La Clessidra del Killer 
Blake Pierce


Un Mistero di Riley Paige #11
Un capolavoro del giallo e del mistero! L’autore ha svolto un magnifico lavoro, sviluppando i personaggi con un approfondito lato psicologico, descritto con tale cura da farci sentire all’interno della loro mente, provare le loro paure e gioire del loro successo. La trama è molto avvincente e vi catturerà per tutta la durata del libro. Ricco di colpi di scena, questo libro vi terrà svegli fino all’ultima pagina. Books and Movie Reviews, Roberto Mattos (su Il Killer della Rosa) LA CLESSIDRA DEL KILLER è il libro #11 nella serie di bestseller dei misteri di Riley Paige, che comincia con IL KILLER DELLA ROSA (Libro #1) – scaricabile gratuitamente con oltre 1. 000 recensioni a cinque stelle! Un serial killer sta uccidendo le sue vittime ad un’incredibile velocità, e su ogni scena del crimine, lascia una firma insolita: una clessidra. La sabbia scorre per ben 24 ore, e quando termina, appare una nuova vittima. Nel bel mezzo dell’intensa pressione dei mass media, e in un’intensa corsa contro il tempo, l’Agente Speciale dell’FBI Riley Paige, viene convocata, con la sua nuova partner, affinché risolvano il caso. Ancora vacillante per lo scontro con Shane, provando a rimettere in piedi la sua vita familiare, e soprattutto rimettere in piedi Bill, il piatto di Riley è già colmo. E non appena penetra nei canali più oscuri della mente disturbata del killer, questo potrebbe rivelarsi il caso che la porterà oltre il limite. Cupo thriller psicologico, caratterizzato da una suspense mozzafiato, LA CLESSIDRA DEL KILLER è il libro#11 in una nuova serie affascinante – con un nuovo amato personaggio – che vi terrà incollati alle pagine fino a notte tarda. Il libro #12 nella serie di Riley Paige sarà presto disponibile.







LA CLESSIDRA DEL KILLER



(UN MISTERO DI RILEY PAIGE—LIBRO 11)



B L A K E P I E R C E



TRADUZIONE ITALIANA

A CURA

DI

IMMACOLATA SCIPLINI


Blake Pierce



Blake Pierce è l’autore della serie di successo dei misteri di RILEY PAGE, che include dodici libri (ed altri sono in corso di pubblicazione). Blake Pierce è anche autore della serie dei misteri di MACKENZIE WHITE, che include otto libri; della serie dei misteri di AVERY BLACK, che include sei libri; e della nuova serie dei misteri di KERI LOCKE, che include finora cinque libri.

Accanito lettore, da sempre appassionato di romanzi gialli e thriller, Blake apprezza i vostri commenti; pertanto siete invitati a visitare www.blakepierceauthor.com (http://www.blakepierceauthor.com/) per saperne di più e restare in contatto.



Copyright © 2017 di Blake Pierce. Tutti i diritti sono riservati. Fatta eccezione per quanto consentito dalla Legge sul Copyright degli Stati Uniti d'America del 1976, nessuno stralcio di questa pubblicazione potrà essere riprodotto, distribuito o trasmesso in qualsiasi forma o con qualsiasi mezzo, nÈ potrà essere inserito in un database o in un sistema di recupero dei dati, senza che l'autore abbia prestato preventivamente il consenso. La licenza di questo ebook è concessa soltanto ad uso personale. Questa copia del libro non potrà essere rivenduta o trasferita ad altre persone. Se desiderate condividerlo con altri, vi preghiamo di acquistarne una copia per ogni richiedente. Se state leggendo questo libro e non l'avete acquistato, o non è stato acquistato solo a vostro uso personale, restituite la copia a vostre mani ed acquistatela. Vi siamo grati per il rispetto che dimostrerete alla fatica di questo autore. Questa è un'opera di fantasia. Nomi, personaggi, aziende, società, luoghi, eventi e fatti sono il frutto dell'immaginazione dell'autore o sono utilizzati per mera finzione. Qualsiasi rassomiglianza a persone reali, viventi o meno, è frutto di una pura coincidenza. L’immagine di copertina è di proprietà di aradaphotography, usata su licenza di Shutterstock.com.


LIBRI DI BLAKE PIERCE



I MISTERI DI RILEY PAIGE

IL KILLER DELLA ROSA (Libro #1)

IL SUSSURRATORE DELLE CATENE (Libro #2)

OSCURITA’ PERVERSA (Libro #3)

IL KILLER DELL’OROLOGIO (Libro #4)

KILLER PER CASO (Libro #5)

CORSA CONTRO LA FOLLIA (Libro #6)

MORTE AL COLLEGE (Libro #7)

UN CASO IRRISOLTO (Libro #8)

UN KILLER TRA I SOLDATI (Libro #9)

IN CERCA DI VENDETTA (Libro #10)

LA CLESSIDRA DEL KILLER (Libro #11)

VITTIME SUI BINARI (Libro #12)



I MISTERI DI MACKENZIE WHITE

PRIMA CHE UCCIDA (Libro #1)

UNA NUOVA CHANCE (Libro #2)

PRIMA CHE BRAMI (Libro #3)

PRIMA CHE PRENDA (Libro #4)

PRIMA CHE ABBIA BISOGNO (Libro #5)

PRIMA CHE SENTA (Libro #6)

PREMA CHE COMMETTA PECCATO (Libro #7)

BEFORE HE HUNTS (Libro #8)



I MISTERI DI AVERY BLACK

UNA RAGIONE PER UCCIDERE (Libro #1)

UNA RAGIONE PER CORRERE (Libro #2)

UNA RAGIONE PER NASCONDERSI (Libro #3)

UNA RAGIONE PER TEMERE (Libro #4)



I MISTERI DI KERI LOCKE

TRACCE DI MORTE (Libro #1)

TRACCE DI OMICIDIO (Libro #2)


INDICE



PROLOGO (#u3242b45f-c717-5d53-9145-257c1db39df0)

CAPITOLO UNO (#ud732681e-2291-5a88-9870-29c08c426add)

CAPITOLO DUE (#uc26c4f9d-5fc3-5bfc-96a8-68c0f775c338)

CAPITOLO TRE (#ue0f73908-fdd1-530e-b27a-d3432d47bfcc)

CAPITOLO QUATTRO (#u0536f7fc-b166-53fc-aeed-b8c21b909d97)

CAPITOLO CINQUE (#u6168b7d7-f34e-540a-b0d1-8c7e63d6a3f9)

CAPITOLO SEI (#u13f59be6-a3d2-582d-9831-36f677c1d721)

CAPITOLO SETTE (#u0e9e7da6-54b7-59a5-8ec0-5255a947c135)

CAPITOLO OTTO (#u11705f04-051a-5337-b7bf-66260da7bb1f)

CAPITOLO NOVE (#ud14e4200-1a74-5c7a-bc80-94a39811a7e3)

CAPITOLO DIECI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO UNDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO DODICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TREDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUATTORDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUINDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO SEDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO DICIASSETTE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO DICIOTTO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO DICIANNOVE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTUNO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTIDUE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTITRÉ (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTIQUATTRO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTICINQUE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTISEI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTISETTE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTOTTO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTINOVE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTA (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTUNO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTADUE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTATRÉ (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTAQUATTRO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTACINQUE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTASEI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTASETTE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTOTTO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTANOVE (#litres_trial_promo)






PROLOGO


Courtney Wallace sentì un familiare bruciore ai polmoni e alle cosce. Rallentò la corsa, poi si fermò, piegata con le mani sulle ginocchia, ansimando mentre riprendeva fiato.

Era una bella sensazione tonificante, un sistema di gran lunga migliore per svegliarsi rispetto ad una tazza di caffè bollente, anche se, da lì a qualche minuto, avrebbe bevuto caffè a colazione. Le restava ancora molto tempo per fare la doccia e mangiare prima di uscire ed andare a lavoro.

Courtney amava il luccichio del primo sole, che filtrava in mezzo agli alberi, e la persistente umidità della rugiada del mattino ancora presente nell’aria. Presto, sarebbe stata una calda giornata di maggio, ma in quel momento, la temperatura era perfetta, specialmente lì nella splendida Belle Terre Nature Preserve.

Apprezzava anche la solitudine. Di rado le era capitato di incontrare un’altra persona che facesse footing lungo quel tragitto, e mai a quell’ora del mattino.

Sebbene fosse soddisfatta da ciò che la circondava, un senso di delusione cominciò a far capolino in lei, mentre teneva sotto controllo la respirazione.

Il suo compagno, Duncan, le aveva promesso per l’ennesima volta di recarsi con lei a fare footing ma, come sempre, si era rifiutato di svegliarsi. Probabilmente, non si sarebbe alzato neppure per l’ora in cui sarebbe arrivata in ufficio, forse non prima del pomeriggio.

Riuscirà mai a venirne fuori? si chiese.

E quando andrà a cercare un altro lavoro?

Accelerò un po’ il passo, sperando di scacciare quei pensieri negativi. Poco dopo cominciò proprio a correre, e quel bruciore tonificante ai polmoni e alle gambe sembrò spazzare via preoccupazione e delusione.

D’improvviso la terra cedette sotto di lei.

Si rese conto di stare cadendo nel vuoto, in un modo che le parve dolorosamente lento.

Infine sbatté a terra con un tonfo brutale.

Il sole era svanito, e i suoi occhi dovettero adattarsi.

Dove mi trovo? si chiese.

Comprese di trovarsi in fondo ad una piccola fossa.

Ma come ci era finita dentro?

Avvertì un dolore terribile alla gamba sinistra.

Guardò in basso, e vide che la caviglia era piegata in un angolo innaturale.

Provò a muovere la gamba. Il dolore si acuì, e lei gridò. Tentò di rimettersi in piedi, ma la gamba cedette sotto di lei. Avvertì il suono delle ossa rotte che sfregavano tra loro. Cominciò a provare nausea, e quasi svenne.

Sapeva di aver bisogno di aiuto, e infilò la mano in tasca per estrarre il cellulare.

Non c’era!

Doveva essere caduto.

Doveva essere da qualche parte. Mosse le mani a tentoni per provare a ritrovarlo.

Ma si rese di conto di essere avviluppata, almeno in parte, da una sorta di coperta ruvida, pesante, coperta di terra e foglie. Non riusciva a trovare il cellulare.

Cominciò a sospettare di essere caduta in una trappola: una fossa su cui era stato steso uno straccio coperto di detriti.

Era uno scherzo di qualcuno?

In quel caso, non era neanche un po’ divertente.

E come ne sarebbe uscita?

Le pareti della fossa erano dritte, prive di punti di appoggio. Impossibilitata persino ad alzarsi, non sarebbe mai riuscita ad uscire di lì da sola.

Ed era improbabile che qualcuno percorresse quel sentiero così presto, forse avrebbe dovuto attendere ore.

Improvvisamente, sentì una voce provenire direttamente da sopra di lei.

“Ehi! Hai avuto un incidente?”

Si accorse di stare respirando più rilassata.

Guardò in alto e vide un uomo. La sua figura era mal illuminata dalla pallida luce dal mattino e non riusciva a vederne il viso.

Eppure, era quasi incredula per una tale fortuna. Dopo tutte le mattine in cui era passata di lì senza incontrare nessuno, proprio quella mattina qualcuno era arrivato, nel momento in cui aveva disperatamente bisogno di aiuto.

“Credo di essermi rotta la caviglia” gridò all’uomo. “E ho perso il mio cellulare.”

“Accidenti” l’uomo esclamò. “Com’è successo?”

Ma che razza di domanda è mai questa? si chiese.

Anche se il tono di quella voce sembrava far intuire un sorriso, Courtney avrebbe voluto vedere il suo volto.

Rispose: “Stavo facendo footing, e … c’era questa fossa, e …”

“E cosa?”

Courtney avvertì l’impazienza crescere in lei, che - in ogni caso - rispose: “Ovviamente ci sono caduta dentro.”

L’uomo restò in silenzio per un istante. Poi aggiunse: “È una grande fossa. Non l’avevi vista?”

Courtney emise un grugnito di esasperazione.

“Ascolta, mi serve soltanto aiuto a venirne fuori, OK?”

Lo sconosciuto scosse la testa.

“Non dovresti venire a fare footing in posti strani di cui non conosci il sentiero.”

“Io conosco questo sentiero!” Courtney gridò.

“Allora come hai fatto a cadere nella fossa?”

Courtney era esterrefatta. Non riusciva a capire se l’uomo fosse un idiota o se stesse giocando con lei.

“Sei il coglione che ha scavato questa fossa?” esplose. “Se è così, non è divertente, dannazione. Fammi uscire di qui!”

Fu scioccata nel rendersi conto che stava piangendo.

“Come?” l’uomo chiese.

Courtney reagì, protendendo il più possibile il suo braccio.

“Così” replicò. “Abbassati e prendi la mia mano, e tirami su.”

“Non credo di riuscire ad allungarmi fin là.”

“Certo che puoi.”

L’uomo scoppiò a ridere. Era una risata piacevole ed amichevole. Nonostante tutto, Courtney avrebbe voluto poter vedere il suo viso.

“Me ne occuperò io” lui rispose.

Si allontanò sparendo dalla scena.

Poco dopo, la donna sentì un rumore di ferraglia e cigolii metallici provenienti da sopra di lei.

Poi un enorme peso cadde sopra di lei.

La donna sussultò e sputò, finché non si rese conto che quell’uomo le aveva appena buttato addosso un mucchio di terra.

Sentì mani e gambe diventare fredde, erano i segnali del panico, comprese.

Non entrare in panico, si disse.

Qualunque cosa stesse accadendo, doveva restare calma.

Sollevando lo sguardo vide che l’uomo reggeva una carriola inclinata sopra di lei. Le poche zolle restanti di terra caddero fuori dalla carriola, finendo dritte sulla sua testa.

“Che cosa stai facendo?” urlò.

“Rilassati” l’altro disse. “Come ho detto, mi occuperò di tutto.”

Riabbassò la carriola. Subito dopo, la donna sentì un leggeri e ripetuti colpi contro una superficie metallica, ancora e ancora.

Certamente l’uomo stava mettendo dell’altra terra nella carriola.

Lei chiuse gli occhi, fece un respiro profondo, aprì la bocca ed emise un lungo e terribile grido.

“Aiuto!”

Poi, sentì una pesante zolla di terra colpirla direttamente al viso. Un po’ di essa le finì in bocca, e lei ingoiò e sputò.

L’uomo, con voce ancora amichevole, disse …

“Temo che dovrai urlare molto più forte di così.”

Poi con un sogghigno, aggiunse …

“Riesco a malapena a sentirti io.”

Lei emise un altro urlo, scioccata dall’intensità della sua stessa voce.

Poi, l’uomo rovesciò dell’altra terra su di lei.

Ma ora non poteva gridare. Aveva la gola piena di terra.

Fu sopraffatta da un inquietante senso di déjà vu. Aveva già vissuto questo genere di esperienza: l’incapacità di scappare dal pericolo o persino di gridare.

Ma quelle esperienze erano state soltanto incubi. E lei si era sempre risvegliata.

Senz’altro, questo era soltanto un altro incubo.

Svegliati, continuava a ripetersi. Svegliati, svegliati, svegliati …

Ma non poteva farlo.

Questo non era un sogno.

Era reale.






CAPITOLO UNO


L’Agente Speciale Riley Paige stava lavorando alla propria scrivania dell’edificio del BAU di Quantico, quando un ricordo sgradevole emerse nella sua mente …



Un uomo di pelle scura la stava guardando con occhi vitrei.

Aveva una ferita da proiettile alla spalla, e una ferita più grave all’addome.

Con voce debole e amareggiata, disse a Riley…

“Le ordino di uccidermi.”

Riley aveva la mano sulla sua pistola.

Avrebbe dovuto ucciderlo.

Aveva ottime ragioni per farlo.

Ciò nonostante, non sapeva che cosa fare…



Un’improvvisa voce femminile la destò da quei pensieri.

“Sembra che tu abbia qualcosa in mente.”

Riley sollevò lo sguardo dalla scrivania, e vide una giovane donna afroamericana, con corti capelli lisci, di fronte alla porta del suo ufficio.

Si trattava di Jenn Roston, che era stata la nuova partner di Riley nel suo ultimo caso.

Riley si smosse un po’.

“Non è niente” rispose.

Gli occhi marrone scuro di Jenn tradirono preoccupazione, mentre la donna ribatteva: “Oh, sono sicura che non sia niente.”

A fronte del silenzio di Riley, Jenn riprese: “Stai pensando a Shane Hatcher, non è vero?”

Riley annuì silenziosamente. I ricordi stavano emergendo spesso in quei giorni, ricordi del suo terribile confronto con l’uomo ferito nella baita del padre defunto.

Il rapporto di Riley con l’evaso si era consolidato in uno strano e curioso legame di fedeltà. L’uomo era stato a piede libero per ben cinque mesi, e lei non aveva nemmeno provato a porre fine alla sua libertà, almeno fino a quando lui non aveva cominciato a uccidere delle persone innocenti.

In quel momento Riley faticava a credere di averlo lasciato in libertà così a lungo.

Il loro rapporto era stato inquietante, illegale e molto molto oscuro.

Di tutte le persone che Riley conosceva, Jenn era forse quella che meglio comprendeva quanto cupo fosse stato.

Infine, interruppe il suo silenzio: “Continuo soltanto a pensare che avrei dovuto ucciderlo immediatamente.”

Jenn replicò: “Era ferito, Riley. Non rappresentava alcuna minaccia per te.”

“Lo so” Riley esclamò. “Ma continuo a pensare che ho lasciato che la mia fedeltà nei suoi confronti offuscasse il mio giudizio.”

Jenn scosse la testa.

“Riley, ne abbiamo parlato. Sai già che cosa ne penso. Hai fatto la cosa giusta. E non devi credere per forza a me. Tutti gli altri qui la pensano allo stesso modo.”

Riley sapeva che era vero. I suoi colleghi e superiori si erano calorosamente congratulati con lei per aver consegnato Hatcher vivo. La loro gratitudine era un gradito cambiamento. Per tutto il tempo in cui Riley era stata alla mercé di Hatcher, tutti erano stati sospettosi nei suoi confronti. Ora che la nube del sospetto si era sollevata, i volti dei suoi colleghi erano di nuovo amichevoli, e lei era trattata con un rinnovato rispetto.

Riley si sentiva, di nuovo, davvero a casa lì.

Poi, Jenn aggiunse, sorridendo: “Caspita, hai persino fatto le cose secondo il manuale per una volta in vita tua.”

Riley sogghignò. Certamente, aveva seguito la corretta procedura nel modo in cui aveva catturato Hatcher, cosa che non era capitata molte volte nell’ultimo caso che aveva risolto con Jenn.

Riley rispose: “Sì, immagino che tu abbia fatto un corso intensivo dei miei … metodi anti convenzionali.”

“Di certo è così.”

Riley rise nervosamente. Aveva ignorato più regole del solito. Jenn l’aveva coperta fedelmente, persino quando si era infiltrata nella casa di un sospettato senza un mandato. Jenn avrebbe potuto fare rapporto, se avesse voluto. Avrebbe potuto far licenziare Riley.

“Jenn, apprezzo davvero …”

“Non dirlo nemmeno” Jenn disse. “Fa tutto parte del passato. Quello che conta deve ancora venire.”

Il sorriso di Jenn si allargò, mentre aggiunse: “E io non mi aspetto che tu agisca come una Girl Scout. Faresti meglio a non aspettartelo neanche da me.”

Riley rise di nuovo, più tranquillamente stavolta.

Trovava difficile credere di non essersi fidata della giovane partner, che aveva considerato come la sua vera nemesi.

Dopotutto, Jenn aveva fatto molto più per Riley, oltre a mantenere il segreto sul suo comportamento.

“Ti ho ringraziato per avermi salvato la vita?” Riley chiese.

Jenn sorrise.

“Ho perso il conto di quante volte” l’altra rispose.

“Allora, grazie ancora.”

Jenn non ribatté. Il suo sorriso svanì. Uno sguardo distante sul suo volto.

“Volevi qualcosa, Jenn?” Riley chiese. “Voglio dire, perché sei passata?”

Jenn continuò semplicemente a guardare in fondo al corridoio, per un istante.

Infine, iniziò: “Riley, non so se dovrei dirtelo …” Poi, si bloccò.

Riley intuì subito che c’era qualcosa che la turbava. Avrebbe voluto rassicurarla, dire qualcosa come … “Puoi dirmi tutto.”

Ma in quel modo avrebbe potuto sembrare presuntuosa.

Infine, Jenn sembrò tremare un po’.

“Non importa” disse. “Non è niente di cui tu debba preoccuparti.”

“Sei sicura?”

“Sì, certo.”

Senza aggiungere un’altra parola, Jenn sparì in fondo al corridoio, lasciando Riley con un grande senso di disagio. Aveva intuito da tempo che Jenn serbava dei propri segreti, alcuni dei quali forse erano molto oscuri.

Perché non si fida di me? Riley si chiese.

Sembrava che l’una o l’altra fossero destinate ad essere sempre un po’ diffidenti. E questo non poteva portare loro nulla di buono, se lavoravano insieme come partner.

Ma Riley non poteva farci nulla, almeno non ancora.

Dette un’occhiata al proprio orologio. Era quasi in ritardo per un appuntamento con il suo partner storico, Bill Jeffreys.

Il povero Bill era in licenza in quei giorni, dal momento che soffriva di DPTS, dopo un terribile incidente avvenuto dopo l’ultimo caso a cui avevano lavorato insieme. Riley fu assalita dalla tristezza, ripensandoci.

Lei e Bill, all’epoca, lavoravano insieme ad una promettente giovane agente di nome Lucy Vargas, che era stata uccisa nell’adempimento del proprio dovere.

Riley sentiva ogni giorno la mancanza di Lucy.

Ma, almeno, non si sentiva in colpa per la sua morte.

Invece Bill sì.

Quel mattino presto, Bill aveva chiamato Riley e le aveva chiesto di incontrarla alla base dei Marine, che occupava la parte più grande della struttura di Quantico.

Non le aveva detto il motivo, il che la preoccupava. Sperava che non si trattasse di qualcosa di grave.

Riley si alzò ansiosamente dalla sua scrivania e si diresse fuori dall’edificio del BAU.






CAPITOLO DUE


Bill provò un fremito di preoccupazione, mentre accompagnava Riley verso il poligono usato di solito dai Marine.

Sono pronto per questo? lui si chiese.

Sembrava quasi una domanda stupida. Dopotutto, era solo un poligono per fare pratica.

Ma non si trattava di uno ordinario.

Come lui, Riley indossava una tuta mimetica e portava con sÈ un fucile M16-A4 carico con vere munizioni.

Ma, a differenza di Bill, Riley non aveva idea di ciò che stavano per fare.

“Vorrei che mi dicessi di che cosa si tratta” chiese.

“Sarà una nuova esperienza per noi due” fu la laconica risposta.

Non aveva mai provato questo nuovo tipo di poligono di tiro prima d’ora. Ma Mike Nevins, lo psicanalista che lo stava aiutando con la DPTS, gliel’aveva raccomandato.

“Sarà una buona terapia” Mike aveva detto.

Bill sperava che avesse ragione e che, provandolo con Riley, sarebbe riuscito a rilassarsi.

Presero posizione l’uno accanto all’altra, tra dei pali verticali, di fronte ad un enorme campo in erba che si estendeva fino ad una zona asfaltata. Sull’asfalto c’erano barriere verticali segnate da fori di proiettili.

Pochi istanti prima, Bill aveva parlato con un uomo in una cabina di controllo, e tutto doveva essere pronto ormai.

A quel punto parlò nuovamente con il suo interlocutore, tramite un piccolo microfono di fronte alle labbra.

“Bersagli a caso. Via.”

Improvvisamente, sagome dalla forma umana apparvero da dietro le barriere, e tutte si mossero in direzione della zona asfaltata. Indossavano uniformi dello stile dei combattenti dell’ISIS, ed erano armate.

“Nemici!” Bill gridò a Riley. “Spara!”

Riley era troppo sorpresa per sparare; Bill sparò una volta e mancò il bersaglio. Poi, sparò di nuovo e colpì una delle sagome, che si piegò completamente e smise di muoversi. Le altre sagome si voltarono per evitare il fuoco; alcune si mossero più velocemente, altre invece si nascosero dietro le barriere.

Riley esclamò: “Dannazione!”

Non aveva ancora colpito un bersaglio.

Bill scoppiò a ridere.

“Stop” lui disse nel microfono.

Improvvisamente, tutte le sagome restarono immobili.

“Oggi spareremo a finti tizi su ruote?” Riley chiese con una risata.

Bill spiegò: “Sono robot autonomi, montati su scooter Segway. Quell’uomo con cui ho parlato nella cabina, un minuto fa, sta installando dei programmi che essi devono seguire. Ma non controlla ogni loro movimento. In realtà non li controlla. “Sanno” che cosa fare. Hanno degli scanner a laser e algoritmi di navigazione, così che possano evitarsi tra loro e le barriere.”

Riley sgranò gli occhi per lo stupore.

“Certo” esclamò. “E sanno che cosa fare quando si comincia a sparare: correre o nascondersi, o entrambi.”

“Vuoi provare di nuovo?” Bill chiese.

Riley annuì; cominciava a sembrare entusiasta.

Ancora una volta Bill parlò nel microfono: “Bersagli a caso. Via.”

Le sagome cominciarono a muoversi come prima, e Riley e Bill spararono singoli colpi contro di esse. Bill e Riley colpirono un robot ciascuno: entrambe le macchine colpite si fermarono e si piegarono. Gli altri invece, si dispersero; alcuni si spostarono capricciosamente e altri ancora, si nascosero dietro le barriere.

Riley e Bill continuarono a sparare, ma l’attività cominciò a farsi difficile. I robot che si muovevano cominciarono a seguire tragitti imprevedibili a varie velocità. Quelli che erano nascosti dietro le barriere continuavano a saltare fuori, schernendo Riley e Bill affinché sparassero loro. Era impossibile prevedere da che lato della barriera sarebbero apparsi. Dopo essersi rivelati, iniziavano a muoversi freneticamente all’aperto o si nascondevano nuovamente.

Nonostante quell’apparente caos, Riley e Bill impiegarono solo trenta secondi per colpire tutti gli otto robot, che si fermarono piegati e immobili tra le barriere.

Riley e Bill abbassarono le loro armi.

“È stato strano” Riley esclamò.

“Vuoi fermarti?” Bill chiese.

Riley sogghignò.

“Stai scherzando? Assolutamente no. Allora, che cosa succede ora?”

Bill deglutì, sentendosi improvvisamente nervoso.

“Dobbiamo colpire i nemici senza uccidere un civile” spiegò.

Riley lo guardò con comprensione. Capiva la sua preoccupazione e la ragione per cui questo nuovo esercizio lo metteva a disagio: gli rammentava del giovane innocente a cui aveva erroneamente sparato il mese precedente. Il ragazzo era guarito dalla ferita, ma Bill non era ancora riuscito a superare il senso di colpa.

Il senso di colpa di Bill era peggiorato dal fatto che una brillante giovane agente di nome Lucy Vargas era stata uccisa in quelle circostanze.

Se solo fossi stato in grado di salvarla, pensò ancora una volta.

Bill era stato ufficialmente in licenza fin da allora e aveva continuato a chiedersi se sarebbe mai riuscito a tornare a lavoro. Completamente sconvolto, si era abbandonato all’alcol e aveva persino accarezzato l’idea del suicidio.

Riley l’aveva aiutato a venirne fuori; in effetti, gli aveva probabilmente salvato la vita.

Bill sembrava cominciare a sentirsi meglio, ormai.

Ma era pronto per questo?

Riley continuava a guardarlo con preoccupazione.

“Sei sicuro che sia una buona idea?” gli chiese.

Ancora una volta, Bill ricordò ciò che Mike Nevins aveva detto.

“Sarà una buona terapia.”

Bill annuì a Riley.

“Credo di sì” rispose.

Ripresero le loro posizioni, e sollevarono le armi. Bill parlò nel microfono. “Nemici e civile.”

Le stesse azioni di prima ricominciarono, solo che, stavolta, una delle sagome era una donna avvolta in un hijab blu. Non era difficile distinguerla dai nemici nei loro scialbi completi marroni, ma si muoveva in mezzo agli altri in modi apparentemente casuali.

Riley e Bill cominciarono a colpire i nemici nello stesso modo di prima: alcune sagome maschili schivarono i proiettili, mentre altre si ripararono dietro le barriere, solo per sbucare fuori in momenti imprevedibili.

La sagoma femminile si muoveva anch’essa come se fosse spaventata dal fuoco, precipitandosi a destra e a sinistra freneticamente, ma, in qualche modo, non riusciva mai a nascondersi dietro una barriera. Il suo panico simulato rendeva soltanto più difficile non colpirla accidentalmente.

Bill sentì il sudore freddo scendergli dalla fronte, mentre sparava un colpo dopo l’altro.

Presto, lui e Riley abbatterono tutti i nemici, e la donna in hijab rimase l’unica illesa.

Bill emise un lento sospiro di sollievo, ed abbassò l’arma.

“Come va?” Riley gli chiese, con una nota di preoccupazione nella sua voce.

“Piuttosto bene, direi” fu la risposta dell’uomo.

Ma i palmi erano sudati contro l’arma, e stava anche un po’ tremando.

“Forse è sufficiente per ora” Riley esclamò.

Bill scosse la testa.

“No” lui disse. “Dobbiamo procedere.”

“Di che cosa si tratta stavolta?”

Bill deglutì forte.

“C’è un ostaggio. Il civile verrà ucciso, a meno che io e te non colpiamo due nemici contemporaneamente.”

Riley gli rivolse un’occhiata dubbiosa.

“Bill, non lo so …”

“Coraggio” la incitò. “È solo una simulazione. Facciamo un tentativo.”

Riley alzò le spalle e sollevò la sua arma.

Bill parlò nel microfono: “Simulazione ostaggio. Via.”

I robot tornarono in vita. La sagoma femminile restò all’aperto, mentre i nemici sparirono dietro le barriere.

Poi, due nemici apparvero dietro le barriere, muovendosi minacciosamente intorno alla sagoma femminile, che barcollava avanti e indietro con apparente ansia.

Bill sapeva che il trucco per lui e Riley consisteva nello sparare a entrambi i nemici non appena fossero stati nel loro raggio d’azione.

Spettava a lui riconoscere quel momento.

Mentre lui e Riley prendevano la mira con le loro armi, Bill disse …

“Io sparo a quello sulla sinistra, tu invece ti occupi di quello a destra. Spara quando io dico ‘Via.’”

“D’accordo” la donna rispose tranquillamente.

Bill monitorò attentamente movimenti e posizioni dei due nemici. Si rese conto che sarebbe stato difficile, molto più difficile di quanto si aspettasse.

Nello stesso istante in cui uno dei nemici si allontanava, l’altro si metteva pericolosamente vicino all’ostaggio.

Riusciremo mai a colpirli senza fare danni? si chiese lui.

Poi, solo per un breve istante, i due nemici si allontanarono entrambi dall’ostaggio di circa trenta centimetri in direzioni opposte.

“Via!” Bill gridò.

Ma prima che potesse premere il grilletto, nella mente emersero delle immagini …



Si stava dirigendo di corsa verso un edificio abbandonato, quando sentì riecheggiare uno sparo.

Impugnò la sua arma e corse all’interno, dove vide Lucy giacere prona sul pavimento.

Poi, vide un ragazzo muoversi verso di lei.

Istintivamente, Bill gli sparò e lo colpì.

L’uomo si girò prima di cadere, e, solo allora, Bill vide che aveva le mani vuote.

Era disarmato.

L’uomo stava soltanto provando ad aiutare Lucy.

Ferita a morte, Lucy si sollevò su un gomito, sparando sei colpi al suo vero aggressore …

… l’uomo a cui Bill avrebbe dovuto sparare.



Un colpo risuonò dal fucile di Riley, destando Bill dal proprio flashback.

Le immagini erano apparse e scomparse in una mera frazione di secondo.

Uno dei nemici s’inclinò, morto per il colpo inferto da Riley.

Ma Bill restò immobile. Non riusciva a premere il grilletto.

Il nemico sopravvissuto si voltò minacciosamente verso la donna, e uno sparo registrato si sentì da un altoparlante.

La donna si abbassò e cessò di muoversi.

Bill sparò infine con la sua arma, e colpì il nemico sopravvissuto, ma era troppo tardi per l’ostaggio, che era già morto.

Per un momento, la situazione sembrò orribilmente reale.

“Gesù” esclamò lui. “Oh, Gesù, che cos’è successo?”

Bill avanzò, quasi a volersi precipitare in aiuto della donna.

Riley si fermò di fronte a lui per fermarlo.

“Bill, va tutto BENE! È solo un gioco! Non è reale!”

Bill si bloccò, tremando dalla testa ai piedi, e provando a calmarsi.

“Riley, mi dispiace, è solo che… ho rivissuto tutto per un secondo e …”

“Lo so” Riley disse per confortarlo. “Lo capisco.”

Bill crollò e scosse la testa.

“Forse non sono pronto per questo” disse. “Forse faremmo meglio a fermarci qui oggi.”

Riley gli diede una pacca sulla spalla.

“No” lei disse. “Credo che faresti meglio a ripeterlo.”

Bill fece alcuni respiri lunghi e lenti. Sapeva che la partner aveva ragione.

Entrambi ripresero le proprie posizioni, e ancora una volta Bill disse nel microfono …

“Simulazione ostaggio. Via.”

Si avviò nuovamente la medesima simulazione, con due nemici nascosti pericolosamente vicino all’ostaggio.

Bill respirava lentamente, inspirava ed espirava, mentre osservava la scena dinnanzi a sÈ.

È solo un gioco, si disse. È solo un gioco.

Finalmente, il momento che lui stava attendendo arrivò. Entrambi i nemici si allontanarono leggermente dall’ostaggio. Rischiava ancora di colpirlo, ma Bill e Riley dovevano agire.

“Via!” lui gridò.

Stavolta, sparò all’istante, e sentì il suono dello sparo di Riley in una frazione di secondo dopo.

Entrambi i nemici si piegarono e cessarono di muoversi.

Bill abbassò il fucile.

Riley gli dette una pacca sulla schiena.

“Ce l’hai fatta, Bill” disse, sorridendo. “Mi sto divertendo. Che altro possiamo fare con questi robot?”

Bill disse: “C’è un programma che ci permette di avanzare verso di loro, mentre spariamo.”

“Allora proviamoci.”

Bill parlò nel microfono.

“Corpo a corpo.”

Tutti gli otto nemici cominciarono a muoversi, e Bill e Riley avanzarono verso di loro passo dopo passo, sparando a piccole scariche. Un paio di robot caddero, e gli altri si sparpagliarono, rendendo più difficile colpirli.

Mentre Bill sparava in lontananza, si rese conto che qualcosa mancava in quella simulazione.

Non sparano anche loro, pensò.

Poi, improvvisamente, il sollievo per aver salvato l’ostaggio stranamente scomparve. Dopotutto, lui e Riley avevano soltanto salvato la vita di un robot.

Non cambiava la realtà di quanto era accaduto il mese precedente.

Certamente non aveva riportato Lucy in vita.

Il senso di colpa lo perseguitava ancora. Se ne sarebbe mai liberato?

E sarebbe mai riuscito a tornare a lavoro?






CAPITOLO TRE


Dopo la sessione di simulazioni, Riley rimase preoccupata per Bill. Certamente si era ripreso in fretta, dopo essersi bloccato unicamente una volta. Ed in realtà era sembrato divertirsi, quando avevano cominciato a sparare con la simulazione del corpo al corpo.

Le era persino parso allegro, quando aveva lasciato Quantico per tornare al suo appartamento. Eppure, non era lo stesso vecchio Bill che era stato il suo partner per molti anni, e da tanto tempo il suo migliore amico.

Intuiva quale fosse la sua maggiore preoccupazione: Bill temeva che non sarebbe più stato in grado di tornare a lavoro.

Avrebbe voluto poterlo rassicurare con parole gentili e semplici, come … “Stai solo attraversando un momento difficile. Succede a tutti. Lo supererai prima di quanto pensi.”

Ma le rassicurazioni di maniera non erano quello di cui Bill necessitava al momento. E la verità era che Riley non sapeva davvero come sarebbero andate le cose.

Aveva patito anche lei la DPTS, e sapeva quanto fosse difficile riprendersi. Voleva solo aiutare Bill ad affrontare quel terribile nemico.

Riley era tornata nel suo ufficio ma, in realtà, aveva ben poco da fare quel giorno al BAU. Non aveva un caso di cui occuparsi, e questi giorni rilassati erano manna dopo l’intensità dell’ultimo caso in Iowa. Sbrigò alcune pratiche burocratiche, che necessitavano della sua attenzione, e se ne andò.

Mentre guidava verso casa, si sentiva contenta al pensiero di cenare con la propria famiglia. Era felice specialmente per aver invitato Blaine Hildreth e la sua famiglia ad unirsi a loro.

Riley era felice per la presenza di Blaine nella sua vita. Era un uomo bello ed affascinante e, come lei, divorziato piuttosto di recente.

Si era dimostrato anche molto coraggioso.

Era stato Blaine a sparare e ferire gravemente Shane Hatcher, quando aveva minacciato la famiglia di Riley.

Riley gli sarebbe stata grata per questo per sempre.

Aveva trascorso una sola notte con Blaine finora, a casa sua. Si erano dimostrati alquanto discreti in merito; la figlia dell’uomo, Crystal, era via dai cugini, per le vacanze di primavera. Riley sorrise ricordando come avevano fatto appassionatamente l’amore.

Quella sera sarebbe finita allo stesso modo?



*



La governante di Riley, Gabriela, aveva preparato un delizioso pasto a base di chiles rellenos, ricetta di famiglia che aveva portato con sÈ dal Guatemala. Tutti si stavano godendo i fumanti peperoni abbondantemente ripieni.

Riley si sentiva profondamente soddisfatta per l’ottima cena e la meravigliosa compagnia.

“Non troppo picante?” Gabriela chiese.

Non era troppo caldo e piccante per le papille gustative degli americani, naturalmente, e Riley era certa che Gabriela ne fosse consapevole. Gabriela mostrava sempre moderazione con le sue ricette originali del Centro America. Era ovviamente a caccia di complimenti, che arrivavano rapidamente e facilmente.

“No, è perfetto” rispose April, la figlia quindicenne di Riley.

“Il migliore di sempre” aggiunse Jilly, la tredicenne che Riley stava per adottare.

“Davvero fantastico” si unì Crystal, la migliore amica di April.

Il padre di Crystal, Blaine Hildreth, rimase per un poco in silenzio ma Riley intuì dalla sua espressione che era incantato dal piatto. E l’apprezzamento dell’uomo era un particolare complimento, perché veniva da un esperto: Blaine possedeva un ristorante esclusivo ma casual lì a Fredericksburg.

“Come lo fa, Gabriela?” le chiese dopo qualche boccone.

“Es un secreto” la donna rispose con un sorriso malizioso.

“Un segreto, eh?” Blaine disse. “Che tipo di formaggio ha usato? Non riesco a capirlo. Ma so che non si tratta di Monterey Jack o Chihuahua. Manchego, forse?”

Gabriela scosse la testa.

“Non lo dirò mai” replicò con un sogghigno.

Mentre Blaine e Gabriela continuavano a chiacchierare sulla ricetta, parte in inglese e parte in spagnolo, Riley si trovò a chiedersi se lei e Blaine potessero …

Arrossì un po’ all’idea.

No, non accadrà stanotte.

Sarebbe stato difficile essere tranquilli e discreti, visti tutti i presenti.

Non che ci fosse qualcosa di sbagliato nelle cose così com’erano.

Essere circondata da persone a cui voleva profondamente bene era già sufficiente per quella serata particolare. Ma, mentre osservava la sua famiglia ed i suoi amici divertirsi, una nuova preoccupazione cominciò ad emergere nella mente di Riley.

Una persona seduta a tavola con loro aveva a malapena pronunciato una sola parola finora. Si trattava di Liam, il nuovo coinquilino di Riley. Aveva l’età di April, ed i due adolescenti qualche tempo prima avevano avuto una storia. Riley aveva salvato l’alto ed allampanato ragazzo da un padre violento ed ubriaco. Il giovane aveva bisogno di un posto in cui vivere, e, al momento, ciò significava dormire sul divano nel soggiorno di Riley.

In genere, Liam era chiacchierone e socievole. Ma qualcosa sembrava turbarlo quella sera.

Riley domandò: “Qualcosa non va, Liam?”

Il ragazzo non sembrò nemmeno sentirla.

Riley alzò leggermente il tono di voce.

“Liam.”

Liam sollevò lo sguardo dal piatto, che aveva toccato appena, fino ad allora.

“Huh?” disse.

“Qualcosa non va?”

“No. Perché?”

Riley strizzò gli occhi nervosamente. C’era qualcosa che non andava, era chiaro. Liam di rado rispondeva a monosillabi.

“Me lo stavo soltanto chiedendo” la donna disse, ripromettendosi di parlare da sola con il ragazzo in un altro momento.



*



Gabriela concluse il pasto con un delizioso dessert a base di flan. Riley e Blaine si godettero dei drink nel dopo cena, mentre i quattro ragazzi si divertivano in soggiorno, ed infine Blaine e sua figlia tornarono a casa.

Riley attese che April e Jilly si ritirassero nelle proprie camere per la notte. Poi, andò da sola in soggiorno. Liam era seduto tranquillamente sul divano ancora chiuso, con lo sguardo perso nel vuoto.

“Liam, so che c’è qualcosa che non va. Vorrei che me ne parlassi.”

“Non c’è niente che non va” Liam rispose.

Riley incrociò le braccia e non disse nulla. L’esperienza con le ragazze le aveva insegnato che era meglio attendere che gli adolescenti si aprissero da soli.

Poi, Liam sbottò: “Non ho voglia di parlarne.”

Riley ne rimase stupita. Era abituata ai cambiamenti di umore di April e Jilly, di tanto in tanto. Ma quello non era un tratto tipico di Liam, che si era sempre dimostrato disponibile e cortese. Era anche uno studente costante, e Riley apprezzava la sua influenza su April.

Riley continuò ad aspettare in silenzio.

Finalmente, l’adolescente iniziò: “Ho ricevuto una telefonata da papà oggi.”

Riley avvertì un senso di agitazione alla bocca dello stomaco.

Non poteva dimenticare quel terribile giorno, in cui si era precipitata a casa di Liam, per impedire che il padre lo picchiasse brutalmente.

Sapeva che non doveva sorprendersi di questa notizia ma non aveva idea di che cosa dire.

Liam aggiunse: “Mi ha detto di essere dispiaciuto per tutto. E anche che sente la mia mancanza.”

La preoccupazione di Riley s’intensificò. Non aveva alcuna custodia legale su Liam. Al momento, svolgeva il ruolo di genitore affidatario improvvisato, non sapeva esattamente quale sarebbe stato il suo futuro ruolo nella vita del giovane.

“Vuole che torni a casa?” Riley domandò.

Liam annuì.

Riley non poteva permettersi di porre la domanda più ovvia …

“Tu che cosa vuoi?”

Che cosa avrebbe dovuto fare, che cosa poteva fare, se Liam avesse affermato di voler tornare a casa sua?

Lei sapeva che Liam era un ragazzo gentile e indulgente. Come molte vittime di abusi, era anche incline alla profonda negazione.

Riley si sedette accanto a lui.

Gli domandò: “Sei stato felice qui?”

Liam fece un piccolo singhiozzo. Per la prima volta, Riley si rese conto che era stava per scoppiare in lacrime.

“Oh, sì” rispose. “Questo è stato… sono davvero stato … tanto felice.”

Riley sentì un nodo alla gola. Voleva dirgli che poteva restare lì per tutto il tempo che desiderava. Ma che cosa avrebbe potuto fare, se il padre avesse voluto che rientrasse a casa? Non avrebbe avuto alcun modo di impedire che accadesse.

Una lacrima scese lungo la guancia di Liam.

“È solo che … da quando la mamma se n’è andata … sono tutto ciò che mio padre ha. O almeno lo ero, finché non me ne sono andato. Ora è tutto solo. Mi ha detto che ha smesso di bere. Che non mi farà più del male.”

Riley quasi disse …

“Non credergli. Non credergli mai quando dice una cosa simile.”

Ma le sue parole furono diverse: “Liam, devi sapere che tuo padre è molto malato.”

“Lo so” Liam disse, consapevole.

“Spetta a lui ottenere l’aiuto di cui ha bisogno. Ma finché non lo fa … beh, sarà molto difficile per lui cambiare.”

Riley restò in silenzio per un istante.

Poi aggiunse: “Ricorda soltanto che non è colpa tua. Lo sai questo, vero?”

Liam deglutì un singhiozzo ed annuì.

“Sei mai tornato a trovarlo?” Riley chiese.

Liam scosse silenziosamente la testa.

Riley gli dette una pacca sulla mano.

“Voglio solo che tu mi prometta una cosa. Se andrai a trovarlo, non andarci da solo. Voglio venire con te. Me lo prometti?”

“Lo prometto” Liam disse.

Riley prese una confezione di fazzolettini, posata lì vicino, e ne diede uno a Liam, che si asciugò le lacrime e si soffiò il naso. Poi restarono entrambi seduti in silenzio per alcuni lunghi istanti.

Infine, Riley esclamò: “Hai ancora bisogno di me?”

“No. Sto BENE ora. Grazie per … beh, lo sai.”

Le sorrise debolmente.

“Un po’ per tutto” aggiunse.

“È stato un piacere” Riley disse, ricambiando quel sorriso.

A quel punto lasciò il soggiorno, entrò in sala e si sedette da sola sul divano.

Improvvisamente, un singhiozzo si fece strada dal profondo e cominciò a piangere. Rimase sorpresa di quanto fosse stata scossa dalla conversazione appena avuta con Liam.

Ma, ripensandoci, le fu abbastanza facile comprenderne la ragione.

Mi sono spinta troppo oltre rispetto alle mie possibilità, pensò.

Dopotutto, stava ancora provando ad adottare Jilly. Aveva salvato quella povera ragazza dalla sua dose di orrori. Quando Riley l’aveva trovata, Jilly era tanto disperata da essere pronta a vendere il proprio corpo.

Che cosa aveva pensato di fare portando un altro adolescente nella sua casa?

Improvvisamente desiderò che Blaine fosse ancora lì a parlare con lei.

Blaine sembrava sempre sapere che cosa dire.

La tranquillità sembrava essere finita. Si era goduta il periodo di stasi sul lavoro ma, a poco a poco, le preoccupazioni stavano cominciando ad emergere sia riguardo alla sua famiglia sia riguardo a Bill.

Faticava a considerare quei giorni una sorta di vacanza.

Riley non riusciva a fare a meno di chiedersi …

C’è qualcosa che non va in me?

Era in qualche modo semplicemente incapace di godersi una vita serena?

Ad ogni modo, era certa di una cosa.

Quel periodo di stasi non sarebbe durato. Da qualche parte, un mostro stava commettendo atti efferati, e sarebbe spettato a lei fermarlo.






CAPITOLO QUATTRO


Il mattino seguente Riley fu svegliata presto dalla vibrazione del suo cellulare.

Si lamentò ad alta voce e cercò di svegliarsi definitivamente.

La pausa è finita, pensò.

Guardò il cellulare, e si rese conto di aver fatto centro. Aveva ricevuto un sms dal suo caposquadra al BAU, Brent Meredith. Voleva che lo incontrasse, e il suo messaggio era scritto nel suo tipico stile conciso …



BAU 8:00



Vedendo l’ora, si rese conto che avrebbe dovuto sbrigarsi, per arrivare in tempo all’appuntamento. Sebbene Quantico distasse soltanto mezz’ora d’auto da casa, doveva uscire in fretta.

Le occorsero pochi minuti per lavarsi i denti, sistemare i capelli, vestirsi e precipitarsi al piano di sotto.

Gabriela stava già preparando la colazione in cucina.

“Il caffè è pronto?” Riley le chiese.

“Sí” Gabriela rispose, e le versò una tazza bollente.

Riley sorseggiò il caffè con impazienza.

“Deve andare via senza fare colazione?” Gabriela le chiese.

“Temo di sì.”

Gabriela le diede un bagel.

“Allora porti con sÈ questo. Deve mettere qualcosa nello stomaco.”

Riley ringraziò Gabriela, buttò giù dell’altro caffè, e poi si precipitò all’auto.

Durante il breve tragitto fino a Quantico, una strana sensazione s’impossessò di lei.

In verità aveva già cominciato a sentirsi meglio di quanto non si fosse sentita durante gli ultimi giorni, persino lievemente euforica.

Almeno in parte questo era imputabile ad una scarica di adrenalina, naturalmente, mentre la sua mente e il suo corpo si preparavano ad affrontare un nuovo caso.

Ma si trattava anche di qualcosa di piuttosto inquietante, una sensazione che le cose stessero in qualche modo tornando alla normalità.

Riley sospirò a quel pensiero.

Si chiese se questo significasse che per lei dare la caccia ai mostri era più normale di trascorrere del tempo con le persone che amava?

Non può essere … beh, normale, pensò.

C’era di peggio: questo le ricordava qualcosa che suo padre, un brutale e amareggiato ufficiale dei Marine in pensione, le aveva detto prima di morire.

“Sei una cacciatrice. Ciò che gli altri chiamano normale, ti ucciderebbe se provassi a viverci troppo a lungo.”

Riley desiderava con tutto il cuore che non fosse vero.

Ma, in quei momenti, non poteva fare a meno di preoccuparsi: i ruoli di moglie, madre e amica erano impossibili per lei?

Non poteva neppure provare?

“La caccia” era la sola cosa che aveva davvero nella vita?

No, decisamente non era la sola cosa.

Senza dubbio non era nemmeno la cosa più importante della sua vita.

Si fece forza e scacciò quella domanda sgradevole dalla sua mente.

Giunta all’edificio del BAU, parcheggiò e si precipitò direttamente nell’ufficio di Brent Meredith.

Vide che Jenn era già lì, in apparenza molto più entusiasta e sveglia di quanto fosse lei. Riley sapeva che Jenn, come Bill, aveva un appartamento nella città di Quantico, perciò non doveva aver impiegato molto ad arrivare lì. Ma attribuiva anche la freschezza mattutina di Jenn alla sua giovinezza.

In Jenn rivedeva se stessa più giovane, pronta ed entusiasta all’idea di entrare in azione immediatamente, in qualsiasi ora del giorno o della notte, e capace di andare avanti senza dormire per molte ore, quando il lavoro lo richiedeva.

Quei giorni erano ormai passati per lei?

Non era un pensiero piacevole, e non migliorava affatto il suo nervosismo.

Seduto alla propria scrivania, Brent Meredith mostrava una figura formidabile come sempre: lineamenti scuri e spigolosi, robusto e atteggiamento concentrato sul lavoro.

Riley si sedette, e Meredith non perse tempo ad arrivare al punto.

“Stamattina c’è stato un omicidio. È successo sulla spiaggia pubblica della Belle Terre Nature Preserve. Conoscete questo posto?”

Jenn rispose: “Ci sono stata qualche volta. Un ottimo posto per le escursioni.”

“Anch’io ci sono stata” Riley commentò.

Riley ricordava piuttosto bene la riserva naturale. Era sulla Chesapeake Bay, a poco più di due ore d’auto da Quantico. Costituita da diverse centinaia di acri di foresta e da un’ampia spiaggia pubblica sulla baia, era una zona popolare per chi amava stare all’aperto.

Meredith tamburellò con le dita sulla scrivania.

“La vittima era Todd Brier, un pastore luterano della vicina Sattler. È stato sepolto vivo sulla spiaggia.”

Riley sussultò leggermente.

Sepolto vivo!

Aveva avuto degli incubi di quel genere, ma non aveva mai lavorato su questo particolare ed orribile tipo di omicidio.

Meredith continuò: “Brier è stato trovato circa alle sette di questa mattina, e sembra che fosse morto da circa un’ora.”

Jenn chiese: “Che cosa fa di questo un caso dell’FBI?”

Meredith rispose: “Brier non è la prima vittima. Ieri è stato trovato un altro corpo nelle vicinanze: una giovane donna di nome Courtney Wallace.”

Riley soffocò un sospiro.

“Non mi dica che …” aggiunse “anche lei è stata sepolta viva.”

“Indovinato” Meredith disse. “È stata uccisa su uno dei sentieri per escursionisti nella stessa riserva naturale, apparentemente anche lei al mattino presto. È stata scoperta più tardi, al mattino, quando un escursionista si è trovato davanti a un cumulo di terra e ha chiamato la gestione del parco.”

Meredith si piegò nella sedia, spostandosi leggermente avanti e indietro.

Poi aggiunse: “Finora, la polizia locale non ha trovato alcun sospettato o testimone. Oltre ai luoghi e al modus operandi, non hanno molto altro. Entrambe le vittime erano giovani e sane. Non c’è stato il tempo di scoprire se fossero collegate in qualche modo, si sa soltanto che sono state uccise al mattino presto.”

La mente di Riley si mise a lavoro, mentre provava a trovare un senso a quanto aveva appena sentito. Tuttavia disponeva di troppo poco per poter procedere.

Dunque, chiese: “La polizia locale ha sigillato l’area?”

Meredith annuì.

“Hanno recintato la zona di foresta vicino al sentiero e metà della spiaggia. Ho detto loro di non spostare il corpo dalla spiaggia, finché i miei uomini non sarebbero arrivati.”

“Che mi dice del corpo della donna?” Jenn domandò.

“È all’obitorio di Sattler, la città più vicina. Il coroner del Tidewater District è alla spiaggia al momento. Voglio che voi due andiate lì quanto più in fretta possibile. Prendete un veicolo dell’FBI, qualcosa che si faccia notare. Spero che, se l’FBI si mostra visibilmente sulla scena, il colpevole almeno rallenti. Immagino che non abbia ancora ancora finito di uccidere.”

Meredith spostò lo sguardo tra Riley e Jenn.

“Ci sono domande?” l’uomo chiese.

Riley aveva una domanda, ma non sapeva se porla.

Infine, si decise: “Signore, vorrei fare una richiesta.”

“Allora?” Meredith esclamò, piegandosi di nuovo nella sua sedia.

“Vorrei che l’Agente Speciale Jeffreys fosse assegnato a questo caso.”

Gli occhi di Meredith si restrinsero.

“Jeffreys è in licenza” disse. “Sono sicuro che lei e l’Agente Roston possiate cavarvela da sole.”

“Sono sicura di sì” Riley aggiunse. “Ma …”

La donna esitò.

“Ma cosa?” Meredith domandò.

Riley deglutì rumorosamente. Sapeva che a Meredith non piaceva molto, quando gli agenti gli chiedevano dei favori personali.

Lei allora disse: “Penso che abbia bisogno di tornare a lavoro, signore. Credo che gli farebbe bene.”

Meredith si mostrò irritato, ma rimase in silenzio per un momento.

Poi aggiunse: “Non lo assegnerò ufficialmente al caso. Ma, se vuole lavorare con lui in maniera informale, non ho alcuna obiezione.”

Riley lo ringraziò, provando a non mostrarsi troppo espansiva, per evitare che l’uomo cambiasse idea. Poi, lei e Jenn presero un SUV ufficiale dell’FBI.

Mentre Jenn cominciava a guidare verso sud, Riley prese il cellulare e scrisse un messaggio a Bill.



Lavorerò ad un nuovo caso con la Roston. Il capo ha detto che va BENE se TU ti unisci a noi. Voglio che tu lo faccia.



Riley attese per qualche istante. Il suo cuore prese a battere un po’ più forte, quando vide che il messaggio risultava con la scritta “letto.”

Poi, digitò …



Allora sei dei nostri?



Ancora una volta, il messaggio risultò “letto”, ma non ci fu alcuna risposta.

Riley si sentì scoraggiata.

Forse non è una buona idea, pensò. Forse è ancora troppo presto.

Avrebbe voluto che Bill rispondesse, almeno per dirle di no.






CAPITOLO CINQUE


Mentre Jenn guidava il SUV a sud, verso la loro destinazione, Riley continuò a leggere i messaggi che aveva inviato dal suo cellulare.

I minuti passavano e Bill ancora non rispondeva.

Infine, decise di chiamarlo.

Digitò il suo numero. Con sua frustrazione, rispose la segreteria telefonica.

Al suono del bip, si limitò a dire: “Bill, chiamami. Subito.”

Quando Riley appoggiò il cellulare sul suo grembo, Jenn le rivolse un’occhiata frettolosa.

“Qualcosa non va?” domandò.

“Non lo so” Riley rispose. “Spero di no.”

La sua preoccupazione aumentò durante il viaggio. Ricordò un messaggio che aveva ricevuto da Bill, mentre lavorava al suo caso più recente in Iowa …



Solo per fartelo sapere. Sono seduto qui con una pistola in bocca.



Riley rabbrividì al ricordo della disperata telefonata che era seguita, quando era riuscita a parlare con lui, dissuadendolo dal commettere un suicidio.

Stava capitando di nuovo?

E, in quel caso, che cosa poteva fare per aiutarlo?

Un suono acuto, improvviso e penetrante scacciò questi pensieri dalla mente di Riley. Le ci volle un secondo per comprendere che Jenn aveva messo in funzione la sirena, per farsi largo in mezzo al traffico lento.

Riley considerò la sirena un rigido sollecito …

Devo riportare la mente nel gioco.



*



Erano circa le tre e trenta, quando Riley e Jenn arrivarono alla Belle Terre Nature Preserve. Seguirono una strada in direzione della spiaggia, proseguendo finché non s’imbatterono in un paio di auto della polizia e nel furgone del coroner. Oltre i veicoli, su un pendio erboso, era stato steso il classico nastro della polizia, per tenere lontano il pubblico dalla spiaggia.

La spiaggia non era immediatamente visibile, quando uscirono dal veicolo. Ma Riley vide i gabbiani volare in alto, sentì una frizzante brezza sul viso, l’odore di sale nell’aria ed il suono delle onde.

Riley vide un piccolo gruppo di giornalisti, radunati nell’area del parcheggio, vicino alla scena del crimine: ne fu turbata ma non sorpresa. Si fecero subito intorno alle due agenti, ponendo domande a raffica.

“Abbiamo avuto due omicidi in due giorni. È opera di un serial killer?”

“Ci avete dato il nome della vittima di ieri. Avete identificato questa nuova vittima?”

“Avete contattato la famiglia della vittima?”

“È vero che entrambe le vittime sono state sepolte vive?”

Riley fece una smorfia a quell’ultima domanda. Naturalmente, non era sorpresa che si fosse sparsa la voce sul modo in cui le vittime erano morte. I giornalisti potevano averlo appreso dalla polizia locale. Ma non aveva dubbi che i media avrebbero dato risalto a questi omicidi con tutte le proprie forze.

Riley e Jenn si fecero largo in mezzo ai giornalisti, senza fare alcun commento. Poi, furono accolte da un paio di poliziotti locali che le scortarono oltre il nastro della polizia, sul pendio erboso digradante verso la spiaggia. Riley sentiva la sabbia infilarsi nelle scarpe, mentre camminava.

Pochi attimi dopo, la scena del delitto apparve dinnanzi a loro.

Diversi uomini circondavano una fossa scavata nella sabbia, dove ancora si trovava il corpo. Due di loro si avvicinarono a Riley e Jenn, andando loro incontro. Uno era un uomo tarchiato dai capelli rossi, vestito in uniforme. L’altro, un uomo snello con ricci capelli neri, indossava una camicia bianca.

“Sono felice che siate riuscite ad arrivare così presto” l’uomo con i capelli rossi disse, quando Riley e Jenn si presentarono. “Sono Parker Belt, il capo della polizia di Sattler. Questo è Zane Terzis, il coroner del Distretto di Tidewater.”

Il Capo Belt le accompagnò verso la fossa, e qui videro il corpo quasi coperto a metà.

Riley era più che abituata a vedere cadaveri in vari stati di mutilazione e decomposizione. Nonostante la sua esperienza, quello spettacolo la sconvolse.

Si trattava di un uomo biondo, di circa trent’anni, ed indossava un completo da footing adatto per una corsa mattutina lungo la spiaggia. Le braccia erano distese, in una sorta di posa statuaria di rigor mortis nel disperato tentativo di tirarsi fuori dalla fossa. Aveva gli occhi ben chiusi, e la bocca spalancata colma di sabbia.

Il Capo Belt fermo accanto a Riley e Jenn.

Iniziò a dare loro informazioni: “Aveva ancora un portafoglio con tutti i documenti identificativi, non che ne avessimo davvero bisogno. L’ho riconosciuto nell’istante in cui Terzis e i suoi uomini hanno scoperto il suo volto. Si chiamava Todd Brier, ed era un pastore luterano qui a Sattler. Non frequentavo la sua Chiesa, visto che sono un metodista. Ma lo conoscevo. Eravamo buoni amici. Andavamo a pescare insieme di tanto in tanto.”

La voce di Belt lasciava trasparire il dispiacere e lo shock.

“Com’è stato scoperto il corpo?” Riley chiese.

“Un uomo di passaggio con il cane” Belt rispose. “L’animale si è fermato qui, annusando e guaendo, poi ha cominciato a scavare, e immediatamente è apparsa una mano.”

“L’uomo che ha trovato il corpo è ancora qui?” Riley domandò.

Belt scosse la testa.

“L’abbiamo mandato a casa. Era davvero scosso. Ma gli abbiamo chiesto di rendersi disponibile per delle domande. Posso mettervi in contatto con lui.”

Riley sollevò lo sguardo dal corpo e si concentrò sul mare, che distava circa quindici metri. Le acque della Chesapeake Bay erano di un bel blu profondo, con onde bianche che bagnavano dolcemente la sabbia. Riley notò che la marea stava scendendo.

Riley chiese: “Questo è stato il secondo omicidio?”

“Proprio così” Belt rispose tristemente.

“Prima di questi due, è mai successo qualcosa del genere qui?”

“Intende dire qui a Belle Terre?” Belt disse. “No, niente del genere. Questa è una riserva tranquilla per uccelli e fauna selvatica. La gente del posto frequenta questa spiaggia, specialmente le famiglie. Di tanto in tanto, capita di arrestare qualche aspirante cacciatore o di sedare risse tra visitatori. Dobbiamo anche scacciare gente di passaggio qualche volta. A volte è una questione seria.”

Riley girò intorno alla fossa, per guardare il corpo da un angolo diverso. Vide un rivolo di sangue dietro la nuca della vittima.

“Che cosa ne pensa di questa ferita?” chiese a Terzis.

“Sembra che sia stato colpito da un oggetto pesante” il coroner rispose. Lo studierò meglio quando avremo il corpo in obitorio. Ma, dall’aspetto, direi che probabilmente è bastato a stordirlo, abbastanza da non farlo reagire, mentre il killer lo seppelliva. Dubito che sia stato completamente privo di sensi. È ovvio che ha lottato molto.”

Riley sussultò.

Sì, era evidente.

Poi, disse a Jenn: “Scatta delle foto e mandamele.”

Jenn tirò immediatamente fuori il cellulare, e cominciò a scattare delle foto della fossa e del cadavere. Nel frattempo, Riley continuava a girare lentamente intorno alla fossa, controllando la spiaggia in ogni direzione. Il killer non aveva lasciato molti indizi. La sabbia intorno alla fossa era stata ovviamente spostata dal colpevole, mentre scavava, e c’era una labile traccia di impronte, ad indicare il percorso dell’uomo che aveva scoperto il corpo.

Anche le impronte lasciate dal killer erano a mala pena visibili. La sabbia asciutta non tratteneva la forma di una scarpa. Ma Riley notò che l’erba palustre, che aveva attraversato venendo lì, era stata percorsa da qualcun altro oltre alla squadra investigativa.

Fece un cenno in quella direzione e si rivolse a Belt: “I suoi uomini hanno setacciato attentamente in mezzo all’erba, per scoprire se sia stata lasciata qualche traccia lì?”

Il capo annuì.

In Riley cominciò a nascere una sensazione: si trattava di una sensazione familiare, che, a volte, veniva fuori quando si trovava sulla scena di un crimine.

Non l’aveva sentita spesso, mentre si occupava dei suoi casi più recenti. Ma era una sensazione piacevole, che sapeva di poter utilizzare come strumento.

Era un’inspiegabile sensazione che aveva provato il killer stesso.

Se consentiva a quella sensazione d’impossessarsi di lei, probabilmente avrebbe avuto una visione di ciò che era accaduto lì.

Riley si allontanò leggermente dal gruppo radunato sulla scena. Dette un’occhiata a Jenn, e vide che quest’ultima la stava osservando. Riley sapeva che la partner conosceva la sua reputazione, il fatto che penetrava nelle menti dei killer. Riley annuì, e vide Jenn entrare in azione: prese a fare domande, distraendo gli altri sulla scena, dando così a Riley qualche istante per concentrarsi.

Riley chiuse gli occhi e provò a visualizzare la scena, così come doveva essere apparsa al momento dell’omicidio.

Immagini e suoni giunsero a lei agevolmente.

Fuori c’era nebbia, e la spiaggia era ancora nella penombra; ma la prima luce cominciava a mostrarsi nel cielo che baciava l’acqua, dove il sole presto sarebbe sorto, e non era troppo buio per potersi guardare intorno.

C’era l’alta marea, e l’acqua era vicina: probabilmente sarebbe stato facile, da quella posizione, scagliare una pietra in mare. Il suono delle onde era forte.

Abbastanza forte, da impedire al killer di sentire se stesso scavare, realizzò Riley.

In quel momento, non ebbe difficoltà ad entrare in una mente strana …



Sì, stava scavando, e sentiva la tensione dei suoi muscoli, mentre gettava mucchi di sabbia quanto più lontano possibile, sentiva il misto di sudore e di spruzzi d’acqua sul suo volto.

Non era affatto facile scavare. Infatti, era un po’ frustrante.

Non era facile scavare una fossa su una spiaggia sabbiosa come quella.

La sabbia aveva un modo particolare di scivolare all’interno, riempiendo parzialmente lo spazio, mentre lui scavava.

L’uomo stava pensando …

Non sarà molto profonda. Ma non deve essere profonda.

Fece tutto continuando a guardare la spiaggia, alla ricerca della sua preda. Infine questa apparve, mentre correva con soddisfazione a poca distanza da lui.

E in quel momento la fossa era profonda proprio quanto doveva essere.

Il killer spinse la pala nella sabbia, e sollevò le mani e poi le agitò.

“Venga qui!” gridò all’uomo che stava facendo footing.

Non importava molto ciò che gridava, al di sopra del rumore delle onde che si infrangevano sulla spiaggia; la sua prossima vittima non sarebbe stata in grado di cogliere le sue vere parole, ma soltanto un grido soffocato.

L’uomo si fermò a quel suono e guardò nella sua direzione.

Poi, si diresse verso il killer.

Era sorridente mentre si avvicinava, e il killer stava ricambiando il suo sorriso.

Presto, furono vicini da potersi ascoltare reciprocamente.

“Che cosa c’è?” l’uomo gridò al di sopra del suono delle onde.

“Venga qui che glielo mostro” il killer gridò in risposta.

L’uomo si diresse incautamente verso il killer.

“Guardi laggiù” il killer disse. “Guardi molto attentamente.”

Allora l’uomo eseguì, si abbassò e, con un movimento rapido e abile, il killer raccolse la pala e lo colpì dietro alla nuca, facendolo cadere dritto nella fossa …



L’esercizio di Riley fu bruscamente interrotto dal suono della voce del Capo Belt.

“Agente Paige?”

Riley aprì gli occhi e vide che Belt la stava guardando con un’espressione curiosa. Si era ormai distratto dalle domande di Jenn.

L’uomo esclamò: “È sembrato che fosse assente per qualche istante.”

Riley sentì Jenn sogghignare nelle vicinanze.

“Talvolta lei lo fa” Jenn si rivolse al capo. “Non si preoccupi, sta lavorando sodo.”

Riley tornò a riflettere rapidamente sulle impressioni che aveva appena avuto: tutte molto ipotetiche certamente, e probabilmente non una ricostruzione puntuale di ciò che era in realtà accaduto.

Ma era certa di un dettaglio: l’uomo che stava facendo footing si era avvicinato su invito del killer, e lo aveva fatto senza alcun timore.

Questo le suggerì un indizio piccolo ma cruciale.

Riley disse al capo della polizia: “Il killer è affascinante, piacevole. La gente si fida di lui.”

A quella affermazione, il capo sgranò gli occhi.

“Come fa a saperlo?” le chiese.

Riley sentì una risata proveniente da qualcuno che si stava avvicinando dietro di lei.

“Si fidi di me, lei sa che cosa fa.”

Si voltò al suono di quella voce ed il suo umore migliorò immediatamente.






CAPITOLO SEI


Il Capo Belt raggiunse l’uomo che si stava avvicinando, intimando: “Signore, quest’area è chiusa. Non ha visto la barriera?”

“Tranquillo” intervenne Riley. “Questo è l’Agente Speciale Bill Jeffreys. Sta con noi.”

Riley si precipitò verso Bill, e lo condusse abbastanza distante, così che gli altri non li sentissero.

“Che cos’è successo?” lei chiese. “Perché non hai risposto ai miei messaggi?”

Bill sorrise impacciatamente.

“Sono stato soltanto un idiota. Io …” Poi restò in silenzio e distolse lo sguardo.

Riley attese una sua risposta.

Poi, lui finalmente riprese: “Quando ho ricevuto i tuoi messaggi, non sapevo se ero o meno pronto. Allora, ho chiamato Meredith per avere dettagli, ma ancora non sapevo se fossi pronto. Accidenti, non sapevo se ero pronto quando mi sono messo alla guida per arrivare fin qui. E non sapevo se fossi pronto, fino ad ora, quando ho visto …”

Indicò il corpo.

Aggiunse: “Adesso lo so. Sono pronto a tornare a lavoro. Conta su di me.”

La sua voce era ferma e la sua espressione lasciava trasparire la sincerità.

Riley emise un grosso sospiro di sollievo ed accompagnò Bill dagli ufficiali radunati intorno al corpo nella fossa. Poi, lo presentò al capo e al coroner.

Jenn già conosceva Bill e parve contenta di vederlo, cosa che fu apprezzata da Riley. L’ultima cosa di cui lei aveva bisogno era che Jenn si sentisse emarginata o offesa.

Riley e gli altri misero al corrente Bill di tutti i dettagli raccolti finora sul caso. L’uomo ascoltò con uno sguardo di profondo interesse.

Infine, Bill si rivolse al coroner: “Credo che possiate portare via il corpo adesso. Sempre che vada BENE all’Agente Paige.”

“Per me va bene” Riley acconsentì. Era felice che Bill sembrasse essere tornato quello di una volta, pronto ad esercitare una sorta di autorità.

Quando il coroner cominciò ad estrarre il cadavere dalla fossa, Bill scrutò l’area per un istante.

Chiese a Riley: “Hai controllato il sito dell’omicidio precedente?”

“Non ancora” rispose.

“Allora dovremmo farlo” commentò.

Riley disse al Capo Belt: “Andiamo a dare un’occhiata all’altra scena del crimine.”

Il capo acconsentì. “Si trova a circa tre chilometri all’interno della riserva naturale” spiegò.

Tutti riuscirono a farsi largo tra i giornalisti, ancora una volta senza commentare.

Riley, Bill e Jenn entrarono nel SUV dell’FBI, e il Capo Belt e il coroner presero un’altra auto. Il capo li guidò lontano dalla spiaggia, lungo una strada sabbiosa all’interno di un’area boschiva. Quando la strada terminò, parcheggiarono i loro veicoli. Riley e i colleghi seguirono i due ufficiali a piedi, lungo un sentiero che conduceva tra gli alberi.

Il capo fece stare il gruppo su un lato del sentiero, indicando alcune nitide impronte sul suolo duro.

“Scarpe da tennis ordinarie” Bill commentò.

Riley annuì. Vide che quelle impronte conducevano in entrambe le direzioni. Ma era certa che non avrebbero fornito molte informazioni, tranne che la misura di scarpe del killer.

Ad ogni modo, delle tracce interessanti erano mescolate alle impronte. Due linee traballanti erano scavate nel suolo.

“Che cosa ne pensi di queste linee?” Riley chiese a Bill.

“Tracce di una carriola, che è andata e tornata” il partner rispose. Poi, guardò oltre la propria spalla, in direzione della strada, per poi aggiungere: “Immagino che il killer abbia parcheggiato dove l’abbiamo fatto noi ora, e abbia portato con sé i suoi strumenti, lungo questo sentiero.”

“È quello che abbiamo pensato anche noi” Belt concordò. “E poi, se n’è andato di nuovo da questa parte.”

Presto raggiunsero un punto, in cui il sentiero ne incrociava uno più stretto. Nel bel mezzo del sentiero più piccolo, c’era un buco lungo e profondo. Era circa della larghezza del sentiero stesso.

Il Capo Belt indicò il punto in cui il nuovo sentiero emergeva dagli alberi circostanti. “L’altra vittima sembra essere arrivata, facendo footing, da quella direzione” disse. “La fossa è stata camuffata, e ci è caduta dentro.”

Terzis aggiunse: “Si è rotta la caviglia, probabilmente a causa della caduta. Perciò, era indifesa quando il killer ha cominciato a buttarle la terra addosso.”

Riley sussultò di nuovo, al pensiero di quel tipo di morte orribile.

Jenn disse: “E tutto questo è accaduto ieri.”

Terzis annuì e riprese: “Sono quasi certo che l’ora della morte sia identica a quella dell’altra vittima sulla spiaggia, probabilmente intorno alle sei del mattino.”

“Prima persino dell’alba” Belt aggiunse. “Dev’esserci stata molta nebbia. Un uomo che stava facendo footing è arrivato qui prima dell’alba, ed ha visto la terra spostata e ci ha chiamato.”

Mentre Jenn iniziava a scattare altre foto, Riley passò al setaccio l’area. Gli occhi le caddero su un cespuglio appiattito che si era trovato lungo il tragitto della carriola. Vide dove il killer doveva aver accumulato la terra, a circa quattro metri dal sentiero. Gli alberi erano fitti, accanto a questi sentieri, perciò una persona che faceva footing non avrebbe potuto vedere il killer e nemmeno la terra, mentre correva in quella direzione.

Ora la fossa era stata riscavata dalla polizia. che aveva accumulato la terra lì accanto.

Riley ricordò che Meredith aveva fatto il nome della vittima a Quantico, ma non riusciva a rammentarlo al momento.

Disse al Capo Belt: “Presumo che lei sia riuscito a identificare la vittima.”

“Esatto” Belt rispose. “Aveva ancora molti documenti identificativi con sé, proprio come Todd Brier. Si chiamava Courtney Wallace. Viveva a Sattler, ma non la conoscevo personalmente. Perciò, non posso dirle molto altro al momento, ad eccezione del fatto che era giovane, probabilmente poco più di vent’anni.”

Riley s’inginocchiò accanto alla fossa e guardò al suo interno. Immediatamente, comprese esattamente come il killer aveva creato quella trappola. In fondo alla fossa, c’era un grosso e largo pezzo di stoffa rovinata, con foglie e detriti accumulati sopra di essa. Era stato usato per coprire tutta la fossa, e non poteva saltare agli occhi di qualcuno che faceva footing, specialmente prima dell’alba, quando la luce era ancora fioca.

Si ripromise di chiamare una squadra del BAU, affinché esaminasse quei siti. Forse avrebbero potuto risalire all’origine del telo.

Pochi istanti dopo, Riley avvertì nuovamente una traccia della stessa sensazione che aveva provato alla spiaggia, stava per scivolare nuovamente nella mente del killer. Quella sensazione non era molto nitida, però. Poteva immaginarlo accovacciato, proprio nel punto in cui era inginocchiata, intento a guardare verso la sua preda indifesa.

Allora che cosa aveva fatto in quei momenti, prima di seppellirla viva?

Rammentò a se stessa la sua precedente impressione: l’uomo era affascinante e piacevole.

All’inizio, probabilmente aveva simulato sorpresa, nel trovare la giovane donna in fondo alla fossa. Poteva persino aver dato alla donna l’impressione che l’avrebbe aiutata a venirne fuori.

Lei si è fidata di lui, pensò Riley. Magari per un istante.

Poi, aveva cominciato a deriderla.

E, quasi subito, aveva iniziato a rovesciare la carriola, gettando la terra su di lei.

La donna doveva aver gridato, una volta compreso quello che stava accadendo.

Dunque, come aveva reagito lui al suono delle sue grida?

Riley sentiva che il sadismo del killer era emerso con chiarezza. Si era fermato, per gettarle una singola zolla di terra sul viso, non così grande da impedirle di urlare, ma per tormentarla.

Riley rabbrividì completamente.

Provò sollievo, mentre il senso di connessione cominciava a scemare.

Ora poteva riprendere a guardare la scena del crimine con occhi più obbiettivi.

La forma della fossa le sembrò strana. L’estremità in cui lei si trovava era scavata a forma di cuneo. L’altra era speculare.

Il killer doveva aver faticato per ottenere quel risultato.

Ma perché? Riley si chiese. Che cosa potrebbe significare?

Proprio allora, sentì la voce di Bill chiamare da qualche parte dietro di lei.

“Ho trovato qualcosa. Fareste tutti meglio a venire qui a dare un’occhiata.”






CAPITOLO SETTE


Riley si voltò nel tentativo di capire il motivo per cui Bill stesse urlando. La sua voce proveniva da dietro gli alberi, proprio su un lato del sentiero.

“Che cosa c’è?” chiese il Capo Belt.

“Che cos’ha trovato?” Terzis riecheggiò.

“Venite qui” Bill rispose, gridando.

Riley si alzò in piedi e andò nella direzione indicata dalla voce del partner. Rami di cespuglio spezzati le indicarono il punto in cui lui aveva lasciato il sentiero .

“Venite?” Bill gridò, iniziando a sembrare un po’ impaziente.

Riley intuì dal tono della sua voce che era serio.

Seguita da Belt e Terzis, attraversò il boschetto, finché raggiunsero una piccola radura in cui si trovava Bill, intento a guardare in terra.

Era vero, aveva trovato qualcosa.

Un altro pezzo di stoffa era in terra, legato e tenuto fermo da gancetti agli angoli.

“Accidenti” Terzis mormorò.

“Non un altro corpo” Belt esclamò.

Riley comprese subito che doveva trattarsi di qualcos’altro. Prima di tutto, la fossa era molto più piccola dell’altra, e di forma quadrata.

Bill indossò un paio di guanti di plastica, per evitare di lasciare impronte su qualunque cosa stesse per trovare. Poi, s’inginocchiò e spostò gentilmente il pezzo di stoffa.

Tutto ciò che Riley vide fu un pezzo rotondo di legno scuro e lucido.

Bill prese attentamente il cerchio di legno con entrambe le mani, e lo sollevò.

Tutti, con la sua sola eccezione, sussultarono per quello che aveva lentamente tirato fuori dalla fossa.

“Una clessidra!” esclamò il Capo Belt.

“La più grande che io abbia mai visto” Terzis aggiunse.

E, infatti, l’oggetto era alto più di sessanta centimetri.

“Sei sicuro che non si tratti di una trappola?” Riley chiese sospettosa.

Bill si alzò in piedi con l’oggetto, tenendolo in perpendicolare, maneggiandolo con quanta più delicatezza possibile, come se tenesse in mano uno strumento esplosivo. Lo posò sul terreno, accanto alla fossa.

Riley s’inginocchiò e lo esaminò attentamente. L’oggetto non sembrava avere cavi o molle. Ma si nascondeva qualcosa sotto la sabbia? Infine, inclinò la clessidra su un lato, e non vide alcunché di strano.

“È soltanto una grande clessidra” mormorò. “E nascosta, proprio come la trappola sul sentiero.”

“Non si tratta esattamente di una clessidra” Bill osservò. “Sono certo che misuri un periodo di tempo più lungo di un’ora. È quello che si chiama timer di sabbia.”

Agli occhi di Riley, l’oggetto appariva come straordinariamente bello. I due globi di vetro erano splendidamente definiti, uniti insieme da una piccolissima apertura. La parte superiore tondeggiante in legno ed i pezzi della parte inferiore erano collegati da tre barre di legno, intarsiate da motivi decorativi. La parte superiore era caratterizzata da un’intarsio a forma di onda. Il legno era scuro e molto lucido.

Riley aveva visto dei timer di sabbia in precedenza, ma molto più piccoli: erano creati per la cucina, e misuravano da tre o venti minuti. Questo era molto, molto più grande, alto più di sessanta centimetri.

Il globo inferiore era parzialmente pieno di sabbia dorata.

Invece, in quello superiore, non c’era sabbia.

Il Capo Belt chiese a Bill: “Come ha fatto a sapere che c’era qualcosa qui?”

Bill era accovacciato accanto al timer di sabbia, esaminandolo attentamente. Anziché rispondere, domandò: “Qualcun altro ha notato qualcosa di strano relativamente alla forma del buco sul sentiero?”

“Io” Riley disse. “Le estremità della fossa erano scavate in una sorta di forma a cuneo.”

Bill annuì.

“Era grossomodo la forma di una freccia. La freccia indicava dove il sentiero s’incurvava, e alcuni cespugli erano stati smossi. Perciò, sono venuto qui per vedere che cosa indicasse.”

Il Capo Belt stava ancora guardando il timer di sabbia con stupore.

“Beh, siamo fortunati che l’abbia trovato” l’uomo disse.

“Il killer voleva che guardassimo qui” Riley borbottò. “Voleva che lo scoprissimo.”

Riley guardò Bill e poi Jenn. Intuì che stavano pensando alla stessa cosa a cui lei stava pensando.

La sabbia all’interno del timer si era esaurita.

Forse, in un modo che non comprendevano ancora, ciò significava che non erano affatto fortunati.

Riley guardò Belt e chiese: “Qualcuno dei suoi uomini ha trovato un timer come questo sulla spiaggia?”

Belt scosse la testa e rispose semplicemente: “No.”

Riley provò un cupo fremito di intuizione.

“Allora non avete guardato abbastanza bene” la donna commentò.

Né Belt né Terzis parlarono per un istante. Sembrava che non riuscissero a credere alle proprie orecchie.

Poi Belt disse: “Ascolti, qualcosa del genere sarebbe senz’altro venuta fuori. Sono sicuro che non ci fosse qualcosa di simile nella zona vicina.”

Riley si accigliò. L’oggetto, per essere stato deposto così attentamente, doveva essere importante. Era sicura che i poliziotti in qualche modo non avevano notato un altro timer di sabbia.

Del resto, avrebbero dovuto farlo lei, Bill e Jenn quando erano stati alla spiaggia. Dove poteva essere?

“Dobbiamo tornare a dare un’occhiata” Riley disse.

Bill portò l’enorme timer al SUV. Jenn aprì il portabagagli e, insieme a Bill, mise dentro l’oggetto, assicurandosi che fosse legato e fissato in modo da proteggerlo da qualsiasi movimento brusco o improvviso. Lo coprirono con un lenzuolo che era nel SUV.

Riley, Bill e Jenn entrarono nel veicolo e seguirono l’auto del capo della polizia, di nuovo fino alla spiaggia.

Il numero di giornalisti che si erano radunati nel parcheggio era aumentato e stavano diventando più aggressivi. Mentre Riley ed i colleghi passavano in mezzo a loro ed oltrepassavano il nastro giallo, si chiese per quanto tempo ancora sarebbero stati in grado d’ignorare le loro domande.

Quando raggiunsero la spiaggia, il corpo non si trovava più all’interno della fossa. La squadra del coroner l’aveva già caricato nel proprio furgone. I poliziotti locali stavano ancora setacciando la zona in cerca di indizi.

Belt chiamò a raccolta i suoi uomini, che si radunarono intorno a lui.

“Qualcuno ha visto un timer di sabbia qui intorno?” chiese. “Dovrebbe avere la forma di una grossa clessidra, alta almeno sessanta centimetri.”

I poliziotti sembravano perplessi dalla domanda. Scossero la testa e risposero di no.

Riley stava iniziando a sentirsi impaziente.

Dev’essere qui intorno, da qualche parte, pensò. Salì sul culmine di un vicino pendio erboso e si guardò intorno. Ma non scorse alcuna clessidra e neppure sabbia spostata, che avrebbe indicato la presenza di qualcosa appena sepolto.

Forse il suo intuito le stava giocando dei tiri mancini? Qualche volta era successo.

Non stavolta, pensò.

Il suo sesto senso le diceva che non si sbagliava.

Tornò indietro e si mise a guardare in fondo alla fossa. Era molto diversa da quella nel bosco. Era più bassa e più informe. Il killer non avrebbe potuto utilizzare la sabbia asciutta per creare un indicatore nemmeno se ci avesse provato.

Si voltò e guardò in ogni direzione.

Non vide altro che sabbia e schiuma di mare.

La marea era bassa. Naturalmente, il killer avrebbe potuto realizzato una sorta di scultura in sabbia dalla forma di una freccia, ma sarebbe stata subito visibile. Se non era stata distrutta, sarebbe stata ancora visibile.

La donna chiese allora agli altri: “Avete visto qualcun altro qui vicino, oltre all’uomo con il cane che ha trovato il corpo?”

I poliziotti alzarono le spalle, e si scambiarono un’occhiata.

Uno di essi disse: “Nessuno tranne Rags Tucker.”

Riley sgranò gli occhi.

“E chi è?” allora domandò.

“Solo un eccentrico vagabondo che vive di quanto trova in spiaggia” rispose il Capo Belt. “Vive in un piccolo wigwam laggiù.”

Belt indicò un punto più distante, lungo la spiaggia, dove il bagnasciuga s’incurvava lontano dalla zona in cui si trovavano.

Ora Riley iniziò ad irritarsi.

“Perché nessuno l’ha menzionato prima?” esplose.

“Non ce n’era motivo” Belt rispose. “Abbiamo parlato con lui, non appena siamo arrivati qui. Non ha visto nulla che abbia a che fare con l’omicidio. Ha detto che stava dormendo, quando è successo.”

Riley emise un verso d’irritazione.

“Andremo a fare una visita a questo tizio” replicò.

Seguita da Bill, Jenn e dal Capo Belt, cominciò a camminare lungo la spiaggia.

Mentre camminavano, Riley disse a Belt: “Pensavo che avesse chiuso la spiaggia.”

“Ed è così” Belt disse.

“Allora che cosa diavolo ci fanno ancora tutti qui?” Riley chiese.

“Beh, come ho detto, Rags vive qui” Belt disse. “Non sembra esserci un motivo valido per poterlo cacciare via. Inoltra, non ha un altro posto dove andare.”

Dopo aver svoltato la curva, Belt li condusse, dalla spiaggia su un pendio erboso Il gruppo camminò superò la morbida sabbia e l’alta erba, fino alla cima della salita. Da lì, Riley poteva vedere un piccolo wigwam improvvisato, a circa novanta metri di distanza.

“È tutta la casa di Rags” Belt disse.

Quando si avvicinarono, Riley si rese conto che era coperto di sacchetti di plastica e coperte. Il pendio certamente lo metteva fuori dalla portata dell’alta marea. Il wigwam era circondato da coperte, ricoperte da ciò che sembrava un folle assortimento di oggetti.

Riley si rivolse a Belt: “Mi dica di Rags Tucker. Belle Terre non ha regole contro il vagabondaggio?”

Belt sogghignò leggermente.

Dunque, disse: “A dire il vero, sì, ma Rags non è esattamente il tipico vagabondo. È originale, e piace alla gente, specialmente ai visitatori. E non è un sospettato, mi creda. È la persona più innocua che esista al mondo.”

Belt indicò gli oggetti posti sulla coperta.

“Fa degli affari bizzarri con tutta la roba che ha qui. Raccoglie rifiuti dalla spiaggia, e la gente viene ad acquistarli, o a scambiare oggetti che non vuole più. In realtà, è soltanto una scusa per la gente che viene qui a parlare con lui. Lo fa per tutta l’estate, finché il tempo regge. Riesce a racimolare abbastanza soldi da affittare un appartamentino economico a Sattler per l’inverno. Poi, quando il tempo è buono di nuovo, torna qui.”

Quando si avvicinarono, Riley poté osservare quegli oggetti più attentamente. Si trattava di una bizzarra collezione che includeva legname, conchiglie ed altri oggetti naturali, ma anche vecchi tostapane, televisori guasti, vecchie lampade ed altro materiale che i visitatori avevano indubbiamente portato per lui.

Quando giunsero al margine della zona ingombra di coperte stese, Belt gridò: “Ehi, Rags. Mi chiedevo se potevamo parlare ancora un po’ con te.”

Una voce roca rispose dall’interno del wigwam.

“Te l’ho già detto, non ho visto nessuno. Non hai ancora catturato quel verme? Di sicuro non mi piace l’idea che ci sia un killer sulla mia spiaggia. Te l’avrei già detto se avessi saputo qualcosa.”

Riley avanzò verso il wigwam e gridò: “Rags, dovrei parlare con lei.”

“Lei chi è?”

“FBI. Mi chiedo se, forse, ha visto un grosso timer di sabbia. Sa, come una clessidra.”

Per alcuni istanti, non ci fu risposta. Poi, una mano all’interno del wigwam spinse via un lenzuolo che copriva l’apertura.

Dentro, c’era un uomo ossuto seduto a gambe incrociate, con grandi occhi che la guardavano.

E, poggiato di fronte a lui, c’era un enorme timer di sabbia.






CAPITOLO OTTO


L’uomo nel wigwam si limitò ad osservare Riley, con grandi occhi grigi. Lo sguardo della donna passava dal vagabondo al grosso timer di sabbia di fronte a lui. Trovò difficile stabilire che cosa fosse più stupefacente tra i due.

Rags Tucker aveva lunghi capelli grigi e una barba che gli arrivava fino alla vita. I suoi vestiti laceri e larghi corrispondevano al suo nome.

Naturalmente, lei si chiese …

Quest’uomo è un sospettato?

Lo trovava difficile da credere. I suoi arti erano sottili e filiformi, e non sembrava affatto abbastanza robusto da poter essere autore uno di quei faticosi omicidi. Trasmetteva decisamente un senso di innocuità.

Riley sospettava che il suo sciatto aspetto fosse una sorta di messinscena. Non aveva un cattivo odore, almeno da dove lei si trovava non ne sentiva alcuno, e i suoi vestiti sembravano puliti, sebbene fossero ormai logori e consumati.

Per quanto riguardava il timer di sabbia, assomigliava molto a quello che avevano trovato accanto al sentiero. Era alto più di sessanta centimetri, con motivi ad onda incisi sulla parte superiore, e tre barre abilmente intarsiate che tenevano insieme la struttura.

Non era identico all’altro, a dire il vero. In effetti, il legno non era così scuro, più di un marrone rossiccio. Sebbene gli intarsi fossero simili, non erano l’esatta replica di quelli che caratterizzavano l’altro timer di sabbia.

Ma quelle piccole variazioni non erano la differenza fondamentale tra i due.

Cosa più importante, la sabbia era il discrimine. Nel timer che Bill aveva trovato tra gli alberi, tutta la sabbia si trovava nel globo inferiore. In questo, invece, la maggior parte era ancora all’interno del globo superiore.

Questa sabbia era in movimento e scendeva lentamente nel globo sottostante.

Riley era sicura di una cosa: il killer aveva voluto che loro trovassero quel timer, così come aveva voluto che trovassero anche l’altro.

Tucker infine parlò. “Come faceva a sapere che ce l’avevo io?” si rivolse a Riley.

Riley estrasse il distintivo.

“Le domande le faccio io, se non le dispiace” rispose, in un tono per niente minaccioso. “Come l’ha avuto?”

Tucker alzò le spalle.

“È un regalo” l’altro rispose.

“Da parte di chi?” Riley chiese.

“Degli dei, forse. È caduto dal cielo, secondo la miglior versione che possa immaginare. Quando stamattina ho guardato fuori, l’ho visto immediatamente, lì sulle coperte, insieme alla mia roba. L’ho portato dentro e sono tornato a dormire. Poi, mi sono svegliato di nuovo, e sono rimasto qui a guardarlo per un po’.”

L’uomo osservò attentamente il timer di sabbia.

“Non ho mai osservato il tempo che passa a dire il vero” disse. “È un’esperienza unica. Sembra che il tempo passi lentamente e velocemente allo stesso tempo. E, in questo, c’è un senso di inevitabilità. Non si può riportare indietro il tempo, così come dicono.”

Riley chiese a Tucker: “La sabbia scorreva così quando l’ha trovato, o l’ha capovolto?”

“L’ho tenuto proprio così com’era” Tucker disse. “Pensa che oserei cambiare lo scorrere del tempo? Non interferisco con questioni cosmiche come questa. Non sono così stupido.”

No, non è affatto stupido, Riley pensò.

Era come se stesse cominciando a comprendere Rags Tucker meglio, ad ogni frammento della loro conversazione. Quest’uomo vagabondo, confuso e trasandato, era davvero bravo a intrattenere i visitatori. Si era trasformato in un’attrazione locale lì, a Belle Terre. E, da quello che il Capo Belt le aveva detto di lui, Riley sapeva che si era creato una vita modesta. Si era stabilito lì e aveva ottenuto un permesso implicito per vivere esattamente dove voleva.

Rags Tucker era lì per intrattenere ed essere intrattenuto.

Riley stabilì che questa fosse una situazione delicata.

Aveva bisogno di portargli via il timer di sabbia. Voleva farlo in fretta, e senza sollevare lamentele a riguardo.

Ma lui gliel’avrebbe concesso?

Sebbene lei conoscesse benissimo le leggi relative a ricerca e sequestro, non era affatto sicura di come si applicassero ad un vagabondo che viveva in un wigwam su una proprietà privata.

Se ne sarebbe dovuta occupare senza ottenere un mandato. Ma doveva procedere attentamente.

Disse a Tucker: “Pensiamo che possa averlo lasciato qui chi ha commesso i due omicidi.”

Tucker sgranò gli occhi.

Poi Riley disse: “Abbiamo bisogno di prendere con noi il timer. Potrebbe essere una prova importante.”

Tucker scosse lentamente la testa.

Poi replicò: “Sta dimenticando la legge della spiaggia.”

“Cioè?” Riley chiese.

“Chi trova tiene. Inoltre, se questo è davvero un dono dagli dei, farei meglio a non condividerlo. Non intendo violare la volontà dell’universo.”

Riley studiò la sua espressione. Poteva dire che non era pazzo o delirante, sebbene potesse talvolta agire da tale. Ma semplicemente faceva parte dello spettacolo.

No, questo particolare vagabondo sapeva esattamente che cosa stava facendo e dicendo.

È al lavoro, Riley pensò.

Riley aprì il portafoglio, estrasse una banconota da venti dollari e gliela offrì.

Gli disse: “Forse questa aiuterà a sistemare le cose con l’universo.”

Tucker allargò leggermente il sorriso.

“Non lo so” disse. “L’universo sta diventando piuttosto caro in questi giorni.”

Fu come se Riley stesse arrivando al cuore del gioco dell’uomo, e sapeva anche come proseguire la partita.

Gli disse: “Continua ad espandersi, vero?”

“Sì, fin dal Big Bang” Tucker disse. Poi, si massaggiò le dita ed aggiunse: “E so che sta per attraversare una nuova fase dell’inflazione.”

Riley non poté fare a meno d’ammirare l’astuzia dell’uomo, e la sua creatività. Immaginò che avrebbe fatto meglio a fare un patto con lui, prima che la conversazione andasse troppo in profondità, perché lei ne uscisse.

Tirò fuori un’altra banconota da venti dollari dal proprio portafoglio.

Tucker le tirò via entrambe le banconote dalla mano.

“È suo” le disse. “Ne abbia cura. Sento che si tratta di un oggetto davvero potente.”

Riley si ritrovò a pensare che l’uomo avesse ragione, probabilmente più di quanto in realtà lui stesso potesse sapere.

Con un grosso sorriso, Rags Tucker aggiunse: “Penso che possa farcela.”

Bill indossò di nuovo i guanti e si avvicinò al timer, per prenderlo.

Riley gli disse: “Fa attenzione, tienilo quanto più fisso possibile. Non vogliamo interferire con la velocità dello scorrere del tempo.”

Appena Bill sollevò il timer, Riley si rivolse a Tucker: “Grazie per il suo aiuto. Potremmo tornare a farle altre domande. Spero sarà disponibile.”

Tucker alzò le spalle e rispose: “Ci sarò.”

Quando si voltarono per andarsene, il Capo Belt disse a Riley: “Quanto tempo crede che resti ancora prima che tutta la sabbia finisca in fondo?”

Riley ricordò che il coroner aveva detto che entrambi gli omicidi erano avvenuti intorno alle sei del mattino. Riley dette un’occhiata al proprio orologio. Ora erano quasi le undici. Fece un rapido calcolo mentale.

Poi, si rivolse a Belt: “La sabbia terminerà in circa diciannove ore.”

“E poi che cosa succederà?” Belt domandò.

“Qualcuno morirà” fu la risposta di Riley.






CAPITOLO NOVE


Riley non riusciva a togliersi dalla mente le parole di Rags Tucker.

“E, in questo, c’è un senso di inevitabilità.”

Con i colleghi stava tornando alla spiaggia, diretta alla scena del crimine. Bill sorreggeva il timer di sabbia, mentre Jenn e il Capo Belt lo fiancheggiavano per aiutarlo a tenere fisso l’oggetto, nel tentativo di evitare di modificare il flusso della sabbia nel timer. E, naturalmente, lo scorrere della sabbia era ciò a cui Rags si era riferito.

Inevitabilità.

Aveva compreso l’effetto preciso che il killer aveva in mente, per quanto l’idea le ripugnasse.

Voleva che provassero la sensazione di un cappio che si stringeva, dell’avvicinarsi inevitabile del suo prossimo omicidio.

Era il suo modo d’intimidirli.

Riley sapeva che non dovevano lasciarsi influenzare ma temeva che non sarebbe stato facile.

Mentre procedeva lungo la spiaggia, prese il proprio cellulare e chiamò Brent Meredith.

Quando l’uomo rispose, esordì brutalmente: “Signore, abbiamo una situazione seria tra le mani.”

“Di che cosa si tratta?” Meredith chiese.

“Il nostro killer colpirà ogni ventiquattro ore.”

“Gesù” il capo esclamò. “Come lo sa?”

Riley stava per spiegargli tutto, ma pensò che avrebbe fatto meglio ad evitarlo. Sarebbe stato meglio se l’uomo avesse visto entrambi i timer.



“Stiamo tornando al SUV” Riley disse. “Non appena arriveremo, la chiamerò per una videoconferenza.”

Riley mise fine alla chiamata proprio quando raggiunsero di nuovo la scena del crimine. I poliziotti di Belt stavano ancora setacciando in mezzo all’erba palustre, alla ricerca di indizi. Le bocche dei poliziotti si spalancarono, quando videro Bill trasportare l’enorme timer.

“Che cosa diavolo è quello?” uno dei poliziotti chiese.

“Una prova” Belt replicò laconico.

Riley pensò che l’ultima cosa di cui ora avevano bisogno era che i giornalisti vedessero il timer. Se fosse successo, le voci avrebbero davvero cominciato a spargersi, peggiorando ancora di più la situazione. E senz’altro c’erano ancora giornalisti appostati nel parcheggio. Sapevano già che due persone erano state sepolte vive. Non avrebbero mollato l’osso facilmente.

Rivolgendosi al Capo Belt, chiese: “Potrei prendere in prestito la sua giacca?”

Belt si tolse la giacca e gliela diede. Riley la poggiò con attenzione sul timer di sabbia, coprendolo completamente.

“Andiamo” Riley si rivolse a Bill e Jenn. “Proviamo a portarlo al nostro veicolo, senza attirare troppa attenzione.”

Quando superarono la barriera del nastro della polizia, Riley vide che i giornalisti erano arrivati. Si radunarono intorno a Bill, chiedendogli che cosa trasportasse.

Riley temette il peggio, quando vide che premevano contro Bill, che stava provando a tenere il timer di sabbia quanto più stabile possibile. Semplici gomitate sarebbero bastate ad interferire con lo scorrere della sabbia. Ma poteva andare peggio: qualcuno poteva far cadere l’oggetto dalle mani di Bill.

Disse a Jenn: “Dobbiamo tenerli lontani da Bill.”

Raggiunsero il gruppo, ordinando ai giornalisti di indietreggiare.

Questi obbedirono prontamente, con troppa facilità, e restarono fermi a fissare inebetiti.

Riley subito comprese …

Probabilmente pensano che sia una bomba.

Dopotutto, quella possibilità si era formata nella mente sua e dei colleghi nel bosco, quando Bill aveva trovato il primo timer di sabbia.

Riley fece una smorfia al pensiero dei titoli che rischiavano di apparire sulle principali testate giornalistiche, e all’idea del panico che avrebbe potuto scatenarsi.

Si rivolse bruscamente ai giornalisti: “Non è un congegno esplosivo. È soltanto una prova. Ed è delicata.”

Quella dichiarazione fu accolta da un coro di voci rinfrancate, che chiedevano di che cosa si trattasse.

Riley scosse la testa e si allontanò. Bill era arrivato al SUV, e le due agenti si affrettarono a raggiungerlo. Entrarono nel veicolo e sistemarono accuratamente il nuovo timer di sabbia accanto all’altro, che era già al proprio posto coperto con una coperta.

I giornalisti si raggrupparono immediatamente, circondando il veicolo e continuando con le loro domande.

Riley emise un verso di frustrazione. Non sarebbero mai riusciti a combinare granché, con dei ficcanaso intorno.

Si mise al volante ed iniziò a muoversi lentamente. Un giornalista molto determinato provò a bloccare il passaggio, ponendosi direttamente di fronte al veicolo. A quel punto, mise in funzione la sirena, facendo spostare bruscamente l’uomo stupefatto. Poi, si allontanò con il SUV, lasciando la massa di giornalisti alle proprie spalle.

Dopo aver percorso circa mezzo miglio, Riley trovò un luogo piuttosto isolato in cui poter parcheggiare il veicolo.

Infine si rivolse a Jenn e Bill: “Pensiamo alle priorità. Dobbiamo subito far analizzare le impronte sui timer di sabbia.”

Bill annuì e disse: “C’è un kit nel vano portaoggetti.”

Mentre Jenn e Bill si mettevano al lavoro, Riley tirò fuori il proprio computer portatile e contattò Brent Meredith per una videochiamata.

Con sua grande sorpresa, sullo schermo non apparve soltanto il viso di Meredith. C’erano ben altri otto volti, tra cui uno puerile e lentigginoso, che Riley non era affatto felice di vedere.

Apparteneva all’Agente Speciale Capo Carl Walder, il superiore di Meredith al BAU.

Riley soffocò un grugnito di scoraggiamento. Era stata ai ferri corti con Carl Walder molte volte. In effetti, l’aveva sospesa e persino licenziata in diverse occasioni.

Ma perché ora stava partecipando alla videochiamata?

Con un brontolio a malapena celato, Meredith disse: “Agente Paige, il Capo Walder è stato tanto gentile da unirsi a noi per questa conversazione. Ed ha messo insieme una squadra, per aiutarci a risolvere questo caso.”

Quando Riley vide l’espressione annoiata sul volto di Meredith, comprese perfettamente la situazione.

Carl Walder aveva monitorato il caso per tutta la mattina. Non appena aveva scoperto che Riley aveva chiesto di poter entrare in videoconferenza con Meredith, aveva radunato il suo gruppo di agenti, per potervi partecipare. Al momento, erano tutti seduti nei loro rispettivi uffici al BAU con i propri computer sintonizzati sulla conferenza.

Il volto di Riley tradì la propria insoddisfazione. Il povero Brent Meredith doveva essersi sentito in trappola. Riley era certa che Walder stesse, come sempre, mettendosi in mostra. E richiamando una propria squadra, stava spudoratamente dimostrando la propria mancanza di fiducia nella professionalità di Riley.

Per fortuna, alcuni degli uomini di Walder erano persone con cui lei aveva lavorato e di cui si fidava. Vide anche Sam Flores, un tecnico di laboratorio fanatico di computer ma molto brillante, e Craig Huang, un promettente giovane agente, a cui aveva fatto da mentore.

Nonostante tutto, l’ultima cosa di cui aveva bisogno al momento era una squadra di persone da gestire ed organizzare. Sapeva che avrebbe reso meglio, lavorando solo con Bill e Jenn.




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