La Notte dei Prodi 
Morgan Rice


Re e Stregoni #6
Un fantasy pieno zeppo di azione che sicuramente verrà apprezzato dai fan dei precedenti romanzi di Morgan Rice insieme ai sostenitori di opere come il CICLO DELL’EREDITÀ di Christopher Paolini.. Amanti del fantasy per ragazzi divoreranno quest'ultima opera della Rice e imploreranno di averne ancora. The Wanderer, A Literary Journal (Parlando de L'Ascesa dei Draghi) LA NOTTE DEL VALORO è il libro numero #6 – e l’ultimo capitolo – nella serie fantasy epico campione d’incassi di Morgan Rice, RE E STREGONI (che ha inizio con L’ASCESA DEI DRAGHI, disponibile per il download gratuito) ! In LA NOTTE DEL VALOROSO, Kyra deve trovare un modo di liberarsi da Marda e fare ritorno ad Escalon con il Bastone della Verità. Se ci riuscirà, troverà ad aspettarla la più epica battaglia della sua vita e dovrà affrontare gli eserciti di Ra, una nazione di troll e un branco di draghi. Se i suoi poteri e l’arma di cui è in possesso saranno abbastanza forti, sua madre la aspetterà, pronta a rivelarle i segreti del suo destino e della sua nascita. Duncan dovrà resistere in maniera epica contro gli eserciti di Ra una volta per tutte. Ma anche se combatte la più grandiosa battaglia della sua vita, conducendo i suoi uomini all’attacco nella Gola del Diavolo, non può certo aspettarsi l’oscuro inganno che Ra ha preparato per lui. Nella Baia della Morte, Merk e la figlia di re Tarnis devono unirsi ad Alec e ai guerrieri delle Isole Perdute per combattere contro i draghi. Devono trovare Duncan e unirsi a lui per salvare Escalon, anche se Vesuvio è tornato a galla e non possono immaginare l’inganno che li attende. Nel finale epico di Re e Stregoni, le battaglia più drammatiche, le armi e la stregoneria porteranno tutte insieme a una conclusione inaspettata e mozzafiato, piena di tragedia da spezzare il cuore e rinascita ispiratrice. Con la sua forte atmosfera e i suoi personaggi complessi, LA NOTTE DEL VALOROSO è una saga di cavalieri e guerrieri, re e signori, onore e valore, magia, destino, mostri e draghi. È una storia di amore e cuori spezzati, di inganno, ambizione e tradimento. È un fantasy perfetto, che ci porta in un mondo che vivrà in noi per sempre e che incanterà lettori di ogni età. Se pensavate che non ci fosse più alcuna ragione di vita dopo la fine della serie L’ANELLO DELLO STREGONE, vi sbagliavate. In L’ASCESA DEI DRAGHI Morgan Rice è arrivata a ciò che promette di essere un’altra brillante saga, immergendoci in un mondo fantastico fatto di troll e draghi, di valore, onore e coraggio, magia e fede nel proprio destino. Morgan è riuscita di nuovo a creare un forte insieme di personaggi che ci faranno tifare per loro pagina dopo pagina… Consigliato per la biblioteca permanente di tutti i lettori amanti dei fantasy ben scritti. Books and Movie ReviewsRoberto Mattos





Morgan Rice

La Notte dei Prodi (Re e Stregoni—Libro 6)




Morgan Rice

Morgan Rice è autrice numero uno e oggi autrice statunitense campione d’incassi delle serie epiche fantasy L’ANELLO DELLO STREGONE, che comprende diciassette libri, della serie campione d’incassi APPUNTI DI UN VAMPIRO, che comprende undici libri (e che continuerà a pubblicarne altri); della serie campione d’incassi LA TRILOGIA DELLA SOPRAVVIVENZA, un thriller post-apocalittico che comprende due libri (e che continuerà a pubblicarne); e della nuova serie epica fantasy RE E STREGONI, che comprende sei libri. I libri di Morgan sono disponibili in formato stampa e audio e sono tradotti in 25 lingue.

La nuova serie epica fantasy di Morgan, DI CORONE E FI GLORIA, verrà pubblicata nell’aprile del 2016, iniziando con il libro#1, SCHIAVA, GUERRIERA, REGINA.

Morgan ama ricevere i vostri messaggi e commenti, quindi sentitevi liberi di visitare il suo sito www.morganricebooks.com (http://www.morganricebooks.com/) per iscrivervi alla sua mailing list, ricevere un libro in omaggio, gadget gratuiti, scaricare l’app gratuita e vedere in esclusiva le ultime notizie. Connettetevi a Facebook e Twitter e tenetevi sintonizzati!



Cosa dicono di Morgan Rice

“Se pensavate che non ci fosse più alcuna ragione di vita dopo la fine della serie L’ANELLO DELLO STREGONE, vi sbagliavate. In L’ASCESA DEI DRAGHI Morgan Rice è arrivata a ciò che promette di essere un’altra brillante saga, immergendoci in un mondo fantastico fatto di troll e draghi, di valore, onore e coraggio, magia e fede nel proprio destino. Morgan è riuscita di nuovo a creare un forte insieme di personaggi che ci faranno tifare per loro pagina dopo pagina… Consigliato per la biblioteca permanente di tutti i lettori amanti dei fantasy ben scritti.”

–-Books and Movie Reviews

Roberto Mattos



“L'ASCESA DEI DRAGHI ottiene grande successo direttamente dall'inizio… Un fantasy superiore… Inizia, come dovrebbe, con le lotte di un protagonista e si sposta poi nettamente verso una cerchia più ampia di cavalieri, draghi, magia, mostri e destino… Vi si trovano tutti gli intrighi di un fantasy di alto livello, dai soldati e le battaglie ai confronti con se stessi… Un libro di successo raccomandato per coloro che amano le storie epiche e fantasy pregne di giovani protagonisti potenti e credibili.”

–-Midwest Book Review

D. Donovan, eBook Reviewer



“Un fantasy pieno zeppo di azione che sicuramente verrà apprezzato dai fan dei precedenti romanzi di Morgan Rice insieme ai sostenitori di opere come il CICLO DELL’EREDITÀ di Christopher Paolini… Amanti del fantasy per ragazzi divoreranno quest'ultima opera della Rice e imploreranno di averne ancora.”

–-The Wanderer, A Literary Journal (Parlando de L'Ascesa dei Draghi)



“Un meraviglioso fantasy nel quale si intrecciano elementi di mistero e intrigo. Un’impresa da eroi parla della presa di coraggio e della realizzazione di uno scopo di vita che porta alla crescita, alla maturità e all’eccellenza… Per quelli che cercano corpose avventure fantasy: qui i protagonisti, gli stratagemmi e l’azione forniscono un vigoroso insieme di incontri che ben si concentrano sull’evoluzione di Thor da ragazzino sognatore e giovane che affronta l’impossibile pur di sopravvivere… Solo l’inizio di ciò che promette di essere una serie epica per ragazzi.”

--Midwest Book Review (D. Donovan, eBook Reviewer)



“L’ANELLO DELLO STREGONE ha tutti gli ingredienti per un successo immediato: intrighi, complotti, mistero, cavalieri valorosi, storie d’amore che fioriscono e cuori spezzati, inganno e tradimento. Una storia che vi terrà incollati al libro per ore e sarà in grado di riscuotere l’interesse di persone di ogni età. Non può mancare sugli scaffali dei lettori di fantasy.”

–-Books and Movie Reviews, Roberto Mattos



“In questo primo libro pieno zeppo d’azione della serie epica fantasy L’Anello dello Stregone (che conta attualmente 14 libri), la Rice presenta ai lettori il quattordicenne Thorgrin “Thor” McLeod, il cui sogno è quello di far parte della Legione d’Argento, i migliori cavalieri al servizio del re… Lo stile narrative della Rice è solido e le premesse sono intriganti.”

--Publishers Weekly



Libri di Morgan Rice




DI CORONE E DI GLORIA


SCHIAVA, GUERRIERA, REGINA (Libro #1)




RE E STREGONI


L’ASCESA DEI DRAGHI (Libro #1)


L’ASCESA DEL PRODE (Libro #2)


IL PESO DELL’ONORE (Libro #3)


LA FORGIA DEL VALORE (Libro #4)


ILREGNODELLEOMBRE (Libro #5)


LA NOTTE DEI PRODI (Libro #6)




L’ANELLO DELLO STREGONE


UN’IMPRESA DA EROI (Libro #1)


LA MARCIA DEI RE (Libro #2)


DESTINO DI DRAGHI (Libro #3)


GRIDO D’ONORE (Libro #4)


VOTO DI GLORIA (Libro #5)


UN COMPITO DI VALORE (Libro #6)


RITO DI SPADE (Libro #7)


CONCESSIONE D’ARMI (Libro #8)


UN CIELO DI INCANTESIMI (Libro #9)


UN MARE DI SCUDI (Libro #10)


REGNO D’ACCIAIO (Libro #11)


LA TERRA DEL FUOCO (Libro #12)


LA LEGGE DELLE REGINE (Libro #13)


GIURAMENTO FRATERNO (Libro #14)


SOGNO DA MORTALI (Libro #15)


GIOSTRA DI CAVALIERI (Libro #16)


IL DONO DELLA BATTAGLIA (Libro #17)




LA TRILOGIA DELLA SOPRAVVIVENZA


ARENA UNO: MERCANTI DI SCHIAVI (Libro #1)


ARENA DUE (Libro #2)




APPUNTI DI UN VAMPIRO


TRAMUTATA (Libro #1)


AMATA (Libro #2)


TRADITA (Libro #3)


DESTINATA (Libro #4)


DESIDERATA (Libro #5)


PROMESSA (Libro #6)


SPOSA (Libro #7)


TROVATA (Libro #8)


RISORTA (Libro #9)


BRAMATA (Libro #10)


PRESCELTA (Libro #11)


OSSESSIONATA (Libro #12)












Ascolta RE E STREGONI nella sua edizione Audio libro!


Copyright © 2015 by Morgan Rice

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This is a work of fiction. Names, characters, businesses, organizations, places, events, and incidents either are the product of the author’s imagination or are used fictionally. Any resemblance to actual persons, living or dead, is entirely coincidental.

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CAPITOLO UNO


Duncan camminava nel mezzo di ciò che restava dell’inondazione, l’acqua gli ricopriva i polpacci. Era affiancato da decine dei suoi uomini che attraversavano insieme a lui quel cimitero inondato. Centinaia di cadaveri pandesiani galleggiavano nell’acqua, andando a sbattere contro le sue gambe mentre passava in mezzo a ciò che restava del corso della Cascata Eterna. A perdita d’occhio si allungava un mare di cadaveri, soldati pandesiani che risalivano dal canyon ora ricoperto d’acqua e trasportati verso il deserto dalle acque che si stavano ritirando. C’era una solenne atmosfera di vittoria.

Duncan guardò nel canyon, straripante d’acqua, che ancora spingeva fuori cadaveri in ogni istante. Poi si voltò a scrutare l’orizzonte, verso la Cascata Eterna, dove i torrenti impetuosi avevano rallentato ed erano ora ridotti a dei rigoletti. Lentamente l’eccitazione della vittoria si fece sentire dentro di lui. Tutt’attorno l’aria iniziò a vibrare per le grida vittoriose dei suoi uomini stupefatti, tutti intenti a camminare in mezzo all’acqua, ancora increduli, rendendosi ora lentamente conto che avevano davvero vinto. Contro ogni probabilità erano sopravvissuti, avevano conquistato una legione molto più grande di loro. Leifall era arrivato in soccorso, dopotutto. Duncan sentiva una profonda gratitudine per i suoi leali soldati, per Leifall, Anvin e soprattutto suo figlio. Di fronte a presupposti grami, nessuno si era ritratto per la paura.

Si udì un rombo lontano e Duncan controllò l’orizzonte, felicissimo di vedere Leifall e i suoi uomini di Lepto, Anvin ed Aidan tra loro, Bianco che correva ai loro piedi, tutti di ritorno dalla Cascata Eterna, in viaggio per riunirsi a loro. Con loro c’era il piccolo esercito di Leifall, centinaia di uomini le cui gridai di trionfo si udivano anche da lì.

Duncan riguardò verso nord e vide in lontananza che l’orizzonte era completamente nero. Lì, a forse un giorno di viaggio da loro, si trovava ciò che restava dell’esercito pandesiano. Si stavano preparando a vendicare la loro sconfitta. Duncan sapeva che la prossima volta non avrebbero attaccato con diecimila uomini, ma con centomila.

Duncan sapeva che sarebbe successo a breve. Era stato fortunato una volta, ma non c’era modo che potesse sostenere un attacco da parte di centinaia di migliaia di soldati, neanche con il miglior trucco al mondo. Ed aveva anche esaurito tutti i trucchi. Aveva bisogno di una nuova strategia, e gli serviva velocemente.

Mentre i suoi uomini si raccoglievano attorno a lui, Duncan scrutò tutti i volti duri e sinceri, capendo che quei guerrieri cercavano in lui una guida. Sapeva che qualsiasi decisione avesse preso non avrebbe avuto un effetto solo su di lui, ma anche su quei grandiosi uomini, effettivamente sull’intero fato di Escalon. Doveva a tutti loro una saggia scelta.

Duncan si spremette le meningi desiderando che gli arrivasse una risposta, soppesando tutte le conseguenze di qualsiasi mossa strategica. Qualsiasi mossa portava con sé grossi rischi, tutte avrebbero generato ripercussioni misere e tutte si presentavano addirittura più rischiose di ciò che aveva appena fatto lì in quel canyon.

“Comandante?” chiese una voce.

Duncan si voltò e vide il volto furioso di Kavos che lo guardava con rispetto. Dietro di lui anche altre centinaia di uomini lo fissavano.  Stavano tutti aspettando un comando. Lo avevano seguito fino al limite e ne erano usciti vivi. Si fidavano di lui.

Duncan annuì respirando profondamente.

“Se ci scontriamo con i Pandesiani in campo aperto,” iniziò, “perderemo. Sono in una maggioranza di cento a uno rispetto a noi. Sono anche più riposati di noi, meglio armati ed equipaggiati. Saremmo tutti morti entro il tramonto.”

Duncan sospirò, con i suoi uomini che pendevano dalle sue labbra.

“Ma non possiamo scappare,” continuò, “né dovremmo farlo. Con i troll che pure stanno attaccando e i draghi che girano da queste parti, non abbiamo tempo di nasconderci, né di perderci in schermaglie. E poi nasconderci non è da noi. Abbiamo bisogno di una strategia coraggiosa, rapida e decisiva per sconfiggere gli invasori e liberare da loro la nostra terra una volta per tutte.”

Seguì un lungo silenzio, mentre Duncan soppesava il quasi impossibile compito che aveva davanti. Tutto ciò che poteva udire era il rumore del vento che soffiava nel deserto.

“Cosa proponi, Duncan?” insistette infine Kavos.

Lui lo guardò, stringendo e rilasciando il pugno sulla sua alabarda, fissandolo con intensità mentre le parole gli risuonavano nella testa. Doveva dare a questi grandi guerrieri una strategia. Non solo un modo di sopravvivere, ma di vincere.

Duncan pensò al territorio di Escalon. Sapeva che tutte le battaglie venivano vinte grazie al territorio, e la sua conoscenza della sua terra natale era forse l’unico vantaggio che gli restava in quella guerra. Rifletté sui luoghi di Escalon dove il territorio avrebbe potuto offrire un vantaggio naturale. Sarebbe dovuto essere un luogo assolutamente speciale, un luogo dove poche migliaia di uomini potessero sconfiggere centinaia di migliaia di avversari. C’erano pochi posti ad Escalon – pochi posti in qualsiasi luogo – che potessero permetterlo.

Eppure, ripensando alle leggende e ai racconti che gli avevano narrato suo padre e suo nonno prima di lui, ripensando a tutte le grandi battaglie che aveva studiato fino a quel giorno, si trovò a ricordare le lotte più eroiche, le più epiche, le battaglie dove pochi avevano combattuto contro molti. Ripetutamente la sua mente tornava a un solo posto: la Gola del Diavolo.

Il luogo degli eroi. Il luogo dove pochi uomini avevano sconfitto un esercito, dove tutti i grandiosi guerrieri di Escalon erano stati messi alla prova. La Gola offriva il passaggio più stretto di Escalon ed era forse l’unico luogo su quella terra dove fosse il terreno a definire la battaglia. Una parete di ripide scogliere e montagne si affacciavano sul mare lasciando solo uno stretto corridoio come passaggio, formando la gola che aveva preso con se parecchie vite. Costringeva gli uomini ad avanzare in fila indiana. Costringeva gli eserciti a passare in fila indiana. Creava una strozzatura dove pochi guerrieri, se ben disposti e abbastanza eroici, potevano sconfiggere un intero esercito. Almeno così dicevano le leggende.

“La Gola,” rispose alla fine Duncan.

Tutti sgranarono gli occhi e annuirono in segno di rispetto. La Gola era una decisione seria, era la loro ultima spiaggia. Era un luogo cui rivolgersi quando non c’era altro posto dove andare, un luogo dove gli uomini potevano vivere o morire, dove la terra poteva essere perduta o salvata. Era un luogo di leggenda. Un luogo di eroi.

“La Gola,” disse Kavos annuendo a lungo ed accarezzandosi la barba. “Forte. Ma resta un problema.”

Duncan lo guardò.

“La Gola è fatta per tenere gli invasori all’esterno, non all’interno,” rispose. “I Pandesiani sono già lì. Potremo forse bloccarne l’uscita e tenerli all’interno. Ma a noi serve che siano fuori.”

“Mai una volta ai tempi dei nostri antenati,” aggiunse Bramthos, “un esercito invasore, una volta attraversata la Gola, è stato costretto ad uscirne di nuovo. È troppo tardi. Ci sono già passati attraverso.”

Duncan annuì mentre pensava la stessa cosa.

“Questo l’ho considerato,” rispose. “Ma c’è sempre un modo. Magari possiamo indurli a tornare indietro, dall’altra parte. E poi, una volta arrivati a sud, possiamo bloccarli fuori e mettere in piedi il nostro attacco.”

Gli uomini lo guardarono chiaramente confusi.

“E come proponi di farlo?” chiese Kavos.

Duncan sguainò la spada, trovò un blocco di sabbia asciutta, vi si avvicinò e iniziò a disegnare. Tutti gli uomini si raccolsero attorno mentre la sua lama graffiava la sabbia.

“Alcuni di noi li attireranno attraverso la Gola,” disse disegnando una linea nella sabbia. “Il resto aspetterà dall’altra parte, pronti a chiudere. Faremo credere ai Pandesiani che ci stanno seguendo, che stiamo fuggendo. Il mio esercito, una volta attraversata la Gola, può tornare indietro passando nelle gallerie, fuoriuscire da questa parte della Gola e sbarrarla. Quindi tutti insieme potremo scatenare il nostro attacco.”

Kavos scosse la testa.

“E cosa ti fa pensare che Ra manderà il suo esercito attraverso la Gola?”

Duncan si sentiva determinato.

“Capisco Ra,” rispose. “Desidera la nostra distruzione. Desidera la vittoria completa e totale. Questo farà leva sulla sua arroganza e per questo manderà l’intero esercito alle nostre calcagna.”

Kavos scosse ancora la testa.

“Gli uomini che li attireranno all’interno,” disse, “si troveranno esposti. Sarà quasi impossibile riuscire a tornare indietro in tempo attraverso le gallerie. Quegli uomini potrebbero benissimo restare intrappolati e morire.”

Duncan annuì con espressione greve.

“Questo è il motivo per cui sarò io stesso a condurre quegli uomini,” disse.

Tutti lo guardarono con rispetto. Si accarezzavano le barbe, i volti segnati dalla preoccupazione e dal dubbio, tutti chiaramente consapevoli di quanto rischioso fosse.

“Potrebbe anche funzionare,” disse Kavos. “Potremmo anche attirare l’esercito pandesiano attraverso la gola e forse anche sbarrarla. Ma anche così, Ra non manderà tutti i suoi uomini. Qui ci sono solo le sue forze meridionali. Ha altri uomini sparpagliati nella nostra terra. Ha un potente esercito settentrionale che sorveglia il nord. Anche se vincessimo questa battaglia epica, non avremo vinto la guerra. I suoi uomini avrebbero ancora le mani su Escalon.”

Duncan annuì in risposta, pensando lui stesso la stessa cosa.

“È per questo che divideremo le forze,” rispose. “La metà di noi andrà verso la Gola, mentre l’altra metà si dirigerà a nord e attaccherà l’esercito settentrionale di Ra. Sarai tu a guidarli.”

Kavos lo guardò con sorpresa.

“Se vogliamo liberare Escalon, dobbiamo fare tutto contemporaneamente,” aggiunse Duncan. “Tu guiderai la battaglia a nord. Portali verso la tua patria, Kos. Conduci la battaglia sulle montagne. Nessuno può combattere lì meglio di voi.”

Kavos annuì, chiaramente apprezzando l’idea.

“E tu, Duncan?” chiese in risposta, con voce preoccupata. “Per quanto le mie possibilità siano magre a nord, le tue nella Gola sono ancora peggio.”

Duncan annuì e sorrise. Strinse la spalla di Kavos.

“Migliori possibilità di gloria quindi,” rispose.

Kavos sorrise ammirato.

“E la flottapandesiana?” si intromise Seavig, facendosi avanti. “Anche ora tengono in pugno l’ingresso a Ur. Escalon non può essere libera se loro posseggono il mare.”

Duncan sorrise all’amico mettendogli una mano sulla spalla.

“Questo è il motivo per cui tu prenderai i tuoi uomini e ti dirigerai verso la costa,” gli rispose. “Usa la tua flotta nascosta e naviga verso nord, fino al Mare dei Dispiaceri. Portati a Ur e con sufficiente scaltrezza potrai forse batterli.”

Seavig lo fissò accarezzandosi la barba, gli occhi accesi di malizia e audacia.

“Ti rendi conto che ci saranno una decina di navi contro un migliaio,” rispose.

Duncan annuì, e Seavig sorrise.

“Sapevo che c’era un motivo per cui mi piacevi,” rispose.

Seavig montò sul suo cavallo, seguito dai suoi uomini, e partì senza dire una parola di più, conducendoli nel deserto, diretti a ovest verso il mare.

Kavos si fece avanti, strinse la spalla di Duncan e lo guardò negli occhi.

“Ho sempre saputo che saremmo morti entrambi per Escalon,” disse. “Solo non sapevo che saremmo morti in un modo così glorioso. Sarà una morte all’altezza dei nostri antenati. Ti ringrazio per questo, Duncan. Ci hai fatto un grande dono.”

“E io ringrazio te,” rispose Duncan.

Kavos si voltò, fece un cenno ai suoi uomini, e senza dire un’altra parola montarono tutti a cavallo e partirono, diretti verso nord, verso Kos. Si lanciarono tutti al galoppo tra grida di gioia, sollevando una grossa nuvola di polvere.

Con questo Duncan rimase da solo con alcune centinaia di uomini, tutti intenti a guardarlo per avere un comando. Si voltò a guardarli.

“Leifall si avvicina,” disse, guardandoli vicini all’orizzonte. “Quando saranno qui andremo tutti insieme verso la Gola.”

Duncan si diresse verso il suo cavallo per montare in sella, ma improvvisamente una voce squarciò l’aria: “Comandante!”

Duncan si girò dalla parte opposta e fu scioccato da ciò che vide. Da est si stava avvicinando una figura solitaria che avanzava verso di loro attraverso il deserto. Il cuore di Duncan gli batteva nel petto mentre la guardava. Non poteva essere possibile.

I suoi uomini si fecero da parte mentre la ragazza si avvicinava. Il cuore di Duncan perse un battito e lentamente sentì gli occhi riempirsi di lacrime di gioia. Non poteva crederci. Lì, quasi un’apparizione dal deserto, c’era sua figlia.

Kyra.

Kyra camminava verso di loro, sola, un sorriso in volto, dritta incontro a lui. Duncan era frastornato. Come aveva fatto ad arrivare lì? Cosa ci stava facendo? Perché era sola? Aveva fatto tutta quella strada a piedi? Dov’era Andor? Dov’era il suo drago?

Niente di tutto ciò aveva alcun senso.

Eppure eccola lì in carne e ossa, sua figlia era tornata da lui. Il vederla lo fece sentire come se la sua anima venisse rigenerata. Sembrava che tutto tornasse a posto nel mondo, anche se solo per un momento.

“Kyra,” disse andandole incontro felice.

I soldati gli lasciarono spazio mentre Duncan si faceva avanti, sorridente e con le braccia tese, desideroso di abbracciarla. Anche lei gli sorrise e gli tese le braccia mentre gli andava incontro. Sapere che era viva fece riprendere senso a tutta la sua vita.

Duncan fece l’ultimo passo, così eccitato di abbracciarla, e lei gli si buttò fra le braccia.

“Kyra,” disse piangendo. “Sei viva. Sei tornata da me.”

Sentiva le lacrime scorrergli lungo il viso, lacrime di gioia e sollievo.

Ma stranamente, mentre la teneva stretta, lei restava ferma e in silenzio.

Lentamente Duncan capì che c’era qualcosa che non andava. Una frazione di secondo prima che se ne rendesse conto, si sentì pervadere completamente da un dolore accecante.

Sussultò, incapace di trattenere il respiro. Le lacrime di gioia rapidamente di tramutarono in lacrime di dolore, trovandosi senza fiato. Non riusciva a capire cosa stesse accadendo. Invece di un abbraccio affettuoso, sentiva una lama d’acciaio che gli trafiggeva le costole, spinta del tutto all’interno. Sentì una sensazione calda inondargli lo stomaco, si sentì intorpidito, incapace di respirare e pensare. Il dolore era così accecante, così feroce, così inaspettato. Abbassò lo sguardo e vide un pugnale piantato nel cuore. Rimase fermo, in stato di shock.

Sollevò lo sguardo su Kyra e la guardò negli occhi. Per quanto il dolore fosse tremendo, il suo tradimento lo era ancora di più. Non era preoccupato di morire. Ma morire ucciso da sua figlia lo faceva sentire a pezzi.

Mentre sentiva il mondo ruotargli da sotto i piedi, Duncan sbatté le palpebre, stupefatto, cercando di capire perché la persona che amava di più al mondo lo avesse tradito.

Kyra gli sorrise soltanto, senza mostrare alcun rimorso.

“Ciao padre,” disse. “Felice di rivederti.”




CAPITOLO DUE


Alec si trovava all’interno della bocca del drago, la Spada Incompleta stretta nelle mani tremanti, meravigliato mentre il sangue del drago gli si riversava addosso come una cascata. Guardò fuori tra le file di denti affilati come rasoi, ciascuno alto quanto lui, e si preparò mentre il drago cadeva dritto verso l’oceano di sotto. Si sentì lo stomaco salire in gola mentre l’acqua ghiacciata della Baia della Morte saliva ad accoglierlo. Sapeva che se non fosse rimasto ucciso nell’impatto, sarebbe stato comunque schiacciato a morte dal peso del drago.

Alec, ancora scioccato per essere riuscito ad uccidere quella bestia grandiosa, sapeva che il drago, con tutto il suo peso e a quella velocità, sarebbe affondato fino al fondale della Baia della Morte, e lo avrebbe portato con sé. La Spada Incompleta poteva uccidere un drago, ma nessuna spada poteva arrestarne la caduta. Peggio ancora, la mandibola del drago, ora molle, si stava chiudendo su di lui rilassandosi, minacciando di diventare una gabbia dalla quale Alec non sarebbe mai fuggito. Capì che avrebbe dovuto sbrigarsi se voleva avere qualche possibilità di sopravvivere.

Mentre il sangue sgorgava e gli ricadeva sulla testa dal palato della bocca del drago, Alec estrasse la spada e, mentre la mandibola quasi si serrava, si preparò e saltò. Gridò mentre cadeva volando nell’aria gelida e le zanne affilate del drago gli graffiavano la schiena, lacerandogli la carne. Per un momento la camicia rimase impigliata in uno dei denti e Alec pensò di non farcela. Dietro di sé sentì che le grosse mascelle si chiudevano di scatto, sentì la camicia che si lacerava e alla fine la propria caduta libera.

Alec si agitò mentre precipitava in aria, preparandosi alle acque nere e vorticanti che stavano di sotto.

Improvvisamente ci fu un tonfo e Alec provò lo shock di immergersi nell’acqua gelata, restando senza fiato per quella temperatura di ghiaccio. L’ultima cosa che vide quando sollevò lo sguardo fu il corpo morto del drago che piombava accanto a lui e stava per immergersi in acqua.

Il corpo del drago colpì la superficie con uno schianto tremendo, sollevando enormi onde d’acqua in ogni direzione. Fortunatamente mancò Alec per un pelo e l’onda si alzò allontanandosi dal cadavere della bestia. La corrente generata dall’impatto sollevò Alec di quasi dieci metri prima di fermarsi. Quindi, con terrore di Alec, iniziò a risucchiare ogni cosa attorno a sé come un enorme vortice.

Alec nuotò con tutte le sue forze per allontanarsi, ma non ne era capace. Per quanto ci provasse, l’unica cosa che seppe poi era che veniva risucchiato nel grosso vortice e portato in profondità.

Continuò a nuotare meglio che poteva, sempre tenendo stretta la spada, anche se ormai era a più di cinque metri dalla superficie, muovendo gambe e braccia nell’acqua gelata. Cercava di risalire, disperato, vedendo la luce del sole che brillava al di sopra. In quel momento vide anche un enorme squalo che inizia a nuotare verso di lui. Alec scorse lo scafo della nave che galleggiava di sopra e capì di non avere che pochi istanti per raggiungerlo e sopravvivere.

Con un ultimo colpo di gambe riuscì a raggiungere la superficie e annaspò in cerca di aria. Un momento dopo sentì delle forti mani che lo afferravano. Sollevò lo sguardo e vide Sovos che lo tirava a bordo della nave. Un attimo dopo veniva issato in aria, sempre con la spada in mano.

Eppure percepì con la coda dell’occhio del movimento e si girò per vedere un enorme squalo rosso che balzava fuori dall’acqua, diretto verso le sue gambe. Non c’era tempo.

Alec sentì che la spada gli vibrava in mano, dicendogli cosa fare. Era una sensazione diversa e mai provata prima. La brandì e gridò mentre la calava con tutte le sue forze, usando entrambe le mani.

Seguì il rumore dell’acciaio che trafiggeva la carne e Alec guardò scioccato la Spada Incompleta che tagliava a metà lo squalo. Le acque rosse furono presto brulicanti di squali che ne mangiavano i pezzi.

Un altro squalo saltò verso i suoi piedi, ma questa volta Alec si sentì tirare più su e atterrò con un tonfo sul ponte della barca.

Rotolò e sbuffò, ricoperto di botte e graffi. Respirava forte e sollevato, stanco, gocciolante acqua. Qualcuno subito lo coprì con una coperta.

“Come se uccidere un drago non fosse abbastanza,” disse Sovos con un sorriso, in piedi su di lui porgendogli un fiaschetto di vino. Alec ne prese un lungo sorso che gli scaldò lo stomaco.

La nave era piena zeppa di soldati, tutti in eccitato stato di confusione. Alec non ne era sorpreso: dopotutto non accadeva spesso che un drago venisse battuto da una spada. Guardò oltre e vide sul ponte, in mezzo alla folla, Merk e Lorna che erano chiaramente stati recuperati nel frattempo dalle acque. Merk sembrava un furfante, probabilmente un assassino, mentre Lorna era sorprendente, carica di un carattere etereo. Erano entrambi gocciolanti e sembravano storditi, sebbene felici di essere vivi.

Alec notò che tutti i soldati lo guardavano, stupefatti. Si alzò lentamente in piedi, scioccato di ciò che aveva appena fatto. Guardavano tutti dalla spada, ora gocciolante nella sua mano, a lui, come se fosse un dio. Non poté fare a meno di guardare lui stesso la spada, sentendone il peso nella mano, come una cosa viva. Guardò il misterioso metallo luccicante come se fosse un oggetto sconosciuto e rivisse nella sua mente il momento in cui aveva colpito il drago, il suo stupore nel trafiggergli la carne. Era meravigliato dal potere di quell’arma.

Forse ancor più di questo, Alec non poteva che chiedersi chi fosse lui stesso. Come poteva lui, un semplice ragazzo proveniente da un semplice villaggio, uccidere un drago? Cos’aveva il destino in serbo per lui? Stava iniziando a credere che non si trattasse di un destino ordinario.

Alec sentì gli schiocchi di migliaia di mascelle e guardò oltre il parapetto vedendo un branco di squali rossi che ora stavano divorando la carcassa dell’enorme drago che galleggiava in superficie. Le acque nere della Baia della Morte erano ora rosso sangue. Alec guardò la carcassa che galleggiava e realizzò che l’aveva veramente fatto. In qualche modo aveva ucciso un drago. Lui, da solo, in tutta Escalon.

Forti ruggiti riempirono il cielo e Alec sollevò lo sguardo vedendo decine di altri draghi che volavano in cerchio tenendosi distanti, soffiando colonne di fuoco, desiderosi di vendetta. Anche se tutti lo guardavano, alcuni sembravano timorosi di avvicinarsi. Molti si distaccarono dal gruppo quando videro il compagno che galleggiava morto nell’acqua.

Ma altri ruggirono di rabbia e si lanciarono contro di lui.

Mentre li guardava scendere, Alec non attese. Corse verso poppa, saltò sul parapetto e li affrontò. Sentiva il potere della spada che gli scorreva dentro, spronandolo ad andare avanti, e mentre se ne stava lì in piedi provò una nuova fortissima determinazione. Si sentiva come se la spada lo stesse guidando. Lui e quell’arma erano ora un tutt’uno.

Il branco di draghi scese dritto verso di lui. Uno enorme con brillanti occhi verdi li guidava, ruggendo mentre sparava fiamme. Alec tenne alta la spada, sentendone la vibrazione nella mano e ricavandone coraggio. Sapeva che c’era in ballo il destino di Escalon.

Alec provò uno slancio di coraggio mai sentito prima e lanciò un grido di battaglia. Subito la spada si illuminò. Un’intensa esplosione di luce ne scaturì levandosi verso l’alto e bloccando il muro di fuoco a metà strada in cielo. Continuò a salire fino a che le fiamme invertirono il loro corso. Quando Alec fece nuovamente roteare la spada, il drago ruggì e la sua stessa colonna di fuoco lo inglobò. Ora rinchiuso in una grossa palla di fuoco, il drago ruggiva e si dimenava mentre precipitava dritto in acqua.

Un altro drago si lanciò in basso, e di nuovo Alec alzò la spada bloccando il muro di fuoco e uccidendolo. Un altro drago ancora si abbassò e subito calò gli artigli come a voler afferrare Alec. Alec si girò e diede un colpo con la spada, scioccato di riuscire a tagliare le zampe della bestia. Il drago ringhiò e Alec, continuando lo stesso movimento, colpì ancora, prendendolo al fianco e aprendo una grossa ferita. Il drago si schiantò nell’oceano e mentre sbatteva le ali lì, incapace di volare, fu aggredito da una massa di squali.

Un altro drago, questo piccolo e rosso, scese dall’altra parte con le fauci spalancate. Subito Alec lasciò che il suo istinto lo guidasse e saltò in aria. La spada gli donava potere e lo fece saltare più alto di quanto avesse immaginato, al di sopra della testa del drago, atterrandogli sulla schiena.

Il drago ruggì e si dimenò, ma Alec si tenne saldamente. La bestia non riuscì a disarcionarlo.

Alec si sentiva più forte del drago, capace di comandarlo

“Drago!” gridò. “Io ti ordino! Attacca!”

Il drago non ebbe altra scelta che girarsi e volare verso l’alto, dritto verso il branco di compagni che stava scendendo, una decina già rivolti verso il basso. Alec li affrontò senza paura, diretto in volo verso di loro, tenendo la spada tesa davanti a sé. Quando si incontrarono in cielo, Alec fece roteare la spada più volte, con una forza e una velocità che non sapeva di possedere. Tagliò l’ala di un drago, la gola di un altro, ne trafisse uno al collo, poi si girò e tagliò la coda di un altro ancora. Uno alla volta i draghi precipitarono andando a schiantarsi in acqua, generando un vortice nella baia di sotto.

Alec non rallentò. Attaccò a più riprese il branco, attraversando il cielo da una parte all’altra senza mai tirarsi indietro. Era talmente preso dalla foga che per poco non notò che i pochi draghi rimasti si erano girati, ringhiando, e stavano volando via spaventati.

Alec faceva fatica a crederlo. Draghi. Spaventati.

Guardò in basso. Vide quanto in alto si trovava, vide la Baia della morte distesa sotto di lui, vide centinaia di navi, la maggior parte in fiamme, e migliaia di troll che galleggiavano, morti. L’isola di Knosso era pure incendiata e il suo grandioso forte era in rovina. Era una scena di caos e distruzione che si allargava a macchia d’olio.

Alec scorse la sua flotta e diresse il drago verso il basso. Quando si avvicinarono, sollevò la spada e la piantò nella schiena della bestia. Quella ruggì e iniziò a precipitare. Quando si furono avvicinati all’acqua, Alec fece un salto e atterrò in acqua accanto alla nave.

Immediatamente gli gettarono delle funi e lo tirarono di nuovo a bordo.

Quando si trovò sul ponte questa volta non rabbrividiva. Non provava più freddo, né stanchezza, né debolezza o timore. Invece sentiva una forza che mai aveva conosciuto. Si sentiva pieno di coraggio, di forza. Si sentiva come rinato.

Aveva annientato un branco di draghi.

E ora niente ad Escalon poteva fermarlo.




CAPITOLO TRE


Vesuvio, destato dalla sensazione di affilati artigli che gli strisciavano sul dorso della mano, aprì a fatica un occhio tenendo l’altro ancora sigillato. Sollevò lo sguardo, disorientato, e si trovò disteso a pancia in giù nella sabbia con le onde che si infrangevano alle sue spalle, l’acqua ghiacciata che gli risaliva fino alle gambe. Ricordò. Dopo quella battaglia epica era stato trasportato sulle rive della Baia della Morte. Si chiese da quanto fosse lì, privo di conoscenza. La marea ora stava lentamente salendo, pronta a trascinarlo via se non si fosse svegliato. Ma non fu il freddo dell’acqua a svegliarlo: era la creatura sulla sua mano.

Vesuvio si guardò la mano, aperta sulla sabbia, e vide un grosso granchio viola che gli piantava una chela sul dorso, tirando via un piccolo pezzetto di carne. Faceva con calma, come se Vesuvio fosse un cadavere. A ogni colpo Vesuvio sentiva un’ondata di dolore.

Non poteva biasimare quella creatura. Si guardò attorno e vide migliaia di cadaveri sparpagliati su quella spiaggia, ciò che restava del suo esercito di troll. Giacevano tutti lì, ricoperti di granchi viola che riempivano l’aria con il rumore delle loro chele. Il puzzo di troll in decomposizione lo avvolgeva e quasi lo soffocava. Quel granchio sulla sua mano era evidentemente il primo che avesse osato avventurarsi fino a Vesuvio. Gli altri probabilmente sentivano che era vivo e si prendevano tempo. Ma questo granchio coraggioso aveva sfruttato la sua possibilità. Decine di altri suoi simili si stavano dirigendo verso di lui adesso, seguendo titubanti il suo esempio. Vesuvio capì che nel giro di pochi momenti sarebbe stato ricoperto, mangiato vivo da quel piccolo esercito, se non fosse stato prima risucchiato dalle correnti gelide della Baia della Morte.

Provando una calda ondata di rabbia, Vesuvio allungò la mano libera, afferrò il granchio viola e lentamente lo strinse. Il granchio cercò di liberarsi, ma Vesuvio non gliel’avrebbe permesso. Si dimenò selvaggiamente cercando di raggiungerlo con le sue chele, ma Vesuvio lo teneva stretto, evitando che si girasse. Strinse sempre più forte, lentamente, con calma, provando enorme piacere nell’infliggere dolore. La creatura si lamentò, sibilando acutamente, mentre Vesuvio lentamente stringeva la mano fino a serrarla a pugno.

Alla fine il granchio esplose. Schizzi di sangue viola gli gocciolarono sulla mano mentre udiva il soddisfacente scricchiolio del guscio. Lo lasciò cadere, spappolato e ridotto in poltiglia.

Vesuvio si alzò su un ginocchio, ancora barcollante, e subito decine di granchi corsero via, chiaramente scioccati nel vedere un morto che si sollevava. Questo diede il via a una reazione a catena e mentre Vesuvio si alzava, migliaia di granchi si dispersero lasciando vuota la spiaggia. Vesuvio fece quindi i suoi primi passi sulla costa. Camminò tra i morti e lentamente tutto gli tornò alla mente.

La battaglia di Knosso. Stava vincendo, stava per distruggere Lorna e Merk, quando erano arrivati quei draghi. Ricordò che era caduto dall’isola, che aveva perso il suo esercito; ricordò la flotta in fiamme e alla fine di essere quasi annegato. Era stata una ritirata e bruciava di vergogna al solo pensiero. Si voltò e guardò fuori dalla baia, al luogo della sua sconfitta. Lì vide, in lontananza, l’Isola di Knosso ancora in fiamme. Vide i resti della sua flotta che galleggiavano, pezzi e parti di navi, alcuni che ancora bruciavano. E poi sentì un ruggito in alto. Sollevò lo sguardo e sbatté le palpebre.

Vesuvio non riusciva a capacitarsi di quello che aveva davanti. Non poteva essere. I draghi stavano cadendo dal cielo, precipitando nella baia, immobili.

Morti.

In alto vide un uomo solo che cavalcava uno dei draghi e combatteva contro di loro tenendosi stretto alla schiena della bestia, brandendo una spada. Alla fine il resto del branco si voltò e scappò.

Riguardò in acqua e vide, all’orizzonte, decine di navi con le bandiere delle Isole Perdute. Vide quindi che l’uomo si lanciava dall’ultimo drago e tornava alle navi. Scorse la ragazza, Lorna, l’assassino, Merk, e si sentì avvampare all’idea che fossero sopravvissuti.

Vesuvio si rigirò verso la costa ed esaminò la sua nazione di troll morti, mangiati dai granchi o ripresi dalla corrente e divorati dagli squali. Non si era mai sentito più solo. Si rendeva conto con shock di essere l’unico sopravvissuto dell’esercito che aveva portato.

Si girò e guardò a nord, verso l’entroterra di Escalon. Sapeva che da qualche parte lontano a nord, Le Fiamme erano state abbassate. Proprio in quel momento il suo popolo stava partendo da Marda e si stava dirigendo verso Escalon, milioni di troll che migravano a sud. Dopotutto Vesuvio era riuscito a raggiungere la Torre di Kos e a distruggere la Spada di Fuoco. E sicuramente la sua nazione aveva già sicuramente passato il confine e ora stavano facendo a pezzi Escalon. Avevano bisogno di una guida. Avevano bisogno di lui.

Vesuvio poteva anche aver perso quella battaglia, ma doveva ricordare che aveva vinto la guerra. Il suo maggiore momento di gloria, il momento che aveva atteso per tutta la sua vita, lo stava ancora aspettando. Era giunto per lui il momento di prendere il testimone, di condurre la sua gente verso una vittoria completa e totale.

Sì, penso mentre si metteva più eretto, rigettando il dolore, le ferite, il freddo. Aveva ottenuto ciò per cui era venuto qui. Che la ragazza e la sua gente di dimenassero in giro per l’oceano. Dopotutto lui aveva davanti a sé la distruzione di Escalon. Poteva sempre tornare più tardi ad ucciderla. Rise al pensiero. L’avrebbe sicuramente uccisa. L’avrebbe fatta a pezzi.

Vesuvio si mise a correre, prima lentamente, poi di tutta lena. Si sarebbe diretto a nord. Avrebbe incontrato la sua nazione. E li avrebbe guidati nella più grandiosa battaglia di sempre.

Era giunta l’ora di distruggere Escalon per sempre.

Presto Escalon e Marda sarebbero state un tutt’uno.




CAPITOLO QUATTRO


Kyle guardava con ammirazione le fessure della terra che si allargavano, migliaia di troll che cadevano incontro alla loro morte, dimenandosi e finendo nelle viscere della terra. Alva gli stava vicino con il bastone sollevato e un intenso raggio di luce che veniva proiettato da esso, così chiaro che Kyle doveva ripararsi gli occhi. Stava distruggendo l’esercito di troll, proteggendo il nord completamente da solo. Kyle aveva combattuto con tutto se stesso come anche Kolva al suo fianco, e mentre loro avevano abbattuto decine di troll in feroci combattimenti corpo a corpo prima di cadere feriti, le loro risorse si erano esaurite. Alva era l’unica cosa che stesse impedendo ai troll di invadere Escalon.

I troll si resero presto conto che quella fenditura li stava uccidendo e si fermarono dalla parte opposta, a quindici metri di distanza, capendo che era impossibile avanzare. Guardavano Alva, Kolva e Kyle, Dierdre e Marco, con occhi colmi di frustrazione. Mentre il crepaccio continuava ad allargarsi dalla loro parte, si girarono e fuggirono con il panico negli occhi.

Presto il grandioso e tonante scalpiccio si allontanò e ovunque calò il silenzio. L’ondata di troll si era fermata. Stavano ritornando a Marda? Si stavano riorganizzando per invadere da qualche altra parte? Kyle non poteva esserne sicuro.

Mentre tutto si acquietava, Kyle giaceva lì, dolorante per le ferrite. Guardò Alva che lentamente abbassava il bastone e la luce si spegneva attorno. Alva poi si girò verso di lui, tese una mano e appoggiò il palmo sulla fronte di Kyle. Sentì un’ondata di luce entrargli nel corpo, si sentì scaldare, illuminare, e nel giro di pochi momenti si sentì completamente guarito. Si mise a sedere, scioccato, sentendosi di nuovo in sé, e traboccante di gratitudine.

Alva si inginocchiò accanto a Kolva, gli mise una mano sullo stomaco e anche lui guarì. Nel giro di pochi istanti Kolva si alzò in piedi, chiaramente sorpreso di essere di nuovo sulle sue gambe, con la luce che gli brillava negli occhi. Dierdre e Marco vennero dopo, e mentre Alva imponeva le mani, anche loro venivano guariti. Allungò poi il bastone e toccò Leo ed Andor, che si alzarono in piedi, tutti guariti dal potere magico di Alva prima che le loro ferite li facessero fuori una volta per tutte.

Kyle rimase in piedi, diretto testimone del potere di quell’essere magico di cui aveva solo sentito parlare per la maggior parte della sua vita. Sapeva di trovarsi al cospetto di un vero maestro. Sentiva anche che si trattava di una presenza fugace, un maestro che non poteva restare.

“L’hai fatto,” disse Kyle, pieno di ammirazione e gratitudine. “Hai fermato l’intera nazione di troll.”

Alva scosse la testa.

“No,” rispose ponderatamente, con voce misurata e antica. “Li ho solo rallentati. Una grande e terribile distruzione sta venendo verso di noi.”

“Ma come?” insistette Kyle. “Il crepaccio, non potrebbero mai attraversarlo. Ne hai uccisi a migliaia. Non siamo salvi?”

Alva scosse la testa tristemente.

“Non hai iniziato a vedere neanche la punta di questa nazione. Ne devono arrivare ancora a milioni. La grande battaglia ha avuto inizio. La battaglia che deciderà il fato di Escalon.”

Alva camminava tra le macerie della Torre di Ur, facendosi strada con il bastone, e Kyle lo osservava, confuso come sempre da quell’enigma. Alla fine Alva si rivolse a Dierdre e Marco.

“Voi desiderate tornare a Ur, vero?” chiese loro.

Dierdre e Marco annuirono, con la speranza negli occhi.

“Andate,” ordinò.

Loro lo fissarono, chiaramente confusi.

“Ma lì non è rimasto nulla,” disse. “La città è stata distrutta. Inondata. La governano i Pandesiani adesso.”

“Tornare lì vorrebbe dire tornare verso la nostra morte,” si intromise Marco.

“Per ora,” rispose Alva. “Ma presto ci sarà bisogno di voi lì, quando la grande battaglia arriverà.”

Dierdre e Marco, non avendo bisogno di essere incitati ulteriormente, si voltarono e salirono insieme in groppa ad Andor e galopparono via, verso sud, attraverso il bosco, diretti di nuovo verso la città di Ur.

Leo rimase indietro, al fianco di Kyle, che gli accarezzò la testa.

“Pensi a me e pensi a Kyra, vero amico?” chiese Kyle a Leo.

Leo mugolò affettuosamente e Kyle capì che sarebbe rimasto al suo fianco per proteggerlo come se fosse Kyra. Lo sentì come un valoroso compagno di battaglia.

Kyle guardò pieno di dubbi Alva che si era girato e fissava i boschi a nord.

“E noi, mio maestro,” chiese Kyle. “Dove c’è bisogno di noi?”

“Proprio qui,” disse Alva.

Kyle fissò l’orizzonte e si unì a lui guardando verso nord, verso Marda.

“Stanno arrivando,” aggiunse Alva. “E noi tre siamo l’ultima e definitiva speranza.”




CAPITOLO CINQUE


Kyra era invasa dal panico mentre lottava nella tela del ragno, dimenandosi, volendo disperatamente liberarsi mentre l’enorme creatura strisciava verso di lei. Non voleva guardare, ma non riuscì a farne a meno. Si girò e si sentì ancora più terrorizzata vedendo il grosso ragno sibilante che incombeva su di lei avanzando e muovendo una lunga zampa alla volta. La fissava con i suoi grandi occhi rossi, sollevò le sue lunghe zampe pelose e nere e aprì la bocca mostrando delle zanne gialle che gocciolavano saliva. Kyra sapeva che le erano rimasti solo degli attimi in vita e che quello sarebbe stato un modo orribile per morire.

Mentre si dimenava, sentiva tutt’attorno a sé un ticchettio di ossa. Guardò oltre e vide i resti di tutte le vittime che erano morte prima di lei. Capì quindi che le sue possibilità di sopravvivenza erano veramente minime. Era bloccata in quella tela e non c’era niente che potesse fare.

Chiuse gli occhi sapendo che non c’era altra scelta. Non poteva fare affidamento sul mondo esterno. Doveva guardare dentro di sé. Sapeva che la risposta non giaceva nella forza esterna e nelle armi. Se si fosse affidata al mondo esterno, sarebbe morta.

Ma sentiva che internamente il suo potere era grande, infinito. Doveva andare a scomodare la sua forza interiore e raccogliere i poteri che aveva paura di affrontare. Doveva finalmente capire cosa la guidava, capire il risultato di tutto il suo allenamento spirituale.

Energia. Questo era ciò che Alva le aveva insegnato. Quando facciamo affidamento su noi stessi, usiamo solo una frazione della nostra energia, una frazione del nostro potenziale. Vai a bussare all’energia del mondo. L’intero universo sta aspettando di aiutarti.

Le stava scorrendo nelle vene, lo sentiva. Era quella cosa speciale con la quale era nata, che sua madre le aveva passato. Era il potere che scorreva in ogni cosa, come un fiume che strisciava sottoterra. Era lo stesso potere di cui aveva sempre avuto difficolta a fidarsi. Era la parte più profonda di se stessa, quella di cui ancora non si fidava completamente. Era la parte di cui aveva più paura, più che di un nemico. Avrebbe voluto chiamare sua madre, desiderando disperatamente il suo aiuto. Eppure sapeva che non la poteva raggiungere lì, in quella terra di Marda. Era completamente sola. Forse questo, il suo essere totalmente da sola, il fatto di non dipendere da nessun altro, era l’ultimo tassello dell’allenamento.

Kyra chiuse gli occhi, sapendo che doveva agire adesso o mai più. Sentiva di essere diventata più grande di se stessa, più grande di quel mondo che vedeva davanti a sé. Si sforzò di concentrarsi sull’energia interiore e poi su quella attorno a lei.

Lentamente si concentrò. Sentì l’energia della tela, del ragno, li poteva sentire scorrere in lei. Permise loro, lentamente, di divenire parte di lei. Smise di combatterci contro. Si concesse invece di diventare un tutt’uno con essi.

Kyra si sentì rallentare, sentì che il tempo rallentava. Si sintonizzò sul minimo dettaglio, udì ogni cosa, percepì ogni cosa attorno a sé.

Improvvisamente sentì un lampo di energia e capì, per la prima volta, che tutto l’universo era uno. Sentì cadere le pareti che lo separavano da lei, sentì che le barriere tra mondo interno ed esterno si dissolvevano. Sentì che la stessa distinzione tra i due mondi era falsa.

Subito sentì una spinta di energia, come se dentro di lei fosse stata alzata una diga. Le sue mani ardevano come se fossero in fiamme.

Kyra aprì gli occhi e vide il ragno, ora così vicino, che la guardava e si preparava a morderla. Si girò e vide il suo bastone a pochi metri, incastrato nella tela. Si allungò, senza più dubitare di sé. Richiamò il bastone e subito quello volò in aria finendole dritto in mano. Lo strinse.

Kyra usò il suo potere, sapendo di essere più forte di ciò che vedeva davanti a sé e fidandosi di se stessa. Subito sollevò il braccio che teneva il bastone e quello si liberò dalla tela.

Ruotò e non appena il ragno fu sul punto di chiudere le fauci su di lei, allungò il braccio e gli piantò il bastone in bocca.

Il ragno lanciò un tremendo grido e Kyra gli spinse il bastone in profondità nella bocca, girandolo di lato. La bestia cercò di chiudere la mandibola, ma non ci riuscì, dato che il bastone gliela teneva aperta.

Ma poi, con stupore di Kyra, chiuse la bocca e spezzò l’antico bastone a metà. Ruppe ciò che non poteva essere rotto, frantumandolo tra i denti come uno stuzzicadenti. Quella bestia era più potente di quanto avesse immaginato.

Il ragno si preparò ad attaccarla e subito il tempo rallentò. Kyra sentì che ogni cosa veniva messa a fuoco. Sentì dentro di sé che poteva liberarsi, che poteva essere più veloce del ragno e del tempo.

Scattò in avanti liberandosi e rotolò nella tela. Quando le fauci del ragno si abbassarono, lacerarono la tela invece di colpire lei.

Mentre Kyra si concentrava, sentì per la prima volta una debole vibrazione nell’aria, sentì qualcosa che la chiamava. Si voltò e fissò quello che, dalla parte opposta della tela, era l’oggetto per cui aveva compiuto quel viaggio a Marda: il Bastone della Verità. Si trovava lì, conficcato in un blocco di granito, etereo, scintillante sotto il cielo notturno.

Kyra sentì un’intensa connessione con il bastone, sentì un formicolio alle mani mentre allungava la destra. Lanciò il grido di battaglia più forte della sua vita e capì che quel bastone le avrebbe obbedito.

Improvvisamente sentì che la terra tremava sotto di lei. Capì che stava tirando l’arma fuori dal cuore stesso della terra, e per un glorioso momento non ebbe più dubbi su se stessa, sui suoi poteri o sull’universo.

Seguì un forte rumore di roccia che sfrega contro altra roccia, e vide con ammirazione che il bastone si alzava lentamente liberandosi dal granito. Poi volò in aria e la sua impugnatura nera e decorata di gioielli si posò nella sua mano. Lei lo afferrò e si sentì viva. Era come stringere un bastone, come tenere una cosa viva.

Senza esitare Kyra si girò e lo calò proprio mentre il ragno le piombava addosso. Il bastone improvvisamente si trasformò in una lama e tagliò a metà l’enorme tela.

Il ragno, stridendo, cadde a terra, chiaramente sorpreso.

Kyra si girò e tagliò di nuovo la tela, liberandosi completamente e atterrando in piedi. Teneva il bastone con entrambe le mani sollevato sopra la testa, aspettando che il ragno attaccasse. Lo affrontò coraggiosamente, facendosi avanti e colpendolo con il Bastone della Verità, usando tutta la sua forza. Sentì che il bastone tagliava il corpo spesso del ragno. La bestia lanciò uno stridio orrendo mentre veniva tagliato a metà.

Denso sangue nero sgorgò dalla bestia, mentre cadeva ai suoi piedi morta.

Kyra rimase lì con il bastone in mano, le braccia tremanti, sentendo un’ondata di energia mai provata prima. Sentì di essere cambiata in quel momento. Sentì di essere diventata più potente, che non sarebbe mai più stata la stessa. Sentì tutte le porte che aveva aperto e che ora ogni cosa era possibile.

In alto il cielo si rannuvolò e tuonò, illuminato da un lampo. Luce scarlatta si fece strada tra le nuvole, striandole come se stessero eruttando lava. Seguì un tremendo ruggito e Kyra fu felicissima di vedere Theon che sfrecciava tra le nubi. Capì che la barriera era stata abbassata quando aveva stretto il bastone. Per la prima volta capiva che era lei la predestinata a cambiare ogni cosa.

Theon atterrò ai suoi piedi e senza aspettare un solo secondo lei si issò sulla sua schiena ed entrambi si levarono in aria. I tuoni rombavano tutt’attorno a loro mentre volavano in cielo, diretti verso sud, lontano da Marda e verso Escalon. Kyra sapeva di essere scesa ai livelli più profondi e di aver vinto. Aveva superato la prova finale.

E ora, con il Bastone della Verità in mano, aveva una guerra da scatenare.




CAPITOLO SEI


Mentre navigavano via, Lorna guardava l’isola di Knosso che ancora ardeva e scompariva all’orizzonte. Aveva il cuore spezzato. Stava sulla prua della nave, le mani strette attorno al corrimano, Merk al suo fianco e la flotta delle Isole Perdute dietro di lei. Si sentiva tutti gli occhi addosso. Quell’isola adorata, casa dei Sorveglianti e dei coraggiosi guerrieri di Knosso, non esisteva più. Completamente in fiamme, il suo glorioso forte distrutto, anche gli amati guerrieri che vi avevano tenuto guardia per migliaia di anni erano ora tutti morti, uccisi dall’ondata di troll e finiti dal branco di draghi.

Lorna sentì del movimento e si voltò a guardare. Vide Alec che le si avvicinava, il ragazzo che aveva ucciso i draghi, che aveva finalmente fatto calare il silenzio sulla Baia della Morte. Se ne stava lì, frastornato quanto lei, con la spada in mano. Provava gratitudine nei suoi confronti, e nei confronti dell’arma che aveva in mano. La osservò, la Spada Incompleta, un oggetto bellissimo, e poté sentire l’intensa energia che ne proveniva. Ricordò la morte dei draghi e capì che quel ragazzo teneva in mano il destino di Escalon.

Lorna era grata di essere viva. Sapeva che lei e Merk avrebbero incontrato una morte fatale nella Baia della Morte se non fossero arrivati quegli uomini delle Isole Perdute. Eppure provava anche un’ondata di senso di colpa per coloro che non erano sopravvissuti. La cosa che le faceva più male era di non averlo previsto. Per tutta la sua vita aveva sempre previsto tutto, tutti i cambiamenti e le svolte del destino nella sua vita solitaria, a guardia della Torre di Kos. Aveva previsto l’arrivo dei troll, aveva previsto l’arrivo di Merk, e aveva persino previsto che la Spada di Fuoco sarebbe andata distrutta. Aveva previsto la grandiosa battaglia sull’isola di Knosso, ma non il suo esito. Non aveva previsto le fiamme, e neanche i draghi. Ora dubitava dei suoi stessi poteri e questo le faceva più male di qualsiasi altra cosa.

Come poteva accadere, si chiedeva? L’unica risposta poteva essere che il destino di Escalon stesse cambiando di momento in momento. Ciò che era stato scritto per migliaia di anni ora non era più scritto. Sentiva che il fato di Escalon era in equilibrio e in quel momento non aveva forma.

Lorna sentiva addosso gli occhi di tutti sulla nave, tutti in attesa di sapere dove sarebbero andati, quale destino ci fosse in serbo per loro, mentre si allontanavano dall’isola in fiamme. Con il mondo che ardeva nel caos, tutti la guardavano per una risposta.

Mentre Lorna stava lì, chiuse gli occhi e lentamente poté sentire la risposta che le saliva dentro, dicendole dove c’era più bisogno di loro. C’era qualcosa che oscurava la sua visione, però. Con un sussulto ricordò. Thurn.

Lorna aprì gli occhi e scrutò le acque sotto di loro, guardando ogni corpo che galleggiava e che passava vicino all’imbarcazione, un mare di corpi che andava a sbattere contro lo scafo. Anche gli altri marinai stavano osservando da ore, controllando i volti insieme a lei, ma fino ad ora non c’erano riusciti.

“Mia signora, la nave aspetta un tuo comando,” le disse gentilmente Merk.

“Stiamo controllando le acque da ore,” aggiunse Sovos. “Thurn è morto. Dobbiamo lasciar perdere.”

Lorna scosse la testa

“Sento che non è morto,” ribatté.

“Più di chiunque altro vorrei che non fosse così,” rispose Merk. “Gli devo la mia vita. Ci ha salvati dal fuoco del drago. Però l’abbiamo visto prendere fuoco e precipitare in mare.”

“Ma non lo abbiamo visto morire,” rispose Lorna.

Sovos sospirò.

“Anche se in qualche modo fosse sopravvissuto alla caduta, mia signora,” aggiunse Sovos, “non può essere anche sopravvissuto a queste acque. Dobbiamo lasciar perdere. La nostra flotta ha bisogno di una direzione.”

“No,” disse lei con tono decisivo, la voce squillante e autoritaria. La sentiva sorgere dentro di sé, una premonizione, un formicolio tra gli occhi. Le stava dicendo che Thurn era vivo là sotto, da qualche parte in mezzo ai resti del naufragio, in mezzo alle migliaia di corpi galleggianti.

Lorna scrutò le acque, aspettando e sperando, ascoltando. Gli doveva moltissimo e non aveva mai voltato le spalle a un amico. La Baia della Morte era lugubremente silenziosa, con tutti i troll morti, i draghi fuggiti, eppure aveva un suo suono: l’incessante ululare del vento, lo sciabordio di mille onde, gli scricchiolii della loro nave che ondeggiava senza sosta. Mentre ascoltava, udì le folate di vento più forti.

“C’è tempesta in arrivo, mia signora,” disse infine Sovos. “Abbiamo bisogno di una direzione.”

Sapeva che avevano ragione, ma non poteva lasciar perdere.

Proprio mentre Sovos apriva la bocca per parlare, improvvisamente Lorna provò un’ondata di eccitazione. Si chinò in avanti e adocchiò qualcosa in lontananza, qualcosa che galleggiava tra le acque, trasportato dalla corrente verso la nave. Provò un formicolio alle viscere e capì che era lui.

“LÌ!” gridò

Gli uomini corsero al parapetto e guardarono oltre il bordo, vedendolo anche loro: era Thurn che galleggiava in acqua. Lorna non sprecò tempo. Fece due grandi passi, balzò oltre il parapetto e si tuffò di testa, cadendo di quasi dieci metri in aria verso l’acqua gelata della baia.

“Lorna!” gridò Merk dietro di lei, con voce preoccupata.

Lorna vide gli squali rossi che nuotavano di sotto e capì la sua preoccupazione. Stavano accerchiando Thurn, ma mentre lo pungolavano, vide che non erano stati ancora capaci di perforare la sua armatura. Thurn era stato fortunato ad avere ancora l’armatura addosso, l’unica cosa che lo tenesse ancora in vita. E ancora più fortunato ad aver afferrato una tavola di legno che lo teneva a galla. Ma gli squali adesso stavano attaccando con maggior forza, diventando più impetuosi. Capì che il loro tempo era limitato.

Sapeva che gli squali sarebbero venuto anche addosso a lei, ma non esitò, non con la vita di Thurn in pericolo. Gli doveva tantissimo.

Lorna atterrò in acqua, scioccata dal freddo dell’acqua, e senza fare una pausa mosse gambe e braccia e nuotò sotto la superficie fino a raggiungerlo, usando il suo potere per muoversi più rapida degli squali. Gli mise le braccia attorno, lo afferrò e sentì che era vivo, sebbene privo di conoscenza. Gli squali iniziarono a nuotare verso di lei e lei si tenne stretta, pronta a fare qualsiasi cosa fosse necessaria per tenere Thurn e se stessa in vita.

Lorna improvvisamente vide delle funi che le venivano lanciate, ne afferrò una con forza e si sentì tirare su rapidamente, volando in aria. Non fu abbastanza presto: uno squalo rosso balzò dall’acqua e schioccò i denti, mancandole la gamba di un pelo.

Lorna, tenendo Thurn, venne trascinata in aria, salendo nel vento gelido, dondolando selvaggiamente e andando a sbattere contro lo scafo della nave. Un attimo dopo vennero tirati su dalla ciurma e prima di ritrovarsi a bordo Lorna lanciò un’occhiata agli squali che nuotavano di sotto, furiosi per aver perso un pasto.

Atterrò sul ponte con un tonfo, Thurn tra le braccia. Immediatamente si girò verso di lui e lo osservò. Aveva metà del volto sfigurato, bruciato dalle fiamme, ma almeno era sopravvissuto. Aveva gli occhi chiusi. Almeno non erano aperti verso il cielo, il che era un buon segno. Gli mise le mani sul cuore e sentì qualcosa. Per quanto leggero, c’era un battito.

Lorna lasciò le mani sul cuore e subito provò un’ondata di energia, un intenso calore che scorreva dalle sue mani a lui. Raccolse i suoi poteri e desiderò che Thurn tornasse in vita.

Thurn improvvisamente aprì gli occhi e si mise a sedere con un sussulto, respirando affannosamente e sputando acqua. Tossì e gli altri uomini accorsero avvolgendolo in pellicce per scaldarlo. Lorna era felicissima. Guardò il colore tornargli in viso e capì che avrebbe vissuto.

Improvvisamente sentì una pelliccia avvolta anche attorno alle sue spalle e voltandosi vide Merk vicino a lei, sorridente, che la aiutava a rimettersi in piedi.

Gli uomini presto si raccolsero attorno a lei guardandola con ancora maggiore rispetto.

“E ora?” le chiese con franchezza avvicinandosi a lei. Dovette quasi gridare per farsi sentire sopra al rumore del vento e agli scricchiolii della barca che dondolava.

Lorna sapeva che avevano poco tempo. Chiuse gli occhi e allungò le mani verso il cielo. Lentamente sentì l’essenza dell’universo. Con la Spada di Fuoco distrutta, Knosso sparita, i draghi fuggiti, aveva bisogno di sapere dove Escalon avesse maggior bisogno di loro in quel momento di crisi.

Improvvisamente sentì la vibrazione della Spada Incompleta accanto a lei e capì. Si voltò a guardare Alec e lui ricambiò lo sguardo, chiaramente in attesa.

Lei sentì lo speciale destino del ragazzo salire dentro di lei.

“Non dovrai più seguire i draghi,” disse. “Quelli che sono fuggiti non verranno più da te: ora ti temono. E se li cerchi, non li troverai. Sono andati a combattere altrove ad Escalon. La missione di distruggerli appartiene ora a qualcun altro.”

“Allora cosa devo fare, mia signora?” chiese lui, chiaramente sorpreso.

Lei chiuse gli occhi e sentì la risposta che stava venendo a lei.

“Le Fiamme,” rispose Lorna, sentendo la risposta con certezza. “Devono essere rimesse a posto. È l’unico modo per tenere Marda a bada ed evitare che distrugga Escalon. Questa è la cosa più importante adesso.”

Alec sembrava perplesso.

“E questo cos’ha a che fare con me?” chiese.

Lei lo fissò.

“La Spada Incompleta,” rispose. “È l’ultima speranza. Lei e solo lei può far risorgere il Muro di Fuoco. Dobbiamo farla tornare alla sua casa originale. Fino ad allora Escalon non potrà mai essere salva.”

Lui la guardò con volto sorpreso.

“E dove si trova la sua casa?” chiese mentre gli uomini si avvicinavano ad ascoltare.

“A nord,” rispose. “Nella Torre di Ur.”

“Ur?” chiese Alec, confuso. “La torre non è già stata distrutta?”

Lorna annuì.

“La torre sì,” rispose. “Ma non quello che ci sta dietro.

Fece un respiro profondo mentre tutti la guardavano rapiti.

“Nella torre c’è una camera segreta, sottoterra, in profondità. Non è mai stata la torre ad essere importante, quello era solo un diversivo. Era ciò che giaceva di sotto. Lì la Spada Incompleta troverà la sua casa. Quando la rimetterai lì, la terra sarà salva e Le Fiamme saranno rimesse in sesto per sempre.”

Alec fece un respiro profondo mentre ascoltava e capiva tutto.

“Vuoi che viaggi verso nord?” chiese. “Verso la torre?”

Annuì.

“Sarà un viaggio pieno di insidie,” rispose. “Troverai avversarsi da ogni parte. Prendi con te gli uomini delle Isole Perdute. Naviga il Mare dei Dispiaceri e non fermarti fino a che non raggiungerai Ur.”

Fece un passo avanti e gli mise una mano sulla spalla.

“Riporta la spada,” ordinò. “E salvaci.”

“E tu, mia signora?” chiese Alec.

Chiuse gli occhi e sentì una tremenda ondata di dolore, capendo all’istante dove doveva andare.

“Duncan muore mentre parliamo,” disse. “E solo io posso salvarlo.”




CAPITOLO SETTE


Aidan attraversava a cavallo la terra desolata insieme agli uomini di Leifall, Cassandra da una parte, Anvin dall’altra, Bianco ai suoi piedi, e mentre galoppavano, sollevando una nuvola di polvere, era felicissimo per la sensazione di vittoria e orgoglio che provava. Aveva dato una mano ad ottenere l’impossibile, riuscendo a deviare le cascate e a cambiare l’enorme scroscio della Cascata Eterna, mandando le acque nella piana e inondando il canyon, salvando suo padre giusto in tempo. Mentre si avvicinava, così desideroso di riunirsi a suo padre, Aidan poteva vedere i suoi uomini in lontananza, poteva udire le loro grida di giubilo anche da lì, sentendosi ancora più orgoglioso. Ce l’avevano fatta.

Aidan era felice che suo padre e i suoi uomini fossero sopravvissuti, che il canyon fosse stato inondato e che migliaia di Pandesiani fossero morti, spazzati ai loro piedi. Per la prima volta provava una forte determinazione e un radicato senso di appartenenza. Aveva veramente contribuito alla causa di suo padre, nonostante la sua giovane età, e si sentiva come un uomo tra gli uomini. Sentiva che quello era uno dei momenti più grandiosi della sua vita.

Mentre galoppavano sotto il sole, Aidan non vedeva l’ora di vedere suo padre, l’orgoglio nei suoi occhi, la gratitudine e soprattutto il rispetto. Era certo che adesso suo padre l’avrebbe guardato come un pari, come uno dei suoi, un vero guerriero. Era tutto ciò che aveva sempre voluto.

Aidan proseguì, il rombante suono degli zoccoli dei cavalli nelle orecchie, ricoperto di terra, bruciato dal sole dopo il lungo viaggio. Quando finalmente arrivarono in cima alla collina e iniziarono a scendere, vide l’ultima distesa che gli restava davanti. Guardò il gruppo degli uomini di suo padre con il cuore che batteva forte nell’attesa. Ma improvvisamente si rese conto che qualcosa non andava.

Lì in lontananza gli uomini di suo padre si stavano facendo da parte e in mezzo a loro vide una figura solitaria che camminava nel deserto. Una ragazza.

Non aveva senso. Cosa ci faceva una ragazza lì da sola, diretta verso suo padre. Perché tutti gli uomini si erano fermati per lasciarla passare? Aidan non sapeva esattamente cosa ci fosse di sbagliato, ma dal modo in cui il suo cuore stava battendo, qualcosa nel profondo gli diceva che c’erano dei problemi.

Cosa ancora più strana, mentre si faceva più vicino Aidan rimase atterrito riconoscendo il singolare aspetto della ragazza. Vide il suo mantello di pelle e camoscio, gli stivali alti e neri, il bastone al fianco, i lunghi capelli biondo chiaro, il volto e i tratti fieri. Sbatté le palpebre, confuso.

Kyra.

La sua confusione non fece che infittirsi. Mentre la guardava camminare, vide il suo portamento, il modo in cui teneva le spalle e capì che c’era qualcosa che non andava. Le assomigliava, ma non era lei. Quella non era la sorella con la quale aveva vissuto per tutta la vita, quella con cui aveva trascorso molte ore leggendo libri standole seduto in grembo.

Ancora a cento metri di distanza, il cuore di Aidan martellava sentendo un profondo senso di apprensione. Abbassò la testa, spronò il cavallo e lo spinse più veloce, galoppando tanto velocemente da non riuscire quasi a respirare. Provava un bruttissimo presentimento, un senso di incombente tragedia mentre vedeva la ragazza avvicinarsi a Duncan.

“PADRE!” gridò.

Ma da lì le sue grida vennero messe a tacere dal vento.

Aidan galoppò più veloce, diretto verso il gruppo di soldati, scendendo rapidamente la collina. Guardò senza poter fare niente mentre la ragazza si avvicinava e abbracciava suo padre.

“NO, PADRE!” gridò.

Si trovava a cinquanta metri adesso, poi quaranta, poi trenta, ancora troppo distante per poter fare qualcosa di più che guardare.

“BIANCO, CORRI!” ordinò.

Bianco scattò, correndo ancora più veloce del cavallo. Eppure Aidan sapeva che non c’era tempo.

Poi vide che accadeva. La ragazza con orrore di Aidan allungò una mano e piantò un pugnale nel petto di suo padre. L’uomo sgranò gli occhi e cadde in ginocchio.

Aidan si sentì come se avessero pugnalato anche lui. Sentì tutti il suo corpo cadere con suo padre: non si era mai sentito più inutile in vita sua. Era successo tutto così rapidamente, gli uomini di suo padre erano lì in piedi, confusi, senza parole. Nessuno neppure sapeva cosa stesse accadendo. Ma Aidan lo sapeva. L’aveva capito subito.

Ancora a venti metri di distanza, disperato, portò la mano alla vita, sguainò il pugnale che Motley gli aveva dato e lo lanciò.

Il pugnale volò in aria, roteando, brillando alla luce, dritto verso la ragazza. Lei estrasse il suo coltello, sorrise con una smorfia e si preparò a pugnalare Duncan un’altra volta. Ma improvvisamente il pugnale di Aidan andò a segno. Aidan si sentì sollevato nel vedere che almeno le aveva colpito il dorso della mano, facendola gridare e lasciare la presa sulla sua arma. Non era un grido terreno, e certo non il grido di Kyra. Chiunque fosse, Aidan l’aveva smascherata.

La ragazza si girò a guardarlo e subito Aidan vide con orrore mentre il suo volto si trasformava. L’espressione femminile del viso venne rimpiazzata da una figura grottesca e mascolina che si allargava ogni secondo di più, divenendo più grossa di tutti loro. Aidan sgranò gli occhi per lo shock. Non era sua sorella. Non era nient’altro che il grande e santo Ra.

Anche gli uomini di Duncan guardavano scioccati. In qualche modo il pugnale che aveva punto la mano aveva trasformato l’illusione, aveva fatto a pezzi la stregoneria usata per ingannare Duncan.

Nello stesso momento Bianco saltò in avanti, balzando in aria e atterrando sul petto di Ra con le grosse zampe, facendolo cadere. Ringhiando il cane gli azzannò la gola, graffiandolo. Portò le zanne sul suo viso disorientando completamente Ra ed evitando che potesse riorganizzarsi e attaccare di nuovo Duncan.

Ra, lottando nella polvere, sollevò gli occhi al cielo e gridò delle parole, qualcosa in una lingua che Aidan non conosceva, chiaramente invocando qualche antico incantesimo.

E poi improvvisamente Ra scomparve in una palla di polvere.

Tutto quello che rimase fu il suo coltello insanguinato, a terra.

E lì, in una pozza di sangue il padre di Aidan, immobile.




CAPITOLO OTTO


Vesuvio attraversava la campagna, diretto verso nord, galoppando in sella al cavallo che aveva rubato dopo aver assassinato un gruppo di soldati pandesiani. Da allora intenzionato a fare una strage, aveva a malapena rallentato attraversando villaggio dopo villaggio, uccidendo donne e bambini innocenti. In qualche paese si era fermato per cibo e armi, in altri solo per la gioia di ammazzare. Sorrideva di gusto ripensando al fuoco appiccato villaggio dopo villaggio, bruciandoli tutti da solo e radendoli al suolo. Avrebbe lasciato il suo segno su Escalon ovunque fosse andato.

Mentre usciva dall’ultimo villaggio, Vesuvio sbuffò e lanciò una fiaccola infuocata, soddisfatto di vederla atterrare su un altro tetto e dando fuoco all’ennesimo paese. Ne uscì galoppando e pieno di gioia. Era il terzo villaggio che bruciava nell’ultima ora. Li avrebbe fatti fuori tutti se avesse potuto, ma aveva affari urgenti di cui occuparsi. Piantò i talloni addosso ai fianchi del cavallo, determinato a riunirsi ai suoi troll e condurli nell’ultimo tratto della loro invasione. Ora avevano più che mai bisogno di lui.

Vesuvio continuò a galoppare, attraversando vaste pianure ed entrando nella parte settentrionale di Escalon. Sentiva che il cavallo iniziava a stancarsi sotto il suo peso, ma questo lo indusse a spronarlo con maggiore forza. Non gli interessava se l’avrebbe portato alla morte. In effetti sperava anche di riuscirci.

Mentre il sole scendeva, Vesuvio poté sentire la sua nazione di troll sempre più vicina, che lo aspettava. Ne sentiva l’odore nell’aria. Il pensiero del suo popolo lì ad Escalon, finalmente da quella parte de Le Fiamme, lo riempiva di gioia. Ma mentre galoppava si chiedeva perché i suoi troll non fossero già arrivati a sud, saccheggiando tutta la campagna. Cosa li stava frenando? I suoi generali erano così incompetenti da non poter ottenere niente senza di lui?

Vesuvio finalmente si liberò della lunga distesa di boschi e subito il cuore gli balzò in gola vedendo i suoi eserciti dispiegati sulle piane di Ur. Provò emozione nel vedere che decine di migliaia di troll si stavano riunendo. Ma era anche confuso: invece di sembrare vittoriosi, quei troll apparivano sconfitti, abbattuti. Come poteva essere?

Guardando la sua gente che se ne stava semplicemente ferma lì, il volto di Vesuvio avvampò per l’umiliazione. Senza di lui sembravano tutti demoralizzati, privi di ogni voglia di combattere. Finalmente Le Fiamme erano state abbassate ed Escalon era loro. Cosa stavano aspettando?

Finalmente li raggiunse e facendo irruzione in mezzo alla folla, galoppando tra loro, li vide tutti rivolgergli sguardi scioccati, spaventati, ma anche speranzosi. Si fermarono tutti a fissarlo. Aveva sempre avuto quell’effetto su di loro.

Balzò giù da cavallo e senza esitare sollevò l’alabarda, la fece ruotare e tagliò la testa all’animale. Il cavallo rimase in piedi per un momento, decapitato. Poi cadde a terra morto.

Questo, pensò Vesuvio, per non aver galoppato abbastanza veloce.

E poi gli era sempre piaciuto uccidere qualcosa quando arrivava da qualche parte.

Vesuvio vide la paura negli occhi dei suoi troll mentre avanzava furioso incontro a loro, desideroso di risposte.

“Chi guida questi uomini?” chiese.

“Sono io, mio signore.”

Vesuvio si voltò e vide un robusto e grande troll, Suve, suo vicecomandante a Marda, che si portava davanti a lui con decine di migliaia di troll alle spalle. Vesuvio capì subito che Suve stava cercando di darsi un’apparenza fiera, ma che la paura era celata dietro al suo sguardo.

“Pensavamo fossi morto, mio signore,” aggiunse, come se volesse spiegarsi.

Vesuvio si accigliò.

“Io non muoio,” disse seccamente. “Morire è da codardi.”

Tutti i troll lo guardavano con timore, in silenzio, mentre Vesuvio serrava e rilasciava il pugno sull’alabarda.

“E perché vi siete fermati qui?” chiese. “Perché non avete distrutto tutta Escalon?”

Suve guardò prima Vesuvio e poi i suoi uomini.

“Siamo stati fermati, mio signore,” ammise alla fine.

Vesuvio sentì un’ondata di rabbia.

“Fermati?” disse seccamente. “Da chi?”

Suve esitò.

“Colui che è conosciuto come Alva,” disse infine.

Alva. Il nome risuonò nel profondo dell’animo di Vesuvio. Il più grande stregone di Escalon. L’unico forse che avesse più potere di lui.

“Ha creato un crepaccio nella terra,” spiegò Suve. “Un canyon che non siamo stati capaci di attraversare. Ha separato il sud dal nord. Troppi di noi vi sono già morti. Sono stato io a richiamare indietro e annullare l’attacco, sono stato io a salvare tutti questi troll che adesso vedi qui. Per questo, mio signore, ti chiedo di promuovermi e cedermi l’intero comando. Dopotutto ora questa nazione guarda a me come guida.”

Vesuvio sentì la rabbia salire al punto di esplodere quasi. Con mani tremanti fece due passi, fece roteare l’alabarda in un ampio cerchio e tagliò la testa di Suve.

Suve cadde a terra mentre il resto dei troll fissavano la scena con shock e paura.

“Ecco,” rispose Vesuvio al troll morto, “il tuo comando.”

Vesuvio guardò la sua nazione di troll con disgusto. Camminò avanti e indietro tra i ranghi fissandoli tutti in faccia, infondendo in loro paura e panico e divertendosi nel farlo.

Alla fine parlò con voce più simile a un ruggito.

“Il grande sud si trova davanti a voi,” tuonò con voce oscura e piena di rabbia. “Quelle terre erano nostre un tempo, saccheggiate dai vostri antenati, quelle terre appartenevano un tempo a Marda. Hanno rubato ciò che era vostro.”

Vesuvio fece un profondo respiro.

“Per chi fra voi abbia paura ad avanzare, raccoglierò i vostri nomi e i nomi delle vostre famiglie e vi farò tutti torturare lentamente, uno alla volta.  Poi vi manderò a marcire nelle fosse di Marda. Chi di voi invece vuole combattere, avere salva la vita, reclamare ciò che i vostri avi possedevano un tempo, si uniscano a me adesso. Chi è con me?” gridò.

Si levò un forte grido di esultanza che si dispiegò tra i ranghi, fila dopo fila, a perdita d’occhio. Tutti i troll sollevarono le alabarde e cantarono il suo nome.

“VESUVIO! VESUVIO! VESUVIO!”

Vesuvio lanciò un forte grido di battaglia, si giro e scattò verso sud. Dietro di sé udì un rombo simile a un tuono, il rombo di migliaia di troll che lo seguivano, di una grandiose nazione determinata a mettere fine ad Escalon una volta per tutte.




CAPITOLO NOVE


Kyra volava sul dorso di Theon attraversando Marda, diretta verso sud, tornando lentamente in sé man mano che lasciava quella terra di oscurità. Si sentiva più potente che mai. Con la mano destra brandiva il Bastone della Verità che emanava una luce tale da inglobarli entrambi. Era un’arma più grande di lei stessa, lo capiva bene. Era un oggetto del destino che la riempiva di potere e la guidava, tanto quanto lei guidava lui. Tenerlo in mano faceva sentire più grande l’universo, faceva sentire più grande lei stessa.

A Kyra sembrava di tenere in mano un’arma che era destinata ad avere da quando era nata. Per la prima volta in vita sua capiva cosa le era mancato e si sentiva completa. Lei e il bastone, l’arma misteriosa che aveva recuperato dal profondo delle terre di Marda, erano una cosa sola.

Kyra volava verso sud insieme a Theon, anche lui più grande e più forte sotto di lei, la rabbia e la vendetta negli occhi in pieno accordo con la sua. Mentre continuavano a volare e le ore passavano, alla fine il buio cominciò a cedere e si iniziò a vedere il verde di Escalon. Kyra provava un senso di urgenza, sentiva che suo padre, circondato dall’esercito di Ra, aveva bisogno di lei a sud. Sapeva che i soldati pandesiani riempivano il territorio. Sapeva che le flotte di Pandesia stavano colpendo Escalon dal mare. Sapeva che da qualche parte nei cieli i draghi li accerchiavano, anche loro intenzionati a distruggere Escalon. E sapeva che i troll stavano invadendo, milioni di creature che facevano a brandelli la sua terra. Escalon si trovava in cattive acque su ogni fronte.

Kyra sbatté le palpebre e cercò di cacciare dalla testa l’orrendo ricordo della sua terra lacerata e fatta a pezzi, le lunghe distese di rovine, macerie e cenere. Eppure, mentre teneva più stretto il bastone, sapeva che quell’arma poteva essere la sua speranza di redenzione. Potevano quel bastone, Theon e i suoi poteri veramente salvare Escalon? Poteva essere salvato qualcosa di ormai distrutto a tal punto? Escalon poteva mai sperare di tornare la terra che era stata un tempo?

Kyra non lo sapeva. Ma c’era sempre la speranza. Era ciò che suo padre le aveva insegnato: anche nell’ora più grama, quando le cose sembravano tracollare, anche se pareva che tutto fosse completamente distrutto, c’era sempre speranza. C’era sempre una qualche scintilla di vita, di speranza, di cambiamento. Niente era mai assoluto. Neanche la distruzione.

Kyra continuò a volare sentendo il suo destino che sgorgava in lei, sentendo una spinta di ottimismo, sentendosi più potente di secondo in secondo. Rifletteva e aveva la sensazione di aver conquistato qualcosa nel profondo dentro di sé. Ricordò il momento in cui aveva tagliato la tela del ragno e sentì che, quando l’aveva tagliata, aveva reciso anche qualcosa dentro di sé. Era stata costretta a sopravvivere da sola e aveva conquistato i demoni che si trovavano nascosti dentro di lei. Non era più la stessa ragazza che era cresciuta nel forte di Volis, non era neppure la stessa ragazza che si era avventurata a Marda. Ora tornava come donna. Come guerriera.

Kyra abbassò lo sguardo e scrutò tra le nuvole, sentendo che il paesaggio stava cambiando sotto di lei. Vide che aveva finalmente raggiunto il confine dove un tempo si trovavano Le Fiamme. Mentre osservava la grande cicatrice che segnava la terra, scorse del movimento con la coda dell’occhio.

“Più giù, Theon.”

Si tuffarono sotto le pesanti nubi e mentre l’oscurità si diffondeva, il suo cuore si gonfiò vedendo di nuovo la sua adorata terra. Fu emozionata di vedere il suo territorio, le colline e gli alberi che conosceva, l’odore di Escalon nell’aria.

Ma guardando meglio il cuore le sprofondò nel petto. Là sotto c’erano milioni di troll che inondavano la terra e che lasciavano Marda di corsa, diretti verso sud. Sembrava una migrazione di massa di bestie, il rombo dei loro passi udibile anche da lassù. Vedendo quella scena, Kyra capì che forse la sua nazione non avrebbe mai potuto sopportare un attacco del genere. Capì che la sua gente aveva bisogno di lei, e velocemente.

Sentì il Bastone della Verità che le vibrava in mano, poi lo udì emettere un fischio acuto. Sentì che la stava spronando ad entrare in azione chiedendole di colpire. Non capiva se era lei a comandare il bastone o piuttosto l’inverso.

Diresse il bastone verso terra e subito sentì uno schianto. Era come se stesse brandendo con le proprie mani tuoni e fulmini. Guardò affascinata mentre una densa sfera di luce veniva scagliata dal bastone e schizzava verso terra.

Centinaia di troll si fermarono e guardarono in alto e lei vide il panico e i terrore sui loro volti mentre fissavano la palla di luce che scendeva su di loro dal cielo. Non avevano tempo per fuggire.

Seguì un’esplosione, così forte da far dondolare anche Theon e Kyra per l’impatto a terra. La sfera di luce colpì il suolo con la forza di un meteorite. Mentre rimbalzava migliaia di troll morivano, schiacciati dalle onde di luce che si dipanavano.

Kyra esaminò con stupore il bastone. Si preparò a colpire ancora, a spazzare via l’esercito di troll. Ma improvvisamente un orrendo ruggito risuonò sopra di lei. Kyra sollevò lo sguardo e fu scioccata di vedere l’enorme muso di un drago scarlatto che emergeva dalle nuvole, seguito da un’altra decina di simili. Si rese conto troppo tardi che quei draghi li stavano cercando.

Prima che potesse colpirli con il suo bastone, un drago si avvicinò e colpì Theon con gli artigli. Theon fu preso alla sprovvista e venne spinto dal tremendo colpo a ruotare in aria.

Kyra si tenne stretta con tutte le sue forze, quasi sbalzata via. Le ali di Theon erano sottosopra e lui cercava di raddrizzarsi mentre continuava a ruotare. Kyra si teneva a malapena, stringendo le scaglie. Alla fine il piccolo drago si rimise dritto.

Theon lanciò un ruggito di sfida e, sebbene fosse il più piccolo del gruppo, si tuffò verso l’alto, senza paura, diretto verso il drago che l’aveva colpito. Il drago rimase chiaramente stupito che il piccoletto si fosse ripreso e, prima che potesse reagire, Theon gli affondò i denti nella coda.

Il grosso drago ringhiò mentre Theon gli strappava la coda a morsi. Volò per un momento senza coda, poi perse l’orientamento e precipitò di muso verso terra. Atterrò con un tonfo, creando un cratere e sollevando una nuvola di polvere.

Kyra sollevò il bastone sentendolo bruciare in mano e lo fece roteare mentre altri tre draghi le si avvicinavano. Vide una palla di luce che veniva scagliata e andava a colpirli al muso. I draghi ringhiarono, si fermarono di scatto sospesi in aria, quindi si dimenarono. Si immobilizzarono del tutto e precipitarono giù, come sassi, fino a che anche loro andarono a colpire il suolo con un’esplosione, morti.

Kyra era stupefatta dal suo potere. Il Bastone della Verità aveva veramente appena ucciso tre draghi con un colpo solo?

Sollevò di nuovo il bastone mentre apparivano una decina di altri draghi, e quando lo abbassò aspettandosi di abbatterli, fu improvvisamente sorpresa dalla sensazione di un orrendo dolore alla mano. Si girò e notò con la coda dell’occhio un drago che le piombava addosso graffiandola con i suoi artigli. Le tagliò il dorso della mano facendolo sanguinare. Con lo stesso movimento afferrò poi il Bastone della Verità e glielo strappò di mano.

Kyra gridò, più per l’orrore di perdere il bastone che per il dolore. Guardò senza poter fare nulla mentre il drago si allontanava portandole via il bastone. Poi lo lasciò cadere e lei guardò con orrore mentre il bastone precipitava in aria, cadendo verso terra. Il bastone, l’ultima speranza di Escalon, sarebbe andato distrutto.

E Kyra, ora disarmata, doveva affrontare un branco di draghi, tutti pronti a farla a pezzi.




CAPITOLO DIECI


Lorna, sentendo un profondo senso di urgenza, attraversò il campo con passo rapido mentre gli uomini di Duncan si facevano da parte per farla passare. Merk era al suo fianco insieme a Sovos, seguiti da una decina di uomini delle Isole Perdute, guerrieri che si erano separati dagli altri ed erano andati con loro in quel viaggio che li aveva portati fuori dalla Baia della Morte e di nuovo sulla terraferma. Poi avevano percorso tutta la strada, nel deserto, oltre a Lepto, fino a lì. Lorna li aveva guidati da sola sapendo che Duncan aveva bisogno di lei.

Avvicinandosi Lorna vide gli uomini di Duncan che la guardavano con meraviglia. Le fecero spazio fino a che raggiunse il piccolo spiazzo dove si trovava Duncan. I guerrieri preoccupati gli stavano attorno, inginocchiati al suo fianco, tutti in pensiero per il loro comandante. Vide Anvin e Aidan che piangevano, Bianco ai loro piedi. Era l’unico suono in quel pesante silenzio.

Una mano la fermò mentre si avvicinava a Duncan e lei si girò per guardarsi alle spalle. Merk e Sovos si irrigidirono, le mani alle spade, ma lei posò delicatamente una mano sulle loro non volendo un confronto.

“Chi sei e perché vieni qui?” chiese con serietà il guerriero di Duncan.

“Sono la figlia di re Tarnis,” rispose lei con autorità. “Duncan ha cercato di salvare mio padre. Sono qui per ricambiare il favore.”

L’uomo apparve sorpreso.

“Ha una ferita fatale,” disse il guerriero. “Ne ho viste molte volte in battaglia. Non ci sono modi di curarlo.”

Ora fu Lorna ad accigliarsi.

“Sprechiamo tempo. Vuoi che Duncan muoia qui, dissanguato? O posso provare a guarirlo?”

I guerrieri erano chiaramente tutti scettici dopo il loro incontro con Ra e la sua stregoneria. Si guardarono tra loro, e alla fine Anvin annuì.

“Lasciatela passare,” disse.

Si fecero da parte e mentre Merk e Sovos abbassavano le armi, Lorna corse in avanti e si inginocchiò al fianco di Duncan.

Lo osservò attentamente e capì all’istante che le cose non andavano bene. Poteva percepire l’aura nera di morte che lo circondava e capì, guardando più da vicino con occhi palpitanti, che la morte era vicina. Presto avrebbe lasciato quella terra. Il colpo di Ra aveva causato grossi danni, non tanto per il pugnale ma a causa della sensazione di tradimento che lo aveva accompagnato. Duncan pensava ancora che fosse stata Kyra a pugnalarlo e nella sua aura Lorna sentiva che per questo motivo non desiderava più vivere. Questo sentimento gli stava succhiando la forza vitale.

“Puoi salvare mio padre?”

Lorna sollevò lo sguardo e vide Anvin con gli occhi rossi, le guance umide di lacrime, che la fissava con speranza mista a disperazione. Fece un respiro profondo.

“Non lo so,” rispose semplicemente.

Lorna mise una mano sulla fronte di Duncan e l’altra sulla sua ferita. Iniziò a canticchiare un antico inno e lentamente la folla fece silenzio. Anche i singhiozzi di Aidan si placarono. Lorna sentì un fortissimo calore scorrerle nelle mani mentre affrontava il malessere di Duncan. Chiuse gli occhi e raccolse tutti i poteri che aveva, cercando di leggere il suo destino e capire cosa fosse successo, quale fato ci fosse in serbo.

Lentamente tutto le si rivelò. Era destino che Duncan morisse lì quel giorno. Questo diceva il fato. Lì, in quel luogo, su quel campo di battaglia, dopo la sua grande vittoria nel canyon. Vide tutte le battaglie che aveva combattuto, vide la sua salita a guerriero, poi a comandante, vide la sua ultima e più grandiosa battaglia lì al canyon. Non sarebbe dovuto sopravvivere all’inondazione. Sarebbe dovuto morire in essa. Aveva portato avanti la rivoluzione fino a dove era destino che la portasse.

Percepì sua figlia Kyra che volava in aria, diretta lì, destinata a prendere il comando al suo posto. Duncan doveva morire in quel momento.

Ma mentre stava lì inginocchiata Lorna raccolse il potere dell’universo e lo implorò di cambiare il fato, di modificare il destino di Duncan. Dopotutto Duncan era stato l’unico e solo sincero amico di suo padre, re Tarnis, anche quando tutti gli altri gli avevano voltato le spalle. Duncan era quello a cui suo padre si era rivolto per chiedergli di andare a salvarla. Per suo padre, glielo doveva. E poi, dentro di sé, sentiva che forse in Duncan poteva essercene ancora per un’altra epica battaglia.

Lorna fece a braccio di ferro con il fato, sentendo che si trattava di una lotta estenuante. Sentì un’epica battaglia di spiriti che le imperversava dentro mentre lottava con poteri con i quali non avrebbe mai dovuto lottare. Poteri pericolosi. Poteri che potevano ucciderla. Il fato dopotutto non era cosa de prendersi alla leggera.

Mentre lottava, Lorna sentiva che la vita di Duncan era appesa a un filo. Alla fine collassò, esausta, ansimando, e subito una risposta giunse a lei: era sia di vittoria quanto di fallimento. La vita di Duncan sarebbe stata prolungata, ma solo per poco. Gli sarebbe stata concessa un’ultima battaglia, gli sarebbe stato concesso di rivedere sua figlia, la sua vera figlia, gli sarebbe stato concesso di morire tra le armi. Almeno era qualcosa.

Lorna tremava, si sentiva male, era oppressa dai poteri contro i quali aveva lottato. Le bruciavano le mani e alla fine le apparve un lampo, un sensazione mai provata prima, e si sentì rigettata dal potere della stessa. Cadde di schiena qualche passo più in là.

Merk la aiutò rapidamente a rimettersi in piedi, debole e ricoperta di sudore freddo.

A pochi metri da lì Duncan giaceva immobile e Lorna si sentì sopraffatta dalla magia di ciò che aveva richiamato.

“Mia signora, cos’è successo?” chiese Anvin.

Lei lottò per fare chiarezza nella propria mente, per trovare le parole.

Nel silenzio Aidan si fece avanti e si portò disperato davanti a lei.

“Mio padre vivrà?” la implorò. “Ti prego, dimmelo.”

Lorna, sul punto di svenire per la stanchezza, raccolse le forze per annuire debolmente proprio prima di perdere i sensi.

“Vivrà, ragazzo,” disse. “Ma non a lungo.”




CAPITOLO UNDICI


Aidan provava vergogna, ma per quanto ci provasse non riusciva a smettere di piangere. Si era ritirato all’estremità del campo, in una grotta ai confini del prato, sperando di essere solo e non volendo che nessuno degli uomini lo vedesse in lacrime. Solo Bianco sedeva ai suoi piedi, mugolando accanto a lui. Avrebbe voluto mettere un freno alle sue lacrime, ma non ne era capace, sopraffatto dal dolore per la ferita di suo padre.

Vivrà, ma non a lungo.

Le parole di Lorna gli riecheggiavano nella testa e Aidan avrebbe voluto poterle cancellare. Avrebbe dato qualsiasi cosa perché suo padre potesse vivere per sempre.




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