Una Linea Sottile
Oreste Maria Petrillo

Fabio Santoro


Legal Thriller incentrato su due avvocati che lavorano ai lati opposti della Manica e i cui destini risultano mortalmente intrecciati.

Un brevetto farmaceutico del valore di miliardi , un uomo barbaramente ucciso e un processo per omicidio che si profila quasi impossibile. Sono questi gli elementi intorno cui ruota la vita di due giovani avvocati. Due storie di uomini che provengono da due realtà contrapposte che si intersecano in un gioco di ombre e specchi. Dove denaro e vendetta tracciano il confine oltre cui i nemici diventano alleati e dove non esistono certezze ma solo dubbi e sospetti. Una linea sottile che divide esistenze normali da vite distrutte dalla paura e spetterà ad una coppia di avversari ai due lati della barricata legale ergersi al di sopra di un intrigo internazionale che potrebbe mettere a rischio le loro professioni e, forse, la loro stessa vita... Un legal thriller emozionante sin dalla prima pagina.







UNA LINEA SOTTILE



Di Fabio Santoro e Oreste Maria Petrillo



Copertina di Matteo Venturi (www.epubsolution.com)



“L'avvocato deve sapere in modo così discreto

suggerire al giudice gli argomenti per dargli ragione,

da lasciarlo nella convinzione di averli trovati da sé.”

Piero Calamandrei, Elogio dei giudici scritto da un avvocato, 1935



Prologo



<<Non posso. Non parliamo solo della mia vita>>.

Guardò ripetutamente lo schermo bianco del suo laptop. Sperava che tra gli spazi bianchi del messaggio appena ricevuto ci fosse scritto dell’altro. Qualcosa che desse un significato diverso alle parole che gli stavano agghiacciando il cuore. Il dottor Francisco Alvarado era un uomo di scienza. Pragmatico, conciso.

Ai problemi cercava soluzioni, non scuse. Nella sua vita non c’era spazio per i “se” ma solo per i “come”.



Almeno questo era ciò che aveva sempre creduto. In quel momento, solo allora, si accorse di quanto si sbagliava. Realizzò come, anche un uomo come lui, potesse scoprirsi incredibilmente fragile superata la soglia di un limite quasi invisibile.

Quella soglia oltre la quale si distruggono vite e si cambiano esistenze. Un confine che non voleva più superare.



Si appoggiò allo schienale della poltrona, nell’enorme soggiorno quasi interamente arredato con mobili in legno di noce. Si prese il volto tra le mani ed emise due profondi sospiri. Era stanco. Stanco dei compromessi e dell’ipocrisia.



Gli ultimi giorni erano stati, per certi versi, i peggiori e, al contempo, i migliori della sua vita. Avevano tirato fuori una parte di lui che aveva completamente rimosso: la paura.

Si alzò e puntò dritto all’armadietto dei liquori. Aveva bisogno di qualcosa di forte. Si versò una generosa dose di whisky invecchiato diciott’anni e tornò alla sua poltrona ancora con mille domande che bersagliavano la sua mente come schegge all’impazzata.

Doveva riflettere ancora. Era bravo in quello.

Lasciò scivolare il liquido ambrato dentro la gola tutto d’un fiato proprio mentre la sua casella di posta elettronica gli segnalava l’arrivo di un altro messaggio. Appoggiò il bicchiere sul tavolo con un tonfo sordo e agguantò il mouse per controllare il mittente.

Di nuovo lui.



La punta di angoscia che lo tormentava ruppe gli argini e scavò un abisso nel suo petto.

Da persona razionale scelse di aprire il messaggio anche se avrebbe avuto un disperato desiderio di non farlo.

Si pentì immediatamente di non avere assecondato il suo istinto.

Le palpebre si sbarrarono per parecchi secondi e il respiro gli morì in gola.

<<Mio Dio>>, disse in un soffio silenzioso che si perse tra le pareti della stanza.

<<Dio Onnipotente>>.




Indice




Capitolo 1 (#u6b469c33-20c8-5f05-a721-62704c34d44c)

Fabrizio Tancredi (#u8506e597-fe7b-59c5-8215-10554c1e9f53)

Capitolo 2 (#u36095448-bb2d-5d7e-b764-02da5f70d8be)

Riccardo Ferrari (#ua6e79f03-5cb6-524c-82f6-6b19ee0de6a4)

Capitolo 3 (#u7c6f04e0-2075-54e4-ae8d-ea8133e474a7)

Il caso (#u8f2f4db5-dcee-524a-bd31-9b92b1efb214)

Capitolo 4 (#u6fc19352-250d-51a9-9436-fc0680a30cba)

Un nuovo cliente (#u37302f59-7e64-5109-9587-9d32d17f2a35)

Capitolo 5 (#u5a5ecde9-9e5d-5afb-ae16-53f5367052b3)

Lo straniero (#u3cc33e02-dde7-570e-84a0-04b0d3353b10)

Capitolo 6 (#u356297e4-20e5-59aa-baf9-ccab19cf7fd7)

Il ritorno (#ucde84457-80a4-5efe-bbce-795a68aa57b9)

Capitolo 7 (#ucf7587cf-7f86-59b0-9ca9-f03423ee289d)

Faccia a faccia (#ua6ba850e-58c4-500a-9b41-7007f304129f)

Capitolo 8 (#u6d77802e-7025-5f68-adb6-d4a1473a7cdb)

La spia (#u56968ed4-185e-554b-aafb-c02f01768a83)

Capitolo 9 (#litres_trial_promo)

Il bluff (#litres_trial_promo)

Capitolo 10 (#litres_trial_promo)

A casa di Alvarado: (#litres_trial_promo)

l’ interrogatorio (#litres_trial_promo)

Capitolo 11 (#litres_trial_promo)

Nell’altra stanza (#litres_trial_promo)

Capitolo 12 (#litres_trial_promo)

L’imprevisto (#litres_trial_promo)

Capitolo 13 (#litres_trial_promo)

Una lunga notte (#litres_trial_promo)

Capitolo 14 (#litres_trial_promo)

Alla Salus (#litres_trial_promo)

Capitolo 15 (#litres_trial_promo)

Chiamata da Londra (#litres_trial_promo)

Capitolo 16 (#litres_trial_promo)

L’accordo (#litres_trial_promo)

Capitolo 17 (#litres_trial_promo)

Qualcosa è cambiato (#litres_trial_promo)

Capitolo 18 (#litres_trial_promo)

Il consiglio di amministrazione (#litres_trial_promo)

Capitolo 19 (#litres_trial_promo)

La visita (#litres_trial_promo)

Capitolo 20 (#litres_trial_promo)

Al deposito (#litres_trial_promo)

Capitolo 21 (#litres_trial_promo)

Quello che resta (#litres_trial_promo)

Capitolo 22 (#litres_trial_promo)

Il nipote (#litres_trial_promo)

Capitolo 23 (#litres_trial_promo)

Poggioreale (#litres_trial_promo)

Capitolo 24 (#litres_trial_promo)

L’accusa (#litres_trial_promo)

Capitolo 25 (#litres_trial_promo)

Dettagli (#litres_trial_promo)

Capitolo 26 (#litres_trial_promo)

Tutta la verità (#litres_trial_promo)

Capitolo 27 (#litres_trial_promo)

La donna amata (#litres_trial_promo)

Capitolo 28 (#litres_trial_promo)

Cercare in famiglia (#litres_trial_promo)

Capitolo 29 (#litres_trial_promo)

L’altro nome (#litres_trial_promo)

Capitolo 30 (#litres_trial_promo)

Insieme! (#litres_trial_promo)

Capitolo 31 (#litres_trial_promo)

La difesa (#litres_trial_promo)

Capitolo 32 (#litres_trial_promo)

Il processo (#litres_trial_promo)

Capitolo 33 (#litres_trial_promo)

Quelli che contano (#litres_trial_promo)

Capitolo 34 (#litres_trial_promo)

Alla barra (#litres_trial_promo)

Capitolo 35 (#litres_trial_promo)

Arriva la scientifica (#litres_trial_promo)

Capitolo 36 (#litres_trial_promo)

Puntare il dito (#litres_trial_promo)

Capitolo 37 (#litres_trial_promo)

La traccia (#litres_trial_promo)

Capitolo 38 (#litres_trial_promo)

Il collega (#litres_trial_promo)

Capitolo 39 (#litres_trial_promo)

La parola alla difesa (#litres_trial_promo)

Capitolo 40 (#litres_trial_promo)

Il movente (#litres_trial_promo)

Capitolo 41 (#litres_trial_promo)

La teste (#litres_trial_promo)

Capitolo 42 (#litres_trial_promo)

Sella (#litres_trial_promo)

Capitolo 43 (#litres_trial_promo)

Senza macchia (#litres_trial_promo)

Capitolo 44 (#litres_trial_promo)

Il nuovo testimone (#litres_trial_promo)

Capitolo 45 (#litres_trial_promo)

Fare coraggio (#litres_trial_promo)

Capitolo 46 (#litres_trial_promo)

L’ arringa (#litres_trial_promo)

Capitolo 47 (#litres_trial_promo)

…e due (#litres_trial_promo)

Capitolo 48 (#litres_trial_promo)

…e tre (#litres_trial_promo)

Capitolo 49 (#litres_trial_promo)

Pensare al futuro (#litres_trial_promo)

Capitolo 50 (#litres_trial_promo)

La sentenza (#litres_trial_promo)

Capitolo 51 (#litres_trial_promo)

Libero! (#litres_trial_promo)

Capitolo 52 (#litres_trial_promo)

L’ultimo filo (#litres_trial_promo)

Capitolo 53 (#litres_trial_promo)

La verità (#litres_trial_promo)

Capitolo 54 (#litres_trial_promo)

…tutta la verità (#litres_trial_promo)



Capitolo 1


Fabrizio Tancredi



Vincitori e perdenti.

Cacciatori e prede.

Ecco di cos’è fatta un’aula di tribunale.

Ecco di cos’è fatto il mio mondo.

Un mondo dove tra la prima e la seconda categoria aleggia una linea sottile.

Una realtà dove un soffio di vento può fartela varcare.

Da tempo ho capito qual è il lato giusto della linea nel quale stare.

Io sono un vincente.



La mia non è inutile arroganza ma una semplice constatazione. Ogni uomo, in fondo, non fa altro che seguire gli istinti della propria natura.

E io sono nato per cacciare. Sono nato per vincere.

E c’è una ragione per la quale, nella maggior parte dei casi, riesco a non varcare quel confine. Sono bravo a calcolare il vento.



Nei miei trent’anni di vita ho dovuto lavorare come uno schiavo per imparare tutto ciò che un avvocato ha bisogno di sapere per emergere. Ma per essere il migliore ho dovuto sviluppare una dote che nessun libro può trasmettere e che nessun maestro può insegnare: il fiuto animale. Una affinità per i cambiamenti di rotta che all’interno di un palazzo di giustizia può salvare il culo più spesso di quanto si immagini. Lo stesso fiuto che mi ha fatto percepire una esitazione di troppo, una piccolissima pausa che ha messo in moto una congettura poi rivelatasi esatta. Lo stesso fiuto che stamattina mi ha fatto recapitare una sentenza che profuma di vittoria. Carenza dei requisiti di legittimazione.



Un modo squisitamente giuridico per dire che hai buttato nel cesso cinque anni di cause legali e ventimila sterline di spese legali, cui si aggiungeranno altre diecimila che la società difesa dallo studio per cui lavoro, sarà ben felice di versare per averle evitato un risarcimento di qualche milione.



Al volo riassetto il nodo della cravatta grigia che cala immacolata su un vestito di pura seta, mentre entro dalle porte trasparenti della Smithson Partnership e punto dritto agli ascensori che ormai cavalco da cinque anni. Detesto le cravatte ma ogni mondo ha le sue etichette, ogni vita ha qualche compromesso e, in tutta onestà, quello delle cravatte è, forse, il meno gravoso cui accondiscendere.



Tre minuti e sedici piani dopo sono nel corridoio esterno a fissare la sorridente segretaria dello studio. Uno schianto dai capelli castani e occhi marroni assunta la scorsa settimana alla quale ancora non sono riuscito a chiedere il nome. C’è qualcosa di carico, di solare in quel sorriso. Il radioso raggiare di una ragazza che ha vissuto quest’ambiente troppo poco tempo. Forse è proprio questo che mi piace di lei. Mi riprometto di invitarla a bere qualcosa se mai ci sarà tempo e luogo. Mentre le passo davanti mi fa un brevissimo cenno della mano per catturare la mia attenzione.

<<Buongiorno avvocato Tancredi, Mr Smithson è nel suo ufficio e le chiede di raggiungerlo>>

Lupus in fabula.

<<Grazie…>> per un attimo mi illudo le sia sfuggita la pausa appena accennata che sottintende il “come cavolo ti chiami?”

<<...Sofia, mi chiamo Sofia avvocato>>.

“Giusto, Sofia”.



<<Grazie Sofia, a proposito io sono Fabrizio>>.

Il suo viso si colora leggermente di rosso mentre allungo la mano per stringere la sua. Rapidamente mi allontano dalla sua scrivania per evitare ulteriore imbarazzo e punto dritto alla fine del corridoio passando davanti ad una piccola costellazione di uffici arredati con gusto, tra cui anche il mio, e busso all’ultima porta in fondo.



<<Avanti>>. Richard Smithson, come al solito, è dietro alla sua scrivania padronale in mogano, intento a sorseggiare un caffè.

Il socio fondatore dello studio che occupa la parte est del palazzo, un uomo attempato con un fisico asciutto e i capelli argentei folti, è un astuto bastardo che nei trascorsi trentacinque anni ha dominato la scena del diritto societario in città. Un capo e mentore che ha speso gli ultimi cinque anni supervisionando la mia formazione e ad inculcarmi quell’idea che sta alla base di qualsiasi avvocato in gamba: in aula i risultati sono gli unici a contare.

Una mentalità che oggi ha dato i suoi frutti.



<<Volevi vedermi?>>

<<Immagino che, se quel foglio che hai in mano è quello che credo, dovrò farti i complimenti>>, sorride sornione.

<<Se ai complimenti ci aggiungessi un buon benefit sarebbero più graditi>>

<<Ti pago anche troppo per i miei gusti>>, risponde con una smorfia esasperata.

<<E che gusti>>, replico avanzando. La tirchieria di quest’uomo verso i propri dipendenti è nota in tutto l’orbe terracqueo in cui vi sia un tribunale.



<<Siediti pivello, ti devo parlare>>. Mi fece accomodare sulle poltrone foderate di pelle sintetica di fronte alla scrivania. Quanto le adoro. Porgo a Smithson la sentenza appena ritirata in cancelleria e lui inizia a leggerla pigramente alternando placidi segni di approvazione ad un aplomb spettacolare.



In quelle poche pagine c’è il riassunto delle mie attività processuali. La società da noi difesa era stata citata per un risarcimento epocale da parte di una grossa azienda di autotrasporti che lamentava di essere stata danneggiata dalle protuberanze metalliche arrugginite del magazzino dei suoi clienti. La situazione era chiara e avevamo torto marcio. Pertanto, ho chiamato la controparte per trovare un accordo ed evitare il processo.



È stato allora che il fiuto è venuto in soccorso. È stato allora che ho calcolato il variare del vento.

Ogni società ha un amministratore che la rappresenta, anche in un giudizio civile o penale e i nostri avversari non facevano eccezione, tranne che per una cosa.



Il nome dell’amministratore che ci ha citati non era lo stesso presente sullo statuto della società. Dopo una breve indagine è venuto fuori che il vecchio gerente aveva dato le dimissioni appena un mese prima della vicenda e che il suo sostituto ha dato fuoco alle polveri prima ancora di essere nominato ufficialmente, quindi senza alcuna autorità legale al tempo dell’inizio della causa. L’idea mi era venuta al telefono con la segretaria della controparte. Al sentire il nome sbagliato la donna aveva avuto una titubanza, un’esitazione di troppo che mi ha messo sulla strada giusta.



<<Perché hai chiesto una seconda visura camerale?>>, chiede Smithson di sottecchi, <<Non ti bastava quella dataci dai clienti?>>.

Mi stendo sullo schienale della poltrona.

<<E da quando noi ci fidiamo dei clienti?>>, domando.

Richard annuisce assottigliando gli occhi e congiunge le mani lanciando uno sguardo oltre le lastre di vetro della sua finestra che offrono come spettacolo tutta Londra.

<<Allora di cosa volevi parlarmi?>>

Smithson rigira la poltrona e mi guarda fisso negli occhi.

<<Di tanti, tantissimi soldi>>.


Capitolo 2


Riccardo Ferrari



“Le persone di successo hanno l'abitudine di fare le cose che i falliti non fanno. Anche a loro non piace necessariamente farle. Però la repulsione si piega alla forza della determinazione.”



Questa frase di E. M. Gray ha condizionato la maggior parte della mia vita. Come avvocato e come ex atleta ho sempre pensato che si dovesse ricercare sempre la perfezione. Meglio puntare alle stelle e colpire la luna, che puntare al terreno e colpire i piedi!

È lunedì. Come ogni giorno mi sveglio alle 6:00 per andare ad allenarmi prima di vestire i panni del penalista.

Ormai sono abituato ai sermoni non richiesti dei frustrati che pronunciano la parola “capolinea” o “fallimento” in mia presenza. Sono sempre stato circondato, fin dai tempi del liceo, da persone che credevano di saperla più lunga di me.

“Sì, va beh, ora ti alleni, ma aspetta di iscriverti all’università e vedrai…”; “Quando dovrai lavorare non avrai più tempo…”; “Quando avrai una famiglia non riuscirai più a pensare al tuo fisico…”, a sentir loro avrei dovuto smettere di allenarmi più di dieci anni fa, invece sono ancora qui: dopo il liceo, dopo l’università e nonostante il lavoro! Aspetto cosa vorranno inventarsi più avanti...

La verità è che quando fai qualcosa che agli altri non riesce, stai minando ben bene la loro realtà e per timore, ti attaccano, sminuendoti. Oggi giorno le opinioni rappresentano la merce più a buon mercato!

Vado nella mia stanza adibita a palestra, accompagnato dal mio personal trainer, Lucky, un cuccioletto instancabile di Epagneul Breton e inizio a tirare pugni al sacco... spesso lo faccio quando devo pensare alla soluzione per un caso difficile... Continuo il workout con qualche esercizio di pesistica e vado a fare una doccia per poi, finalmente, avere la mia meritata colazione! Non ho mai capito come fanno alcune persone a rinunciare a questo fantastico momento della giornata: per me, iniziare la giornata senza la colazione, equivale a guidare l’auto senza metterci la benzina.

Scelgo attentamente il vestito e la cravatta da indossare - devo dire che sono stato ben istruito dalla mia fidanzata, Maya, ora all’estero per lavoro, perché prima ero una frana nell’abbinare i colori - e mi avvio con lo scooter al Tribunale, un grosso grattacielo di vetro, aula penale, secondo piano.

Mentre aspetto il mio turno durante la lunga attesa per prendere l’ascensore - di solito vado a piedi, ma oggi ho la borsa stracolma - ricordo quando ero ancora un principiante praticante avvocato e, intimorito, mi accingevo a conoscere questo mondo col mio primo dominus: un avvocato anziano uscito direttamente dalla penna di un regista di teatro napoletano del secolo scorso, un procuratore partenopeo molto folcloristico che confondeva l’improvvisazione con la procedura e la fantasia con la retorica.

In ascensore, pieno più del limite massimo consentito, ascolto i discorsi degli avvocati e dei tanti azzeccagarbugli che affollano quotidianamente i corridoi di questo immenso edificio.

Osservo i linguaggi non verbali del corpo: un bravo penalista deve essere anche un valente psicologo. Ascolto due praticanti che si lamentano dell’esame di abilitazione e ritorno con la mente alla mia pratica legale quando anche io sono passato sotto la mannaia dell’esame di abilitazione. Un modo per i Consigli dell’Ordine di avere il controllo sul mondo del lavoro e sui loro sottoposti.

Entro in aula prima di tutti: non sono mai riuscito a prenotarmi per primo anche quando entravo col personale di servizio e, come è consuetudine nelle Corti di Napoli, trovo in lista avvocati ai primi posti delle cause, ovviamente non presenti...

Mi sono sempre chiesto il segreto di questo dono dell’ubiquità! Avvocati ancora sotto le lenzuola che, con la forza della visualizzazione, risultano prenotati prima degli altri… Mi metto in lista come quarto. Mi accomodo in seconda fila per lasciare i primi posti ai legali fantasma "prenotati" prima di me e inizio a leggere un libro del mio autore preferito, provvidamente portato in borsa per non annoiarmi: “La giuria” di John Grisham.



Verso le 9:30 il Giudice fa rientro dal bar, indossa la toga e finalmente, dopo più di un’ora di attesa, in un’aula gremita di persone, tra giornalisti e parenti dei detenuti, il sipario si alza e lo spettacolo inizia.

Le prime due cause sono semplici rinvii dovuti ad assenza dei testimoni e ad un impedimento degli avvocati difensori: in altre parole un metodo per procrastinare la causa il più a lungo possibile sperando o nell’aiuto della prescrizione o nell’aiuto di un indulto ricevuto da qualche parlamentare attento ai bisogni degli imputati. La terza causa, invece, rappresenta uno stacco dalla monotonia della mattinata. Si interroga il testimone principale dell’accusa, un querelante che non riesce né ad esprimersi bene in italiano né ad articolare il suo discorso in maniera chiara e che porta il giudice a dover fare da interprete!

Finalmente, dopo cinque minuti di un’ulteriore sospensione processuale, inizia il mio processo. Sono pronto.

Ho studiato tanto per questo caso. Si tratta di un reato di contrabbando commesso da due militari fuori servizio. La stampa e la televisione ne hanno parlato per giorni e una vittoria farebbe aumentare di molto la mia popolarità... e con essa la mia parcella.

Indosso la toga e rileggo gli appunti dei passaggi più importanti della mia arringa finale.



Il mio pensiero e la mia concentrazione sono interrotti dalla voce tuonante del Giudice:

<<Si invitano le parti a concludere, la parola al Pubblico Ministero>>.

<<Dagli atti e dalle prove rilevate in udienza, si ritiene essersi accertata la penale responsabilità degli odierni imputati e si chiede la condanna alla reclusione ad anni tre e l’ammenda di ventimila euro!>>. Queste le parole conclusive del Pubblico Ministero, oltremodo frettoloso e pieno di sè.

Nell’aula si alza un vocio dai posti più lontani. Il Giudice ordina il silenzio.

La pena chiesta dall’accusa è esemplare ed è anche un bel grattacapo, dato che si è fuori dal beneficio della sospensione condizionale della pena, concesso per condanne fino ai due anni.

<<Avvocato Ferrari, prego>>, mi incita il Giudice.

Mi alzo per prendere la parola.

L’adrenalina sale, ma l’esperienza prende il sopravvento. Sparisce tutto: pubblico, cliente, giudice e Pubblico Ministero. Esiste solo il mio discorso e lo devo pronunciare con la massima intonazione per arrivare diritto al Giudice.

<<Onorevole Giudice, vorrei che si arrivasse ad una decisione giusta e ponderata come lei ci ha ormai da tempo abituati>>. Piccolo trucco del mestiere, una sviolinata per far sì che il soggetto che dovrebbe essere imparziale si sbilanci un po' più dalla propria parte…

<<Quello che sto per suggerirvi è un progetto di sentenza che porti alla luce la verità processuale, passando attraverso la verità storica in relazione alla evoluzione della legge nel tempo.

I fatti sono ben noti a tutti, anche per il risalto dato dagli organi mediatici. A seguito di controlli sul territorio i militari Leone e Grosso, entrambi fuori servizio, furono fermati da agenti della Polizia Giudiziaria perché visti mentre trasportavano grosse scatole da un portabagagli di un’auto ad un’altra. Sottoposti a perquisizione vennero trovati in possesso di una ingente quantità di stecche di sigarette e grosse somme di denaro.

Ebbene Presidente, in quanto militari, gli odierni imputati erano entrambi in possesso di un badge che gli permetteva di acquistare sigarette duty – free presso il compartimento NATO. Prima ancora di entrare nel merito della questione, Giudice, eccepisco una violazione di legittimità costituzionale in relazione alle norme disciplinanti il reato di contrabbando e la vendita di tabacchi senza licenza>>.

Osservo l’espressione del Giudice, questa non gli deve essere piaciuta, di solito le questioni di legittimità costituzionali vanno presentate prima dell’udienza, in modo tale che il giudicante le possa studiare attentamente, ma in questo caso non ne ho avuto il tempo. Lo sto costringendo a lavorare troppo e a lui non piace mai. Ma devo continuare…

<<Infatti, le norme in oggetto, nascono sotto l’egida di un’epoca ancora figlia di uno stato autoritario e padrone. L’attuale codice penale, il codice Rocco, è nato come codice repressivo ed attento ai bisogni dello Stato che cercava di ricomprendere, sotto l’ala del penalmente rilevante, quanti più reati possibili. Infatti i reati contro la persona sono inseriti dopo i reati contro lo Stato e la giustizia!

Con l’avvento della Costituzione tale visione è cambiata radicalmente mostrando una tutela primaria della persona!>>.

Ora il Giudice non mi sta più guardando, segno visibile che l’attenzione va scemando o che semplicemente sta pensando ai fatti suoi. Mi fermo, allora, giusto il tempo che il Giudice ritorni con gli occhi fissi su di me e continuo il discorso, sto arrivando al momento clou….

<<Le norme che puniscono con la reclusione o l’arresto i reati di contrabbando o di vendita di tabacchi senza licenza, altro non vogliono che tutelare l’interesse primario dello Stato, individuato come il pagamento della tassa al Monopolio di Stato. Tali norme nascono sotto l’epoca fascista, nel 1942, o in epoca immediatamente successiva, ma ancora condizionata da tali ideologie!

Privare i qui presenti imputati del sacrosanto diritto alla libertà personale, per il solo evento del mancato pagamento della tassa al Monopolio di Stato, sarebbe anticostituzionale e rappresenterebbe un ritorno al “nexus” romano, il pesante fardello che gravava sul debitore di essere ridotto in schiavitù dal creditore in caso di insolubilità." Ho fatto breccia. Ora non solo mi osserva attentamente ma il suo linguaggio del corpo da tutta l’impressione di averlo conquistato… ottimo! Il mio discorso continua. La mia grinta è al massimo, l'adrenalina pure, ma devo concentrarmi!

Inoltre la difesa eccepisce la violazione dei principi di tassatività e determinatezza della norma penale punente i reati di contrabbando. La norma deve essere chiara e precisa nel suo dettato, altrimenti non assolverebbe alla sua funzione di emenda: se un soggetto non comprendesse appieno ciò che è lecito da ciò che non lo è, non potrebbe capire il disvalore penale delle sue azioni e a nulla, quindi, servirebbe la pena. La tassatività e la determinatezza della norma di cui all’art. 291 bis, per la quale oggi sono presenti dinanzi a Lei i signori Leone e Grosso, va individuata nell’esatta individuazione del tabacco lavorato estero. Bisogna individuare cosa è contrabbando e cosa non lo è!>>.

Bene, ora che l'ho rapito devo subito segnare un punto a favore.

<<Entrando ancor più nel merito, signor Giudice, ricordo a me stesso…>>, altro trucco quando si vuole dire qualcosa al Giudice senza toccarne la suscettibilità, <<…che con la nascita del mercato comune europeo per il movimento di beni e capitali non è più valida la vecchia definizione del confine di Stato.



La Convenzione Europea ha espressamente previsto uno spazio comune europeo ed oggi è quindi possibile il commercio di beni a livello europeo senza dover pagare più dazi doganali. Tanto è vero ciò, che il reato di contrabbando può sussistere solo nei confronti di merci extracomunitarie gravate da diritti di confine. Se sono presenti accordi bilaterali, in base ai quali i diritti di confine non sono dovuti, non ci sarà reato e i soggetti saranno esenti da pena. Sembra evidente che acquistare sigarette all’interno del compartimento NATO sia equivalente ad acquistarle all’interno della Comunità Europea!”

Occhiataccia del Giudice al Pubblico Ministero… mi stavo galvanizzando!

“Qui si vuole evidenziare la pretestuosità del capo di imputazione. Infatti è palese che ci troviamo dinanzi ad una realtà diversa dal contrabbando classico previsto dalla norma di cui all’art. 291 bis del decreto sul contrabbando, con l’effetto di punire gli imputati per un reato che essi non hanno commesso!

Un’ultima precisazione prima di concludere, Giudice. Non deve impressionare la quantità ingente di tabacco e la somma di denaro trovate indosso agli imputati perché essi si recavano solo saltuariamente a comprare le stecche di sigarette incriminate e, una volta lì, acquistavano anche la razione loro spettante in precedenza.



Inoltre le sigarette che acquistavano erano provenienti dalla Svizzera e tra l’Italia e la Svizzera ci sono precisi accordi di trasporto di merci. Quindi il tabacco non era da considerarsi come lavorato all’estero!>>.

Ora lo sguardo del Giudice passa sugli imputati, le rughe sulla fronte non sono più corrucciate. Mi accingo alla fine della requisitoria…

<<In conclusione, la difesa degli imputati chiede l’immediato dissequestro delle stecche di sigarette e delle autovetture di proprietà degli imputati, l’assoluzione piena ex articolo 530, primo comma, del codice di procedura penale, perché il fatto non sussiste, in subordine l’assoluzione perché il fatto non costituisce reato.

Nella denegata ipotesi di mancato accoglimento delle richieste della difesa, si chiede il minimo della pena e l’applicazione dei benefici di legge: la non menzione della condanna nel casellario giudiziale e la sospensione condizionale della pena. Grazie, ho concluso>>.

Ho fatto tutto il possibile. Sono esausto. Nei giorni precedenti l’arringa ho studiato per ore fino a notte fonda per trovare una breccia nelle accuse della Procura. La sera precedente il processo ho avuto una intuizione geniale: il contrabbando riguarda il tabacco lavorato all'estero e se le sigarette fossero state acquistate all’interno della Unione Europea o presso un altro Stato che aveva precisi accordi in merito con l’Italia, il reato sarebbe caduto con buona pace dell’accusa!

Ora bisogna solo aspettare che il Giudice esca dalla camera di consiglio e pronunci il verdetto.

Esco dall’aula penale e mi reco al bar fuggendo dai microfoni dei giornalisti perché ho bisogno di stare un po’ da solo.

Mentre sono al bancone sorseggiando il caffè sento squillare il cellulare: <<Avvocato Ferrari dove sta? Qui il Giudice è già rientrato, corra!>>, mi avvisa il maresciallo Leone. Se il Giudice è rientrato così presto vuol dire che ha già in mente la sentenza e di solito non è una cosa buona. Corro giù per le scale ed entro nel primo ascensore aperto. Appena aperte le porte dell’ascensore, mi fiondo in aula zigzagando tra il pubblico e i giornalisti, entro giusto in tempo.

<<In Nome del Popolo Italiano, letti gli articoli 523 e seguenti, nonché l’articolo 350 del codice di procedura penale, dichiaro gli imputati assolti perché il fatto non sussiste e ordino l’immediato dissequestro dei beni presso la Procura>>.

Mi sento tremare dalla felicità, non credo alle mie orecchie. Ricevo immediatamente l’abbraccio di Leone e di Grosso mentre dalla sala si sente il pianto dei parenti degli ex imputati e il forte chiacchiericcio dei giornalisti… Ho vinto! Ora mi aspetta il successo!


Capitolo 3


Il caso

(Tancredi)



Da qualche parte nel mondo, migliaia di anni fa, qualcuno ha teorizzato il capitalismo. Quella teoria economica è stata provata sul campo e ha dato luogo alle prime forme di azienda. Alcune di queste sono cresciute e, sempre in nome della teoria, hanno guadagnato qualche soldino da mettere nel porcellino di terracotta. Una parte ancora più esigua delle altre che si sono sviluppate, ha scoperto un bel giorno che il salvadanaio sulla mensola non bastava più a contenere i propri profitti, che nel frattempo si erano moltiplicati in modo osceno, ed ha pensato bene di comprarsi una banca per custodirli.

Ovviamente non stiamo qui a concentrarci sui modi più o meno legali, ad esempio lo strozzinaggio finanziario, con cui alcune compagnie hanno accumulato così tanto, ma teniamo a mente che quanto più grandi sono le loro fortune tanto più grandi sono i loro interessi.

In questo mare di piragna dove ognuno sopravvive cercando di dare la prima zannata, si collocano la società farmaceutica Dreddson & Co. e il dottor Francisco Alvarado.

Questa, almeno, è l’idea che ha Richard Smithson, di raccontare un antefatto legale.

Circa dieci anni or sono la Dreddson, che si vanta di investire nella ricerca un miliardo di sterline l’anno, aveva annoverato il giovane e promettente scienziato tra le sue file, dandogli una paga che oscillava poco sotto il prodotto interno lordo del Principato di Monaco.



Francisco Alvarado, con la sua laurea alla John Hopkins e due master, uno in oncologia gastroenterica ad Harvard e l’altro in oncologia tiroidea a Cambridge, si era presentato con le credenziali in regola per scoprire la cura contro il cancro e naturalmente la Dreddson aveva coltivato questa sua passione per uno scopo profondamente umanitario: guadagnare una mappata di soldi. Nel giro di una settimana gli avevano dato un laboratorio superattrezzato, una macchina, un cellulare e, soprattutto, una missione. Creare un farmaco antitumorale da poter invadere il mercato.



La joint-venture tra i due era stata duratura e non priva di soddisfazioni. Alvarado progrediva anno dopo anno, anche se la medicina miracolosa non era ancora arrivata. Insomma, tutto procedeva per il meglio, fino a quando, stando a quanto dice il gigante farmaceutico, Alvarado ha raccolto armi e bagagli ed è volato a sud della Manica lasciando come lettera di dimissioni un dito medio alzato.



Naturalmente, il colosso della salute aveva vincolato sotto un contratto di ferro qualsiasi scoperta o prodotto finito che il caro Alvarado avesse tirato fuori dal suo vulcanico cervello, quindi riteneva che la perdita del capo della ricerca fosse un problema in qualche modo arginabile e non si era preoccupato più di tanto delle sue sorti. O almeno questo era successo prima che qualche topo di laboratorio della Dreddson aprisse pagina 47 del British Medical Journal e scoprisse con orrore che la Salus S.p.A., società farmaceutica operante principalmente in Italia, con sede legale a Napoli, stava per presentare al consesso medico – scientifico italiano una cura rivoluzionaria per il cancro metastatico intestinale.



Quello che sorprese di più la Dreddson, non fu tanto la notizia in sé, quanto il nome del dottore cui la Salus aveva affidato la ricerca. A quanto pareva Alvarado aveva cambiato nazione ma non la professione.



<<E questa è, in breve, la ragione per cui la Dreddson si è rivolta a noi>>, dice Richard prima di scolarsi l’ultimo sorso del suo schifoso caffè. Accavallo lentamente le gambe e prendo un bel respiro.

<<Fammi indovinare. Dobbiamo impedire a quel farmaco di uscire sul mercato nel caso venisse approvato dalle autorità italiane>>.

<<In buona sostanza, sì. La Dreddson ha motivo di credere che Alvarado abbia ultimato il suo farmaco grazie ai risultati scientifici ricavati dal suo lavoro con loro e li abbia usati per terminare la sua ricerca con la Salus. Ma poiché quei risultati facevano capo ad un contratto vincolante…>>

<<...sono in automatico coperti dal segreto industriale>>, termino io. Smithson annuisce.



<<Esatto>>. Mi gratto la guancia distrattamente beneficiandolo di una smorfia repressa.

<<Potevano chiederci di aprire le acque del Mar rosso già che c’erano>>.



<<Il mio pivello preferito ha qualche perplessità?>>, scimmiotta.

<<Più di una a dire il vero>>.

Richard posa il bicchiere ormai vuoto e congiunge la mani.

<<Spara>>

<<Innanzitutto ci vorrà del tempo. Non basterà andare dalla Salus e chiedere di fermare le macchine. Normalmente basterebbe far valere il diritto di brevetto, ma dato che io sono qui, vuol dire che la Dreddson non ha il brevetto su tutto il procedimento clinico. Dico bene?>>. Smithson sorride.

<<Benissimo>>, risponde.



<<Quindi ciò vuol dire che dovremmo aspettare che il Ministero della Sanità dia il suo consenso alla commercializzazione, chiedere un estratto del processo clinico operato da Alvarado e dimostrare che esso ricopia fondamentalmente quello brevettato dalla Dreddson. Sto andando bene?>>

<<Magnificamente>>, dice dondolandosi sulla sedia.



<<Dopo di che ci dovremo rivolgere alle autorità europee per chiedere la tutela della proprietà intellettuale e a quelle italiane il ritiro del farmaco>>.

<<Avverto un “però” in arrivo>>, mi anticipa lui.

Guardo il bordo della sua scrivania in noce mentre considero tutti i punti di vista.

<<Però ci vorranno secoli per ottenere il trial clinico eseguito, sempre ammesso che ce lo diano. Inoltre dovremo far valutare ad un perito privato se l’iter medico seguito sia stato determinante o meno per la realizzazione del farmaco e questo comporta un rischio notevole>>.

<<Continua>>, mi sprona accompagnando la frase con le mani.

<<Lasciando da parte che questi tizi si fanno pagare un tanto a respiro, in ogni caso saremo costretti a depositare i risultati, che ci diano ragione o meno>>.



<<Buona osservazione…>>, dice canzonatorio. <<C’è altro?>>

<<Si, se io fossi in loro cercherei di manipolare il percorso clinico mettendo in evidenza valori chimici diversi da quelli protetti dal brevetto della Dreddson>>.

Richard ora ha un sorriso a trentadue denti.

<<Il tuo cinismo viscerale è un toccasana per le mie orecchie>>, attacca con tranquillità. Si schiarisce la gola e prende la parola.



<<Ora, hai messo in risalto con precisione tutti i problemi. Hai valutato qualche soluzione?>>, chiede candido.

<<La cosa più semplice sarebbe valutare una transazione con la Salus. Loro si prendono il farmaco, ma ci riconoscono una percentuale sui profitti>>.

<<Ottimo, ma per una transazione proficua si deve avere una moneta di scambio. Abbiamo qualcosa da potergli offrire, a parte il nostro indiscusso affetto?>>, domanda porgendosi in avanti.

<<Potremmo buttarla sulla buona e vecchia minaccia. La paura di essere trascinati in una causa miliardaria potrebbe indurli a scendere a patti>>. Richard chiude gli occhi e scuote il capo lentamente.



<<Ragiona ragazzino. Se questo farmaco entra in commercio sarà un diluvio di milioni che gli pioveranno addosso. Se tu fossi in loro non correresti qualche rischio visto che dalla nostra parte, secondo te, abbiamo solo un limitato brevetto di procedimento?>>

<<Perché dici “secondo te”? Abbiamo altro da giocare a parte il brevetto?>>

<<Direi di si>>

<<E cosa?>>

<<Vedo che non mi ascolti. Ti ho detto che Alvarado ha passato dieci anni alla Dreddson. Dieci lunghi anni senza arrivare a nulla di definitivo>>, d’un tratto la nebbia si dissipa e capisco dove vuole arrivare.



<<Il tempo!>>. Richard congiunge le mani in segno di approvazione.

<<Non possono mentire su quello>>, chioso. Mi rilasso un istante sulla poltrona e annuisco.

<<Ma perché chiedi proprio a me di occuparmene? Abbiamo già Harris come specialista dei diritti di brevetto>>

<<Primo, se si tratta di chiudere una transazione nessuno è meglio di una giovane sanguisuga ricattatrice con un bizzarro senso dell’umorismo>>

<<Ti riferisci a qualcuno che conosco?>>, replico.

<<Assolutamente no. Parlavo in astratto>>, ribatte Richard sorridendo. <<Secondo, la Salus ha sede a Napoli e tu, se non sbaglio, sei originario di là>>.

Un frangente della mia vita che ho lasciato alle spalle.

<<Ma, soprattutto, sei l’unico tra i miei avvocati ad essere abilitato anche in Italia. Nell’eventualità di un contenzioso te la potresti vedere da solo>>.



<<Capisco. Quindi qual è la prossima mossa?>>.

Richard allunga una mano verso il cassetto dello scrittoio e ci tira fuori una busta bianca sigillata e me la allunga.

<<Volo prenotato, albergo pure. Portati lo spazzolino>>, replica.

Apro il plico tirando fuori il biglietto per Napoli e la ricevuta di prenotazione dell’hotel.

<<Quando dovrei partire?>>, domando senza neanche leggere le date.



<<Stasera andrebbe bene per te?>>. Per un attimo spero di aver capito male.

<<Aspetta un attimo, dovrei partire stasera?>>, gli grido.

Richard annuisce inarcando un sopracciglio.

<<Col volo delle sei, per la precisione>>, si protende vistosamente verso di me.

<<Ma non posso! Ho altre udienze questa settimana, devo organizzare i miei impegni, gli appuntamenti…>>

<<…e una marea di altre stronzate per le quali posso farti sostituire da qualcuno. La Dreddson è un cliente grosso e non voglio perderlo quindi dobbiamo agire in fretta e con decisione prima che si rivolgano a qualcun altro. Altre domande?>>.

Abbasso la testa afflitto. Quando sono partito dall’Italia anni fa ho sempre pensato che ci sarei tornato solo da turista un paio di volte l’anno. Di certo non mi aspettavo che il mio rientro in grande stile avvenisse questa sera.



<<Sì. La segretaria può accompagnarmi?>>

Richard ghigna malefico: <<Ti piacerebbe>>.

Scuoto ancora un po’ la testa visibilmente seccato da quest’irruzione nella mia routine quotidiana.

<<Cosa dovrei fare una volta lì?>>

<<Conosci un certo avvocato Ferrari, Riccardo Ferrari?>>.

Di nuovo diniego il capo.

<<Mai sentito>>

Smithson arriccia le labbra.

<<Beh, dovrai prendere contatto con lui. È a lui che la Salus si è rivolta>>.


Capitolo 4


Un nuovo cliente

(Ferrari)



Il giorno dopo l'arringa mi godo gli effetti del successo. Quella sensazione di sicurezza e forza che ti dà la vittoria.

Ricordo ancora la mia prima richiesta di assoluzione. Ero un praticante avvocato e il processo riguardava un caso di lesioni personali. Passai tutta la notte a studiare e ottenni una brillante assoluzione per legittima difesa.

Da quel giorno ho indossato la toga molte altre volte.



Al mattino, dato che non ho cause, mi dedico ad una seduta di un'ora di corsa col mio Bretoncino, Lucky.

Il pomeriggio, invece, come di consueto, mi reco presso il mio studio con tutta la calma possibile, in assenza di appuntamenti previsti. Decido comunque di anticiparmi, a causa del caotico ed imprevedibile traffico napoletano.



Parcheggio lo scooter nell'androne del palazzo e il portiere, una persona attempata e simpaticissima con la quale mi trattengo sempre a discutere di politica, sport e della vita in generale, mi dice che la mattina sono passati due soggetti che volevano parlare con me.

Ora, se avessi perso la causa avrei potuto pensare che ero in guai seri. Ma dopo la splendida vittoria quello che dissi fu solo: <<Don Salvato’ le hanno chiesto cosa cercavano di preciso?>>.

<<E mica mi faccio gli affari vostri, avvoca’! Sono resistito tutto questo tempo qui proprio perché sono molto riservato>>, ribatte prontamente.

<<Bene>>, rilancio io, <<me ne ricorderò la prossima volta che firma per ritirare documenti che interessano a me!>>.

<<Avvoca’, io a voi porto solo assegni...>>

<<No, lei li viene a ritirare gli assegni, quelli con cui paghiamo la guardiania!>>, dico sorridendo mentre salivo il primo gradino per andare al mio studio al secondo piano.



Giro la chiave ed entro nel lungo corridoio che separa la sala riunioni, a destra, dalla sala d'attesa, a sinistra.

Proseguo oltrepassando la stanza di un commercialista, a cui l'ho subaffittata, passo per lo studio riservato ai praticanti arrivando al mio studio. Poggio la borsa professionale sulla mia scrivania in legno intarsiato e proseguo nella stanza fotocopiatrice e fax per vedere se mi è stato recapitato qualcosa.



Quando ero giovane, questo era uno dei compiti di un praticante. Io, però, ho deciso di invertire la rotta e dare ai praticanti avvocato il rispetto che meritano. Purtroppo ora non ho praticanti poiché a Napoli non tutti i clienti pagano con regolarità e, quelli che lo fanno, pensano di stare in un negozio di abbigliamento in saldo!



Al fax vedo solo fogli pubblicitari di offerte telefoniche o di fotocopiatrici per studi privati. Li prendo e li getto nel cestino della carta.



DRIIN DRIIN DRIIN

Corro verso il telefono nell'altra stanza, devo decidermi a trovare una segretaria.

<<Studio legale Ferrari, pronto?>>

<<Avvocato Ferrari?>>

<<Sì, sono io. Con chi ho il piacere di parlare?>>

<<Sono un rappresentante della Salus S.p.A., la nota società farmaceutica, vorrei fissare un appuntamento con Lei>>.



L'indomani mattina arrivo alle 9:00 in ufficio e mi siedo alla mia scrivania carico e pronto a qualsiasi sfida mi si possa presentare.

Alle 9:30 bussano alla porta dello studio. È lui.

<<Prego si accomodi>>.

<<Grazie. Sono Giorgio Saveri, il rappresentante legale della Salus s.p.a., piacere>>.

<<Piacere mio, sig. Saveri>>, gli rispondo, mentre gli faccio strada verso il mio studio. A prima vista il sig. Saveri è un tipo particolare, indossa una bombetta in testa, un vestito classico con doppiopetto e un papillon al posto della cravatta, scarpe classiche italiane di quelle che si potrebbe sfamare una intera famiglia per un mese. Ha tutta l'aria di essere un tipo sveglio.

Ci accomodiamo.



<<Avvocato sa cosa differisce l'imprenditore ricco da una persona povera?>>

<<Cosa è una barzelletta, signor Saveri? Che l'imprenditore ricco è tale perché ha avuto la fortuna di nascere da genitori facoltosi, di avere una buona base di contanti di partenza ed una buona cerchia di amicizie?>>

<<Niente di più lontano dalla verità!>>, mi apostrofa il Charlie Chaplin del ventunesimo secolo urtando la mia suscettibilità.

<<L'imprenditore di successo è colui che ha visualizzato l'opera, l'ha vista in ogni suo minimo particolare quando ancora era fantasia, l'ha ritenuta vera e ci ha creduto con tutte le sue forze, con tutta la sua anima e ha persistito per il raggiungimento di quell'obiettivo. Inoltre è una persona che conosce alla perfezione la differenza tra un debito buono ed uno cattivo!>>.



<<Bene. La ringrazio per questa lezione di vita, ma non vorrà di certo essere il primo professore che paga un alunno per insegnargli qualcosa>>, lo bacchetto facendogli capire che a casa mia comando io e dirigo io la discussione.

<<Quindi, veniamo al sodo! Cosa vuole da me? Ieri mi parlava di una questione importante. Con calma e senza mandarmi al manicomio arrivi al dunque!>>.



Intanto prendo il telefono e ordino due caffè...iniziamo proprio bene la giornata!

<<Avvocato spero non si sia offeso, ma il mio preambolo era doveroso e adesso capirà il perché. Come massima aspirazione per una società farmaceutica c'è quella di trovare un nuovo farmaco curativo di una malattia ancora difficilmente curabile>>.

Ora il discorso stava prendendo una piega interessante.



<<Come proprietario della Salus ho sempre visualizzato la possibilità della fabbricazione di un nuovo farmaco miracoloso. Ho speso un mucchio di quattrini per il finanziamento della ricerca ma nisba!>>.



Bussano alla porta. Faccio entrare il ragazzo del bar e offro al mio dirimpettaio la sua tazza di caffè zuccherato. Sorseggiare un buon caffè (che io prendo amaro per gustarne appieno le sue qualità) è un rito tutto napoletano. Può crollare il mondo ma “ ‘a tazzulella ‘e cafè ’’ non deve mai mancare.



<<Continui pure, la prego>>, lo invito ad andare avanti ora che la caffeina ha reso la discussione ancora più interessante.

<<Bene, come le dicevo, ho speso, a vuoto, diverse migliaia di euro per la ricerca. Fin quando non mi è stato detto da una persona fidata, di cui non posso fare il nome per una questione di riservatezza, molto vicina ad una società farmaceutica inglese, che la Dreddson stava a buon punto per mettere sul mercato una nuova miracolosa particella per la cura del cancro.



Non credevo alle mie orecchie, dopo tanti anni di ricerche la fama mi stava sfuggendo da sotto al naso... non potevo permettere che una società concorrente mi battesse sul mercato, non sarebbe accaduto, perlomeno non a me!>>, asserisce battendo i pugni sulla scrivania mentre la sua figura si irrigidisce di un colpo.



<<Così>>, prosegue Saveri, <<sono riuscito a mettermi in contatto col ricercatore a capo di questa scoperta e gli ho fatto una proposta che non poteva rifiutare, gli ho offerto tanto denaro, un mare di contante, per convincerlo a lasciare la Dreddson per la Salus. Uno dei miei soci, però, non è stato molto contento di questa mia scelta perché il nostro capo ricercatore è suo nipote e, quindi, ha cercato di mettermi contro tutto il Consiglio di Amministrazione. Ma, dannazione>>, continua energicamente, <<sono pur sempre il socio di maggioranza e il fondatore della società! Così non mi sono lasciato convincere a desistere e il dott. Alvarado, questo il nome del ricercatore della Dreddson, ha accettato di buon grado la mia proposta. Purtroppo, ora il suo ex datore di lavoro ha cercato un contatto con la mia società per una transazione. Non so ancora cosa vogliono, ma credo che vogliano minacciarmi di querela per violazione di norme sul brevetto. L'incontro dovrà avvenire a Napoli entro la fine della settimana prossima>>.



<<E lei fin quando voleva aspettare per contattarmi? Crede che quando và da un avvocato si reca in pizzeria e in 10 minuti la servono? Una causa così complessa deve essere studiata nei minimi particolari e non posso incontrare un avvocato, ancor di più se inglese, impreparato! Ho una reputazione da mantenere!>>.

Lo tengo sulle spine, anche se ho già deciso di accettare il lavoro perché, più dure sono le sfide e più mi piacciono, ma così facendo posso tirare sull'onorario.

<<Avvocato, forse non ha capito, questi, per me, sono debiti positivi che mi frutteranno cento o mille volte in più di quanto ho investito. E sono disposto a pagare più di quanto ha mai ricevuto dai suoi clienti>>.

<<Sig. Saveri, se accetto, e non ho detto che lo farò, sarà solo perché la causa mi interessa e non per i soldi>>.

Intanto visualizzo già il mio conto in banca lievitare e pregusto di battere un lord inglese amante del the! Puah!



<<Detto ciò, mi lasci l'incartamento e lo studierò attentamente entro questo fine settimana e le darò una risposta>>.

<<Ecco a lei! E sappia che ho scelto lei perché so che, nonostante l’età, è molto bravo in quello che fa!>>, ed intanto si alza per riprendere la borsa e avviarsi verso la porta di ingresso.



Il giorno seguente mi sveglio presto. Vado a correre col mio personal trainer canino, quando mi alleno con lui ho la sensazione di avere madre natura come partner e non c'è niente di più affascinante e mi metto subito all'opera leggendo l'incartamento. Come è mia abitudine ascolto una musica rilassante di sottofondo.

Verso l'ora di pranzo avevo letto già più della metà dei documenti. Decido di contattare il sig. Saveri per prendere un appuntamento col suo Consiglio di Amministrazione al completo.

Lo chiamo e fissiamo l'appuntamento per quello stesso pomeriggio presso la sede della società.



Arrivo con la mia Station Wagon (sì, lo so che non è una macchina per un avvocato, ma ho pur sempre un fratello peloso da portare con me che necessita di molto spazio!) all'indirizzo indicatomi e, per una volta, il navigatore mi porta a destinazione senza prima averlo mandato a quel paese dieci volte per avermi fatto girare in tondo.

Entro in un grosso vialone alberato e proseguo per circa un chilometro. Parcheggio in un bellissimo prato inglese e mi avvio all'ingresso principale. L'edificio è dipinto con molti colori, non mi aspettavo che una industria farmaceutica potesse avere tutti quei colori, ma evidentemente doveva far parte di una precisa strategia.



All'ingresso trovo un omone della sicurezza a cui, dopo essermi presentato, chiedo indicazioni per trovare il boss. Mi fa però cenno di seguirlo poiché mi avrebbe accompagnato lui stesso in sala riunioni.

Camminiamo nel corridoio di questo enorme edificio a forma di casermone per buoni cinque minuti fin quando non arriviamo nei pressi di una stanza di vetro. All'ingresso, l'omone mi lascia nelle mani di una attempata segretaria che mi fa cenno di entrare e aspettare che di lì a poco sarebbe arrivato il Consiglio di amministrazione al completo.



Mi siedo e aspetto. La stanza è una classica sala riunioni con al centro un grosso tavolo rettangolare e al muro ritagli di giornale raffiguranti i successi nel campo della ricerca della Salus.

Passano i minuti e ricordo il passato quando il mio dominus aspettava i clienti. Se non erano puntuali iniziava a perdere le staffe. Lui, il grande avvocato, non poteva attendere, tutt'al più doveva essere atteso! Sorrido ricordando qualche episodio divertente e, nel mentre, si apre la porta. È arrivata la cavalleria al completo.

<<Benvenuto avvocato Ferrari, e scusi per l'attesa. Sono il dott. Raia. Aspettavamo gli ultimi risultati di una ricerca>>, dice il più giovane dei tre.

<<Non si preoccupi, spero che la ricerca sia andata a buon fine>>.

<<Stiamo mettendo a punto un nuovo farmaco per la cura del diabete. Piacere avvocato, sono il dott. Fazio>>.

Ora li conosco tutte e tre.



<<Bene. Ora che le dovute presentazioni sono state fatte... salve sig. Saveri... veniamo al dunque...>>

<<Prima, però, si accomodi e ordiniamo un bel caffè!>>, parole magiche pronunciate dal capo dei capi, Saveri.

<<Angela, portaci tre caffè per favore>>.



<<Bene, mentre aspettiamo il caffè vi anticipo che desidererei avere alcuni chiarimenti su alcuni aspetti importanti>>, li incito all'attenzione.

<<Vorrei conoscere per l'esattezza quando avete deciso di contattare il ricercatore della Dreddson e a che punto erano le ricerche presso la precedente società>>.



<<Prima di tutto vorrei chiarire che non è corretto usare il plurale perché la decisione è stata presa solo da Saveri!>>, asserisce il dott. Fazio.

<<E vorrei pur vedere! Avrò qualche potere in più in questa società, sono il padre fondatore!>>, protesta Saveri.

<<Questa è tutta da discutere...>>, ribatte Raia.

<<Signori, vi prego...>>, cerco di portare la calma, <<... siamo qui per discutere da persone civili e non per litigare. Allora, dicevamo?>>.

Prese la parola, come evidentemente era abituato a fare, Saveri.



<<Circa sei mesi or sono, dopo numerosi contatti andati a vuoto riesco a contattare Alvarado, il ricercatore a capo della scoperta di un ritrovato salva cancro. Mi confida che il lavoro stazionava un po' per mancanza di fondi da parte della Dreddson e che cercava, in verità, un altro finanziatore...>>. A Saveri brillano gli occhi al ricordo di quell'episodio, <<così ho incalzato il tiro e gli ho sparato un prezzo da non poter rifiutare!>>.



<<Bene sig. Saveri, ma io vorrei sapere, ora, se Alvarado, quando è passato al lavoro presso la sua società, aveva già trovato la particella salva cancro o meno!>>.

A questo punto mi interessa solo come piazzare punti a favore nella eventuale transazione col milord inglese.

<<Assolutamente no! Era vicino alla scoperta, ma non aveva ancora trovato nulla di definitivo>>, asserisce Saveri.

<<E a quel punto ha ben pensato di demansionare il nostro capo ricercatore...>>. Ecco l'intervento che mi aspetto da parte del dott. Fazio.



È giunto il momento di porre fine alla discussione prima che degenerasse nuovamente. <<Va bene signori. Si è fatto tardi ed è l'ora di far rientro a casa. Vi chiamerò nei prossimi giorni per notiziarvi riguardo i futuri sviluppi e circa le mie decisioni>>.

In realtà la storia mi appassiona già!

Faccio un saluto generale e mi avvio alla macchina per il ritorno a casa.

Dopo due giorni ho già accettato l'incarico e mi preparo per l'appuntamento del venerdì successivo.


Capitolo 5


Lo straniero

(Ferrari)



La mattina, come di consueto prima di un appuntamento importante, mi alleno. Tiro di boxe al sacco e ho la mia seduta con i pesi.

Indosso, per l'occasione, il mio abito migliore. Voglio fare colpo sull'avvocato inglese, del resto l'Inghilterra mi ha sempre affascinato così come la sua cultura.

Ricordo quando, molto giovane, soggiornavo da amici dei miei genitori a Cambridge. Il mio primo viaggio in Inghilterra fu una sorpresa: pensavo di recarmi in un paese ostile, freddo di clima e di persone e in cui non mi sarei divertito, invece, le mie impressioni furono ben altre... avevo conosciuto persone educatissime, rispettose e serie e avevo visto con i miei occhi che il sistema anglosassone funzionava per tutto, dal primo lavoro, all'acquisto di una casa. Lo stato non lasciava mai il cittadino, ex suddito, da solo. Visitai anche numerosi college e l'università di giurisprudenza nonché quella di criminologia. Ne rimasi colpito.

Quando tornai in Italia il mio primo pensiero fu un paragone ingiusto con le nostre strutture. Ho iniziato a studiare legge un po' per tradizione familiare, un po' per passione, ma soprattutto perché attirato dalla figura americana dell'avvocato, persona ammaliante e molto rispettata. La realtà italiana mi avrebbe presentato ben altre sorprese! Una cosa certa che desideravo avere dai miei studi era di non farmi fregare da nessuno nella vita. Illuso. Già nei banchi universitari vi era chi rubava gli esami e chi i cellulari. Constatai con amarezza che avrei dovuto, innanzitutto e subito, difendermi dai miei colleghi. Fu così che abbandonai le lezioni da corsista e studiai per lo più a distanza, recandomi in facoltà poche volte e per gli esami.

Ma torniamo ad oggi. Si sta facendo tardi e devo sbrigarmi. Come al solito, mi alzo in anticipo e arrivo in ritardo. Questa volta, però, non posso fare brutta figura, devo essere puntuale. Entro in auto per combattere col traffico cittadino che di inglese ha solo la guida a destra sempre in fase di sorpasso nella corsia che dovrebbe essere quella "lenta".



Napoli è una città bellissima ma incoerente. Si atteggia a metropoli avanzata ma, in essa, convivono scene di illegalità divenute ormai consuetudine. Quando mi affaccio dal balcone dello studio posso osservare la fiera di personaggi che caratterizzano questo poliedrico angolo di mondo. Capaci di grosse bellezze ma anche di enormi nefandezze. Trovi il parcheggiatore abusivo e a lato il vigile urbano. Trovi il poliziotto di quartiere e gli storici "giocatori delle tre carte". Insomma, dove mi trovo ad esercitare è un mondo in cui ci si può imbattere in clienti di ogni genere. Non credo che un inglese possa mai abituarsi a questo modo di vivere.

Arrivo puntuale all'albergo, Excelsior, uno splendido albergo a 5 stelle plus situato sul lungomare. Si tratta bene l'inglese!

Mi annuncio alla receptionist che mi introduce nella sala riunioni appositamente noleggiata e preparata con un rinfresco per l'occasione. Mi accomodo sulla sedia di fronte all'ingresso principale per notare chiunque entri e aspetto. Dopo circa 10 minuti arriva.

Devo dire che la prima impressione non è molto positiva.

Indossa un elegante abito blu notte in perfetto stile inglese con gilet e soprabito attillati e cravatta perfettamente intonata. Scarpe lucidissime di cuoio nero. Quello che mi colpisce è, però, il suo sguardo: altezzoso, superbo e compiaciuto. Sembra guardare il mondo dall'alto in basso, quello che Paul Ekman definisce come “sguardo da disprezzo sociale”: labbra lievemente serrate e naso leggermente arricciato. Può darsi che mi sbaglio ma, se è guerra che cerca, può esserne certo, ne troverà più di quanto a lui necessita. Mi alzo e vado a stringergli la mano.


Capitolo 6


Il ritorno

(Tancredi)



Non è stato il glorioso rimpatrio che sognavo.

Di certo non quello che sette anni fa, valigia alla mano, mi ero ripromesso avrei fatto nel caso fossi mai tornato a calcare il suolo di questa città. Motivi per andarsene ce n’erano anche troppi e del resto, ad eccezione della mia famiglia, non credo che nessuno abbia sentito la mia mancanza in tutto questo tempo. Non ricordo fazzoletti bagnati o amici dispiaciuti all’aeroporto il giorno in cui presi il volo. Le mie ragioni non erano migliori di quelle di tanti altri.

Erano soltanto alimentate da un odio feroce.

L’odio che si riserva nel realizzare che non ci sono speranze o opportunità ad attenderti l’indomani. L’odio che si porta verso tutto ciò che uccide i tuoi sogni.



Raccolgo pigramente il bagaglio e mi dirigo verso l’uscita passeggeri di Capodichino. Un breve sguardo d’assieme mi conferma che l’estetica dell’area aeroportuale è cambiata rispetto all’ultima volta. Esco dalle scorrevoli dell’uscita e mi dirigo verso una piccola area stradale a forma di cuneo che qualcuno, con una fantasia tutta partenopea, ha ribattezzato come “Stazionamento Taxi”. Non appena mi avvicino al primo disponibile si scatena una piccola baruffa tra vari autisti desiderosi di intascare la tariffa di trasporto. La cosa più vicina ad un salasso che questa città possa riservare. La rissa termina con un vincitore: un uomo nerboruto in canottiera che letteralmente opera un sequestro di persona.

Io e la valigia veniamo sollevati di peso e messi sul sedile posteriore dell’abitacolo per partire a tutta birra prima che qualcuno dei colleghi tassisti possa accampare ulteriori proteste.

<<Allora dottò dove la porto?>>, gracchia l’omone.



Sorrido a denti stretti. La lingua napoletana ha sempre avuto un fascino molto particolare, non tanto per il dialetto in sé quanto per il folclore evocativo che trasmette. In questa città infatti qualunque sconosciuto ti si avvicini con una cravatta è per antonomasia un dottore. Poco importa se chi ti parla è l’ultimo dei ciabattini. Resta comunque un dottore. Una specie di laurea honoris causa concessa sul campo.



<<Mi porti all’hotel Excelsior>>, rispondo. “Vivo possibilmente”, sto per aggiungere.

L’autista infatti, sprezzante del pericolo, imbocca la circumvallazione esterna ad una velocità che qualche pavido villico definirebbe criminale. Ormai è da tempo che in questa metropoli il codice della strada ha assunto un valore sempre più blando fino a sfumare in un vero e proprio catalogo di suggerimenti.

In breve si è passati dall’ordine imperativo al consiglio facoltativo. Il risultato di questa evoluzione sociale è l’aver dato vita ad una specie di complotto geografico per uccidersi a vicenda non appena si mette il culo su un auto.



Venti minuti dopo, ancora vivo, ma con il tassista che avrà collezionato una decina di accuse di tentato omicidio, arrivo a mettere piede nell’albergo. Il sole è alto e la mattina molto afosa. Mi ero disabituato ad un clima così mite. Prima di entrare nella hall mi giro un istante a vedere il mare a pochi metri dall’albergo. Un attimo che sembra eterno a rimirare la migliaia di scintille del sole che si riflettono sull’acqua. Un attimo a ricordare tutto quello che mi è mancato.



L’appuntamento con l’avvocato della Salus è stato fissato qui per mia fortuna così ho tutto il tempo per salire sopra e cambiarmi.

La suite è magnifica e talmente tirata a lucido che potrei specchiarmi nelle pareti. Non ho molto tempo prima del meeting, quindi mi fiondo sotto la doccia e tiro fuori dal bagaglio il mio magnifico doppiopetto Anderson e Shepard comprato alla Savile Row di Londra. Non sono particolarmente amante delle cravatte, ma d’altro canto adoro la buona sartoria. Qualcuno potrebbe pensare che sono un egocentrico vanitoso. Quel qualcuno avrebbe ragione. Non esito ad annodarmi compiaciuto una bellissima “Marinella’’ rosso aragosta, un piccolo piacevole ricordo che porto da Napoli in giro per il mondo.



Laccato di tutto punto, raccolgo la mia ventiquattr’ore e prendo l’ascensore fino alla Hall. Nell’immenso salone ci sono svariati uomini che spaziano in lungo e in largo. Ognuno di loro potrebbe essere Ferrari. A passo lungo mi avvio alla receptionist per chiedere se un certo Riccardo Ferrari si è fatto vivo. La ragazza allunga una mano in direzione delle poltrone vicine all’ingresso e precisamente verso l’unica persona seduta. Lo sconosciuto si accorge che lo sto fissando e si alza.

Ha una forma imponente e uno sguardo deciso. Da questa distanza non posso esserne sicuro, ma da come gli cade addosso il vestito, avverto che ha un bicipite grosso come la mia testa e anche il resto del corpo pare seguire lo stesso repertorio.



È decisamente diverso da come me l’aspettavo. Credevo che avrei avuto a che fare con il solito ometto sudaticcio di mezz’età con l’aria da usuraio, un bel po’ di trippa sulla pancia e pochi capelli in testa. Questo qui mi sembra piuttosto il clone di un guerriero spartano con lancia e mantello.



Speravo di affrontare il Pinguino invece mi trovo davanti Batman.

È anche piuttosto sicuro di sé dall’aria che sfodera.

È venuto per la guerra.

Muove qualche passo e mi si fa incontro con un mezzo sorriso per stringermi la mano. Ricambio accondiscendente.

E guerra sia.



Le mani rimasero strette per alcuni secondi. Nessuno dei due mosse lo sguardo dagli occhi dell’altro. Abbassare lo sguardo prima dell’altro avrebbe mostrato una debolezza che un abile professionista avrebbe potuto sfruttare nelle future mosse. Questo duello occhi negli occhi fu interrotto dalla receptionist che li indirizzò nella sala riunioni prenotata dalla Smithson.



Senza emettere un fiato si accomodarono entrambi alla scrivania ovale in legno d’acero l’uno di fronte all’altro mentre la porta alle loro spalle veniva chiusa delicatamente. Ferrari emerse da quel silenzio carico di tensione e fece un cenno della mano verso un piccolo banco su cui stazionavano bibite e snack leggeri.



<<Prendiamo qualcosa da bere prima delle trattative. So che in Inghilterra siete amanti del thè. Non la biasimo ma io preferisco la moka>> .

Tancredi passò lievemente una mano sulla cravatta di seta che scivolava magnificamente sul doppiopetto con un sorrisetto: <<Devo deluderla avvocato Ferrari, ma io sono napoletano come lei. E per di più odio il thè!>>

<<Che sorpresa. Devo dire che non è rimasto molto di partenopeo in lei. Spero abbia conservato la capacità di mercanteggiare>>, disse Ferrari alzando il bricco del caffè per versarsi una generosa dose di caffeina.

<<Se vuole avere un’idea della mia capacità di mercanteggiare dovrei mostrarle la mia busta paga>>.

<<Se è così sediamoci e mi dimostri che non stiamo perdendo tempo. Magari non verrò pagato ad ore, ma il mio tempo è altrettanto prezioso>>.



Tancredi allungò una mano verso la ventiquattro ore e ne tirò fuori un voluminoso fascicoletto che posò alla sinistra del tavolo mentre Ferrari finiva il suo caffè.

<<Avvocato Tancredi, ho già passato tutto il weekend a studiare i documenti del brevetto>>.

Tancredi alzò lievemente le sopracciglia <<E..?>>

<<E non mi sembra il caso di farmene visionare degli altri. Credo che possiamo parlare di affari senza scartoffie. Ascolto la sua proposta>>, disse Ferrari con la granitica certezza che quello che Tancredi aveva tirato fuori dalla valigetta fosse solo un mucchio di carta.



Tancredi accavallò le gambe congiungendo le mani. <<La mia proposta è il cinquanta per cento. Tutti felici e contenti torniamo a casa a riprendere la nostra routine>>.

Ferrari tirò indietro la testa e scoppiò in una fragorosa risata.

<<E io che credevo che non volesse farmi perdere tempo. Avevo sentito parlare dello humor inglese>>, Ferrari si alzò in tutta la sua massiccia statura e lento, raccolse la sua giacca. <<Se questi sono i margini della trattativa non abbiamo niente di cui discutere>>, disse avviandosi verso la porta.



<<Fossi in lei non avrei tanta fretta>>, disse Tancredi con assoluta tranquillità.

Ferrari si bloccò mano sul pomello.

<<Vede, immaginavo che avrebbe trovato ridicola la proposta, ma farebbe bene a vedere cosa c’è nel fascicolo prima di andare dai suoi clienti>>.

Ferrari lasciò andare la maniglia e si girò di nuovo verso il tavolo delle trattative.

<<Collega, non amo particolarmente i giochetti di prestigio. Se ha qualcosa da farmi vedere lo faccia ora oppure la trattativa finisce qui>>, rispose Ferrari con aria di sfida.

<<Non si arrabbi. Cercavo solo di aggiungere un po’ di stile alla discussione>>, frecciò Tancredi.

Riccardo, spinto più dalla curiosità che dall’aperta sfacciataggine del suo avversario tornò a sedere.

<<Mi faccia dare un’occhiata>>.

Due secondi dopo, carte alla mano, emise un sibilo.

<<Che ne dice dello humor inglese?>>, domandò Tancredi.

<<Come diavolo li ha avuti?>>, replicò Ferrari. Riccardo aveva appena posato gli occhi sull’intero trial clinico operato dalla Salus sotto la direzione di Alvarado. Documenti che, a rigor di logica, avrebbero dovuto essere secretati dall’ufficio amministrativo.



<<Immagino che se facessi confrontare quei risultati con quelli registrati dalla Dreddson, qualche analista ne dedurrebbe che sono identici>>. Dall’incartamento tirò fuori un foglio matricolato dalla Dreddson e Co. e lo fece ciondolare davanti al suo ospite.

Ferrari afferrò di getto il pezzo di carta. <<Non so come chiamiate questo nelle corti britanniche, ma da noi viene chiamato furto di proprietà industriale>>, esclamò Ferrari. <<E non so se negli albi professionali inglesi ci tengano ad avere professionisti accusati di furto>>.



Tancredi alzò vagamente le spalle. <<I dettagli delle trattative sono privati e coperti dal segreto professionale>>, rispose, <<quindi a meno che non ci tenga a seguirmi nella categoria dei radiati, terrà la bocca chiusa. In ogni caso ci siamo solo io e lei qui>>.

Ferrari era arrabbiato per l’imprevisto, ma evitò di perdere lucidità.

<<Avvocato finora nessuno mi ha mai minacciato, ma d’altronde le vie di come documenti o registrazioni compromettenti possano finire davanti ad una commissione sono infinite. Anche in Inghilterra. Ora, se vuole, torniamo a comportarci da gentlemen e a parlare di affari>>.

<<Sono d’accordo>>, rispose Tancredi.

<<Allora mi faccia una nuova proposta, seria questa volta. Anzi gliela faccio io se permette>>, continuò Ferrari.

<<La ascolto>>.

<<Le do quindici milioni di sterline per abbandonare la cosa per sempre. E l’unica prossima volta che vorrò vedere un avvocato inglese sarà in qualche telefilm tipo “law and order”>>.

<<Mi sa che di avvocati inglesi ne continuerà a vedere se l’offerta non cambia>>.

<<Quanto aveva in mente?>>, disse Ferrari agguantando di nuovo il bricco e colmando la sua tazza vuota.

<<Beh io pensavo più a qualcosa tipo cinquanta milioni subito, più il quaranta percento sulle vendite>>, asserì Tancredi.



A Ferrari poco mancò per rovesciare il caffè sul tavolo.

<<Lei ha visto troppi film. L’ultima offerta sono venticinque milioni di sterline, subito, sull’unghia. Naturalmente se vuole glieli posso accreditare in qualche società off shore. Prima di rispondermi le consiglio di parlane con i suoi clienti>>.

Tancredi era visibilmente stufo della spacconeria di Ferrari e si appoggiò gomiti al tavolo guardandolo fisso negli occhi.

<<Mi spiace amico mio ma non ci siamo. La mia proposta per la Salus è questa: trenta milioni di sterline e il quindici per cento sui ricavati. A voi passa il diritto in perpetuo sul prodotto di Alvarado e noi rinunciamo a qualsiasi azione legale>>. Tancredi raccolse in fretta i fogli e si alzò dal tavolo diretto alla porta.

Ferrari pensò avesse finito ma sulla soglia Tancredi, come per un ripensamento si girò.



<<Dimenticavo, sarò ancora qui a Napoli fino a venerdì. Riporti la proposta ai suoi clienti e mi faccia sapere. E se crede che i fogli che ha visto siano furto industriale aspetti di vedere come verrà additata la Salus quando avrò fatto avere quei documenti a tutti i maggiori giornali, scientifici e non, del globo terrestre. Sono sicuro che qualcuno di questi ridefinirebbe il concetto di furto del brevetto>>.

Senza aggiungere altro si voltò e uscì.


Capitolo 7


Faccia a faccia

(Ferrari)



Immaginate di vivere fuori città, in un piccolo quartiere dove non c'è molto da fare. Quando nasci in una periferia malfamata la tua vita è condizionata da due scelte: o diventi un delinquente o un poliziotto. Io ho deciso di diventare un avvocato penalista. Non è stata una scelta dettata dal fatto che sono figlio di due avvocati. Bensì, la scelta è nata da fattori impulsivi. Ho sempre amato le storie di avvocati di successo, desideravo e immaginavo di diventare da grande un grosso avvocato newyorchese, un avvocato conosciuto soprattutto per la sua retorica e per la lotta a favore dei più deboli. Un gentile e ricco avvocato vincitore di innumerevoli class action.



Durante gli anni universitari alternavo a letture di testi universitari di diritto, tantissimi legal thriller di qualsiasi autore mi capitasse a tiro. Mi davano la carica per non arrendermi alle difficoltà della materia e mi facevano sognare. Meraviglia delle meraviglie, sembrava che avessi attratto quel mondo. Ora ero un protagonista di un legal thriller.



Fu così che il giorno dopo l'incontro scontro con Tancredi dovetti informare i miei clienti dell'accaduto per lavorare sul da farsi.

Anche se è sabato mattina devo informare Saveri e tutto il Consiglio di Amministrazione. Abbiamo poco tempo e dobbiamo decidere il piano di attacco. Fino ad ora abbiamo giocato in difesa aspettando cosa avevano da proporci gli inglesi. È venuto il momento di agire. Prendo di corsa il cellulare e compongo il numero di Saveri.



<<Dott. Saveri? Buongiorno. Sono l'avvocato Ferrari. Mi scusi che è sabato mattina, ma avrei urgente bisogno di parlare con lei e col suo Consiglio di amministrazione... Come? No, non posso parlarle per telefono... No, non si preoccupi, nulla di preoccupante, solo un contrattempo... Perché non viene a prendere un caffè al mio studio questo pomeriggio con i suoi soci? Bene, vi aspetto verso le 17:30 allora... Buona giornata>>.

È meglio non parlare troppo al cellulare quando si fa questo lavoro. Ad essere intercettati non ci vuole nulla. Indosso la tuta e vado a correre con Lucky, correre mi aiuta a pensare meglio.



Alle 17 e 30 in punto squillano al citofono. Sono arrivati. Li faccio accomodare.

<<Allora, di cosa ci voleva parlare di così urgente avvocato Ferrari?>>, dice un po’ preoccupato Saveri.

<<Signori, ci sono delle novità. Non so se mi avete nascosto qualcosa o gli inglesi avevano un asso nella manica, ma l'avvocato Tancredi, nella discussione di ieri mattina, mi ha mostrato il trial clinico del medicinale e ha velatamente minacciato di riferire tutto alla stampa se non accettiamo la loro offerta di trenta milioni di sterline subito, più il quindici per cento sui ricavati della vendita del prodotto ultimato>>.

<<COOOSA? Quelli della Dreddson devono essere impazziti. Se pubblicano quei documenti segreti li porteremo dritti in Tribunale! Dannazione!>>, tuona Saveri, mentre sul volto degli altri compare un'espressione di autentico terrore.



<<Si calmi Dott. Saveri. Ho già provveduto a respingere l'offerta, ma Tancredi voleva, a ragione, che ne parlassi prima con tutti voi. Capirete bene che se quei documenti finissero in mano alla stampa la successiva pubblicità negativa che ne potrebbe derivare non gioverebbe affatto alla commercializzazione del farmaco...>>.



<<Maledizione, come diamine hanno fatto quei documenti ad uscire dalla società!>>, dice Fazio appena ritrova l'uso delle parole.

<<Quando scoprirò chi è stato il traditore...la pagherà cara ... Ma, che mi venga un colpo...>>, impreca Raia alzandosi subito in piedi, <<l'unico che aveva la possibilità di far uscire quei documenti dalla Salus era il dottor Alvarado, quel maledettissimo figlio di una buona donna...>>.



<<Aspettate un attimo, mi state dicendo che Alvarado adesso si sta mettendo a fare il doppio gioco anche con noi?>>. Ora inizio a non capirci più niente.

<<Il triplo gioco vorrà dire, avvocato! Se prima ha lasciato la Dreddson per noi della Salus e adesso vuole mercanteggiare nuovamente per tornare dai suoi vecchi padroni, beh, mi sa che ha capito male stavolta. Qui siamo a Napoli e non a Londra. Ora ci penso io...>>, aggiunge frettolosamente Saveri senza, evidentemente, pensare troppo a ciò che sta dicendo. L'ira lo ha completamente accecato.



<<Signori un po' di contegno, vi prego, manteniamo la calma e non saltiamo a conclusioni affrettate. Le nostre sono solo ipotesi e non provano proprio nulla. Prima di additare qualcuno ragioniamo bene perché, poi, si potrebbe non tornare più indietro se non con perdita di stima reciproca e voi volete continuare a lavorare con Alvarado, se non erro>>, aggiungo cercando di calmare gli animi.



<<Non con questi presupposti, avvocato. Se scoprissimo che Alvarado sta facendo il doppio gioco, stia sicuro che non solo non lavorerebbe più con noi, ma con nessun'altra azienda farmaceutica. Glielo posso assicurare>>, dice Fazio.

<<O potrebbe capitargli improvvisamente un grosso guaio... come una radiazione dall'albo... Noi rispondiamo al male col male...>>, sghignazza Raia.



<<Stop! Basta così. Ci stiamo lasciando trasportare troppo. Ora, ragazzi, sentiamo cosa ci suggerisce l'avvocato Ferrari>>. A questo punto Saveri sembra aver ritrovato tutta la lucidità che lo contraddistingue e che lo ha fatto diventare portavoce e punto di riferimento imprescindibile del Consiglio di amministrazione.



<<Sì. Ho pensato bene a questo. E, semplicemente, la mia proposta è di andare a colloquio da Alvarado con l'avvocato Tancredi. Magari a casa di Alvarado, così da non farlo spaventare>>.

<<Grandiosa idea! Ma perché dobbiamo portarci anche l'avvocato Tancredi?>>, rispose perplesso Saveri.

<<Beh, perché se lui fosse d'accordo con Alvarado, insieme si potrebbero tradire e, in più, sarebbe più facile smascherarli e farli addivenire a più miti consigli>>, suggerisco prontamente prima che possano sorgere altri dubbi.



<<Bene!>>, rispondono quasi all'unisono i tre. <<Andata! Si occupi lei degli appuntamenti e ci faccia avere notizia del giorno e dell'ora. La passeremo a prendere noi>>.

Detto ciò, come è ormai consuetudine per quei tre grossi uomini di affari, si alzano e si accomiatano frettolosamente da me.



La palla ritorna al sottoscritto. Devo chiamare Tancredi e notiziarlo. La cosa mi infastidisce non poco, dato che potrebbe scorgere in ciò qualche punto a suo favore. E a me non piace perdere. Non mi piace perdere mai e, quando non posso proprio evitare un litigio, mi piace avere l'ultima parola. Anche stavolta andrà così. Gli farò credere di avere quel piccolo vantaggio, il punto in più per la vittoria. Una volta abbassata la guardia gli darò il colpo di grazia.



<<Avvocato Tancredi? Salve, Ferrari... Sì, bene grazie. Sì, ho parlato con i miei clienti e vorrebbero incontrarla con Alvarado presso la sua abitazione. Lei è disponibile?.... Ma naturalmente, come vuole. Le farò sapere il giorno e l'ora precisi>>. Riaggancio.

L’ho in pugno.


Capitolo 8


La spia

(Tancredi)



Da qualche parte ho sentito dire che dormire poco fa male al cervello. Se questo è vero ho paura che le mie sinapsi neuroniche abbiano chiuso bottega circa un decennio fa. Non ho mai avuto l’abitudine di rimanere nel letto molte ore consecutive, anche se il letto in questione è uno dei più comodi nella storia dei materassi ortopedici.



Alle otto del mattino, del giorno dopo la prima azzannata con Ferrari esco dalla suite dell’Excelsior e mi dirigo a lunghi passi verso il lungomare. Ieri la serata si è chiusa in bellezza. Dopo la semi rissa a colpi di ricatti e minacce con Ferrari, ho chiamato i miei genitori e passato con loro il resto della giornata tra lacrime e ricordi. Un figlio oltremanica lascia inevitabilmente un vuoto fatto di lontananza.



Immagino che questo sia il prezzo da pagare per aver desiderato qualcosa che questa città non poteva offrirmi. Lo scorcio di paradiso dato da un mare all’ombra di un vulcano mi ridona una certa energia. Non sono un tipo atletico come Ferrari, ma amo camminare, spesso senza una direzione. Le persone sole lo fanno spesso e, per quanto il mio guardaroba possa far pensare diversamente, è esattamente quello che sono.

Una persona sola.

Quando sono atterrato all’aeroporto non ho chiamato nessuno per una semplice ragione. Non c’era nessuno da chiamare.

Qualunque anima si potesse definire mia amica è stata lasciata alle spalle da una decisione che non aveva senso per nessuno, eccetto che per me.



Un passo dopo l’altro sul suolo di una città che non sono mai riuscito a sentire come una patria. Incrocio passanti, coppiette, famiglie, ognuno con un bagaglio da portare, ma apparentemente felici di ciò che li circonda.

<<Perché te ne vai?>>

<<Credi che stiano aspettando te?>>

<<È questa la tua città!>>

Parole affrettate e recriminazioni continue mi hanno fatto salire su un aereo prima che potessi seriamente guardarmi alle spalle.



Giunto ad un incrocio scelgo di lasciare la via principale e deviare per alcuni vicoli che, da bambino, adoravo esplorare insieme a mio fratello. Ricordo che le prime volte, speravo quasi che in quegli anfratti si trovasse una porta magica oltre la quale avrei trovato un nuovo mondo pieno di belle avventure.

Naturalmente non ho mai trovato quella porta, ma in compenso ci ho trovato un paio di spacciatori che volevano assoldarmi come corriere. Le meraviglie di un’ infanzia in questa città.



Non so come, la camminata procede spedita e di punto in bianco mi ritrovo a falcare verso il lungo vialone dove troneggia la mia vecchia facoltà di legge della Federico II di Napoli.

La stessa università che probabilmente avrà frequentato Ferrari.

È strano pensarci adesso, ma ad occhio e croce direi che abbiamo quasi la stessa età. È probabile che in un passato neanche troppo lontano abbiamo calcato gli stessi corridoi negli stessi momenti. Magari siamo stati anche compagni di corso. Chissà quante volte ci siamo incrociati in quelle aule senza prestare attenzione l’uno all’altro. Senza sapere che un giorno ci saremmo trovati sui lati opposti di un tavolo a darci battaglia.



D’altronde le prospettive del futuro sono sempre diverse tra i banchi di scuola. Rimembro perfettamente di quante buone intenzioni intrise di etica era costellata la mia idea del domani. Di quanta ingenuità si condensasse nell’animo di un ventenne abituato a macinare libri e ignorare la vita reale. Una vita che ti viene sbattuta in faccia con enorme violenza una volta lasciate quelle mura fatte di esami e teorie.



“Riccardo Ferrari”. Non lo confesserei ad alta voce neanche in un deserto a notte fonda, ma ho invidia di lui.

Non riesco a pensarlo senza vederci quello che avrei potuto diventare se fossi rimasto. Senza vederci qualcuno che ha avuto il fegato di restare e lottare in questa giungla. Senza vederci qualcuno che si è rifiutato di fuggire come ho fatto io.

Un uomo capace, testardo come me, ma con una differenza.

Nella scia del suo cammino ha deciso di conservare un’anima. Nonostante abbia tentato di farlo cadere in mille provocazioni e minacce è riuscito a mantenere il controllo dei propri metodi. Ha scelto di preservare un’ etica che a me sarebbe mancata.



Immagino non sarebbe molto contento di sapere che il foglio che gli ho messo davanti ieri mattina non era altro che un bluff ben orchestrato. Non ho e non ho mai avuto il trial clinico della Salus. L’importante era solo che Ferrari credesse che ce l’avevo.

L’ovvia risposta a questo gioco non potrà essere che la convocazione degli Stati Generali della Salus per individuare la mela marcia responsabile del finto trapelamento di informazioni. Si scanneranno tra di loro alla ricerca di un uomo che non esiste e tra una tensione e l’altra, l’idea di un accordo si farà man mano più plausibile nelle loro menti. Inizialmente restii cercheranno di prendere tempo, di investigare, ma alla fine troveranno un pugno di mosche. Allora cercheranno di salvare il salvabile e scenderanno a miti consigli.




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