Per Te, per Sempre Sophie Love La Locanda di Sunset Harbor #7 La capacità di Sophie Love di trasmettere magia ai lettori risiede nelle sue squisite espressioni e descrizioni… È il romanzo rosa, magari da leggere sotto l’ombrellone, perfetto, ma con una marcia in più: l’entusiasmo e le bellissime descrizioni, unite a un’inaspettata attenzione per una complessità non solo sentimentale, ma anche psicologica. Lo consiglio vivamente agli amanti dei romanzi rosa che nelle loro letture ricercano un tocco di maggiore complessità. Midwest Book Review (Diane Donovan su Ora e per sempre) PER TE, PER SEMPRE è il libro #7 della serie rosa best-seller LA LOCANDA DI SUNSET HARBOR, che inizia con Ora e per sempre (libro #1) – scaricabile gratuitamente! A Sunset Harbor è arrivato l’autunno, e a mano a mano che la città si svuota Emily Mitchell entra nel suo secondo trimestre di gravidanza. Le nuove stanze della casa di Trevor sono disponibili per i clienti, e la nuova spa e il nuovo ristorante aprono. Nel frattempo seguono l’offerta per l’isola, sperando di aggiungere ancora un’altra dimensione alla loro vita a Sunset Harbor. Amy insiste nel darle un corredino a New York City, ed Emily torna nella sua vecchia casa, scioccandosi di fronte ai suoi stessi cambiamenti – e agli indesiderati ospiti che si fanno vedere. È mortificata nel venire a sapere che a Sunset Habor ci sarà un nuovo residente – un imprenditore di New York che aprirà una locanda rivale alla sua –, venuto per distruggerle l’attività. Chantelle torna a scuola, ma la sua nuova classe è una sorpresa spiacevole, e quando le cose non vanno il dramma la getta in crisi. Roy sta sempre peggio, e col tempo che rinfresca li invita tutti a una vacanza nella sua casa in Grecia, ed Emily, anche se preoccupata per la bambina che presto nascerà, non può rifiutare. È un viaggio che li cambierà tutti per sempre, e che culminerà in un Ringraziamento che nessuno di loro dimenticherà. PER TE, PER SEMPRE è il libro #7 di una nuova serie romantica stupefacente che ti farà ridere e piangere, costringendoti a girare le pagine una dopo l’altra fino a notte fonda – e che ti farà innamorare ancora una volta dell’amore. Il libro #8 sarà presto disponibile. La nuova serie rosa di Sophie Love, AMORE COSÌ, è disponibile subito! Un romanzo scritto molto bene, che tratta delle avversità vissute da una donna (Emily) durante la ricerca della sua vera identità. L’autrice ha fatto un ottimo lavoro con la creazione dei personaggi e le descrizioni dell’ambiente. Lì è costruito il romanzo – ma senza esagerazioni. Complimenti all’autrice per il fantastico primo libro di una serie che promette davvero molto bene. Books and Movies Reviews, Roberto Mattos (su Ora e per sempre) P E R T E, P E R S E M P R E (LA LOCANDA DI SUNSET HARBOR – LIBRO 7) S O P H I E L O V E Sophie Love Sophie Love, autrice numero uno di best-seller, è la scrittrice della divertente serie rosa LA LOCANDA DI SUNSET HARBOR, che include otto libri e inizia con ORA E PER SEMPRE (LA LOCANDA DI SUSNET HARBOR – LIBRO 1). Sophie Love è autrice anche di una nuova divertente serie rosa, CRONACHE D’AMORE, che inizia con AMORE COSÌ (CRONACHE D’AMORE – LIBRO 1). Visita il sito www.sophieloveauthor.com (http://www.sophieloveauthor.com) per scrivere a Sophie, entrare a far parte della mailing list, ricevere e-book gratis ed essere sempre al corrente delle ultime novità! Copyright © 2017 di Sophie Love. Tutti i diritti riservati. Salvo per quanto permesso dalla legge degli Stati Uniti U.S. Copyright Act del 1976, è vietato riprodurre, distribuire, diffondere e archiviare in qualsiasi database o sistema di reperimento dati questa pubblicazione in alcuna forma o con qualsiasi mezzo, senza il permesso dell’autore. Questo e-book è disponibile solo per fruizione personale. Questo e-book non può essere rivenduto né donato ad altri. Se vuole condividerlo con altre persone, è pregato di aggiungerne un’ulteriore copia per ogni beneficiario. Se sta leggendo questo e-book senza aver provveduto all’acquisto, o se l’acquisto non è stato effettuato per suo uso personale, è pregato di restituirlo e acquistare la sua copia. La ringraziamo del rispetto che dimostra nei confronti del duro lavoro dell’autore. Questa storia è opera di finzione. Nomi, personaggi, aziende, organizzazioni, luoghi, eventi e incidenti sono frutto dell’immaginazione dell’autore o sono utilizzati in modo romanzesco. Ogni riferimento a persone reali, in vita o meno, è una coincidenza. Immagine di copertina Copyright Ioana Catalina E, utilizzata con il permesso di Shutterstock.com. I LIBRI DI SOPHIE LOVE LA LOCANDA DI SUNSET HARBOR ORA E PER SEMPRE (Libro #1) SEMPRE E PER SEMPRE (Libro #2) SEMPRE CON TE (Libro #3) SE SOLO PER SEMPRE (Libro #4) PER SEMPRE E OLTRE (Libro #5) PER SEMPRE, PIÙ UNO (Libro #6) PER TE, PER SEMPRE (Libro #7) NATALE PER SEMPRE (Libro #8) LE CRONACHE DELL’AMORE UN AMORE COME IL NOSTRO (Libro #1) UN AMORE COME QUELLO (Libro #2) INDICE CAPITOLO UNO (#u3f16ae33-9129-5902-8336-bac1e3f9077a) CAPITOLO DUE (#u7b903750-0799-5a61-a563-aa88c3aaa767) CAPITOLO TRE (#u75df01d1-6da7-55a5-877b-a02a22ff034f) CAPITOLO QUATTRO (#ud1b1c7ab-af90-5098-8957-bf85ad8d2217) CAPITOLO CINQUE (#ud7a55bf9-8785-508f-ae36-b8c4b6c3bac2) CAPITOLO SEI (#litres_trial_promo) CAPITOLO SETTE (#litres_trial_promo) CAPITOLO OTTO (#litres_trial_promo) CAPITOLO NOVE (#litres_trial_promo) CAPITOLO DIECI (#litres_trial_promo) CAPITOLO UNDICI (#litres_trial_promo) CAPITOLO DODICI (#litres_trial_promo) CAPITOLO TREDICI (#litres_trial_promo) CAPITOLO QUATTORDICI (#litres_trial_promo) CAPITOLO QUINDICI (#litres_trial_promo) CAPITOLO SEDICI (#litres_trial_promo) CAPITOLO DICIASSETTE (#litres_trial_promo) CAPITOLO DICIOTTO (#litres_trial_promo) CAPITOLO DICIANNOVE (#litres_trial_promo) CAPITOLO VENTI (#litres_trial_promo) CAPITOLO VENTUNO (#litres_trial_promo) CAPITOLO VENTIDUE (#litres_trial_promo) CAPITOLO VENTITRÉ (#litres_trial_promo) CAPITOLO VENTIQUATTRO (#litres_trial_promo) CAPITOLO VENTICINQUE (#litres_trial_promo) CAPITOLO VENTISEI (#litres_trial_promo) CAPITOLO VENTISETTE (#litres_trial_promo) CAPITOLO VENTOTTO (#litres_trial_promo) CAPITOLO VENTINOVE (#litres_trial_promo) EPILOGO (#litres_trial_promo) CAPITOLO UNO Le finestre della cameretta della bambina erano spalancate e le tende di pizzo si gonfiavano nella brezza mentre Emily piegava i vestitini, mettendoli ordinatamente nella cassettiera. Sospirò di soddisfazione. Il tempo bellissimo – di un caldo fuori stagione per i giorni successivi al Labor Day – era decisamente ben accetto. Un po’ stanca, Emily sedette sulla poltrona e si portò una mano protettiva alla pancia. La piccola Charlotte si agitava, lì dentro. “Ti piace l’estate di San Martino?” le chiese Emily. “Trentadue gradi in questo periodo dell’anno non sono normali. Dovrai abituarti al freddo, a un certo punto.” La piccola Charlotte sarebbe dovuta nascere in dicembre, al principio dell’inverno, fra tre mesi appena. Emily credeva a stento a quanto fosse passata velocemente la gravidanza, e a quanto velocemente fosse trascorso il tempo. Il tepore che si stavano godendo in quel momento faceva sembrare l’inverno lontanissimo, ed Emily sicuramente avrebbe voluto che le cose rimanessero così. Perché con ogni nuova stagione che aveva origine, Emily pensava a suo padre, al fatto che sarebbe stata l’ultima volta che avrebbe mai vissuto quella particolare stagione. Aveva provato con tutte le sue forze a tener fuori dalla testa la sua malattia terminale. Ogni volta che gli parlava – cioè quotidianamente – lui non ne faceva cenno, e le raccontava invece di tutte le divertenti attività che aveva programmato. E le lettere adesso cominciavano ad accumularsi. Avevano promesso di scriversi una corrispondenza che valesse una vita. Roy non piangeva la sua imminente scomparsa, perciò non l’avrebbe fatto neanche Emily. La porta allora si aprì ed entrò Chantelle. Aveva in braccio un pacchetto di pannolini. “Questi dove li devo mettere?” chiese. “Sul fasciatoio, per piacere,” disse Emily sorridendo alla sua dolce figlia. Lei e Daniel si stavano impegnando per far sentire Chantelle inclusa. Al momento la cosa si concretizzava facendole comprare un articolo pratico di sua scelta a ogni giro nel negozio. Oggi erano i pannolini. Ieri erano stati i ciucci. Aveva anche acquistato bottiglie, bavaglini, anelli per la dentizione, e un sonaglio. Emily adorava il modo in cui Chantelle trovava scopo nella sua missione. La prendeva molto seriamente. Chantelle andò al fasciatoio e vi buttò su i pannolini. Poi si voltò a guardare Emily. “Abbiamo novità?” chiese. Emily sapeva che Chantelle si riferiva all’isola per cui lei e Daniel avevano fatto un’offerta. Ne chiedeva tutti i giorni. Emily controllò il telefono per quella che doveva essere la milionesima volta. Vide che non c’erano chiamate perse né messaggi dall’agente immobiliare. Guardò Chantelle e scosse la testa. “Ancora no.” Chantelle si imbronciò dal disappunto. “Quando sapremo qualcosa?” chiese. “Prima dell’arrivo di Charlotte?” Emily si strinse nelle spalle. “Non lo so, tesoro.” Le accarezzò i morbidi capelli biondi. “Lo sai, no, che l’isola potrebbero anche non darla a noi, vero?” Preparava Chantelle al peggio fin dall’inizio, ma la piccola aveva la tendenza a farsi trasportare, a volte. Parlava dell’isola come se fosse una cosa già decisa, chiacchierando di come sarebbe stata quando avrebbero potuto andarci a giocare, o di come sarebbe stata bella una volta che Daniel avesse terminato i lavori di costruzione. “Lo so,” disse Chantelle, un po’ cupamente. Emily allora fece un sorriso luminoso, vedendo che la bambina aveva bisogno di essere tirata su di morale. “Dai, andiamo di sotto a mangiare qualcosa per pranzo.” Chantelle annuì e le prese la mano. Andarono in cucina insieme. Con delizia di Emily, Amy era seduta alla penisola della cucina. Ormai era a Sunset Harbor da settimane, dal suo nuovo ragazzo, Harry, a immergersi con cautela nelle acque della vita domestica. A Emily piaceva molto averla vicina, e Amy stava sicuramente dando il massimo facendosi vedere ogni volta che ne aveva il tempo, tra teleconferenze e la gestione a distanza della sua attività. Beveva caffè chiacchierando con Daniel, che era impegnato a mettere via gli ultimi acquisti. Daniel baciò Emily quando entrò. “Ehi, meraviglia,” mormorò fissando su di lei uno dei suoi intensi sguardi d’amore. Emily sorrise e gli accarezzò la linea ferma della mascella con un dito. Mormorò, “Ehi.” Proprio allora Amy tossì. Emily distolse lo sguardo da Daniel e si guardò alle spalle. “Ciao, Ames,” aggiunse all’amica, facendo ruotare gli occhi con allegria. Le era ancora inusuale avere Amy così prontamente accessibile. Il suo temporaneo trasferimento a Sunset Harbor era stato meraviglioso per entrambe, e aveva riportato indietro la bella amicizia che avevano avuto prima che Emily scomparisse da New York senza dirglielo. E le doti organizzative di Amy erano sicuramente utili quando ci si doveva mettere a pianificare la logistica della nascita di Charlotte. “Non sapevo che oggi saresti venuta,” disse Emily all’amica. “Sono venuta solo per parlare a Dan della lista,” rispose Amy. Emily le si sedette di fronte, accigliandosi dalla curiosità. “Quale lista?” “Delle cose della bambina,” disse Amy con un tono che suggeriva che avrebbe dovuto essere ovvio. “Devi preparare la borsa per la notte per l’ospedale, un piano per arrivarci, dove parcheggiare, chi chiamare. Abbiamo scritto una gerarchia, dove Dan chiama me e io mi prendo la responsabilità di informare Harry, Jayne, tua madre e Lois. Harry dà l’annuncio a quelli di Sunset Harbor, Lois lo dice al resto dello staff della locanda, eccetera. Onestamente, Emily, mi sciocca che tu non abbia già fatto questa roba.” Emily rise. “In mia difesa, non ne sono obbligata per tre mesi!” “Devi essere preparata,” disse Amy con aria consapevole. “Nel caso in cui a Charlotte andasse di arrivare domani; è una possibilità molto realistica.” Chantelle sgranò gli occhi. “Potrebbe arrivare domani?” chiese, elettrizzata alla prospettiva. “Potrei avere una sorella domani?” Emily si toccò il grembo con fare protettivo, una preoccupazione opprimente che le cresceva nei recessi della mente. “Spero di no.” Arrivò Daniel e si sedette vicino a loro. “Non dipingere a Emily scenari da incubo di cui preoccuparsi,” disse a Amy. “E non esaltare neanche Chantelle. Non vede l’ora di conoscere la sua sorellina.” Si voltò verso Chantelle. “Charlotte rimarrà nella pancia della mamma fino a dicembre. C’è solo una piccola, piccolissima possibilità che arrivi prima.” “Allora vuoi dire che potrebbe arrivare per il mio compleanno?” chiese Chantelle, con un sorriso che le andava da un orecchio all’altro. Daniel rise e scosse la testa. “Halloween e due compleanni?” scherzò. “Non credo proprio!” “Sarebbe facile da ricordare,” disse Amy con una risatina. Suonò il campanello. “Vado io,” disse Emily, in cerca di una distrazione dal pensiero che la piccola Charlotte nascesse prematuramente. Fuori, nell’atrio, la locanda era un ronzare di attività. L’impegnativo periodo estivo era finito, ma c’era sempre tantissimo da organizzare, soprattutto adesso che in sala da pranzo si servivano tre pasti al giorno e che il bar era aperto tutte le sere. Una volta aperti il ristorante e la spa non avrebbero più avuto un momento di pace, pensò Emily. Superò veloce Lois e Marnie, che erano occupate alla scrivania della reception, poi aprì la porta. C’era un signore vestito elegante. Sembrava avere sui cinquant’anni, con capelli sale e pepe e un’infarinatura di rughe del sorriso attorno agli occhi. “Paul Knowlson,” disse con sicurezza allungando la mano perché Emily gliela stringesse, come se l’incontro fosse una specie di trattativa d’affari. Lei gliela prese e la strinse. “Mi scusi, Paul, credo di non conoscerla,” disse. “Ho prenotato un appartamento,” disse estraendo un foglio di carta dalla tasca interna della giacca. “Nella Casa di Trevor,” disse, leggendolo. “Oh!” esclamò Emily. Era il primo ospite nei nuovi appartamenti! “Si trova nella casa oltre il prato,” disse. “Venga, le faccio strada.” “Fantastico,” rispose Paul. Emily lo condusse lungo il sentiero. Provò una scossa di entusiasmo nel sapere che quella sarebbe stata la prima di molte volte in cui avrebbe dovuto accompagnare un ospite da Trevor. Era meraviglioso vedere tutto il duro lavoro che avevano fatto alla Casa giungere a compimento, e sapere che il regalo che Trevor le aveva fatto veniva utilizzato, invece di rimanere a illanguidire. “Penso di aver sentito la punta di un accento newyorkese,” disse Paul mentre camminavano. “Lei è di lì?” “Ha ragione,” rispose Emily sorridendo. “Nata e cresciuta lì. La conosce bene?” Paul annuì. “Sì, ci sono cresciuto. Ma adesso sto in Florida.” “E ha un’attività?” aggiunse. Paul rise, indicando il suo abito dall’aspetto costoso. “Che cosa gliel’ha fatto capire?” Raggiunsero la Casa di Trevor ed Emily lo condusse all’interno. La zona principale del pianoterra adesso era completamente open space, con solo un divisorio alto fino ai fianchi in vetro tra il nuovissimo e luminoso ristorante e la via per le scale per portavano agli appartamenti di sopra. Il ristorante non aveva ancora aperto ma ormai non mancava molto, pensò Emily in fibrillazione. “È nell’appartamento quattro,” disse Emily indicando le scale. “Ha un’adorabile vista sull’oceano dal balcone.” “Perfetto,” rispose Paul. Emily lo condusse su per le scale fino al mezzanino, poi fece un cenno in direzione della cancellata in ferro battuto stile parigino con un cartello con una scritta color oro che diceva Solo ospiti. Gli diede la grossa chiave che apriva la cancellata, e poi percorsero il corridoio e si fermarono fuori dall’appartamento quattro. Emily ricordò l’entusiasmo che aveva provato la prima volta che aveva visto gli appartamenti nuovi. Erano stati progettati magistralmente dai tre gemelli della Erik & Figli. Sperava che Paul rimanesse impressionato dall’appartamento tanto quanto lo era rimasta lei. Aprì la porta, e poi fece segno a Paul di entrare. “È fantastico,” disse Paul con un cenno di assenso. Sembrava un uomo gentile, ma Emily riuscì a percepire una rudezza da affarista. Era la stessa qualità che aveva Amy, quasi un’abilità da falco di fiutare denaro e qualità, di valutare l’ambiente di una persona e crearsene un giudizio istantaneo. Era un enorme complimento che qualcuno del genere volesse addirittura prenotare nella sua umile locanda! Emily gli porse la chiave. “I pasti vengono serviti nella casa principale, al momento,” spiegò. “Perciò ci raggiunga quando lo desidera. Il ristorante del piano di sotto non ha ancora aperto, perciò sarà tutto molto tranquillo.” Si salutarono ed Emily tornò alla casa principale. Beccò Lois nell’atrio. “Mi sono dimenticata che avevamo un ospite da Trevor,” disse. “È tutto a posto per lui? Lenzuola pulite, accappatoio, capsule del caffè per la macchinetta?” Lois annuì seriamente. “Sì,” disse con aria un po’ insultata dall’insinuazione che avesse potuto dimenticarsi qualcosa. Emily arrossì. “Scusa, certo che te ne sei occupata.” Per Emily non era sempre semplice ricordarsi che Lois non era la sconvolta e sbadata ultra-emotiva di una volta. Era proprio fiorita di recente, cosa dovuta probabilmente in parte alla promozione che aveva ricevuto e all’aumento della paga, ed Emily sapeva che poteva gestire alla perfezione la locanda. Aveva anche preso a gestire bene i fornitori e a mettere bene al loro posto gli acquisti di alimentari e le cose comprate. Anzi, si accorse Emily, probabilmente avrebbe potuto lasciare il paese per un mese e affidare la locanda alle capaci mani di Lois; cosa che una volta non avrebbe mai creduto possibile! Emily tornò in cucina. Daniel, Amy e Chantelle erano ancora al tavolo, a chiacchierare animatamente. Non c’erano dubbi che Amy stesse usando il suo cervello affaristico per costringere Daniel a organizzare ogni singolo ultimo dettaglio della nascita di Charlotte alla perfezione, impiegando il tipo di precisione organizzata a cui i bambini prestavano poco orecchio. “Eccola.” Daniel si illuminò quando la vide entrare. “Ho una novità.” “Davvero?” disse Emily sedendosi. “Ma sono stata via solo un minuto.” “Ha chiamato Jack,” disse Daniel riferendosi al suo capo alla falegnameria dove lavorava da un annetto. “Oh? E cos’ha detto?” chiese Emily curiosa. “È ancora la schiena,” disse Daniel. Jack si era fatto male al lavoro non molto tempo prima, e da allora non era tornato a posto. “Lo sai quanti problemi gli dà. Be’, sua moglie è riuscita finalmente a convincerlo a ridurre le ore di lavoro. Ha ereditato dei soldi e vuole che vadano in pensione anticipata, crociera ai Caraibi, quella roba lì.” Emily si accigliò. “La tua eccitante novità è che Jack e la moglie andranno in crociera?” Daniel rise. “Sì!” “Non ci arrivo,” aggiunse lei, osservando con perplessità le espressioni entusiaste di Chantelle e Amy. “Qual è la battuta? Che cosa mi sono persa?” Daniel proseguì. “Pensaci,” la incoraggiò. “Avrà bisogno di qualcuno che gestisca la falegnameria in sua assenza. Qualcuno che si occupi del negozio.” Emily trasalì. “Vuoi dire… te?” Chantelle non riuscì più a trattenersi. Scoppiò in un’esclamazione gioiosa. “Papà viene promosso!” Emily si portò una mano alla bocca. “È fantastico!” esclamò. “Te lo meriti.” Non riusciva a credere alla fortuna, e saltò giù dallo sgabello, andando alle spalle di Daniel per abbracciarlo forte. Daniel arrossì timidamente. Non era tipo da accettare tranquillamente i complimenti. “Mi darà un aumento e un nuovo titolo. Vorrà dire più ore di lavoro, però,” aggiunse, molto serio. “Dovrò essere il primo ad aprire e l’ultimo ad andarsene la sera per chiudere bene tutto. Lì dentro ci sono attrezzature e prodotti di valore, e Jack non permette mai a nessun altro di chiudere, perciò è una gran cosa che molli le redini su quel fronte. Avrò turni davvero strani, quindi. Jack non si è mai fatto problemi ad andare e tornare dalla falegnameria a tutte le ore, ma adesso che dovrò farlo io dovrò adattarmici.” Emily non voleva ancora mettersi a pensare alle possibili conseguenze negative della novità. Turni lunghi, responsabilità extra sulla sicurezza, e l’inevitabile stress che gli avrebbe causato erano tutte cose che avrebbe affrontato al momento. Adesso voleva cavalcare il buonumore della bella notizia. “Sono molto orgogliosa di te,” disse piazzandogli un bacio in cima alla testa. “Dovreste fare qualcosa per festeggiare,” disse Amy dall’altro capo del bar della colazione. “Decisamente,” acconsentì Emily. “Penso che dovremmo scendere alla spiaggia!” suggerì Chantelle. “Be’, mentre il tempo è così non vedo perché no,” disse Emily. “Non dovremmo sprecarlo.” Chantelle alzò un pugno in aria. Adorava la spiaggia, e stare fuori in generale. Accoglieva avidamente qualsiasi opportunità di correre e lanciarsi nella natura. “Amy?” chiese Emily. “Ti unisci a noi?” Amy consultò l’orologio. “A dire il vero dovrei vedermi con Harry a breve, perciò non ne avrò il tempo.” Emily non poteva esserne certa, ma pensava di aver udito una sfumatura nella voce dell’amica, una specie di esasperazione. Si chiese se non ci fosse un problema tra lei e Harry. Ma ora non c’era tempo di parlarne. La famiglia Morey era in piena modalità azione, con Chantelle che si precipitava in cerca dei guinzagli dei cani, Daniel che spalancava credenze per tirarne fuori sacchetti, succhi di frutta e snack. Emily toccò la mano di Amy attraverso il bancone. “Dopo parliamo,” disse. Amy annuì, l’espressione un po’ abbattuta. Poi Emily fu investita dal caos della famiglia, un tornado che le girava attorno risucchiandola nel suo vortice. “Su! Alla spiaggia!” CAPITOLO DUE La spiaggia era incredibilmente bella sotto la luce del sole. Emily credeva a stento che ci fosse tanto sole in quel periodo dell’anno. Era caldo e luminoso come in un qualsiasi giorno d’estate. Passeggiarono insieme, liberando entrambi i cani dal guinzaglio in modo che potessero correre avanti e abbaiare alle onde che si infrangevano a riva. Una volta trovato un buon posto dove fermarsi, Daniel aiutò Emily a scendere a terra. Lei si sedette a gambe incrociate, la protuberanza della pancia annidata comodamente tra le gambe. Chantelle balzò in avanti, piena di esuberanza per quella che le sembrava l’ultima possibilità che aveva di godersi la spiaggia per quell’anno. Daniel si allungò per prendere la mano di Emily e gliela accarezzò teneramente. “Come ti senti all’idea della promozione?” chiese. “Ti preoccupano le ore extra che mi terranno lontano da casa?” “Be’, di quanto tempo stiamo parlando?” chiese Emily. Ora era pronta a conoscere meglio la complessità della cosa, a prendere in considerazione le sfide che avrebbero affrontato. “Jack apre il negozio alle otto,” cominciò lui. “Questo non è il problema, in realtà. Sono abituato a cominciare presto la mattina, e gli orari si incastrano bene con l’inizio della scuola. È la falegnameria il problema più grande. Ci sono volte in cui riceviamo un grosso ordine e non molto tempo per eseguirlo. Prima, quando ero solo un dipendente, sarei stato uno dei tanti e al massimo avrei dovuto fare un’ora o due in più ogni giorno lavorativo. Potevamo condividere il fardello. Ma dato che sarò io a supervisionare l’attrezzatura usata e che sarò il solo responsabile della qualità, dovrò essere sul posto per ogni ordine, a monitorare tutto fino alla fine, proprio come faceva Jack. Sai quanto possono aumentare le ore, comunque. Be’, adesso non farò più parte dell’organizzazione dei turni. Ne sarò a capo, e da me ci si aspetterà che sia presente nei momenti di forte attività.” Più Daniel ne parlava più Emily sentiva l’ansia crescere. La promozione arrivava in un brutto momento. Il pensiero che Daniel non ci fosse mentre lei penava la preoccupava. E il congedo di paternità? Avrebbe ancora potuto permetterselo? Ma più dell’ansia, esplodeva di felicità per lui. Era anche estremamente orgogliosa di Daniel, e non voleva buttargli giù l’umore in alcun modo. Aveva raggiunto così tanto da quando lo aveva conosciuto. Inoltre c’era Amy a riempire i vuoti. “Sono felicissima per te,” disse. “Te lo meriti, dopo tutto il tuo duro lavoro.” “Sicuramente l’aumento ci farà comodo,” rispose Daniel toccandole delicatamente lo stomaco con la mano libera. “Dato che presto avremo più bocche da sfamare.” Emily sorrise e sospirò di soddisfazione. Nonostante le avversità che stava affrontando, guardava ancora al futuro, all’incontro con la piccola Charlotte. Quando Daniel tornò a parlare sembrava un po’ malinconico. “Più responsabilità vuol dire più stress. Spero che avrò ancora l’energia di trascorrere del tempo con le bambine.” “Sarai fantastico,” lo incoraggiò Emily. “Lo so che sarà così.” Anche se capace di recitare il ruolo della sposa che lo supportava da fuori, Emily era ancora piuttosto ansiosa sul cambio di ruolo di Daniel. Aveva la tendenza a lasciarsi prendere dallo stress, o a sentirsi schiacciato dall’aspettativa percepita. Era una cosa che in lui ammirava. Ma poteva anche andare a danno della famiglia, perché a volte sembrava che mettesse tutto il mondo prima di loro. Per Emily non era sempre facile ricordarsi che la vera ragione per cui a volte metteva le altre cose prima era per loro – per lei, e Chantelle, la locanda, e ovviamente per la piccola Charlotte. “Mi chiedo perché Jack non abbia promosso uno degli altri,” si chiese Daniel ad alta voce. “Sono relativamente nuovo in confronto ad alcuni dei vecchi.” “Probabilmente perché sei giovane,” disse Emily. “Perché lavorerai duro per la tua famiglia. O magari perché sa che hai il talento per farcela da solo.” Daniel si accigliò. “Che cosa vuoi dire?” “Voglio dire che potresti facilmente aprire una falegnameria tua. Non è che non ne abbiamo lo spazio, qui. Potremmo convertire uno dei granai, dopotutto. E adesso hai un sacco di esperienza nel creare mobili. Cioè, hai fatto la culla per Charlotte nel tempo libero ed è fenomenale! La gente pagherebbe tantissimo per una cosa del genere, una culla unica per il loro bambino. Devi solo guardare il cartellino del prezzo sulla mia poltrona da allattamento per vederlo!” Rise ricordando le migliaia di dollari che Amy aveva gettato sulla poltrona a dondolo e sul poggiapiedi per lei. Daniel, d’altra parte, stava zitto. Aveva un’espressione sognante e lontanissima. “A che cosa stai pensando?” gli chiese Emily. Tornò in qua. “Sto solo pensando che potresti aver ragione sul fatto che Jack mi abbia promosso per tenermi lì invece che perdermi.” “Potrei aver ragione?” scherzò Emily. “Ho assolutamente ragione! Potresti gestire un’attività di mobili su ordinazione per bambini. O persino fare barche, se lo volessi. Hai il talento per fare tutto ciò che ti metti in testa di fare.” Era davvero ovvio per Emily, ma Daniel sembrava sconvolto, come se il pensiero non gli fosse mai passato per la testa. “Non ci avevo mai pensato in questi termini,” disse. “Per me è solo un lavoro, sai.” “Solo un lavoro! Sei troppo umile, a volte,” proseguì Emily. “Quante persone credi che abbiano quel tipo di capacità? Tu hai talento, Daniel. Devi pensare più in grande, a volte.” Invece di incoraggiarlo, le sue parole parvero spingerlo alla ritirata. “Io penso in grande,” mormorò, sulla difensiva. “Ma non sono bravo quanto tu pensi che io sia.” “Non lo penso solo io,” gli disse Emily delicatamente. “Chiaramente lo pensa anche Jack.” Non voleva insistere tanto. Voleva solo che Daniel capisse di avere talento, e che questo talento avrebbe potuto condurlo lontano. Ma lui sembrava ritirarsi, sgonfiandosi sotto al peso della percezione delle cose di lei. Silenziosamente, Daniel abbassò il viso verso la sabbia, raccogliendo sassolini e lanciandoli per la spiaggia. Proprio allora il telefonino di Emily prese a suonare. Sospirò, da un lato sollevata di essere stata salvata per un pelo, ma dall’altra parte frustrata di venire privata della possibilità di approfondire le ragioni dell’apparente cambiamento di umore di Daniel. Rovistò nella borsa e prese il cellulare. Con sorpresa vide che la stava chiamando l’agente immobiliare per l’isola. Il nome le si illuminava davanti come una sorgente di luce. “Sono loro!” esclamò forte, sentendo l’agitazione in fibrillazione nel petto. Daniel alzò brusco lo sguardo da dove stava lanciando sassolini. Dal bagnasciuga, Chantelle si voltò al suono della voce di Emily. “È l’agente!” le urlò Emily attraverso la spiaggia. I due cani rispecchiarono i movimenti di Chantelle, e tutti e tre attraversarono la spiaggia in saltelli verso Emily, sollevando nuvole di sabbia alle loro spalle. Una volta che ebbe raggiunto Emily Chantelle si bloccò sul posto, e i cani corsero loro intorno in cerchi, l’acqua salata del mare che gli si avvinghiava al pelo, abbaiando con la loro comprensione istintiva che stava per accadere qualcosa di entusiasmante. Con respiro irregolare, Emily rispose alla chiamata e la mise subito in vivavoce. La famiglia si affollò in avanti, guardando il telefono in aspettativa. Era come se quella scatolina di plastica avesse in suo potere il loro intero futuro. “Siamo tutti qui,” spiegò Emily. “Sulle spine. Allora, qual è la novità?” Da quando avevano fatto l’offerta, Emily si era preparata al peggio. Anzi, si era decisamente convinta che la cosa non sarebbe andata a frutto, che non avrebbero avuto l’isola. Non era il tipo di cosa che accadeva alle persone normali. Ma nonostante avesse continuato a ripetersi all’infinito che non sarebbe accaduto, era stata incapace di raffreddare il baluginio di entusiasmo che sentiva dentro, quel frammento di speranza che sfidava la parte pessimista della sua mente con il semplice mantra, e se… L’agente parlò, la voce attraversava la linea in crepitii. “È una buona notizia,” disse la donna. “L’offerta è stata accettata. L’isola è vostra!” Emily non riusciva a credere a ciò che aveva appena sentito. L’energia statica della linea le aveva fatto sentire quello che voleva? Ma quando alzò lo sguardo sugli occhi di Daniel, li vide brillare di sorpresa ed esultanza. Quando Chantelle balzò in aria e si mise a saltare su e giù, agitando le braccia, Emily seppe che non c’era dubbio. I cani si misero ad abbaiare di fronte alla commozione di Chantelle, facendo un salto con le zampe fradice, impiantandole orme bagnate di sabbia su tutti i vestiti. “Davvero?” balbettò Emily sforzandosi di sentire la voce crepitante attraverso il baccano. “Ce l’abbiamo davvero?” “Ce l’avete davvero,” rispose l’agente. Emily riuscì a sentire il sorriso che aveva nella voce. “Ovviamente ci sono ancora delle carte da firmare e archiviare. Ma sentitevi liberi di andarci a fare un salto nel frattempo.” Terminò con una risatina. Emily era così sconvolta da non riuscire a trovare la voce. Daniel prese il comando, chinandosi più vicino al telefono che era tra loro. “Vuol dire che possiamo andarci adesso?” chiese, lo sguardo fisso su Emily invece che sul telefono. “In quanto proprietari ufficiali?” Dall’apparecchio giunse la voce dell’agente, metallica e robotica, “Sì, assolutamente.” Chantelle allora si chinò e gettò le braccia al collo del padre in modo così esuberante da farlo quasi cadere a terra. “Andiamo sull’isola adesso?” gli urlò nell’orecchio. Daniel sussultò, ma sorrideva apertamente. Le braccia di Chantelle gli stavano avvolte attorno al collo come i tentacoli di un polipo, e lui sollevò le mani per allentarle la presa facendo un cenno con le sopracciglia a Emily. “Che ne dici? Andiamo a vederla attraverso gli occhi dei proprietari?” Emily si toccò la pancia, sentendo la forma della piccola Charlotte dentro di sé. Stava diventando sempre più protettiva a mano a mano che le settimane passavano, e non voleva far subire alla bimba sgradevolezze di sorta. Ma il mare oggi era calmo, ed era sicura che non sarebbe stata male durante il tragitto. “Ok,” disse. Chantelle urlò di gioia. Daniel si curvò sul telefono, quasi urlando adesso per sovrastare il rumore di cani e bambini, sforzandosi mentre Chantelle gli gridava addosso fortissimo tutto il suo entusiasmo. “Ci ha reso estremamente felici,” disse all’agente. “Grazie di tutto.” “Prego, signor Morey,” rispose l’agente. Chiusero la telefonata ed Emily e Daniel posarono la schiena con espressioni sconvolte identiche, entrambi stupefatti mentre cominciavano ad assimilare la loro nuova realtà. Chantelle ronzava attorno, gettando le loro cose a casaccio in una borsa, muovendosi come a velocità doppia. “Dai,” urlò. “Andiamo!” Daniel si mise in azione, si alzò e aiutò Emily a mettersi in piedi. Il porto era a pochi passi di distanza, ma Emily sapeva che avrebbe dovuto prenderla con calma. Chantelle correva avanti con i cani, fermandosi periodicamente per tornare indietro di corsa, raddoppiando di fatto la distanza che copriva in confronto a Daniel ed Emily. Per strada superarono Cynthia e Jeremy, che erano fuori per un giro in bicicletta. “Abbiamo comprato un’isola!” gridò loro Chantelle mentre passavano, salutandoli con la mano. Cynthia si accigliò. “Hai detto un’isola?” le urlò di rimando. “Sì!” gridò Chantelle saltando su e giù. Emily rise. Nessuno avrebbe creduto a quello che avevano fatto, che si fossero comprati un’isola sulla costa del Maine! Ci credeva a stento lei stessa. “Guardate, sono Amy e Harry!” urlò allora Chantelle. Emily strinse gli occhi in lontananza e vide che la coppia innamoratissima se ne stava seduta su una panchina sul margine del porto, in piena conversazione. Sembrava che si trattasse di qualcosa di intenso, con Amy che si sporgeva in avanti e gesticolava ampiamente. Harry che scuoteva la testa enfaticamente con quella che pareva un’espressione severa sul viso. Emily si chiese di nuovo che cosa stesse accadendo a quei due. Le sembrava proprio che stessero litigando. “Pensate che vogliano venire a vedere la nostra isola?” chiese Chantelle. Emily stava per dirle di lasciarli in pace, ma prima di avere la possibilità di rispondere Chantelle era già corsa via. Chantelle era in missione e l’andatura a papera di Emily era troppo lenta per starle dietro. Vide Chantelle raggiungerli, e li osservò allontanarsi di scatto, scioccati dall’interruzione. Non riusciva a udire nulla da quella distanza, ma riuscì a vedere i sorrisi finti su entrambi i loro volti, e gli sguardi tirati nascosti nelle loro espressioni. Per quando lei e Daniel ebbero raggiunto il trio, Chantelle aveva già dato la notizia. Amy si voltò e abbracciò Emily. “Sei pazza, lo sai?” disse l’amica. “Un’isola?!” “È un’estensione della locanda,” cercò di spiegare Emily. “Ma hai appena sistemato la Casa di Trevor.” Amy rise. “E c’è ancora da aprire la spa, e il ristorante.” Fece un cenno verso Harry, che sarebbe stato il manager del nuovo ristorante, una volta aperto. Si scambiarono un’occhiata, con sorrisi chiaramente fasulli, poi Amy distolse rapidamente lo sguardo di nuovo. Non abbastanza rapidamente perché Emily non percepisse la cosa, comunque. Conosceva l’amica alla perfezione. C’era decisamente qualcosa tra lei e Harry. L’agio che di solito esisteva tra loro sembrava tirato. Si chiese che cosa potesse essere. D’un tratto Chantelle interruppe la conversazione con urla ferventi di, “Dai, dai, dai!” Aveva chiaramente perso la pazienza nei confronti della “noiosa” conversazione degli adulti, e stava tirando Amy dalla mano. “Per piacere, possiamo andare sull’isola adesso?” Daniel si rivolse a Harry. “Siete entrambi i benvenuti, se volete venire con noi. Dato che adesso sei sul libro paga, ha senso che ci siate anche voi!” Harry fece un largo sorriso. “Non vedo l’ora che arrivi la grande apertura da Trevor,” disse. “Sono pronto a buttarmici a capofitto!” “Sono contenta di sentirlo,” rispose Emily, raggiante. “Allora, che ne dite? Escursione sull’isola?” Non era certa che l’invito sarebbe stato ben accetto, soprattutto visto che aveva dedotto che avevano interrotto un litigio, che almeno Amy chiaramente non ne era dell’umore, ma Harry parlò per primo, non dandole la possibilità di declinare. “Assolutamente sì,” disse. “Non abbiamo altro da fare oggi, vero, Ames?” Amy guardò rapida Harry, ed Emily le vide l’esasperazione negli occhi per via di qualsiasi cosa fosse rimasta irrisolta tra loro. “Certo,” rispose Amy con tono esageratamente gioviale, come se stesse fingendo di essere felice per il bene di tutti gli altri. Fece un largo sorriso a Emily, ma non riuscì a nascondere alla sua migliore amica il turbamento che aveva negli occhi. Il sorriso le svanì quando comprese di essere stata beccata a fingere. Almeno la sua felicità sembrò genuina quando portò un braccio attorno alle spalle di Chantelle, pensò Emily. “Possiamo anche venire a vedere in quale follia vi siete ficcati adesso!” Sbirciò verso Emily oltre la testa di Chantelle. “Stai bene?” le chiese muovendo solo le labbra Emily. Amy annuì una volta, con decisione, poi rispose, sempre senza far uscire suono, “Ne parliamo dopo.” Qualsiasi atmosfera Emily avesse colto tra Harry e Amy, aveva avuto ragione a pensare che ci fosse qualcosa che non andava. Era preoccupata per l’amica, e determinata a rimanere da sola con Amy per capire la situazione a fondo. Però, per il momento, Emily scelse di concentrarsi sul suo momento felice; una gita in barca con gli amici e la famiglia per andare sull’isola dei loro sogni. CAPITOLO TRE Il sole brillava sulla superficie dell’acqua mentre la barca tagliava le piccole onde. Ondeggiavano su e giù, ed Emily si tenne la pancia con fare protettivo. Fortunatamente non ebbe il mal di mare. “Penso che non ci siano mai state così tante persone su questa barca,” fece notare Chantelle. “Quattro adulti, una bambina, due cani. E una bambina piccola nella pancia della mamma, ovvio.” Emily rise. “È una bella avventura,” fu d’accordo. Amy fu silenziosa durante il viaggio, le braccia incrociate, il viso rivolto all’oceano. Aveva un’espressione di profonda contemplazione. Era chiaramente persa nei suoi pensieri, ed Emily si chiese di nuovo quali fossero. Starsene fuori sull’oceano, aveva scoperto lei stessa, invitava alla riflessione tranquilla nel migliore dei casi, e poteva facilmente condurre la mente verso una crisi esistenziale. Osservò l’amica con ansia. Harry, dal canto suo, o non aveva nulla per la testa o era bravissimo a nasconderlo. Chiacchierava apertamente con Daniel e Chantelle dei tipi di pesce che potevano essere pescati nell’oceano, dei progetti per l’isola e della navigazione in generale. “Adesso che abbiamo una destinazione per le gite in barca ne faremo molto più spesso,” stava dicendo Daniel. “Traghetteremo la gente qui continuamente, per feste e picnic.” “Sembra meraviglioso,” disse Harry alla sua solita maniera allegra. Chantelle stava guardando in alto verso il padre con espressione estasiata. “Possiamo fare il Ringraziamento qui?” chiese, con gli occhi spalancanti. “Ne dubito,” rispose Daniel. “Ci vorrà molto tempo per installare il pozzo, sistemare le tubature e i generatori solari per l’elettricità. È un lavoro per molti più di pochi mesi, e il tempo invernale che arriverà presto non aiuterà. Mi spiace, piccola, c’è troppo da fare tra adesso e il Ringraziamento perché sia una cosa possibile.” Chantelle si imbronciò, triste. “Però possiamo assolutamente venire a visitare l’isola, per quanto ce lo permette il tempo,” le disse Emily. “E dato che non navigheremo più a caso, ma avremo un posto dove andare, penso che riusciremo a uscire più spesso di prima.” Chantelle meditò sulle parole per un momento, poi assunse di nuovo un’espressione felice. Emily sorrise a Daniel. Sembrava sollevato che avesse gestito la situazione così bene, ed Emily sentì un moto di orgoglio. Il suo istinto materno sembrava affinarsi a mano a mano che la data del parto si avvicinava. Dopo un momento raggiunsero l’isola e il vecchio molo che si reggeva a malapena. Il cartello sbiadito che proclamava che l’isola era in vendita c’era ancora. “Puoi cominciare col togliere quello!” disse Emily a Chantelle. Chantelle non ebbe bisogno di farselo dire due volte. Balzò giù dalla barca e lo strappò via dal terreno. Mentre legava la barca, Daniel fece un cenno in direzione di una catasta di vecchie casse marcescenti per il pesce. “Mettilo lì. Possiamo fare un falò.” L’idea del falò sembrò elettrizzare Chantelle. Saltò su e giù dall’entusiasmo. Emily scese con cautela dalla barca fin sulla terraferma, cercando di assorbire la strana realtà che adesso possedeva l’isola, che era sua. A differenza della locanda, che aveva ereditato, e della casa di Trevor, che era venuta in suo possesso attraverso il testamento, questa era la prima cosa che aveva davvero comprato, insieme a Daniel. Era loro, e la rilevanza soverchiante della cosa la colpì ancor più profondamente adesso che si trovava sul suo bagnasciuga. Alle sue spalle, Amy e Harry scesero dalla barca. Avevano entrambi addosso delle espressioni sconvolte mentre guardavano l’incolta e trascurata isola, con i detriti degli anni passati sparpagliati. Amy in particolare doveva aver pensato che Emily fosse impazzita a comprare quel deserto lotto di terra, circondato dall’oceano, pieno di scoiattoli e uccelli. Se pensava che Sunset Harbor non fosse civilizzata, che cosa accidenti doveva pensare dell’isola? “Lo so che non è granché a vedersi, al momento,” confessò Emily. “Ma c’è tantissimo potenziale.” “Certo,” disse Amy con aria turbata mentre procedeva con leggerezza sul terreno accidentato. I suoi abiti d’alta moda sembravano più fuori luogo che mai. “Volete fare il tour, ragazzi?” chiese Emily. Harry annuì con entusiasmo, ma Amy fece solo uno smorto suono di conferma. “Ve la mostro io!” urlò Chantelle. Aprì la strada lei, puntando fra gli alberi con Harry e Amy a rimorchio. I loro passi e le voci rumorose disturbavano gli scoiattoli neri che abitavano l’isola, facendoli correre su per gli alberi. Mentre Emily camminava dopo di loro, più lenta per via dell’andatura a papera della gravidanza, sentiva Chantelle fare annunci entusiasti. “Qui faremo una casa sull’albero,” disse loro Chantelle. “Sarà una nave dei pirati perché ci giochiamo io e Charlotte. E lì si troverà la sala da ballo del castello magico delle fate.” Daniel, avendo finito di assicurare la barca, giunse accanto a Emily e la aiutò per la selva. Affiancarono gli altri, Emily ansimando leggermente per lo sforzo e l’euforia che provava dal trovarsi lì. Amy sollevò le sopracciglia quando si avvicinarono, sorpresa e interessata. “Farai tu tutto il lavoro?” chiese a Daniel. “Pare che ce ne sia molto da fare. Troppo per un uomo solo, soprattutto per un futuro padre.” Emily sorrise tra sé e sé; la sua amica aveva sempre i suoi migliori interessi a cuore, e sapeva quante difficoltà patisse Emily ogni volta che Daniel era fuori di casa. “No!” esclamò Daniel con una risata. “Abbiamo dei fantastici impresari per il lavoro. Due ragazzi, freschi di college. Vogliono disperatamente aggiungere qualcosa al portfolio, perciò da loro ci aspettiamo cose davvero favolose.” “E oltre a navi dei pirati e castelli magici,” disse Harry, “dove saranno le parti della locanda?” “Be’, ci sarà un capanno da tre stanze che vogliamo iniziare come una specie di ritiro per scrittori. Poi Tracy farà dei laboratori di yoga sull’isola, come ritiri benessere di una giornata.” “Pare fantastico,” disse Harry. “Quanto pensate di fare durante l’inverno?” “Dipende dal tempo,” disse Daniel. “È un peccato che ci sia voluto tanto per la vendita, davvero. Quest’estate di San Martino avrebbe potuto farci partire in anticipo, ma sono sicuro che sarà finita per quando avremo organizzato tutti i macchinari e i materiali.” Pensare al futuro preoccupò Emily. L’isola non era più una fantasia o un sogno. Era reale. Adesso tutto doveva essere pratico. C’era tantissimo da organizzare e pagare, così tanti componenti da allestire. Avevano appena finito il restauro della casa di Trevor. Sembrava un po’ come se fossero saltati dalla padella alla brace! Eppure, era elettrizzata. Non riusciva quasi a credere che lei e Daniel avessero avuto il coraggio di comprare un’isola. Non solo erano stati abbastanza coraggiosi da fare un figlio insieme, erano stati abbastanza coraggiosi da seguire i loro sogni, a prescindere da quanto folli potessero sembrare. Emily sorrise tra sé, sapendo che sopra ogni altra cosa loro erano una squadra, e che insieme erano indistruttibili. “Adesso andiamo ad accendere il fuoco,” disse Daniel sfregandosi contento le mani. “Chantelle, puoi raccogliere tutti i pezzi di legno sulla spiaggia?” Lei annuì e corse via, sempre bisognosa di un’occupazione, volendo sempre fare la sua parte per aiutare. Poi Daniel prese un pacchetto di marshmallow dalla tasca della giacca. Emily rise deliziata, sapendo quanto sarebbe stata felice Chantelle, tornata dal giro in spiaggia, di scoprire il progetto di Daniel di tostare marshmallow attorno al falò. “Avresti dovuto portare la chitarra!” disse Emily. Ma Daniel si limitò a sorridere e la baciò teneramente. “Ci saranno tantissime altre occasioni di cantare attorno al fuoco,” disse, con gli occhi che si facevano sognanti. “Tu, io, e le ragazze.” Emily lo guardò, meravigliata dall’uomo che era, dal suo splendore, e così elettrizzata per il loro futuro insieme, per tutte le avventure che li aspettavano. * Con le bocche appiccicose per via dei marshmallow fusi e pance e guance che dolevano per il ridere, il gruppetto tornò alla barca. Lo aveva suggerito Daniel, dicendo che presto avrebbe fatto buio. Inoltre non c’erano ancora tubature sull’isola, e la piccola Charlotte aveva la tendenza a prendere a calci la vescica di Emily con regolarità, perciò era stata sollevata di tornare nelle vicinanze di un bagno. Quando ebbero raggiunto il sentiero principale, Daniel trovò il loro posto al porto. C’erano pochissime barche in acqua adesso, anche se molte di più del solito per quel periodo dell’anno. Tutti stavano approfittando al massimo del caldo, facendo più gite in acqua che potevano prima che arrivasse l’inverno e li privasse di quel piacere. “Grazie dell’improvvisato giro sulla vostra isola,” disse Amy abbracciando Emily per salutarla. “Penso che non mi abituerò mai a quanto sia folle la cosa.” Emily le sorrise, levandole delle ciocche di capelli dagli occhi. “Quando possiamo uscire solo noi due?” chiese. Anche se Amy si faceva vedere spesso, erano sempre circondate da gente. Emily non riusciva neanche a ricordare l’ultima volta che loro due si erano trovate per una bella chiacchierata, e sapeva bene che Amy aveva bisogno di qualcuno con cui parlare, in quel momento. “Chantelle domani torna a scuola,” aggiunse Emily, “quindi potremo trovare un po’ di privacy più facilmente. Che ne dici di un caffè da Joe dopo che l’abbiamo portata a scuola?” Amy annuì ed Emily notò lo sguardo di sollievo che aveva negli occhi nel sapere che finalmente avrebbe potuto sfogarsi di qualsiasi cosa le girasse per la mente. Si separarono da Amy e Harry, abbracciandosi e salutandosi tutti, poi passeggiarono con calma fino alla locanda, esausti dalla lunga giornata. Persino i cani trascinavano le zampe. “Sono stanca,” disse Chantelle con uno sbadiglio mentre risalivano pigramente il vialetto. Davanti a loro c’era la locanda, un’ombra contro il cielo azzurro che si scuriva. Le finestre splendevano di luce gialla, sembrando brillanti stelle in lontananza. Emily sorrise, soddisfatta. Vedere la locanda le dava sempre un senso di pace, e la faceva sentire a casa. “Prima ceniamo, e poi puoi salire in camera tua,” disse Emily. “Domani è il primo giorno di scuola dell’anno, perciò devi fare una bella notte di sonno.” Chantelle sembrava un po’ triste. “L’estate è già finita?” Emily annuì. “Temo di sì, tesoro. Però non ti preoccupare, tu adori la scuola! Vedrai Bailey e Toby di nuovo ogni giorno. E Gail.” “La signorina Glass sarà ancora la mia insegnante?” chiese Chantelle. Emily scosse la testa. “Sarai in una nuova classe con una nuova insegnante. Ti preoccupa?” Chantelle si bloccò, e l’espressione chiariva che ci stava riflettendo su. “No,” disse alla fine. “Vedrò comunque la signorina Glass in giardino, a volte.” Emily sorrise, poi colse lo sguardo di Daniel. Sorrideva anche lui. Entrarono nella locanda, l’atrio luminoso, caldo, e accogliente. Bryony era nel salottino di lato sul suo divano preferito, circondata da tazze di caffè mezze vuote come la solito. Balzò su quando li vide, i braccialetti di metallo tintinnarono, e si precipitò da loro. Il suo profumo odorava di spezie. “Ragazzi, non ci credo!” disse, tutta agitata. “Un’isola!” Abbracciò Emily. “Lo sapete quante poche isole ci sono nel mondo alberghiero? Sarà una miniera d’oro!” “Sono contenta di sentirlo,” rispose Emily. “In caso contrario avremmo fatto un errore molto costoso.” Daniel e Chantelle andarono in cucina a preparare da mangiare. Emily decise di salire nella stanza della bambina mentre loro cucinavano. Voleva studiare un altro degli scatoloni di Charlotte per vedere se c’erano giocattoli che potesse passare alla piccola. Entrò nella stanza e sedette sul pavimento accanto a una delle molte scatole che contenevano i vecchi giocattoli e vestiti di sua sorella, che erano stati portati giù dalla soffitta, dove erano stati accuratamente immagazzinati. Questo compito era sempre venato di malinconia. Anche se Emily sentiva che lo spirito di Charlotte si trovava con lei in quella casa, a guardar giù e sorridere a lei e alla famiglia che si era costruita, sembrava sempre un po’ come se sparisse di più ogni giorno che passava. Il tempo avrebbe dovuto lenire il dolore, ma a Emily pareva che più giorni passassero senza la sorella più le mancasse, perché l’ultima volta che si erano parlate era un po’ più lontano nel passato. Aprì la scatola di cartone, un odore di polvere ne uscì. Come la maggior parte degli scatoloni, questo era pieno di peluche. Emily fu sorpresa di vedere che Charlotte aveva avuto così tanti giochi di pezza. Aveva a malapena ricordi della sorella che giocava con orsacchiotti o bambole. Trascorrevano la maggior parte del tempo immaginando mondi e recitando storie. A parte le bambole di pezza gemelle e l’orsacchiotto preferito di Charlotte, Andy Pandy, Emily non ricordava che avessero mai giocato con giocattoli del genere. Ma quando si allungò per estrarre un giocattolo rosa sbiadito, Emily sentì l’improvviso insorgere di un ricordo. Rivoltò il gioco nelle mani e vide che era un unicorno, col corno un tempo brillantemente paillettato ormai opaco. “Brillantini,” mormorò a voce alta, il nome del giocattolo le apparve sulla lingua ancor prima che la testa si fosse messa in moto. Poi improvvisamente provò una sensazione familiare di vertigini, che non sentiva da molto tempo. Stava scivolando nel passato, nei suoi vecchi ricordi. I flashback erano cominciati la prima volta che era tornata alla locanda. All’inizio erano stati terrificanti, spaventosi ricordi come quello della notte in cui era morta Charlotte e quelli dei litigi sempre più violenti tra i suoi genitori. Però poi, a mano a mano che il tempo passava, a mano a mano che processava quei ricordi repressi, Emily aveva cominciato a sperimentarne alcuni di più piacevoli. Volte in cui lei e Charlotte avevano giocato insieme; erano state spensierate. Questo ricordo riempì Emily di una sensazione di calma, e seppe che sarebbe stato un ricordo bello. Lei e Charlotte erano in soffitta, in una delle stanze che suo padre aveva riempito di antichità. Sul pavimento accanto a loro c’era un mappamondo di bronzo, e Charlotte lo faceva ruotare pigramente con un dito. Seduta vicino a Charlotte c’era Brillantini, il bellissimo unicorno giocattolo. Nuovissimo, di un soffice rosa, con un corno paillettato. “Brillantini è triste,” disse Charlotte a Emily. “Perché?” chiese Emily curiosamente, udendosi uscire dalla gola una voce da bambina. “Perché lei è l’ultimo unicorno,” spiegò Charlotte. “Non ha nessun altro amico unicorno.” “È una cosa triste,” rispose Emily. “Perché non la porti all’avventura per tirarla su di morale?” Charlotte parve riprendersi al suggerimento. “Dove vuoi andare, Brillantini?” chiese al giocattolo. Poi fece girare il mappamondo dorato e lo fermò puntando un dito. Era un’isoletta a est del continente americano. “Brillantini vuole andare su un’isola,” informò Emily. Emily annuì. “In questo caso, faremmo meglio a salire in barca.” Recuperarono delle vecchie sedie e dei tavoli da caffè, agitando la polvere e sollevando odore di muffa, poi le sistemarono in modo che soddisfacessero la loro fantasia di aver costruito una barca. Poi usarono una logora tenda come vela e si arrampicarono sulla barca con Brillantini. Emily sentiva quasi il vento nei capelli mentre navigavano per l’oceano verso una spiaggia lontana. Charlotte usava un caleidoscopio come telescopio, scrutando la stanza come alla ricerca di qualcosa. “Terra!” urlò improvvisamente. Emily gettò l’ancora – che in realtà era una gruccia di legno per cappotti legata a una corda della tenda. Poi smontarono dalla barca e nuotarono fino alla spiaggia. Ansimando dalla fatica, le due bambine si misero a esplorare l’isola, facendo capolino tra le cataste di oggetti antichi, fingendo che fossero un vulcano. “Guarda qui dentro,” urlò Charlotte a Emily. “Dentro al vulcano!” Emily scrutò dietro all’appendiabiti che Charlotte stava indicando. “Non ci credo!” esclamò, stando al gioco. Charlotte aveva gli occhi sgranati. “È il resto degli unicorni,” disse. Poi parlò rapidamente a Brillantini. Le crollò la faccia. “Brillantini vuole scendere nel vulcano per stare con loro,” disse a Emily. “Oh,” disse Emily, un po’ triste. “Anche se così ci lascerà?” Charlotte guardò la cara amica unicorno e annuì. “Dice che questa è la sua isola casa. Le manca molto, e anche tutti i suoi amici. Vuole vivere qui. Però noi possiamo venire a farle visita.” “Allora okay,” disse Emily. Legarono le maniche dei loro cardigan insieme per fare un’imbracatura per Brillantini. Poi fecero scendere l’unicorno lungo il dorso del mobile e la lasciarono lì. “Ti rattrista salutarla?” chiese Emily a Charlotte mentre rimontavano sulla barca di fortuna. Charlotte scosse la testa. “No. Perché so che la vedrò ancora.” Emily tornò improvvisamente al presente. Teneva Brillantini forte contro il petto, e la testa del giocattolo era bagnata delle sue lacrime. Da un lato si sentiva disperatamente triste, perché sapeva che Charlotte non aveva mai più avuto la possibilità di rivedere Brillantini. Ma l’altra parte di lei si sentiva lieve di gioia. Il giocattolo era un segno da parte di Charlotte, Emily ne era certa. Brillantini era stata lasciata su quell’isola, sul fondo del dorso del mobile, completamente dimenticata fino a quel momento, forse persino proprio per quel momento. Abbracciò forte Brillantini, poi la posò, in modo commovente, sullo scaffale che dava sulla culla della piccola Charlotte. Sentì il cerchio della vita proseguire, e sorrise sapendo che, una volta arrivata, Charlotte avrebbe avuto un angelo custode a controllarla mentre dormiva. * Emily si rannicchiò nel letto accanto a Daniel. Era stata una giornata lunga e stancante, e si ritrovò a scivolare subito nel sonno. “Non ci credo che siamo i proprietari di un’isola,” borbottò nel buio mentre si addormentava. “Il mio futuro non è per niente come una volta pensavo che sarebbe stato.” Daniel se ne uscì con una risata assonnata. “In che senso?” “Be’, non avevo mai pensato che sarei stata sposata e incinta. Non avevo mai pensato che avrei avuto Chantelle, o questa locanda.” Accarezzò il petto di Daniel, che saliva e scendeva lentamente. “Non avevo mai pensato neanch’io che avrei avuto Chantelle o la locanda,” rispose. “Ma sei felice che sia così?” “Certo.” “Sei felice che avremo un’altra bambina?” Lui le baciò la fronte. “Ne sono molto felice,” la rassicurò. “E che nostra figlia domani tornerà a scuola dove sta andando meravigliosamente?” Daniel rise di nuovo. “Sì. Sono contento che Chantelle vada bene a scuola.” Emily sorrise, soddisfatta. Il sonno sembrava pronto a prenderla. “Sono triste solo per una cosa,” disse. “Quale?” “Che mio padre non ci sarà per godersi tutto quanto con noi.” Daniel allora rimase zitto. Lei sentì le sue braccia stringersi attorno al suo corpo. “Lo so,” disse. “Ne sono triste anch’io. Ma cerchiamo di prendere il meglio dal tempo che abbiamo con lui, adesso. Assicuriamoci che ogni giorno sia il migliore possibile. Facciamo che ogni giorno conti.” Emily annuì in conferma. “Penso che abbiamo fatto che oggi contasse,” disse, sbadigliando. “Abbiamo comprato un’isola, dopotutto. Non accade tutti i giorni.” Sentì il petto di Daniel fremere per una risata. Si strinse ancor di più contro di lui, felicissima e gonfia d’amore. Avvolti uno nelle braccia dell’altra, i battiti dei loro cuori si sincronizzarono. Si addormentarono all’unisono, in perfetta armonia, due persone unite dall’amore. CAPITOLO QUATTRO Emily bevve un ultimo sorso del caffè decaffeinato e posò la tazza sul tavolo della cucina. Aveva dormito profondamente, ma si era svegliata sentendosi intontita – in parte perché la sveglia era stata impostata un’intera ora prima dell’orario a cui si era abituata nel corso dell’estate – e avrebbe proprio beneficiato di un po’ di caffeina vera. Probabilmente era la cosa che più di tutte non vedeva l’ora di riavere, una volta arrivata la piccola Charlotte, la cosa che le mancava e che desiderava di più. Osservò con invidia Daniel bere il suo caffè dall’altra parte del tavolo della cucina. “Okay, tesoro,” disse alla fine Emily guardando Chantelle. “È ora di andare a scuola.” Chantelle era seduta con la testa piegata su una pila di ingranaggi di orologio, la lingua che le usciva dall’angolo della bocca, concentrata. La scodella di cereali vuota le stava accanto, abbandonata a casaccio in modo da poter proseguire con la sua missione. “Non posso avere altri cinque minuti?” chiese, così assorbita dal suo lavoro da non alzare nemmeno lo sguardo. “Devo solo capire dove mettere questo ingranaggio.” Da quando erano tornati dall’Inghilterra, Chantelle era stata determinata a fare un orologio come nonno Roy. Emily pensava che fosse molto dolce che Chantelle fosse così ispirata dal nonno, ma le spezzava il cuore allo stesso tempo. Lei e Daniel non avevano ancora dato a Chantelle la notizia della malattia di nonno Roy; la ragazzina sarebbe rimasta totalmente devastata dalla sua morte. Tutti quanti ne sarebbero rimasti devastati. Daniel allora prese il comando. “No, mi dispiace, tesoro. Devi arrivare in tempo per incontrare la nuova insegnante e i nuovi compagni di classe.” Chantelle mise giù il cacciavite con un sospiro riluttante. “Va bene.” Emily avrebbe voluto riuscire a convincere Chantelle a fare il suo sporco e unto lavoro in un posto più appropriato – in garage, nel capanno, o in qualunque altro posto che non fosse il tavolo della cucina, a dire il vero. Ma Chantelle non la stava a sentire. Nonno Roy aggiustava gli orologi al tavolo della colazione, perciò doveva fare così anche Chantelle! Andarono tutti al furgoncino, Daniel prese posto sul sedile del conducente dato che Emily trovava troppo scomodo mettere la pancia che continuava a crescere dietro al volante. Chantelle montò su quello posteriore, sul suo sedile. “Non vedo l’ora che la piccola Charlotte venga con noi a scuola,” disse guardando il seggiolino che avevano appena installato (su richiesta di Amy, ovviamente, perché non si può mai sapere quando la bambina deciderà di arrivare, e l’ultima cosa che avrai voglia di fare durante la dolorosa morsa delle contrazioni sarà armeggiare con un complicato seggiolino). “Anch’io,” disse Emily posando le mani sulla pancia tesa. Sembrava farsi sempre più scomoda a mano a mano che i giorni passavano. “Prima verrà solo per il giro in macchina, ma non ci vorrà molto perché varchi quelle porte con te,” disse Daniel con una risatina. “Andrà all’asilo prima ancora che ce ne accorgiamo.” Emily si fece assorta al pensiero. Sapeva che cosa voleva dire Daniel, che il tempo scorreva veloce, che avrebbe dovuto apprezzare ogni momento perché sarebbe scomparso come sabbia in una clessidra. Ma il futuro a cui Daniel alludeva era anche un futuro in cui suo padre sarebbe stato morto da tempo. Non ci sarebbe stato quando Charlotte avrebbe cominciato l’asilo. Non avrebbe mai viso le molte foto che Emily avrebbe scattato della due bambine che andavano a scuola insieme, mano nella mano. Quel futuro, anche se da una parte non vedeva l’ora di viverlo, sarebbe anche stato carico di dolore dall’altra. Lei sarebbe stata una persona diversa, cambiata irreparabilmente dalla perdita di Roy. Percorsero le familiari strade di Sunset Harbor e svoltarono nel parcheggio della scuola. Era già pienissimo di genitori impazienti di depositare i figli dopo la lunga pausa estiva. “È Bailey!” esclamò Chantelle indicando il punto in cui la sua migliore amica giocava sull’erba. I capelli castano ramato solitamente ribelli di Bailey erano stati acconciati in due lunghe trecce. Emily non aveva mai visto il suo look tanto presentabile. “Ma con chi è?” aggiunse Chantelle. Bailey stava giocando con una bambina sconosciuta, una pallida ragazzina magrissima dai lunghi capelli biondi lisci. “Non lo so,” disse Emily. “Non l’avevo mai vista.” Daniel parcheggiò e smontarono dal pick-up. Emily notò Yvonne appoggiata contro la sua quattro per quattro a chiacchierare con Holly, un’altra delle madri che conoscevano. “Perché non vai a salutarle,” le disse Daniel. “Io posso supervisionare e occuparmi del passaggio di insegnante.” Emily ci rifletté su. Voleva conoscere la nuova insegnante, ma era bramosa di riconnettersi con le amiche della cui compagnia aveva sentito la mancanza durante l’estate. “Sarò velocissima,” gli disse, togliendo con una mano la sicura alla portiera e aprendola. Daniel fece una risatina e partì in direzione dei gradini dove si erano riuniti tutti gli insegnanti a supervisionare la mattinata di giochi. Emily andò da Yvonne e abbracciò forte l’amica. Poi abbracciò anche Holly. “Com’è andata l’estate?” chiese Emily. Holly allora arrossì. Yvonne sembrava trattenere un sorrisetto. “È andata benissimo,” disse Holly a Emily. “Io e Logan abbiamo portato i bambini a Vancouver da parenti.” “E…” la incalzò Yvonne. Emily si accigliò, facendo passare lo sguardo da una donna all’altra. “E…” disse Holly diventando sempre più rossa. “Sono incinta.” Emily sgranò gli occhi. “Scherzi!” esclamò. Holly scosse la testa. Aveva un’aria timida ma elettrizzata. “Sono felicissima per te,” esclamò Emily abbracciandola di nuovo. “I nostri bambini potranno giocare insieme.” “Insieme a Robin,” aggiunse Holly facendo riferimento al nuovo figlio di Suzanna, che aveva due mesi appena. “Possono fare una piccola gang,” aggiunse Emily con una risata. Yvonne allora si intromise. “Uffa, sono gelosa. Vorrei averne un altro.” “Era pianificato?” chiese Emily a Holly. “Arrossisci come se non lo fosse!” “No,” le disse Holly. “È stata una sorpresa. Bella, ma Minnie non ha ancora un anno, perciò non pensavamo neanche che fosse possibile! Però a Vancouver i bambini sono stati assaliti dai parenti e siamo riusciti a riposare e a concederci degli appuntamenti romantici e, be’, una cosa tira l’altra.” Risero tutte. Emily era felice di essere tornata nella compagnia di alcune amiche tra i genitori della scuola. Anche se Yvonne era decisamente tra le sue migliori amiche, così come Suzanna, in minore entità, il cerchio più ampio degli amici genitori era molto dipendente dal contesto. Capì allora di aver sentito la mancanza della loro compagnia, di aver sentito la mancanza di avere delle persone con cui condividere le difficoltà e le tribolazioni dell’essere genitore. “Guardate la mia piccola Bailey,” disse quindi Yvonne gettando uno sguardo al campo da gioco. “Sta prendendo la nuova ragazzina sotto la sua ala.” Emily allontanò lo sguardo e vide le due schizzare per il cortile. Chantelle, si accorse, non stava giocando con loro. Era invece con i maschi, Toby, Levi e Ryan, impegnata in un ben più grezzo e disordinato tipo di gioco. Si chiese perché non stessero giocando tutti insieme. Sottovoce Yvonne sospirò, “Spero che non la inviti a giocare a casa nostra, però. Stamattina ho conosciuto la madre. Ha un’aria acida come la figlia. E la bambina si chiama Laverne.” Emily non poté evitare di ridacchiare. Era bellissimo essere tornata con le sue amiche madri, di nuovo ai cancelli della scuola. L’ultima volta che l’aveva fatto era stato tutto nuovo e strano. Chantelle era sbucata dal nulla e aveva stravolto la vita di Emily. Ma adesso non avrebbe cambiato nulla. Diventare madre era stata l’esperienza migliore della sua vita, e adorava quella sensazione, le opportunità che le aveva dato, e le persone che così aveva conosciuto. Allungò lo sguardo e vide avvicinarsi Suzanna, il piccolo Robin assicurato al petto, i piedini che sobbalzavano a ogni passo che faceva. Così sarebbe stata presto lei, realizzò Emily, il cuore che si gonfiava al pensiero – sia di entusiasmo che, anche, di ansia. Charlotte avrebbe cambiato di nuovo tutto, proprio come aveva fatto Chantelle. E non ci sarebbe stato Roy a sostenerla attraverso tutto quanto. Ma facendo passare lo sguardo da Suzanna a Yvonne a Holly, seppe di avere le migliori persone al mondo accanto, a guardarle le spalle. Poteva farcela. Poteva fare tutto con le sue amiche a sostenerla. A quel punto si accorse di essersi fatta assorbire così tanto dalla riunione con tutte le sue amiche da aver perso il senso del tempo. “Farei meglio ad andare a conoscere la nuova insegnante,” disse loro voltandosi per andare alle scale. Però, proprio facendo così, si accorse che Daniel le veniva incontro. Stava guardando l’orologio con espressione allarmata. “Daniel!” esclamò Yvonne entusiasta. “Ciao a tutte,” disse arrivando furtivo al gruppo di mamme. “Temo di non poter fermarmi a chiacchierare, devo tornare al lavoro.” Si voltò verso Emily. “Ti porto ancora da Joe?” “Posso presentarmi all’insegnante prima?” chiese Emily. Daniel guardò teso l’orologio. “Uhm… be’…” disse, un po’ confuso. Emily percepì che chiaramente voleva fare una buona impressione con la sua nuova posizione più importante al lavoro. Decise di lasciar perdere e di non far clamore. “Non ti preoccupare,” gli disse cedendo. “Posso conoscere la nuova insegnante quando la vengo a prendere.” Salutò ognuna delle amiche, triste di essere strappata via dalla loro meravigliosa compagnia, e andò al pick-up con Daniel. “Ci aggiorniamo presto,” urlò dietro una spalla salutandole con la mano mentre montavano. Chiudendo la portiera, Emily si voltò verso Daniel. “Ricordami di non prendere appuntamenti con Amy nei giorni in cui c’è scuola. Almeno non finché non riesco a rimettermi dietro al volante della mia macchina!” Le mancava la libertà che aveva prima della gravidanza. Perdere l’incontro con l’insegnante la faceva sentire malissimo. Sperò che la cosa non le avesse fatto fare una brutta impressione. Non voleva sembrare un genitore non interessato, distratto ed egocentrico. Daniel uscì dal parcheggio, puntando alla città. “Allora, l’insegnante com’è?” gli chiese Emily. “Signorina Butler,” la informò Daniel. Si strinse nelle spalle, come se non vi avesse fatto molta attenzione. “Sembra un po’ più severa rispetto alla signorina Glass. Un po’ più vecchia, un po’ più spigolosa.” “Mi chiedo come la prenderà Chantelle,” meditò Emily. La piccola a volte aveva difficoltà con le figure autoritarie. L’approccio dolce con lei funzionava bene, ma la cosa più importante per Chantelle erano in realtà i confini. Fin quando sapeva cosa ci si aspettava da lei poteva eccellere. Sperava solo che questa nuova, più severa insegnante avesse la pazienza necessaria per arrivare a quel punto. “C’era anche Gail,” disse Daniel. “Sarà la consulente di Chantelle anche quest’anno.” “È un sollievo,” rispose Emily ripensando a suo padre. Quest’anno Chantelle avrebbe avuto bisogno dell’aiuto di Gail più che mai. Non solo per la costanza che Gail le dava, ma per le esperienze di vita attraverso le quali quest’anno avrebbe avuto bisogno di essere guidata. “Allora, di cosa chiacchierate oggi tu e Amy?” chiese Daniel. La domanda distolse Emily dalla sua angosciosa fantasia. “Non ne sono certa, ma penso Harry. Hai notato qualcosa di strano tra di loro sull’isola?” “Per niente,” disse Daniel perplesso. Non sorprendeva Emily che Daniel non avesse colto le sfumature del comportamento di Amy. Amy era la sua migliore amica, dopotutto; la conosceva alla perfezione e riusciva a leggerle nell’espressione i più piccoli segnali. “Faranno meglio a non rompere,” disse Daniel severamente svoltando in una via secondaria. “Stiamo per aprire il ristorante. Non voglio che Harry sali troppo la zuppa con le sue lacrime!” Emily ridacchiò. “Sono sicura che non si tratta di questo. Probabilmente è il contrario, penso. Amy è pronta a sposarlo, ma vuole che io le dica che non sta correndo troppo. Ti ricordi cos’è successo con Fraser?” “Come posso dimenticarlo,” disse Daniel con una smorfia. Arrivarono al ristorantino di Joe, e Daniel accostò. Baciò Emily, e lei uscì dal furgone scivolando sul sedile, ormai incapace di saltar giù vivacemente come faceva prima di mettere su i sei chili abbondanti della gravidanza. “Buona giornata, al lavoro,” gli disse. Lui sorrise e la salutò con la mano, poi se ne andò. Emily entrò nel ristorante. “Ma guarda un po’, Emily Mitchell!,” esclamò Joe quando entrò. “Non ti vedo da molto tempo!” Lei lo abbracciò per salutarlo. “Sono Emily Morey adesso, non te ne dimenticare,” gli disse. “Certo,” disse Joe ridendo. “E pensare che qui ci siete venuti per il primo appuntamento.” Si illuminò. “Caffè?” Emily si diede una pacca sullo stomaco. “Decaffeinato, per piacere.” Joe andò a preparare del caffè mentre Emily trovò il posto dove Amy sedeva già. “Proprio come ai vecchi tempi, vero?” disse Amy dandole un bacio per salutarla. “Bere un caffè prima del lavoro, quando potevamo, ovvio. Colazioni, pranzi e cocktail la sera.” “Cocktail!” esclamò Emily dandosi una pacca sullo stomaco. “Non me li ricordare.” Rise. “È bellissimo averti qui più spesso. E hai ragione, è come ai vecchi tempi, però senza i grattacieli e i taxi gialli.” Sorrise riportando alla memoria le loro vecchie vite a New York. Sembrava tantissimo tempo prima, ormai. “Allora, che succede?” chiese a Amy. “Come vanno le cose?” Amy si morse il labbro come valutando l’opportunità di aprirsi. Chiaramente decise di non nascondere nulla, e si lanciò subito nel cuore della questione. “Si tratta di Harry. Stiamo litigando.” “Oh,” disse Emily tristemente. “È un peccato. Mi dispiace.” Amy si strinse nelle spalle e si portò il liscio caschetto biondo dietro alle orecchie. “È inevitabile, no? La distanza. Il fatto che veniamo da mondi diversi. Cioè, faccio battute dicendo che è come se fossimo ancora a New York, ma le cose non potrebbero essere più diverse. Non so se posso impegnarmi a vivere qui. Tu come hai fatto?” Emily ponderò sulla questione. “Onestamente perso che New York non avesse più nient’altro da offrirmi.” “Oh, grazie,” disse Amy mettendo il broncio. “Non volevo dire te!” esclamò Emily facendo dietrofront. “Voglio dire nel senso della carriera e delle relazioni. Le cose con mia mamma erano terribili. Poi Ben era un idiota, e mi è sembrato giusto andarmene. Venire qui mi ha costretta a confrontarmi con molte cose. Sai, con mio padre e la morte di Charlotte. Ha senso che abbia trovato me stessa qui. Poi c’era Daniel.” Sorrise tra sé ricordando il loro primo incontro. L’esitazione che aveva provato, la resistenza a permettersi di affezionarsi a qualcuno di nuovo. Ma i rischi erano stati tutti ripagati. “Perciò fondamentalmente stai dicendo che devo sistemare una vecchia casa, aprire un’attività e trovare me stessa,” disse Amy con una risatina. “E innamorarti,” aggiunse Emily. “Perciò hai spuntato una casella.” Amy sospirò. “Lo so. Ciò rende solo le cose più difficili. Non voglio scappare da ciò che ho con Harry, ma non so se qui posso essere felice.” Emily si allungò sul tavolino per tenere la mano dell’amica. “È per quello che è accaduto con Fraser? Non voglio proprio che quell’unica esperienza negativa rovini tutto. Perché sono sicura che lo sai che è del tutto diverso. Quello che avete tu e Harry è mille volte meglio di quello che avevate tu e Fraser.” “Dici che è così?” disse Amy con voce tirata. “Almeno io e Fraser venivamo dallo stesso mondo. Volevamo cose simili. Vacanze e carriere e proprietà. Bambini, ma ci sarebbe stata una tata ad aiutare, ovviamente. Harry è tutto il contrario. È… non lo so. Rustico? È…” “.... è Sunset Harbor,” disse Emily con un cenno deciso del capo. Sapeva esattamente dove stesse andando a parare Amy. “Ma c’è bisogno che ti ricordi che Fraser era un imbroglione? Harry non farebbe mai una cosa del genere. È onesto e gentile e leale. È questo che ottieni con un uomo di Sunset Harbor.” Joe arrivò con i loro waffle e il caffè per Emily. Le due amiche abbassarono la testa, continuando la conversazione. “Il fatto è,” aggiunse Amy, “che tu non ti sei mai dovuta preoccupare di questa roba. Cioè, tu e Daniel non avete dovuto discutere sulla distanza o su chi si sarebbe trasferito dove. Sarebbe sempre stato qui. Ma io e Harry sembriamo parlarne incessantemente. Potremmo avere una relazione a distanza? Posso davvero lasciami la mia vita alle spalle, la mia attività, per un uomo? Va contro a tutto ciò per cui mi batto!” Emily sorrise e sospirò. “Amy, è davvero questo che ti trattiene? O è qualcos’altro?” Amy masticò lentamente il suo waffle. “Onestamente non lo so. Sono molto titubante.” “Non pensi che potresti solo essere spaventata?” chiese Emily. “Lo so che tu non ti spaventi, che sei una donna d’affari pratica e sicura, ma c’è una piccolissima possibilità che forse tu sia spaventata dal fatto che Harry ti adora e che potrebbe essere quello giusto, e che se trasferissi la tua vita qui e ti accollassi il rischio potresti essere felice?” “Immagino di sì,” disse Amy. “Ma non è la felicità che mi spaventa. È la soddisfazione. È… la noia.” Guardò Emily con aria di scusa. Emily sapeva che Amy stava insinuando che la vita a Sunset Harbor era noiosa, ma non le importava. Non l’avrebbe cambiata per nulla al mondo. Se questa era la noia, l’aveva finita con l’eccitazione per sempre! “Magari dovrei tornare in città per un po’,” disse Amy. “Schiarirmi le idee. Controllare l’attività. Ricordarmi le mie radici, sai?” “Se credi che aiuterà,” disse Emily. Diede una forchettata al waffle e se ne portò un pezzetto alla bocca. “Cavolo, non torno a New York da secoli.” Amy allora sgranò gli occhi. “Oddio! Vieni con me!” Emily la guardò, sorpresa. “Uhm…” “Per favore, Em,” aggiunse Amy. “Possiamo fare un weekend lungo insieme. Darò in tuo onore un baby shower per il corredino, dato che l’ultimo è stato un disastro.” Emily arrossì ricordando com’era fuggita in modo imbarazzante dal baby shower che Amy le aveva organizzato. Non poté evitare di esitare. “Ti prego, ti prego, ti prego,” continuò Amy. “Ti meriti un po’ di pausa. E il trambusto estivo è finito. Sono sicura che la locanda può sopravvivere senza di te per qualche giorno.” A quel punto Amy schioccò le dita. “E se facciamo il baby shower a New York, può venire tua mamma!” Emily balzò subito indietro. “Okay, adesso proprio non voglio venire,” disse ricordando la grossa litigata che lei e Patricia avevano avuto l’ultima volta che avevano parlato. Anzi, ogni volta che avevano parlato. “Em,” disse Amy con tono materno. “Sta per diventare nonna per la prima volta. Quanto durerà ancora questo screzio tra voi due?” “Per sempre,” disse cupamente Emily. “Non hai mai conosciuto mia mamma?” aggiunse sarcasticamente. Ma pensandoci meglio si accorse che c’era una cosa importante di cui doveva parlare a sua madre, una cosa che non poteva essere fatta al telefono. Ed era la malattia di Roy. Doveva sapere. “A dire il vero,” disse Emily, “un viaggio a New York dovrei farlo da tempo. Magari mia mamma sarà meno una peste nel suo territorio.” Amy batté le mani. “Davvero? Questo weekend?” Emily si strinse nelle spalle. “Immagino di sì.” Qual era il momento buono per dire alla propria madre che il suo ex marito stava per morire? Non sembrava esserci risposta, perciò quel weekend era buono come qualsiasi altro momento. Amy saltò su e giù al suo posto. “Sarà divertentissimo. Lo dico a Harry.” Afferrò il cellulare e digitò il suo numero. Nello stesso momento prese a suonare il telefono di Emily. Lo estrasse dalla tasca e rispose nello stesso momento di Amy. Era davvero come i vecchi tempi di New York! “Signora Morey?” chiese la voce all’altro capo. “Sì, chi parla?” “Sono la signorina Butler, l’insegnante di Chantelle. Mi dispiace disturbarla, ma c’è stato un incidente. Penso che dovrebbe venire qui.” Emily balzò su. “Che tipo di incidente? Chantelle sta bene? Si è fatta male?” “Sta bene,” rispose la signorina Butler. “È un incidente di natura comportamentale.” Emily si accigliò. Che cosa significava? “Arrivo,” disse riappendendo e gettando il telefono nella borsa. Amy stava chiacchierando con Harry al telefono, ma alzò lo sguardo su Emily, usando le sue favolose abilità multitasking per portare avanti una muta conversazione con la sua amica senza perdere una parola della telefonata. “Chantelle,” disse Emily muovendo solo le labbra. “Scuola.” Fece il gesto di guidare. La macchina ce l’aveva Daniel, perciò Amy costituiva il suo unico modo per arrivarci. Amy annuì e indicò i waffle. Li avevano a malapena assaggiati. Ma Emily scosse la testa. Doveva andare subito. Senza farle domande, Amy si alzò, raccolse la borsa e, sempre parlando con Harry, uscì dal ristorante e andò alla macchina, Emily a rimorchio. Mentre andavano, Emily sperava che tutto si sistemasse tra Amy e Harry, perché era in momenti come questi, quando Daniel era occupato e la vita mandava tutto all’aria, che Emily aveva bisogno più che mai dei suoi amici. CAPITOLO CINQUE Mentre Amy la riaccompagnava alla scuola, Emily sentiva il nervosismo crescere. Odiava quando Chantelle aveva questi accessi perché le sembrava un passo indietro, e le ricordava il terribile inizio che la ragazzina aveva avuto nella vita, le cicatrici che portava ancora nonostante il suo atteggiamento felice. “Vuoi che entri con te?” chiese Amy guardando il viso pallido di Emily sul sedile del passeggero. Emily solitamente non si mangiava le unghie, ma l’ansia glielo stava facendo fare. “No, no, probabilmente è meglio che ci sia solo io,” disse tutta agitata, il viso legnoso dal panico. Raggiunsero il parcheggio, ora vuoto, e Amy si fermò sul posto più vicino alle porte della scuola. “Be’, aspetto qui e ti riporto a casa quando hai finito.” Emily aveva già una mano sulla maniglia della portiera, e scosse la testa. “Grazie dell’offerta, ma non ho idea di quanto ci vorrà.” “Come torni a casa?” “Ci penserò dopo. Sul retro del furgone delle consegne di Raj? Sul manubrio della bici di Cynthia?” Stava facendo battute, ma solo per distrarsi dall’ansia che aveva. Amy sorrise teneramente. “Sei sicura?” “Giuro,” disse Emily spalancando la portiera e scendendo svelta. Sbatté la portiera e mandò un bacio a Amy correndo più forte che le permetteva di fare il pancione su per i gradini di pietra. Premette il pulsante del citofono e la receptionist rispose, salutandola con un crepitio. “Signora Morey,” disse Emily nel microfono d’argento. “La madre di Chantelle.” Ci fu un ronzio. Aprì la porta e corse alla scrivania. Era la stessa ragazza dell’anno precedente, si accorse Emily, giovane, lentigginosa, con un dolce sorriso che mostrava una fessura tra i denti. “Ciao, Emily,” la salutò la receptionist mentre correva dentro. Emily si accorse – un po’ esaurita al pensiero – che a scuola era abbastanza conosciuta perché la receptionist la riconoscesse e si ricordasse il suo nome. “Ecco il badge per i visitatori,” aggiunse la ragazza. Porse il pass a Emily ed Emily vide che aveva scritto il suo nome con un pennarello rosso, in corsivo, circondato da stelle. Era un gesto gentile, ma Emily era troppo agitata per apprezzarlo. Tutta la sua concentrazione era su Chantelle. Però notò il nome sul badge della ragazza: Tilly. Prese nota di memorizzarlo in modo, la prossima volta che avesse visto la ragazza, si sperava in circostanze meno stressanti, da essere almeno più gentile. “Sono in fondo al corridoio nell’ufficio della consulente,” disse Tilly. “Conosce la strada?” “Purtroppo la conosco anche troppo bene,” rispose Emily. Tilly le rivolse un sorriso comprensivo, ed Emily percorse svelta il corridoio fino all’ufficio di Gail. Attraverso la finestrella della porta, Emily vide i familiari divani rosso acceso, il tavolo dei giochi, l’angolino della lettura, la casa delle bambole e la zona di arte. Riconobbe subito Gail, seduta su una delle sedie per adulti con i capelli in un’ordinata crocchia in cima alla testa. Le altre due donne Emily non le conosceva. E Chantelle non si vedeva da nessuna parte. Riusciva a sentirla, però, sentirla urlare e gridare anche attraverso la spessa lastra di vetro della porta tagliafuoco rinforzata. Emily bussò rapida e vide Gail voltarsi verso la finestra. Attraverso il vetro, fece cenno a Emily di entrare. Fu solo una volta dentro che Emily vide per la prima volta Chantelle. La bambina era appallottolata su se stessa nell’angolo, a piangere disperatamente, circondata da pezzi di carta strappati. “Cos’è successo?” chiese Emily. “Si sieda,” disse Gail. “Ha conosciuto la signorina Butler.” “A dire il vero no, non abbiamo avuto la possibilità di vederci prima,” disse Emily. Strinse la mano all’insegnante. Era un modo orribile di conoscerla, pensò Emily. Era un fascio di nervi e si sentiva completamente esausta. “Ha parlato con mio marito, Daniel.” La giovane insegnante sorrise educatamente, dando a Emily un assaggio della severità che aveva notato Daniel. “Sì, me lo ricordo.” “E conoscerà la signora Doyle,” aggiunse Gail. Emily ebbe allora una reazione a scoppio ritardato. Nella fretta non si era proprio accorta della terza donna nella stanza, ma capì adesso che era la preside. Le cose dovevano essere serie se era coinvolta anche lei! “Quindi?” disse Emily. “È stata la classe nuova a dare il via alle cose?” Gail annuì. “Penso che fossimo tutti consapevoli che sarebbe potuto accadere. Ma forse dovremmo chiedere a Chantelle di spiegarcelo. Chantelle?” Gail aveva una voce incredibilmente leggera, dolce. Era il tipo di voce che poteva far uscire chiunque dai capricci. La bambina singhiozzava furiosamente nell’angolo. “La ODIO!” urlò. Emily alzò lo sguardo sulla signorina Butler, presumendo che fosse la persona a cui faceva riferimento Chantelle, e le rivolse uno sguardo compassionevole. Non voleva assolutamente che l’insegnante pensasse che fosse colpa sua. “Chi è che odi?” continuò Gail. “LAVERNE!” urlò Chantelle. Emily si ricordò che ai cancelli della scuola Yvonne aveva detto che Laverne era il nome della nuova ragazzina, la ragazzina bionda dalle ossa fragili che Bailey aveva preso sotto la sua ala. Non aveva mai sentito la voce di Chantelle così stridula e penetrante, così piena di livore. E non aveva mai visto tanta passione nel viso della bimba, così tanto dolore e angoscia. Persino nelle sue crisi passate avute per via di Sheila, Chantelle non era mai sembrata tanto depressa. Laverne l’aveva proprio scatenata. Emily non riusciva a immaginare cosa potesse aver fatto perché Chantelle la percepisse peggiore di Sheila. “Puoi spiegare cos’è successo con Laverne?” chiese dolcemente Gail. “Vogliamo tutte capire perché sei così infelice.” Chantelle allora alzò lo sguardo, il viso rosso di rabbia. “Ha rubato Bailey.” Emily si accigliò di confusione al sentir nominare il nome di Bailey. Lei e Chantelle erano inseparabili. “Che cosa vuoi dire?” la incalzò Gail. L’espressione di Chantelle era di inimmaginabile dolore e sofferenza. Emily rimase turbata nel vederla così. “Ha detto che ho un accento stupido,” gridò Chantelle. “E che Bailey poteva avere solo un’amica con i capelli biondi. Poi Bailey mi ha detto che Laverne è la sua nuova migliore amica.” La faccia di Chantelle cambiò. Dopo la rabbia si dissolse in lacrime, fece cadere la testa sulle ginocchia e pianse amaramente. Emily si portò una mano al cuore. Era troppo da sopportare. “Possiamo fare qualcosa?” chiese Emily alzando lo sguardo su Gail. “Capisce quanto importante sia per Chantelle avere costanza nella vita.” “Certo,” rispose diplomaticamente Gail. “Lei è buona amica di Yvonne, la madre di Bailey, vero? Forse dovrebbe parlarne con lei.” “Non sono sicura che la cosa sarebbe d’aiuto,” rispose Emily. “Bailey è una ragazzina risoluta. Solo perché sua madre le dice di fare qualcosa non vuol dire la farà. Non sarebbe più semplice trasferire Laverne in un’altra classe in modo che si separino naturalmente?” La signora Doyle parve inorridita. “Assolutamente no.” “Ma guardi cosa sta succedendo a Chantelle,” esclamò Emily. La signora Doyle parlò con franchezza. “Laverne è nuova qui, proprio come una volta lo è stata Chantelle. Ha trovato un’amica in Bailey e sarebbe crudele toglierle quest’amicizia.” Emily sentì affilarsi il suo istinto materno. “Con tutto il rispetto, Laverne non ha la stessa storia di Chantelle. Non ha attraversato le stesse avversità. La soluzione più semplice non sarebbe cambiarle di classe subito? Stroncare tutto sul nascere prima che peggiori? Se Laverne è così cattiva adesso, come sarà domani o dopodomani?” “Mi dispiace,” disse la signora Doyle scuotendo la testa. “Ma dovranno risolvere i loro problemi. Gail può guidarle, e ovviamente la signorina Butler supervisionerà tutto in classe. Non ci sono soluzioni veloci a queste situazioni, signora Morey. Le circostanze di Chantelle non rientrano nella faccenda.” Emily guardò implorante Gail. “Lei sta dalla mia parte, vero?” “Non si tratta di prendere parti,” rispose Gail. “Sono qui per Chantelle e per quello che è meglio per lei.” “Mi lasci indovinare,” disse Emily. “Ciò che è meglio per lei è venire nel suo ufficio una volta la settimana per chiarire i suoi sentimenti? È una bambina di sette anni. Agisce secondo le sue emozioni, secondo i suoi sentimenti. Starsene seduta qui a parlare con lei all’infinito non l’aiuterà con il bullismo.” “Le nostre sessioni sono molto preziose,” rispose con calma Gail. “Non penso che dovremmo affrettarci a etichettare la cosa con la parola bullismo,” intervenne la signora Doyle. Emily era furiosa. Le sembrava che tutti stessero abbandonando Chantelle. Come faceva a non essere bullismo? “Chantelle è stata presa in giro per il suo accento. Le è stata portata via la sua migliore amica. Questa nuova ragazzina l’ha ostracizzata. Come fa a non essere bullismo?” “Emily,” disse dolcemente Gail. Ma Emily era esasperata. Le pareva che nessuno nella stanza fosse preparato a fare qualcosa di concreto per la situazione. Tutto ciò che stavano offrendo erano più che altro fiacche conversazioni, che a lei adesso sembravano inutili, come un consulente matrimoniale per una coppia di bambini a malapena abbastanza grandi da allacciarsi le scarpe da soli! “Cosa?” disse furiosamente Emily a Gail, così vicina a perdere la calma da spaventarsi. “Ho parecchia esperienza nella gestione di queste situazioni,” proseguì Gail. “Farò venire qui insieme Chantelle, Laverne e Bailey. Non c’è nessuna colpa. Dobbiamo solo trovare un modo perché tutte occupino lo stesso spazio insieme.” Emily aveva sentito abbastanza. “È assurdo. Lei si fa in quattro per proteggere una prepotente. Vieni, Chantelle, ce ne andiamo.” Chantelle sembrava totalmente sorpresa. Sbatté le palpebre, le ciglia bagnate di lacrime, poi si tirò su da terra. Emily provò una forte sensazione di sollievo quando la bambina corse da lei e le avvolse le braccia strette attorno alla vita. Aveva fatto ciò che doveva come madre; sostenere sua figlia in modo incondizionato. Nulla di tutto ciò era colpa di Chantelle, e l’ultima cosa che voleva era che la ragazzina pensasse di aver fatto qualcosa di sbagliato. Insieme, marciarono fuori dall’ufficio. “Mamma, stai tremando,” disse Chantelle mentre percorrevano i corridoi, superando Tilly alla reception e uscendo sui gradini in pietra. “Scusami,” rispose Emily facendo un respiro profondo. “Non volevo perdere la calma.” Ma Chantelle pareva essere stata completamente distratta dalla sua crisi. “Non chiedere scusa,” disse, gli occhi sgranati. “È stato forte!” Emily non poté evitare di sentire gli angoli delle labbra tirarsi. “Be’, grazie. Ma non farti strane idee. Urlare contro la gente non è un bel modo di comportarsi.” “Okay, mamma,” rispose Chantelle. Ma Emily riuscì a vedere il bagliore di rispetto che aveva negli occhi. Quando Chantelle aveva avuto bisogno di qualcuno al suo fianco, Emily per lei c’era stata. Anche se si sentiva malissimo per il suo scoppio d’ira, almeno Chantelle aveva potuto provare di prima mano che la sua mamma orsa le guardava sempre le spalle. Una volta fuori sulle gradinate della scuola, Emily si ricordò che non avevano modo di tornare a casa. Valutò l’opportunità di chiamare Daniel, ma sapeva che oggi era estremamente occupato con il lavoro da Jack. Non sapeva se dovesse disturbarlo per questa cosa. Anche se da una parte lui avrebbe voluto sapere quello che era successo, lei era la madre di Chantelle tanto quanto Daniel ne era il padre, ed era sicura di riuscire a gestire la situazione senza di lui. Potevano discuterne quando fosse tornato a casa dal lavoro. Compose il numero della locanda. Rispose Lois. “Immagino che non ci sia Parker, vero?” chiese Emily a Lois, negli occhi della mente un’immagine del malconcio furgoncino delle consegne all’ingrosso di Parker. “C’è,” disse Lois. “Lo vado a prendere.” La linea si fece silenziosa. Un attimo dopo attraverso il ricevitore risuonò la voce di Parker. “Buongiorno, signora capa,” scherzò, “che cosa posso fare per lei?” Emily abbassò lo sguardo su Chantelle, che se ne stava seduta sul gradino trafficando con i lacci delle scarpe. Sembrava così abbattuta. Emily era sicura di aver preso la decisione giusta a non disturbare Daniel. Voleva tornare su un territorio sicuro, nell’agio di casa loro, prima che il problema della giornata di scuola di Chantelle venisse sollevato. Emily parlò al telefono con Parker. “Devo chiederti un favore…” * Quella sera la famiglia si rilassò insieme nel salottino. Finalmente Emily aveva la sensazione che fosse passato abbastanza tempo, ed era pronta ad affrontare l’argomento del primo giorno di scuola di Chantelle. “Dunque, Chantelle non ha avuto una buona giornata oggi, vero, tesoro,” disse Emily. “Puoi dire a papà che cosa è successo?” Daniel sollevò le sopracciglia e guardò Chantelle. Lei si agitò al suo posto. “Non sei nei guai,” spiegò dolcemente Emily. “È solo che papà non sa che sono dovuta venire in ufficio per parlare con la signorina Butler e la signora Doyle.” L’espressione di Daniel si fece ancora più sorpresa. “Con la signora Doyle, la preside?” chiese. Emily capì che stava combattendo per mantenere il tono di voce piatto. Chantelle annuì con vergogna. “Volevo cambiare classe per una bambina orribile,” disse, gli occhi fissi in grembo. “Quale bambina orribile?” chiese Daniel. “È nuova,” disse Chantelle. “Si chiama Laverne. Ed è la migliore amica di Bailey.” Daniel guardò Emily. Lei gli ritornò uno sguardo triste. “Sono sicuro che non è vero,” disse Daniel. “Sono sicuro che Bailey sta solo cercando di essere gentile con lei perché è nuova e non conosce nessuno.” “Non è così,” disse Chantelle battendo il pugno contro il bracciolo del divano. “Laverne ha detto a Bailey che può avere solo un’amica con i capelli biondi, e visto che Laverne è più bionda di me Bailey ha scelto lei!” Emily riusciva a vedere che la bambina soffriva, e si faceva sempre più adirata ricordando gli eventi dolorosi della giornata. “Hai parlato con Yvonne?” chiese Daniel a Emily. Scosse la testa. Nello stesso momento Chantelle urlò, “No!” Sembrava terrorizzata. “Per favore, non ditelo a Yvonne. Non voglio che sgridi Bailey o che la costringa a tornare mia amica. Voglio che lei sia mia amica solo se lo vuole, non perché gliel’ha detto sua mamma.” Emily si sentiva malissimo per Chantelle. Il mondo dei bambini di sette anni poteva essere complicato tanto quanto quello degli adulti. Desiderava disperatamente poterle levare tutto il dolore, ma non era possibile. E non era neanche giusto. Il suo lavoro di madre era guidare Chantelle attraverso queste spiacevoli esperienze, non farle da scudo contro di loro né sradicarle. “Ti ricordi anche che cosa ha detto Laverne di te?” la incalzò Emily. Sapeva che Chantelle non voleva parlarne, ma era importante che analizzassero le sue emozioni. Aveva quasi otto anni, e la gente attorno a lei presto avrebbe perso la pazienza di fronte alle sue crisi. Aveva una curva di apprendimento ripida davanti a sé, e molto tempo da recuperare. Aveva già fatto notevoli progressi, ma c’era ancora tantissima strada da fare. “Ha detto che ho un accento stupido,” disse Chantelle. Poi, cupamente, aggiunse, “Ha ragione. Vorrei avere la tua voce, papà. Perché devo parlare come Sheila?” “Non c’è niente che non va nella tua voce,” le disse Daniel. “Il tuo accento è bellissimo.” “Ma così sono diversa. E così le persone pensano che sono stupida.” “Non sei stupida,” disse severamente Daniel. “Non permettere mai a nessuno di farti sentire così. Sei perfetta così come sei.” Emily adorava la quantità di calore che aveva Daniel nella voce. Il suo discorso era molto toccante. Ma Chantelle non sembrava crederci per nulla. Sembrava più abbattuta che mai. “Posso alzarmi adesso?” disse piano. Daniel guardò Emily. Lei si strinse nelle spalle, non sapendo quale fosse la cosa migliore da fare. “Vorrei vedere i cartoni in camera mia,” aggiunse Chantelle. “Certo,” disse Emily. Tutti meritavano un po’ di routine che tirasse su l’umore, pensò. Se i cartoni a letto potevano cullare Chantelle, era meglio questo piuttosto di un crollo. Chantelle scivolò giù dal divano e lasciò la stanza. Una volta che se ne fu andata, Daniel guardò triste Emily. “Avresti dovuto dirmelo,” disse con un sospiro esasperato. “Non appena è accaduto. Perché non hai chiamato?” Emily si accigliò. Prima era convinta della decisione di chiedere a Parker di dar loro un passaggio ma adesso, vedendo l’espressione di Daniel, sentì la risolutezza indebolirsi. “Eri al lavoro,” gli disse dolcemente. “Non volevo disturbarti.” “Ma questa è la mia bambina,” disse severamente. “Devo sapere se è vittima di bullismo.” Emily gli toccò la mano. Lo conosceva abbastanza bene da capire che era lo stress del nuovo lavoro a renderlo irascibile e sgarbato con lei. Non era una cosa personale, e perciò lei cercò di non prenderla per quel verso. Конец ознакомительного фрагмента. Текст предоставлен ООО «ЛитРес». Прочитайте эту книгу целиком, купив полную легальную версию (https://www.litres.ru/pages/biblio_book/?art=43697911) на ЛитРес. Безопасно оплатить книгу можно банковской картой Visa, MasterCard, Maestro, со счета мобильного телефона, с платежного терминала, в салоне МТС или Связной, через PayPal, WebMoney, Яндекс.Деньги, QIWI Кошелек, бонусными картами или другим удобным Вам способом.