Rito Di Spade 
Morgan Rice


L’Anello Dello Stregone #7
In RITO DI SPADE (Libro #7 in lAnello dello Stregone), Thor affronta il suo lascito, combattendo per accettare lidentità del suo vero padre, capire se rivelare il suo segreto e decidere cosa fare. Tornato nellAnello, con Micople al suo fianco e la Spada del Destino in mano, Thor è determinato a vendicarsi contro lesercito di Andronico e liberare la propria madrepatria, e poter finalmente chiedere Gwendolyn in sposa. Ma viene a sapere che ci sono forze ben più grandi di lui nelle quali potrebbe incappare. Gwendolyn torna e si batte per diventare la regina che è destinata ad essere, utilizzando la sua saggezza per unire le sue disperate forze e sconfiggere Andronico una volta per tutte. Di nuovo insieme a Thor e ai suoi compagni, è loro grata per aver interrotto la violenza e per aver reso possibile questa opportunità di celebrare la loro libertà. Ma le cose cambiano velocemente – troppo velocemente – e prima che lei possa rendersene conto la sua vita viene di nuovo ribaltata. La sua sorella più grande, Luanda, presa da uno slancio di rivalità nei suoi confronti, è determinata a conquistare il potere, mentre sopraggiunge anche il fratello di Re MacGil, insieme al suo esercito, per impossessarsi del trono. Con assassini e spie da ogni parte, Gwendolyn, assediata, capisce che essere Regina non è una condizione così sicura come credeva. Lamore di Reece per Selese ha finalmente loccasione di fiorire, anche se allo stesso tempo ricompare il suo vecchio amore e lui si trova combattuto. Ma la tranquillità lascia presto spazio alla battaglia, e Reece, Elden, OConnor, Conven, Kendrick, Erec e addirittura Godfrey sono costretti ad affrontare insieme unincombente avversità se vogliono sopravvivere. Gli scontri li conducono in ogni angolo dellAnello e debellare Andronico diventa una corsa contro il tempo per salvarsi dalla distruzione totale.





Morgan Rice

RITO DI SPADE (LIBRO #7 in L’ANELLO DELLO STREGONE)




R I T O   D I   S P A D E




(LIBRO #7 in L’ANELLO DELLO STREGONE)




Morgan Rice




Edizione italiana


A cura di


Annalisa lovat



Chi è Morgan Rice

Morgan Rice è l’autrice campione d’incassi di APPUNTI DI UN VAMPIRO, una serie per ragazzi che comprende al momento undici libri; autrice campione d’incassi di THE SURVIVAL TRILOGY, un thriller post-apocalittico che comprende al momento due libri; e autrice campione d’incassi della serie epica fantasy L’ANELLO DELLO STREGONE, che comprende al momento tredici libri.



I libri di Morgan sono disponibili in edizione stampata e in formato audio e sono stati tradotti in tedesco, francese, italiano, spagnolo, portoghese, giapponese, cinese, svedese, olandese, turco, ungherese, ceco e slovacco (prossimamente ulteriori lingue).



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Cosa dicono di Morgan Rice

“L’ANELLO DELLO STREGONE ha tutti gli ingredienti per un successo immediato: intrighi, complotti, mistero, cavalieri valorosi, storie d’amore che fioriscono e cuori spezzati, inganno e tradimento. Vi terrà incollati al libro per ore e sarà in grado di riscuotere l’interesse di persone di ogni età. Non può mancare sugli scaffali dei lettori di fantasy.”

–-Books and Movie Reviews, Roberto Mattos



“Rice fa un bel lavoro nel trascinarvi nella storia fin dall’inizio, utilizzando una grande qualità descrittiva che trascende la mera colorazione d’ambiente… Ben scritto ed estremamente veloce da leggere…”

--Black Lagoon Reviews (parlando di Tramutata)



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–-The Romance Reviews (parlando di Tramutata)



“Mi ha preso fin dall’inizio e non ho più potuto smettere…. Questa storia è un’avventura sorprendente, incalzante e piena d’azione fin dalle prime pagine. Non esistono momenti morti.”

–-Paranormal Romance Guild {parlando di Tramutata }



“Pieno zeppo di azione, intreccio, avventura e suspense. Mettete le vostre mani su questo libro e preparatevi a continuare a innamorarvi”

–-vampirebooksite.com (parlando di Tramutata)



“Un grande intreccio: questo è proprio il genere di libro che farete fatica a mettere giù la sera. Il finale lascia con il fiato sospeso ed è così spettacolare che vorrete immediatamente acquistare il prossimo libro, almeno per sapere cosa succede in seguito.”

–-The Dallas Examiner {parlando di Amata}



“È  un libro che può competere con TWILIGHT e DIARI DI UN VAMPIRO, uno di quelli che vi vedrà desiderosi di continuare a leggere fino all’ultima pagina! Se siete tipi da avventura, amore e vampiri, questo è il libro che fa per voi!”

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–-The Romance Reviews {parlando di Amata}



Libri di Morgan Rice




L’ANELLO DELLO STREGONE


UN’IMPRESA DA EROI (Libro #1)


LA MARCIA DEI RE (Libro #2)


DESTINO DI DRAGHI (Libro #3)


GRIDO D’ONORE (Libro #4)


VOTO DI GLORIA (Libro #5)


UN COMPITO DI VALORE (Libro #6)


RITO DI SPADE (Libro #7)


CONCESSIONE D’ARMI (Libro #8)


UN CIELO DI INCANTESIMI (Libro #9)


UN MARE DI SCUDI (Libro #10)


UN REGNO D’ACCIAIO (Libro #11)


LA TERRA DEL FUOCO (Libro #12)


LA LEGGE DELLE REGINE (Libro #13)


GIURAMENTO FRATERNO (Libro #14)




THE SURVIVAL TRILOGY


ARENA ONE: SLAVERSUNNERS (Libro #1)


ARENA TWO (Libro #2)




APPUNTI DI UN VAMPIRO


TRAMUTATA (Libro #1)


AMATA (Libro #2)


TRADITA (Libro #3)


DESTINATA (Libro #4)


DESIDERATA (Libro #5)


BETROTHED (Libro #6)


VOWED (Libro #7)


FOUND (Libro #8)


RESURRECTED (Libro #9)


CRAVED (Libro #10)


FATED (Libro #11)












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Copyright © 2013 by Morgan Rice



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This is a work of fiction. Names, characters, businesses, organizations, places, events, and incidents either are the product of the author’s imagination or are used fictionally. Any resemblance to actual persons, living or dead, is entirely coincidental.



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		“Cos’è che vuoi impartirmi? Se è qualcosa
		Che serve al bene generale, poni
		L’onore in un occhio e la morte nell’altro,
		E io guarderò a entrambi senza far differenza.
		Mi puniscano gli dei se non amo il nome
		Dell’onore più di quanto tema la morte.”

    --William Shakespeare Giulio Cesare






CAPITOLO UNO


Thorgrin era in groppa a Micople e insieme volavano al di sopra della vasta campagna, diretti verso sud, alla ricerca di Gwendolyn. Thor teneva stretta in mano la Spada della Dinastia e guardando in basso vide l’enorme estensione dell’esercito di Andronico, che ricopriva il territorio dell’Anello come uno sciame dei locuste. Sentì la Spada pulsare contro il palmo e capì cosa gli stava chiedendo di fare. Proteggere l’Anello. Cacciare gli invasori. Era come se la Spada glielo stesse ordinando e Thor era assolutamente felice di obbedire.

Presto avrebbe fatto marcia indietro e l’avrebbe fatta pagare a tutti quanti, uno per uno. Ora che lo Scudo era stato riattivato Andronico e i suoi uomini erano in trappola: niente più rinforzi avrebbero potuto raggiungerli e Thor non avrebbe avuto pace fino a che non li avesse uccisi tutti.

Ma non era ancora il momento di uccidere. Il primo punto nella sua tabella di marcia era il suo unico vero amore, la donna per cui si struggeva da quando aveva valicato quei confini: Gwendolyn. Thor non vedeva l’ora di rivederla, di abbracciarla, di sapere se era viva. All’interno della camicia l’anello di sua madre bruciava e lui aveva un intenso desiderio di donarlo a Gwen, di dichiararle il suo amore, di chiederle di sposarlo. Voleva farle sapere che non era cambiato nulla tra di loro, al di là di cosa le era accaduto. La amava ancora tantissimo – e ancora di più – e aveva bisogno che lei lo sapesse.

Micople brontolò sommessamente e Thor percepì la vibrazione attraverso le scaglie. Anche lei desiderava raggiungere Gwendolyn prima che le succedesse qualcosa, Thor lo sentiva. Micople abbassò la testa e volò tra le nuvole, sbattendo le grandi ali. Sembrava felice di trovarsi lì, all’interno dell’Anello, insieme a Thor. Il loro legame si stava facendo sempre più intenso e Thor sentiva che Micople condivideva i suoi medesimi pensieri e desideri. Era come trovarsi in groppa a un’estensione di se stesso.

I pensieri di Thor si scostarono momentaneamente da Gwen mentre entravano e uscivano dalle nuvole. Le ultime parole della regina lo turbavano, continuando a ronzargli in testa anche se avrebbe di gran lunga preferito eliminarle. La sua rivelazione aveva gravato sulle sue spalle più di quanto si possa immaginare. Andronico? Suo padre?

Non poteva essere. Una parte di Thor sperava che fosse solo un altro crudele giochetto psicologico della regina che, dopotutto, lo aveva odiato fin dall’inizio. Probabilmente aveva voluto mettergli in testa pensieri sbagliati per disturbarlo, per tenerlo lontano da sua figlia per chissà quale altra ragione. Thor avrebbe voluto disperatamente crederci.

Ma dentro di sé, quando la regina aveva detto quelle parole, esse si erano da subito radicate nel suo corpo e nella sua anima. Sapeva che erano vere. Anche se avrebbe tanto voluto pensare diversamente, nel preciso istante in cui le aveva pronunciate lui aveva realizzato effettivamente che Andronico era suo padre.

L’idea fluttuava su di lui come un incubo. Aveva sempre sperato e pregato, da qualche parte nei recessi della propria mente, che re MacGil fosse suo padre e che Gwendolyn, in qualche modo, non fosse veramente sua figlia, così da poter stare ugualmente insieme a lei. Aveva sempre pregato che il giorno in cui avesse saputo chi era il suo vero padre, tutto avrebbe avuto senso e che il suo destino sarebbe stato finalmente chiaro.

Venire a sapere che suo padre non era un eroe era una cosa. Poteva accettarla. Ma apprendere che suo padre era un mostro – il peggiore dei mostri, l’uomo che più di tutti Thor avrebbe voluto morto – era troppo. Thor aveva nelle vene il sangue di Andronico. Cosa significava per lui tutto ciò? Significava che anche lui, Thor, era destinato a diventare un mostro? Significava che aveva qualche traccia malvagia nascosta nelle proprie vene? Era destinato a diventare come lui? O era possibile che fosse diverso da lui, nonostante condividessero il medesimo sangue? Il destino scorreva nel sangue? Oppure ogni singola generazione costruiva il proprio?

Thor faceva anche fatica a capire cosa ciò significasse per la Spada della Dinastia. Se la leggenda era vera – che solo un MacGil poteva sollevarla – voleva dire che Thor era un MacGil? E se era così, come poteva Andronico essere suo padre? A meno che Andronico stesso, in qualche modo, non fosse un MacGil.

Cosa ancora peggiore, come avrebbe fatto Thor a condividere tutto ciò con Gwendolyn? Come poteva dirle che lui era il figlio del mostro che lei odiava più di tutti? Dell’uomo che l’aveva aggredita? Sicuramente avrebbe iniziato a odiare anche lui. Avrebbe visto la faccia di Andronico ogni volta che guardava Thor. Eppure doveva dirglielo: non poteva mantenere un tale segreto con lei. Avrebbe rovinato così la loro relazione?

Il sangue di Thor ribolliva di rabbia. Avrebbe preso Andronico a colpi di mazzafrusto solo per il fatto di essere suo padre, per avergli fatto una cosa del genere. Mentre volavano Thor guardò in basso e perlustrò il territorio dall’alto. Sapeva che Andronico era là sotto da qualche parte. Molto presto lo avrebbe visto faccia a faccia. Lo avrebbe trovato. Si sarebbe scontrato con lui. E l’avrebbe ucciso.

Ma prima doveva trovare Gwendolyn. Mentre passavano sopra la Foresta Meridionale, Thor sentì che era vicina. Aveva il terribile presentimento che stesse per accaderle qualcosa di terribile. Spinse Micople ancora più veloce, sentendo che ogni momento sarebbe potuto essere l’ultimo per Gwen.




CAPITOLO DUE


Gwendolyn era sola vicino al parapetto superiore della Torre dell’Asilo, vestita con gli abiti neri che le avevano dato le suore, con la sensazione di trovarsi in quel luogo ormai da un’eternità. L’avevano salutata in silenzio. Solo una suora – la sua guida – le aveva parlato una sola volta per istruirla sulle regole del posto: non si doveva parlare né interagire con nessuno. Ogni donna viveva lì sola con se stessa, nel proprio universo personale. Ogni donna voleva essere lasciata sola. Era una torre di ricovero, un luogo dedicato a coloro che cercavano la guarigione. Gwendolyn sarebbe stata al sicuro da ogni pericolo e offesa là dentro. Ma anche sola. Completamente sola.

Gwendolyn capiva tutto benissimo. Lei stessa voleva essere lasciata sola.

Ora se ne stava lì, in cima alla torre, e guardava fuori verso la vasta distesa delle cime degli alberi della Foresta Meridionale dell’Anello, sentendosi più sola che mai. Sapeva che doveva essere forte, che era una combattente. La figlia di un re e la moglie – o quasi – di un grande guerriero.

Ma doveva ammettere che, per quanto desiderasse essere forte, il suo cuore e il suo spirito erano ancora feriti. Sentiva tantissimo la mancanza di Thor e temeva che lui non avrebbe mai più voluto stare insieme a lei.

Si sentiva anche svuotata sapendo che Silesia era stata distrutta, che Andronico aveva vinto e che tutti quelli che lei amava erano già stati catturati o uccisi. Ora Andronico era ovunque. Aveva occupato tutto l’Anello e non era rimasto un solo angolo libero dove trovare riparo. Ora si sentiva privata di ogni speranza, esausta, troppo sfinita per una persona della sua età. Peggio di tutto, si sentiva come se avesse abbandonato tutti, si sentiva come se avesse vissuto ormai troppo tempo e non avesse più voglia di viverne dell’altro.

Fece un passo in avanti, fino al bordo, il bordo estremo del parapetto, oltre il quale non era permesso a nessuno di andare. Sollevò lentamente le braccia e tenne le mani in fuori, ai lati. Sentì una fredda folata di vento, la gelida brezza dell’inverno. Le fece perdere l’equilibrio e lei barcollò sull’orlo del precipizio. Guardò in basso e vide la ripida caduta a piombo sotto di lei.

Sollevò gli occhi al cielo e pensò ad Argon. Si chiese dove fosse, intrappolato nel suo universo, a scontare la propria punizione per il suo bene. Avrebbe dato qualsiasi cosa per vederlo ora, per sentire le sue sagge parole un’ultima volta. Magari la potrebbero salvare e la farebbero tornare sui propri passi.

Ma se n’era andato. Anche lui aveva un prezzo da pagare e non poteva tornare indietro.

Gwen chiuse gli occhi e pensò un’ultima volta a Thor. Se solo lui fosse stato lì: questo avrebbe potuto cambiare tutto. Se solo lei avesse avuto una persona al mondo rimasta in vita e che realmente la amasse, magari questo le darebbe un motivo per vivere. Scrutò l’orizzonte, sperando profondamente di vedere Thor. Mentre osservava le nuvole che si muovevano velocemente le parve di sentire, da qualche parte all’orizzonte, il ruggito di un drago. Era così lontano, così ovattato, che sicuramente se l’era immaginato. Era semplicemente la sua mente che le stava giocando degli scherzi. Sapeva che non potevano esserci draghi lì, all’interno dell’Anello. Tanto quanto sapeva che Thor era lontano, perso per sempre nell’Impero, in qualche luogo dal quale non sarebbe mai tornato.

Le lacrime le scorrevano lungo le guance mentre pensava a lui, alla vita che avrebbero potuto avere insieme. A quanto vicini erano stati un tempo. Si immaginò l’espressione sul suo volto, il suono della sua voce, la sua risata. Era stata così sicura che loro due fossero inseparabili, che non sarebbero mai stati divisi da nulla.

“THOR!” gridò Gwendolyn buttando la testa indietro, barcollando sul pianerottolo. Voleva che tornasse da lei.

Ma la sua voce riecheggiò nel vento e scomparve. Thor era lontanissimo.

Gwendolyn prese tra le mani l’amuleto che Thor le aveva dato, quello che le aveva salvato la vita una volta. Sapeva che la sua unica possibilità era stata consumata. Ora non ce n’erano più.

Gwendolyn guardò in basso, oltre il pianerottolo, e vide il volto di suo padre. Era circondato da una luce bianca e le sorrideva.

Si sporse in avanti e lasciò penzolare un piede nel vuoto, chiudendo gli occhi al vento. Rimase lì, barcollante, imprigionata tra due mondi, tra la vita e la morte. Era in perfetto equilibrio e sapeva che la prossima folata di vento avrebbe deciso per lei quale direzione prendere.

Thor, pensò. Perdonami.




CAPITOLO TRE


Kendrick cavalcava in testa al sempre più vasto esercito di MacGil, Silesiani e uomini dell’Anello liberati, uscendo di gran carriera dai cancelli principali di Silesia e imboccando l’ampia strada che portava a est, verso l’esercito di Andronico. Accanto a lui galoppavano Srog, Brom, Atme e Godfrey; dietro c’erano Reece, O’Connor, Conven, Elden e Indra, oltre a un migliaio di guerrieri. Avanzando passarono accanto ai corpi bruciacchiati di migliaia di soldati dell’Impero, neri e rigidi per la fiammata del drago. Altri giacevano morti, uccisi dai colpi inferti dalla Spada della Dinastia. Thor aveva scatenato un’ondata di distruzione, incarnando un esercito formato da una singola persona. Kendrick aveva osservato tutto e provava un profondo rispetto di fronte alla portata della devastazione messa in atto da Thor, al potere di Micople e della Spada della Dinastia.

Era meravigliato per la piega che avevano preso gli eventi. Solo pochi giorni prima erano stati tutti imprigionati e si trovavano sotto il giogo di Andronico, costretti ad ammettere la loro sconfitta. Thor allora si trovava ancora nell’Impero, la Spada della Dinastia era un sogno perduto e c’era ben poca speranza che tornassero. Kendrick e gli altri erano stati crocefissi, lasciati lì a morire, e sembrava che tutto fosse perduto.

Ma ora cavalcavano come uomini liberi, ancora una volta da soldati e cavalieri, rinvigoriti dall’arrivo di Thor, ora che la bilancia si era piegata dalla loro parte. Micople era stata un dono del cielo, una forza distruttiva piovuta dall’alto. Ora Silesia era una città libera e la campagna dell’Anello, invece di essere piena di soldati dell’Impero, era colma dei loro cadaveri. La strada che conduceva a est era fiancheggiata da corpi di soldati nemici sparpagliati fino a dove si riusciva a vedere.

Eppure, per quanto tutto ciò fosse incoraggiante, Kendrick sapeva che mezzo milione di uomini di Andronico si trovavano in attesa dall’altra parte dell’Altopiano. Li avevano provvisoriamente battuti, ma non spazzati via del tutto. E Kendrick e gli altri non erano certo tipi da starsene a Silesia ad aspettare che Andronico riorganizzasse un nuovo attacco; neppure avevano intenzione di concedergli una possibilità di fuga e ritirata nell’Impero. Lo Scudo era nuovamente attivo e, sebbene in minoranza numerica, Kendrick e gli altri ora avevano almeno un’occasione per combattere. Ora l’esercito di Andronico era in fuga e Kendrick sapeva che gli altri erano determinati a continuare la serie di vittorie cui Thor aveva dato inizio.

Kendrick si diede un’occhiata alle spalle, alle migliaia di soldati e uomini liberi che cavalcavano con lui e vide la determinazione sui loro volti. Avevano tutti assaggiato la schiavitù, la sconfitta e ora era evidente quanto apprezzassero cosa significasse essere di nuovo degli uomini liberi. Non solo per loro stessi, ma per le loro mogli e le loro famiglie. Tutti quanti si erano inaspriti, determinati a farla pagare ad Andronico, assicurandosi che non potesse più attaccare. Erano un esercito di uomini pronti a combattere fino alla morte e stavano avanzando come un tutt’uno. Ovunque passavano liberavano altri uomini, sciogliendo le corde e rimpinguando l’esercito che stava diventando sempre più vasto.

Kendrick stesso si stava ancora riprendendo dal periodo trascorso sulla croce. Il suo corpo non era ancora forte come prima e il dolore ai polsi e alle caviglie, dove le corde avevano stretto e scavato nella carne, persisteva. Guardò Srog, Brom e Atme – suoi amici sulla croce – e vide che anche loro non erano pienamente in forma. La crocifissione si era fatta sentire anche per loro. Eppure tutti avanzavano con orgoglio e determinazione. Non c’era niente di meglio che andare a combattere per una possibilità di vita, di vendetta, per dimenticare le ferite e le offese.

Kendrick era estremamente felice che suo fratello Reece e gli altri della Legione fossero tornati dalla spedizione e si trovassero ora al suo fianco. Gli aveva spezzato il cuore vedere i giovani della Legione ammazzati a Silesia, e avere ora questi ragazzi con se lo alleviava parzialmente da quel dolore. Era sempre stato vicino a Reece crescendo, protettivo nei suoi confronti, come un secondo padre per tutte le volte in cui MacGil era stato troppo impegnato. In qualche modo essere solo un mezzo fratello gli aveva permesso in qualche modo di essergli addirittura più vicino. Non erano stati costretti ad essere affezionati e lo erano diventati spontaneamente. Kendrick non era mai stato capace di affezionarsi agli altri fratelli più giovani: Godfrey aveva sempre trascorso il suo tempo nelle taverne con i poco di buono e Gareth, beh… Gareth era Gareth. Reece era stato l’unico dei tre fratelli a prendere le armi, decidendo di intraprendere la vita che anche Kendrick aveva scelto. Kendrick non avrebbe potuto essere più fiero di lui.

In passato, quando Kendrick era uscito a cavallo insieme a Reece, era sempre stato protettivo nei suoi confronti e lo aveva tenuto d’occhio. Ma dal suo ritorno aveva visto che Reece era diventato un vero, forte guerriero, quindi non sentiva più il bisogno di essere così attento verso di lui. Si chiedeva che genere di perigli avesse attraversato nell’Impero per esserne uscito trasformato in un soldato così abile e forte come ora era. Non vedeva l’ora di sedersi ad ascoltare le sue storie.

Kendrick era pure felicissimo che anche Thor fosse tornato, e non solo perché li aveva liberati: apprezzava e rispettava immensamente Thor e provava per lui un affetto pari a quello per un fratello. Stava ancora rivedendo nella propria mente l’immagine di Thor che tornava con la Spada in mano. Non poteva dimenticarla. Era una visione che non si sarebbe mai aspettato di avere davanti nella propria vita. In effetti non aveva mai pensato che avrebbe visto nessuno sollevare la Spada della Dinastia, meno che meno Thor, il suo scudiero, un piccolo e umile ragazzino che proveniva da un villaggio di periferia. Uno straniero. E neanche un MacGil.

Oppure sì?

Kendrick era pensieroso. Continuava a ripensare mentalmente alla leggenda: solo un MacGil poteva sollevare la Spada. Nel profondo del proprio cuore Kendrick doveva ammettere che aveva sempre sperato che sarebbe stato lui quello che l’avrebbe brandita. Aveva sperato che sarebbe stato il segno definitivo della sua legittima appartenenza alla famiglia, confermandolo come primogenito di MacGil. Aveva sempre sognato che in qualche modo, un giorno, le circostanze gli avrebbero concesso di provare.

Ma non si era mai permesso quella possibilità e non portava rancore a Thor per ciò che era riuscito a fare. Kendrick non era invidioso, al contrario si sentiva meravigliato per il destino di Thor. Non riusciva proprio a capirlo. La leggenda era falsa? Oppure Thor era un MacGil? Come poteva esserlo? Era impossibile, a meno che anche Thor non fosse un figlio di MacGil. Kendrick continuò a riflettere. Era risaputo che suo padre era stato con molte donne al di fuori del matrimonio, che anche lui stesso era stato concepito così.

Era per quello che Thor era corso velocemente via da Silesia dopo aver parlato con sua madre? Di cosa avevano parlato esattamente? La regina non aveva voluto dirlo. Era la prima volta che gli aveva tenuto segreto qualcosa. Perché proprio adesso? Quale segreto stava serbando? Cosa aveva potuto dire per far scappare Thor a quel modo, lasciandoli senza dire una parola?

Questo faceva pensare Kendrick a suo padre, alla sua dinastia. Per quanto desiderasse pensare diversamente, soffriva nella consapevolezza di essere un figlio illegittimo, e per la milionesima volta si chiese chi potesse essere la sua vera madre. Aveva sentito, nel corso della propria vita, diversi pettegolezzi riguardo alla donne con cui suo padre, re MacGil, era stato, ma non aveva mai avuto alcuna certezza. Quando tutto si fosse sistemato – se mai ciò sarebbe realmente accaduto – e l’Anello fosse tornato alla normalità, Kendrick era deciso a trovare chi fosse sua madre. L’avrebbe affrontata. Le avrebbe chiesto perché l’aveva abbandonato, perché non aveva mai preso parte alla sua vita. Come aveva incontrato suo padre. Voleva solo incontrarla, vedere il suo volto, vedere se gli assomigliava. E che fosse lei a dirgli che effettivamente era figlio legittimo, legittimo quanto tutti gli altri.

Kendrick era felice che Thor fosse corso via a recuperare Gwendolyn, anche se una parte di lui avrebbe preferito che fosse rimasto. Lanciarsi in battaglia, in tale minoranza numerica, contro decine di migliaia di uomini di Andronico, Kendrick sapeva che Thor e Micople sarebbero stati un enorme aiuto.

Ma Kendrick era nato ed era stato cresciuto come un guerriero e non era tipo da sedersi ad aspettare che gli altri combattessero la sua battaglia al posto suo. Faceva invece ciò che il suo istinto gli ordinava: partire e conquistare quanto più esercito dell’Impero potesse, insieme ai suoi uomini. Non aveva armi speciali come Micople o la Spada della Dinastia, ma aveva le sue due mani, le stesse che usava da quando era ragazzo. E gli erano sempre state sufficienti.

Salirono una collina e quando raggiunsero la cima, Kendrick guardò all’orizzonte e vide in lontananza una piccola cittadina dei MacGil: Lucia, il primo villaggio a est di  Silesia. I cadaveri degli uomini dell’Impero erano disseminati lungo la strada, ed era chiaro che l’ondata di distruzione di Thor era terminata lì. All’orizzonte Kendrick scorse un battaglione dell’esercito di Andronico in ritirata verso est. Probabilmente stavano facendo ritorno all’accampamento principale, verso la salvezza, dall’altra parte dell’Altopiano. Il corpo principale dell’esercito si stava ritirando, ma si erano lasciati alle spalle una divisione minore per tenere il controllo su Lucia. Diverse migliaia di uomini di Andronico stazionavano nella città facendole la guardia. Erano visibili pure i cittadini, resi schiavi dai soldati.

Kendrick ricordò ciò che era loro successo a Silesia, come erano stati trattati, e il volto gli si fece rosso per il desiderio di vendetta.

“ALL’ATTACCO!” gridò.

Sollevò la spada in aria e dietro di lui si levarono le vigorose grida di migliaia di soldati.

Spronò il cavallo e tutti si lanciarono giù dalla collina, diretti verso Lucia. I due eserciti si stavano preparando allo scontro e sebbene fossero equamente bilanciati per quanto riguardava il numero di soldati, non lo erano – Kendrick lo sapeva bene – in materia di cuore. Quell’ultima divisione dell’esercito di Andronico era un gruppo di invasioni in fuga, mentre Kendrick e i suoi uomini erano pronti a combattere sulle loro vite per difendere la propria patria.

Il suo grido di battaglia si levò mentre galoppavano verso i cancelli di Lucia. Avanzavano così velocemente che diverse decine di soldati dell’Impero che stavano di guardia si voltarono e si guardarono tra loro confusi, chiaramente presi alla sprovvista. Corsero quindi entro i cancelli e girarono furiosamente la manovella per abbassare la grata.

Ma non furono abbastanza veloci. Numerosi arcieri di Kendrick, che si trovavano davanti, tirarono e li uccisero: le loro frecce andarono dritte a conficcarsi nei loro petti e nelle loro schiene, tra le giunture delle armature. Lo stesso Kendrick scagliò una lancia e così fece anche Reece accanto a lui. Kendrick andò a segno, colpendo un grosso guerriero che stava prendendo la mira con l’arco. Fu poi impressionato dal vedere che anche Reece aveva colpito senza fatica, infilzando un soldato al cuore. Il cancello rimase aperto e gli uomini di Kendrick non esitarono. Con un forte grido di battaglia vi si lanciarono attraverso, diretti verso il cuore della città, per niente rallentati dall’imminente battaglia.

Si udì un forte clangore metallico non appena Kendrick e gli altri sollevarono spade, asce, lance e alabarde e si scontrarono con migliaia di soldati dell’Impero che si erano lanciati loro incontro a cavallo. Kendrick fu il primo a scontrarsi, sollevando lo scudo e parando un colpo, ma roteando allo stesso tempo la spada e uccidendo due soldati. Senza esitare ruotò e bloccò un altro colpo di spada, poi conficcò la propria nello stomaco di un soldato dell’Impero. Mentre gli uomini morivano, Kendrick pensò alla vendetta: pensò a Gwendolyn, al suo popolo, a tutta la gente dell’Anello che aveva sofferto.

Reece, accanto a lui, fece roteare la mazza e colpì un soldato alla tempia, facendolo cadere da cavallo. Poi sollevò lo scudo e parò un colpo che stava scendendo contro di lui di fianco. Fece roteare ancora la mazza e mise al tappeto il suo aggressore. Elden, accanto a lui, si lanciò in avanti con la sua grande ascia e la calò su un soldato che stava per attaccare Reece, tagliando il suo scudo e conficcandogli l’ascia nel petto.

O’Connor scoccò diverse frecce con precisione letale, anche a distanza così ravvicinata, mentre Conven si gettò in battaglia e combatté impavidamente, portandosi davanti agli altri uomini senza neanche curarsi di sollevare lo scudo. Faceva invece roteare due spade, avanzando in mezzo agli uomini dell’Impero come se volesse morire. Ma sorprendentemente non cedette. Riuscì invece ad abbattere uomini da una parte e dall’altra.

Indra li seguiva poco dietro. Era temeraria, anche più della maggioranza degli uomini. Usava il suo pugnale con abilità e precisione, scivolando come un pesce attraverso le file di soldati dell’Impero e pugnalandoli alla gola. Così facendo pensava alla propria patria e a quanto la sua gente aveva sofferto sotto il piede dell’Impero.

Un soldato dell’Impero calò un’ascia contro la testa di Kendrick prima che lui riuscisse a prepararsi a schivarla. Kendrick si preparò al colpo, ma udì invece un forte clangore e vide l’amico Atme accanto a lui a bloccarlo con lo scudo. Atme prese poi la sua lancia corta e colpì l’aggressore allo stomaco. Kendrick sapeva che gli doveva la vita, un’altra volta.

Mentre un altro soldato attaccava con arco e freccia puntando proprio ad Atme, Kendrick si lanciò in avanti e sollevò la spada colpendo l’arco e facendolo volare in aria, così che la freccia saettò a vuoto sopra la testa di Atme. Kendrick colpì poi il soldato al setto nasale con l’elsa della spada e lo fece cadere da cavallo, dove venne calpestato e ucciso. Ora erano pari.

E così la battaglia proseguì, colpo dopo colpo da entrambi i fronti, uomini che cadevano da una parte e dall’altra – ma più dalla parte dell’Impero – mentre gli uomini di Kendrick, alimentati dalla rabbia, spingevano addentrandosi sempre più nella città. Alla fine il loro slancio  li fece avanzare come un’ondata. Gli uomini dell’Impero erano guerrieri forti, ma erano abituati ad essere quelli che attaccavano, quindi qui erano stati presi alla sprovvista. Presto furono incapaci di organizzarsi e contenere l’esercito di Kendrick. Furono spinti indietro e calarono in numero.

Dopo quasi un’ora di intenso combattimento, le perdite dell’Impero causarono una ritirata in grossa scala. Qualcuno dalla loro parte suonò un corno e uno alla volta iniziarono a voltarsi e galoppare via, cercando di farsi strada fuori dalla città.

Con un grido ancora più forte Kendrick e i suoi uomini si lanciarono dietro di loro, rincorrendoli attraverso Lucia, verso i cancelli dalla parte opposta della città.

Chiunque fosse rimasto del battaglione dell’Impero, ancora alcune centinaia di uomini, scappava per salvarsi la pelle in una sorta di caos organizzato, correndo verso l’orizzonte. Si levò un tonante grido all’interno di Lucia da parte dei prigionieri MacGil liberati. Gli uomini di Kendrick avevano sciolto le corde che li tenevano legati e li avevano liberati man mano che procedevano. I prigionieri non avevano perso tempo ed erano corsi verso i cavalli dei soldati dell’Impero morti, erano saliti in sella, avevano strappato le armi ai cadaveri e si erano uniti agli uomini di Kendrick.

L’esercito di Kendrick si era ingrossato di quasi il doppio e le migliaia di nuovi soldati rincorrevano ora le truppe dell’Impero, salendo e scendendo le colline avvicinandosi a loro sempre di più. O’Connor e gli altri arcieri riuscirono a colpirne alcuni e numerosi corpi cadevano qua e là.

La caccia continuò e, mentre Kendrick si chiedeva dove stessero andando, lui e i suoi uomini giunsero alla sommità di una collina particolarmente alta e guardando verso il basso videro una delle più grandi città a est di Silesia – Vinesia – chiusa tra due montagne e distesa in una valle. Era una città notevole, molto più grande di Lucia, con spesse mura di pietra e cancelli di ferro rinforzati. Era lì, si rese conto Kendrick, che i resti del battaglione dell’Impero stavano fuggendo, dato che la città era sorvegliata e protetta da decine di migliaia di uomini di Andronico.

Kendrick si fermò con i suoi uomini in cima alla collina e studiò la situazione. Vinesia era una città grande e loro erano sempre in grossa minoranza numerica. Sapeva che sarebbe stata una follia tentare e che la cosa più sicura da fare sarebbe stata tornare a Silesia e accontentarsi della vittoria di quel giorno.

Ma Kendrick non era dell’umore giusto per scelte sicure e non lo erano neanche i suoi uomini. Volevano il sangue. Volevano la vendetta. E in una giornata come quella le probabilità non contavano più nulla. Era tempo di far sapere all’Impero di che pasta erano fatti i MacGil.

“CARICA!” gridò Kendrick.

Si levò un urlo e migliaia di uomini si lanciarono in avanti, scendendo temerariamente la collina diretti verso la grande città e l’ancora più grande nemico, pronti a dare le loro vite, a rischiare tutto per l’onore e il valore.




CAPITOLO QUATTRO


Gareth tossiva e ansimava mentre si trascinava nel desolato paesaggio: le labbra screpolate per la mancanza d’acqua, gli occhi scavati e segnati da profondi cerchi neri. Erano state poche giornate tormentate e più di una volta aveva pensato di essere sull’orlo della morte.

Gareth era scappato per il rotto della cuffia dagli uomini di Andronico a Silesia, nascondendosi in un passaggio segreto all’interno di un muro e restando in attesa. Aveva aspettato, rannicchiato come un ratto nel buio, il momento opportuno. Gli sembrava di essere rimasto là dentro per giorni. Da lì aveva visto ogni cosa: aveva assistito con incredulità all’arrivo di Thor in groppa a un drago, che aveva ucciso tutti quegli uomini dell’Impero. Nella confusione e caos che si erano generati, Gareth aveva colto la sua possibilità.

Era sgattaiolato fuori attraverso il cancello posteriore di Silesia mentre nessuno guardava e aveva preso la strada che portava verso sud, procedendo lungo il crinale del Canyon e rimanendo per lo più nei boschi in modo da non essere visto. A ogni modo non aveva importanza: le strade erano vuote comunque. Tutti si stavano muovendo verso est per combattere la grande battaglia per l’Anello. Gareth notò i corpi carbonizzati degli uomini di Andronico buttati lungo la strada e capì che la battaglia lì, a sud, era già stata combattuta.

Gareth si spinse ancora più a sud: il suo istinto lo guidava di nuovo verso la Corte del Re, o ciò che ne era rimasto. Sapeva che era stata devastata dagli uomini di Andronico, che probabilmente ne restavano solo le rovine, ma voleva lo stesso andarci. Voleva allontanarsi da Silesia e andare in un posto che sapeva poter essere per lui un porto sicuro. Il luogo che tutti gli altri avevano abbandonato. Il luogo dove lui, Gareth, aveva un tempo regnato da supremo sovrano.

Dopo giorni di cammino, debole e delirante per la fame, Gareth era finalmente emerso dai boschi e aveva scorto in lontananza la Corte del Re. Eccola lì, le mura ancora intatte – almeno parzialmente – ma annerite e pericolanti. Tutt’attorno c’erano cadaveri degli uomini di Andronico, prova che Thor era stato lì. Per il resto era vuota, non vi era rimasto nient’altro che l’ululare del vento.

Era perfetta per Gareth. Ad ogni modo non aveva programmato di entrare nella città. Era andato lì per recarsi presso una piccola struttura nascosta proprio fuori dalle mura. Era un posto che aveva frequentato da bambino, un edificio di marmo a pianta circolare, alto pochi metri e decorato da elaborate statue attorno al tetto. Aveva sempre avuto un aspetto antico, così basso, come se fosse qualcosa di nato dal terreno. E lo era. Era la cripta dei MacGil. Il luogo dove era stato sepolto suo padre dopo le onoranze funebri sulla Rupe Colviana e dopo il periodo di lutto. E prima di lui tutti gli altri re MacGil.

La cripta era il genere di edificio che Gareth sapeva sarebbe stato lasciato intatto. Dopotutto, a chi avrebbe interessato attaccare una tomba? Era il posto rimasto dove sapeva che nessuno si sarebbe neppure preoccupato di cercarlo e dove quindi avrebbe trovato rifugio. Era un posto dove poteva nascondersi e rimanere completamente solo. Un posto dove avrebbe potuto stare insieme ai suoi antenati. Per quanto Gareth odiasse suo padre, stranamente in quei giorni si trovava a desiderare di essergli vicino.

Attraversò di corsa il prato  e una fredda folata di vento lo fece rabbrividire. Si strinse quindi il logoro mantello attorno alle spalle. Sentì il verso acuto di un uccello invernale e sollevando lo sguardo notò un enorme e orribile creatura nera che ruotava in alto sopra la sua testa, sicuramente in attesa del suo crollo, che avrebbe così determinato la sua cena. Gareth non poteva biasimarla. Si sentiva allo stremo delle forze ed era consapevole di avere l’aspetto di un pasto succulento agli occhi di quell’uccellaccio.

Alla fine raggiunse l’edificio, afferrò la massiccia maniglia di ferro della porta con due mani e tirò con tutta la sua forza. Gli girava la testa ed era ormai delirante per la stanchezza. La porta cigolò e gli servirono tutte le sue forze per riuscire ad aprirla.

Gareth corse nel buio, sbattendo la porta di metallo, che riecheggiò alle sue spalle.

Afferrò una torcia spenta dal muro, dove sapeva che era appesa, strofinò la pietra focaia e la accese, permettendosi così di avere la luce sufficiente per vedere davanti a sé mentre scendeva i gradini, sempre più giù nel buio. Diventava a ogni passo più freddo e pieno di spifferi, il vento trovava fessure per soffiare all’interno, fischiando tra le piccole fenditure. Gareth non poteva fare a meno di sentirsi come se i suoi antenati gli stessero ululando contro, rimproverandolo.

“LASCIATEMI IN PACE!” urlò in risposta.

La sua voce riecheggiò ripetutamente rimbalzando contro le pareti della cripta.

“AVRETE PRESTO IL VOSTRO RISCATTO!”

Ma il vento continuava.

Gareth, furioso, scese più a fondo, fino a che raggiunse la grande sala di marmo, scavata nella terra e con un soffitto di tre metri, dove tutti i suoi avi erano sepolti in sarcofagi di marmo. Gareth marciò solennemente lungo il corridoio e i suoi passi risuonarono sul marmo. Raggiunse l’estremità della stanza, dove giaceva suo padre.

Il Gareth di un tempo avrebbe picchiato contro il sarcofago di suo padre. Ma ora, per una qualche ragione, stava iniziando a provare una certa affinità con lui. Non capiva perché. Forse era l’oppio che si stava dileguando dentro di sé, o forse perché sapeva che presto anche lui sarebbe morto.

Gareth toccò il grande sarcofago e si chinò su di esso, abbassando la testa. Si sorprese quando iniziò a piangere.

“Mi manchi, padre,” disse singhiozzando, la voce riecheggiante nella stanza vuota.

Continuò a piangere, le lacrime gli scendevano lungo il volto, fino a che le ginocchia gli si fecero più deboli e crollò esausto a terra, sedendosi sul pavimento, appoggiato addosso alla tomba. Il vento ululò come in risposta e Gareth mise giù la torcia che ardeva sempre più debolmente: una fiammella che si spegneva nell’oscurità. Gareth sapeva che presto tutto sarebbe stato buio e che avrebbe raggiunto tutti quelli che amava di più.




CAPITOLO CINQUE


Steffen camminava triste lungo il solitario sentiero nella foresta, allontanandosi lentamente dalla Torre dell’Asilo. Gli spezzava il cuore lasciare Gwendolyn lì a quel modo, la donna che aveva giurato di proteggere. Senza di lei, lui non era niente. Da quando l’aveva incontrata aveva sentito di aver finalmente trovato uno scopo nella vita: sorvegliarla, consacrare la propria vita a ripagarla per avergli permesso – a lui, un mero servitore – di salire di rango. E soprattutto per essere stata la prima persona nella sua vita a non detestarlo e sottovalutarlo per il suo aspetto.

Steffen aveva provato un senso di orgoglio nell’aiutarla a raggiungere sana e salva la Torre. Ma lasciarla lì lo aveva svuotato. Dove sarebbe andato adesso? Cosa avrebbe fatto?

Senza lei da proteggere, la sua vita sembrava di nuovo priva di scopo. Non poteva tornare alla Corte del Re né a Silesia: Andronico aveva sconfitto entrambe le città e gli tornò in mente la distruzione che aveva visto quando era fuggito da Silesia. L’ultima cosa che ricordava era la sua gente catturata e fatta schiava. Non avrebbe avuto senso tornare. Inoltre Steffen non aveva intenzione di riattraversare l’Anello e stare così lontano da Gwendolyn.

Camminò senza meta per ore, serpeggiando lungo i sentieri della foresta, cercando di riflettere, fino a che gli venne in mente dove andare. Seguì la strada di campagna verso nord, salì una collina – il punto più alto – e da quella posizione privilegiata scorse un piccolo villaggio arroccato su un’altra collina in lontananza. Si diresse da quella parte, e quando la raggiunse vide che quella cittadina aveva ciò che gli serviva: una perfetta visuale della Torre dell’Asilo. Se Gwendolyn avesse mai cercato di andarsene da lì, voleva essere abbastanza vicino ed essere sicuro di poterla accompagnare e proteggere. Dopotutto la sua lealtà era verso di lei ora. Non verso un esercito o una città, ma verso lei. Lei era la sua nazione.

Quando Steffen arrivò nel piccolo e umile villaggio decise che sarebbe rimasto lì, in quel luogo, da dove avrebbe sempre potuto osservare la Torre e tenere sott’occhio Gwen. Attraversando i cancelli notò che si trattava di un villaggio povero e ordinario, un altro piccolo insediamento ai confini dell’Anello, così nascosto nella Foresta Meridionale che gli uomini di Andronico sicuramente non si erano presi la briga di andare da quella parte.

Steffen arrivò sotto gli sguardi stupiti di decine di paesani: volti dipinti di ignoranza e mancanza di compassione, tutti a guardarlo a bocca aperta e con quella familiare espressione di beffa e derisione che aveva incontrato da quando era nato. Mentre tutti osservavano il suo aspetto lui sentiva su di sé i loro occhi beffardi.

Avrebbe voluto girarsi e andarsene di corsa, ma si sforzò di non farlo. Aveva bisogno di stare vicino alla Torre, e per il bene di Gwendolyn avrebbe sopportato qualsiasi cosa.

Un abitante del villaggio, un uomo robusto sulla quarantina, vestito di stracci come gli altri, si voltò e si diresse severo verso di lui.

“Cos’abbiamo qui, una specie di scherzo della natura?”

Gli altri risero, girandosi a loro volta e avvicinandosi.

Steffen rimase calmo, aspettandosi quel genere di accoglienza cui era abituato da una vita. Aveva imparato che più le persone erano provinciali, più si divertivano a ridicolizzarlo.

Si raddrizzò e si assicurò che l’arco fosse al posto giusto appeso alla sua spalla, in caso quei paesani fossero non solo crudeli, ma anche violenti. Sapeva che, se ce ne fosse stato bisogno, ne avrebbe messi al tappeto molti in un batter d’occhio. Ma lui non era lì per la violenza. Era lì per trovare riparo.

“Sembra essere ben più che un semplice personaggio strano, giusto?” chiese un altro mentre il gruppo di persone si ingrossava attorno a lui facendosi sempre più minaccioso.

“Da come è vestito direi di sì,” disse un altro. “Guardate l’armatura reale.”

“E quell’arco: è pelle pregiata.”

“Per non parlare delle frecce. Punte d’oro, vero?”

Si fermarono a pochi passi da lui, guardandolo con volti minacciosi. Gli fecero ricordare i bulli che lo tormentavano da bambino.

“Allora, chi sei, pagliaccio?” chiese uno di loro.

Steffen fece un respiro profondo, determinato a stare calmo.

“Non ho intenzione di farvi del male,” iniziò.

Tutti scoppiarono a ridere.

“Del male? Tu? Che male potresti mai farci?”

“Non potresti nuocere neanche ai nostri polli,” rise un altro.

Steffen avvampò mentre le risa si intensificavano, ma non voleva lasciarsi provocare.

“Ho bisogno di un posto dove stare e di cibo da mangiare. Ho mani callose e forti per lavorare. Assegnatemi un compito e mi darò da fare. Non mi serve molto. Lo stretto necessario.”

Steffen voleva perdersi nuovamente nel duro lavoro, come quello svolto in tutti gli anni passati nei sotterranei del castello a servire re MacGil. Gli avrebbe tenuto la mente lontana dai pensieri. Poteva lavorare sodo e vivere nell’anonimato come si era preparato a fare prima di incontrare Gwendolyn.

“E tu ti definisci un uomo?” gridò uno di loro, ridendo.

“Forse possiamo usarlo in qualche modo,” disse un altro.

Steffen lo guardò speranzoso.

“Magari nei combattimenti contro i cani o i polli!”

Tutti risero.

“Pagherei per vederlo!”

“Là fuori c’è una guerra, se non l’avete notato,” disse Steffen freddamente. “Sono sicuro che anche in una cittadina provinciale e semplice come questa, potete dare una mano a mantenere le provviste.”

Gli abitanti si guardarono confusi.

“Certo che sappiamo della guerra,” disse uno, “ma il nostro villaggio è troppo piccolo. Gli eserciti non si preoccupano minimamente di venire da questa parte.”

“Non mi piace il modo in cui parli,” disse un altro. “Tutto affettato. Sembra che ti sia stata impartita una qualche istruzione. Pensi di essere meglio di noi?”

“Non sono meglio di nessuno,” disse Steffen.

“Questo è ovvio,” rise un altro.

“Basta chiacchiere!” intervenne uno degli abitanti con tono serio.

Si fece avanti e spinse gli altri con forti manate. Era più anziano e sembrava una persona seria. La folla fece silenzio in suo presenza.

“Se dici sul serio,” disse l’uomo con voce profonda e brusca, “posso aver bisogno di due mani in più nel mio mulino. La paga è un sacco di grano al giorno e una caraffa d’acqua. Dormirai nel granaio insieme agli altri ragazzi. Se ti va bene, sei assoldato.”

Steffen annuì, soddisfatto di vedere finalmente una persona seria.

“Non chiedo niente di più,” disse.

“Da questa parte,” disse l’uomo, facendosi largo tra la folla.

Steffen lo seguì e si fece condurre a un grande mulino di legno attorno al quale si trovavano al lavoro ragazzi e uomini. Tutti sudati e sporchi, stavano in una corsia fangosa e spingevano un’enorme ruota di legno tenendo in mano ciascuno un’asta dietro alla quale camminavano. Steffen rimase lì, osservò il lavoro e capì che sarebbe stata un’altra attività di quelle da spezzargli la schiena. Ma l’avrebbe fatto.

Si voltò verso l’uomo per dirgli che accettava, ma l’uomo se n’era già andato, dando per scontato che avrebbe preso quel lavoro. I paesani con pochi altri risolini si voltarono e tornarono alle loro occupazioni, mentre Steffen guardava la ruota, la nuova vita che gli si proiettava davanti.

Per un piccolo sprazzo di tempo era stato debole e si era permesso di sognare. Si era immaginato una vita di castelli e regalità. Si era visto diventare una persona importante, il braccio destro della regina. Avrebbe dovuto sapere che non era il caso di alimentare pensieri così elevati. Era chiaro che non era destinato a una vita del genere. Non lo era mai stato. Ciò che gli era successo, l’incontro con Gwendolyn, era stata una combinazione. Ora la sua vita sarebbe stata relegata a questo. Ma questa almeno era una vita che conosceva. Una vita che capiva. Una vita dura. E senza Gwendolyn era la vita giusta per lui.




CAPITOLO SEI


Thor spingeva Micople sempre più veloce mentre sfrecciavano fra le nuvole, avvicinandosi sempre di più alla Torre dell’Asilo. Sentiva con tutto se stesso che Gwen era in pericolo. Sentiva la vibrazione scorrergli fino alle punte delle dita, in tutto il corpo, dicendogli qualcosa, dandogli un avvertimento. Gli diceva di andare più veloce.

Più veloce.

“Più veloce!” gridò a Micople.

Micople ruggì sommessamente in risposta e sbatté con maggior forza le ali. Thor non avrebbe neanche avuto bisogno di pronunciare le parole: Micople capiva tutto anche prima che lui lo dicesse. Ma pronunciare le parole lo faceva sentire meglio. Si sentiva inutile. Aveva la sensazione che qualcosa di molto grave riguardasse Gwen e che ogni secondo fosse preziosissimo.

Finalmente uscirono da un cumulo di nubi e Thor si sentì immensamente sollevato vedendo ciò che appariva all’orizzonte: la Torre dell’Asilo. Era un edificio antico e misterioso, una torre stretta e a base perfettamente circolare che si innalzava verso il cielo, toccando quasi le nuvole. Era costruita con un’antica pietra nera e luccicante e Thor ne percepiva il potere anche da lì.

Mentre si avvicinavano in volo, improvvisamente scorse qualcosa in alto, in cima alla torre. Era una persona. Era in piedi sul bordo, le mani in fuori, di lato. Aveva gli occhi chiusi e stava ondeggiando in balia del vento.

Thor capì subito di chi si trattava.

Gwendolyn.

Il cuore iniziò a martellargli in petto quando la vide stare lì. Capì cosa stava pensando. E sapeva perché. Gwen pensava di aver fallito e lui non poteva fare a meno di pensare che era tutta colpa sua.

“PIÙ VELOCE!” gridò.

Micople sbatté le ali ancora di più: volavano così veloci che Thor faceva fatica a respirare.

Avvicinandosi Thor vide Gwen fare un passo indietro, sul pianerottolo, di nuovo verso la salvezza del tetto, e il cuore gli si colmò di sollievo. Senza neanche vederlo, aveva cambiato idea da sola e aveva deciso di non saltare.

Micople ruggì e Gwen sollevò lo sguardo vedendo Thor per la prima volta. I loro occhi si incontrarono, anche a quella distanza, e lui vide lo sbalordimento sul suo volto.

Micople atterrò sul tetto e subito Thor balzò a terra, prima ancora che fosse scesa completamente, e corse verso Gwendolyn.

Lei si voltò e lo fissò, gli occhi sgranati in assoluta sorpresa. Sembrava che stesse guardando un fantasma.

Thor correva verso di lei, il cuore che gli batteva forte in petto, pervaso dalla trepidazione, e allungò le braccia. Si abbracciarono e Thor la sollevò tenendola stretta a sé, facendola girare.

La sentì piangere e le sue lacrime gli scendevano sul collo. Non poteva credere di essere veramente lì, con Gwen tra le braccia, in carne e ossa. Era vero. Era il sogno che aveva visto con l’occhio della sua mente, giorno dopo giorno, notte dopo notte, anche quando era nel mezzo dell’Impero, quando era stato certo di non fare mai ritorno e di non rivederla mai più. E ora eccolo lì, a stringerla a sé.

Dopo esserle stato lontano così a lungo ogni cosa di lei gli sembrava nuova. Sembrava tutto perfetto. E Thor giurò che non avrebbe mai più dato per scontato un solo altro momento della sua vita con lei.

“Gwendolyn,” le sussurrò nell’orecchio.

“Thorgrin,” rispose lei con un filo di voce.

Si tennero stretti a lungo, poi lentamente si scostarono e si baciarono. Fu un bacio appassionato e nessuno dei due avrebbe voluto interromperlo.

“Sei vivo,” disse Gwen. “Sei qui. Non posso crederci.”

Micople sbuffò e Gwendolyn guardò oltre le spalle di Thor mentre il drago dava un colpo d’ali. Il volto le si pietrificò per il terrore.

“Non avere paura,” le disse Thor. “Si chiama Micople. È mia amica. E sarà anche amica tua. Lascia che te la presenti.”

Thor prese Gwen per mano e la accompagnò lentamente dall’altra parte del parapetto. Sentiva la sua paura mentre si avvicinavano. Capiva. Dopotutto quello era un vero drago in carne e ossa, e Gwen non ci era sicuramente mai stata così vicina in vita sua.

Micople guardò Gwen con i suoi grandi e brillanti occhi rossi, sbuffò gentilmente e sbatté le ali arcuando il collo all’indietro. Thor percepì una sorta di gelosia, mista forse a curiosità.

“Micople, ti presento Gwendolyn.”

Micople girò la testa dall’altra parte, altezzosa.

Poi improvvisamente si rigirò e guardò Gwen fisso negli occhi, come se la stesse analizzando. Si chinò in avanti, così vicina che il suo muso quasi le toccava il volto.

Gwen sussultò per la sorpresa e il rispetto, forse per la paura. Allungò una mano tremante e la posò delicatamente sul naso di Micople, toccando le sue scaglie viola.

Dopo diversi secondi Micople sbatté le palpebre e abbassò il naso, strofinandolo contro la pancia di Gwen in segno di affetto. Continuò a strusciarsi a quel modo, come se fosse incollata a Gwen e Thor non riusciva a capire perché.

Poi, sempre velocissima, Micople girò la testa e guardò all’orizzonte.

“È bellissima,” sussurrò Gwen.

Si voltò a guardare Thor.

“Avevo abbandonato ogni speranza che tornassi,” gli disse. “Non pensavo che ce l’avresti fatta.”

“Neanche io,” rispose Thor. “Il pensiero di te è quello mi ha sostenuto. Mi ha dato un motivo per vivere. Per tornare.”

Si abbracciarono di nuovo, tenendosi stretti mentre la brezza li accarezzava, poi si scostarono.

Gwendolyn abbassò lo sguardo e notò la Spada della Dinastia appesa alla cintura di Thor e sgranò gli occhi sussultando.

“Hai riportato la Spada,” disse. Lo guardò incredula. “Sei tu il prescelto che può maneggiarla.”

Thor annuì.

“Ma come…” iniziò, ma poi si interruppe. Era chiaramente sopraffatta dalle emozioni.

“Non lo so,” disse Thor. “Ci sono riuscito e basta.”

Gli occhi di Gwen si fecero pieni di speranza mentre pensava alle conseguenze.

“Allora lo Scudo è attivo di nuovo,” disse speranzosa.

Thor annuì con solennità.

“Andronico è in trappola,” disse. “Abbiamo già liberato la Corte del Re e Silesia.”

Il volto di Gwendolyn si tinse di gioia e sollievo.

“Sei stato tu,” disse, capendo. “Hai liberato le nostre città.”

Thor scrollò le spalle con modestia.

“È stata per lo più Micople. E la Spada. Io ho solo partecipato passivamente.”

Gwen era raggiante.

“E il nostro popolo? Sono salvi? È sopravvissuto qualcuno?

Thor annuì.

“Per la maggior parte sono salvi e stanno bene.”

Gwen quasi brillava di contentezza, sembrava essere nuovamente ringiovanita.

“Kendrick ti aspetta a Silesia,” disse Thor. “E ti aspettano anche Godfrey, Reece, Srog e molti, molti altri. Sono tutti sani e salvi e la città è libera.”

Gwen corse ad abbracciare Thor, tenendolo stretto a sé. Lui poté sentire il sollievo scorrerle nelle vene.

“Pensavo fosse tutto perduto,” disse, piangendo sommessamente. “Tutto perduto per sempre.”

Thor scosse la testa.

“L’Anello è sopravvissuto,” le disse. “Andronico è in fuga. Torneremo e lo spazzeremo via una volta per tutte. E poi ci metteremo a ricostruire.”

Gwendolyn si voltò improvvisamente e distolse lo sguardo, osservando il cielo e asciugandosi le lacrime. Si strinse addosso il mantello e voltò le spalle a Thor, il volto colmo di apprensione.

“Non so se posso tornare,” disse esitante. “Mi è successa una cosa. Mentre eri via.”

Thor la fece girare e la guardò, tenendole le mani sulle spalle.

“So quello che ti è successo,” disse. “Tua madre me l’ha detto. Non c’è niente di cui vergognarsi,” le disse.

Gwendolyn lo guardò, gli occhi pieni di sorpresa e meraviglia.

“Tu sai?” gli chiese, scioccata.

Thor annuì.

“Non significa niente,” la rassicurò. “Ti amo come non mai. Ancora di più. È il nostro amore che conta. È indistruttibile. Ti vendicherò. Ucciderò Andronico con le mie stesse mani. E il nostro amore non morirà mai.”

Gwen lo abbracciò con forza e le lacrime scorsero sul collo di Thor. Lui sentiva quanto fosse sollevata.

“Ti amo,” gli disse Gwen in un orecchio.

“Anche io ti amo,” rispose lui.

Mentre Thor stava lì, tenendola stretta, il cuore gli batteva per la trepidazione. Voleva ora, in quel momento più che mai, porle la fatidica domanda. Chiederle di sposarlo. Ma sentiva anche di non poterlo fare fino a che non le avesse raccontato il suo segreto, fino a che non le avesse detto chi era suo padre.

Il pensiero  lo colmò di vergogna e umiliazione. Eccolo lì, appena compiuto il giuramento di uccidere l’uomo che entrambi odiavano più di ogni altro al mondo. E come poteva dire subito dopo che Andronico era suo padre?

Thor si sentiva certo che se l’avesse fatto, Gwendolyn l’avrebbe odiato per sempre. E non poteva rischiare di perderla. Non dopo tutto quello che era successo. La amava troppo.

Quindi, con mani tremanti, prese la collana dalla tasca interna della camicia, quella che aveva trovato tra i tesori dei draghi, con il laccio d’oro e il cuore dorato tempestato di diamanti e rubini. La tenne alta contro luce e Gwen sussultò vedendola.

Thor si portò dietro di lei e gliela agganciò attorno al collo.

“Un piccolo segno del mio amore e del mio affetto,” le disse.

Le stava divinamente addosso, l’oro brillava alla luce, riflettendo ogni cosa.

L’anello gli bruciava nella tasca e Thor giurò di darglielo al momento giusto. Quando avrebbe trovato il coraggio di dirle la verità. Ma non era il momento, per quanto sperasse che lo fosse.

“Quindi, come vedi puoi tornare,” disse Thor accarezzandole la guancia con il dorso della mano. “Devi tornare. La tua gente ha bisogno di te. Hanno bisogno di una guida. L’Anello senza una guida non è niente. Guardano a te per essere condotti. Andronico occupa ancora metà dell’Anello. Le nostre città hanno ancora bisogno di essere ricostruite.”

La guardò negli occhi e vide che stava pensando.

“Di’ di sì,” le fece pressione. “Ritorna con me. Questa torre non è il posto giusto dove una giovane donna possa trascorrere il resto dei suoi giorni. L’Anello ha bisogno di te. Io ho bisogno di te.”

Thor tese una mano in fuori e rimase in attesa.

Gwendolyn abbassò lo sguardo soppesando la situazione.

Poi alla fine allungò una mano e la pose in quella di Thor. Gli occhi le si fecero più brillanti, scintillanti di amore e calore. Thor capì che la Gwendolyn di un tempo stava lentamente tornando, piena di vita, amore e gioia come una volta. Era come un fiore che si stava rischiudendo davanti ai suoi occhi.

“Sì,” disse con delicatezza, sorridendo.

Si abbracciarono e lui la tenne stretta, giurando di non lasciarla mai più.




CAPITOLO SETTE


Erec aprì gli occhi e si trovò steso tra le braccia di Alistair, con lo sguardo fisso nei suoi occhi blu come il cristallo che brillavano di amore e calore. Lo guardava con un sorriso appena accennato ai lati della bocca ed Erec percepì il calore che irradiavano le sue mani, scorrendo da lì a tutto il corpo. Si controllò e si accorse di essere completamente sano, rinato, come se non fosse mai stato ferito. Lei l’aveva riportato dalla morte.

Erec si mise a sedere e guardò con sorpresa gli occhi di Alistair, ritrovandosi a chiedersi ancora una volta chi lei fosse veramente e come potesse avere tali poteri.

Mettendosi seduto e strofinandosi la testa, improvvisamente ricordò: gli uomini di Andronico. L’attacco. La difesa della gola. Il masso.

Balzò in piedi e vide tutti i suoi uomini che lo guardavano come se fossero in attesa della sua resurrezione e di un suo comando. I loro volti esprimevano sollievo.

“Per quanto tempo sono rimasto senza conoscenza?” chiese ad Alistair, agitato. Si sentiva in colpa per aver abbandonato i suoi uomini così a lungo.

Ma lei gli sorrise con dolcezza.

“Solo per un momento,” gli rispose.

Erec non riusciva a capire come potesse essere. Si sentiva così ristorato, come se avesse dormito per anni. Sentiva una nuova forza nei suoi passi mentre balzava in piedi, si voltava e correva verso l’ingresso della gola controllando il suo lavoro: il grosso masso che aveva colpito ora bloccava il passaggio e gli uomini di Andronico non potevano più passare da quella parte. Erano riusciti a realizzare l’impossibile e avevano respinto un esercito così grande. Almeno per ora.

Prima che potesse esultare, Erec udì un improvviso grido provenire dall’alto e sollevò lo sguardo: lì, in cima alla rupe, c’era un suo uomo che urlava, poi barcollò all’indietro e precipitò a terra, morto.

Erec osservò il cadavere e vide una lancia che lo trafiggeva, poi risollevò lo sguardo e vide una caotica attività: grida e urla si levavano ovunque. Davanti ai suoi occhi decine di uomini di Andronico apparivano sulla sommità, combattendo corpo a corpo con gli uomini del duca, sferrando un colpo dopo l’altro. Erec capì subito cosa stava succedendo: il comandante dell’Impero aveva diviso le sue forze, mandandone una parte nella gola e spedendo gli altri sulla montagna.

“IN CIMA!” gridò Erec. “ARRAMPICHIAMOCI!”

Gli uomini del duca lo seguirono mentre correva lungo il ripido versante, spada alla mano, arrancando per salire tra la roccia e la polvere. A fasi alterne avanzava e scivolava indietro aggrappandosi con le mani, graffiandosi contro le pietre, tenendosi stretto e facendo del suo meglio per non cadere all’indietro. Correva, ma la salita era talmente ripida che si trattava più di una scalata che di una corsa: ogni passo era una dura battaglia, le armature sferragliavano tutt’attorno a lui mentre i suoi uomini procedevano ansimando e sbuffando, come capre di montagna, diretti verso la cima.

“ARCIERI!” gridò Erec.

In basso numerose decine di arcieri del duca che stavano scalando la montagna si fermarono e presero la mira verso l’alto. Scoccarono e fecero volare una raffica di frecce: numerosi soldati dell’Impero gridarono e caddero all’indietro, precipitando lungo la parete rocciosa. Un corpo rotolò verso Erec, ma lui lo scansò evitandolo per un pelo. Uno degli uomini del duca non fu altrettanto fortunato: un cadavere lo colpì e lo mandò a cadere a terra, gridando e morendo schiacciato dal peso dell’avversario.

Gli arcieri del duca scavarono e si appostarono su e giù dalla montagna, tirando ogni volta che un soldato dell’Impero faceva capolino con la testa oltre il bordo del dirupo per tenerli a bada.

Ma la lotta in cima era serrata, corpo a corpo, e non tutte le frecce andarono a segno: una mancò il colpo e andò accidentalmente a conficcarsi nella schiena di uno degli uomini del duca. Il soldato gridò e si inarcò, così che un uomo dell’Impero, cogliendo l’occasione, lo pugnalò mandandolo a cadere all’indietro, giù dalla montagna. Ma non appena il soldato dell’Impero fu esposto, un altro arciere gli tirò una freccia nello stomaco facendo precipitare anche lui nel vuoto.

Erec raddoppiò gli sforzi e così fecero anche quelli che lo circondavano, scattando di corsa verso l’alto. Avvicinandosi alla cima, quando si trovava solo a pochi metri, scivolò e iniziò a cadere. Si dimenò, allungò un braccio e si aggrappò con forza a una spessa radice che emergeva dalla pietra. Si tenne lì con tutte le sue forze, penzolante, poi si tirò su, si rimise sui piedi e continuò la risalita.

Raggiunse la cima prima degli altri e corse in avanti lanciando un grido di battaglia, la spada levata, felice di difendere i suoi uomini che stavano detenendo le loro posizioni sulla sommità ma che iniziavano ad essere spinti indietro. Non c’erano che poche decine dei suoi uomini lassù ed erano tutti impegnati in combattimenti corpo a corpo con i soldati dell’Impero che erano il doppio di loro. A ogni secondo che passava apparivano sempre più soldati nemici sulla cima.

Erec combatteva come un pazzo, attaccando e pugnalando due soldati alla volta, liberando i suoi uomini. Non c’era nessuno in battaglia veloce quanto lui, non esisteva un uomo simile in tutto l’Anello, e con due spade in mano, colpendo in tutte le direzioni, Erec mise alla luce le sue doti uniche di campione dell’Argento cercando di sconfiggere l’Impero. Era un’ondata di distruzione incarnata da un solo uomo: ruotava, si abbassava, colpiva, si lanciava sempre più a fondo tra i soldati nemici. Scansava colpi, dava testate, parava e procedeva così velocemente che non gli serviva neanche usare lo scudo.

Erec passò tra di loro come una ventata, atterrando decine di soldati prima che avessero anche solo la possibilità di difendersi. E gli uomini del duca, tutt’attorno a lui, recuperarono.

Dietro di lui anche gli altri uomini del duca raggiunsero la cima, guidati da Brandt e dal duca stesso, che si portarono a combattere al fianco di Erec. Presto il vantaggio si invertì e si ritrovarono a spingere indietro l’esercito dell’Impero, mentre i cadaveri si ammassavano tutt’attorno.

Erec si mise in guardia contro l’ultimo soldato dell’Impero rimasto in cima e lo portò ad arretrare per poi calciarlo e farlo cadere dal lato dell’Impero, gridando e precipitando all’indietro.

Erec e i suoi uomini rimasero tutti lì a riprendere fiato. Erec attraversò l’ampia pianura fino al crinale dalla parte dell’Impero. Voleva vedere cosa ci fosse in basso. L’Impero aveva saggiamente smesso di mandare uomini lassù, ma Erec aveva il tremendo presentimento che potessero avere ancora qualche riserva. Anche i suoi uomini si portarono al suo fianco e guardarono in basso insieme a lui.

Niente nell’immaginazione più sfrenata di Erec lo aveva preparato a ciò che vide. Il cuore gli sprofondò nel petto. Nonostante fossero riusciti a uccidere centinaia di uomini, nonostante fossero riusciti a sigillare la gola e ad avere il sopravvento, rimanevano ancora là sotto centinaia di migliaia di soldati nemici.

Erec faceva fatica a crederlo. Ci erano volute tutte le loro forze per arrivare a quel punto, e tutto il danno che avevano arrecato non aveva minimamente intaccato l’infinita potenza dell’Impero. Non facevano che arrivare sempre più uomini lassù. Erec e i suoi potevano anche ucciderne decine, forse addirittura centinaia. Ma alla fine quelle migliaia ce l’avrebbero fatta.

Erec rimase lì sentendosi privato di ogni speranza. Per la prima volta in vita sua sapeva che stava per morire: lì, su quel terreno, quel giorno. Non c’era modo per evitarlo. Non se ne pentiva. Aveva messo in piedi una difesa eroica e se proprio doveva morire non c’era modo o luogo migliore. Afferrò la sua spada e si irrigidì: la sua unica esitazione era che Alistair avrebbe dovuto essere al sicuro.

Magari in  una vita successiva avrebbe avuto più tempo per stare con lei.

“Bene, abbiamo fatto una bella corsa,” disse una voce.

Erec si voltò e vide Brandt in piedi accanto a lui, la mano sull’elsa della spada, pure lui rassegnato. Entrambi avevano combattuto innumerevoli battaglie insieme, si erano trovati molte volte in minoranza numerica, eppure Erec non aveva mai visto  l’espressione che ora appariva sul volto dell’amico. Sicuramente rispecchiava la sua: segnalava che la morte era lì.

“Almeno moriremo con le spade in mano,” disse il duca.

Ripeté con esatte parole i pensieri di Erec.

In basso gli uomini dell’Impero, come se stessero capendo, sollevarono lo sguardo. Migliaia di guerrieri iniziarono a correre, a marciare all’unisono diretti verso il dirupo, le armi sguainate. Centinaia di arcieri dell’Impero iniziarono a inginocchiarsi ed Erec sapeva che sarebbe stata solo questione di attimi perché il massacro avesse inizio. Si preparò e fece un profondo respiro.

Improvvisamente si sentì un verso stridulo provenire da qualche parte nel cielo, all’orizzonte. Erec sollevò lo sguardo e perlustrò la volta celeste, chiedendosi se stesse avendo le traveggole. Una volta aveva udito il grido di un drago e gli sembrava di aver appena sentito il medesimo suono. Era un rumore che non aveva mai dimenticato: l’aveva sentito durante il suo allenamento al Cento. Era un grido che non aveva mai pensato di risentire. Non poteva essere possibile. Un drago? Lì nell’Anello?

Erec allungò il collo e, in lontananza, attraverso le nuvole che si allontanavano tra loro, vide una cosa che sarebbe rimasta per sempre impressa nella sua mente: in volo diretto verso di loro, con le grandi ali che sbattevano, c’erano un enorme drago viola con ampi e luccicanti occhi rossi. Quella visuale riempì Erec di paura, più di quanto potesse fare un qualsiasi esercito.

Ma guardando meglio la sua espressione passò da timore a confusione. Gli parve di vedere due persone su dorso del drago. Strizzando gli occhi, Erec li riconobbe. Che gli occhi gli stessero giocando brutti scherzi?

Lì, in groppa al drago, sedevano Thorgrin e, dietro di lui, aggrappata alla sua vita, la figlia di re MacGil, Gwendolyn.

Prima che Erec potesse iniziare a capire ciò che stava vedendo, il drago si tuffò verso il basso, diretto verso terra come un’aquila. Aprì la bocca ed emise un suono terribile, così acuto che un masso accanto ad Erec si frantumò. Poi soffiò fuoco in un modo che Erec mai aveva visto.

La valle si riempì delle grida e urla di migliaia di soldati dell’Impero, mentre ondata dopo ondata le fiamme li circondavano e l’intera vallata veniva bruciata. Thor diresse il drago da una parte all’altra dei ranghi di nemici, spazzandoli via quasi tutti in un batter d’occhio.

I soldati rimasti si voltarono e fuggirono, correndo verso l’orizzonte. Thor si lanciò anche dietro a loro, guidando il drago a soffiare sempre più fuoco.

Nel giro di pochi istanti tutti gli uomini al di sotto di Erec, quelli che l’avevano reso così certo di essere prossimo alla morte, erano morti. Di loro non rimanevano nient’altro che cadaveri bruciacchiati, fuoco e fiamme. L’intero battaglione dell’Impero era stato annientato.

Erec sollevò lo sguardo a bocca aperta per lo stupor e guardò il drago levarsi in aria, sbattere le grandi ali e volare oltre. Era diretto verso nord. I suoi uomini levarono un grandioso grido di gioia al suo passaggio.

Erec era senza parole per l’ammirazione nei confronti delle gesta eroiche di Thor, la sua temerarietà, il suo controllo su quella bestia, e il potere dell’animale stesso. Gli era stata concessa una seconda possibilità di vita – a lui e a tutti i suoi uomini – e per la prima volta da un bel po’ di tempo si sentiva ottimista. Ora potevano vincere. Anche contro l’esercito da un milione di uomini di Andronico, con una bestia come quella potevano veramente vincere.

“Uomini, in marcia!” ordinò Erec.

Era determinato a seguire la traiettoria del drago, l’odore di zolfo, la scia in cielo, ovunque quella li conducesse. Thorgrin era tornato ed era ora di unirsi a lui.




CAPITOLO OTTO


Kendrick si lanciò all’attacco sul suo cavallo, circondato dai suoi uomini, in migliaia ammassati al di fuori di Vinesia, la città più grande in cui il battaglione di Andronico si era ritirato. Un’alta cancellata di ferro sbarrava l’accesso alla città, le mura di pietra erano spesse e migliaia di uomini di Andronico sciamavano dentro e fuori, in netta superiorità numerica rispetto all’esercito di Kendrick. L’elemento sorpresa non era più dalla loro parte.

Ancora peggio, dall’altra parte della città apparvero in vista migliaia di altri soldati di Andronico, rinforzi che inondavano la pianura. Proprio quando Kendrick aveva pensato di averli in pugno, la situazione si era velocemente capovolta. Infatti l’esercito stava ora marciando verso di loro, in ordine, disciplinato, una massiccia ondata di distruzione.

L’unica alternativa era ora quella di ritirarsi a Silesia e tenere duro lì temporaneamente fino a che l’Impero prendesse nuovamente il sopravvento, fino a che tutti finissero a diventare schiavi di nuovo. Non poteva accadere.

Kendrick non si era mai ritirato una sola volta dalla battaglia, neanche quando si era trovato in minoranza numerica e nessun altro dei coraggiosi guerrieri dell’esercito di MacGil, di Silesia e dell’Argento che erano ora lì con lui. Kendrick sapeva che tutti avrebbero combattuto fino alla morte. E mentre serrava la presa sull’elsa della sua spada, sapeva che ciò era esattamente quello che doveva fare quel giorno.

I soldati dell’Impero lanciarono un grido di battaglia e gli uomini di Kendrick risposero con un urlo ancora più forte.

Mentre scendevano al galoppo il versante della collina per scontrarsi con l’esercito che avanzava verso di loro, sapendo che si trattava di una battaglia che non potevano vincere, ma determinati a portarla comunque avanti, gli uomini di Andronico presero velocità e si avvicinarono sempre più. Kendrick sentiva l’aria che gli passava tra i capelli, sentiva la vibrazione dell’elsa della spada nella sua mano, e sapeva che era questione di pochi attimi perché si ritrovasse perso in un enorme clangore metallico, in un grande e familiare rito di spade.

Fu sorpreso di udire qualcosa di simile a uno stridio provenire dall’alto. Allungò il collo e guardò verso il cielo: qui vide qualcosa che sfrecciava attraverso le nuvole e che gli fece strizzare gli occhi per guardare meglio. Lo aveva visto un’altra volta prima d’ora – Thor che appariva in groppa a Micople – eppure la vista gli mozzò comunque il fiato. Soprattutto perché questa volta c’era anche Gwendolyn lassù.

Il cuore di Kendrick si gonfiò di gioia mentre li vedeva tuffarsi e si rendeva conto di ciò che stava per accadere. Sorrise, sollevò la spada in alto e galoppò più forte, capendo per la prima volta che la vittoria quel giorno dopotutto sarebbe stata loro.


*

Thor e Gwen volavano in groppa a Micople, ondeggiando dentro e fuori dalle nuvole, le grandi ali del drago che sbattevano sempre più forte mentre lui la spronava. Percepiva che c’era del pericolo là sotto per Kendrick e gli altri, si tuffò in basso e sbucò dalle nuvole. Davanti a lui si aprì una veduta totale del paesaggio: tra le colline tondeggianti dell’Anello vide la vastità dell’esercito di Andronico che avanzava contro gli uomini di Kendrick in aperta pianura.

Thor spronò Micople.

“Scendi!” le sussurrò.

Lei scese in basso, così vicina al terreno che Thor poteva quasi saltare a terra, poi aprì la bocca e soffiò il fuoco. Il calore quasi scottò Thor stesso. Ondate e ondate di fuoco rotolarono attraverso la piana e si levarono le grida terrorizzate degli uomini dell’Impero. Micople portò una devastazione come mai si era vista, incendiando chilometri e chilometri di campagna e uccidendo migliaia di uomini di Andronico.

Chiunque sopravviveva si voltava per scappare. Thor avrebbe lasciato il resto a Kendrick: che se ne curasse lui.

Virò verso la città e vide migliaia di soldati dell’Impero all’interno. Sapeva che Micople non poteva girarsi in un’area così ristretta, con quelle mura alte e strette, e che sarebbe stato troppo rischioso farla scendere lì. Thor vide centinaia di soldati che miravano al cielo con frecce e lance, e temette che potessero fare del male a Micople a così poca distanza. La cosa non gli andava per niente. Sentiva la Spada della Dinastia che gli pulsava in mano e capì che si trattava di una battaglia che doveva portare avanti da solo.

Diresse Micople davanti alla città, fuori dalla grande cancellata di ferro.

Quando atterrò, si chinò in avanti e sussurrò all’orecchio di Micople: “Il cancello. Brucialo e io lo potrò strappare da lì.”

Micople gli rispose con un verso gracchiante, sbattendo le ali sulla difensiva. Era chiaro che voleva rimanere con Thor, combattere al suo fianco all’interno della città. Ma Thor non gliel’avrebbe permesso.

“Questa è la mia battaglia,” insistette. “E ho bisogno che tu porti Gwen in salvo.”

Micople sembrò capire. Improvvisamente si chinò in avanti e sputò una fiammata contro il cancello di ferro, fino a farlo fondere completamente.

Thor si chinò su Micople.

“Va’!” le sussurrò. “Porta Gwendolyn in salvo.”

Thor saltò giù e appena toccò terra sentì che la Spada della Dinastia gli vibrava in mano.

“Thor!” gridò Gwen.

Ma Thor stava già correndo verso i cancelli fusi. Udì Micople prendere il volo e capì che stava portando Gwen al sicuro.

Thor passò di corsa attraverso i cancelli aperti ed entrò nel cortile, proprio nel cuore della città, nel mezzo della massa di migliaia di uomini. La Spada della Dinastia vibrava contro il suo palmo come una cosa viva, guidandolo come se fosse più leggera dell’aria. Tutto quello che lui doveva fare era tenersi stretto.

Sentì che il braccio, il polso e tutto il corpo si muovevano, colpendo e attaccando in ogni direzione. La Spada fischiava in aria e tagliava gli uomini come fossero burro, uccidendone decine alla volta. Thor ruotava e colpiva da tutte le parti. All’inizio l’Impero cercò di contrattaccare, ma dopo che Thor ebbe tagliato scudi, armature e armi di ogni genere come se non fossero neanche lì, dopo che ebbe ucciso file e file di uomini, si resero conto di cosa stavano affrontando: un vortice magico e irrefrenabile di distruzione.

Nella città divampò il caos. Le migliaia di soldati dell’Impero si voltarono e cercarono di fuggire dalla città, di allontanarsi da Thor. Ma non c’era posto dove potessero andare. Condotto dalla Spada Thor era troppo veloce, come un fulmine che saettava per la città. I soldati, presi dal panico, correvano entro le mura, scontrandosi tra loro e correndo disordinatamente nel tentativo di uscire.

Thor non li lasciò fuggire. Scattò verso ogni angolo della città, la Spada lo portava a una velocità mai sperimentata prima e, mentre pensava a Gwendolyn e a cosa Andronico le aveva fatto, uccideva un soldato dopo l’altro, mettendo in atto la sua vendetta. Era ora di rettificare i torti di cui Andronico aveva tempestato l’Anello.

Andronico. Suo padre. Il pensiero gli bruciava dentro come un fuoco. A ogni colpo di spada immaginava di ucciderlo, spazzando via la propria origine. Thor voleva essere qualcun altro, derivare da qualcun altro. Voleva un padre di cui essere fiero. Qualsiasi altro che non fosse Andronico. E se avesse ucciso abbastanza di quegli uomini, forse, solo forse, si sarebbe liberato da quel peso.

Thor combatteva indiavolato, ruotando in ogni direzione, fino a che si rese conto che stava tirando fendenti contro il nulla. Si guardò in giro e vide che ogni soldato, ogni singolo uomo di Andronico, giaceva a terra morto. La città era piena di corpi. Non era rimasto nessuno da uccidere.

Thor era solo nella piazza cittadina, con il fiatone, la spada scintillante in mano, e non si sentiva volare una mosca.

Improvvisamente si udì un lontano grido di gioia che lo risvegliò: corse fuori dalla città e vide, in distanza, gli uomini di Kendrick che correvano, attaccando ciò che era rimasto dell’esercito nemico, respingendolo.

Quando Thor corse fuori dal cancello della città, Micople lo vide e scese: era rimasta in attesa del suo ritorno, Gwen sempre in groppa. Thor montò sul drago e si levarono nuovamente in volo.

Volarono al di sopra dell’esercito di Kendrick e Thor li vide dall’alto, come formiche sotto di loro. Esultavano di gioia mentre passava sopra di loro. Alla fine giunsero di fronte all’esercito di Kendrick, di fronte alla grande massa di uomini, cavalli e polvere. Più in là erano sparpagliati i resti delle legioni di Andronico.

“Giù,” sussurrò Thor.

Scesero e giunsero alle spalle degli uomini di Andronico. In quel momento Micople sputò una fiammata e li spazzò via una fila dopo l’altra, mentre il muro di fuoco cresceva sempre di più. Si levarono le grida e presto Thor si sbarazzò dell’intera retroguardia.

Alla fine non rimase nessuno da uccidere neanche lì.

Continuarono a volare, attraversando la piana: Thor voleva accertarsi che non fosse rimasto nessuno. In lontananza vide una grande catena montuosa, l’Altopiano, che divideva il Regno Orientale da quello Occidentale. Tra loro e l’Altopiano non era rimasto un solo soldato dell’Impero in vita. Thor era soddisfatto.

L’intero Regno Occidentale dell’Anello era stato liberato. C’erano state abbastanza uccisioni per quel giorno. Il sole iniziava a tramontare e qualsiasi cosa ci fosse in serbo per loro più in là, nella parte Orientale dell’Altopiano, poteva aspettare per il momento.

Thor e Micople si girarono e tornarono verso Kendrick. La campagna scorreva velocemente sotto di lui e presto riuscì a udire le grida e incitazioni degli uomini che guardavano il cielo e chiamavano il suo nome.

Scese davanti all’esercito, smontò dal drago e aiutò Gwendolyn a mettere piede a terra.

Erano circondati da un enorme gruppo, tutti che si stringevano attorno a loro, con un forte grido di vittoria che si levava da ogni parte. Kendrick, Godfrey, Reece e gli altri fratelli della Legione, l’Argento, tutti quelli che Thor conosceva e amava correvano ad abbracciare lui e Gwendolyn.

Erano tutti finalmente riuniti. Finalmente liberi.




CAPITOLO NOVE


Andronico attraversò con veemenza il suo accampamento e, in un impulsivo scatto di rabbia, allungò un braccio e con i suoi lunghi artigli mozzò la testa del giovane soldato che, per sua sfortuna, gli stava casualmente vicino in quel momento. Mentre camminava Andronico decapitava un soldato dopo l’altro, fino a che i suoi uomini capirono la situazione e corsero al riparo, lontano da lui. Avrebbero dovuto sapere meglio di chiunque altro che non era il caso di stare nei paraggi quando era di cattivo umore.

I soldati si facevano da parte mentre Andronico avanzava attraverso il suo enorme accampamento di decine di migliaia di uomini: tutti se ne stavano a debita distanza. Addirittura i suoi generali rimanevano da parte, marciando dietro di lui e sapendo bene che non era il caso di ronzargli attorno quando era così arrabbiato.

La sconfitta era una cosa. Ma una sconfitta come quella non aveva precedenti nella storia dell’Impero. Andronico non aveva mai avuto esperienza di una sconfitta prima d’ora. La sua vita era stata una lunga scia di vittorie, una più brutale e soddisfacente dell’altra. Non sapeva cosa significasse sentirsi sconfitti. Ora lo aveva imparato. E non gli piaceva.

Andronico continuava a pensare ossessivamente a ciò che era successo, a come le cose fossero andate storte. Solo ieri era sembrato che la vittoria fosse completa e che l’Anello fosse suo. Aveva distrutto la Corte del Re e aveva conquistato Silesia; aveva sottomesso tutti i MacGil e umiliato la loro regina, Gwendolyn; aveva torturato i loro più grandi soldati issandoli sulle croci; aveva già assassinato Kolk e stava per fare lo stesso con Kendrick e gli altri. Argon si era immischiato nei suoi affari e aveva portato via Gwendolyn prima che potesse ucciderla, ma lui era stato sul punto di sistemare tutto, riprendendosela per poterla poi uccidere insieme agli altri. Mancava solo un giorno per poter portare tutto a compimento e avere la vittoria totalmente in pugno.

E poi tutto era cambiato per il peggio in modo estremamente veloce. Thor e quel drago erano apparsi all’orizzonte come un segno nefasto, erano scesi su di loro come una nuvola e fra enormi fiammate e la Spada della Dinastia erano riusciti a spazzare via intere divisioni di uomini. Andronico aveva visto tutto a distanza di sicurezza: aveva avuto il buon senso di battaglia di ritirarsi lì, da quella parte dell’Altopiano, mentre i suoi messaggeri continuavano durante il giorno a riportargli notizie dei danni che Thor e il drago stavano facendo. A sud, vicino a Savaria, un intero battaglione era stato spazzato via; nella Corte del Re e a Silesia era andata ancora peggio. Ora l’intero Regno Occidentale dell’Anello, un attimo prima sotto il suo controllo, era stato liberato. Era una cosa inconcepibile.

Andronico ribolliva mentre pensava alla Spada della Dinastia. Si era spinto tanto avanti da riuscire a portarla via dall’Anello e ora quella era tornata al suo posto, e con essa lo Scudo era stato riattivato. Ciò significava che era intrappolato lì con gli uomini del suo seguito. Ovviamente potevano andarsene, ma non avrebbe potuto chiamare altri rinforzi. Stimava di avere ancora circa mezzo milione di soldati lì, da quella parte dell’Altopiano, più che a sufficienza per sovrastare i MacGil. Ma contro Thor, la Spada della Dinastia e quel drago i numeri non contavano nulla. Ora le probabilità di vittoria, ironicamente, erano contro di lui. Si trovava in una posizione mai provata prima.

Come se le cose non potessero andare peggio di così, le sue spie gli avevano anche fatto sapere delle sommosse a casa, nel Congresso dell’Impero, di Romolo che tramava di portargli via il trono.

Andronico ardeva di rabbia mentre attraversava a lunghi passi l’accampamento, riflettendo sulla sua posizione e cercando qualcuno, una qualsiasi persona da biasimare. Da comandante sapeva che la cosa più saggia da fare, tatticamente, sarebbe stata di ritirarsi e lasciare l’Anello in quel preciso istante, prima che Thor e il suo drago li trovassero; salvare le forze armate che gli erano rimaste, imbarcarsi sulle navi e tornare nell’Impero in disgrazia per riprendersi il trono. Dopotutto l’Anello non era che un puntolino nella grande vastità dell’Impero e a ogni grande comandante era concessa almeno una sconfitta. Avrebbe ancora governato il novantanove per cento del mondo e sapeva che avrebbe dovuto essere più che soddisfatto e accontentarsi.

Ma il grande Andronico non era fatto di questa pasta. Andronico non era un tipo prudente o che si accontentava. Aveva sempre seguito le sue passioni e sebbene sapesse che era rischioso, non era pronto ad andarsene da quel luogo, ad ammettere la sconfitta, a permettere all’Anello di scivolargli via dalle mani. Anche se avesse dovuto sacrificare tutto l’Impero, avrebbe trovato un modo per annientare e dominare quel posto. Non importava cosa gli sarebbe costato.

Andronico non poteva controllare il drago o la Spada della Dinastia. Ma Thorgrin… quella era un’altra questione. Suo figlio.

Andronico si fermò e sospirò al pensiero. Che ironia: il suo stesso figlio, l’ultimo ostacolo rimasto al suo dominio sul mondo. In qualche modo sembrava sensato. Inevitabile. Andava sempre così: che le persone a te più vicine fossero quelle che ti ferivano di più.

Ripensò alla profezia. Era stato un errore, ovviamente, lasciarlo vivere. Il più grosso errore della sua vita. Ma aveva un debole per lui, anche se sapeva che la profezia dichiarava che proprio Thor lo avrebbe portato alla sua rovina. Lo aveva lasciato vivere e ora era giunto il momento di pagarne il prezzo.

Andronico continuò a camminare attraverso l’accampamento, seguito dai generali, fino a raggiungerne la periferia e raggiungere una tenda più piccola delle altre, l’unica di colore scarlatto in un mare di tende nere e dorate. C’era solo una persona che poteva avere l’audacia di possedere una tenda di colore diverso, l’unica persona che i suoi uomini temevano.

Rafi.

Lo stregone personale di Andronico, la creatura più sinistra che avesse mai incontrato, Rafi aveva sempre consigliato Andronico su ogni singolo passo, lo aveva protetto con la sua energia maligna, era stato più responsabile di chiunque altro della sua salita. Andronico odiava doversi rivolgere a lui adesso, ammettendo quanto avesse bisogno di lui. Ma quando incontrava un ostacolo che non fosse di questo mondo, qualcosa di appartenente alla magia, si rivolgeva sempre a Rafi.

Mentre Andronico si avvicinava alla tenda, due creature malvagie, alte e magre, avvolte in mantelli scarlatti, con occhi gialli che luccicavano da sotto i cappucci, lo fissarono. Erano le uniche creature nell’intero accampamento che potevano osare di non chinare il capo in sua presenza.

“Convoco Rafi,” disse Andronico.

Le due creature, senza voltarsi, allungarono ciascuno una sola mano e tirarono indietro i risvolti della tenda.

Ne uscì un odore orrendo che raggiunse Andronico e lo fece indietreggiare.

Vi fu una lunga attesa. Tutti i generali si fermarono alle spalle di Andronico e guardarono con impazienza, come anche gli altri dell’accampamento che si erano tutti girati a guardare. Nel campo calò il silenzio.

Finalmente emerse dalla tenda scarlatta una creatura magra e alta due volte Andronico, ossuta come il ramo di un olivo, vestita del tessuto scarlatto più scuro possibile, con un volto invisibile, nascosto da qualche parte nell’oscurità del suo cappuccio.

Rafi rimase lì a guardare e Andronico fu in grado di vedere solo i suoi occhi gialli, incavati nella sua carne pallidissima.

C’era un silenzio carico di tensione.

Alla fine fu Andronico a fare un passo avanti.

“Voglio Thorgrin morto,” disse.

Dopo una lunga pausa, Rafi sogghignò. Era uno suono profondo e fastidioso.

“Padri e figli,” disse. “Sempre la stessa storia.”

Andronico si sentiva ardere dentro, impaziente.

“Puoi aiutarmi?” insistette.

Rafi rimase in silenzio per molto tempo, abbastanza a lungo perché Andronico arrivasse a pensare di ucciderlo. Ma sapeva che sarebbe stato sciocco. Una volta, in un impeto di rabbia, aveva cercato di pugnalarlo e a mezz’aria il coltello gli si era sciolto in mano e l’elsa gli aveva pure bruciato il palmo. Gli ci erano voluti mesi per riprendersi dal dolore.

Quindi rimase lì, stringendo i denti e sopportando il silenzio.

Alla fine, da sotto il cappuccio, Rafi emise un ronzio.

“Le energie che circondano il ragazzo sono molto forti,” disse lentamente. “Ma tutti hanno un punto debole. Lui è stato elevato dalla magia. E la magia stessa può riportarlo a terra.”

Andronico, incuriosito, fece un passo avanti.

“Di che magia parli?”

Rafi fece una pausa.

“Un tipo di magia che non hai mai incontrato,” gli rispose. “Riservata solo a esseri come Thor. Lui è un tuo prodotto, ma è più di questo. È più potente anche di te. Se mai vivrà per dimostrarlo.”

Andronico ribolliva di rabbia.

“Dimmi come catturarlo,” gli chiese.

Rafi scosse la testa.

“Questa è sempre stata la tua debolezza,” gli disse. “Scegli di catturare e non di uccidere.”

“Prima voglio catturarlo,” ribadì Andronico. “Poi ucciderlo. Si può fare anche così, no?”

Seguì un altro lungo silenzio.

“C’è un modo di privarlo del suo potere, sì,” disse Rafi. “Senza la sua preziosa Spada, e senza il suo drago, sarà un ragazzino come tutti gli altri.”

“Mostrami come,” insistette Andronico.

Un altro lungo silenzio.

“C’è un prezzo,” rispose infine Rafi.

“Qualsiasi cosa,” disse Andronico. “Ti darò qualsiasi cosa.”

Si udì una lunga e oscura risatina.

“Penso che un giorno te ne pentirai,” rispose Rafi. “Veramente molto.”




CAPITOLO DIECI


Mentre Romolo marciava lungo la strada ben lastricata, fatta di mattoni dorati, che conduceva a Volusia – la capitale dell’Impero – i soldati vestiti con i paramenti migliori scattavano sull’attenti. Romolo camminava di fronte a ciò che restava del suo esercito, ridotto ora a poche centinaia di soldati, avvistati e sconfitti nel loro scontro con i draghi.

Romolo era furente. Era una sfilata di vergogna. Per tutta la sua vita era sempre tornato vittorioso, aveva avanzato come un eroe; ora invece tornava in silenzio, in uno stato di imbarazzo, riportando, invece di trofei e prigionieri, soldati che erano stati sconfitti.

Questo gli bruciava dentro. Era stato così stupido da parte sua andare così oltre nella ricerca della Spada; arrivare a sfidare e combattere con i draghi. Il suo ego lo aveva trascinato, avrebbe dovuto valutare meglio le cose. Era stato fortunato a scamparla, molto meno lo erano stati la maggior parte dei suoi uomini. Poteva ancora udire le loro grida e sentire l’odore della loro carne bruciata.

I suoi uomini erano stati disciplinati e avevano combattuto coraggiosamente, marciando incontro alla loro morte al suo comando. Ma dopo che da migliaia erano stati ridotti davanti ai suoi occhi a poche centinaia, aveva capito di dover fuggire. Aveva ordinato una precipitosa ritirata e i resti del suo esercito erano scivolati nei tunnel, in salvo dalle fiamme dei draghi. Erano rimasti sottoterra ed erano tornato alla capitale a piedi.

Ora eccoli lì, che entravano attraverso il cancelli che si levavano per decine di metri fino al cielo. Mentre entravano in quella città leggendaria, fatta interamente d’oro, migliaia di soldati dell’Impero andavano avanti e indietro in ogni direzione, marciando in  formazione, allineandosi lungo le strade, mettendosi sull’attenti al suo passaggio. Dopotutto, senza Andronico, Romolo era de facto la guida dell’Impero e il più rispettato di tutti i guerrieri. Almeno fino alla sua perdita odierna. Ora, dopo la sua sconfitta,  non sapeva come la gente lo guardasse.

La sconfitta non sarebbe potuta presentarsi in un momento peggiore. Era il momento in cui Romolo stava preparando il suo colpo di stato, si stava apprestando a dimostrare il suo potere e a detronizzare Andronico. Mentre si faceva strada attraverso quella perfetta cittadina, passando vicino a fontane, giardini accuratamente preparati, servitori e schiavi ovunque, si meravigliò che invece di tornare, come aveva previsto, con la Spada della Dinastia in mano, con più potere che mai, stesse invece facendo ritorno in una posizione di debolezza. Ora, invece di raccogliere in sé il potere che gli spettava di diritto, avrebbe dovuto scusarsi di fronte al Concilio e sperare di non perdere la sua posizione.

Il Grande Concilio. Il pensiero gli vorticava dentro. Romolo non era tipo da rispondere a nessuno, meno che meno a un concilio formato da cittadini che non avevano mai tenuto in mano una spada. Ciascuna delle dodici province dell’Impero mandava due rappresentanti, per un totale di due dozzine di capi da ogni angolo dell’Impero. Tecnicamente erano loro a governare l’Impero, anche se in realtà, effettivamente, Andronico governava come voleva e il Concilio faceva come diceva lui.

Ma quando Andronico se n’era andato per raggiungere l’Anello, aveva concesso al Concilio più autorità che mai. Romolo era convinto che l’avesse fatto per proteggersi e tenere Romolo sotto controllo ed essere così sicuro di ritrovare il trono al suo ritorno. La sua mossa aveva rafforzato il Concilio, che ora si comportava come se i suoi membri avessero reale autorità su Romolo. E lui doveva ora soffrire l’indegnità di dover rispondere a loro. Erano tutti amichetti prescelti di Andronico, persone che Andronico aveva ben radicato per assicurarsi che il suo governo non morisse mai. Il Concilio cercava qualsiasi scusa per rafforzare Andronico e indebolire le minacce al suo potere, come Romolo. E la sconfitta di Romolo dava loro via libera.

Romolo raggiunse il luccicante edificio del Congresso, un’enorme struttura nera a pianta circolare che si levava alta verso il cielo, circondata da colonne d’oro e sormontata da un’immensa cupola dorata. Sulla sommità si trovava la bandiera dell’Impero e, intagliata sul portone d’ingresso, l’immagine del leone dorato con l’aquila in bocca.

Mentre Romolo saliva i cento gradini d’oro, i suoi uomini attesero alla base della piazza. Lui avanzò da solo, salendo i gradini tre alla volta fino al portone, le armi che sbattevano contro l’armatura mentre procedeva.

Ci volevano una decina di servitori per aprire il portone massiccio in cima alla gradinata, alto più di quindici metri e fatto di oro luccicante con delle borchie nere incastonate attorno ad esso, ciascuna con lo stemma dell’Impero. Lo aprirono completamente e Romolo sentì il freddo spiffero che proveniva dall’interno e che gli fece venire la pelle d’oca mentre entrava nel buio atrio interno. Il portone sbatté chiudendosi dietro di lui e lui si sentì, come sempre quando entrava là dentro, come sepolto in una tomba.

Camminò con sicurezza, facendo riecheggiare i tonfi dei suoi stivali sul pavimento di marmo, stringendo i denti e non vedendo l’ora che quell’incontro giungesse al termine per potersi dedicare a questioni più importanti. Aveva sentito voci di un’arma fantastica che stava per sopraggiungere e aveva bisogno di sapere se era vero. Se così fosse stato, ciò avrebbe cambiato ogni cosa e avrebbe portato l’intero potere nelle sue mani. Se quell’arma portentosa veramente esisteva, allora tutto quello – Andronico e il Concilio – non avrebbero più significato nulla per lui. E l’intero Impero sarebbe stato suo. Questo pensiero era l’unica cosa che mantenesse Romolo sicuro e sostenuto mentre procedeva ora lungo un’altra gradinata, poi attraverso un’altra serie di grosse porte, fino a raggiungere la sala circolare che fungeva da sede del Grande Concilio.

All’interno della stanza si trovava un grande tavolo circolare nero, vuoto al centro, con uno stretto passaggio per entrarvi. Tutt’attorno al tavolo sedevano i membri del Concilio, ventiquattro uomini vestiti di nero, seri, anziani, con corni grigi e occhi scarlatti per l’età avanzata. Era umiliante per Romolo doverli affrontare, dover passare attraverso lo stretto passaggio e portarsi al centro del tavolo, essere circondato dalle persone alle quali doveva rivolgersi. Era umiliante essere costretto a girarsi in ogni direzione a seconda di chi parlava. L’intera struttura della sala, il tavolo stesso, era solo un’altra delle tattiche intimidatorie di Andronico.

Romolo si portò al centro della stanza, in silenzio e rimase lì per un po’, ardendo interiormente. Fu tentato di uscire, ma doveva controllarsi.

“Romolo della Legione Octakin,” iniziò formalmente uno degli uomini del consiglio.

Romolo si voltò e vide un vecchio e magro consigliere, con le guance scavate e i capelli grigi, intento a guardarlo con i suoi occhi scarlatti. Era un amico di Andronico e Romolo sapeva che avrebbe detto qualsiasi cosa per ingraziarsi il favore di Andronico stesso.

Il vecchio si schiarì la gola.

“Sei tornato a Volusia da sconfitto. In disgrazia. Sei coraggioso a presentarti qui.”

“Sei diventato un comandante sprovveduto e precipitoso,” aggiunse un altro.

Romolo si voltò e vide occhi sprezzanti che lo fissavano anche dall’altra parte del cerchio.

“Hai perso migliaia dei nostri uomini nella tua infruttuosa ricerca della Spada, nel tuo spericolato scontro con i draghi. Hai fatto fallire Andronico e l’Impero. Cos’hai da dire a tua discolpa?”

Romolo li guardò con aria di sfida.

“Non mi devo scusare di nulla,” disse. “Recuperare la Spada era importante per l’Impero.”

Un altro anziano si chinò in avanti.

“Ma tu non l’hai recuperata, giusto?”

Romolo arrossì. Avrebbe ucciso quell’uomo se avesse potuto.

“Ci sono quasi riuscito,” rispose alla fine.

“Quasi non significa nulla.”

“Abbiamo incontrato ostacoli inaspettati.”

“Draghi,” ribatté un altro membro del concilio.

Romolo si voltò verso di lui.

“Quanto imprudente sei stato?” gli disse l’anziano. “Hai veramente pensato di poter vincere?”

Romolo si schiarì la voce, la rabbia sempre più crescente.

“No. Il mio obiettivo non era di uccidere i draghi. Volevo recuperare la Spada.”

“Ma, ripeto, non l’hai fatto.”

“Ancora peggio,” aggiunse un altro. “Ora hai aizzato i draghi contro di noi. Stanno giungendo notizie del loro attacco in tutto l’Impero. Hai dato inizio a una guerra che non possiamo vincere. È una grande perdita per l’Impero.”

Romolo smise di cercare di rispondere: sapeva che li avrebbe solo condotti a ulteriori accuse e recriminazioni. Dopotutto, quelli erano uomini di Andronico e avevano un programma.

“È un peccato che il grande Andronico non sia qui per punirti lui stesso,” disse un altro membro del concilio. “Sono sicuro che non ti concederebbe di vivere oltre.”

Si schiarì la voce e si riappoggiò allo schienale della sedia.

“Ma in sua assenza, siamo obbligati ad attendere il suo ritorno. Per ora darai ordine all’esercito di mandare legioni di navi in rinforzo al grande Andronico nell’Anello. E per quanto riguarda te, verrai degradato, privato della tua armatura e del tuo rango. Rimani alle caserme e aspetta i nostri prossimi ordini.”

Romolo li guardò incredulo.

“Sii grato che non ti mandiamo al patibolo all’istante. E ora vattene,” concluse un altro.

Romolo strinse i pugni, il volto gli divenne viola e li guardò in faccia uno per uno. Giurò di ucciderli tutti quanti, ma si sforzò di trattenersi, dicendosi che non era il momento giusto. Poteva dargli una certa soddisfazione ucciderli ora, ma doveva dare la precedenza al suo scopo ultimo.

Si voltò e uscì in fretta e furia dalla stanza facendo risuonare gli stivali sul pavimento. Attraversò la porta che i servitori aprirono e poi richiusero con uno schianto alle sue spalle.

Romolo uscì dall’edificio del Congresso, scese i cento gradini dorati e raggiunse i suoi uomini che lo stavano attendendo. Quindi si rivolse al suo vice.

“Signore,” disse il generale inchinandosi, “cosa ordinate?”

Romolo lo fissò pensieroso. Ovviamente non poteva obbedire agli ordini del Concilio: al contrario era proprio questo il momento di sfidarli.

“Il Concilio ordina che tutte le navi dell’Impero che si trovano in mare tornino a casa e attracchino sulle nostre coste all’istante.”

Il generale sgranò gli occhi.

“Ma signore, questo lascerebbe il grande Andronico abbandonato all’interno dell’Anello, senza alcun modo per tornare a casa.”

Romolo si voltò e lo fissò con occhi di ghiaccio.

“Non mettere mai in dubbio ciò che dico,” rispose con voce affilata.

Il generale chinò la testa.

“Certamente signore. Perdonatemi.”

Il comandante si voltò e corse via, e Romolo sapeva che avrebbe eseguito i suoi ordini. Era un soldato leale.

Romolo sorrise tra sé e sé. Quanto sciocco era stato il Concilio a pensare che si sarebbe sottomesso a loro, eseguendo i loro ordini. Lo avevano largamente sottovalutato. Dopotutto non avevano nessuno che potesse fargli rispettare la retrocessione e fino a che loro ne fossero stati convinti, Romolo – avendo il potere – avrebbe messo in atto abbastanza comandi da evitare che prendessero il sopravvento su di lui. Andronico era grande, ma Romolo lo era di più.

C’era un uomo alla periferia della piazza, vestito di verde, il cappuccio abbassato a rivelare una larga e piatta faccia gialla con quattro occhi. L’uomo aveva lunghe mani ossute, dita lunghe quanto un braccio di Romolo. Se ne stava lì paziente. Era un Pracabile. A Romolo non piaceva avere a che fare con quella razza, ma in certe circostanze vi era obbligato, e questa era una di quelle volte.

Si avvicinò al Pracabile, percependo la sua equivocità anche a diversi metri di distanza, mentre la creatura lo osservava con i suoi quattro occhi. Sollevò una delle sue lunghe dita e gli toccò il petto. Romolo rimase pietrificato al contatto con quel dito viscido.

“Abbiamo trovato ciò che ci hai mandato a cercare,” disse la creatura. Il Pracabile emise uno strano suono gorgogliante che gli salì dalla gola. “Ma ti costerà caro.”

“Pagherò qualsiasi cosa,” disse Romolo.

La creatura fece una pausa, come se ci stesse pensando.

“Devi venire da solo.”

Romolo rifletté.

“Come faccio a sapere che non stai mentendo?” gli chiese.

La creatura si chinò verso di lui e fece una smorfia il più vicino possibile a un sorriso. Romolo avrebbe preferito che non l’avesse fatto. Mostrò centinaia di denti affilati, piccoli e tutti incastonati nella sua mascella triangolare.

“Non puoi saperlo,” gli rispose.

Romolo lo guardò in tutti e quattro gli occhi. Sapeva di non doversi fidare di quella creatura. Ma doveva tentare. Era un prezzo troppo grande per essere ignorato. Era il prezzo che Romolo cercava da una vita: l’arma mitica che, diceva la leggenda, poteva annientare lo Scudo e permettergli di attraversare il Canyon.

La creatura gli voltò le spalle e iniziò ad allontanarsi. Romolo rimase fermo a guardarlo.




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