Un Amore Come Il Vostro 
Sophie Love


Le Cronache Dell’amore #5
UN AMORE COME IL NOSTRO crea un mondo di emozioni e turbamenti, descrivendo superbamente la mente di una giovane donna (Keira) e le sue difficoltà per bilanciare la sua vita sociale e la carriera. Sophia Love è una narratrice nata. UN AMORE COME IL NOSTRO è ben scritto e studiato, e lo consiglio a tutti i lettori che apprezzano una storia d’amore da assaporare durante il weekend. Books and Movie Reviews (Roberto Mattos) UN AMORE CON IL VOSTRO (Le cronache dell’amore – Libro #5) è il quinto libro di una nuova serie romantica dell’autrice di bestseller #1 Sophie Love. La serie inizia con UNA MORE COME IL NOSTRO (Libro #1), un download gratuito! Keira Swanson, 28 anni, si ritrova a passare un magico Natale il suo nuovo ragazzo e la sua famiglia in Svezia. Come finirà la loro relazione? Keira torna a New York e scopre, con suo grande shock, che ha dato il via a uno nuovo trend d’appuntamenti che sta spopolando in tutto il paese, l’amore scandinavo, e che è diventata una celebrità. Ancora più strano è il fatto che sua sorella si sia fidanzata e le dia consigli in continuazione. Sopraffatta, Keira trova conforto in una telefonata di Cristiano, e sorprende se stessa accettando di prendersi una settimana di ferie e di incontrarlo in terreno neutrale: in Grecia. La sua rivista è entusiasta, e vogliono che quello sia il suo nuovo incarico: può l’amore funzionare al secondo tentativo, in un posto e in un momento diversi, se gli viene concessa una nuova possibilità? La Grecia è spettacolare, traboccante di sole, mare, antichità e amore. È uno dei paesi più belli in cui sia mai stata. Ma niente può preparare Keira al suo incontro con Cristiano… e alla sorpresa che la attende. Una commedia travolgente, profonda quanto divertente, UN AMORE COME IL VOSTRO è il quinto libro in una fantastica nuova serie romantica che vi farà ridere, piangere, vi costringerà a leggere fino a tarda notte, e vi farà innamorare di nuovo dell’amore. Presto sarà anche disponibile il libro #6! Sophie Love usa tutta la sua capacità di trasmettere la magia ai lettori con frasi e descrizioni potenti ed evocative… [Questo è] il libro romantico definitivo o una perfetta lettura da spiaggia, con una differenza: il suo entusiasmo e le sue magnifiche descrizioni offrono un’attenzione inaspettata alla complessità dell’evoluzioni in amore, ma anche dei mutamenti della psiche. È una piacevolissima raccomandazione per i lettori di romanzi romantici alla ricerca di un tocco più complesso nelle loro letture. Midwest Book Review (Diane Donovan su: Ora e per sempre)





Sophie Love

UN AMORE COME IL VOSTRO




Sophie Love

Sophie Love, autrice di best-seller, è la scrittrice della divertente serie rosa LA LOCANDA DI SUNSET HARBOR, che include sei libri (più altri in arrivo) e che inizia con ORA E PER SEMPRE (LA LOCANDA DI SUSNET HARBOR – LIBRO 1).

Sophie Love è autrice anche di una nuova divertente serie rosa, CRONACHE D’AMORE, che iniziano con AMORE COSÌ (CRONACHE D’AMORE – LIBRO 1).

Visita il sito www.sophieloveauthor.com (http://www.sophieloveauthor.com/) per scrivere a Sophie, entrare a far parte della mailing list, ricevere e-book gratis ed essere sempre al corrente delle ultime novità!



Copyright © 2018  di Sophie Love. Tutti i diritti riservati. Salvo quanto permesso dalla legge degli Stati Uniti, U.S. Copyright Act del 1976, è vietato riprodurre, distribuire, diffondere e archiviare in qualsiasi database o sistema di reperimento dati questa pubblicazione in alcuna forma o con qualsiasi mezzo, senza il permesso dell’autore. Questo ebook è disponibile solo per fruizione personale. L’ebook non può essere rivenduto né donato ad altri. Se si vuole condividere con altre persone, si prega di acquistare una copia aggiuntiva per ogni beneficiario. Se si intende leggere l’ebook senza aver provveduto all’acquisto, o se l’acquisto non è stato effettuato per il proprio uso personale, si prega di restituirlo e di acquistare la propria copia. Grazie per il rispetto dimostrato nei confronti del duro lavoro dell’autore. Questa storia è un’opera di finzione. Nomi, personaggi, aziende, organizzazioni, luoghi, eventi e incidenti sono frutto dell’immaginazione dell’autore o sono utilizzati in modo romanzesco. Ogni riferimento a persone reali, in vita o meno, è una coincidenza. Immagine di copertina Copyright vvita, utilizzata con il permesso di shutterstock.com.



LIBRI DI SOPHIE LOVE




LA LOCANDA DI SUNSET HARBOR


ORA E PER SEMPRE (Libro #1)


SEMPRE E PER SEMPRE (Libro #2)


SEMPRE CON TE (Libro #3)


SE SOLO PER SEMPRE (Libro #4)


PER SEMPRE E OLTRE (Libro #5)


PER SEMPRE, PIU’ UNO (Libro #6)


PER TE, PER SEMPRE (Libro #7)


CHRISTMAS FOREVER (Libro #8)




LE CRONACHE DELL’AMORE


UN AMORE COME IL NOSTRO (Libro #1)


UN AMORE COME QUELLO (Libro #2)


UN AMORE COME IL LORO (Libro #3)


UN AMORE COSI’ GRANDE (Libro #4)


UN AMORE COME IL VOSTRO (Libro #5)




CAPITOLO UNO


Keira annusò l’aria. Prosciutto. Sentiva decisamente odore di prosciutto.

Aprì gli occhi, prendendosi un momento per abituarsi alla brillante luce del giorno che si rifletteva sui muri azzurro polvere. La camera da letto di Milo. Sorrise tra sé e sé.

Un’altra folata proveniente dalla cucina le raggiunse le narici. Yolanta e Nils, i genitori di Milo, con ogni probabilità erano già al lavoro al piano di sotto per preparare i piatti natalizi. Le venne l’acquolina alla bocca al solo pensiero.

Si voltò per guardare la figura addormentata del suo ragazzo. Gli ultimi giorni in Svezia insieme a lui erano stati fantastici. Magici. Aveva nevicato, coprendo i cottage sulla montagna da una densa coltre bianca, e loro avevano passato il tempo a fare escursioni, pescando nel ghiaccio e pattinando sul lago gelato. A Keira era sembrato un sogno, come se fosse stata l’eroina di un film fantasy. Il magnifico panorama diventava persino più bello quando si faceva sera e l’aurora boreale cominciava a serpeggiare nel cielo.

Voleva che non finisse mai. Purtroppo sapeva che non poteva rimanere lì in Svezia per sempre. Il suo volo di ritorno per New York era previsto per il giorno seguente. La intristiva pensare di lasciare quel posto, oltre che Milo e la sua famiglia. Tutta quell’esperienza era stata catartica per lei. Rigenerante.

Anche la relazione era stata di grande conforto in confronto allo stress delle sue ultime avventure romantiche. Era stata la prima volta che Keira si era sentita veramente capace di vivere il momento, consapevole che né lei né Milo nutrivano alcuna aspettativa, nessun piano irreale o ambizioso per un futuro insieme (come era stato con Shane), e nessuna pressione a sposarsi (come aveva avuto con Cristiano). Si rendeva conto che finalmente l’idea di tornare a casa non l’angosciava. Era solo triste, ma né il suo mondo né il suo cuore dipendevano dalla riuscita di quel rapporto.

Proprio allora Milo si svegliò. La guardò e le sorrise. “Buon Natale.”

Keira si chinò per baciarlo dolcemente. “E a te.”

L’uomo si riaccomodò sul cuscino, sbattendo le ciglia come se non fosse ancora del tutto sveglio.

“Sento odore di prosciutto,” mormorò sonnolento.

Lei ridacchiò. “Anche io. Credo che i tuoi siano in cucina.”

“Certo,” replicò Milo, sbadigliando. “Il Natale in Svezia è tempo di eccessi. Passeranno tutto il giorno a cucinare.”

“Dovremmo aiutarli,” suggerì Keira.

L’uomo scosse la testa. Aveva di nuovo gli occhi chiusi. Era ovvio che non era ancora pronto ad alzarsi per davvero.

Keira studiò il suo volto, tanto attraente e sereno. Gli sarebbe mancata quella situazione, con la sua intimità e semplicità. Non c’era mai stato niente di tanto giusto tra lei e un uomo, così privo di tensioni e di insicurezze.

Milo aprì un occhio solo. “Che cosa stai guardando?” chiese con un sorrisetto.

Lei sospirò. “Solo il tuo bel viso.”

L’uomo si accigliò e si tese a sfiorarle gentilmente un braccio. “Perché così malinconica?” Le sorrise con dolcezza per rassicurarla. “Nessuno dovrebbe essere triste il giorno di Natale.”

Keira rise ma provava una stretta allo stomaco. “Lo sai perché,” rispose mugugnando.

Milo si sollevò sui gomiti e le coperte scivolarono rivelando il suo torace muscoloso. “Stai pensando a domani,” capì. “Alla partenza. E al futuro. Quello che succederà d’ora in avanti.”

Lei annuì, abbassando lo sguardo sulle lenzuola.

Il suo innamorato le prese tra le braccia e l’attirò al suo petto caldo.

“Andrà tutto bene,” disse. “Non possiamo predire il futuro, ma qualsiasi cosa succederà, noi staremo bene. Ogni relazione, che sia romantica o meno, ci insegna qualcosa. Sull’amore, sull’amicizia, sulla psiche umana, su noi stessi. Nessun momento è perduto se ci lasciamo coinvolgere completamente. E tu lo hai fatto. Hai passato il Natale in un paese straniero lontana dalla tua famiglia per la prima volta nella tua vita. Il futuro, quello che verrà poi, non ti deve preoccupare. Ce la puoi fare.”

Keira si sentì premere un bacio sulla testa. Il suo approccio positivo alla vita e alle relazioni era rassicurante, e lei fu grata che non avesse reagito con dichiarazioni esagerate come avrebbero fatto i suoi ex. Non c’erano messinscene, nessuna promessa, solo l’ora e adesso.

Si promise di immergersi nella giornata, proprio come aveva suggerito Milo.

“Andiamo,” disse, emergendo dal suo abbraccio forte e caldo. “Vediamo che cosa stanno cucinando i tuoi. Voglio imparare altre strampalate ricette svedesi.”

Milo ridacchiò. “Come il paté di fegato fatto in casa? Credi di essere pronta?”

Keira sorrise e fletté i muscoli. “Io sono nata pronta!”


*

Al piano di sotto, in cucina, trovarono i genitori di Milo, Nils e Yolanta, e sua sorella, Regina, tutti presi in una frenesia organizzativa. A differenza della famiglia di Keira, i Nilson sembravano adorare tenersi impegnati. Se quella fosse stata la cucina di sua madre, con Mallory e Bryn, ci sarebbe stata almeno una padella rovesciata per terra, un arrosto asciutto e troppo cotto a fumare nel forno, e uno strofinaccio abbandonato avrebbe iniziato a prendere fuoco sopra un fornello dimenticato acceso.

“Buongiorno!” esclamò Nils, nel suo cantilenante e allegro accento svedese.

“Siete qui per aiutarci a cucinare?” chiese Regina. Tra tutta la famiglia, era quella meno rilassata, secondo Keira. Sembrava adorare lo stress e dare ordini in giro, mentre i suoi genitori apparivano molto più tranquilli.

“Oh, Regina, lasciali in pace,” intervenne Yolanta. “Devo ricordarti che Keira è nostra ospite? E oltretutto, sarà qui con noi solo per un altro giorno. Non deve alzare neanche un dito.”

Lei sorrise al commento gentile, ma sentì crescere il senso di malinconia. Yolanta aveva accennato al fatto che si stava avvicinando la fine del suo conto alla rovescia, e che presto avrebbe finito il suo tempo con loro.

“Però Milo deve aiutarci,” replicò Regina.

“Mi piacerebbe, cara sorella,” scherzò lui, stringendola con un braccio. “Che cosa posso fare per dare una mano?”

“Potresti iniziare con il paté di fegato,” disse la sorella, indicando un tagliere appoggiato su uno dei banconi. Accanto c’era un pezzo di carne dall’aria terrificante. Keira inorridì.

Milo si voltò verso di lei agitando le sopracciglia.  “Te l’avevo detto.”

La famiglia tornò a dedicarsi alla cucina, vanificando ogni tentativo di Keira di partecipare. Alla fine, la giovane scrittrice si mise ad apparecchiare il tavolo per la colazione, preparandolo al meglio. Sistemò la sgargiante tovaglia dalla stampa a renne e vi mise sopra degli elaborati candelabri d’argento e alcune statuine di Babbo Natale. Poi riordinò la stanza e raddrizzò tutte le foto. Qualche giorno prima avevano passato un’allegra serata a decorare l’intera casa in tema natalizio con strani dipinti di ninfe dei boschi invernali, e le era stato assicurato che era così che si svolgevano tradizionalmente le feste in Svezia.

Mentre li aiutava a decorare l’albero alto e fitto di rami con bandiere svedesi, addobbi, palline colorate e luci elettriche, Keira aveva imparato che il Natale in quel paese era una faccenda divertente, vivace e spesso bizzarra. Ma non era affatto strano. C’era il classico eccesso di buon cibo: il tipico prosciutto glassato servito insieme ad altre prelibatezze svedesi come il mix di uova e alici, l’aringa (in salamoia, sotto forma di paté e di insalata), il pane di segale, le patate, le polpette, l’insalata di barbabietole, il paté di fegato e un piatto di pesce chiamato lutfisk. E anche se le ore diurne erano brevi, il cielo era sempre sereno, il sole brillava e la neve sotto i piedi luccicava e scintillava. Man mano che le lunghe sere si avvicinavano, Yolanta accendeva le candele e la loro luce era calda e confortevole. C’erano sempre dei giacinti freschi, che riempivano la casa con il loro intenso profumo.

Aveva appena finito di sistemare, quando udì un rumore alle sue spalle. Si voltò per vedere la famiglia che entrava con le braccia cariche di piatti e vassoi, che iniziarono ad appoggiare sul tavolo. Il cibo per la colazione di Natale era persino più delizioso di quanto non fosse stato negli ultimi giorni. Si leccò le labbra per l’anticipazione.

Il gruppo si accomodò e iniziò e servire la colazione. Keira si riempì il piatto di pane e formaggi, e accettò con gratitudine una tazza di caffè forte appena fatto.

“Sai già quale sarà il tuo prossimo incarico, Keira?” chiese Yolanta, mentre le passava una ciotola piena di fette di pomodoro.

Lei l’accettò e si versò qualche fetta sul piatto. “Non ancora,” rispose. Poi confessò: “Tecnicamente non ho ancora finito quello su cui sto lavorando adesso.”

“Ancora no?” ripeté Nils.

Keira scosse la testa. Non le piaceva pensare all’incarico ancora da concludere che le incombeva sulla testa. Ma la situazione con il Viatorum, la rivista per cui scriveva, si era fatta tesa, e il finale che le avevano richiesto non era quello che lei gli aveva consegnato. Stava ancora cercando di stabilire quanta libertà potesse prendersi con la sua stessa scrittura. Per il momento avrebbe accantonato il problema, dato che preferiva godersi le vacanze invece di preoccuparsi del lavoro. Tanto quella pace sarebbe arrivata bruscamente alla fine non appena fosse tornata a New York.

“Spero che la prossima volta andrai in un posto caldo,” commentò Nils. “Dovresti proporre le Bahamas. O la Nuova Zelanda. È un paese bellissimo.”

Keira sorrise, ricordando quanto il padre di Milo avesse viaggiato nella sua vita. Il completo opposto di suo figlio, in effetti. Milo le aveva confessato che di rado aveva lasciato la sua terra natale, per via della paura di volare e di una tremenda nostalgia di casa.

“Dobbiamo brindare,” decise all’improvviso Yolanta, sollevando la sua tazza di caffè. “Al Natale!”

Ridendo, Keira sollevò la propria, brindando con un tintinnio di ceramica insieme alla famiglia e augurando loro buone feste.

Mentre guardava le persone riunite attorno al tavolo, si sentì riempire d’amore nei loro confronti. Era stata davvero felice di aver passato del tempo in quella casa e lo avrebbe ricordato per sempre. Non capitava tutti i giorni di incontrare una famiglia tanto calorosa, amichevole e affettuosa, che aprisse il cuore e le braccia nel periodo natalizio. Avrebbe sentito disperatamente la loro mancanza dopo aver lasciato la Svezia.

“Ora possiamo aprire i regali?” chiese Regina, non appena ebbero svuotato i piatti.

Nils ridacchiò. “Dentro di sé ha ancora sette anni. Almeno riusciamo a farle fare la colazione di questi tempi. Quando era piccola dovevamo supplicarla perché ci lasciasse dormire fino alle cinque!”

Anche Yolanta scoppiò a ridere. “Andiamo a sederci attorno all’albero.”



Si alzarono, lasciando i piatti da riordinare in seguito, e si diressero verso il soggiorno.

“Non vedo l’ora di dare il mio regalo a Keira,” esclamò Yolanta mentre andavano. “È super speciale.”

La giovane scrittrice era commossa dall’affetto che la famiglia di Milo continuava a dimostrarle. Prima che accettasse di rimanere per Natale, le avevano consegnato i suoi regali da riportare a New York e lei era già stata sopraffatta dalla gratitudine. Ma quando aveva deciso di non prendere l'aereo, i doni si erano moltiplicati sotto l’albero, tanto da metterla in imbarazzo. Non credeva di meritare tutta quella gentilezza. In confronto al Natale a casa, si sentiva coccolata su tutti i fronti.

“Anche io ho qualcosa di speciale per Keira,” commentò Milo.

Lei arrossì. Con l’angolo della bocca borbottò: “Lo sai che non ho avuto tempo di comprare niente.”

L’uomo rise. “Lo sappiamo, ma non ci importa. Non si fanno regali per averli in cambio. Non è questo il punto dei doni.”

“Lo so,” disse Keira, “ma mi sento così in colpa. Sono stati tutti così premurosi.”

“Smettila di preoccuparti.” Milo continuò allegramente. “Ci basta la tua presenza come regalo!”

Lei roteò gli occhi a quella dichiarazione sdolcinata, ma si sentì un po’ meglio.

Entrarono nel soggiorno e si accomodarono, ognuno al proprio posto. Nils si sedette per terra, preparandosi a consegnare i pacchi dalle confezioni sgargianti. Alzò il primo, che era avvolto in una splendida carta argentata e luccicante.

“Questo è per Keira,” annunciò, leggendo la targhetta a forma di fiocco di neve. “È da parte di Yolanta.”

Lo passò per prima cosa alla moglie, che poi lo tese a Keira, seguendo chiaramente un qualche rituale di famiglia. La giovane accettò la grossa scatola rettangolare, sentendosi ancora un po’ in colpa per non avere niente da dare a sua volta.

Con attenzione, per evitare di strappare la bella carta, Keira tolse il nastro adesivo e aprì il regalo. La scatola all’interno era bianca e sopra c’era il nome di una marca svedese che lei non sapeva leggere. Ma il resto della famiglia emise un verso come se sapesse di cosa si trattava.

Keira sollevò il coperchio e ripiegò all’indietro i lembi della confezione. Con sua sorpresa e gioia, scoprì che dentro c’era una tuta da neve. La tirò fuori, sollevandola e scoppiando a ridere insieme agli altri. Fino a quel momento aveva preso in prestito una tuta di riserva di Yolanta che era troppo grande per lei, oltre che di colore rosso acceso. La sua nuova era scura, dalla linea elegante, e della giusta misura.

“Fantastica,” esclamò. “Sembra così comoda. La userò moltissimo.”

Ma le si strinse il cuore, rendendosi conto che forse non avrebbe potuto farlo. I suoi giorni in Svezia erano quasi finiti.

“Per la tua prossima visita,” la rassicurò Yolanta, come se avesse intuito il suo sottile cambio d’umore.

“Grazie,” rispose lei con profonda gratitudine.

Da sotto l’albero, Nils tese un regalo a Milo, tramite Regina, e lui lo aprì trovando un nuovo orologio.

“Grazie, sorellina,” commentò, ammirandolo al polso.

“Il prossimo regalo,” continuò Nils dal suo posto sul pavimento, circondato da aghi di pino, “è per… Keira. Da parte di Milo.”

Porse il regalo dalla forma piatta e rettangolare a Milo, che lo tese a Keira.

Lei sollevò un sopracciglio. Non aveva idea di che cosa potesse essere.

Iniziò ad aprirlo, intuendo che si trattava di un dipinto. Strappò in fretta il resto della carta e girò il riquadro perché fosse rivolto dalla parte giusta. Sobbalzò quando lo vide. Era l’immagine di un lago gelato, su cui sfrecciava una slitta trainata da cani. Era splendida, e un gesto davvero toccante.

“È lo stesso lago su cui siamo andati a pescare,” spiegò Milo. “È opera di un famoso pittore svedese. Ho pensato che ti avrebbe aiutato a ricordare la Svezia.”

Keira si sentì gonfiare il cuore per l’emozione. Gli gettò le braccia al collo. “È bellissimo!” esclamò, stampandogli dei baci sulla guancia.

Nils riprese la consegna dei regali, tendendone uno a Yolanta per Regina, e un altro a Regina perché la figlia glielo restituisse.

“Quello che volevo prenderti davvero,” le confessò Milo all’orecchio mentre la famiglia era impegnata con i doni, “era una autentica corsa su una slitta trainata dai cani.”

Lei scoppiò a ridere.

“Purtroppo non abbiamo avuto il tempo,” continuò. “Quindi invece ti ho comprato questo.”

Prese qualcosa da dietro di sé. Keira sussultò, sorpresa di trovarsi davanti un ennesimo regalo, e anche perché quello non era passato per i canali ufficiali della famiglia Nilson.

“Un regalo segreto?” chiese, con tono di voce cospiratorio.

Milo annuì. “Aprilo,” disse ansiosamente.

Commossa oltre ogni misura, Keira tolse con attenzione la carta. Si ritrovò in mano una piccola scatola nera di forma rettangolare, e capì subito dalla confezione che doveva trattarsi di gioielli. La aprì e rimase a bocca aperta. All’interno c’era una collana in oro bianco e zaffiri chiari.

“Oh, Milo, è bellissima,” disse senza fiato.

Tese una mano e si sollevò il gioiello al collo, appoggiandosi il delicato oggetto sulle clavicole.

“Fai fare a me,” si offrì lui.

Keira si girò, spostandosi i capelli da sopra una spalla, e Milo gliela chiuse. Le sue dita erano calde sulla pelle della donna, e la fecero rabbrividire per tutto il corpo.

“Anche se saremo lontani migliaia di chilometri,” le sussurrò all’orecchio, “ora avrai qualcosa di mio, e della Svezia, che potrai tenere con te in ogni momento.”

Lei si voltò verso di Milo, senza parole per l’emozione. “La conserverò per sempre,” rispose, fissandolo negli occhi. “Grazie per aver reso questo Natale il migliore di sempre.”

“No, grazie a te,” disse Milo con profonda sincerità.

Poi rise e l’attirò tra le braccia, mentre la famiglia continuava ad aprire i regali attorno a loro.


*

Il resto della giornata fu impegnativo e gioioso, ma fu con una punta di sollievo che Keira si ritrovò sulla veranda a tarda notte, con tutta la famiglia di Milo a letto, e solo il giovane innamorato a farle compagnia. Per quanto adorasse i suoi parenti, sentiva la necessità di passare qualche momento sola con lui.

Sedettero fianco a fianco, condividendo silenziosamente una bottiglia di alcolico per riscaldarsi, guardando le montagne per quella che per Keira sarebbe stata l’ultima volta. Il loro primo momento da soli in tutta la giornata sarebbe anche stato l’ultimo per chissà quanto tempo, e ciò la devastava.

La Stella Polare brillava sopra di loro, e la neve alta dava l’impressione che i cottage fossero incastonati come gioielli nel fianco della montagna. Dal limitare della foresta, Keira osservò i pini scuri che svettavano maestosi nel loro habitat naturale invernale.

Milo le strinse una mano. Lei gli lanciò uno sguardo, la visione del suo volto splendida come la scena da cui aveva appena distolto gli occhi. Sentì le sue dita calde avvolte attorno alle proprie.

“Non credevo di potermi innamorare tanto in fretta,” disse lui, nel suo solito modo sincero. “Davvero, ero sicuro che tutta la faccenda dell’amore a prima vista fosse un mito. Che la gente confondesse l’amore con la lussuria.”

Keira arrossì. Lei ci era cascata di certo. Ma nel corso del suo viaggio di auto scoperta, aveva anche accettato che la lussuria a prima vista era un’esperienza valida quanto l’amore. Non ogni relazione era destinata a durare, ma quella non era un motivo per girare le spalle alle opportunità che la vita presentava.

“Tu hai dimostrato che mi sbagliavo,” continuò Milo. “È reale. A me è successo.”

Lei gli sorrise con dolcezza, e annuì in segno di assenso. Non perché anche lei avesse cambiato idea sull’amore a prima vista—ricordava bene con quanta facilità avesse donato il proprio cuore in passato—ma perché condivideva i suoi sentimenti.

Tuttavia quella riflessione le fece pensare che, anche se al momento era convinta che Milo fosse l’Uomo Giusto, l’esperienza le aveva insegnato che le cose potevano cambiare con grande facilità. E ciò la spinse direttamente a un’altra rivelazione. Per la prima volta, Keira non vedeva l’ora di tornare a casa, di essere indipendente nel suo nuovo appartamento. Per quanto avesse amato visitare la Svezia e stare insieme a Milo, sapeva che quel periodo della sua vita doveva concludersi.

Proprio allora, si accorse che il suo innamorato la stava guardando con attenzione. Era rimasta in silenzio troppo a lungo. Lui le aveva confessato il suo amore e tutto ciò che Keira aveva fatto era stato annuire!

“A che cosa stai pensando?” la chiese, con espressione un po’ avvilita.

“A dire la verità, sto pensando a domani,” ammise la donna. “Alla mia partenza.”

Milo sospirò. “Temevo che fosse così.”

Keira gli strinse le dita, che erano ancora avvolte nelle sue. “Mi spiace deluderti.”

“No,” rispose lui rapidamente, guardandola dritta negli occhi. “Non voglio farti sentire in colpa perché devi partire né perché vuoi farlo. Anche io so che la nostra storia deve finire. È solo che è stata un’esperienza davvero magica. Tu mi hai insegnato moltissimo sull’amore e su me stesso.”

Keira si tese e lo baciò teneramente. “Vale lo stesso per me.”




CAPITOLO DUE


Una sveglia acuta e sgradevole tirò Keira giù dal letto il mattino seguente. La giovane donna si coprì la testa con un cuscino, cercando di ignorarla, ma presto si sentì scuotere un gomito da Milo. Lentamente, allontanò il cuscino dal volto e sbirciò fuori. Il sole era appena sorto. L’innamorato le sorrideva, ma c’era tristezza nel suo sguardo.

“È il momento,” disse.

Con un gemito rassegnato, Keira tirò via il cuscino e si alzò a sedere. Scoprì che Milo era già vestito. Accanto a lei, sul comodino, c’era un vassoio con il caffè e la colazione.

“Me l’hai preparata tu?” chiese, commossa.

“Non volevo che ti venisse fame sull’aereo,” rispose lui scrollando le spalle imbarazzato.

Keira si sporse per accarezzargli una guancia ispida e baciarlo con dolcezza. “Grazie,” disse con profondo affetto. Fu di nuovo assalita dalla tristezza che l’attanagliava dal giorno precedente. Aveva lo stomaco sottosopra al pensiero che quello sarebbe stato il loro ultimo giorno insieme.   Rapidamente spinse via la coperta, non volendo scoppiare in lacrime davanti a Milo, e prese a raccogliere i vestiti sparsi sul pavimento.

“Keira,” lo udì dire con cautela.

“Che c’è?” rispose senza guardarlo, per evitare che le tremasse la voce.

“La tua colazione.”

Keira radunò i propri prodotti da bagno e li gettò alla rinfusa nella valigia. “Devo fare i bagagli.”

“Non c’è nessuna fretta,” disse Milo. Il suo tono era misurato come al solito, in totale contrasto con quello che lei provava. “Abbiamo il tempo per sederci e bere un caffè.”

“Prima vorrei finire questo,” rispose lei, percependo la tensione nelle proprie parole.

Alle sue spalle, sentì Milo che si alzava. Lui le si avvicinò e la prese per le spalle. Si irrigidì, incapace di sopportare qualsiasi gesto di gentilezza in quello stato di grande vulnerabilità emotiva. Ma era troppo tardi. Bastò la sensazione di vicinanza per spezzare le sue barriere. Dai occhi le scivolarono grosse lacrime.

Si voltò e si lasciò avvolgere dal suo abbraccio. Rimasero fermi in quella posizione a lungo, mentre Keira dava libero sfogo alle emozioni represse. Con una certa sorpresa, scoprì che concedersi di essere vulnerabile e di piangere indeboliva il loro potere. Si riprese on fretta, molto più velocemente di quanto non avrebbe fatto di solito, e poi si sentì molto meglio.

“Caffè?” chiese allora, allontanandosi dall’abbraccio.

Lui annuì e si risedettero insieme sul letto, condividendo un’ultima colazione. Le lacrime sulle guance di Keira si asciugarono.

“Non ho una gran voglia di dire addio ai tuoi,”  confessò la giovane donna tra un sorso dalla tazza e l’altro. “Voglio dire, ormai è come se foste la mia famiglia. Farò la figura della scema piagnucolosa.”

Milo alzò le labbra in un sorrisetto. “Andrà tutto bene. Non è un addio definitivo. O almeno non deve esserlo.”

Keira rimase in silenzio, riflettendo. Ancora non era certa di che cosa volesse da quel rapporto, né di come la storia sarebbe proseguita. Non sapeva nemmeno se c’era davvero una relazione tra di loro.

Milo dovette notare la sua esitazione.

“Ma non dobbiamo parlarne adesso,” le assicurò, distogliendo lo sguardo.

Finirono le bevande calde e la colazione, poi Keira si lavò e si vestì per prepararsi al lungo volo che avrebbe preso di lì a poco. In passato non le era piaciuto viaggiare, ma ormai si era tanto abituata che quasi non ci pensava più. Aveva fatto il callo allo stile di vita da viaggiatrice. E con una piccola scintilla d’eccitazione ricordò che a New York l’aspettava il suo nuovo appartamento, il suo primo vero passo verso la totale indipendenza.

Con le valige pronte, lei e Milo scesero al piano di sotto. La famiglia era riunita in cucina, anche loro a metà della colazione. Keira sapeva che avevano fatto lo sforzo di svegliarsi presto solo per salutarla, e fu commossa dal gesto.

Regina fu la prima ad alzarsi. Le si avvicinò per abbracciarla stretta, e la sua espressione normalmente severa si addolcì.

“Mi mancherà la presenza di un’altra donna in questo posto,” disse. “È stato bello avere una sorella per una settimana.”

“Chiamami ogni volta che vuoi,” le promise Keira.

Nils prese il posto di Regina, torreggiando sulla giovane scrittrice dal suo metro e novanta d’altezza. Le diede una solida pacca sulla spalla.

“Sei la benvenuta quando vuoi,” disse. “Non farti problemi.”

“Grazie,” rispose lei.

Poi l’attirò in un goffo abbraccio. Keira si sentì come una bambina, avvolta dalle sue grandi braccia.

Si allontanò dall’uomo e spostò l’attenzione su Yolanta. Tra tutti i familiari di Milo, la madre era quella a cui si era avvicinata di più durante le vacanze, e salutarla sarebbe stato doloroso.

Yolanta le accarezzò una guancia in un gesto materno.

“Stupenda ragazza piena di talento,” mormorò. “Tornerai a trovarci, non è vero?”

Keira arrossì. “Lo farò.”

La donna annuì, soddisfatta, e poi le due si abbracciarono forte.

“Faremo meglio ad andare,” disse Milo dietro di loro.

Keira si allontanò dall’abbraccio e si gettò un’occhiata alle spalle. Il suo innamorato era in piedi alla porta, con il bagaglio ai piedi. Poi riportò lo sguardo sulla famiglia.

“Credo di sì,” asserì, con un lungo sospiro. “Mi mancherete. Grazie per la vostra ospitalità. È stato il miglior Natale che abbia mai avuto. Custodirò per sempre questi ricordi.”

“È stato bellissimo averti con noi,” disse Nils.

“Torna quando vuoi,” aggiunse Regina.

“Ci vedremo presto,” promise Yolanta, enfatizzando l’ultima parola.

Keira annuì. Poi si voltò e si unì a Milo, prendendo una delle sue borse dal mucchio. Il giovane uomo aprì la porta e lei rabbrividì, colpita da una folata gelida del vento invernale svedese. Il compagno uscì nella giornata fredda, diretto verso l’auto. Keira deglutì il groppo che aveva in gola, salutandoli per l’ultima volta con un cenno della mano.

“Arrivederci!” replicarono tutti all’unisono.

Poi seguì Milo, chiudendosi piano la porta alle spalle. Percorse il sentiero innevato attraverso il giardino, godendosi ancora una volta il panorama montuoso, cercando di imprimerlo nella mente. Non voleva dimenticarselo mai, né quel luogo né quella famiglia. Voleva che ogni dettaglio le rimanesse per sempre nella testa.

Infilò la borsa nel bagagliaio dell’auto e salì sul lato passeggero del piccolo veicolo di Milo, che girò la chiave nell’accensione.

“Pronta?” le chiese.

“Pronta,” rispose lei con un gesto deciso.

Mentre si allontanavano, Keira si guardò indietro un’ultima volta, studiando il paesaggio per non dimenticarlo mai più.

Non appena ebbe perso di vista la casa, udì lo squillo del suo cellulare. Lo ripescò dalla borsa e scoprì che aveva ricevuto un messaggio da Elliot. Si accigliò. Non era da lui scriverle; di solito manteneva le loro comunicazioni a un livello molto formale.

Lo aprì e lo lesse.

Buon Natale, Keira! Spero che tu abbia avuto il tuo lieto fine…

Sorrise, commossa dal fatto che si fosse ricordato di farle gli auguri. Ma poi fece scorrere il testo e lesse il resto:

Volevo solo ricordarti che il termine per la consegna del tuo articolo è domani. Hai già avuto un’estensione, quindi è la data definitiva.

Gemette tra sé e sé. Elliot conosceva l’orario della sua partenza e aveva scelto ugualmente di contattarla in quel momento, con il mezzo più personale e diretto che aveva, invece che con una email come al solito. Era tutto un modo per rubarle il poco tempo che le rimaneva con Milo. Spense il cellulare e lo rigettò nella borsa.

“Va tutto bene?” chiese Milo.

“Sì,” rispose con un sorriso noncurante.

In verità sentiva di star tornando rapidamente alla realtà. Il suo fantastico viaggio era finito. Doveva riportare i piedi a terra.


*

Keira e Milo erano una di fianco all’altro, mano nella mano, davanti al suo gate d’imbarco. Il numero del suo volo stava lampeggiando sullo schermo, e una voce si alzava dagli altoparlanti:

“Chiamata d’imbarco per il volo Swedish Air uno quaranta cinque dalla Svezia a New York. Si pregano tutti i passeggeri di dirigersi verso il gate dieci.”

Keira si girò verso Milo. “È il mio.”

Lui annuì. La sua espressione era più cupa che mai mentre si chinava a baciarle la fronte.

“Buona fortuna con tutto, Keira,” le augurò.

“Sembra così definitivo,” mormorò lei in risposta.

“Mi dispiace,” rispose Milo. “È tutta la mattina che mi dai la sensazione che una volta che te ne sarai andata, sarà tutto finito.”

Keira alzò le sopracciglia. Era insolito che una persona tanto diretta quanto Milo si lasciasse guidare dalle sensazioni. Ma non si sbagliava.

Sospirò.

“È solo una questione di praticità,” spiegò. “Lo sai, vero? Tu non vuoi prendere l’aereo o lasciare la Svezia, e io non voglio andare via da New York. È così che stanno le cose, anche se non avrei voluto essere così fredda e calcolatrice.”

“No, va tutto bene,” disse Milo annuendo. “Lo sai quanto apprezzo l’onestà. È solo che è un peccato. Ci siamo divertiti così tanto insieme.”

“Non dico che non ci parleremo mai più,” garantì Keira, offrendogli un timido sorriso. “Possiamo sempre essere amici.”

L’espressione turbata dell’uomo si addolcì leggermente. “Okay. Sì. Mi piacerebbe.”

“Bene,” rispose lei con un sospiro sollevato. Non riusciva a sopportare il pensiero che quell’uomo svanisse del tutto dalla sua vita, anche se capiva che a livello romantico dovevano allontanarsi.

Aprì le braccia per stringerlo a sé ancora una volta, e Milo accettò. Rimasero abbracciati per un lungo momento. Solo la voce all’altoparlante che ripeteva ai passeggeri di dirigersi verso il gate d’imbarco li costrinse a separarsi.

“Sarò meglio che vada,” disse Keira. Lo guardò profondamente negli occhi. “Addio, Milo.”

Lui la tenne per mano, indugiando, per prolungare il momento. “Lo so che è una cosa strana da dire… ma grazie. Credo di essere stato molto fortunato a incontrarti.”

Keira sorrise. “Lo stesso vale per me.”

“Addio, Keira.”

Lasciandogli andare la mano, la giovane donna si girò e si allontanò. Dopo aver raggiunto il gate e aver consegnato il biglietto e il passaporto all’impiegato, si guardò indietro un’ultima volta. Milo era ancora dove l’aveva lasciato. Lo salutò con la mano, sentendo una fitta di dolore nel petto. Lui le fece un cenno a sua volta.

“Ecco a lei, signorina Swanson,” disse l’uomo al bancone, restituendole i documenti.

“Grazie,” rispose, riprendendoli.

Non si guardò più indietro.


*

Keira si accomodò sulla sua poltrona nell’aereo. Anche se era triste per aver chiuso la storia con Milo, era anche piena di energia. Tutta l’esperienza in Svezia era stata una preparazione all’indipendenza che aveva appena trovato.

Studiò gli altri passeggeri sull’aereo. Sui sedili alla sua sinistra c’era una coppia che si stava baciando, e poco più avanti una famiglia con dei bambini che si dimenavano, mentre i genitori tentavano di tenerli seduti ai loro posti. Per la prima volta non ne fu invidiosa. Il suo senso di indipendenza la fece sentire libera e soddisfatta. Stava percorrendo un viaggio diverso da quelle persone, e non avrebbe voluto niente di diverso.

Rincuorata, prese il portatile dal bagaglio a mano e iniziò a lavorare sull’articolo. Usò un approccio diverso da quello che aveva tenuto nei lavori precedenti, descrivendo una libertà priva di legami.

D’ora in avanti, quando mi innamorerò, lo farò alla maniera scandinava.




CAPITOLO TRE


Il mattino seguente, Keira si svegliò con la schiena dolorante. Batté le palpebre e si guardò intorno, disorientata. Le servì un lungo momento per capire dove si trovava. Non da Milo, non nella stanza a casa di sua madre, ma nel suo nuovo appartamento. Sfortunatamente, l’unica cosa che possedeva in quel momento era un materasso. Non aveva nemmeno una rete; era per quello che aveva mal di schiena.

Si sollevò faticosamente dal letto. Gli unici vestiti nell’appartamento erano quelli che aveva avuto in valigia. Per fortuna Yolanta aveva insistito per lavare tutte le sue cose durante le vacanze di Natale, quindi almeno erano puliti. In mezzo al mucchio di gonne di lana e jeans comodi scelse un outfit più adatto al lavoro possibile e uscì nelle strade di New York.

Non appena si ritrovò sul marciapiede, la sensazione di essere tornata a casa la riempì di emozione. Persino l’odore dell’inquinamento la confortava, nonostante il totale contrasto con l’aria fresca e pulita di montagna che aveva respirato in Svezia.

Si diresse verso un furgoncino che vendeva caffè a lato della strada, unendosi a una fila di impiegati con lo sguardo spento e basso sui cellulari.

“Vorrei un espresso doppio,” disse al venditore raggiunta la cima. Poi si interruppe. Beveva forte caffè svedese da settimane. Forse era il momento di cambiare. “No, ho cambiato idea,  potrei avere un latte macchiato al caramello?”

L’uomo le lanciò un’occhiata stanca e disinteressata, ma Keira gli sorrise.

“Sono appena tornata da una vacanza. Voglio risentire il sapore di casa.”

“Buon per lei,” rispose quello con voce secca e impassibile.

Mentre aspettava la sua colazione, alcune persone che erano rimaste intorno al furgoncino per aggiungere lo zucchero al caffè si allontanarono e Keira notò che lì vicino c’era un’edicola che non aveva mai visto. Tra i giornali e le riviste c’era anche l’ultimo numero del Viatorum. Proprio come Nina le aveva preannunciato, la copertina era stata cambiata e invece della sua foto c’era quella della modella che avrebbero dovuto usare fin dall’inizio. Fu sollevata di vedere che l’avevano ascoltata , ma provò lo stesso una fitta d’ansia all’idea che quel giorno avrebbe dovuto consegnare l’articolo sui paesi nordici. Non riusciva a prevedere come Elliot avrebbe reagito alla sua conclusione.

Non appena ebbe avuto la sua dose di caffeina, si diresse verso la metropolitana. Per fortuna il suo nuovo appartamento era in una posizione comoda rispetto all’ufficio e il viaggio non era lungo, quindi ritrovarsi pigiata tra la folla non la infastidì come quando le capitava di ritorno da casa di sua madre.

Uscì dall’altro capo della metro e iniziò la breve camminata fino al quartier generale del Viatorum. Nona appena se lo trovò davanti, le squillò il cellulare. Lo controllò e vide che era un messaggio di Bryn.

Stasera puoi venire a cena dalla mamma? Io e Felix abbiamo delle novità.

Rimase a bocca aperta e il pensiero le corse subito al matrimonio. Di certo sua sorella non avrebbe voluto mettere su casa con Felix tanto in fretta? Erano appena andati a vivere insieme!

Keira le rispose rapidamente, scrivendole che ci sarebbe stata. Mise via il telefono—e insieme a quello ogni ipotesi sulle novità di Bryn—ed entrò in ufficio.

Il quartier generale della rivista brulicava di attività. Da quando Lance aveva assunto nello staff un gran numero di nuovi dipendenti freschi di laurea—con un certo sgomento di Elliot—l’ufficio era diventato sempre più affollato. E dato che si trovava dentro un ex magazzino convertito in un open plan, ogni rumore riecheggiava moltiplicato per dieci.

“Ehi, Keira,” la chiamò qualcuno e lei si voltò, vendendo Meredith che le faceva un cenno di saluto.

La scrittrice non aveva dimenticato il subdolo tentativo della collega di rubarle il suo ultimo incarico, quindi le rispose con un gelido: “Buongiorno.”

Scrutò i volti davanti a sé, alla ricerca di persone familiari, e notò Nina. Ma prima che potesse raggiungere l’amica di lunga data, Elliot emerse dall’ufficio. Indossava un abito rosso acceso, e aveva la fronte corrucciata in un profondo cipiglio.

“Era ora!” gridò, avvicinandosi a Keira e prendendola per un gomito.

L’intero ufficio si voltò per guardarla mentre il capo la sospingeva nel suo ufficio, con le guance rosse quanto il suo vestito.

“Cosa era ora?” domandò lei con l’angolo della bocca, trascinata in mezzo al corridoio.

“Era ora che ti facessi vedere!” esclamò Elliot.

Arrivarono nel suo cubicolo e l’uomo chiuse di colpo la porta.

“Che cosa è successo alla politica della porta aperta?” scherzò Keira. Era una delle varie idee sdolcinate che Lance aveva promosso dopo aver acquistato la rivista.

“Fidati di me, sarai felice che l’abbia chiusa,” sbuffò lui.

“Sono nei guai?” chiese la scrittrice, incrociando le braccia. Non le era piaciuto essere trascinata attraverso l’ufficio in quella maniera, e di certo non apprezzava il tono assunto da Elliot.

Il capo si voltò verso Keira, incrociando le braccia allo stesso modo. “Ti avevo detto che la scadenza era definitiva. E invece continui a mancarla. Stai cercando di farmi venire un infarto?”

“Mancarla? Che vuoi dire?” rispose lei, confusa. “Mi avevi detto che era oggi. E a meno che non mi sia sfuggito qualcosa, oggi è oggi!”

Il cipiglio di Elliot si approfondì ancora di più. “Non fare la furba con me, Keira. Sai fin troppo bene che i tipografi hanno bisogno dell’articolo per le nove del mattino, al più tardi. Sono le otto e quarantacinque.”

Keira sgranò gli occhi ammutolita. Non si era resa conto che quando aveva parlato di consegna definitiva Elliot aveva inteso quella subito prima di mandarla in stampa! Di norma Nina rileggeva un paio di volte i suoi articoli prima di arrivare sulle pagine della rivista.

“Mi dispiace,” balbettò. “Ho frainteso.”

Elliot la fissò cupo. Non voleva sentire ragioni. Tese una mano con il palmo verso l’alto. “Allora consegnalo. Sarà meglio che vada bene, perché è tutto sulle tue spalle. Sono le tue parole al cento percento. Cento percento la tua responsabilità.”

Keira deglutì comprendendo la gravità della situazione. Avrebbero potuto licenziarla per un brutto articolo? La rivista avrebbe potuto avere dei guai a causa sua?

In fretta, estrasse una copia cartacea dell’articolo da dentro la borsa, insieme alla chiavetta USB su cui aveva salvato l’originale. Elliot le strappò di mano la copia stampata e si appoggiò allo schienale della sedia. Keira lo guardò nervosamente mentre leggeva le sue parole.

Il momento sembrò durare un’eternità. Lei si sbirciò dietro le spalle e vide che l’intero staff la stava fissando; alcuni le lanciavano occhiate dalle scrivanie, altri fissavano senza pudore e a occhi sgranati l’intero procedimento. Si sentiva il cuore sotto le scarpe.

Sulla sua sedia, con una gamba piegata rigidamente sull’altra, le sopracciglia strette insieme, Elliot girò l’ultima pagina. Quella era la parte che nessuno aveva letto a eccezione di Keira, la sezione su cui aveva lavorato durante il volo di ritorno dalla Svezia. Mentre lo sguardo del capo sfrecciava da destra a sinistra, Keira diventò sempre più ansiosa e l’uomo serrò di più la mascella.

Alla fine lui alzò lo sguardo, con le narici frementi. “Che diavolo è questo?”

La scrittrice indietreggiò. Non avrebbe potuto anticipare una reazione peggiore di quella.

“Che cosa c’è che non va?” chiese, spremendosi il cervello alla ricerca di errori palesi. Aveva scritto per sbaglio il nome di un altro paese? Svizzera, magari, invece di Svezia?

“Che cosa c’è che non va?” ripeté Elliot, sempre più furioso. “Quello che non va è che tu sei una scrittrice di storie romantiche che non è capace di scrivere un maledetto finale romantico! Giulietta non ha mollato Romeo! Lizzy Bennet non ha lasciato il signor Darcy all’aeroporto! E Catherine non è scappata dalla storia con Heathcliff!”

“A essere sinceri, nessuno di questi è un esempio particolarmente salutare di amore…”

“Non mi interessa!” sbottò lui, interrompendola. “Non so se l’hai notato, ma il romanticismo non è esattamente il mio forte. Ma persino io so che i due personaggi principali non possono decidere di lasciarsi in modo maturo! Con Shane c’è stata tutta la faccenda del padre morto. Favoloso! Cristiano è stato il dongiovanni respinto. Magico! Ma Milo? Milo… cosa fa… svanisce nel nulla e basta?”

Keira deglutì con forza. Non aveva modo per difendersi. “Non so cosa dirti. È la verità, e credo che i miei lettori l’apprezzeranno. Non posso mentire sul modo in cui gli scandinavi si approcciano alle relazioni o su quello che ho imparato mentre ero lì.”

Elliot agitò i fogli. “Hai scritto, e cito testualmente, che quello che hai condiviso con Milo non può essere etichettato! Keira, il tuo lavoro è di parlare di relazioni e non vuoi nemmeno definirlo così come è!” Fece un lungo respiro e buttò la testa tra le mani. “I lettori lo detesteranno.”

“Non sono d’accordo,” rispose lei con coraggio. “Ho incontrato i miei lettori in giro per il mondo e vogliono la verità. Rispettano la mia onestà.”

Ma il capo non la stava ascoltando. “Non c’è tempo per riscriverlo. Siamo fregati.”

“Ti dico che conosco i miei lettori,” ripeté con insistenza Keira. “Devi fidarti di me.”

E vedendo che l’uomo stava ancora borbottando tra sé e sé, senza prestarle attenzione, sbatté il pugno sulla scrivania. Lui si raddrizzò di scatto, sorpreso.

“Credi in me,” disse Keira di nuovo, severamente, a denti stretti. “So che cosa sto facendo.”

Elliot la fissò cupo e in silenzio per un lungo momento. Alla fine si espresse: “Sarà meglio che tu abbia ragione.”




CAPITOLO QUATTRO


Più tardi, quella sera, Keira bussò alla porta di sua madre. Un momento dopo le fu aperto, ma dietro non c’era Mallory. Invece era Bryn.

“Sono FIDANZATA!” gridò lei.

Keira batté le palpebre davanti alla mano sollevata della sorella su cui spiccava un anello con un enorme diamante scintillante. Aveva un sorriso a trentadue denti mentre aspettava ansiosamente che reagisse in qualche modo. Ma la giovane scrittrice si limitò a continuare a battere le ciglia.

“Oh,” fu tutto ciò che riuscì a dire.

L’espressione di Bryn aveva iniziato a passare dall’euforia al dispiacere, quando Felix, che l’aveva appena raggiunta, spalancò del tutto la porta. Il suo anziano fidanzato aveva un’aria indulgente.

“Avrebbe dovuto annunciarlo una volta che fossimo stati seduti tutti a tavola,” disse, sorridendo a Bryn in modo affettuoso ma severamente paterno.

“Non sono riuscita a trattenermi,” rispose lei, facendogli gli occhi dolci.

Keira fece una smorfia.

Felix spostò la sua attenzione sulla nuova arrivata. “Bentornata,” esclamò. “Vieni dentro a riscaldarti.”

La giovane donna entrò in casa. Dalla cucina, sentì Mallory che gridava: “È Keira?”

“SI’!” gridò Bryn oltre una spalla, prima di tornare subito a rivolgersi verso la sorella. “Quindi? Non hai intenzione di fare commenti?” le chiese con tono irritato. “Congratulazioni, per esempio?”

“Ma certo,” disse lei, riscuotendosi dalla sorpresa. “Congratulazioni. A tutti e due.” Baciò entrambi a turno. “Sono solo rimasta stupita. È così… improvviso.”

Bryn socchiuse gli occhi. “Dice la ragazza che si innamora ogni mese.”

“Sii gentile,” l’avvertì Felix. Poi a Keira, aggiunse: “Lo so che sembra molto frettoloso, ma non sono più tanto giovane.”

Puoi dirlo forte, pensò lei.

Proprio allora, Mallory uscì dalla cucina, con una pirofila tra le mani. Aveva i capelli crespi e in disordine e sembrava agitata come sempre.

“Ecco la cena,” esclamò. “Prendete tutti posto.”

Keira si sfilò rapidamente la giacca e si accomodò sulla sua sedia al tavolo. La madre le tese un piatto carico di maccheroni al formaggio, insalata e pane all’aglio.

“Grazie, mamma,” disse lei, prendendo il piatto. “E ciao.”

“Sì, sì, ciao, cara,” rispose la donna, già concentrata a preparare la porzione di cibo per Felix. “Grosse notizie, eh? Non avrei mai pensato che tua sorella si sistemasse prima di te.”

“MAMMA!” esclamarono all’unisono le sorelle Swanson.

“Beh, non potete biasimarmi,” rispose Mallory, continuando con la sua tipica mancanza di tatto. “Keira è sempre stata un tipo più casalingo ed è stata insieme a Zach per molto tempo. Temevo che quello che è successo tra me e tuo padre ti avesse fatto passare la voglia di sposarti, Bryn.”

“Oh, mamma, per favore,” sbottò lei, prendendo il piatto che Mallory le stava tendendo. “Non trasformeremo l’annuncio del mio fidanzamento in una serata di commiserazione per il tuo divorzio.”

Mallory emise un sospiro addolorato.

“Credo che quello che Bryn stia cercando di dire,” intervenne Felix nella sua maniera calma e paterna, “è che siamo molto felici di celebrare con voi, e che speriamo che condividiate la nostra gioia ed emozione.”

Keira non riuscì a trattenere uno sbuffo di derisione. Personalmente non aveva niente contro Felix, ma il fatto che stesse frequentando—no, che avrebbesposato—sua sorella, che aveva la metà dei suoi anni, non lo rendeva una delle sue persone preferite al mondo. Se si consideravano anche gli ovvi problemi legati alla figura paterna di Bryn, la situazione diventava persino più inquietante.

“Esatto,” concordò Bryn, girandosi verso di lei. “E speravo che saresti stata la mia damigella d’onore.”

Keira quasi si strozzò su una fetta di cetriolo. “Davvero?”

“A chi altro lo potrei chiedere?” rispose Bryn.

Keira fu sinceramente commossa dalla proposta della sorella. Decise di accantonare ogni pregiudizio e di essere solo felice per lei. Era la sua vita, dopotutto. Se voleva passarla insieme a una figura paterna sostitutiva con sessant'anni e passa, allora erano affari suoi.

“Ne sarei davvero felice,” accettò. “Grazie.”

Bryn sorrise, chiaramente felice della sua risposta. Poi la sua vena autoritaria prese il sopravvento. “Quindi dovrai dire al tuo lavoro che non potrai viaggiare per altri incarichi. Non puoi allontanarti dal paese ogni cinque minuti. Ho bisogno della mia damigella per le prove dell’abito, gli assaggi delle torte e la scelta della sala. Non rovinerai il mio matrimonio.”

Le fece un occhiolino, ma Keira sapeva che non stava scherzando del tutto.

“A proposito di incarichi,” intervenne Mallory. “Come è andato il tuo ultimo viaggio? Il tuo Natale svedese?”

Keira notò la nota scontenta nella voce della madre. Doveva essere rimasta più ferita dal suo Natale passato all’estero di quanto le avesse lasciato intendere.

“È stato fantastico,” rispose. “Mi sono divertita moltissimo.”

“Beh, deve essere l’Uomo Giusto, allora, se riesce a tenerti lontana dalla tua povera mamma nel giorno di Natale,” si lamentò la donna, nel suo tono più addolorato.

La giovane scrittrice punzecchiò il cibo con la forchetta. “In realtà… ci siamo lasciati.”

“Cosa?” esclamò Mallory, sbalordita. “Ma credevo… Ma eri…” Alla fine, abbassò la posata, sbatacchiandola sulla ceramica. “Oh, per l’amor del cielo, Keira. Quando la smetterai con queste stupidaggini?”

“Chiedo scusa?” domandò lei, sorpresa.

“Voglio solo che trovi qualcuno,” rispose la madre. “Continui a incontrare tutti questi uomini fantastici ma non trovi mai quello giusto. Non è mai abbastanza. Quando hai intenzione di sistemarti? In fondo è quello che fanno tutti.”

Keira scosse la testa. Sua madre, divorziata da tempo, non era esattamente la persona migliore da cui accettare consigli di coppia.

Ma Mallory non aveva ancora finito con il suo piccolo sfogo. Si voltò verso Felix.

“Hai degli amici single da presentare a ma figlia?” gli chiese. “Voglio dire, dato che è andata tanto bene tra voi due.”

“MAMMA!” gridò Keira, evitando per poco di sputare un boccone.

“Il mio testimone è single,” replicò Felix, con gli occhi che brillavano di malizia. “Siamo amici dai tempi del liceo.”

Nonostante fosse ovvio che volesse solo provocarla, rispondendo al suggerimento di Mallory per il gusto del gioco, Keira rimase inorridita al suo pensiero.

“Dai tempi del liceo?” ripeté. “Quindi da un centinaio di anni, più o meno?”

Felix accettò la battuta con leggerezza e fece una risatina. Dall’altro lato del tavolo, il cellulare di Bryn lampeggiò. Keira le lanciò un’occhiataccia.

“Mi hai appena fatto una foto?” chiese seccamente.

“Sei carina così,” rispose la sorella, scrollando le spalle. “Ho pensato che potrei mostrarti a Nathan, il testimone di Felix.”

“Non osare!” gridò lei, alzandosi di scatto dal tavolo per strapparle di mano il telefono. Bryn glielo impedì facendogli scudo con il proprio corpo, lasciandola ad annaspare inutilmente. “Non voglio uscire con un nonno!”

Quelle parole posero fine al gioco.

Bryn si schiarì la gola, con espressione inacidita. “Ti stavo solo prendendo in giro.”

Mallory si agitò a disagio sulla sedia. Dall’altro capo del tavolo, Felix non riusciva a nascondere l’aria offesa che gli era apparsa sui lineamenti.

“Mi dispiace,” mugugnò Keira, lasciandosi cadere di nuovo al suo posto. “Ho esagerato. Non volevo dire questo. È solo che non mi piace quando qualcuno cerca di organizzare la mia vita.”

Ripensò a Elliot e al suo evidente disappunto nel modo in cui aveva chiuso la storia con Milo, senza parlare dello strano scoppio di sua madre di poco prima a cena. Le dispiaceva che fosse tanto preoccupata per la sua situazione sentimentale, e anche che Elliot fosse convinto che i suoi lettori avrebbero odiato la fine deludente della storia con Milo. Era stata tanto certa e sicura delle sue azioni, ma le opinioni di tutti gli altri stavano iniziando a turbarla. Ricordò a se stessa che ogni relazione era diversa, così come il viaggio verso l’amore di ciascuna persona.

La tavolata rimase in silenzio per un lungo momento teso, mentre ognuno punzecchiava la propria cena con aria cupa.

“Come è l’appartamento?” chiese alla fine Bryn.

Keira fu grata per il salvagente che le aveva lanciato. “Sento che mi dà una gran libertà,” rispose. “Ma in realtà, sarebbe più accurato dire che è vuoto. Sono riuscita a farmi consegnare solo un materasso mentre ero all’estero. Il resto delle mie scatole e dei vestiti è qui.”

“Ti servono dei mobili?” chiese la sorella. “Ormai sono diventata un'esperta a comprarli, quindi sarei felice di darti una mano.”

“Lo faresti davvero?” chiese lei, felice che Bryn non le portasse rancore. A quanto pareva se la sarebbe cavata con poco, ma si chiese se non avesse intenzione di fargliela pagare in futuro. “Mi piacerebbe molto.”

“Bene. Domani dopo il lavoro andremo per negozi,” propose la sorella.

Keira annuì. “Grazie, sorellina.”

“Non c’è problema,” rispose lei. “E non preoccuparti, i miei gusti sono molto moderni. Molto giovani. Niente di vintage. Niente di vecchio. Non c’è niente che faccia pensare ai nonni nei miei gusti.”

Keira si morse l’interno delle guance e prese un profondo respiro. Ovviamente, era pur sempre Bryn. Non le avrebbe mai permesso di dimenticare la battuta sul nonno.




CAPITOLO CINQUE


Il mattino seguente non fu la sveglia a strappare Keira dal sonno, ma lo squillo incessante del suo cellulare. Rotolò sul materasso e afferrò il telefono dove l’aveva appoggiato a terra, in carica nella presa accanto a sé. Il nome di Elliot le lampeggiava davanti agli occhi. Era una chiamata personale; non veniva dalla linea dell’ufficio del Viatorum ma dal suo numero privato.

Gemette notando che non erano nemmeno le sei del mattino. Era abituata a svegliarsi presto per il lavoro, in particolare durante i suoi viaggi, ma di recente sembrava che Elliot avesse preso a ignorare ogni limite professionale.

Premette il pulsante verde.

“Sei già stata online?” Le chiese subito il capo, prima ancora che Keira riuscisse a parlare.

“Non ho nemmeno aperto le tende,” rispose lei con tono un po’ acido, “quindi, no, non ancora. Perché?”

La voce di Elliot risuonò dall’altro capo, vivace e frenetica. “È il tuo articolo, Keira. La versione online è stata caricata a mezzanotte. È stata un successo! Come è che dice la gente di questi tempi… è diventata virale.”

La donna si alzò a sedere di scatto, completamente sveglia. “Davvero?”

“Non avrei mai dovuto dubitare di te,” continuò Elliot. “Tu conosci davvero i tuoi lettori. Suppongo che la fascia demografica delle donne eterosessuali sopra i venticinque anni non sia più semplice da capire come una volta.”

Keira si trattenne dal commentare: “Te l’avevo detto.” Anche se avesse voluto non ne avrebbe avuto il tempo; Elliot continuava a parlare alla velocità della luce.

“Devo chiederti di aumentare le tue ore di lavoro. Abbiamo moltissimi impegni da rispettare. Non preoccuparti, sarai ricompensata generosamente. Possiamo parlare di un aumento non appena le cose si saranno calmate un po’, ma per ora dobbiamo cavalcare l’onda, va bene?”

“Che onda?” chiese lei, accigliata.

“La stampa ha saputo di questa faccenda. Adorano la Guru del Romanticismo. Tutti vogliono incontrare la persona reale dietro le storie. È tutta la mattina che ricevo chiamate da talk show che ti vogliono nei loro spettacoli, è per questo che sto usando la mia linea privata; non voglio occupare il numero dell’ufficio.”

Keira scosse la testa e si strofinò la fronte come per allontanare le sue perplessità. “Dici sul serio?” chiese. Come al solito, il suo primo istinto fu il timore. Dove Elliot vedeva un’opportunità, lei notava i fari e lo scrutinio della gente.

“Non scherzo mai quando si tratta del Viatorum,” rispose Elliot. “Puoi venire in ufficio il prima possibile? Abbiamo moltissime cose da fare. Heather sta organizzando il tour promozionale in questo preciso momento.”

Lei era senza parole per la sorpresa. Non sembrava che avesse molta voce in capitolo, e forse era meglio così. Se il suo istinto le diceva di scappare via, forse significava che doveva mettersi alla prova. Non c’era modo migliore per diventare indipendente che ritrovarsi da sola davanti a tutto il mondo con la sua storia! Oltretutto, se avesse mai voluto licenziarsi dalla rivista e farcela da freelance, sarebbe stato più facile avendo già molti fan e visibilità, piuttosto che senza.

E pensò anche con una certa malizia che le sarebbe stato utile come leva per farsi pagare di più andando avanti.

“Sto arrivando,” disse a Elliot.

Chiuse la telefonata e si alzò dal materasso, avvicinandosi in fretta alla valigia che conteneva ancora tutti i suoi vestiti. Non avendo cassettiere o un armadio dove mettere le sue cose, la sera prima aveva deciso di non prendere altre scatole da casa della madre. Era meglio aspettare di aver acquistato mobili con Bryn. In quel momento però se ne pentì un po’. Non aveva niente di davvero professionale da mettere. Anche se stava andando al suo solito ufficio e alla sua solita scrivania, con i colleghi di tutti i giorni, voleva presentarsi meglio di quanto non facesse di norma. Magari quella sera avrebbe anche preso qualche oufit nuovo, oltre che i mobili.

Una volta pronta, fece per uscire di casa, ma non aveva ancora aperto la porta che il suo cellulare prese a squillare per l’arrivo di messaggi dalla famiglia e dagli amici. Dovevano aver iniziato la giornata e avevano notato la sua presenza sui social media.

Quando sei diventata famosa? era il messaggio di Shelby.

Sorellina, sei diventata una celebrità! le aveva mandato Bryn. Seguito da: Sarà meglio che tu non mi metta in ombra al mio matrimonio!!

Keira sorrise tra sé e sé man mano che i messaggi continuavano ad arrivare.

Quindi è questo che sbagliavo? Avrei dovuto usare ‘il metodo scandinavo?’ le aveva scritto Maxine.

L’amore scandinavo sembra fantastico, ma un giorno o l’altro voglio dei nipotini, cara, quindi sarà meglio che ti impegni almeno un po’, diceva Mallory.

Roteò gli occhi e ridacchiò da sola.

Persino Felix le aveva mandato un messaggio per sostenerla, anche se lei sospettava che non avesse profili di social media e che glielo avesse chiesto Bryn.

Sorrise tra sé e sé mentre schizzava fuori dall’appartamento e correva verso la metropolitana.

“Ehi! Guru del Romanticismo!” gridò qualcuno.

Si voltò e vide il venditore di caffè nel suo furgoncino.

“Ho preparato il tuo drink! Un macchiato al caramello!”

Agitava una tazza di caffè extra-grande verso di lei. Keira sorrise e andò a prenderla.

“Grazie,” disse ridendo e infilando una mano in tasca alla ricerca dei contanti.

“Offro io,” la interruppe lui facendole l’occhiolino. “Basta che racconti a tutti che compri il caffè da Bobby, okay?”

“Lo farò,” gli assicurò Keira, accettando la bevanda.

Come vantaggio portato dalla pubblicità, il caffè gratis era eccellente.

Si allontanò a grandi passi, con la tazza in mano, e si diresse verso la stazione della metro. Finalmente trovò il tempo per ricontrollare il telefono e vedere con i suoi occhi che cosa stava leggendo il resto del mondo su di lei. Su tutti i suoi social media c’erano commenti positivi sull’ultimo articolo, migliaia e migliaia di messaggi di donne che erano state ispirate e incoraggiate dalle sue storie. Molte erano state ridicolizzate per aver rotto i loro fidanzamenti, avevano perso innamorati per colpa del lavoro, della distanza, e per via di contrasti sul denaro e sulla carriera. Lei non sapeva che così tante persone si sentissero isolate dalla loro sfortuna in amore, e di aver inavvertitamente creato una comunità dove erano riuscite ad aprirsi e a condividere le loro esperienze.

Quando aprì la sua mail di lavoro, rimase sconvolta scoprendo che alcuni giornalisti erano riusciti a contattarla direttamente, invece di passare attraverso Heather o la segreteria del Viatorum, e dal gran numero di richieste di partecipazione e di consigli.

Un concetto si ripeteva nella maggior parte dei messaggi: il metodo scandinavo. Tutti si comportavano come se avesse inventato la ruota, ma lei non voleva prendersi il merito per qualcosa che aveva solo osservato. Non aveva mai avuto l’intenzione di iniziare una moda o di diventare famosa.

A bordo del vagone sobbalzante, quasi non riusciva a credere a quello che stava leggendo, o a quello che stava succedendo. Era commossa e sopraffatta.

E a rendere quella mattina ancora più emotiva, le era arrivato anche un messaggio da Milo. Non esitò un secondo prima di aprirlo.

Grande articolo! Sono molto fiero di te!

Sorrise dentro di sé. Non per aver reso fiero Milo, anche se era felice che il suo articolo gli fosse piaciuto, ma perché per la prima volta dopo aver incontrato un uomo e averlo lasciato, non si sentiva il cuore a pezzi leggendo un suo messaggio.

Subito gli rispose: Grazie! Sono un po’ presa al momento, ma dobbiamo sentirci presto.

Poi continuò il suo viaggio in metro fino al lavoro, con la mente in subbuglio per l’emozione.


*

Keira entrò in ufficio e lo trovò in preda al caos più totale. I telefoni squillavano in continuazione e la gente correva da una parte all’altra della sala open space. Elliot uscì subito dal suo cubicolo, con un gran sorriso sul volto, e trascinò Keira in sala conferenze prima ancora che lei riuscisse a tirare il fiato.

Entrò e scoprì che la sala era piena di persone sconosciute.

“Uh… buongiorno,” disse con esitazione, mentre Elliot spostava una sedia per lei.

“Keira, è fantastico incontrarti,” disse un uomo dai capelli castano ramato. “Sono Rick, il tuo nuovo addetto stampa. Questa è Sally.” Indicò una donna dai ricci stretti e le labbra rosso fuoco seduta accanto a sé. “È la mia assistente e si occuperà del tuo calendario.”

“Piacere di conoscervi,” disse la giovane scrittrice, stringendo a turno le mani di tutti. “E gli altri?”

“Il tuo nuovo team editoriale!” annunciò soddisfatto Elliot, spalancando le braccia.

“Team?” chiese lei. Fino a quel momento era stata Nina la curatrice editoriale del Viatorum, e quando la situazione si era fatta più impegnativa le era stato assegnato un gruppo di stagisti ad assisterla, ma niente di quel genere, niente di professionale. Si accorse allora che l’amica mancava all’appello. “Dove è Nina?”

“Alla sua scrivania,” rispose Elliot, con semplicità, come se fosse una domanda bizzarra da fare.

“È sempre lei l’editor, vero?” insistette per sapere. Il pensiero che l’amica fosse stata retrocessa per via del suo successo la infastidiva.

“Ma certo,” le confermò il capo. “È la curatrice editoriale della parte stampata della rivista, che attualmente corrisponde a circa il dieci percento delle nostre vendite. Ora la parte più importante è quella online, con le sottoscrizioni e gli articoli bite-sized sui social media. È di questo che d’ora in avanti si occuperà il nuovo team.”

Keira guardò quei volti sconosciuti. Era strano che Elliot non avesse pensato di promuovere nessuno del personale già presente nella compagnia. Non le sembrò giusto. Capiva che il capo volesse il meglio che potesse permettersi, ma lei non sarebbe mai arrivata dove era se nessuno le avesse concesso un’occasione.

Poi Rick si schiarì la gola. “Ci mettiamo al lavoro? Sally, puoi elencare a Keira le sue apparizioni pubbliche?”

Se possibile Sally sembrava una versione persino più efficiente di Heather, perché a quanto pareva aveva previsto la domanda dell’uomo e aveva già rivolto la sua attenzione e a un ordinato taccuino appoggiato davanti a sé.

“Breakfast New York, News 24, Daily Roundup, Good Morning USA, Helen & Phil In the Morning, Katie & Joe In the Evening…”

Mentre ascoltava la lista dell’assistente, Keira rimase senza fiato. Tutti quei talk show e notiziari la volevano nei loro spettacoli? Iniziò a venirle la nausea per lo stress.

“Te la cavi bene con i giornalisti?” chiese Rick, non appena la sua assistente ebbe finito di elencare i programmi televisivi.

“Non ne ho idea,” rispose lei. “Non sono mai stata in TV.”

“Non c’è problema,” disse lui nel suo tono professionale e pratico. “Ti insegnerò io. Sally, segna Keira per l’Helen and Phil In the Morning, domani. È un ottimo show per fare pratica. Le interviste sono brevi e piuttosto informali. E soprattutto, pre-registrate. Quindi sarà perfetto in ogni caso. Passeremo agli spettacoli dal vivo non appena avremo visto come te la cavi lì, quindi Sally, prepara anche qualche programma pomeridiano.”

L’assistente non perse nemmeno un secondo. Portò subito il suo cellulare all’orecchio ed entro pochi istanti cominciò a parlare rapidamente al ricevitore. Keira non riusciva a capacitarsi della rapidità con cui tutti si stava muovendo. Lanciò un’occhiata a Elliot, che stava sorridendo come lo Stregatto, chiaramente entusiasta dell’improvviso aumento di ritmo e di pressione. A differenza di lei, l’uomo prosperava in quel genere di situazione. Ma la giovane scrittrice non poteva fare a meno di sentirsi una pedina in un gioco. Aveva sempre avuto quella sensazione al Viatorum, anche quando erano stati solo Elliot e Nina a prendere le decisioni. Ma ora, con quella squadra di gente che le organizzava la vita, era persino peggio.

“Sarà meglio cominciare a fare pratica,” disse allora Rick, ripiegando suoi fogli e alzandosi.

“Devo uscire alle cinque di questo pomeriggio,” sbottò Keira all’improvviso. “Devo andare a fare shopping con mia sorella.”

Tutti si bloccarono e la guardarono sospettosi.

“Uh, sì, certo,” rispose l’addetto stampa, raddrizzandosi la giacca.

Lei capì subito che erano stati sicuri che avrebbe rinunciato a ogni suo momento libero, e che non avevano minimamente pensato a che cosa voleva in realtà. Avevano dato per scontato che avrebbe seguito l’onda e obbedito agli ordini senza dare nessuna opinione.

Rick guardò Sally. “Fai in modo che per le cinque abbiamo finito.”

L’assistente annuì.

Una volta conclusa la riunione, il nuovo team editoriale si alzò per lasciare la sala conferenze. Keira stava per andarsene quando Elliot la chiamò.

“Posso avere un momento del tuo tempo? In privato?”

Keira guardò Rick, che in quel momento sembrava al comando.

“Ma certo,” annuì l’uomo, persino più rigidamente di quando lei aveva chiesto di potersene andare alle cinque.

Il resto dello staff lasciò la stanza e rimasero solo loro due.

“Che c’è?” gli domandò.

“Lo so che è un po’ troppo” iniziò il capo. “Ma il tuo articolo ha fatto scalpore.”

“Tra lo staff?”

“Oh, questo non mi importa,” rispose lui. “La gelosia può essere un eccellente motivatore. No, ha fatto scalpore tra gli inserzionisti.”

“Oh,” disse Keira, vagamente confusa. “Che cosa vuoi dire?”

“Voglio dire che sono disposti a pagare cifre molto più alte per apparire nel Viatorum di quanto non facessero prima. Cioè, è in corso una guerra di offerte per lo spazio pubblicitario nel nostro prossimo numero e sul sito. Stiamo ricevendo moltissima attenzione.”

“È fantastico,” esclamò lei. “Ma che cosa ha a che fare con me?”

Elliot scoppiò a ridere. “Non hai molto senso degli affari, vero, Keira?”

La donna scrollò le spalle. “C’è un motivo se sono diventata una scrittrice.”

“Ottima osservazione.” Ridacchiò di nuovo. “Keira, sto dicendo che l’aumento dei nostri guadagni è merito tuo. Quindi meriti un premio.”

Solo allora iniziò a capire. “Intendi un bonus?”

“È esattamente quello che voglio dire.” Si infilò una mano in tasca e ne estrasse un pezzo di carta che fece scivolare attraverso al tavolo di vetro fino a lei.

Keira lo prese. Era un assegno. Lesse la somma.

“Cinquecento dollari? Grazie, li userò per pagare i miei mobili nuovi.”

Elliot si accigliò. “No, Keira. Sono cinquemila dollari.”

Lei quasi si strozzò. Rilesse l’assegno. Era vero, la cifra era cinque mila, non cinque cento.

“Wow. Beh… non so che cosa dire. Grazie mille.”

Il capo annuì. “Se continui così, Keira, quello sarà solo il primo di molti.”

Con una sensazione di trionfo, Keira piegò l’assegno e se lo mise in tasca. Magari diventare virale non era così male. Anche se l’idea di apparire in televisione la terrorizzava, l’assegno che aveva in tasca era un ottimo modo per sopportare la tensione.




CAPITOLO SEI


Il resto della giornata di Keira passò nella confusione più totale. Tra la pratica per le interviste con Rick e Sally (che le sembrò più un interrogatorio), le presentazioni con il nuovo e impavido team editoriale i cui nomi si dimenticò subito dopo averli sentiti, e la sfilza di riunioni, non riuscì nemmeno a fare una pausa per pranzo, né ebbe occasione di parlare con Nina.

Non appena arrivarono le cinque, uscì dall'ufficio e si mise in viaggio verso casa. Non riusciva ancora a credere a quello che stava succedendo e aveva una gran caos nella testa. Mai nella sua vita aveva pensato che la sua carriera da scrittrice potesse prendere una simile piega. In metropolitana, diretta verso il suo nuovo appartamento, fu con una certa ironia che si rese conto che non aveva scritto una singola parola per tutta la giornata.

Solo una volta che fu tornata nella sua casa vuota ebbe il tempo per riprendere fiato. Persino l’oscurità causare dalla completa mancanza di lampade era un sollievo, attenuando il mal di testa martellante provocato dalla dura giornata di lavoro.

Si sfilò le scarpe e si strofinò le caviglie doloranti, poi chiuse la porta d’ingresso e vi appoggiò contro la testa. Lasciò che gli occhi le si chiudessero e scivolò in uno stato di dormiveglia indotto dalla stanchezza.

Era ancora premuta contro il legno quando il campanello accanto a lei squillò. Si riscosse con uno scatto, ricordando che aveva in programma di vedersi con la sorella. In passato i piani dopo il lavoro non erano mai stati un problema, ma il suo corpo era esausto e pesante dopo la lunga giornata e si maledisse per aver già preso accordi con Bryn.

Si voltò e lasciò entrare la sorella. La donna aveva tra le mani una pianta in vaso.

“Un regalo per la nuova casa!” esclamò.

Keira sorrise. “Accomodati,” la invitò con un gesto.

Era la prima volta che Bryn vedeva il suo appartamento. Avanzò e si guardò attorno con una certa esitazione.

“Oh, è molto… carino,” commentò, appoggiando la pianta su un ripiano.

La scrittrice sapeva che si stava trattenendo dal dire minuscolo, ma che Bryn tenesse a freno la lingua era un passo nella giusta direzione. Conoscendola, probabilmente pensava che fosse una catapecchia. Stava cercando di essere gentile, che, in sé, era un gesto importante!

“Wow, le finestre danno su Central Park,” aggiunse poi, avvicinandosi ai vetri e guardando fuori.

“Più o meno,” rispose lei.

“È un bel panorama,” commentò con un cenno del capo.

Almeno questo era sincero, pensò Keira.

Poi Bryn si voltò dalla finestra. “Va bene, sarà meglio cominciare a darsi da fare,” disse. Lasciò cadere la borsa a terra, si chinò e vi frugò dentro fino a quando non trovò un metro a nastro. Lo tirò fuori e lo brandì. “Dobbiamo prendere le misure di tutto. Pareti. Finestre. Tutto quanto.”

Keira sollevò un sopracciglio. “Sei molto precisa, non credi?”

“Ma è ovvio,” rispose lei. “Voglio che questo posto sia più perfetto possibile. Ho già una visione. Lo sai quanto mi piace arredare.”

La giovane donna scoppiò a ridere. “Va bene. Ma ricorda che è il mio appartamento, quindi non esagerare.”

Ma Bryn non ascoltava. Era già partita con il metro a nastro, canticchiando tra sé e sé, una donna con una missione.


*

Non appena Bryn ebbe finito di misurare fino all’ultimo spigolo, uscirono per prendere la sua auto e andare al negozio di mobili. La donna entrò nel centro commerciale con passo leggero seguita da Keira, e prese subito ad analizzare le corsie. Iniziarono dalla zona della sala da pranzo.

“Mi sono dimenticata di chiederti,” disse mentre avanzavano tra le file di tavoli e i set di sedie. “Che budget hai per la casa nuova?”

Keira ripensò all’assegno di Elliot, che era ancora nella sua tasca. Se il capo era serio quando le aveva assicurato che ne sarebbero arrivati altri, in teoria avrebbe potuto usarlo tutto. Ma era troppo prudente per farlo. Oltretutto, era così abituata a ritrovarsi senza la terra sotto i piedi all’improvviso che non riusciva a permettersi di mettersi comoda. L’ultima volta che aveva ricevuto una grossa somma di denaro l’aveva sprecata tutta per il viaggio cancellato di Shane a New York.

“Uhm, ho qualche risparmio,” rispose, scegliendo una mezza verità. “Ma preferirei non usarli tutti. Non esageriamo.”

“Certo,” disse la sorella distrattamente, già concentrata su un elegante tavolino in vetro da bistrot e due sedie abbinate in vetro e metallo. Era ovvio che non fosse davvero interessata al suo budget.

“Non è splendido?” chiese, girandosi verso Keira con un sorrisone. “Ed è delle dimensioni perfette per la tua finestra. Immagina di sederti con un bicchiere di vino in mano e di affacciarti su Central Park.”

Keira tirò fuori la lingua facendo una smorfia. “Sembra più adatto a te che a me. È un po’ troppo moderno per i miei gusti. Lo sai che a me piace lo stile vintage.”

“Pensa solo che un giorno questo sarà vintage,” cercò di convincerla Bryn. “Tra un sacco di tempo.”

Lei ridacchiò. “Non è così che funziona e lo sai. Davanti alla finestra preferirei una sedia con un poggiapiedi, una coperta a quadri e dei cuscini floreali spaiati. Un posto dove possa mettermi a sedere e a leggere, non dove darmi all’alcol.”

A quella dichiarazione fu Bryn a fare una smorfia. “Ed è per questo che arrederò io casa tua. Lasciata a te stessa, probabilmente copriresti le pareti di stoffa, spargeresti cuscini ovunque per terra e ti riterresti già soddisfatta.”

Keira roteò gli occhi per l’esagerazione della sorella.

“Andiamo, sorellina. Ho pianificato tutto,” continuò lei. “E questo tavolo è perfetto per la mia visione.” Appoggiò le mani sul ripiano di vetro. “Mi parla. Devi prenderlo.”

La giovane scrittrice scosse la testa e sospirò. Fare shopping con Bryn sarebbe stato molto più difficile del previsto.

Proprio allora, una donna dall’altro capo della corsia si avvicinò a loro. Aveva un’espressione emozionata sul volto. Il primo istinto di Keira le disse che era una commessa pagata su commissione, e che stava per farle una proposta fantastica che non poteva perdersi. Ma poi la sconosciuta disse qualcosa che la destabilizzò.

“Scusate se vi interrompo, ma tu sei Keira del Viatorum?” domandò.

Keira la fissò, stupefatta. Anche se era già stata riconosciuta in pubblico, in passato le era successo all’estero. Che le stesse capitando nel suo quartiere, mentre stava facendo qualcosa di tanto banale come lo shopping, lo rese ancora più scioccante.

“Sì, sono io,” rispose, sentendo le guance che si coloravano di rosso.

“Sono una tua grande fan,” esclamò la donna. “Non è che possiamo fare una foto?”

Keira guardò Bryn, che stava sorridendo entusiasta. Alla fine scrollò le spalle. “Immagino di sì. Certo.”

“Faccio io,” si offrì la sorella senza perdere un istante. “Così puoi esserci anche tu.”

La donna la ringraziò, poi mise un braccio attorno alle spalle di Keira e premette una guancia contro la sua per lo scatto. Era troppo vicina e familiare per i suoi gusti e lei si sentì a disagio.

“Puoi firmare la mia copia del Viatorum?” aggiunse la fan. “Ho la prima stampa, quella prima che cambiassero la copertina.”

Keira fece del suo meglio per nascondere una smorfia, ma la feriva sempre trovarsi di fronte quell’immagine di lei e Cristiano, in bianco e nero come stelle del cinema, che si baciavano sui tetti di Parigi.

In fretta, scarabocchiò il proprio nome sulla rivista, nascondendo con le lettere parte dei lineamenti della Keira fotografica.

“Fantastico, grazie mille,” disse la donna. “Ero venuta qui solo per prendere dei nuovi teli da bagno. I miei amici saranno così invidiosi!”

Corse via, lasciando Keira imbarazzata e sola con la sorella.

“Oh. Mio. Dio,” esclamò Bryn. “Sei diventata letteralmente una superstar.”

Lei roteò gli occhi. “Non credo proprio. Qualcuno mi riconosce, ecco tutto.” Pensò alla sua apparizione televisiva prevista per il mattino seguente. Dopo quella molta altra gente avrebbe saputo chi era. Se era diventata tanto nota solo per l’immagine in bianco e nero sulla copertina, la situazione sarebbe solo peggiorata una volta che fosse apparsa a colori in un programma televisivo durante l’ora della colazione.

“Sembri preoccupata,” notò Bryn, prendendola per un braccio. Ripresero a camminare tra le corsie.

“È solo che stanno cambiando molte case al lavoro,” rispose lei. “La mia carriera non va come pensavo.”

“Perché potrai apparire in televisione?” chiese incredula la sorella.

“Non ho mai detto che sta andando male,” la corresse. “Solo in maniera diversa. Voglio dire, io sono quella silenziosa e fissata con i libri. Tu sei sicura di te e rumorosa. Se una di noi deve finire in tv, dovresti essere tu.”

Bryn sbuffò. “Sei ridicola. Segui il ritmo, sorellina. Goditi il viaggio.”

Voltarono nella zona adibita all’arredamento del soggiorno, dove le corsie erano piene di divani.

“Sto cercando,” disse lei. “Lo sai quanto mi stresso e quanto mi irrigidisco. Per me non è facile rilassarmi.”

“Ti sarebbe molto più facile se comprassi questo delizioso divano a due posti,” esclamò Bryn, indicando un sofà in velluto rosso acceso.

Keira scoppiò a ridere. “Assolutamente no!”

La sorella sospirò. “Non capisci la mia visione,” replicò con tono drammatico.

Riprese Keira sottobraccio e continuarono ad avanzare.

“Credi davvero alle cose che hai scritto?” le chiese nel cammino. “La tua teoria sull’amore senza legami? L’indipendenza?”

Keira si chiese se lo stesse domandando per via del suo recente fidanzamento. Proprio mentre lei aveva capito che l’amore non doveva significare necessariamente l’unione di due vite in una sola entità, Bryn aveva ribaltato le sue abitudini per mettere su famiglia.

“Lo credevi anche tu,” le ricordò.

Bryn scrollò le spalle. “Lo so. Ma è un modo solitario di vivere. Ho sempre invidiato quello che avevi con Zach.”

Quella era una novità per Keira.

“Davvero?” domandò. “Ma mi prendevi in giro in continuazione. Dicevi che ero vecchia prima del tempo.”

“Credevo di avere tutte le risposte,” spiegò la sorella. “Ma in realtà avevo solo paura di impegnarmi. Per quanto detesti ammetterlo, la mamma aveva ragione quando ha detto che il suo divorzio mi ha spinta ad avere paura del matrimonio. Non volevo fidarmi di nessuno perché ho visto quello che era successo a lei. Ma ora capisco quanto è bello avere un uomo vicino, qualcuno da cui tornare a casa, e a cui appoggiarsi. Questa moda scandinava che hai iniziato mi sembra così triste. Troppo casuale. Quello che voglio dire è: dove è la sicurezza?”

Keira fu sorpresa di sentire Bryn così pensierosa. Sua sorella era più una donna d’azione che di pensiero, e la sconvolgeva imparare quanto a fondo aveva riflettuto sull’argomento.

Arrivarono alla zona dell’illuminazione. Bryn tese una mano verso un candeliere di cristallo,  e la luce le fece scintillare l’anello.

“Vorrei che anche tu provassi quest’emozione,” le disse. “Sono tanto felice.”

Il pensiero iniziale di Keira fu: Chi è questa donna? Sua sorella era cambiata moltissimo in un arco di tempo troppo breve, tanto da farle venire mal di testa. Ma in generale era grata di vederla soddisfatta.

“E io sono felice per te,” rispose. “Stiamo solo seguendo percorsi diversi. Se fossi rimasta insieme a Zach, non avrei mai avuto quello che ho condiviso con Shane. Senza Shane, non ci sarebbero stati né Cristiano né Milo. Tutte queste relazioni sono state importanti per me. Mi sarebbe dispiaciuto perderne anche solo una.”

Ma persino mentre lo spiegava, non poté fare a meno di pensare all’anello che Cristiano le aveva mostrato quando le aveva chiesto di sposarlo. Un senso di solitudine si abbatté su di lei. Sarebbe stato così semplice sistemarsi con lui. Avrebbe potuto sceglierlo senza pensieri. Ma poi cosa sarebbe successo? Non avrebbe mai incontrato Milo e non avrebbe mai scritto l’articolo sulla Scandinavia che stava per cambiare la sua vita. Tutto succedeva per una ragione. Lo credeva fermamente. Se uno degli uomini con cui era stata fino a quel momento fosse stato quello con cui era destinata a rimanere per sempre, l’universo le avrebbe mandato un segnale.

“Okay, sorellina, ce l’ho!” esclamò Bryn, interrompendo il filo dei suoi pensieri.

Keira alzò lo sguardo e vide la sorella di fianco a un bellissimo scrittoio con uno sgabello. Sopra c’era una lampada da banchiere, e una mensolina per i libri. Aveva persino un piccolo cassetto per le penne. Per una volta, Bryn ci aveva visto giusto.

“È perfetto,” dichiarò entusiasta.

Corse dalla sorella e sfiorò il magnifico tavolino con le punte delle dita.

“Vedi?” le disse l’altra donna. “Te l’avevo detto. Io ho una visione. Tu devi solo fidarti di me.”

Keira scoppiò a ridere. “Va bene. Mi arrendo anima e corpo al trattamento-Bryn. Fai del tuo peggio!”




CAPITOLO SETTE


Due ore più tardi, e con duemila dollari di meno in tasca, Keira tornò a casa. Scatenare Bryn in un negozio di mobili forse non era stata la più sensata delle idee, ma era stata troppo stanca per opporsi e in fin dei conti c’era un certo sollievo nel cedere il controllo. Il vero aspetto negativo del giro di shopping era stato che Keira avrebbe dovuto aspettare la consegna della maggior parte degli oggetti più grandi, che significava che ancora non aveva divano, letto o scrittoio. Tutto ciò che erano riuscite a portarsi a casa erano alcune lampade, i piumoni, e un kit di fai-da-te completo di martello e cacciavite, che Bryn aveva insistito avesse ora che viveva da sola.

Mentre svuotava il contenuto delle sue borse sul bancone, si rese conto che poteva sfruttare subito il suo kit di fai-da-te. Il dipinto che Milo le aveva regalato per Natale era ancora nella confezione. Andò in fretta a prenderlo e spostò i vestiti che vi erano appoggiati sopra. Così facendo, notò una piccola scatolina nera e si ricordò della bella collana che Milo le aveva donato appositamente per non farsi dimenticare. Non l’aveva mai messa da quando era tornata a New York, e rifletté su quale fosse il motivo. Non riusciva a identificarlo. Per qualche motivo non le sembrava giusto avere quel ricordo di una relazione passata appeso al collo.

Allontanò quei pensieri ed estrasse il dipinto dalla valigia. Aveva il posto perfetto dove metterlo, subito sopra dove avrebbe messo il suo scrittoio, non appena gliel’avessero consegnato.

Con il dipinto tra le mani, tornò nel soggiorno e prese il suo nuovo kit di attrezzi. Era la prima volta che si dava al fai-da-te, e anche se lo trovò stressante, fu piacevole brandire un martello. Infilare un chiodo nel muro a suon di martellate fu molto catartico. Quella nuova faccenda dell’indipendenza cominciava a piacerle!

Con il chiodo al suo posto, appese il quadro e fece un passo indietro per ammirarlo. Era un’immagine davvero commovente, e le ricordava il bellissimo Natale che aveva passato in Svezia. Subito desiderò di poter tornare là, a quel momento in cui tutto era calmo e rilassato. Prima che iniziasse l’attuale follia.

Sulla destra del quadro si apriva la sua grande finestra con la veduta su New York. Non avrebbe potuto esserci un contrasto maggiore: la serenità della Svezia con la vita frenetica della sua città d’origine. E l’incongruenza del senso di solitudine che trasmetteva il dipinto quando invece là era stata sempre circondata da persone, contrapposto alla folla di New York, in mezzo alla quale era comunque sola.

Sentì la tentazione di chiamare Milo, ma si ricordò che aveva dei compiti da sbrigare: si doveva preparare per l’apparizione televisiva del mattino seguente. Avrebbe dovuto svegliarsi molto presto—doveva essere al trucco alle sei—quindi non avrebbe avuto tempo per esercitarsi a mettere in pratica i consigli di Rick. Anche se il suo segmento era pre-registrato, doveva comunque essere pronto per lo spettacolo di prima mattina.

Si diresse verso il bagno e si guardò nello specchio sul pensile. Rick le aveva suggerito di esercitarsi a fare un sorriso “naturale”, che era un concetto paradossale quanto impossibile. Ogni volta che tentava l’espressione le sembrava forzata, ai limiti dell’isterico. Lui non sarebbe stato affatto soddisfatto dei suoi risultati.

Poi pronunciò alcune delle sue frasi già preparate. Anche se le aveva scritte di persona, le risuonavano false nella propria voce. Troppo recitate e innaturali.

Sospirò. Ecco un problema che nessuno aveva previsto. Keira era brava con le parole solo se doveva scriverle, non quando doveva pronunciarle! Il giorno seguente si sarebbe resa ridicola, lo sapeva già.




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