L’ascesa Del Prode Morgan Rice Re e Stregoni #2 Un fantasy pieno zeppo d’azione che piacerà sicuramente ai fan dei precedenti romanzi di Morgan Rice, oltre che ai fan di opere come Il Ciclo dell’Eredità di Christopher Paolini… I fan di romanzi fantasy per ragazzi divoreranno quest’ultima opera della Rice e imploreranno di averne ancora. –The Wanderer, A Literary Journal (parlando di L’Ascesa dei Draghi) La serie campione d’incassi numero #1! L’ASCESA DEL PRODE è il secondo libro della serie fantasy epica RE E STREGONI (che inizia con L’ASCESA DEI DRAGHI, disponibile per il download gratuito) ! Sulla scia dell’attacco del drago Kyra viene inviata a compiere una missione urgente: attraversare Escalon e cercare suo zio nella misteriosa Torre di Ur. È giunto per lei il momento di scoprire chi è, chi sia sua madre, e di allenarsi e sviluppare i suoi speciali poteri. Sarà una ricerca fitta di pericoli per una ragazza sola: Escalon è piena di minacce derivanti da bestie selvagge e anche uomini. Un’impresa che richiederà tutta la sua forza per sopravvivere. Suo padre, Duncan, deve condurre i suoi uomini a sud, verso la grande città portuale di Esefo, per tentare di liberare i suoi concittadini dalla morsa di ferro di Pandesia. Se avrà successo dovrà viaggiare verso il minaccioso Lago dell’Ira e poi risalire i picchi ghiacciati di Kos, dove vivono i più duri guerrieri i Escalon, uomini di cui avrà bisogno se mai avrà una possibilità di conquistare la capitale. Alec scappa insieme a Marco da Le Fiamme per trovarsi in fuga nel mezzo del Bosco di Spine, inseguito da bestie esotiche. È un viaggio straziante nella notte, alla ricerca della sua città natale, nella speranza di riunirsi alla sua famiglia. Quando arriva sarà scioccato da ciò che scopre. Merk, nonostante le migliori previsioni, torna indietro per aiutare la ragazza e si ritrova per la prima volta in vita sua invischiato negli affari di uno sconosciuto. Ma non lascerà da parte il suo pellegrinaggio verso la Torre di Ur e si troverà angosciato quando si renderà conto che la torre non era ciò che si aspettava. Vesuvio spinge il suo gigante conducendo i troll nella loro missione sotterranea nel tentativo di superare Le Fiamme mentre il drago, Theo, ha una sua speciale missione ad Escalon. Con la sua forte atmosfera e i suoi personaggi complessi, L’ASCESA DEL PRODE è una grande saga di cavalieri e guerrieri, di re e signori, d’onore e valore, di magia, destino, mostri e draghi. È una storia d’amore e cuori spezzati, di inganno, ambizione e tradimento. È un fantasy al meglio di sé, che ci invita in un mondo che vivrà con noi per sempre, un mondo che affascinerà lettori e lettrici di ogni età. Il terzo libro #3 è di prossima uscita. Se pensavate che non ci fosse altra ragione di vita dopo la fine della serie L’Anello dello stregone, vi sbagliavate. In L’ASCESA DEI DRAGHI Morgan Rice ha raggiunto ciò che promette di essere un’altra saga brillante, immergendoci in un mondo fantasy fatto di troll e draghi, pregno di valore, coraggio, magia e fede nel destino. Morgan è riuscita un’altra volta a produrre un forte gruppo di personaggi che ci fanno tifare per loro pagina dopo pagina… Fortemente consigliato per la libreria permanente di tutti quei lettori che amano storie fantasy ben scritte. Books and Movie Reviews, Roberto Mattos (parlando di L’Ascesa dei Draghi) L’ASCESA DEI DRAGHI ha successo – già dall’inizio – … Un fantasy superiore… Inizia, come è gusto, con la lotta e le mosse di una protagonista ben inserita nell’ampia cerchia di cavalieri, draghi, magia, mostri e destino… Tutti i dettagli di un fantasy di alto livello sono qui, dai soldati e le battaglie ai confronti con se stesso… Un testo raccomandato a chi ama il fantasy epico pieno di protagonisti giovani, potenti e credibili. Midwest Book Review, D. Donovan, eBook Reviewer (parlando di L’Ascesa dei Draghi) Un romanzo dalla sapiente trama, facile da leggere in un fine settimana… Un buon inizio per una serie promettente. San Francisco Book Review (parlando di L’Ascesa dei Draghi) Morgan Rice L’ASCESA DEL PRODE (RE E STREGONI—LIBRO 2) EDIZIONE ITALIANA A CURA DI ANNALISA LOVAT Morgan Rice Morgan Rice è autrice numero uno e oggi autrice statunitense campione d’incassi delle serie epiche fantasy L’ANELLO DELLO STREGONE, che comprende diciassette libri, della serie campione d’incassi APPUNTI DI UN VAMPIRO, che comprende undici libri (e che continuerà a pubblicarne altri); della serie campione d’incassi LA TRILOGIA DELLA SOPRAVVIVENZA, un thriller post-apocalittico che comprende due libri (e che continuerà a pubblicarne); e della nuova serie epica fantasy RE E STREGONI, che comprende due libri (e continuerà a pubblicarne altri). I libri di Morgan sono disponibili in formato stampa e audio e sono tradotti in 25 lingue. TRAMUTATA (Libro #1 in Appunti di un Vampiro) ARENA UNO (Libro #1 de La Trilogia della Sopravvivenza),UN’IMPRESA DA EROI (Libro #1 in L’Anello dello Stregone) e L’ASCESA DEI DRAGHI (Libro 1 un Re e Stregoni) sono tutti disponibili per essere scaricati gratuitamente! Morgan ama ricevere i vostri messaggi e commenti, quindi sentitevi liberi di visitare il suo sito www.morganricebooks.com (http://www.morganricebooks.com/) per iscrivervi alla sua mailing list, ricevere un libro in omaggio, gadget gratuiti, scaricare l’app gratuita e vedere in esclusiva le ultime notizie. Connettetevi a Facebook e Twitter e tenetevi sintonizzati. Cosa dicono di Morgan Rice “Se pensavate che non ci fosse più alcuna ragione di vita dopo la fine della serie L’ANELLO DELLO STREGONE, vi sbagliavate. In L’ASCESA DEI DRAGHI Morgan Rice è arrivata a ciò che promette di essere un’altra brillante saga, immergendoci in un mondo fantastico fatto di troll e draghi, di valore, onore e coraggio, magia e fede nel proprio destino. Morgan è riuscita di nuovo a creare un forte insieme di personaggi che ci faranno tifare per loro pagina dopo pagina… Consigliato per la biblioteca permanente di tutti i lettori amanti dei fantasy ben scritti.”     --Books and Movie Reviews     Roberto Mattos “L'ASCESA DEI DRAGHI ottiene grande successo direttamente dall'inizio… Un fantasy superiore… Inizia, come dovrebbe, con le lotte di un protagonista e si sposta poi nettamente verso una cerchia più ampia di cavalieri, draghi, magia, mostri e destino… Vi si trovano tutti gli intrighi di un fantasy di alto livello, dai soldati e le battaglie ai confronti con se stessi… Un libro di successo raccomandato per coloro che amano le storie epiche e fantasy pregne di giovani protagonisti potenti e credibili.”     --Midwest Book Review     D. Donovan, eBook Reviewer “[L'ASCESA DEI DRAGHI] è un romanzo dalla trama semplice da leggere in un fine settimana… Un buon inizio per una serie promettente.”     --San Francisco Book Review “Un fantasy pieno zeppo di azione che sicuramente verrà apprezzato dai fan dei precedenti romanzi di Morgan Rice insieme ai sostenitori di opere come il CICLO DELL’EREDITÀ di Christopher Paolini… Amanti del fantasy per ragazzi divoreranno quest'ultima opera della Rice e imploreranno di averne ancora.”     --The Wanderer,A Literary Journal (Parlando de L'Ascesa dei Draghi) “Un meraviglioso fantasy nel quale si intrecciano elementi di mistero e intrigo. Un’impresa da eroi parla della presa di coraggio e della realizzazione di uno scopo di vita che porta alla crescita, alla maturità e all’eccellenza… Per quelli che cercano corpose avventure fantasy: qui i protagonisti, gli stratagemmi e l’azione forniscono un vigoroso insieme di incontri che ben si concentrano sull’evoluzione di Thor da ragazzino sognatore e giovane che affronta l’impossibile pur di sopravvivere… Solo l’inizio di ciò che promette di essere una serie epica per ragazzi.”     --Midwest Book Review (D. Donovan, eBook Reviewer) “L’ANELLO DELLO STREGONE ha tutti gli ingredienti per un successo immediato: intrighi, complotti, mistero, cavalieri valorosi, storie d’amore che fioriscono e cuori spezzati, inganno e tradimento. Una storia che vi terrà incollati al libro per ore e sarà in grado di riscuotere l’interesse di persone di ogni età. Non può mancare sugli scaffali dei lettori di fantasy.”     --Books and Movie Reviews, Roberto Mattos “L’intrigante serie epica fantasy della Rice [L’ANELLO DELLO STREGONE] contiene tratti classici del genere: un’ambientazione forte – profondamente ispirata dall’antica Scozia e alla sua storia – e un buon senso dell’intrigo di corte.”     —Kirkus Reviews “Mi è piaciuto un sacco il modo in cui Morgan Rice ha costruito il personaggio di Thor e il mondo in cui vive. Il paesaggio e le creature che lo popolano sono ben descritti… Mi sono goduto la trama, breve e dolce… Ci sono la giusta quantità di personaggi secondari, così non c’è il pericolo di confondersi. Pullula di avventure e momenti tormentosi, ma l’azione presentata non appare mai grottesca. È un libro adatto a lettori adolescenti… L’inizio di qualcosa di notevole…”     --San Francisco Book Review “In questo primo libro pieno zeppo d’azione della serie epica fantasy L’Anello dello Stregone (che conta attualmente 14 libri), la Rice presenta ai lettori il quattordicenne Thorgrin “Thor” McLeod, il cui sogno è quello di far parte della Legione d’Argento, i migliori cavalieri al servizio del re… Lo stile narrative della Rice è solido e le premesse sono intriganti.”     --Publishers Weekly “[UN’IMPRESA DA EROI] è una lettura semplice e veloce. Le conclusioni di ogni capitolo sono ingegnate in modo da dover leggere ciò che accade successivamente, senza poter smettere. Nel testo ci sono alcuni refusi e a volte i nomi vengono confusi, ma questo non distrae dalla storia nel suo complesso. La conclusione del libro mi ha subito fatto venire voglia di prendere il seguente, e così ho fatto. Tutti i libri della serie L’Anello dello Stregone possono essere acquistati in formato Kindle e Un’Impresa da Eroi – per iniziare – è disponibile gratuitamente! Se state cercando qualcosa di veloce e leggero da leggere mentre siete in vacanza, questo è il libro perfetto per voi.”     --FantasyOnline.net Libri di Morgan Rice RE E STREGONI L’ASCESA DEI DRAGHI (Libro #1) L’ASCESA DEL PRODE (Libro #2) L’ANELLO DELLO STREGONE UN’IMPRESA DA EROI (Libro #1) LA MARCIA DEI RE (Libro #2) DESTINO DI DRAGHI (Libro #3) GRIDO D’ONORE (Libro #4) VOTO DI GLORIA (Libro #5) UN COMPITO DI VALORE (Libro #6) RITO DI SPADE (Libro #7) CONCESSIONE D’ARMI (Libro #8) UN CIELO DI INCANTESIMI (Libro #9) UN MARE DI SCUDI (Libro #10) REGNO D’ACCIAIO (Libro #11) LA TERRA DEL FUOCO (Libro #12) LA LEGGE DELLE REGINE (Libro #13) GIURAMENTO FRATERNO (Libro #14) SOGNO DA MORTALI (Libro #15) GIOSTRA DI CAVALIERI (Libro #16) IL DONO DELLA BATTAGLIA (Libro #17) LA TRILOGIA DELLA SOPRAVVIVENZA ARENA UNO: MERCANTI DI SCHIAVI (Libro #1) ARENA DUE (Libro #2) APPUNTI DI UN VAMPIRO TRAMUTATA (Libro #1) AMATA (Libro #2) TRADITA (Libro #3) DESTINATA (Libro #4) DESIDERATA (Libro #5) PROMESSA (Libro #6) VOWED (Libro #7) FOUND (Libro #8) RESURRECTED (Libro #9) CRAVED (Libro #10) FATED (Libro #11) Ascoltate RE E STREGONI nella sua edizione audio libro! Desideri libri gratuiti? Iscriviti alla mailing list di Morgan Rice e ricevi 4 libri gratuiti, 2 mappe, 1 app e gadget esclusivi! Per iscriverti visita: www.morganricebooks.com (http://www.morganricebooks.com/) Copyright © 2015 by Morgan Rice All rights reserved. Except as permitted under the U.S. Copyright Act of 1976, no part of this publication may be reproduced, distributed or transmitted in any form or by any means, or stored in a database or retrieval system, without the prior permission of the author. This ebookis licensed for your personal enjoyment only. This ebookmay not be re-sold or given away to other people. If you would like to share this book with another person, please purchase an additional copy for each recipient. If you’re reading this book and did not purchase it, or it was not purchased for your use only, then please return it and purchase your own copy. Thank you for respecting the hard work of this author. This is a work of fiction. Names, characters, businesses, organizations, places, events, and incidents either are the product of the author’s imagination or are used fictionally. Any resemblance to actual persons, living or dead, is entirely coincidental. Jacket image Copyright St. Nick, used under license from Shutterstock.com. “I codardi muoiono molte volte prima di morire; I valorosi provano il gusto della morte una volta sola.”     --William Shakespeare     Giulio Cesare CAPITOLO UNO Kyra camminava lentamente nel mezzo della carneficina, con la neve che scricchiolava sotto i suoi stivali, osservando la devastazione che il drago si era lasciato alle spalle. Era senza parole. Migliaia di uomini del Lord, gli uomini più temuti di Escalon, giacevano morti davanti a lei, spazzati via in un istante. Tutt’attorno a lei si trovavano corpi abbrustoliti e fumanti, la neve sciolta sotto di essi e i loro volti contorti nell’agonia. Scheletri piegati in posizioni innaturali, dita ossute ancora aggrappate alle armi. Alcuni cadaveri erano in piedi, in qualche modo pietrificati in posizione verticale, ancora con gli sguardi rivolti al cielo come a chiedersi cosa li avesse uccisi. Kyra si fermò accanto a uno di essi osservandolo con curiosità. Lo toccò, sfiorò con un dito la cassa toracica e la vide cadere e disfarsi finendo a terra in un mucchio di ossa con la spada inoffensiva accanto. Kyra udì un ruggito sopra di sé e sollevando la testa vide Theo che volava in cerchio in alto, soffiando fiamme come se non fosse ancora pienamente soddisfatto. Poteva percepire ciò che stava provando, sentiva la rabbia che ardeva nelle sue vene, il suo desiderio di distruggere tutta Pandesia – addirittura il mondo intero – se avesse potuto. Era una rabbia primordiale, una rabbia senza barriere. Un rumore di stivali nella neve la risvegliò dai suoi pensieri e guardandosi alle spalle vide gli uomini di suo padre, decine di cavalieri, che camminavano nel campo osservando la distruzione che avevano attorno con gli occhi sgranati per lo stupore. Quegli uomini induriti dalla battaglia non avevano chiaramente mai visto una cosa del genere. Addirittura suo padre, lì vicino insieme ad Anvin, Arthfael e Vidar, sembrava frastornato. Era come camminare in un sogno. Kyra notò che quei coraggiosi guerrieri spostavano lo sguardo dal cielo a lei e la guardavano con un senso di meraviglia negli occhi. Era come se fosse stata lei a fare tutto ciò, come se lei stessa fosse il drago. Dopotutto lei era stata solo capace di chiamarlo. Distolse lo sguardo sentendosi a disagio: non poteva dire se la stessero guardando come una guerriera o come qualcosa di strano. Forse non lo sapevano neppure loro. Kyra ripensò alla sua preghiera nella Luna d’Inverno, al suo desiderio di sapere se fosse speciale, se i suoi poteri fossero reali. Dopo quella giornata, dopo quella battaglia, non poteva più avere dubbi. Aveva voluto che quel drago arrivasse. Lo aveva sentito lei stessa. Come, non ne aveva idea. Ma ora sapeva per certo di essere diversa. E non poteva fare a meno di chiedersi se ciò significasse che erano vere anche le altre profezie che la riguardavano. Era quindi veramente destinata a diventare un grande guerriero? Un grande sovrano? Addirittura più grande di suo padre? Avrebbe veramente guidato delle nazioni in battaglia? Il destino di Escalon si sarebbe veramente trovato a pesare sulle sue spalle? Kyra non vedeva come potesse essere possibile. Forse Theo era venuto per motivi suoi, forse tutto quel macello non aveva nulla a che vedere con lei. Dopotutto i Pandesiani lo avevano ferito, o no? Kyra non si sentiva più sicura di niente. Tutto ciò che sapeva era che, in quel momento, sentendo la forza del drago bruciarle nelle vene, camminando nel campo di battaglia, vedendo i loro grandiosi avversari sconfitti, sentiva che ogni cosa era possibile. Sapeva di non essere più una ragazzina quindicenne che sperava di ottenere l’approvazione degli altri. Non era più un giocattolo per il Lord Governatore, né per nessun altro. Non era più proprietà di altri uomini, non potevano sposarla, abusare di lei, torturarla. Ora era se stessa. Un guerriero tra gli uomini, e un guerriero temibile anche. Kyra camminò in mezzo a quel mare di corpi fino a che i cadaveri finirono e il paesaggio si trasformò di nuovo in ghiaccio e neve. Si fermò accanto a suo padre osservando il panorama sotto di loro, nella vallata che si apriva. Lì si trovavano i grandi cancelli aperti di Argos, la città svuotata, tutti i suoi uomini morti tra quelle colline. Era inquietante vedere un forte così grandioso ora vuoto e non sorvegliato. La roccaforte più importante di Pandesia era ora spalancata perché chiunque potesse entrarvi. Le sue alte e intimidenti mura, fatte di spessa pietra e punte, le sue migliaia di uomini e tutta la sua impenetrabile difesa avevano sempre precluso ogni idea di rivolta. La presenza di quel forte aveva permesso a Pandesia di avere una stretta di ferro su tutta la parte nord orientale di Escalon. Si incamminarono tutti lungo la discesa e la strada serpeggiante che conduceva ai cancelli della città. Era una marcia vittoriosa ma solenne. La strada era piena di altri corpi morti, ritardatari che il drago aveva cercato e finito, segni di demarcazione sulla scia della distruzione. Era come camminare nel mezzo di un cimitero. Mentre passavano attraverso gli enormi cancelli, Kyra si fermò alla soglia rimanendo senza fiato: all’interno poteva vedere migliaia di altri cadaveri, bruciati e fumanti. Era ciò che restava degli uomini del Lord. Di coloro che si erano attardati a muoversi. Theo non aveva dimenticato nessuno: la sua furia era visibile anche dalle pareti del forte, con grandi fasce di muro macchiate del nero delle fiamme. Entrando ciò che maggiormente si notava di Argos era il silenzio. I cortile vuoto: era innaturale per una città del genere essere così priva di vita. Era come se Dio si fosse risucchiato tutto in un unico respiro. Mentre gli uomini di suo padre correvano in avanti l’aria veniva riempita dal suono dell’eccitazione e Kyra presto capì il perché. Vide che il suolo era disseminato da una preziosa raccolta di armi, una cosa mai vista prima. Sparpagliate nel cortile si trovava tutto il bottino di guerra: le migliori armi, il migliore acciaio, le migliori armature, tutte scintillanti, con i marchi di Pandesia. In mezzo ad esse si trovavano anche sacchi d’oro. E ancora meglio, all’estremità del cortile si trovava un’enorme armeria di pietra con le porte spalancate dato che gli uomini erano fuggiti frettolosamente, rivelando l’immenso tesoro celato all’interno. Le pareti erano piene zeppe di spade, alabarde, picche, accette, lance, archi. Tutto era fatto del migliore acciaio che il mondo avesse da offrire. C’erano abbastanza armi per dotare la metà di Escalon. Si udì un nitrito e Kyra guardò dall’altra parte del cortile vedendo una fila di scuderie di pietra con stipato all’interno un completo esercito dei migliori cavalli, tutti risparmiati dalle fiammate del drago. Cavalli a sufficienza per portare un esercito intero. Kyra vide l’espressione di speranza negli occhi di suo padre, un’espressione che non gli vedeva addosso da anni, e capì subito cosa stava pensando. Escalon poteva sorgere di nuovo. Si udì un ruggito e Kyra sollevò lo sguardo vedendo Theo che volava basso, con gli artigli protesi, sbattendo le grandi ali mentre volava sopra la città e facendo un giro di vittoria. I suoi luccicanti occhi gialli erano fissi nei suoi anche a distanza. Kyra non poteva guardare da nessun’altra parte. Theo si tuffò in basso e atterrò al di furi dei cancelli della città. Rimase lì fiero di fronte a lei come se la stesse chiamando. Kyra si sentì chiamare da lui. Provò un formicolio sottopelle, il calore crescere in lei e sentì un forte legame con quella creatura. Non aveva altra scelta che avvicinarsi a lui. Quando si girò e attraversò il cortile dirigendosi nuovamente verso i cancelli della città poté sentire gli occhi di tutti gli uomini su di lei. Spostavano lo sguardo dal drago a lei e viceversa. Kyra camminò da sola verso il cancello con gli stivali che facevano scricchiolare la neve e con il cuore che martellava nel petto. Mentre camminava sentì improvvisamente una leggera mano sul braccio che la fermò. Si voltò e vide il volto preoccupato di suo padre intento a guardarla. “Fai attenzione,” la avvisò. Kyra continuò a camminare senza provare alcuna paura, nonostante la feroce espressione negli occhi del drago. Sentiva soltanto un profondo legame con lui, come se una parte di se stessa avesse fatto capolino, una parte senza la quale non sarebbe potuta sopravvivere. Le girava la testa per la curiosità. Da dove era arrivato Theo? Perché era venuto ad Escalon? Perché non era arrivato prima? Passando attraverso i cancelli di Argos e avvicinandosi al drago i versi emessi dalla bestia si fecero più forti, una via di mezzo tra un rumore di fusa e una sorta di ringhio. Mentre la aspettava faceva delicatamente sbattere le sue enormi ali. Aprì la bocca come per soffiare fuoco, scoprendo i grossi denti, ciascuno alto quanto lei e affilati quanto una spada. Per un attimo ebbe paura sentendo gli occhi della bestia fissi su di lei con un’intensità che le rendeva difficile pensare. Kyra alla fine si fermò a pochi passi da lui. Lo guardò con stupore. Theo era magnifico: era alto dieci metri, aveva spesse scaglie, dure e primordiali. Il terreno tremava mentre respirava e il petto vibrava. Lei si sentiva totalmente alla sua mercé. Rimase lì in silenzio: i due si guardavano esaminandosi a vicenda e il cuore di Kyra le sbatteva nel petto. La tensione nell’aria era così densa che le era difficile addirittura respirare. Con la gola secca alla fine raccolse il coraggio per parlare. “Chi sei?” gli chiese con voce poco più alta di un sussurro. “Perché sei venuto da me? Cosa vuoi da me?” Theo abbassò la testa, ringhiando, e si avvicinò talmente tanto da toccarle quasi il petto con il grosso naso. I suoi occhi, così grandi e di un acceso giallo brillante sembravano guardarle attraverso. Anche lei lo fissò in quegli occhi grandi quasi quanto lei e si sentì perduta in un altro mondo, in un altro tempo. Kyra attese una risposta. Attese che la sua mente si riempisse di pensieri di Theo come era successo già una volta. Ma continuò ad aspettare e fu scioccata di trovare le propria mente vuota. Nessuna risposta arrivava. Theo era divenuto silenzioso? Aveva perso il collegamento con lui? Kyra lo fissò pensierosa, quel drago era più di un mistero per lei. Improvvisamente la creatura abbassò la schiena, come ad invitarla a salire. Il cuore le si fece più rapido immaginandosi volare in cielo in groppa al drago. Kyra si avvicinò lentamente al suo fianco, si aggrappò alle scaglie, dure e ruvide, e si preparò ad arrampicarsi sul suo dorso. Ma non appena lo toccò lui improvvisamente si divincolò facendole perdere la presa. Kyra inciampò e Theo sbatté le ali e con un rapido movimento si sollevò con tale irruenza da graffiarle le mani con le scaglie che erano come carta vetrata. Kyra rimase ferma, ferita e stupefatta, ma soprattutto con il cuore spezzato. Guardò inerme quella tremenda creatura che si levava in aria ruggendo e volando sempre più in alto. Veloce come era arrivato Theo improvvisamente scomparve tra le nuvole e nella sua scia non rimase null’altro che silenzio. Kyra rimase lì, svuotata, più sola che mai. E mentre le ultime grida svanivano in lontananza, capì che questa volta Theo se n’era andato per sempre. CAPITOLO DUE Alec correva nel bosco nel mezzo della notte con Marco al suo fianco, inciampando tra le radici nascoste dalla neve e chiedendosi se ce l’avrebbe mai fatta a sopravvivere. Il cuore gli batteva forte nel petto mentre correva con tutto se stesso, annaspando per respirare, volendo fermarsi ma avendo bisogno di tenere il passo con Marco. Si guardò alle spalle per la centesima volta e vide il bagliore de Le Fiamme che si faceva più tenue man mano che si addentravano di più nel bosco. Passò oltre un sentiero di fitti alberi e presto il bagliore fu scomparso del tutto e i due si trovarono immersi nell’oscurità. Alec si girò andando a tentoni e sbattendo contro alberi, colpendo tronchi con le spalle, graffiandosi le braccia contro i rami. Cercava di guardare nel buio davanti a sé distinguendo a malapena il sentiero e cercando di ascoltare i suoni esotici che lo circondavano. Lo avevano debitamente messo in guardia riguardo a quel bosco dove nessun fuggitivo sopravviveva e provava una brutta sensazione man mano che vi si addentrava di più. Percepiva un certo pericolo lì, feroci creature in agguato ovunque, il bosco così fitto da rendere difficile il passaggio e sempre più intricato a ogni passo. Iniziava a chiedersi se non sarebbe stato meglio rimanere a Le Fiamme. “Da questa parte!” sibilò una voce. Marco lo prese per una spalla e lo tirò a destra di una biforcazione, tra due grossi alberi, abbassandosi sotto i rami contorti. Alec lo seguì scivolando nella neve e presto si ritrovò in una radura nel fitto della foresta, illuminata dalla luna che così faceva luce sul loro sentiero. Si fermarono entrambi, piegati in avanti con le mani ai fianchi, respirando affannosamente. Si scambiarono un’occhiata e Alec si guardò alle spalle osservando il bosco. Aveva il fiatone, i polmoni gli facevano male per il freddo, gli dolevano le costole ed era piuttosto perplesso. “Perché non ci stanno seguendo?” chiese Alec a Marco. Marco scrollò le spalle. “Forse sanno che questo bosco farà il lavoro al loro posto.” Alec tese l’orecchio per sentire rumori di soldati pandesiani, aspettandosi di essere seguito, ma non udì nulla. Invece gli parve di sentire un suono diverso, come un sommesso e arrabbiato ringhio. “Lo senti anche tu?” chiese mentre gli veniva la pelle d’oca. Marco scosse la testa. Alec rimase fermo, in attesa, chiedendosi se la mente gli stesse giocando degli scherzi. Poi, lentamente, iniziò a sentirlo di nuovo. Era un rumore lontano, un sommesso ringhio, minaccioso, diverso da qualsiasi altro suono Alec avesse mai sentito. Mentre ascoltava iniziò a farsi più forte, come se si stesse avvicinando. Marco ora lo guardava allarmato. “Ecco perché non ci hanno seguito,” disse con voce che si faceva consapevole. Alec era confuso. “Cosa intendi dire?” gli chiese. “Wilvox,” rispose con gli occhi pieni di paura. “Ce li hanno scatenati dietro.” La parola Wilvox accese Alec di terrore: ne aveva sentito parlare da bambino e sapeva che si diceva abitassero il Bosco di Spine, ma aveva sempre pensato che fossero esseri leggendari. Si narrava che fossero le creature più letali della notte, bestie da incubo. Il ringhio si fece più intenso, come se ce ne fossero diversi. “CORRI!” lo implorò Marco. Marco si voltò e Alec si unì a lui scattando nella radura e immergendosi di nuovo nel bosco. L’adrenalina scorreva nelle sue vene mentre correva, sentendo il battito del proprio cuore nelle orecchie, tanto forte da coprire il rumore della neve che scricchiolava sotto i loro stivali. Presto però udì le creature dietro di lui che si facevano più vicine e capì che erano seguiti da bestie alle quali non sarebbero potuti sfuggire. Alec inciampò su una radice e andò a sbattere contro un albero. Gridò di dolore, gemette, ma barcollò in avanti e continuò a correre. Scrutò il bosco cercando una via di fuga, rendendosi conto che il tempo era misurato, ma non vide nessuna possibilità. Il ringhio si fece più forte e mentre correvano Alec si guardò alle spalle e immediatamente desiderò non averlo fatto. Quattro delle più selvagge creature che avesse mai visto incombevano su di loro. Sembravano dei lupi, ma erano grandi il doppio e avevano piccole e affilate corna che spuntavano dalla testa, con un unico occhio rosso nel mezzo. Le zampe erano il doppio di quelle di un orso, con artigli appuntiti, e le pellicce erano viscide e nere come la notte. Vedendoli così vicini Alec capì di essere un uomo morto. Alec scattò in avanti con l’ultimo sprazzo di velocità, le mani che sudavano nonostante il freddo gelido, il fiato congelato nell’aria davanti a lui. I wilvox erano a e neanche dieci metri e capì dal disperato sguardo nei loro occhi, dalla saliva che pendeva dalle loro bocche, che li avrebbero fatti a pezzi. Non vedeva alcuna via di scampo. Guardò Marco, sperando nel segno di una qualche idea, ma Marco aveva il suo stesso sguardo disperato. Chiaramente non aveva neppure lui alcuna idea sul da farsi. Alec chiuse gli occhi e fece una cosa che mai aveva fatto prima d’ora: pregò. Vedendo la vita che gli sfrecciava davanti agli occhi si sentì in qualche modo cambiato, si rese conto di quanto amasse la vita e provò un più intenso desiderio di tenersela stretta. Ti prego, Dio, tirami fuori da questa situazione. Dopo quello che ho fatto per mio fratello, non lasciarmi morire qui. Non in questo posto e non per opera di queste creature. Farò qualsiasi cosa. Alec aprì gli occhi e guardò davanti a sé e questa volta notò un albero leggermente diverso dagli altri. Aveva i rami più contorti che pendevano fino al terreno, abbastanza bassi da poterne afferrare uno con un salto preso di slancio. Non aveva idea se i wilvox potessero saltare, ma non aveva altra scelta. “Il ramo!” gridò a Marco indicandogli l’albero. Corsero insieme verso l’albero e mentre i wilvox si facevano più vicini, senza esitare saltarono e afferrarono il ramo tirandosi su. Le mani di Alec scivolavano sul legno ricoperto di neve, ma riuscì a tenersi stretto e si tirò su fino a raggiungere e afferrare un altro ramo a qualche metro da terra. Poi saltò subito sul ramo vicino con Marco accanto a sé. Non si era mai arrampicato con tale velocità in vita sua. I wilvox li raggiunsero, l’intero branco ringhiava ferocemente saltando e allungando gli artigli sotto di loro. Alec sentiva il loro alito caldo vicino ai piedi, ma li sollevò prontamente mentre le zanne si chiudevano e lo mancavano per un pelo. I due continuarono ad arrampicarsi, spinti dall’adrenalina, fino a che si vennero a trovare a quasi cinque metri dal suolo, più al sicuro di quanto avessero bisogno. Alec alla fine si fermò e si tenne stretto a un ramo con tutte le sue forze, prendendo fiato mentre il sudore gli bruciava negli occhi. Guardò verso il basso, pregando che i wilvox non potessero arrampicarsi. Con suo immenso sollievo erano ancora a terra, ringhiando e facendo schioccare le fauci, saltando verso l’albero ma chiaramente incapaci di arrampicarsi. Graffiavano il tronco come forsennati, ma non serviva a niente. I due rimasero seduti sul ramo e mentre realizzavano di essere in salvo fecero entrambi un profondo sospiro di sollievo. Marco si mise a ridere con immensa sorpresa di Alec. Era una risata folle, una risata di sollievo, la risata di un uomo che era appena stato risparmiato da una morte sicura nel modo più improbabile. Alec, rendendosi conto di quanto vicini fossero capitati alla morte, non poté fare a meno di imitarlo. Sapeva che erano ancora ben distanti dalla salvezza, sapeva che avrebbero potuto non scendere mai da lì e che c’era la possibilità che morissero in quel posto. Ma per il momento almeno erano vivi. “Pare che sia in debito con te,” disse Marco. Alec scosse la testa. “Non ringraziarmi ancora,” gli disse Alec. I wilvox stavano ringhiando ferocemente, con il pelo dritto sul dorso, e Alec sollevò lo sguardo verso la cima dell’albero, con mani tremanti, desideroso di allontanarsi ancora di più, chiedendosi quanto in alto ci si potesse ancora arrampicare, chiedendosi se ci fosse una qualche via di scampo da lì. Improvvisamente rimase impietrito. Guardando in alto rabbrividì, colpito da un terrore mai conosciuto. Lì, tra i rami sopra di lui, intento a guardarlo, c’era una creatura orribile mai vista prima. Lungo quasi tre metri, con il corpo di un serpente ma sei gruppi di piedi, tutti dotati di lunghi artigli e una testa a forma di anguilla. Aveva piccole fessure come occhi, di colore giallo spento, e fissava proprio lui. A pochi metri da lui, inarcò la schiena, sibilò e aprì la bocca. Alec, scioccato, non poteva credere a quanto larghe fossero quelle fauci, tanto grandi da poterlo ingoiare intero. E capì, dal ticchettio della sua coda, che stava per colpire e ucciderli entrambi. Calò la bocca dritto verso la gola di Alec che reagì involontariamente. Gridò e saltò indietro lasciando la presa, imitato da Marco, pensando solo ad allontanarsi da quelle zanne letali, da quella bocca enorme, dalla morte sicura. Non pensò neppure a cosa c’era sotto di loro. Mentre si sentiva volare all’indietro dimenandosi in aria, si rese conto troppo tardi che stava passando da una serie di zanne a un’altra. Si guardò alle spalle e vide i wilvox che sbavavano con le fauci aperte e non poté fare altro che prepararsi alla discesa. Aveva sostituito una morte con un’altra. CAPITOLO TRE Kyra andò lentamente ad attraversare di nuovo i cancelli di Argos, gli occhi di tutti gli uomini su di lei. Si sentiva bruciare di vergogna. Aveva frainteso la sua relazione con Theo. Aveva pensato stupidamente di poterlo controllare e invece lui l’aveva respinta con sdegno davanti a tutte quelle persone. Davanti agli occhi di tutti era apparsa priva di potere, senza alcun dominio sul drago. Era solo un altro guerriero come tutti gli altri. Neanche un guerriero, ma una ragazzina che aveva portato il suo popolo in una guerra che, abbandonati dal drago, non poteva più essere vinta. Kyra riattraversò i cancelli di Argos sentendo gli occhi puntati su di sé in quel silenzio imbarazzante. Cosa pensavano di lei adesso? Non sapeva cosa pensare neppure lei stessa. Theo forse non era venuto per lei? Aveva combattuto quella battaglia per un suo scopo privato? Lei allora non aveva nessun potere speciale in assoluto? Kyra si sentì sollevata quando finalmente gli uomini distolsero lo sguardo e tornarono ai loro bottini, tutti impegnati a raccogliere armi e a prepararsi per la guerra. Correvano da una parte e dall’altra raccogliendo l’abbondanza lasciata dagli uomini del Lord e portando via i cavalli. Il clangore dell’acciaio era fortemente presente nell’aria mentre scudi e armature veniva presi a manciate e raccolti in mucchi. Mentre cadeva altra neve e il cielo iniziava a farsi buio erano tutti consapevoli di non avere tempo da perdere. “Kyra,” disse una voce familiare. Si voltò e fu sollevata di vedere il volto sorridente di Alvin che le si stava avvicinando. La guardava con rispetto, con la rassicurante gentilezza e il calore di figura paterna che sempre l’aveva contraddistinto. Le mise affettuosamente un braccio attorno alle spalle sorridendo sotto la barba e le porse una spada nuova e scintillante, con la lama decorata da simboli pandesiani. “Il miglior acciaio che abbia mai tenuto in mano,” sottolineò con un sorriso smagliante. "Grazie a te abbiamo abbastanza armi per cominciare una guerra. Ci hai resi tutti molto più forti.” Kyra si sentì confortata dalle sue parole, come sempre. Eppure non riusciva ad annullare la sua sensazione di depressione, di confusione dopo essere stata rifiutata dal drago. Scrollò le spalle. “Non sono stata io a fare tutto questo,” rispose. “È stato Theo.” “Ma Theo tornerà per te,” le rispose. Kyra sollevò lo sguardo al cielo grigio, ora vuoto, e pensò. “Non ne sono sicura.” Entrambi scrutarono il cielo in un lungo silenzio, spezzato solo dal vento che soffiava. “Tuo padre ti aspetta,” disse infine Alvin con voce seria. Kyra si unì a lui mentre camminavano con la neve e il ghiaccio che scricchiolavano sotto i loro stivali, facendosi strada nel cortile nel mezzo di tutta quella frenesia. Passarono accanto a decine degli uomini di suo padre attraversando l’ampio forte di Argos, con uomini ovunque, finalmente rilassati per la prima volta dopo secoli. Li vide ridere, bere e spingersi mentre raccoglievano armi e provviste. Erano come bambini nel giorno di Halloween. Decine di altri uomini di suo padre si trovavano in fila e si passavano sacchi di denaro pandesiano di mano in mano impilandoli sui carri; un altro carro passò, pieno di scudi che tintinnavano mentre procedeva. Era talmente pieno che un pochi caddero di lato e i soldati si affrettarono a raccoglierli di nuovo. Tutt’attorno a lei i carri venivano portati fuori dal forte, alcuni sulla strada che riportava a Volis e altri verso altre vie, verso luoghi dove suo padre li aveva indirizzati, tutti pieni fino all’orlo. Kyra in qualche modo godeva di quella vista, sentendosi meno male per quella guerra che aveva istigato. Svoltarono un angolo e Kyra scorse suo padre, circondato dai suoi uomini, impegnato nell’ispezionare decine di spade e lance che gli stavano mostrando per avere la sua approvazione. Si voltò sentendola avvicinarsi e fece un cenno ai suoi uomini che si allontanarono lasciandoli soli. Suo padre si voltò a guardare Anvin e lui rimase fermo un momento, insicuro, apparente sorpreso dell’occhiata silenziosa del re che lo stava chiaramente invitando ad andarsene come gli altri. Alla fine anche lui quindi si allontanò, lasciando Kyra da sola con lui. Kyra ne fu sorpresa: suo padre non aveva mai chiesto ad Anvin di andarsene. Kyra lo guardò, un’espressione imperscrutabile come sempre, il volto distaccato da capo dei suoi uomini, non lo sguardo intimo del padre che conosceva e amava. La guardava e lei si sentì nervosa mentre moltissimi pensieri le passavano tutti insieme per la testa: era fiero di lei? Era arrabbiato perché li aveva portati in quella guerra? Era deluso che Theo l’avesse rifiutata e avesse abbandonato il suo esercito? Kyra attese, abituata ai suoi lunghi silenzi prima di parlare, e non poté dire nulla: troppe cose erano cambiate tra loro troppo rapidamente. Si sentiva come se fosse cresciuta in una notte mentre lui era stato cambiato dagli eventi recenti. Era come se non sapessero più come relazionarsi l’uno con l’altro. Era il padre che aveva sempre conosciuto e amato, che le leggeva le storie la sera tardi? Oppure ora era diventato il suo comandante? Rimaneva lì a fissarla e lei si rese conto che non sapeva cosa dirle mentre il silenzio li avvolgeva pesantemente, interrotto solo dal soffiare del vento e dal crepitio delle torce che gli uomini accendevano per illuminare la notte. Alla fine Kyra non poté più sopportare il silenzio. “Porterai tutto questo a Volis?” chiese mentre un carro passava sobbalzando, pieno di spade. Lui si voltò a guardare il carro e sembrò risvegliarsi dai suoi pensieri. Non la guardò in volto, ma continuò ad osservare il carro scuotendo la testa. “Volis ora non ha niente per noi se non la morte,” disse con voce profonda e chiara. “Ora ci dirigeremo a sud.” Kyra era sorpresa. “A sud?” gli chiese. Lui annuì. “Ad Esefo,” dichiarò. Il cuore di Kyra si gonfiò per l’eccitazione immaginandosi il viaggio verso Esefo, l’antica fortezza arroccata vicino al mare, il più grande paese vicino se diretti verso sud. Sentì ancora maggiore emozione rendendosi conto che se lui voleva dirigersi lì questo non poteva che significare una cosa: si stava preparando per la guerra. Suo padre annuì, come leggendole nella mente. “Non c’è modo di tornare indietro adesso,” disse. Kyra lo guardò con un senso di orgoglio mai provato negli anni passati. Non era più il guerriero che si accontentava di vivere nella sicurezza del suo piccolo forte: ora era tornato il coraggioso comandante che un tempo aveva conosciuto, pronto a rischiare tutto per la libertà. “Quando partiamo?” chiese con il cuore che le batteva forte nell’attesa della sua prima battaglia. Fu sorpresa di vederlo scuotere la testa. “Non noi,” la corresse. “Partiremo io e i miei uomini. Non tu.” Kyra rimase pietrificata, le sue parole la colpirono come un coltello piantato nel cuore. “Hai intenzione di lasciarmi qui?” gli chiese balbettando. “Dopo quello che è successo? Cos’altro devo fare per dimostrarti di cosa sono capace?” Lui scosse la testa con fermezza e lei rimase devastata nel vedere che il suo sguardo si faceva più severo, uno sguardo che rivelava, come ben sapeva, che non avrebbe cambiato idea. “Andrai da tuo zio,” le disse. Era un ordine, non una richiesta, e con quelle parole capì all’istante che ora era un suo soldato, non più sua figlia. Questo la feriva. Kyra fece un profondo respiro: non si sarebbe arresa così rapidamente. “Voglio combattere insieme a te,” insistette. “Posso aiutarti.” “Mi aiuterai,” disse, “andando dove c’è bisogno di te. Mi serve che tu stia con lui.” Kyra corrugò la fronte cercando di capire. “Ma perché?” chiese. Lui rimase in silenzio a lungo e alla fine sospirò. “Possiedi…” iniziò, “… delle doti che non comprendo. Doti di cui avremo bisogno per vincere questa guerra. Doti che solo tuo zio saprà come nutrire.” Allungò una mano e le strinse significativamente una spalla. “Se vuoi aiutarci,” aggiunse, “se vuoi aiutare il tuo popolo, quello è il posto dove c’è bisogno di te. Non mi serve un altro soldato. Mi servono i talenti unici che puoi offrirmi solo tu. Le doti che nessun altro possiede.” Kyra vide la sincerità nei suoi occhi e sebbene si sentisse malissimo all’idea di non poter andare con lui, si sentì rassicurata dalle sue parole e provò una crescente curiosità. Si chiese a quali doti si stesse riferendo e si chiese chi potesse essere suo zio. “Vai e impara ciò che io non posso insegnarti,” aggiunse. “Torna più forte. E aiutami a vincere.” Kyra lo guardò negli occhi e provò rispetto, sentì che il calore tornava e iniziò a sentirsi di nuovo bene. “Il viaggio per Ur è lungo,” aggiunse. “Tre giorni di viaggio buoni verso ovest e nord. Dovrai attraversare Escalon da sola. Dovrai muoverti velocemente, furtivamente, evitando le strade. Si diffonderà presto la notizia di ciò che è accaduto qui e i Lord pandesiani saranno furenti. Le strade saranno quindi pericolose e dovrai stare nei boschi. Vai verso nord, trova il mare e tienilo sempre d’occhio. Sarà la tua bussola. Segui la costa e troverai Ur. Tieniti alla larga dai villaggi, stai lontana dalla gente. Non fermarti. Non dire a nessuno dove stai andando. Non parlare con nessuno.” Le strinse le spalle con fermezza e i suoi occhi si incupirono e riempirono di un senso di urgenza, quasi spaventandola. “Mi capisci?” la implorò. “È un viaggio pericoloso per qualsiasi uomo, tanto più per una ragazza sola. Non posso mandare nessuno ad accompagnarti. Mi serve che tu sia abbastanza forte da fare questa cosa da sola. Lo sei?” Kyra poteva sentire la paura nella sua voce, l’amore di un padre preoccupato e lacerato. Annuì provando orgoglio per il fatto che si fidasse di lei mandandola a compiere una tale impresa. “Sì, padre,” gli disse fieramente. Lui la osservò attentamente, quindi annuì soddisfatto. Lentamente i suoi occhi si colmarono di lacrime. “Di tutti i miei uomini,” le disse, “di tutti questi guerrieri, tu sei quella di cui ho maggiormente bisogno. Non dei tuoi fratelli e neppure dei miei fidati soldati. Tu sei la persona, l’unica persona, che può vincere questa guerra.” Kyra si sentiva confusa e sopraffatta: non capiva pienamente cosa intendesse dire. Aprì la bocca per chiederglielo, ma improvvisamente percepì del movimento vicino. Si voltò e vide Baylor, il maestro dei cavalieri, che si avvicinava con un insolito sorriso. Era un uomo basso e sovrappeso con folte sopracciglia e capelli fini e radi. Si avvicinò a loro con la sua solita camminata da spaccone e le sorrise. Poi guardò suo padre, come se stesse aspettando la sua approvazione. Suo padre gli fece un cenno e Kyra si chiese cosa stesse succedendo mentre Baylor si girava verso di lei. “Mi hanno detto che farai un viaggio,” disse Baylor con voce nasale. “Per cui avrei bisogno di un cavallo.” Kyra si accigliò confusa. “Ce l’ho un cavallo,” rispose guardando il bel destriero che aveva cavalcato durante la battaglia contro gli uomini del Lord e che ora era legato dall’altra parte del cortile. Baylor sorrise. “Quello non è un cavallo,” le disse. Poi guardò suo padre che gli fece un cenno e Kyra cercò di capire cosa stesse succedendo. “Seguimi,” le disse. E senza aspettare improvvisamente si voltò e si diresse rapidamente verso le scuderie. Kyra lo guardò andare, confusa, poi guardò suo padre. Lui annuì. “Seguilo,” disse. “Non te ne pentirai.” * Kyra attraversò il cortile ricoperto di neve insieme ad Anvin, Arthfael e Vidar, dirigendosi felice verso le basse scuderie di pietra in lontananza. Mentre camminava Kyra si chiese cosa avesse inteso dire Baylor, chiedendosi quale cavallo avesse in mente per lei. Nella sua testa un cavallo non era poi tanto diverso da un altro. Mentre si avvicinavano alla scuderia, ora ad almeno cento metri di distanza, Baylor si voltò verso di lei sgranando gli occhi per il piacere. “La figlia del nostro signore avrà bisogno di un bel cavallo che la porti ovunque debba andare.” Il cuore di Kyra iniziò a battere più rapidamente: non le era mai stato dato un cavallo da Baylor prima d’ora, un onore generalmente riservato solo ai guerrieri che spiccavano di più. Aveva sempre sognato di averne uno quando fosse stata abbastanza grande e se lo fosse guadagnato. Era un onore di cui neppure i suoi fratelli più grandi ancora non godevano. Anvin annuì con orgoglio. “Te lo sei guadagnato,” le disse. “Se sei in grado di gestire un drago,” aggiunse Arthfael con un sorrise,” puoi sicuramente fare lo stesso anche con un cavallo da maestro.” Mentre le scuderie si facevano più vicine, una piccola folla iniziava a raccogliersi lì attorno unendosi a loro mentre camminavano. Gli uomini fecero una pausa dal raccogliere armi, chiaramente curiosi di vedere dove la stessero portando. Anche i suoi due fratelli più grandi, Brandon e Braxton, li seguirono guardando Kyra senza parole e con la gelosia negli occhi. Distolsero subito lo sguardo, come al solito troppo orgogliosi per riconoscere il suo valore, tantomeno per offrirle un qualche apprezzamento. Tristemente Kyra non si sarebbe aspettata niente di diverso da parte loro. Udì dei passi e sollevò lo sguardo, felice di vedere l’amica Dierdre che pure si univa a lei. “Ho sentito che te ne andrai,” disse portandosi al suo fianco. Kyra continuò a camminare accanto alla nuova amica, confortata dalla sua presenza. Ripensò al tempo passato insieme a lei nella cella del governatore e alla sofferenza che aveva dovuto sopportare prima di fuggire. Si sentiva fortemente legata a lei. Dierdre aveva attraversato un inferno ben peggiore del suo e guardandola Kyra si chiedeva cosa ne sarebbe stato di lei. Si rese conto che non poteva lasciarla sola in quel forte e basta. Con l’esercito diretto verso sud, Dierdre sarebbe rimasta sola. “Potrei usufruire di un compagno di viaggio,” le disse, un idea prendeva forma mentre la esponeva. Dierdre la guardò sgranando gli occhi per la sorpresa e sorrise facendo scomparire l’aura di oppressione che l’aveva avvolta fino a pochi istanti prima. “Speravo davvero che me l’avresti chiesto,” rispose. Anvin, udendo, si accigliò. “Non so se tuo padre approverebbe,” si intromise. “Hai degli importanti affari che ti attendono.” “Non mi intrometterò,” disse Dierdre. “Devo attraversare Escalon in ogni caso. Ho intenzione di tornare da mio padre. E preferirei non viaggiare da sola.” Anvin si accarezzò la barba. “A tu padre non piacerà,” disse a Kyra. “Potrebbe essere d’intralcio.” Kyra posò una mano sul polso di Anvin con fare rassicurante, ma comunque risoluta. “Dierdre è mia amica,” disse ponendo fine alla questione. “Non la abbandonerò, proprio come tu non abbandoneresti uno dei tuoi uomini. Cos’è che mi hai sempre detto? Mai lasciarsi qualcuno alle spalle.” Kyra sospirò. “Posso anche aver contribuito a liberare Deirdre da quella cella,” aggiunse, “ma anche lei mi ha salvata. Sono in debito con lei. Mi spiace, ma ciò che pensa mio padre in questo caso conta poco. Sono io che devo attraversare Escalon da sola, non lui. Lei verrà con me.” Dierdre sorrise. Si avvicinò a Kyra e la prese sottobraccio con un nuovo moto di orgoglio nel modo di avanzare. Kyra si sentiva bene all’idea di averla con sé nel suo viaggio e sapeva di aver preso la giusta decisine, qualsiasi cosa potesse ora accadere. Kyra notò i suoi fratelli che le camminavano vicini e non poté fare a meno di sentirsi in un certo modo contrariata che non fossero più protettivi nei suoi confronti, che anche loro non si proponessero per accompagnarla. Erano troppo in competizione con lei. La rattristava che questa fosse la natura della loro relazione, eppure non poteva cambiare le persone. Si rendeva comunque conto che sarebbe stata meglio lontana da lì. Erano pieni di boria e avrebbero solo fatto cose avventate per crearle problemi. “Anch’io vorrei accompagnarti,” disse Anvin con voce carica di senso di colpa. “L’idea che attraverserai Escalon non mi fa stare per niente bene.” Sospirò. “Ma tuo padre ha bisogno di me ora più che mai. Mi ha chiesto di andare con lui a sud.” “E io,” aggiunse Arthfael. “Anche io vorrei venire con te, ma mi è stato assegnato il compito di andare a sud con gli uomini.” “E io invece dovrò restare di guardia a Volis in sua assenza,” aggiunse Vidar. Kyra era commossa dal loro sostegno. “Non preoccupatevi,” rispose. “Non ho che tre giorni di cammino davanti a me. Andrà tutto bene.” “Certo,” si intromise Baylor avvicinandosi. “E il tuo nuovo cavallo lo assicurerà.” Detto questo Baylor aprì la porta delle scuderie e tutti lo seguirono all’interno del basso edificio di pietra dove l’aria era pregna dell’odore di cavalli. Gli occhi Kyra lentamente si abituarono alla penombra del posto seguendolo. Le scuderie erano umide e fresche e vi riecheggiavano i rumori dei cavalli eccitati. Sollevò lo sguardo guardandosi attorno e vide davanti a sé file di cavalli meravigliosi, i più belli che avesse mai visto, grandi e forti, morelli e bai, tutti campioni. Era come uno scrigno del tesoro. “Gli uomini del Lord hanno sempre riservato il meglio per se stessi,” spiegò Baylor mentre camminava dirigendosi baldanzoso verso le poste, a suo agio in quello che era proprio il suo elemento. Toccò un cavallo da una parte e ne accarezzò un altro da un’altra e gli animali sembrarono prendere vita dalla sua presenza. Kyra camminava lentamente osservando tutto con attenzione. Ogni cavallo era come un’opera d’arte, più grande della maggior parte dei cavalli che aveva visto in vita sua, tutti incredibilmente belli e forti. “Grazie a te e al tuo drago questi cavalli adesso sono nostri,” disse sentendo il peso della responsabilità, sapendo che sarebbe stata la scelta che poteva capitarle una volta nella vita. Camminò lentamente accarezzando le loro criniere e sentendo quanto fossero soffici e lisce, sentendo quanto fossero potenti quelle bestie. Era difficilissimo sceglierne uno. “Come faccio a decidere?” chiese a Baylor. Lui sorrise e scosse la testa. “Alleno cavalli da una vita,” rispose. “Li cresco pure e se c’è una cosa che so è che non ci sono due cavalli uguali. Alcuni vengono allevati per la velocità, altri per la resistenza; alcuni hanno una struttura forte e altri sono fatti per portare carichi. Alcuni sono troppo fieri per trainare qualcosa. E altri ancora sono fatti per la battaglia. Alcuni prosperano solo nei tornei, altri vogliono combattere e basta, altri ancora sono nati per vere e proprie maratone di guerra. Alcuni saranno i tuoi migliori amici, altri ti si rivolteranno contro. Il tuo rapporto con un cavallo è una cosa magica. Devono fare appello a te e tu a loro. Scegli bene e il tuo cavallo sarà per sempre accanto a te, nei momenti di battaglia e nelle guerre vere e proprie. Nessun bravo guerriero è completo senza un cavallo.” Kyra camminava lentamente, con il cuore che le batteva forte per l’emozione, passando di cavallo in cavallo. Alcuni la guardavano, altri distoglievano lo sguardo; alcuni nitrivano e scalpitavano impazienti, altri stavano fermi. Aspettò di percepire una connessione, ma non sentiva nulla. Si sentiva frustrata. Poi, improvvisamente, provò un brivido lungo la schiena, come un fulmine che la attraversasse. Avvenne quando un suono acuto smosse le scuderie, un suono che le diceva che quello era il suo cavallo. Non aveva il verso di qualsiasi cavallo, ma sembrava più oscuro, più potente. Passò attraverso il rumore, al di sopra dei nitriti degli altri cavalli come un leone selvaggio che cercasse di liberarsi da una gabbia. La terrorizzava e allo stesso tempo la attirava. Kyra si voltò verso la fonte del suono, dall’altra parte della scuderia, e improvvisamente si udì anche il rumore di legno spezzato. Vide la posta spaccarsi e pezzi di legno volare ovunque. Questo generò il caos mentre numerosi uomini accorrevano cercando di chiudere la porta spaccata. Ma c’era un cavallo che continuava a colpirla con gli zoccoli. Kyra corse verso quella confusione. “Dove stai andando?” le chiese Baylor. “I cavalli migliori sono qui.” Ma Kyra lo ignorò prendendo velocità, con il cuore che le batteva sempre più forte. Sapeva che la stava chiamando. Baylor e gli altri accorsero per raggiungerla mentre si avvicinava all’estremità delle scuderie e quando fu arrivata si girò e sussultò alla vista che aveva davanti. Lì c’era quello che sembrava essere un cavallo, ma era grande due volte gli altri e aveva le gambe spesso come tronchi. Aveva due piccoli corni affilati come rasoi dietro alle orecchie, appena visibili. Il suo manto non era nero o marrone come gli altri, ma scarlatto scuro. Gli occhi, diversamente dai suoi simili, erano verdi e luccicanti. La guardava intensamente, un’intensità che la colpiva al petto togliendole il fiato. Kyra non riusciva a muoversi. La creatura, torreggiante su di lei, emise un suono simile a un ringhio e mostrò le zanne. “Che cavallo è mai questo?” chiese a Baylor con voce poco più alta di un sussurro. Lui scosse la testa con atteggiamento di disapprovazione. “Questo non è un cavallo,” disse accigliandosi, “ma una bestia selvaggia. Molto rara. Si tratta di un solzor. Importato dai remoti confini di Pandesia. Il Lord governatore lo ha tenuto come un trofeo da mettere in mostra. Non poteva cavalcare questa creatura, nessuno poteva. I solzor sono bestie selvagge e non possono essere domati. Vieni, stai sprecando tempo prezioso. Torniamo dai cavalli. Ma Kyra rimase ferma, radicata sul posto, incapace di distogliere lo sguardo. Il cuore le martellava nel petto capendo che quella creatura era destinata a lei. “Scelgo questo,” disse a Baylor. Baylor e gli altri sussultarono, tutti fissandola come se fosse pazza. Seguì in silenzio carico di stupore. “Kyra,” iniziò Anvin. “Tuo padre non ti permetterà mai…” “È la mia scelta, no?” rispose lei. Lui si accigliò e si portò le mani ai fianchi. “Quello non è un cavallo,” insistette. “È una creatura selvaggia.” “Ti ucciderà all’istante,” aggiunse Baylor. Kyra si voltò verso di lui. “Non sei stato tu a dirmi di fidarmi del mio istinto?” gli chiese. “Bene, questo è ciò che il mio istinto mi dice. Questo animale e io ora ci apparteniamo.” Il solzor tirò improvvisamente indietro le grosse gambe, calciò contro un altro cancello di legno e fece volare schegge ovunque addosso agli uomini. Kyra era impressionata. Era selvaggio e indomito, magnifico, un animale troppo grande per quel posto, troppo grande per stare in cattività e molto superiore agli altri. “Perché dovrebbe ottenerlo?” chiese Brandon facendosi avanti e spingendo gli altri da parte. “Io sono più grande, dopotutto. Lo voglio io.” Prima che lei potesse rispondere, Brandon si fece avanti come per prenderlo. Fece per saltargli in groppa e quando fece così il solzor sgroppò selvaggiamente e lo disarcionò. Brandon volò dall’altra parte della scuderia e andò a sbattere contro una parete. Allora accorse Braxton, anche lui come per impossessarsene e subito la bestia fece ruotare la testa di lato e gli ferì un braccio con le affilate zanne. Sanguinante Braxton gridò e scappò correndo dalla scuderia tenendosi stretto il braccio. Brandon si rimise in piedi e lo seguì dappresso mentre il solzor lo mancava per un pelo nel tentativo di morderlo. Kyra rimase al suo posto, come ipnotizzata, ma in qualche modo senza provare alcuna paura. Sapeva che per lei sarebbe stato diverso. Provava un collegamento con quella bestia, lo stesso legame che aveva con Theo. Improvvisamente si fece avanti coraggiosamente portandosi dritto davanti a lui, alla portata delle sue fauci letali. Voleva dimostrare al solzor che poteva fidarsi di lei. “Kyra!” gridò Anvin con voce preoccupata. “Stai indietro!” Ma Kyra lo ignorò. Rimase lì guardando la bestia negli occhi. Il solzor ricambiò lo sguardo emanando un sommesso ringhio dalla gola, come se dibattuto sul da farsi. Kyra tremava dalla paura, ma non lo diede a vedere. Si sforzò invece di dimostrare il suo coraggio. Sollevò lentamente una mano, fece un passo in avanti e toccò il pelo scarlatto. La bestia ringhiò con maggiore vigore, mostrando le zanne, e Kyra poté sentire la sua rabbia e frustrazione. “Slegatelo,” ordinò agli altri. “Cosa?” chiese uno degli altri. “Non è una saggia decisione,” esclamò Baylor con voce colma di paura. “Fate come dico!” insistette lei sentendo la forza salire dentro di sé, come se la volontà della creatura le passasse attraverso. Dietro di lei i soldati si affrettarono con le chiavi e aprirono le catene. Per tutto il tempo la bestia non le levò mai gli occhi di dosso, ringhiando come se la stesse chiamando, come per sfidarla. Non appena si trovò slegata, la creatura pestò le gambe a terra come a minacciare un attacco. Ma stranamente non fece nulla. Invece continuò a guardare Kyra fissando i propri occhi nei suoi e il suo sguardo di rabbia lentamente si trasformò in un’occhiata di tolleranza. Forse addirittura di gratitudine. Sebbene leggermente, sembrò abbassare la testa: si trattava di un gesto di sottomissione, quasi impercettibile eppure tale che lei potesse scorgerlo. Kyra si fece avanti, si tenne alla criniera e con una rapida mossa montò in sella. Tutti nella stanza sussultarono. Inizialmente la bestia rabbrividì e iniziò a scalpitare. Ma Kyra sentiva che lo faceva per mettersi in mostra. Non voleva veramente disarcionarla. Voleva solo far capire chi comandava e farla stare sulle spine. Voleva farle sapere che lui era una creatura selvaggia, una creatura che non poteva essere domata da nessuno. Non ho alcuna intenzione di domarti, disse Kyra con il pensiero. Desidero solo essere tua compagna in battaglia. Il solzor si calmò, continuando a scalpitare ma non così selvaggiamente, come se l’avesse udita. Presto smise di muoversi, perfettamente immobile sotto di lei, soffiando nei confronti degli altri come a volerla proteggere. Kyra, seduta sul dorso del solzor, ora calmo, abbassò lo sguardo e osservò gli altri. Un mare di volti scioccati e bocche aperte la guardavano. Kyra mostrò un largo sorriso provando un enorme senso di trionfo. “Questo,” disse, “è quello che scelgo. E si chiama Andor.” * Kyra cavalcava Andor al passo verso il centro del cortile di Argos e tutti gli uomini di suo padre, forti soldati, si fermavano a guardarla con ammirazione mentre avanzava. Chiaramente non avevano mai visto una cosa del genere. Kyra si teneva delicatamente alla criniera cercando di tenerlo calmo mentre lui ringhiava sommessamente verso tutti, guardandoli torvo, come a volersi vendicare di essere stato tenuto prigioniero. Kyra si teneva in perfetto equilibrio dopo che Baylor aveva sistemato una sella completamente nuova su di lui e si stava cercando di abituare a cavalcare da quell’altezza. Si sentiva più potente che mai con quella bestia sotto di sé. Accanto a lei Dierdre cavalcava una bellissima giumenta, una cavalla che Baylor aveva scelto per lei, e le due camminavano nella neve fino a che Kyra scorse suo padre in lontananza, in piedi accanto al cancello in attesa. Era lì con i suoi uomini, tutti aspettando di vederla partire e anche loro sollevarono lo sguardo con paura e ammirazione, impressionati che potesse cavalcare quell’animale. Kyra vide l’ammirazione nei loro occhi e questo le diede coraggio per il viaggio che aveva davanti a sé. Se Theo non fosse tornato da lei almeno avrebbe avuto quella magnifica creatura con sé. Quando raggiunse suo padre Kyra scese e guidò Andor per la criniera vedendo la preoccupazione negli occhi dell’uomo. Non sapeva se fosse per quella bestia o per il viaggio che la attendeva. Il suo sguardo di preoccupazione la rassicurò, le fece capire che non era l’unica ad avere paura di ciò che la aspettava e dopotutto si preoccupava per lei. Per un brevissimo istante lasciò andare la tensione e le rivolse uno sguardo che solo lei poteva riconoscer: l’amore di un padre. Capì che era combattuto nel mandarla a compiere quell’impresa. Si fermò a qualche passo da lui e tutto rimase in silenzio mentre gli uomini si raccoglievano attorno a loro e li guardavano. Lei gli sorrise. “Non preoccuparti, padre,” gli disse. “Mi hai cresciuta per essere forte.” Lui annuì, fingendo di essere rassicurato, ma lei vide che non era così. Era ancora, soprattutto, suo padre. Lui sollevò lo sguardo scrutando il cielo. “Se solo il tuo drago venisse da te adesso,” le disse. “Potresti attraversare Escalon in pochi minuti. O meglio ancora, potrebbe unirsi a te nel tuo viaggio e incenerire chiunque sopraggiungesse nel tuo cammino.” Kyra sorrise tristemente. “Theo ora se n’è andato, padre.” Lui la guardò con occhi pieni di meraviglia. “Per sempre?” le chiese, ponendo la domanda di un signore che doveva condurrei suoi uomini in battaglia ma che era timoroso di domandare. Kyra chiuse gli occhi e cercò di mettersi in sintonia, di ottenere una risposta. Desiderò che Theo le rispondesse. Ma non sopraggiunse che un intorpidito silenzio. Per questo si chiese se avesse mai avuto una connessione con Theo fin dall’inizio o se l’avesse solo immaginata. “Non lo so, padre,” rispose onestamente. Lui annuì, accettando, con lo sguardo di un uomo che aveva imparato ad accettare le cose com’erano e a fare affidamento su se stesso. “Ricorda cosa…” iniziò suo padre. “KYRA!”. Un gridò eccitato squarciò l’aria. Kyra si voltò mentre gli uomini si facevano da parte e le si gonfiò il cuore di piacere vedendo Aidan che attraversava di corsa i cancelli della città con Leo alle calcagna, saltando giù da un carro guidato dagli uomini di suo padre. Le corse incontro barcollando nella neve, Leo ancora più veloce e ben più avanti di lui, già pronto a saltarle tra le braccia. Kyra rise quando Leo la buttò a terra mettendole le zampe sul petto e leccandole ripetutamente la faccia. Dietro di lei Andor ringhiò, già protettivo nei suoi confronti, e Leo balzò di lato pronto ad affrontarlo, ringhiando in risposta. Erano due creature temerarie, entrambe ugualmente protettive nei suoi confronti. Kyra se ne sentiva onorata. Balzò in piedi e si mise trai due, tenendo Leo indietro. “Va tutto bene, Leo,” disse. “Andor è mio amico. E tu Andor,” aggiunse voltandosi verso l’altro, “anche Leo è mio amico. Leo si fece indietro con riluttanza, mentre Andor continuava a ringhiare, sebbene in modo diverso. “Kyra!” Kyra si girò e Aidan le corse tra le braccia. Lei lo abbracciò stretto mentre le piccole mani del fratellino si aggrappavano alla sua schiena. Era così bello abbracciare il fratello che era stata certa di non rivedere mai più. Era il pezzetto di normalità che le era rimasto nel vortice che era diventata la sua vita, l’unica cosa che non era cambiata. “Ho sentito che eri qui,” le disse di corsa, “e ho subito chiesto un passaggio per venire a trovarti. Sono così contento che tu sia tornata.” Lei sorrise tristemente. “Temo non per molto, fratello mio,” gli disse. Un lampo di preoccupazione attraversò il volto di Aidan. “Stai partendo?” le chiese impietrito. Il padre si intromise. “Sta partendo per andare a trovare suo zio,” spiegò. “Lasciala andare ora.” Kyra notò che suo padre aveva detto suo zio e non vostro, e si chiese il perché. “Allora vado con lei!” insistette Aidan coraggiosamente. Suo padre scosse la testa. “No,” rispose. Kyra sorrise al fratellino, così coraggioso come sempre. “Nostro padre ha bisogno di te da qualche altra parte,” gli disse. “Sul fronte di guerra?” chiese Aidan voltandosi speranzoso verso il padre. “Stai partendo per Esefo,” aggiunse di fretta. “Ho sentito! Voglio venire con te!” Ma lui scosse la testa. “C’è Volis per te,” rispose. “Starai qui, protetto dagli uomini che resteranno. Il fronte della battaglia non è posto per te ora. Un giorno.” Aidan si fece rosso per la delusione. “Ma io voglio combattere, padre!” protestò. “Non ho bisogno di starmene confinato in qualche forte vuoto con donne e bambini!” Gli uomini ridacchiarono, ma suo padre era serio. “La mia decisione è presa,” rispose brevemente. Aidan si accigliò. “Se non posso andare con Kyra e non posso venire con te,” disse rifiutandosi di cedere, “allora perché sto imparando come si combatte e come si usano le armi? Ha cosa serve tutto il mio allenamento?” “Lascia che ti crescano i peli sul petto prima, fratellino,” rise Braxton facendosi avanti insieme a Brandon. Le risate si levarono tra gli uomini e Aidan arrossì, chiaramente imbarazzato di fronte agli altri. Kyra, sentendosi male per lui, si inginocchiò davanti a lui e gli mise una mano sulla guancia. “Sarai un guerriero molto migliore di tutti loro,” lo rassicurò sottovoce in modo che solo lui potesse sentire. “Sii paziente. Nel frattempo sorveglia Volis. C’è bisogno anche di te. Rendimi orgogliosa di te. Tornerò, te lo prometto, e un giorno combatteremo battaglie grandiose insieme.” Aidan parve ammorbidirsi un poco e si chinò ad abbracciarla di nuovo. “Non voglio che tu vada via,” le disse sottovoce. “Ho fatto un sogno su di te. Ho sognato…” Sollevò lo sguardo con riluttanza, gli occhi colmi di paura. “… che morivi là fuori.” Kyra si sentì scioccata a quelle parole, soprattutto dopo aver visto lo sguardo nei suoi occhi. Si sentì oppressa. Non sapeva cosa dire. Anvin si fece avanti e le mise attorno alle spalle una pesante e spessa pelliccia che la scaldò subito. Kyra si alzò sentendosi quasi cinque chili più pesante, ma era riparata dal vento e dai brividi alla schiena. Sorrise. “Le tue notti saranno lunghe e i fuochi saranno distanti,” le disse dandole un rapido abbraccio. Suo padre si fece avanti velocemente e la abbracciò, un abbraccio forte da capitano. Lei ricambiò la stretta, persa tra i suoi muscoli, sentendosi sana e salva. “Sei mia figlia,” le disse con fermezza, “non dimenticarlo.” Poi abbassò la voce in modo che gli altri non potessero udire e aggiunse: “Ti voglio bene.” Kyra si sentiva sopraffatta dall’emozione, ma prima di poter rispondere lui si voltò rapidamente e si allontanò. Nello stesso istante Leo piagnucolò e le balzò addosso spingendole il naso contro il petto. “Vuole venire con te,” disse Aidan. “Prendilo: avrai più bisogno tu di lui che io, qui confinato a Volis. In ogni caso è tuo.” Kyra abbracciò Leo, incapace di rifiutare dato che sembrava non volerla lasciare. Si sentì confortata dall’idea che venisse con lei, dato che ne aveva sentito fortemente la mancanza. Poteva avere a disposizione altri due occhi e due orecchie e non c’era nessuno di più leale di Leo. Pronta, Kyra montò in sella ad Andor e gli uomini di suo padre si fecero da parte. Avevano disposto delle torce in suo onore lungo tutto il ponte tenendo lontana la notte e illuminando il sentiero per lei. Guardò oltre e vide il cielo che si oscurava, le terre selvagge davanti a sé. Provava eccitazione, paura e soprattutto un senso di dovere. Una certa finalità. Davanti a lei si trovava l’impresa più importante della sua vita, un’impresa che teneva in ballo non solo la sua identità, ma il destino di tutta Escalon. Non poteva esserci posta più elevata. Con il bastone legato attorno alla spalla, l’arco dall’altra parte, Leo e Dierdre accanto a lei, Andor sotto di lei e tutti gli uomini di suo padre che la guardavano, Kyra iniziò ad indirizzare Andor verso i cancelli della città. Inizialmente avanzò lentamente, tra le torce, oltre gli uomini, sentendosi come se stesse camminando in un sogno, verso il proprio destino. Non si guardò alle spalle non volendo perdere convinzione. Un basso corno venne fatto suonare dagli uomini di suo padre, un corno di partenza, in suono di rispetto. Si preparò a spronare Andor, ma lui la anticipò. Si mise prima al trotto e poi ruppe al galoppo. Nel giro di pochi istanti Kyra si trovò a correre in mezzo alla neve, oltre i cancelli di Argos, sopra al ponte, nei prati aperti, il vento freddo nei capelli e niente davanti a lei se non una lunga strada, creature selvagge e la notte che incombeva buia. CAPITOLO QUATTRO Merk correva in mezzo al bosco, barcollando lungo la discesa polverosa, facendosi strada tra gli alberi con le foglie di Boscobianco che scricchiolavano sotto i suoi piedi mentre correva con tutto se stesso. Guardava davanti a sé senza perdere di vista le lontane nubi di fumo che riempivano l’orizzonte oscurando il tramonto rosso sangue. Provava un crescente senso di urgenza. Sapeva che la ragazza si trovava laggiù da qualche parte, probabilmente rischiando di essere assassinata da un momento all’altro, ma non riusciva a far sì che le sue gambe corressero più velocemente. Sembrava che la necessità di uccidere lo trovasse ovunque, lo incontrasse a ogni svolta, quasi ogni giorno, proprio allo stesso modo in cui gli uomini venivano chiamati a casa per la cena. Aveva un appuntamento con la morte, diceva sempre sua madre. Quelle parole gli risuonavano nelle orecchie e lo avevano perseguitato per tutta la vita. Erano parole che semplicemente si auto-avveravano? O era forse nato sotto una cattiva stella? Per Merk uccidere era una parte naturale della sua vita, come respirare o pranzare, non importava per chi lo stesse facendo o come. Più ci pensava e più provava un forte senso di disgusto, come se volesse vomitare tutta la sua vita. Ma mentre dentro di sé tutto gli gridava di tornare indietro, di iniziare una nuova vita, di continuare il suo pellegrinaggio verso la Torre di Ur, semplicemente non ci riusciva. Ancora una volta la violenza lo stava convocando e ora non era il momento di ignorare il suo richiamo. Merk correva, le nuvole di fumo si gonfiavano e si facevano più vicine rendendogli più difficile respirare. L’odore del fumo gli pungeva le narici e una sensazione familiare iniziò ad impossessarsi di lui. Non era paura ma, dopo tutti quegli anni, neppure eccitazione. Era una sensazione di familiarità. Della macchina da guerra che stava per diventare. Questo era sempre ciò che accadeva quando andava in battaglia – la sua battaglia privata. Nella sua versione di battaglia l’avversario veniva ucciso corpo a corpo: non doveva nascondersi dietro a una visiera o a un’armatura o all’applauso di una folla come quei cavalieri mascherati. Dal suo punto di vista si trattava della battaglia più coraggiosa di tutte, riservata ai veri guerrieri come lui. Eppure mentre correva Merk sentiva qualcosa di diverso. Non gli interessava chi vivesse o morisse, quello era solo un lavoro. Questo gli consentiva di ragionare con chiarezza, libero dall’annebbiamento delle emozioni. Ma questa volta era diverso. Per la prima volta da quando poteva averne memoria nessuno lo stava pagando per farlo. Stava procedendo per sua propria volontà, per nessun’altra ragione che la pietà per quella ragazza e il desiderio di rettificare i torti. Questo lo faceva sentire investito di un compito, e quella sensazione non gli piaceva. Ora rimpiangeva di non aver agito prima e di averla mandata via. Merk correva con passo regolare, senza portare con sé nessuna arma dato che non ne aveva bisogno. Aveva solo il suo pugnale alla cintura e quello gli bastava. In effetti avrebbe anche potuto non usarlo. Preferiva entrare senza armi nella battaglia: questo prendeva i suoi avversari sempre alla sprovvista. E poi poteva sempre strappare le armi al proprio avversario e usarle contro di lui. Questo lo lasciava con un immediato arsenale ovunque andasse. Merk uscì di colpo da Boscobianco e gli alberi lasciarono il posto a pianure aperte e colline ondeggianti. Un grande sole rosso lo accolse, ormai basso all’orizzonte. La vallata si apriva davanti a lui, il cielo al di sopra nero, come se arrabbiato, pieno di fumo e in fondo le fiamme infuriavano laddove poteva solo esserci la fattoria della ragazza. Merk poteva sentire da lì le agghiaccianti grida di uomini, criminali le cui voci erano piene di soddisfazione e sete di sangue. Con occhio da professionista scrutò la scena del crimine e li vide subito, una decina di uomini con i volti illuminati dalle torce che tenevano in mano mentre correvano avanti e indietro dando fuoco a ogni cosa. Alcuni correvano dalle stalle alla casa posando le torce su tetti di paglia mentre altri massacravano il bestiame innocente colpendo gli animali con delle accette. Vide che uno di loro trascinava un corpo per i capelli nel fango. Una donna. Il cuore di Merk iniziò a battere forte nel cuore chiedendosi se si trattasse della ragazza e se lei fosse viva o morta. La stava trascinando verso quella che sembrava essere la famiglia della ragazza, tutti legati al fienile con delle corde. C’erano il padre e la madre e accanto a loro quelli che sembravano le sue sorelle, entrambe più piccole e giovani di lei. Mentre il vento spostava una nuvola di fumo nero Merk colse uno scorcio dei lunghi capelli biondi della persona trascinata, imbrattati di terra, e capì che era lei. Merk sentì un’ondata di adrenalina e partì di scatto correndo giù dalla collina. Entrò di corsa nel fango, correndo in mezzo alle fiamme e al fumo riuscendo finalmente a vedere ciò che stava accadendo: i familiari della ragazza, appoggiati alla parete, erano già tutti morti, con le gole tagliate e i corpi accasciati contro il muro. Provò un’ondata di sollievo vedendo che la ragazza che veniva trascinata era ancora viva e opponeva resistenza mentre la tiravano verso la sua famiglia. Vide che uno di quei delinquenti la stava aspettando con un pugnale in mano e capì che sarebbe stata la prossima vittima. Era arrivato troppo tardi per salvare la sua famiglia, ma non troppo tardi per risparmiare lei. Merk sapeva di dover prendere quegli uomini alla sprovvista. Rallentò il passo e si mise a camminare con calma fino al centro del complesso, come se avesse tutto il tempo del mondo a disposizione, aspettando che lo notassero e intenzionato a confonderli. Molto presto uno di essi lo vide. Il criminale si voltò immediatamente, scioccato dalla vista di un uomo che camminava con calma in mezzo a tutta quella carneficina, e avvertì i suoi compagni. Merk percepì tutti gli occhi confusi puntarsi su di lui mentre procedeva, camminando con noncuranza verso la ragazza. L’uomo che la teneva si guardò alle spalle e si fermò vedendolo, lasciando andare la presa e facendola cadere nel fango. Si girò e si avvicinò a Merk insieme agli altri. Tutti quanti lo accerchiarono, pronti a combattere. “Cos’abbiamo qui?” esclamò l’uomo che sembrava essere il loro capo. Era quello che aveva lasciato cadere la ragazza e non appena aveva messo gli occhi su Merk aveva sguainato una spada dalla cintura e ora si avvicinava mentre gli altri li accerchiavano. Merk guardava solo la ragazza, controllando e assicurandosi che fosse viva e non ferita. Fu sollevato di vederla agitarsi nel fango, riprendersi lentamente, sollevare la testa e guardarlo stordita e confusa. Merk era sollevato di non essere arrivato troppo tardi almeno per salvare lei. Forse questo era il primo passo sulla lunga strada che lo avrebbe portato alla redenzione. Si rese conto che forse non doveva iniziare nella torre, ma direttamente lì. Mentre la ragazza si girava nel fango sollevandosi sui gomiti i loro occhi si incontrarono e lui la vide illuminarsi di speranza. “Uccidili!” gridò. Merk rimase calmo, sempre camminando con naturalezza verso di lei come se non avesse neppure notato gli uomini attorno a sé. “Quindi conosci la ragazza?” gli chiese il capo. “Sei suo zio?” chiese un altro con tono derisorio. “O un fratello perso da tempo?” rise un altro ancora. “Sei venuto a proteggerla, vecchio mio?” lo canzonò un altro. Gli altri scoppiarono a ridere man mano che si avvicinavano. Senza darlo a vedere Merk stava silenziosamente osservando e considerando tutti i suoi avversari, valutandoli con la coda dell’occhio e determinandone il numero, la grandezza, la velocità alla quale si muovevano, le armi che possedevano. Analizzò quanti muscoli avessero in rapporto al grasso, cosa indossassero, quanta flessibilità avessero in quegli indumenti, quanto rapidamente avrebbero potuto ruotare su quegli stivali. Notò le loro armi – rozzi coltelli, pugnali sguainati, spade poco affilate – e considerò il modo in cui le tenevano, di fianco o davanti a loro, con quale mano. La maggior parte di essi non erano professionisti e nessuno si preoccupa veramente di lui. A parte uno. Quello con la balestra. Merk si annotò mentalmente di uccidere lui per primo. Entrò in una zona diversa, in un diverso modo di pensare, di essere, quello che sempre lo afferrava naturalmente ogni volta che si trovava per mano un confronto. Si trovava sommerso nel suo mondo, un mondo sul quale aveva ben poco controllo, un mondo che portava avanti il suo corpo. Era un mondo che gli dettava quanti uomini poteva uccidere e con quale velocità ed efficacia. Come causare il massimo dei danni con il minimo sforzo possibile. Si sentiva male per quegli uomini: non avevano idea di cosa stessero per affrontare. “Ehi! Sto parlando con te!” gridò il capo ora ad appena tre metri da lui, puntando la spada e sogghignando. Ma Merk continuò a camminare senza modificare atteggiamento, calmo e inespressivo. Si stava mantenendo concentrato, ascoltando a malapena le parole del loro capo, ora soffocata nella sua mente. Non avrebbe corso, né mostrato alcun segno di aggressione fino a che non fosse stato il momento giusto e poteva sentire quanto quegli uomini fossero confusi dalla sua mancanza di azione. “Ehi, ma lo sai che stai per morire?” insistette il capo. “Mi stai ascoltando?” Merk continuò a camminare con calma mentre l’uomo, infuriato, decise di non aspettare più. Gridò di rabbia, sollevò la spada e si lanciò alla carica puntando alla spalla di Merk. Merk si prese il suo tempo, senza reagire. Camminò con calma verso il suo aggressore, aspettando fino all’ultimo momento, assicurandosi di non irrigidirsi e di non mostrare alcun segno di resistenza. Attese fino a quando la spada del suo avversario raggiunse il punto più alto al di sopra della testa dell’uomo, il momento saliente di vulnerabilità di ogni uomo, come tempo prima aveva imparato. E poi, più veloce di quanto il suo nemico potesse prevedere, si lanciò in avanti come un serpente usando due dita per colpire il punto di pressione al di sotto dell’ascella dell’uomo. Il suo aggressore, con gli occhi strabuzzati per il dolore e la sorpresa, immediatamente lasciò cadere la spada. Merk si fece più vicino, gli avvolse un braccio attorno al suo e strinse come una morsa. Con lo stesso movimento afferrò l’uomo per la nuca e lo fece ruotare usandolo come scudo. Perché non era quello l’uomo di cui si preoccupava, ma di quello dietro di lui, quello con la balestra. Merk aveva deciso di attaccare prima quel bifolco solo per guadagnarsi uno scudo. Ruotò e si portò di fronte all’uomo con la balestra che, come aveva previsto, aveva già l’arco puntato contro di lui. Un attimo dopo udì il rumore rivelatore di una freccia scoccata e la vide volare in aria verso di sé. Tenne quindi ben stretto il suo scudo umano che si dimenava. Si udì un sussulto e Merk sentì il bifolco rabbrividire tra le sue braccia. Il capo gridò di dolore e Merk provò subito lui stesso uno scatto di dolore mentre un coltello gli entrava nello stomaco. Inizialmente si sentì confuso, ma poi capì che la freccia aveva trapassato il corpo del suo scudo umano e la punta era appena entrata anche nel suo ventre. Era penetrata forse solo di mezzo centimetro, non abbastanza da ferirlo seriamente, ma sufficientemente da fargli un male del diavolo. Calcolando il tempo che ci sarebbe voluto per ricaricare la balestra, Merk lasciò cadere il corpo floscio dell’uomo, afferrò la spada dalla sua mano e la lanciò. Quella ruotò in aria verso il criminale con la balestra e lo fece gridare, strabuzzando gli occhi per lo shock, conficcandoglisi nel petto. Lasciò cadere l’arco e cadde floscio a terra. Merk si voltò e pose gli occhi sugli altri criminali, tutti chiaramente scioccati. Due dei loro migliori uomini erano morti e ora sembravano insicuri. Si guardarono in un impacciato silenzio. “Chi sei?” esclamò infine uno di essi con voce nervosa. Merk sorrise e si scrocchiò le nocche assaporando il combattimento che ci sarebbe stato. “Io,” rispose, “sono quella cosa che vi tiene svegli la notte.” CAPITOLO CINQUE Duncan cavalcava con il suo esercito, il rumore di centinaia di cavalli che gli rimbombava nelle orecchie mentre li conduceva a sud, nel mezzo della notte, lontani da Argos. I suoi fidati comandanti cavalcavano accanto a lui, Anvin da una parte ed Arthfael dall’altra. Solo Vidar era rimasto di guardia a Volis, mentre diverse centinaia di uomini stavano allineati dietro di loro avanzando tutti insieme. Diversamente da altri capitani, Duncan amava cavalcare fianco a fianco con i suoi uomini, non li considerava suoi sudditi, ma piuttosto fratelli d’armi. Cavalcavano nella notte, il vento fresco nei capelli, la neve sotto i piedi. Era bello muoversi, essere diretti in battaglia, non trovarsi più riparati come codardi dietro le mura di Volis come Duncan aveva fatto per metà della sua vita. Si guardò alle spalle e scorse i suoi figli Brandon e Braxton che cavalcavano insieme ai suoi uomini e sebbene fosse fiero di averli con sé, non si sentiva preoccupato per loro quanto lo fosse per sua figlia Kyra. Nonostante tutto, ora dopo ora, sebbene si ripetesse continuamente di non preoccuparsi, si trovava continuamente a pensare a lei. Si chiedeva dove fosse adeso. Pensava a quel viaggio attraverso Escalon da sola, solamente con Dierdre, Andor e Leo ad accompagnarla, e il cuore gli doleva nel petto. Sapeva che il viaggio che le aveva fatto intraprendere era del tipo che avrebbe messo in pericolo anche il migliore dei suoi guerrieri. E fosse sopravvissuta sarebbe tornata come un guerriero più forte che mai, migliore di qualsiasi uomo ci fosse con lui adesso. Se non fosse tornata invece non si sarebbe dato pace mai più. Ma tempi disperati richiedevano misure disperate e Duncan aveva bisogno di lei ora più che mai per completare la sua impresa. Valicarono una collina e ne scesero un’altra. Mentre il vento aumentava Duncan guardò davanti a sé, le grandi pianure distese sotto la luce della luna, e pensò alla loro destinazione: Esefo. La fortezza sul mare, la città costruita sul porto, il punto di incrocio del nord-est il maggior porto per tutte le destinazioni. Era una città che confinava con il Mare delle Lacrime da una parte e un altro porto dall’altra e si diceva che chiunque avesse il controllo su Esefo controllasse una buona metà di Escalon. Era il porto più vicino ad Argos ed era una fortezza vitale: per questo Esefo doveva essere la sua prima tappa se voleva avere una qualche possibilità di mettere insieme una rivoluzione. Quella città un tempo grandiosa andava liberata. Il suo porto, in passato orgogliosamente pieno di navi con la bandiera di Escalon ora era colmo di imbarcazioni pandesiane, un umile ricordo di ciò che era stato un tempo. Duncan e Seavig, il signore di Esefo, erano stati amici un tempo. Erano andati in battaglia insieme come fratelli d’armi innumerevoli volte e Duncan aveva navigato con lui più di una volta. Ma dall’invasione si erano persi di vista. Seavig, un tempo un valoroso capitano, ora era un umile soldato incapace di solcare i mari, incapace di governare una città o visitare altre fortezze come altri capitani. Poteva anche darsi che lo tenessero detenuto e lo avessero etichettato come prigioniero come tutti gli altri capitani di Escalon. Duncan cavalcava nella notte, le colline illuminate solo dalle torce dei suoi uomini, centinaia di lampi di luce diretti verso sud. Mentre avanzavano la neve cadeva e il vento infuriava e le torce restavano accese a fatica mentre la luna lottava per fare capolino tra le nuvole. Ma l’esercito di Duncan andava avanti guadagnando terreno. Quegli uomini sarebbero andati ovunque sulla faccia della terra per lui. Duncan sapeva che era insolito attaccare di notte, tanto più con la neve, ma lui era sempre stato un guerriero poco convenzionale. Questo gli aveva permesso di distinguersi tra i ranghi e diventare il primo comandante del vecchio re; questo lo aveva portato ad avere una fortezza tutta per sé. E sempre questo lo aveva fatto diventare uno dei più rispettati tra i capitani dispersi. Duncan non faceva mai ciò che facevano gli altri. C’era un motto che cercava di seguire nella sua vita: fare ciò che gli altri meno si aspettano. I Pandesiani non si sarebbero mai aspettati un attacco dato che la notizia della rivolta di Duncan non poteva essersi diffusa verso sud così rapidamente, non se Duncan fosse arrivato in tempo. E sicuramente non si sarebbero mai aspettati un attacco di notte, meno che meno in mezzo alla neve. Conoscevano i rischi del viaggiare di notte, di cavalli che si rompevano le gambe e di una miriade di altri problemi. Duncan sapeva bene che le guerre erano spesso vinte più per sorpresa e velocità che per effetto di forza. Duncan aveva programmato di viaggiare tutta la notte fino a raggiungere Esefo, di cercare di conquistare il vasto forte pandesiano e riprendere quella grandiosa città con le sue poche centinaia di uomini. E se avessero preso Esefo allora forse avrebbe guadagnato slancio per cominciare la guerra e riconquistare tutta Escalon. “Laggiù!” gridò Anvin indicando nella neve. Duncan abbassò lo sguardo nella vallata di sotto e scorse, in mezzo alla neve e alla nebbia, numerosi piccoli villaggi che punteggiavano la campagna. Sapeva che quei villaggi erano abitati da coraggiosi guerrieri leali ad Escalon. Ciascuno di loro aveva sicuramente una manciata di uomini, ma tutti insieme avrebbero fatto numero. Avrebbe potuto acquistare slancio e rimpinguare i ranghi del suo esercito. Duncan gridò al di sopra del vento e del rumore dei cavalli per farsi sentire. “Fate suonare i corni!” I suoi uomini suonarono una serie di corni, l’antico grido di raccolta di Escalon, un suono che gli scaldava il cuore, un suono che ad Escalon non si sentiva da anni. Era un suono che sarebbe stato familiare ai suoi compagni della campagna, un suono che avrebbe detto loro ciò che avevano bisogno di sapere. Se c’erano dei brav’uomini in quel villaggio, quel suono li avrebbe smossi. I corni suonarono ripetutamente e mentre si avvicinavano lentamente nei villaggi vennero accese delle torce. I paesani allertati dalla loro presenza, iniziarono a scendere nelle strade con le torce che baluginavano nella neve. Gli uomini si vestirono frettolosamente, afferrarono le loro armi e si misero le rozze armature che avevano. Guardarono tutti verso la collina e videro Duncan e i suoi uomini che si avvicinavano facendo loro segno come se pieni di domande. Duncan poteva solo immaginare l’effetto prodotto dalla vista dei suoi uomini che galoppavano nel fitto della notte, nella tempesta di neve, scendendo la collina e sollevando centinaia di torce come una legione di fuoco che combatteva la neve. Duncan e i suoi raggiunsero il primo villaggio e si fermarono, le loro torce che illuminavano i volti sorpresi. Duncan guardò i volti speranzosi di quegli uomini e mostrò il suo più feroce sguardo da battaglia, preparandosi ad ispirare i suoi seguaci come mai prima d’ora. “Uomini di Escalon!” disse con voce tonante facendo rallentare i cavalli al passo e girando attorno nel tentativo di rivolgersi a tutti mentre gli si raccoglievano attorno. “Abbiamo sofferto troppo a lungo sotto l’oppressione di Pandesia! Potete scegliere di stare qui e continuare a vivere in questo villaggio ricordando la Escalon di un tempo. Oppure potete insorgere da uomini liberi e aiutarci ad iniziare la grande guerra per la libertà!” Si levò un grido di gioia tra gli abitanti del villaggio che all’unanimità corsero in avanti. “I Pandesiani adesso stanno prendendo le nostre ragazze!” gridò un uomo. “Se questa è libertà, allora non so cosa significhi!” Tutti esultarono. “Siamo con te, Duncan!” gridò un altro. “Andremo con te verso la nostra morte!” Si levò un altro grido di gioia e gli uomini corsero a montare sui loro cavalli e si unirono al suo esercito. Duncan, soddisfatto per la crescita dei suoi ranghi, spronò il cavallo e continuò a cavalcare uscendo dal villaggio e iniziando a rendersi conto da quanto tempo Escalon aspettasse una rivolta. Presto raggiunsero un altro villaggio, gli uomini già fuori in attesa con le torce accese da quando avevano sentito i corni suonare e le grida e avevano visto l’esercito crescere capendo all’istante cosa stesse succedendo. I paesani del luogo si chiamavano tra loro riconoscendosi l’un l’altro e capendo cosa stava accadendo senza bisogno di altre parole. Duncan passò attraverso quel villaggio e non ci volle nessuno sforzo per convincere gli uomini – troppo desiderosi di libertà, troppo desiderosi di avere la propria dignità rinnovata – a montare a cavallo, afferrare le loro armi e unirsi ai ranghi di Duncan, ovunque dovesse portarli. Duncan passò di villaggio in villaggio coprendo tutta la campagna, illuminando la notte, nonostante il vento, nonostante la neve, nonostante il buio della notte. Il loro desiderio di libertà era troppo forte per fare qualcosa di diverso dall’illuminare la notte più buia, imbracciare le armi e riconquistarsi le proprie vite. * Duncan cavalcava nella notte conducendo il suo esercito verso sud, le mani screpolate e intorpidite per il freddo mentre stringeva le redini. Più avanzavano verso sud, più il terreno iniziava a cambiare e il freddo di Volis veniva sostituito dal fresco umido di Esefo, l’aria pesante che Duncan ricordava, pregna dell’umidità del mare e dell’odore del sale. Gli alberi erano più bassi qui, piegati dal vento, tutti apparentemente piegati dalle raffiche orientali che non cessavano mai. Valicarono una collina dopo l’altra. Le nuvole si fecero da parte nonostante la neve e la luna apparve nel cielo brillando su di loro e illuminando tutta la strada davanti a loro fino a dove riuscivano a vedere. Cavalcavano, guerrieri contro la notte, ed era una notte che Duncan avrebbe ricordato, lo sapeva bene, per il resto della sua vita. Sempre ammesso che fosse sopravvissuto. Quella sarebbe stata la battaglia dalla quale tutto dipendeva. Pensò a Kyra, alla sua famiglia, alla sua casa. Non voleva perderle. La sua vita era in linea insieme alle vite di tutti coloro che conosceva e amava ed era pronto a rischiare tutto quella notte. Duncan si guardò alle spalle e fu felice di vedere che aveva raccolto parecchie centinaia di uomini, tutti che procedevano insieme verso uno scopo comune. Sapeva che anche con quei numeri si sarebbero trovati in estrema minoranza, di fronte a un esercito di professionisti. Migliaia di Pandesiani si trovavano ad Esefo. Duncan sapeva che Seavig aveva ancora centinaia dei suoi uomini allontananti dall’esercito a sua disposizione, ovviamente, ma non si poteva sapere se avrebbe rischiato tutto per unirsi a lui. Duncan pensava che non l’avrebbe fatto. Presto si trovarono in cima all’ennesima collina e subito si fermarono tutti senza il bisogno di riceverne ordine. Perché lì in basso si distendeva il Mare delle Lacrime con le onde che si infrangevano contro la costa; il grande porto e la città di Esefo accanto ad esso. Sembrava che la città fosse stata costruita nel mare e le onde andavano a sbattere contro le sue mura di pietra. La città dava il retro alla vallata e si affacciava sul mare, con cancelli e inferriate che affondavano nell’acqua, più preoccupati di accogliere navi piuttosto che cavalli. Duncan studiò il porto, le innumerevoli navi che lo gremivano, e fu imbarazzato di vedere che tutte portavano l’insegna di Pandesia, il giallo e blu issati come un’offesa al suo cuore. Al vento sventolava l’emblema di Pandesia – un teschio nel becco di un’aquila – il che fece venire a Duncan la nausea. Il vedere una città così grandiosa tenuta prigioniera dai Pandesiani era fonte di vergogna per Duncan e anche nel buio della notte le sue guance avvamparono. Le navi stavano lì quasi compiacenti, ancorate al sicuro, nessuna nell’aspettativa di un attacco. Naturale. Chi avrebbe mai osato attaccare? Soprattutto nel buio della notte e nel mezzo di una tempesta di neve? Duncan percepì tutti gli occhi dei suoi uomini puntati su di lui e capì che il suo momento della verità era sopraggiunto. Aspettavano tutti il suo ordine fatidico, quello che avrebbe cambiato per sempre il destino di Escalon. Rimase sul suo cavallo, con il vento che ululava, sentendo il destino che traboccava in lui. Sapeva che quello era uno di quei momenti che avrebbe definito la sua vitae le vite di tutti quegli uomini. “CARICA!” tuonò. I suoi uomini esultarono e tutti insieme si lanciarono giù dalla collina, correndo verso il porto che si trovava a parecchie centinaia di metri. Sollevarono le torce in alto e Duncan sentì il cuore che gli martellava nel petto mentre il vento gli sferzava il volto. Sapeva che quella missione era un suicidio, ma sapeva anche che era talmente folle che avrebbe potuto funzionare. Attraversarono la campagna, i cavalli galoppavano così veloci che l’aria fredda quasi gli toglieva il fiato, e man mano che si avvicinavano al porto le mura di pietra ormai a cento metri da loro, Duncan si preparò per la battaglia. “ARCIERI!” gridò. Gli arcieri, cavalcando in file ben delineate dietro di lui, diedero fuoco alle frecce accendendone le punte con le torce e restarono in attesa di un suo ordine. Continuarono a galoppare, gli zoccoli dei cavalli come tuoni, i Pandesiani di sotto non ancora coscienti dell’attacco che stava sopraggiungendo. Duncan aspettò che fossero più vicini – quaranta metri, poi trenta, poi venti – e alla fine capì che era il momento giusto. “FUOCO!” La notte nera venne improvvisamente illuminata da migliaia di frecce infuocate che disegnarono un arco nel cielo, passando attraverso la neve e facendosi strada verso decine di navi pandesiane ancorate nel porto. Una alla volta, come delle lucciole, trovarono i loro bersagli atterrando sulle lunghe tele sventolanti delle vele pandesiane. Non ci vollero che pochi istanti perché le navi si incendiassero: prima le vele e poi le intere imbarcazioni presero fuoco e le fiamme si diffusero rapidamente nel porto ventoso. “DI NUOVO!” gridò Duncan. Raffica dopo raffica le frecce dalle punte infuocate caddero come gocce di pioggia sulla flotta pandesiana. La flotta rimase inizialmente silenziosa nella quiete mortale della notte, i soldati tutti ben addormentati, tutti completamente ignari. Duncan si rendeva conto che i Pandesiani erano diventati troppo arroganti, troppo compiacenti, senza minimamente sospettare un attacco del genere. Duncan non concesse loro tempo per organizzarsi: rinvigorito galoppò in avanti avvicinandosi rapidamente al porto. Fece strada fino alle mura di pietra che circondavano il porto. “TORCE!” gridò. I suoi uomini galopparono fino alla costa, sollevarono le torce in alto e con un grande grido seguirono l’esempio del loro capitano e scagliarono le torce sulle navi più vicine. I pesanti tizzoni infuocati atterrarono come delle mazze sui pontili e i tonfi riempirono l’aria mentre decine di altre barche venivano incendiate. I pochi soldati pandesiani in servizio notarono troppo tardi ciò che stava accadendo e si trovarono imprigionati in un’ondata di fiamme, gridando e lanciandosi fuori bordo. Duncan sapeva che era solo questione di tempo perché anche il resto dei Pandesiani si svegliassero. “CORNI!” gridò. Vennero fatti risuonare i corni lungo i ranghi, l’antico grido di raccolta di Escalon, quei suoni brevi che sapeva che Seavig avrebbe riconosciuto. Sperava che lo incitassero. Duncan smontò da cavallo, sguainò la spade e corse verso le mura del porto. Senza esitare saltò sul basso muretto e da lì su una nave in fiamme facendo strada nell’attacco. Doveva finire i Pandesiani prima che potessero organizzarsi. Anvin ed Arthfael attaccarono al suo fianco ed i suoi si unirono a loro lanciando un grandioso grido di battaglia mentre gettavano le loro vite al vento. Dopo così tanti anni di sottomissione era sopraggiunto il loro giorno della vendetta. I Pandesiani alla fine vennero destati. I soldati iniziarono ad emergere da sottocoperta riversandosi in avanti come formiche, tossendo per il fumo, frastornati e confusi. Videro Duncan e i suoi uomini e sguainarono le spade attaccandoli. Duncan si trovò ad essere affrontato da fiumi di uomini, ma non esitò. Al contrario, attaccò. Si lanciò in avanti e si abbassò quando il primo uomo tirava per prenderlo alla testa, poi si raddrizzò e pugnalò l’avversario al ventre. Un soldato mirò alla sua schiena, ma Duncan ruotò e parò il colpo, poi deviò la spada del soldato e lo infilzò al petto. Duncan combatteva eroicamente mentre veniva attaccato da ogni lato, ricordando i giorni di un tempo mentre si trovava immerso nella battaglia, lottando su ogni fronte. Quando gli uomini arrivavano troppo vicini per poterli raggiungere con la spada, si tirava indietro e dava loro un calcio creandosi lo spazio per colpire. In altri casi ruotava a dava gomitate, combattendo corpo a corpo negli spazi più stretti quando vi era costretto. Gli uomini cadevano attorno a lui e nessuno riusciva ad arrivargli addosso. Presto Duncan si trovò affiancato da Anvin ed Arthfael mentre decine dei suoi uomini accorrevano in aiuto. Quando Anvin lo raggiunse parò il colpo di un soldato che stava per attaccare Duncan alle spalle, risparmiandogli una ferita, mentre Arthfael si faceva avanti, sollevava la spada e fermava un’accetta che gli stava calando contro il volto. Allo stesso tempo subito Duncan avanzò e colpì il soldato al ventre aiutando Arthfael ad abbatterlo definitivamente. Combattevano tutti come una cosa sola, una macchina ben funzionante grazie a tutti gli anni passati insieme, tutti difendendosi a vicenda alle spalle mentre il clangore delle spade e delle armature riempiva la notte. Tutt’attorno a sé Duncan vedeva i suoi uomini salire sulle navi in ogni angolo del porto, attaccando la flotta tutti insieme. I soldati pandesiani accorrevano, tutti completamente svegli, alcuni di loro in fiamme. I guerrieri di Escalon combattevano tutti coraggiosamente in mezzo al fuoco; nessuno di loro arretrava neanche se le fiamme imperversavano attorno a loro. Duncan stesso lottò fino a quando non riuscì più a sollevare le braccia, sudando, con il fumo che gli faceva bruciare gli occhi, le spade che sbattevano tutt’attorno a lui, facendo cadere un soldato dopo l’altro impedendo loro di scappare a riva. Alla fine il fuoco si fece troppo caldo: i soldati pandesiani, con indosso le armature complete, intrappolati dalle fiamme balzarono dalle navi cadendo nelle acque di sotto. Duncan condusse i suoi uomini giù dalle imbarcazioni e sulle mura di pietra, di nuovo dalla parte interna del porto. Udì un grido e si voltò notando centinaia di soldati pandesiani che cercavano di seguirli, di scendere dalle navi. Quando fu sulla terraferma e l’ultimo dei suoi uomini fu sceso, si voltò, sollevò la spada in alto e colpì le grosse funi che tenevano le navi attraccate a riva. “LE FUNI!” gridò Duncan. Per tutto il porto i suoi uomini seguirono il suo comando e tagliarono le funi che tenevano la flotta legata alla costa. Quando la grossa fune davanti a lui si spezzò, Duncan mise un piede sul ponte e con un forte calcio spinse la nave lontano dalla riva. Sbuffò per lo sforzo e Anvin, Arthfael e decine di altri uomini accorsero unendosi a lui. Tutti insieme spinsero lo scafo incendiato verso il largo. La nave in fiamme, piena delle grida dei soldati, si spostò inevitabilmente verso le altre navi del porto e quando le raggiunse il fuoco si sparse anche su quelle. Gli uomini balzarono dalle navi a centinaia, gridando e affondando nelle nere acque del mare. Duncan rimase lì, respirando affannosamente, intento a guardare con occhi accesi l’intero porto che in breve si era acceso nella grandiosa conflagrazione. Migliaia di Pandesiani, ora tutti in piedi, emersero dalle cambuse delle altre navi, ma era troppo tardi. Emersero per trovarsi di fronte un muro di fuoco e con l’unica scelta di essere bruciati vivi o saltare verso l’annegamento nelle acque gelide. Tutti scelsero l’ultima opzione. Duncan guardava mentre il porto si riempiva presto di centinaia di corpi che galleggiavano nell’acqua, gridando nel tentativo di nuotare fino a riva. “ARCIERI!” gridò Duncan. Gli arcieri presero la mira e scoccarono una raffica di frecce dopo l’altra, mirando contro i soldati che si dimenavano. Uno alla volta andarono a segno e i Pandesiani affondarono. Le acque si fecero viscide di sangue e subito si udirono schiocchi di mandibole e grida mentre il mare si riempiva di squali gialli brillanti che banchettavano nel porto insanguinato. Duncan guardò oltre e lentamente capì cosa aveva fatto: l’intera flotta pandesiana che solo poche ore prima si trovava minacciosa nel porto, segno della conquista di Pandesia, ora non esisteva più. Le sue centinaia di navi erano state distrutte e bruciavano tutte insieme nella vittoria di Duncan. La sua rapidità e l’effetto sorpresa avevano funzionato. Si udì un forte grido tra i suoi uomini e Duncan si voltò per vederli esultare mentre guardavano le navi incendiate, i volti neri di fuliggine, esausti dopo il viaggio che era durato tutta la notte, ma tutti ubriachi di vittoria. Era un grido di sollievo. Un grido di libertà. Un grido che avevano aspettato per anni di poter liberare. Ma non avevano fatto a tempo a lanciarlo che un altro grido riempì l’aria – questo molto più minaccioso – seguito da un rumore che fece venire la pelle d’oca a Duncan. Si voltò e il cuore gli sprofondò nel petto vedendo i grandi cancelli delle caserme di pietra che lentamente si aprivano. Subito apparve una veduta spaventosa: migliaia di soldati Pandesiani, completamente armati e in perfetta formazione, un esercito di professionisti, molto più numeroso del suo, si stava preparando. E quando i cancelli furono aperti lanciarono un grido e li attaccarono direttamente. La bestia era stata svegliata. Ora sarebbe cominciata la vera guerra. CAPITOLO SEI Kyra, tenendosi stretta alla criniera di Andor, galoppava nella notte con Dierdre al fianco e Leo ai pedi, tutti lanciati nel mezzo delle pianure piene di neve a ovest di Argos, come ladri che fuggivano nell’oscurità. Mentre procedevano, ora dopo ora, con il suono degli zoccoli dei cavalli che rimbombava nelle orecchie, Kyra si trovò persa nel suo mondo di pensieri. Immaginava cosa potesse trovarsi davanti a lei, nella Torre di Ur, chi potesse essere suo zio, cosa avrebbe potuto dire di lei, di sua madre. Poteva trattenere a stento l’eccitazione, ma doveva anche ammettere che provava paura. Sarebbe stato un lungo viaggio attraversare Escalon, un viaggio che mai aveva fatto prima d’ora. E di fronte a lei incombeva, come poteva vedere, il Bosco di Spine. Le pianure aperte giungevano al termine e presto si sarebbero trovati immersi in un claustrofobico bosco pieno di bestie selvagge. Sapeva che ogni regola sarebbe scomparsa una volta attraversata quella linea di alberi. La neve le sferzava il volto e il vento ululava nel mezzo delle piane. Kyra, con le mani intorpidite, lasciò cadere la torcia rendendosi conto che si era spenta da tempo. Continuò a galoppare nel buio, persa nei suoi pensieri. L’unico rumore era quello dei cavalli, della neve sotto di loro e del ringhio che di tanto in tanto Andor emetteva. Poteva sentire la sua rabbia, la sua natura indomita, diversa da ogni bestia avesse mai cavalcato prima. Era come se Andor non avesse paura di ciò che avevano davanti, ma sperasse invece apertamente in un confronto. Avvolta nelle sue pellicce Kyra sentì un’altra ondata di fame e udì Leo piagnucolare di nuovo. Capì quindi che non avrebbe potuto ignorare ancora a lungo il loro bisogno di cibo. Stavano cavalcando da ore e avevano già divorato le loro strisce di carne congelata. Si era resa conto troppo tardi che non si erano portati via provviste a sufficienza. Non c’era selvaggina che comparisse in quella notte nevosa e questo non era di buon auspicio. Avrebbero dovuto fermarsi e trovare presto qualcosa. Rallentarono e si avvicinarono al limitare del bosco. Leo ringhiava rivolto alla buia riga di alberi. Kyra si guardò alle spalle, osservò la distesa delle pianure di Argos, l’ultimo cielo aperto che avrebbe visto per un po’ di tempo. Si girò di nuovo e guardò il bosco e una parte di lei era riluttante a procedere. Conosceva la reputazione del Bosco di Spine e quello era un momento dal quale non si poteva tornare indietro. “Sei pronta?” chiese a Dierdre. Dierdre sembrava essere una ragazza diversa ora rispetto a quella che aveva conosciuto in prigione. Era più forte, più risoluta, come se fosse stata nel profondo dell’inferno e fosse tornata, pronta per affrontare qualsiasi cosa. “Il peggio che può succedere mi è già accaduto,” disse Dierdre con voce fredda e dura come il bosco che avevano davanti, una voce troppo matura per la sua età. Kyra annuì, comprendendo, e insieme partirono varcando la linea degli alberi. Nell’attimo in cui lo fecero Kyra subito sentì un brivido sebbene già di per sé la notte fosse fredda. Era più buio là dentro, più claustrofobico, pieno di antichi alberi neri con rami contorti che sembravano spine e fisse foglie nere. Il bosco non emanava un senso di pace, ma di pura malvagità. Procedevano a passo spedito, più veloci che potevano in mezzo a quegli alberi, con la neve e il ghiaccio che scricchiolavano sotto gli zoccoli dei loro cavalli. Presto si levarono i rumori di strane creature nascoste tra i rami. Kyra si voltò e osservò i dintorni cercando di scorgerne l’origine, ma senza trovarla. Sentiva che qualcosa li osservava. Avanzarono addentrandosi sempre più nel bosco e Kyra cercò di dirigersi verso ovest e verso nord come suo padre le aveva detto, fino a che avrebbero trovato il mare. Mentre procedevano Leo e Andor ringhiavano alle creature nascoste che Kyra non poteva vedere mentre si abbassava sotto i rami che la graffiavano. Kyra soppesò la lunga strada che avevano davanti. Era eccitata all’idea della sua impresa, ma desiderava anche stare con la sua gente, combattere al loro fianco nella guerra che era iniziata. Già provava una certa urgenza di tornare. Ora dopo ora Kyra continuò a scrutare nel bosco, chiedendosi quanto sarebbe passato prima di raggiungere il mare. Sapeva che era rischioso cavalcare in una tale oscurità, ma sapeva che era altrettanto rischioso accamparsi là fuori da sole, soprattutto quando udì un altro rumore che la fece sobbalzare. “Dov’è il mare?” chiese infine Kyra a Dierdre, più che altro per rompere il silenzio. Dall’espressione di Dierdre era evidente che l’aveva risvegliata dai suoi pensieri. Poteva solo immaginare in quali incubi fosse persa. Dierdre scosse la testa. “Vorrei tanto saperlo,” rispose con voce roca. Kyra era confusa. “Non sei venuta da questa parte quando ti hanno presa?” le chiese. Dierdre scrollò le spalle. Ero chiusa in una gabbia dietro a un carro,” rispose. “E senza conoscenza per la maggior parte del viaggio. Avrebbero potuto portarmi da qualsiasi parte. Non conosco questo bosco.” Sospirò scrutando l’oscurità. “Ma quando saremo più vicini a Boscobianco dovrei riconoscere di più il posto.” Continuarono ricadendo in un piacevole silenzio e Kyra non poté fare a meno di porsi domande su Dierdre e sul suo passato. Poteva sentire la sua forza, a anche la sua profonda tristezza. Kyra si trovò a consumarsi in pensieri bui relativi al viaggio che avevano davanti, alla loro mancanza di cibo, al freddo pungente e alle creature selvagge che le attendevano. Si voltò verso Dierdre intenzionata a distrarsi. “Raccontami della Torre di Ur,” le disse. “Com’è?” Dierdre la guardò con dei cerchi neri sotto gli occhi e scrollò le spalle. “Non sono mai stata alla torre,” rispose. “Vengo dalla città di Ur e quella si trova a una buona giornata di viaggio verso sud.” “Allora raccontami della tua città,” le disse Kyra, volendo pensare a qualsiasi altra cosa ma non a quel posto. Gli occhi di Dierdre si accesero. “Ur è una città bellissima,” disse con voce carica di desiderio. “Si trova vicino al mare.” “Anche noi abbiamo una città a sud che si trova vicino al mare,” disse Kyra. “Esefo. Si trova a un giorno di viaggio da Volis. Ero solita andarci con mio padre quando ero piccola.” Dierdre scosse la testa. “Quello non è un mare,” rispose. Kyra era confusa. “Cosa intendi dire?” “Quello è il Mare delle Lacrime,” rispose Dierdre. “Ur si trova sul Mare del Dolore. Il nostro è un mare molto più esteso. Sulla vostra costa orientale ci sono piccole correnti; sulla nostra costa occidentale invece il Mare del Dolore ha onde alte quasi dieci metri che si infrangono sulle coste e una corrente che può trascinare via una nave in un istante, tanto più degli uomini, quando la luna è alta. La nostra città è l’unica in tutta Escalon dove le scogliere sono basse abbastanza da permettere alle navi di toccare la costa. Lì c’è la sola spiaggia di tutta Escalon. Ecco perché Andros è stata costruita solo a un giorno di viaggio a est rispetto a noi.” Kyra considerò le sue parole, felice di essere distratta. Ricordò di aver udito tutto questo in qualche lezione nella sua infanzia, ma non vi aveva mai riflettuto nel dettaglio. “E il tuo popolo?” chiese. “Come sono?” Dierdre sospirò. Un popolo valoroso,” rispose. “Come qualsiasi altro a Escalon. Ma anche diverso. Si dice che quelli di Ur abbiano un occhio su Escalon e uno sul mare. Noi guardiamo all’orizzonte. Siamo meno provinciali degli altri, forse perché tantissimi stranieri approdano sulle nostre coste. Gli uomini di Ur erano un tempo rinomati guerrieri, mio padre il migliore fra loro. Ora siamo dei sudditi come tutti gli altri.” Sospirò e seguì un lungo silenzio. Kyra fu sorpresa quando ricominciò a parlare. “La nostra città è divisa da canali,” continuò Dierdre. “Quando ero una ragazzina mi sedevo sulla sponda e guardavo le navi che entravano e uscivano per ore, a volte per giorni. Venivano da noi da ogni parte del mondo, tutte con diverse bandiere e vele e colori. Portavano spezie e sete, armi e prelibatezze di ogni sorta, a volte anche animali. Guardavo la gente che andava e veniva e mi facevo domande sulle loro vite. Volevo con tutta me stessa essere uno di loro.” Sorrise, una cosa insolita, con gli occhi accesi dal ricordo. “Avevo un sogno,” disse. “Quando fossi diventata grande mi sarei imbarcata su una di quelle navi e avrei navigato verso qualche terra straniera. Avrei trovato il mio principe e saremmo vissuti in un’isola grandiosa, in un grande castello da qualche parte. Da qualche parte ma non ad Escalon.” Kyra si voltò e vide Dierdre che ancora sorrideva. “E ora?” le chiese. Il volto di Dierdre si fece serio mentre guardava la neve con espressione improvvisamente piena di tristezza. Scosse appena la testa. “È troppo tardi per me,” disse. “Dopo quello che mi hanno fatto.” “Non è mai troppo tardi,” disse Kyra volendo rassicurarla. Ma Dierdre scosse la testa. “Quelli erano sogni di una ragazza innocente,” disse con voce pesante e piena di rimorso. “Quella ragazza è sparita da tempo.” Kyra si sentiva triste per l’amica mentre continuavano in silenzio, inoltrandosi sempre più nel bosco. Avrebbe voluto alleviare il suo dolore, ma non sapeva come. Si interrogò sul dolore che alcune persone vivevano. Cosa le aveva detto suo padre una volta? Non farti ingannare dai volti degli uomini. Conduciamo tutti vite di silenziosa disperazione. Alcuni lo celano meglio di altri. Prova compassione per tutti, anche se non ne vedi alcun motivo apparente. “Il peggior giorno della mia vita,” continuò Dierdre, “è stato quando mio padre ha ceduto alla legge pandesiana, quando ha permesso che quelle navi entrassero nei nostri canali e ha fatto abbassare le nostre bandiere. Fu un giorno molto triste, addirittura più triste di quando concesse che mi portassero via.” Kyra capiva tutto anche troppo bene. Capiva il dolore che Dierdre aveva passato, il senso di tradimento. “E quando tornerai?” chiese Kyra. “Vedrai tuo padre?” Dierdre abbassò lo sguardo. Alla fine disse: “È ancora mio padre. Ha fatto un errore. Sono certa che non si è reso conto di cosa ne sarebbe stato di me. Penso che non sarà mai più lo stesso quando saprà cosa mi è successo. Voglio raccontarglielo. A quattr’occhi. Voglio che capisca il dolore che ho provato. Il suo tradimento. Deve capire cosa succede quando un uomo decide il destino di una donna.” Si asciugò una lacrima. “Una volta era il mio eroe. Non capisco come abbia potuto vendermi così.” “E ora?” chiese Kyra. Dierdre scosse la testa. “Non più. Ho smesso di fare degli uomini i miei eroi. Ne troverò di altri.” “E tu?” chiese Kyra. Dierdre la guardò confusa. “Cosa intendi dire?” “Perché guardare oltre te stessa?” le chiese. “Non puoi essere tu il tuo eroe?” Dierdre ridacchiò. “E perché dovrei?” “Tu sei un eroe per me,” disse Kyra. “Quello che hai sofferto là dentro io non potrò mai soffrirlo. Sei sopravvissuta. E più ancora, sei di nuovo in piedi e continui a crescere anche adesso. Questo ti rende un eroe ai miei occhi.” Dierdre sembrò riflettere sulle sue parole mentre continuavano nel silenzio. “E tu, Kyra?” chiese infine Dierdre “Dimmi qualcosa di te.” Kyra scrollò le spalle pensierosa. “Cosa ti piacerebbe sapere?” Dierdre si schiarì la gola. “Dimmi del drago. Cos’è successo? Non ho mai visto nulla del genere. Perché è venuto da te?” Esitò. “Chi sei?” Kyra fu sorpresa di scorgere della paura nella sua voce. Soppesò le sue parole, volendo rispondere sinceramente e desiderando avere una risposta. “Non lo so,” rispose alla fine con tutta sincerità. “Suppongo sia quello che scoprirò.” “Non lo sai?” insistette Dierdre. “Un drago scende dal cielo per combattere per te e tu non sai perché?” Kyra pensò a quanto folle apparisse, eppure non poté fare altro che scuotere la testa. Sollevò lo sguardo riflessiva verso il cielo e tra i rami intricati, nonostante tutta la speranza, sperò di scorgere un segno di Theo. Ma non vide altro che buio. Non udì alcun drago e il suo senso di isolamento si fece più profondo. “Sai che sei diversa, vero?” insistette Dierdre. Kyra scosse le spalle con le guance in fiamme sentendosi in imbarazzo. Si chiedeva se la sua amica la considerasse un qualcosa di strano. “Una volta ero sicura di tutto,” rispose Kyra. “Ma adesso… onestamente non lo so più.” Continuarono a cavalcare per ore, di nuovo in un agiato silenzio, a volte trottando quando il bosco si apriva un poco, altre volte con gli alberi così fitti che avevano bisogno di scendere e portare i cavalli a mano. Kyra si sentiva all’erta per tutto il tempo, sentendosi come se potessero essere attaccate in ogni momento, mai capace di rilassarsi in quella foresta. Non sapeva cosa le facesse più male: il freddo o la fame che le lacerava lo stomaco. Le facevano male i muscoli e non sentiva più le labbra. Era in una condizione misera. Non poteva concepire che la loro impresa fosse appena iniziata. Dopo altre ore Leo iniziò a piagnucolare. Era un suono strano, non il solito mugolio, ma il verso che faceva quando sentiva odore di cibo. Nello stesso momento anche Kyra fiutò qualcosa e Dierdre si voltò a guardare verso la stessa direzione. Kyra scrutò nel bosco, ma non vide nulla. Quando si fermarono ad ascoltare iniziò ad udire un lieve rumore di movimento più avanti. Si sentiva allo stesso eccitata per l’odore e nervosa per quello che poteva significare: altri stavano condividendo quella foresta con loro. Ricordò l’avvertimento di suo padre e l’ultima cosa che voleva era un confronto. Non lì e non in quel momento. Dierdre la guardò. “Sto morendo di fame,” disse. Anche Kyra sentiva le fitte della fame. “Chiunque sia, in una notte come questa,” le rispose, “ho la sensazione che non sia saggio condividere con lui.” “Abbiamo un sacco di oro,” disse Dierdre. “Forse ci venderanno qualcosa.” Ma Kyra scosse la testa provando una brutta sensazione mentre Leo piagnucolava e si leccava le labbra, chiaramente affamato. “Non penso sia una cosa saggia,” disse nonostante il dolore allo stomaco. “Dovremmo continuare lungo il nostro cammino.” “E se non troviamo cibo?” insistette Dierdre. “Potremmo morire tutti di fame qua fuori. Anche i nostri cavalli. Potrebbero passare giorni e questa potrebbe essere la nostra unica possibilità. E poi abbiamo poco di cui temere. Tu hai le tue armi. Io ho le mie, e poi abbiamo Leo e Andor. Se ne hai bisogno, puoi infilzare qualcuno con tre frecce prima ancora che sbatta le palpebre e potremmo scappare in tempo.” Ma Kyra esitava, poco convinta. “Inoltre dubito che un cacciatore con un poco di carne potrebbe farci mai del male,” aggiunse Dierdre. Kyra, percependo la fame di tutti gli altri, il loro desiderio di mangiare, non poté più resistere. “Non mi piace,” disse. “Andiamo lentamente e vediamo chi è. Se percepiamo pericolo, devi convenire con me e ce ne dobbiamo andare prima di arrivare troppo vicini.” Dierdre annuì. “Te lo prometto,” rispose. Si diressero tutti velocemente nel mezzo del bosco. Mentre l’odore si faceva più forte Kyra vide un lieve bagliore davanti a loro e mentre vi si dirigevano il cuore iniziò a batterle forte in petto chiedendosi chi potesse trovarsi là fuori. Rallentarono man mano che si avvicinavano, muovendosi con cautela e facendosi strada tra gli alberi. Il bagliore si fece più chiaro, il rumore più forte e Kyra percepì che si trovavano nei pressi di un grande gruppo di persone. Dierdre, meno cauta, lasciando che la propria fame prevalesse su di lei, andò più veloce muovendosi davanti e guadagnando un po’ di distanza. “Dierdre?” sibilò Kyra ordinandole di tornare indietro. Ma Dierdre continuò ad avanzare apparentemente sopraffatta dalla fame. Kyra si affrettò a raggiungerla e il bagliore si fece più intenso mentre Dierdre di fermava ai margini di una radura. Quando Kyra si fermò accanto a lei guardò oltre e fu scioccata da ciò che vide. Lì, nella radura, c’erano decina di maiali arrostiti su spiedi, grandi falò che illuminavano la notte. Il profumo era accattivante. Nella radura si trovavano anche decine di uomini e strizzando gli occhi Kyra rimase di sasso vedendo che si trattava di soldati pandesiani. Fu scioccata di vederli lì seduti attorno ai falò, ridendo, scherzando gli uni con gli altri, bevendo da fiaschi di vino e mangiando da mani piene di tozzi di carne. Dalla parte opposta della radura Kyra vide con sconforto un ammasso di gabbie di ferro con sbarre. Decine di volti scarni fissavano famelici, i volti di ragazzi e uomini, tutti disperati, tutti prigionieri. Kyra si rese conto all’istante di cosa si trattava. “Le Fiamme,” sibilò a Dierdre. “Li stanno portando a Le Fiamme.” Dierdre, ancora cinque metri buoni avanti a lei, non si voltò, gli occhi fissi sui maiali arrostiti. “Dierdre!” sibilò Kyra provando un senso di allarme. “Dobbiamo andarcene da qui all’istante!” Ma Dierdre non la ascoltò e Kyra, lanciando la cautela al vento, corse in avanti per afferrarla. L’aveva appena raggiunta quando improvvisamente percepì del movimento con la coda dell’occhio. Nello stesso momento Leo e Andor ringhiarono, ma era troppo tardi. Dal bosco emersero improvvisamente dei soldati pandesiani lanciando una grossa rete sopra di loro. Kyra si voltò e istintivamente allungò le mani dietro per afferrare il suo bastone, ma non ce ne fu il tempo. Prima che potesse rendersi conto di ciò che stava accadendo sentì la rete cadere su di lei e legarle le braccia e si rese conto con il cuore spezzato che ora erano schiavi di Pandesia. CAPITOLO SETTE Alec si dimenava mentre cadeva indietro sentendo la fredda aria che lo sferzava, lo stomaco che gli si stringeva mentre precipitava verso il suolo dove lo aspettava il branco di wilvox. Vide la vita scorrergli davanti agli occhi. Era fuggito al morso velenoso di una creatura là sopra solo per cadere verso quella che sarebbe sicuramente stata una morte istantanea di sotto. Accanto a lui anche Marco di dimenava mentre entrambi cadevano insieme. Era di poco sollievo. Alec non voleva veder morire anche l’amico. Alec sentì che sbatteva contro qualcosa, un dolore sordo gli attraversò la schiena e si aspettò di sentire le zanne affondargli nella carne. Ma fu sorpreso di accorgersi che era il corpo muscoloso di un wilvox quello che si dimenava sotto di lui. Era caduto così rapidamente che i wilvox non avevano avuto il tempo di reagire e lui era atterrato sui loro dorsi che avevano così attutito il colpo rimanendo schiacciati a terra. Udì un tonfo accanto a sé e vide Marco finire sopra un’altra di quelle creature mandando a terra anche quella, abbastanza almeno da evitare lo schiocco delle sue fauci. Questo lasciava solo pochi altri wilvox contro cui difendersi. Uno di essi scattò in azione calando i denti contro la pancia di Alec. Alec, ancora sdraiato di schiena con un wilvox sotto di sé, lasciò che il suo istinto avesse la meglio e mentre la bestia gli saltava addosso si tirò indietro, sollevò uno stivale e lo mise a protezione al di sopra della testa. La bestia atterrà sul suo piede e subito Alec lo spinse via facendolo volare indietro. Quello atterrò parecchi metri lontano, nella neve, facendo guadagnare ad Alec del tempo prezioso, oltre a una seconda possibilità. Конец ознакомительного фрагмента. Текст предоставлен ООО «ЛитРес». Прочитайте эту книгу целиком, купив полную легальную версию (https://www.litres.ru/pages/biblio_book/?art=43696039) на ЛитРес. Безопасно оплатить книгу можно банковской картой Visa, MasterCard, Maestro, со счета мобильного телефона, с платежного терминала, в салоне МТС или Связной, через PayPal, WebMoney, Яндекс.Деньги, QIWI Кошелек, бонусными картами или другим удобным Вам способом.