Venezia. Ciminiere Ammainate
Alfredo Aiello







ALFREDO AIELLO


  Â© 2006 nuova dimensione     (edizione cartacea)  

    Â© 2017 Alfredo Aiello    





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Ringraziamenti


Non posso dimenticare gli aiuti preziosi che ho ricevuto e, primi fra tutti, da coloro che mi hanno rilasciato le interviste. Ringrazio Fabrizio Conte per la ricerca di alcuni articoli, Chiara Puppini per la copia della registrazione della sua intervista a Giuliano Ghisini, Augusta Sasso per la sistemazione della raccolta della mia rassegna stampa accumulata in quasi trentâanni di attivitÃ  sindacale, Fabrizio Francescone per la sbobinatura della maggior parte delle interviste, Sabino Cirulli per lâaiuto nella trasposizione in formato word dei miei articoli, interviste e interventi. Inoltre per lâacquisizione di diverse informazioni ringrazio la segreteria della Federazione dei Democratici di Sinistra di Venezia, Lorenzo Simbula della Cgil di Venezia, Massimo Forza della Fiom-Cgil. Devo inoltre un ringraziamento particolare allo scomparso dottor Costantino Nassivera e alla dottoressa Maria Ugliano del Dipartimento Affari Istituzionali della Provincia di Venezia, alla dottoressa Marina Dragotto e al dottor Pierpaolo Favaretto del Coses, al dottor Bruno Anastasia di Veneto Lavoro. Un ringraziamento, infine, per le osservazioni, utili per la mia introduzione, ai professori della FacoltÃ  di Scienze politiche dellâUniversitÃ  di Padova Gianni Riccamboni, Patrizia Messina e Fabrizio Tonello.




Indice dei contenuti




Ringraziamenti (#uf8586a5f-7365-5789-b8b5-455b01028625)

Parte prima  (#u959cb0fd-3d8c-5a94-b900-d27c33f440e8)

LA VICENDA DI PORTO MARGHERA: UNâINTRODUZIONE (#u07a1102e-fb36-523c-a61d-2f56f13063ec)

1. Una lunga storia tra fasti e problemi (#ue249ac1f-970d-54b2-adbc-ec19448e8256)

2. I processi politici e i soggetti (#u866875e9-33d5-5d9b-98a5-a711b6f10c3d)

3. Le caratteristiche e i tempi del cambiamento (#u9eac8109-8b8f-5d1c-b1e7-3860da2e64b5)

4. Qualche considerazione finale (#u77ed700b-907e-5826-8716-a71cd575cf07)

Parte seconda  (#u92d445c3-da40-5633-8728-8a2c9cf574c4)

SEDICI INTERVISTE SU PORTO MARGHERA 1999-2006 (#udfa409ef-a2c9-554a-9a3c-55b654fe589d)

Gastone Angelin, Porto Marghera e le lotte operaie (#uebcc434b-7789-5b99-aec3-2d9488cb2828)

Giuseppe Rosa Salva, Al sorgere della questione ambientale (#litres_trial_promo)

Luigi Ruspini, La chimica a Porto Marghera (#litres_trial_promo)

Wladmiro Dorigo, Venezia, Porto Marghera, la politica (#litres_trial_promo)

Cesco Chinello, Le trasformazioni industriali (#litres_trial_promo)

Giorgio Brazzolotto, La vertenza Sava vista dagli operai (#litres_trial_promo)

Roberto Coin, La vertenza Sava vista dallâazienda (#litres_trial_promo)

Girolamo Federici, Il porto di Venezia (#litres_trial_promo)

GiosuÃ¨ Orlando, I metalmeccanici di Venezia (#litres_trial_promo)

Gianni De Michelis, Porto Marghera, un ruolo nazionale (#litres_trial_promo)

Gianni Pellicani, I comunisti a Porto Marghera (#litres_trial_promo)

Pio Galli, Metalmeccanici, sindacato e politica (#litres_trial_promo)

Italo TurdÃ², Gli imprenditori a Porto Marghera (#litres_trial_promo)

Roberto PravatÃ , La salvaguardia di Venezia (#litres_trial_promo)

Turiddu Pugliese, Il futuro delle aree liberate (#litres_trial_promo)

Gianmario Vianello, Cultura, politica e classe operaia (#litres_trial_promo)

Indici dei nomi (#litres_trial_promo)



Venezia e il suo polo industriale. Un insediamento produttivo, tra i maggiori Ã¬ n Europa, a ridosso della cittÃ  storica e di un ecosistema lagunare unico e delicatissimo: quale rischio ambientale e quale compatibilitÃ ?

Porto Marghera, ovverossia il gigantismo industriale nel Veneto della piccola e diffusa impresa produttiva: quale relazione tra due morfologie produttive cosÃ¬ diverse?

Questi problemi e le lotte sindacali e politiche per gestire il cambiamento dellâultimo trentennio, analizzati e raccontati con interviste a personalitÃ  âchiaveâ nelle vicende veneziane e nazionali:

Gastone Angelin, Giorgio Brazzolotto, Cesco Chinello, Roberto Coin, Gianni De Michelis, Wladimiro Dorigo, Girolamo Federici, Pio Galli, GiosuÃ¨ Orlando, Gianni Pellicani, Roberto PravatÃ , Turiddu Pugliese, Giuseppe Rosa Salva, Luigi Ruspini, Italo TurdÃ², Gianmario Vianello.

Uno specchio delle difficoltÃ  a trasformare il Paese.


Alfredo Aiello  (Napoli 1952), operaio, dirigente sindacale dal 1975 al 1996 a Venezia, prima della Fiom e poi della Cgil. Giornalista pubblicista dal 1990 al 1997. Dal 1996 imprenditore nel settore Comunicazione. Ha pubblicato  La nuova dimensione urbana. Venezia- Mestre nella Regione Veneto , in Quaderni della Fondazione Istituto Gramsci Veneto,  1990 ;  La piccola impresa e lâartigianato: i soggetti di un nuovo sviluppo economico nellâarea veneziana , in Â«Oltre il PonteÂ», n. 48,  1994 , Franco Angeli, Milano;   La Fincantieri e la crisi della cantieristica  Ì  italiana , in Â«Economia e societÃ  regionaleÂ», n. 2,   2004, Franco Angeli, Milano ;  .  Governare la cittÃ  , (coautore) Marsilio Editori, Venezia  2008 ;  Prendere partito. Gianmario Vianello un intellettuale ... (coautore)  Venezia , Nuova Dimensione Editore,  2013 


























A mia moglie Grazia,

a mia figlia Marilena e

alla piccola Ginevra




Parte prima














LA VICENDA DI PORTO MARGHERA:

UNâINTRODUZIONE



Tutto, o Lucilio, dipende dagli altri. 

Solo il tempo Ã¨ nostro.

Seneca



LA VICENDA DI PORTO MARGHERA: UNâINTRODUZIONE


Obiettivo di questo âDossierâ Ã¨ ricostruire alcuni avvenimenti significativi che hanno segnato la storia del polo industriale di Venezia dal 1970 ai primi anni del terzo millennio, lasciando la parola a personalitÃ  che hanno svolto un ruolo di primo piano nellâarena politica, sociale, istituzionale e culturale del territorio. Porto Marghera Ã¨ stato un sito produttivo tra i maggiori in Europa, con grandi gruppi industriali e produzioni diversificate, soprattutto nei settori chimico e metalmeccanico. Un luogo con un ampio sistema di infrastrutture e servizi: porto, aeroporto, rete ferroviaria, sistema viario e fluviale. Caratteristiche singolari che hanno offerto opportunitÃ  e creato problemi nel governo del territorio, anche per la formazione di molti gruppi e associazioni e di un sistema di relazioni sociali e politiche assai intricato. Le vicende di Porto Marghera esercitano una forte influenza nelle decisioni collettive â non solo economiche â che coinvolgono la comunitÃ  veneziana e nazionale, nonostante il polo industriale, adiacente a una cittÃ  come Venezia, abbia causato forti e diffusi problemi di compatibilitÃ  con il delicatissimo ecosistema lagunare. Negli ultimi decenni al ridimensionamento occupazionale di Porto Marghera ha fatto da contrappeso lo sviluppo produttivo delle aree limitrofe, con caratteristiche simili a quelle tipiche dellâindustrializzazione veneta. Altri contrappesi sono stati la forte crescita delle attivitÃ  culturali e turistiche della cittÃ  storica e i consistenti investimenti per le opere di salvaguardia fisica di Venezia. Resta comunque ancora centrale lâinterrogativo su quale futuro si stia costruendo per Porto Marghera.








1. Una lunga storia tra fasti e problemi


l luogo e i suoi processi materiali  





CiÃ² che Ã¨ successo a Porto Marghera era inevitabile o al contrario i processi potevano prendere unâaltra direzione? Le persone, le organizzazioni sociali e politiche potevano cambiare il corso degli avvenimenti oppure hanno subito un processo che, come un fiume in piena, travolge tutto ciÃ² che incontra al suo passaggio? Ã la questione del âconfineâ tra lâoggettivitÃ  e la soggettivitÃ  dei processi sociali. Ã difficile costruire una risposta condivisa. Cesco Chinello e Gianni De Michelis si differenziano nel giudizio sullâoggettivitÃ  dei processi (Chinello sembra escluderla, De Michelis ammetterla). Entrambi, tuttavia, convergono sul peso che la soggettivitÃ  puÃ² esercitare nel determinare lâesito di un processo sociale o economico. Una âterza viaâ puÃ² essere rappresentata dal riconoscimento di una relazione reciproca e dinamica tra lâaspetto oggettivo e quello soggettivo. LâimpossibilitÃ  di definire con certezza i confini tra lâoggettivo e il soggettivo apre uno spazio ampio di manovra per gli attori in campo e le responsabilitÃ  in tal modo possono sfumarsi. PuÃ² accadere che ci si nasconda dietro lâoggettivitÃ  di un processo per restare inattivi (Â«tutto dipende dalla crisi economica mondiale che nessuno di noi puÃ² qui e ora risolvereÂ») o al contrario si puÃ² considerare un processo con tratti significativamente oggettivi (la crisi di una fabbrica obsoleta incapace di restare sul mercato) come interamente dipendente dalla volontÃ  degli attori.









Marghera: un caso isolato e specifico? 





In un articolo sul quotidiano la Repubblica del 15 agosto 1998 si poteva leggere:





Il passaggio dallâombrello protettivo delle Partecipazioni Statali al nuovo Ã¨ un bel cambiamento, un salto senza rete che i genovesi hanno paura di fare ma che sentono di non poter evitare. Non hanno altre strade. Qui il passato Ã¨ sepolto e difficilmente potrÃ  essere riesumato... La nuova classe imprenditoriale fa fatica a uscire allo scoperto e quella vecchia Ã¨ morta sotto le macerie delle Partecipazioni Statali... Genova Ã¨ in difetto di classe dirigente dopo la fine dellâegemonia dellâindustria pubblica...  (1. Tropea S., Il fantasma dellâAnsaldo spaventa Genova bifronte, Â«La RepubblicaÂ», 15 agosto 1998).





Nellâarticolo si puÃ² benissimo sostituire Genova con Venezia (Porto Marghera) cosÃ¬ come si potrebbe sostituire con Napoli, Trieste, Taranto, ecc. ed Ã¨ sostenibile la stessa tesi. Ci si riferisce in effetti al medesimo modello di sviluppo industriale: quello tipico delle zone costiere, che fa perno sulle banchine portuali, per accogliere navi che trasportano materie prime che le industrie ivi collocate trasformano in prodotti finiti o semilavorati. Industrie di grandi dimensioni, con migliaia di addetti, create in Italia soprattutto grazie allâintervento diretto dello Stato attraverso il Ministero delle Partecipazioni Statali.









Tappe della storia del polo industriale di Porto Marghera





Lâarea industriale di Porto Marghera, che diventerÃ  nel corso della sua non breve storia uno dei maggiori poli industriali europei, nasce in virtÃ¹ degli sviluppi che hanno interessato il porto di Venezia. Nel 1907, con lo spostamento del porto in terraferma â ai Bottenighi â, si gettano le basi per costruire la zona industriale. Il 23 luglio del 1917 si stipula a Roma una âConvenzione relativa alla concessione della costruzione del nuovo porto di Venezia, in regione Marghera, e ai provvedimenti per la zona industriale e il quartiere urbano â (2. Chinello C., Porto Marghera 1902-1926. Alle origini del âproblema di Venezia, Marsilio, Venezia 1979, p. 173) tra Governo, Comune e la SocietÃ  anonima Porto Industriale di Venezia della quale Ã¨ presidente Giuseppe Volpi. I lavori inizieranno ai Bottenighi nel 1919. Ã la nascita della I Zona Industriale. Sin dallâinizio Ã¨ chiaro lâindirizzo produttivo: si comincia con attivitÃ  chimiche, petrolifere e poi elettro-metallurgiche e ancora cantieristica navale e siderurgia. Lo sviluppo Ã¨ rapido: si va dalle 5 aziende insediate nel 1921 alle 91 del 1939, con quasi 19.000 addetti, sebbene le aziende attive siano, a quella data, solo 71. Nellâottobre del 1925 lâingegner Coen Cagli propone un nuovo piano regolatore per lâampliamento della zona industriale, ma il suo progetto sarÃ  preso in considerazione solo successivamente alla seconda guerra mondiale. Infatti, dopo varie iniziative, Ã¨ costituito il 22 dicembre 1958 il âConsorzio per lâampliamento e lo sviluppo di Porto Margheraâ a cui partecipano Comune e Provincia di Venezia, la Camera di Commercio della cittÃ , oltre al Provveditorato al porto. Nel febbraio del 1962 il Consorzio deciderÃ  la distribuzione definitiva delle aree (per un totale di 763 ettari), aprendo la strada alla costruzione della II Zona Industriale. Il 2 marzo del 1963 la legge 397, che istituisce il nuovo Consorzio allargando la partecipazione al Comune di Mira, delinea un âNuovo ampliamento del porto e zona industriale di Veneziaâ: Ã¨ il tentativo di avviare la III Zona Industriale, ma la volontÃ  politica che prevarrÃ  alla fine sarÃ  quella di bloccare lâespansione industriale. Si assisterÃ  â per questo â alla crescita di Porto Marghera tutta concentrata nella I e nella II Zona Industriale nel corso della prima metÃ  degli anni Settanta.









Le attivitÃ  produttive del polo industriale e la dinamica occupazionale tra gli anni Settanta e gli anni Novanta





A metÃ  anni Settanta lâoccupazione stimata a Porto Marghera era attorno alle 35.000 unitÃ , prevalentemente concentrata nellâindustria di base, ad elevato consumo energetico, con forte dipendenza extraregionale, come tutte le zone industriali costiere di prima generazione. Il cosiddetto modello Mida ( Maritime industrial development areas) Ã¨ stato messo a punto nel delta del Reno (lâarea del Botlek nel porto di Rotterdam Ã¨ il primo modello realizzato) e imitato poi sia nei Paesi industrializzati che in quelli in via di sviluppo. Lâattracco della nave alla banchina di uno stabilimento e il successivo sbarco della materia prima in âautonomia funzionaleâ costituiscono le prime fasi del processo produttivo. Date queste caratteristiche, Porto Marghera si Ã¨ sempre proposta come ubicazione ottimale per lavorazioni di base (3. Coses e Comune di Venezia (a cura di), Porto Marghera. Proposte per un futuro possibile, Angeli, Milano 1990, pp. 16-17). Fino agli anni Novanta, dei grandi gruppi industriali presenti, uno solo era privato: la Montedison (la proprietÃ , poi, si alternerÃ  dalla mano privata a quella pubblica di Eni e viceversa). Tre erano direttamente dipendenti dallo Stato: Iri, Eni ed Efim. Questi quattro colossi industriali nel 1987 occupano un insieme di aree pari a 1.079 ettari, vale a dire il 78,9% del totale del polo industriale e impiegano 14.531 addetti, pari al 73% del totale. I dati riportati in tab. 1 consentono di seguire la dinamica del numero di unitÃ  locali e addetti presenti a Porto Marghera dalla fine degli anni Settanta allo scadere del secolo. Agli oltre 26.600 addetti del 1978 si possono aggiungere 2.535 addetti nelle imprese di appalto nei 17 maggiori stabilimenti di Porto Marghera (stima primo trimestre del 1979). Gli addetti totali salgono, cosÃ¬, a quella data, a oltre 29.000. Circa lâ80% dei lavoratori risultava impiegato in 14 aziende collocate nella classe dimensionale superiore ai 500 addetti.








Tra gli addetti diretti il 47,1% era impiegato nel settore chimico (12.557), il 20,6% nella metallurgia (5.460), lâ11,2% nella cantieristica (2.972), il 6,3% nella lavorazione dei minerali non metalliferi (1.674), il 6,2% nei derivati del petrolio (1.654), il 5,8% nella meccanica (1.552). Allâinterno della chimica le produzioni risultavano concentrate nei comparti della chimica di base (addetti 8.133), fertilizzanti (2.228), fibre sintetiche (1.835); nel metalmeccanico le produzioni principali erano quelle dei settori dei non ferrosi (3.427 addetti), cantieri navali (2.972), siderurgia (1.870) (4. Rielaborazione su dati Coses).

Dieci anni dopo, nel 1988, lâoccupazione complessiva risulterÃ  ridotta di oltre 9.000 unitÃ  con un calo pari al 35%. Le linee della trasformazione sono evidenti: le aziende di classe superiore ai 500 addetti si riducono di oltre la metÃ  e i loro occupati calano del 52%; le aziende piÃ¹ piccole di classe 10-49 addetti triplicano, mentre gli occupati crescono solo dellâ87%; le aziende di classe 50-99 addetti calano del 20% ma gli occupati restano stabili; infine nella classe 100-499 addetti le aziende crescono del 33% e gli occupati aumentano del 30%.

Dieci anni dopo, nel 1998, lâoccupazione complessiva risulta ridotta ulteriormente di oltre 4.000 unitÃ  con un calo pari al 25%. Le aziende di classe superiore ai 500 addetti diminuiscono ancora e i loro occupati calano del 52%; le aziende di classe 10-49 addetti quasi quadruplicano, mentre i loro occupati crescono del 250%; anche le aziende di classe 50-99 crescono significativamente, mentre nella classe 100-499 addetti le aziende e gli addetti si riducono, grossomodo, della metÃ . Per quanto riguarda le variazioni dellâoccupazione per settori, si osserva una riduzione generalizzata: nella chimica gli addetti calano, tra il 1978 e il 1998, da 12.557 a 3.674 e il peso sul totale passa dal 47% al 28%; nel settore petrolifero si passa da 1.654 a 534 addetti; nella metallurgia e siderurgia da 7.330 a 1.221 addetti e, in termini di peso, dal 18% al 9%. Un andamento diverso Ã¨ quello del cantiere navale ex Breda, del gruppo Fincantieri, dove al dimezzamento degli addetti diretti corrisponde la contemporanea e fortissima crescita dei dipendenti delle imprese esterne che operano in appalto, grazie alle grosse commesse acquisite nel settore crocieristico. A tale andamento dellâoccupazione nel polo industriale non corrisponde, perÃ², una riduzione delle quantitÃ  prodotte. Infatti Â«nel decennio 1977-1987 (...) vi Ã¨ stata una forte caduta dellâoccupazione soprattutto negli stabilimenti legati agli input dal mare, ma ciÃ² nonostante vi Ã¨ stato nellâinsieme un aumento della produzioneÂ» (5. Coses e Comune di Venezia (a cura di), Porto Marghera. Proposte per un futuro possibile, Angeli, Milano 1990, p. 28).

La tab. 2 fotografa lâassenza di una correlazione tra addetti e produzione. Nella storia recente di Porto Marghera si possono individuare tre fasi: negli anni Settanta lo sviluppo di Porto Marghera Ã¨ lâaspetto prevalente; negli anni Ottanta si registrano una lunga fase di ristrutturazione e la dismissione di alcune produzioni, con una forte riduzione degli occupati; negli anni Novanta il mutamento del vecchio modello industriale diventa radicale.














Uno sviluppo produttivo e occupazionale sembra durare fino a metÃ  anni Settanta, quando inizia a far sentire, in modo manifesto, i suoi effetti il cambio di fase dellâeconomia internazionale: un rallentamento della crescita, infatti, presente sin dal 1967, si materializza con forza a seguito dellâesplodere, nel 1973, della crisi petrolifera in conseguenza della sospensione di forniture di greggio da parte dei Paesi arabi, come ritorsione verso i Paesi considerati alleati di Israele. Si aggiungono poi, nel 1979, gli effetti della seconda crisi petrolifera, dettata questa volta dallâIran, che blocca le sue esportazioni di greggio. Il polo industriale, che faceva leva sulle trasformazioni di materie prime a elevato consumo energetico, vive di conseguenza ripetute crisi aziendali. Alla fine degli anni Settanta dunque si erano giÃ  manifestati numerosi segnali di una rilevante e imminente trasformazione (6. Coses e Comune di Venezia (a cura di), Porto Marghera. Proposte per un futuro possibile, Angeli, Milano 1990, pp. 95-97). Gli anni Ottanta finiranno per caratterizzarsi per la drammatica crisi produttiva, che i dati occupazionali riflettono solo in parte: nei rilevamenti sullâoccupazione risultano occupati centinaia di lavoratori che in realtÃ  sono in cassa integrazione, sebbene vi sia la certezza che molti non saranno piÃ¹ rioccupati. Dâaltro canto nei calcoli sono esclusi, per la difficoltÃ  a censirli, i lavoratori indiretti, come quelli che operano nelle manutenzioni o nella logistica della grande azienda. Chimica, cantieristica di costruzione e di riparazione, alluminio, rame, zinco, siderurgia, imprese di appalto, meccanica, carpenteria sono tutti settori che si misureranno con processi di ristrutturazione volti a razionalizzare le attivitÃ  produttive, cioÃ¨ produrre di piÃ¹ con meno addetti e, quindi, con un netto peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita per lâinsieme dei lavoratori. Si registra, anche, una forte tendenza al ridimensionamento delle attivitÃ , a volte limitato alla chiusura di alcune linee di produzione (come i forni per la produzione primaria dellâalluminio), altre volte, invece, si verificherÃ  la chiusura totale di aziende (come lâAlluminio Italia di Porto Marghera o la Preo, azienda siderurgica privata). Molto dipende dallâandamento del mercato in cui le aziende operano; in alcuni casi decisivo per continuare lâattivitÃ  Ã¨ lâIntervento degli enti locali, della Regione o dello Stato, spesso teso a tamponare i negativi effetti sociali delle crisi aziendali. Dopo la crescita degli anni Settanta e il declino degli anni Ottanta, gli anni Novanta si caratterizzano per il rallentamento delle espulsioni di manodopera dalle fabbriche e, ancor piÃ¹, per la diffusa consapevolezza della necessitÃ  di riequilibrare il modello industriale basato sulle grandi aziende soprattutto pubbliche e concentrato sulle produzioni di base. CosÃ¬ nel settore petrolchimico si intensifica il processo di automazione, mentre in Montedipe, Agrimont, Ausimont si portano avanti soluzioni organizzative nuove. Nel settore alluminio, invece, si cerca di riconvertire le attivitÃ  passano dalla produzione primaria ai prodotti finiti, utilizzando la nuova societÃ  Alutekna. Nella cantieristica si passa dalla costruzione delle tradizionali navi commerciali alle sofisticate navi passeggeri, sempre piÃ¹ imponenti, e lo stabilimento della Fincantieri di Porto Marghera si colloca tra i protagonisti a livello mondiale in questo nuovo mercato. Ã da ricordare anche lâimpatto delle decisioni prese in sede europea che pongono ai singoli Stati precise condizioni volte a riorganizzare su scala europea le industrie nazionali. Numerose leggi di settore intervengono a disciplinare le attivitÃ  produttive, in termini di quantitÃ  di produzione, aiuti pubblici, impatto ambientale, ecc. Il caso Fincantieri (7. Aiello A., La Fincantieri e la crisi della cantieristica italiana, in Â«Economia e societÃ  regionaleÂ», 2, 2004) Ã¨ paradigmatico della ristrutturazione industriale avvenuta su scala europea. E lo stesso Ã¨ accaduto anche in altri settori industriali come la siderurgia, la metallurgia non ferrosa, la chimica. Gli interventi europei volti a eliminare gli aiuti di Stato alle imprese, cioÃ¨ a eliminare la concorrenza sleale nel mercato comunitario, hanno mirato a determinare una gestione piÃ¹ oculata delle risorse. Da qui profonde ed estese ristrutturazioni e riorganizzazioni produttive, con interventi sugli impianti, sullâorganizzazione aziendale, sullâoccupazione.









La âVertenza Veneziaâ. Una gestione unitaria del polo industriale?





Il 5 febbraio 1981, al cantiere navale Breda di Porto Marghera Ã¨ convocata dalla Federazione Cgil, Cisl e Uil di Venezia una riunione delle segreterie dei sindacati di categoria e dei Consigli di fabbrica per discutere Â«sulla preoccupante situazione di Porto Marghera, e soprattutto per le prospettive del Polo, che si lega organicamente con la crisi del sistema delle Partecipazioni Statali e con gli inaccettabili ritardi nella costruzione di una strategia di riorganizzazione dellâindustria di base a seguito della crisi energetica...Â» (8. Ghisini G., Sintesi della relazione tenuta a nome della segreteria Cgil, Cisl e Uil, Porto Marghera, febbraio 1981, dattiloscritto). Nella relazione dei sindacati si chiede Â«un contributo piÃ¹ efficaceÂ» dei partiti politici e delle istituzioni locali, in vista di un progetto del sindacato su Â«Marghera e sullâarea venezianaÂ». Nasce cosÃ¬ la Vertenza Venezia, un Â« progetto di sviluppo economico, produttivo e occupazionale dellâarea venezianaÂ» (9. Di Renzo T., Eravamo bonzi. Ricordi senza remore delle lotte sindacali del 1980. Il petrolchimico di Porto Marghera, Marsilio, Venezia 1988, pp. 145-148). Si mira, con essa, a unificare le lotte dei lavoratori sui problemi occupazionali, evitando di rincorrere le singole situazioni di crisi. Vengono individuate con precisione anche le controparti cui le rivendicazioni sono state indirizzate: Associazione Industriali, Costruttori edili, Confcommercio, Associazione piccole aziende, Intersind e Asap (associazioni di aziende industriali pubbliche poi confluite in Confindustria), come pure Governo, Regione, Comune e Comprensorio. Il primo sciopero a sostegno delle richieste sindacali, il 17 febbraio 1981 in piazza San Marco a Venezia, con lâintervento conclusivo di Luciano Lama, segretario generale della Cgil nazionale, vede la partecipazione di oltre 30.000 persone.





Il limite di queste iniziative Ã¨ che ci sono stati risultati politici importanti ma non pratici. E senza risultati pratici i problemi di Marghera non si risolvono. Dobbiamo interrogarci piÃ¹ a fondo sul perchÃ© Governo, Regione, Comune, padronato, partiti, si sono trovati dâaccordo sugli interventi proposti dal sindacato e alla fine... sono venute a mancare le cose pratiche. Come pure dobbiamo interrogarci su un altro limite, che perdura e che rischia di diventare un vero pericolo: questa piattaforma Venezia Ã¨ nata per lâinsieme dei lavoratori veneziani, non puÃ² essere solo la piattaforma dellâindustria o di una parte di essa  .   (10. Aiello A., Articoli, interviste, interventi, 1975-2004, Relazione introduttiva Comitato Direttivo Fiom-Cgil, Venezia 30 marzo 1983, dattiloscritto)





Per il sindacato era lâintero polo industriale a essere posto in discussione. Da qui, lâesigenza di avere â innanzitutto dal Governo â risposte che coniugassero le politiche industriali ed economiche nazionali con il riassetto del territorio. Non una vertenza di âcampanileâ, corporativa, ma al contrario aperta al contributo delle forze politiche e istituzionali e dello stesso sindacato nazionale. I bisogni e le aspirazioni dei sindacati veneziani dovevano perÃ² scontrarsi con i bisogni e le aspirazioni di altri soggetti presenti nellâarena politica.











Quale politica industriale: territoriale o nazionale di settore?





Facendo leva sulla competitivitÃ  dei siti industriali, si mirava a non subire una politica industriale calata dallâalto, frutto di decisioni tutte nazionali, allâinterno delle quali non poco peso finivano per avere le questioni sociali. Comunque non sempre il primato dellâefficienza avrebbe privilegiato Porto Marghera â e in generale il Nord â a discapito del Sud Italia, considerato spesso come unâarea assistita. Valga per tutti il caso Italsider: il centro siderurgico di Taranto avrebbe potuto, da solo, far fronte allâintero fabbisogno di produzione di acciaio del Paese. Una valutazione prettamente economica avrebbe dato ragione alla scelta di puntare tutto su Taranto, ma poi chi avrebbe gestito le negative e pesanti ricadute e cioÃ¨ lo stop alle attivitÃ  a Napoli, Genova, Trieste, Venezia? Sarebbe stata una scelta comprensibile se basata su una politica di settore e basta: ma diventava subito dopo una scelta inaccettabile se vista nellâottica dei territori. Lâiniziativa veneziana poteva, perciÃ², essere considerata come una sorta di fuga in avanti, un pensare a sÃ© a discapito degli altri. Ã significativa, a tale proposito, unâintervista rilasciata a Toni Jop del quotidiano LâUnitÃ , il 27 maggio 1981, dallâallora ministro delle Partecipazioni Statali, Gianni De Michelis: (11. Jop T., De Michelis: âTagliare per rilanciareâ.Pellicani: âChi Ã¨ mancato Ã¨ il governoâ, Â«LâUnitÃ Â», 27 maggio 1981).





âLâAlumetal di Fusina raddoppierÃ ? 



 Rinviamo di tre anni il raddoppio e intanto facciamo funzionare Bolzano. Non chiudiamo lâAlumina ma non la lasciamo cosÃ¬ comâÃ¨. Facciamo funzionare lâElemes. 



 Quindici giorni fa, lâEfim ha chiesto al governo 300 miliardi per finanziare un programma che prevede anche e soprattutto il raddoppio di Fusina; ora lei afferma cose molte diverse da quelle dette dallâEfim... 



Ma Ã¨ una cosa allâitaliana; per lâalluminio seguiremo la stessa strada battuta per la siderurgia. 



 Breda: si âtagliaâ o no? 



Non si taglia in modo drastico se ci si muove subito. 



 E la progettazione resta al cantiere o no? 



Lo sanno anche loro: parte resta e parte va a Monfalcone. 



 Petrolchimico: si passerÃ  dalle attuali 350.000 tonnellate del cracking alle previste 500.000? 



No: il previsto âsbottigliamentoâ non ci sarÃ  per ora; prima pensiamo al Sudâ. 





Al ministro risponde Gianni Pellicani allora vicesindaco di Venezia:





âIl ministro Ã¨ caduto in contraddizione... alludo in particolare allâannuncio dellâabbandono del raddoppio del cracking e dellâimpianto Alumetal di Fusina... non câÃ¨ tanto tempo a disposizione... ma proprio per questo Ã¨ necessario che il governo, a cui competono direttamente o indirettamente tante decisioni per Porto Marghera, intervenga tempestivamente in termini precisi e non con programmi e impegni genericiâ. 





Il tentativo di procedere con un progetto territoriale non riuscÃ¬ appieno ma fu utile per orientare le lotte dei lavoratori veneziani ed evitare di marciare su una logica volta alla difesa dellâesistente. Il progetto servÃ¬ da bussola non solo per i sindacati veneziani, nelle discussioni e nella formulazione di proposte che, dopo la metÃ  degli anni Ottanta, si realizzarono a livello nazionale.





Fu proprio De Michelis, nella veste di vicepresidente del Consigli dei Ministri, alla fine degli anni Ottanta, a ricordare le motivazioni che impedirono la costruzione di un tavolo negoziale nazionale incentrato su Porto Marghera:





âLe cose avvenute sono state realizzate conseguentemente a un disegno unitario, sia per le trasformazioni dei singoli settori, sia per Porto Marghera nel suo complesso. Un disegno unitario che perÃ² ha avuto, per ragioni inevitabili, il suo cuore a Roma. Non per espropriare Venezia delle sue competenze, ma perchÃ© gli interventi da realizzare erano collegati a piÃ¹ generali processi di ristrutturazione â della chimica, dellâalluminio, della cantieristica, della siderurgia e quantâaltro â che non potevano che essere governati a scala nazionale. Era evidente che necessitava un approccio di tipo verticale, a monte; altrimenti sarebbe stato impossibile sapere cosa fare qui, a Venezia, nelle singole attivitÃ  presenti nella zona industriale a fine anni Settanta. Ma bisogna ricordare che il piano di trasformazione ha avuto anche un suo collante e un suo coordinamento di tipo orizzontale, in sede locale. E il merito Ã¨ stato della classe dirigente di questa cittÃ â.  (12. Coses e Comune di Venezia (a cura di), Porto Marghera. Proposte per un futuro possibile, cit., p. 438).









Porto Marghera e centro storico: industria e salvaguardia





Uno dei principali aspetti della complessitÃ  di Porto Marghera Ã¨ lâessere adiacente a una cittÃ  storica come Venezia. Due mondi distinti e lontanissimi su piÃ¹ piani. Dal punto di vista economico il centro storico Ã¨ sempre piÃ¹ concentrato nelle attivitÃ  legate a un turismo in forte espansione, mentre la terraferma vive in buona parte sul reddito creato dalle attivitÃ  industriali e commerciali. Dal punto di vista âecologistaâ addirittura due mondi contrapposti: unâarea industriale con possibili rischi ambientali a poche centinaia di metri da un museo a cielo aperto, di storia millenaria, unico e irripetibile. Entrambi i luoghi vivono processi di trasformazione non sempre positivi. In un convegno della Fiom veneziana dellâaprile del 1991 ci si chiedeva, guardando lâesodo dal centro storico di Venezia, se il calo continuo e costante dei residenti non era oramai un processo inarrestabile e, conseguentemente, il ripopolamento di Venezia un obiettivo auspicato ma sempre piÃ¹ distante. Era una visione âcatastrofistaâ dei processi allora in atto a Venezia? A Venezia tutto ciÃ² che non era legato allo sfruttamento della cittÃ  in funzione turistica giÃ  allora scompariva, e il nuovo, necessario per impedire lâaffermarsi di una nociva e controproducente monocultura economica, non emergeva. Anzi appariva esplicita, giÃ  allora, la tendenza di importanti attivitÃ  produttive artigianali a riconvertirsi in funzione del turismo. E la tendenza era ancora piÃ¹ evidente se si osservavano direttamente le attivitÃ  produttive che nel centro storico chiudevano e davano il senso piÃ¹ vero di un processo di vera e propria decadenza. (13. Aiello A.,  Articoli, interviste, interventi, 1975-2004, Relazione introduttiva al convegno âQuale sviluppo delle attivitÃ  produttive a Venezia? Ruolo della navalmeccanica e delle tecnologie marineâ , Venezia, Ateneo Veneto, 5 aprile 1991, dattiloscritto). Ha ragione Dorigo, quando sostiene che tale condizione Ã¨ frutto di una scelta consapevole â soggettiva â di una voluta trasformazione genetica? La  filiera  turistica per prevalere aveva la necessitÃ  di spostare dal centro storico verso la terraferma il porto commerciale. Lâeffetto non poteva che essere lâavanzata della monocultura. Ã venuta cosÃ¬ a mancare nellâeconomia del centro storico quella logica della âbuona miscelaâ data da attivitÃ  economiche diversificate, comprese le attivitÃ  produttive specie se legate al mare. Lâinserimento allâArsenale di Venezia di Thetis, unâattivitÃ  nata dallâimpegno di alcune societÃ  (tra cui Tecnomare e Fincantieri) ha rappresentato allâinizio degli anni Novanta uno dei tentativi piÃ¹ riusciti di contrastare la monocultura turistica veneziana. Venezia, Ã¨ inutile nasconderlo, ha vissuto e ancora vive su alcune ârenditeâ che finiscono per indebolire gli stimoli imprenditoriali: turismo, porto, universitÃ , CasinÃ² municipale, grandi aziende industriali pubbliche, aeroporto, grandi opere infrastrutturali avviate. Ma non va dimenticato che, dal 1973, una legislazione speciale mira a salvaguardare la cittÃ  storica dal pericolo delle acque alte, dopo le maree eccezionali del novembre del 1966. Svariati miliardi di euro sono stati spesi per la salvaguardia e il recupero di pezzi della cittÃ ; almeno quattro miliardi di euro saranno investiti nelle grandi opere di difesa. Non manca, perÃ², il dibattito con posizioni contrastanti e lâintervista a PravatÃ  ne Ã¨ una testimonianza.













Porto Marghera e Veneto: inconciliabili?





Nellâintervista a Gianni De Michelis sulla inconciliabilitÃ  tra lâapparato industriale di Porto Marghera e quello del Veneto, sono affrontate tre grandi questioni.

Primo: vi Ã¨ stato un âeffetto innescoâ di Porto Marghera che ha consentito, favorito lââesplosioneâ produttiva del Veneto?

Secondo: Porto Marghera, vista come âlâultima versione della Serenissimaâ, ha influenzato le scelte degli imprenditori veneti disincentivando una loro ânaturaleâ espansione a Porto Marghera che si riorganizzava? Terzo: Porto Marghera ha davvero nel futuro una funzione cosÃ¬ vitale per il Veneto, addirittura per lâeconomia del Nordest, al fine di evitare che questa Â«si spiaccichi contro un muro prima ancora di diventare maturaÂ»?

GiÃ  alla fine degli anni Settanta importanti ricerche rilevavano che era Â«in corso nella regione una forte trasformazione delle strutture economiche e sociali... sotto forme inedite e sperimentaliÂ» (14. Rullani E.,  Capitalismo periferico e formazione sociale regionale: lâeconomia del âmodelloâ veneto, gennaio 1979, dattiloscritto). Non si trattava, a detta dei ricercatori, di unâipotesi di microformazione sociale, compatta al proprio interno e in frizione con altre realtÃ  regionali, ma semmai di un adattamento dellâassetto regionale a prepotenti spinte recepite dallâesterno, a cominciare dai condizionamenti della divisione internazionale del lavoro. Si venivano cosÃ¬ delineando concetti come quelli di âformazione sociale territorialeâ ed âeconomia perifericaâ. Questâultimo richiamava quello di âresidualitÃ â, inteso come ibrido non analizzabile di sviluppo e non-sviluppo. Ma di quale sviluppo si parlava? Massimo Cacciari, trentâanni fa, cosÃ¬ lo evidenziava:



Rifacciamoci brevemente alle strutture che hanno determinato lo sviluppo industriale regionale. I dati di cui disponiamo... ci rivelano una struttura industriale complessivamente assai arretrata, senza vistosi segni interni di squilibrio. Il âdualismoâ non passa, cioÃ¨, tra piccola industria e industrie a dimensioni medio-grandi (200-1500 addetti). Anzi, il capitale investito per addetto decresce con il crescere delle dimensioni di impresa (ciÃ² che indica un basso livello di capitalizzazione nella media industria e non, relativamente alle altre regioni settentrionali, un alto livello nella piccola); la produttivitÃ  del lavoro Ã¨ pressochÃ© equivalente nelle diverse categorie di imprese... Ã evidente che la relativa âtenutaâ dellâoccupazione industriale nel Veneto Ã¨ strettamente correlata a questa struttura diffusamente âarretrataâ, a bassa intensitÃ  di capitale.  (15. Cacciari M., Struttura e crisi del âmodelloâ economico-sociale veneto, in Â«ClasseÂ», 11, 1975).





Successivamente lâevoluzione della struttura produttiva del Veneto ha portato alla diffusione dei distretti industriali Â«... medium di conoscenza e di relazioni che permette la comunicazione e il coordinamento operativo tra soggetti situati nel medesimo contesto di esperienza (locale)Â» (16 Rullani E., Distretti industriali ed economia globale, in Â«Oltre il PonteÂ», 50, p. 32) e a una straordinaria articolazione dei sistemi produttivi locali, che hanno interessato anche le aree vicine a Porto Marghera. Non esistono, perÃ², ricerche empiriche che documentino, per la provincia di Venezia come per il Veneto, un sicuro effetto âinnescoâ prodotto da Porto Marghera. Se De Michelis ha ragione, si tratta di una ragione ancora da dimostrare. Si puÃ², a tale proposito, rimanere su un piano intuitivo come fa il direttore dellâAssociazione degli industriali di Venezia, Italo TurdÃ², quando sostiene che avere vicino lâalluminio e le altre materie prime ha permesso a molti nel Veneto di svilupparsi. PiÃ¹ netto Ã¨, invece, il parere di Gianni Pellicani, che considera alla base delle condizioni di sviluppo del Veneto non solo lâindiscussa creativitÃ  e laboriositÃ  dei veneti ma anche le note condizioni di vantaggio come la manodopera a basso costo, la politica inflazionistica e il deprezzamento della moneta, oltre agli effetti della legislazione degli anni Cinquanta e Sessanta sulle aree depresse. Alle incertezze sullâeffetto âinnescoâ si contrappone la certezza sulla seconda questione: lâimprenditoria veneta non ha finora partecipato, tranne qualche rarissimo caso (come quello dellâimprenditore siderurgico di Vicenza Beltrame che ha rilevato lâex Italsider di Porto Marghera), al processo di reindustrializzazione del polo industriale veneziano. Infine, sul punto che attiene alle prospettive del Veneto e sul ruolo che in ciÃ² puÃ² giocare Porto Marghera, appare verosimile, come vedremo piÃ¹ avanti, ritenere che la riorganizzazione del sistema dei trasporti e della logistica porrÃ  Porto Marghera in una posizione di eccellenza, grazie, innanzitutto, alle sue infrastrutture. Con benefici che possono coinvolgere un territorio piÃ¹ vasto.




2. I processi politici e i soggetti


La vertenza delle imprese di appalto e della Sava 



La fase di sviluppo industriale che investe Porto Marghera a partire dagli anni Settanta Ã¨ âfisicamenteâ visibile, con investimenti produttivi per la costruzione di nuovi impianti chimici, al cantiere navale Breda, allâAlumix di Fusina, che determinano una crescita velocissima di nuovi posti di lavoro i quali, solo nelle imprese specializzate e dedicate prima alla costruzione e poi alla manutenzione degli impianti, portano dallâentroterra veneziano e veneto, ma anche e soprattuto dal Sud Italia e finanche dallâestero, migliaia di lavoratori. La vertenza che il sindacato veneziano apre nei confronti delle controparti padronali nellâaprile del 1970, per la difesa dei diritti dei lavoratori delle imprese di appalto, si colloca allâinterno di quel processo di sviluppo. Due mesi dopo lâapertura della vertenza delle imprese esplode la crisi produttiva della Sava di Porto Marghera. A questo proposito riporto brani di unâintervista di Chiara Puppini a Giuliano Ghisini, segretario della Fiom negli anni Sessanta e nei primi anni Settanta e poi segretario della Cgil veneziana fino alla metÃ  degli anni Ottanta. Lâintervista, del 3 ottobre 1994, Ã¨ stata voluta da Chiara, moglie di Germano Antonini, dirigente sindacale della Cgil veneziana, deceduto il 5 febbraio dello stesso anno, a soli cinquantadue anni, in vista di un suo progetto di biografia del marito. 





 PUPPINI. La giornata di lotta del 2 agosto... câero anchâio quella volta. Sono scappata con la motoretta di un amico. Ricordo che câerano i Boato... poi câÃ¨ stato quellâepisodio della camionetta della polizia rovesciata e incendiata, con i poliziotti che sono scappati. Allora Germano mi ricordava che era stato lui con Gianmaria e unâaltra persona... Tu sai qualcosa? Tu Giuliano la sai bene la vicenda, raccontala. 



GHISINI. SÃ¬... câera anche Manente delle Leghe leggere. Come hai detto câerano questi poliziotti con la camionetta, erano âceleriniâ di Padova. Erano in quattro o forse cinque, con la camionetta e nella ressa puntano la pistola... davanti câerano Germano e Gianmaria, che gli dicono: Â«Ma che razza di roba, perchÃ© fate questo atto, via la rivoltella!Â». Intanto Manente arriva con una bottiglia Molotov e la butta sulla camionetta. A quel punto i poliziotti chiedono a Gianmaria e Germano di tenere le mani alzate. Si puÃ² immaginare a che livello fosse la tensione. Germano e Gianmaria a quel punto, rivolti ai poliziotti armati, dicono: Â«Noi non câentriamoÂ» e scappano. La camionetta viene rivoltata, subito dopo, in via Fratelli Bandiera.





 PUPPINI. Ma ci furono anche scontri fisici?  





 GHISINI. Ricordo Cesco Chinello, che mentre era malmenato dalla polizia urlava: Â«Io sono un senatore, io sono un parlamentare...Â»; Â«E noi siamo deputatiÂ» risposero i poliziotti mentre lo bastonavano. Fu una vicenda politicamente molto grossa. Ci fu poi, negli anni del terrorismo, una colonna delle Brigate Rosse che assunse il nome di âBrigate Rosse colonna 2 agosto. 





 PUPPINI. La cosa clamorosa fu che la polizia scappÃ² e Marghera ritornÃ² nelle mani dei manifestanti. 





 GHISINI. Avvenne cosÃ¬. Andammo, come sindacato, dal prefetto e gli dicemmo: Â«Se entro 24 ore la polizia non va via, se non li rimandate a Padova, noi non garantiamo piÃ¹ niente e dei fatti che accadranno saranno tutte vostre le responsabilitÃ Â». Al prefetto io stesso dissi: Â«Adesso faccia quello che vuoleÂ». Questo era il clima. Ci furono feriti, mi pare otto, di cui uno molto grave. Ecco, Germano in quelle situazioni era a suo agio... si sentiva bene... Ricordo che poi la sera siamo scesi dalla Prefettura e câerano i lavoratori che ci attendevano. Un clima di eccitazione la faceva da padrone. 





 PUPPINI. Quali erano i motivi di quella lotta sindacale? 



GHISINI.  Era la lotta dei lavoratori delle imprese di appalto, che operavano allâinterno del Petrolchimico di Marghera. Lo scontro con la polizia fu una storia nata male. Si stava discutendo con il prefetto per trovare una soluzione alla vertenza. Ricordo che proprio io trattavo con la polizia per evitare che si arrivasse a scontri, stavo per questo discutendo con il dottor Pensato della Questura di Venezia, quando venendo fuori dal bar â la trattoria da Pesce, che era proprio lÃ¬ davanti al Petrolchimico â un getto dâacqua, per opera di poliziotti con idranti, ci investe e finiamo di colpo per terra. Proprio ci sbattono per terra! Con gli idranti i poliziotti erano circa a 5 metri. Ã stato un colpo violento. Allora ho tirato su Pensato, che, poveretto, aveva perso anche gli occhiali, poi lÃ  in mezzo ho gridato: Â«Assassini, delinquentiÂ» ma mi tenevo sempre legato a Pensato (Â«per protezioneÂ» dice Giuliano ridendo)... Pensato era il capo della Squadra Mobile di Venezia e vicequestore.... (17. Puppini C., Intervista a Giuliano Ghisini e Alfredo Aiello, Mestre 3 ottobre 1994, dattiloscritto).





Anche dallâintervista a GiosuÃ¨ Orlando, sulla parte riguardante le imprese di appalto, emerge il ruolo centrale di Ghisini. Del tutto diversa la genesi della vertenza Sava. Al centro della vertenza stava la difesa dellâattivitÃ  produttiva e dellâoccupazione. Gli svizzeri dellâAlusuisse tentarono un blitz, come mi confidÃ² un loro autorevole e altissimo dirigente italiano a metÃ  anni Ottanta. Sapevano almeno dalla metÃ  degli anni Sessanta che non avrebbero piÃ¹ prodotto alluminio primario in Italia. Ritennero, perÃ², di mettere tutti, lavoratori, sindacati, istituzioni, davanti al fatto compiuto. Ma la lotta dei lavoratori della Sava, la capacitÃ  di tenuta con oltre 800 ore di sciopero, la sapienza nel costruire un vasto schieramento alleato, che realizzÃ² una possente pressione soprattutto verso il Governo nazionale, impose allâAulisse, come contropartita alla chiusura, di partecipare alla creazione di due nuove aziende costruite sullo stesso suolo della vecchia Sava di Marghera: la Metallotecnica e la Elemes. Le vicende delle imprese di manutenzione e della Sava, due realtÃ  fisicamente adiacenti, delineano due scenari per molti versi opposti. Da un lato le imprese di appalto con grandi commesse da realizzare e un basso tasso di sindacalizzazione dei lavoratori e lâassenza di una contrattazione sindacale collettiva. Dallâaltro lato la Sava, minacciata dalla chiusura contro la quale lottano uniti lavoratori sindacalizzati. Nelle interviste di Brazzolotto e di Coin si delinea lo scenario di una delle vertenze sindacali piÃ¹ intense nella storia delle relazioni industriali a Porto Marghera. Dallâintervista di Coin si coglie, perÃ², la volontÃ  della multinazionale svizzera, maturata dopo quella vertenza, di operare per un rilancio degli stabilimenti del gruppo a Porto Marghera. Ma prima fu indispensabile una lunga e intensa lotta che coinvolse tutta la cittÃ , con un presidio in piazza Ferretto a Mestre, attorno a una grande tenda da campeggio, che resterÃ  famosa come la âtenda rossaâ, un luogo di riferimento per tutti coloro che vollero solidarizzare con i lavoratori. Alla vertenza delle imprese di appalto metalmeccaniche di Porto Marghera calza perfettamente la riflessione proposta da Ferruccio Gambino guardando a fenomeni similari in altre parti del mondo: Â«... Il ritornello Ã¨ noto: si richiede manodopera e arrivano persone. Se la societÃ  accumulativa, secondo Adam Smith, esige le mani, essa deve pur sempre lasciar fluire corpi e menti, con le loro storie, i loro costumi, le loro lingue, le loro aspirazioni...Â» (18 Gambino F., Alcune aporie delle migrazioni internazionali, Â«Aut AutÂ», p. 275, 1996).

Obiettivi della vertenza sono: la costruzione di un sindacato aziendale allâinterno delle attivitÃ  produttive, lâacquisizione di diritti per uniformare le condizioni normative a quelle dei dipendenti delle grandi aziende committenti e, infine, la contrattazione e il controllo dellâorganizzazione del lavoro, del salario e delle condizioni di vita nei luoghi di lavoro. Da aprile fino al 2 agosto del 1970 la vertenza porta a un progressivo inasprimento nelle relazioni industriali. I circa 10.000 addetti del settore rappresentano una particolarissima realtÃ  nel panorama sindacale veneziano. Si tratta, infatti, di forza lavoro per buona parte molto professionalizzata ma portata, per le condizioni di mobilitÃ , a un rapporto poco disciplinato con lâorganizzazione sindacale. Ma le condizioni di relativa stabilitÃ  del ruolo degli appalti nellâarea chimica â grandi manutenzioni e costruzioni determinano fra questi lavoratori una condizione âunitariaâ che li avvicina alla classe operaia della fabbrica tradiziona  le, con in piÃ¹ un regime di divisioni e discriminazioni insopportabili. Sono elementi sufficienti a produrre una brusca e conflittuale sindacalizzazione (19 Resini D. (a cura di), Centâanni a Venezia. La Camera del Lavoro 1892-1992, Il Cardo, Venezia 1992, p. 478).

La vertenza delle imprese di appalto si concluderÃ  dopo oltre 200 ore di sciopero e dopo quella giornata del 2 agosto ricordata nellâintervista di Ghisini, quando i picchetti operai bloccheranno le portinerie della Montedison e le strade, producendo lâisolamento del polo industriale dal territorio circostante, e la polizia, presente massicciamente, âcaricherÃ â gli operai.     Gli scontri sono aspri e vedono accorrere anche la popolazione di quella zona estrema di Marghera: Caâ Emiliani. Subito arrivano anche gli operai della Sava a dare man forte, mentre quelli dellâItalsider, della Chatillon e degli Azotati entrano in sciopero piÃ¹ tardi.



Gli scontri, questa volta, sono durissimi. Chinello e Golinelli, parlamentari, vengono picchiati dagli agenti e uno di questi viene fatto âprigionieroâ dopo aver investito un dimostrante e condotto, semisvenuto, dai suoi colleghi. Per tutta risposta un graduato e alcuni agenti estraggono le pistole e sparano numerosi colpi. Due operai saranno feriti, ma poi la polizia viene travolta. A mezzogiorno la âbattagliaâ Ã¨ finita. Il giorno dopo interviene lâaccordo che non soddisfa le richieste di garanzie occupazionali, ma sancisce il riconoscimento, di fatto, di unâunica condizione contrattuale per questi lavoratori, poi rafforzata anche a livello sindacale con il âCoordinamento impreseâ, una sorta di consiglio di fabbrica interaziendale.  (20. Resini D. (a cura di), Centâanni a Venezia. La Camera del Lavoro 1892-1992, Il Cardo, Venezia 1992, p. 479).





La prima vertenza delle imprese si concluderÃ  acquisendo anche miglioramenti salariali. La vertenza Sava ha tuttâaltri contenuti: vuole affermare un diritto fondamentale, quello che la Costituzione repubblicana assume programmaticamente, cioÃ¨ il diritto al lavoro. Nel gennaio del 1971 la direzione aziendale della Sava annuncia la chiusura dello stabilimento di Allumina. A giugno i lavoratori della Sava sono in lotta contro i 270 licenziamenti annunciati dallâazienda, e il giorno 22 dello stesso mese, assieme ai lavoratori della Sava contro i licenziamenti, sciopereranno i metalmeccanici veneziani. Gli scioperi dei lavoratori della Sava continueranno anche dopo lâaccordo del mese successivo al Ministero del Lavoro a Roma, che tramuta i licenziamenti in cassa integrazione e consente la chiusura dei primi forni allâAllumina.

La lotta dei lavoratori continuerÃ  ancora a lungo. Si rivendica la continuitÃ  produttiva per la fabbrica di Allumina, ma si accentua anche la pressione verso un livello di contrattazione che dovrebbe essere istituito per gli investimenti e la gestione degli assetti produttivi dellâintero territorio. Si cerca, in sostanza, di contrattare âlo sviluppoâ, con una logica che di lÃ¬ a poco sarÃ  codificata nelle piattaforme territoriali (21 Resini D. (a cura di), Centâanni a Venezia. La Camera del Lavoro 1892-1992, Il Cardo, Venezia 1992, p. 482). Lâaccordo arriverÃ  nel gennaio del 1972, con la mediazione del Governo nazionale, che âoffreâ un centinaio di licenziamenti, il blocco del turnover per due anni, la cassa integrazione per 600 lavoratori e unâattivitÃ  sostitutiva delle Partecipazioni Statali per riassorbirli (22. Resini D. (a cura di), Centâanni a Venezia. La Camera del Lavoro 1892-1992, Il Cardo, Venezia 1992, p. 483).









La dialettica sindacato-partito 





Ancora Giuliano Ghisini dallâintervista di Chiara Puppini:





 AIELLO. Poi nel â70, dopo le imprese inizia la lotta della Sava. 



 GHISINI. Si era a cavallo tra il â69 e il â70. LâAlusuisse, la multinazionale svizzera proprietaria degli stabilimenti Sava, voleva chiudere tutto, sbaraccare e andare via... 



 AIELLO. Comâera Germano in quella fase? 



 GHISINI. Allora vediamo Germano. Nel â70 sono iniziati i lavori di costruzione del Petrolchimico 2. A Marghera gli addetti erano giÃ  piÃ¹ di 35.000. Poi avviene questa storia della Sava. LâAlusuisse voleva chiudere la sua attivitÃ  e qui inizia un ruolo importante di Germano, insieme a Mattiussi, a Vianello... Lui si inserisce nel gruppo del sindacato che apparteneva alla componente comunista. Affermava che noi eravamo allergici al Pci...



PUPPINI. Come mai? 



   GHISINI.   PerchÃ© eravamo âallergiciâ ai dirigenti del Pci? PerchÃ© loro volevano comandare. Non câinteressava molto questo loro comandare. Volevano dare ordini e noi dovevamo âfareâ. Il Pci, perÃ², tra noi non aveva molto spazio. Noi non eravamo contro il Pci, ma non ci piaceva la concezione del suo gruppo dirigente. E Germano condivideva questo pensiero... assolutamente... loro volevano gestire, ma non capivano un tubo di come gestir  e.    (23. Puppini C., Intervista a Giuliano Ghisini e Alfredo Aiello, cit.).





Anche GiosuÃ¨ Orlando, nella sua intervista, sottolinea come il Pci fosse ancora rimasto alle âcommissioni interneâ ed era scettico sul nuovo ruolo del sindacato â non piÃ¹ vincolato al rapporto con il partito â che rispondeva direttamente e prima di tutto allâinsieme dei lavoratori. Piero Ignazi fa risalire tutto ciÃ² allâidea stessa della costruzione di un grande partito di massa nel periodo post-bellico. Il Pci Â«adotta una strategia di penetrazione ed egemonizzazione negli organismi di massa unitari â dai sindacati alle cooperative, dal movimento per la pace agli organismi studenteschi... Lâorganizzazione del Pci Ã¨ sempre stata fonte di orgoglio allâinterno, e di ammirazione mista a timore reverenziale per i partiti concorrenti. Il Pci Ã¨ stato giustamente definito un sistema organizzativo complesso... con vari livelli organizzativi gerarchicamente ordinati; con strutture di base territoriali e funzionali... Il Pci dispone anche di unâideologia organizzativa, il âcentralismo democraticoâ di derivazione leniniana. Questa concezione prevede che il processo decisionale proceda dallâalto in basso e che ogni iscritto, dopo aver eventualmente manifestato critiche e proposte solo allâinterno degli organi del partito, debba adeguarsi ai deliberati ufficialiÂ» (24 Ignazi P., I partiti italiani, Il Mulino, Bologna 1997, pp. 84-85). Il Pci aspira â per definizione e legittimamente â al potere politico e cioÃ¨ ad avere la capacitÃ  di Â«controllare in maniera privilegiata i processi della decisione politica; di prendere decisioni normative in nome della societÃ  globale; di far applicare queste decisioni, anche con strumenti coercitiviÂ» (25. Melucci A., Sistema politico, partiti e movimenti sociali, Feltrinelli, Milano 1977, p. 73). Legittimamente in quanto un sistema politico Ã¨ obbligato a selezionare tra molteplici domande che provengono dalla societÃ , addirittura escludendo quelle che Â«metterebbero in questione il vantaggio strutturale (lâegemonia) degli interessi dominantiÂ» (26. Melucci A., Sistema politico, partiti e movimenti sociali, Feltrinelli, Milano 1977, p. 73). Il modello organizzativo che Ignazi ha richiamato Ã¨ indispensabile per unâorganizzazione come il Pci? Si puÃ² rispondere che Ã¨ stato un modello organizzativo utile ed efficace durante il periodo del fascismo per gestire la condizione di clandestinitÃ  innanzitutto del suo gruppo dirigente. Chiedersi, perÃ², quali effetti provochi in una societÃ  che vede lo sviluppo e lâestensione della democrazia e con essa la democrazia politica, Ã¨ lecito e utile. Â«Il compito degli attori politici, e principalmente dei partiti, Ã¨ proprio quello di intervenire nel processo decisionale rendendo âtrattabiliâ le domande che essi rappresentano, cioÃ¨ proponendo soluzioni... di una domanda che si forma al di fuori del sistema, e di cui i partiti devono tener contoÂ» (27. Melucci A., Sistema politico, partiti e movimenti sociali, Feltrinelli, Milano 1977, p. 78). Questa competizione tra domande si sviluppa tra i partiti e nei singoli partiti. Con quali âarmiâ? Trattare questo argomento richiede uno spazio non disponibile in questa sede. CiterÃ² comunque, a questo riguardo e a titolo di esempio, unâesperienza diretta nel Pci.

Anno 1982. Giuliano Ghisini era il segretario della Cgil veneziana, nei fatti il sindacalista comunista nella posizione gerarchica piÃ¹ elevata. Erano cambiati da qualche anno i dirigenti dei sindacati di categoria e anche il segretario della Federazione del Pci veneziano: Cesare De Piccoli aveva sostituito Enrico Marrucci. Fui convocato, come altri, dalla Commissione Federale di Controllo, una sorta di tribunale interno al partito. Non ne conoscevo i motivi. Mi fu chiesto se avessi mai sentito a proposito di Ghisini e di De Piccoli di loro presunti rapporti non leciti con qualche padrone. Mi si chiedeva, insomma, se Ghisini e De Piccoli avessero preso dei soldi e per quale motivo. (Ricordo che si parlava di dentisti dellâallora Iugoslavia che avrebbero fatto interventi odontoiatrici sui due imputati e che la parcella sarebbe stata pagata da qualcun altro). Non conoscevo molto De Piccoli, ma conoscevo Ghisini dal 1975, un compagno formatosi nel sindacato nellâimmediato dopoguerra, che proveniva dalla provincia di Ferrara, autorevole e molto stimato dagli attivisti sindacali anche di Cisl e Uil. Devo dire che avevo giÃ  sentito chiacchiere di questo tipo, ma mai su Ghisini e sul segretario del partito. Soprattutto non avevo mai saputo di un intervento diretto della Commissione Federale di Controllo del Pci in una vicenda simile. Risposi che mi sembrava una grande sciocchezza e, ingenuamente, chiesi chi diceva queste cose e se era in grado di dimostrarle. Non ebbi risposta. Capivo che era in corso unâazione calunniosa ma non riuscivo a comprenderne la finalitÃ . Mi fu tutto piÃ¹ chiaro qualche mese dopo, quando Ghisini mi chiamÃ² per mostrarmi una lettera sottoscritta da un cospicuo gruppo di segretari generali dei sindacati veneziani di categoria nella quale si chiedeva, alla componente comunista e al Pci, di Â«aprire una fase di rinnovamento nella segreteria della Cgil venezianaÂ». Si chiedeva un intervento diretto del Pci. Allora era normale e da tutti accettato che le nomine dei comunisti sia nel sindacato che nel partito, come nelle cariche istituzionali, fossero discusse da tutti coloro che avevano una funzione dirigente fino a quando Bruno Trentin non sciolse, negli anni Novanta, la componente comunista ( 28. Trentin B., Convegno dei dirigenti Cgil della componente âUnitÃ  sindacale, Ariccia, 18-19 ottobre 1990). Quella iniziativa della Commissione Federale di Controllo, in cui non si capiva chi aveva accusato, di cosa e con quali prove, che si era rivelata poi una bolla di sapone, aveva finito per aprire una fase di delegittimazione di una figura spesso additata come troppo favorevole a un sindacato autonomo e unitario e capace di iniziative di rilievo (vedi la costruzione della Vertenza Venezia e soprattutto la battaglia della Sava). Ghisini fu sostituito e mandato per dodici mesi in Cgil regionale e poi in pensione. De Piccoli restÃ² al suo posto. Fu, per quello che ricordo, lâinizio della conclusione di una fase di dialettica politica molto forte tra sindacato e partito.









Gli obiettivi della lotta tra âriformatoriâ e ârivoluzionariâ 





Lo scontro sulla linea politica da adottare e sul luogo del conflitto per fare avanzare una societÃ  socialista e difendere e migliorare le condizioni dei lavoratori e in generale delle masse popolari, si intensifica con chiarezza, sulla scia del â68, sin dai primi anni Settanta e proseguirÃ  fino alle grandi ristrutturazioni degli anni Ottanta. Uno scontro che era giÃ  stato vissuto allâinterno dello stesso Pci sin dagli anni Cinquanta.(29. Pagnin F., Portomarghera. Sindacato e partito comunista negli anni â50, Centro internazionale della grafica, Venezia 2006). Per cogliere il clima politico Ã¨ utile richiamare le posizioni di Toni Negri, uno dei fondatori di Potere Operaio.





âRiconquistare dunque la teoria di Marx per praticarla in maniera sempre piÃ¹ adeguata alle esigenze determinate e diverse della lotta di classe â sia come critica dellâeconomia politica che come teoria del partito: questo Ã¨ il compito che ci Ã¨ datoâ.  ( 30. Negri A., Crisi dello Stato-piano. Comunismo e organizzazione rivoluzionaria, Feltrinelli, Milano 1974, pp. 5-6).





E ancora:





âMa il progetto capitalistico oggi non interpreta solo la forza dellâimpatto operaio sulla struttura dello Stato pianificato: tenta di interpretarne anche la forma, la figura cioÃ¨ in cui esso si Ã¨ sviluppato, la figura dellâoperaio massa. Interpretarla per assumerla e distorcerla. La fluidificazione di tutti i momenti del ciclo produttivo rappresenta la faccia positiva del progetto capitalistico, la ristrutturazione vera e propria â con contemporaneo aumento della produttivitÃ  delle forze del lavoro singolo e del lavoro sociale... â.  (31. Negri A., Crisi dello Stato-piano. Comunismo e organizzazione rivoluzionaria, Feltrinelli, Milano 1974, p. 34).





E in un testo di qualche anno dopo:





â... torniamo al significato fondamentale di questo libretto e alla proposta che in esso si contiene. Essa consiste nella convinzione che la crisi dellâoperaio-massa determina un allargamento dellâesistenza cosciente e delle rivolte proletarie e che Ã¨ in riferimento a questa nuova dimensione della proletarizzazione che il progetto di organizzazione deve essere messo in atto. Consiste inoltre nella convinzione che su questa nuova dimensione la richiesta proletaria di comunismo, subito, Ã¨ piÃ¹ larga e pressante che maiâ.  ( 32. Negri A., Proletari e Stato. Per una discussione su autonomia operaia e compromesso storico, Feltrinelli, Milano 1976, pp. 8-9).





Sono posizioni politiche che mirano ad âattaccareâ e âdemolireâ il modello di sviluppo capitalistico e a conquistare, su quelle basi politiche, la classe operaia. Ma la presenza organizzata di sindacati e Pci fa da barriera. I comunisti, anche a Porto Marghera, erano abituati a due tipi di anticomunismo: quello di destra, che si manifestava con la pregiudiziale verso ogni forma di partecipazione del Pci al governo del Paese, e quello di sinistra che si esprimeva tradizionalmente, come evidenziato da Angelin, in una contestazione ai vertici del Pci (e del sindacato) in quanto partito riformista, accusato di aver abbandonato la prospettiva rivoluzionaria. Era, questâultima, una critica che mirava a creare una frattura tra base e vertici sia nel Pci che nel sindacato, per spingere verso lotte ârivoluzionarieâ ampie masse di lavoratori.





Non a caso molti, o quasi tutti, i leader della contestazione studentesca del â68 uscivano dal Pci e passando dallâorganizzazione dei gruppi avevano in mente proprio un disegno del genere.  (33. Cfr. lâintervento di Asor Rosa A., in Bianchi S., Caminiti L. (a cura di), Settantasette. La rivoluzione che viene, DeriveApprodi, Roma 2004, p. 149).





Sempre Angelin ci ricorda che a questi attacchi il Pci rispondeva Â«senza concedere nulla. Poi i militanti di Potere Operaio âscopronoâ il ânemicoâ che detiene per davvero il potere e ostacola lâavanzamento della classe operaia: la Democrazia Cristiana e la Confindustria. E parecchi di questi militanti, quando Potere Operaio si scioglie, entrano nel PciÂ». Ma non sarÃ  un passaggio breve, nÃ© senza contraddizioni. In quei giovani vi era un nuovo modo di concepire e praticare la lotta al Pci. Ã unâevoluzione, prodotta da un gruppo di intellettuali che consideravano la loro capacitÃ  di analisi politica superiore e che perciÃ² erano convinti che avrebbero sconfitto il gruppo dirigente del Pci. Non tutti puntavano a questo obiettivo. Lâintervista a Gianni Pellicani mette in rilievo la scelta consapevole di alcuni intellettuali, dirigenti del movimento studentesco e di Potere Operaio, Massimo Cacciari in particolare, che partivano dalla premessa che il Pci era entrato in crisi di fronte a una ristrutturazione capitalistica conseguente a una ristrutturazione delle lotte. Affermava Cacciari nel 1985:





â... La nostra presenza [di Potere Operaio, a Porto Marghera] rimane limitata alle ânuoveâ fabbriche. Ã insieme un âsegno dei tempiâ e la dimostrazione che lâorganizzazione complessiva della classe operaia non si âinventaâ fuori della storia del movimento operaio. Anche su questi motivi matura la rottura tra Negri e me, nellâestate del 1968... Alcuni idioti hanno recentemente lasciato trasparire lâipotesi che sia avvenuta sui problemi della âmilitarizzazioneâ. Mi spiace deluderli nella loro ricerca di arretrare il piÃ¹ possibile lâorigine del terrorismo rosso. Ma la rottura con Negri avviene essenzialmente sul problema del partitoâ.  (34. Calimani R., Pierobon V. (a cura di), Le radici del futuro, Regione del Veneto e Marsilio Editori, 2005, pp. 28-29).





Nei contestatori del Pci vi era anche unâidea precisa sulle disuguaglianze sociali, sempre piÃ¹ percepite come elementi di esclusione dalle opportunitÃ  di vita. Valevano, insomma, piÃ¹ le norme e i valori esterni ai luoghi di lavoro che le condizioni di lavoro in sÃ©. Ecco perchÃ© Toni Negri saluta con piacere da un lato la scomparsa dellâoperaio-massa e dallâaltro le nuove forme di emarginazione che vedono la luce. In ciÃ² Negri, proprio come AndrÃ© Gorz quasi un decennio dopo, ha colto spazi di manovra politica per i movimenti sociali radicali. In Addio al proletariato, Gorz sostiene, in straordinaria similitudine con Negri, che una Â« non classe di non operaiÂ», che non si identifica nÃ© con lâidea dellâÂ«operaioÂ» nÃ© con quella del Â«disoccupatoÂ» ma che si inserisce nel settore dellâÂ«occupazione aleatoria, a termine, occasionale, provvisoria e a tempo parzialeÂ», Ã¨ salutata come la forza nuova di una radicale trasformazione sociale (35. Gorz A., Addio al proletariato. Oltre il socialismo, Edizioni Lavoro, Roma 1982, p. 69).

Con questo retroterra politico emersero anche movimenti di estrema sinistra come Avanguardia Operaia e Lotta Continua che puntavano a rivendicazioni âmassimalisteâ in aperto antagonismo al Pci e ai sindacati.









Difesa dellâesistente o nuove iniziative industriali? La vertenza Alucentro 





Nelle crisi aziendali si sono quasi sempre misurate due linee sindacali e politiche nettamente contrastanti. La prima mirava alla difesa dellâesistente ed era rappresentata dallo slogan Â«Nessun posto di lavoro si toccaÂ». Era una linea che dichiarava lâirreversibilitÃ  della crisi qualora, nel polo industriale, si arrivasse sotto una data soglia occupazionale. Praticamente, una chiusura totale a ogni trattativa che presupponesse la riduzione degli occupati. La seconda, invece, era una linea disponibile alla contrattazione, nella convinzione che unâ ideologica âdifesa dellâesistenteâ portasse a un logoramento dei lavoratori e del sindacato senza evitare i contraccolpi negativi sullâoccupazione. Si puÃ² dire che la prima tendeva ad affrontare la questione politicamente: gli accordi cartacei con le alternative ai licenziamenti non bastano, esse vanno costruite effettivamente e solo dopo si accetterÃ  non i licenziamenti, ma il passaggio da un lavoro a un altro. La seconda, piÃ¹ âmorbidaâ, considerava piÃ¹ efficace mettere le mani nel âpiattoâ per non correre il pericolo di limitarsi ad affermazioni di principio che non avrebbero nÃ© fermato i licenziamenti, nÃ© creato nuovi posti di lavoro. Chi puÃ² essere costretto a insediare nuove attivitÃ  produttive? Difficilmente si puÃ² costringere un imprenditore privato, piÃ¹ facilmente ciÃ² puÃ² essere frutto di unâiniziativa (âassistenzialeâ) statale. Possiamo osservare queste due linee politiche richiamando la vertenza Alucentro. Ã anche lâoccasione per puntualizzare alcune inesattezze che su questa vicenda sono state scritte. UtilizzerÃ², a tale proposito, un testo in cui, come dice lo stesso autore nellâAvvertenza,





"i personaggi â a partire dal protagonista â che compaiono nel libro sono perlopiÃ¹ inventati; e inventate sono molte scene che tra essi si svolgono... [per poi specificare ciÃ² n.d.a. ] che ai curatori del volume sta piÃ¹ a cuore: la pubblicazione della vertenza che ha permesso allâex Cdf [Consiglio di fabbrica, n.d.a.] Alucentro di opporsi allâennesimo scambio di posti di lavoro con ammortizzatori sociali".  (36. Cerasi E., Quando la fabbrica chiude, Marsilio, Venezia 1994).





CâÃ¨ da chiedersi, visto lâimportante obiettivo dei curatori, per quale ragione si fa ricorso a personaggi inventati, quando si poteva ricorrere ai protagonisti reali. Personaggi inventati possono facilmente portare a storie inventate, che mirano a imporre un punto di vista. Non si puÃ² mettere in discussione (si dovrebbe farlo?) la buona fede, ma la veritÃ  che puÃ² emergere dal testo di Cerasi non rende giustizia alle capacitÃ  del giovane e promettente scrittore. La mia analisi critica si fonda su alcuni assunti. Il primo: non Ã¨ affatto vero che la storia sindacale di Porto Marghera sia la storia dello âscambio di posti di lavoro con ammortizzatori socialiâ come Ã¨ detto nel romanzo. Ã un giudizio ingeneroso, ad esempio, contro la storica lotta dei lavoratori della Sava, che con oltre 800 ore di sciopero seppero conquistare, giÃ  oltre ventâanni prima della vertenza Alucentro, alternative produttive alla chiusura della fabbrica, con la costruzione di nuove aziende. Lo stesso puÃ² dirsi per la lotta, a metÃ  anni Ottanta, dellâAlluminio Italia di Marghera. Ã ingeneroso verso le lotte che migliaia di lavoratori per lunghi anni hanno sostenuto per la creazione di nuove attivitÃ  e non certo per lâestensione degli ammortizzatori sociali. Ã ingeneroso verso coloro che in cassa integrazione hanno accettato di dedicarsi, come ripiego estremo e non certo come occasione festosa, ai âlavori socialmente utiliâ, per non perdere la dignitÃ  e lâidentitÃ  di lavoratore. A meno che Cerasi non voglia, invece, sostenere che i lavoratori volevano âbattersiâ per il lavoro e il sindacato si âaccordavaâ per ottenere ammortizzatori sociali. In realtÃ , quando le vertenze per la difesa dellâoccupazione minacciata si sono concluse senza lâacquisizione di alternative produttive e con il solo ricorso agli ammortizzatori sociali (cassa integrazione, prepensionamento, mobilitÃ ), questo Ã¨ dipeso soprattutto dalla indisponibilitÃ  (e dalla mancanza di un interesse) di gruppi imprenditoriali privati, come dimostra â ma in senso opposto â la stessa vertenza Alucentro. Non si dimentichi, poi, che dove Ã¨ passata la logica dei soli ammortizzatori sociali (comunque una difesa di certe condizioni) si trattava quasi sempre di aziende sindacalizzate, prevalentemente di maggiori dimensioni e con capitale interamente o parzialmente statale e non di quelle piccole e private, dove la crisi aziendale portava semplicemente ai licenziamenti, lasciando ai lavoratori la sola possibilitÃ  di autotutelarsi. Ma cosa Ã¨ successo allâAlucentro? Lâazienda di Porto Marghera, di proprietÃ  dellâAlusuisse (la stessa multinazionale svizzera della vertenza Sava del 1972) produceva anodi per le celle elettrolitiche per la produzione di alluminio della Tlm, unâazienda dellâallora Iugoslavia collocata a Sebenico. Nel settembre del 1991 la guerra etnica in Iugoslavia fa cadere la Tlm sotto i bombardamenti. LâAlucentro perde il principale cliente e lâapertura della cassa integrazione diventa la prima conseguenza per i lavoratori di Porto Marghera. Per una fase non breve lâazienda funziona a regime ridotto nellâattesa di unâauspicabile ripresa produttiva della Tlm. Il conflitto in una Iugoslavia che si frantuma in piÃ¹ Stati non lascia ben sperare. Ã a questo punto che si pone il âche fareâ? LâAlusuisse intende chiudere completamente lâattivitÃ , i lavoratori e il Cdf si oppongono e chiedono di trasferire alcune commesse di lavoro dallo stabilimento del gruppo Alusuisse di Rotterdam a Porto Marghera. Il sindacato territoriale, invece, apre sul fronte delle alternative produttive, mettendo in risalto i pericoli di logoramento conseguenti a una lotta che aspirava a salvare impianti che non si sapeva se, quando e per chi avrebbero poi dovuto riprendere a produrre. Dice il protagonista inventato da Cerasi nel suo libro, come se fosse non inventato:





â... semplicemente si era aperta una diversitÃ  di vedute tra chi riteneva che si potesse ancora giocare qualche carta per impedire la chiusura dellâAlucentro e chi invece era del parere che la nostra lotta per il lavoro dovesse ricominciare dallâacquisizione del dato che la fabbrica era ormai inevitabilmente destinata alla chiusuraâ.  (37. Cerasi E., Quando la fabbrica chiude, Marsilio, Venezia 1994, p. 82).





Questo confronto, con tratti anche molto aspri, si esplicitÃ² in continue assemblee dei lavoratori dellâAlucentro, dove sempre prevalse la posizione del sindacato, nonostante la costante contrapposizione della maggioranza del Consiglio di fabbrica. Ma qual era la posizione sindacale? Nella relazione introduttiva al Comitato Direttivo della Fiom-Cgil veneziana del 26 ottobre 1992 si legge:





"Domani mattina saremo al Ministero del Lavoro insieme alla multinazionale svizzera Alusuisse. Dieci anni fa avremmo messo in campo tutte le iniziative per impedire la chiusura, poi alla fine â se isolati e senza essere riusciti a modificare le posizioni dellâazienda, cioÃ¨ sconfitti â ci saremmo âaccontentatiâ degli ammortizzatori sociali. Oggi, almeno per me, ciÃ² non Ã¨ piÃ¹ possibile. CioÃ¨ se il Governo ci dirÃ : si chiude e per i 180 lavoratori sarÃ  garantito il prepensionamento, la Cig, lâincentivo per chi sceglierÃ  di andarsene, io sono per dire che tutto ciÃ² da solo non ci interessa e che abbiamo bisogno di ottenere qualcosa di piÃ¹ e di diverso e cioÃ¨, da parte di Alusuisse o di altri, vogliamo in quellâarea nuovi investimenti e il Governo insieme con altri â la Regione, il Comune â deve fare la propria parte per questo obiettivo. Gli ammortizzatori sociali â accettati senza nullâaltro â significano la morte di Marghera". (38. Aiello A., Articoli, interviste, interventi, 1975-2004, Relazione introduttiva al Comitato Direttivo della Fiom-Cgil, 26 ottobre 1992, dattiloscritto).





Nel libro di Cerasi si legge anche una Postfazione di Giancarlo Fullin che puÃ² aiutarci nella comprensione dello scontro tra le due diverse linee politiche. Una lunga citazione:





Viene infine novembre [1992,  n.d.a.] e la notte del 17 [in realtÃ  Ã¨ il 5 e non il 17, n.d.a.] a Roma, malgrado tutto e malgrado il voto contrario di otto dei nove lavoratori del comitato di lotta presenti, il sindacato sottoscrive lâaccettazione della chiusura dellâAlucentro [in realtÃ  lâaccordo Ã¨ stato âsiglatoâ e sarÃ  sottoscritto solo dopo il parere favorevole dei lavoratori,  n.d.a.] e lâinizio della cassa integrazione invece della mobilitÃ  [cioÃ¨ licenziamenti, n.d.a.]. La mattina seguente i dirigenti sindacali si presentano in azienda di buonâora (sono rientrati in aereo) a presentare lâaccordo ai quadri del sindacato in fabbrica. Solo a fine mattina arrivano invece, in treno, i membri del comitato di lotta a spiegare le ragioni del loro rifiuto. Poche ore di differenza ma sufficienti perchÃ© il clima sia divenuto teso e sospettoso, e il giorno successivo [ il grassetto Ã¨ mio] lâassemblea ratifica, sia pure a maggioranza, lâaccordo [solo dieci i contrari, n.d.a.].  (39. Cerasi E., Quando la fabbrica chiude, cit., p. 130).





Tutto questo non Ã¨ sufficiente e dopo lâesito della votazione dellâassemblea Â«si apre (...) la fase piÃ¹ difficile dellâintera vicenda. Il Consiglio di fabbrica si dimette per intero e contemporaneamente chiede le dimissioni dei segretari provinciali dei metalmeccanici...Â» (40. Cerasi E., Quando la fabbrica chiude, Marsilio, Venezia 1994, p. 131). A questo punto i segretari provinciali rinviano lâincontro per la sottoscrizione dellâaccordo appena approvato dai lavoratori e cosÃ¬ si legge su Il Gazzettino di Venezia del 12 novembre 1992:





 I segretari contestati contrattaccano. In un comunicato stringatissimo, ma furioso, i due sindacalisti stigmatizzano lâatteggiamento dei rappresentanti dei lavoratori e rinviano lâincontro giÃ  fissato al Ministero del Lavoro, il 12 novembre. Al tempo stesso verrÃ  organizzata unâassemblea dei lavoratori per porre fine a ogni interpretazione di ciÃ² che Ã¨ stato deciso nellâultima assemblea. 





Lâesito di questa seconda assemblea lo lasciamo descrivere a Fullin:





Â« A pochi giorni di distanza, di nuovo in assemblea, la maggioranza che aveva ratificato lâaccordo si riduce a pochi voti e tra questi cominciano a prevalere i distinguoÂ» (41. Cerasi E., Quando la fabbrica chiude, Marsilio, Venezia 1994, p. 131).





Il cronista de Il Gazzettino di Venezia Paolo Navarro â che a differenza di Fullin Ã¨ presente allâassemblea â sul quotidiano uscito il giorno dopo lâassemblea, cioÃ¨ il 17 di novembre, scrive:





Â«Ã stata dura, durissima, ma alla fine i sindacati hanno vinto... Oggi, alle 14.30, a Roma, nella sede del Ministero del Lavoro... firmeranno la âbozza di accordoâ elaborata quindici giorni fa...Â» (42. Navarro P., Alucentro vincono i sindacati ma la maggioranza Ã¨ risicata, Â« Il Gazzettino di VeneziaÂ», 17 novembre 1992).





Ã lâaccordo che aprirÃ  la strada alla nascita di una nuova attivitÃ  produttiva. Ma unâaltra divisione vedrÃ  contrapposti nei mesi successivi il Cdf e i sindacati. Chi dovrÃ  gestire la nascita della nuova attivitÃ ? In campo ci saranno due proposte, una della Cesam, unâimpresa creata dalla Compagnia Lavoratori Portuali, e lâaltra di una societÃ  formata da una cordata di imprenditori locali. Il Cdf Ã¨ piÃ¹ incline alla proposta della Cesam, i sindacati, invece, allâaltra, che poi darÃ  origine al Centro Intermodale Adriatico. Lasciamo ancora parlare Fullin:





âIl 7 maggio 1993 si arriva finalmente allâaccordo di cessione, firmato a Roma e preceduto, due giorni prima, dalla definizione dellâintera materia a livello locale tra tutte le parti interessate... non prima del 15 novembre 1993, data fissata per il rogito, al Centro Intermodale Adriatico, che, a differenza della Cesam, si impegna a riassumere, nel tempo ma in tempi certi, tutte le maestranze. Ã una vittoria, finalmente, vera. Inoltre, essa conferma quello che i lavoratori dellâAlucentro hanno pensato fin dallâinizio...â  (43. Cerasi E., Quando la fabbrica chiude, cit., pp. 132-133).





Ma su quali basi si esprime un simile giudizio, che stravolge fatti facilmente ricostruibili su base documentale? Si Ã¨ chiesto Fullin se i lavoratori sarebbero stati parimenti in grado di esprimere questo giudizio senza lâapprovazione dellâaccordo grazie a quella votazione che lui stesso ha definito a âmaggioranza risicataâ? E si Ã¨ chiesto in quali condizioni si sarebbero ritrovati i lavoratori dellâAlucentro se la loro lotta in difesa dellâoccupazione fosse stata impostata, come voleva il Consiglio di fabbrica, sulla difesa dellâattivitÃ  esistente e cioÃ¨ mantenendo le produzioni di anodi? E chi sarebbe stato considerato responsabile di una sconfitta sicuramente pesante? Negli anni successivi tutti i lavoratori ex Alucentro rimasti senza lavoro sono stati riassorbiti dal Centro Intermodale Adriatico, dopo un periodo di formazione professionale. Gli imprenditori rimasti nella nuova societÃ  crearono accanto al Centro Intermodale Adriatico la societÃ  immobiliare Interporto di Venezia SpA, che ha proseguito in una costante politica di sviluppo nel settore della logistica, portando le aree utilizzate a tale scopo dai 227.470 mq del 1993 ai 296.500 del 2004. Rimane da chiedersi solo chi ha meglio interpretato ciÃ² Â«che i lavoratori dellâAlucentro hanno pensato sin dallâinizioÂ» non tanto per distribuire voti, quanto per capire come accanto a inevitabili processi âoggettiviâ complicati e difficili da risolvere si aggiungono altrettanti problemi che hanno una natura âsoggettivaâ e se la gestione di un tale processo realizzata con una significativa partecipazione puÃ² sempre aiutare la ricerca della soluzione possibile.









Difesa dellâoccupazione e condizioni di lavoro: il caso Fincantieri  





A Porto Marghera gli effetti di questa intensa, diffusa e prolungata lotta per (non perdere) il lavoro hanno finito per concentrare la discussione e le iniziative sindacali quasi esclusivamente sul terreno delle politiche industriali e occupazionali. CiÃ² Ã¨ vero per la grande fabbrica sindacalizzata e con una forte presenza allâinterno dei partiti politici, cioÃ¨ per realtÃ  produttive nettamente minoritarie rispetto a quelle dove risulta impiegata la quota principale del lavoro dipendente. Infatti la realtÃ  delle piccole aziende ha visto processi piÃ¹ intensi di sfruttamento e di peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita. Pur tuttavia non va dimenticato che la âminoranzaâ delle grandi fabbriche, avanzando, ha finito per âtrascinarsiâ dietro nel lâesercizio dei diritti, come sul salario, anche la maggioranza del lavoro dipendente delle piccole aziende. Pensiamo ad alcune significative conquiste che sono state estese a tutti i lavoratori dipendenti, come lâinquadramento unico dei metalmeccanici (1973) o il diritto allâinformazione sui piani produttivi e sugli investimenti delle aziende (1976).

Pensiamo, poi, ad alcuni grandi obiettivi che hanno rappresentato per il sindacato, nelle fasi di crescita, un terreno di ulteriori e significative acquisizioni attraverso la contrattazione:

1) le qualifiche professionali come strumento per intervenire e controllare lâorganizzazione del lavoro e, quindi, lo sviluppo professionale di ogni singolo lavoratore; 2) il controllo dei ritmi di lavoro; 3) lâintervento sullâambiente di lavoro attraverso lâeliminazione di tutti i fattori portatori di nocivitÃ  per i lavoratori come pure per il territorio circostante; 4) il controllo degli orari di fatto; 5) il salario aziendale.





Molte delle vertenze aziendali condotte su questi temi avevano spesso avviato momenti di sperimentazione, stravolti e superati con il sopraggiungere delle crisi aziendali. La mancanza di lavoro finisce inevitabilmente per mutare i rapporti di forza nei luoghi di lavoro a danno dei lavoratori. Lâesempio dello stabilimento di Porto Marghera, del gruppo Fincantieri, Ã¨ illuminante (44. Aiello A., La Fincantieri e la crisi della cantieristica italiana,  in Â«Economia e societÃ  regionaleÂ», 2, 2004). A metÃ  degli anni Ottanta il cantiere veneziano passa dal gruppo Efim allâIri, proprio mentre vive una delle crisi piÃ¹ difficili della sua storia. La mancanza di lavoro investe tutti i cantieri di costruzione in Italia. Il sindacato, per rispondere a questa difficile situazione, chiede e ottiene lâapertura di un negoziato a livello nazionale, con Governo e Fincantieri, per acquisire provvedimenti idonei al superamento delle difficoltÃ . Lâiniziativa sindacale finirÃ  per concentrarsi, perÃ², quasi esclusivamente sullâemergenza occupazionale. Del resto le preoccupazioni nei cantieri, da Palermo a Monfalcone, vedono tutti coinvolti: operai, impiegati, tecnici, dirigenti. Una fase, questa, che sarÃ  superata grazie alle âleggi di sostegnoâ al settore navalmeccanico emanate dal Governo. Ma si imporranno, anche, massicce ristrutturazioni che porte ranno a una forte riduzione dellâoccupazione. Nei cantieri navali della Fincantieri era estesa e radicata la pratica della contrattazione articolata, ma la crisi produttiva imporrÃ , nei fatti, il suo accantonamento per un periodo non breve. Ã, nella sua chiarezza, un processo dirompente che evidenzia una stretta correlazione tra lo sviluppo economico e industriale e la capacitÃ  di acquisizione di nuove conquiste sindacali. Durante le crisi produttive si finisce per rinunciare â volenti o nolenti â anche a conquiste consolidate. La prioritÃ  per il lavoratore Ã¨ riuscire a mantenere il proprio posto di lavoro e il reddito. Non Ã¨, perÃ², un processo indolore. Dove, come nella grande azienda, i lavoratori sono solidamente organizzati, il prevalere della prioritÃ  âoccupazioneâ sulle condizioni di lavoro crea una diffusa insoddisfazione, spesso rabbia, per lâenorme difficoltÃ  a fornire risposte alle negative conseguenze della crisi nellâattivitÃ  quotidiana dei lavoratori. Per questo, non solo alla Fincantieri, le ristrutturazioni hanno letteralmente âfrantumatoâ lavoratori e Consigli di fabbrica, indebolito i sindacati e fortemente ridimensionato la capacitÃ  di elaborare risposte sul peggioramento delle condizioni di lavoro, con lâeffetto di una vera e propria crisi della contrattazione. Sta forse in questo processo uno dei fattori determinanti della crisi della partecipazione allâattivitÃ  sindacale. Ã un dato âoggettivoâ, tuttavia lâelemento âsoggettivoâ ha anchâesso una sua importanza: lÃ  dove i Consigli di fabbrica hanno visto la presenza di delegati esperti, autorevoli, determinati si Ã¨ riusciti a portare avanti con minori difficoltÃ  la contrattazione collettiva sulle condizioni di lavoro e sul salario.
















3. Le caratteristiche e i tempi del cambiamento


Il mutamento produttivo ed economico 





Lâandamento della produzione e dellâoccupazione Ã¨ la diretta conseguenza di tre risposte date alla crisi del polo industriale. La prima, a lungo prevalente, Ã¨ la scelta di razionalizzare le attivitÃ  produttive con lâobiettivo di migliorare lâefficienza del processo lavorativo e la produttivitÃ  finale, cioÃ¨ la capacitÃ  competitiva aziendale. Razionalizzare significa intervenire sullâorganizzazione aziendale, sui ritmi di lavoro e sulla riduzione degli addetti. Il fine Ã¨ produrre la stessa quantitÃ , se non di piÃ¹, sovraccaricando i lavoratori rimasti. Per Porto Marghera la semplice lettura dei dati occupazionali, collegata alle quantitÃ  di prodotti movimentati, come precedentemente esposto, dice quanto intenso ed esteso sia stato il processo di razionalizzazione. La seconda risposta Ã¨ la riconversione industriale, cioÃ¨ la sostituzione di vecchie attivitÃ  con nuove, rimanendo nella stessa area industriale e rioccupando â tutti o in parte â gli stessi lavoratori impegnati nella precedente attivitÃ  e allâuopo riconvertiti professionalmente, modificando o introducendo ex novo gli impianti produttivi. Ã il caso dellâAlutekna, nata nel 1987 dalla chiusura dellâAlluminia Italia (1984). Ã il caso del Centro Intermodale Adriatico, nato nel 1993 a seguito della chiusura dellâAlucentro nello stesso anno. I casi di riconversione industriale sono stati, tutto sommato, limitati. La terza risposta arriva dallâinsediamento di nuove attivitÃ , che pur rioccupando complessivamente solo qualche centinaio di addetti, danno il senso della nuova direzione di marcia del polo industriale: da area industriale verso attivitÃ  di terziario avanzato. Lo dimostrano â in una certa fase â la creazione di attivitÃ  nei servizi di comunicazione della Montedison (Datamont) o i centri di ricerca e sviluppo come quello della Evc-European Vinili Corporation, o il centro di ricerca applicata nel settore dei metalli non ferrosi (il Cerive della Samim). Un punto di interesse particolare riguarda lâavvio di attivitÃ  nel settore dello smaltimento dei rifiuti industriali tossici e nocivi sia in riferimento agli stabilimenti Montedison, con la costituzione della Monteco, sia per un mercato piÃ¹ vasto, con la costituzione della Pei (Piattaforma Ecologica Industriale). Ma, nello stesso tempo, lâ abbandono di alcune storiche produzioni Ã¨ stato ampio, intenso e veloce. Nel polo industriale sono cessate le produzioni di allumina, di zinco metallo, di azotati e fertilizzanti, sono stati chiusi interi impianti del Petrolchimico, hanno cessato di esistere le produzioni oftalmiche del gruppo Galileo, lâazienda siderurgica Preo, lâAgip petroli, la Vetrocoke, i reparti Las e meccanica e un treno di laminazione dellâex Italsider, la Vidal, lâAlucentro, lâAlutekna, la Sartori, le produzioni di idrocarburi della San Marco, una moltitudine di imprese di servizi (Cite, Miorin, Fochi, Delfino, Omac, Cmcv, Soimi...) senza contare i pesanti ridimensionamenti delle attivitÃ  ancora in corso (valga per tutti il caso dellâex Metallotecnica). Nella Porto Marghera di oggi si vedono aree recuperate e dedicate a nuove attivitÃ , ma anche vaste aree dismesse e (apparentemente) abbandonate, poichÃ© necessitano di bonifiche e solo dopo queste ultime i numerosi appetiti presenti potranno trovare risposte.









Le trasformazioni qualitative dellâassetto industriale 





Ã cambiata e sta cambiando la struttura di Porto Marghera.

Il primo cambiamento strutturale riguarda lâassetto dimensionale delle aziende: una trasformazione caratterizzata dal passaggio da grandi complessi industriali a piccole e medie aziende. Abbiamo giÃ  visto, numeri alla mano, il forte ridimensionamento delle grandi aziende. Questo primo aspetto puÃ² indicare in qualche caso un decentramento produttivo finalizzato ad allentare il controllo delle organizzazioni sindacali sulle condizioni di lavoro.



Il secondo cambiamento strutturale Ã¨ stato dato dallâuscita di scena delle Partecipazioni Statali con lâabolizione dellâomonimo ministero che gestiva le numerose aziende e gruppi facenti capo alla proprietÃ  pubblica. Con lâuscita di scena dello Stato, queste aziende o sono riuscite a privatizzarsi (settore alluminio, Metallotecnica, Alutekna, ecc.) o hanno chiuso i battenti (Sava di Fusina). Si veda lâintervista a Pio Galli, sul ruolo in Italia delle Partecipazioni Statali. Ancora di proprietÃ  dello Stato Ã¨ la Fincantieri, il cui stabilimento di Porto Marghera, con i suoi 1.328 dipendenti, fa perÃ² parte di un gruppo nazionale che oggi conta 8 siti con 7.874 addetti (45. Dati tratti da www.fincantieri.com). In questo settore, che oggi opera nella costruzione di navi da crociera, sono necessari flussi finanziari ingentissimi con margini di profitti modesti se rapportati allâentitÃ  del rischio, perciÃ² cedere a qualche singolo imprenditore o gruppo industriale le attivitÃ  appare non realistico. La privatizzazione in questo caso significherÃ  sempre piÃ¹ appalti a ditte esterne private e collocazione in Borsa della societÃ  per autofinanziarsi.

 [ n.d.a., agosto 2017. Otto anni dopo l'uscita di questo testo, nel giugno 2014, la Fincantieri Ã¨ stata quotata in borsa e attualmente il gruppo ha, complessivamente, oltre 9.250 addetti e utilizza come dipendenti delle ditte di appalto almeno altri 15-18 mila lavoratori].  





Il terzo cambiamento strutturale Ã¨ la trasformazione delle produzioni: il passaggio da materiali di base a semilavorati e prodotti finiti. Il polo industriale perde quasi tutte le aziende che operavano su produzioni primarie, che ora si importano, e quindi si completa il ciclo della lavorazione.





La quarta trasformazione strutturale Ã¨ il combinato disposto delle tre precedenti: il passaggio da polo industriale ad area industriale. Il âpoloâ di Porto Marghera si basava su una modalitÃ  produttiva che prevedeva unâintegrazione delle lavorazioni tra diverse aziende, da quelle che realizzavano il prodotto primario a quelle che lo rendevano un semilavorato fino a quelle che trasformavano il semilavorato in prodotto finito. Spesso il ciclo finiva con il semilavorato, ma anche in questo caso si trattava di produzione integrata. Oggi una parte relativa di produzione integrata rimane al Petrolchimico, ma il dibattito aperto sulle prospettive della chimica a Porto Marghera appare foriero di ulteriori ridimensionamenti che possono finire per rendere del tutto marginali le produzioni integrate.





Lâultimo cambiamento strutturale riguarda la crescita delle attivitÃ  economiche nel settore del terziario.









Il peso crescente del terziario: il caso della chimica





Terziario Ã¨ un termine eccessivamente generico. Si possono collocare in questo settore quelle attivitÃ  che erogano servizi che non hanno come oggetto una produzione. Servizi personalizzati, continuativi e misurabili con tecniche contabili. Ã, questa, una descrizione e non una definizione, in quanto persiste il limite di considerare âterziarieâ tipologie di servizi non omogenee. Nel nostro caso parliamo di servizi alla produzione ( business service) e non di servizi al consumo. Le attivitÃ  terziarie sono sorte grazie alla nascita di nuove professionalitÃ  allâinterno del piÃ¹ generale processo di ristrutturazione industriale avvenuto nel Paese. Si Ã¨ assistito allo sviluppo di una produzione immateriale che va dallâideazione alla progettazione alle indagini di mercato. A Porto Marghera il rimodellamento strutturale dellâorganizzazione produttiva ha contribuito a espandere queste attivitÃ : formazione professionale, servizi finanziari, software house, servizi nel campo della comunicazione, certificazione di bilanci, servizi di logistica alle imprese, ecc. Sono tutte attivitÃ  scorporate dalle âaziende madriâ e affidate a imprese esterne che si sono progressivamente specializzate. Chi ha governato questo processo? Nella prima metÃ  degli anni Novanta il sindacato, ma anche i partiti politici veneziani, hanno tentato di incidere sullo svolgimento di questo processo. Gli interventi di sindacalisti e delegati al seminario della Filcea-Cgil di Venezia del 4-5 aprile 1989 (46. Filcea-Cgil Venezia, Ipotesi di costituzione della societÃ  dei servizi nellâarea chimica di Porto Marghera, aprile, 1989, dattiloscritto.) mostrano un approccio ancora articolato e contraddittorio, nella fase in cui, per la prima volta, il sindacato tentava di elaborare una proposta sistematizzata. Da un lato si coglieva lâimportanza strategica dellâargomento ma, nello stesso tempo, dal dibattito emergeva una ancora imprecisa cognizione della natura del processo, con ovvie conseguenze sulla linea rivendicativa. Si legge dalla relazione introduttiva al seminario:





 â... non vogliamo sostituirci alle aziende cui spetta il compito di presentare un progetto di politica industriale anche sui serviziâ.  





E oltre si denuncia



 âuna sottovalutazione del problema servizi, in riferimento ai quali si parla solo in termini di âriduzione dei costi fissiâ... Ã¨ stata fatta [dal sindacato] una riunione a Bologna che ha tentato di discutere del problema dei servizi a dimensione di area padana... la sensazione... ricavata... Ã¨ che unâintegrazione dei servizi in unâarea cosÃ¬ vasta richiede un tempo di attuazione piÃ¹ lungo, ma che tuttavia tale dimensione possa essere piÃ¹ efficace dal punto di vista delle economie di scala. Da qui lâesigenza di cominciare a discutere e disegnare un progetto per unâarea omogenea piÃ¹ piccola come Porto Margheraâ.  





In uno degli interventi si sostiene che



 âil Petrolchimico ha una meta ambiziosa: quella di proporre i propri servizi per la manutenzione di tutta Margheraâ.  





E un altro degli intervenuti:



 âSiamo partiti dal ragionamento sulla societÃ  dei servizi perchÃ© volevamo controllare un processo di esodo strisciante con interessi anche di vari partiti e di varie componenti sindacali... realizzare la struttura della societÃ  dei servizi che deve fondamentalmente servire, oltre che allâazienda, per lâautotutela e per la garanzia delle condizioni di sicurezza di salario e di potere contrattuale in fabbrica...â.  





Ma câera anche chi voleva tentare



 â... di uscire da questo limite, rompendo unâidea vecchia delle imprese, secondo cui i servizi sono un costo, sul quale si puÃ² agire esclusivamente per ridurne il pesoâ.  





E ancora un altro degli intervenuti insiste:



"Non confo  ndiamo i processi di terziarizzazione con i processi di razionalizzazione, sono due cose diverse. Le terziarizzazioni sono lâuscita con la costituzione di aree di business di pezzi importanti di produzione di servizi finali, mentre le pulizie e il facchinaggio ecc. sono processi di razionalizzazione... che possono... diminuire i costi, attraverso la riduzione degli organici e una minore tutela dei lavoratoriâ.  





Da queste poche e semplici considerazioni riportate si possono ricavare alcuni spunti importanti per una sintesi sulle posizioni che venivano emergendo in una parte significativa del sindacato:





1. a Porto Marghera il governo del processo di terziarizzazione doveva essere diretto dal gruppo industriale piÃ¹ forte, cioÃ¨ il gruppo chimico allora facente capo alla societÃ  Enimont. Il termine terziarizzazione Ã¨ qui usato impropriamente se si considera la definizione di terziario di inizio paragrafo, in quanto ci si riferisce alla esternalizzazione anche di servizi e attivitÃ  che hanno come oggetto la produzione. Tuttavia, ciÃ² nulla toglie allâacquisizione nel sindacato della consapevolezza di un processo che non va ostacolato ma possibilmente diretto e governato o almeno co-determinato;

2. una societÃ  di servizi serve non solo a ridurre i costi di Enimont, ma Ã¨ unâopportunitÃ  imprenditoriale, che puÃ² e deve dispiegarsi su un territorio piÃ¹ vasto individuato nel territorio veneziano;

3. la costituzione di una struttura centralizzata Ã¨ funzionale anche a unâestensione delle sue attivitÃ  su un territorio ancora piÃ¹ vasto e cioÃ¨ âlâarea padanaâ (Ferrara, Mantova, Ravenna), ove sono insediati altri siti chimici;

4. se questo processo Ã¨ guidato da Enimont, si possono contrattare gli effetti occupazionali della ristrutturazione tutelando gli esuberi di Enimont con il reinserimento nella nuova societÃ  di servizi;

5. si nota anche una distinzione tra servizi e servizi: sembrano esservi servizi nobili, come Â«aree di business di pezzi importanti di produzione di servizi finaliÂ» e servizi poveri, come Â«le pulizie e il facchinaggio ecc.Â».





Come si vede Ã¨ unâidea che nasce da Marghera e resta  Margherochimicocentrica .

Con riferimento alle professionalitÃ  necessarie a guidare questo processo, si pensava di immettere dentro la âsocietÃ  dei serviziâ adeguate figure capaci di gestirlo: ingegneri, progettisti, tecnici. Cosa si Ã¨ realizzato? Il processo di terziarizzazione ha visto, di certo, lo scorporo di professionalitÃ  elevate come le figure degli âstrumentistiâ, cioÃ¨ i controllori di tutta la strumentazione relativa alla gestione degli impianti, o dei âmotoristiâ, addetti alla manutenzione di tutti i mezzi di movimentazione (carrelli elevatori, gru, ecc.). Ma la âsocietÃ  dei serviziâ non Ã¨ mai stata costituita, verosimilmente per lâuscita di scena di Enimont. Dopo il passaggio della societÃ  al gruppo Eni cambia la strategia industriale e si avvia la cessione, con la vendita, di âpezziâ di cicli produttivi ad altre societÃ . Ã una destrutturazione del gruppo chimico a Porto Marghera, che porta a una politica che ribalta lâipotesi della âsocietÃ  unica di serviziâ: ogni societÃ  provvederÃ  in proprio a gestire molte delle attivitÃ  affidate con specifici appalti a ditte terze. CiÃ² provocherÃ  una moltiplicazione dei costi complessivi, anche se questa autonomia gestionale puÃ² rendere il controllo sui servizi piÃ¹ stringente ed efficace. Lâidea della âsocietÃ  di serviziâ avrebbe ancora oggi una sua va- lenza, ma verosimilmente Ã¨ unâipotesi che non ha futuro. Le ragioni di questa conclusione stanno nella diversa direzione di marcia delle attivitÃ  chimiche di Porto Marghera: non si pensa piÃ¹ a politiche di sviluppo, non si realizzano piÃ¹ nuovi investimenti, non si costruiscono piÃ¹ nuovi impianti. Lâidea di una âsocietÃ  di serviziâ Margherochimicocentrica appare perciÃ² anacronistica. Va rilevato, perÃ², che a Porto Marghera un esempio significativo di terziario realizzato Ã¨ il Parco scientifico e tecnologico, il Vega, dove si sono insediate attivitÃ  prevalentemente di produzione immateriale. Un progetto sicuramente diverso dalla âsocietÃ  di serviziâ, forse con al centro â almeno in prospettiva e potenzialmente â un terziario piÃ¹ avanzato. E forse non Ã¨ casuale che sia nato su unâarea dismessa dalla vecchia azienda chimica Agrimont.









CiÃ² che resta e ciÃ² che Ã¨ cambiato della âvecchiaâ Porto Marghera 





Lâoccupazione diretta giÃ  ampiamente ridotta, come abbiamo visto, alla fine degli anni Ottanta, dopo ulteriori quindici anni risulta, nel 2003, pari a poco piÃ¹ di 12.000  unitÃ  (47. Ente Zona Industriale, Relazione del Presidente allâassemblea degli associati, giugno 2004, allegato 1). Il settore metallurgico e siderurgico Ã¨ passato dai 5.460 addetti del 1978 ai 1.081 del 2003. Nello stesso periodo il comparto dei petroli Ã¨ passato da 1.654 a 541 addetti, la cantieristica da 2.972 a 1.328, mentre la chimica Ã¨ stata letteralmente falcidiata, passando da 12.557 a 2.802 addetti. Cosa vuol dire oggi perseguire una politica di sviluppo? Bisogna certamente puntare sulle risorse fondamentali che Porto Marghera possiede ânaturalmenteâ, a partire dalla sua predisposizione ad area portuale, con chilometri di banchine diffuse, oltre al porto concentrato e organizzato nelle aree di pertinenza. Per insediare nuove attivitÃ , di qualsiasi tipo, non solo sono indispensabili aree bonificate dove costruire le nuove realtÃ , ma ancora piÃ¹ indispensabile Ã¨ lâindirizzo urbanistico che definisca le tipologie di attivitÃ  che possono collocarsi. A questo proposito va rilevato che per la prima volta, nel 1999, il Piano Regolatore Generale del Comune di Venezia prende in considerazione le aree industriali di Porto Marghera, attraverso lâelaborazione di una âvarianteâ con la quale si tracciano i potenziali interventi volti a ridisegnare aree significative della II Zona Industriale. Tutte le norme parlano di occupazione di aree disponibili con attivitÃ  di carattere innovativo. Ma le aree costano troppo, bisogna quindi trovare nuove utilizzazioni redditizie. Del resto la variante ha in sÃ© la possibilitÃ  di fare quello che si vuole, se inquadrata nellâambito di un progetto di sviluppo qual Ã¨ il âPiano strategico per Veneziaâ elaborato dallâamministrazione comunale. Definire urbanisticamente i destini dellâarea industriale Ã¨ importante e propedeutico a ogni altra iniziativa, ma di per sÃ© non Ã¨ sufficiente a ottenere i risultati cui si mira. Per questo bisogna guardare alle azioni diversificate messe in atto per insediare nuove attivitÃ , richiamandone i risultati ottenuti, a partire da quelli degli anni Novanta, e cercando poi di cogliere le tendenze in atto proprio con lâavvento del nuovo millennio.









Promomarghera e Parco scientifico e tecnologico





Per ridisegnare Porto Marghera sono stati messi a punto due strumenti specifici atti a predisporre le condizioni tipiche di un âincubatoreâ industriale. Il primo strumento Ã¨ Promomarghera SpA, societÃ  nata nel 1994 e partecipata da Comune, Provincia, Veneto Innovazione (societÃ  della Regione Veneto), Unindustria veneziana, Enichem, Gepi, Csi. Va rilevato che Comune di Venezia e Unindustria detengono insieme il 65% delle quote societarie, sono cioÃ¨ le strutture di riferimento per la gestione della societÃ . Promomarghera ha come scopo principale promuovere lâinsediamento di nuove attivitÃ  individuando, con iniziative mirate di marketing, gli investitori e le tipologie produttive da insediare. Lo stesso Governo ha riconosciuto, inserendo Marghera nelle aree di crisi e di declino industriale in Europa, questa veritÃ . La nostra area Ã¨ tagliata fuori dai processi di sviluppo programmati o spontanei che pure si manifestano nelle aree forti del centro Europa. Nasce da questi fatti Promomarghera, ovvero la necessitÃ  di azioni di promozione e incentivi, in modo da attrarre capitali e investimenti che altrimenti andrebbero in altre direzioni. Promomarghera ha tra i suoi compiti principali quello di contribuire a definire il riassetto urbanistico e il destino delle aree. Tali obiettivi devono essere fatti propri dallâEni e dalla Gepi, cioÃ¨ dal Governo, e per questo bisogna dare continuitÃ  al lavoro avviato con la task-force della Presidenza del Consiglio dei ministri per i problemi occupazionali. Operare nella reindustrializzazione puntando su attivitÃ  di piccola e media dimensione Ã¨ in larga parte cosa obbligata, tuttavia Ã¨ necessario guardare sia alla qualitÃ  delle imprese che alla loro collocazione sui mercati internazionali. A Marghera Ã¨ necessario portare anche multinazionali, se si vuole essere inseriti in un mercato sempre piÃ¹ globale. Se questo Ã¨ lâobiettivo non vi possono essere pregiudizi sugli strumenti che utilizza Promomarghera e cioÃ¨ una struttura locale o, in alternativa, promoter internazionali (48. Aiello A., Articoli, interviste, interventi, 1975-2004, Relazione al Comitato Direttivo Cgil Venezia, 31 marzo 1994, dattiloscritto). Il secondo strumento Ã¨ la creazione, nel 1993, del Parco scientifico e tecnologico ( Venice Gateway for Science and Technology: in breve Vega), per opera di 34 soci tra cui gli enti pubblici locali, gruppi bancari, le due universitÃ  veneziane e importanti imprese tra cui Eni e Fincantieri. Il 50% dellâinvestimento effettuato Ã¨ finanziato con fondi dellâUnione Europea (Programma Renaval). Il Vega nasce a ridosso della gronda lagunare e si estende, nella prima fase, per circa 1,5 ettari nellâex sito industriale Agrimont dismesso qualche anno prima. Nel 1996, al termine della prima fase del progetto, ospita giÃ  37 aziende e si delineano le prime partnership tra aziende che hanno avviato rapporti in virtÃ¹ proprio della collocazione nel Parco scientifico, che ha permesso lâavvio di contatti commerciali. Il Vega aspira a diventare il simbolo principale della rinascita di Porto Marghera e si pone come interfaccia tra lâevoluzione tecnologica internazionale, Venezia e il suo entroterra, con lo scopo di creare un tessuto connettivo tra le risorse intellettuali, scientifiche e imprenditoriali, per fornire servizi molto qualificati alle piccole e medie aziende, in collaborazione con lâuniversitÃ  e i centri di ricerca. Â«Vega Ã¨... un nuovo concetto di zona industriale a ridotto impatto ambientale dedicato alle imprese ad alta tecnologia che hanno bisogno di un contatto diretto con il mondo della ricercaÂ» (49. Cfr. www.vegapark.ve.it). Il sindaco Paolo Costa, dopo i primi cento giorni dalla sua nomina, su Marghera affermava che Â«le procedure per le bonifiche sono troppo lente, chiederemo al ministro e alla Regione di cambiarle. Per la riconversione di Marghera dovremo utilizzare Vega per la parte tecnologica, lâImmobiliare per lâacquisto delle aree, PromoMarghera come sportello unico e guida per le aziende interessate allâacquistoÂ» (50. Vitucci A., Il futuro di Venezia Ã¨ in Internet. Costa fa il bilancio di cento giorni. I piani del sindaco, Â«La Nuova VeneziaÂ», 5 agosto 2000) Ma quali risultati concreti si sono acquisiti a seguito delle iniziative di Promomarghera e di Vega? Questâultimo agiva con una mission ben definita, lungo tre direttrici:

a. lo sviluppo di attivitÃ  collegate ai centri che producono innovazione;

b. il trasferimento di tecnologie nei processi produttivi con lâutilizzo di conoscenze internazionali a supporto del modello imprenditoriale veneto;

c. lâimpiego di forza lavoro intellettuale e lâallargamento della base occupazionale tramite lâindotto secondario e terziario.

A proposito di realizzazioni si legge sul sito del Parco scientifico:





 âAttualmente in Vega operano circa 400 persone, che diventeranno piÃ¹ di un migliaio nei prossimi mesi in occasione degli insediamenti delle nuove aziende negli edifici di Nova Marghera. Il 52% degli addetti che lavorano nelle aziende di Vega Ã¨ in possesso di laurea, il 48% ha il diploma di scuola media superiore. Tra le lauree spiccano ingegneria, architettura ed economia e commercio. I diplomi che hanno trovato maggiore sbocco professionale sono: perito informatico (21%), ragioneria (17%) e liceo scientifico (14%). Lo sviluppo futuro comporterÃ  unâoccupazione stimata in 2.500-3.000 unitÃ  nei prossimi tre-cinque anniâ  (51 Cfr. www.vegapark.ve.it).





A Venezia non sono mancate critiche al progetto Vega, considerato da alcuni esponenti politici Â«una mera operazione immobiliareÂ». Di converso, sono molti a ritenere, sulla base di dati empirici acquisiti da altre esperienze avviate, anche in campo internazionale, che i risultati derivati dallâinsediamento e dallâattivitÃ  di un parco scientifico e tecnologico si possono verificare su un tempo mediolungo (oltre i dieci anni). Per quanto riguarda Promomarghera, in dieci anni ha realizzato tre Convenzioni con il Ministero del Lavoro, ottenendo fondi per complessivi 13 milioni di euro, con i quali ha finanziato progetti (fino al massimo del 18% dellâinvestimento complessivo) finalizzati a produrre nuovi occupati nellâarea industriale. Non si occupa direttamente di urbanizzazione, nÃ© della costruzione di edifici, ha piuttosto un ruolo di controllo ai fini di una coerente evoluzione dei progetti finanziati. Dei tre progetti, il primo Ã¨ andato a regime nel luglio 2005, il secondo nel 2006 e il terzo vi andrÃ  nel 2007. I tre progetti finanziati prevedono nuova occupazione diretta per 500-600 unitÃ , e unâoccupazione indiretta non quantificabile con precisione ma stimabile intorno alle 1.500 unitÃ . Da un breve calcolo, stimando che i 13 milioni di euro rappresentino il 15% degli investimenti realizzati, si puÃ² presumere che Promomarghera ha âspintoâ oltre 85 milioni di euro di investimenti nel lâarea, con un costo per ogni nuovo posto di lavoro creato intorno ai 140.000-170.000 euro.









Aeroporto e porto





Aeroporto e porto sono due strutture sempre piÃ¹ strategiche per lâeconomia veneziana. Per Coin lo sviluppo dellâaeroporto veneziano Marco Polo puÃ² benissimo fungere anche da volano per attivitÃ  di logistica. Nessuno puÃ² negare lâimportanza fondamentale di una tale struttura, ai fini dello sviluppo non solo dellâarea veneziana ma per lâinsieme del Nordest, anche attraverso un intreccio tra il settore turistico e quello produttivo, offrendo a questâultimo una struttura nel campo della logistica che funga da magnete per gli investimenti futuri. Per quanto riguarda il porto di Venezia Ã¨ interessante guardare al suo sviluppo in terraferma collegato al processo piÃ¹ ampio di esodo dalla cittÃ  storica (52. Federici G., Portuali a Venezia: cinquantâanni di storia del porto 1945-1995, Il Cardo, Venezia 1996). Le trasformazioni del porto di Venezia sono state intense. I lavoratori portuali che operavano in esclusiva nelle zone portuali protette dalla concorrenza grazie a un sistema di leggi dello Stato (fatte salve le autonomie funzionali, ovvero la possibilitÃ  per le aziende dotate di banchina di effettuare in proprio lo sbarco e lâimbarco delle merci legate alla loro attivitÃ ) si sono dovuti misurare, a seguito di interventi legislativi, con nuove societÃ  nate per operare in regime di concorrenza nel porto. Di queste le principali sono: la Vecon nel settore container, il Cia (Centro Intermodale Adriatico) e la Tiv, che operano in diretta concorrenza con le strutture nate dalla ex Compagnia Lavoratori Portuali.

Â«Nel 2000 il porto di Venezia occupava piÃ¹ di 18.000 addetti e ha registrato un fatturato di oltre 2.000 miliardi [di lire], con 1.100 miliardi di diritti doganali accertati a tutto ottobre... al [suo] rilancio non Ã¨ estranea la congiuntura internazionale che vede una nuova centralitÃ  del Mediterraneo dopo una lunga fase di declino e marginalizzazione...Â»  (53. Cfr. Longo V., Merotto G., Sacchetto D., Zanin V.,  Lavoratori marittimi. Profili sociali e nuove domande di servizi,  Osservatorio, Pubblicazioni, Venezia 2002, p. 90).





In particolare Â«per 15 anni il mercato crocieristico Ã¨ cresciuto a un tasso annuale dellâ8%... Il mercato crocieristico europeo ha continuato la sua crescita a un tasso superiore a quello statunitenseÂ». (54. Cfr. Longo V., Merotto G., Sacchetto D., Zanin V., Lavoratori marittimi. Profili sociali e nuove domande di servizi, Osservatorio, Pubblicazioni, Venezia 2002, p. 91).





Nel 2000 Venezia Ã¨ stato il maggiore porto italiano per quantitÃ  di traffico turistico legato al settore crocieristico. LâItalia Ã¨ attualmente il primo produttore mondiale di navi da crociera e proprio a Marghera si trova il secondo maggior stabilimento italiano per la costruzione di questa tipologia di navi. GiÃ  nel 1989, con molta nettezza lâallora presidente del porto Alessandro Di CiÃ² poteva affermare che:





â... lâattivitÃ  commerciale del Porto, ossia il valore delle merci che transitano in entrata e in uscita, sfiora i 20.000 miliardi [di lire]. Il conto Ã¨ molto semplice: 25.000 milioni di tonnellate, a 700-800 lire al chilo, fanno una cifra vicina ai 20.000 miliardi [di lire]. Ã un fiume di denaro che, lâho giÃ  detto una volta, come il Nilo dove passa irriga!â  (55. Cfr. lâintervento di A. Di CiÃ² in Coses e Comune di Venezia (a cura di), Porto Marghera. Proposte per un futuro possibile, cit., p. 527)





E infatti lo sviluppo del porto sarÃ  intenso negli anni successivi, come si evince dalla tab. 3. Uno sviluppo intenso fino al 2004, anno nel quale si registra il primo calo del traffico complessivo. Nei dati riportati si evidenziano nettamente sia le caratteristiche della trasformazione economico-industriale che ha interessato Porto Marghera, sia la consistente riduzione della movimentazione nel comparto industria. Ã uno dei segni piÃ¹ evidenti della crisi delle produzioni tipiche del polo industriale di Porto Marghera
















 Il futuro Ã¨ la âlogisticaâ?  





Nel corso dei primi anni del nuovo millennio si sono intensificate massicciamente le proposte per assegnare a Porto Marghera un ruolo logistico di primissimo piano negli scambi internazionali di merci.





"Il Piano strategico di Venezia 2004-2014, recentemente licenziato dalla Giunta comunale... non solo condivide lâopportunitÃ  e la necessitÃ  di qualificare Venezia quale nodo di eccellenza della logistica delle merci, ma ritiene che questo asse di sviluppo rappresenti uno dei punti di forza del processo evolutivo del sistema locale"  (56. Cfr. Isfort - Istituto superiore di Formazione e Ricerca per i Trasporti, Documento di base per il Convegno organizzato da Comune di Venezia, Fondazione di Venezia, Venezia 2000 Cultura e Impresa, Venezia nodo di eccellenza della logistica, Mestre, 26 novembre 2004).





"Il Piano strategico... si differenzia dalla pianificazione urbanistica per il fatto di essere orientato ad azioni socioeconomiche tra loro integrate piuttosto che alla regolamentazione dellâuso del suolo, e si differenzia dalla pianificazione classica a medio e lungo termine perchÃ© non Ã¨ limitato allâadattamento delle aspettative alle tendenze considerate normali, ma Ã¨ rivolto alle nuove opportunitÃ  e ai nuovi obiettivi. Lâobiettivo generale che si pone il Piano strategico di Venezia Ã¨ quello di costruire in un futuro vicino e misurabile una cittÃ  caratterizzata dallâalta qualitÃ  del la vita dei suoi abitanti â nei suoi aspetti relazionali, lavorativi e culturali â e dallâalta qualitÃ  dei suoi assetti fisici e ambientali"  (57. Cfr. lâintervento di R. DâAgostino, in Comune di Venezia, Piano di Venezia. Linee, strategie e politiche, ottobre 2004).





Se lâidea della logistica fosse impostata in modo da soverchiare ogni altra ipotesi produttiva, potrebbe limitare le potenzialitÃ  del territorio. Viene in mente, a tale proposito, unâesperienza significativa: lâidea dellâExpo a Venezia, lanciata da Gianni De Michelis, che nei primi anni Novanta incontrÃ² una netta bocciatura, sebbene





"lâobiettivo primario del progetto nel territorio veneto era il reinserimento dellâarea veneziana (Venezia, Mestre, Marghera, la laguna) allâinterno della realtÃ  regionale, facendola diventare un nodo significativo rispetto alla rete di centri urbani che caratterizza la regione"  (58. Aa.Vv., Venezia 2000. Idee e progetti, Marsilio, Venezia 1995, p. 19).





I motivi della bocciatura si possono forse ritrovare in una frase di unâintervista dellâallora presidente della Save di Venezia, Gianni Pellicani, che rilevava come





lâExpo voleva mettere in moto un motore â e lâidea era giusta â ma Ã¨ discutibile il modo in cui voleva farlo e soprattutto il fatto che volesse farlo da sola. La macchina delle attivitÃ  economiche puÃ² essere rimessa in moto, ma con altri metodi  (59. Bonomi A. (a cura di), Privatizzare Venezia, Marsilio, Venezia 1995, p. 195).





Ã certamente indiscutibile quella che Ã¨ una vocazione naturale di Venezia, centro organizzatore della logistica per almeno due motivi: da un lato le infrastrutture esistenti â aeroporto, porto, nodo ferroviario, rete stradale, idrovie â in una combinazione rara nel nostro Paese (e non solo); dallâaltro la collocazione geografica di Venezia al centro di uno snodo strategico per i traffici verso il Nord Europa e nellâasse Lisbona-Kiev. Del vantaggio di Venezia in termini di accessibilitÃ  sono rivelatori i dati riportati in tab. 4 da uno studio dellâIsfort














Ma esistono anche limiti che vanno superati per realizzare questa vocazione.

Il primo Ã¨ che Â«bisogna abbandonare i particolarismi e ragionare in termini di networkÂ» e per questo Ã¨ indispensabile Â«un coordinamento piÃ¹ efficiente dei nodi trasportistici esistenti al fine di connettersi in modo competitivo ai nodi di eccellenza del Nord EuropaÂ» (60 Cfr. Isfort - Istituto superiore di Formazione e Ricerca per i Trasporti, Documento di base per il Convegno organizzato da Comune di Venezia, Fondazione di Venezia, Venezia 2000 Cultura e Impresa, Venezia nodo di eccellenza della logistica, Mestre, 26 novembre 2004), per intercettare la globalizzazione dei mercati e la crescita esponenziale degli scambi di merce tra le tre principali aree commerciali del mondo (Giappone, Nord America ed Europa). Questa globalizzazione ha imposto una piÃ¹ decisa razionalizzazione dei flussi di traffico tra tali aree.

Il secondo Ã¨ la necessitÃ  di eliminare le strozzature presenti nella rete, come il passante di Mestre.

Il terzo Ã¨ il bisogno di rafforzare le condizioni del sistema.

Le condizioni per un ruolo rilevante di Venezia nel sistema della logistica di Venezia esistono concretamente, tuttavia non va dimenticato che Venezia Ã¨ una cittÃ  metropolitana. Lâaggettivo âmetropolitanaâ non Ã¨ assegnato tanto per la dimensione territoriale o per il numero di abitanti, quanto perchÃ© vi sono presenti, contemporaneamente, piÃ¹ servizi di eccellenza. E Venezia questi servizi di eccellenza li detiene nelle attivitÃ  culturali e monumentali, nelle sue due sedi universitarie, nelle piÃ¹ volte citate infrastrutture, nei centri di ricerca. La cittÃ  metropolitana non Ã¨ una costruzione artificiale quanto il frutto di decenni di lavoro, di esperienze via via consolidate e costruite con fatica. Ã questa la âbuona miscelaâ che bisogna salvaguardare per dare prospettive piÃ¹ solide allâeconomia veneziana. E nella miscela non possono mancare le attivitÃ  produttive di Porto Marghera, certamente risanate e rese compatibili con lâecosistema lagunare. Ormai la crisi degli insediamenti industriali storici di Porto Marghera e delle attivitÃ  portuali, estesa e profonda negli anni Ottanta e Novanta, ha cambiato il volto dellâeconomia veneziana, imponendo un nuovo equilibrio tra attivitÃ  industriali e attivitÃ  economiche nei servizi e nel turismo. Il rilievo delle attivitÃ  industriali ha contribuito significativamente a definire il nuovo mix produttivo e il mantenimento di attivitÃ  industriali risanate e rinnovate appare essere ancora un obiettivo irrinunciabile.








































4. Qualche considerazione finale


Il territorio veneziano si trova dinanzi a problemi assai caratterizzati e particolarmente intensi. Pensiamo solo alle questioni sollevate dalla problematica ambientale a Porto Marghera, con il loro crescente peso nella politica della cittÃ , cioÃ¨ nelle scelte che la collettivitÃ  assume e a cui si vincola. In tale complessitÃ  assume unâimportanza rilevante la costruzione di regole comunemente condivise, e tra queste la responsabilitÃ . Lâetica della responsabilitÃ  ha lo scopo fondamentale di impedire la ricerca di scorciatoie mentre si tenta di affrontare problemi complessi. Ã, come dire, un freno non alla demagogia (di cui la politica nel suo rapporto con le masse non puÃ² fare a meno) ma alla demagogia senza nullâaltro. Ã sicuramente un argomento difficile, ma quanto positivo potrebbe essere premiare colui o coloro che nelle scelte collettive determinano quelle che si dimostrano giuste e viceversa sanzionare chi compie quelle sbagliate? Ne risulterebbe un criterio di selezione della classe dirigente politica trasparente e di grande efficacia. Non che oggi ciÃ² non accada, ma si tratterebbe, nellâambito della politica, di tramutare lâeccezione in regola. Una vicenda che puÃ² ricondursi a questa problematica Ã¨ quella del caso Galileo.









 Il caso Galileo: errori senza responsabilitÃ 





La Galileo Industrie Ottiche Riunite (da ora in poi Galileo), azienda storica di Porto Marghera, dieci anni dopo essere divenuta interamente di proprietÃ  dello Stato (al 50% nel 1969 e al 100% nel 1976) viene nuovamente venduta a un imprenditore privato. La privatizzazione Ã¨ resa inevitabile dalle continue perdite, che per il solo 1986 toccano la cifra, stratosferica, di 14 miliardi di lire (in quegli anni le aziende a partecipazioni statali sono tutte nellâocchio del ciclone per il loro andamento negativo, quasi generalizzato). La Galileo viene ceduta a una societÃ  dellâIri, la Sofin, che ha il compito di dismettere le attivitÃ  industriali che le vengono conferite. Il che vuol dire o trovare un acquirente o chiudere. La Galileo trova un acquirente che si impegna a rilanciare lâazienda in campo nazionale ed estero e a rioccupare tutti i dipendenti rimasti. Alle parole seguono i fatti. A Marghera riprendono il lavoro quasi 400 dipendenti, un centinaio in piÃ¹ dei previsti, e ciÃ² grazie a nuove assunzioni. Si aprono nuovi stabilimenti in Usa, Irlanda, Russia e nuovi centri di produzione in Belgio e Spagna. Si tenta di costruire un ulteriore stabilimento a Longarone, nel cuore del distretto dellâocchialeria del Bellunese (un investimento di alcune decine di miliardi di lire, tra fine anni Ottanta e primi anni Novanta). Questi fatti portano a considerare errata la tesi di Roverato, secondo cui ciÃ² che Ã¨ avvenuto alla Galileo Ã¨





Â«... unâimprovvida privatizzazione, che âregalaâ a terzi (come, perchÃ©?) il patrimonio immateriale, ma tuttavia economicamente pesante, di un marchio giunto a livello di eccellenza nella sua specifica tipologia produttivaÂ» (61. Cfr. Roverato G., âPostfazioneâ, in Romanato M., La memoria del lavoro. Le carte del Consiglio di fabbrica della Galileo Industrie Ottiche (1947-2000), Annali 4, Centro studi Ettore Luccini, Padova 2003).

La crisi aziendale sopraggiunge circa otto anni dopo, quando si registra una  Â«... crisi delle vendite in Europa e in particolare in Italia...Â»   (62. Cfr. Roverato G., âPostfazioneâ, in Romanato M.,  La memoria del lavoro. Le carte del Consiglio di fabbrica della Galileo Industrie Ottiche (1947-2000 ), Annali 4, Centro studi Ettore Luccini, Padova 2003, p.190).

La lotta per âcacciareâ il proprietario durÃ² due anni, un periodo di tempo lunghissimo per un settore che ancora oggi si basa su una forte politica commerciale in un mercato altamente concorrenziale. Dopo due anni, non era facile rimettere la Galileo sul mercato, nÃ© trovare un imprenditore disposto a rilevare lâazienda. Del resto, come ha ricordato Roverato, il bene piÃ¹ prezioso era il prestigioso marchio e i concorrenti a quello, e solo a quello, aspiravano. IniziÃ² cosÃ¬, dopo lâuscita di scena del vecchio proprietario, un ulteriore periodo difficile e, nel marzo del 1998, 170 lavoratori sui 253 rimasti si videro recapitare la lettera di licenziamento. Fu allora che i lavoratori occuparono lâazienda (non era la prima volta) e la conclusione fu lâacquisizione della Galileo da parte di unâazienda del Bellunese, la Ital-Lenti, che si impegnÃ² a riassumere un centinaio di lavoratori. Successe tuttâaltro e lâattivitÃ  non ha piÃ¹ ripreso a Marghera, mentre si Ã¨ mantenuto in funzione il Centro servizi di Milano, con diverse decine di addetti. La Ita Lenti ha, di fatto, comprato il solo marchio, rivelando in tal modo il suo vero disegno. Non esiste la prova certa che la linea sindacale finita in minoranza fosse quella giusta, ma esiste la prova che la linea prevalsa Ã¨ risultata sbagliata, proprio come sosteneva chi non la condivideva. Sbagliare Ã¨ certamente possibile, resta da stabilire se gli errori hanno un costo. Un costo vi Ã¨ stato per lâimprenditore, estromesso dalla proprietÃ ; per le banche, che non sono riuscite a recuperare alcune centinaia di miliardi; per i lavoratori, che hanno perso il posto di lavoro (ma hanno scelto consapevolmente una linea sindacale risultata incapace di rispondere ai problemi della loro azienda). E i sindacalisti che hanno portato avanti quella linea? Risultano gli unici a non aver pagato il costo di un proprio errore. Un quesito si pone: Ã¨ credibile un sindacato che non affronta un tema come quello della responsabilitÃ ? La Fiom nazionale, dopo la sconfitta alla Fiat, nel 1980, produsse cambiamenti radicali nel proprio gruppo dirigente, ma non sempre si Ã¨ seguita questa strada. Nel caso Galileo questo dibattito, purtroppo, Ã¨ mancato.









La sfida di una nuova cultura del lavoro 





La complessitÃ  attuale richiede un approccio prudente, ma non per questo deve venir meno il principio della responsabilitÃ  prima soggettiva e poi collettiva. Qui si gioca la credibilitÃ  di una classe dirigente che dovrebbe essere in âformazione permanenteâ. La personalizzazione della politica e il sistema elettorale maggioritario accentuano la dicotomia partitica e producono atteggiamenti di contrapposizione. Forse bisognerebbe non solo dare centralitÃ  ai programmi politici ma anche introdurre nei programmi temi piÃ¹ audaci, che potrebbero essere forieri di freschezza nel dibattito. Pensiamo al tema del lavoro. Possiamo chiederci con Rozzi: Â«Davvero il lavoro Ã¨ sempre unâespressione costruttiva dellâuomo?Â» (63 Rozzi A.R., Costruire e distruggere. Dove va il lavoro umano?, Il Mulino, Bologna 1997, p. 7).

In certe culture primitive Ã¨ cosÃ¬ presente la consapevolezza della distruttivitÃ  del lavoro da trasformarsi religiosamente in rito, per esempio quello che ripara la terra âferitaâ dallâaratro.





âQuesto elemento di violazione e di violenza Ã¨ presente in ogni fabbricazione, e homo faber, il creatore del mondo dellâartificio umano, Ã¨ sempre stato un distruttore della natura. Lâ animal laborans, che con il suo corpo e con lâaiuto di animali addomesticati alimenta la vita, puÃ² essere il signore e padrone di tutte le creature viventi, ma rimane ancora il servo della natura e della terra; solo homo faber si comporta come signore e padrone di tutta la terraâ  (64. Arendt H., Vita activa: la condizione umana, Bompiani, Milano 1989, pp. 99-100).





Oggi vi Ã¨ la consapevolezza sempre piÃ¹ diffusa che la natura non Ã¨ inesauribile: distruzione di risorse, inquinamento, spreco sono il prezzo pagato alla nostra opulenza. Nel futuro del mondo capitalistico avanzato, e quindi anche di Porto Marghera, il lavoro tenderÃ  a essere un luogo di convivenza e di scambi anche per la diminuita necessitÃ  del lavoro come tradIzionalmente inteso e realizzato. Forse sta in questo passaggio quello che a volte appare come un vero e proprio smarrimento della classe dirigente veneziana, un passaggio che vede aumentare le possibilitÃ  di sostituire il lavoro tradizionale, centrato sulla performance, con lâattivitÃ . Ã drasticamente diminuito, direbbe Marx, il  lavoro vivo, grazie ai considerevoli progressi tecnologici. E, nello stesso tempo, Ã¨ aumentato il lavoro rivolto alle persone. Sono cresciute, nello stesso settore industriale, attivitÃ  non produttive di beni materiali: comunicare, vendere, organizzare, formare professionalmente. Sono tutte attivitÃ  che hanno al centro la cura dellâuomo e sono caratterizzate dal rapporto non invasivo, non distruttivo con la natura. CiÃ² rappresenta un netto cambio di direzione e puÃ² darsi che per questo Â«imprenditori, sindacalisti, politici, abbiano paura di una perdita di potere sul lavoroÂ» (65. Rozzi A.R., Costruire e distruggere. Dove va il lavoro umano?, p. 52).

O forse il sistema economico Ã¨ impossibilitato ad accogliere un simile cambiamento. Dahrendorf si chiede e si risponde:





Â«Esiste un punto di aggancio nel campo dellâistruzione, che puÃ² contribuire a spianare la strada dalla frantumante societÃ  del lavoro allâattraente societÃ  dellâattivitÃ ? A questa domanda non ho rispostaÂ» (66. Dahrendorf R., Per un nuovo liberalismo, Laterza, Bari 1988, p. 159).





Si Ã¨ impreparati dinanzi alle aumentate possibilitÃ  di cominciare a sostituire il lavoro tradizionale con lâattivitÃ , verosimilmente perchÃ© viviamo sotto la spinta di un modello di economia capitalistica con il suo problema che Â«non Ã¨ in primo luogo produrre ancora piÃ¹ merci, ma produrre sempre di piÃ¹ gli uomini destinati a consumare queste merciÂ»  (67. Rozzi A.R.,  Costruire e distruggere. Dove va il lavoro umano?,  p. 86).





Anche a Porto Marghera la cultura dellâindustrialismo non ha tenuto conto a sufficienza di quanto

Â«il lavoro che investe la natura sia diverso da quello rivolto allâuomo... fare il poliziotto, lâinfermiere, lâinsegnante non Ã¨ un semplice e positivo produrre, ma Ã¨ innanzitutto far sÃ¬ che non accada nellâuomo qualcosa di negativoÂ» (68. Rozzi A.R., Costruire e distruggere. Dove va il lavoro umano?, cit., p. 87).





Forse ciÃ² Ã¨ avvenuto perchÃ© la cultura del lavoro Ã¨ troppo riduttiva e finisce per non considerare la complessitÃ  dellâuomo e dei suoi bisogni. Su questo terreno esiste uno spazio politico che puÃ² segnare in profonditÃ  la prospettiva di un vecchio polo industriale che puÃ² e dovrebbe rimanere un degno attore della vita economica di Venezia.












Parte seconda










SEDICI INTERVISTE SU PORTO MARGHERA 1999-2006









La libertÃ  riservata ai soli fautori del governo... non Ã¨ libertÃ .

 La libertÃ  Ã¨ sempre la libertÃ  di chi pensa diversamente.

Rosa Luxemburg



SEDICI INTERVISTE SU PORTO MARGHERA 1999-2006




Gastone Angelin, Porto Marghera e le lotte operaie


Dal 1957 al 1962 segretario della Fiom di Venezia. Dal 1962 al 1972 nella segreteria del Pci di Venezia, prima con lâincarico di responsabile per il territorio di Mestre e poi come responsabile per la zona industriale di Porto Marghera. Dal 1972 al 1975 segretario della Federazione del Pci di Venezia. Dal 1979 al 1987 senatore della Repubblica.





Incontro Gastone proprio mentre Ã¨ in corso lâintervento militare della Nato in Serbia. Ed Ã¨ il primo argomento di cui parla. Mi appare sofferente per il dramma umano che si consuma (Â«pagano sempre i piÃ¹ deboliÂ»). Lui che ha conosciuto la guerra e militato da ragazzo nella Resistenza, noto a Venezia per la sua determinazione e coraggio negli anni difficili per la vita democratica del nostro Paese. Nellâanalisi politica, perÃ², Ã¨ molto lucido e chiaro (Â«Le posizioni di Milosevic sono insostenibili, ma 19 paesi con 500 milioni di abitanti non possono usare armi tanto distruttive contro qualche milione di serbi. Câerano altre strade per indurre Milosevic alla ragioneÂ»). Veniamo allâintervista.



CâÃ¨ qualche fatto particolare che segna il 1970 a Porto Marghera?





CâÃ¨ un punto fondamentale che, parlando della Porto Marghera degli anni Settanta, bisogna tenere presente: in quegli anni il Pci e il sindacato erano il bersaglio giornaliero di Potere Operaio. Il Pci si muoveva su una linea politica volta allâunitÃ  dei lavoratori, della sinistra e con lâobiettivo di realizzare alleanze con i âceti mediâ. Potere Operaio si autodefiniva unâavanguardia che trascinava le masse e che rompeva volontaristicamente le compatibilitÃ  del sistema capitalistico, che âingabbiavanoâ la classe operaia. Potere Operaio riteneva partito e sindacato soggetti di una politica âdeviataâ.



Come rispondevano Pci e sindacati a questi attacchi?





Senza concedere nulla. Poi i militanti di Potere Operaio âscopronoâ il ânemicoâ che detiene per davvero il potere e ostacola lâavanzamento della classe operaia: la Democrazia Cristiana e la Confindustria. E parecchi di questi militanti, quando Potere Operaio si scioglie, entrano nel Pci. Si avvia cosÃ¬ una nuova fase del dibattito politico, a volte anche aspro, nel partito e nella sinistra sulle prospettive del movimento dei lavoratori e sulla linea politica da seguire per la trasformazione del Paese.



CâÃ¨ qualcosa che puÃ² segnare e caratterizzare la fase che si apre nel 1970 a Porto Marghera?





Bisogna, per forza di cose, andare per un momento al periodo precedente e cioÃ¨ guardare a come si Ã¨ sviluppata Porto Marghera. Ed Ã¨ fondamentale, guardando a questo processo, analizzare e capire la questione dei âPoteriâ. Ã opportuno iniziare proprio dalla questione del potere, guardando al periodo antecedente al 1970. Noi, parlo del Pci, ritenevamo decisiva la partecipazione dei nostri militanti, e piÃ¹ in generale dei cittadini, alle scelte che riguardavano la vita collettiva e i processi economici; ciÃ² induceva il gruppo dirigente, a partire dal Comitato Federale, a lunghe e appassionate discussioni. Mentre noi discutevamo, perÃ², gli altri, intendo ad esempio la Democrazia Cristiana e la Confindustria veneziana, decidevano e procedevano nel realizzare le loro decisioni, come lâinsediamento in Porto Marghera di industrie come quella, molto pesante, della chimica di base, manifestamente incompatibile con la fragilitÃ  dellâambiente lagunare, al centro di unâarea abitata da centinaia di migliaia di persone e a ridosso del centro storico di Venezia.



Erano incontrastati?





Potevano farlo soprattutto perchÃ© avevano dalla loro parte i soldi, gli strumenti e il potere politico. Ricordo lo scontro politico agli inizi degli anni Sessanta contro il Consorzio per la Zona Industriale, perchÃ© funzionava come strumento di un potere privatistico totalizzante in ordine alle scelte di sviluppo nellâarea dettate da convenienze esclusivamente capitalistiche. Va ricordato a questo proposito il Piano regolatore di Porto Marghera, strumento urbanistico per lungo tempo âautogestitoâ dallâimprenditoria privata. Questo ha indotto altri interventi nel territorio, come quelli gestiti dalla Dc che amministrava il Comune, con cui si Ã¨ favorita la crescita urbana di Mestre, allora fortemente criticata da sinistra per essere diventata la âcittÃ  dormitorioâ cresciuta in gran parte in funzione di Porto Marghera e favorita dalla speculazione edilizia e sulle aree.



Puoi fare qualche esempio piÃ¹ concreto di utilizzo di questo potere che ha condizionato lâesercizio di quello pubblico?





Nel 1928 Ã¨ varata la âPrima legge speciale per Venezia e Porto Margheraâ e riguarda lâarea Bottenighi. In questa legge vi sono dei punti importanti. Uno di questi riguarda le cosiddette âautonomie funzionaliâ ovvero la possibilitÃ  per le imprese di usare in proprio le banchine portuali della zona industriale, per lo scarico delle materie prime e per la spedizione dei manufatti prodotti. Questa possibilitÃ  era nettamente alternativa allâuso delle strutture pubbliche del porto e degli addetti della Compagnia Lavoratori Portuali, che operavano in porto. Di fatto si Ã¨ affermata una logica di monopolio privato supportata da una legge dello Stato.



Un altro punto importante?





Ã lâaffermazione che strumenti di programmazione territoriale vengono sottratti ai poteri pubblici e gestiti direttamente dagli imprenditori privati. CiÃ² vuol dire che sullâarea dove Ã¨ previsto lâinsediamento di aziende loro hanno piena libertÃ  di fare e disfare, senza alcun controllo pubblico. Immaginiamo quanti guasti ha creato questa condizione? Senza questa gestione del potere privato sarebbe stato possibile costruire unâaltra Porto Marghera? Trovo legittimo porsi questa domanda.



Come si Ã¨ agito per contrastare questo âstrapotereâ dellâimprenditoria privata?





Il nostro dibattito non ha avuto un andamento sempre lineare, influenzato, come Ã¨ ovvio, da altri soggetti. Vi erano in campo diverse proposte: per esempio quella di Italia Nostra che, fino al 1964-65, sosteneva una linea di sostanziale conservazione dellâesistente, comprensibile se volta a ostacolare un pesante processo di manomissione dellâambiente, ma che non poteva essere condivisa in quanto appariva contraria a ogni ipotesi di sviluppo industriale, anche se compatibile. Poi vi erano le posizioni degli industriali sostenute da parte della Dc, che volevano lo sviluppo del polo industriale. Unâaltra parte della Dc sosteneva lâidea di realizzare âuna fabbrica per ogni campanileâ, una logica, cioÃ¨, di sviluppo diffuso che finiva per produrre unâeccessiva polverizzazione e quindi un indebolimento del tessuto industriale.



E la sinistra?





Infine vi eravamo noi del Pci che, con parti importanti del Psi (escluso De Michelis, sensibile allo sviluppo della chimica) e il sindacato, proponevamo un decentramento degli insediamenti industriali in varie localitÃ  della provincia, compresa naturalmente Porto Marghera, considerate le condizioni economiche e sociali e le compatibilitÃ  ambientali delle diverse aree. Una simile linea di sviluppo chiamava in causa la necessitÃ  di una âprogrammazione democraticaâ dello sviluppo economico della provincia di Venezia e di unâarea ancora piÃ¹ vasta.



Cosa Ã¨ successo nel 1966?





Incominciano a farsi sentire gli obiettivi sociali. Fino ad allora i comunisti erano contro le leggi speciali, perchÃ©, come abbiamo visto dal 1928, finivano per essere strumenti nelle mani dei padroni, usati a loro esclusivo vantaggio. Lâacqua alta del â66 a Venezia ci spinge a uscire dallo schema legge speciale sÃ¬-legge speciale no. Il dibattito si apre sul tema: quale legge speciale? Non solo questioni economiche ma anche sociali. CiÃ² significa, per Venezia, ad esempio, quale politica per la casa? Quale risanamento conservativo? Come stimolare processi di rivitalizzazione sociale ed economica? Come intervenire per assicurare in futuro lâesistenza fisica di Venezia? E quale politica per le attivitÃ  produttive? E mentre per Venezia si apre questo tipo di discussione, si incominciano a sentire gli effetti della ârivoluzione agricolaâ.



Puoi entrare nel merito di questâultimo argomento e, soprattutto, che rapporto vi Ã¨ tra agricoltura e Porto Marghera?





Si puÃ² affrontare questo argomento dal punto di vista della manodopera. Lâagricoltura negli anni Sessanta Ã¨ stata oggetto di un processo spinto di meccanizzazione. Le macchine hanno provocato lâespulsione di braccianti e mezzadri dallâagricoltura. Si Ã¨ resa, cosÃ¬, disponibile una notevole quantitÃ  di manodopera a basso costo. Per le stesse famiglie contadine lâimpiego di mariti e figli a Porto Marghera ha significato piÃ¹ soldi disponibili e in piÃ¹ il fatto che il reddito familiare proveniva da fonti diversificate e non piÃ¹ dal solo lavoro nelle campagne. Cambiavano cosÃ¬ in meglio le condizioni di vita. Vi era quindi una spinta dei lavoratori prima occupati in agricoltura per lavorare a Marghera, vedevano in ciÃ² un miglioramento delle loro condizioni. Questo era utilizzato dalle forze che operavano per lo sviluppo del polo industriale.




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