La vita italiana nel Trecento
 Various




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La vita italiana nel Trecento / Conferenze tenute a Firenze nel 1891





LE LETTURE FIORENTINE SU LA VITA ITALIANA NEL TRECENTO





I


Arduo assunto il mio! Dovrei descrivervi la sala, il pubblico, l'ora del tempo e l'infida stagione, gareggiare con l'artista, squisitamente elegante, che in pochi tocchi sa cogliervi la fisonomia del “dicitore„ o, come oggi lo chiamano, del conferenziere; dovrei riepilogarvi in brevi parole più d'un lungo discorso. E, ahimè, la penna non si addice a simili miracoli; è sempre quell'arnese, di cui scriveva il Giusti alla nipote, la povera signora Guglielmina, che “quanto più si sa tenerla in mano e più scotta„.

La sala è ad ogni descrizione ribelle: gli splendidi arazzi delle pareti, dove con vivi colori sono intessute antichissime storie, i fregi dei lacunari di legno intagliato, la cristallina iridescenza delle lumiere veneziane, le linee armonicamente severe d'un camino scolpito da settignanesi scalpelli, e il formicolio delle teste aspettanti con impazienza curiosa l'ora del raccoglimento e dell'attenzione, e l'incrociarsi degli sguardi balenanti da pupille di ogni colore, e la varietà degli abbigliamenti e delle acconciature, e il pissi-pissi confuso di frasi e parole d'ogni idioma e di ogni pronunzia… son tutte cose che non si mettono in carta e non si stampano, nemmeno co' lenocini della cromo-tipografia. E il pubblico? l'ho già detto altre volte: non si ritrae. Occorrerebbe un catalogo di nomi, garbatamente aggettivato sul gusto di quello che leggesi in certo capitolo del Piacere di Gabriele d'Annunzio; e ad ogni nome dovrebb'essere sovrapposta una piccola corona od altro segno blasonico, ornandone le iniziali con il profilo d'una testa muliebre. Poi, a compiere il quadro, bisognerebbe illuminarlo con la luce discreta che piove da' finestroni d'un antico palazzo, nell'ora in cui il sole, indorando le case di faccia, richiama i pensieri a' bei tramonti primaverili, quand'esso frastagliasi tra le chiome dei lecci e delle querce delle Cascine.

Meglio presentarvi, uno alla volta, i lettori che hanno salito trepidando i due scalini della cattedra del palazzo Ginori, salutati sempre da un applauso cortese che, nel suo muto linguaggio, avrebbe voluto dir tante cose.

Badate, avvertivano quei battiti di manine impazienti, badate di non passar quel termine, oltre il quale anche una conversazione criminosa languisce! Badate; il pane della scienza deve avere, mercè vostra, il lievito delicato di quello che ha l'onore e la fortuna d'essere morso da' nostri dentini! Via le orribili citazioni latine che l'orecchio non sente! ci bastan quelle del nostro paroissien, che leggiamo magari a rovescio, o l'altre del nostro blasone. Le date non son per noi, che vogliamo scordar quelle della nostra cronologia! Della storia, come della vita, non c'importano i fatti, ma le persone, e queste vogliamo vederle, conoscerle come se ci fossero presentate da un amico intelligente e discreto. Della letteratura dovete parlarci come se ci raccontaste un romanzo o una commedia; scegliete pochi libri, pochi autori, e svelateci il segreto loro spiegandoci perchè ci commuove un sonetto angelicato di Dante e sorridiamo a una novella del Certaldese. Se così farete, vi promettiamo, fra un'ora e non più, di cavarci il guanto sinistro per dare un po' d'aria ai brillanti e alle turchesi e per applaudirvi quasi foste la Duse o Sarah Bernhardt, accompagnando l'applauso d'un piccolo e rauco grido come quando il Tamagno si confessa disonorato in cospetto del pubblico… e noi, al solito, ci abbiamo tanto piacere!

E il lettore o l'oratore a cotesto applauso fa un bell'inchino, e s'accomoda sul seggiolone dorato che deve allora sembrargli imbottito di nòccioli…




II


Confesso che non ho mai salito senza paura una cattedra e che appunto per questo, ho sempre proseguito con la mia ammirazione quanti hanno codesto eroico coraggio. Meglio parlare alle turbe in un comizio di disoccupati, giacchè, predicando l'anarchia, si deve cominciare da quella della grammatica. Meglio ascendere su d'un pulpito e recitare omelie e panegirici: ci son tanti squarci d'eloquenza da tradurre e da mandare a memoria! Meglio ancora salire in una bigoncia accademica avendo intorno e dinanzi un uditorio, cui le viete eleganze ipnotizzano e, mansuefatto, addormentano. Secondo me, non ha tutti i torti un mio amico, professore e accademico illustre, che fin qui non ha voluto piegarsi a parlare ad un pubblico femminile, ma deve fare onorevole ammenda se ha lontanamente pensato alle elette uditrici del palazzo Ginori, che alla dirittura del giudizio uniscono ogni più sottile squisitezza di gusto e di sentire.

Ascoltarono con profonda attenzione le letture del Bonfadini sulle Fazioni, del Bertolini su Roma e il Papato, e di Augusto Franchetti sulle Signorie e le compagnie di ventura; non batterono palpebra udendo la splendida e perspicua esposizione che Pio Rajna fece della Genesi della Divina Commedia; ammiraron plaudenti le pagine magistrali che Isidoro Del Lungo lesse intorno a Dante nel suo poema; manifestarono tutto il loro entusiasmo, quando Enrico Nencioni fece vibrare ne' loro animi gentili le corde più delicate del sentimento, parlando della Letteratura mistica nei secoli XIII e XIV.

Romualdo Bonfadini è certamente uno dei più valorosi artisti della parola, e le conferenze fiorentine non potevano esser meglio inaugurate. Il facondo conferenziere fu salutato al suo apparire da un fremito di simpatia, che alla fine d'una dotta e magistrale improvvisazione si mutò in un applauso di ammirazione e di ringraziamento. Sarebbe superfluo altresì riepilogare la lettura dell'illustre Francesco Bertolini, il cui nome è promessa mantenuta di profondità di pensiero e d'eleganza di forma. Questi i due primi conferenzieri, nei quali ognuno riconosce che le qualità preclarissime dell'ingegno sono pari alla fama; poichè i dicitori che la Società Fiorentina raccoglie intorno a sè debbono tutti esser già noti e pregiati dal pubblico, non trattandosi di creare riputazioni campanilesche, ma d'invitare quanti hanno nome di oratori valenti, quanti hanno autorità riconosciute per trattare questo o quel dato argomento. Ma non ci dilungheremo in elogi che potrebbero sembrare superflui. Meglio presentare ai lettori il profilo dei conferenzieri, còlto dal vero da un valente artista quand'eran sulla cattedra; che tentare di parlare dei loro meriti.

Augusto Franchetti, la cui testa va prendendo il colore dell'avorio antico, mentre la barba già nera comincia a inzuccherarsi, è un uomo di elettissimi studi e d'acutissimo ingegno. È avvocato, professore, o meglio libero docente di storia moderna all'Istituto di Studi superiori, insegnante a quello di Scienze sociali intitolato al nome di Cesare Alfieri, accademico della Crusca, segretario della Società dantesca italiana, consigliere del Comune e socio di non so quante altre accademie e sodalizi, alle cui adunanze giunge sempre… desideratissimo. Fra un processo verbale e un'interpellanza, tra una lezione e una relazione accademica, traduce l'Aristofane, scrive una rivista bibliografica o una rassegna drammatica per la Nuova Antologia, minuta una lettera per alcuna delle sue Società, arrotola la quarantesima sigaretta della giornata e, alle volte, si lascia andare ad un di quei brevi riposi che pur son necessari ad una esistenza così afflitta dalle pubbliche cure.

Amico zelantissimo, in tutta questa farraggine di faccende trova ancor tempo di ricordarsi dei molti che gli vogliono bene e di far la sua quotidiana passeggiata pedestre al Viale dei Colli, a tu per tu con qualche libro di scienza. La sua lettura sulle Signorie e compagnie di ventura, che dovè preparare in brevissimo tempo, diè prova dell'erudizione ond'è soppannato, e fu notevolissima per la nova maniera d'illustrare i fatti della storia con documenti della letteratura a quelli contemporanea; onde i versi di Dante, del Petrarca, del Saviozzo senese e d'Antonio Pucci davan luce e vita al racconto, mentre passi e luoghi tolti ai prosatori del tempo a quello aggiungevano forza ed evidenza.

Pio Rajna che successe al Franchetti, e il 21 di marzo risalì quella cattedra da cui l'anno decorso raccolse così largo tributo di applausi, è nome meritamente caro ed illustre in Italia e fuori. In lui la profonda dottrina è come irradiata dalla perspicuità della mente, e la sincerità scientifica, ond'è osservante fino allo scrupolo, aggiunge alle sue parole il fascino e lo splendore del vero. La lettura ch'ei fece sulla Genesi della Divina Commedia, ricercando nell'animo di Dante e negli elementi esteriori, quanto potè ispirare l'altissimo concetto, fu tra le più belle e originali di questa serie, e piacque all'eletto uditorio per la novità della ricerca e per la lucidità della forma.

Dante ha avuto un altro insigne illustratore in Isidoro Del Lungo, di cui tutti conoscono e pregiano le benemerenze verso la nostra antica letteratura. Il Del Lungo pare anch'oggi, a chi lo guardi, un uomo antico travestito co' panni moderni. Certo, gli starebbe meglio addosso il lucco scarlatto, e in capo il cappuccio o il mazzocchio de' nostri bisavoli; perchè egli è un uomo tutto di un pezzo, che deve trovarsi quasi a disagio in mezzo a questa modernità pettegola e piccina. In ogni sua cosa mette una parte di sè, e la migliore: fu maestro, professore di belle lettere in più di un Liceo del regno, e tutti i discepoli suoi ricordano con affetto riverente l'amore ch'egli metteva nel farli partecipi della sua ammirazione per le più elette pagine dei nostri classici. Passato all'Accademia, a quella buona e vecchia Accademia della Crusca, – quella povera vecchia come la chiamava il Mamiani – sfogò la sua idealità nelle fitte colonne del Vocabolario, e consacrò gli anni migliori nello studio de' tempi di Dante e di Dino Compagni. Lavorò con la coscienza d'un galantuomo e con la sincerità d'uno scienziato moderno, tutto in sè raccolto, sordo alle punzecchiature, ai sarcasmi, alle invettive. E dopo molti anni di ostinata pazienza, ebbe l'intima soddisfazione di veder ricredere molti scettici e di comporre al suo Dino un piedistallo glorioso di documenti inoppugnabili. L'onestà letteraria, che accompagna in lui quella di cittadino, di maestro e di scrittore, ebbe il meritato tributo di plausi e di ammirazioni sincere. Ormai nessuno dubita più della autenticità della Cronica di Dino Compagni; ormai nessuno oserebbe affermare ch'egli, il critico illustre, non sia quasi un testimone vivente di quei tempi immortali. Dante ha trovato in lui un interprete fedele ed eloquente. Ond'io vi lascio immaginare quale profonda impressione facesse nell'animo degli uditori la sua lettura veramente ispirata. Disse cose e non parole, e le cose peregrine che gli usciron dal labbro rivestì d'una forma impeccabile, leggendo con un magistero di dizione che tutti gl'invidiano, con quel calore che può dare soltanto il convincimento del vero.

Non fo il cronista di queste letture, che stampate correranno, come le precedenti, per le mani di tutti. Mi piace ricordare, dar libero sfogo a quel po' d'entusiasmo sincero che tutti abbiamo nei fondacci della coscienza. Lasciate dunque che senza tema di sembrare parziale vi dica della conferenza d'Enrico Nencioni sulla Letteratura mistica nel secoli XIII e XIV, compendiando il mio giudizio in brevi parole. Il Nencioni, esperto dell'arte difficilissima di commuovere un uditorio femminile, ebbe un grande e meritato trionfo. Egli conosce tutti i punti, tutte le delicatezze del sentimento, e fu pari all'aspettativa che di lui si aveva grandissima; anzi, ardisco dirlo, la superò. Enrico Nencioni è poeta anche in prosa: ogni frase, ogni periodo che lesse giungeva diritto alla meta e sapeva commuovere. Lesse con quella sua voce velata che sfugge gli effetti volgari e sottolinea ogni parola, e d'ogni parola ogni sillaba. Raffrontò l'antico all'odierno, ebbe lampi di humour felicissimi, fu convincente, patetico, ironico, sublime. Parrà ch'io abbia usurpato il mestiere ad un giornalista teatrale che voglia patrocinare una vecchia abbonata, una egeria della propria agenzia. Invece io esprimo in disadorne parole quanto provarono gli ascoltatori devoti di quella lettura, che salutarono l'oratore con un applauso caldo, pieno di commozione sincera. Enrico Nencioni sentì profondamente il soggetto che prese a trattare. E questo è ancor sempre il vecchio segreto per commuovere; è l'oraziano si vis me flere dolendum est primum ipsi tibi.

E, per una volta tanto, mi si passi la citazione latina.




III


Ormai delle letture del palazzo Ginori anche l'ultima eco è svanita; parliamone dunque un'ultima volta con animo più riposato, per rievocare il ricordo di tante ore deliziose trascorse in quella serenità di spirito che era conceduta dalla stagione clemente, dalla geniale compagnia e dall'abito ormai acquistato di convenire a così eletti ritrovi. Perchè, gioverà rammentarlo, queste letture su La Vita Italiana nei secoli XIII e XIV, come le altre su Gli Albori, ebbero il plauso d'un uditorio sceltissimo, la cui assiduità non ha bisogno d'esser messa alla prova; d'un uditorio capace d'intendere le più riposte finezze d'una critica sottilmente ideale, come di non batter palpebra allo scrosciar de' robusti periodi d'un dicitore classicamente erudito.

Non ho mai conosciuto più severo areopago nè più sodi cervelli di questi che si nascondono all'ombra de' cappellini civettuoli e delle meglio composte acconciature. Il giudicio femminile, a torto così bistrattato, è quasi sempre d'una sagacità senza pari. Quello degli uomini, il più delle volte si lascia fuorviare da ragioni di convenienza, di scuola, di partito, di politica. Quest'altro invece mira dritto alla meta senza riguardi, senza preconcetti, senza ipocrisie; anzi talvolta spinge la franchezza sino alla più cruda brutalità. E, sopra tutto, aborre dalla presunzione: quando non capisce, sbadiglia; quando sbadiglia e contorcesi sulla seggiola, s'annoia; e quando si annoia, condanna senza remissione, senz'attenuanti. Ha pure un senso straordinario della misura, della convenienza, della decenza oraziana: è quell'istesso intuito d'arte che la donna sa mettere nella scelta dei colori, nel taglio d'un vestito, nell'adornamento della persona.

Conoscitrici consumate, autrici e critiche ad un tempo di quel piccolo poema di grazia e di civetteria che è l'opera delle loro mani e di quelle di… Dio, sanno il segreto di ogni opera d'arte e non perdonano ad un disserente noioso, ad un accademico pedante, ad un dotto senza facondia, ad un conferenziere senza carità cristiana. Esse, che d'amore s'intendono, vogliono sentirne l'afflato in ogni opera d'arte. Non c'è creazione senza connubio, nè connubio senza simpatia, senza calore d'affetto. Perciò se restan fredde ascoltando un lavoro, pronunziano contro il colpevole una sentenza mortale. Il gentile areopago potrà forse reprimersi; e allora, per eccesso di modestia, giudicherà il lavoro dottissimo, ed erudito l'autore; e con questo eufemismo gli negherà per sempre il battesimo d'artista o di poeta.

Ma i nostri lettori di quest'anno (1891), come quelli dell'altra serie, e delle serie future, possono presentarsi al pubblico più difficile e schifiltoso senza paure. Enrico Panzacchi, Ernesto Masi, Isidoro Del Lungo, Enrico Nencioni, per tacere degli altri valenti, conoscono a prova il segreto di dir cose belle e peregrine tenendo attento e divertito un eletto uditorio. Nè gli altri che seguirono furon da meno dei precedenti. Ernesto Masi seppe improvvisare in pochissimi giorni un quadro compiuto dei tempi illustrati da Dante. Del Barbarossa, d'Enrico VI, d'Innocenzo III, di Federigo II, di Manfredi, di Carlo d'Angiò, di Corradino, di Bonifazio VIII, di Carlo II e di Roberto, della Regina Giovanna trattò, nella sua lettura sugli Svevi e Angioini, con quella grande competenza ch'è frutto di studi coscienziosi e con felicità di parola, ritraendo in brevi ed efficacissimi tocchi la fisonomia storica dei varii personaggi e digredendo in considerazioni alte e razionali. Il Masi dimostrò ancora una volta ch'egli sarebbe un eccellente professore di storia moderna, di cui potrebbe onorarsi qualunque Ateneo, ora segnatamente che le cattedre universitarie sono occupate dai microscopisti della scienza, con grave danno di quella coltura generale che i giovani non possono attingere fuori della scuola.

Arturo Graf aveva scelto quest'anno un argomento attraentissimo Il tramonto delle leggende, e ne parlò con abbondanza di sicure notizie, con magistrale conoscenza del tema. Egli ha una fiera passione: quella di non lasciare inesplorata nessuna parte del soggetto preso a trattare; e perciò i suoi lavori acquistano maggior pregio ad un'attenta e ponderata lettura. Lo studio sulle Origini del Papato e del Comune di Roma, ch'ei lesse l'anno scorso, è stato per unanime giudizio riconosciuto un de' migliori scritti del volume su Gli Albori edito dai Treves.

Al Graf succedette il senatore Marco Tabarrini, cui non dispiacque di fare onore alle Letture di casa Ginori con una sua conferenza su Le Consorterie nella storia fiorentina. Il Tabarrini, richiamato da un gentile invito a' suoi antichi studi prediletti, lasciò per un poco le gravi cure della politica; e con affetto giovanile si pose a dar forma di piacevole ed elegante discorso a' materiali laboriosamente raccolti trent'anni fa sopra un argomento poco noto di storia patria. E vi riuscì così bene, da far dimenticare, con l'aurea semplicità dello stile, con la squisita eleganza dell'elocuzione e con la grazia toscana della lingua, la difficoltà dell'assunto. Perchè, chi nol sappia, egli è un sapiente maestro anche nell'arte del dire, ma un di quelli del buon tempo antico, i quali sdegnano i lenocini della rettorica, non di altro curanti che di dar veste ben conveniente agli studiati pensieri. E' vi parlano con quella bonomia socratica, per la quale le astruserie della scienza paiono a chiunque accessibili e piane; e tutto il loro segreto consiste nel dar ordine lucidissimo a quel che hanno chiaro e luminoso nel loro intelletto. Il miglior artificio per fare una buona conferenza è quello d'averla fatta prima a noi stessi, d'aver bene in mente ciò che si vuol dagli altri compreso; e però riescon meglio le conferenze addirittura improvvisate, quelle fatte a braccia, quando la frase sia obbediente al pensiero e questo segua il cammino prestabilito, senza fermarsi sbadatamente per via.

E tale fu appunto quella che Diego Martelli fece su Gli artisti Pisani, parlando di storia dell'arte con la sicurezza che nasce da una lunga pratica e amorosa col proprio soggetto. Diego Martelli non fa nè l'artista nè il letterato di professione; ma è, per felice intuito, per le doti naturali dell'ingegno e per svariata coltura, un dicitore piacentissimo, che riesce a nascondere lo studio e l'erudizione sotto le apparenze d'un'arguta bonarietà. Parlò del bizantinismo con novità e originalità di concetti, descrisse le meraviglie create dagli artisti pisani con la evidenza e la semplicità onde un viaggiatore di buon gusto vi pone sott'occhio quanto di meglio ha veduto in lontani paesi. La sua conferenza fu come la relazione d'un viaggio nel passato dell'arte, compiuto da un nostro contemporaneo, che sappia raffrontare l'antico con il moderno, e d'arte giudicare con intelletto d'artista. Non smancerie, non frasi imparate a mente, non effetti retorici; ma quella signorile bonomia con la quale i nostri antichi ragionavano de' miracoli dell'arte nelle botteghe de' pittori o degli scultori. Il Martelli, compagno di studi a quanti dal 1859 in poi han trattato la stecca o il pennello, ammiratore ed amico dell'Abbati, del Sernesi e degli altri valorosi rinnovatori della pittura in Toscana, è un finissimo ingegno d'artista che si nasconde nella giacca d'un possidente di campagna. Egli odia la ipocrisia, sotto tutte le forme, e per questo vive un po' solitario e fa parte da sè stesso. Tanto meglio, se nella quiete d'una biblioteca sa preparare al pubblico che gli vuol bene, un'ora di dilettazione estetica, come quella indimenticabile che ci donò il 16 aprile nella sala Ginori!

Tre giorni appresso risaliva quella cattedra un altro bell'ingegno, il Molmenti. Un artista che vuol essere aristocratico succedeva al più democratico di tutti i conferenzieri; alla naturalezza del fiorentino all'antica, seguiva la raffinata eleganza d'un cortesan veneziano. L'onorevole Molmenti non se l'abbia a male: il paragone non ha nulla d'odioso per lui; tanto è vero che posson farlo i lettori, raffrontando i ritratti dei due dicitori dovuti alla elegante matita del Corcos.

Il tema assegnatogli era Venezia nel secolo XIV, e l'autore della Dogaressa ne trattò con caldezza d'affetto, con vera ispirazione. Dimostrò come l'arte in questi anni di vigorosa vita civile facesse naturalmente difetto; poichè l'arte meglio fiorisce nelle età più riposate, negli splendori della decadenza. Nei primordi della repubblica l'arte si rivelò, è vero, in Venezia con opere magnifiche; ma non fu nè nazionale nè individuale, fu invece arte bizantina e prodotto sociale. Venezia comparisce degnamente nel campo dell'arte sul principio del secolo XV, mentre appunto incomincia il suo scadimento civile. – Questa la tesi maestrevolmente svolta con abbondanza di notizie e di particolari, con osservazioni originali e sapienti, con una forma scintillante, armoniosa, carezzevole, a cui aggiungeva nuovo incanto la voce dell'oratore e la blandizia della pronunzia. Pompeo Molmenti – non più Pompeo Gherardo – è un felice temperamento d'artista, che conserva tutta la giovanile baldanza, nonostante qualche capello bianco di più, nonostante le cure della politica. Egli è un dei beniamini del pubblico nostro, che con applausi cordiali lo rimerita dello zelo da lui posto nello studiare e preparare i materiali di queste genialissime conversazioni.

Camillo Boito fu l'ultimo della eletta schiera, e parlò dei Giudizi artistici nel secolo XIV con quella finezza di gusto onde è da tutti pregiato. Singolare soggetto, degno dell'attenzione d'un critico sapiente e originale, ch'egli trattò con ricchezza di particolari, con felicità di raffronti, ritessendo per sommi capi la storia di due monumenti, del Duomo di Milano e di Santa Maria del Fiore, mostrandoceli nel loro divenire e per tal modo insegnandoci come in materia d'arte pensassero i nostri padri.




IV


Questa l'ultima lettura del '91; poichè una ostinata indisposizione impedì al prof. Adolfo Bartoli di darci quelle sul Petrarca e sul Boccaccio che dovevano chiudere la serie trecentistica, prenunziando le altre sul Rinascimento riserbate alla primavera del '92.

E il 9 marzo, con il sorriso della lieta stagione che leniva le crudezze ingiuriose onde l'inverno volle farsi colpevole, nelle tepide giornate scintillanti di sole, si tornò anche quest'anno agli usati convegni della Sala Ginori, ad ascoltare la parola ornata di valenti dicitori che fecero di quell'età gloriosa uno splendido quadro.

Le letture del '92, che riuscirono attraentissime ed ebbero un vero crescendo di applausi e di entusiasmo, furono la consecrazione della bella ed utile impresa che è decoro alla nostra Firenze. La serie sulla Vita Italiana nel Rinascimento si aperse con le due letture di Adolfo Bartoli, alle quali furono assegnati i giorni 9 e 12 di marzo. Del Petrarca, l'illustre storico della letteratura italiana, fece un compiuto ritratto, mostrando in lui specialmente l'uomo della rinascenza, l'uomo moderno. Studiò il Boccaccio nella vita e nelle opere minori, ricca miniera di notizie e particolari biografici, toccando del Decameron quanto era necessario a darne un'idea complessiva, come importava a quel pubblico delicato e discreto. – Non potevano i due argomenti esser trattati, in così breve giro di tempo, con più fine magistero; di che gli uditori furon gratissimi al vero Bartoli, di cui è qui il ritratto, plaudendo al falso Bartoli che prestò la voce al maestro indisposto.

E il falso Bartoli indovinate chi era?



    Guido Biagi.




LE FAZIONI ITALIANE

DI

ROMUALDO BONFADINI


Nelle commedie antiche – e non meno buone per ciò – il primo personaggio che parlava agli spettatori era ordinariamente Frontino che introduceva il gentiluomo, o Fiammetta che annunciava la gentildonna.

Non altrimenti intendo oggi il còmpito, a cui la sorte m'ha destinato, di inaugurare quelle conversazioni storiche e letterarie, di cui vedo che dodici mesi, trascorsi in altri ambienti, non vi hanno fatto perdere la memoria… o la speranza.

La buona conversazione – fu detto in qualche luogo da un brillante scrittore – è l'ultima virtù dei popoli che decadono. Speriamo sia anche la prima dei popoli che risorgono. Almeno è un augurio che mi sfugge dal labbro, vedendo dietro l'uscio ch'io sono incaricato di schiudere, quella serie d'illustri ingegni, alla cui parola il vostro desiderio si affretta. Certe sentenze feriscono per la loro eccentricità più ancora che per la logica loro.

Non era in decadimento l'ingegno fiorentino, quando gli Orti Oricellarj raccoglievano sotto i platani ombrosi le dotte conversazioni di cui rimane ancora memoria. Non era in decadenza lo spirito fiorentino, quando, fuori porta San Gallo, ai fieri assalti della pestilenza, una vivace compagine opponeva il fascino di un'arguta conversazione alla cui dottrina potranno forse giungere quelle del palazzo Ginori, se anche, per altre ragioni, non potranno emularne la giocondità.

E senza voler raccogliere altri esempi a confutazione della severa sentenza, basterà ricordare che non appartiene ad epoche di decadimento, ma risale proprio alle origini dell'umanità quella conversazione-tipo, a cui si sono modellate poi le più interessanti di tutti i popoli e di tutti i tempi – la conversazione del serpente con Eva.

Lasciate dunque che vengano a voi, come nello scorso anno, i conferenzieri. Sono gli stessi e son nuovi. Vi parleranno, come in passato, dell'Italia che voi amate e che è bene studiare. Soltanto, mentre per voi questo intervallo non è stato che di un anno, per essi sarà stato di un secolo. Dall'Italia dei vescovi e dei Comuni dovranno giungere all'Italia dei tiranni e delle compagnie di ventura. Dall'avventuriero normanno che fonda nella bassa Italia la dinastia d'Altavilla, dovranno balzare all'avventuriero francese che si annida nel regno con poco sforzo e vi sovrappone, meno eroica e più sanguinaria, la dinastia degli Anjou. La contessa Matilde, sicura nel suo dominio, fiera del suo fanatismo, amica e protettrice dei più grandi Pontefici, sparirà dalla scena, dove saliranno invece le turbe scamiciate dei Ciompi o i feroci armigeri di Gualtiero di Brienne. Invece delle rozze mura di Fiesole o di Milano vedrete innalzarsi o incominciarsi il Palazzo Ducale di Venezia, Santa Maria del Fiore, la Certosa di Pavia. Dalle figure stecchite e angolose dei mosaici bizantini un'arte nuova vi porterà fino a Gaddo Gaddi ed a Niccola Pisano. E mentre, già respinti nell'estremo settentrione d'Italia, i menestrelli si preparano a varcare le Alpi, riportando nelle corti di Borgogna o di Provenza il loro ritmo di lamento e d'amore, sorge nell'Italia centrale il racconto che ha nome Boccaccio; la lirica, che ha nome Petrarca; l'epopea, piena di fantasia e di dottrina, che ha nome Dante Allighieri.

Singolare trasformazione che si manifesta nei popoli italiani dalla fine del secolo duodecimo al principio del decimoquarto!

Istituzioni, costumi, linguaggio, genio letterario ed artistico, tutto è mutato. Altre passioni agitano la razza italica; altri interessi sono sorti; vi si provvede con tutt'altre forme.

Forse il solo secolo XVIII potrebbe pareggiarsi a quell'epoca per le sorprese dei fatti, per la rivoluzione delle cose. E un fiorentino che avesse potuto prender parte, nel 1260, alla battaglia di Monteaperti

		Che fece l'Arbia colorata in rosso

sarebbe stato altrettanto meravigliato, potendo vedere, ottant'anni dopo, Firenze prostrata sotto il tallone del Duca d'Atene, come sarebbe stato intontito un francese che avesse potuto assistere nel 1715 ai funerali di Luigi XIV, e vedere, meno di ottant'anni dopo, la regina di Francia condotta al patibolo fra gli urli omicidi delle trecche di mercato.

È che allora – come più tardi – non v'era equilibrio di contemporaneità nello svolgimento delle attitudini umane. Allora – come più tardi – il progresso nelle discipline d'indole morale era più lento e meno sicuro del progresso nelle discipline d'indole scientifica od economica.

Economicamente, il paese era ricco. I fattori della prosperità pubblica s'erano avvantaggiati di tutto quel moto emancipatore che nei secoli anteriori aveva innalzato le plebi e spezzate le resistenze del feudalismo.

Divenute libere le città, e vinti i castelli nelle campagne, il lavoro s'era fatto rimuneratore, la sicurezza maggiore nelle strade permetteva i commerci: la borghesia si costituiva.

Le fabbriche d'armi in Lombardia e le consorterie artigiane in Toscana accennavano ad industrie già fiorenti, che alimentavano esportazione di prodotti. Il commercio coi porti del Levante dava a Genova, a Venezia, ad Amalfi, a Pisa un movimento di persone e di scambi fecondo di attività prosperose. Il Banco di San Giorgio iniziava da Genova la prima forma del biglietto cambiario, potente aiutatore della ricchezza. Dai banchieri “lombardi„ traevano i re di Francia le somme necessarie alle loro imprese militari; i Bardi e i Peruzzi prestavano ai re d'Inghilterra dei milioni pur troppo non restituiti più.

Questa agiatezza dirigeva verso i lussi educatori dell'arte e della lettura lo spirito pubblico.

Dappertutto i grandi municipii consacravano il loro superfluo – allora ne avevano – all'erezione di quei palazzi e di quelle chiese, a cui gli artisti moderni attingono ancora i più squisiti criteri del bello architettonico.

La richiesta di artefici ne stimolava il genio; e si fondavano le scuole d'arte, dove i discepoli diventavano a loro volta maestri e diffondevano per le più umili borgate d'Italia il senso delle cose belle e dei disegni eleganti. Non siamo ancora giunti al genio enciclopedico che plasmerà i grandi artisti del cinquecento, Michelangelo, Leonardo, l'Alberti. Ma il nesso fra le arti è già il culto costante e appassionato delle maggiori personalità di quel tempo. Già l'Orgagna non rifiuta di sacrificare alle Muse, fra una pittura pel Campo Santo di Pisa ed una scoltura per le nicchie di Orsanmichele. E il Giotto s'illustra col suo campanile, non meno che coi trittici sacri e col ritratto di Dante.

Parallelo all'incremento della coltura artistica viene quello della coltura letteraria e scientifica. Ormai l'intelletto italiano ha riacquistato il dominio de' suoi confini e li allarga. Le Università degli studi, già fondate un secolo prima a Napoli ed a Bologna, cominciano ad attirare i valori giovanili, fino allora sviati dalle brutalità bellicose. Dai monasteri si traggono a furia codici e classici antichi, mentre un classicismo nuovo si fonda intorno al gran triumvirato letterario, che da Firenze riempie l'Italia della sua fama.

Questa rispecchia nella triplice sua espressione il complesso dei sentimenti che si disputano il pensiero popolare italiano.

Dante mutatosi da guelfo in ghibellino, e rimasto poi tale fino alla morte, è l'uomo di parte, l'uomo d'azione per eccellenza. La patria è la sua fede, ma vuole una patria tenace e implacabile, come l'ira sua. La chiede a tutti, ma piuttosto agli imperatori che ai papi. E per quelli ha così grande indulgenza, mossa dalla speranza, che fra i tanti peccatori contro la libertà dell'Italia, da lui dannati all'inferno, dimentica il maggiore del quale non era certo perduta la memoria a' suoi tempi, Federico Barbarossa.

Il Petrarca è più guelfo che ghibellino; ciò che non gl'impedisce di accettare dai ghibellini di Milano e di Pavia la più larga ospitalità. Il suo canto è d'amore, poichè ha la vita felice quanto infelice e turbata è quella dell'Allighieri. Anch'egli ama la patria, ma colla nota della pace, invece che della guerra. Anch'egli è uomo pubblico, ma la sua indole lo porta alla politica di conciliazione piuttosto che alle lotte di parte. È un ambasciatore piuttosto che un uomo di Stato. Benevolo per gli uomini, eclettico nei sistemi politici, vorrebbe Cola di Rienzo in Roma e non vorrebbe il papa in Avignone.

Giovanni Boccaccio non è nè guelfo nè ghibellino. Rappresenta quella borghesia nuova, che alla politica crede poco, che vorrebbe dar sicurezza ai commerci, alle relazioni sociali, e trarre da quelle il fondamento di uno Stato tranquillo. La sua filosofia è piuttosto materialista; non si lascia trascinare dagli amori e dagli odî; comprende la patria, ma gli pare eccessivo che una patria debba essere un ostacolo alla felicità della vita.

In altre parole, il genio di Dante è governato dalla passione, quello del Petrarca dall'idealità, quello del Boccaccio dal gaudio. Nessuna di queste tre forme rudimentali dello spirito umano basta da sola a delineare la fisonomia d'un popolo; tutte insieme la riassumono e la completano.

La geografia non isfugge a questi impulsi di rinnovamento. Mentre Marco Polo, tratto da audacie commerciali, affronta le incognite dell'estremo Oriente, per visitare e descrivere i regni fantastici del Catai, la bussola compie la sua rivoluzione nell'arte marinaresca e Amalfi le prepara i grandi viaggiatori del secolo successivo: Colombo, Vespucci, Sebastiano Cabotto.

Contemporaneamente ai fatti ed agli studi crescono di valore gli uomini che ne trasmettono ai posteri la memoria. Il volgare illustre si sostituisce al vecchio e disadorno latino, in cui erano scritte le croniche di Landolfo e di sire Raul. Ricordano Malespini e i fratelli Villani danno qualche sapore di storia, se non di critica, alle loro narrazioni. Più alto s'erge Dino Compagni, qualunque sia la polemica che s'è fatta intorno all'opera sua. La Cronica fiorentina è già il lavoro d'un uomo di governo a cui non manca l'ingegno letterario. Si sente che il Machiavelli non è lontano.

Sventuratamente a tutto questo moto intellettuale non viene compagno un identico progresso negli ordinamenti politici. Anzi pare che qui si cammini a ritroso.

Non è che manchi all'uomo politico del '300 lo stigma della virilità. Anzi, questa può dirsi ormai perfetta nella sua manifestazione. Farinata degli Uberti, Vettor Pisani, Azzone Visconti, Ruggero di Lauria, Bonifacio VIII, il Conte Verde sono personalità di fiero metallo, atte a dominare in ogni epoca le eventualità della storia. Nota il Machiavelli, colla solita sicurezza del suo criterio, che il numero dei grandi uomini dipende quasi sempre dalla vastità degli Stati. Le occasioni di mostrare nelle cose pubbliche senno e vigoria diminuiscono man mano che gli Stati s'aumentano, assorbendone altri. Un gran popolo, raccolto ad unità politica, ha bisogno d'un minor numero d'uomini che vi rappresentino le prime parti; sicchè le facoltà umane cessano d'acuirsi intorno alle faccende di Stato, e si dilagano verso altri intenti, forse più utili ma che a minor fama conducono.

Ora, proprio la condizione opposta era quella che prevaleva in Italia nei secoli 13.º e 14.º; dove la moltiplicità dei regimi e delle signorie esigeva gran consumo di uomini pubblici, gran ressa degli intelletti intorno agli argomenti sui quali ogni forza di governo si regge.

Ma se dai tipi individuali scendiamo a considerare i criteri delle maggioranze, le impressioni a cui ubbidivano, i sentimenti dai quali erano mosse nella vita pubblica, nessun orgoglio pur troppo possiamo trarre dalla rimembranza di quei nostri antenati.

Il buon seme italico, la tradizione del valore, il disinteresse patriottico erano raccolti da alcune menti privilegiate, sollecite dell'avvenire. Ma ad ideali di questa natura non si prestavano che assai fuggevolmente i complessi politici della nazione.

Allo sforzo vigoroso sopportato per tanti anni dai Comuni, vogliosi di emancipazione civile e sociale, era succeduto un periodo di stanchezza, che produceva tumulti ma non elaborava resistenze. Gli animi erano depressi ed avevano perduta la fede. Non eccitavano più ardori le Leghe fondate per combattere nemici comuni. Al proprio nemico ciascuno si opponeva o si assoggettava da sè. Nessuno spingeva lo sguardo a confini di patria, al di là delle mura del proprio nido. L'Italia aveva ancora scatti di sdegno o fenomeni d'entusiasmo; non aveva più disegni politici o coesione d'indipendenza.

E scatto di sdegno, non altro, fu quella rivolta dei Vespri Siciliani, ond'ebbe per tanti secoli quasi usurpato onore Giovanni da Procida e vantaggio immediato la stirpe dei re d'Aragona. Fenomeno d'entusiasmo, non altro, fu quella pace giurata, fra le lacrime, da trecento mila guerrieri sui campi di Paquara; dove frate Giovanni da Vicenza precorse di oltre cinque secoli il buon parroco Lamourette, nella illusione di spegnere con cinque minuti di commozione l'incendio suscitato dall'irrompere delle passioni umane.

Queste avevano origini e radici in troppi fatti o recenti o contemporanei, perchè non fossero aizzate in Italia ad ogni turbamento di leggi morali.

La lotta aspra e implacabile fra il Papato e l'Impero, – i rancori lasciati dalla distruzione dei castelli feudali a beneficio delle città murate, – la venuta in Italia di quel primo Carlo francese che la politica pontificia chiamava contro gli Svevi, come dugent'anni dopo un altro Carlo sarebbe stato chiamato contro gli Aragonesi, – finalmente gli effetti politici e sociali lasciati in tutta Europa dalle crociate, – erano tutte cause primordiali, atte ad inoculare nel sangue italiano il lievito esclusivo della violenza.

Quindi violenti i principi nell'usurpare gli Stati, violente le congiure per rovesciarli; violenti i predicatori di scismi e di eresia; violentissimi i pontefici, che ne reprimevano colla forza e coi supplizi l'apostolato; ad ogni insidia ricorrevano i vinti, nessuna pietà frenava le reazioni dei vincitori; in Palestina s'erano cominciate le stragi benedette da fanatismo religioso, – si continuavano in Italia, dove quel fanatismo trovava rinforzo in avidità di dominio; l'uccidere non bastava più, bisognava tormentare; e un tirannello veneto, che non sfuggì alla vendetta di Dante, Ezzelino da Romano, come aveva emulato Nerone nella varietà delle torture, lo avrebbe superato ben presto nel numero dei torturati.

Che esempi, che freni potevano trarre le masse italiane da una compagine politica adagiatasi in mezzo a tali sozzure? dove avrebbero trovato la virtù di reagire contro le loro passioni, mentre alle proprie si abbandonavano con tanta impudenza i personaggi posti a capo dei governi e destinati ad essere i saggi e i prudenti nella politica italiana?

Ecco dunque il fondamento dello spirito pubblico nei secoli di cui vi discorreranno i vostri conferenzieri.

Dopo il mille, quel fondamento era stato il bisogno della libertà; e la violenza non era apparsa che il mezzo necessario per distruggere il feudalismo.

Dopo il 1200, la libertà genera i commerci e le industrie; ma la violenza rimane come la forma inspiratrice d'ogni reazione e d'ogni abuso, di principi o di moltitudini.

Due correnti prevalgono e non possono fondersi. Una spinge verso la ricchezza, verso i commerci, verso le soddisfazioni dell'arte e del sodalizio letterario; l'altra spinge alla potenza che non è fine a sè stessa, ma istromento d'arbitrii e di tirannie. Nella prima s'inalvea la vita privata, la seconda trascina la vita pubblica. La quale, inquinata in ogni sua parte da terrori o da vendette, uscita da ogni traccia di legge, divenuta asilo d'ogni turpitudine di scherani o di avventurieri,

		mena gli spirti nella sua rapina

e converte due secoli di storia, pieni d'una letteratura così robusta e d'un'arte così squisita, in una specie di leggenda paurosa, che governa ancora, nei suoi apprezzamenti sull'Italia, il pregiudizio popolare europeo.


*

Ed eccovi chiara la genesi delle fazioni italiane. Queste non sorgono per fatti contemporanei, ma preesistono a quelli e costituiscono, per così dire, i quadri, entro i quali i fatti medesimi si versano e si distribuiscono.

Nel '300 in Italia si nasce faziosi, come si nasce gialli nella China o negri nel Tombuctù. La fazione si assorbe col latte materno, s'impara dal precettore. I giuochi dei fanciulli sono, come le passioni dei grandi, basati sul guerreggiar delle parti. Si può entrare e si può non entrare in un ciclo di attività politica; ma, quando vi si entra, nessuno pensa ai bisogni complessivi di un paese; l'interesse della fazione a cui si appartiene tien luogo di fede, di patriottismo, di virtù.

Vi ha detto acutamente lo scorso anno l'attuale ministro della pubblica istruzione[1 - Pasquale Villari.] che, distruggendo nelle campagne i ricoveri del feudalismo, le città trasportavano nell'interno delle mura quella guerra civile che credevano aver terminata al di fuori.

Infatti, quando posavano le guerre fra Svevi e Angioini, fra papi e imperatori, nascevano le guerre fra l'una e l'altra delle città italiane; fra Genova e Venezia, fra Pisa e Firenze, fra Modena e Bologna, fra Piacenza e Milano.

Quando fra le città s'era fatta la pace o una pace, il dissidio interno cittadino non tardava a scoppiare; dissidio tra nobili e plebei, tra governanti e governati, tra rioni occidentali e rioni orientali, tra antichi servi orgogliosi della vittoria e antichi feudali memori della sconfitta.

Se anche a siffatte querele veniva meno la materia o la lena, il bisogno di lottare sorgeva da cause minori. Si cominciava con una rivalità d'individui, si continuava coll'ostilità delle famiglie a cui questi individui appartenevano; ogni famiglia allargava le sue ire alle famiglie alleate; si finiva colla tradizionale divisione politica.

Così, e non altrimenti, nascevano le fazioni interne, che lacerarono per tanti anni le maggiori città, – i Buondelmonti e gli Uberti a Firenze, i Panciatichi e i Cancellieri a Pistoja, i Lambertazzi e i Geremei a Bologna, i Cappelletti e i Montecchi a Verona, i Beccaria ed i Langosco a Pavia, a Mantova i Bonacolsi e i Gonzaga. Su più vasto campo, e destinati a maggiori dominazioni, i Colonna e gli Orsini a Roma, i Fieschi e i Doria a Genova, i Visconti e i Torriani a Milano sono altrettante variazioni del fenomeno fondamentale.

Ricordare gli episodi da cui sorsero quelle inimicizie di carattere secolare, ci porterebbe assai lungi. Ogni cronista riporta quelli della propria città, e tali narrazioni si seguono, rassomigliandosi.

Un delitto v'è quasi sempre all'origine di queste contese; un delitto d'ambizione, più sovente un delitto d'amore.

Voi conoscete la storia delle vostre famiglie; quella giovane Donati, per cui s'accende Buondelmonte dei Buondelmonti, dimenticando il preso impegno di sposare una fanciulla degli Amedei, indi l'ira di questi, che si estende agli Uberti, antichissimi ottimati di Firenze; e il consiglio di famiglia per deliberare sulla vendetta da prendersi; e l'insidioso motto di Mosca dei Lamberti: cosa fatta, capo ha. Voi vedete di qua l'appostamento degli Uberti e degli Amedei sull'angolo settentrionale del Ponte vecchio; e il bel Buondelmonte che s'avanza d'oltr'Arno, vestito di bianco, caracollando sul bianco palafreno; e il sangue che macchia tutto quel bianco, il cadavere giovanile su cui s'accaniscono tutti quei ferri, e l'urlo di trionfo che inaugura per le vie di Firenze quarant'anni di stragi.

Dopo questa, ecco la leggenda veronese che commuove tutti i cuori sentimentali d'Europa e che risveglia, a secoli di distanza, il genio drammatico di Shakespeare e il genio musicale di Bellini.

Nè dissimile dal fatto di Giulietta e Romeo è quello che avvolge Imelda e Bonifacio nella vicina Bologna.

Imelda del Lambertazzi, giovinetta di gentili costumi, è amata alla follia da Bonifacio dei Geremei, giovanissimo egli pure ed alieno, come dice il Muzzi, dal sangue e dalla ferocia. Lungamente supplicata, riceve un giorno nelle sue camere l'innamorato. Sono spiati, denunciati e sorpresi. I fratelli d'Imelda, furenti dell'oltraggio recato alle loro casa ed alla loro sorella, si slanciano sul giovane Geremei e gli immergono nel petto uno di quei pugnali avvelenati, onde avevano tratto l'uso dai Saraceni i cavalieri crociati. Trascinatolo in un sottoscala, ivi lo abbandonano per correre ad adunar partigiani. Imelda, che al primo rumore era fuggita, ritorna, vede le traccie del sangue, le segue ed arriva al cadavere dell'amato. Alcuni ultimi sussulti di vita la muovano ad una speranza e ad un eroismo. Chinandosi sulla ferita, ne sugge, col sangue, il veleno; e le ancelle, ricercandola, trovano l'erede dei Lambertazzi, generosa suicida, sul corpo del Geremei.

La tragedia non era che incominciata. Poichè, essendosi agitato il partito di uscire in campo contro Modena e contro Forlì, si disputarono intanto i Lambertazzi e i Geremei per sapere di quale città si dovesse preparare l'assalto. E la discussione fu così viva che, per quaranta giorni, Bologna fu piena di morti e di feriti, accatastati sulle rovine delle case incendiate; e Modena e Forlì potettero stare tranquillamente a vedere quanti dei loro presunti nemici sarebbero usciti salvi dalle reciproche brutalità.

Debbo parlarvi di quella Virginia Galucci che è rapita da Alberto Cabonesi e provoca fra le due famiglie lunghissima ostilità? o di quella Bianchina Landi, che, insidiata da Galeazzo Visconti, se ne schermisce e determina fra Milano e Piacenza feroce guerra? o di quella fanciulla tedesca, scesa in Italia per le feste del Giubileo, che, oltraggiata da Bernardino dei Polenta, si uccide, e lascia in retaggio la sua vendetta a due fratelli, capitani d'una compagnia di ventura?

Tutti questi episodi non servono che a dimostrare come la materia infiammabile fosse equabilmente sparsa in tutte le contrade italiane, e come la violenza collettiva fosse dappertutto la figliazione legittima dell'eccesso individuale.


*

Forse il più fatale di questi episodi, quello che ha lasciato più lunga eredità di passioni devastatrici e provocata maggior mole di eventi intorno a sè, ha cominciato a svolgersi nella Marca Trivigiana verso gli ultimi anni del secolo duodecimo. Tisolino di Camposampiero, nobile padovano, confida ad Ezzelino, feudatario d'Onar e di Romano, la sua intenzione di dare in moglie a suo figlio la ricca ereditiera del feudo di Abano, Cecilia Ricco. Ezzelino riceve la confidenza, tradisce l'amico e fa sposare immediatamente al proprio suo figlio, l'ereditiera. Indi, le prime ire e le prime fazioni. Il figlio di Tisolino riesce a rapire l'antica sua fidanzata e rimandarla, disonorata, al marito. Questi la discaccia a sua volta, ma ritiene la dote dei castelli e dei feudi. La lotta si estende da Padova e da Treviso a Vicenza e a Verona. Prese e riprese, tutte queste città e le borgate intermedie diventano un campo di battaglia, sul quale i Romano e i Camposampiero gareggiano di furore. Le nuove generazioni ereditano gli odii e gli scopi delle generazioni antiche; quasi un secolo scorre prima che in un'ultima tragedia si spengano le antecedenti.

Ma quest'ultima tragedia soverchia in atrocità tutte quelle che il secolo permetteva. Nessuna dominazione, in nessun tempo, è stata, sui propri sudditi, così scellerata come quella che per oltre trent'anni esercitò su gran parte dell'alta Italia Ezzelino III da Romano, in cui le leggende popolari ben presto additarono l'Anticristo.

Era figlio di quell'Ezzelino che aveva sposato per forza Cecilia Ricco. Piccolo di statura, soldatesco di modi, altiero di linguaggio, terribile nello sguardo, faceva tremar tutti e nessuna cosa lo faceva tremare.

A nessun sentimento di pietà e d'affetto aveva preparata l'indole sua. Godeva del sangue e dei tormenti, come del bere o del vincere. Non conosceva l'amore; forse neanche la voluttà; e perciò, dice il Sismondi, trattava le donne colla stessa implacabile ferocia degli uomini.

Fattosi devoto stromento della politica imperiale germanica, n'ebbe ogni assenso ed ogni indulgenza a tirannide. Fabbricava carceri e demoliva palazzi; dov'egli era, uccideva; dove non era, mandava i suoi podestà a tormentare e ad uccidere. Immolava per un sospetto centinaia d'individui; se uomo o donna gli veniva in uggia, faceva sterminare quanti erano di quella famiglia; aveva quasi distrutti i Camposampiero, nemici suoi, e i Dalesmanini, suoi parenti ed amici. Non contava i nemici sul campo di battaglia, ma li contava anche meno nel consegnarli al carnefice. Per vendetta contro i loro concittadini, fece perire una volta di varie morti undicimila padovani. Spopolava letteralmente le città che governava o che conquistava; e in tutta Italia s'erano sparsi, elemosinando e imprecando, uomini ch'erano stati mutilati o storpiati o acciecati nelle sue carceri.

Contro un tiranno così straordinario si sollevarono gli animi nella Penisola, e un papa d'indole pietosa ed umana, Alessandro IV, non esitò ad impiegare contro Ezzelino III quell'arme dei tempi che era parsa efficace contro i Saraceni e contro gli Albigesi: bandì la crociata.

Fu nel marzo del 1256 che il legato del papa, arcivescovo di Ravenna, iniziò da Venezia la predicazione della crociata. Questa s'ingrossò immediatamente di tutti i capi delle città sottomesse, di tutti gli esuli di tutte le famiglie, nelle quali la crudeltà d'Ezzelino aveva fatto qualche vittima o destato qualche rancore. Azzo d'Este, signore di Ferrara, apparve il condottiero naturale di questa impresa, che la pietà aveva suggerita, che la politica consigliava, che il fanatismo spingeva contro un nemico della Chiesa e della religione.

Per tre anni durò quella lotta, che Ezzelino affrontò con grande animo e senza rallentare d'un giorno o temperare d'un grado il delirio delle sue crudeltà. S'era procurato l'alleanza di un potente signore cremonese, Buoso da Dovara e di quell'Uberto Pelavicino, che era forse il maggior personaggio di Lombardia e che, nel turbinoso andamento di quelle rivoluzioni, lasciò più d'una volta trasparire senno e vigore di uomo di Stato.

Senonchè, avendo Ezzelino trattato con ognuno dei due per disfarsi dell'altro, il pericolo comune li indusse entrambi ad abbandonare il mostro incorreggibile, unendo le loro forze a quelle della crociata.

La quale, divenuta più potente per l'accessione di Milano alla lega, strinse da vicino il tiranno, non impaurito da tanti nemici, e lo abbattè a Cassano, nella battaglia del 16 settembre 1259.

Ferito in un piede, mentre cavalcava verso la mischia, rovesciato poi in mezzo ad essa e colpito al capo da un armigero, a cui egli aveva mutilato il fratello, Ezzelino venne fatto prigioniero. Si tentò di curare le sue ferite. Ma egli, infierendo contro sè stesso colla medesima implacabilità con cui aveva infierito contro tutti, si strappò le bende dalle ferite e morì bestemmiando il cielo, come Capaneo.

Questa iliade di violenza nella gran valle del Po ha il suo riscontro, con forme diverse, nella complicata tragedia svoltasi alle falde del Vesuvio intorno a quella regina meridionale che precede di dugent'anni, pel fascino, per l'ingegno, pel delitto e pel supplizio, la regina settentrionale di Scozia.

Anche Giovanna di Napoli, come Maria Stuarda, era bella, culta, leggera, amabile ed amata. Anch'essa si trovò a sedici anni assoluta signora di un regno, disputato da selvagge ambizioni. Anch'essa ebbe, in così giovane età, un marito per cui non provava affetto e che l'assediava de' suoi sospetti coniugali e delle sue esigenze politiche.

Cortigiani e consiglieri malvagi s'affollavano intorno ad entrambi, cercando allargare a proprio vantaggio i germi della divisione. Peggiori intorno ad essa le influenze di Filippina da Catania, sua dama d'onore, e dell'imperatrice Caterina, sua zia, madre del giovane principe Luigi di Taranto, che aveva saputo entrare ben addentro nel cuore della sua reale cugina.

Della congiura che si ordisce contro il marito Andrea, figlio del re d'Ungheria, la regina di Napoli non può essere ignara. Pur l'asseconda, recandosi con parte della sua Corte ad Aversa, in solitario castello.

E lì, Giovanna è con Andrea, come Maria Stuarda sarà con Darnley, piena di tenerezze e di seduzioni. In mezzo alle quali, attirato con supposti dispacci fuor della camera nuziale, Andrea è aggredito nel prossimo corridoio dai cospiratori, strozzato con una fascia di seta e d'oro, e gettato cadavere da una finestra.

Subito il regno è scosso nelle sue fondamenta ed inondato di sangue.

Carlo di Durazzo, cognato e cugino della regina Giovanna, s'erge accusatore di lei per usurparne il trono. Il re d'Ungheria le scrive una lettera di acerba rampogna e move un esercito per vendicare il fratello. Clemente VI, memore della politica di Gregorio VII, avoca al tribunale ecclesiastico il processo della regina e manda Bertrando di Baux a raccoglierne gli elementi.

Essa, la regina, non fa che deboli sforzi per salvare dalle torture e dai supplizi i complici suoi. Forse il loro eccidio è salvezza per lei. E, mentre la sua dama d'onore muore di strazio sotto i tratti di corda, la regina Giovanna passa a seconde nozze col capo dei cospiratori, Luigi di Taranto, seppellendo sotto la brama delle nuove carezze l'ingrato rimorso delle carezze antiche.

Così Maria Stuarda offrirà pubblicamente gli attestati della sua simpatia all'assassino di suo marito, e aspetterà a stento la fine del processo per farsi rapire e sposare da lui.

Nè mancheranno ai nuovi sponsali della regina di Napoli, come non mancarono a quelli della regina di Scozia, le indulgenze pontificali. Le prepara abilmente la cessione che fa Giovanna al papa Clemente VI del suo dominio di Avignone. E la sentenza definitiva nel gran processo di Napoli constata che se la regina ha avuto parte nell'uccisione di Andrea, fu perchè non ha potuto resistere all'influenza predominante esercitata da una fattucchiera.

Si vede che l'argomento della “forza irresistibile„ non è stato inventato dagli avvocati odierni.

La regina Giovanna sopravvisse anche al secondo marito; sopravvisse al terzo che fu Giacomo d'Aragona. Sarebbe forse sopravvissuta anche al quarto, Ottone di Brunswich, se nelle guerre provocate dalla sua volubilità non fosse caduta nelle mani di un altro cugino, Carlo di Durazzo, che la fece strozzare da' suoi baroni, com'ella aveva fatto strozzare Andrea d'Ungheria, con un cordone di seta e d'oro.


*

A questa bufera, che travolge popoli e principi, città e regni, individui e famiglie, mescolando tutti in una sola e vasta nebulosa di sangue, due sole contrade italiane riescono quasi interamente a sottrarsi: Venezia e gli Stati del conte di Savoia.

Quali ragioni abbiano principalmente determinato l'indirizzo eccezionale preso da questi due regimi politici, sarebbe lungo esporre, ma non è difficile indovinare.

Così a Venezia come al piede delle valli savoiarde, la benedizione d'un governo stabile s'era potuta creare.

Nulla v'era di comune nello spirito politico dei due governi, ma ad entrambi era riuscito di evitare il periodo delle fazioni, allargando le influenze politiche, e traendo da una maggiore preoccupazione degli interessi popolari una saldezza di base che gli altri governi italiani non conoscevano.

Ho avuto l'onore, nello scorso anno, di tratteggiarvi i primi passi nella storia della dinastia di Savoia. Credo avervi detto allora, e in ogni modo mi permetto ora ripetervi, che nella lunga successione di quei conti, divenuti poi duchi, e quindi re, i critici più acerbi non hanno potuto scovare nè un tiranno nè un vile.

Stonava talmente questa tradizione dinastica coll'esempio di tutte le dominazioni finitime, che la legge storica italiana a poco a poco venne ivi mutando. Passato il primo periodo delle franchigie comunali, succedute al potere vescovile, lo sminuzzamento politico si fermò presto. Ben tennero dominio su parecchie città piemontesi gli Angioini, venuti a combattere la casa Sveva. E parecchie contese trassero in campo, durante il secolo XIII, le due potenti famiglie dei Saluzzo e dei Monferrato. Ma il fenomeno delle città divise in due parti, delle vicendevoli distruzioni e dei deliri di sangue, fu in tutte quelle contrade immensamente minore.

Un influsso di moderazione e di giustizia partiva dalla casa di Savoia, la più potente di tutte. Per le loro guerre, per le loro alleanze di famiglia, pei loro arbitrati, i principi di quella Casa s'erano acquistati un prestigio, di cui non usavano mai per iscopi ingiusti o colpevoli.

L'indole mite e previdente della loro politica faceva sì che nessuna città nuovamente venuta sotto il loro dominio pensasse più a scuoterlo, per affrontare le paurose eventualità di altri regimi. Così non sorgevano occasioni di violenza, i rancori tradizionali si venivano spegnendo nella comune prosperità; lo Stato fondato da Umberto Biancamano sempre più si aumentava di gente spossata dalle guerre civili, e che, adagiata in nuove tranquillità, vedeva da lungi riardere quelle fiamme e rincrudir quelle stragi, alle quali un'amica fortuna l'aveva finalmente sottratta.

Questo spiega come nel secolo XIV appaia già con impronta di Stato moderno quel complesso di dominii, sfuggito al disastroso periodo delle fazioni italiane, e che, con Amedeo V, e più ancora con Amedeo VI, il Conte Verde, vanta un sovrano civile, così dissimile da tutti gli altri principotti della penisola.

Valoroso in Oriente come in Occidente, fortunato innovatore nelle arti della guerra come in quelle della pace, fondatore dell'Ordine dell'Annunziata e autorevole pacificatore delle due Repubbliche di Genova e di Venezia, il Conte Verde brilla fra i personaggi del suo tempo come un precursore di civiltà. Sessant'anni dovranno ancora passare, prima che nel resto d'Italia sorgano due usurpatori di Stati, Francesco Sforza e Cosimo de' Medici, a creare una forma di monarchia civile e durevole. Egli, non usurpatore, ma legittimo principe, precede ogni altro nell'esempio e nell'effetto. Egli solo, nel tempo suo, può dire di avere un dominio basato sull'amore dei sudditi. Le altre signorie italiane si reggono ancora dappertutto sul terrore dei conquistati.

All'opposta estremità della gran valle padana fiorisce l'altra potenza, che si stacca, con sufficiente fortuna, dalla solidarietà delle fazioni italiane.

Di Venezia e delle sue condizioni vi parlerà, con assai maggiore competenza di me, un altro dei vostri conferenzieri. Ciò che solo importa al mio tema è l'attitudine dello spirito pubblico, venutosi educando a forme di pensiero e di manifestazione, affatto diverse da quelle che prevalevano nelle altre parti d'Italia.

Nata sul mare e pel mare, Venezia aveva dovuto coordinare le proprie istituzioni agli speciali bisogni della sua igiene idraulica.

Mentre le valli piemontesi avevano cercato in un principato militare ereditario le guarentigie della loro tranquillità, Venezia le aveva cercate, e per molti secoli ottenute, da un ordinamento a Repubblica commerciale. La casa di Savoia entrava con prudenza nelle questioni italiane, tratta dalla necessità di difendersi contro invasioni oltramontane, o assorbimenti di ambizioni limitrofe. Venezia, non minacciata da siffatti pericoli, cresceva per altre vie; approfittava di errori, che non potevano investirla; costeggiava la politica italiana, senza tuffarvisi.

Le crociate, che erano state per tanti governi causa di rivoluzioni politiche e d'impoverimenti economici, avevano aumentata la sua influenza e la sua ricchezza.

Certo, d'allora le si era schierata contro una potente rivalità marittima, quella di Genova, a cui sapeva male che Venezia avesse tratto dai trasporti marittimi delle prime crociate occasione ad occupazioni d'indole militare, in Dalmazia e in Oriente.

Ma, chetata quella guerra, la Repubblica veneta aveva ripreso le sue attività commerciali e allargate le sue relazioni con tutto il mondo conosciuto. Ben è vero che, dal giorno in cui si mescolarono alle sue tradizioni d'affari interessi d'indole militare, una modificazione aristocratica ne' suoi ordini di governo apparve inevitabile. Già verso la fine del duodecimo secolo, l'elezione dei Dogi era stata levata all'assemblea popolare e trasferita ad un Consiglio di ottimati. Poi, al Consiglio stesso fu data facoltà di eleggere i propri componenti. E finalmente, nel 1297, il doge Gradenigo compiè la Serrata del Gran Consiglio, limitando il diritto di sedervi ai discendenti di quelle sole famiglie che vi avevano avuto fino allora dei rappresentanti.

Questa, che fu una vera rivoluzione aristocratica nel reggimento veneto, provocò immediate resistenze e pochi anni dopo la famosa congiura di Bajamonte Tiepolo. Il governo represse facilmente le prime e punì la seconda, con nessun altro frutto che di dare carattere ancor più chiuso all'istituzione repubblicana, mediante la creazione del terribile tribunale dei Dieci.

Ma, per quanto Giuseppe Ferrari si sforzi di vedere anche in questi fatti la ripetizione dello svolgimento tradizionale italiano, dei comuni, dei tiranni e delle signorie, è facile persuadersi che se violenze sono, sono violenze informate a tutt'altro tipo.

Gli episodi veneti sono d'indole essenzialmente politica; e di una politica a lunghe previsioni, affatto diversa dai moti personali e sussultorii che agitavano in quegli anni medesimi le contrade di terraferma. Bajamonte Tiepolo non è un fazioso come il conte Lando o Lodrisio Visconti; è un rivoluzionario democratico, che vuole ricuperare, non a sè stesso, ma al popolo diritti organici di reggimento politico. Il Gradenigo non è un tiranno come il conte Ugolino o Ezzelino da Romano; è un uomo politico, che determina nella Costituzione dello Stato un nuovo periodo storico, – che può ingannarsi nell'apprezzamento di questa necessità, ma che ha per fine supremo di raggiungere, attraverso temporanee contese, durevoli prosperità.

E che il riformatore aristocratico non si fosse interamente ingannato sembrerebbe dimostrarlo la tranquillità politica goduta da Venezia durante quel secolo XIV rigato di tanto sangue in tutti gli altri Stati d'Italia. Poichè la congiura e il supplizio del doge Marin Faliero non rivelano commozioni di ordine pubblico, ma sono il portato di una vendetta individuale per oltraggi che in tutte le epoche e presso tutte le nazioni si sogliono lavare col sangue.

Certo, il 1300 è l'ultimo secolo, per Venezia, di un'esistenza sicura e di una politica indipendente. Ma il mutamento in essa avvenuto non dipende da influenza di fazioni, se pur può dipendere indirettamente dalla riforma del Gradenigo.

È che nel secolo successivo Venezia si lascia sedurre dal miraggio delle ambizioni territoriali; è che, abbandonando l'antica orientazione politica, si volge a cercarne una nuova attraverso le mutabili combinazioni dei governi europei; è che il berretto ducale cade sul capo di quell'irrequieto megalomane che fu Francesco Foscari, del quale indarno il buon Mocenigo aveva pronosticati gli errori, e al quale Venezia deve il primo passo sopra una via di mendaci grandezze e d'insanabile decadenza.


*

V'è ad ogni modo un nesso storico, che, se non per le cause, avvince a sè pei nomi tutti quei fenomeni di guerra e di rivalità dovunque prodotti.

Per dugent'anni almeno, e se dicessi trecento forse non esagererei, la storia d'Italia è dominata, corrotta, avvelenata da un dualismo fondamentale le di cui origini sono misteriose, indeterminata la fine, il dualismo fra i Guelfi e i Ghibellini.

Le contese possono nascere per qualsivoglia ragione, svolgersi in qualsivoglia ambiente, proporsi qualunque scopo, qualunque interesse, – finiscono per esser classificate secondo una di queste due parole. Uomini, regimi, passioni, delitti, benefizi, non isfuggono a questa alternativa; avranno carattere guelfo o carattere ghibellino. Uno scrittore sarà guelfo, un altro ghibellino. E il senso morale andrà così traviato da queste mistiche nomenclature, che agli occhi dei Guelfi come a quelli dei Ghibellini parranno virtù od eroismi i misfatti compiuti a danno della parte contraria.

Come e quando siano stati veramente applicati questi due nomi alla varietà delle discordie italiane, non è ben chiaro.

L'ipotesi più verosimile è che venissero d'Alemagna; dove, nel castello di Weiblingen, era nato Corrado il Salico, antenato degli imperatori di casa Sveva; mentre i Welf, di Baviera, e imparentati colla casa d'Este, avevano disputato nientemeno che a Federico II la corona imperiale.

Forse quella divisione germanica scese in Italia appunto coi primi eserciti condottivi da Federico II. E l'attitudine ostile da lui presa forzatamente contro i pontefici, unita alle terribili memorie lasciate in Italia dall'antenato suo Barbarossa, diede subito al dualismo italiano un carattere che certo non aveva il dualismo tedesco; cioè un'impronta quasi di libertà nazionali sotto gli auspici dei papi alla parte guelfa; un'aspirazione di potere dispotico, sorretto dagl'imperatori stranieri, alla parte ghibellina.

Verso la metà del secolo XIII cominciano i cronisti italiani a trovare in questo dualismo la ragione storica degli avvenimenti che espongono: ed è già cominciato il 1500 che ancora in alcuni paesi italiani, come a Milano, il nome dei guelfi e dei ghibellini è attribuito a personaggi contemporanei.

Nulla v'era di meno stabile di queste classificazioni, città e famiglie passavano, secondo la logica degli interessi, dall'una fazione all'altra o ritornavano alla fazione antica. Dante, come già dissi, era uscito da un ambiente guelfo per entrare nella politica ghibellina. Uberto Pelavicino, ghibellino fierissimo, s'era inscritto nella crociata guelfa, per combattere gli Ezzelini. Lo stesso Federico II, il prototipo del ghibellinismo, aveva cominciato il suo regno, difendendo il pontefice contro le pretese di Ottone IV.

Nondimeno, nelle sue grandi linee, la divisione politica fondamentale rimane in Italia impersonata dai Guelfi, di simpatie pontificie, e dai Ghibellini, di simpatie imperiali. Così gli antipapi son ghibellini, sono guelfi ordinariamente gli antimperatori. Le guerre di Stati, di città, di famiglie finiscono per assumere una di queste denominazioni, per la necessità di trovare alleanze e solidarietà. Col tempo le prime ragioni spariscono, i fatti nuovi fanno dimenticare gli antichi. Ma le denominazioni rimangono, come bandiere di lotta, se non come vincolo di opinioni.

L'uomo, e specialmente l'uomo italiano, è cosiffatto che ama nascondere sotto una rigida differenza di parole la sconfinata elasticità del suo pensiero politico.

Questo era vero nel 1300 e nel 1400 come è vero nel 1891.

Probabilmente al nome di guelfi e di ghibellini s'erano acconciate le popolazioni italiane quando un po' di fede le animava a sostegno dell'una causa o dell'altra, e per questa fede si sapeva combattere e morire.

Ma, sopravvenuti gli scetticismi politici del Rinascimento, e sostituito nella vita pubblica il concetto utilitario alla lotta di parte, quelle denominazioni di un antico dualismo dovettero parere alle masse popolari italiane una specie di sciarada storica che non cercavano di approfondire.

E certo gli scrittori politici dovettero continuare, per abitudine, l'uso di siffatte denominazioni, assai tempo dopo che ogni caratteristica di guelfi o di ghibellini era scomparsa dalla fisonomia delle cose e delle persone.

Come accade – lasciatemelo dire – a parecchi pubblicisti moderni, i quali traggono da un antico dualismo di Destra e di Sinistra criteri offuscatori di una situazione politica, sfuggita di sotto a quei nomi, e intonata a forme nuove di pensiero e di avvenire.

Chi dice uomo dice dissidio; e non può essere che transitoria, come la pace di Paquara o il baiser Lamourette, una fase di unanimità. Però il progresso morale influisce su questa legge umana in due modi: temperandone le asprezze personali e sostituendo intenti elevati a passioni volgari.

Ho dovuto richiamarvi, per la necessità del mio tema, a pagine dolorose del nostro passato, e forse dovrei chiudere, come il Prati:

		Se iniqua storia vi raccontai,
		Quello ch'è storia non cangia mai.

La nostra generazione però ha cambiato anche la storia, ed ha fatto dell'Italia un paese, che pochi pensatori avevano desiderato, che nessuna moltitudine aveva sognato mai.

Ora, neanche in questa nuova condizione di cose, il dissidio storico mancherà. Dirò di più, non è desiderabile che manchi; perchè le unanimità sono più spesso sintomo di paura che di pensiero.

Solamente, bisogna augurarsi che, spazzando il terreno di guelfi e di ghibellini, come lo spazzeremo certo di destra e di sinistra, il dissidio ricompaia sopra questioni di più preciso significato; che si allarghi a più vaste intuizioni di bisogni futuri; e che si manifesti con una vigorosa emulazione nel bene, dopo averci per tanti secoli ballottati fra il male d'un giorno ed il peggio del giorno dopo.




ROMA E IL PAPATO NEL SECOLO XIV

DI

FRANCESCO BERTOLINI


Il secolo XIV rappresenta nella storia italiana un'epoca di grandi contrasti. Mentre, da un lato, esso ci fa assistere alla decadenza delle istituzioni feudali e gerarchiche del medio evo; dall'altro, ci offre lo spettacolo della risurrezione della coltura antica, che credevasi estinta per sempre. Il papato e l'impero, queste due grandi creazioni del genio latino, sono essenzialmente mutate da ciò che erano state nel passato. Le nazioni cristiane ripudiano tanto la teocrazia papale, quanto l'autocrazia imperiale, come ripudiano ogni potere che pretenda all'universalità. Un sentimento nuovo le investe, che a poco a poco assume la gravità di un bisogno indeclinabile: egli è di vivere ciascuna a sè, indipendente da ogni potestà straniera.

Il momento era solenne per la patria nostra. Trattavasi di sapere, se nella rovina delle due grandi istituzioni, che furono opera sua, sarebbe pur essa stata travolta, ovvero se il suo genio sarebbe stato capace di crearle una nuova missione nel mondo in servizio della civiltà e del progresso umano.

I sintomi erano sinistri: l'imperatore e il papa invocati da lei, affinchè accorressero in suo soccorso per arrestare l'opera deleteria delle fazioni, si mostrarono impotenti di guarirla da' suoi mali, come lo erano di risorgere dall'avvilimento in cui essi stessi erano caduti. In questo momento, in cui pareva che un lenzuolo funebre dovesse stendersi su la misera Italia, e chiudere per sempre il libro della sua storia, il suo genio la rianimò a vita nuova, e le creò una missione di civiltà, che le fruttò per la terza volta la egemonia morale sull'Europa. Codesta missione fu il rinnovamento della coltura antica, che schiuse alle genti cristiane nuovi ideali, facendole assurgere alla libertà del pensiero, che si svolse poi in libertà civile.

Per grande sventura, mancò all'Italia l'applicazione alla vita reale della libertà del pensiero; di maniera che, mentre essa stava operando il suo rinnovamento letterario e artistico, fu vista lasciarsi novamente mettere in ceppi dalle genti straniere, ch'essa avea intellettualmente rigenerate.

Così si aperse all'Italia una nuova èra di servitù, la quale non dovea chiudersi che all'età nostra. In questa nuova missione serbata all'Italia dal suo genio, Roma non poteva conservare il primato tenuto nel passato. La metropoli del mondo cristiano, da cui aveano avuto origine le due istituzioni cosmopolitiche dell'impero e del papato, traversava allora una crisi che minacciava di seppellirla nell'oblio, al pari di un tempio rimasto senza culto e senza sacerdozio. Essa era, infatti, rimasta senza il papato, che era la sua anima, la sua vita; e l'impero non le si faceva vivo fuorchè per comprovare la propria impotenza e ignominia.

Ma, anche indipendentemente da questo suo stato anomalo, Roma non possedeva alcuna qualità che la rendesse idonea ad essere sede della coltura classica risorta. Essa era sempre nel pensiero universale la metropoli necessaria della cristianità: essa poteva quindi aspirare ad essere chiamata la nuova Gerusalemme celeste:

		E sarai meco senza fine cive
		Di quella Roma onde Cristo è Romano;

    Purg., XXI.
ma non avea alcun titolo per tenere il primato nella nuova signoria, che l'Italia era chiamata ad esercitare sull'occidente. E come avrebbe potuto una città, la cui vita parve per secoli andare assorbita dal papato; una città, che pur nel papato personificava la fede cristiana, così da poter quella far dire al poeta:

		O Sommo Patre, duca e Signor mio!
		Se Roma pere dove starajo io?[2 - Questi versi comparvero sotto uno dei quadri simbolici presentati da Cola di Rienzi al popolo romano per farlo risorgere dalla sua pochezza ed accidia. – Vedi la Vita di Cola di Rienzi, scritta da autore contemporaneo; edizione di Zeffirino Re, Firenze, 1854, pag. 22.];

come avrebbe potuto, diciamo, tale città essere la sede di una coltura che osava lacerare il velo mistico della fede, venerare gli eroi, i poeti, i filosofi dell'antichità pagana, colla stessa fervida devozione con cui la cristianità avea per lo innanzi venerato i martiri, gli apostoli e i padri della Chiesa, e accogliere nella sua civiltà lo spirito pagano?

Questo titolo che mancava a Roma, di dirigere la nuova coltura, era posseduto da Firenze, vera rappresentante del genio nazionale italiano, che si fe' persona in Dante Alighieri. Firenze, potente per operosità civile e per vita intellettuale, e sopratutto fornita di genio politico, potè difendere e conservare la libertà più a lungo delle sue sorelle italiane. La sua resistenza alle armi di Enrico VII, non solamente fu un grande atto di valore, ma ancora di patriottismo. Da quel tempo, Firenze fu degna di essere la rappresentante dell'indipendenza e dell'onore nazionale. Matteo Villani, pieno di entusiasmo per quella difesa eroica, scioglie un inno al guelfismo italiano. “E di vero, la parte guelfa, scriv'egli, è fondamento e rocca ferma e stabile della libertà d'Italia, e contraria a tutte le tirannie.„

Ma il risveglio della coltura classica non è il solo servigio reso dal secolo XIV alla civiltà europea. Esso diede pure il primo colpo, e fu letale, al grande edifizio gerarchico eretto dalla Chiesa, e dal quale essa dettava legge al pensiero e alla coscienza delle genti cristiane. La critica filosofica e il diritto pubblico alzarono allora per la prima volta il capo, e precorrendo il mistico suono della tromba di Gerico, sciolsero il pensiero dalle pastoie teocratiche a cui il medio evo avealo asservito.

Il concetto civile della monarchia divenne il manifesto del diritto pubblico e il simbolo di una generazione riformatrice, che tendeva ad affrancarsi dalle strettoie della gerarchia feudale. Novamente, come nel passato, la società si divide nei due campi del papato e dell'impero; ma il concetto che anima i seguaci di quest'ultimo è del tutto mutato. I monarchici non sono più solo conservatori, essi sono anche rivoluzionari; imperocchè, mentre combattono per l'antica e sacra potestà imperiale, pugnano ancora per la libertà del pensiero e la indipendenza delle nazioni. A questa nuova lotta presero parte due figure titaniche, che le impressero la loro grande personalità. Da un lato, Tommaso d'Aquino scese a sostenere il principio guelfo della Chiesa, e nella teologia e nella scolastica sostenne l'idea della monarchia di Cristo, che avviliva la potestà regia, facendole conseguire dal papato un fondamento nazionale e giuridico, nello stesso modo che il corpo umano riceve dallo spirito la sua vitalità e dall'intelletto il suo impulso. Dall'altro lato, Dante Allighieri combattè quell'idea, opponendole nella sua Monarchia la dottrina della inalienabile integrità dell'impero e della missione di signoria universale data da Dio al popolo romano. L'impero, indestruttibile nella sua dignità divina, dovea diventare il cosmo della legge, del bene civile, della libertà, della pace e della civiltà. Rimesso l'impero nel suo antico diritto, il papato veniva pure restituito alla sua missione storica, che era di guidare le anime alla conquista del paradiso. Era naturale che la filosofia, risorgendo, prendesse di mira codeste istituzioni, che eran lì sotto gli occhi di tutti, e determinavano, per così dire, la vita di ogni giorno delle nazioni d'occidente. Bonifacio VIII e Giovanni XXII colle loro intemperanze diedero impulso a codeste investigazioni, e promossero il trionfo del nuovo giure sul dogma di Roma. Da questo trionfo uscì fuora la condanna pronunciata dalla scienza e dalla storia del potere temporale dei papi. Questa condanna rimase allora senza sanzione: ma il mancato eseguimento non infirmava l'autorità incontestabile del tribunale da cui era emanata. La stessa teologia apprestò le armi per convalidarla. La lotta che nel 1322 si accese fra Domenicani e Minoriti, è il preludio di quella, che, da lì a due secoli, trasse mezza Europa fuori del grembo della Chiesa, e fece consacrare dal diritto pubblico europeo il principio della libertà di coscienza. In questa lotta, i figli del monaco di Assisi compariscono quali precursori dei protestanti: infatti, le dottrine riformiste, che più tardi ebbero per apostoli Giovanni Wicleff, Giovanni Huss e Martin Lutero, erano state, già due secoli prima, proclamate dai Minoriti. Sotto la presidenza del generale del loro ordine, Michele da Cesena, quei frati aveano, l'anno 1322, nel sinodo di Perugia, dichiarato formalmente, che chi affermava Cristo e gli Apostoli non avere posseduto proprietà alcuna nè personalmente nè in comunanza, quegli non diceva eresia, anzi professava un principio di fede severamente cattolico. Le sacre scritture furono chiamate a somministrare le prove della coraggiosa dichiarazione: e fu da quel tempo, a cagione delle nuove investigazioni teologiche, che divennero popolari i motti evangelici: Regnum meum non est de hoc mundo: reddite quæ sunt Cæsaris Cæsari: Nemu militans Deo implicat se sæcularibus negotiis. Non seguiremo la polemica che allora si accese fra' teologi pel fatto di questa dichiarazione, nella quale, fra le molte cose strane, inspirate dalla passione, furono pure uditi dei grandi veri. Uno di questi affatica anche oggi lo spirito delle genti cristiane, perocchè gli sia mancata la dovuta soddisfazione. Lo pronunciò Marsilio da Padova, in quella sua celebre protesta, nella quale affermava, “non essere la gerarchia dei preti, sì bene la comunità di tutti i fedeli ciò che costituisce la vera Chiesa.„

La polemica rimase allora circoscritta fra' teologi; chè i popoli, non ancora usciti dalle tenebre della barbarie medievale, non potevano interessarsi a cose che non capivano. Ed estranea ad essa rimase pure Roma, sebbene vi fosse più direttamente interessata. Ciò fu una grande sventura per l'Italia; imperocchè, non mai si presentò una occasione tanto favorevole per far iscomparire senza scosse e senza turbamenti il poter temporale, siccome allora. In luogo di riguardare la lontananza dei papi siccome una liberazione propria, i Romani la considerarono come una calamità: onde stemperaronsi in lacrime e in querele per far tornare nell'abbandonata basilica di San Pietro il successore dell'Apostolo, nel quale vedevano più volentieri una miniera da sfruttare, che un despota da abbattere. Tutti erano concordi in questo sentimento; perciò i settant'anni della dimora dei papi in Avignone rimasero sterili per la romana libertà. Più che sterili, e' furono ad essa addirittura nefasti. Perchè, in quel periodo andò distrutta la potenza delle case patrizie che era stata l'unico freno del despotismo papale. Quelle case, già colpite nelle loro ricchezze dalla lontananza della curia ecclesiastica, lo furono nella stessa loro esistenza dall'odio popolare suscitato dalle violenze loro. I settant'anni passati dai papi in Avignone, furono per Roma settant'anni di guerre civili combattute fra nobiltà e popolo. Il Petrarca, che avea l'anima piena di entusiasmo e di ammirazione per Roma, così da poter dire, che la vista della città eterna gli avea destato la meraviglia, non già che essa avesse dominato il mondo, sì bene che tanto tardi fosse giunta a dominarlo; allo stesso cardinale Colonna, al quale manifestava questo suo pensiero, tesseva il seguente quadro dello Stato di Roma durante l'assenza dei papi. La lettera è del 1335.

“La pace è da codesti luoghi, non so per qual delitto del popolo, per quale legge celeste, per qual destino o quale influsso di costellazioni, bandita. Poichè, vedi! Il pastore vigila qui armato nei boschi, più temendo i ladroni che i lupi: loricato è qui il colono, che adopera la lancia per pungere il dorso dell'indocile toro; qui nulla si tratta senz'armi. Fra gli abitanti di questa contrada non regna sicurezza, non pace, non umanità; ma guerra, odio, e tutto ciò che assomiglia ad operazione di mali spiriti„ (Rer. Fam. Ep. II, 12).

Chi avesse voluto trarre il prognostico della vita di Roma in quei 70 anni dalle promesse fatte a Dio dai Romani all'inizio di quel periodo, avrebbe dovuto credere che l'epoca di Numa fosse scesa dal suo regno mitico per diventare nel secolo XIV una realtà storica. Ma quando mai furono visti i voti innalzati al cielo in un momento di terrore, vincolare le coscienze dei popoli dopo che il terrore è scomparso e dissipata è la tempesta che lo avea fatto nascere? – Nella notte del 6 maggio 1308, la chiesa madre della cristianità, la basilica Lateranense era andata distrutta da un incendio. Quella rovina parve l'annunzio di una punizione celeste che stesse per colpire la città. L'assenza del papa dalla sua legittima sede, concorreva a raffermare quel lugubre giudizio. In mezzo a tanto abbattimento degli animi, le parti nemiche si riconciliarono; e tutti, nobili e popolo, si posero all'opera con grande fervore per isgombrare il suolo dalle rovine e per procacciare materiali da costruzione intanto che le processioni dei preti si aggiravano mestamente salmodiando per le vie della città sgomentata.

Erano passati appena pochi mesi da quel disastro, che i Romani si erano scordati affatto del loro voto, e coloro che aveano promesso di vivere in consorzio fraterno, erano tornati novamente alle prese fra loro: da un lato, le famiglie Orsini e Colonna, per mutua gelosia e insaziabile cupidigia; dall'altro, la nobiltà e il popolo, per antagonismo sociale, moveansi aspra guerra. La città pareva diventata un campo di battaglia; e mentre i nobili dall'assenza del papa traevano argomento di nuova baldanza, il popolo faceva esso pure pro' di tale anarchia, opponendo alla nobiltà una specie di Comune democratico. Ai due senatori che rappresentavano il ceto privilegiato, esso contrappose pertanto una rappresentanza delle corporazioni delle arti, e chiese al papa che sanzionasse il nuovo governo. Clemente V, non potendo per le nuove condizioni del papato, sedare le discordie romane, si appigliò al partito più profittevole alla Curia: egli diede, cioè, ragione alla parte popolare, lasciando ai cittadini la facoltà di darsi il governo che loro meglio talentasse. Così, per opera di un papa francese e residente fuori d'Italia, Roma ebbe nelle età di mezzo le sue prime libertà. Il popolo non guardò con quale animo fossero quelle concesse, come non presentì che il successo delle discordie cittadine sarebbe stato la rovina d'ogni libertà. Con grande letizia adunque s'inaugurò il novello Comune, il Comune democratico, e i due senatori cedettero il posto al magistrato popolare.

Mentre questo evento si compiva in Roma, un grido di gioia echeggiò dalle rive del Po a quelle del Tevere. La maestà dell'impero romano, per sessant'anni invocata invano, compariva nel 1310 improvvisa, dispensatrice di pace alle genti italiane. Personificava il lussemburghese Enrico VII. “Egli veniva, scriveva allora Dino Compagni, a metter pace come fosse un agnolo di Dio„; egli veniva, scrivea il divino poeta di nostra gente, a compiere i destini provvidenziali del popolo romano, a visitare e a consolare la desolata Roma:

		“Vieni a veder la tua Roma che piagne
		Vedova e sola, e dì e notte chiama:
		Cesare mio, perchè non m'accompagne?„

    Purg., VI.
Non mai un principe suscitò al suo comparire tante speranze nella gente nostra, come non mai a quelle era mancata ogni ragione che le giustificasse. Ma non era la persona del sovrano che qui si acclamava e s'invocava; sì bene era la maestà dell'impero per lui fatta rediviva; di quell'impero, che l'Allighieri, illustrandolo nella conservazione della tradizione romana, associava al rinnovamento d'Italia e all'abbattimento del poter temporale della Chiesa.

Quest'inno che l'Italia scioglie all'impero risorto, è un preludio anch'esso del Rinascimento che sta per ispuntare. Il quale ha già vivo il suo vate e il suo padre ancora. Egli è Francesco Petrarca. Nella mente di lui, come in quella di Dante, l'impero consiste nel popolo romano; ma la storia di esso popolo non è più pel Petrarca, come lo fu già per Dante e per gli scolastici, una serie di predestinazioni provvidenziali, di mitiche adombrazioni di una futura città di Dio; sì bene è la più poderosa manifestazione della civiltà umana; ond'egli ne trasse ragione di maggiore abominio dal medio evo – i cui rappresentanti, coetanei suoi, gli parevan già cadaveri puzzolenti – e di pronostico di una nuova età, onde sentiva in sè l'ideale, e ne era così penetrato da trasfonderne la coscienza ne' suoi contemporanei. Quando il popolo romano, lasciate per un istante le battaglie civili, si affollò intorno al Petrarca recandogli corone di fiori, e i Colonna e gli Orsini imposero ai loro odii la tregua di Dio per deporre insieme la ghirlanda d'alloro sul suo capo, era la religione dell'ingegno e della scienza che ricevea il suo primo culto, era il Rinascimento che ricevea il primo saluto dal mondo.

Ma il popolo romano, nel rendere quel saluto, non ebbe la coscienza della grandezza dell'atto che compiva: tanto è ciò vero, che niuno meno di esso approfittò della nuova luce di civiltà che il Rinascimento diffuse nel mondo. Codesta antinomìa esistente fra il concetto altissimo in cui il popolo romano era tenuto, specie in quella età, e l'effettivo merito suo, è dal Petrarca spiegata per mezzo dell'ignoranza di esso popolo della propria storia. Secondo il Petrarca, Roma solo allora risorgerebbe, quando giungesse a riconoscere sè medesima. Ma non era solo il riconoscimento proprio che a Roma mancasse: mancavale sopratutto un organamento sociale omogeneo, senza il quale il patriottismo diventa fazioso e la concordia impossibile. Le classi in cui era partita la cittadinanza romana, portavano i soliti nomi di nobiltà e popolo; ma questa nobiltà e questo popolo sentivano e agivano oppostamente l'una all'altro; imperocchè avessero contrari gl'interessi e gl'intenti. Già il titolo di principi, che i nobili si arrogavano, dimostrava lo spirito di casta imperante in seno ad essi, e fatto ora più potente dall'assenza dei papi. In seno alla nobiltà tre famiglie sopratutto spiccavano per potenza e per orgoglio: i Colonna, gli Orsini e i Gaetani. Mezza Roma stava in potere di costoro; e, mentre essi riempivano la città di loro violenze, le prime due famiglie offrivano lo spettacolo di un odio fanatico, che dalla ragione di parte traeva il pretesto, e dalla cupidigia disfrenata l'impulso. Di fronte alla nobiltà stava il popolo diviso in corporazioni d'arti e mestieri; ma lo scarso sviluppo avuto da queste, non permise al popolo romano di opporre alla nobiltà associazioni ordinate e poderose per il numero e l'agiatezza dei membri; onde quella potè avere sul popolo facile ragione. Codesto stato di disgregamento sociale diede i suoi frutti nel periodo dell'assenza dei papi. Ei sembra che più popoli vivessero in Roma, anzichè un popolo solo; tanto è piena di incoerenze e di contraddizioni la condotta sua nelle diverse contingenze in cui la città venne a trovarsi. Tutto dunque in Roma è discordia: discordia fra nobiltà e popolo, e fra ciascuno dei due ceti. Come era possibile fondare in tale condizione di cose la libertà romana?

Vediamo ora in atto questi elementi discordi. Primo a sperimentarli fu Enrico VII. Il principe, invocato in tutta Italia come un liberatore, trova in Roma il primo contrasto. Mentre il popolo lo acclama, i nobili lo combattono. Roma è trasformata in un campo di battaglia; le sue vie sono fatte rosse di sangue; sembra che satana le abbia invase: e in mezzo alla battaglia civile, Enrico ricevea la corona di Costantino dalle mani di due vescovi, nella basilica Lateranense: cerimonia non mai vista in quel luogo e con tali capi. E se l'assenza del papa toglieva ad essa il suo maggiore prestigio, le macerie della basilica non ancora rimosse, simboleggiavano la rovina che fatalmente incombeva su l'impero feudale.

Partito Enrico, la battaglia civile continuò fra nobili e popolani; i primi cacciano dal Campidoglio il vicario imperiale, e v'insediano Francesco Orsini e Sciarra Colonna quali senatori. Quei due nomi, uniti insieme nel supremo magistrato, doveano essere simbolo di pace fra le due famiglie rivali; ma fu la pace di un giorno. Guastolla la riscossa popolare, nella quale i due senatori furono cacciati dal Campidoglio, e la somma delle cose fu affidata a un capitano del popolo, Jacopo Arlotti, assistito da un consiglio di 26 boniviri, rappresentanti i 13 rioni della città. Questa vittoria del popolo dovette essere di ben grande momento, se il nuovo capitano potè trarre carichi di catene davanti al suo tribunale i capi delle famiglie nobili, e giudicare senz'appello di loro sorte. Alla ragione di Stato che domandava estremo rigore, prevalse la compassione inspiratrice di clemenza, e i prigionieri uscirono da quelle strette col solo sfratto da Roma. Il rigore risparmiato ai nemici ebbe uno sfogo selvaggio, d'altra parte. Un decreto dell'Arlotti ordinava la distruzione dei monumenti e dei palazzi posseduti dai nobili. Pareva si fosse tornati dieci secoli addietro, quando su Roma pagana infuriava il fanatismo dei nuovi cristiani; e come quelle rovine avean inspirato le imprecazioni dell'ultimo poeta romano Claudio Claudiano, così le rovine nuove inspirarono l'invettiva non meno legittima del primo storico del Rinascimento, Albertino Mussato, da Padova. Se tutti i monumenti romani consacrati alla distruzione non scomparvero allora, ciò fu dovuto alla loro grande solidità; e andò salvo, fra gli altri, per questa cagione, Castel Sant'Angelo.

Male auspicato era il plebiscito rinascente fra quelle rovine. Esso infatti non veniva, come il vecchio plebiscito tribunizio, a proclamare la egualità civile e politica fra la nobiltà e il popolo, la quale era stata la base di granito su cui era sorto il dominio mondiale dell'antica Roma; sì bene veniva ad affermare l'impotenza di Roma medievale, di vivere indipendente e libera. E dappoichè il papa l'avea abbandonata, il popolo invocava il braccio dell'impero, e chiamava l'imperatore Enrico a salire il Campidoglio da trionfatore, e a restarvi, tenendosi pago il popolo di essere riconosciuto come autore del nuovo principato: Cæsarem evocandum in urbem, scrive il Mussato, vehendumque triumphaliter in Capitolium, principatum ab sola plebe recogniturum.

Ricordo troppo amaro avea Enrico portato con sè da Roma, perchè potesse accogliere l'invito che eragli fatto. Nè s'ingannò disconoscendo di quello la serietà e l'efficacia. Infatti, colla stessa rapidità ond'erasi compiuta poc'anzi la rivoluzione democratica, la reazione dei nobili atterrava, sulla fine di febbraio del 1312, il reggimento popolare, non curandosi del riconoscimento che quello avea avuto da Avignone. Le parti sono ora invertite; il giudice dei nobili, Jacopo Arlotti, è tratto in prigione, e i nobili da lui banditi riprendono il seggio senatorio.

La lunga assenza del papato accresceva intanto le angoscie di Roma. Venuti meno alla città i profitti della curia, la miseria afflisse le classi popolari, incapaci di compensare col lavoro i redditi mancati. La miseria del popolo diè impulso al rimbaldanzire della nobiltà faziosa; la quale trovò ora nello stesso ceto sacerdotale un emulo alle sue ribalderie. In una epistola indirizzata dai Romani a papa Giovanni XXII, è fatta una nera dipintura dei costumi dei giovani ecclesiastici. Essi scorazzavano, diceva lo scritto, di notte per le vie con la spada in pugno, commettendo ogni fatta di enormezze: per tabernas et loca alia inhonesta cum armis evaginatis per urbem… homicidia, furta, rapinas commictunt.

Unico rimedio a codesti mali riguardavasi da tutti il ritorno dei papi in Roma; e legazioni su legazioni furono mandate dai Romani ad Avignone per sollecitare papa Giovanni a fare ritorno nella sua legittima sede. Non ascoltati, e' gittaronsi nelle braccia del suo nemico Lodovico il Bavaro; il quale allora appunto veniva in Italia per strappare dalle mani di usurpatori stranieri, com'egli diceva, i diritti dell'impero e la signoria del mondo. “Nell'aprile del 1327, i Romani, scrive Giovanni Villani, si levarono a rumore e feciono popolo.„ Impadronitisi gl'insorti di Castel Sant'Angelo, cacciarono dalla città i partigiani del re angioino e fondarono un governo democratico, eleggendo capitano del popolo il ghibellino Sciarra Colonna, quel desso che, 25 anni prima, avea in Anagni puntata la sua spada al petto di Bonifacio VIII. Giovanni XXII, preso da furore, bandisce una crociata contro il Bavaro; e questi fa proclamare dal popolo romano, radunato in parlamento nella piazza di San Pietro, la deposizione del pontefice imputato di eresia. Ma la eresia di che papa Giovanni era colpevole davanti ai Romani, e per la quale essi eransi levati contro di lui e aveanlo deposto, era cosa affatto diversa da quella dichiarata dall'umanista padovano Marsilio nella sua celebre invettiva: la colpa del pontefice era di dimorare fuori di Roma e di rifiutarsi a farvi ritorno. Vi era tanto poco sentimento religioso in quella levata di scudi, che in quei giorni stessi di fermento popolare, un cappellano del papa, Jacopo Colonna, potè entrare in Roma accompagnato da quattro uomini mascherati, leggere pubblicamente la sentenza di scomunica lanciata dal papa contro il Bavaro, e andarsene poi da Roma, senza che alcuno lo molestasse. Conclusione necessaria di questa lotta fu la creazione di un antipapa. Sortì eletto, con procedimento affatto nuovo, un monaco di Corbara, che prese il nome di Nicolò V.

Ma tutto questo dramma effimero svanì, appena che Lodovico fu partito da Roma, menando seco l'antipapa. La sua partenza era parsa piuttosto una fuga. Un'impresa tentata con esito infelice contro Napoli gli avea fatto perdere ogni prestigio presso i Romani; e quando egli se ne andò, “lo ingrato popolo, scrive Giovanni Villani, gli fece la coda romana, onde il Bavaro ebbe grande paura ed andonne in caccia e con vergogna„. Così l'impero, che l'Allighieri avea poc'anzi magnificato nella sua idealità sublime, cadeva ora in una realità ignominiosa. I Romani divisero quell'ignominia. Il popolo, fatto nuovo parlamento, abiurava la fede data al Bavaro e all'antipapa, e faceva piena sottomissione al papa di Avignone. Tornarono ora gli antichi malanni, rincruditi dalle nuove delusioni, a tormentare la misera città. La quale consumavasi nella inopia e nella oscurità col capo rotto ed esangue, intanto che nella remota Avignone il vecchio pontefice, dimentico di lei, ammassava tesori. Alla sua morte, trovaronsi nel suo scrigno diciotto milioni in tante monete d'oro e sette in oggetti preziosi. Questo tesoro dà ragione della povertà onde Roma era allora tribolata.

Ma la morte del pontefice avaro non pose termine e nemmeno temperò i mali della misera metropoli. Il nuovo papa, Benedetto XII, invece di restituirvi il sommo pontificato, inalzava in Avignone un palazzo pontificio di dimensioni colossali, quasi che esso fosse destinato a ospitare perpetuamente i papi. Questo Vaticano avignonese dura anche oggi nella sua grandiosità, coi suoi merli e colle sue torri, ma muto e vuoto come un sepolcro di Faraoni; e pure, chi sa dire, se esso rimarrà morto e vuoto per sempre? O che il suo risorgere e ripopolarsi di nuovi gerarchi della Chiesa, non sia scritto nei fatali ricorsi della storia?..

Sotto l'impressione di questo abbandono del papato che pareva definitivo, il popolo romano, a segno di protesta, si levò un'altra volta a ribellione: “feciono popolo„, secondo la frase del Villani. Questa rivolta del 1338 si distingue dalle precedenti pel proposito degl'insorti di romperla coi papi per sempre. E come i Romani antichi, nell'atto di scrivere le patrie leggi, aveano interrogato la sapienza greca; così i loro lontani nipoti, nell'atto di mutare gli ordini dello Stato, interrogarono la sapienza dell'Atene italica, e v'inviarono legati, perchè studiassero quegli Ordinamenti della giustizia, coi quali Firenze avea del tutto fiaccata la potenza dei grandi. Ma ben altra era la condizione delle arti fiorentine da quella delle romane! Alla prima prova, si sentì l'inefficacia della riforma, e papa Benedetto potè proseguire tranquillamente la fabbrica del Vaticano avignonese, e nominare a Roma novamente i senatori!

Passarono tre anni, e la scena cangiò un'altra volta. Ora il cambiamento fu più strepitoso per la comparsa di un personaggio, che seppe per un momento trasfondere nel popolo l'entusiasmo che lo animava, e con le sue novità riempì di stupore l'Occidente. Egli è Cola di Rienzi; personificazione viva di un'età che sta a cavaliere di due mondi, il barbarico che si estingue e il classico che rinasce. Ciò spiega le antinomìe che si manifestano nel famoso tribuno; le quali sono così spiccate e recise, da far credere che in lui due persone opposte coesistessero: l'una che intuisce e crea, l'altra che travede e distrugge la stessa opera sua. Quest'opera non era però tutta uscita dalla mente di Cola: gliene avea dato la prima idea Francesco Petrarca, con lo avere posto su la cima dell'ideale del popolo italiano il concetto e il nome d'Italia nazione. E Cola, traducendo in atto la grande idea, la guastò con lo associare al disegno della unificazione politica d'Italia con Roma a centro, il concetto della monarchia universale foggiato in iscenate simboliche e teatrali.

Nessun momento, a guardare le cose come apparivan di fuora, presentavasi più propizio per realizzare il grande pensiero del Petrarca: il papato, cagione secolare delle divisioni italiane, erasi condannato all'impotenza con lo abbandono della sua legittima sede: l'impero, ferito a morte nella persona di Enrico VII, mandava con Lodovico il Bavaro e con Carlo IV l'ultimo rantolo. “Le due luci del mondo, l'impero e il papato, scriveva allora il Petrarca, sono sull'estinguersi; le due spade stanno per ispuntarsi.„ Il regno di Napoli, grande cittadella del guelfismo italico e l'arsenale del papato, era, colla morte del re Roberto, caduto in uno stato di sfacelo; onde niun ausilio poteva più il papato aspettarsi da esso: le città italiane, in lotta coi loro tiranni, aspettavano un liberatore: e questo liberatore parve per un momento che comparisse nella persona di Cola da Rienzi; cui l'uomo celebrato allora in tutto il mondo come un genio, avea salutato “Camillo, Bruto, Romolo redivivo„; e togliendo ogni misura alla sua ammirazione per l'eloquente novatore, avealo perfino chiamato un dio. “Quando ripenso, scrivea il Petrarca a Cola, il gravissimo e santo discorso che mi tenesti l'altro ieri su la porta di quell'antica chiesa, parmi di avere udito un oracolo sacro, un dio, non un uomo.„

Ma chi, con occhio perspicace, avesse guardato dentro il cervello di quest'uomo, anzichè arrestarsi alla sua parola ammaliatrice; chi avesse inoltre rivolta l'indagine alla cagione ispiratrice dell'entusiasmo di Roma per lui; l'incanto magico da cui la città pareva rapita, sarebbesi rivelato cosa del tutto effimero. Una tale indagine avrebbe, infatti, dimostrato, che tutto l'edifizio innalzato da Cola poggiava sull'arena. Nè poteva accadere altrimente, non essendo il fondatore suo nè capitano, nè uomo di Stato; egli era privo, cioè, delle due qualità necessarie, tanto a fondare gli Stati, quanto a guidarli e a rimetterli sulla via della civiltà e del progresso, quando se ne siano allontanati.

Ciò spiega lo squilibrio esistente fra il pensiero di Cola e la sua azione: quanto è fecondo e animoso il primo, altrettanto è sterile e paurosa la seconda. Piena la mente di concetti tratti dall'antichità romana, e sformati dalle idee fantastiche del suo tempo, ei si scoraggiava e perdeva quasi il lume dell'intelletto, tosto che entrasse nella vita reale del mondo. Ciò spiega ancora com'ei fosse preso dalle vertigini, appena che dall'umile stato in cui era nato, si vide portato su dalla fortuna. La vanità s'impadronì del debole suo spirito, così da neutralizzare in lui ogni nobile sentimento. Più che i titoli grandiosi assunti e gli apparati di pompa onde si fe' circondare, vi è un fatto che dimostra l'influenza sinistra che la vanità esercitò sul suo carattere. E il fatto fu l'offesa ch'ei recò all'onore di sua madre per farsi credere di origine regale, quando invece era nato da un taverniere. La lettera ch'egli scrisse a Carlo IV, l'agosto 1350 dal carcere di Praga, in cui, per riacquistare la libertà, mise fuora la fiaba di essere figlio di Enrico VII, accusando sua madre – Quæ invencola erat et non modicum speciosa – di avere concesso ad Enrico VII, al tempo dei tumulti romani suscitati dalla sua coronazione – nec minus forsitan quam sancto David et iusto Abrahe per dilectas extitit ministratum; – questa lettera, dico, getta sul carattere di Cola un'ombra più sinistra che non potessero fare tutti gli errori suoi accumulati insieme. Fra questi errori, ve n'è uno che fu cagione principale della sua rovina. Esso fu l'associazione della sua opera rivoluzionaria con la teologia. Il fondamento mistico sul quale il tribuno fissò il nuovo Stato romano consisteva nella presunzione ch'esso fosse opera della Spirito Santo. Da ciò il titolo da lui assunto di candidatus spiritus sancti, che, per via di auto-promozioni, dovea condurlo a quello eccelso di secondo Gesù Cristo, adducendo a ragione del raffronto superbamente insano il fatto, che, come il Nazareno, in età di 33 anni, incoronato di vittoria salì al cielo, vinti i tiranni dell'inferno e liberate le anime; così egli nella età stessa, avea abbattuto, senza sfoderare la spada, i tiranni di Roma, ed erasi fatto incoronare colla corona tribunizia come unico liberatore del popolo. E anche in questo campo mistico, che, per la sua natura, meno si prestava ad antimonìe, Cola trovò modo di portarvi la sua duplice personalità. Perchè, scordando egli che la sua qualità d'inviato di Dio gl'imponeva sopratutto l'umiltà sotto tutte le forme, praticò l'opposto circondandosi di una magnificenza asiatica, che al titolo stesso di tribuno stranamente contraddiceva. Ma già il nome tribunizio era stato soffocato da una selva di pomposi addiettivi e di complementi, così da essere ridotto a una vera parodia. Ecco infatti come Cola si chiamava nelle pubbliche carte: “Nicolò, per autorità del clementissimo signor nostro G. C., severo e clemente, tribuno di libertà, di pace e di giustizia, e liberatore della sacra repubblica romana.„

Che Cola di Rienzi fosse riuscito, ad onta di queste sue stravaganze, a suscitare un grande entusiasmo per sè, non solo in Roma, ma ancora in tutta Italia, è un fatto codesto che non può mettersi in alcun dubbio. Lo comprova la stessa testimonianza del Petrarca. In una epistola indirizzata al popolo romano, il Petrarca chiamava Cola di Rienzi “nuovo Bruto, maggiore dell'antico„ e invitava i cittadini a onorarlo: “Ma voi, cittadini, diceva il grande poeta, onorate codest'uomo, onoratelo quasi un messo del cielo, un raro dono di Dio, e ponete la vostra vita per la sua salvezza.„ Il popolo non avea bisogno di tale impulso per amare e onorare il suo tribuno. Ma non era lo slancio di un patriottismo nobile e disinteressato inspiratore di codesto sentimento popolare per Cola; era invece la generale miseria del tempo, la quale operava che ciascuno si volgesse a chi pareva promettere lenimento e salvezza. E questa sicurtà, da gran tempo perduta, Roma l'avea per opera del suo tribuno riacquistata: “Allora, scrive il biografo contemporaneo di Cola, le selve si cominciaro a rallegrare, perchè in esse non si trovava ladrone; allora li bovi cominciaro ad arare, li pellegrini a far la cerca per la santuaria, li mercanti a spasseggiare, li procacci… In questo tempo paura e tremore assalìo li tiranni; la buona gente, come liberata da servitude, si rallegrava.„ Ma quando la clemenza inconsulta del tribuno verso i tiranni fe' da costoro svanire la paura, allora la sicurezza decantata dal biografo scomparve, e con essa cadde il fascino che Cola avea esercitato sul popolo. Da quel momento la fine del tribuno fu segnata. Ora fu messa pure in evidenza l'inettezza assoluta di quest'uomo a far trionfare la rivoluzione da lui suscitata. Dalla più audace impudenza egli passa alla più volgare pusillanimità: e il candidato dello Spirito Santo, che dal suo evento avea dato l'inizio di una nuova êra – liberatæ Reipubblicæ anno primo, – alla prima levata di scudi de' suoi nemici, si ripara in Castel Sant'Angelo, per poter di là, col favore delle tenebre, fuggire da Roma come un malfattore. E non fosse mai più tornato in quella città per lui fatale! Avrebbe risparmiato al popolo romano un crimine codardo, a sè una fine raccapricciante.

E che rimase, si può ora domandare, di questa gran rivoluzione che Cola di Rienzi seppe suscitare nel nome di Roma? Il suo risultamento del tutto negativo ci dimostra che, se l'autore di essa fu troppo minore della colossale impresa, minore di essa fu anche il popolo romano, e con esso tutta la gente italiana d'allora. Un solo dei contemporanei la comprese, e la immortalò, sia con le sue opere latine, sia con quella celebre canzone, che per lungo tempo si era creduto fosse indirizzata a lui, e che, sebbene ad altro personaggio si riferisse, comparisce egualmente come il vaticinio di un grande evento, onde il Petrarca avea piena l'anima, l'Italia, cioè, fatta nazione. Per farlo nascere al suo tempo, il poeta, dopo di avere invano invocato la pace, predicò la guerra, la guerra contro i tiranni di Roma; e invocò “Gesù buono e troppo mansueto„, perchè sorgesse ad abbattere i suoi nemici, che, sotto lo scudo del suo nome, facevano cose obbrobriose. Ma non era scritto nei fati d'Italia che la patria nostra dovesse risorgere in quella lontana età. E profetica fu ancora la canzone Spirto gentil, per quella immagine del “Cavalier che Italia tutta onora„, il quale ha da sedere su 'l Monte Tarpeo, “Pensoso più d'altrui che di sè stesso„. È argomento tuttodì controverso a chi il poeta intendesse alludere con quella immagine, la quale, come attesta il Machiavelli, attrasse e inspirò l'anima entusiasta dell'infelice Stefano Porcari. Ma qualunque sia il personaggio a cui il poeta riferì l'immagin sua, egli è certo che l'Italia, dopo averla cercata invano per lunghi secoli, la trovò finalmente all'età nostra, in quel cavaliere, che, portata sul Campidoglio la spada d'Italia, pronunciò davanti al mondo civile le celebri parole: “qui stiamo e qui resteremo„; compendiate felicemente dal successor suo nell'attributo dato alla Roma libera d'intangibile.




I PRIMORDI DELLE SIGNORIE E DELLE COMPAGNIE DI VENTURA

DI

AUGUSTO FRANCHETTI





I


Se, passando da piazza della Signoria, alzate gli occhi a guardare le armi dipinte sotto il ballatoio di Palazzo Vecchio, ne vedrete una, che porta uno scudo azzurro col motto Libertas, ed era l'insegna del magistrato de' priori: la stessa parola si legge scritta sullo stemma di Bologna e d'altri comuni; e si trova ad ogni passo nei bandi delle autorità, nei discorsi degli oratori, nei versi dei poeti, durante i secoli XIII e XIV. Ma la libertà che amavano e bramavano gli uomini di quei tempi, e per la quale erano pronti a dare fino all'ultima goccia di sangue, era la libertà di regolare le cose del Comune opprimendo ferocemente le consorterie e le fazioni avversarie, e di tener soggette le terre vicine, anche taglieggiandone gli abitanti. Alle menti medievali, il diritto politico si rappresentava come un privilegio, e le attribuzioni dello Stato come franchigie; quel che chiamavasi Comune era quasi sempre il governo d'una fazione; le sue leggi e i suoi statuti, anche in materia civile e amministrativa, miravano a difesa o ad offesa partigiana; e le sue giustizie medesime apparivano vendette. Abbattuti i feudatari e costretti i più di questi a venire dentro le sue mura, il Comune s'era sostituito nelle loro ragioni, e le esercitava, con non minor vigore, a carico dei vassalli, sotto le due alte e mal definite potestà della Chiesa e dell'Impero; potestà intorno alle quali s'aggira tutta la storia dell'evo medio, e che combatterono tra loro le ultime grandi battaglie appunto fra il 1226 e il 1268, cioè fra il principio della seconda Lega lombarda e il supplizio di Corradino. Laonde rimase all'Italia una funesta eredità di odî, di divisioni e di rovine e le si apparecchiò, pel futuro, uno stato d'impotenza e di dipendenza politica, confortato soltanto dal sogno della duplice supremazia universale.

Non vanno accettate a chius'occhi le meravigliose descrizioni che ci lasciarono poeti e cronisti del beato vivere nelle prime età dei Comuni. Presto incominciarono le guerre coi vicini e anche le discordie

		Tra quei che un muro ed una fossa serra.

E la parte che v'ebbe senza dubbio la diversità di schiatta non appare dai documenti raccolti sia stata così preponderante nè così universale come afferma qualche moderno storico; mentre, a buon conto, le stesse gare di fazioni nemiche, le stesse violenze pubbliche e private si ritrovano nei luoghi dove non penetrarono nè si stanziarono invasori germanici. Si può tenere per vera l'opinione del Balbo che la fusione delle razze era omai compiuta al tempo della pace di Costanza, nel 1183; e già di lunga mano si era andata operando in seno alle moltitudini. Avvalorata da varie cause accessorie, la esaltazione delle forze individuali congregatesi in molteplici compagnie, fu causa d'ogni bene e d'ogni male, di precoci fortune e di non meno precoci calamità, pei popoli della penisola che sorgevano rigogliosi a vita nuova in sul principiare del secolo XII.




II


Ogni città pertanto soleva avere molti nemici e di molte sorta: primi fra tutti, i fuorusciti che avevano avuto le case arse e disfatte, a furia di popolo e talvolta per sentenza del magistrato, e tutti i beni pubblicati, ossia confiscati; onde peregrinavano condannati essi stessi a morte o all'esilio, insieme colle donne e coi figliuoli (quando pure questi non fossero stati trattenuti come ostaggi): bensì costoro, senza perdersi d'animo, costituivano subito uno Stato fuori dello Stato; si raccoglievano a consulte, si eleggevano capi, stavano uniti ed armati, offrendo i loro servigi in cambio dell'ospitalità a quelli della loro parte, e spiando l'occasione di tornare in patria, per render la pariglia ai loro avversari: taluni pure stretti dal bisogno si mettevano agli stipendi di qualche signore italiano o straniero, facendosi così precursori delle compagnie di ventura. C'erano inoltre altri nemici del Comune, più coperti, ma non meno pericolosi: dentro, la moltitudine dei malcontenti, cioè degli esclusi dagli onori: e questi solevano essere, in Toscana, i nobili e i plebei, poichè coloro che in sul finire del secolo XIII si erano recati in mano lo Stato erano generalmente i popolani grassi; ma ai grandi poi vennero ascritte, per astio e per vendetta, molte famiglie d'origine cittadina, e gli stessi popolani grassi, divisi in consorterie e in nuove fazioni, si fecero guerra tra loro. Fuori poi, stavano le terre e le città soggette le quali erano tenute in freno più che altro dalla paura; e quanto più esteso era il dominio, tanto più eran temibili le ribellioni; nè si ristavano dal fomentarle i feudatari della campagna, che non tutti si erano condotti a vivere dentro le mura, ma parecchi serbando una mezza indipendenza eran venuti a patti col Comune, nè avevano scrupolo di violarli ove a loro tornasse conto. Non occorre accennare alle insidie e alle guerre degli emuli vicini o lontani, essendo sorte che tocca a tutti gli Stati. Bensì i Comuni, per la loro natura, vi andavano più esposti degli altri.

Invero varie città, guerreggianti coi signori del contado, avevano ordinato l'affrancazione dei servi della gleba; talvolta li avean persin ricomprati; e famosi sono i decreti promulgati da Bologna nel 1256 e 83, da Firenze nel 1289 e 97, che sembrano precorrere, nella consacrazione della libertà personale, le dottrine filosofiche del secolo XVIII. Ma tali atti, ristretti alla sola servitù rurale, possono equipararsi alle emancipazioni sancite dai pontefici qual conseguenza delle bolle di scomunica; poichè come da un lato non ponevano ostacolo alla servitù domestica (di cui si trovano traccie negli Stati italiani fin oltre al seicento), così dall'altro non iscioglievano tutta la compagine degli ordini feudali; ed i Comuni vietando di vendere o di comprar coloni e abolendo le angherie dovute ai Signori, non intendevano menomamente di rinunziare alla giurisdizione civile e politica sui loro vassalli. Anzi, persino accettando la dedizione spontanea o l'accomandigia di qualche terra, non mancavano d'imporle un tributo od almeno un atto d'omaggio, insieme coll'obbligo di obbedire ad ogni loro comandamento. Figuratevi dunque come trattassero i conquistati!

Al Machiavelli che in un capitolo dei Discorsi sulle Deche di Tito Livio aveva vagheggiato l'idea d'una grande Repubblica italiana, il Guicciardini obbiettava, nelle sue Considerazioni, che ciò sarebbe stato a vantaggio d'una sola città e a rovina delle altre, dappoichè repubblica non concede il benefizio della sua libertà “a altri che a' suoi cittadini propri„, mentre la monarchia “è più comune a tutti„. Tal contrasto, sagacemente notato dallo statista fiorentino, si trova espresso, con singolare vivezza di passione, nell'ultimo scorcio del secolo decimoterzo da un rimatore politico, il Saviozzo da Siena, in una canzone da lui composta a laude di Giovan Galeazzo, duca di Milano, la quale incomincia:

		Novella monarchia, giusto signore,
		Clemente padre, insigne, virtuoso,
		Per cui pace e riposo
		Spera trovar la dolce vedovella…

Niuno oserebbe affermare che il desiderato sovrano meritasse tutti quegli epiteti; ma è certo che il poeta senese esaltava principalmente in lui l'avversario degli odiati Fiorentini. E poichè i Fiorentini stessi avevano sempre in bocca la parola libertà, e aggregando nuove città al loro dominio non si vantavan già (come faceva Antonio Pucci, cantor popolare e trombetta del Comune) di averle recate al loro mulino, ma affermavano di averle ridotte in libertà, il Saviozzo invocava la giustizia e la vendetta di Dio contro quel

		detestabil seme
		Nimico di quïete e caritade
		Che dicon libertade
		E con più tirannia ha guasto il mondo.


…

		Costor coi loro inganni han messo al fondo
		Già le cose di Dio
		E conculcato quasi ogni vicino.


…

		Ch'el sangue fiorentino
		Purghi ogni sua più velenosa scabbia
		E noi siam franchi da cotanta rabbia!

La voce del rimatore politico è avvalorata da due ben più gagliarde, levatesi già al principio e verso la metà dello stesso secolo, quelle di Dante e del Petrarca. L'uno, imprecando anch'esso, ma con tutt'altro animo, alla sua città, che gli si era fatta matrigna, e predicendole grandi sventure, le faceva intendere come le terre soggette, non meno che i nemici, le augurassero ogni male:

		Tu sentirai di qua da picciol tempo,
		Di quel che Prato, non ch'altri, t'agogna.

E a tutti predicava in ogni forma, secondo il suo ideale politico, fraterna pace e giustizia. L'altro similmente lamentava, tra le peggiori piaghe d'Italia, la folle superbia di soprastare e la cupidigia di taglieggiare i vicini più deboli; per le quali imprese gli Stati italiani, quando fu scritta la canzone (cioè secondo ogni probabilità fra il 1344 e il 45) solevano già adoperare le armi mercenarie delle soldatesche di ventura:

		Qual colpa, qual giudicio, o qual destino
		Fastidire il vicino
		Povero, e le fortune afflitte e sparte
		Perseguire, e in disparte
		Cercar gente e gradire,
		Che sparga 'l sangue e venda l'alma a prezzo?

A queste testimonianze, tolte, come vedete, da varii momenti del periodo storico di cui nel presente anno vogliamo intrattenervi, ne potrei aggiungere molte più intorno al furore delle sette, alle mutabilità dei provvedimenti, ed agli altri mali che straziavano i Comuni. Ma me ne astengo, poichè non bisogna abusare di nulla, neanche dei versi dei migliori poeti; tanto più che vorrò pure citarvene altri in altre occasioni, pensando che vi riesca gradita, com'è utile e buona, simil maniera d'illustrare i casi storici coi documenti della letteratura contemporanea: al che giovano non meno delle opere dei dotti ingegni, le leggende e i cantari fatti pel popolo da rimatori mediocri e spesso ignoti. Ma non vo' farvi credere d'essere andato io a scovarli dai vecchi codici dove erano sepolti; a tale studio dettero impulso fra noi il D'Ancona, il Bartoli, il Carducci; e dietro a loro una eletta schiera di giovani che alla lor volta sono già diventati maestri, quali il Casini, il Frati, il Mazzoni, il Medin, il Morpurgo, lo Zenatti, e mi piace di ricordarli per debito di gratitudine.




III


Basta il fuggevole sguardo che abbiamo dato alle condizioni interne ed esterne dei Comuni per fare intendere che sorta d'esistenza travagliata e precaria essi menassero e come aprissero facile varco alle ambiziose mire dei futuri Signori. I quali, peraltro, non ostante tutte le arti loro, non avrebbero potuto insediarsi nè mantenersi in istato ove non fossero stati sorretti, per un tempo, dal favore delle moltitudini. E non poteva essere altrimenti; giacchè la licenza e le sfrenatezze generano tal sazietà, che viene un momento in cui un popolo si darebbe anche al diavolo, pur di tirare in basso i prepotenti e di godere qualche giorno di vivere riposato; si acconcia allora all'assoluta potestà d'un solo, finchè i mali dell'oppressione non abbiano alla lor volta cancellato il ricordo degli abusi della libertà. Ci possiamo fare una chiara idea di questa legge storica, ripensando (per addurre un solo esempio) alle vicende della repubblica in Francia, negli ultimi cento anni: nè parrà strano il raffronto, chi consideri quanto si somigliano nell'instabilità le nostre antiche democrazie con la moderna di Francia. Colà due volte, nel 1800 e nel 1848, la nazione intera si buttò volonterosa in braccio ad un Bonaparte, affinchè la salvasse dai pericoli dell'anarchia. Speriamo che, al presente, faccia miglior prova la terza repubblica; e noi, come italiani, dobbiamo desiderarlo; ma poco mancò, due anni or sono, che essa non precipitasse sotto la strana dittatura d'un fantoccio soldatesco, di cui teneva i fili una compagnia di legittimisti, d'imperialisti e di faccendieri. Ed avvertasi che se, nella prima repubblica, c'erano due categorie di persone messe fuor della legge, gli emigrati ed il clero non costituzionale, nelle altre due repubbliche, tutti partecipavano e partecipano al governo, anche i residenti in remotissime colonie; mentre per contrario gli assoggettati, gli esclusi e gli sbanditi costituivano il massimo numero degli abitanti, nei nostri Comuni medievali.

Non deve dunque parere strano che la vita loro abbia avuto, in complesso, splendida, ma non lunga durata, essendo sorta coll'undecimo secolo, e già nel decimoterzo incominciando a declinare; c'è piuttosto da meravigliarsi che alcune città riuscissero, tra molte traversie, a mantenersi libere fino ai tempi moderni, e che quattro delle antiche repubbliche sopravvivessero ancora in Italia quando l'intiera Penisola, travolta nel turbine della rivoluzione francese, fu soggiogata dalla nuova repubblica e dal suo condottiero, nato in Corsica, di schiatta toscana: quattro repubbliche, Venezia, Genova, Lucca e San Marino, tutte prettamente oligarchiche, salvo una che, sola superstite, ci è caro di conservare qual minuscolo testimone d'un mondo scomparso.

Per tutti gli altri Comuni, la trasformazione in signorie ha principio col 1200 ed ha compimento nel 1559. Durante questo periodo si manifestano svariatissime forme di vita politica che s'intrecciano e si avvicendano, secondo che portano l'energia individuale e l'umore avventuroso d'un popolo, il quale si ridesta, giovane e vecchio ad un tempo, superbo delle antichissime tradizioni latine, perpetuatesi nei travestimenti del medioevo, e pur voglioso d'innestare su quelle i germogli d'una nuova civiltà.




IV


Al modo stesso che i Comuni si sono inalzati sui feudi, appropriandosene gli usi e le prerogative, così ai Comuni si sovrappongono le signorie usurpandone le ragioni e riducendole in mano ad un solo. Ma poi (questa è una sentenza veramente storica del cronista Matteo Villani) “come tirannie si criano, com'elle esaltando si fortificano e crescono, così in esse si nutrica e si nasconde la materia della loro confusione e ruina„.

Laonde avveniva non di rado che un Comune, caduto sotto l'autorità d'un tiranno, si rivendicasse in libertà, e che poi più d'una volta si rinnovasse la stessa vicenda. Non alla sola Cesena, ma a parecchie città si potevano applicare i versi di Dante:

		Così com'ella sie' tra 'l piano e 'l monte,
		Tra tirannia si vive e stato franco.

E del pari le signorie non istavano ferme; le grosse ingoiavano le piccole; e queste, quando se ne porgeva il destro, tornavano indipendenti, salvo a ricadere sotto gli artigli d'un più potente vicino. Se non che neppure il semplice trapasso, che può dirsi normale, da feudo a comune, da comune a signoria, e da signoria piccola a signoria grossa, non sempre accadeva, nè dappertutto; e molto meno poi tali successioni si effettuavano contemporaneamente. Nel modo stesso che a quanto c'insegnano gli astronomi, si muovono, negli spazi eterei, mondi in formazione, e poi sistemi planetari che come il nostro compiono le proprie rivoluzioni, e infine soli spenti e pianeti frantumati; così a mal agguagliare, sussistevano insieme, nei secoli XIII e XIV, feudi d'antica data, comuni rimasti o rifattisi liberi, e signorie di varia grandezza e di varia natura.

Sotto quest'ultimo nome, nel più largo significato, si comprende ogni specie di sovranità: Venezia e Firenze, per esempio, avevano ciascuna la sua signoria, che era composta, per la prima, del doge e dei suoi collegi, per la seconda del gonfaloniere e de' priori. Signorie si chiamavano pure le giurisdizioni e i principati feudali, per lo più di remota ed oscura origine; alla qual categoria appartenevano alcuni Stati ragguardevoli, come quelli dei marchesi di Monferrato, e dei marchesi di Saluzzo (ambedue famiglie aleramiche), e quelli dei conti di Savoia, da cui si era staccato nel 1295 il ramo dei principi d'Acaia. Finalmente spetta la medesima denominazione anche al potere acquistato per eredità, o conquistato per invasione, quale fu quello che ebbero sul Regno, prima gli Svevi succeduti ai Normanni e poi gli Angioini, e sulla Trinacria nel secolo XIV gli Aragonesi, dopochè la mala signoria dei Francesi trasse Palermo a gridar mora! mora! Di codeste signorie peraltro non tocca a me d'intrattenervi, salvochè per ricordare come gli Angioini, introdottisi in Piemonte nel 1265, vi ottenessero la dedizione di parecchie città; le quali poi, tradite dal marchese Guglielmo di Monferrato, fecero lega, e, presolo, lo rinchiusero dentro una gabbia, in Alessandria, ove in capo a due anni morì, e quelle città passarono per la più parte a Casa di Savoia. Ma le signorie, nel significato ristretto e propriamente storico della parola, sono soltanto quelle che si sostituirono ai Comuni. Anche in tali termini la materia è sì vasta che ci sarebbe da discorrerne per mesi ed anni, non che per ore e giorni. Ma non vi spaventate! c'è una tirannia, maggiore d'ogni altra, e che non ha bisogno d'illustrazione: è quella del tempo, alla quale non voglio menomamente sottrarmi. Per ciò appunto ho scritto questa chiacchierata, invece di dirla familiarmente come avrei preferito. E per la medesima ragione non istarò a enumerarvi tutte le signorie del XIII e del XIV secolo (che già sarebbe impossibile) e neanche tutte le principali. Mi contenterò invece di additarvi rapidamente le diverse specie in cui esse possono distinguersi; e le loro qualità generali, come fin qui ho cercato di mostrarvi la causa prima e fondamentale da cui derivarono tali rivolgimenti politici. Dopodichè, determinata la cornice e descritto il campo del quadro, potremo mettervi dentro qualche figura più tipica delle varie famiglie di signori e di tiranni.




V


Se guardiamo alle origini, parecchi tra i signori sono antichi feudatari che già dimorano stabilmente nelle città, oppure vi calano dagli aviti castelli, dove tuttavia esercitano i privilegi nascenti dall'atto d'investitura e dalla consuetudine, e più veramente dalla forza, per quanto almeno la forza altrui non gli abbia stremati. Ve ne sono poi che vengono dal popolo; i quali, nei tempi più recenti (in particolar modo nel secolo XV), non procedono più alla maniera selvaggia dei primi, ma con arti politiche raffinate e, come dicevasi, con modi civili. Infine i condottieri, qualunque sia la loro schiatta, costituiscono una categoria di per sè stante; giacchè i primordi delle compagnie di ventura, così nella storia come anche nel nostro tema, si collegano coll'estendersi delle signorie. Rispetto dunque all'origine si hanno i feudatari, i cittadini, e i condottieri, che possono essere dell'una o dell'altra specie; quanto poi all'acquisto della signoria, suol conseguirsi per dedizione, per compra o per violenza o per queste varie vie congiuntamente, e di solito mediante l'ufficio di podestà, di capitano del popolo o di vicario.




VI


Insediatosi nella città, il signore deve pensare a difendersi contro gli avversari, che in casa e fuori congiurano contro di lui o gli fanno guerra aperta. Come ha acquistato l'autorità per virtù della propria energia personale, del pari deve adoperare assiduo studio a conservarla. Il suo governo sarà più o meno feroce a seconda dell'indole dell'uomo e delle contingenze; rimarrà sempre peraltro un sogno poetico l'ideale che il Petrarca delineava scrivendo a Francesco da Carrara, signore di Padova, intorno all'ottima amministrazione dello Stato. Egli voleva che il principe fosse non padrone ma padre della patria; e delle armi e dei trabanti si valesse non contro i cittadini, ma contro i nemici e i ribelli. Se non che costui, per la sua stessa condizione, è indotto a sospettare di tutti i cittadini più ragguardevoli ed a trattarli tutti da nemici e ribelli: non è rattenuto da alcun scrupolo ne si ristà dal commettere delitti, macchiandosi puranco del sangue dei suoi parenti. Colla plebe invece, che non gli dà ombra, si sforzerà di mostrarsi benefico, e di amicarsela provvedendo largamente ai bisogni pubblici. Ma per tali spese, non che pel fasto della sua corte e per lo paghe delle sue milizie, gli occorrono denari; procurerà di non aumentare le gravezze e finchè può lascerà le cose come le ha trovate, ma penserà ad impinguare l'erario, sia colla meditata spoliazione di un dovizioso cittadino e magari d'un proprio ministro arricchito, sia mediante qualche impresa fortunata o qualche buona condotta militare; nè è raro il caso che un signorotto si metta per un certo tempo agli stipendi d'un altro signore o d'un Comune.

Sospetto, crudeltà e cupidigia sono pertanto i vizi ordinari del signore, che quasi per necessità è costretto a farsi tiranno. E niuno meglio di Dante che nel suo esiglio dovette pur troppo frequentare le corti, e

		Scender e salir per l'altrui scale,

esprime lo sdegno dei galantuomini contro coloro

		che dier nel sangue e nell'aver di piglio;

e ne fa vendetta cacciandoli all'inferno dentro al sangue bollente.

Tutti ricordate come nella famosa imprecazione alla serva Italia in sul principiar del 300, egli attesti:

		Che le terre d'Italia tutte piene
		Son di tiranni ed un Marcel diventa
		Ogni villan che parteggiando viene.

Ma c'è un altro passo della sua operetta latina sulla volgare eloquenza, dove, dopo aver esaltato il valore e la gentilezza della casa di Svevia e specialmente di Federigo II e di Manfredi, vi contrappone l'abbietta volgarità e la superbia plebea dei tiranni contemporanei; e con bizzarra fantasia finge che facciano tutti insieme un diabolico concerto musicale per chiamare a raccolta i più scellerati uomini del mondo. Racha, racha! incomincia egli, usando una parola evangelica, come a dire: Ohibò, vitupero! E poi prosegue: Che mai suona ora la tromba dell'ultimo Federigo (d'Aragona)? Che la campanella di Carlo II (d'Angiò)? Che il corno dei potenti marchesi Giovanni (di Monferrato) e Azzo (d'Este)? Che i pifferi degli altri signori? Qual voce n'esce salvo che questa: Venite carnefici! venite frodatori! venite predoni!

Così li bollava il gran giustiziere del medioevo; ma non bisogna credere che tutti i signori fossero scellerati volgari. Pronti ad ogni delitto erano i più tra loro: non i più peraltro facevano il male senza qualche ragione politica, ed unicamente per isfogo di basse e brutali passioni. La sottile arte di stato che il Machiavelli vide praticata in sul finire del 400 e in sul principiare del 500, e che egli ridusse in regole scientifiche nel libro del Principe, erasi andata formando appunto nei due secoli precedenti; nè altrimenti sarebbe potuta giungere d'un tratto a sì alto grado di odiosa perfezione.




VII


Consapevole della propria illegittimità, il nuovo Signore s'industria ad avvalorare la sua autorità con un diploma d'investitura imperiale o pontificia, che paga anche a caro prezzo. Ma i titoli che si comprano, allora come ora, si sa appunto quanto valgono, non più e forse meno del costo. Dopo la rovina degli Svevi la maestà dell'impero andò sempre declinando; invocati pacificatori quando stavan lontani, i Cesari germanici, ogni qualvolta calarono in Italia tra il 1268 e il 1400 fecero mostra d'impotenza; se uno almeno, Arrigo VII, vi morì sconfitto ma compianto (e le lodi di Dante, di Dino Compagni, di Cino da Pistoia, di Sennuccio del Bene, di Albertino Mussatto onorano tuttavia la sua memoria), gli altri due, Ludovico il Bavaro e Carlo IV di Boemia, se ne partirono svillaneggiati e derisi, dopo aver operato più da mercanti che da sovrani.

Le beffarde querele di Franco Sacchetti a papa Urbano V e a Carlo IV, quando passaron da Firenze nel 1365, poi le invettive anche più fiere di Fazio degli Uberti contro l'istesso Carlo e gli altri lurchi moderni germani omai immeritevoli di custodire l'augello imperiale, essi che d'aquila un allocco n'hanno fatto, per tacere dei giudizi del Villani e degli ondeggiamenti e dei disinganni del Petrarca, mostrano come, durante quel periodo, si andasse perdendo, tra gli Italiani, la fede negli antichi ideali politici; e più d'uno cominciava forse a pensare ciò che scriverà ai primi del 500 Francesco Vettori che “l'investitura data da un uomo che vive in Germania, e che d'imperatore non ha che il titolo, non basta a fare un villano vero signore di una città„.

I signori invero, tuttochè si procaccino pergamene, fanno assegnamento più che altro sul proprio valore, e non meno sull'ingegno che sulla forza. Di tanto cresce l'importanza del pensiero, di quanto scema la riverenza verso le due grandi autorità, fonti del diritto pubblico universale, il Papato e l'Impero romano germanico. Mentre nei primi secoli del medioevo predominano le consorterie, le corporazioni, le scuole e le arti, onde parecchi monumenti, così d'architettura come di legislazione, rimangono anonimi e collettivi, invece coll'istituzione delle signorie emergono e campeggiano gli individui. Rarissimi sono i Signori che non abbiano in pregio la coltura; anzi, amando modellarsi su Federigo II (il quale in molte parti aveva precorso al moderno concetto dello Stato), lo imitano anche nel compor versi d'amore o d'argomento politico e morale. E pur si leggono nelle raccolte antiche o moderne rime di Guido da Polenta, di Castruccio Castracani e di Arrigo suo figliuolo, di un Bruzzi figlio naturale di Luchino Visconti, di un Malatesta dei Malatesta di Rimini, signore di Pesaro, di Marsilio dei Carraresi di Padova, di Roberto dei Guidi del Casentino, conte di Battifolle, il quale scambiò col Petrarca epistole latine e un sonetto volgare. Similmente si compiacevano di accogliere in corte poeti e dottori; e, se taluno, rozzo e altezzoso, trattava i poeti alla pari de' giullari e dei buffoni, molti invece ne facevano gran conto e se ne giovavano per commissioni e ambascerie. Così Franceschino Malaspina, marchese della Lunigiana, incaricò Dante di conchiudere una pace, e Guido da Polenta lo mandò poi oratore a Venezia. Il Petrarca fu inviato anch'egli presso la Serenissima da Giovanni Visconti; all'imperatore e al re di Francia da Galeazzo II, e prima del papa Clemente VI alla regina Giovanna di Napoli. I signori ed i Comuni facevano a gara per aver segretari letterati che componessero, con destra argomentazione e con erudita rettorica, lettere e discorsi. La nuova arte diplomatica sorgeva insieme colla trasformazione dello Stato. Per non tediarvi con un altro elenco di nomi, ricorderò soltanto, da un lato il Saviozzo da Siena di cui v'ho citato la laude al giovane Galeazzo e che fu cancelliere di Federigo da Montefeltro conte di Urbino; dall'altro Coluccio Salutati che, dopo aver servito la Curia romana, diventò segretario della repubblica di Firenze, e, al pari dei suoi predecessori e dei successori, in tale ufficio, fu uno dei più dotti uomini dell'età sua. Giovan Galeazzo diceva che le epistole di Coluccio gli facevano paura più di mille cavalieri.




VIII


Ma di questo Visconti, che già due volte ho avuto occasione di nominarvi, riparleremo più distintamente in appresso, perchè fu l'ultimo e più compiuto tipo del tiranno trecentista. Ora per rifarmi invece dal primo con cui s'inizia il periodo delle signorie, debbo presentarvi il molto magnifico ed inclito marchese Azzo o Azzolino VI da Este, signore di Montagnana, di Gavello, di Rovigo e del Polesine, non che di parecchi castelli e terre allodiali in Lombardia e in Lunigiana, e di più creato da papa Innocenzo III marchese d'Ancona, del qual feudo doveva poi due anni appresso ottenere da Ottone IV anche l'investitura imperiale. Apparteneva ad una schiatta antica e potente, un ramo della quale costituì in Germania la casa di Brunswick; sicchè Ottone IV in un diploma lo chiamava suo cognato ossia congiunto. Grazie ad un parentado aveva unito ai propri beni le ricchezze grandissime dei Marcheselli Adelardi capi della fazione guelfa in Ferrara, come i Salinguerra erano della ghibellina. Liberale del suo, si era procacciato numerosi aderenti, e grazie al favor popolare otteneva ed esercitava volentieri l'ufficio di podestà, per esempio, nel 1205 a Ferrara, nel 1206 a Mantova, nel 1208 a Verona, dove (dice un cronista) egli d'accordo col conte di San Bonifacio dominò finchè visse.

Le podesterie furono, come già v'ho accennato, primo avviamento alle signorie. Tal magistratura, la quale non aveva nulla a che fare con quella che il Barbarossa, sotto l'istesso nome, aveva già voluto imporre ai Comuni, si era omai estesa, con universale gradimento, in ogni città. Il podestà essendo un forestiero a cui veniva affidato per un solo anno, e coll'obbligo di render conto, l'incarico di far eseguire le leggi e di amministrar la giustizia civile e penale, offriva una guarentigia d'imparzialità che lo rendeva accetto a tutti gli abitanti. Doveva menar seco, non le persone di famiglia (chè gli era vietato), ma una famiglia di giudici, cavalieri e berrovieri. Il sospetto che diventasse troppo potente fece poi distaccare dal suo ufficio il comando delle milizie, e così creare l'altra magistratura del capitano del popolo. Ma non era un buon rimedio: poichè i signori feudali che ambivano la potestà, nè scadendo dall'ufficio, avrebbero potuto per regola esservi confermati, riuscivano invece a farsi eleggere capitani del popolo, e viceversa, perpetuando così la propria autorità. I Comuni, in sostanza, con simile istituzione, si confessavano inetti ad esercitare la giustizia, senza ricorrere ad un estraneo; era dunque naturale che quest'ultimo, destreggiandosi fra le parti contrarie o mettendosi a capo di una di esse, suscitasse nei più il desiderio che gli fosse dato in mano lo Stato.

Ciò appunto avvenne in Ferrara; dove Azzo d'Este e il Salinguerra giuniore, dopo aver proceduto d'accordo per qualche anno, vennero ad aperta rottura; nel 1207 il secondo cacciò il primo, e alla sua volta fu cacciato l'anno seguente. Ma in tale occasione la cittadinanza creò l'Estense governatore, rettor generale e signore perpetuo di Ferrara, colla trasmissione della dignità nel suo erede, e col diritto di provvedere, di correggere, e di riformare ogni cosa ad arbitrio della sua volontà.

Fu il primo esempio, dice il Muratori (che pubblicò l'atto solenne), d'un Comune il quale cedesse la propria sovranità per metter freno alle discordie intestine. Se non che la fazione dei Salinguerra tornò vittoriosa nel 1209, e l'imperatore Ottone riconciliò momentaneamente i due competitori; ne seguirono nuove vicende di guerra e di pace, finchè nel 1240, abbattuti gli avversari coll'aiuto del legato pontificio, Azzo VII diventò davvero signore perpetuo della città. Invero, morto che fu, nel 1264, i fautori della sua casa ne assicurarono la successione ad un figliuolo illegittimo d'un suo figliuolo. Ed un cronista contemporaneo sentì un Aldighiero dei Fontanesi (disceso dagli Aldighieri di Val di Pado e però congiunto col sommo Poeta) arringare il popolo dicendo: “Non temano gli amici, nè s'imbaldanziscano i nemici… Rimane quell'Obizzo diciassettenne, di buona indole e di buona speranza. E se, a prender la signoria, Casa d'Este non avesse più nessuno, ce lo faremmo di paglia.„ E il popolo a gridare: sì, sì! In simil modo Obizzo fu acclamato signore di Modena nel 1288 e di Reggio nell'89: plebisciti che poi si rinnovarono anche a pro di altri Estensi: segnatamente a Ferrara per Rinaldo nel 1317 e a Modena per Obizzo II nel 1336. Ma dell'opera propria non ebbe già da lodarsi quell'Aldighiero; il quale morì avvelenato a tradimento da Obizzo I, e poco dopo i suoi parenti, essendosi due volte sollevati, furono tutti o ammazzati o banditi.

Di questi e d'altri delitti (quali l'eccidio per agguato di Jacopo del Cassero e la seduzione di Ghisolabella de' Fontanesi) fece giusta vendetta il Poeta sommergendo lo spirito del tristo marchese nella fossa di sangue bollente, e infamando in pari tempo (secondo la voce che allor correva) le azioni e i natali del suo successore Azzo VIII:

		… Quella fronte che ha il pel così nero
		È Azzolino; e quell'altro che è biondo
		È Obizzo da Esti, il qual per vero
		Fu spento dal figliastro su nel mondo.




IX


Bene stanno uno accanto all'altro quei due tiranni, il guelfo Obizzo, alleato di Carlo d'Angiò, e il ghibellino Ezzelino III da Romano, genero e vicario di Federigo II, spietati ugualmente ambedue, se non che l'uno più feroce e l'altro più perfido.

Degli Ezzelini v'è già stato parlato da altro lettore[3 - Vedi la conferenza di R. Bonfadini, che è la prima di questa serie.]: ond'io ricorderò soltanto in qual modo questi grandi feudatari (anch'essi, come gli Estensi, d'origine germanica) fondassero la lor signoria nella Marca Trevigiana, dove il loro avo Ecelo nel 1036 aveva avuto dall'imperatore Corrado II il castello di Romano. Il primo Ezzelino, tornato dalla seconda crociata, fu creato avvocato ossia mandatario e campione di molti vescovi e abati e con ciò arricchì e ingrandì la sua casa. Dopo aver servito il Barbarossa, passò all'altro campo e diventò rettore della Lega lombarda; giurò la cittadinanza di Treviso e di Vicenza e in ambedue questi Comuni tenne per primo l'ufficio di podestà.

Il figliuolo, Ezzelino II, vien detto il Monaco, perchè (come varii principi di quella e d'altre età) volle finir la vita in un chiostro. Succeduto al padre nel 1184, ne continuò le tradizioni e la fortuna politica, or podestà, or capitano di varie città, e sempre accortamente mescolato nelle guerre e nelle paci, nelle leghe e nelle fazioni. L'istesso fece il terzo Ezzelino; ma con tanta gagliardia e con tanta crudeltà che colpì le menti di pauroso stupore; le storie e le novelle, anche più di due secoli appresso, sono piene del suo nome; onde l'Ariosto cantava:

		Ezzelino, immanissimo tiranno
		Che fia creduto figlio del demonio.

Colle podesterie e colle armi, aiutato da Federigo II e dai Ghibellini, s'era impadronito di Verona, di Vicenza, di Bassano, di Padova, e quindi di Treviso, di Trento, d'Este, di Bassano e di Belluno: si reggeva cinto da satelliti, spogliando e abbassando i grandi, e sollevando la plebe, e parve giungere al culmine nel 1250, mentre la città di Verona lo gridava suo signore, a suono di trombe e di tamburi, in mezzo ad un generale tripudio non minore di quello che nel 1259 doveva festeggiare la sua estrema rovina. Oramai i Comuni lombardi che primi avevano acquistata la libertà, erano anche i primi a mostrarne fastidio. E se n'era veduta pure una prova, diciassette anni innanzi, quando il buon frate Giovanni di Schio, predicando concordia e perdono, aveva fatto giurare la pace a ben 300 mila persone sui campi di Paquara. Poichè il frate medesimo col favor della moltitudine fu eletto conte e signore a Vicenza e a Verona; e tosto prese a mutare statuti e magistrati, a farsi dare ostaggi, e fu accusato d'infierire contro gli eretici e i Ghibellini; onde si riaccesero le passioni un momento sopite, e l'opera del sant'uomo miseramente fallì. Par di leggere la scena dello Shakespeare, così vera di psicologia storica, dove la plebe romana, in risposta all'infiammata allocuzione di Bruto, gli gridava: “Sii tu il nostro Cesare!„ Infatti la repubblica nell'antica Roma non poteva risorgere, e trascorsi appena tredici anni dall'uccisione di Cesare, vi si impiantava il dominio d'un solo. Alcunchè di simile accadde nei Comuni lombardi, nella seconda metà del secolo XIII, dopochè Ezzelino, vinto al Ponte di Cassano dalla crociata bandita contro di lui da papa Alessandro IV, morì ferocemente quale aveva vissuto, lacerandosi le ferite, e quindi il fratello e i parenti di lui furono fatti a pezzi, con orribili stragi.

Nell'ebbrezza della vittoria tutte le città pensarono di rivendicarsi in libertà, e Verona, Vicenza, Padova, Treviso strinsero una lega di scambievole difesa e fratellanza. Ma fu un fuoco di paglia: e in breve si assoggettarono a nuovi padroni. Verona, per la prima, assalita dal guelfo conte di Sambonifacio nel 1261 elesse capitano del popolo Mastino della Scala, antico soldato e castellano d'Ezzelino. Ed essendo stato questi assassinato nel 1279, il popolo levatosi in armi trucidò i congiurati e mise nel luogo del morto il fratello di lui Alberto, che era podestà a Mantova. Alberto governò con mitezza, promosse l'industria e il commercio, abbellì e munì la città, e aggregò allo Stato Vicenza, Feltre, Belluno e altri luoghi. Gli succedettero prima il figlio Bartolomeo dal 1301 al 1304 e poscia i fratelli Alboino e Can Francesco, serbando sempre il titolo di capitani del popolo, finchè Arrigo VII nel 1312 li creò vicari imperiali.

Questa famiglia che per l'innanzi non aveva avuto possessi nè titoli feudali, mentre un de' suoi era stato console nel 1147, fu molto probabilmente d'origine latina e cittadina; e la miglior tempra di alcuni suoi principi fa gradevole contrasto coll'efferatezza dei tiranni contemporanei. A Bartolomeo alludeva Dante, quando si faceva dire dal suo avo Cacciaguida:

		Lo primo tuo rifugio e il primo ostello
		Sarà la cortesia del Gran Lombardo
		Che in su la scala porta il santo uccello;

		Che in te avrà sì benigno riguardo
		Che del fare e del chieder, tra voi due,
		Fia primo quel che gli altri è più tardo.

Il fratello e successore di lui, Alboino, fu uomo fiacco di mente e di corpo; nè il Poeta ebbe da lodarsene; onde gli dette una sdegnosa sferzata nel Convito; ma, per ammenda, esaltò oltremodo il terzo dei figliuoli legittimi d'Alberto, il quale (in grazia, a quanto narrasi, di certo sogno avuto dalla madre) si chiamò fin dalla nascita Cangrande.

		Non se ne sono ancor le genti accorte
		Per la novella età…

Ed infatti aveva solo nove anni nel tempo in cui Dante finge avvenuto il suo misterioso viaggio, e non più di tredici, quando egli stesso si recò effettivamente in Verona. Annunzia bensì, sempre per bocca di Cacciaguida, che

		… pria che 'l Guasco l'alto Arrigo inganni

(cioè prima che Clemente V mandi a vuoto l'impresa di Arrigo VII)

		Parran faville della sua virtute
		In non curar d'argento nè d'affanni;
		Le sue magnificenze conosciute
		Saranno ancora sì, che i suoi nemici
		Non ne potran tener le lingue mute.
		A lui t'aspetta ed a' suoi benefici:
		Per lui fia trasmutata molta gente,
		Cambiando condizion ricchi e mendici.

Nell'ultima profezia può ravvisarsi un'allusione agli effetti del principato che sollevava gli umili e abbassava i grandi, ma assai più oscura è la terzina che segue e che ha inutilmente affaticato l'ingegno degli interpreti:

		E portera'ne scritto nella mente
		Di lui… ma nol dirai… E disse cose
		Incredibili a quei che fia presente.

I primi versi invece si riferiscono a fatti noti, cioè alla fastosa liberalità con cui Cangrande, rimasto solo signore di Verona nel 1311, radunava intorno a sè artisti, letterati, giullari, uomini d'arme, guelfi o ghibellini che fossero; la compagnia finì col parer anche troppa al Poeta, il quale si partì sdegnosamente da quella corte, dove (se credesi a certe leggende tramandateci dal Petrarca) la sua franchezza riuscì mal gradita. Narrasi in fatti che c'era fra gli altri un istrione procacissimo il quale con motti e con gesti osceni rallegrava assai la brigata. E Cangrande, sospettando che Dante ne fosse indispettito, gli chiese come mai un tal pazzo piacesse a tutti, e viceversa a tutti increscesse un savio come lui. Al che quegli rispose con arguta amarezza: “Perchè ogni simile ama il suo simile.„ Ed anche in altra occasione, dopo un convito, si sarebbero scambiate male parole il Poeta e il Signore esaltato dal vino. Vere o false, queste storielle ritraggono i costumi delle corti medioevali; e parimente ci dà un'idea di tal vita allegra e agitata una bizzarra frottola di Manuel Giudeo, che fu amico e ammiratore di Dante, e che dava il vanto a Verona su tutte le terre di Levante da lui visitate:

		Destrier e corsiere,
		Masnate e bandiere,
		Coraccie e lamiere
		Vedrai rimutare.

E poi fanti che passano, bandiere che sventolano, strumenti che suonano…

		Qui vengono feste
		Con le bionde teste,
		Qui son le tempeste
		D'amore e d'amare.

In altre strofette si descrive la più eletta compagnia che raccogliesi nelle sale del Palazzo:

		Baroni e Marchesi
		De tutti i paesi
		Gentili e cortesi
		Qui vedi arrivare.

E vi si fa cenno di dotte discussioni che peraltro non dovevano procedere molto tranquille:

		Quivi astrologia
		Con philosophia,
		E di theologia
		Udrai disputare;
		Quivi Tedeschi
		Latini e Franceschi
		Fiamminghi e Inghileschi
		Insieme parlare;
		Fanno un trombombe
		Che par che rimbombe
		A guisa di trombe.


…

Vi s'incontrano giudei, saraceni, romei, pellegrini, cantori, trovatori, falconieri, ragazzi; poveri affamati; animali domestici e selvaggi; è una corte bandita dove tutti si satollano, tutti si sollazzano di giorno e di notte, con giuochi senza fine: assai lontano crepuscolo alle raffinate eleganze onde rifulgeranno nel seguente secolo, le case e le ville medicee di Firenze, i palagi ducali di Ferrara, di Mantova e d'Urbino.

		E questo è 'l signore
		Di tanto valore
		Che 'l suo grande honore
		Va per terra e per mare.

A questa conclusione del nostro rimatore fanno eco altri contemporanei che pagarono con simili lodi i benefizi ricevuti dallo Scaligero: così il Ferreto, storico e poeta di Vicenza, ne cantò la gloria in un poema latino, ed il cronista Sagacio Muzio Gazzata ci lasciò una descrizione delle splendide stanze assegnate agli ospiti, dipinte con diversi emblemi a seconda della condizione delle persone.

Per contrario non gli si mostrò benevolo nè in prosa nè in verso Albertino Mussato, l'insigne storico e il poeta incoronato di Padova, sebbene preso in guerra, sotto le mura di Vicenza, fosse stato trattato da Cangrande più come ospite che come prigioniero. Ma egli era uno dei pochi che serbassero in cuore il culto disinteressato della libertà e del Comune: onde non perdonò mai al signore di Verona le violenze e le insidie a danno della sua patria, mentre per amor di questa, dimenticò, nel maggior pericolo, le ingiurie e l'esiglio sofferti dai Carraresi, che si eran fatti tiranni della città; e invitato si unì con essi contro il comune nemico.

Autore, tra le altre opere, di una tragedia latina dove col titolo di Ecerinis mette in iscena il tiranno, già diventato leggendario, della Marca Trevigiana, il Mussato chiama lo Scaligero Ezelino redivivo. Ma questi, benchè non immune dai vizi dell'età sua e del suo stato, non merita davvero sì ingiuriosa appellazione. Si citano di lui vari tratti che lo mostrano magnanimo anche cogli avversari e assai men rapace d'altri più potenti sovrani; così quando Filippo il Bello, d'accordo con Clemente V, abolì l'ordine dei Templari (nel Tempio portò le sacre vele), e si appropriò le immense ricchezze che possedeva in Francia, Cangrande invece consegnò lealmente ai cavalieri Gioanniti i beni immobili esistenti nel suo Stato, e volse ogni rimanente a vantaggio della città. La sua potenza fondavasi sull'accorgimento politico non meno che sulla virtù guerresca, ed era giunta all'apice nel 1319. Aveva finito col sottometter Padova, cedutagli dallo stesso Marsilio da Carrara, in odio al suo tristo congiunto Niccolò; e posto l'assedio a Treviso, anche questa città gli si arrese, per consiglio degli anziani che vollero prevenire un moto di popolo in favore della nuova signoria. Ma pochi giorni dopo esservi entrato, morì di morbo improvviso, e la sua fine, se crediamo ad un anonimo cantore, fu pianta da tutti, baroni e plebei, e anche da ogni principe e re di corona.

		Mort'è la fonte de la cortesia,
		Mort'è l'onor de la cavalleria,
		Mort'è il fior di tutta Lombardia,
		Ciò è messer Can grande,
		Che 'l suo gran core e la sua valoria
		Per tutto 'l mondo spande!

Ed un altro rimatore, forse più antico, diceva del pari in un sirventese non pervenutoci intero:

		Messer Can de la Scala, franca lanza
		[è 'l più le]al che sia de qui a Franza,
		[per tutto] 'l mondo el porta nomenanza
		de prodeze.

I nipoti Mastino ed Alberto ne ereditarono il dominio e l'ambizione, ma non l'animo nè il senno. La fortuna in principio li favorì coll'acquisto di Brescia, di Parma e di Lucca; ma la loro minacciosa grandezza suscitò nel 1337 una lega capitanata da Venezia e Firenze, coi Visconti, i Gonzaga ed altri signori italiani e stranieri a desolazione e rovina degli Scaligeri. Dicevasi allora, e lo riporta un anonimo cronista romano, che Mastino si fosse procacciata una preziosa corona per farsi incoronare re de Lommardia; una simile accusa, in sul finir del secolo, si ripeterà per Giangaleazzo Visconti: e bastava a stringere momentaneamente in un fascio le forze di tutti, contro il pericolo da tutti temuto. Mastino II e Alberto, vinti ed oppressi, perdettero tre quarti dei loro stati e dovettero nel 38 giurar fedeltà a Venezia, cedendole Treviso, Bassano e altre terre. Dopo di loro, quella casa sì ben cominciata finì malamente tra fratricidi e congiure, e nel 1387 Verona cadde in balìa di Giangaleazzo.

L'istessa sorte toccò l'anno seguente a Padova ed ai Carraresi che avevano imprudentemente aiutato Giangaleazzo contro gli Scaligeri. Marsilio, il quale aveva ottenuto la signoria della città, in premio di aver tradito Mastino per cui trattava la pace, era morto prima di poterne godere, e l'aveva lasciata al cugino non meno fornito d'ingegno che di crudeltà. Avendo questi chiamato a succedergli per testamento un Papafava, l'erede escluso, Giacomo da Carrara, assassinò l'altro nel 1345, e morì assassinato egli stesso cinque anni dopo. Il nipote e il pronipote, Francesco il Vecchio e Francesco Novello, che avevan dovuto nell'88 rinunziare allo Stato, lo ricuperarono dopo alcuni anni, ma finirono nel 1406 strangolati entrambi nelle carceri di Venezia.




X


Non posso fermarmi sopra altre delle minori signorie lombarde, tutte macchiate di sangue, e pur non prive d'importanza.

Ma voglio ricordare, in grazia d'una canzone del Petrarca, i casi di Parma, la quale era passata da Giberto da Coreggio ai Rossi e da questi, per accordi intervenuti, agli Scaligeri, nel 1335. Sei anni appresso, Azzo da Coreggio, che già era stato avvocato dei nuovi signori, in corte pontificia, patteggiò coi Visconti e coi Gonzaga che se l'aiutavano a cacciare costoro dalla sua patria egli ne terrebbe la signoria per cinque anni e poi la consegnerebbe a Luchino Visconti. La sollevazione promossa da uno de' suoi fratelli e da lui soccorsa riuscì felicemente; ed il Petrarca, che entrò con Azzo medesimo, suo amicissimo, nella città liberata, celebrò il fatto in bellissimi versi

		Libertà, dolce e desiato bene
		Mal conosciuto a chi talor no 'l perde,
		Quanto gradita al buon mondo esser dèi.
		Da te la vita vien fiorita e verde:
		Per te stato gioioso si mantene
		Ch'ir mi fa somigliante agli alti dei…


…

E poi, con un giuoco di parole o con allusioni conformi al costume letterario del tempo, così continua:

		Cor regio fu, sì come sona il nome
		Quel che venne securo a l'alta impresa
		Per mar per terra e per poggi e per piani;


…

		E soave raccolse
		Insieme quelle sparse genti afflitte
		A le quali interditte
		Le paterne lor leggi eran per forza,
		Le quali, a scorza a scorza,
		Consunte avea l'insazïabil fame
		De' Can che fan le pecore lor grame.

E qui viene una erudita enumerazione di tiranni, per concludere, con esagerazione o meglio con finzione poetica, che Mastino e Alberto erano i peggiori di tutti.

		E la bella contrada di Trevigi
		Ha le piaghe ancor fresche d'Azzolino;
		Roma di Gaio e di Neron si lagna
		E di molti Romagna:
		Mantova duolse ancor d'un Passerino.
		Ma null'altro destino
		Nè giogo fu mai duro quanto 'l nostro
		Era, nè carte e inchiostro
		Basterebben al vero in questo loco;
		Onde meglio è tacer che dirne poco.

Al che tien dietro, per contrapposto, un cenno, più breve, dei principali fautori di libertà, fra i quali tutti naturalmente Azzo porta la palma:

		Non altri al mondo più verace amore
		De la sua patria in alcun tempo accese…


…

		E, perchè nulla al sommo valor manche,
		La patria tolta a l'unghie de' tiranni
		Liberamente in pace si governa;
		E ristorando va gli antichi danni
		E riposando le sue parti stanche
		E ringraziando la pietà superna,
		Pregando che sua grazia faccia eterna.
		E ciò si po sperar ben, s'io non erro;
		Però ch'un'alma in quattro cori alberga
		Et una sola verga
		È in quattro mani et un medesmo ferro.

Per gustare artisticamente tal canzone bisogna dimenticare l'occasione per cui fu composta e i fatti che precedettero e susseguirono la celebrata liberazione di Parma. Ma per lo storico invece importa assai il ricordarli; poichè in tal guisa la poesia diventa altresì un documento psicologico, mostrandoci come uno de' più nobili ingegni di quel secolo, pronto ad esaltarsi ai nomi di patria e di libertà, si studiasse di rappresentare quali magnanimi eroi i suoi amici Da Coreggio, purgandoli dalla taccia di traditori. Questo, secondo il Carducci che ha illustrato da par suo l'intiera canzone, è l'intendimento politico con cui fu scritta, e che fa capolino nel congedo:

		Tu pôi ben dir, chè 'l sai,
		Come lor gloria nulla nebbia offosca.
		E, se va' in terra tosca
		Ch'appregia l'opre coraggiose e belle,
		Ivi conta di lor vere novelle.

Del rimanente se è vero che nei primi tempi il governo dei quattro fratelli Da Coreggio parve imparziale e paterno, presto andò peggiorando; si mise tra loro la discordia; ed Azzo, assenzienti i più, finì nel 44 con cedere la signoria a Obizzo d'Este per 60 mila fiorini d'oro. Laonde Luchino Visconti, lagnandosi della mancata fede, si unì col Gonzaga e cogli Scaligeri, e ruppe la guerra; sinchè nel 46 convenne con Obizzo che gli retrocedesse la città contro rimborso del denaro da lui pagato ad Azzo; il quale poi, riconciliatosi cogli Scaligeri, ne ottenne nuovamente la fiducia, e nuovamente la tradì: “falso ed abietto uomo„ ben dice il Carducci, chè tale va giudicato sebbene il buon Petrarca “seguitasse ad amarlo e lodarlo, e gli dedicasse quasi a conforto i dialoghi De remediis utriusque Fortunae, e ne compiangesse la morte.„




XI


La terra tosca, a cui il Poeta indirizzava la canzone (che poi tralasciò peraltro di porre tra le sue Rime) e dove i Da Coreggio desideravano apparire amatori di libertà, non era propizia all'impianto di stabili signorie; ma neanche v'attecchivano ordini durevoli d'alcuna sorta. Tutti avete a mente il rimprovero di Dante a Firenze:

		… fai tanto sottili
		Provvedimenti, ch'a mezzo novembre
		Non giugne quel che tu d'ottobre fili,

rimprovero che fu suggerito senza dubbio al Poeta dall'acerbo ricordo del suo Priorato (incominciato il 15 ottobre e interrotto anzi tempo il 7 novembre del 1301), ma che si riscontra giusto in tutta quanta la storia del nostro Comune. Legge fiorentina, suonava un vecchio dettato, fatta la sera e guasta la mattina.

Per tacere dei mutamenti d'istituzioni, di magistrature e di leggi (alcuni dei quali erano vere rivoluzioni più radicali delle moderne, e, come allor dicevasi, facevano popolo nuovo), il Comune, dove già aveva spadroneggiato nel 1301 Carlo di Valois coi guelfi neri, sotto gli auspicî di Bonifacio VIII, nel 1313 dette la signoria di sè per cinque anni all'angioino re Roberto di Napoli, e similmente per altri dieci, nel 25 e nel 26, al primogenito di lui Carlo duca di Calabria (che in diciannove mesi fece spendere più di 900 mila fiorini d'oro senz'alcun frutto); ed in fine del 42 elesse Gualtieri di Brienne, duca d'Atene, a capitano e conservatore del popolo; “avventuriere, dice uno storico, di poca fermezza e di meno fede… cupido, avaro e male grazioso, che pure il popolo stesso, ampliandogli il potere, acclamò signore perpetuo e che dopo una diecina di mesi cacciò con rabbioso furore.„ La ragione di queste frequenti dedizioni sta nella debolezza del Comune, che, riconoscendosi impotente a soddisfare le sue mire ambiziose, si affidava ad un signore di fuorivia nel quale sperava di trovare coll'unità del comando la forza che gli mancava. Tal sentimento è espresso nel caso nostro, forse meglio che da ogni storico, dal rimator popolare Antonio Pucci in un suo lamento per la perdita di Lucca: città che i Fiorentini avevano comprata da Mastino II Scaligero per ben 250 mila fiorini, ma che sol pochi mesi avevano posseduta, avendola i Pisani assediata ed espugnata. Nel lamento dunque che ha per titolo: Come Lucca si perdè, Firenze stessa così si rammarica:

		Questa mi fu peggior mercantazia
		Ch'i' comperasse mai in vita mia;
		Sì cara mi costò la sensaria
		A questa volta.
		Oimè, Lucca d'ogni vertù folta,
		Che, per averti meco, insieme accolta,
		Ti comperai, ed altri me t'à tolta,
		Ond'io rimango
		Con tanta pena, ch'ogni dì me 'nfrango,
		E sospirando giorno e notte piango.


…

E di questo andare continua un pezzo, poichè la sobrietà non è la qualità propria di siffatti cantari. Ma ciò che qui importa è la lieta speranza che anima la chiusa del componimento:

		Or tal signor m'à preso ad aiutare
		Ched i' ò intenzïon di vendicare
		Ogni passata offesa, e racquistare
		L'onor perduto.
		Che 'l franco capitan prod'e saputo,
		Duca d'Atene ch'è per ciò venuto,
		Mill'anni par che d'onore compiuto
		Ci renfreschi;
		E seco menerà pochi tedeschi,
		Ma cavalier taliani e francieschi,
		Que' che son sempre a ben ferir maneschi
		Come leoni.

Ma furono vane lusinghe; e l'istesso rimatore, in una ballata scritta per la cacciata del tiranno, con arguto scetticismo fiorentino ne fa la storia sommaria e ne dà la conclusione morale, che vale per tutti i tempi:

		Il giorno della Donna (l'8 settembre), ebbe per manna
		Il Duca di Firenze signoria;
		E fu disposto il giorno di sant'Anna
		Che è madre della Vergine Maria;
		E sì come di pria
		Si disse – viva, viva! – con gran gioia,
		Si gridò – muoia, muoia! —
		Comunemente d'una volontade.

Se non temessi d'abusare della vostra pazienza vi leggerei anche qualche verso d'un altro lamento che il Pucci mette in bocca al duca d'Atene, dove egli ricorda che Arezzo, Pistoia, Volterra, Colle San Gemignano gli s'erano date a vita al pari di Firenze (ed è fatto vero), sicchè ei si credette esser re di Toscana; ma s'accorse a sue spese che i Fiorentini “Gente non son da tener con gli uncini„. Poichè, mentre stava per montare in su la rota, ricevette tal colpo sulla gota, onde rimase lasso!ne la mota, Ispodestato. E il peggio fu per Firenze che a un tratto (dice il Machiavelli), del tiranno e del suo dominio priva rimase; poichè quelle città e terre si ribellarono, e non senza promesse e travagli il Comune potè ricuperarle.

Aveva ragione il vecchio Poeta popolare: per soggiogare i Fiorentini non ci volevano asprezze soldatesche e violenze tiranniche, ma arti raffinate e modi civili; e già in mezzo alle discordie delle arti maggiori e minori, e delle famiglie antiche e delle nuove, fra il breve trionfo dei Ciompi e le vendette dei grandi, si faceva strada una casa di ricchissimi e intelligenti banchieri che doveva nel secolo XV creare una particolare forma di signoria, appropriata all'indole della città e assai più salda delle precedenti.




XII


Di tutt'altra natura fu la dominazione esercitata su Pisa e su Lucca fra il 1313 ed il '16 da Uguccione della Faggiuola, gentiluomo romagnolo, prode capitano, ma anche meno dello Scaligero, degno di rappresentare (come fantasticò qualche studioso) il Veltro dantesco. Più volte podestà d'Arezzo ed anche di Genova, di Gubbio, di Pisa e d'altre città, ora chiamato ed ora remosso, ora campione ora sospettato traditore dei ghibellini, egli mirava a farsi uno Stato; e vi riuscì un momento prendendo Pisa per volontaria dedizione e Lucca per forza. Benchè battesse i guelfi toscani e i reali di Napoli nella gran giornata di Montecatini del 1315 (il quale avvenimento porse occasione in quel tempo ad ma ballata anonima mirabile di fervente ispirazione partigiana), fu poco dopo cacciato a furia di popolo dalle sue due città, e morì combattendo sotto le bandiere di Cangrande.

I Lucchesi, liberatisi da Uguccione, elessero capitano e poi signore per un anno il loro concittadino Castruccio Castracani, che aveva passato la gioventù trafficando e militando in Francia e in Inghilterra, ed era stato rimesso in patria da Uguccione stesso insieme cogli altri fuorusciti ghibellini. Ma in quel momento era in carcere e condannato a morte, non ostante il valore mostrato a Montecatini, per cagion di certi omicidi e ladronecci commessi in Lunigiana. Era invero una natura d'uomo e di tiranno, tra tanti, originale e singolarissima: feroce ed ardito, accoppiava le arti civili e politiche colle virtù militari; procedeva senza scrupolo in ciò che gli consigliava la ragione di Stato, e riusciva pure a farsi adorare dai soldati e dai sudditi. Meritò insomma che il Machiavelli ne facesse il protagonista d'una specie di romanzetto storico che intitolò dal suo nome. Bandì trecento famiglie, ne sterminò altre (fra le quali i Quartigiani suoi primi fautori), abbattè trecento torri, servendosi dei materiali per costruire una fortezza, riordinò le milizie cittadine e mercenarie, le esercitò alle finte battaglie, e le capitanò vittoriosamente nelle vere. Accorto parlatore, sempre primo a farsi innanzi in ogni frangente, bastò talvolta la sua sola presenza a sedare un tumulto o a ricondurre le schiere all'assalto. Dopo quattro anni si fece attribuire la signoria perpetua; e, ripresa la guerra coi Fiorentini, li sconfisse a Altopascio nel 1325, inseguendoli poi fino a Signa; il che fu cagione che Firenze si desse a Carlo di Calabria. Già si era impadronito di Prato e di Pistoia; Lodovico il Bavaro con cui entrò in Pisa e che accompagnò a Roma, lo aveva fatto duca, ed egli sfidava una crociata banditagli contro dal cardinale legato Giovanni Orsini, quando morì nel 1328. Nè i figliuoli di lui poterono mantenersi in istato.

Troppo lungo sarebbe enumerare le signorie a cui soggiacque Pisa, innanzi e dopo quella di Uguccione; la prima fu, tra il 1284 e l'88, del conte Ugolino della Gherardesca, la cui catastrofe è sì famosa, e sulla cui memoria pesa una taccia di tradimento, che il mio amico Del Lungo con sagaci ragioni persuade, se non a remuover del tutto, almeno ad attenuare; l'ultima fu del tristo Jacopo d'Appiano, che nel 1392 assassinò il suo predecessore Piero Gambacorti, di cui era cancelliere e familiare; il figliuolo Gherardo nel 98 vendette il dominio a Giangaleazzo, riserbandosi Piombino e l'isola dell'Elba, dove la famiglia durò fino al secolo XVI.




XIII


Pisa, come avverte giustamente il prelodato storico dei guelfi pisani, è il Comune di Toscana che offre minori dissomiglianze con quelli d'oltre Apennino. E però ci apre la via a dir due parole dei tiranni di Romagna, sui quali ha raccolte molte notizie con lodevole diligenza il conte Pietro Desiderio Pasolini. Questi osserva a ragione ch'essi si distinguono tra loro poco più che pel nome, e generalmente non sono notevoli se non per gli atroci delitti di cui sono autori spietati o vittime miserande, e talvolta l'uno e l'altro successivamente, quasi tutti feroci e perversi, pronti a tradire ed a spegnere amici, parenti e fratelli, senz'alcun fine ideale, senz'alcun principio comune, salvochè la sete di dominio. Aggiungasi che la lontananza dai papi, dopo il 1304, e lo scisma d'Occidente dopo il 1378, favorivano le ambizioni dei signori, in quell'inestricabile sviluppo di guerre, di congiure e di stragi. Mettiamo da parte, innanzi tutto, il buon Guido da Polenta, amico di Dante, a cui rese degne onoranze funebri dopo averlo ospitato negli ultimi anni; protettore di Giotto che chiamò a dipingere due chiese a Ravenna; e gentil rimatore egli stesso. I Polentani si erano fatti grandi col favore del clero e quali vicari arcivescovili; ma dopo il 1282, grazie alle podesterie esercitate e all'autorità acquistata, fondarono pacificamente la signoria di Ravenna e di Cervia, or combattendo, or venendo ad accordi coi pontefici e coi loro conti di Romagna:

		Ravenna sta, com'è stata molt'anni:
		L'aquila di Polenta la si cova,
		Sì che Cervia ricopre co' suoi vanni.

Se non che, dopo la morte di Dante, accadde un tristo mutamento. Guido Novello e il fratel suo l'arcivescovo Rinaldo troppo dirazzavano dai loro conterranei per poter durare a lungo; e nel 1322, mentre l'uno era capitano del popolo a Bologna, e l'altro teneva il governo senz'alcun sospetto, un cugino, di nome Ostasio, si fece dare da quest'ultimo le chiavi della città, e, introdotto uno stuolo di sicari, lo fece scannare nel proprio letto. Il popolo acclamò costui podestà e sbandì come ribelli Guido e gli amici suoi, che invano sperarono e tentarono di essere richiamati.

Uniti in parentela coi Polentani erano i Malatesta di Rimini; parentela che condusse ad una tragedia domestica immortalata da Dante e modernamente posta in iscena dal Pellico; finchè duri al mondo un alito d'amore e di poesia, ogni cuore gentile palpiterà al racconto dei dubbiosi desiri e dell'ardente passione onde furono avvinti Paolo Malatesta e Francesca da Polenta, passione così forte che neanche l'inferno valse a discioglierne i nodi, ed in ciò almeno, la colpa, secondo la fantasia del Poeta, vinse la giustizia divina. Il pietoso fatto successe a quanto pare nel 1285, e divise per un tempo le due famiglie; ma pochi anni dopo l'utile comune le riconciliò. Antichi cittadini di Rimini, i Malatesta da Verrucchio, seguivano al pari dei Polentani la parte guelfa; e del pari anche resistevano ai conti pontifici ed ai papi stessi, che due volte, dal 283 al 300, li misero al bando della Chiesa e poi li ribenedirono. Nel 1295 ci furono a Rimini tre giorni di guerra civile tra guelfi e ghibellini, capitanati i primi da Malatesta dei Malatesti, i secondi da Parcitade dei Parcitadi, prode e virtuoso cavaliere. Ma avendo saputo il Malatesta che Guido da Montefeltro (di cui or ora darò notizia), veniva in aiuto agli avversari, finse di voler rappaciarsi col suo competitore. I due infatti si abbracciarono tra gli evviva del popolo, e convennero di radunar le genti assoldate. Il Parcitade mantenne scrupolosamente la parola data; ma l'altro nascose o fece tornare indietro i suoi scherani, coi quali, la mattina seguente, s'impadronì della città facendo strage dei ghibellini. Il Parcitade si salvò a stento, ma due suoi figliuoli un Montagna ed un Ugolino Cignatta furono fatti prigioni, e trucidati da Malatestino, degna progenie di Malatesta. Dante lo ricorda chiamando costoro:

		Il Mastin vecchio e 'l nuovo da Verrucchio
		Che fecer di Montagna il mal governo.

Malatestino poi, succeduto al padre nel 1312, volendo insignorirsi di Fano, chiamò a parlamento due dei migliori cittadini, e giunti che furono al ritrovo li fece senz'altro uccidere e gettare in mare.

Similmente a Faenza, nel 1285, Alberigo Manfredi che fecesi poi frate di Santa Maria, per meglio vendicarsi del fratello e del nipote da cui aveva ricevuto uno schiaffo, finse di volersi riconciliare con loro e li invitò a desinare al suo castello di Cerata. Verso la fine del banchetto gridò: “Vegna la frutta„ e i suoi sicarii sbucarono dalla cortina dietro la quale erano appostati e li scannarono. Una multa e un breve esilio composero la faccenda; ma Dante lo trova all'inferno, confitto nel diaccio, dove dice:

		Io son Frate Alberigo
		Io son quel dalle frutta del mal orto,
		Che qui riprendo dattero per figo.

Una particolarità di Maghinardo Pagani che tiranneggiava Imola e Faenza era di recitare scopertamente una doppia parte nella commedia politica fra il due e il trecento: pupillo ed amico del Comune di Firenze, a cui il padre l'aveva raccomandato morendo, e per cui combattè a Campaldino, egli era guelfo in Toscana e ghibellino in Romagna:

		Le città di Lamone e di Santerno
		Conduce il lioncel del nido bianco,
		Che muta parte dalla state al verno.

Aveva anche il soprannome di demonio; e Dante dice altrove che le buone opere de' suoi discendenti non basteranno a far che “puro giammai rimanga d'essi testimonio„. Non va poi confuso cogli altri tirannelli romagnoli quel valoroso guerriero e feudatario ghibellino che fu Guido da Montefeltro, al cui avo Buonconte, Federigo II aveva concesso la città e contado d'Urbino. Fedele alla casa di Svevia accompagnò nell'infelice impresa il povero Corradino; poi, ritiratosi in Romagna, sfidò e vinse in una gran battaglia nel 1275 i guelfi condotti da Malatesta da Verrucchio; sicchè parve sul punto di dominare l'intera regione; ma la parte avversa riprese il sopravvento dopo l'elezione di papa Martino IV e l'invio di soldatesche francesi; assediato in Forlì da forze preponderanti e ridotto agli estremi, si racconta che Guido si liberasse e facesse strage del nemico con un audacissimo stratagemma: poichè uscì chetamente dalla città cogli uomini validi, lasciando aperta una porta, e dentro i vecchi, le donne e i fanciulli; quindi mentre gli assedianti entrati in Forlì gozzovigliavano, piombò loro addosso improvvisamente; dicesi che vi perissero quasi tutti gli ottomila francesi; al che allude Dante coi noti versi:

		La terra che fe' già la lunga prova
		E di Franceschi il sanguinoso mucchio
		Sotto le branche verdi si ritrova.

Fu questa peraltro una vittoria di Pirro: Forlì, che aveva eroicamente resistito per oltre un anno, ad un tratto si sottomise senza voler più combattere; e così Cesena, Forlimpopoli ed altre terre; Guido, perduto tutto lo Stato, venne a patti col papa, che gli prese in ostaggi due figli e lo confinò prima a Chioggia, poi in Asti, dove era da tutti onorato. Uomo di retto animo lo dice fra Salimbene, costumato, liberale e amico de' Frati Minori. Nel 1289, invitato da Pisa ad assumer l'ufficio di podestà e di capitano del popolo, ruppe il confino; dopodichè, nel 94, tornò in pace colla Chiesa; ribenedetto da Celestino V ed entrato in grazia di Bonifazio VIII, ricuperò i suoi possessi e fu mandato con 500 cavalli a difesa del Regno di Napoli; due anni appresso, stanco della vita e pentito delle colpe commesse, vestì l'abito di san Francesco, e morì santamente in Assisi nel 1298. Il racconto di Dante sul consiglio fraudolento da lui dato a Bonifazio VIII pare una leggenda, da cui il Poeta traesse buon partito per sfogare il suo sdegno contro “lo Principe de' nuovi Farisei„.




XIV


Primeggia, fra tanti feroci uomini, una donna così energica e valorosa che guelfi e ghibellini si uniscono ad ammirarla. È la Cia o Marzia, degna moglie di Francesco degli Ordelaffi, signore di Forlì e di Cesena che un anonimo contemporaneo chiama “perfido cane patarino, ribelle della Santa Chiesa… uomo disperato„; ed aggiunge che “aveva odio mortale a li prelati… e non voleva… vivere a discrezione di preti„. Amico del Boccaccio, da trent'anni si rideva così delle scomuniche come delle ribenedizioni pontificie, allorquando nel 1353 venne il cardinale Egidio d'Albornoz, mandato da Innocenzo VI, a sottomettere i tiranni di Romagna, i quali, approfittando della lontananza della Corte pontificia, trasferitasi da 46 anni in Avignone, s'erano fatti sempre più riottosi e indipendenti. L'Ordelaffi, che da principio aveva stretto in lega gli altri signori, rimase poi solo, coi Manfredi di Faenza, a negare obbedienza al legato, che bandì una crociata contro di loro; anche i Manfredi, perduta la lor città, dovettero schierarsi fra i suoi avversari; ma egli aveva seco la moglie, la quale aveva già dato prova di valore combattendo (dice Matteo Villani) “non come femmina ma come virtudioso cavaliere; ed a lei affidò la custodia di Cesena. Essendovi entrato il nemico col favor del popolo levatosi a tumulto, Cia si ritirò nella murata, o ricinto intorno alla rôcca, e la difese (continua a narrare il cronista fiorentino) “ella sola guidatrice della guerra, stando il dì e la notte coll'arme indosso„. Durò un mese, dal 29 aprile al 28 maggio, a contrastare il passo alle genti del legato; quindi “avendo fatto meravigliosamente d'arme e di capitaneria alla difesa, si ridusse con 400 tra cavalieri e masnadieri nella rôcca, acconci a' comandamenti della donna, per singulare amore, sino alla morte„. Otto macchine scagliano una grandine di pietre sì che le torri squarciate minacciano rovina. Il padre di Cia, Vanni Ubaldini, signore di Susinana, che milita nell'esercito pontificio, supplica la figliuola d'arrendersi. “No, risponde essa, quando mi deste in moglie al mio signore, non mi raccomandaste voi di obbedirlo ad ogni costo? Ora egli ha affidata questa rôcca a me: io la difenderò sino alla morte.„ Quando dopo 22 giorni di disperata resistenza i suoi connestabili le dimostrarono non esservi più riparo e dichiararono che non intendevano perir schiacciati tra le macerie, “la valente donna… non cambiò faccia nè perdè di sua virtù„. Ma prese essa stessa a trattare col legato e ne ottenne che tutti i suoi soldati potessero uscir liberi, portando seco ciò che volevano. Nulla chiese invece per sè nè pei suoi figli e congiunti; e menata con essi in prigione nel castello d'Ancona “così contenne il suo animo non vinto e non corrotto, come se la vittoria fosse stata sua„. Trattata onestamente, ricusò, a quanto affermasi, di essere immediatamente liberata “temendo la subitezza del marito„. Il quale continuò dal canto suo a sostener con eroica fermezza lo sforzo delle armi nemiche, e soltanto dopo ventitrè mesi (il 4 luglio del 1359) sopraffatto dal numero, rese al legato la rôcca di Forlì, e implorò umilmente il perdono che, trascorsi pochi giorni, gli fu largamente concesso a prezzo di tenue penitenza. Assolto dalle condanne e creato vicario pontificio in Forlimpopoli e Castrocaro, tornò a ribellarsi; militò agli stipendi dei Visconti, e quindi della repubblica di Venezia, dove fu raggiunto dalla fida consorte e dove finirono ambedue l'avventurosa lor vita in sì povero stato che ne furono fatte le esequie a spese della Serenissima. I loro nomi restarono popolari tra gli antichi sudditi; i quali tutti, compreso il clero, ne accolsero con grandi onoranze le ossa, quando il figlio Sinibaldo le riportò, l'anno 1381, nella città di cui aveva racquistato l'ereditaria signoria. I Forlivesi, secondo l'espressione del Villani, erano pazzi dell'Ordelaffio




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notes



1


Pasquale Villari.




2


Questi versi comparvero sotto uno dei quadri simbolici presentati da Cola di Rienzi al popolo romano per farlo risorgere dalla sua pochezza ed accidia. – Vedi la Vita di Cola di Rienzi, scritta da autore contemporaneo; edizione di Zeffirino Re, Firenze, 1854, pag. 22.




3


Vedi la conferenza di R. Bonfadini, che è la prima di questa serie.


