Se lei temesse Blake Pierce “Un capolavoro del genere thriller e giallo! L’autore ha sviluppato e descritto così bene il lato psicologico dei personaggi che sembra di trovarsi dentro le loro menti, per seguire le loro paure e gioire dei loro successi. La trama è intelligente e appassiona per il tutto il libro. Pieno di colpi di scena, questo romanzo vi terrà svegli anche la notte, finché non avrete girato l’ultima pagina.”--Books and Movie Reviews, Roberto Mattos (a proposito del Il Killer della Rosa)SE LEI TEMESSE (Un giallo di Kate Wise) è il libro 6 di una nuova serie thriller psicologica dell’autore bestseller Blake Pierce, il cui primo bestseller Il killer della rosa (libro 1) (scaricabile gratuitamente) ha ricevuto più di mille recensioni a cinque stelle. Quando viene trovata morta un’altra donna in una casa dei sobborghi sfitta, l’FBI deve convocare la sua brillante agente speciale Kate Wise, di cinquantacinque anni, per chiederle di tornare al lavoro dalla pensione vissuta nella tranquilla provincia per trovare il killer psicopatico.Ma perché l’assassino dispone scenicamente i corpi in case vuote della periferia?Cos’hanno in comune le vittime?E Kate, nonostante l’età, può fermarlo in tempo e salvare la vita a un’altra donna?Thriller pieno di adrenalina dalla suspense al cardiopalma, SE LEI TEMESSE è il libro numero 6 di un’affascinante nuova serie che vi costringerà a restare svegli fino a tarda notte per arrivare all’ultima pagina. Il Libro 7 della SERIE GIALLA DI KATE WISE sarà presto disponibile. s e l e i t e m e s s e (un giallo di kate wise – libro 6) b l a k e p i e r c e Blake Pierce Blake Pierce è l’autore della serie di successo dei misteri di RILEY PAGE, che si compone (al momento) di tredici libri. Blake Pierce è anche autore della serie dei misteri di MACKENZIE WHITE, composta (al momento) da nove libri; della serie dei misteri di AVERY BLACK, composta da sei libri; della serie dei misteri di KERI LOCKE, composta da cinque libri; della serie di gialli GLI INIZI DI RILEY PAIGE, composta (al momento) da tre libri; della serie dei misteri di KATE WISE, composta (al momento) da due libri; della serie dei thriller-psicologici di CHLOE FINE, composta (al momento) da tre libri; della serie dei thriller-psicologici di JESSIE HUNT, composta (al momento) da tre libri. Avido lettore e appassionato da sempre di gialli e thriller, Blake riceve con piacere i vostri commenti, perciò non esitate a visitare la sua pagina www.blakepierceauthor.com per saperne di più e restare in contatto con l’autore. Copyright © 2019 di Blake Pierce. Tutti i diritti riservati. Salvo per quanto permesso dalla legge degli Stati Uniti U.S. Copyright Act del 1976, è vietato riprodurre, distribuire, diffondere e archiviare in qualsiasi database o sistema di reperimento dati questa pubblicazione, in qualsiasi sua parte, in alcuna forma o con qualsiasi mezzo, senza previa autorizzazione dell’autore. Questo e-book è disponibile solo per fruizione personale. Questo e-book non può essere rivenduto né donato ad altri. Se vuole condividerlo con un’altra persona, è pregato di acquistarne un’ulteriore copia per ogni beneficiario. Se sta leggendo questo libro e non l’ha acquistato o non è stato acquisto per suo solo uso e consumo, è pregato di restituirlo e comprarne una copia per sé. La ringraziamo del rispetto che dimostra nei confronti del duro lavoro dell’autore. Questa storia è opera di finzione. Nomi, personaggi, aziende, organizzazioni, luoghi, eventi e fatti sono frutto dell’immaginazione dell’autore o sono utilizzati in modo romanzesco. Ogni riferimento a persone reali, in vita o meno, è una coincidenza. Immagine di copertina Copyright Lukiyanova Natalia frenta, usata su licenzia concessa da Shutterstock.com. LIBRI DI BLAKE PIERCE THRILLER DI ZOE PRIME IL VOLTO DELLA MORTE (Volume#1) IL VOLTO DELL’OMICIDIO (Volume #2) IL VOLTO DELLA PAURA (Volume #3) LA RAGAZZA ALLA PARI QUASI SCOMPARSA (Libro #1) QUASI PERDUTA (Libro #2) QUASI MORTA (Libro #3) THRILLER DI ZOE PRIME IL VOLTO DELLA MORTE (Libro #1) IL VOLTO DELL’OMICIDIO (Libro #2) IL VOLTO DELLA PAURA (Libro #3) I THRILLER PSICOLOGICI DI JESSIE HUNT LA MOGLIE PERFETTA (Libro #1) IL QUARTIERE PERFETTO (Libro #2) LA CASA PERFETTA (Libro #3) IL SORRISO PERFETTO (Libro #4) LA BUGIA PERFETTA (Libro #5) IL LOOK PERFETTO (Libro #6) I GIALLI PSICOLOGICI DI CHLOE FINE LA PORTA ACCANTO (Libro #1) LA BUGIA DI UN VICINO (Libro #2) VICOLO CIECO (Libro #3) UN VICINO SILENZIOSO (Libro #4) RITORNA A CASA (Libro #5) I GIALLI DI KATE WISE SE LEI SAPESSE (Libro #1) SE LEI VEDESSE (Libro #2) SE LEI SCAPPASSE (Libro #3) SE LEI SI NASCONDESSE (Libro #4) SE FOSSE FUGGITA (Libro #5) SE LEI TEMESSE (Libro #6) GLI INIZI DI RILEY PAIGE LA PRIMA CACCIA (Libro #1) IL KILLER PAGLIACCIO (Libro #2) ADESCAMENTO (Libro #3) CATTURA (Libro #4) I MISTERI DI RILEY PAIGE IL KILLER DELLA ROSA (Libro #1) IL SUSSURRATORE DELLE CATENE (Libro #2) OSCURITA’ PERVERSA (Libro #3) IL KILLER DELL’OROLOGIO (Libro #4) KILLER PER CASO (Libro #5) CORSA CONTRO LA FOLLIA (Libro #6) MORTE AL COLLEGE (Libro #7) UN CASO IRRISOLTO (Libro #8) UN KILLER TRA I SOLDATI (Libro #9) IN CERCA DI VENDETTA (Libro #10) LA CLESSIDRA DEL KILLER (Libro #11) MORTE SUI BINARI (Libro #12) MARITI NEL MIRINO (Libro #13) IL RISVEGLIO DEL KILLER (Libro #14) IL TESTIMONE SILENZIOSO (Libro #15) OMICIDI CASUALI (Libro #16) IL KILLER DI HALLOWEEN (Libro #17) UN RACCONTO BREVE DI RILEY PAIGE UNA LEZIONE TORMENTATA I MISTERI DI MACKENZIE WHITE PRIMA CHE UCCIDA (Libro #1) UNA NUOVA CHANCE (Libro #2) PRIMA CHE BRAMI (Libro #3) PRIMA CHE PRENDA (Libro #4) PRIMA CHE ABBIA BISOGNO (Libro #5) PRIMA CHE SENTA (Libro #6) PRIMA CHE COMMETTA PECCATO (Libro #7) PRIMA CHE DIA LA CACCIA (Libro #8) PRIMA CHE AFFERRI LA PREDA (Libro #9) PRIMA CHE ANELI (Libro #10) PRIMA CHE FUGGA (Libro #11) PRIMA CHE INVIDI (Libro #12) I MISTERI DI AVERY BLACK UNA RAGIONE PER UCCIDERE (Libro #1) UNA RAGIONE PER SCAPPARE (Libro #2) UNA RAGIONE PER NASCONDERSI (Libro #3) UNA RAGIONE PER TEMERE (Libro #4) UNA RAGIONE PER SALVARSI (Libro #5) UNA RAGIONE PER MORIRE (Libro #6) I MISTERI DI KERI LOCKE TRACCE DI MORTE (Libro #1) TRACCE DI OMICIDIO (Libro #2) TRACCE DI PECCATO (Libro #3) TRACCE DI CRIMINE (Libro #4) TRACCE DI SPERANZA (Libro #5) INDICE PROLOGO (#u2775e194-0e76-5c6b-abe4-abe17eb10236) CAPITOLO UNO (#u450c5bc1-e4e3-564a-892c-f198067183ca) CAPITOLO DUE (#uf3af3753-6f7f-5c38-aaee-845923013867) CAPITOLO TRE (#u935afc83-8d92-574c-8959-10478428899a) CAPITOLO QUATTRO (#u19bc19fa-7dcd-536b-b69b-d91f5de64128) CAPITOLO CINQUE (#ue81c5114-5149-5e27-8b88-e087c2256755) CAPITOLO SEI (#u36ddf6db-c51d-56d5-b5be-34b5b3946bf1) CAPITOLO SETTE (#litres_trial_promo) CAPITOLO OTTO (#litres_trial_promo) CAPITOLO NOVE (#litres_trial_promo) CAPITOLO DIECI (#litres_trial_promo) CAPITOLO UNDICI (#litres_trial_promo) CAPITOLO DODICI (#litres_trial_promo) CAPITOLO TREDICI (#litres_trial_promo) CAPITOLO QUATTORDICI (#litres_trial_promo) CAPITOLO QUINDICI (#litres_trial_promo) CAPITOLO SEDICI (#litres_trial_promo) CAPITOLO DICIASSETTE (#litres_trial_promo) CAPITOLO DICIOTTO (#litres_trial_promo) CAPITOLO DICIANNOVE (#litres_trial_promo) CAPITOLO VENTI (#litres_trial_promo) CAPITOLO VENTUNO (#litres_trial_promo) CAPITOLO VENTIDUE (#litres_trial_promo) CAPITOLO VENTITRÉ (#litres_trial_promo) CAPITOLO VENTIQUATTRO (#litres_trial_promo) CAPITOLO VENTICINQUE (#litres_trial_promo) CAPITOLO VENTISEI (#litres_trial_promo) CAPITOLO VENTISETTE (#litres_trial_promo) CAPITOLO VENTOTTO (#litres_trial_promo) PROLOGO Alle quindici e trenta, entrando nella casa a due piani, Tamara Bateman rammentò perché amava tanto il suo lavoro. In quanto agente immobiliare di Estes, Delaware, vedeva almeno quattro case nuove alla settimana. La maggior parte delle volte le case erano al massimo così così – copie carbone di altre abitazioni della zona, di solito con un prezzo al di sopra dei quattrocentomila dollari. Di tanto in tanto però metteva piede in una casa e sentiva una specie di brivido… la sensazione che quel luogo sarebbe diventato una casa eccezionale per qualcuno. La casa al 157 di Hammermill Street era tra queste. Non era nuovissima come alcune di quelle che aveva mostrato in settimana, però lo era abbastanza. Costruita nel 2005 e abitata solo da una coppia sposata senza figli prima di essere venduta a un proprietario che l’aveva ristrutturata, profumava ancora di nuovo. Certo, molto si doveva alle immacolate pulizie fatte dall’impresa. Era meravigliosa. Erano stati lucidati tutti i pavimenti, c’era una mano di vernice fresca su ogni parete e le finestre panoramiche affacciate sul giardino sul retro erano belle da morire. Con il tocco di un professionista esperto e con mobili moderni, quel posto sarebbe stato venduto presto per diventare una casa fantastica. Ormai Tamara si occupava delle visite da due settimane, e anche se un interesse generale c’era, non era ancora stata presentata un’offerta degna. Senza mobili e così immacolata, fondamentalmente era una tela vuota. Ma stava anche cominciando a chiedersi se non fosse la mancanza di mobilio a danneggiarla. Prese il telefono per buttare giù qualche appunto per migliorare la quotazione pubblica. Sapeva che la compilazione della scheda tecnica non era una vera e propria scienza, ma farlo le piaceva. Le sembrava di avere un metodo – quasi come fosse stata una specie di poetessa. E dato che l’indomani aveva due appuntamenti, voleva assicurarsi di presentarla nella luce migliore. Attraversò l’ampio soggiorno e poi la meravigliosa cucina con il lavello da appoggio e gli sgabelli dall’aria industriale. Mentre cercava di trovare una parola non banale per i piani in marmo, udì qualcosa muoversi di sopra. Solo uno strascicare leggero, a malapena udibile ma sicuramente presente. Reclinò la testa e si rimise in ascolto, ed ecco che lo risentì. Non si trattava di passi, ma di qualcosa di più morbido. Immaginò una delle finestre aperte, la lieve brezza autunnale esterna che soffiava sulle tende. Era quasi esattamente così. Però pensava che lì non ci venisse nessuno da due o tre giorni. E gli unici ad avere la chiave al momento erano lei e l’impresario. Decise quasi di ignorarlo, però poi il rumore tornò. Stavolta fu quasi sicura che si trattasse del fruscio delle tende. Però non ce lo vedeva l’impresario a entrare per aprire una finestra – ancor meno lasciandola poi aperta. Cercò subito di ricordare se negli ultimi tre giorni fosse piovuto. Credeva di no, ma potevano comunque essersi intrufolati uccelli e insetti di ogni genere. Irritata, Tamara marciò di nuovo per il soggiorno e su per la scala che conduceva al primo piano. Salendo i gradini ripassò a mente delle frasi che illustrassero l’ampiezza e la spaziosità delle scale. Prima di raggiungere la cima, udì di nuovo il rumore. Stavolta più forte e più costante. E adesso non era tanto sicura che si trattasse del fruscio delle tende. Adesso sembravano proprio passi. Ma non aveva senso. Solo il proprietario e l’impresario – un cinquantaseienne di nome Bob – avevano l’altra chiave, e adesso si trovava a New York a godersi uno spettacolo con la moglie. Tamara lo sapeva perché l’ultima volta che si erano visti se ne era lagnato. E il proprietario non si curava mai di nessuna delle sue case, una volta inserite nella lista dell’agenzia immobiliare. E allora chi diavolo c’è lassù? Si sorprese di se stessa quando salì qualche altro gradino. Mancavano solo due scalini al pianerottolo del primo piano. Riusciva a vederne il tappeto e il fondo delle prime due porte aperte lungo il corridoio. Quasi disse qualcosa, ma pensò che sarebbe stato stupido. Se c’era davvero qualcuno, magari sarebbe stato meglio non informarlo della sua presenza. Non fare la stupida, si disse. In questa casa non c’è niente da rubare. Se c’è qualcuno, o è Bob o un vicino ficcanaso. E se qualcuno è entrato vuol dire che l’impresario uscendo non ha chiuso, come un idiota. Non sarebbe la prima volta che Bob si dimentica di chiudere a chiave una proprietà dopo essere passato. Però poi tornarono i passi, da un punto molto vicino. E poi si udì respirare – un respiro ansioso ed eccitato. Tamara seguì allora l’istinto. Accantonò la curiosità e scattò giù per le scale. Armeggiò col cellulare per chiamare la polizia. Anche se la cosa si fosse risolta in nulla, meglio prevenire che curare. Meglio… Udì dei passi tuonare dietro di lei. Sentì la scala tremarle sotto ai piedi. Mentre si avvicinava al fondo della scala le sfuggì un urletto che non ebbe mai il tempo di uscirle del tutto di bocca. Qualcosa la colpì forte da dietro, prendendola alla nuca e alla parte superiore della schiena. Tamara cadde a terra. Alzò le mani per non sbattere la faccia. Nel farlo si slogò il polso. Lo udì schioccare ma ne fu solo vagamente consapevole. Stava ancora pensando a quei passi tuonanti che l’avevano raggiunta da dietro. Era stordita e annebbiata, la testa le urlava di dolore e il polso stava cominciando a pulsare, sordo. Cercò di girarsi per vedere l’aggressore, ma non ne ebbe mai modo. Sentì qualcosa di ruvido scivolarle sulla testa per posarsi sul collo. Fu allora che si strinse… e poi improvvisamente Tamara non lottava più per voltarsi a guardare l’aggressore. Adesso lottava per respirare. Con l’incombere dell’oscurità, il dolore alla testa venne soffocato da quello disperato al collo e ai polmoni – e perse rapidamente ogni battaglia. CAPITOLO UNO I ragazzini di Stranger Things stavano cominciando a darle noia. Logico, pensava. Erano come tutti gli altri ragazzini. Entusiasmanti e carini quando li si conosceva, ma con la tendenza a farsi irritanti a mano a mano che crescevano. Kate Wise aveva la sensazione di conoscere quelli di Stranger Things piuttosto bene: si era sparata tutte le stagioni uno e due in tre giorni. E adesso che le si profilava davanti la stagione tre, non le andava. Kate posò il telecomando di Apple TV sul tavolino e si alzò. Guardò l’orologio e rimase un po’ disgustata di scoprire che si erano fatte le cinque e dieci del pomeriggio. Poi guardò il tavolinetto del divano, la pila di libri acquistati alla libreria dell’usato di Carytown la settimana precedente. Ne aveva cominciato uno – uno sguardo piuttosto tedioso sulla vita di John Wayne Gacy – ma non aveva avuto la capacità mentale di reggerlo… né quello né qualsiasi altro libro, comunque. Perciò si era messa finalmente a usare l’account Netflix, cosa che aveva solo perché gliene aveva parlato Allen. Avevano guardato qualcosa insieme, più che altro documentari e The Office, ma avevano scoperto rapidamente che insieme preferivano di gran lunga parlare. Però quando era sola, la sera tardi, Kate scopriva di preferire l’ozio. Non le era mai davvero piaciuto trascorrere molto tempo davanti alla televisione, ma ultimamente pareva che stessero cominciando a piacerle sciocchezze che la staccassero e scollegassero da tutto. Stava cominciando a piacerle l’idea di sfuggire al mondo reale; che si trattasse di trascorrere un po’ di tempo con dei ragazzini nel Sottosopra o di fingere interesse per Grey’s Anatomy, era bello prendersi una pausa mentale e assistere alle tragedie di qualcun altro, per un po’. Dopotutto aveva moltissimo tempo. Il direttore Duran aveva prestato fede alle sue parole rabbiose e non la contattava da più di sei settimane. Sapeva di non essere stata licenziata, ma si sarebbero rivolti a lei solo per casi che necessitassero del suo tocco di esperta o di ricerca approfondita. L’aveva rimproverata e poi le aveva detto che sarebbe stata utilizzata solo per la ricerca – come cima di salvataggio per altri agenti, al massimo. Lo capiva: vista la sua età era stata un po’ troppo negligente nell’ultimo caso. Però Duran sapeva anche che era brava in quello che faceva e non era ancora pronto a rimuoverla. Finora non era accaduto nulla del genere. In attesa della telefonata del direttore, la sua vita era andata avanti. In quelle stagnanti sei settimane aveva compiuto cinquantasei anni, sua nipote Michelle uno e lei e Allen avevano fatto due viaggi – uno in una remota baita sui Monti Blue Ridge e un altro nella Carolina del Sud a Surfside Beach per godersi gli ultimi attimi dell’estate. Ma quell’ultimo viaggio risaliva a due settimane prima. Quando erano tornati, Allen aveva ripreso il lavoro. Pur mantenendo casa sua, trascorreva la maggior parte del tempo da Kate. Avevano parlato di convivenza e lei immaginava che ci sarebbero arrivati. Pensava a cose del genere mentre i giorni si consumavano. Però poi aveva scoperto Stranger Things e, Dio l’aiutasse, Grey’s Anatomy, e aveva avuto moltissimi modi per riempire quelle distese di tempi morti. Aveva scribacchiato il libro che aveva sempre desiderato scrivere – uno sguardo su alcuni dei suoi casi più bizzarri. Aveva buttato giù una cinquantina di pagine, cosa che non aveva fatto che ricordarle che i giorni di gloria ora ce li aveva alle spalle. Persino con un agente già interessato (pur trattandosi in realtà di un accordo tra amici), non le riusciva di trovare la motivazione per proseguire col libro. Sapeva di essere preda della monotonia. Se Duran aveva deciso di non aver più bisogno di lei, voleva che dicesse qualcosa. Essere lasciata andare, pensava, sarebbe stato preferibile che essere lasciata all’oscuro. Aveva un’altra ora prima dell’arrivo di Allen. Spense finalmente la tv e pensò al libro, ma sapeva che oggi non aveva la spinta giusta per lavorarci. Guardò il cellulare e sfogliò i vecchi messaggi. Cinque giorni prima ne aveva ricevuto uno da Kristen DeMarco, per un saluto. Lei era ancora attiva, faceva da tappabuchi in casi i cui agenti, per una ragione o per un’altra, erano a corto di partner. Comunque DeMarco era rimasta in contatto – gesto che Kate apprezzava più di quanto DeMarco avrebbe mai saputo. Erano diventate amiche molto rapidamente. Era molto, dato che Kate era sempre stata brava a tracciare la spessa linea vigente tra partner e amico. Ma in DeMarco c’era qualcosa di diverso rispetto a tutti gli altri partner che aveva avuto. C’era più di una promettente carriera e del carisma di una che non molla mai. Era una donna a tutto tondo che a volte ricordava a Kate fin troppo la se stessa più giovane. E rimanere in contatto con lei era stato uno dei fondamenti più cruciali della vita di Kate nelle ultime sei settimane. Sorridendo, recuperò il numero di DeMarco e chiamò. Non la sorprese troppo udire la segreteria dopo quattro squilli. Non si curò di lasciare un messaggio; probabilmente stava lavorando a un caso e, anche se le mancava, non voleva interferire col suo lavoro. Posò il telefono e si recò in cucina. Lei e Allen avevano in programma di uscire per cena, quindi non avrebbe dovuto cucinare. Si appoggiò contro al bancone e scrutò dalla finestra il giardino sul retro. Così doveva essere la pensione vera e propria, immaginava. Sì, ne aveva fatto un po’ di esperienza un anno e mezzo prima, ma quella se l’era aspettata. Si era tenuta occupata con piccoli hobby e l’occasionale viaggio al poligono di tiro. Stavolta però si sentiva annoiata e fuori posto. Forse perché sapeva che Duran avrebbe potuto chiamare in qualsiasi momento per farla tornare nel flusso di cose. O forse, pensava, si trattava di una sorta di presagio – dell’universo o di Dio o di qualcosa di simile che le diceva che a breve questa sarebbe stata la sua vita. Quindi meglio allacciare la cintura per la partenza e abituarcisi. *** Per la cena avevano scelto il tailandese, cosa che a Kate stava bene dato che si trattava di una delle cucine da lei preferite degli ultimi anni. Era lo stesso ristorante in cui si recavano almeno due volte al mese. Mentre si accomodavano, Kate sentì la familiarità del posto e si chiese se anche quello non fosse un altro aspetto della pensione (oppure, nel caso suo, della pensione parziale): che i ristoranti e i negozi del posto si facessero tutti troppo familiari, incastrati in un loop di cui pareva non esistere uno scopo vero e proprio. La monotonia del ristorante veniva infranta dalla conversazione, però. Allen sarebbe andato in pensione dal lavoro di advertising executive fra tre mesi. Tra due giorni sarebbe partito per Chicago per star via circa una settimana e probabilmente quello sarebbe stato l’ultimo viaggio. L’azienda stava chiudendo un enorme accordo e Allen negli ultimi giorni era stato proprio contento. «Dicono che posso portare qualcuno» disse Allen tuffandosi sulla cena. “Tutto spesato. Perciò, se vuoi trascorrere qualche giorno a Chicago con me…» «Sarebbe fantastico» disse Kate. «Ho notato che sei un po’… non so… distante. Non in senso negativo. Sembri annoiata. Ferma…» «Descrizione accurata» disse Kate. «Pensavo di nasconderlo meglio, però.» «No, per niente» disse Allen con un sorriso. «Dunque, se vieni con me lavorerò molto. Conto che da sola starai bene, che ti godrai i panorami e che farai un po’ di shopping nella città ventosa.» «Sì, penso che sarò in grado di cavarmela da sola.» Il flusso della conversazione tra i due era naturale. Era passato quasi un anno da quando avevano cominciato a frequentarsi e quasi cinque mesi da quando le cose si erano fatte serie. Non avevano parlato di matrimonio e avevano appena toccato l’argomento convivenza effettiva – e a Kate stava bene così. Un’enorme parte del suo cuore era ancora riservata al suo defunto marito, Michael. Ogni volta che cercava di immaginare di vivere il resto della sua vita con Allen, salivano alla superficie ricordi di Michael e non sapeva se era pronta. «Hai parlato con Melissa ultimamente?» «Ieri. Mi ha chiamata per dirmi che Michelle quasi cammina. Non ancora, però manca poco…» «Spaventoso» disse Allen. «Quando cominciano a camminare…» «Oh, lo so. Melissa divenne un incubo assoluto quando fu in grado di spostarsi da sola. Ricordo una volta in cui…» Le squillò il telefono nella borsetta, interrompendola. Fece per prenderlo, presumendo che si trattasse di Melissa, come invocata da loro. Ripensandoci, lo ignorò. Avrebbe lasciato un messaggio e Kate l’avrebbe richiamata. Proseguirono con la cena, abbandonandosi ai ricordi dei due viaggi recenti che avevano fatto. Kate si era accorta di come la guardava Allen ultimamente. C’era della profondità lì, la sensazione che Allen la stesse quasi studiando. Un pensiero presuntuoso, però si chiedeva se non avesse in testa il matrimonio. Alla loro età trascorrere così tanto tempo insieme non significava necessariamente che il matrimonio fosse imminente, ma ogni giorno che passava doveva pur contare qualcosa. Non aveva idea di come avrebbe reagito se lui avesse varcato quella linea, ma era comunque bello pensarci. La cena terminò, venne portato il conto e Allen lo raccolse rapidamente. Sapeva che lei non aveva alcun problema finanziario; anzi, quando era andata in pensione la prima volta si era messa alla ricerca di un piano pensionistico che le permettesse di trascorrere il resto della vita in non pochi agi. Ma Allen adorava farla sentire al sicuro quando poteva, come se fossero davvero una coppietta. E per lui ciò significava che doveva pagare l’uomo. «Ti raggiungo tra un attimo» disse Kate mentre lui si alzava con il conto in mano. «Penso che abbia chiamato Melissa mentre cenavamo. Vorrei richiamarla.» «Salutamela» disse Allen dirigendosi alla cassa. Kate pescò il telefono dalla borsetta e vide che la chiamata persa non era di Melissa. Era di Duran. L’agitazione e il senso di colpa la lacerarono. Sapeva che Duran avrebbe chiamato solamente – e a quell’ora per giunta – per un’unica ragione. E se la pancia aveva ragione (e di solito ce l’aveva), probabilmente poteva pure dimenticarsi del viaggio a Chicago con Allen. Non ha senso pensarci, pensò. Richiamò subito, sapendo che Duran non era tipo da stare tanto al telefono. Squillò una sola volta. «Kate, come stai?» «Bene.» Sapeva che se usava il suo nome proprio voleva dire che aveva fretta – che non si sarebbe preoccupato delle formalità. «Se ti interessa, ho un caso per te. Non dovrebbe essere un lavoraccio, niente di straordinario.» «Be’, ovvio che lo voglio. Che dettagli hai?» «È nel Delaware. Finora due omicidi molto probabilmente collegati. Mi serviresti lì domani. Per quanto riguarda le specifiche, lascio che ti informi l’agente in capo.» «Chi è?» «DeMarco» disse Duran. Pareva avesse un po’ troppa gioia nella voce nel rivelarlo. Persino lui vedeva la collaborazione fiorente che le due erano riuscite a costruire. «Finora ha gestito le cose a meraviglia, ma la cosa sta cominciando a incepparsi e ha bisogno di una mano. Ovviamente lei non lo ammetterà mai.» «Lo sa che sto arrivando?» «La chiamo per farglielo sapere quando chiudiamo qui. Ti spiace guidare? Il bureau ti rimborserà la benzina.» «Ottimo.» E anche se la cosa era davvero ottima, non poté evitare di pensare ad Allen e a Chicago. «Fantastico. Chiamo DeMarco e le dico di avvisarmi quando arrivi. Grazie, Wise.» Riagganciò lasciando Kate seduta al tavolino a scandagliare le proprie emozioni. Quando si mise in piedi, scorse Allen in sua attesa alla porta. Aveva un sorrisetto in faccia mentre lei lo raggiungeva. «Non era Melissa, eh?» «Come hai fatto a capirlo?» «Sei molto rilassata quando parli con lei. La conversazione che hai appena fatto… ti ha illuminato il volto. Sedevi drittissima, concentratissima. Era Duran, vero?» «Sì.» Annuì aprendole la porta. Quando furono di nuovo nella strada inondata dal bagliore dei lampioni, le prese la mano. «Presumo che il viaggio a Chicago sia saltato, eh?» «Mi è stata proposta un’opportunità» disse. «Ho pensato che potevamo parlarne stasera.» «Un caso?» «Sì.» «Quando partiresti?» «Domattina presto.» «Allora non c’è nulla di cui parlare» disse. «Kate, ci siamo già passati. Lo so quanto significa questo lavoro per te. Quindi va’. Diavolo, io comunque devo lavorare. Sarebbe stato bello averti lì con me, certo, ma ci saremmo visti appena.» «Allen, posso…» «Va tutto bene. Sai… diverse settimane fa ti ho dato un ultimatum. Penso ancora quello che ho detto all’epoca, però… credo che non ci sia problema. Penso che dobbiamo tenerlo a mente per quando finalmente darò addio al mondo del lavoro.» «Tre mesi» disse lei con un sorriso. «Lo so. Difficile a credersi.» Il tailandese si trovava a solo un miglio e mezzo da casa di Kate e avevano scelto di andare a piedi – cosa che cercavano di fare almeno due volte a settimana. Era una bella serata e cominciava a fare un po’ di freddo a mano a mano che scendeva la notte. «Allora se parto verso le quattro e mezza del mattino non ti arrabbierai?» chiese qualche momento dopo. «No. Voglio che ti godi il lavoro finché ce la facciamo entrambi. Non mi arrabbierò tanto. Però prima di andare dammi un bacio.» Kate si sporse verso di lui, chiedendosi come avesse fatto a trovare un uomo tollerante e comprensivo come Allen. E, con ciò, si chiese anche fin quando avrebbe sopportato il suo strano lavoro. «Se continui con questa comprensione» gli disse «avrai molto più di un bacio.» Rise, le cinse la vita e proseguirono nella notte. CAPITOLO DUE Erano secoli che non guidava nelle prime ore del mattino. Si ritrovò fuori dal labirinto di uscite e carreggiate di Washington DC per le quattro e cinquanta, in direzione nordest verso il Delaware. Aveva controllato la mail la sera precedente e non aveva trovato nulla da parte di Duran. Ma poco dopo il suono della sveglia, aveva ricontrollato e aveva scoperto, senza troppa sorpresa, che Duran le aveva inviato una location specifica insieme a copie elettroniche dei dossier del caso poco dopo mezzanotte. Il posto in cui si erano svolti gli omicidi si chiamava Estes, una cittadina costruita attorno al lago Fallows. Graziata dalla luce del sole lungo la strada, le venne da pensare alla vacanza al mare fatta con Allen; avevano trascorso una mattinata, presto, in spiaggia, mangiando bagel e fragole guardando l’alba. Anche se una cittadina sulla sponda di un lago non aveva molto a che spartire con una vacanza sulla spiaggia, immaginava che possedesse comunque un po’ dello stesso fascino… soprattutto nel limbo stagionale delle settimane tra le ultime vere giornate estive e i primi giorni freddi d’autunno. Il ricordo la scaldò ma la fece anche sentire in colpa. Allen era sembrato quasi troppo comprensivo su quel caso improvviso. Le veniva da chiedersi se di lì a tre mesi avrebbe insistito con l’ultimatum, dopo essere andato in pensione. Ne avrebbe avuto il diritto, immaginava Kate. E ciò significava che aveva delle cose importanti a cui pensare. Per il momento c’era il caso. E se l’ultimo le aveva insegnato qualcosa, era che avrebbe dovuto assolutamente separare la vita personale da quella professionale. Sotto alcuni aspetti, adesso era ancora più difficile rispetto a quando era sposata con una bambina piuttosto difficile con l’abitudine di crescere in fretta per le mani. Entrò nella città di Estes alle sette e quaranta del mattino, venti minuti prima dell’appuntamento con DeMarco sull’ultima scena del crimine. Pur trovandosi a circa un miglio dal lago, Estes era costruita in modo da farti sentire proprio sulla riva. Diavolo, la zona aveva caratteristiche che davano l’idea che dietro l’angolo invece di un lago ci fosse l’oceano. Le case erano tutte costiere in apparenza e lungo la via principale c’erano molti negozietti di souvenir che parevano arrivare dritti dalle spiagge del Delaware situate ottanta miglia a est. Dato che era presto, fece un salto a un baretto e ordinò un caffè dalla tostatura scura prima di recarsi sulla scena. Quando arrivò, con cinque minuti di anticipo, trovò già lì DeMarco. Aveva parcheggiato nel vialetto pavimentato, sorseggiava il suo caffè appoggiata contro a quella che chiaramente era un’auto del bureau. Sorrise e la salutò con la mano mentre questa le parcheggiava accanto. «Ehi» disse Kate smontando dalla macchina. «Scusa se ti ho rovinato la festa.» «Sarò sincera» disse DeMarco. «Sono stata contenta quando Duran mi ha chiamata per dirmi che mi stava mandando te.» «Il caso ti sta un po’ sfuggendo di mano?» «No, non proprio. Ma è il mio primo caso in solitaria e finora non salta fuori niente.» Alzò lo sguardo sul cielo e sorrise. «Lo so che è un semplice lago, ma ti sei mai accorta che persino il cielo sembra diverso vicino all’acqua?» «No, non me n’ero accorta» disse Kate guardando su. Capì che DeMarco stava semplicemente cercando di sorvolare sul fatto che, in sostanza, Duran aveva chiamato Kate perché lei non era stata capace di mandare avanti il caso da sola. Si chiese per quanto ancora DeMarco sarebbe riuscita a evitare di dirlo a voce alta. «Duran ti ha mandato i dossier?» chiese avviandosi verso la casa. Si trattava dell’imitazione di una casa al mare a due piani, un’altra delle abitazioni che sarebbero state perfette lungo la costa del Delaware. C’era un cartello VENDESI sul fondo del giardino, adornato dal viso sorridente di una bella donna. Il nome – Tamara Bateman – e il numero erano indicati sotto al suo profilo luminoso. «Sì, però ho pensato che sentirlo direttamente da te mi avrebbe fatto risparmiare tempo ed evitare un mal di testa.» «Pare abbastanza semplice» disse DeMarco. «Due omicidi a Estes a una settimana l’uno dall’altro. L’ultima vittima è quella bella signora che c’è lì.» Fece un cenno col capo all’indietro, verso il cartello. «Quando è stata uccisa?» «Due giorni fa. Io sono stata chiamata ieri, sono arrivata un po’ tardi per i miei gusti. Ho parlato con quelli dell’agenzia immobiliare, ma non sono stati molto utili. Alcuni erano sinceramente addolorati. Altri troppo spaventati per parlare con un’agente dell’FBI per paura di eventuali ripercussioni sulle vendite. Però mi hanno dato la chiave.» DeMarco pescò la chiave dalla tasca mentre salivano i gradini del portico. Aprì il portone ed entrarono. Kate scoprì che la casa era stata completamente svuotata – non c’era neanche un mobile. Si sentiva anche odore di pittura fresca e di una specie di lucido per pavimenti. «E lei è stata la seconda?» chiese chiudendosi la porta alle spalle. «Sì. Anche la prima era un’agente immobiliare, in una casa proprio come questa. La prima vittima però è stata uccisa in una casa più nuova. Di due anni circa, credo. La casa in cui ci troviamo adesso deve averne una quindicina.» «Qualcosa di interessante riguardo alla vita personale delle vittime?» «Ancora no. Ho fatto dei controlli dell’ambiente e ho avuto l’aiuto del dipartimento di polizia locale quando ho cercato precedenti di arresto. Non c’è nulla… solo qualche multa per eccesso di velocità e un’unica condanna per guida in stato di ebrezza. Nemmeno le famiglie sono d’aiuto. Ci è stato detto che erano donne eccezionali, che non avrebbero fatto del male a una mosca. Cose così.» Kate si guardò intorno. Sul pavimento, appena oltre l’ingresso, c’erano macchie di sangue. Un’alta rampa di scale partiva appena oltre l’entrata. C’erano strisciate di sangue rappreso sugli scalini di legno massiccio e una serie correva persino giù per il ciano della parete tra le scale e il soffitto. Le scale erano del tipo completamente visibile fino al primo piano, con un solo corrimano spesso a spezzare lo spazio tra gli scalini e l’aria aperta. Kate studiò lo schema e la scia di sangue e non riuscì a capire subito. «Bizzarro, eh?» disse DeMarco. «A quel che ho raccolto, Tamara Bateman è stata aggredita sulle scale o sul fondo. Dopodiché è stata trascinata all’indietro quasi fino alla cima della rampa. Poi apparentemente è stata rovesciata oltre la ringhiera con un cappio al collo. Salendo le scale e dando un’occhiata al terzo scalino dall’alto, si vedono una pozza di sangue e quelle che sono molto chiaramente fibre di corda.» «È stata impiccata?» «Sì. Così come la prima vittima. Solo che quella è stata appesa a una trave che attraversa orizzontalmente il soffitto del soggiorno.» «Le vittime lavoravano per la stessa agenzia?» «No. Agenzie diverse. Ma tutte e due le case erano state messe sul mercato di recente. Questo e il fatto che tutte e due le vittime sono agenti immobiliari donne sono i soli collegamenti che abbiamo. Dico i soli… però paiono più che sufficienti. Però, come dimostrato dal fatto che sei stata chiamata qui, sicuramente non lo sono.» «Eri già stata qui?» «Sì, ieri pomeriggio. Il corpo è rimasto qui per circa dodici ore prima che qualcuno si accorgesse di quello che era successo. Il ragazzo della Bateman ha chiamato la polizia per dar voce alla sua preoccupazione. È stata fatta una telefonata all’agenzia, loro hanno recuperato le proprietà di cui si stava occupando lei e voilà… l’hanno trovata impiccata alla ringhiera. Io sono arrivata circa otto ore dopo la rimozione del corpo. Da’ pure un’occhiata al posto. Giuro che non mi offendo. Ti recupero anche una copia del rapporto del coroner, però dice più o meno la stessa cosa che ti ho appena detto io. Quando una donna viene prima colpita alla testa e poi impiccata, di solito non c’è molto da aggiungere.» «Abusi sessuali da parte dell’assassino?» «Il rapporto non ne parla. Davvero… quel coso non è servito a niente.» Kate le fece un gran sorriso, anche se la situazione era proprio difficile. Le sembrava di pestarle i piedi a ficcare il naso dove forse non la si voleva. Inoltre si trattava del primo caso in cui lavoravano insieme a cui DeMarco era arrivata per prima – in cui l’autorità più o meno ce l’aveva lei. Salì le scale con cautela, tenendo lo sguardo abbassato per assicurarsi di non calpestare sangue, nemmeno rappreso. Trovò il gradino da cui l’assassino apparentemente aveva scagliato il corpo di sotto. C’era un’abrasione leggerissima sulla ringhiera lucidata finemente. C’erano colonnine decorative ogni quindici centimetri circa a collegare il corrimano agli scalini. La colonna lungo quel gradino in particolare aveva appiccicato qualche trefolo di quelli che sembravano sottili fili di iuta. Oppure, come indicato da DeMarco, di corda. Giaceva anche sull’orlo dello scalino, quasi come polvere. Kate scrutò oltre la ringhiera, verso il pavimento. Un salto di tre metri e mezzo abbondanti. Significava che probabilmente il cappio era cortissimo. E dunque c’era la possibilità che l’assassino lo avesse tenuto corto intenzionalmente – come se lo avesse programmato, sapendo già dove avrebbe impiccato Tamara Bateman e quanta corda gli servisse. «Hanno misurato il cappio?» «La corda era lunga due metri e quaranta» disse DeMarco. «Pare che sia stata acquistata di quella lunghezza, dato che non c’erano segni di tagli.» Kate era colpita. La lunghezza della corda probabilmente era irrilevante, ma restava un dettaglio necessario per un rapporto accurato e completo. Come si aspettava, DeMarco non aveva perso un colpo. Proseguì su per le scale fino al primo piano. DeMarco la seguiva, dimostrandosi rispettosa e dandole ampio spazio. C’erano cinque accessi lungo il corridoio superiore: due per lato e uno in fondo. Il corridoio di per sé era privo di moquette, ma le porte aperte su tutte e cinque le stanze mostravano che quelle (tranne il piccolo bagno in fondo) non ne erano prive. Kate entrò nella prima. La casa apparentemente era stata pulita e curata piuttosto bene quando i proprietari se n’erano andati. Non c’era nemmeno un graffio sulle pareti e solo delle ammaccature minime sulla moquette a dimostrare la passata presenza di mobili. Quella camera da letto probabilmente era una stanza per gli ospiti, perché era piuttosto piccola. L’unica zona da controllare a parte la stanza vuota era l’armadio. Era piccolino – non più grande di un guardaroba, in realtà – e non fruttò niente oltre a un altro tappeto pulitissimo. La stanza successiva era uguale, però si trattava della camera padronale, quindi era molto più grande. La camera conteneva pure un grosso bagno da esaminare, ma luccicava come il resto della casa. La terza stanza alla quale arrivarono era più o meno uguale, solo che l’armadio era molto più grande; si trattava di una stretta cabina completa di appendiabiti e di uno scaffale per scarpe. Era vuota come le altre stanze, ma c’era un’altra porta lungo la parete in fondo. Era più stretta delle altre, e si trovava nell’angolo della spaziosa cabina armadio. «Un ripostiglio?» chiese Kate andando alla porta. «Sì, credo di sì. A vederla si direbbe una soffitta per lo più grezza. L’ho controllata ieri.» Kate aprì la porta e venne accolta da un getto di aria umida. Era davvero grezzo. C’erano travi esposte e isolante, rotto solo dal grosso condizionatore che vi era stato installato. Gli ex proprietari avevano posato qualche pannello di compensato per attraversare in sicurezza la zona, ma tutto qua. Verso il fondo l’ombra del tetto obliquo limitava lo spazio. I costruttori lo avevano supportato con diverse tavole, creando una specie di parete finta. Si trattava dell’unica frattura in una zona altrimenti perfettamente quadrata. Kate mise piede sul compensato. Attraversandolo, pensò che era un peccato tutto quello spreco di spazio. Se terminato, poteva essere un ottimo ufficio o una stanza giochi per una famiglia con figli. Proprio mentre cominciava a immaginare dove sarebbe stata bene una rampa di scale per tornare al piano principale, giunse alla sciatta parete grezza sul fondo dove il tetto scendeva. Sbirciò dietro al muro fasullo e inclinò la testa, interdetta. «Ieri hai guardato qua dietro?» DeMarco attraversò il pavimento di compensato, curiosa e preoccupata. Guardò, vide la stessa cosa che stava vedendo Kate e proferì: «Ma che diavolo…?» C’era un piumone sul pavimento di compensato. Accanto, in piedi, c’era una bottiglia d’acqua vuota della Dasani. «Kate, non starò qui a mentirti. Non ci ho neanche pensato a guardare qua dietro.» «Non ce n’era ragione» disse Kate. «Non per una persona che abbia il compito di indagare da sola. Diamo il merito alla mia mente oltremodo analitica.» «Comunque avrei dovuto guardare.» «Potrebbe essere un abusivo» indicò Kate per non dare a DeMarco il tempo di essere troppo dura con se stessa. «Tendono ad andare e venire, soprattutto in proprietà ferme da un po’.» «Ne dubito. La polizia ieri è stata qui tutto il giorno e ci è rimasta fino a notte.» «Potrebbe essere un abusivo che tiene d’occhio il posto, in attesa che la polizia se ne vada. E nel caso potrebbe essere lui l’assassino. E se ieri queste cose non c’erano? Una bella coincidenza, considerando che meno di due giorni fa qui ci è stato ucciso qualcuno.» «Qualcuno avrebbe dovuto tenere d’occhio con molta attenzione la casa, poco ma sicuro.» Kate e DeMarco abbassarono lo sguardo sulla misera zona notte, con le menti che già si mettevano in moto. Kate non poteva evitare di pensare che se il piumone e la bottiglia fossero appartenuti davvero all’assassino, forse sarebbe tornata a Richmond prima della fine della giornata. CAPITOLO TRE Il fascino delle cittadine non aveva mai toccato Kate, ed Estes non faceva eccezione. Certo, era pittoresca e poteva essere un bel posticino dove trascorrere qualche settimana d’estate, ma non riusciva a immaginarsi di vivere in un posto del genere. Le spiaceva quasi per la cittadina, con i suoi mezzi di sostentamento posti attorno a quel bellissimo ma poco conosciuto lago, probabilmente soffocati dalle spiagge a meno di un’ora e mezza di distanza. Era come se la città avesse una crisi d’identità senza esserne nemmeno consapevole. Mentre DeMarco parlava con lo sceriffo del posto al telefono, Kate osservava la città passare, ascoltando un lato della conversazione. «Abbiamo bisogno di almeno un’unità alla casa di Hammermill Street» stava dicendo DeMarco. «Se l’assassino è stato abbastanza coraggioso da dormirci e lasciarci il piumone, ci sono ottime probabilità che possa ripresentarsi. E anche se l’assassino non è lui, potrebbe aver visto o sentito qualcosa.» Kate approfittò del momento per apprezzare il ritmo con cui DeMarco affrontava il lavoro. Le aveva ceduto delle responsabilità qua e là durante il lavoro come partner, ma non l’aveva mai vista in posizione di leadership. Pareva naturale per lei, e il fatto di gestire improvvisamente da leader il caso non la turbava nemmeno un po’. Lavorava come se ne avesse già gestiti a centinaia. Kate ascoltò il resto della conversazione mentre DeMarco dava ulteriori consigli e poneva domande intelligenti. Dopo un po’ DeMarco fece un breve cenno del capo e disse un rapido «Grazie» prima di riagganciare. «Com’è la polizia qui?» «Piuttosto gradevole. Lo sceriffo è una cinquantenne che adora la città e ha modi davvero materni. Pare che piaccia parecchio ai pochi suoi sottoposti che ho conosciuto.» «Ci sono agenti immobiliari che hanno parlato con la polizia?» «Sì, alcuni. Il tizio con cui stiamo andando a parlare è stato l’unico su cui lo sceriffo Armstrong abbia avuto dubbi. A lui non l’ha fatto capire, però. Voleva che ci parlassi oggi.» «Ha detto perché dubita della sua storia?» «Ha detto che quando ieri mattina hanno ricevuto la telefonata sulla scomparsa della Bateman, alcuni degli altri agenti hanno detto che sembrava troppo interessato ad andare a controllare. Ho esaminato anche i suoi precedenti. Ha un’accusa di abusi domestici risalente a qualche anno fa nel nord dello stato di New York.» «Logico che una persona che conosca a livello professionale le case in vendita sia azzeccata come assassino» disse Kate. «Una persona che sappia dove si troveranno gli agenti e quando saranno soli.» Percorsero vari isolati giù per la via principale di Estes prima che DeMarco svoltasse a sinistra per dirigersi giù per una piccola fila di negozi di souvenir, ristoranti e via dicendo. Alla fine dell’isolato c’era un posto che si chiamava Lakeside Realty. Si fermarono in un parcheggio perimetrato da traversine ferroviarie e sabbia. Kate doveva ammettere che l’organizzazione della città la faceva morire dalla voglia di vedere il lago. Avrebbe decisamente preferito la spiaggia, però immaginava che si trattasse di una sensazione provata di tanto in tanto dalla maggior parte della popolazione di Estes. Entrarono nell’edificio e trovarono un grande atrio e, oltre a un bancone simile a quello di un bar ad attraversare l’intero piano spezzato da belle e piccole porte a battente, una stanza open space. Le accolse gentilmente una donna seduta alla scrivania dell’atrio, che fece del suo meglio per fingere di non masticare una ciambella morsicata prima che entrassero. «Buongiorno, signore» disse. «Posso esservi utile?» «Dobbiamo parlare con Brett Towers, per cortesia» disse DeMarco. «Allora venite sul retro» disse. «Così presto, qui c’è solo lui.» Fecero come da istruzioni, e Kate stette attenta a rimanere dietro a DeMarco per non prendere prepotentemente il comando. E infatti, come indicato dalla donna, c’era un unico agente sul retro. C’erano cinque scrivanie a occupare l’ampio open space, e solo una non era vuota. Un uomo – presumibilmente Brett – sedeva alla sua scrivania, bevendo il caffè e spostando il mouse alla stazione di lavoro. Vide le agenti avvicinarsi e posò rapidamente la tazza. «L’agente DeMarco, esatto?» chiese Brett. «Sì, esatto» disse lei. «Ho parlato con lei al telefono brevemente ieri. Lei è la mia partner, l’agente Wise.» Si strinsero tutti la mano e Brett Towers le invitò ad accomodarsi. «Allora, ditemi cosa posso fare per essere utile. Io e Tamara eravamo molto legati; lavoriamo per questa agenzia da sei anni, dall’inizio. Per mesi siamo stati solo noi due.» «Quindi siete stati voi i primi agenti immobiliari attivi della Lakeside Realty?» chiese DeMarco. «Esatto. Ora, sinceramente Tamara si è cimentata con un concorrente, ma non è durata molto a lungo.» «Ha idea del perché si sia rivolta ad altri?» chiese Kate. «Si trattava della Crest Realty. Le avevano offerto più denaro, ma dopo qualche mese è tornata. Ha detto che l’atmosfera era troppo tesa. Ha detto che si trattava più di fare soldi che di trovare qualcosa di adatto per i clienti.» «Aveva qualcosa di brutto da dire su qualcuno in particolare?» «No. E anche fosse stato così, non avrebbe detto nulla. Tamara era una donna incredibilmente gentile.» «Signor Towers» disse Kate «l’ha sorpresa scoprire dell’assassinio di Tamara Bateman? Ovvero, le vengono in mente problemi che può aver avuto nei giorni o nelle settimane precedenti?» «Assolutamente no. La polizia mi ha fatto la stessa domanda.» Kate capì che Towers non se la cavava benissimo. Si sforzava molto di nascondere un’emozione, faceva del suo meglio per andare avanti. Odiava usare una tattica del genere, ma pensava che se fosse riuscita a far crollare quella facciata l’uomo sarebbe stato più semplice da interpretare. Sperava pure che in una cittadina delle dimensioni di Estes trovare un assassino fosse un pochino più semplice ottenendo dalla gente risposte emotive. Tattica leggermente sciatta, lo sapeva, ma erano più le volte in cui funzionava che il contrario. «Quindi mi pare di aver capito che lei e la signorina Bateman eravate legati, giusto?» chiese Kate. «Sì.» Udì un tremore nella sua voce, segnale che si stava sforzando tantissimo di non scoppiare a piangere. «E perché allora è al lavoro stamattina?» chiese DeMarco. «L’ha trovato lei il corpo, esatto?» «Sì» disse. E poi giunsero le lacrime. Gli si serrò il viso mentre cercava di reprimerle. «Però siamo un’agenzia piccola che sta uscendo da un’estate di successo in una comunità sul lago. Senza di lei c’è una tonnellata di cose che devo sistemare o ci sfuggiranno.» «Signor Towers» disse DeMarco «io non sono una psicologa, ma lei ha visto il corpo prima di chiunque altro. Può essere una cosa traumatica. Può prendersi un po’ di tempo…» «Ho in programma di farlo. Scappo di qui alle dieci per prendermi il resto della giornata. È per questo che sono venuto così presto. Odio mettere il lavoro al primo posto, ma dato che adesso lei non c’è più ci sono molte cose in sospeso da sistemare il prima possibile.» «È in grado di rispondere a qualche domanda difficile?» chiese DeMarco. «Assolutamente sì. La polizia mi ha detto che si è trattato della seconda agente immobiliare uccisa in sei giorni. Se posso aiutare a trovare il responsabile, sì… chiedetemi qualsiasi cosa.» «Cosa sa dirci della casa che stava vendendo?» chiese Kate. «Era una proprietà nota? Ha una qualche storia?» «Non di cui io sia al corrente. È solo una casa qualsiasi.» «Ha conosciuto gli ex residenti?» chiese DeMarco. «Non personalmente, no. La proprietà era di Tamara e solamente sua. Però nemmeno lei probabilmente li ha conosciuti, perché era stata venduta a uno che acquista e vende case per lavoro. Non ricordo il nome.» «Da quanto è sul mercato?» chiese Kate. «È stata messa sul mercato non appena il nuovo proprietario ha terminato di ristrutturarla – quindi da un paio di settimane circa, credo. È una casa meravigliosa – il che è un peccato.» «Un peccato?» chiese DeMarco. «E perché?» «Perché dobbiamo rivelare tutte le informazioni. Se a Estes ci fosse qualcuno che non ha sentito del brutale omicidio, dovremmo dirglielo noi. La cosa rende la casa molto più difficile da vendere. E attualmente ci troviamo in un mercato che vede molte grandi case ferme a raccogliere polvere per mesi.» «Signor Towers, sa se Tamara aveva una relazione romantica? Non era sposata, giusto?» «Giusto. E penso che non uscisse con nessuno. Tendeva a essere un po’ riservata sulla cosa. Però dirò che se stava uscendo con qualcuno, io non lo sapevo.» A Kate dispiacque terribilmente per lui. Stava facendo tutto il possibile per controllarsi, anche se continuavano a scendergli giù per il volto le lacrime. Inoltre dubitava che da lui avrebbero ottenuto informazioni molto utili. Pensava che avrebbero magari potuto utilizzare i registri di Tamara e la sua lista clienti dell’ultimo anno, ma era una richiesta che potevano fare alla donna della reception uscendo. Per quanto riguardava Brett Towers, ne aveva già passate abbastanza. Ma Kate non voleva dire nulla. Voleva che fosse DeMarco a concludere la conversazione, dato che quello era il suo caso e con lui aveva già parlato. Apparentemente la ragazza era sulla stessa lunghezza d’onda di Kate. DeMarco si alzò e Kate la imitò. «Grazie del tempo concessoci, signor Towers» disse. «Forse avremo bisogno di parlare ancora con lei, ma per il momento penso che sia tutto.» Lui annuì e Kate gli vide il sollievo in volto. Quando uscirono, presentarono una richiesta alla receptionist chiedendole di inviare via email tutti i registri pertinenti visite e vendite e la lista completa dei clienti che Tamara Bateman aveva visto nel corso dell’ultimo anno. Quando tornarono fuori, Kate si vide puntare istantaneamente al posto di guida. Si corresse all’ultimo minuto e virò a destra, sul lato del passeggero. DeMarco ridacchiò aprendo la porta del conducente. «Non ti preoccupare, Wise. Puoi guidare e fare domande quando parliamo con la gente. Ti giuro… che non mi pesterai i piedi. Siamo partner, e questo non è più lo show di Kristen DeMarco. E, come ho detto prima, sono contenta di averti con me.» «Buono a sapersi» disse Kate montando in macchina. Era la verità; di tutte le persone presenti al momento nella sua vita, DeMarco sembrava la più facile da compiacere. E di conseguenza la cosa la rendeva ancor più felice del suo lavoro. Aveva provato qualcosa di simile nei confronti dei partner del passato e la cosa aveva messo sotto stress il suo matrimonio e il rapporto con Melissa. Lo teneva sempre presente, per assicurarsi di non varcare di nuovo quel confine. Sapeva di essercisi già avvicinata più volte tornata di servizio, però aveva la sensazione di gestire meglio la cosa adesso. «Ti va di controllare la scena del crimine della prima vittima?» chiese DeMarco. «È come se fossi nella mia testa.» DeMarco fece un sussulto scherzoso. «A volte mi chiedo se sarebbe un posto meraviglioso o spaventoso in cui trovarsi.» «Dipende dalla giornata.» Kate voleva fare una battuta, ma rimase un pochino allarmata di vedere che c’era un bel po’ di verità nella cosa. Le ultime sei settimane passate senza lavoro e con i soli piaceri di una vita semplice a distrarla erano state piene di giornate buone e cattive – giornate in cui era felice di essere libera dal lavoro e giornate in cui le mancava ferocemente. E adesso che lavorava di nuovo si sentiva troppo a suo agio… e non sapeva bene se fosse una cosa buona o meno. CAPITOLO QUATTRO La casa in cui era stata uccisa la prima agente immobiliare era un po’ più grande di quella di Hammermill Street. Era situata su un appezzamento privato ad appena sei miglia dalla casa in cui era stata uccisa Tamara Bateman. Il vicino più prossimo si trovava a un centinaio di metri di distanza, e le case erano separate da un sottile bosco ceduo composto da alberi ed erbacce somiglianti all’ammofila arenaria che spesso cresceva sulle dune di sabbia. Anche quella somigliava a una casa al mare, pur se con alcuni elementi stilistici tipici delle fattorie. Mentre salivano le scale del massiccio portico panoramico, DeMarco porse a Kate un raccoglitore preso dal sedile posteriore della macchina. «Avrai voglia di vedere le foto per cogliere il pieno effetto della situazione. Però… aspetta un secondo. Fidati.» DeMarco aprì la porta (apparentemente le avevano dato la chiave anche di qui) e fece entrare Kate. Il portone principale si apriva su un atrio molto grande – così grande che un piccolo amorino giaceva contro alla parete destra e un tappeto decorativo delle dimensioni della camera da letto di Kate copriva la maggior parte del pavimento. Il tappeto era bianco e tè blu, e quindi faceva risaltare drammaticamente le macchie di sangue rosso scuro. Kate alzò lo sguardo e vide un enorme soffitto aperto. Di fronte a loro vedeva il corridoio che portava al primo piano, bloccato dalla bellissima interazione tra una ringhiera e assicelle di ferro decorative. Una rampa di scale conduceva al primo piano dal fondo dell’atrio, sulla destra. Guardando su per le scale Kate si accorse del bellissimo lampadario dell’atrio. Sembrava fatto di una specie di acciaio decorato con grovigli intricati che dovevano sembrare nodi – quasi come legno. Era l’amalgama perfetto tra una casa al mare e una fattoria. Lungo la base, dove si incassava nel soffitto, sembrava leggermente allentato e sbilenco. «Il lampadario» disse DeMarco. «Carino, eh?» «È meraviglioso.» «Ok, adesso guarda nel raccoglitore.» Kate lo fece, tralasciando gli appunti e i rapporti di polizia per arrivare alle foto della scena del crimine sul fondo. La prima mostrava il lampadario, solo molto meno bello. Anzi, sembrava uscito da un film dell’orrore. C’era un corpo appeso lassù. C’era una corda legata al collo di una donna, però sembrava che la donna si reggesse in effetti dalle braccia agganciate a diversi bracci del lampadario. Nell’immagine Kate non riusciva a vedere l’estremità della corda, che era legata da qualche altra parte. Sembrava andare dietro al lampadario, forse avvolgendosi attorno ai collegamenti che lo assicuravano al soffitto. Il volto della donna era un caos di sangue e nella scomoda posizione in cui si trovava pareva che stesse guardando giù dritto al tappeto su cui sanguinava. Era piccola, e il peso leggero non bastava a staccare il lampadario dal soffitto. «Gesù» disse Kate trasalendo. «Come hanno fatto a portarla lassù?» «Be’, l’agente immobiliare che stai guardando è Bea Faraday. Ha ventotto anni e pesa poco più di cinquantaquattro chili. La polizia pare credere che l’assassino l’abbia trascinata su per le scale fino al primo piano per scagliarla oltre la ringhiera nel tentativo di impiccarla come Tamara, ma che si sia trovato in mezzo il lampadario.» «Tu ci credi?» «Sì. C’è sangue sulla ringhiera a supporto della cosa. Penso che prima abbia legato la corda ma poi, quando si è accorto che era appesa a quel cazzo di lampadario, l’abbia tagliata e abbia lasciato che la vista parlasse da sola. Pare che prima l’abbia aggredita con un’arma non affilata e che poi si sia preso il tempo di portarla su per le scale per scagliarla di sotto.» Si recarono in cima alle scale e Kate trovò il punto in cui apparentemente era stata buttata giù la Faraday. Il lampadario si trovava a meno di due metri dalla ringhiera e le lampadine appena sotto. Non aveva problemi a immaginarsi un uomo forte in grado di lanciare una donnina così piccola tanto lontano. «Com’è stata trovata?» «L’agenzia immobiliare ha mandato una donna delle pulizie per dare una spazzata rapida al posto due ore prima di un appuntamento. La signora l’ha trovata e ha chiamato la polizia.» «Ci hai parlato?» «No. Però l’ha fatto lo sceriffo Armstrong.» Kate annuì, abbassando lo sguardo sul piano terra e il tappeto sporco di sangue. Stava pensando al piumino e alla bottiglia d’acqua che avevano trovato nella casa di Hammermill Street chiedendosi se in quella casa ci fossero nicchie e ripari che potessero fornire facilmente un nascondiglio a un abusivo. «Quanto è vecchia la casa?» «Non ne sono sicura. Però è sul mercato da quasi tutto il mese. I registri mostrano diciotto visite con sei potenziali acquirenti. Solo uno di loro era del posto.» Kate e DeMarco si spostarono per la casa, e i passi echeggiavano per le stanze vuote. Kate pensò che la sensazione fosse inquietante, in realtà – la sensazione di una casa che custodiva i ricordi e le vite di persone che non avrebbe mai conosciuto. Era sempre stata vagamente interessata ai fantasmi e trovava possibilissimo che ogni casa potesse essere infestata dai ricordi e dai movimenti delle famiglie che l’avevano abitata. Esaminarono l’ampio spazio che Kate presumeva fungesse da soggiorno, e poi la cucina. Dato che non c’erano averi di nessun tipo, fu piuttosto semplice determinare che non era stato sottratto nulla. Si recarono di sopra. Kate stava cercando una sorta di accesso facile a una soffitta o persino dei piccoli aggetti. Ma non c’era nulla del genere. La casa non aveva nemmeno una soffitta, il che, per Kate, significava che probabilmente aveva un seminterrato. Nessuno in comunità del genere costruiva più case prive di magazzino. Si recarono di sotto e puntarono alla prima porta lungo il corridoio principale. Conduceva a un seminterrato vuoto e desolato come il resto della casa. Sul fondo c’era una serie di doppie porte che presumibilmente portavano fuori. Kate andò lì, le aprì e si ritrovò infatti a guardare un giardino posteriore meravigliosamente verde. Sbucò, con DeMarco che la seguiva, su un patio della forma di un mezzo ovale. A destra si alzava di poco un muretto di mattoni che conteneva dei fiori. A sinistra c’era un piccolo spazio non edificato tra una serie di scalini di legno che portavano su per il portico posteriore. Presumeva che quello spazio fosse stato pensato per l’installazione di un piccolo capanno per tosaerba, sacchi di pacciame e cose di quel tipo. Su ispirazione, andò allo spazio non ancora terminato. Il terreno sottostante era duro e secco, livellato prima della costruzione della casa. Si inginocchiò ed esaminò la terra, senza sapere che cosa stesse cercando. Quasi se ne andò senza niente, ma appena prima di ritirarsi scorse qualcosa immediatamente alla sua sinistra, in fondo, quasi completamente fuori visuale. Grugnendo un attimo per la fatica di allungarsi all’indietro, vide quelli che sembravano vecchi stracci. Erano raggruppati in qualcosa che sembrava una pila, uno sopra l’altro. Qualche manciata di centimetri sotto ai cenci, vide quelle che sembravano strisciate sul terreno. «C’è qualcosa?» chiese DeMarco. «Forse. Perché non guardi anche tu e non mi dici quello che vedi… solo per essere sicura di non saltare a conclusioni.» Le donne si scambiarono di posto e Kate osservò DeMarco curvare la molto più giovane schiena all’indietro mettendo il corpo quasi a forma di L. Si precipitò allo spazio ancora da edificare e si guardò intorno un attimo prima di dire qualcosa. «Stracci» urlò da laggiù. «Bizzarro abbandonali qui, no? E… sì, qualche strisciata e qualche rientro a terra qui. È secca ma sono piuttosto sicura che di recente ci sia stato posato un certo peso.» DeMarco uscì stirandosi la schiena. «I cenci» disse. «Pensi che qualcuno li abbia usati come cuscino o roba del genere?» «Sì.» «Un altro abusivo? Mi sembra un po’ stiracchiata. Però sì, quei leggeri segni a terra potrebbero essere stati fatti da un ginocchio o da un piede, immagino.» Li osservò ancora una volta e poi aggiunse: «E di recente, pure.» «Sembra un’ipotesi davvero tirata» concordò Kate. «Soprattutto dato che il cumulo di vecchi cenci potrebbe tranquillamente non essere altro che il rimasuglio di pulizie sciatte fatte dagli operai.» «Mi piacerebbe parlare con la signora delle pulizie» disse DeMarco. «Buona idea – è il passo più logico, penso.» «Chiamo l’agenzia immobiliare per vedere se riesco a farmi dare un indirizzo. In caso contrario, sono sicura che ci aiuterà lo sceriffo Armstrong.» DeMarco si voltò per procedere e tornò all’estremità del patio di cemento per guardare il giardino sul retro. Mentre parlava, Kate tornò a esaminare lo spazio non ancora edificato sotto alle scale e la facciata laterale della casa. Cercò di piegarsi come DeMarco, ma quella flessibilità non ce l’aveva proprio più. Si mise in ginocchio e avanzò così, in cerca di qualsiasi altra cosa potessero aver tralasciato. Non trovò nulla di nuovo, ma più guardava la pila di cenci e la leggera irregolarità del terreno, più era sicura che qualcuno negli ultimi giorni fosse venuto a riposare lì. Prese nota mentalmente di raccogliere i cenci per cercare capelli. Mentre usciva di nuovo dal piccolo spazio sottostante alle scale, DeMarco metteva in tasca il telefono. «Avuto l’indirizzo?» «Ancora meglio. È venuto fuori che è stata convocata alla stazione di polizia. Armstrong l’ha chiamata per un interrogatorio aggiuntivo. Le ho appena parlato e ha detto che le sta bene che passiamo per occuparcene noi.» «Ottimo» disse Kate cercando di nascondere la smorfia di dolore che le si aprì in faccia quando ancora una volta si raddrizzò dopo essere sbucata da quel posticino. Mentre seguiva DeMarco che faceva il giro della casa attraverso il giardino sul retro, non poté evitare di sorridere. DeMarco aveva davvero preso il controllo del caso e stava riuscendo a farlo suo persino dopo la convocazione di Kate. Sorridendo, scoprì di essere troppo orgogliosa di DeMarco per sentirsene anche un minimo offesa. *** Quando arrivarono alla stazione di polizia, a solo un quarto di miglio dalle acque ferme del lago Fallows, lo sceriffo Armstrong si trovava nell’atrio anteriore ad accoglierle. Sembrava piuttosto sollevata di vederle, non sorrideva del tutto però era sicuramente contenta. Sembrava avere poco più di cinquant’anni ed era un po’ robusta, ma ben lontana dall’essere sovrappeso. Aveva un viso semplice che risultava probabilmente carino con i capelli raccolti e un po’ di trucco. Ciò che a Kate piacque di più di lei, però, era un luccichio serio negli occhi… lo sguardo di una donna che prendeva il suo lavoro e i suoi compiti molto seriamente. «Sono stata molto felice di sentire che stavate venendo» disse Armstrong. «Là dietro ho la signorina Seibert. Si sta mettendo molto sulla difensiva. Non ho ragione di credere che abbia qualcosa a che fare con gli omicidi, però lei pensa che la vediamo come una sospettata solo perché l’abbiamo richiamata.» «Mi chiedo se non ci siano precedenti criminali nella sua famiglia» disse Kate. Poi sorrise quando Armstrong la guardò confusa. «Scusi» disse Kate. «Agente Kate Wise. Piacere di conoscerla.» «Piacere mio» disse Armstrong. «Per quanto riguarda la sua domanda, sinceramente non lo so.» «Capita spesso» spiegò Kate. «Se ha visto uno o due parenti aver problemi con le autorità, ci sono buonissime possibilità che si metta sulla difensiva a prescindere dal trattamento ricevuto.» «Be’, le ho dato cinque minuti per calmarsi. Le ho detto che sarebbe arrivato qualcun altro a fare domande e non è sembrata felicissima.» «Le spiace se subentriamo noi?» chiese DeMarco. «Assolutamente no. Giù per il corridoio, terza porta a sinistra.» Kate e DeMarco si avviarono. Kate si accorse di essere finita davanti, ma non aveva voglia di correggersi. Quando raggiunsero la stanza indicata da Armstrong bussò brevemente, aspettò due secondi e poi aprì. C’erano solo un tavolo e qualche sedia a occupare la stanza. La donna seduta al tavolo sembrava sul finire dei cinquanta, forse aveva appena passato i sessanta. Era una donna caucasica con capelli ruvidi che qua e là sbucavano in piccole ciocche sfinite. Guardò Kate e DeMarco con sospetto, con gli occhi che saettavano da una all’altra. «Mary Seibert?» chiese DeMarco. Mary annuì e basta. Kate vide subito che Armstrong aveva ragione; la donna sembrava aspettarsi il peggio possibile. «Siamo le agenti DeMarco e Wise dell’FBI. Speravamo di porle qualche domanda sul ritrovamento del corpo di Bea Faraday.» Mary non disse di nuovo nulla. Sedeva un po’ più rigida sulla sedia, ma a parte questo restava per lo più uguale a prima. «Signora Seibert» proseguì DeMarco «lo sceriffo Armstrong ci dice che ha la sensazione di essere una sospettata. Siamo venute a dirle che, per il momento, le cose non stanno affatto così. Siamo interessate a lei perché è stata la prima a vedere la scena del crimine. E anche perché, vista la sua professione, speriamo che di recente possa aver visto o sentito qualcosa di utile per il caso. Niente di più. Ci piacerebbe parlare con lei in modo da cercare di determinare quanto tempo è rimasto lì il corpo prima del suo arrivo e magari se ha visto qualcosa di strano, cose del genere.» Mary cominciò a sciogliersi un po’. Kate si meravigliò della bravura di DeMarco. Non solo era riuscita a placare i timori di Mary, ma aveva anche sottilmente dato a intendere alla donna che il suo contributo fosse importantissimo – cosa vera. «No, c’era solo il corpo» disse Mary. «E tutto quel sangue.» «Conosceva la signorina Faraday?» chiese Kate. «No. Anche se dopo ho visto le sue foto e ho riconosciuto il viso. L’ho vista in giro per la città. È una cittadina bellissima, ma non molto grande.» «Ed era sola, giusto?» chiese DeMarco. «Sì, c’ero solo io.» «Quante altre persone lavorano per l’impresa di pulizie?» «Siamo in cinque. Ma dato che questa casa è stata svuotata della maggior parte dei mobili e non ci mettevano piede da un po’, sono stata l’unica ad andarci. Si trattava solo di passare lo straccio e spolverare. Le finestre non erano ancora strisciate né sporche.» DeMarco sfogliò il dossier che aveva sul tavolo. «E lei è arrivata alle quattordici e quindici, esatto?» «Sì. Quel giorno dovevo andare in un’altra casa. Ma ovviamente non ce l’ho fatta.» «Questa potrebbe essere una domanda inquietante» disse Kate «ma per caso ricorda se il sangue era ancora umido?» «Oh, certo. Era ancora umido. C’era ancora sangue che sgocciolava dal corpo. Per quanto sembri strano… è quello che non mi fa dormire la notte. Non la faccia della poveretta e nemmeno la nauseante scena totale; è il rumore del sangue fresco che si schianta a terra – quello sgocciolio.» «Quindi signora Seibert… chi fa le chiamate che richiedono i suoi servizi alla casa?» «L’agenzia immobiliare.» «E questa casa con quale agenzia era?» chiese DeMarco. «Con la Davis e Hopper Realty.» «Sono suoi clienti da tanto?» chiese Kate. «Forse da due anni. Pagano bene e gli agenti che ci lavorano sono tra le persone più carine che si possano incontrare.» Ci fu un attimo di silenzio nella stanza mentre Kate e DeMarco seguivano il corso dei loro pensieri. Intanto Mary Seibert sembrava piuttosto rilassata – tutt’altra cosa rispetto alla donna che aveva descritto lo sceriffo Armstrong meno di dieci minuti prima. Fu Kate a rompere il silenzio alla fine. Aveva deciso che era impossibile che Mary Seibert avesse ucciso Bea Faraday, l’avesse trascinata su per le scale per poi scagliarne il corpo floscio in un volo di quasi due metri dalla ringhiera del primo piano. Proprio impossibile. «Signora Seibert, era mai stata prima nella casa?» «No, era la prima volta.» «E quando si è trovata lì dentro» disse DeMarco «per caso ha visto altro? Magari indizi della presenza di qualcun altro?» «Come ho detto… tutto ciò che ho visto è stato il corpo. Be’, ho visto il sangue a terra prima, proprio entrando, e poi ho visto il corpo sul lampadario. Sono svanita per qualche secondo, penso. Ricordo di aver trovato difficilissimo respirare e poi, quando sono riuscita a farlo, ho urlato. Sono corsa fuori e ho chiamato la polizia. Loro mi hanno chiesto di aspettare in macchina, quindi ho aspettato.» DeMarco lanciò un’occhiata a Kate. Kate le rivolse un cenno e allo stesso tempo rivolse un breve sorriso a Mary Seibert. DeMarco fu la prima ad andare alla porta, rivolgendo anche lei un sorriso a Mary. «Da quanto fa le pulizie in zona?» chiese Kate. «Otto o nove anni.» «In tutto questo tempo le è mai capitata una cosa anche lontanamente simile a questa?» «Oh, ogni tanto arriviamo a una casa che è stata usata. Di solito si tratta solo di ragazzini che cercano un posto dove fare festa. Ogni tanto troviamo prove di gente che ha dormito per terra. Una mia amica una mattina è entrata in una casa e ha trovato un senzatetto che dormiva nell’armadio di una camera da letto.» «È successo qui a Estes?» chiese DeMarco. «No, da qualche parte vicino a New Castle.» Kate e DeMarco si scambiarono un’occhiata, di quelle che entrambe avevano finito con il conoscere e comprendere durante il tempo passato insieme. Era uno sguardo che diceva: «Interrogatorio finito.» «Grazie mille del tempo che ci ha concesso, signora Seibert. A meno che lo sceriffo Armstrong non abbia bisogno di altro da lei, direi che è libera di andare. Apprezziamo la sua collaborazione.» Mary si alzò, ovviamente pronta ad andarsene. «Ho sentito che ce n’è stato un altro. È esatto?» «Non possiamo ancora darle dettagli chiari» disse DeMarco. Fece per andare alla porta ma poi si fermò, si voltò e aggiunse: «Però le consiglierei di stare lontana dalle case in vendita finché non sente altro.» «Potremmo dare lo stesso consiglio a tutti gli impiegati immobiliari della zona» disse Kate. Mary annuì guardando la tavola come se non sapesse bene cosa pensare. Kate aveva già visto quell’espressione molte volte. Era lo sguardo di una donna che adorava la cittadina che chiamava casa, ma che stava cominciando a comprendere che non era più sicura come un tempo pensava. CAPITOLO CINQUE Kate scoprì molto rapidamente che lo sceriffo Armstrong le piaceva parecchio. Si trattava di una donna preparata che prendeva il proprio lavoro molto seriamente. Quando si accomodò con Kate e DeMarco nella saletta conferenze sul fondo dell’edificio dopo il congedo di Mary Seibert, lo fece col passo di una ragazzina stressata. La donna probabilmente aveva tra i cinquanta e i cinquantacinque anni, ma aveva in volto una certa aria che la faceva sembrare molto più giovane. Era carina in modo semplice, ed esaminava le due agenti con un paio di radiosi occhi verdi. «Sapete» disse tenendo una tazza di caffè con entrambe le mani mentre si appoggiava allo schienale della sedia «vorrei davvero che foste in zona per ragioni diverse. Una di voi è mai stata a Estes o in zona?» Sia Kate che DeMarco risposero negativamente. Kate beveva il caffè offerto da Armstrong ripercorrendo qualche fatto del caso a mente. Intanto studiava attentamente la stanza, presumendo che probabilmente avrebbe funto da centro nevralgico delle operazioni fino alla chiusura del caso. C’era una grande mappa della zona sulla parete di fondo, proprio accanto a una lavagna. Sembrava che la lavagna non venisse usata molto spesso, e la prova più incriminante veniva da una data scarabocchiata e solo parzialmente cancellata sull’angolo in alto a destra risalente a quasi un anno prima. «Be’, sono qui per servire» disse Armstrong. «Esclusi questi due omicidi, ultimamente qui siamo stati piuttosto tranquilli. È un lavoro facilino. Persino quando in estate arrivano i turisti la cittadina rimane per lo più tranquilla. Qualche multa per eccesso di velocità e qualche rissa da bar al sabato sera, tutto qua. Quindi ovviamente questa settimana è stata…» Lì si bloccò, come se non volesse nemmeno cercare di trovare la parola appropriata per terminare la frase. DeMarco guardò Kate sollevando il pollice verso Armstrong. «Lei ha già praticamente tutto ciò che ci può servire – dossier, registri, elenchi vendite, cose così. Ci abbiamo lavorato un po’ insieme, ma non tanto – solo un’oretta ieri.» «Per caso ha la lista clienti di tutte le case in vendita nella zona?» «Sì» disse Armstrong. «È arrivata stamattina dopo che ho fatto un colpo di telefono per richiedere a tutte le agenzie immobiliari della zona di fornirci le liste il prima possibile. La lista è nel mio ufficio, ma posso inviarla anche a lei via email.» «Quanto è lunga?» «Nella città di Estes attualmente ci sono sedici case in vendita e cinque in affitto. Avventurandosi fuori Estes e arrivando al lago, il numero si fa molto più grande. Quarantuno in vendita e diciannove in affitto.» Kate si mise in piedi e andò alla mappa appesa alla parete. La esaminò per qualche secondo e trovò Estes vicino all’angolo destro più alto. «Dov’è qui Hammermill Street?» «Oddio, con quella diventerà cieca.» Si sporse sulla sedia verso la porta e gridò: «Ehi, Jimmy! Portami la mappa topografica di Estes!» Da un altro punto dell’ufficio sorse un ubbidiente «Subito!». Tutto quello scambio di battute fu buffo e, stranamente, un po’ rinfrescante per Kate. Provava sempre un certo calore verso le forze di polizia di una cittadina, ed Estes non faceva eccezione. «Ci avevo pensato anch’io» disse Armstrong. «I vicinati sono piuttosto simili. Anche le case, immagino – solo che una era nuovissima e l’altra non tanto. Agenzie diverse, il che mi fa pensare che le agenzie non costituiscano un collegamento.» «Le scale sono state usate in entrambi gli omicidi» indicò DeMarco. «Mi viene da pensare che l’assassino dovesse conoscerne la posizione prima di entrare in casa, per farcela.» «Pensiamo anche che potrebbe esserci stato un abusivo in entrambe le proprietà» disse Kate. «Non ne siamo ancora sicure al cento per cento, ma ci sono abbastanza elementi da seguire seriamente questa pista.» «Che prove ci sono?» chiese Armstrong. Mentre DeMarco faceva per dirglielo, un giovane agente che Kate presumeva essere Jimmy entrò in ufficio con una grossa mappa in mano. La stava già spiegando per loro, sistemandola sul tavolo. Fu un po’ goffo, e coprì i dossier già presenti. «Grazie, Jimmy» disse Armstrong col tono di una che voleva che uscisse di lì il prima possibile. Jimmy annuì, guardò sia Kate che DeMarco (i suoi occhi indugiarono un pochino di più su DeMarco) e poi uscì. «Ripeto» disse Armstrong accorgendosi di come Kate aveva guardato Jimmy «questa è una cittadina tranquilla. Non abbiamo necessariamente bisogno dei più duri del mondo.» Le tre donne se la risero sotto i baffi alzandosi e posizionandosi attorno alla mappa di Estes. Le strade erano disposte perfettamente, gli intrecci di linee risultavano stranamente pacifici nella mente di Kate. «Questa è la Hammermill» disse Armstrong indicando con un pennarello. Piazzò una X sulla strada e disse «il sito dell’omicidio più recente. E qui» disse scrutando la mappa e poi piazzando un’altra X «c’è il sito del primo omicidio. Leander Drive, a circa sei miglia di distanza.» Kate guardò le due X, sapendo che era troppo presto per riconoscere uno schema. Certo, sperava che sarebbero riuscite a trovare l’assassino prima che cominciasse a emergere uno schema. «Mi farebbe piacere…» cominciò Kate, ma venne interrotta dal telefono. Lo controllò, vide che era Allen e quasi lo ignorò. Ma date le ripercussioni del lavoro sulla loro relazione, quella era l’ultima cosa da fare. Doveva dimostrargli che lui era una priorità nella sua vita… persino quando chiamava all’improvviso interrompendo riunioni importanti. Un po’ riluttante, estrasse il telefono e guardò DeMarco e Armstrong. «Vi spiace scusarmi un attimo?» Uscì in corridoio e distanziò di qualche passo la porta della sala conferenze prima di rispondere. Quando finalmente rispose, fece del suo meglio per non sembrare irritata. «Ehi.» «Ehi» disse Allen. «Pensavo di dirti che sono arrivato. Ho visto uno dei tizi dell’azienda che sono venuto a incontrare e lui ha i prossimi tre giorni tutti programmati. Comunque… sulla base dell’unica conversazione che abbiamo fatto, dice di avere una buona sensazione.» «Ottimo.» Ma persino lei sentiva la distanza nella sua voce. E se la sentiva lei, sapeva che la sentiva anche lui. «Scusa… sei occupata, vero?» «Sì. Due omicidi, zero piste.» Il sospiro in arrivo dall’altro capo poteva pure tradursi con una parolaccia nei confronti di Kate. «Mi spiace di averti disturbata.» «Che tono malevolo.» «Non era mia intenzione.» «Come sta andando la riunione?» chiese Kate per sembrare supportiva e non dare l’idea di non avere tempo da passare al telefono. «Bene. Sono solo nervoso. Finora le cose sono andate bene ma… la sai una cosa? Aspettiamo. Tu sei occupata e…» «Lo sono. Ma non c’è problema.» «È solo che se la riunione va bene potrei andare in pensione con un gran bel bonus. Lo sai, no?» «Sì. E voglio solo il meglio per te e spero che tu lo capisca. Ma anch’io ho da fare.» «Sì, ci sono abituato e… la sai una cosa? Non vale la pena litigare. Sentiamoci una volta tornati a casa. Va bene? Tu vivi la tua vita, io la mia, e teniamole il più separate possibile.» «Allen, stai…» «Devo andare.» E con ciò la telefonata era finita. Kate fissò il telefono un attimo, cercando di ricordare se era mai capitato prima che Allen le riappendesse in faccia. La rabbia che le si accese dentro fu solo momentanea, sovrastata dal senso di colpa per aver ancora una volta scelto il lavoro al posto suo. Mise in tasca il telefono e tornò in sala conferenze. Armstrong e DeMarco erano ancora sulla mappa e Armstrong faceva passare un dito lungo un certo percorso. «Scusatemi» disse Kate. «Nessun problema» disse Armstrong. «Cosa stava dicendo prima di uscire?» Kate dovette riavvolgere il nastro mentale per riprendere il corso dei pensieri. Quando lo ritrovò, le emozioni riguardanti Allen scivolarono via rapidamente, soffocate dall’entusiasmo dovuto al tentativo di risolvere quel puzzle che costituiva il caso. «Volevo dire che mi farebbe piacere avere la lista di proprietà disponibili situate tra le due case in cui sono avvenuti gli omicidi. Se la teoria dell’abusivo ha senso, direi che ci sono buone probabilità che si stia studiando quella zona in particolare.» Armstrong annuì, apparentemente contenta dell’idea. «Ottimo inizio… ma perché quella zona? Perché l’assassino – o persino un semplice abusivo – dovrebbe essere interessato a quella zona?» «Non ne ho idea» disse Kate. «Quindi immagino che si tratti di una delle cose che dobbiamo capire.» CAPITOLO SEI Alle tre ci volle una ventina di minuti per individuare le proprietà dalla lunga lista che le tre agenzie immobiliari del posto avevano consegnato al dipartimento. Altri dieci minuti e Armstrong ne aveva segnata ciascuna sulla mappa. Nella zona contenuta tra le due case ce n’erano undici in vendita e due in affitto. Mentre Kate e DeMarco si preparavano a uscire per indagare su ciascuna di esse, Armstrong formò una piccola forza alla stazione. Lei avrebbe guidato quel gruppo nella ricerca dell’età di ogni proprietà e del relativo lasso di tempo di permanenza sul mercato. Inviò anche altri due agenti fuori per snellire la perlustrazione delle proprietà. L’orologio si era lentamente avvicinato a mezzogiorno quando Kate e DeMarco arrivarono alla prima casa della lista. Era situata a un miglio e mezzo dalla nuovissima costruzione in cui era stata uccisa Bea Faraday. Quella casa non era di nuova costruzione e nella lista dell’agenzia immobiliare veniva detto che era stata costruita nel 1995. Situata in un rione più vecchio, non era neanche lontanamente costosa come le due scene del crimine. Come le altre, però, era pensata per il lago o la spiaggia, con molto legname, dollari della sabbia e arredi color tè blu. 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