La notte del Commendatore
Anton Barrili




Anton Giulio Barrili

La notte del Commendatore





CAPITOLO I


Nel quale si vede che il diavolo non è brutto quanto si dipinge.

–Signora Zita!

–Signor padrone, comandi.

–Il mio tè.

–La servo subito.—

Questo era il breve dialogo che ricorreva ogni sera, intorno alle dieci, e da anni parecchi, tra il signor Commendatore e la sua governante; quegli dalla sua camera da letto, dove stava terminando di leggere i giornali, questa da una saletta vicina, dove stava aspettando i cenni del padrone.

Per solito, quando scoccavano le dieci al pendolo dell'anticamera, il signor Commendatore avea finito, o stava per finire, il suo pasto intellettuale; e in questo caso, studiava il passo, si fermava un po' meno in Russia, o in Baviera, o in Costantinopoli, o al Cairo, e volgeva a grandi giornate verso le beate regioni dove fiorisce spontanea la carota recentissima e dove s'adagia la firma del gerente all'ombra d'un telegramma apocrifo. Intanto, dimandava il suo tè, altro sonnifero schietto. La signora Zita si alzava allora dal suo seggiolone, su cui stava biascicando una terza parte di rosario, tanto per mettersi un po' di bene alla cassa di risparmio de' cieli; andava pel bricco dell'acqua calda in cucina; la versava nel vaso d'argento, su d'un pugnello di foglie della preziosa pianta cinese, e, portato il vassoio con tutti gli annessi e connessi, lo deponeva sul tavolino, mentre il padrone aveva già avuto il tempo di dare un'occhiata, ai miracoli della tintura americana, ed anche alla notizia del capitano Franklin, morto di fame coi suoi vent'otto compagni, vicino a molti sacchi di cioccolatta, certo per mancanza di frullo.

E lì, cascava un altro dialoghetto di questa conformità:

–Signor padrone, ecco il tè.

–Grazie; è fatto?

–Sì, se non lo vuol troppo carico. Sa che il medico ha detto…

–Sta bene, lo prendo subito.

–Comanda altro?

–No, grazie.

–Felice notte, signor padrone.

–Notte felice, signora Zita.—

Come vede il lettore, questi dialoghi non si distinguevano per troppa varietà. E da parecchi anni, l'ho detto, erano sempre gli stessi ogni sera, salvo quando il signor Commendatore era guasto e mandava pel medico. I suoi acciacchi li aveva e i suoi cinquantacinque non li aspettava già più.

Egli versava adunque il suo tè nella chicchera; vi faceva struggere per entro due pezzettini di zucchero; centellava la sua bevanda con religiosa cura; indi, tra sospirando e ansimando, si toglieva dal suo cantuccio presso il sofà, e andava a dar fondo in una poltrona ai piedi del letto, per ispogliarsi con suo comodo.

Il letto era a sopraccielo, colle cortine di un bel colore d'amaranto a fiorami, come i riquadri delle pareti e le coperte dei mobili, fatti all'antica, nella foggia del Cinquecento, ma imbottiti, se Dio vuole, alla moderna. Era un uomo di buon gusto, il signor Commendatore; in altri tempi quel suo nido aveva meritato invidiabili elogi. Ora, a dir vero, non era più del tutto quello di prima. Certi canapè colle spalliere imbottite e foderate di raso, certe scranne maritate a forma di èsse, ed altri elegantissimi nonnulla, su cui s'erano esercitati tanti aghi pazienti, avevano preso la loro giubilazione in un salotto deserto, insieme coi pastelli, le miniature, le mani, ritratte in marmo, e simili reliquie, già così care al padrone sotto i cessati governi. Perfino la vecchia poltrona, ai piedi del letto, si era vedovata di un leggiadro cuscino di seta ricamata in oro, per coronarsi di una prosaica ciambella enfiata, che all'ingrato gentiluomo doveva parere più soffice. E là si adagiava, lentamente spogliandosi, come un uomo che ha tempo e sa di non aver a trovar altro nelle molli piume, fuorchè due ore d'insonnia e quattro di dormiveglia.

Adesso che lo conosciamo quanto bisogna, pigliamolo caldo. La signora Zita aveva posato sul tavolino il vassoio del tè ed augurato una felicissima notte al padrone. Ma quella sera il signor Commendatore non sapeva spicciarsi dal suo giornale e il tè fumava indarno nel vaso. A giudicare dall'apparenza, il signor Commendatore doveva star bene, rincantucciato nel suo sofà. L'inverno regnava di fuori, e un vento implacabile faceva stridere ad ogni tratto le banderuole rugginose sui comignoli dei tetti. Ma nella camera si godeva un buon caldo; le finestre e gli usci erano chiusi; gli arazzi, i tappeti, tutto aiutava a mantenere quella tiepida temperatura, che veniva dagli spirali dei caloriferi, aperti lunghesso lo zoccolo delle pareti.

Le dieci erano battute e ribattute da un pezzo a tutti gli orologi della città, e il signor Commendatore leggeva ancora. Il giornale era quel dì più sugoso del solito, e il nostro gentiluomo, volendo smaltire dapprima tutta la parte politica, s'avea lasciato ultimo, come per rifarsi la bocca, il racconto di una festa da ballo, data due sere addietro dalla principessa di Trestelle, che ecclissava (la festa, s'intende; ma, se volete, anche la principessa) quanto di bello s'era veduto ancora in quella stagione. Il cronista, che per quella occasione era proprio quel delle feste, avea sfoderato tutto il meglio dell'arte sua, e le grazie dello stile e la vivezza delle immagini, per essere al paro di quelle magnificenze. In verità, io vi dico, non si era fatto tanto sfoggio, nell'anno primo della creazione, per alloggiar degnamente la bella genitrice degli uomini, quanto ne faceva il cronista, e di cristalli e di iridi, e di latanie e di muse paradisiache, e di colori e di fragranze, e di ori e di gemme, di trine e di merletti, di blonde e di velluti, di gelsomini e di pesche, di sostantivi e di epiteti, di luci e di ombre, d'iperboli e di reticenze, per mettere in mostra la bellezza diafana della marchesa di Cardona, e quella più salda della duchessa di Sant'Angelo; o le grazie ingenue della Borghini, vera Sacontala dagli occhi d'indaco; o i biondi capegli delle sorelle Woodville, due gigli su d'un cespo: o finalmente le storiche perle della contessa Morelli, che riuscivano a parere di piombo fuso (nientemeno!) intorno al suo collo di latte. E il furbo cronista, passati in rassegna almeno una cinquantina di bei nomi, bellamente portati, conchiudeva come un uomo che avrebbe ancor molto da dire, ripetendo il «j'en passe et des meilleurs» di Ruy Gomez de Silva, davanti ai ritratti degli avi.

Di quelle dame il signor Commendatore ne conosceva parecchie, incominciando dalla principessa di Trestelle, bellezza matura, od acerba, secondo il modo di vedere degli uni e degli altri, ma splendida agli occhi di tutti. E poichè il cuore, come dicono, è sempre giovine, anche il cuore del nostro gentiluomo grillettava allegramente a quel fuoco. Gli occhi della mente seguivano il cronista, e vedevano tutte quelle stupende creature sfilare in bell'ordine, man mano che ne era fatta menzione. Ed egli ammirava con memore sguardo le conosciute, o, da quei fuggevoli tocchi di penna, si raffigurava le ignote, e si sentiva in pelle in pelle quel tremito soave che fanno correre in noi tutte le cose leggiadre, non dissimilmente dall'acquolina che fanno correre alla bocca tutte le cose buone. Non dirò quale effetto facciano tutte le cose vere, perchè il vero si può sentirlo in due modi; uno dei quali non è punto piacevole.

Verbigrazia, al signor Commendatore non gli avrebbe fatto piacere di sentirsi a dire: «sei vecchio», quantunque non ci fosse cosa più vera di questa. Ma questa pur troppo, gliela veniva bisbigliando la coscienza, una nemica domestica che non può lasciare in pace nessuno.

Il giornale, a breve andare, gli era caduto di mano; ed egli, colle braccia prosciolte sulle ginocchia, e il capo appoggiato contro la spalliera del sofà, andava almanaccando dietro a quel filo che gli avea pôrto il cronista.

«Dio di misericordia! Quante belle cose ci sono ancora sulla buccia terrestre! Noi s'invecchia, non c'è che dire; ma il mondo, eterno adolescente, si rinnova di fronde e fiori ogni giorno. Fiori di prato, o di stufa, ogni stagione ci ha i suoi. La primavera, tornata fin qui tanti milioni di volte, ritornerà, Dio sa quanti milioni di volte ancora, sulla faccia della terra. E noi, quel po' di vita che ci è stato dato per la parte nostra, come agl'insetti effimeri, ce lo viviamo davvero? No, in fede mia; noi si passa sulla scena del mondo senza capire l'arcano. E quando finalmente lo si è trapelato, ci si trova al lumicino, e non c'è più caso di mettere un tallo sul vecchio.

«Pèntiti, Don Giovanni! Ma sì, come dargliela ad intendere, quando c'era la gioventù a frastonarlo? Se aspettavano a dirglielo intorno ai sessanta, manco male! È vero (e qui il signor Commendatore sorrise malinconicamente) che sui sessanta non ci sarebbe più stato bisogno di dirglielo. Insomma, così è; giovani, non intendiamo; vecchi, non siamo più in tempo a mutarci.

«E guardate un po' che disdetta! Mai dai miei giorni non ho veduto bello il mondo come ora, ora che la esperienza m'aiuta e m'insegnerebbe anco ad assaporare lentamente tutte le gioie della vita.

«Bei ritrovi, accortamente sfiorati, fino a tanto non ci si rinvenga ciò che il cuore desidera, o che la mente ha sognato! Liete corse all'aperto, dove i polmoni e lo spirito si pigliano la parte loro Mondo ampio da veder tutto, prima di morire, come si vede tutta una casa, prima di andarsene! Imperocchè, l'uomo non è mica fatto per vivere come la quercia o come l'ontàno, abbarbicato su di una balza, donde invano il desiderio cerchi di trascinarlo per la curva del muto orizzonte, o radicato in una forra, donde non veda e non isperi più nulla. Vivere bisogna, ed ogni creatura ha da vivere secondo l'indole sua. L'uomo è nato viatore, curioso, insaziabile; egli ha da muoversi, da respirare liberamente, da rinnovare ogni tanto la sua porzione d'aria, di felicità, di luce, di scienza e d'amore.

«Muoversi, sentire in noi vivi e gagliardi gli affetti, questi benefici flagelli del sangue, desiderare, sperare, anelare, raggiungere, ottenere: è questo il vivere; tutto il resto è apparenza di vita, sogno stracco, lenta agonia. E sono vecchio, ecco qua, confinato in questa camera da un malanno che sordamente mi rode. Perchè, non c'è mica da illudersi. La palla che deve uccidermi è fusa; io so di che male andrò al peggio».—

Il signor Commendatore, da quell'uomo savio che egli era, non ingannava il suo spirito colle lusinghe dei medici pietosi. Ci aveva poi una certa propensione alla malinconia, effetto del male e cagione a sua volta di abbattimento, che faceva il restante.

Amici, ne aveva sempre avuti pochi. Giovane, era venuto su con istinti da vecchio, e tra per la naturale ritrosia e per la diffidenza che ognuno impara a sue spese e in poche lezioni, non si era buttato a troppi. Dopo tutto, ama poco una metà del genere umano chi ama molto l'altra metà, e non accade dir altro. Per contro, i pochi amici che aveva avuti, li aveva anche molto amati. Ma pur troppo, i men buoni si erano col tempo allontanati da lui; i migliori, come al solito, ad un per uno se li aveva pigliati la morte. E il signor Commendatore non aveva pensato a rinnovar le provviste.

Un giorno, era stato parecchi anni addietro, anche una certa marchesa era morta. E il signor Commendatore non aveva più saputo dove e come passar la sera. Va detto anche ad onor suo che il rammarico era stato profondo, e lungo eziandio quel lutto che un uomo può fare dicevolmente ad una persona cara, ma non istretta a lui da vincoli di parentela. Avrebbe voluto viaggiare, correre il mondo per sollievo dello spirito; ma quello non poteva più essere per lui uno svago. Così rimase e si crogiolò nella sua noia ineffabile.

Aveva provato a cercar distrazioni nella musica, e preso a bella posta uno scanno a teatro; ma in quelle radunate di gente allegra, che va allo spettacolo per vedere e per essere veduta, ci si trovava come straniero. Da tanti anni aveva perso il filo di quella vita chiassosa, che ormai non ci si raccapezzava più. Tutti lo rispettavano, ma nessuno più si curava di lui. Almeno ci avesse avuto ancora il baco della politica! Ma le ambizioni lo avevano abbandonato e madonna politica non era più il suo debole. Già, a questa imperiosa signora o darglisi intieri, o nulla. E a darglisi intieri, che sugo?

Era stato bensì eletto deputato al Parlamento per tre legislature e avrebbe avuto qualche diritto ad uno stallo in Senato. Ma egli era altresì un galantuomo, e siccome la sua coscienza gli diceva d'aver fatto troppo spesso il deputato a ore rubate, che è quanto dire poco e male, ebbe vergogna e non accettò la profferta. Bene accettò un titolo vano un po' per non aver l'aria di ricusare ogni cosa, ed anche un po', come diceva qualche volta celiando, per far dispetto a qualcuno.

Da giovine, s'era addottorato in utroque ed aveva scritto la sua tragedia, come ogni buon cittadino italiano; poi aveva fatto come il ricco, che chiude il danaro nello scrigno e non lo cava più fuori, contentandosi di sapere che il gruzzolo c'è. Gran dottore, gran letterato, gran politico, tutto in erba, aveva sfiorato ogni cosa; in niente era andato al fondo, nemmeno nel piacere. A farla breve era mal vissuto, come tanti uomini gravi che conosco io.

Immaginate dunque come il signor Commendatore, con tutto quel passato sulle spalle, avesse lo spirito occupato. Gli passavano davanti agli occhi i bei giorni che aveva perduti, le belle città del mondo che non aveva visitate, e via via tutte le belle cose che non aveva possedute. Anche un po' di famiglia, che non s'era procacciato, veniva collo spettacolo delle sue gioie soavi a inacerbirgli i rimorsi; vedeva il pergolato domestico, il sorriso d'una mite compagna e i vezzi d'un angiolo ricciutello, che gli tendeva le rosse manine dalla sua picciola cuna. Qui, per altro, gli soccorrevano certi suoi vecchi dirizzoni, e, messa in disparte la poesia fugace della cuna, rammentava le noie, i grattacapi del matrimonio.

«Non ho la signora Zita per chiudermi gli occhi? È una brava donna e l'ho ricordata nel mio testamento, perchè non abbia a capitar peggio e a rompersi la testa negli ultimi giorni della sua vita. Il resto ai poveri, famiglia che, a dir la verità, non ho molto aiutata vivendo. Infatti, ho dato, quando i venti, quando i cinquanta, ma non per fare del bene al prossimo, sibbene perchè una bella signora mi pagava in amabili sorrisi il piacere che aveva di mettermi nella sua lista. Ha pagato cinquecento lire, per vanagloria, un guanto di dama, a cui non avrei fatto il sacrifizio di un'ora, per giungere alla felicità di baciarle una mano; mille lire una scatola di fiammiferi, per far dire ad una superba Giunone: peccato che il Commendatore Ariberti non sia nobile di sangue! Vanitas vanitatum et omnia vanitas! Ho fatto un monte di spese inutili, anche sapendo di farle. Al giuoco mi lasciavo guardar le carte da una sirena traditora, che profanava il pizzo di Fiandra, onore delle nostre bisavole. Nei salotti, per le vie, stringevo la mano a centinaia di sciocchi, o di tristi, e mi trattenevo su d'un angolo di strada a sentire i discorsi degli sconclusionati, per finire il giorno con loro, e come loro. Ah, il passato, il passato! Chi mi dà di cancellarlo? Chi mi dà da riviverlo altrimenti?….»

E cento svariate forme di persone e di cose gli scorrevano davanti agli occhi, luminose ad un tempo e fugaci come immagini di sogno; selve fragranti per mille aromi preziosi, città di marmo popolate da semidei, liete frescure, laghi azzurri tra i monti, nuvoli rosei, amori, glorie, olimpiche gare e corone d'alloro, tra migliaia d'uomini e di donne festanti; e così via via tutto ciò che ha fatto bello il mondo, tutto ciò che lo farà ancora alle generazioni venture, tutto ciò che era fuggito da lui senza rimedio.

Ah sì, senza rimedio, pur troppo! E il petto del povero Commendatore ansimava, gravido di sospiri. Quello scherno della fantasia era per lui la cosa più molesta del mondo. Certo, se non fosse stato un uomo per bene, sarebbe uscito in qualche grossa maledizione. Ma queste cosacce non erano il fatto suo; grazie al cielo, il signor Commendatore rispettava sè stesso, e se pure gli venne il momento che la rabbia traboccasse, il pensiero assunse tuttavia una veste conforme al decoro.

–In fede mia,—esclamò egli parlando a sè stesso, che, pur di —ricominciare la vita, farei un patto col diavolo. Sì,—soggiunse —poscia, ridendo con un tal po' d'amarezza,—se l'amico ci fosse! Ma —anche questo ci ha distrutto la scienza moderna, anche questo!

–Davvero? e chi glielo dice?—

–Queste parole, che fecero sobbalzare il signor Commendatore nella sua nicchia, gli parve che venissero a lui da un armadio di rimpetto, anzi proprio da un'ampia spera che vi stava incastrata, riflettendo la luce raccolta della sua lucerna, e, tra questa e la penombra in cui egli stava mezzo nascosto, i capricciosi giri del fumo che mandava fuori il vaso del tè. Sbarrati gli occhi, come per guardar meglio davanti a sè, vide dall'immagine riflessa di quelle mobili spire formarsi alcun che di nuovo, indi balzar fuori d'un colpo, a guisa di pantomimo da un quadro mobile, quel famoso personaggio dal viso sarcastico e dalla svelta persona, che si dipinge vestito di rosso dal capo alle piante e con una berretta sormontata da una penna di gallo; insomma «un giovine gentiluomo» come quello veduto dal dottor Fausto di Goethe, o «un bel cavaliero» come quello veduto dal suo omonimo di Gounod.

Qui sarebbe il caso di indagare, poichè siamo nel secolo della incredulità, se si trattasse pel signor Commendatore d'una visione drammatica o melodrammatica, letteraria o musicale. Ma siccome io credo al fatto che narro, non è mestieri di cedere a queste pretensioni degli uomini di poca fede. Dopo tutto, apparenza o realtà che fosse, fatto sta che parlarono a lungo. Ma, di grazia, rifacciamoci dalle mosse.

–E chi glielo dice?—gridò l'inatteso ospite del signor Commendatore, con una voce impressa di malizia e di buon umore.—Io son più vivo che mai. Sappia, signor Commendatore degnissimo, che non si uccidono così facilmente le vecchie forme del pensiero umano. La scienza ha un bel fare; ma, spinte o sponte, dovrà lasciarci la nostra parte di sole. Ella avrà scoperto il mito, non dico di no, e ci avrà tolto qualcosa; ma anche scemati un pochino del nostro avere, ricompariremo, torneremo a far casa. Non sa Lei quel che avviene delle vecchie lune? Le logorano i naviganti e gl'innamorati a guardarle, come i cani ad abbaiarvi dietro; senza contare che si logorano anche molto da sè, a vedere le debolezze degli uomini. Poi, quando son giunte all'ultimo quarto, buona notte, spariscono, vanno in zecca a farsi rifondere; e quindici giorni dopo, le ricompaiono più tonde di prima.—

A questa intemerata dello strano personaggio, il signor Commendatore non potè trattenersi dal ridere. Così il ghiaccio era rotto; e siccome il signor Commendatore era un uomo di garbo, si ricordò appunto allora che non aveva anche fatto i suoi convenevoli all'ospite.

–La prego,—diss'egli,—si accomodi e quantunque io non sappia con chi ho l'onore…. a che cosa io debba attribuire….

–O come?—interruppe l'altro ghignando.—Non mi conosce Ella? E non le pare di avermi veduto mai, neanco in qualche vignetta? Ah, vede?—soggiunse, come leggendo nell'animo del suo interlocutore.—Ella mi conosce benissimo, e non occorre che io le declini il mio riverito nome e cognome. Quanto all'attribuire, mi scusi; o non m'ha chiamato Lei? Non ha formato in cuor suo un certo desiderio?….

–E come sa?—chiese il vecchio gentiluomo, interdetto.

–So tutto; ed ella mi fa torto, signor Commendatore garbato, a dubitarne. Non debbo io sapere tutto ciò che avviene ogni giorno ed ogni ora nelle anime? È un ufficio noioso, spiacevole, e vorrei dire anche peggio, se me lo consentisse la buona creanza. Le basti di saper questo, e lo creda sull'onor mio, che spesso ci divento rosso dalla vergogna. E quando si pensa che il principale ha creato l'uomo coll'intenzione di fare una gran bella cosa, e quasi per castigare un ribelle par mio. Ma già, dice il proverbio che non tutte le ciambelle riescono col buco; e questa dell'uomo mi sembra una frittata. Dica, o non pare anche a Lei?

–Oh, non me ne parli, per carità! Se non fosse per la donna….

–Eh, eh!—soggiunse l'altro, con un suo risolino asciutto.—Non dico di no. C'è del buono. Ma bisogna distinguere… saper scegliere… Io me n'intendo un pochino.

–Sì, davvero, saper scegliere!—incalzò il signor Commendatore, che aveva inforcato il suo ippogrifo.—E quando si potesse, coll'esperienza che ci è venuta dagli anni…..

–Averci anche un miccino di gioventù; la capisco, non dubiti, la capisco. Ho inteso il suo desiderio poc'anzi. Stavo per l'appunto ascoltando le vibrazioni dei nervi del dodicesimo paio, al loro uscire dal foro condiloideo anteriore del suo cranio. Ella deve sapere che quando si pensa si formano parole, quantunque alla muta. Gli è come a dire che si lasciano dormire i nervi laringei, non mettendo in moto che gl'ipoglossi. Provi a pensare qualcosa; non ha Lei la coscienza di avere parole formate, quasi segni visibili delle idee? E senza questi segni che sarebbero le idee? Potenza amorfa; impotenza; un quissimile del nulla. Eccole una scoperta con cui potrà farsi onore, se pizzica di scienziato. Io gliela offro di buon grado.—

E il sarcastico personaggio, sporgendo il cavo della mano coll'indice e il mignolo stretto, fe' l'atto burlesco di offrirgli una presa.

–No, grazie non ne uso.

–Ah, tanto meglio! La scienza è un certo albero, che, suda suda, è un miracolo se ne cavi fuori le tavole d'una cassa da morto. Ma torniamo a noi. Vogliamo dunque levarcela, questa vecchia zimarra e questa barba di stoppa? Eh eh! Il concetto è antico, ma è bello. Il signor Volfango Goethe l'ha tirata fuori da una leggenda popolare del quattrocento; ma, di leggenda in leggenda, e d'un ringiovanito in un altro, si potrebbe risalire fino al decrepito Jolao, restituito, per le preghiere d'Ercole, alla prima giovinezza. Sarebbe un dotto lavoro; ma già, fatica erudita, fatica da cani; non mi dà l'animo di proporgliela. Finirebbe, io ne son certo, col trovare il prodigio operato già mill'anni addietro nella terra dei Vedi; e allora le toccherebbe andarsi a perdere tra gli Arii, ed altri siffatti lunarii.

–Che il… destino me ne scampi!—gridò il Commendatore, trattenendo per delicato riguardo al suo ospite, un cielo che già aveva sulla lingua.—Ma, quel che più importa, il prodigio è possibile?

–Possibilissimo; solo che Vossignoria dica appuntino quel che domanda.

–Rivivere, ricominciare, ecco tutto;—rispose il signor Commendatore, sospirando.—Ho fallito la strada; ho perso il mio tempo; ho studiato quando abbisognava amare; amato quando bisognava studiare; ceduto ai matti consigli dell'ambizione, quando si trattava, pel mio meglio, di rimanere a mezza via, all'insegna della felicità; creduto un gran bene di vincere il punto su Tizio e Caio, e rinunziato, per sciocchi trionfi di vanità, alle più care gioie della vita; fatte le volte del leone su pochi metri di terra, quando avevo davanti a me il mondo dischiuso; infine, che Le dirò? buttato via cinquant'anni, dei cinquantacinque che ho spesi. E vorrei tornare indietro, rimettermi a nuovo; sicuro, per mettere a frutto la mia esperienza, anche a patto di darle poi l'anima.

L'ospite, a quelle parole, diede una scrollatina di spalle.

–Eh via!—diss'egli,—per chi mi piglia? Il patto è largo; ma io non sono già uno strozzino. So bene che loro signori dànno l'anima al diavolo per molto meno. Anzi, a dirla schietta, l'offerta ha fatto calar la domanda. Io del resto non vo' farmi altro da quel che sono, e ammetto quel che si deve. Sì, certo, c'è delle anime che le vorrei, anche a doverle cambiare con tutte l'altre che ci ho, e farei patto di non tenermene pur una di mostra. Ah, quelle là, le so dir io che mi fanno gola; perchè quelle là consolerebbero le mie tenebre ed io potrei formare una brigata di persone a modo. Ella vede, signor Commendatore; io non sono poi brutto come mi dipingono e vado anzi girando maledettamente nel tenero. Una donna è andata lì lì che non m'indovinasse; ed è santa Teresa, la quale ha scritto di me: «un disgraziato, che non può amare». Ma già, si diventa vecchi, ed io non potrei giurarle che un giorno o l'altro non mi farò cappuccino. Via, lasciamola lì; che non vorrei sbottonarmi troppo. Queste anime che so io, vere anime pulite, dubitano spesso, perchè spesso hanno ragione di affliggersi; ma egli vien sempre un giorno che si fermano in qualche loro concetto, vi s'appigliano, come a sterpi o radici d'albero sull'orlo del precipizio, e non sono più mie, vanno lungi da me, dove vanno tutti coloro che hanno bene amato e bene creduto. A me restano gli altri, imbroglioni d'ogni risma, colpevoli d'aver fatto ritornare la maggior parte dei nati di Adamo nel limbo dei bambini. Scusi, sa; parlo per metafora; ma «se' savio e intendi me' ch'io non ragioni». Dunque, tornando al fatto nostro, non vo' contratti, io; le fo servizio e mi basta il piacere di farglielo. Quando sarà vecchio, via, mi darà un ricordo, la sua fotografia, con due righe di dedica. A questo non ci rinunzio, lo tenga a mente. Fo un albo di duecento ritratti, di persone rispettabili, da Noè fino a noi (fra ugioli e barugioli si può ancora metterle insieme) e godrò di avercela Lei, se prima di quel tempo non mi gira nel manico.

–Grazie infinite;—rispose il signor Commendatore inchinandosi; che non gli pareva di poter fare di meno, in risposta a tanta cortesia profumata.

–A noi, ora;—esclamò il gentiluomo della penna di gallo;—è in ordine?

–Sì; non ho neppur da far testamento. Da dieci anni è scritto e firmato su tutte le facce.

–Ottima precauzione! Ogn'uomo per bene dovrebbe fare il suo, appena giunto ai ventuno, anco a non averci che le sue carabattole di studente da lasciare agli amici. Così almeno s'imparerebbe ad essere uomini assegnati e si piglierebbe la consuetudine salutare di guardar bene addentro nel cuore della gente. Ogni anno, poi, se ne potrebbe fare un altro, e creda a me, si riderebbe molto a vedere le cantonate che si fossero prese l'anno addietro, nel giudicare di questo e di quello.—

Così dicendo, il sarcastico personaggio si accostò al tavolino, e, tolto dal vassoio il vaso del tè, ne versò quanto bisognava nella chicchera; indi vi dette un soffio, come per diradarne il fumo e presentò la tazza al signor Commendatore.

–Ed ora—soggiunse cantarellando,—ed or, signore, il cenno mio la invita… a libar questo nappo… ove fumando sta… non più il suo tè… la vita!—

Il signor Commendatore non potè in quel punto trattenersi dal ridere sotto i baffi, parendogli che nella cadenza il suo Mefistofele avesse una stecca falsa.

–C'è un po' di ruggine in gola; che vuole? non sto in esercizio;—ripigliò quell'altro, che notava ogni cosa.—Orsù, dunque, e beva caldo.—

Il nostro gentiluomo prese la chicchera dalle mani dell'ospite e la guardò, rimanendo un poco perplesso. Ed egli non aveva po' poi tutti i torti; che simili casi non occorrono due volte nella vita d'un uomo. Volse quindi un'occhiata in giro; vide là in fondo alla camera il suo letto a sopraccielo, che lo avrebbe aspettato invano colla rimboccatura tirata in giù sulla proda e colla camicia da notte spiegata; pensò alla signora Zita, che avrebbe fatto le meraviglie a non vederlo la mattina vegnente… Ma sì, che cosa avrebbe detto e pensato la signora Zita di lui? E come l'avrebbe rimbrodolata quell'altro? Come avrebbe combinato le cose presenti colle future, per modo…

Basta; o non era affar suo? e non doveva pensarci lui?

Così il buon Commendatore mise l'animo in pace, e alzata la chicchera, accostò l'orlo alle labbra, e bevve timidamente il primo sorso. Egli temeva diffatti che la bevanda dovesse scottare. Ma appena era tiepida; di guisa che egli in una seconda sorsata mandò giù il rimanente. Per altro, quella volta il suo tè gli seppe d'amaro. Sfido io; senza zucchero!

Fu quello, dopo tutto, un senso fugace del suo palato. Un gran mutamento si operava frattanto in tutto il suo essere. Il sangue scorreva gagliardo nelle arterie; la persona si ergeva snella sul fianco; il viso era fresco e lucente; gli occhi scintillavano; i muscoli tutti brillavano, come fossero molle di acciaio. Intanto, l'ospite suo, la camera, tutti i muti testimoni della sua triste vecchiaia, erano scomparsi. Aveva diciott'anni nè più nè meno. E, scambio della chicchera (dov'era andata la chicchera?), il signor Commendatore si trovò fra le mani un pezzo di carta, coi fregi sui margini e un bollo largo tanto, in cui si diceva che il signor Niccolò Ariberti aveva superato il giorno addietro con lode la prova d'ammissione agli studi legali nella università di Torino.

–To'!—diss'egli ammirato.—Nell'università di Torino, dove per l'appunto ho fatto i miei studi? Non mi dispiace.—

Fu questo l'ultimo anello che congiungesse il signor Commendatore alla sua morta vecchiezza. Da quel punto egli non ebbe più memoria di nulla; entrava a gonfie vele nel mare della sua gioventù. Diciott'anni! L'età dell'oro!




CAPITOLO II


Dove si sente la primavera ad autunno inoltrato.

Il sole, quantunque si fosse a mezzo novembre e sotto le Alpi, amiche degl'inverni precoci, non era mai parso così splendido come quel giorno al nostro adolescente. Egli era allegro, felice, beato, e per due buone ragioni.

Cominciamo dalla prima, e dalla più vicina eziandio. Egli non aveva più, per quell'anno, da pensare agli esami.

Intenda la sua beatitudine chiunque, tra' miei più giovani lettori, ne ha ancora parecchi da mandar giù e griderebbe volentieri: transeat a me calix iste, se nulla nulla sperasse di essere esaudito. In verità, gli è un grosso guaio cotesto, di dover rispondere sì o no intorno ad una materia che non si è studiata, e ad uomini che qualche volta ne sanno quanto noi, cioè a dire pochino, pochino. Aggiungete che qualche volta il sì ed il no, anco a indovinarla, non bastano. Ci sono dei professori assetati, i quali hanno fatto il conto colla statistica alla mano, e pensano che, a questi patti, stando neutrali il diavolo e i santi, il cinquanta per cento dei giovani vi rispondono in tono. Ora questo non va bene; pretendono che l'alunno risponda per filo e per segno; che sostenga il suo sì, o il suo no, corredandolo di documenti e di prove.

Questi, s'intende, sono i professori birboni, che si stimano poi, ed ai quali si manderanno volentieri i propri figli, se ne saranno capitati, e se i professori avranno avuta la pazienza di aspettarli; ma che pel momento si mandano a tutti i settecentomila settecento e settantasette diavoli, nel paternostro della bertuccia.

In simili casi, al povero studente (povero perchè della sua scienza non possedeva neanche gli spiccioli) gli bisognava destreggiarsi come un pilota in burrasca, e in mare seminato di scogli. La reticenza, così lodata una volta dal suo maestro fra tutte le figure retoriche, gli sarebbe rinfacciata come una colpa. Ad altro, ad altro gli conviene far capo; altri spedienti, altri artifizi gli occorrono. Figuratevi che egli ha da diventare anche fisonomista, e cogliere tra le grinze del volto, perfino nel modo di tenere gli occhiali, il segreto dei mutevoli umori del suo Radamanto.

Un mio amico andava più oltre. Corrompeva la serva del professore, ingenua creatura che credeva agli orecchini di princisbecco, per sapere se quella notte il bravo uomo aveva dormito tutte le sue ore, se i bimbi erano sani, se la signora non gli aveva fatto scene; e si regolava in conformità dell'avviso.

Dunque, tornando alla contentezza del signor Nicolino, la prima ragione era quella degli esami superati. E l'altra? L'altra era questa: che il signor Nicolino era a Torino, senza sopraccapi, e che non doveva tornar più per un pezzo a Dogliani. Non già che amasse poco la famiglia; ma quella vita campagnuola, Dio santo, e dopo quattro mesi di uggiose vacanze!…

Giudicatene voi. La mattina, tutti in casa si alzavano per tempo; la gente di servizio al canto del gallo, perchè il pane lo s'impastava in casa, perchè c'erano i pavimenti da scopare, le masserizie da ripulire, le stoviglie da rigovernare, e via discorrendo; il signor Amedeo, padre, una mezz'ora dopo, per uscire sui campi, a dar l'occhiata del padrone ai mezzadri; la signora Caterina, madre, subito dopo il marito, per sopraintendere alle faccende di casa, ma anzitutto per farlo star su, lui, il dormiglione, che tra una chiamata e l'altra di quella santa donna trovava ancora il modo di schiacciare il sonnellin dell'oro.

Si vestiva a malincuore; usciva a stiracchiarsi ed a sbadigliare nell'orto, per farsi cantare da una fante chiassosa il solito ritornello:—Chi sbadiglia non può mentire; o gli ha fame, o vuol dormire; o gli ha qualche mal passato; o gli è forte innamorato.—

–Tutte e quattro queste cose;—rispondeva egli, mezzo burbero e mezzo faceto;—ho sonno, ho fame, ho pensato che oggi sarà come ieri, e sono innamorato, ma non di te. Va, e mettimi un par d'uova nel tegamino.

–Eh, lo so che non è innamorato di me! Non ho già le mani nello zucchero, io!

–Che cosa intendi di dire, sciocca?

–Dico, signor padroncino, che dello zucchero si fanno i confetti, e che il droghiere….

–Piglia questo, di confetti!—gridò egli, facendosi rosso in volto come una ciliegia, e andandole contro per assestarle un mezzo scapaccione.

Ma quella linguacciuta non istette ad aspettarlo, e corse per l'ova del padroncino, contenta di aver mostrato colla sua stoccatina che la sapeva lunga sul conto suo.

Finita la colazione e data una scorsa in paese, tanto per digerire, o per giungere fin sui paraggi della drogheria, dove con aria di parere e non parere incominciava a molestarsi colle dita il solino, per aver modo di voltarsi e sbirciare in bottega, gli bisognava chiudersi nella sua camera, a smagrire sui libri.

La mamma, se a caso lo vedeva girandolar colle mani alla cintola, era sempre lì coll'antifona:

–Suvvia, Nicolino; non hai fatto ancor nulla quest'oggi. Vedi, tuo padre va in collera, e brontola sempre con me. Per amor mio, va a lavorare, che tu non perda il novembre quel che sapevi in agosto.

Nicolino andava storcendo un pochino le labbra, ma andava. Ridottosi nella sua camera, e piantati i gomiti sullo scrittoio, masticava, secondo il bisogno, un passo di Tito Livio, o un teorema di geometria; ma queste cose gli conciliavano maledettamente il sonno, e per cacciarlo via, Nicolino mutava registro, scombiccherava un acrostico, o tirava qui un tocco in penna, tutto facce e profili di parrochi.

Onde tanto accanimento contro questa degnissima sottospecie dell'ordine dei primati? Il nostro Nicolino non poteva patire il parroco di San Quirico che veniva ogni sera in casa a far la partita di tarocchi, e che ogni sera regolarmente, col pretesto di volergli un gran bene, gli faceva un interrogatorio di bassa latinità. Si noti, a scusa di Nicolino, che egli era già a Cicerone, e il buon prete s'era incocciato nell'Epitome. Sbadataggine? Impotenza? Arcano che Don Silvestre ha recato con sè sotto le umide volte del presbiterio.

Lo studio quotidiano finiva come doveva finire, con una brava dormita a gomitello. Dopo due ore di quella applicazione, il ragazzo sgattaiolava nella vigna, per far ora di pranzo. Usava per altro la precauzione di portarsi un libro sotto il braccio, per non lasciar credere che andasse a caccia di grilli, o, come più veramente era, in busca di fragole selvatiche. Qualche volta, allo sbocco d'una stradicciuola campestre, s'imbatteva nel babbo; ed ora il libro lo salvava, ora no, da una ramanzina coi fiocchi.

Gli voleva un gran bene, suo padre; ma era un bene di sostanza, non d'apparenza, e la prima pelle appariva un po' ruvida. A tavola, i principii erano sempre questi: Hai studiato quest'oggi?—Sì, babbo.—Che cosa?—Gli elementi di geometria.—Bene domattina mi copierai cinque teoremi, e me ne darai anche la spiegazione. Vo' vedere i progressi che fai.—

Non faccia meraviglia la cosa, perchè il signor Amedeo sapeva tutto, anche di matematiche. Uomo di pronto ingegno e di vasta coltura, argomento nella sua prima gioventù di alte speranze ai Doglianesi della vecchia generazione, il signor Amedeo si era poi affondato nei pantani della vita di provincia. Perchè? Anzitutto per ragioni domestiche; inoltre, e più ancora, per affezioni, che lo avevano condotto a formare una nuova famiglia all'ombra della vecchia. E prima per amore, e da ultimo per consuetudine, aveva ristretto il suo orizzonte per modo, che gli bastava di attendere ai suoi poderi, perchè dessero un anno per l'altro le loro diecimila lire di reddito, egli che avrebbe potuto guadagnare cinque volte tanto in una gran città, a far l'avvocato od il medico. A volte ci pensava, anzi se ne rodeva un pochino; e che fosse proprio così, lo provava il fatto del leggere continuo che faceva. Di solito, la vita di provincia abbatte, rappicciolisce lo spirito; non si studia, non si legge più, salvo il giornale, tanto per fare un po' di polemica stracca alla bottega da caffè. Ma il signor Amedeo più che una vita di provinciale, faceva una vita di campagnuolo, e studiava alle sue ore e si teneva al fatto delle cose del mondo. Perciò i rimorsi del non aver seguito la sua stella; e poichè gli era nato e venuto su l'erede, si riprometteva di emendare in lui la sua colpa, di sviarlo dalle secche su cui egli aveva incagliato.

–Quel che non ho potuto far io,—diceva il signor Amedeo,—farà lui; ingegno ne ha; non lascierò che si smarrisca per via.—

Le scuole erano buone a Dogliani. E non era un miracolo, perchè questa è soventi volte l'unica fortuna dei piccoli centri in Italia, e da loro per questo rispetto, un gran vantaggio sui grandi. Ma il signor Amedeo non se ne contentava; il primo, il vero maestro di suo figlio, era lui. Tornato indietro coll'ingegno fino ai primi elementi dello studio, d'anno in anno si alzava con lui, cavando tesori di sapere dai fondi della memoria, che ne erano forniti, come d'anfore e vasi i fondi della casa di Arrio Diomede a Pompei.

Nicolino sentiva di essere amato grandemente dal babbo. Ma qualche volta il suo spirito irrequieto si ribellava a quell'amore violento, che gli sapeva di tirannico.

–Mio padre—pensava egli—mi crede una cima; e non è vero, ecco, io non sono che un ciuco. Ho fatto male a strappare l'anno scorso il primo premio. Ora, li ho a pigliare tutti. Che noia!—

Tra i molti spedienti immaginati da suo padre per fargli mettere amore allo studio, c'era questo, che merita d'essere raccontato. Un giorno il ragazzo era entrato nella camera paterna. Il signor Amedeo, che stava riponendo alcuni volumi sugli scaffali di una piccola libreria, gli aveva parlato così:

–Vedi, figliuol mio: quando avrai venticinque anni potrai leggere anche tu questi libri. Adesso no; sei troppo giovine, e son libri che fanno girare il capo ai ragazzi.—

Tanto bastò perchè a lui gli girasse subito. Ad ogni ora ronzava nei pressi della camera: ora con un pretesto, or con un altro, c'entrava, sbirciando il frutto proibito attraverso la custodia del reticolato di filo di ottone. Ed oh meraviglia! Due giorni dopo quella tentazione, suo padre aveva dimenticato la chiave nella serratura degli sportelli.

Indovinate già quel che avvenne. Il signor Nicolino die un giro di chiave ed aprì. Ma poi, rimase lì perplesso tra il sì e il no, come quel personaggio dell'Ariosto.

Faccio o nol faccio? Alfin mi par che buono Sempre cercar quel che diletti sia.

S'intende che il ragazzo non pensò la cosa in versi, chè non aveva ancor letto l'Orlando furioso; ma la pensò in prosa, che torna lo stesso. E finì imitando il personaggio ariostesco; stese la mano e aggranfiò un volume, anzi due, anzi tre, avendo cura di pescare in tre scaffali diversi, e di allargare le file per modo, che la sua marachella non avesse a dare nell'occhio. Poi, come il micio che ha rubato un pesce, o una costoletta in cucina, e sa d'aver fatto una mala cosa, andò a rimpiattarsi in uno stambugio, dove di tre nascose due, portando uno in saccoccia, per leggere a suo bell'agio nelle ore più libere.

In questa guisa lesse, divorò tutti i libri che non avrebbe dovuto leggere prima di venticinque anni. Ne aveva dieci; ne guadagnava quindici. Si capisce, senza che io pure lo dica, che il signor Amedeo era diventato d'una smemorataggine senza pari, e dei due giorni l'uno lasciava la chiave nella toppa.

Non vorrei che i lettori mi pigliassero il signor Amedeo per un babbo imprudente. Quei libri proibiti erano l'Iliade e l'Odissea, i sepolcri di Ugo Foscolo e del Pindemonte, la Divina Commedia, la Gerusalemme liberata la Basvilliana, le tragedie d'Alfieri, ed altri di quella fatta. La storia poi abbondava; ed era tutta roba scelta e vagliata, non già dall'Indice, ma dal buon senso, quel caposcuola che tutti sappiamo. Il ragazzo non poteva avvedersene, ancora digiuno com'era; ma il fatto sta che diede nella pania come un lucherino, e a furia di leggere, molte volte senza capire, ma tratto al lecco della novità, si ritrovò ad essere sulla via degli studi molto più innanzi dei compagni e della classe che faceva. E già il nostro Nicolino tirava giù endecasillabi e ottonarii ad orecchio, mentre i suoi compagni imbastivano a stento la solita morte di Abele.

Ve la ricordate, o lettori, la morte di Abele? «Allora «lo snaturato fratello cavò di tasca una pistola…». Oppure: «Abele abborriva dall'uso delle armi e non «portava nemmeno un temperino per le penne…». Oppure… Ma a qual pro' dirle tutte? Chi più ne ha più ne metta.

Ora, tornando al fatto nostro, quel babbo che seguitava a non avvedersi dei continui trapassi dei suoi volumi dalla libreria allo stambugio, e dallo stambugio alla libreria, ci aveva gli occhi d'Argo per tutto ciò che il suo figliuolo scriveva. Ogni giorno gli era sopra; ogni giorno dava un'occhiata ai quaderni.

–Vediamo un po; che cosa hai fatto quest'oggi?

–Ecco, babbo;—diceva il ragazzo, mostrando tutto vergognoso l'opera sua.

Il babbo leggeva, leggeva tutto, senza perdonarla ad una virgola, storceva le labbra, crollava il capo e faceva la copiaccia in due pezzi.

–Non va bene; fàllo da capo.

E Nicolino tornava a scrivere; indi, altra lettura e soventi volte altra lacerazione del manoscritto.

–Ma dimmi, babbo, dov'è lo sbaglio?

–Da capo a fondo; non c'è niente di buono. Qualunque cosa tu abbia a fare, il primo punto è di pensarci su molto. Pensaci, torna a scrivere, e ti avverrà di fare meglio.—

In questa maniera, e senza pietose correzioni di penna, che sarebbero tornate a danno degli altri condiscepoli, era avvenuto al ragazzo ciò che egli nella sua testolina decenne pronosticava di sè. Aveva dovuto strappare ad uno ad uno tutti i primi premii, dalla grammatica inferiore alla seconda retorica.

Segno che non era un ciuco, il signor Nicolino, come egli si era battezzato da sè in un momento di stizza. Tutt'altro, anzi; ma il suo spirito vagabondo amava troppe più cose che non comportasse l'età. L'applicazione, forse, perchè comandata, lo uggiva; e troppo spesso egli stava come origliando dentro di sè, per sentire quelle voci interne che sogliono cantare più tardi nei chiusi recessi dell'anima. Ingegno precoce, egli non era più, non era mai, nel suo guscio. A dieci anni innamorato come Dante, aveva scombiccherato il suo sonetto a rime fallate, in lode di madonna, che era una fanciulla di nove. A quattordici anni lamentava già il triste vuoto della sua vita, ed aveva trovato che tutto nel mondo era fumo. È vero che, a rincalzo della sua tesi, fumava già come un turco.

Impetuoso per indole, o faceva, o tentava, o si struggeva d'ogni cosa che gli girasse nella fantasia. Era anche un tal poco manesco e prepotente, salvo colle bestie che aveva preso ad amare. Ed ecco in che modo. Una mattina, andando attorno con un suo compagno di scuola (ahimè, quel giorno la scuola e' l'avevano salata ambedue), si era arrampicato su d'un leccio, per pigliar un nido di passerotti. La madre, che era andata in busca di cibo, non tardò molto a giungere, e, scambio di strillare, come usano gli altri uccellini, si avventò al fanciullo, e lì, stando sull'ale, lo bezzicò animosa più volte sul capo.

L'atto gli fece senso, e gli diede anche la coscienza del male operato. Ritornò indietro con quella furia addosso, e pregando l'amico di girar largo, per non recarle spavento.—È una madre, ed ha ragione a fare quello che fa!—Così dicendo, si arrampicò da capo sull'albero, e ripigliato il nido dalle mani di quell'altro che gli teneva bordone, lo ripose al sicuro tra i due rami che lo reggevano prima.

Quella povera madre per certo indovinò l'animo suo, perchè lasciò tosto di perseguitarlo, e lui presente, andò a posarsi sopra i suoi nati, che pigolavano, domandandole il cibo. Il signor Nicolino si ricordò allora di averci in tasca un tozzo di pane; subito lo trasse fuori, ne sbriciolò la mollica sugli orli del nido e se n'andò via mogio mogio, mentre la passera vittoriosa imbeccava la ricuperata sua prole.

–Brava!—diss'egli, allontanandosi col suo scudiero dal teatro della sua confusione.—Ha coraggio!

E da quel giorno rispettò sempre tutte le bestie. E come fu più avanti cogli anni, rispettò anche gli uomini, sebbene questi non lo pagassero della stessa moneta.

Erano quelli i bei tempi. Ma intanto, cogli anni andavano crescendo di numero e di forza le distrazioni, i frastornamenti della vita. E il padre a raddoppiare la vigilanza, perchè il ragazzo non uscisse di riga. Al signor Nicolino gli accadeva come al ferro caldo, che non divien buono se non a furia di batterlo. Immaginate dunque, mettendovi nei panni del figlio, che giubilo fu il suo quando ebbe compiuti gli studi in provincia e fu il caso di andare a Torino per la filosofia e per le leggi, a cui lo destinava suo padre. Diede allora una rifiatata di contentezza e cantò dentro di sè il magnificat.

La revisione era abolita; la libertà conquistata.

Santa autorità paterna, non ti sentiamo buona, non ti conosciamo profittevole, se non quando ti abbiamo perduta! Badate a me, figliuoli; felice chi conserva suo padre; utile come guida e sostegno quando è giovane e forte; caro quando sgrida come quando sorride; divino esempio, idolo del focolare domestico, nella sua tarda vecchiezza.

Ma sì, darla ad intendere ai giovani, quando e' son sul provar l'ali! Ora dunque, il nostro giovane eroe, contento come una pasqua, se ne andò alla capitale, a studiarvi filosofia. La contentezza, a dir vero, non gli veniva dalla filosofia. Questa, che consola i vecchi (almeno, lo assicura Cicerone) riusciva al giovinetto la cosa più ostica e più seccagginosa del mondo. Ne masticò un poco lì per lì; poi fece a turarsi anche gli orecchi, per non guastarsi la testa; e per fargliela entrare in furia all'ultimo mese, ci volle l'immagine minacciosa del signor Amedeo e il ricordo di certe parole che non promettevano niente di buono.

–Bada;—gli aveva detto, in principio dell'anno, suo padre;—se non ti passano con tutti i voti all'esame torni a casa e non passi più il Tanaro fino a tanto ch'io viva. Ti metto a bottega da un calzolaio, o da un legnaiolo, e sarai bello davvero!—

Ora, il signor Nicolino sapeva che suo padre quel che prometteva lo dava, e a misura di carbone. Perciò, venuto al tandem, s'era chiuso in soffitta a studiare; e all'esame, non che tutti i punti, aveva anco strappata la lode; tanta era stata la battisoffia!

Figuratevi dunque la contentezza dello studente, che aveva superato pur mo' la sua prova d'ammissione al corso di legge e aveva davanti a sè uno spazio abbastanza lungo di libera vita!

I primi mesi dell'anno universitario sono senza fallo i più lieti. In primo luogo, ci si ritrova tutti compagni di altre scuole, con un mondo di cose nuove da dirsi e di vecchie da ricordare. Ci sono poi gli amici nuovi da vedere, tiranti dentro e posti liberamente in comune dai vecchi, come talvolta avviene dello scudo solitario, rimasto nella tasca di uno fra i più fortunati, verso la fine del mese. Ed è allora tra tutte quelle giovani vite un avvicinarsi, un incrociarsi, un confondersi allegro, come di cardellini, o di lodole, non turbato che dal rimanersi in disparte di certuni, o più contegnosi o più timidi, che sono battezzati lì per lì coi più ridicoli nomi.

Sul principio dell'anno le lezioni son frequentate che nulla più. I professori hanno il sorriso sulle labbra e gli studenti del pari. C'è in tutti una voglia di far bene; si portano in tasca i quaderni, si è tutt'orecchi, e si pigliano note a furia, e magari si avesse un barlume di stenografia! Poi, un bel giorno, vedete caso! il quaderno s'è dimenticato sul tavolino da notte, dove lo avevamo riposto per consolare una veglia studiosa. Pazienza; c'è un amico che l'ha portato; per quest'oggi scriverà lui; copieremo. E invece di stare attenti, di pendere dal dotto labbro, si porge orecchio a un raccontino bisbigliato di fianco, ad una celia, ad un frizzo che fa sommessamente il giro delle panche. Addio lezione; addio filo del ragionamento; il trattato avrà una lacuna. Che importa? Non c'è l'amico che scrive? Ma il male è contagioso; un altro giorno il provvido amico l'ha dimenticato lui, il quaderno; e tant'è; poichè il dado è tratto, anche lui dà ascolto alle chiacchiere e lascia che il professore si spolmoni a sua posta. Via, la cosa non è poi senza rimedio. Non c'è egli il compagno sgobbone, che lavora per tutti? Non gli si è mai detto crepa; lo si è sempre guardato con un senso di compassione; ma in fondo non deve aver fiele, ha da essere un buon figliuolo, e all'occorrenza impresterà la sua prosa. Questo è l'essenziale.

Pigliata in tal modo la piega, nuove consuetudini si vanno formando nell'anno. Si studiano molto, è vero, gli umori del corpo insegnante; si medita anche il problema del miglior modo di ottenere la firma del professore sul certificato bimestrale; ma fermi lì! Anche la gaia fratellanza di prima va a rotoli; succedono i piccoli crocchi, e, secondo i gusti, le combibbie, i cenacoli. E intanto, signori professori, sputate un'ala di polmone, se Dio vuole; lo studente è ancora qualche volta dinanzi a voi in carne ed ossa, ma lo spirito… lo spirito è via. Chi sa? forse in estasi, come



Il rapito di Patmo evangelista,


vede tutt'altro che donne sedute su bestie color scarlatto, con sette corna e dieci teste; le vede emergere, candide a guisa d'alabastro, dai palchetti del Regio, o passar veloci in calesse al Valentino, o commettere sotto i portici di Po un piedino snello; quel piedino tentatore, che non si dà e non si nega all'ammirazione dei pilastri del Fiorio..

Lettori umanissimi, ci siamo un po' indugiati per via; ma che farci? Al passato bisognava pur dargli un'occhiata. Chi non ha un passato? Anche al nostro eroe, che fa vita nuova, ritornando ai suoi diciott'anni, occorreva fabbricargliene uno.

Era contento, il signorino. E forse avrebbe dovuto non esserlo tanto, poichè rimaneva a Dogliani la figlia del droghiere, una stupenda biondina, colla quale avea ballato tre volte, e alla quale, una sera, attraverso il cancello dell'orto, aveva giurato un amore immortale. Ma sappiate, o lettori, che il signor Nicolino ci aveva un gran cuore, e che i gran cuori, come tutti i gran vasi, non sono grandi per nulla. Ben altro ci aveva a far capire il signorino, nel suo. Anche alla capitale lo aspettava un amore. Credo che fosse già il terzo; ma badate, non potrei giurar nulla. So che era un amore a mezz'aria, imbastito a teatro, ancora senza certezza di ricambio, e già immortale, come tutti gli altri.




CAPITOLO III


Nel quale si vede nascere un giornale e spuntare la coda d'un segreto

Nell'atrio dell'università, sotto i portici di Po, in piazza Castello, ad ogni tratto il giovane Ariberti s'imbatteva in qualche amico.

–Ah, sei tu, buona lana? E dove hai passate le vacanze?

–Io? Non me ne parlare. A Dogliani, nel «paterno ostello».—(e qui un sospiro lungo tanto rincalzava la frase).—Ma dimmi piuttosto; e tu dove sei stato?

–Ho fatto un viaggio;—rispondeva l'altro, con un'aria dimessa che volea parere modesta;—sono stato in Toscana.—

E lì il Ferrero, che così per l'appunto si chiamava l'amico, a tirar giù una filatessa di tutto quello che aveva veduto a Lucca, a Pisa, a Firenze. Senza andare di una parola più in là d'una guida, trovava il modo di ficcar dentro al discorso tutte le meraviglie dei luoghi veduti, e non la perdonava nemmanco a un muricciuolo; laonde, non è a dire se il povero confinato di Dogliani se ne sentisse venir l'acquolina in bocca. E poi l'amico Ferrero ci aveva le sue considerazioni, i suoi appunti particolari sugli usi, sui costumi e sulla lingua dei figli di Etruria; ricordava i modi, rifaceva la parlata con una grazia tutta sua. All'osteria aveva mangiato il lesso, che corrispondeva alla carne bollita, ahi troppo, della cucina domestica; aveva chiamato tavoleggiante il garzone di caffè; conosceva le uova al tegame, le uova a bere, le uova affogate, le sode e le bazzotte; insomma era diventato un'arca di scienza.

Al caffè dell'Aquila, dov'erano andati i due a sedersi, con tre o quattro amici combinati per via, un altro studente, che era conte e figlio d'un ministro, e che per solito tirava dritto salutando con molto sussiego i compagni, si era degnato di avvicinarsi a loro e di rallegrarli colla sua conversazione, per far sapere a tutti che tornava allora allora di Francia.

–E Lei, dove è stato?—domandava il signor conte, volgendo la parola al nostro Ariberti.

–A Dogliani;—rispondeva questi, avvilito.

–Dogliani! Dov'è?—chiedeva il conte, coll'aria di chi non si raccapezza.—Dalle parti di Mondovì?

–Sì, verso le inospiti Langhe;—soggiungeva un altro della brigata.

–E via, non disprezziamo tanto i nostri paesi;—interruppe il Ferrero.—Ci sono certe ragazze avvistatette, che non fo per dire… Il nostro Ariberti ha da aver fatto strage.

Il conte, strascicando l'erre con quel suo garbo nobilesco:—Quando si va in campagna, non c'è altro modo di vivere, che devastando il pollaio. Ma Parigi…. Parigi….. ecco la vita! Il palazzo Reale! il Rocher de Cancale! la Chaussée d'Antin colle sue donne adorabili! Parlez-moi de ça!

E con una leggiadra giravolta sui tacchi, il signor conte Candioli andò verso il banco, per farsi ammirare dalla padrona, pallida creatura, che aveva letto Ossian e si credeva una specie di Malvina, perchè aveva i capegli di canapa mal pettinata.

–Vedi che sciocco!—disse il Ferrero sottovoce all'Ariberti.—Perchè è stato a Parigi, insieme coi bauli del suo signor padre…

–Eh via, non sei tu forse stato a Firenze?

–In Italia, perdinci, e co' miei danari.

–Vorrai dire di tuo padre.

–S'intende; ma sono andato per mio diporto. Ma perchè non far lo stesso anche tu, scambio di chiuderti in quel tuo guscio di noce? Tuo padre non è ricco abbastanza per farti pigliare un po' d'aria di casa d'altri?

–Che vuoi? Gli sembro troppo giovane, per girare il mondo da solo. Poi, c'era l'esame di ammissione… Infine che ti dirò? Voi fortunati, che avete potuto passare il confine! Noi ce ne siamo rimasti all'ombra nelle nostre montagne, coi nostri cenci campagnuoli dattorno. Non è egli vero, Balestra?—

L'amico chiamato con questo nome rispose con un malinconico cenno del capo, che voleva dire: purtroppo.

–Benissimo; bisogna far strage!—ripigliò.

–Oh, a proposito di cenci,—ripigliò il Ferrero,—che cosa è avvenuto del tuo Bertone?

–Mio!—esclamò l'Ariberti.—Mio come tuo. Tu sai ch'egli è di Mondovì ed io per tutte le vacanze non mi sono mosso da casa. Del resto, che vuoi che abbia fatto? Sarà venuto anche lui.

–Si diceva,—notò il Balestra,—che non avrebbe più continuato gli studi, perchè la famiglia non poteva mantenerlo a Torino.

–Sfido io!—entrò a dire un altro della brigata.—Suo padre fa il maniscalco e una sua sorella va a mezzo servizio nelle case dei signori.

–Del resto,—aggiunse il Ferrero,—a Torino è venuto certamente. Almeno, io lo credo, perchè stamane, quando sono uscito di casa, i cenciaiuoli del ghetto gridavano più allegramente che mai il loro «niente da vendere?»

–Ah, ah! bella, questa!—proruppero in coro gli studenti.—Abbiamo dunque la prova provata.

–Via, non c'è umanità!—disse l'Ariberti, con aria che voleva parer rimprovero, ma che sapeva piuttosto di preghiera.—Che ci può far egli, se è povero?

–Sì, sì, hai ragione;—rispose ghignando il Ferrero;—ma che ci possiamo far noi, se è così sudicio? Spero almeno che quest'anno tu non ce lo vorrai tirare fra' piedi. Con quel coso lì in compagnia, si passerebbe tutti per altrettanti straccioni.—

L'Ariberti non ebbe animo di protestare contro questa nuova maniera d'ostracismo. E non era mica un giovine di cattivo cuore; anzi, bisogna dire che gli rincrescevan assai le parole del Ferrero. Ma in fondo in fondo, o come sarebbe egli stato possibile di sostener l'onore del giubbone color tabacco dell'amico Bertone? Segnatamente là, al caffè davanti al conte Candioli, a quel figurino di Parigi, vestito nientemeno che da Humann, cioè dal primo sartore di tutti i leoni di Lutezia, con giubba, o senza? Perciò l'Ariberti si tenne le sue ragioni in gola e il povero Bertone fu condannato senza forma di processo.

–E che faremo ora?—continuò il Ferrero.—L'anno scorso c'erano certe idee! Ma sì, ad anno così inoltrato, non bisognava pensarci. Ti ricordi, Ariberti, del nostro giornale letterario? Tu avevi già pensato alle module pei registri degli associati.

–Ah sì, sarebbe bene di mandarlo avanti;—disse il Balestra.—Io ci ho una canzone in pronto.

–Ed io,—soggiunse il Vigna, che era un altro della compagnia,—ci ho un capitolo sugli amori di Tibullo.

–Già tu l'hai sempre coi latini. Io ci ho invece uno studio sui Nibelunghi.

–Che cosa sono? Roba da mangiare?

–Tira via, sciocco, e impara l'arte nuova; ne abbiamo piene le tasche dei classici.

–Amici,—interruppe il Ferrero,—noi ci stiamo bisticciando per la pelle dell'orso. Prima di tutto, vediamo se il giornale uscirà. Avremo noi il permesso del governo?

–Perchè no?—disse l'Ariberti, mandando una timida occhiata al ricapito del figurino di Parigi;—se il signor conte si degna di spendere una parolina per noi con Sua Eccellenza, voglio sperare….—

Il signor conte, che andava farfalleggiando continuamente dal banco di Malvina al tavolino degli amici, gonfiò a quelle parole lusinghiere.

–Il signor conte—aggiunse il Ferrero,—potrebbe anche essere uno dei primi scrittori del giornale, ed anzi il più gradito alla miglior classe di lettori, che è senza dubbio quella delle lettrici.

–Io?—dimandò il contino, che non ci arrivava da sè.—E che cosa potrei scrivere io, palsambleu?

–Eh, per esempio, i ricordi del suo viaggio a Parigi. Mi sembra che l'argomento sia ghiotto; che ne dite voi altri? Ella ha certamente molto veduto e molto osservato;—soggiunse il Ferrero, dandogli accortamente la soia;—ricevimenti di corte, passatempi di strada, segreti di boudoir, occhiate tra le quinte del palcoscenico, chiacchiere di foyer, insomma, tutto ciò che forma la vita di quella capitale affascinante; ecco quello che potrebbe descrivere. Non c'è che lei, per farlo; e sarebbe la man di Dio pel nuovo giornale.—

Questa volta il pavone fece a dirittura la ruota.

–Sicuramente—rispose egli, mettendosi sul grave.—E sebbene io non abbia troppa domestichezza colla lingua…. Del resto, sentano, signori miei; bisogna confessarlo una volta; la lingua italiana è povera, assai povera.

–Che diavolo dice?—esclamò il classico Vigna. Con un vocabolario di —ottantaseimila parole!

–Sta zitto!—interruppe il Ferrero, che voleva ingrazionirsi col figlio del ministro.—Il signor Conte ha ragione, e tu gli scambi la tesi. Sicuro, c'è molta roba nel vocabolario; ma a che serve, se è lingua morta e ciarpame?

–Infatti, è proprio questo che volevo dir io;—ripigliò il signor Conte, inchinandosi.—Ed ecco un esempio che fa al caso nostro. Come tradurrebbero lor signori la parola francese regret?—

La domanda era vecchia, e certo il signor Conte l'aveva raccattata in qualche conversazione di gente sconclusionata, che non sa la sua lingua, e, quel che è peggio, non vuol confessarlo. Anche Ariberti, come il classico Vigna, si sentiva a rispondergli che c'erano in italiano almeno dieci vocaboli per esprimere tutte le gradazioni d'un sentimento, anzi meglio, i vari sentimenti che i francesi sono costretti ad esprimere con quel vocabolo solo; la qual cosa, a dir vero, non fa testimonianza di molta ricchezza nel tesoro filologico dei nostri vicini d'oltralpe. Voleva anco soggiungere, allargando la questione, che ogni lingua ha i suoi propri modi e partiti per dire il fatto suo, e che il non poter voltare col medesimo giro una frase forastiera non prova nulla a suo danno. Infine, voleva dargli pulitamente di sciocco; voleva…. Ma a qual pro? Anch'egli aveva capito che non bisognava urtare con quella ignoranza pomposa; e fu egli il primo a rispondere, con una mimica espressiva, al signor conte, che egli aveva ragione, e che quel maledetto regret era proprio intraducibile.

Il conte Candioli ricompensò l'Ariberti con un gesto di protezione.

–Se scrivessimo il giornale in francese,—soggiunse egli poscia, piantandosi la fida lente nella incavatura dell'occhio destro, come faceva sempre quando volea darsi aria d'uomo d'assai,—sarebbe forse meglio, e il giornale sarebbe più répandu.

–È verissimo;—rispose il Ferrero:—ma non tutti abbiamo famigliare la lingua francese come il conte Candioli. Via, facciamo un tanto per uno, scriviamo il giornale in due lingue.

–Soit,—disse il contino;—chacun son goût.

–Pensiamo dunque al nome:—disse Balestra;—io propongo che si chiami L'Aurora.

–Io La Minerva;—gridò il classico Vigna.

–Il primo non dice niente, e l'altro vuol dir troppo; rispose il —Ferrero.—Cerchiamo ancora.

–Cerchiamo;—ripetè l'Ariberti.—Io vorrei un titolo che dicesse anche il luogo donde il giornale uscirà.

–Il Po;—soggiunse prontamente Balestra.

–Via;—saltò su il Vigna, dandogli sulla voce; lo si chiami almeno —L'Eridano.

–Sia pure L'Eridano e se ti piace, anche Il Bodinco, per andar cogli antichi.

–Pardon!—interruppe il contino, stendendo la mano nel crocchio, come per annunziare l'arrivo d'una idea.—È già forse stabilito che il titolo debba essere in italiano?

–Ma…..—disse il Vigna sconcertato.

–Ma…—ripeterono gli altri, non sapendo che pesci pigliare.

–Il signor conte ha ragione;—aggiunse tosto il Ferrero, che era l'uomo dei ripieghi,—ci vuole un titolo che corrisponda alla cosa. Noi che facciamo? Un giornale in italiano e in francese. Ci vuol dunque un titolo bilingue.

–Sicuro, bilingue! Ah, ce diable de Ferrero! Il n'y a que lui pour avoir de ces idées là.

–Grazie, signor conte! Ed ora che ci penso, il titolo è bell'è trovato; un titolo che salva tutto; La Dora.

–Oh diavolo! la Dora!—esclamò il Vigna, che non si raccapezzava.—E non è forse un nome italiano?

–Bravo! E chi ti dice di no? E Dora non può essere femminile in francese, com'è in italiano?

–C'est juste; puisque c'est une rivière…—aggiunse il conte Candioli con aria di trionfatore romano.

–Ah bene! benissimo!—gridarono tutti in coro. Une rivière! Diciamo —dunque: La Dora.

–E sarà settimanale?

–No, c'è troppo da fare, io sto per un fascicolo al mese.

–Sentite, amici miei; diamola nel mezzo e usciamo fuori per quindicine. Noi si ha tempo a scrivere e gli altri hanno tempo a leggere.—

Qui, gettate le fondamenta, cominciarono le osservazioni minute, intorno ai necessari congegni di ordinamento interno; alle spese, ai carichi di amministrazione e a tutti gli altri amminicoli, sui quali il signor Conte era invitato a dire il suo nobile e riverito parere.

Quanto alle materie, non c'era fortunatamente da stillarsi il cervello. Gli scrittori abbondavano, e tra cattivo e mediocre ognuno ci aveva un sacco e sette sporte da mettere in comune. Ariberti incominciava co' suoi versi d'amore, inspirati dalla figlia del droghiere di Dogliani, ma che, con qualche ritoccatina, potevano tirarsi dal biondo al bruno, passare per roba di più prossima e più aristocratica derivazione. Ferrero dava fuori il suo viaggio in Toscana, col titolo pomposo: Tre mesi sull'Arno. Veramente, non c'era stato che un mese, e nemmeno nella incomoda postura del colosso di Rodi; ma già lo ha detto Orazio: Pictoribus atque poëtis, quidlibet audendi semper fuit aequa potestas. La qual cosa vuol dire che pittori e poeti ebbero sempre la licenza di uscire dal seminato, e che Orazio Flacco, buon'anima sua, era un confessore di manica larga. Il Vigna, poi, ci aveva il suo capitolo sugli amori di Tibullo, e poteva tirare innanzi sullo stesso metro, mettendo in prosa quei di Catullo e di Properzio. Balestra ci aveva la canzone in pronto; un altro lo studio sui Nibelunghi, quella roba da mangiare che sapete; finalmente il Contino si disponeva a ponzare le sue note parigine, che doveano riuscire la pièce de résistance di quella indigesta accozzaglia.

E il programma? oh non dubitate, pensarono anche al programma; anzi, fu stabilito di dettarlo in francese. Non era un omaggio alla patria; ma come fare, perdinci? Il signor conte Candioli, un figlio di ministro, che si degnava di praticare con loro, e senza del quale addio speranza di far uscire il giornale, aveva fissato l'animo nel suo francese e non c'era stato più caso di rimuoverlo.

–Ah, lo dicevo io!—gridò tutto ad un tratto il Ferrero, lasciando a mezzo una sua proposta che non lo finiva poi troppo.—Il Bertone è a Torino. Guardatelo, là, sotto i portici di rimpetto.

–Dove?

–Sotto l'arcata, davanti a quella mostra di libri vecchi. Vuol fare un bel guadagno il venditore, quest'oggi!—

Gli occhi dei giovani erano corsi laggiù, dove accennava il Ferrero. Proprio com'egli diceva, laggiù, davanti alle quattro assi che formavano la bottega del libraio da strapazzo, si era fermato da pochi minuti un giovane pallido, punto in carne e assai male in arnese, quantunque non lo si potesse dire uno sciatto. La camicia era bianca di bucato; ma pur troppo non lasciava vedere i solini al collo nè i polsini alle mani. Il giubbone di un vecchio panno color tabacco, aveva un bel mostrarsi spazzolato di fresco; oltre che in quella sua continua battaglia colla spazzola ci aveva perso i peli e guadagnato un lustro particolare, si vedeva dal taglio che doveva aver servito d'abito da nozze al nonno di chi lo indossava. Il resto del vestiario era in conformità del capo principale, e non occorre dirne altro.

Anche il contino Candioli volse un'occhiata a quel poveretto e arricciò il naso, come potete immaginare.

–Comment?—esclamò egli.—Vous vous occupez de pareille engeance?

–Non faccia caso;—rispose il Ferrero.—È stato un nostro compagno in filosofia, un amico dell'Ariberti.

–Ve l'ho già detto una volta; mio come vostro!—gridò l'Ariberti seccato.

–Eh via, non andare in collera! Si dice questo perchè tu lo conoscevi prima di noi. Del resto, non c'è nessun male. Si può avere avuto a che fare con molta gente, a questo mondo; tutto sta a non strofinarcisi troppo.

–Per non appiccicarsi l'untume;—soggiunse Balestra, in mezzo alle risa degli altri.

Frattanto il giovane che era argomento di tante chiacchiere, dopo aver scartabellato parecchi volumi e comperatone uno con pochi soldi che cavò dal taschino della sottoveste, si mosse di sotto l'arcata per traversare la via, tenendo sotto il porticato di destra proprio a filo del caffè dove stavano seduti i suoi critici.

–Che voglia entrar qua?—domandò tra spaventato e scherzoso il Ferrero.—Io prendo il portante.—

Ma il giovane non aveva di queste fantasie signorili. Entrato sotto i portici, piegò con passo frettoloso a mancina. Per altro, nel passare che fece davanti alla finestra, presso cui erano seduti costoro, dovette certamente vederli attraverso i cristalli; e bene lo dimostrò la timida occhiata che volse da quella banda, come il suo tirar lungo senza un sorriso, o un cenno del capo, indicò in pari tempo che egli sentiva la miseria sua, non meno che la loro grandezza. Il poveretto ha la vista acuta. Del resto, ci voleva poco a capire, anche senza l'ingegno di Filippo Bertone, che quelli là appartenevano alla schiera dei felici, entrati per la scala d'oro nel mondo, e che non voleva dir nulla, se il caso li aveva avvicinati a lui per qualche anno su d'una panca di scuola.

Gli allegri giovani, quasi tutti suoi compagni di studio, gli avevano dato una superba guardata, senza scomodarsi altrimenti a salutarlo. Anche l'Ariberti, che era il più esposto, perchè più vicino ai cristalli, era rimasto cogli occhi in aria, facendo le viste di badare a tutt'altro.

–Sempre i medesimi stracci!—disse il Ferrero, che era di tutti il più accanito contro il povero Bertone.—Che ve ne pare, amici? Facciamo una colletta per comperargli un soprabito?

–Ah, ah! T'intenerisci per lui?—gridò il Balestra. Amici, in verità —io vi dico, o Ferrero vuol morire, o fa conto di domandare al —Bertone che gli scriva per la Dora un capitolo sulla filosofia di —Aristotile.

–Sciocchezze!—esclamò il Ferrero, crollando sdegnosamente le spalle.

Per altro, non dovevano essere sciocchezze del tutto, perchè, alle parole del Balestra, il sarcastico Ferrero si era fatto bianco in viso come un panno lavato.

Il contino gli die' una mano in buon punto, facendosi a sviare il discorso.

–E adesso,—chiese egli,—questo Bertone studierà legge anche lui?

–Non crederei;—rispose il Ferrero.—L'anno scorso raggranellò a stento i danari della minervale. Ma se ne vedono tante!…

–È fâcheux,—sentenziò il contino,—che questi villani vogliano tutti avviarsi agli studi delle classi alte in cambio di stare alla vanga. L'agricoltura ne porta le pene. È questa l'opinione di Sua Eccellenza mio padre, ed è anche la mia.—

Intorno al borioso figlio del suo signor padre, c'erano parecchi, anzi tutti, che avrebbero potuto risentirsi di quella uscita scortese. Tutti erano figli, o nepoti, di uomini venuti su dal nulla, e perciò veri stipiti della loro casata. Ma nessuno protestò. Si ama così poco voltarsi indietro a guardare le proprie origini! E il difenderle, poi, non è egli un riconoscerne la umiltà? Nè basta ancora; oltre la natural propensione a buttare sotto il banco tutto quello che non fa comodo, c'è l'altra di dar sempre ragione agli sciocchi, quando e' si trovano in alto. È il primo passo; e poi verrà l'altro, di mettersi alla pari coi tristi. Spesso accade che urli coi lupi, chi ha cominciato ad abbaiare coi botoli. I sapienti dicono esser questa la scienza della vita; grama vita e grama scienza!

Nicolino Ariberti. era rimasto sovra pensieri. Quella timida occhiata di Filippo Bertone gli stava sul cuore.—Perchè non l'ho io salutato?—andava dicendo tra sè.—Imparerò anch'io a giudicar gli uomini solamente dall'abito?

–Torniamo a noi;—gridava intanto il Ferrero.–Si pensa sul serio a metterla in luce, la Dora?

–Ma si, certamente.

–Orbene, provvediamo subito all'essenziale. Il signor conte ci fa egli la grazia di toccarne a Sua Eccellenza? Un padre come quello non vorrà certamente ricusare cosa alcuna a suo figlio.

–«A tanto intercessor nulla si niega»—soggiunse Balestra.

–Sì, parlerò;—disse il contino, con quel suo caro sussiego;—parlerò fin da domani. Oggi ho da fare un mondo di cose. Prima di tutto, debbo passar da Barale, per vedere gli ultimi capi che gli son giunti da Parigi. È un buon sarto, il Barale, e imita abbastanza bene il taglio di Humann. Quelquefois, même, c'est a s'y méprendre. Poi, verso il tocco, vado dalla marchesa di San Ginesio, che ha ricevuto da Milano una stupenda pariglia di gris pommelés, per le sue uscite di mattina. A proposito, ecco un mantello che in italiano non si sa come esprimerlo.

–O come? Leardo pomato;—disse il Vigna timidamente.

–Soit;—rispose il contino, un tal po' sconcertato; ma quando avrete detto leardo pomato, chi vi capirà? Tandis que, se voi dite gris pommelé, ecco, vi capiscono tutti.

–Eh, non dico di no;—balbettò il Vigna, confuso da quella sorte di logica.

–La marchesa di San Ginesio,—entrò a dire il Ferrero, è quella —bellissima signora, che ha il palchetto al teatro Regio, in seconda —fila, a sinistra?

–Si, proprio quella; une femme superbe.—

Ariberti, all'udire il nome della marchesa di San Ginesio, aveva teso l'orecchio, come un buon cane da fermo quando ha fiutato la starna; e intanto si era fatto vermiglio in volto, come una ciliegia, o, se vi garba, come un collegiale.

–Una vera Giunone!—esclamò il classico Vigna. Non è vero, Ariberti? —Ti ricordi che l'abbiamo veduta parecchie volte e lungamente —ammirata dal basso della platea, dove stiamo noi, miseri mortali, a —contemplare l'Olimpo?

–Si… mi pare…—farfugliò Ariberti impacciato.

–Come, mi pare? Se non potevi mai spiccar gli occhi dal suo palchetto! Povera a lei se, dove giungevano gli occhi, fossero arrivati i denti! Tu le avresti levato i pezzi a dirittura.

–Ah ah! bravo, Ariberti! Non saresti mica un cannibale?

–Non date retta; sono invenzioni di Vigna.—

E così dicendo, Nicolino Ariberti dava all'amico imprudente certe occhiate feroci, che mal per lui se avessero avuto la virtù di quelle di Medusa.

–Eh bien, vous vous troublez, jeune homme?—entrò a dire il Candioli piantando la sua lente.—Ma foi, non avreste avuto torto; la marchesa è un morceau de roi.

–Sicuro; non l'ho detto io che è Giunone?—soggiunse il Vigna.—Con quelle sue braccia e quel collo d'alabastro, con quel naso d'imperatrice e quei grandi occhi bovini, non c'è altro paragone che tenga.

–E se la vedeste poi da vicino!—proseguì il contino, alzando la fronte, come se volesse far cadere da una maggiore altezza i tesori delle sue cognizioni.—C'est dans san boudoir qu'elle est reine.

–Fortunato Lei, signor conte,—disse il Vigna—che può godere di quella vicinanza e respirare l'ambrosia della dea.

–Ah, sì, l'ambrosia; rispose il giovine, col più vanaglorioso di tutti i sorrisi che fiorissero mai sulle labbra ad uno sciocco;—d'autant plus que la marquise vous a des négligés adorables. Dopo tutto—agiunse, a mo' di correttivo,—elle est froide, ainsi que le sont géneralement toutes les grasses.—

E buttato là il suo aforismo, il contino Candidi, stette con molta gravità a vedere che impressione facesse la sua scienza sbardellata.

–Parlez-moi de la baronne Vergnani,—proseguì egli, dopo che ebbe raccolto i segni della più rispettosa approvazione,—ou bien de la comtesse Del Pozzo. Quelles femmes ravissantes, vrai Dieu! Taille de guêpe et pied d'Andalouse, voilà comme je les aime. Ma lo capisco,—aggiunse in italiano degnandosi finalmente di scendere dal suo cavallo di battaglia.—Il signor Ariberti ama le grasse e tutti i gusti sono rispettabili.

–Che! Non creda alle fandonie del mio amico Vigna!—rispose l'Ariberti concitato.—Io non mi ricordo di aver guardato più quella che un'altra. Se ne ammirano tante a teatro, e la nobiltà torinese è così ricca di bellezze!

–Ah, pour ça vous avez raison, è una vera corbeille di fiori; ce qui fait que je papillonne pas mal e finora non ho deliberato di posarmi su d'uno tra tanti. Ma non dubitate, Ariberti; rispetteremo la vostra Giunone. Ah, ah!

–Le giuro, signor conte…

–Non giurate; siete troppo rosso e lo diventate ancora di più. Du reste, mon ami—il signor conte Candioli disse proprio mon ami; la qual degnazione tutta particolare urtò i nervi al Ferrero,—ne vous fiez pas trop. La marquise a des principes. J'ai failli échouer. Sì —soggiunse poscia, notando un atto di sorpresa dei suoi compagni,—ciò mi sarebbe accaduto, se avessi risqué mon jeu; ma ve l'ho detto, taille de guêpe et pied d'Andalouse, voilà comme je les aime.—

Così parlava quel vanerello, che aveva ancora il latte sulle labbra, e s'impancava a far l'uomo.




CAPITOLO IV


Sotto i tegoli.

Lo stesso giorno che quella ibrida conversazione si era tenuta al caffè dell'Aquila, il nostro Nicolino Ariberti andava in cerca di Filippo Bertone.

Il giovine studente sentiva rimorso di essersi vergognato del suo povero amico, in quella stessa guisa che mille ottocento anni addietro un pescatore di Galilea si era pentito d'aver rinnegato il maestro nell'anticamera del pretorio di Gerusalemme. Ed anche lui voleva fare una specie di ammenda, non già andando a confessare d'aver fatto le viste di non vedere l'amico e il suo giubbone color tabacco, che una tal confessione sarebbe stata superiore alle sue forze; ma andando almeno a casa sua, come per vedere se fosse arrivato da Mondovì, e per passare un'ora con lui. Sapienti rappezzi, immaginati da una società rimpiccinita, per rimediare senza troppa vergogna agli errori commessi, chi potrà mai lodarvi abbastanza?

Filippo Bertone abitava una meschina cameretta, anzi una stamberga, nelle soffitte d'una vecchia casa in via degli Argentieri, che era tra le più popolose, ma altresì tra le meno signorili dell'antica Torino. Un letticciuolo di contro alla parete, che faceva venir freddo solamente a vederlo, due sedie zoppe, un tavolino presso la finestra, che dava sui tegoli neri del tetto, un baule spelacchiato che doveva offrire ai visitatori un modus sedendi non guarentito loro dal picciol numero e dalla poca sicurezza delle sedie, un catino sul suo trespolo di legno, e finalmente una pila di libri su d'una stufa rotta erano tutti gli arredi della cameretta di Filippo Bertone. Non c'era armadio, nè portamantelli, per gli abiti dello studente; ma bisogna anche dire che Filippo Bertone non aveva abiti di ricambio; il suo giubbone di color tabacco lo portava con sè, e quando, per le ore di sonno, o dello studio in camera, dovea pur separarsene, un umile chiodo alla parete gli serviva d'appiccagnolo. I mattoni del pavimento, corrosi dal lungo uso di parecchie generazioni d'inquilini, smossi la più parte dai loro alveoli di calce, ballavano sotto i piedi, quasi a dimostrar loro la instabilità delle cose umane. Le imposte sgangherate dell'unica finestra insegnavano la medesima filosofia ed agguerrivano lo spirito alle burrasche della vita. Ed anche per esser la camera sotto i tegoli, in estate ci si schiattava dal caldo; per contro, nell'inverno ci si moriva dal freddo. Ma già, era opinione degli Spartani, che i giovani dovessero formarsi ad una simile scuola e prosperarvi per giunta. Il Bertone, a dir vero, non ci prosperava; ma bisogna soggiungere ad onor suo che ci si era avvezzato.

Nicolino Ariberti salì rapidamente le otto scale che mettevano a quel nido di rondini, senza aver chiesto nemmeno al portinaio se l'amico suo fosse in casa. Dimenticanza perdonabile invero, perchè quella casa non aveva, per custode all'ingresso, nemmanco il più umile tra i censori d'Apelle, che era, come sapranno i lettori, un maneggiatore di lesina. E giunto all'ultimo piano, tanta era in lui la pratica del luogo, sebbene si trovasse al buio, trovò l'uscio della stamberga, e stese la mano alla corda unta e bisunta del campanello, che rispose con un allegro tintinnio alle sue confidenti strappate.

Subito dopo, un passo frettoloso si udì mettere in iscompiglio i mattoni del pavimento, mobili sulla base e vocali quanto il sasso di Melinone. Ma quello non parve all'Ariberti il passo dell'amico Bertone, e il fruscio di una gonna che accompagnava quel passo e quella musica di mattoni, lo fece pensare piuttosto alla signora Paolina, megèra d'aspetto, e padrona di casa per condizione sociale, che forse era là, nell'assenza dell'amico, a rassettare la camera.

Ma anche qui s'ingannava. La voce che poco stante gli domandò chi cercasse, non era quella, punto armoniosa della signora Paolina.

–Amici!—rispose egli, mentre in cuor suo domandava a sua volta chi diamine poteva essere là dentro, e del sesso femminile, attirato dalle lusinghe di un giubbone di color tabacco, o dagli agi sibaritici di due sedie zoppe e d'un baule spelacchiato.

L'uscio si aperse, e Nicolino Ariberti si vide davanti una ragazza. Almeno, così gli parve nella mezza luce che disegnava i contorni flessuosi e snelli della persona di lei, senza lasciargli scorgere le fattezze del volto. La donna per fermo vide meglio lui, e non dovette sembrargli uomo da chiudergli l'uscio in faccia; chè anzi fu pronta a tirarsi da un lato per lasciarlo passare.

Ariberti rimase perplesso, senza profittare di quel tacito invito. Cercava l'amico Bertone e trovava in quella vece una donna sconosciuta. Chi era costei? Nel tirarsi da banda che ella avea fatto, la luce della finestra la coglieva di fronte ed egli potè rilevarne in di grosso i connotati. Era difatti una ragazza, che poteva avere dai diciotto ai vent'anni, piuttosto alta, abbastanza in carne e di buon colore, sebbene desse un tal po' nell'arsiccio, accusando l'origine campagnuola; gli occhi piccini e maliziosi, il naso tirato leggermente all'insù, la bocca piccola e sorridente, i capegli biondi e indocili al pettine; una figura chifonnée, avrebbe detto il Candioli; in complesso la bellezza del diavolo, che si compone per un terzo di carne, per un terzo di gioventù, e per un terzo d'irregolarità senza difetti fisici apparenti.

Tutte queste cose egli vide in un batter d'occhio. Ella in pari tempo ravvisò in lui un giovine di primo pelo, un po' timido, ma di bello aspetto e signorilmente vestito; perciò lo accolse senza paura, accennandogli che volesse entrare, mentre collo sguardo curioso parea dirgli: «a che debbo io l'onore d'una sua visita?» oppure, se la frase vi par troppo pettinata per una ragazza sua pari: «bel giovine, che cosa volete da me?»

–Scusi, signorina,—balbettò l'Ariberti, impacciato come un pulcino nella stoppia;—cercavo un amico che abita qui… il signor Filippo Bertone.

–Qui non abitano Bertoni;—diss'ella, ma senza aver l'aria di mandarlo via;—ci abito io, Giuseppina Giumella, fiorista presso madama Falcheri, in via Doragrossa, numero 15.—

Tutto quello sfoggio di indicazioni non commosse pure una fibra nel cuore di Nicolino Ariberti.

–Signorina, scusi,—ripetè egli colla medesima confusione di prima.—L'amico mio abitava qui l'anno scorso… È uno studente di filosofia… cioè lo era l'anno scorso… Credevo che ci fosse tornato…

–In filosofia?

–No, volevo dire ad abitare qui. Ma se non c'è più, mi ritiro. Le chiedo scusa… Buon giorno, signorina.—

Quando la signora Giuseppina Giumella si avvide che l'amico Bertone non era un pretesto e che quel timido giovinetto non cercava proprio di lei, uscì sul pianerottolo per fargli servizio e chiamare la padrona di casa.

–Aspetti,—disse ella,—adesso chiederemo alla signora Paolina, e chi sa ch'ella non sappia dove è andato a stare il suo amico Bertone, io non sono qui che da un mese. Signora Paolina!

–Chi è?—domandò da un uscio in fondo al pianerottolo una voce chioccia ben nota a Nicolino Ariberti.

–Son io, signora Paolina;—rispose egli, per mostrare alla ragazza che non era davvero uno sconosciuto lassù;—Sono Ariberti, l'amico di Filippo Bertone.—

In quel mentre l'uscio di fondo si aperse, e la megèra comparve sulla soglia.

–Ah, è lei, signor Ariberti? Cerca del signor Filippo?

–Sì; mi hanno detto che è giunto a Torino e venivo a salutarlo. Credevo che fosse tornato nella sua cameretta, che gli piaceva tanto…

–Oh, per questo ci aveva ragione;—soggiunse la vecchia.—Una camera come quella, non fo per dire, ma non si trova in tutta la via degli Argentieri. E difatti è venuto l'altro giorno da me per riaverla; ma che vuole? Io già l'avevo appigionata. Colpa sua, perchè, quando è partito l'estate scorsa, mi ha lasciato nel dubbio del suo ritorno a Torino. È un bravo giovane, quantunque stia male a contanti, e mi è rincresciuto di perderlo. Ma non potevo mica sacrificarmi… Capirà, signor Ariberti: dodici lire al mese sono poco e son molto, secondo i casi.

–Eh, capisco, dodici lire… già… sono una somma.

–Almeno per me;—proseguì la signora Paolina, Ah, se si fosse —trattato di Lei, signor Ariberti, che ci ha i denari a palate…

–Non tanto, signora Paolina, non tanto;—gridò Nicolino Ariberti ridendo.—Son figlio di famiglia, non lo dimentichi.

–Sicuro, e un bravo giovane, come ce n'è pochi. La non dubiti; il signor Filippo le rendeva giustizia. Egli mi diceva sempre: veda, signora Paolina; di tutti i miei compagni, il migliore, il più sincero, il più studioso, è l'Ariberti.

–Caro Filippo!—esclamò egli, mentre il rimorso, di cui sanno i lettori, gli dava un'altra e poderosa stretta.—E sa Lei almeno, dove sia andato a mettere il nido?

–Oh, La non dubiti; appena lo ha trovato è corso ad avvisarmene. Aspetti, ora mi raccapezzo. Santa Teresa… No, San Francesco di Paola… Nemmeno! Di San Francesco me ne ha parlato, ma là c'era un quartierino di tre camere, un po' caro per la sua borsa. Ecco, ora mi ricordo; è andato proprio a stare in via Santa Teresa, la seconda casa a sinistra; e mi pare che abbia detto il numero 4.

–Ultimo piano, m'immagino.

–Per l'appunto. Sui tetti c'è l'aria buona. Ma dopo tutto il signor Filippo non è parso molto contento del suo nuovo alloggio. La camera è brutta e piccola. Si figuri; un terzo della mia, e non ci ha neanche la stufa.

–Non è poi un gran male;—pensò l'Ariberti;—avercela guasta o non averne è tutt'uno.—

Il lettore discreto capirà che quel suo pensiero il nostro adolescente se lo tenne gelosamente per sè. La signora Paolina credeva nella bontà della sua stufa e a screditargliela le si sarebbe data una stilettata nel cuore.

–Grazie, signora Paolina;—diss'egli in quella vece.—Mi sa mill'anni di vedere Filippo. Corro in via Santa Teresa.

E fatte altre poche parole di commiato, il nostro Nicolino infilò le scale, dopo aver risposto con una scappellata al gentile saluto e al profondo inchino della signora Giuseppina Giumella, fiorista in Doragrossa, a cui certe parole della padrona di casa avevano dato un gran concetto delle ricchezze di quel timido visitatore.

Per altro, Nicolino Ariberti non la passò così liscia, come potrebbe argomentarsi da questo commiato. A mezzo le scale fu ancora trattenuto da una chiamata della signora Paolina, che aveva dell'altro ancora da dirgli. Laonde si fermò ossequente al suono delle venerande ciabatte, ed aspettò che avessero fornita tutta la distanza che già era tra lui e l'ultimo piano.

–Scusi, sa;—gli disse la megèra, abbassando la voce con aria di mistero, quando fu giunta sul pianerottolo dov'egli era rimasto inchiodato;—vorrei pregarla di un'imbasciata pel signor Filippo. La camera che gli piace tanto, un giorno o l'altro sarà libera. La ragazza che Lei ha veduto non vuol rimanerci più molto. Si figuri che siamo al venti, e non ha ancora pagato l'affitto di questo mese. Già, se non pensa a trovarsi un benefattore, poverina, come ha da fare, con quel gramo mestiere che ha per le mani?

–Un benefattore!—esclamò Ariberti, a cui l'età non dava di capire alle prime.—Se posso far io qualche cosa….–

E metteva mano, così dicendo, alla borsa.

–Oh, non a me, non a me!—rispose frettolosa a quel gesto la signora Paolina, come se si fosse scandalezzata all'idea di dover intascare la somma di prima mano.—Se vuol fare una carità fiorita a quella povera ragazza, ci vada lei; quanto a me, Dio mi guardi; potrebbe parere che avessi cantato.—

Nicolino Ariberti nicchiava. Con che fronte si sarebb'egli presentato a quella Flora cittadina, che aveva veduta a mala pena sul suo uscio, e come avrebbe potuto dicevolmente consegnarle la tenue moneta di dodici lire?

–In verità, non ardisco;—diss'egli, dopo essere stato un poco perplesso.

E fu per rimettere la borsa in tasca. Ma qui la signora Paolina si avvide di aver fatto una papera.

–Già, capisco;—ripigliò prontamente.—Lei vuol fare il bene e non averne i ringraziamenti. Si vede proprio che ha buon cuore. Dia dunque il danaro a me; le dirò io donde viene.—

All'Ariberti non pareva vero di cavarsela in quel modo. E alleggerito di dodici lire, ma contento di avere aiutato quella povera figliuola, che non ci aveva lì per lì un benefattore a darle una mano, se ne andò in traccia di Filippo Bertone.

Per altro, egli non doveva sfuggire alla gratitudine della signora Giuseppina Giumella. Il bene che si fa, non si perde. Anche il nostro Nicolino Ariberti se lo avrà a ritrovare tra' piedi. Seguitiamolo frattanto in via di Santa Teresa.

Filippo Bertone era andato ad abitare laggiù. La rondine, al suo ritorno da quelle parti, aveva trovato occupato il vecchio nido ed era andata più lungi a fabbricarsene un altro. L'altezza di questo era a un dipresso la medesima, cioè sotto le travi del tetto. E non è questa forse la postura più acconcia pei nidi? Dopo tutto, il primo nido di Filippo Bertone dava sopra una sequela, anzi una confusione, di tetti più bassi; laddove il secondo dava in una corte abbastanza spaziosa, dov'erano certe scuderie, e vedeva le spalle d'una gran casa, che poteva, dall'altra banda, pretendere al nome e alla dignità di palazzo.

A tutta prima, quel luogo gli era parso un po' troppo signorile e da farlo stare in soggezione col vicinato. Ciò pel di fuori. Quanto all'interno, la camera era più stretta, e Filippo Bertone pensava con raccapriccio che non avrebbe potuto scaldarcisi nell'inverno, come nell'altra in via degli Argentieri.

Il nostro Bertone ci aveva un metodo suo per riscaldarsi d'inverno. Andava in volta su e giù per la camera, imprimendo alle braccia penzoloni un moto isocronico che le faceva combinare ad ogni tratto in croce di Sant'Andrea, mentre le palme andavano regolarmente a battere sotto le ascelle. S'intende che a queste nozze non era invitato il giubbone color di tabacco. Poverino! Un altro poco di strofinio, e se n'andava in isbrendoli.

Filippo Bertone aveva ingegno, e il lettore ha già capito, da una certa stoccata del Balestra all'amico Ferrero, che egli in iscuola faceva qualche volta il lavoro suo e quello degli altri. Ma la sua valentìa non si fermava lì; che a volte, trattandosi di broda scolastica, anche uno sgobbone ci riesce. Filippo non era solamente un giovine studioso; aveva, come suol dirsi, due corde al suo arco, la svegliatezza e la costanza, due cose che vanno così raramente di conserva nei giovani.

Come mai questo miracolo di ragazzo era nato da un umile maniscalco e da una povera massaia di villaggio? Arcani impenetrabili dell'esistenza, i quali, bisogna pur dirlo, sono spesso mirabilmente aiutati dalla mancanza di svaghi d'una casa tapina e dalla fortunata presenza d'una buona scuola di provincia.

Dopo tutto, gli è per l'appunto in provincia che si vedono di questi prodigi. Nelle capitali (e un italiano può aggiungere eziandio nelle metropoli) le buone scuole sono molto più rade; forse per la ragione che il maestro non può darsi intieramente alla cattedra, essere totus in illa, come direbbe Orazio, tanti sono i sopraccapi che lo frastornano, gli svaghi che lo trattengono, le ambizioni che lo tirano in alto. I mediocri, e spesso anche i bisognosi, ci aggiungono la cura delle ripetizioni a casa, conseguenza e cagione a sua volta delle distrazioni in iscuola.

Guardate in quella vece il collegio d'una città di provincia. Le voci, i rumori, le vanità profane del mondo, o non giungono laggiù, o vi mandano a mala pena un'eco affievolita, cioè a dire quanto basta perchè laggiù non si credano a dirittura segregati dal mondo. E fermi lì; il maestro non pensa che alla scuola; ci si distende, dirò meglio, ci si sprofonda; può darsi che ci si dimentichi, può darsi anco che ci si adiri; ma non dubitate, c'è tutto. Spesso è una vittima del cieco caso; frate, chierico, o secolare che sia, è un ingegno che in altri tempi avrebbe potuto dar frutti per sè, e in quella vece s'è ridotto a far fruttificare l'ingegno degli altri. Lo si direbbe un albero che s'adatta a far da palo, e si lascia coprir tutto dai pampini della vite che gli s'intreccia ai rami, e si sostiene, s'innalza, si soleggia per lui. E tuttavia, dura in quell'uomo il sentimento della sua forza, comunque rimasta inoperosa e latente. Sansone dai capegli recisi, aquila a cui furono tronche le penne maestre medita le grandi intraprese, anela agli spazi lontani; e questa sua bramosìa, questo bisogno d'altro, si apprendono allo scolaro. Un maestro cosiffatto ama espandersi, mettere in comune co' suoi discepoli ciò che ha studiato e ciò che viene man mano leggendo. Con chi altri potrebbe parlarne, chetare i bollori della sua mente, avida da un tempo e riboccante di nuovi tesori? Donde avviene che, imbevuti di quella pioggia assidua e benefica, i giovani alunni escano dal collegio più colti e meglio compresi della vita nuova, che non i loro compagni delle grandi città, dove pure questa vita è pane quotidiano, aria respirabile… e chi più n'ha ne metta.

Bisogna dire altresì che lo scolaro ha meno svaghi in provincia. La famiglia, se egli è nato colà, il convitto, se egli c'è giunto da fuori, hanno consuetudini patriarcali. Non feste, non teatri, non allegri ritrovi; qualche sagra tutt'al più; riposo, non turbamento dello spirito. Però la sua vita si raccoglie tutta in iscuola; anch'egli è totus in illa. In tal guisa s'incarna il concetto degli antichi spartani; che certo non volevano la vita chiusa del ginnasio, se non perchè l'adolescente vi si foggiasse il suo mondo. E là i fanciulli s'innamorano sul sodo di quello che studiano, dei greci, dei romani, dei cavalieri e dei bardi, tutta brava gente che, usciti di là, non troveranno più alla prima tappa, ma con cui fa bene aver vissuto un pochino e con una certa dimestichezza fraterna. Credete che tutte quelle larve del passato serviranno poco nel futuro? Sia pure; a noi basta che abbiano svegliato, aperto l'animo giovanile ai concetti del bello e del grande. E badate; se cova in quelle tenere menti una scintilla del fuoco sacro «che il figlio addusse di Giapeto in terra» quella salda, intensa ed amorosa preparazione della scuola di provincia, la nutrirà, la sprigionerà, la farà divampare in incendio.

A Mondovì il giovinetto Filippo Bertone era citato come un genio nascente. Suo padre, facendo sforzi inauditi per metter d'accordo volere e potere, lo avea mandato agli studi in Torino. E il nostro adolescente, che amava svisceratamente suo padre ed era al fatto dei sacrifizi della famiglia per lui, aveva vissuto otto mesi a Torino, cioè a dire tutto l'anno scolastico, senza oltrepassare le quattrocento lire di spesa, tra alloggio, vitto e quel po' di bucato. Era un miracolo di risparmio, per verità. E non si è detto ancora ogni cosa. Su quella somma il povero studente di filosofia ci aveva fatto anche le male spese. Verbigrazia, era andato una volta al teatro Regio per sentire il Mosè, ed aveva pagato dieci lire un'opera di entomologia, scompleta, se vogliamo, ma corredata di molte tavole in rame. Imperocchè, bisogna sapere che la storia naturale era il debole di Filippo Bertone.

Ma intanto, e con tutta la sua assegnatezza di quell'anno passato a Torino, egli doveva accorgersi che anche quattrocento lire erano un troppo grave sdruscio nelle entrate d'una famiglia che campava col lavoro quotidiano e che ci aveva per giunta due fanciulle da accasare. Ne aveva a ferrare dei muli, il povero babbo! Ne aveva a cavare del sangue, nella sua sussidiaria qualità di flebotomo!

Pure, tanto era nel figlio l'amore allo studio, tanta era la onesta ambizione nel padre, che questi al finire delle vacanze, gli aveva posto in mano dugento lire, strappate a fatica da tutti i capi del bilancio domestico, e lo aveva rimandato a Torino.

–Ci caveremo la fame coll'appetito;—aveva detto il vecchio con una fermezza da stoico;—ma tu diventerai un gran medico.—

Il lettore di certo avrà capito che la storia naturale portava la medicina. Del resto, il figlio d'un flebotomo doveva diventar medico, essere il complemento del padre.

Ed era tornato a Torino, mesto nel cuore, ma pieno di buona volontà e di coraggio. Il suo giubbone di color tabacco non gli faceva vergogna. Gli scaffali delle biblioteche, amicissimi suoi, nel rivederlo con quell'eterno giubbone, non glielo avrebbero mica apposto a delitto. Quanto al sogghigno della scolaresca, non gliene importava un bel nulla. Dopo tutto, egli era sempre così contegnoso e stava così poco in orecchio, che le risa dei compagni non giungevano a lui.

Entrato nella capitale, che non contava più di rivedere, e presa la sua iscrizione pel primo anno di medicina, Filippo Bertone era andato ad ossequiare i suoi futuri professori. Si usava poco di farlo; epperò la sua visita tornava tanto più grata a quei parrucconi, in quanto se l'aspettavano meno. Uno di essi, buon vecchio e gran luminare dell'arte, lo aveva squadrato ben bene dal capo alle piante, e, vistolo così male in arnese, gli si era affezionato alla bella prima. Anche lui, il vecchio Esculapio, venuto a' suoi tempi dalla montagna, aveva cominciato così, e amava ricordarsene.

–Studiate;—gli disse, con un suo accento tra burbero ed amorevole;—i poveri debbono insegnare questa virtù ai ricchi. Alla vostra età io vivevo di pane e cacio, e il cacio me lo portavo da casa. Per poter studiare di sera, avevo preso a pigione un sottoscala da un ciabattino, e la lucerna posata sul suo bischetto mi dava modo di leggere. Avete libri? No, me lo imagino. Guardate nella mia libreria; se ci trovate il fatto vostro, servitevi pure.

Filippo Bertone, commosso da quella ruvida e schietta bontà, balbettava alcune parole di ringraziamento.

–No, lasciate andare;—ripigliò il vecchio professore.—Farete lo stesso voi, quando verrà la vostra volta coi giovani, e tutti pari. Un'altra cosa; son solo, e la domenica pranzo, anzi no, desino alle tre. Una minestra e due piatti caldi; il convento non passa che questo. Ma anche la scuola di Salerno raccomanda la temperanza, mio caro.

«Coena levis vel coena brevis, fit raro molesta; Magna nocet, medicina docet, res est manifesta».

Quelle paterne accoglienze avevano un po' consolato il giovinetto. E lo avevano anche ammaestrato a fare un risparmio più grande nelle spese dello stomaco. La domenica era l'unico giorno in cui egli mangiasse. Gli altri giorni, una coppia di pani, con due soldi di cacio, era tutto il suo scialo. Se il Ferrero lo avesse saputo, egli che toscaneggiava volentieri, avrebbe potuto dire che Filippo Bertone viveva di buio, come le piattole.

Ed ecco anche la ragione per cui Filippo Bertone era pallido e punto in carne. Figurarsi! Pane e cacio! E di quest'ultimo, a mala pena due soldi! È vero bensì che la non mai abbastanza lodata scuola di Salerno, tra tutte le altre belle sentenze, ha lasciato questa sul cacio:

«Caseus est sanus quem dat avara manus».

Ma è vero altresì che in nessun luogo del Regimen sanitatis si legge che non s'abbia a mangiare altro che cacio, per companatico; e ciò per sei giorni alla fila.

Per fortuna, il nostro Filippo non aveva spinto l'imitazione fino ad allogarsi in un sottoscala. Se lo avesse trovato lì per lì, forse! Ma non lo aveva trovato; e fu bene per lui. Il suo bugigattolo a tetto pigliava almeno un po' d'aria sana. La finestra vedeva, come ho già detto, in un ampio cortile, sul di dietro di un palazzo, che era ancora per lui senza nome. Ci aveva a stare della gente titolata, in quel luogo, o almeno dei pezzi grossi, perchè ogni mattina si vedevano alla ringhiera del ballatoio due o tre servitori, intenti a spolverare abiti, o a sciorinare tappeti. Filippo Bertone non aveva vedute mai cose più belle. È vero che non ne aveva veduto neppure di somiglianti, o giù di lì.

Poi, sulla gronda del tetto, a tocca e non tocca dal suo davanzale, crescevano tra le commettiture degli embrici, alcuni cespi di semprevivo e d'altre erbe di facile contentatura. Il botanico ci aveva la sua occupazione. E quella finestra gli piacque, e fece proponimento di passare le sue ore di svago piuttosto lassù, che per le vie di Torino. Già, con quel suo giubbone addosso, non c'era da godersela troppo in istrada. Così, salvo le ore di università e di biblioteca, che lo tenevano fuori di casa, il suo spasso era questo, di starsene qualche ora al balcone, a veder crescere le sue pianticelle, seminate dal caso, e a guardare i servitori del palazzo che davano le loro ripulite.

E non era soltanto la gente di servizio che si facesse vedere laggiù. La seconda mattina che Filippo Bertone s'era affacciato al suo abbaino (perchè così e non altrimenti bisogna chiamarlo), da una di quelle finestre dei palazzo, che in tutto il rimanente della giornata soleva esser chiusa, gli era apparsa una bella signora, alta della persona, dal volto sereno, e di regolari fattezze; bianca come un giglio, o, se vi torna meglio, come una gardenia, di cui la sua carnagione aveva infatti i soavi riflessi perlati. L'aspetto a tutta prima poteva dirsi altero; ma il cuore doveva esser buono, e l'animo gentile, poichè ella si era fermata un tratto a guardare con affettuosa cura alcune pianticelle fiorite che ornavano il suo davanzale, e venuta poi nel vano della porta finestra che metteva sul ballatoio, aveva parlato con garbo amorevole ai servi, che stavano ad udirla con rispettosa attenzione. La bontà e la gentilezza non si nascondono; spirano dal volto, trapelano da ogni atto più lieve, e non è mestieri che si manifestino colle parole.

La leggiadra apparizione era durata pochi minuti, troppo pochi pel giovane studente, che la contemplava ammirato, e con quella trepidanza inesplicabile, che cela qualche volta il presentimento.—Oh, se ella guardasse in alto!—pensava Filippo tra sè.—Darei non so che cosa, perchè ella guardasse in alto e mi lasciasse vedere i suoi occhi.

E tuttavia, poco stante, per una di quelle contraddizioni così frequenti nelle anime timide, egli avrebbe voluto essere lontano, molto lontano, dal suo modesto davanzale. La signora aveva alzato gli occhi a guardare il cielo. Niente di più naturale, ma nel guardare il cielo i suoi occhi s'erano incontrati nell'abbaino e s'erano posati un istante sulla pallida faccia di Filippo Bertone.

L'antichità, immaginosa e proclive a stampare in forme sensibili tutto ciò che le passava per la mente, ha significato in parecchi modi l'impressione fatta, anzi, per dire più veramente, il suggello lasciato sul volto da qualche aspetto gradito, o spiacevole, invocato o temuto. Questi a guardare una bella faccia, senz'altro difetto che i capegli un pochino arruffati (e azzuffati) sul fronte, ci rimaneva di sasso, laddove noi, gente più agguerrita, rimarremmo a mala pena di stucco; quegli, a vederne troppo da vicino un'altra, ne riportava per tutta la vita incomodi segni sul capo; un terzo ne usciva trasfigurato e faceva anco la sua volatina a mezz'aria.

Io non dico come uscisse Filippo Bertone da quello incontro dei più begli occhi che ancora gli fosse toccato di vedere in questa valle di lacrime. Certo, il suo abbaino gli dovette parere un po' stretto e un po' basso, per contenere tanta felicità. E notate, anche la trasfigurazione ci fu; quella del sullodato abbaino, che dopo quel giorno apparve agli abitanti in excelsis, incoronato di fiori. Filippo Bertone avrebbe voluto metter là tutto il meglio della flora a lui nota, come a dire argirèe, ipomèe, ed altri stupendi esemplari della famiglia delle convolvulacee; nè avrebbe indietreggiato davanti al sacrifizio di qualche lira di più, per adornare le imposte del suo finestrino coi tralci rampicanti d'una bignonia, che facesse ricadere leggiadramente a grappoli i suoi fiori d'un bel roseo di porpora. Ma il giovine botanico non istette molto a ricordarsi che si era in novembre, a Torino, e che il suo tetto non era una stufa; laonde, si contentò di alcune piante più umili e meno costose, che tuttavia riuscirono ad abbellire il suo nido.

–Quando ella tornerà alla sua finestra e guarderà in alto,—pensava lo studente,—non le dispiacerà questo poco di verde.—

Ma la signora, il giorno dopo, non era più comparsa a quella finestra del secondo piano, nè ad altra del palazzo senza nome. E nemmeno comparve i giorni seguenti, con grande rammarico di lui, che era rimasto più del solito in casa.

–Che cosa vorrà dire?—domandava egli a sè stesso.—Già, capisco, da questa parte son tutte camere di servizio, e non ci avrà occasione di venirci di sovente. Basta, aspetteremo. È comparsa di sabato, e quest'oggi è martedì; chi sa che sabato non torni?—

Egli dunque aveva ancora tre giorni buoni da aspettare, quando Nicolino Ariberti si inerpicò sulla vetta del piccolo Sinai. Filippo stava seduto presso la finestra, con un trattato d'osteologia tra le mani, per studiarvi la interna struttura di questo bel mobile che è l'uomo. Sul davanzale aveva un quaderno, nel quale veniva man mano facendo le sue annotazioni, compendio e ricordo di ciò che leggeva. Ho già detto che i libri non erano suoi. Del resto, quegli appunti quotidiani erano un ottimo espediente per fissar meglio in capo le cose lette, e all'uopo per rinfrescar la memoria.

Ariberti fece un'entrata chiassosa, anzi una vera irruzione, in quel nuovo domicilio dell'amico. Per fermo il nostro Nicolino mirava a far dimenticare il suo tradimento di quella mattina. Ma Filippo, o non ci aveva badato più che tanto, o era magnanimo d'indole e perdonava cosiffatte debolezze agli amici; fatto sta che accolse il nuovo venuto con un sorriso, quantunque gli capitasse ad un'ora un po' incomoda e lo distogliesse dal suo osservatorio.

–Ma sai che si sta bene qui?—gridò l'Ariberti, dopo aver abbracciato con uno sguardo la camera, dal pavimento al soffitto.

–Sì, ne sono abbastanza contento.

–E, come dunque hai potuto dire alla signora Paolina che rimpiangevi il tuo vecchio canile della via Argentieri? Già, capisco; lo avrai fatto per politica…. per complimento….

–No, ti giuro;—disse Filippo arrossendo;—sulle prime la mi piaceva poco.

–Ed ora….

–Ora mi ci sono avvezzato.

–Avvezzato? Oh, oh! Tu ne parli come faresti d'una prigione. Vediamo un po' la inferriata. Non ce n'è; tu sei libero, padrone padronissimo di allungare il collo fuori del tuo abbaino, a contemplare gli amori dei gatti. Ah, ecco un paese di cristiani! Una corte spaziosa, con scuderia! Ci abita della gente per la quale. Bene, bene, Tu mi diventi un aristocratico, Filippo.

–Vieni; ti fo vedere i miei libri;—entrò a dire quell'altro, cercando di tirarlo via dalla finestra.

–Sì, vengo; lasciami dare un'occhiata a questi fiori. Chi si occupa del tuo orto botanico? La padrona o la serva?

–Io stesso,—rispose Filippo,—che era sulle spine.

–Come sai, studio medicina, e la botanica…

–Ah sì, è vero; ma perchè diamine non studiar legge?

–Caro mio, se tutti gli uomini dovessero averci i medesimi gusti, povero mondo! Del resto, quello dell'avvocato è un mestiere da signori. Io sono un Giovanni Senzaterra, e poco o molto che sia, debbo cercare di guadagnar subito il pane quotidiano.

–Ah, povero Filippo, non ci pensavo; perdonami.

–Non c'è bisogno;—soggiunse egli, sorridendo malinconicamente.—Io non arrossisco mica d'esser povero. Penso spesso alla mia condizione, è vero; ma credimi, se non fosse che in questi anni di studi io costerò troppo gravi sacrifizi a mio padre, il pensiero della mia povertà non sarebbe senza una certa allegrezza.

–Oh, questo, poi….

–Orbene, e perchè no? Povertà il più delle volte è libertà. Non intendo già che si abbia a morire di fame; che allora si è schiavi del capriccio di tutti. Parlo della povertà di uno che vive lavorando, che non può vivere altrimenti, che ha da passare ogni giorno coll'arte sua per le mani. Qual'è libertà migliore di questa, che ti rende padrone dell'anima tua contro le passioni e contro i vizi, perchè non ti dà tempo per le une e non ti offre materia per gli altri? E poi, dove metti tu la felicità di non aver sopraccapi per le tue rendite, poste in forse da una cattiva annata, o da un diluvio di fallimenti, e insidiate da una o più categorie di persone, che farebbero volentieri a spartire? Vedi; sei tu il tuo cassiere, e non c'è pericolo che tu pigli il volo per Francia o Svizzera; sei anche il proprio intendente, e non ti rubi a man salva; il tuo portiere, e dormi magari coll'uscio aperto, senza paura dei ladri. Metti pure che la tua nave dia nelle secche; se scampi dal naufragio, sei ricco come prima, avevi tutto con te.

–Scusami;—disse l'Ariberti, che aveva fatto, durante quell'apologia dell'amico, i più brutti versacci del mondo;—ma la tua retorica non mi persuade. La vita è una bella cosa; ma per viverla ci vogliono quattrini. Che cos'è vivere? Essere. Ora, per essere, a questo mondo, bisogna parere.

–L'accidente prima della sostanza!—esclamò facetamente Filippo Bertone, seguitando l'amico nel campo della filosofia.—Io direi anzi il contrario.

–Sì, cambia pure a tuo modo,—rispose l'Ariberti, purchè in fondo io —abbia ragione. L'uomo, ti dirò io, non vive solamente di pane. Lo —dice anche un passo delle Scritture. Vedi che ho le autorità dalla —mia. E come si potrebbe vivere di solo pane, con tante belle cose, —create a posta e messe al mondo per noi? E non è un disprezzare —l'opera di Dio, questo non desiderarsi che il pane? Intendo per pane —la vita materiale, la vita vegetativa, mi capisci?

–Certo;—replicò Filippo Bertone—ma assicurata questa, non hai libera anche la vita contemplativa? Non ti è forse consentito di startene coi tuoi libri, od anche co' tuoi pensieri, a goderti un'ora di pace?

–E crepi l'avarizia; non è egli vero?—soggiunse ironicamente l'Ariberti.—Come si vede, Filippo mio, che non sei innamorato!

–Io!… No, certo;—rispose Filippo, reprimendo un sospiro;—non ho ancora avuto tempo.

–Eh via! Di' piuttosto che non hai avuto l'occasione. Ma incontra una donna come l'ho incontrata io…

–Quale? La bionda di Dogliani, o la signora Ber…

–Che! Ti parlo dell'ultima.

–Ah, c'è dunque un'ultima? A Dogliani o qui?

–Qui, per l'appunto; non ti ricordi? Ah, è vero, nello scorso inverno ci vedevamo di rado. Ma è colpa tua, sai. Tu vivi sempre nel tuo guscio, come la chiocciola, e allora non c'era caso di vederti mai a teatro.—

Filippo Bertone diede un'occhiata malinconica al chiodo da cui pendeva il suo venerando giubbone; indi un'occhiata al cielo, come se volesse fare un'offerta a Dio di quel suo capo di vestiario.

–-Ma sai,—diss'egli poscia, sviando modestamente il discorso,—che tu mi sembri un nuovo Don Giovanni Tenorio! Se la va di questo passo, giungerai presto alle mille e tre.

–No, questa è proprio l'ultima;—esclamò l'Ariberti con accento di convinzione profonda;—oramai lo sento, non amerò più altra donna. Figurati, amico mio, una vera Giunone.

–Ah, questa volta abbiamo dato la scalata all'Olimpo.—Conosci Giove?—sei forse entrato nelle sue grazie?

–No, lo conosco appena, e forse non lo conosco nemmeno. Potrebbe esser lui e non esserlo. Ce ne vedevo tanti, nel palchetto.

–Ho capito; l'Olimpo era a teatro;—notò Filippo, con quel suo fare malizioso ed ingenuo.—E poi, finita la stagione teatrale…

–Ne è cominciata un'altra ad un teatro di prosa. I teatri di Torino io li ho girati tutti, e qualche volta tre in una sera, per veder di trovare la mia bella Giunone. In queste corse a teatro c'è tutta la mia storia di cinque o sei mesi. Poi è venuto il mese di studiare, per prepararmi all'esame; poi le vacanze… ed ora… ed ora capirai che mi sapeva mill'anni di rivedere Torino.

–Per correre sotto le finestre della signora… Giunone.

–Non so dove abita.

–Bravo! Sei molto avanti.

–Ma che farci? La vedevo sempre al Regio e ci volle un secolo perchè sapessi il suo vero nome. Sulle prime non era dentro di me che un pochino di curiosità artistica, o estetica, se ti piace meglio. Non avevo ricevuto dalla sua bellezza che una impressione passeggera, nè più, nè meno di quella che avrebbe potuto far su te. Anche tu, vedendo una bella signora, avrai detto qualche volta a te stesso: «ecco una bella donna», senza bisogno di andare più in là.

–Certamente;—balbettò Filippo, mentre si avvicinava al balcone, col pretesto di strappare due foglie ingiallite ad una rosa delle quattro stagioni;—senza andare più in là.

–Orbene, io che non ci vedevo un pericolo al mondo, guarda oggi e guarda domani, tunfete! ci sono cascato. Innamorato, Filippo mio, innamorato morto. Il guaio si è che, quando me ne avvidi, ero diventato timido come un coniglio. Canzonami, ma la è così, come io te la dico. Ti basti che voltavo gli occhi da un lato, o li piantavo a terra, quando mi pareva di veder volgere i suoi dalla mia parte, e che mi facevo del color della brace, quando per caso il suo binocolo si appuntava su me. All'uscita, ogni sera, facevo il proponimento di fermarmi, per vederla passare. Vuoi credere? Ogni sera mi mancava il coraggio. Vedevo spuntare da un pianerottolo delle scale il lembo della sua veste, e fuggivo. Già, l'anno scorso ero ancora un ragazzo.

–E avrai più coraggio quest'anno?

–Oh sì! l'ho giurato;—rispose solennemente l'Ariberti.—Ho scritto nelle vacanze un migliaio di versi per lei. Sono senza fallo i migliori che ho fatto fin qui. Vuoi sentirne qualcuno?

–Anzi, mi farai un vero regalo.

–Te li dico… Ma, di grazia, lascia un pochino il tuo orto botanico.

–Sì, sì;—disse l'altro, che oramai per quel giorno disperava di vedere la sua bella vicina.

E stette a sentire i versi dell'amico; versi abbastanza belli e più levigati che a quell'età non si usi ancora di farli. Nicolino Ariberti si chiariva in quelle composizioni un divoto seguace dei classici e prometteva (poichè tutti promettiamo qualcosa da giovani) prometteva, dico, alle lettere italiane un nuovo e felice cultore dell'epiteto. La qual cosa, se faceva prova del suo buon gusto letterario, dinotava meno calore d'affetto, e fors'anco d'ispirazione. Almeno, così affermano i critici ed io ripeto. Del resto, da quel profano ch'io sono e mi tengo, so che tra i latini, Ovidio epitetava alla grossa, e Virgilio con giusta misura. Ora, io leggo assai volentieri Virgilio e trovo più calore nel quarto libro dell'Eneide che in tutte le elegie venute dal Ponto. E per venire ai moderni, dove troverete più affetto che nel povero Foscolo? Eppure, che nobil fioritura d'epiteti, giusto Iddio! Ma sono un profano, lo ripeto, e vi dò le mie chiacchiere per quel poco che valgono.

–E questi versi,—disse Filippo Bertone, dopo che li ebbe uditi e lodati,—li farai giungere a lei?

–Spero;—rispose l'Ariberti;—chi sa che non le cadano sott'occhio? Fo conto di stamparli. Si sta fondando in Torino un giornale letterario, artistico, e scientifico, e capirai…

–Ah, bene! E chi ci scrive?

–Io, come puoi figurarti; ma io sono l'ultimo degli ultimi. Ti dirò dunque i nomi degli altri; Ferrero, Vigna, Balestra, il conte Candioli.

–Candioli! Quello sciocco?—non potè trattenersi dallo esclamare Filippo.—E di che cosa scriverà mai, il signor figlio di suo padre?

–Note di viaggi, ricordi parigini…

–Perdinci! E con quel po' di italiano che lo ha fatto passare in proverbio fra tutti gli studenti di rettorica del Piemonte?

–Hai ragione;—disse l'Ariberti ridendo;—ma il conte Candioli scriverà a dirittura in francese.

–Eh, in questo caso,—notò Filippo, chinando la testa—non dico più altro. Temo soltanto una nota diplomatica del governo francese. Ma via, il signor padre è ministro; ci penserà lui.

–Senti;—soggiunse poco dopo l'Ariberti, che era in un momento di tenerezza per Filippo Bertone;—vuoi scriverci anche tu?

–Io? Che cosa potrei scrivere io?

–Ma… quel che vorrai. Di botanica, per esempio. Descrivi magari il tuo orto babilonese. Come ti ho detto, il giornale è anche scientifico e tu saresti proprio la mano di Dio.—

Nicolino Ariberti aveva parlato col cuore sulle labbra, epperciò col desiderio di mettere l'amico Filippo a parte di quel passatempo. Non avrebbe operato diverso, se si fosse trattato di una scampagnata a Moncalieri, o a Superga. Ma poco stante, anzi subito dopo aver fatto l'invito, gli venne in mente la ripulsione, sciocca, se vogliamo, ma profonda, e tale per conseguenza, da non doversi trascurare, che i suoi eleganti compagni sentivano pel giubbone di color tabacco. Era là, appeso alla parete, di rincontro a lui, quel povero giubbone, e certamente ignorava di quanta avversione fossero causa, o pretesto, il suo colore, il suo taglio e la sua antichità venerabile.

Ora, per Nicolino Ariberti, lo accorgersi di aver fatto una papera e il pensare allo scampo, se gli riusciva di trovarlo, furono un punto solo.

–Mi passi i tuoi manoscritti,—soggiunse egli, a modo di conclusione,—ed io li consegno al direttore… che sarà probabilmente il signor conte Candioli. Tu sei modesto, lo so, e non ami farti conoscere. Orbene, c'è rimedio anche a questo; tu ti nascondi sotto uno pseudonimo. Anzi, vedi, mi par meglio così; lo pseudonimo aguzza la curiosità dei lettori e fa anche bene al giornale, perchè, trattandosi di materie scientifiche, la gente si metterà in capo che abbiamo la collaborazione di qualche professore. Dunque, è intesa?

–No; non mi va;—rispose Filippo accigliato.

–Perchè?

–Perchè non amo gli pseudonimi. Lo scrivere in tal modo mi parrebbe un lavorare alla macchia, per aspettare il giudizio del pubblico, pronti a scoprirsi e gridare: ecce, ad sum qui feci, se il lavoro piace, o a sconfessarlo, e a dir corna dell'autore, se quel lavoro è riuscito e giudicato un pasticcio. So bene che su questo argomento si possono dire molte cose pro e contro, e che uno pseudonimo, segnatamente nei giornali, può ammettersi come un nome di guerra. Tuttavia, letterariamente parlando, mi pare che la comodità del soprannome (e metti anche del nome soppresso, come si usa appunto nella più parte dei giornali) aiuta un po' troppo a tirar giù come viene, in quella stessa guisa che la maschera sul volto aiuta a parlare con una libertà a cui non vorrebbe licenziarsi una faccia scoperta. Te l'ho dunque detto, non mi va. Se scriverò qualche cosa lo farò sempre col mio nome, umilissimo, se vuoi, ma schiettamente disposto a pigliarsi il biasimo, come si piglierebbe la lode.

Nicolino Ariberti era sulle spine, e non sapeva più da qual banda voltarsi.

–Del resto, ti ringrazio della profferta;—ripigliò Filippo, con accento malinconico,—ma non potrò scrivere nel nuovo giornale. Questo lusso non è fatto per me. Si perderebbe del tempo, ed io non posso perdere neanche un'ora del mio. Vedi, Ariberti; io dovrò faticar molto per vivere agli studi in Torino, e cercarmi forse qualche occupazione fuori via, per guadagnarmi il diritto di restare. Hai da offrirmi lavoro? Lo accetto, qualunque esso sia. C'è da far l'amanuense? Ho, grazie al cielo, una bella mano di scritto. Far di conti? Ho l'aritmetica sulle dita. Vegliare infermi? Non patisco il sonno. Corregger bozze di stampa? Ho buoni occhi. E poi, non vedo che una cosa; rimanere agli studi. Sono venuto con questa idea. Forse è una vanità pericolosa, fatale, che è nata in capo al mio povero padre; ma ti assicuro che dal canto mio farò ogni sforzo, ogni sacrifizio, perchè il futuro non mi dia una smentita. Entro per la via più difficile; non avrò gioventù; ci vuol pazienza; ed io ne ho quanto occorre. Addio giuochi; addio passatempi; addio lieti indugi (come li chiamava il mio maestro di rettorica) cogli amici e i compagni di scuola; ho rinunziato a tutte queste bellissime cose, pensando alla mia famiglia che soffre, che si priva del necessario per me. Questo, intendiamoci—soggiunse Filippo con una grazia e con una nobiltà che avrebbero fatto onore ad un artista più provetto di lui sul palcoscenico della vita,—non torrà che io ti accolga volentieri quassù. Quando vorrai studiare, o avrai qualche rammarico da sfogare con un amico sincero, vieni liberamente; sarai il benvenuto in questo aereo nido.

–Grazie!—mormorò l'Ariberti, commosso da quella triste schiettezza. E diede frattanto un'occhiata furtiva a quel giubbone di color tabacco, che gli parve risplendere, appiccato alla parete, più glorioso di uno stinco di santo.

–E a proposito di nido,—continuò Filippo Bertone,—ti ricordi degli uccellini? Nella nidiata ce n'è sempre uno, venuto su a stento, che è l'ultimo a impennarsi e a volare, quando pure ci riesce. Piccino e balordo ma non per sua colpa, lo chiamano comunemente la cria, Qualche volta il poveretto non vince l'avversa fortuna, e muore nel nido, abbandonato dalla madre, che non ha potuto addestrarlo al volo e che ha fretta di portare via i suoi fratellini, nati tutti vitali. Farò anch'io questa fine? Non lo so; ma mi par di poterti dire che questo nido è fatato; o sarà il mio trampellino, per ispiccare il salto, o sarà la mia tomba.—

Così parlava Filippo Bertone. Nicolino Ariberti avrebbe voluto dire qualcosa, per consolare l'amico; ma pensò giustamente che quello non aveva bisogno di consolazioni, come non aveva bisogno d'incoraggiamenti. Son rari, ma pure qualche volta si trovano, questi uomini privilegiati dal destino, solitarî sventurati e sereni, che possono dar consiglio altrui, ma non riceverne per sè. Si direbbe che cosiffatti caratteri sfuggono alla legge di compensazione, che fa di tutte le esistenze una catena e di tutte le creature un aiuto scambievole; tanto essi appariscono bastare a sè medesimi, anco nella più umile delle condizioni sociali, e trovare in sè stessi ogni cosa, non esclusi i balsami per le proprie ferite, come per quelle degli altri.




CAPITOLO V


Della gloria di Ariberto Ariberti e di qualche sciocchezza ch'ei fece.

Un mese dopo questi discorsi e gli altri del caffè dell'Aquila, Torino aveva la sua meraviglia, come Rodi, come Efeso, come Tebe, e come altre città ugualmente fortunate nei tempi antichi. Era venuto alla luce il primo numero del giornale La Dora; il più bel saggio d'ibridismo che si vedesse mai nel regno animale. Ah no, scusate, volevo dire nella repubblica letteraria.

C'era in quel primo numero tutto il banno e l'eribanno della scolaresca del primo anno di legge, con qualche rappresentanza delle altre facoltà. Il programma, intitolato modestamente Nos intentions, era stato scritto dal Ferrero in italiano e voltato in francese dal conte Candioli, che gli aveva dato (giusta la confessione del suo autore) una tournure, una noblesse, un cachet, di cui difettava pur troppo il testo italiano. Il sullodato Candioli aveva poi cominciato la stampa del suo Voyage au pays des rêves, che era il racconto della sua gita a Parigi. Il sullodato Ferrero stampava il primo capitolo de' suoi Tre mesi sull'Arno, nel quale da autore che ama i suoi comodi, egli giungeva a mala pena a Viareggio. Del Balestra c'era una canzone; del Vigna una cicalata intorno agli amori di Tibullo, con citazioni analoghe. E non mancava neppure quello studio critico sui Nibelunghi, che il Vigna aveva tolto per roba da mangiare. L'Ariberti dava fuori una trilogia lirica; nientemeno! La prima parte s'intitolava: Sotto i salici, e cantava amori contadineschi; la seconda: Sotto i pioppi, e cantava amori in villeggiatura; la terza: Sotto i portici, e l'amore, come si vede, da questa terza categoria d'alberi, entrava a dirittura in città, facendo anche una scappatina nella seconda fila di palchi del teatro Regio, per ossequiare la bella marchesa di San Ginesio.

Venendo ora ai nomi, alcuni firmavano i loro scritti, altri no. Il Candioli, per esempio, si nascondeva dietro un Comte de***; ma trovava il modo di dire cinquanta volte in un giorno che le tre stelle della Dora non avevano altro scopo fuor quello di usar riguardo ad una famiglia qui ne s'était jamais encanaillée dans les lettres.

Quanto al poeta della trilogia, egli firmava per la prima volta in sua vita; Ariberto Ariberti.

Com'era andata la faccenda? Nicolino era stato persuaso a sbattezzarsi, da un discorso dell'amico Ferrero.

–Sentimi;—gli aveva detto costui;—vuoi salire in fama di poeta? Non basta esserlo, bisogna parerlo. Ora, quel tuo nome di Nicolino non è abbastanza poetico; ti dirò anzi schiettamente che non lo è punto. Un poeta ha da avere un bel nome, che i giovani e le donne possano ripetere volentieri. Vedi, per esempio, il Foscolo. Si chiamava Nicolò come te. Nicolò Foscolo! Ti pare che quel nome potesse andare, pel futuro cantor dei Sepolcri? A lui per il primo non parve affatto, poichè incominciò un giorno dal chiamarsi timidamente, e come per via d'esperimento, Nicolò Ugo Foscolo; indi, buttata la parte inutile, trovò la vera armonia del suo nome, «Ugo Foscolo», cinque sillabe che non morranno mai più.—

Quelle ragioni erano sembrate il nec plus ultra a Nicolino Ariberti, che aveva subito pensato di ribattezzarsi a suo modo. E chi vorrà biasimarlo del suo capriccio innocente, in un mondo che è così largo di perdono a tante altre cose, niente affatto innocenti? Dopo tutto questa di foggiare il nome a somiglianza del casato, è moda antica e prettamente italiana. Per non ricordare che un esempio illustre, citerò Galileo Galilei.

La comparsa della Dora aveva fatto chiasso. Si era riso un pochino intorno a quella novità di un giornale bilingue; e un certo Messaggiere, che non la perdonava a nessuno, e neanco ai figli de' ministri, aveva posto meritamente que' signorini in canzone. La celia era parsa così grave, che i collaboratori della Dora, raccolti in solenne adunanza al caffè dell'Aquila, avevano lungamente ed altamente disputato, per vedere se non fosse il caso di andare a chiederne ragione al beffardo collega. Fortunatamente per lui, prevalse l'idea di rispondere inchiostro per inchiostro, sebbene colla giunta del sale e del pepe, che doveva, nell'animo loro, esser peggio di un colpo di spada.

Del resto, a far rimanere questa nel fodero, aveva contribuito largamente la lode che, secondo il conte Candioli, era data nei salotti aristocratici al nuovo giornale. Il avait du premier coup conquis sa place; cosa di cui non era da dubitare anche prima della pubblicazione; ma che doveva sempre dar gusto e vendetta allegra di certi lazzi plebei.

Soltanto una cosa dava molestia ai collaboratori della Dora e ne amareggiava un pochino il trionfo. Quel francese del Candioli era maledettamente scorretto, ed essi da molte parti avevano udito farne l'appunto. Per contro, il signorino sosteneva che il giornale era tutto quanto scorretto; faute d'un bravo correttore che rivedesse le bozze di stampa. Ariberti gli teneva bordone; un correttore gli parea proprio necessario, attento, di buona volontà, e che si contentasse di poco, per non aggravare il bilancio della Dora. Questa fenice dei correttori il nostro Ariberti l'aveva già in pronto, e, sentendosi sostenuto dal Candioli, ne aveva anche detto il nome.

Tutti avevano fatto buon viso alla proposta, salvo il Ferrero, la cui gratitudine perseguitava Filippo Bertone fino al punto di non lasciargli guadagnare venti lire al mese. S'intende che Ferrero parlava in nome dell'economia. C'è sempre una ragione onesta, per commettere una bricconata. Che diamine! L'economia insegnava di andare cauti fino a tanto non ci fosse la vendita del giornale in rispondenza delle spese di stampa. Soltanto quando fosse raggiunto quel modestissimo scopo, si sarebbe potuto prendere il correttore, ed anche pagarlo un po' meglio; che quanto a lui lo avrebbe voluto coi fiocchi, dovesse anche costare un centinaio di lire. Frattanto, poichè non potevano spendersi neppure le venti, si lasciasse la proposta in sospeso e ognuno dei collaboratori pensasse a correggere con maggior diligenza le sue bozze, anche a tornarci su due o tre volte.

Per altro, il conte Candioli non era rimasto persuaso, et pour cause. Nel medesimo giorno egli aveva preso in disparte Nicolino… cioè, no, diciamo d'ora innanzi Ariberto Ariberti.

–Est-ce que votre ami Berton connait le francais?

–Sicuramente; il povero giovane sa un po' di tutto, e quel poco lo sa bene, come tutti coloro che hanno dovuto imparare senza maestri.

–Eh bien, fatelo venire domattina da me; c'intenderemo. Io non ho pazienza a rivedere le mie bozze di stampa. C'est une corvée, et mon état est de ne pas en faire.—

Da questo discorso del Candidi coll'Ariberti ne avvenne che la prosa francese del contino nel secondo quaderno della Dora, uscisse stampata in forma cristiana. Ci si mostravano poi certe frasi, ci si rigiravano certe tournures, che il nobile autore non avea pur sognato di metterci. Ma egli si guardò bene dal protestare; che anzi!..

–Ce pauvre Berton! mais savez-vouz qi'il a de l'intelligence?—aveva detto egli all'Ariberti in un impeto di entusiasmo.

In un altro di questi lucidi intervalli, il conte Candioli, che, per ragione della sua povera prosa, non isdegnava di salir qualche volta le scale d'un quinto piano in via Santa Teresa, aveva perfino tentato di far smettere a Filippo il suo venerando giubbone di color tabacco. Sventuratamente non l'aveva pigliata pel suo verso, e si era impuntato ad offrirgli i suoi spogli. Filippo Bertone non era orgoglioso più del bisogno, ma non vedeva ragione di romper fede al suo povero soprabito, per far sapere alla gente che indossava gli abiti smessi dal conte Candioli. Quanto poi a farsene fare di nuovi, come il suo mecenate gli propose da ultimo, profferendosi a pagarne la spesa, egli non ne vedeva ancora la necessità. In fondo in fondo, non voleva elemosina. Guadagnava venti lire al mese per mettere in buon francese il tunisino del signor conte, e per allora ne aveva di catti.

Tornando al giornale, se la prosa del Candioli cominciava, a passare, le liriche amatorie dell'Ariberti avevano dato a conoscere un poetino di garbo, una speranza nuova della patria, un astro nascente, e tutto quel che vorrete. Il nostro giovinetto entrava anche lui nell'orto della fama, così fieramente custodito dai draghi della critica, e vi gustava (dirò così per continuare la metafora seicentistica) i primi frutti della gloria, come sarebbe quello che Orazio ha espresso in un felicissimo verso, così recato in italiano da non so quale traduttore:



Ir mostro a dito e udirsi dire: è desso.


Una sera, per venire agli esempi, una sera egli era al teatro Regio, seduto nel suo scanno presso l'orchestra. Il nostro Ariberti non poteva già più contentarsi di rimanere in platea. La cosa era buona per un filosofo; ma per uno studente di legge, per un avvocato in erba, non poteva più andare. A fare questo gran cambiamento nelle sue consuetudini, mancavano, a dir vero, i quattrini; ma la necessità rende l'uomo ingegnoso. E per comodo dello studente in angustia, nacque lì per lì un avvocato che doveva partire da Torino, per andarsi ad allogare non so dove, e che non poteva portar seco tutta quanta la libreria. Gli autori utili, anzi necessari, che si potevano avere in quella occasione e a buon patto, erano molti, da Bortolo di Sassoferrato al Deluca, e da questo al Merlin, col Pardessus (avrebbe detto Candioli) par dessus le marché. In conseguenza di questa bella trovata erano venuti per la posta da Dogliani i denari dell'abbonamento alla sedia chiusa del Regio. E perciò avvenne che, quella sera di cui si parla, il sullodato astro nascente, in giubba a coda di rondine, petto di porcellana, e cappello a stiacciata, fosse visibile sull'orizzonte del Regio, dalle otto alle undici, in quella che un'altra e più vivida stella sfolgorava da un palchetto di seconda fila. Era essa, come il savio lettore avrà già indovinato, la bella marchesa di San Ginesio; la quale, pari a tutte le belle donne l'ultima volta che si sono vedute, era in quella sera più bella che mai.

Unico cavaliere (essendo lo spettacolo appena incominciato,) stava nel palchetto della marchesa di San Ginesio un signore di mezza età, che all'aria fredda e svogliata s'indovinava essere il marito. È notevole la cura che questi signori così largamente favoriti dal codice civile pongono a far conoscere i loro diritti ed in pari tempo la fiacchezza con cui sono disposti a difenderli. Pronti, ilari e pieni di smancerie, quando vanno in giro, aliando negli orti del prossimo, costoro vi appaiono stanchi, musoni, pieni di tedio, quando l'ufficio della accompagnatura li trattiene per poco a quattrocchi colle dolci metà. Quell'aria di olimpica noia par che dica alle genti: «Signori, se credono che io ci provi gusto a star qui, s'ingannano a partito; io mi divoro i miei proprii sbadigli, come Saturno i figliuoli. Vengano liberamente e vedranno come piglio il portante. Animo, dunque, en avant les cavaliers!»

Anche la signora moglie profitta di questo matrimoniale intermezzo, per cento atti e vezzi che non riguardano punto il suo annoiato compagno. Si prova due o tre volte sul cuscino; si rassetta la veste, perchè non istia troppo tirata, e perchè faccia agli occhi dei riguardanti un bel partito di pieghe; dà una guardata in giro alle prime file e una sbirciata alle ultime; sorride di compassione, al vedere qualche veste, o acconciatura, non più nuova fiammante; si morde il labbro dall'invidia, scorgendo una collana di diamanti o un paio di gocciole che sembrino deriderla coi mutevoli e sfolgoranti riflessi; solleva con grazia il binoccolo incrostato di madreperla e lo appunta su questo o su quel palchetto rivale, non senza lasciar cadere qualche occhiata in platea e nei posti distinti, dove il suo braccio mollemente appoggiato sul davanzale di velluto è fatto argomento di dotte considerazioni e di ascetiche contemplazioni da tutta una Tebaide di scapoli. Insomma, par che canti anche lei il suo verso: «Signori, non facciano caso, è mio marito; otto anni di matrimonio ci hanno ridotti così. Se il Codice non dicesse che la moglie deve seguire il marito, quando egli la accompagna a teatro, lor signori certamente non mi vedrebbero, vittima rassegnata, misurare i miei passi su quelli del mio sacrificatore. Animo, chi si fa innanzi a consolarci quest'ora di martirio?»

Qui per altro va fatta una restrizione. Se nel palchetto della marchesa di San Ginesio il signore di mezza età appariva alla sua aria svogliata il marito di quella Giunone, la signora dal canto suo non somigliava punto a quel tipo di moglie che ho tratteggiato pur dianzi. La marchesa di San Ginesio aveva dato a mala pena uno sguardo alla sala, nell'atto di sedersi al suo posto, ed essendo giunta in principio di spettacolo (cosa piuttosto rara, che molte altre dame non avrebbero ardito di fare) era rimasta intenta alla scena, e più ancora alla musica, senza pure voltarsi, o sogguardare colla coda dell'occhio, al ripetuto cigolare degli usci e al consecutivo fruscio delle sete e dei velluti, che esercitano durante il primo atto di una rappresentazione la pazienza del colto sì, ma pur qualche volta invelenito uditorio.

Alda di San Ginesio si curava poco del volgo profano che le stava dintorno e lo lasciava scorgere senza un ritegno al mondo. Tale per fermo dovette parere la regina di Cartagine a Jarba, quando costui, alla dimanda, del suo confidente: «Qual ti sembra, o signore?» rispose ammirato il suo metastasiano: «Superba e bella».

Difatti, ella era superba. Ma superba per vano orgoglio, o per gentile alterezza d'animo? Questo venìa domandando a sè stesso il giovine Ariberti, mentre, appuntando il binocolo a caso tre o quattro palchetti più indietro, stava di soppiatto ammirando le forme scultorie (è questa la frase moderna, e l'adopero anch'io senza scrupolo) della sua bella Giunone, che parte emergevano e parte trasparivano dai pizzi, dalle trine e da tutti gli altri intessuti nonnulla, di cui si copre la bellezza, ma senza troppo nascondersi.

Verso la fine del primo atto, l'uscio del palchetto che l'Ariberti non perdeva di vista si aperse, e il voltarsi leggermente che fecero le teste dei coniugi verso il fondo indicò l'arrivo di un visitatore. Le visite lassù erano la gran seccatura del nostro innamorato, che vedeva la marchesa costretta a rimaner lungamente colla faccia rivolta dall'altra banda, le spalle contro la parete, e la persona quasi nascosta a lui nella penombra del palchetto. Inoltre, chi erano essi e con quali intenzioni andavano, tutti quei bene inguantati Achei, a intrattenerla mezz'ora per ciascheduno di cento sciocchezze e a respirare la loro parte d'aria a due spanne dalla sua bocca? Fossero state dame, alla buon'ora; ma uomini!

Per questa volta, sebbene si trattasse di un uomo, l'Ariberti non uscì fuori dai gangheri. Era apparsa dal fondo e si illuminava beatamente in mezzo a quelle dei due coniugi la faccia gloriosa del contino Candioli; un paio di baffi biondi che andavano a smarrirsi nella cascata di due ventole bionde, uscenti senza soluzione di continuità da una bionda zazzera, spartita a mezzo il cranio e tagliata sui lati a punta di spazzola: poi, nei vani lasciati da questa ricca vegetazione di canapa, un fronte piccino e un paio d'occhietti grigi, un naso e un mento angolosetti anzi che no; a farla breve, un bel tipo di cagnolino inglese, che, coll'aiuto del parrucchiere e del sarto, ma più ancora per aver noi fatto l'occhio alla estetica nuova, può anche dirsi ai tempi nostri, un bel giovine.

E questo bel giovane, entrato pur dianzi nel palchetto della marchesa di San Ginesio, non aveva, siccome ho raccontato, fatto dar ne' lumi il nostro Ariberti. Egli ricordava tuttavia due sentenze ed una promessa del conte Candioli. Le sentenze dicevano: «froide, ainsi que le sont généralement toutes les grasses; taille de guêpe et pied d'Andalouse, voilà comme je les aime». La promessa poi era questa; «non dubitate, Ariberti, noi rispetteremo la vostra Giunone». Ora, se la promessa non lo raffidava poi troppo, ben gli parevano sufficiente malleveria le due sentenze del contino, per quanto, a suo giudizio, una fosse bugiarda e l'altra dinotasse un pessimo gusto, almeno nella sua prima metà. Chiedo scusa alla taille de guêpe; non son io che giudico in via sommaria; ho un personaggio alle mani, che pensa a suo modo, e gli fo il dragomanno.

Il cagnolino inglese fu accolto con affabilità dalla dama e con lieta dimestichezza dal marito. Nè poteva essere altrimenti, perchè il contino Candioli era uno dei loro, poi il figlio di un ministro, poi (che serve il tacerlo?) un primo Cireneo, che avrebbe aiutato il marchese a portare per quella sera la sua croce, e fors'anco a deporla un tratto, permettendogli di andare in un palco di bocca d'opera a studiare più da vicino il corpo di ballo. Il marchese di San Ginesio ci aveva due ragioni per coltivare gli studi coreografici; era marito e consiglier comunale. Ne trovi delle altre il lettore, se queste due non gli sembra che bastino.

Io dirò intanto che la presenza del nuovo venuto portò come un pizzico d'allegrezza in quella musoneria maritale. Il contino Candioli, del resto, recava nel terzetto la maggior quantità di parole. Il marchese ad ogni tanto entrava nella conversazione con una frase, per dare lo addentellato al suo interlocutore. La marchesa, colla testa leggermente china e col ventaglio ritto che le sfiorava il mento, pareva intenta al dialogo de' suoi cavalieri. Forse era svogliata e distratta; e quell'atteggiamento e un sorrisetto a fior di labbro erano pretta cortesia, non attenzione vera, alle inezie di cui certamente si componeva il discorso.

L'infranciosato patrizio doveva passare in rassegna le donne e i personaggi più notevoli dell'uditorio, poichè il marchese di San Ginesio a volte alzava il binoccolo per guardare qua e là, e la marchesa dal canto suo faceva in pari tempo un mezzo giro del capo, per dare uno sguardo fuggevole là dove egli sicuramente accennava. Poi venne la volta dei posti distinti, aia pulita e lucente su cui dimenavano gloriosamente il collo e facevano la ruota i signori del mondo elegante.

Pensando allora che l'attenzione dei tre nobili osservatori poteva da un momento all'altro rivolgersi sulla sua modesta persona, lo studente assunse un'aria sbadata. Era in piedi, e dava le spalle al palcoscenico; epperò fece le mostre di guardare qua e là senza fermarsi in nessun luogo, distratto, anzi svogliato, come è debito d'ogni gentiluomo che si rispetti un tantino. Per altro, s'intende che ad ogni tratto nel vagabondare a destra e a sinistra, gli occhi dell'innamorato ricorrevano al loro centro d'attrazione, e gli giravano intorno con una rapida volta, come farebbe una cometa col sole.

Per tal modo egli potè avvedersi in tempo di essere stato notato dal Candioli ed anche (oh Numi!) d'essere indicato da lui alla dama. Giunone volse allora lentamente la testa, abbassò le ciglia dal suo Olimpo, e il poeta dei salici, dei pioppi e dei portici, sentì che il suo cuore rispondeva con un palpito all'appressarsi di quella gran luce. Sbirciando colla coda si avvide di ben altro. La signora aveva stesa la mano alla mensoletta di velluto che reggeva il suo binocolo incrostato di madreperla, e rialzando leggiadramente sul gomito un braccio tornito dalle Grazie, si degnava di recare il bel trovato di Galileo all'altezza degli occhi. Oh miracolo inaudito! Oh fortuna insperata! Quelle due lenti, piene di arcani bagliori, erano appuntate su lui.

Qual fosti allora, per dirla con una frase prediletta di Giacomo Leopardi, qual fosti, o Ariberti? Aver meritato uno sguardo di quella donna, pensare che quella donna sapeva il suo nome, e che egli, umile e sconosciuto il giorno addietro, entrava di primo acchito nel settimo cielo de' suoi desiderii; o non era quello il caso di andare in visibilio?

Balenò un tratto, come se lo avesse colto una vertigine; indi, cercando di pigliare un contegno, fece per alzare il binoccolo a sua volta e guardare in qualche luogo. Ma nell'atto di alzare il gomito, gli parve quello un cattivo espediente. Diffatti, se la marchesa guardava lui, con che animo avrebbe egli fatto le viste di guardare un'altra? E così avvenne che, tra il sì e il no, rimanesse a mezz'aria. Avrebbe voluto mettersi due dita nel solino, per rassettarselo intorno al collo, ma si ricordò in tempo di Don Abbondio, e finì per lasciar ricadere il braccio disteso, lungo la costura dei calzoni, nella posizione del soldato senz'armi. Frattanto, al caldo che sentì salirsi alla faccia, gli parve di arrossire come un coscritto che si vede guardato la prima volta dal suo colonnello.

Sicuramente, lassù si parlava di lui. Nel volgersi che fece macchinalmente alcuni secondi dopo, si avvide che anche il marchese di San Ginesio aveva chinato gli occhi a guardarlo. Ariberti lo avrebbe liberato volentieri da quella molestia. A lui non premeva punto di destar l'attenzione del tiranno prima del tempo. Scellerato Candioli! Non poteva aspettare a metter fuori le sue indicazioni quando il tiranno sullodato fosse uscito di là?

Ma la tortura del nostro innamorato non era finita con quella guardata del marchese. Ariberti doveva bere fino all'ultima goccia il calice amaro della sua gloria. La conversazione intorno ai fatti suoi (che non poteva essere altrimenti con tutto quel lavoro di binocoli) era interrotta o conchiusa con una risata della signora. Il povero studente, impacciato come un pulcino nella stoppia n'ebbe una stretta dolorosissima al cuore. Come mai una dama di quella sorte, per solito così severa e contegnosa, dava in uno scoppio di risa? Imperocchè, non c'era da sofisticarci su, gli era stato uno scoppio; argentino, se vogliamo, ma l'epiteto non toglieva nulla al sostantivo. E proprio nel guardar lui; e proprio nel ragionare di lui!

Che diamine le aveva detto il cagnolino inglese? Forse si era fatto beffe de' suoi versi? O del nome di Nicolò mutato in Ariberto? O della sua qualità di provinciale? Comunque fosse, la sua vanità aveva toccato un colpo profondo; comunque fosse, poi, la bella e severa Giunone aveva dato in uno scoppio di risa, come avrebbe fatto la più umile, la più volgare tra tutte le donne di questo basso mondo, poniamo la signora Giuseppina Giumella, fiorista in via Doragrossa.

S'intende che tutti questi ragionamenti il nostro eroe non li faceva lì per lì dal suo sedile, ma per via, nel tornarsene a casa, torbido e sbuffante come una belva ferita che si ripara nel suo covo. Là, in teatro, fu solamente cruccioso e impacciato. Non volse più gli occhi al palchetto di seconda fila; anzi, rannicchiatosi nella poltrona, col collo tirato in dentro come le tartarughe e colle ginocchia alla sciamannata contro la spalliera della poltrona che aveva davanti a sè, rimase per tutto il rimanente dello spettacolo voltato dall'altra parte.

Giunone non si avvide di quel broncio terribile. Anche lei, come portavano le consuetudini della civil compagnia, dato al signorino quell'istante di attenzione che era consentito dal discorso, non aveva più posto gli occhi su lui.

La notte di Ariberti fu inquieta. Mulinò sul guanciale truci pensieri e propositi di arcane vendette. Voleva salire in fama, farsi amare da quella donna e poi disprezzarla, come aveva letto d'un eroe da romanzo; ma pensò con ragione che queste peripezie facili a svolgersi in una tela da romanzo, non lo erano del pari nella vita comune, dove le signore donne sogliono curarsi poco, assai poco, degli uomini illustri. Pei giovanotti, che si sono bene o male educati a questo culto, studiando il De Viris e la storia della letteratura, non c'è che dire, un grand'uomo è un grand'uomo; per le donne è tutt'altro; qualche volta, per esempio, è un noioso, e si sospetta generalmente che prenda tabacco.

Piuttosto, avrebbe dovuto darsi alla gaia vita, diventare uno zerbinotto, celebre per le sue avventure e per qualche elegante capestreria. Ma di questi Don Giovanni ce n'erano già tanti in ordine di marcia, che il nostro Ariberti correva il rischio di giunger l'ultimo, e quando non ci fosse stato più sugo a tentare l'impresa. Voleva una vendetta più spicciativa, lui; ma sì, pigliala! Tra l'altre belle invenzioni, pensò di non guardar più quella donna, di andare a farsi trappista, per raccontare la sua storia a qualche giramondo francese, il quale vi avrebbe tessuto un capitolo d'Impressioni; le quali sarebbero cadute sotto gli occhi di lei; la quale… Insomma, un monte di scioccherie, sulle quali si addormentò finalmente, ma per sognare di guardate superbe e beffardi scoppi di risa.

Il giorno dopo era venerdì, e quella sera il teatro Regio era chiuso. Giorno nefasto! Ariberti non si accostò nemmeno all'atrio dell'università; ingoiò dell'assenzio, bevanda de' forti, e scrisse a sfogo un centinaio di giambi. Venne il sabato e tutta la sua rabbia era smaltita; non gli era rimasto nel cuore che un dolor sordo, che io paragonerei volentieri a quello del mal di denti quando è per andarsene, se non temessi di farmi mettere al bando dalle anime innamorate. Quella sera il teatro era aperto, anzi v'era spettacolo nuovo, e il gran concorso degli spettatori, collo scintillìo di tutte le stelle di prima e di seconda grandezza sul meridiano del Regio, oscurò la luce tapina di quel povero satellite che si chiamava Ariberti. La metafora vuol dire che la marchesa di San Ginesio non mostrò di avvedersi che egli fosse al mondo. Rinunzio a descriver la notte; animus meminisse horret, luctuque refugit.

Venne la domenica. Ma le domeniche la marchesa non andava a teatro, salvo che in certi casi eccezionali. E quella sera il caso eccezionale mancava; nè l'Ariberti poteva gloriarsi di esserne lui uno. Gli bisognò dunque aspettare il lunedì sera. Ma ohimè! per quanto lo spettacolo non avesse più il pregio della novità e la sala non offrisse più le distrazioni dell'altra volta, madonna non pose mente a lui, nè si accorse de' suoi atti, o delle sue giaculatorie, rincalzate dal più operoso binocolo che uscisse mai dalle vetrine di Fries.

Come fare a destar l'attenzione di quella superba? L'Ariberti avrebbe rotto volentieri un bracciuolo della poltrona, o invitato ad alta voce il contrabasso a scorciare di due palmi il braccio del suo molesto istrumento. Fece in cambio la ragazzata di applaudire una seconda ballerina di contrattempo, e senza che un cane gli tenesse bordone.

Lo zittirono, com'era naturale, e tutti gli sguardi si volsero a lui, che si provò a star duro come un milorde inglese, quantunque si sentisse venir rosso fino alla radice dei capelli. Per altro, non andò guari che dovette allibire, avendo veduto con quella benedetta coda dell'occhio che la signora, seguendo il moto delle teste, aveva posto lo sguardo su lui e lo considerava coll'aria attonita di chi non capisce la ragione di un atto, o di una parola, che potrebbe anco esser l'atto, o la parola di un pazzo. Questo, nella sua foga giovanile, non aveva preveduto l'Ariberti; il quale giurò in cuor suo di non far più capo a così eroici spedienti.

Finito il ballo, che gli parve assai lungo, uscì dal teatro, senza volerne saper altro. Voleva in quella vece andare al caffè, e bere del pònce. Nel vestibolo incontrò il conte Candioli, che scendeva allora dalla scala dei palchetti.

–Arrêtez donc? Où diable courez-vous si vite?—gli gridò il contino alle spalle.

Ariberti lo avrebbe mandato lui al diavolo; ma bisognava adattarsi alla necessità e far bocca da ridere.

–Vo a prender aria;—rispose egli, dopo aver stretta la mano che il signor conte si degnava di porgergli.

–Aspettate quella della prima donna, perbacco!—sclamò il Candioli, felice d'avere imbroccato un bisticcio.—Il terz'atto è il più bello dell'opera.

–Ma io, veramente….

–Sì, capisco—interruppe l'altro ridendo;—voi andate ad appostarvi sull'uscita del corpo di ballo. Avouez-le, heureux fripon; voi aspettate la piccola Diavolina.—

Diavolina era il nome che portava nel ballo la danzatrice «di rango italiano» applaudita pur dianzi dall'Ariberti.

–Io? Non la intendo;—diss'egli confuso.—Andavo a bere un pònce; ed anzi, se il signor conte vuole onorarmi…

–Grazie, non posso. Questa sera son di servizio; ho da accompagnare a casa la baronessa Vergnani, che ha il marito in missione a Monaco e che offre un tè ai suoi cavalieri di quest'inverno. Vous voyez ça d'ici; Penelope che convita i Proci! Ma a proposito della piccola Diavolina, che diamine v'è saltato in mente, mio caro, di applaudirla a quel modo? Siete il suo valet de coeur?

–Che! non la conosco neanche per prossimo.

–Ah, meglio così; perchè, a dirvela qui entre nous deux, quella piccina non val proprio nulla. E poi c'è il suo re di danari, il cavaliere di Grugliasco, che ve la contenderebbe à outrance. Intanto, vedete, voi ve ne siete fatto un nemico mortale, poichè con quell'applauso avete esposta la sua bella a pigliarsi dei fischi.

–Ah sì? Non me ne importa proprio un bel nulla.

–Prenez garde! Il cavaliere passa per la prima lama di Torino.

–Le ripeto, signor conte, che ciò non mi fa caldo nè freddo. Col mal umore che ho in corpo, la romperei anche con il gran lama del Tibet.

–Pas mal, pas mal!—disse Candioli, con un cenno del capo che indicava il buongustaio.—Mais quelle mouche vous a piqué? Sareste in collera con Giunone?—

Ariberti si rabbruscò a quel ricordo dei loro discorsi di caffè.

–Le ho già detto, signor conte, che in tutta quella chiacchiera del Vigna non c'era una parola di vero.

–Eh via! Non sofistichiamo. Se non c'era allora, ci può essere adesso. L'altra sera vi ho colto in flagranti di contemplazione.

–Sì, non lo nego, l'ho guardata;—balbettò l'Ariberti, confuso;—ma come ne ho guardate tante altre, e non ci sono più tornato.

–Davvero?

–Glielo assicuro.

–Tant mieux! Mi pare di avervelo già detto; è una donna troppa fredda. On ne lui connait pas la moindre aventure.

Quella frase, buttata là a caso dal contino, suonò dolcemente all'orecchio d'Ariberti. Egli, per vero, non avrebbe saputo dirne il perchè, quando pure si fosse fermato a pensarci; ma provava una certa consolazione a sentire che quella superba donna, la quale rideva di lui, facesse piangere gli altri; che certamente erano in molti a sospirare per lei.

E tuttavia, quella risata gli stava sempre sul cuore. Avrebbe voluto chiederne al conte, e saperne, come suol dirsi, l'intiero. Ma sì, per riuscire al suo fine, gli sarebbe bisognato scoprirsi troppo, confessare ch'era stato tutt'occhi per la marchesa, che si era avveduto dall'accenno a lui, e via via tutta una filatessa di cose da non dirsi al Candioli. E poi, anche disponendosi a ciò, il nostro provinciale non avrebbe saputo come prenderla.

Così avvenne che rimanesse colla voglia e colla stizza, non bene affogate più tardi nel pònce, che fu ad un pelo di scottargli il palato. Di tornare in teatro, dopo quella memoranda impresa dei battimani, non sentiva più il desiderio. Anche quella vergogna gli stava sul cuore, e in quel momento poi, anche la marchesa gli era venuta in uggia, per quella sua attonita e altezzosa guardata.

A farla breve, il nostro innamorato era in quella sera un tal misto di contradizioni, che io rinunzio a descriverlo, per non sembrarvi più matto di lui.

In casa, dove finalmente si ridusse colle sue stravaganze, lo aspettava una novità. Sul suo tavolino da notte, appoggiata al piattello del candeliere perchè avesse a dargli subito nell'occhio, stava una lettera per lui. La soprascritta, di mano evidentemente femminile, oltre la calligrafia poco sicura dimostrava un'ortografia male in gambe. E non era qui tutto, poichè l'Ariberti nel rivoltare la lettera, vide che era sigillata colla metà d'una volgarissima ostia.

–Chi diavolo ha potuto scrivermi?—domandò mentalmente a sè stesso.

Al nostro eroe era passato per la fantasia un nembo di lettere profumate in carta di seta, collo stemma impresso a colori sulla ripiegatura, e con una mano di scritto affilettata all'inglese; sogni tutti e desiderii della sua giovinezza precoce. Ed ecco, gli capitava in quella vece alle mani una letteraccia in carta comune, mal ripiegata, peggio sigillata, e probabilmente piena di scarabocchi, sul fare di quelli che la soprascritta portava ad insegna.

Basta, non è tutto oro nel mondo, e Ariberti doveva contentarsi per quella volta agli spiccioli di rame. Chi sa? poteva anche essere oro misto. Imperocchè dopo tutto ci son pure delle care e belle donnine, che hanno una brutta calligrafia e che suggellano le lettere coll'ostia.

Il giovine aperse tra rassegnato e curioso quella che gli mandava per allora il destino. Essa incominciava «illustrissimo signor Riberti» che gli fece di scoppio «rizzar le chiome sul crin», come cantò elegantemente un poeta di mia conoscenza.

Oramai, non c'era più da sperare. Ariberti corse cogli occhi in fondo alla lettera. E qui, s'egli avesse avuto la memoria più pronta, non ci sarebbe stato neanche da stupirsi. La firma era quella della «sua devotissima serva, Giuseppina Giumella» di quella fiorista in via Dora Grossa e pigionale della signora Paolina, in via degli Argentieri, che i lettori conoscono.

Il primo atto che fece egli al leggere quella firma, voleva dire: che nome prosaico! chi sarà mai questa devotissima serva? E stava rigirandosi il foglio tra le dita, ma senza cavarne un costrutto. Laonde, si appigliò allo spediente più ovvio, che era quello di leggere, o, per dire più veramente, di decifrare quei geroglifici.

La signora Giuseppina lo ringraziava del bene che aveva avuto da lui e giurava che gliene sarebbe stata riconoscentissima «fino all'estremo anelito»; la qual frase faceva testimonianza d'una certa coltura letteraria, raspata nei libretti d'opera. Finiva pregandolo caldamente a voler passare da lei, per una cosa di molta importanza che aveva a dirgli.

Ariberti si ricordò allora della pigione pagata, e gli tornò anche in mente, sebbene veduto alla sfuggita, il tipo della ragazza che aveva occupato l'antico domicilio di Filippo Bertone.

Ma che cosa voleva costei? La vanità nascente non permise al giovine di dare al fatto la spiegazione più naturale. Di certo, quella ragazza gli aveva a parlare per conto d'altrui, e molto probabilmente d'una donna. A quella supposizione che gli faceva intravedere un intrigo donnesco, si sentì battere il cuore. Infatti, e non poteva esser proprio così? Non faceva essa la fiorista in uno dei più riputati negozi di Torino, dove certamente praticavano le più eleganti signore della città?

Di questa guisa, tra l'immagine della marchesa e quella di Giuseppina Giumella, che la sua ferace fantasia accoppiò per alcuni momenti in un medesimo intrigo, tra gli zitti della vigilia e la visita del giorno imminente, il nostro eroe dormì poco e balzò dal letto più presto del solito.

Quella mattina si vestì con una ricercatezza che mai la maggiore, si profumò, si lisciò un'ora allo specchio, come se si fosse trattato di un ripesco amoroso. Si è detto che ogni donna, alle sue ore, è un pochino civetta; ma io vi so dire che l'uomo è un civettone senz'altro. Il mio eroe uscì di casa azzimato come un vero damerino e si avviò verso quella benedetta strada degli Argentieri, che gli pareva tutt'altra da quella di prima. Salì le note scale con un po' di rimescolo nel sangue; chè non si era mai trovato fino allora in un caso simile. Per altro, siccome non era un andare alla morte, si fece animo come potè, e ravviati colla mano i morbidi capegli sul fronte, e tirate due punte, o per dir meglio, due ombre di baffi, diede una scossa al campanello che sapete.

L'uscio si aperse prontamente, e la signora Giuseppina Giumella, fatto entrare il visitatore, fu pronta del pari a richiuderlo. Certo ella era stata in ascolto colla mano sul catenaccio, e avea fretta di chiuder quell'uscio, perchè quella curiosaccia della signora Paolina, facendo capolino dal suo, non vedesse lo studente. Anche lei era vestita con una certa attillatura, e i suoi capegli biondi, indocili al pettine, apparivano assettati con cura. Ed anche lei si vedeva confusa, e dopo avergli additato una scranna presso l'abbaino, stette lì cogli occhi bassi e in silenzio, quasi non sapesse neppur lei da che parte incominciare.

C'era, a diportarsi in tal modo, il suo bravo perchè. L'accorta ragazza voleva piantare un chiodo, e le premeva di non parergli sfacciata. Dai discorsi della padrona di casa, aveva fiutato subito la selvaggina e non voleva lasciarsela fuggire di mano. C'era di mezzo un certo giovinastro, studente di medicina, frequentatore di bische, il quale non le avrebbe anche levati quei pochi che ella guadagnava col suo lavoro di tutta la settimana. Ora, senza contare ch'ella era già stanca di quell'arnesaccio e lo avrebbe volentieri mandato a quel paese, la fiorista cercava un'anima gentile, un cuore ben fatto, che sapesse intendere il suo e le prestasse lì per lì una cinquantina di lire. Come si vede, era modesta ne' suoi desiderii, e una così piccola somma l'avrebbe trovata soltanto a scendere in istrada per chiederla al primo che fosse passato di là. Ma questo forse non faceva comodo alla signora Giuseppina. Ci aveva il ricordo fresco della cortesia d'Ariberti, cortesia fatta senza pur conoscere a chi la usasse. E questo era un precedente degno di nota.




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