose accadute prima di lui, narra diverse particolarità intorno agli Schiavoni della Dalmazia (c. 29-36).




82


V. la Cronaca anonima del secolo XI, attribuita a Giovanni Sagornin (p. 94-102) e la Cronaca composta nel secolo XIV dal Doge Andrea Dandolo (Script. rerum ital., t. XII, pag. 227-230), i due più antichi monumenti della Storia di Venezia.




83


Gli Annali di Cedreno e di Zonara parlano, nelle note che a ciò si riferiscono, del primo regno de' Bulgari. Lo Stritter (Memoriae popolorum, t. II, part. II, p. 441-647) ha raccolti i materiali somministrati dagli Autori bisantini, e il Ducange ha determinata e posta in ordine la serie dei re della Bulgaria (Fam. byzant., p. 305-318).




84


Simeonem semi-Graecum esse aiebant, eo quod a pueritia Byzantii Demosthenis rhetoricam et Aristotelis syllogismos didicerat (Luitprand, l. III, c. 8). Questo autore dice in altro luogo: Simeon, fortis bellator, Bulgariae praeerat; christianus, sed vicinis Graecis valde inimicus (l. I, c. 2).




85




– Rigidum fera dextera cornu

Dum tenet infregit, truncaque a fronte revellit.


Ovidio (Metamorph., IX, 1-100) ha dipinte arditamente le pugne fra i nativi del paese, e gli stranieri, sotto figura del Dio del fiume e dell'eroe.




86


L'ambasciatore di Ottone sentì fin ribrezzo delle scuse che i Greci fecero a questo re: Cum Christophori filiam Petrus Bulgarorum VASILEUS conjugem duceret, Symphona, id est consonantia, scripto juramento firmata sunt ut omnium gentium apostolis, id est nunciis, penes nos Bulgarorum apostoli praeponantur, honorentur, diligantur (Luitprando, in Legatione, p. 482). V. il Cérémonial di Costantino Porfirogeneta t. I, p. 82; t. II, p. 429, 430-434, 435-443, 444-446, 447, colle Osservazioni del Reiske.




87


Un vescovo di Virtzburgo sottomise questa opinione al giudizio di un reverendo Abate, che gravemente decise essere Gog e Magog i persecutori spirituali della Chiesa, perchè Gog significa il fasto e l'orgoglio degli eretici, e Magog la conseguenza del fasto, vale a dire la propagazione delle loro Sette. Questi erano nullameno gli uomini che pretesero imprimere rispetto in tutto il genere umano! (Fleury, Hist. eccles., l. XI, p. 594, ec.).




88


I due Autori ungaresi de' quali più mi sono giovato, sono Giorgio Pray (Dissertationes ad Annales veterum Hungarorum, etc., Vienna, 1775, in folio), e Stefano Katona (Hist. critica ducum et regum Hungariae stirpis Arpadianae, Pest, 1778-1781, 5 vol. in 8). Il primo comprende un grande intervallo di tempo, sul quale non può spesse volte formare che congetture. Il secondo, per dottrina, sagacità e senno, merita il nome di Storico critico.




89


Vien dato all'autore di questa cronaca il titolo di notaio del re Bela. Il Katona che lo colloca nel dodicesimo secolo, lo difende contro le accuse del Pray. Sembra che il ridetto Autore di annali, malgrado la sua rozzezza siasi giovato unicamente di alcuni monumenti storici, poichè così si esprime con dignità, Rejectis falsis fabulis rusticorum, et garrulo cantu joculatorum. Queste favole poi vennero raccolte nel secolo XV dal Tutotzio, e abbellite dall'italiano Bonfini (V. il discorso preliminare della Historia critica, Ducum p. 7-133).




90


V. Costantino (De administrando imperio, c. III, 4-13-38-42). Il Katona con assai d'intelligenza ha riferita la data di quest'opera agli anni 949, 950, 951 (p. 4-70). Lo storico critico (p. 34-107) s'ingegna provare l'esistenza e le geste del Duca Almo, padre di Arpad, cose tacitamente ricusate da Costantino.




91


Il Pray (Dissert. p. 37-39) riporta, e chiarisce i passi originali de' missionarj ungaresi, Bonfini ed Enea Silvio.




92


Vedonsi ne' deserti posti a libeccio di Astrakan, le rovine di una città detta Madsciar, che attesta essere soggiornate in questi luoghi bande di Ungaresi, o Magyar (Précis de la Géogr. univ., di Malte-Brun, t. I, pag. 353). (Nota dell'edit.)




93


Il Fischer (Quaestiones petropolitanae, de origine Hungarorum) e il Pray (Dissert. 1, 2, 3, ec.), hanno pubblicate diverse tavole di confronto fra la lingua degli Ungaresi, e i dialetti finnici. L'affinità è grande; ma brevi sono i cataloghi, e le parole che ne' medesimi si rinvengono, sono state scelte con troppo studio. Leggo poi nel dotto Bayer (Comment. acad. Petropol., t. X, p. 374) che, comunque la lingua degli Ungaresi abbia ammesso un grande numero di voci finniche (innumeras voces), le due lingue differiscono fra loro toto genio et natura.




94


Nel paese di Turfan che i geografi cinesi chiaramente e partitamente descrivono (Gaubil, Histoire du grand Gengis-Kan, pag. 13; de Guignes, Histoire des Huns, t. II, pag. 31 ec.).




95


Historia genealog. de' Tartari, di Abulghazi-Bahadur-Khan (part. II, p. 90-98).




96


Isbrand Ives (Harris's Collection of Voyages and Travels, vol. II, p. 920, 921), e Bell (Travels, v. I, p. 174), andando alla Cina, trovarono i Vogulitz ne' dintorni di Tobolsk. Mettendo i vocaboli alla tortura, come gli etimologisti hanno l'arte di fare, Ugur e Vogul offrono il medesimo nome. Le montagne circonvicine vengono di fatto chiamate Ugriane, e fra tutti i dialetti finnici, il voguliano è quello che si avvicina meglio all'ungarese (Fischer, Disser. I p. 20-30; Pray, Dissert. 2, p. 31-34).




97


Le otto tribù della schiatta finnica veggonsi descritte nella opera apprezzabilissima del signor Levesque (Hist. des Peuples soumis à la domination de la Russie, t. I, p. 361-561).




98


Questa pittura degli Ungaresi e de' Bulgari è tratta principalmente dalla Tattica di Leone (p. 796-801), e dagli Annali latini riportati dal Baronio, dal Pagi, e dal Muratori, A. D. 889 ec.




99


Buffon (Hist. nat., t. V, p. 6, in 12). Gustavo Adolfo si accinse, ma senza frutto, ad instituire un reggimento di Lapponi. Il Grozio parlando di queste tribù antiche si esprime: Arma, arcus et pharetra, sed adversus feras (Annal. l. IV, pag. 236). Indi, conformandosi all'esempio di Tacito, procura di colorare con una vernice filosofica la brutale ignoranza di costoro.




100


Dalle osservazioni di Leone apparisce che il governo dei Turchi era monarchico; e che presso queste genti si usava di rigorose punizioni (Tattica p. 86; απεινεις και βαρειας). Reginone (in Chron., A. D. 889) mette il furto fra i delitti capitali, il che è confermato dal codice originale di S. Stefano (A. D. 1016). Se uno schiavo commettea un delitto, per la prima volta gli venia tagliato il naso obbligandolo a pagar cinque vacche; la seconda volta perdea le orecchie ed era costretto ad un'ammenda simile alla prima; la terza volta veniva punito di morte; quanto all'uomo libero non soggiaceva al supplizio capitale che dopo il quarto delitto, giacchè in pena del primo perdea soltanto la libertà (Katona, Hist. regum hungar., t. I, p. 231, 232).




101


V. Katena, Hist. ducum Hungar., p. 321-352.




102


Hungarorum gens, cujus omnes fere nationes expertae saevitiam, etc. Così comincia la prefazione di Luitprando, (l. I, c. 2) che assai si diffonde sulle sciagure della sua età (V. l. I, c. 5; l. II, c. 1, 2, 4, 5, 6, 7, l. III, c. 1, ec. l. V, c. 8, 15, in Legat. p. 485). Le tinte di questo Storico sono vivaci, ma fa duopo correggerne la cronologia, seguendo le osservazioni del Pagi, e del Muratori.




103


Il Katona (Hist. ducum ec. p. 107-499) ha diffusa la luce della critica sui tre regni sanguinosi di Arpad, di Zoltano e di Toxo. Egli ha cercato accuratamente tutto quanto riferivasi ai nativi del paese, e agli stranieri; nondimeno a questi annali di gloria e di devastazione ho aggiunta la distruzione di Brema; fatto storico che l'Autore sembra avere ignorato; così Adamo di Brema (1, 43).




104


Il Muratori con patriottica accuratezza ha esaminati i pericoli ai quali fu esposta Modena, e i modi che questa città avea per liberarsene. I cittadini supplicarono S. Geminiano loro avvocato a distorre da essi, mediante la sua intercessione, la rabies, il flagellum etc.



Nunc te rogamus, licet servi pessimi,

Ab Ungarorum nos defendas jaculis.


Il Vescovo edificò mura per la pubblica difesa, non già contra Dominos serenos (Antiq. Italic. med. aevi, t. I, Dissert. 1, p. 21, 22); e la canzone della guardia notturna non è priva di eleganza e di utilità (t. III, Dissert. 40, p. 709). Questo Autore degli Annali d'Italia ha accennata con molta esattezza la sequela delle correrie degli Ungaresi (Annali d'Italia, t. VII, p. 365-367-393-401-437-440; t. VIII, p. 19-41-52 ec.).




105


Gli annali dell'Ungheria e della Russia suppongono che gli Ungaresi assalissero, assediassero, o per lo meno insultassero Costantinopoli (Pray, Dissert. 10, pag. 239; Katona, Hist. ducum, p. 354-360). Gli Storici di Bisanzio (Leone Grammatico, p. 506; Cedreno t. II, p. 629) quasi concedono un tal fatto; ma il Katona, ed anche il notaio di Bela, lo impugnano, o certamente lo mettono in dubbio, benchè glorioso, alla loro nazione. Degno d'elogi è un tale scetticismo: certamente non poteano nè copiare, nè ammettere le rusticorum fabulae; ma il Katona avrebbe dovuto far caso della testimonianza di Luitprando: Bulgarorum gentem atque GRAECORUM tributariam fecerant (Hist., l. II, c. 4, p. 435).




106




─ λεονθ’ ως δηρινθητην

Οτ’ ουρεως κορυφεσι περι κταμενης ελαφιοιο

Αμφω πειναοντε μεγα φρονεοντε μαχεςθον


Contendeano come due leoni i quali nelle vette di un monte combattono affaticati e animosi per una cerva uccisa.




107


Il Katona (Hist. ducum, p. 360-368-427-470) discute a lungo tutto quanto a queste due battaglie si riferisce. Luitprando (l. II, c. 8, 9) offre sicurissime testimonianze intorno alla prima, e Witichin (Annal. Saxon. l. III) sulla seconda; ma uno Storico critico non potrà starsi dal far qualche osservazione sulla cornetta d'un guerriero conservata, ivi dicesi, a Jaz-Berin.




108


Hunc vero triumphum tam laude quam memoria dignum, ad Meresburgum rex in superiori caenaculo domus per ζωγραφιαν, idest, picturam notari, praecepit, adeo ut rem veram potius quam verisimilem videas (Luitprand. l. II, c. 9). Carlomagno avea fatti dipingere argomenti sacri in un altro palagio dell'Alemagna, e il Muratori giustamente osserva: nulla saecula fuere in quibus pictores desiderati fuerint(Antiqu. ital. med. aevi, t. II, Dissert. 24, p. 360, 361). Le pretensioni degli Inglesi all'antichità dell'ignoranza e dell'imperfezione originale, per valermi delle pungenti espressioni del Signor Walpole, hanno una data assai più recente (Anecdotes of Painting, vol. I, p. 2 ec.).




109


Non è superstizione l'invocare i Santi nelle disgrazie; il Cattolico che gli ammette e crede alla loro intercessione sente, chiamandoli, un conforto alla sua debolezza, e al tristo suo stato; perchè toglierglielo? (Nota di N. N.)




110


V. Baronio (Annal. Eccles. A. D. 929, n. 2, t. 5), Luitprando (l. IV, c. 12); Sigeberto, e gli Atti di S. Gerardo, testimonj di fede degnissimi, parlano della lancia di Gesù Cristo; ma quanto ho detto delle altre reliquie, non è fondato che su l'opera Gesta Anglorum post Bedam, (l. XI, cap. 8).




111


Katona (Hist. ducum Hungar. p. 500, ec.).




112


Fra queste colonie possono distinguersi, 1. i Chazari, o Cabari che si unirono agli Ungaresi. (Costant. De admin. imper. c. 39, 40, p. 108, 109); 2. i Giazigi, i Moravi e i Siculi che gli Ungaresi trovarono sul territorio ove posero domicilio; questi ultimi, forse gli avanzi degli Unni di Attila, ebbero l'incarico di guardare i confini; 3. i Russi, che, come gli Svizzeri oggidì presso i Francesi, diedero il loro nome ai portinai de' reali palagi; 4. i Bulgari, i Capi de' quali (A. D. 956) vennero chiamati, cum magna multitudine HISMA-HELITARUM. Che mai alcuni di questi Schiavoni avessero abbracciato l'Islamismo? 5. i Bisseni, e i Cumani, miscuglio di Patzinaciti, di Uzi e di Cazari ec., dilatatisi fino alla parte infima del Danubio. I Re Ungaresi (A. D. 1239) ricevettero e convertirono l'ultima colonia di quarantamila Cumani, e da essi ottennero un nuovo titolo (Pray, Diss. 6, 7, p. 109-173; Katona, Hist. ducum, pag. 95-99, 259-264, 476-479; 483, ec.).




113


Christiani autem, quorum pars major populi est, qui ex omni parte mundi illuc tracti sunt captivi, ec. Così parlava Piligrino il primo missionario che entrasse nell'Ungheria (A. D. 973). Pars major è molto dire (Hist. ducum, p. 517).




114


Gli antichi diplomi fanno menzione de' fideles Teutonici di Geisa; e il Katona colla solita sua abilità è giunto a calcolare con giustezza la forza di queste colonie, cotanto esagerata dall'italiano Ranzani (Hist. crit. ducum, p. 567-681).




115


Presso i Greci questo nome di nazione è espresso da Ρως, Ros, parola indeclinabile, che ha dato luogo a molte immaginarie etimologie. Ho letta con piacere e vantaggio una dissertazione De origine Russorum (Comment. acad. Petropolitanae, t. VIII, p. 388-436) di Teofilo Sigefredo Bayer, Alemanno pieno di dottrina, che ha consacrate le sue fatiche e la vita al servigio della Russia. Ho profittato parimente di un tratto di Geografia del d'Anville, intitolato; de l'Empire de Russie, son origine et ses accroissemens (Parigi, 1772, in 12).




116


V. tutto il passo (dignum, dice il Bayer, ut aureis in tabulis figatur) negli Annales Bertiniani Francorum (in Script. ital. Muratori, t. II, part. I, p. 525) A. D. 839, 22 anni prima dell'era di Ruric. Luitprando che viveva nel duodecimo secolo parla (Hist. l. V, cap. 6) de' Russi e dei Normanni, come di que' medesimi Aquilonares homines, fattisi soprattutto discernere per la vivacità del lor colorito.




117


Io non conosco questi Annali che dalla storia della Russia del signor Levesque. Nestore il primo e il migliore fra i compilatori degli Annali russi era monaco a Kiovia, e morì nel principio del duodicesimo secolo. Ma la Cronaca da esso composta è rimasta poco meno che sconosciuta sino al 1767, nel qual tempo è stata pubblicata in 4.º a Pietroburgo. (Levesque, Hist. de Russie, t. I, p. 16; Coxe's Travels, vol. II, pag. 184)[655 - Abbiamo ora una traduzione degli Annali di Nestore eseguita dall'erudito Schloetzer che vi ha aggiunte note, preziose massimamente per coloro che di conoscere le antichità russa hanno vaghezza. (Nota dell'Editore)].




118


Theophil. sig. Bayer, De Varagis (Così il Bayer li denomina) in Comment. Acad. Petropolitanae, tom. IV, p. 275-311.




119


Ciò nullameno, nell'anno 1018, Kiovia e la Russia erano tuttavia difese, ex fugitivorum servorum robore, confluentium et maxime Danorum. Il Bayer, citando (p. 292) la Cronaca di Ditmar, di Merseburgo, fa osservare che gli Alemanni non prestavano servizio nelle truppe straniere.




120


Il Ducange ha raccolti i passi degli autori originali che hanno scritto dello stato, e della storia de' Varangi a Costantinopoli (Gloss. med. et infim. graecitatis, sub voce βαραγγοι; med. et infim. latinitatis, sub voce Vagri. Not. ad Alex. Annae Comnenae, p. 256, 257, 258; Notes sur Villehardouin, p. 296-299). V. ancora le note del Reiske sul Ceremoniale aulae Byzant. di Costantino t. II, p. 149, 150. Sassone il Grammatico assicura che essi parlavano la lingua danese; ma se si crede al Codino si valsero fino al decimoquinto secolo, dell'inglese, come idioma nativo. Πολυχρονιζουσι Βαραγγοι κατα την πατριην γλωσσαν αυτων ητοι Ιγκιληνισι. Perseverano i Varangi nella lingua patria come nell'inglese.




121


Le nozioni che abbiamo sulla geografia, e sul commercio della Russia vennero pubblicate in quel tempo dall'imperatore Costantino Porfirogeneta (De administrat. imperii, c. 2, p. 55, 56, c. 9, p. 59-61, c. 13, p. 63-67; c. 37, p. 106, c. 42, p. 112, 113), e rischiarate per le cure del Bayer (De geographia Russiae vicinarumque regionam circiter, A. D. 948, tra Comment. academ. Petropol., t. IX, p. 367-422, t. X, p. 371-421) col soccorso delle Cronache e delle tradizioni della Russia, della Scandinavia ec.




122


Il signor Levesque (Histoire de Russie t. I, p. 60), attribuisce ai tempi che il regno di Ruric precedettero questo orgoglioso proverbio: «Chi può resistere a Dio, e alla grande Novogorod?» Nel corso della sua Storia egli parla frequentemente di questa Repubblica, distrutta poi nell'anno 1475 (tom. II, p. 252-266). Un esatto viaggiatore, Adamo Oleario, descrive (nel 1035) gli avanzi di Novogorod, e la via che tennero per mare e per terra gli ambasciadori di Holstein (tom. I, p. 123-129).




123


In hac magna civitate, quae est caput regni, plus trecentae Ecclesiae habentur et nundinae octo, populi etiam ignota manus (Eggehardus, ad A. D. 1018, apud Bayer, t. IX, p. 412). Egli cita parimente (t. X, p. 397) le parole dell'Annalista sassone: Cujus (Russiae) metropolis est Chive, aemula sceptri constantinopolitani, quae est clarissimum decus Graeciae. Kiovia, soprattutto nell'undecimo secolo, era conosciuta dai geografi arabi ed alemanni.




124


In Odorae ostio, qua scythicas alluit paludes, nobilissima civitas, Julinum, celeberrimam Barbaris, et Graecis qui sunt in circuitu, praestans stationem, est sane maxima omnium quas Europa claudit vivitatum (Adamo di Brema, Hist. eccles., p. 19); stravagante esagerazione anche nel labbro di uno scrittore dell'undicesimo secolo. L'Anderson (Hist. Deduction of Commerce) ha trattato accuratamente tutto quanto al commercio del Baltico e alla Lega anseatica si appartiene: su di tale argomento non conosco, nelle lingue almeno che ci sono famigliari, alcun'altra opera così compiuta.




125


Stando alle nozioni somministrate da Adamo di Brema (De situ Daniae, p. 58) l'antica Curlandia per un tratto di otto giornate prolungavasi sulla costa; e Pietro il Teutoburgico (p. 68, A. D. 1326) assegna Memel, qual frontiera comune alla Russia, alla Curlandia e alla Prussia. Aurum ibi plurimum (dice Adamo) divinis, auguribus atque necromanticis omnes domus sunt plenae… a toto orbe ibi responsa petuntur, maxime ab Hispanis (forsan ZUPANIS, id est regulis Lettoviae) et Graecis. Davasi ai Russi il nome di Greci, anche prima della loro conversione; conversione imperfetta assai, se conservarono l'uso di consultare gli stregoni della Curlandia. (Bayer, t. X, p. 378-402 ec. Grotius Prolegomen., ad Hist. goth., p. 99).




126


Costantino accenna solamente sette cateratte delle quali indica i nomi in lingua russa e schiavona. Ma tredici ne addita il signor di Beauplan, ingegnere francese, che avea esaminato il corso e la navigazione del Dnieper e del Boristene. (V. la sua descrizione De Lucrania, Rouen 1660, picciolo in 4). Sfortunatamente la carta che accompagna quest'opera non trovasi unita all'esemplare che io ne posseggo.




127


Nestore, (presso Levesque, Hist. de Russie; t. I, p. 78-80). I Russi, vi si dice, si trasferivano dal Dnieper o dal Boristene nella Bulgaria Nera, nella Chozaria e nella Siria. Nella Siria! e come, e in qual tempo, e in qual porto? Invece di Συρια Siria non potrebbe egli leggersi Σκανια Scania (De administ. imper., c. 42, p. 113)? Il cambiamento è leggiero. La situazione della Scania, posta fra la Chozaria e il Lazico spiegherebbe il tutto, tanto più che questo nome adoperavasi anche nell'undicesimo secolo (Cedrenus, tom. II, pag. 770).




128


Le guerre accadute ne' secoli nono, decimo e undecimo fra i Russi ed i Greci, vengono raccontate negli Annali di Bisanzio, e soprattutto dal Zonara e da Cedreno; e le diverse testimonianze di questi scrittori trovansi unite nella Russica dello Stritter (t. II, part. II, p. 939-1044).




129


Προσεταιρισαμενος δε και συμμαχικον ου ολιγον αρο των κατοικουντων εν ταις προσαρκτιοις του Οκεανου νησοις εθων. Trasferendo anche non pochi commilitoni dalle genti che abitavano nelle isole settentrionali dell'Oceano. (Cedren., in Compend., p. 758).




130


V. Beauplan (Description de l'Ukraine, pag. 54-61). I racconti di questo autore sono vivaci, esatte le sue descrizioni; ed, eccetto l'armi da fuoco, quanto egli accenna de' moderni Cosacchi può perfettamente agli antichi Russi applicarsi.




131


Abbiamo a dolerci che il Bayer non abbia pubblicato che una dissertazione De Russorum prima expeditione Constantinopolitana (Comment. acad. Petrop. t. VI, p. 365-391). Dopo avere fatto sparire alcune cronologiche difficoltà, ei porta l'epoca di una tale spedizione agli anni 864, o 865, la qual data avrebbe dovuto dileguare i dubbj, e render meno ardue le difficoltà che si trovano sul principio della storia del sig. Levesque.




132


Nel tempo che Fozio scrivea la sua lettera circolare sulla conversione de' Russi, il miracolo non era per anco maturo. Egli rimprovera alla nazione, εις ωμοθητα και μιαιφονιαν παντας δευτερους ταττομενον che educava tutti gli ultimi alla crudeltà e alla strage.




133


Leone il Grammatico, p. 463, 464; Constantini, continuator, in script, post. Theophaneum, pag. 121, 122; Simeon Logothet., p. 445, 446; Georg. Monach., p. 535, 536; Cedrenus, t. II, p. 551; Zonara, t. II, p. 162.




134


V. Nestore e Nicone nella Histoire de Russie, del signor Levesque (t. I, p. 74-80); il Katona (Hist. Ducum, p. 75-79) usa de' suoi privilegi per non ammettere una tal vittoria de' Russi, che toglierebbe splendore all'assedio di Kiovia operato dagli Ungaresi.




135


Leone il Grammatico, pag. 506, 507: Incert. Contin. p. 263, 264; Simeon Logothet, p. 490, 491; Georg. Monach, p. 588, 589; Cedrenus, t. II, p. 629; Zonara, t. II. p. 190, 191; e Luitprando (l. V, c. 6), che descrivendo le cose narrategli dal suocero suo, allora ambasciatore a Costantinopoli, corresse le esagerazioni della vanità de' Greci.




136


Non posso citare a tale proposito che Cedreno (t. II, p. 758, 759) e Zonara (t. II, p. 253, 254); ma le testimonianze di questi Scrittori divengono più sicure e meritevoli di fede, a proporzione del loro avvicinarsi ai tempi ne' quali vissero.




137


Nestore presso Levesque, Hist. de Russie, t. I, p. 87.




138


Questa statua di bronzo veniva da Antiochia, e i Latini la fusero. Supponeasi rappresentasse Giosuè o Bellorofonte. Bizzarra alternativa! V. Niceta Coniate; (p. 413, 414); Codino (De Originibus, C. P. p. 24); e l'Autore anonimo De Antiquitate C. P. (Banduri, Imp. orient. t. I, 17, 18) che vivea verso l'anno 1100. Essi attestano che credeasi alla profezia; non rileva il restante.




139


Il signor Levesque (Hist. de Russie, t. I, p. 94-107) ha composto, seguendo le Cronache russe, un epilogo della vita di Swatoslao, o Sviatosla, o finalmente Sphendosthlabus.




140


Somiglianza che scopresi con grande chiarezza nel nono libro dell'Iliade (205, 221), e nelle descrizioni della cucina di Achille. Un poeta che al dì d'oggi tal dipintura offerisse in una Epopea, il suo lavoro deturperebbe, nè si renderebbe grato ai lettori; ma i versi greci sono armoniosi; le espressioni di una lingua morta, rare volte, ignobili o troppo famigliari ne sembrano; oltrechè ventisette secoli trascorsi dai giorni di Omero aggiungono ai nostri occhi vezzo alle antiche costumanze.




141


Il singolare epiteto di Zimiscè dalla armena lingua deriva. I Greci traducevano la parola ζιμισκες giovandosi dell'altra μουζακιζες o μοιρακιζης. Il significato dell'una e dell'altra espressione essendomi ignoto egualmente, mi sarà lecito il chiedere come nella commedia: Di grazia quale è l'interprete di voi due? Ma dal modo della loro composizione sembra che corrispondano ad adolescentulus (Leone Diacono, l. IV, MS., ap. Ducange, Gloss. graec., p. 1570).




142


In lingua Schiavona, Peristhlaba, equivaleva a grande o illustre città, μεγαλη και ουσα και λεγομενη, la quale è veramente, e vien nomata grande, dice Anna Comnena (Alexiade, l. VII, p. 194). Della sua situazione posta fra il monte Emo e la parte inferior del Danubio, potrebbe dirsi che essa occupasse il luogo, o almeno all'incirca il luogo di Marcianopoli. Non troviamo difficoltà nel determinare la giacitura di Durostolo o Dristra che agevolmente si riconosce (Comment. Acad. Petropol. t. IX, p. 415, 416; d'Anville, Geogr. anc. t. I, p. 307-311).




143


Il libro De administratione imperii spiega, soprattutto ne' sette primi capitoli, la condotta politica tenutasi da' Greci verso i Barbari e specialmente coi Patzinaciti.




144


Nel racconto di una tale guerra, Leone il Diacono (presso il Pagi, Critica, t. II, A. D. 968-973) è più autentico, e porta maggiori particolarità di Cedreno (t. II, p. 660-683) e di Zonara (t. II, p. 205-214). Questi declamatori hanno fatto ascendere a trecento ottomila, e trecento trentamila uomini il numero delle truppe russe, calcolato con maggior moderazione e verisimiglianza dai contemporanei.




145


Phot. epist. 2, n. 35, pag. 58 ediz. Montacut. Questo dotto editore non avrebbe dovuto confondere il grido di guerra de' Bulgari colle due parole το Ρως il Ros, le quali non vogliono dir altro che nazione russa; nè Fozio, uom di senno, dovea accusare gli idolatri schiavoni της Σλληνικης και αθειου δοξης, di greca ed atea fede. Essi non erano nè Greci nè Atei.




146


Le notizie più compiute che abbiansi su la religione degli Slavi e la conversion della Russia, son quelle offerteci dal Signor Levesque nella sua Hist. de Russie, da esso dedotta, così dalle antiche Cronache, come dalle osservazioni che su queste i moderni hanno fatte, (t. I, p. 35, 54, 59-92, 93, 113-121, 124-129, 148, 149 ec.).




147


V. il Cerem. aulae byzant., t. II, c. 15, p. 343-345, ove Olga o Elga vien nominata Αρχοντισσα Ρωσιας, Principe della Rosia. I Greci, per indicare la sovrana delle Russie adopravano il titolo di un magistrato di Atene terminato in desinenza femminina, la qual cosa avrebbe stranamente sonato all'orecchio di Demostene.




148


V. un frammento anonimo pubblicato dal Banduri (Imper. or. t. II, p. 112, 113. De conversione Russorum).




149


L'Erbestein (apud Pagi, t. IV, pag. 56) narra, che Valadimiro fu battezzato e maritato a Cherson o Corsun. Novogorod conserva anche ai dì nostri tale tradizione, e le porte delle quali parlato abbiamo nel testo. Nondimeno un viaggiatore ed osservatore esatto pretende venute da Magdeburgo queste porte di bronzo, (Coxe's, Travels into Russia ec., v. I, p. 452) e cita un'iscrizione che par fatta per dimostrare tale assunto. I leggitori non debbono confondere questa Cherson, città della Tauride, o della Crimea, con una città del medesimo nome, stata fabbricata alla foce del Boristene, e di recente illustrata da un parlamento che vi hanno tenuto Caterina II e l'Imperatore Giuseppe.




150


V. Il testo latino o la versione inglese dell'eccellente Storia della Chiesa del Mosheim, al primo capitolo, ossia alla prima Sezione intorno ai secoli nono, decimo e undecimo.




151


Non solo la religione cristiana differiva, e differisce nella teoria dall'antico culto degli idoli, come già abbiamo altrove mostrato, ma anche nella pratica; in questo culto, per esempio, v'erano i sacerdoti particolari di Giove, di Marte, di Cerere; nel culto cristiano non ci sono che i sacerdoti, o ministri di Dio; gli altri oggetti del culto cristiano non hanno sacerdoti proprj: quanto poi a questi oggetti, cioè alla teoria del culto delle imagini, ripetiamo ciò che ne abbiamo detto in una nota al vol. IX. (Nota di N. N.)




152


Nel 1000, gli ambasciadori di S. Stefano ricevettero da Papa Silvestro il titolo di Re d'Ungheria, e il donativo d'un diadema che era lavoro di artisti greci. Doveva esserne presentato il Duca di Polonia, ma i Polacchi, per lor confessione medesima, erano troppo barbari, e immeritevoli quindi di una corona angelica ed appostolica. (Katona, Hist. crit. regum stirpis Arpadianae, t. I, p. 1-20).




153


Si ascoltino i cantici trionfali di Adamo di Brema (A. D. 1080) che hanno un fondo di verità: Ecce illa ferocissima Danorum, etc. natio… jamdudum novit in Dei laudibus alleluia resonare… Ecce populus ille piraticus… suis nunc finibus contentus est. Ecce patria, horribilis semper, inaccessa propter cultum idolorum… praedicatores veritatis ubique certatim admittit, etc. (De situ Daniae, etc., p. 40, 41, ediz. Elzevir); opera ove scorgesi una pittura originale e dilettevole del Nort dell'Europa, e della introduzione del Cristianesimo in questa parte del Mondo.




154


I grandi principi abbandonarono nel 1156 la residenza di Kiovia, smantellata indi dai Tartari nel 1240. Mosca divenne nel secolo XIV la sede dell'Impero. V. il primo e secondo volume della Hist. de Russie, del signor Levesque, e i Viaggi di Coxe nel Nort, t. I, p. 241.




155


Gli ambasciatori di S. Stefano aveano adoperate le rispettose espressioni di regnum oblatum, debitam obedientiam, etc. che Gregorio VII alla lettera interpretò; onde gli Ungaresi sonosi trovati impacciati fra la santità del Papa e l'independenza della Corona (Katona, Hist. critica, tom. I, p. 20-25, t. II, p. 304, 346, 360 ec.)




156


In quanto spetta alla storia d'Italia dei secoli nono e decimo, posso citare i libri quinto, sesto, e settimo del Sigonio, De regno Italiae (secondo volume delle sue opere, ediz. di Milano 1732): gli Annales del Baronio colla critica del Pagi: il settimo e ottavo libro della Istoria civile del regno di Napoli, del Giannone: il settimo e ottavo volume degli Annali d'Italia del Muratori (ediz. in 8), e il secondo volume dell'Abrégé chronologique del signor di Saint-Marc, opera che sotto un titolo superficiale molta dottrina, e indagini molte racchiude. Accerto i miei leggitori, e conoscendo eglino adesso il mio metodo di scrivere la Storia dovrebbero crederlo facilmente, che fin dove ho potuto, e tutte le volte che era utile il farlo, ho portate le mie ricerche a tutte le fonti primitive, e soprattutto ho accuratamente consultati gli originali dei primi volumi della grande Raccolta intitolata Scriptores rerum ital. del Muratori.




157


Il dotto Camillo Pellegrino, che viveva a Capua nel secolo XVII, ha rischiarata la storia del ducato di Benevento nella sua Historia principum longobardorum. V. i Scriptores el Muratori (t. II, part. I, p. 221-345; e t. V, p. 159-245).




158


V. Costantino Porfirogeneta, De thematibus, lib. II, c. 11, in vit. Basil. c. 55, p. 181.




159


La lettera originale dell'imperatore Luigi II all'imperatore Basilio, curioso monumento del nono secolo, è stata per la prima volta pubblicata dal Baronio (Annal. eccles., A. D. 871 n. 51-71), che ha seguìto un manoscritto dell'Erenperto, o piuttosto dello Storico Anonimo di Salerno, tratto dalla Biblioteca del Vaticano.




160


V. l'eccellente dissertazione De republica Amalphitana, nella Appendix (p. 1-42) della Historia Pandectarum(Trajecti ad Rhenum, 1722 in 4) di Enrico Brencmann.




161


Il vostro signore, dicea Niceforo, ha dato soccorso e protezione, principibus capuano et beneventano, servis meis, quos oppugnare dispono… Nova (piuttosto Nota) res est od eorum patres et avi, nostro imperio tributa dederunt (Luitprando, in Legat., p. 484). Non si fa qui menzione di Salerno; pur fu in questi giorni all'incirca che questo principe cambiò di parte, e Camillo Pellegrino (Script. rer. ital., t. II, part. I, p. 285) ha osservato con molta accortezza questo cambiamento nello stile della Cronaca Anonima. Luitprando (p. 480) fonda su prove dedotte dalla Storia e dalla Lingua i diritti dei Latini sulla Puglia e sulla Calabria.




162


V. I Glossarj greci e latini del Ducange (articoli Κατεπανο Catapana) e le sue note sull'Alexiade (pag. 275). Egli non ammette l'idea de' contemporanei che derivar faceano questo vocabolo da Κατα παν, juxta omne; e trova soltanto che essa è una corruzione del vocabolo latino capitaneus. Il signor di Saint-Marc osserva però giustamente (Abrégé chronolog., t. II, pag. 924) che in quel secolo i Capitanei non erano Capitani, ma solamente i Nobili di primo ordine, i grandi sottovassalli dell'Italia.




163


Ου μονον δια πολεμων ακριβως ετεταγμενον το τοιουτον υπηγαγε το εθνος (i Lombardi) αλλα και αγχινοια χρησαμενος, και δικαισυνη και χρηστοτητι επιεικως τε τοις προσερχομενοις προσφερομενος και την ελευθεριαν αυτοις πασης τε δουλειας, και των αλλων φορολογικων χαριξομενος, non solamente con guerre saggiamente condotte assoggettò la nazione (i Lombardi); ma usando d'ingegno, e colla giustizia e l'indulgenza egualmente proferendosi a' nuovi sudditi, e facendo lor grazia della libertà franca, da ogni servitù e dagli altri tributi usitati (Leone, Tattica, c. 15, pag. 741). La Cronaca di Benevento (t. II, part. I, p. 280) offre una idea ben diversa de' Greci in que' cinque anni (891-894) che Leone signoreggiò la città.




164


Calabriam adeunt, eamque inter se divisam reperientes, funditus depopulati sunt (o depopularunt) ita ut deserta sit velut in diluvio. Tale è il testo di Eremperto o Erchemperto, giusta le due Edizioni del Caraccioli (Rerum ital. script. t. V, p. 23) e di Camillo Pellegrino (t. II, part. I, p. 246) opere rarissime al tempo che il Muratori le ha pubblicate di nuovo.




165


Il Baronio (Annal. eccles. A. D. 874 n. 2) ha tratta questa storia da un manoscritto di Eremperto, che morì a Capua, quindici anni dopo un tale avvenimento. Ma un falso titolo ha ingannato questo Cardinale, e noi non possiamo citare che la Cronaca Anonima di Salerno (Paralipomena, c. 110), composta verso la fine del decimo secolo, e pubblicata nel secondo volume della Raccolta del Muratori. V. le Dissertazioni di Camillo Pellegrino (t. II, part. I, pag. 231-281 ec.).




166


Costantino Porfirogeneta (in vit. Basil. c. 58, p. 183) è il primo autore che racconti questo fatto. Ma lo pone accaduto sotto i regni di Basilio e di Lodovico II, mentre la riduzione di Benevento operata dai Greci, non avvenne che nel 891, vale a dire dopo la morte di questi due principi.




167


Paolo Diacono (De gest. Longob., l. V, c. 7, 8, p. 870, 871, ediz. Grot.) racconta un fatto simile, accaduto nel 663 sotto le mura della stessa città di Benevento; ma attribuisce ai Greci il delitto di cui gli autori di Bisanzo incolpano i Saracini. Dicesi che nella guerra del 1756 il signor di Assas, ufiziale del reggimento di Auvergne, si consecrasse in egual modo alla morte: ed anzi con maggiore eroismo, perchè i nemici che lo aveano fatto prigioniere, non gli chiedeano che il silenzio. (Voltaire, siècle de Louis XV, c. 33, t. IX, p. 172).




168


Tebaldo che Luitprando colloca fra gli eroi, fu, propriamente parlando, duca di Spoleto e marchese di Camerino dall'anno 926 al 935. Il titolo e l'impiego di marchese (comandante della Marca, o della Frontiera) era stato introdotto in Italia dagl'imperatori francesi (V. Abrégé chronologique, t. II, p. 645-732, ec.).




169


Luitprando, Hist., l. IV, c. 4, Rerum italic. scriptores, t. I, part. I, p. 453, 454. Se qualcuno trovasse troppo libera tal descrizione sarei costretto ad esclamare col povero Sterne: «Duolmi di non potere trascrivere con circospezione quelle cose che senza scrupolo un vescovo ha scritte; sarebbe stato ben peggio se avessi tradotto alla lettera ut viris certetis testiculos amputare, in quibus nostri corporis refocillatio, etc.».




170


I monumenti che ci restano del soggiorno de' Normanni in Italia, sono stati raccolti nel quinto volume del Muratori; fra i quali monumenti conviene distinguere il poema di Guglielmo Pugliese (p. 245-278) e la storia di Galfridus (Gioffredo) Malaterra (p. 537-607). Nati entrambi in Francia, i ridetti autori scrivevano in Italia, colla robusta franchezza di uomini liberi ai giorni de' primi conquistatori (prima dell'anno 1100). Non fa di mestieri il ripetere i nomi de' compilatori e critici della Storia d'Italia, Sigonio, Baronio, Pagi, Giannone, Muratori, Saint-Marc ec. da me consultati sempre, e non copiati giammai.




171


Alcuni fra i primi convertiti si fecero battezzare dieci, o dodici volte, affine di ricevere dieci o dodici volte la tonaca bianca che era d'uso il dare in dono ai Neofiti. Ai funerali di Rollone, furono fatte largizioni ai monasteri pel riposo dell'anima del defunto, e sagrificati cento prigionieri; ma nello spazio di una, o due generazioni, il cambiamento fu compiuto e generale.




172


I Normanni di Bayeux, città situata sulla costa marittima, parlavano tuttavia (A. D. 940) la lingua danese, mentre a Rouen la Corte e la Capitale l'avevano dimenticata. Quem (Riccardo I) confestim pater Baiocas mittens Botoni militiae suae principi nutriendum tradidit, ut ibi LINGUA eruditus DANICA suis exterisque hominibus sciret aperte dare responsa (Wilhelm Gemeticensis, De ducibus Normannis, l. III, cap. 8, pag. 623, edizione di Camden). Il Selden (Opera, t. II, pag. 1640, 1656) ha offerto un saggio della lingua naturale e favorita di Guglielmo il Conquistatore (A. D. 1035), saggio troppo vieto ed oscuro ai dì nostri anche per gli Antiquari, e pei Giureconsulti.




173


V. Leandro Alberti (Descrizione d'Italia, p. 250) e Baronio (A. D. 493, n. 43). Quando anche l'Arcangelo avesse ereditato il tempio dell'oracolo e come è presumibile la caverna di Calcante, l'astrologo degli antichi (Strabone, Geogr. l. VI, pag. 435, 436), i Cattolici in questo caso colla eleganza della loro superstizione aveano superati i Greci.




174


I Normanni erano pel loro valore conosciuti in Italia; alcuni anni prima, cinquanta de' loro cavalieri trovatisi a Salerno nel tempo che un'armatetta di Saracini veniva ad affrontar la città, chiesero armi e cavalli a Guaimaro III, allora principe di Salerno, e chiesto si aprissero loro le porte della città, fecero impeto ne' Saracini e li sconfissero. Guaimaro divisava conservar questi guerrieri presso di sè. Ma volendo essi ripartire, si fece promettere che sarebbero tornati con altri prodi di lor nazione per combattere gl'Infedeli (Hist. des republ. ital., t. I, p. 263.) (Nota dell'Editore).




175


L'autore della storia delle repubbliche italiane al tomo I p. 267, racconta in ben altro modo la cosa. Dopo la ritirata dell'imperatore Enrico II, i Normanni, unitisi sotto gli ordini di Rainolfo, presero Aversa, in allora piccolo castello del ducato di Napoli; ne erano padroni da pochi anni, quando Pandolfo IV, principe di Capua s'impadronì di Napoli all'impensata. Sergio, duce delle soldatesche, e Capo della repubblica, uscì coi principali cittadini fuori di una città, ove non potea veder senza orrore una straniera dominazione introdursi. Si ritirò in Aversa, e allorchè col soccorso de' Greci, e dei cittadini rimasti fedeli alla loro patria ebbe raccolto quanto denaro bastava a saziare la cupidigia dei venturieri normanni, si valse de' loro soccorsi ad assalire la guernigione del principe di Capua, che egli sconfisse tornando indi in potere di Napoli. In questa occasione, confermò ai Normanni il possedimento di Aversa, e de' suoi dintorni, formandone una contea della quale conferì l'investitura a Rainolfo. (Hist. des republ. ital., t. I, p. 267). (Nota dell'Editore).




176


V. il primo libro di Guglielmo Pugliese. Le descrizioni di questo scrittor di versi possono adattarsi a tutti gli sciami di Barbari e di Filibustieri.

		Si vicinorum quis PERNITIOSUS ad illos
		Confugiebat, eum gratanter suscipiebant,
		Moribus et lingua, quoscunque venire videbant,
		Informant propria; gens efficiatur ut una.

e altrove quando parla de' venturieri Normanni, in cotal guisa si esprime.

		Pars parat, exiguae vel opes aderant quia nullae;
		Pars quia de magnis majora subire volebant.




177


Luitprand., in Legatione, p. 485. Il Pagi ha schiarito questo avvenimento seguendo il manoscritto storico del Diacono Leone (t. IV, A. D. 965, n. 17-19).




178


V. la Cronaca araba della Sicilia, nel Muratori (Script. rerum italic., t. I, p. 253).




179


V. Gioffredo Malaterra che narra la guerra della Sicilia e la conquista della Puglia (l. I, c. 7, 8, 9-19), Cedreno, (tom. II, p. 741-743, 755, 756) e Zonara (tom. II, p. 237, 238) descrivono gli avvenimenti medesimi: e poichè i Greci si erano già avvezzi alle umiliazioni, una sufficiente imparzialità scorgesi ne' loro racconti.




180


Cedreno specifica il ταλμα ordinanza militare dell'Obsequium (Phrygia) e il μεθος parte, de' Tracesii (Lydia), v. Costantino (De Thematibus, 1, 3, 4, con la carta del Sig. Delisle); e chiama indi i Pisidii, e i Licaonii col predicato foederati.




181


		Omnes conveniunt et bis sex nobiliores,
		Quos genus et gravitas morum decorabat et aetas,
		Elegere duces. Provactis ad comitatum
		His alii parent. Comitatus nomen honoris,
		Quo donantur erat. Hi totas undique terras
		Divisere sibi, ni sors inimica repugnet,
		Singula proponunt loca quae contingere sorte
		Cuique ducis debent, et quaeque tributa locorum.

E dopo avere parlato di Melfi, Guglielmo Pugliese aggiunge:

		Pro numero comitum bis sex statuere plateas,
		Atque domus comitum tolidem fabricantur in urbe.

Leone d'Ostia (l. II, c. 67) ne istruisce in qual modo vennero distribuite le città della Puglia: ma inutile mi è sembrata una tal descrizione.




182


Guglielmo Pugliese (lib. II, c. 12). Mi fondo sopra una citazione del Giannone (Ist. civ. di Napoli t. II, p. 31), citazione che nell'originale non posso verificare. Il Pugliese loda le validas vires, probitas animi et vivida virtus di Braccio-di-Ferro, aggiugnendo che, se questo eroe fosse vissuto più lungamente, niun poeta avrebbe potuto pareggiarne il merito co' suoi canti (l. I, p. 258, l. II, p. 259). Braccio di ferro fu pianto dai Normanni, quippe qui tanti consilii virum dice il Malaterra (l. I, c. 12, p. 552) tam armis strenuum, tam sibi munificum, affabilem, morigeratum ulterius se habere diffidebant.




183


Malaterra (l. I, c. 3, pag. 550): Gens astutissima, injuriarum ultrix… adulari sciens… eloquentiis inserviens; espressioni che dimostrano qual fosse l'indole, fin passata in proverbio, de' Normanni.




184


Il genio della caccia, e l'uso di addestrare ad essa i falconi, apparteneano specialmente ai discendenti de' marinai della Norvegia; del rimanente è possibile che i Normanni abbiano portati dalla Norvegia e dall'Irlanda i più belli uccelli da falconeria.




185


Può confrontarsi questo ritratto, con quello che della stessa popolazione ha fatto Guglielmo di Malmsbury (De gest. Anglorum, l. III, p. 101, 102), il quale i vizj e le virtù de' Sassoni e de' Normanni colla bilancia dello storico e del filosofo apprezza. Certamente l'Inghilterra nell'ultima conquista ha vantaggiato.




186


Il Biografo di S. Leone IX avvelena santamente la descrizione che fa dei Normanni; Videns indisciplinatam et alienam gentem Normanorum, crudeli et inaudita rabie et plus quam pagana impietate adversus ecclesias Dei insurgere, passione christianos trucidare, etc. (Wibert, c. 6). L'onesto Pugliese si contenta di indicare con calma l'accusatore di questo popolo qual uomo veris commiscens fallacia (l. XI, p. 259).




187


Tutte queste particolarità che si riferiscono alla politica de' Greci, alla ribellione di Maniaces ec., possono vedersi in Cedreno (t. II, p. 757, 758), in Guglielmo Pugliese (l. I, p. 257, 258: l. II, p. 259), e in due Cronache di Bari lasciateci da Lupo Protospata (Muratori Script. rer. ital., t. V, p. 42, 43, 44), e da autore anonimo (Antiq. ital. med. aevi, t. I, p. 31-33). Quest'ultima è un frammento di qualche pregio.




188


Argiro ottenne, dice la Cronaca anonima di Bari, imperiali patenti, faederatus et patriciatus et catapani et vestatus. Il Muratori ne' suoi Annali (t. VIII., p. 426) fa giustamente una correzione, ossia interpretazione, su questa ultima parola. Egli legge sevestatus, vale a dire Sebastos, ossia di Augusto: ma nelle sue Antichità, seguendo il Ducange, fa di questo sevestatus, un officio di palagio, cioè quello di Gran Mastro della guardaroba.




189


Viberto ha composta una vita di S. Leone IX, ove si ravvisano le passioni e le massime pregiudicate del suo secolo; opera stampata a Parigi nel 1615 in 8.º, e inserita indi nelle Raccolte de' Bollandisti del Mabillon e del Muratori. Il signore di Saint-Marc (Abrégé t. II, p. 140-210, e p. 25-95) ha narrata con molta accuratezza la storia pubblica e privata di questo Pontefice.




190


Vuol dire qui l'Autore, che Leone IX il Santo aveva l'indole sì semplice, che poteva ingannare sè stesso, e colla sua autorità sugli animi del popolo, siccome Papa, indurre gli altri in inganno, senza volere, e senza avvedersi di essere ingannatore. Leone per la sua indole poteva ingannarsi ne' negozj familiari, o politici, ed indurre in inganno gli altri; ma nella cosa di cui trattavasi non sembra essersi potuto ingannare, nè essersi ingannato. Trattavasi di soccorrere gli abitanti della Puglia, e di far che i Normanni pagassero le decime ecclesiastiche: bisogna per altro confessare, che è, in quei tempi d'ignoranza e di barbarie, da condannarsi il costume di usare le armi, inducendo ad impugnarle i poveri popoli, per sostenere le censure, le scomuniche, fatte di tal maniera più spaventose. (Nota di N. N.)




191


V. intorno alla spedizione di Leone IX contra i Normanni, Guglielmo il Pugliese (l. II; p. 259-261) e Gioffredo Malaterra (l. I, c. 13, 14, 15, p. 253). Questi due autori danno a divedere imparzialità; perchè la preoccupazione nazionale che tiene gli animi loro, è contrabbilanciata da un'altra preoccupazione di mestiere, siccome preti.




192


Il Cattolico romano non chiama superstizioso il rispetto dei Normanni verso S. Leone IX: s'egli seguì il cattivo uso del suo tempo barbaro facendo la guerra a' Normanni pei motivi indicati, il buon credente sentirà che doveva a' Normanni, buoni cattolici, far grande impressione il vedere un Papa, generale d'un'armata nemica. (Nota di N. N.)




193


		Teutonici quia Caesaries et forma decoros
		Fecerat egregie, proceri corporis illos,
		Corpora derident normannica, quae breviora
		Esse videbantur.

I versi del Pugliese non hanno per l'ordinario maggior pretensione: ma egli si anima poi quando gli accade il descriver battaglie. Due delle sue comparazioni, tratte dalla caccia del falco e della negromanzia, servono ad indicare i costumi dei suoi tempi.




194


Il signor di Saint-Marc (t. II, p. 200-204) cita le lamentanze, o le censure che sulla condotta del Pontefice vennero fatte in allora da rispettabili personaggi. Avendo Pietro Damiano, l'oracolo di quella età, ricusato ai Papi il diritto di far la guerra, il cardinale Baronio (Annal. eccles. A. D. 1053, n. 10-17) rimanda l'eremita al suo posto (Lugens eremi incola) sostenendo con calore le prerogative delle due spade di S. Pietro[*].

* Si sa qual uso siasi sempre fatto ne' secoli passati di quell'espressione dell'Evangelo: ecce duo gladii hic, asserendo la Corte romana, e sostenendo i Teologi di quella Chiesa, che una delle due spade era la figura della forza delle scomuniche e dell'autorità spirituale del Papa, e l'altra della sua autorità nelle cose temporali. Quanto al Cardinal Baronio sanno gl'illuminati ingegni, ch'egli ne' suoi Annali ecclesiastici spesse volte eccede in favorire la Corte di Roma, e che quell'Opera corretta dal dottissimo Pagi, e nell'istoria, e nella cronologia, e ne' ragionamenti, acquistò maggior pregio dalla critica di lui, che dall'autore, che ebbe il merito d'aver ordinato gli Annali, ma non discernimento nel trattare la materia, e ne' giudizj. (Nota di N. N.)




195


Il Giannone (Istor. civ. di Napoli, t. II, p. 37-49-57-66) discute con eguale abilità e come giureconsulto, e come antiquario, l'origine e la natura delle investiture pontificie: ma fa vani sforzi per conciliare insieme i doveri di patriota e di cattolico, e colla futile distinzione, Ecclesia romana non dedit, sed accepit, si sottrae alla necessità di una confessione sincera, ma pericolosa.




196


Le particolarità che riguardano la nascita, l'indole e le prime imprese di Guiscardo, trovansi in Gioffredo Malaterra (l. I, c. 3, 4-11-16, 17, 18-38, 39, 40), in Guglielmo Pugliese (l. II, pag. 260-262), in Guglielmo Gemeticense, o di Jumièges (l. XI, c. 30, p. 663, 664, ediz. di Camden), in Anna Comnena (Alexiade, l. I, p. 23, 27, l. VI, p. 165, 166) colle note del Ducange (Not. in Alex. p. 230-232-320), che ha raccolte tutte le Cronache latine e francesi, e nuovi schiarimenti ne ha tratti.




197


Ο δε Ρομπερτος (parola corotta alla Greca) ουτος ην Νορμαννος το γενος, την τυχην ασημος… e altrove εξ αφανους πανυ τυχης περιφανης, Romperto (parola corrotta alla greca invece di Roberto) era Normanno di nazione, ignobile di nascita… e altrove divenuto illustre dopo una nascita affatto oscura, e in un altro luogo (l. IV, p. 84) απο εουχατης πενιας και τυχης αφανους da una estrema miseria a da oscura nascita. Anna Comnena era nata per vero dir nella porpora; non così il padre suo di privata condizione, illustre bensì, ma innalzato dal merito solamente.




198


Il Giannone (t. II, p. 2), dimenticando i suoi autori originali, per far derivare Guiscardo da una schiatta principesca, si fida alla testimonianza d'Inveges, frate agostiniano di Palermo, che vivea nell'ultimo secolo. Questi due autori prolungano la successione dei Duchi, fino a Guglielmo II il Bastardo o il Conquistatore, che credevasi (comunemente si tiene) il padre di Tancredi di Altavilla. Questo errore è maiuscolo, ed eccita tanta maggior maraviglia, che allor quando il figlio di Tancredi guerreggiava nella Puglia, Guglielmo II non avea più di tre anni (A. D. 1037).




199


Il giudizio del Ducange è giusto e moderato: «Certe humilis fuit ac tenuis Roberti familia, si ducalem et regium spectemus apicem, ad quem postea pervenit; quae honesta tamen et, prater nobilium vulgarium statum et conditionem, illustris habita est, quae nec humi reperet, nec altum quid tumeret». (Guglielmo di Malmsb. De gest. Anglorum, l. III, p. 107, Not. ad Alexiad., p. 230).




200


Citerò alcuni de' migliori versi del Pugliese (lib. II, pag. 270),

		Pugnat utraque manu, nec lancea cassa, nec ensis
		Cassus erat, quocunque manu deducere vellet.
		Ter dejectus equo, ter viribus ipse resumptis
		Major in arma redit: stimulos furor ipse ministrat.
		Ut leo cum frendens, etc.


· · · · · · · · · · · · · ·

		Nullus in hoc bello, sicuti post bella probatum est,
		Victor vel victus, tam magnos edidit ictus.




201


Gli autori e gli editori normanni che meglio conoscevano la loro lingua, traduceano la parola Guiscardo o Wiscard nell'altra Callidus, uomo scaltrito ed astuto. La radice Wise è famigliare agli orecchi inglesi, e l'antico vocabolo Wiseacre offre all'incirca lo stesso significato, e la medesima desinenza. Την χυχην πανουργοτατος esprime assai bene il soprannome e l'indole di Roberto.




202


La storia del modo onde Roberto Guiscardo si procacciò il titolo di Duca è un argomento assai intralciato ed oscuro. Seguendo le giudiziose osservazioni del Giannone, del Muratori e del Saint-Marc, ho procurato narrarla nella maniera più coerente e meno inverisimile.




203


Il Baronio (Annal. ecclesiast. A. D. 1059, n. 69) ha pubblicato l'Atto originale, ch'ei dice aver copiato dal Liber censuum, manoscritto del Vaticano. Ciò nondimeno il Muratori ha pubblicato (Antiq. med. aevi; t. V, p. 851-908) un Liber censuum, ove un tale atto non trovasi; e i nomi di Vaticano e Cardinale destano egualmente i sospetti d'un protestante e d'un filosofo.




204


V. la vita di Guiscardo nel II e III libro del Pugliese, nel I e II di Gioffredo Malaterra.




205


Il Giannone (vol. II della sua Istoria civile l. IX, X, XI, e l. XVII, p. 460-470) narra con imparzialità le conquiste di Roberto Guiscardo e di Ruggero I, l'esenzione di Benevento, e delle dodici province del regno. Questa ripartizione però accadde soltanto sotto il regno di Federico II.




206


Il Giannone (t. II, p. 119-127), il Muratori (Antiq. medii aevi, t. III, Dissert. 44, p. 935, 936), il Tiraboschi (Istor. della letteratura ital.) ne hanno offerto uno specchio storico de' medici della Scuola Salernitana. Quanto al giudicare la teorica e la pratica della lor medicina, è tal bisogna che ai nostri medici sol s'appartiene.




207


L'instancabile Enrico Brenckmann ha aggiunte sul finire della sua Historia Pandectarum (Trajecti ad Rhenum, 1722, in 4.), due dissertazioni, De Repubblica amalphitana e Da Amalphi a Pisanis direpta, fondate sulla testimonianza di cenquaranta scrittori; ma poi ha dimenticati i due importanti passi dell'ambasceria di Luitprando (A. D. 959), ove s'instituisce un parallelo fra il commercio e la navigazione di Amalfi e di Venezia.




208


		Urbs Latii non est hac delitiosior urbe,
		Frugibus, arboribus vinoque redundat; et unde
		Non tibi poma, nuces, non pulchra palatia desunt,
		Non species muliebris, abest probitasque virorum.

    Guglielmus Appulus, l. III, p. 267.



209


Il Muratori pretende che i versi di cui parlasi, sieno stati composti dopo l'anno 1066, epoca della morte di Odoardo il Confessore, rex Anglorum, al quale sono indiritti. Le opinioni intorno a ciò, o piuttosto gli sbagli del Pasquier (Recherches de la France, l. VII, c. 2), e del Ducange (Gloss. lat.) non indeboliscono in modo alcuno le prove del Muratori. Già nel settimo secolo, era conosciuta l'usanza de' versi rimati; usanza tolta alle lingue nortiche ed orientali (Muratori, Antiquit., t. III; Dissertat., n. 40, p. 686-708).




210


Esattissima ed assai poetica è la descrizione di Amalfi fatta da Guglielmo Pugliese (l. III, p. 267) co' seguenti versi, il terzo de' quali sembra alla bussola riferirsi:

		Nulla magis locuples argento, vestibus, auro,
		Partibus innumeris: hac pluribus urbe moratur
		Nauta MARIS COELIQUE VIAS APERIRE PERITUS.
		Huc et Alexandri diversa feruntur ab urbe
		Regis, et Antiochi. Gens haec freta plurima transit.
		His Arabes, Indi, Siculi nascuntur et Afri.
		Haec gens est totum prope nobilitata per orbem,
		Et mercando ferens, et amans marcata referre.




211


Il nostro Autore appoggia forse questo calcolo ai riferti de' viaggiatori eruditi che nel principio del secolo decimottavo visitarono Amalfi (Brenckm., De rep. Amalph. Diss. 1, c. 23); l'Autore però della Hist. des Rep. Ital., nel vol. I, p. 304, ne porta la popolazione a sei o ottomila abitanti. (N. dell'Ed.)




212


Latrocinio armigerorum suorum in multis sustentabatur, quod quidem ad ejus ignominiam non dicimus; sed, ipso ita praecipiente, adhuc viliora et reprehensibiliora dicturi sumus, ut pluribus patescat, quam laboriose et cum quanta angustia a profonda paupertate ad summum culmen divitiarum vel honoris attigerit. Così il Malaterra s'introduce a narrare il furto de' cavalli (lib. I, c. 25). Dal momento che questo autore fa menzione di Ruggero, suo mecenate (l. I, c. 19), Guiscardo, qual secondo personaggio, sol comparisce. Trovasi qualche cosa di somigliante nella condotta di Velleio Patercolo, Storico di Augusto e di Tiberio.




213


Duo sibi proficua reputans, animae scilicet et corpori, si terram idolis deditam ad cultum divinum revocaret (Gioffredo Malaterra, l. II, c. 1). I tre ultimi libri di questo Storico son dedicati a narrare la conquista della Sicilia; e lo stesso Malaterra ha composto il Sommario esatto de' suoi Capitoli (p. 544-546).




214


V. la parola milites nel Glossario latino del Ducange.




215


Fra le altre circostanze curiose, o bizzarre, il Malaterra ne racconta che gli Arabi aveano introdotto in Sicilia l'uso de' cammelli, (l. 1, c. 33), e de' colombi messaggeri (c. 42); che il morso della tarantola produce una malattia quae per anum inhoneste crepitando emergit; fenomeno assai ridicolo cui soggiacque tutto l'esercito de' Normanni, accampato sotto la mura di Palermo (c. 36). Aggiugnerò una etimologia che non è indegna dell'undicesimo secolo. Messana è derivato di Messis, luogo d'onde le biade venivano dalla Sicilia inviate in tributo a Roma (l. II, c. 1).




216


V. la capitolazione di Palermo nel Malaterra (lib. II, c. 45) e nel Giannone che parla sulla tolleranza generale conceduta ai Saracini (t. II, p. 72).




217


Giovanni Leone Affricano (De medicis et philosophis Arabibus, c. 14, presso Fabricio, Bibl. graec. t. XIII, p. 278, 279). Questo filosofo nomavasi Esseriff, Essascialli, e morì nell'Affrica (A. E. 516, A. D. 1112). Tal denominazione ha molta somiglianza coll'altra Seriff al Eldrisi. Così chiamavasi chi offerse il suo libro (Geogr. nubiens.; V. la Prefazione, p. 88, 90, 176) a Ruggero re di Sicilia (A. E. 548, A. D. 1153; D'Herbelot, Bibl. orient. p. 786; Prideaux, Life of Mahomet, pag. 188; Petis de la Croix, Hist. de Gengis-kan, p. 535, 536; Casiri, Bibl. arab. hispan. t. II, p. 9-13), onde temo sia accaduto in ordine a ciò qualche equivoco.




218


Il Malaterra parlando della fondazione de' Vescovadi (l. IV, c. 7) porta la Bolla in originale (l. IV, c. 29). Il Giannone, come istorico del paese, offre un'idea di questo privilegio e della monarchia di Sicilia (t. II, p. 95-102), e Saint-Marc (Abrégé, t. III, p. 217-301) discute una tale quistione con tutta l'abilità d'un giureconsulto siciliano.




219


Nelle descrizioni della prima spedizione di Roberto contra i Greci, i miei autori sono: Anna Comnena (I, II, IV, V. libri dell'Alexiade), Guglielmo Pugliese (lib. IV e V, p. 270-275), e Gioffredo Malaterra (l. III, c. 13, 14-24, 29-39); essi erano contemporanei, e possono riguardarsi come autentici i loro scritti, avvertendo però, che niun d'essi fu testimonio oculare delle battaglie.




220


Una di queste si sposò ad Ugo, figlio di Azzo, o Axo, marchese di Lombardia (Guglielmo Pugliese, l. III, p. 267), ricco, potente e nobile nell'undecimo secolo, e i cui maggiori il Muratori e il Leibnitz hanno scoperto appartenere al nono e decimo secolo. Le due famose Case di Brunswick e di Este derivano da due figli primogeniti del marchese Azzo. V. Muratori, Antichità Est.




221


Anna Comnena loda e sospira con un po' troppo di libertà questo bel giovinetto, che le venne promesso in isposo quando fu sciolto l'altro contratto di nozze colla figlia di Guiscardo. Nel lib. I, pag. 23, ella dice che questo principe era αγαλμα φυσεως… Θεου χειρων φιλοτιμημα… χρυσου γενους απορροη un gioiello dalla natura… una bell'opera delle mani di Dio… una emanazione dell'età d'oro, ec. (p. 27). Ella descrive altrove il bianco e il vermiglio della pelle, gli occhi di falco ec. l. III, p 71.




222


Anna Comnena (l. I, p. 28-29), Guglielmo Pugliese (l. IV, p. 271), Gioffredo Malaterra (l. III, c. 13, p. 579, 580). Più circospetto si mostra quest'ultimo; ma il Pugliese dice,



Mentitus se Michaelem

Venerat a Danais quidam seductor ad illum.


Si lasciò sorprendere da questa frode Gregorio VII; e il Baronio è quasi l'unico che la voglia sostenere qual verità (A. D. 1080, n. 44).




223


Ipse armatae militia non plusquam MCCC milites secum habuisse, ab eis qui eidem negotio interfuerunt attestatur (Malaterra, l. III, c. 24, p. 583), e sono i medesimi che il Pugliese al l. IV, p. 273 chiama equestris gens ducis, equites de gente ducis.




224


Εις τριακοντα χιλιαδας da trentamila, così si esprime Anna Comnena (Alexias, l. I, p. 37), e un tale calcolo concorda col numero e col carico de' navigli. Ivit in Dyrrachium cum XV militibus hominum, dice il Chronicon Breve Normannicum (Muratori, Scriptores, t. V, p. 278). Io mi sono adoperato a conciliare insieme queste diverse testimonianze.




225


L'Itinerario di Gerusalemme (p. 609, ediz. Wesseling) accenna un intervallo ragionevole e vero di mille stadj, o cento miglia, che stravagantemente hanno duplicato Strabone (l. VI, pag. 433) e Plinio (Hist. nat. III, 16).




226


Plinio (Hist. nat. III, 6, 16) assegna QUINQUAGINTA miglia a questo brevissimus cursus, e indica la vera distanza da Otranto alla Vallona o Aulon (d'Anville, Analyse de sa carte des côtes de la Grèce, etc. p. 3-6). Ermolao Barbaro che sostituisce il vocabolo centum (Hardouin, not. 66, in Plin. lib. III) avrebbe potuto essere corretto da quanti piloti veneziani erano usciti di quel golfo.




227


Infames scopulos Acroceraunia, Horat., Carmen 1 e 3. Vi è qualche poco di esagerazione nel praecipitem Africum decertantem aquilonibus et rabiem Noti, e nel monstra natantia dell'Adriatico; ma Orazio palpitante per la vita di Virgilio, è un esempio che ben comparisce nella storia della poesia e dell'amicizia.




228


Των δε εις τον πωγωνα αυτου εφυβρισαντων insultavanlo per la barba (che gli mancava) (Alexias, l. IV, p. 106). Ciò nondimeno i Normanni si radeano la barba; i Veneziani la lasciavano crescere: di qui avrà avuta origine la mancanza di barba attribuita, poco felicemente per dir vero, a Boemondo (Ducange, Not. ad Alex., p. 283).




229


Il Muratori (Annali d'Italia, t. IX, p. 136, 137), osserva che alcuni autori (Pietro Diacono, Chron. Casin. lib. III, cap. 49) fanno ascendere l'esercito de' Greci a censettantamila uomini, ma che si può levare il cento, lo stesso Malaterra indicandone soli settantamila; piccola svista! Il passo al quale fa allusione il Muratori trovasi nella Cronaca di Lupo Protospata (Script. ital. t. V, p. 45). Il Malaterra, (l. IV, 17) parla in termini, ampollosi, ma vaghi, di questa imperiale spedizione: Cum copiis innumerabilibus, e il Poeta Pugliese (l. IV, p. 272):



More locustarum montes et plana teguntur.





230


V. Guglielmo di Malmsbury, De Gestis Anglor., l. II, p. 92. Alexius fidem Anglorum suscipiens, praecipuis familiaritatibus his eos applicabat, amorem eorum filio transcribens. Orderico Vitale (Hist. eccles., l. IV, pag. 508, l. VII, p. 841) racconta la partenza di questi profughi dall'Inghilterra e il modo onde presero servigio in Grecia.




231


V. il Pugliese (l. I, p. 256). Ho già descritto nel capitolo LIV la storia e l'indole di questi Manichei.




232


V. il semplice ed ammirabile racconto di Cesare (Comment. de bell. civil. III, 41-75). Gli è da deplorarsi che Quinto Icilio (il Signor Guichard) non sia vissuto a bastanza per far le note a questa parte di essi come le ha fatte alle azioni campali dell'Affrica e della Spagna.




233


Παλλας αλλη και μη Σθηνη un'altra Pallade, ma non Minerva. Il presidente Cousin (Hist. de Constantinople, t. IV, p. 131, in 12) ha tradotto molto aggiustatamente «che combattea come una Pallade, benchè non dotta al pari di quella della Grecia». I Greci aveano composti gli attributi delle loro divinità di due caratteri poco fatti per accoppiarsi, quello di Neith, l'artigiana di Sais nell'Egitto, e quello di una vergine amazzone del lago Tritonio nella Libia (Banier, Mythologie, t. IV, p. 1-31, in 12).




234


Anna Comnena (lib. IV, p. 116) ammira con una specie di terrore le maschili virtù di una tal donna. Queste erano più famigliari alle Latine, e benchè il Pugliese (lib. IV, p. 273) faccia menzione della presenza e della ferita della moglie di Guiscardo, affievolisce l'idea della sua intrepidezza:

		Uxor in hoc bello Roberti forte sagitta
		Quadam laesa fuit: quo vulnere TERRITA nullam
		Dum sperabat opem, se poene SUBEGERAT hosti.

Il vocabolo subegerat non è felice che trattandosi di una donna prigioniera.




235


Απο της του Ρομπερτου προηγησαμενης μαχης, γινοσηων την προτων κατα των εναντιων ιππασιαν των Κελτων ανυποιστον dalla prima battaglia data da Romperto, conoscendo l'invincibile cavalleria de' Celti che primi combattevano nella fronte (Anna, l. V, p. 133) ed altrove και γαρ Κελτος ανηρ πας εποχουμενος μεν ανυπιστος την ορμην, και την θεαν εστιν poichè il Celta a cavallo è formidabile non che all'impeto, alla sola vista (pag. 140). La pedanteria adoperata dalla Principessa nella scelta delle denominazioni classiche ha incoraggiato il Ducange ad attribuire ai suoi compatrioti l'indole degli antichi Galli.




236


Lupo Protospata (t. III, p. 45) dice seimila; Guglielmo Pugliese più di cinquemila (l. IV, p. 275): nel che è lodevole e singolare la lor modestia; era sì facile ad essi con un tratto di penna l'uccidere venti o trentamila scismatici, od infedeli.




237


I Romani riguardando come nome di cattivo augurio il nome Epidamnus, gli sostituirono l'altro Dyrrachium (Plinio, III, 26), di cui il popolo avea fatto Duracium (V. il Malaterra), vocabolo che ha qualche somiglianza coll'altro, durezza.Durando era uno fra i nomi di Roberto, e veramente Roberto potea chiamarsi un Durando; giuoco scipitissimo di parole. (Alberic, Monach. in Chron., V. Muratori, Annali d'Italia, t. IX, p. 137).




238


βρουχους και ακριδας ειπεν αν τις αυτους πατερα και υιον il padre e il figlio erano appellati bruchi e locuste (Anna, lib. I, pag. 35). Mercè tali comparazioni, tanto diverse da quelle di Omero, costei s'immagina inspirar disprezzo ed orrore contra il cattivo animaluzzo che appellasi conquistatore. Fortunatamente il comun raziocinio, ossia la comune irragionevolezza, ai lodevoli disegni della greca Principessa fan guerra.




239




Prodiit hac auctor Trojanae cladis Achilles.


Virgilio nel libro secondo dell'Eneide (Larissaeus Achilles) aggiugne forza alla supposizione del Pugliese (l. I, p. 275), supposizione non giustificata dalle geografiche descrizioni che si trovano in Omero.




240


L'ignoranza ha tradotto των πεδιλων προαλματα, (punte de' talari) Speroni; e questi impacciavano i cavalieri che combattevano a piedi (Anna Comnena, Alexias, lib. V, p. 140). Il Ducange ha dedotto il vero significato di queste parole da una usanza ridicola, ed incomoda, durata dall'undicesimo secolo fino al decimoquinto. I ridetti speroni, configurati a guisa di scorpione, aveano talvolta due piedi e una catenella d'argento che gli attaccava al ginocchio.




241


Tutta questa lettera merita di essere letta (Alexias, l. III, p. 93, 94, 95). Il Ducange non ha intese le seguenti parole αστροπελεκυν δεδεμενον μετα χρυμαφις. Ho procurato di dar loro una interpretazione possibilmente plausibile: χρυμαφιου significa corona d'oro. Simone Porzio (in Lexico graeco-barbar.) dice che ασροπελεκυς equivale a κεραυνος, πρηστηρ, lampo.




242


Intorno a questi principali fatti rimetto i leggitori agli storici Sigonio, Baronio, Muratori, Mosheim, Saint-Marc etc.




243


Le vite di Gregorio VII sono o leggende, o invettive (Saint-Marc, Abrégé; t. III. p. 233; ec.), e i moderni leggitori non crederanno più ai suoi miracoli che ai suoi sortilegi. Nel Leclerc (Vie de Hildebrand, Bibliothèque ancienne et moderne, t. VIII) si trovano diverse nozioni instruttive a tale proposito, e molte dilettevoli nel Bayle (Dictionaire critique, Grégoire VII). Questo pontefice fu, non v'ha dubbio, un uomo sommo, un secondo Atanasio, in un secolo più fortunato per la Chiesa. Mi sarà egli lecito aggiugnere che il ritratto di Atanasio da me offerto nel Capitolo XXI è uno de' tratti della mia storia de' quali mi trovo meno scontento?




244


Ciò che qui dice l'autore di Gregorio VII forse è esagerato; vegga il lettore ciò che abbiamo scritto di questo Papa famoso in una Nota al vol. IX. (Nota di N. N.)




245


Anna, col rancore proprio ad una scismatica greca, chiama Gregorio καταπτυσος ουτς Παπας (lib. I, pag. 32), un Papa e un prete degno che gli sia sputato addosso; lo accusa di aver fatto frustare gli ambasciatori di Enrico, di aver fatto ad essi rader la barba; forse d'averli privati degli organi della virilità (p. 31-33); ma questo crudele oltraggio è poco verisimile, nè ben provato. V. la sensata prefazione del Cousin.




246


		… Sic uno tempore victi
		Sunt terrae Domini duo: rex Alemannicus iste,
		Imperii rector romani maximus ille.
		Alter ad arma ruens armis superatur: et alter
		Nominis auditi sola formidine cessit.

È cosa non poco singolare che questo poeta latino parli dell'Imperatore greco come se governasse l'Impero romano (t. IV, p. 274).




247


La narrazione del Malaterra (l. III, c. 37; pag. 587, 588) è autentica, minuta, imparziale. Dux ignem exclamans urbi incensa, etc. Il Pugliese attenua la disgrazia: inde quibusdam aedibus exustis, disgrazia che alcune Cronache parziali si studiano esagerare (Muratori, Annali, t. IX, pag. 147).




248


Il Gesuita Donato (De Roma veteri et nova, l. IV, c. 8, p. 489) dopo avere parlato di una tale devastazione, aggiugne con grazia: Duraret hodieque in Caelio monte interque ipsum et Capitolium miserabilis facies prostratae urbis, nisi in hortorum vinetorumque amenitatem Roma resurrexisset, ut perpetua viriditate contegeret vulnera et ruinas suas.




249


Il titolo di Re promesso, o conferito a Roberto dal sommo Pontefice (Anna l. I, p. 32) è a bastanza provato dal Poeta Pugliese (l. IV, p. 270):



Romani regni sibi promisisse coronam

Papa ferebatur.


e non intendo il perchè questo nuovo tratto di giurisdizione apostolica spiaceva al Gretser e ad alcuni altri difensori del Papa.




250


V. Omero Iliade B. (quanto detesto questo metodo pedantesco di citare i libri dell'Iliade colle lettere dell'alfabeto greco!) 87 ec. Le api di Omero offrono l'immagine di una turba disordinata; perchè la loro disciplina, e i lavori repubblicani sembrano idee di un secolo posteriore (V. Eneide, lib. I).




251


Guglielmo Pugliesi (l. V, p. 276). L'ammirabile porto di Brindisi ne formava due; il porto esterno offeriva un golfo coperto da un'isola, il quale per gradi si restringeva, e comunicava, mediante un canale, nel porto interno che da due bande comprendea la città. Cesare e la natura, sonosi adoperati a rovinarlo: e a petto di siffatte potenze che valgono i deboli sforzi del governo Napolitano? (Swinburne's Travels in the two Sicilies, vol. I, p. 384-390).




655


Abbiamo ora una traduzione degli Annali di Nestore eseguita dall'erudito Schloetzer che vi ha aggiunte note, preziose massimamente per coloro che di conoscere le antichità russa hanno vaghezza. (Nota dell'Editore)


