Regno Diviso
Jack Mars


“Uno dei migliori thriller che abbia letto quest’anno. La trama è intelligente, e aggancia dal primo momento. L’autore ha fatto un lavoro superbo nel creare una serie di personaggi pienamente sviluppati e davvero interessanti. Non vedo l’ora di leggere il seguito.”--Books and Movie Reviews, Roberto Mattos (su A ogni costo) REGNO DIVISO è il libro numero 7 della serie bestseller di Luke Stone di USA Today, che inizia con A OGNI COSTO (libro 1), titolo scaricabile gratuitamente con più di cinquecento recensioni a cinque stelle!Nell’Africa settentrionale, viene attaccato un jet passeggeri da terroristi armati di RPG, e la conseguenza sarà un’enorme perdita in termini di vite umane. Eppure i rapporti di intelligence statunitensi affermano che si sia trattato di un mero diversivo, preludio di un peggiore attentato terroristico. Una nave cargo viene dirottata fuori dalla costa africana, e dei terroristi rimangono perplessi di trovare nella sua vasta stiva un’unica cassa misteriosa. Contiene un’arma che non comprendono – arma di vitale interesse per Al Qaida. Si tratta di un’arma, veniamo a sapere, che infliggerà danni catastrofici agli Stati Uniti, se non verrà fermata in tempo.L’arma scompare nel cuore dell’Africa, e quando tutte le speranze di recuperarla paiono perdute, viene convocato Luke Stone. Costretti ad attraversare deserti e inoltrarsi in giungle, Luke e la sua squadra si imbarcano in una folle corsa attraverso l’Africa in missione suicida: distruggere l’arma prima che sia troppo tardi. Thriller politico con azione ad alto tasso di adrenalina, ambientazioni internazionali drammatiche e suspense al cardiopalma, REGNO DIVISO è il libro numero 7 della serie bestseller acclamata dalla critica di Luke Stone, un’esplosiva nuova serie che vi terrà svegli di notte fino all’ultima pagina.“La narrativa thriller al suo meglio. I fan del genere che apprezzano l’esecuzione precisa di un thriller internazionale, pur cercando profondità psicologica e credibilità in un protagonista che affronta sfide contemporaneamente sul piano professionale e personale, troveranno qui una storia avvincente difficile da abbandonare.”--Midwest Book Review, Diane Donovan (a proposito di A ogni costo)Il libro 8 della serie di Luke Stone sarà presto disponibile.







r e G N O D I V I S O



(UN THRILLER DI LUKE STONE — LIBRO 7)



J A C K M A R S


Jack Mars



Jack Mars è un avido lettore, nonché un appassionato da tutta la vita del genere thriller. A OGNI COSTO è il suo primo libro. Visita il suo sito internet www.Jackmarsauthor.com per entrare a far parte della mailing list, ricevere un libro in omaggio e altri regali, e connettiti su Facebook e Twitter per non perdere le prossime uscite!



Copyright © 2018 di Jack Mars. Tutti i diritti riservati. Salvo per quanto permesso dalla legge degli Stati Uniti U.S. Copyright Act del 1976, è vietato riprodurre, distribuire, diffondere e archiviare in qualsiasi database o sistema di reperimento dati questa pubblicazione in alcuna forma o con qualsiasi mezzo, senza il permesso dell’autore. Questo e-book è disponibile solo per fruizione personale. Questo e-book non può essere rivenduto né donato ad altri. Se vuole condividerlo con altre persone, è pregato di acquistarne un’ulteriore copia per ogni beneficiario. Se sta leggendo questo libro senza aver provveduto all’acquisto, o se l’acquisto non è stato effettuato unicamente per il suo uso personale, è pregato di restituirlo e acquistare la sua copia. La ringraziamo del rispetto che dimostra nei confronti del duro lavoro dell’autore. Questa storia è opera di finzione. Nomi, personaggi, aziende, organizzazioni, luoghi, eventi e incidenti sono frutto dell’immaginazione dell’autore o sono utilizzati in modo romanzesco. Ogni riferimento a persone reali, in vita o meno, è una coincidenza. Immagine di copertina Copyright evantravels, utilizzata con il permesso di Shutterstock.com.


I LIBRI DI JACK MARS



SERIE THRILLER DI LUKE STONE

A OGNI COSTO (Libro 1)

IL GIURAMENTO (Libro 2)

SALA OPERATIVA (Libro 3)

CONTRO OGNI NEMICO (Libro 4)

OPERAZIONE PRESIDENTE (Libro 5)

IL NOSTRO SACRO ONORE (Libro 6)

REGNO DIVISO (Libro 7)



SERIE PREQUEL CREAZIONE DI LUKE STONE

OBIETTIVO PRIMARIO (Libro 1)

COMANDO PRIMARIO (Libro 2)



SERIE DI SPIONAGGIO DI AGENTE ZERO

AGENTE ZERO (Libro 1)

OBIETTIVO ZERO (Libro 2)

LA CACCIA DI ZERO (Libro 3)









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INDICE



CAPITOLO UNO (#u41e088b2-23c1-565a-ab3e-b0168a856b1d)

CAPITOLO DUE (#ubba58cdd-fa17-5c1a-ac5d-aedfc8746598)

CAPITOLO TRE (#u57b5d809-3216-5787-ac80-9f93e9afa101)

CAPITOLO QUATTRO (#u79aecb04-552a-5f36-92d2-8ce1fee17e4d)

CAPITOLO CINQUE (#udfc8be31-0426-5d25-9f47-9db340559351)

CAPITOLO SEI (#u09bbfad5-2707-5aa2-8e2c-481a79e1a32f)

CAPITOLO SETTE (#uacc2148e-1cfa-5894-b1cd-74eeb48623ae)

CAPITOLO OTTO (#u55bb3d23-6ac5-565d-802a-f3f26335fe70)

CAPITOLO NOVE (#u5636acfa-a6c3-5e5b-8131-e2a1ba40fa79)

CAPITOLO DIECI (#u9be10ea1-1a1c-51e3-89ef-d730e5c051f6)

CAPITOLO UNDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO DODICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TREDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUATTORDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUINDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO SEDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO DICIASSETTE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO DICIOTTO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO DICIANNOVE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTUNO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTIDUE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTITRÉ (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTIQUATTRO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTICINQUE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTISEI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTISETTE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTOTTO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTINOVE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTA (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTUNO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTADUE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTATRÉ (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTAQUATTRO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTACINQUE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTASEI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTASETTE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTOTTO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTANOVE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUARANTA (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUARANTUNO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUARANTADUE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUARANTATRÉ (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUARANTAQUATTRO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUARANTACINQUE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUARANTASEI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUARANTASETTE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUARANTOTTO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUARANTANOVE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO CINQUANTA (#litres_trial_promo)

CAPITOLO CINQUANTUNO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO CINQUANTADUE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO CINQUANTATRÉ (#litres_trial_promo)

CAPITOLO CINQUANTAQUATTRO (#litres_trial_promo)


“… un regno diviso contro se stesso va in rovina.”



Matteo 12:25




CAPITOLO UNO


28 gennaio

11:05 ora del Sinai (4:05 ora della costa orientale)

Vicino all’aeroporto internazionale di Sharm el-Sheikh

Penisola del Sinai

Egitto



“Arriva,” disse il giovane osservatore con una punta di preoccupazione nella voce. “Arriva l’aereo.”

Qualche metro più in là, Hashan al Malik sedeva a gambe incrociate sul terreno accidentato fumando quel che restava di una sigaretta turca. Le dita lunghe erano magre e scure, con lo sporco tanto profondamente incorporato che forse non sarebbero mai venute pulite. Aveva un viso di cuoio. La barba folta era bianca, con ancora qualche striscia di nero, ma gli occhi erano acuti e vivi. Aveva uno sguardo penetrante. Era vivo da molto tempo, e non per caso.

Nel mondo dei combattenti itineranti di Allah – i martiri, i mujaheddin – era spesso noto come Alshaykh, la parola araba usata per dire “il vecchio”. Oggi sentiva ogni minuto che aveva vissuto. Sicuramente era troppo vecchio per tutto questo. Aveva le mani fredde – quasi come ghiaccio – e il corpo non se la passava tanto meglio. Lassù si gelava.

Alzò lo sguardo sull’osservatore, un beduino dalla pelle scura con un turbante celeste che aveva trascorso tutta la sua breve vita attraversando quelle montagne aride e brulle. Il ragazzo indossava sandali sui piedi nudi. Aveva guance morbide e pulite – non avrebbe potuto farsi crescere la barba neanche sotto ordine di Allah. Se ne stava in piedi a guardare lontano, con il binocolo ad alto potenziale puntato a nordovest.

“Lo vedi cosa c’è scritto?” disse Hashan.

Esitò. “Un attimo… tra un attimo… sì.”

Hashan adesso udiva l’aereo, il rumore dei motori lottava per essere udito sopra al ruggito del vento. Si illuse di riuscir quasi a sentire il rumore del carrello di atterraggio che si muoveva.

“Cosa dice?”

“Dice TUI?” disse il ragazzo, quasi ponendo una domanda. Poi, con maggiore sicurezza: “Sicuro. TUI.”

Hashan consultò l’orologio che aveva sul polso secco. Non male, quell’orologio. Nero e pesante, dal cinturino spesso, il grosso quadrante al riparo dietro a vetro temprato. Era resistente agli urti, all’acqua, a freddo e caldo estremi e accuratissimo alle alte altitudini. Se l’avesse venduto, i ricavi avrebbero sfamato un’intera famiglia di contadini per un anno – ma l’orologio era più importante dei contadini. La famiglia poteva morire di fame, ma un uomo come Hashan aveva bisogno di sapere che ore fossero.

E l’orario, guarda caso, era esatto. L’aereo era in ritardo di venti minuti.

“Ci siamo,” disse Hashan. “È lui.”

Diede un ultimo tiro alla sigaretta e poi la gettò con il pollice e l’indice. Si alzò e si levò di dosso la pesante coperta di lana ruvida. Si concesse qualche secondo per ammirare le protuberanze delle colline che li circondavano e le innevate montagne più alte appena a ovest. Due secondi, forse tre – non c’era molto tempo. Riusciva già a vedere il puntino nero spostarsi nel cielo, crescere di dimensione, venire da loro.

Sollevò da terra il lanciarazzi marrone e verde. Era un aggeggio bellissimo – uno Strela-2, sistema missilistico terra-aria di fabbricazione russa recuperato dalle scorte personali del recentemente deceduto lacchè dell’Occidente, Mu’ammar Gheddafi.

Hashan passò rapidamente in rassegna le preparazioni precedenti l’attacco. Lo Strela poteva essere ricaricato, ma non sul campo. Avrebbe avuto un colpo solo, quindi meglio essere pronto. Rimosse le coperture e allungò i mirini, poi si posizionò il tubo sulla spalla. Attivò l’alimentazione dei componenti elettronici del missile e attese qualche secondo che si stabilizzasse.

Il lanciarazzi gli pesava molto sulle ossa – lo aveva fatto portare lì dal ragazzo.

I suoi sessantadue anni gli pesavano addosso più del razzo stesso. Aveva combattuto molte guerre in molti luoghi, ed era stanco. Essere stato mandato lì gli pareva più una punizione che un onore. Ieri aveva percorso a piedi quelle montagne impervie con il giovane del posto come guida, e avevano trascorso la notte senza cibo e senza fuoco, e si erano tenuti vicini sul terreno gelato in cerca di calore.

Il viaggio era stato difficile, ma Hashan aveva già avuto freddo e fame in passato, molte volte. Abbattere aerei di linea con vecchi missili da spalla sovietici era ancor più difficile. Si doveva essere degli esperti, e Hashan lo era, ma comunque…

Comunque…

Scosse la testa. Vecchio sciocco. Era Allah ad aguzzargli la vista. A tenergli ferme le mani. A guidare il missile al suo obiettivo.

Hashan era troppo stanco persino per pregare. Gli passò per la mente un’immagine – Allah immerso in una luce brillante che lo convocava in Paradiso. Sospirò. Avrebbe dovuto. Il Perfettissimo conosceva tutto, incluse le intenzioni del suo servo più inadeguato.

“Dammi la forza,” mormorò sottovoce Hashan.

Posizionò l’occhio destro dietro ai mirini di ferro, immobilizzò il tubo con la mano sinistra e tirò per metà il grilletto con la destra. Lo fece quasi automaticamente, come se il lanciarazzi agisse da solo. Hashan ora vedeva l’aereo abbastanza chiaramente – una specie di grossa barca, come un grasso bombo che si spostava lentamente da sinistra a destra, scendendo per atterrare all’aeroporto venti miglia a sud da lì. Il sole invernale luccicava sul vetro della cabina di pilotaggio a mano a mano che si avvicinava.

Non aveva importanza quello che vedeva Hashan. Avrebbe deciso il missile se la visuale era libera. D’un tratto, apparve una luce nei mirini di ferro e partì una bassa sirena. Il missile aveva acquisito un segnale a infrarossi dall’aereo. Hashan puntò il lanciatore davanti all’aereo, guidandolo di poco. Si piantò sui piedi e premette completamente il grilletto.

Il missile uscì dal tubo con un WHOOOSH, e la forza che ci mise fece oscillare la sottile figura di Hashan. Lo osservò andare, le pinne anteriori e posteriori saltarono fuori immediatamente. Parve volar via al rallentatore, e quasi immaginò di vederlo ruotare.

“Dio è grande,” disse il ragazzo accanto a lui.

Hashan annuì. “Sì.”

Questo era vero, che il missile trovasse o meno l’obiettivo.



* * *



Il deputato del Texas Jack Butterfield poltriva sul sedile vicino al finestrino della prima classe bevendo una vodka tonic, osservando le montagne scorrere sotto di lui e ascoltando il canuto miliardario inglese Marshall Dennis blaterare accanto a lui di alcune disavventure edonistiche vissute a Ibiza da giovane, il tutto simultaneamente.

“È uno spasso, Marsh,” disse Jack, e non scherzava. L’intero viaggio era stato uno spasso, finora. Quello era l’aereo del partito. Avevano cominciato tutti a bere in una sala VIP dell’aeroporto prima di partire da Gatwick. Erano andati a zonzo a piacere per la cabina per tutta la durata del volo, come se fossero a un cocktail party volante.

E la giovane hostess rossa di capelli gli aveva appena servito un altro drink, anche se stavano atterrando. La seguì con gli occhi risalire il corridoio per fermarsi alla fila del console generale egiziano. Mamma mia, quanto gli sarebbe piaciuto vivere qualche disavventura con quella hostess.

Doveva pensare a una ragione per richiamarla da lui.

“Se a te sta bene,” disse Jack, “probabilmente questa storia non la racconterei all’inaugurazione.”

“Oh, dubito che anche solo una persona ne rimarrebbe sorpresa,” disse Marsh Dennis. “Sono un tipo sportivo da sempre.”

“Lo so. Credimi quando dico che seguo le tue…”

E allora l’aereo si inclinò bruscamente e sbandò violentemente a sinistra. Dall’altoparlante del velivolo giunse una voce. Jack riconobbe la lenta parlata strascicata dell’Oklahoma del pilota, un vecchio veterano della marina statunitense che Jack aveva brevemente incontrato salendo a bordo. Ma adesso la voce era diversa. L’uomo parlava rapido e forte.

“Assistenti di volo! Prepararsi per atterraggio di emergenza.”

Qualcuno due file dietro trasalì.

La carina assistente di volo dai capelli rossi era caduta in grembo al console generale. L’aereo sbandava tanto che si ritrovava quasi sottosopra, a gambe all’aria. Non riusciva a rimettersi in piedi.

Jack Butterfield si voltò verso Marsh Dennis. Tutto parve rallentare e assumere un velo surreale. Gli occhi iniettati di sangue di Marsh erano sgranati, quasi rotondi dalla paura improvvisa. Per la prima volta, Jack si accorse delle profonde rughe che aveva in faccia – lunghi e stretti canyon che gli mareggiavano giù per le guance.

Jack abbassò lo sguardo sulla propria mano, che teneva la vodka in una tazza di plastica da aeroplano. Non ne aveva versata una goccia, nonostante il trambusto. Provò un momento di assurdo orgoglio alla cosa – beveva da molto. Diavolo, era uno del Texas, lui.

“Virare a destra!” gridò qualcuno alle casse. “Tutto a destra, ho detto. Oddio, ci sta seguendo!”

Jack si guardò intorno in cerca della cintura. La trovò, la agganciò e la strinse forte.

Trascorse un attimo.

“Prepararsi all’impatto,” disse qualcuno.

Impatto?

Accanto a lui, Marsh Dennis mise le mani rovinate sulla cima del sedile davanti.

Da qualche parte dietro di loro, lontano nella cabina principale, giunse un rumore. Il deputato Jack non lo capì. Era così forte da andare oltre la sua comprensione. Era come un tuono moltiplicato per mille. Un istante dopo, la traiettoria di volo cambiò drasticamente. L’aereo stava precipitando – una caduta nauseante. Giunse il fischio della corsa… non c’era nulla di paragonabile.

Le cose adesso presero il volo, risucchiate all’indietro. La bella rossa fu una di queste. Il carrello dei drink che portava fu un’altra. E dopo, partì un’altra persona – un grassone in giacca e cravatta.

“Posizione di schianto!” gridò una voce tonante.

Jack urlò, ma senza riuscire a sentirsi. Lasciò cadere il drink e si schiacciò le mani sulle orecchie.

La cabina dell’aereo era come uno stretto tunnel davanti a lui. Quando si capovolse, chiuse forte gli occhi. Nel mezzo del terrore che provava, non gli venne in mente nessun pensiero, solo una fioca consapevolezza che, qualunque cosa fosse seguita, lui non voleva vedere.



* * *



“Arriva,” disse Liz Jones.

Se ne stava in piedi con la sua squadra avanzata dell’accoglienza all’area ricevimento internazionale passeggeri VIP del terminal 1 dell’aeroporto di Sharm el-Sheikh. Tutta la squadra era vestita con le uniformi nero e oro della Dennis Hotels Worldwide. Lei portava un tailleur marrone chiaro.

Lì i finestroni erano alti quattro piani, e offrivano un panorama imponente delle montagne circostanti e del deserto che si avvicinava all’aeroporto.

Sentì un briciolo di nervosismo correrle giù per la schiena – quella era una faccenda seria. Stava arrivando un carico passeggeri di pezzi grossi, incluso Sir Marshall Dennis in persona, e per la maggior parte adesso sarebbero stati belli ubriachi. Ma Liz poteva farcela. Lo sapeva bene. Aveva corso con i grandi di tutto il mondo, per anni e anni.

“Datevi una mossa,” disse.

D’un tratto un giovane del gruppo, un irlandese, trasalì. Poi una giovane urlò. Adesso sempre più persone nella lounge urlavano.

Liz guardò fuori dalla finestra, col bel viso di mezza età intorpidito, il cervello congelato dallo shock. Per un lungo momento non capì quello che stava succedendo là fuori. Non aveva senso. Quei dati poco familiari non tornavano.

D’altra parte, in un punto profondo della sua mente, sapeva di aver immagazzinato un video di quello che stava accadendo in quel momento. Se lo avesse rivisto, sapeva che cosa sarebbe stato – l’aereo in avvicinamento sopra alle montagne, poi un bagliore di luce sulla fiancata destra del velivolo circa a metà, appena dietro all’ala. Lo aveva visto succedere in tempo reale, ma era stata incapace di processare la cosa. Si stava preparando psicologicamente allo sbarco, e non si era accorta di quello che stava guardando.

L’aereo si era spezzato a mezz’aria. All’inizio ce n’erano due pezzi, poi tre, poi quattro. La parte posteriore della fusoliera era partita roteando come un boomerang. La sezione anteriore era schizzata in basso in avanti. Si era capovolta, velocissima, schiantandosi contro alla collina pedemontana e mandando in volo migliaia di frammenti. Le ali si erano disintegrate sbattendo a terra.

Liz continuò a fissare. Adesso non c’erano che incendi su tutta la collina. Tutt’intorno a lei, la squadra rimaneva ammutolita, delle statue in nero e oro della Dennis. Dietro a loro, nel terminal, la gente ancora urlava, e adesso correva.

Molti erano crollati al suolo.

“Era davvero l’aereo?” disse Liz a nessuno in particolare.




CAPITOLO DUE


4:35 ora della costa orientale

Residenza della Casa Bianca

Washington DC



Suonava il telefono.

Faceva un rumore strano, non tanto uno squillo quanto un ronzio. Però era forte. In più, ogni squillo accendeva l’oscurità del mattino di azzurro, come le luci delle macchine della polizia. Luke Stone quel telefono lo odiava.

Se ne stava tra la veglia e il sonno. Gli passavano delle immagini per la testa. Gli ultimi anni: un’esplosione alla vecchia Casa Bianca, l’imponente colonnato che andava in pezzi, con dei frammenti che volavano in aria; una battaglia a suon di pistole e razzi nell’ampio stadio aperto della Corea del Nord; gli occhi feroci di Ed Newsam e una nave portacontainer inghiottita dalle fiamme alle sue spalle; Mark Swann, scheletrico e barbuto con una tuta arancione, gli occhi vacui, incatenato a un gruppo di altri prigionieri dell’ISIS; gli occhi sofferenti e rabbiosi di Becca, il suo volto magro, la pelle come carta… i grandi occhi preoccupati di Gunner, che lo fissavano perché Luke facesse…

Luke aprì gli occhi. Accanto a lui, sul comodino, nel buio della camera da letto presidenziale, il telefono infernale continuava a suonare. Un orologio digitale si trovava accanto al telefono. Guardò i numeri rossi.

4:35. Come sbatté le palpebre, cambiarono. 4:36.

“Gesù,” sussurrò. Aveva dormito tre ore.

Una voce femminile impastata dal sonno: “Non rispondere.”

Una ciocca dei capelli biondi di lei faceva capolino dalle coperte. Le pesanti tende erano chiuse, e se non fosse stato per il telefono sarebbe stato completamente buio nella stanza, proprio come piaceva a Luke. Ma il telefono continuava a gettare quell’assurda luce azzurra per la camera.

“Pare di stare in discoteca.”

Raccolse il telefono. Misericordiosamente, la cruda luce azzurra morì.

“È per te,” disse porgendole il ricevitore.

Serpeggiò fuori una mano sottile, che prese il ricevitore e se lo portò sotto alle coperte. Se lo tenne a lato della faccia mezza coperta, gli occhi ancora sigillati.

“Susan Hopkins,” disse con voce seria, come se fosse sveglia da un’ora, avesse già fatto colazione e fosse stata interrotta mentre esaminava dei documenti importanti – la presidente degli Stati Uniti non dormiva mai.

Gli venne in mente un pensiero: Quante volte?

Quante volte lui o lei erano stati svegliati a notte fonda perché era accaduta una cosa orribile, o stava accadendo in quel momento, o stava per accadere? Quanti momenti di intimità, di normalità, di vita semplice – cosa che molti davano per scontata – erano stati bloccati o persino distrutti da telefonate come quella?

Mezzo addormentato, si concesse di immaginare un altro mondo, un mondo in cui loro due non facevano quei lavori. Il telefono non suonava a notte fonda con notizie terribili. Lei andava in tv, in una qualche misura. Lui faceva il professore al college. Una vita impegnativa, ma le cose potevano essere organizzate, si potevano fare progetti, e non dovevano nascondere la loro relazione.

Quella parte lo preoccupava ancora, forse più che mai. Il mondo pareva aver dato loro un lasciapassare per le ultime settimane. Forse era stata l’influenza delle vacanze – la gente aveva la propria vita e la propria famiglia a cui pensare. Le figlie di Susan erano venute dalla West Coast. Lui e Gunner avevano trascorso molto tempo lì alla residenza per qualche giorno. All’inizio era stato imbarazzante – Gunner era di poco più piccolo di Michaela e Lauren, e non era abituato ad avere a che fare con quelle mosche bianche dei figli di alcune delle persone più ricche della Terra. Comunque si erano tutti acclimatati un pochino, e avevano festeggiato uno strambo Natale da famiglia allargata. La vigilia era anche nevicato.

E in qualche modo era rimasto tutto fuori dalla portata dei media. Quando Luke aveva riportato Gunner alla casa dei nonni, non c’erano furgoni dei notiziari parcheggiati fuori. Nessun giornalista lo aveva chiamato nel suo ufficio chiedendogli con insistenza del suo ruolo di consulente stretto della presidente. Sul fronte media tutto tranquillo – troppo tranquillo. Ogni volta che chiedeva a Susan come faceva a non essere ancora giunta la notizia ai media, lei sorrideva misteriosamente e diceva:

“Non ti preoccupare. Abbiamo i nostri metodi.”

Ma lui si preoccupava. La situazione lo attanagliava. Più che altro lo preoccupava Gunner. Il ragazzo stava crescendo, e Luke voleva che avesse una vita pressoché normale. Dio sapeva se se la meritava dopo tutto quello che aveva passato. Stava ancora con i genitori di Becca, e andava bene così – almeno ultimamente si erano fatti più cordiali del solito. Non erano che degli arrivisti, e il loro ex genero adesso frequentava di nascosto la presidente.

A dire il vero, Luke avrebbe voluto solo che Gunner tornasse a vivere con lui. Però era ancora una spia, e adesso gestiva un’agenzia tutta sua. Vile da ammettere, ma adesso il tempo di crescere un figlio non ce l’aveva. Se fosse venuto a stare da lui, Gunner avrebbe trascorso un sacco di tempo da solo. Per adesso, Luke faceva di tutto per essere presente nella sua vita.

Scosse la testa, scacciandone i pensieri vaganti. Sotto le coperte, Susan ascoltava con attenzione. Per un attimo, Luke non abbandonò la speranza che magari la telefonata non fosse così male. Cavolo, potevano anche essere buone notizie – così buone da non poter aspettare la mattina. Cosa poteva essere?

“Oddio,” disse Susan, e il tono infranse qualsiasi speranza di lui. Susan fece un respiro profondo. “Ok. Senti. Fino a un minuto fa dormivo. Dammi mezz’oretta per farmi una doccia e mangiare un boccone. Nel frattempo, comincia a riunire i soliti sospetti.”

Susan fece una pausa mentre la persona all’altro capo parlava.

“Ok. Grazie.” La mano serpeggiò di nuovo fuori e passò il ricevitore a Stone. Luke lo rimise sulla base.

“Male?” disse.

“Sì.”

Non aveva ancora compiuto nessun tentativo di riemergere da sotto le coperte. Gli occhi di Luke si erano già adattati al buio e lei sembrava una bambina piccola là sotto – una bambina che non aveva voglia di alzarsi per andare a scuola.

“Schianto aereo nella penisola del Sinai,” gli disse. “Un vero disastro. A bordo c’era Jack Butterfield. E Sir Marshall Dennis e un’altra sessantina di persone di vari gradi di importanza. Non abbiamo ancora la lista passeggeri completa.”

Scostò le coperte. Aveva la testa appoggiata a un gomito, gli occhi ora aperti che lo fissavano. Erano occhi azzurri, incorniciati da folte ciglia. Le stavano crescendo i capelli. Era ormai scomparso il conservatore (e celebre) Caschetto alla Hopkins, o Elmo alla Hopkins, a seconda che si nutrissero simpatie o antipatie per la presidente.

Forse si stava facendo un po’ audace per la Washington ufficiale, forse abbracciava il suo lato femminile più di quanto avrebbe dovuto.

“Sopravvissuti?” disse Luke.

Scosse la testa. “No.”

Poi sospirò.

“Conosco Jack Butterfield l’Ascia da quindici anni. Era un cretino e un ubriacone e un bravo vecchio – non la mia combinazione preferita. Però era un uomo per bene, molto sveglio e molto vicino alle agenzie di intelligence e al Pentagono.”

“Lo so chi era.”

Scosse lentamente la testa. “Conosco Marshall Dennis da quando ero una ragazzina. Anche lui era un cretino e un ubriacone, e trascorreva troppo tempo a paleggiare le ragazzine, però…” Fece una pausa.

“Eh, lascia stare. Marsh Dennis non mancherà a nessuno. Le sue ex mogli probabilmente adesso sono al telefono con gli avvocati per chiedere di indagare sul testamento.” Fece un cenno al telefono. “Era Kurt Kimball.”

Luke annuì. “Ovviamente.”

D’un tratto, Susan scivolò fuori dal letto. Nella luce fioca, la osservò attraversare nuda con passo felpato la stanza. Un’ultima fuggevole immagine di una vita diversa gli passò per la testa – una vita in cui non era ancora ora di alzarsi.

“Mi servi, a questa riunione,” gli disse. “Per quanto odi dirlo, a questo dovrebbe lavorare lo Special Response Team.”

“Per via di Jack Butterfield?”

Sì, Butterfield era vicino alla comunità di intelligence nel senso che gli piaceva far visita agli uffici, ascoltare quello che avevano da raccontare e trastullarsi con i loro giocattoli. In cambio di essere trattato come uno dei grandi, lui faceva avanzare le richieste di budget al Congresso. L’ascia di Jack l’Ascia veniva dalla sua passione per il taglio delle attività extrascolastiche e dei programmi sociali per i poveri.

Luke si aspettava una chiamata, e poi una visita, di Jack l’Ascia uno di questi giorni. Non moriva dalla voglia di farsi piedino con Jack Butterfield, però era una cosa che doveva essere fatta. L’SRT era l’agenzia preferita della presidente, ma era il Congresso a prendere le decisioni in merito al budget.

Be’, supponeva che quella visita in particolare ora non ci sarebbe stata. Dentro di sé sorrise. Non avrebbe mai augurato del male al deputato Butterfield, e soprattutto non agli altri passeggeri, però…

Si alzò, andò al bovindo e tirò un angolino delle pesanti tende. Il meteo aveva previsto neve, e aveva avuto ragione. Scendeva pesante, soffiata da raffiche di vento. Pareva che a terra ce ne fossero già diversi centimetri.

“Nevica,” disse Luke. E ora sorrise davvero. “Giusto per dire una cosa originale, il traffico del mattino sarà un casino.”

“L’aereo è stato abbattuto, Luke. Kurt pensa che sia stato un assassinio con un obiettivo preciso. Peggio, pensa che potrebbe essere l’inizio di qualcosa di più grosso.”




CAPITOLO TRE


5:17 ora della costa orientale

Sala operativa

Casa Bianca, Washington DC



“Ho già visto le foto,” disse uno stagista.

“Raccapriccianti. Cadaveri e parti del corpo disseminate sui pendii delle colline. E pensare che Marshall Dennis è tra di essi. Dio. Lo abbiamo studiato a un corso di imprenditorialità quando ero alla Wharton. Era fantastico – una vera e propria forza della natura. Uno così pare non dover morire mai. Tipo che non lo permetterebbe, o una cosa del genere.”

Luke saliva su un ascensore gremito di membri dello staff e gente dell’intelligence della Casa Bianca. Guardò quello che aveva parlato. Era molto giovane, alto e in forma, con una giacca elegante blu e una camicia dal colletto aperto sulla gola e un ciondolare di capelli biondi quasi a nascondergli il viso. A Luke ricordava le rock band new wave degli anni Ottanta.

Il ragazzo non aveva parlato a nessuno in particolare, solo a tutti i presenti nell’ascensore. Aveva fatto un bell’annuncio: aveva già visto le foto. Brevemente – molto brevemente – Luke si chiese di quale ricco donatore per la campagna fosse figlio o nipote.

L’ascensore si aprì sulla sala operativa a forma di uovo. Chi ci arrivava per la prima volta spesso rimaneva sorpreso di quanto fosse piccola. Quando giungeva una crisi, come adesso per esempio, e la stanza cominciava ad affollarsi, poteva dare un senso di claustrofobia. Era modernissima e organizzata per il massimo uso dello spazio, con ampi schermi incassati nelle pareti a pochi metri di distanza l’uno dall’altro e un gigantesco schermo di proiezione sulla parete di fondo alla fine del tavolo. Dal tavolo da conferenze posto al centro sorgevano tablet e sottili microfoni – potevano essere rimessi all’interno della tavola se il partecipante voleva usare un dispositivo proprio.

Ogni lussuosa poltrona in pelle alla tavola era già occupata. I posti lungo le pareti si stavano riempiendo di giovani assistenti, i quali per la maggior parte chiacchieravano tra loro, digitavano messaggi nei tablet o parlavano al telefono.

I giovani erano elettrizzati. Il loro futuro era pieno di speranza, e avevano occhi luccicanti di ambizione. Il fatto che fossero stati svegliati e convocati a una riunione di emergenza così presto per loro sottolineava solo quanto fossero importanti.

Giù verso il centro della stanza, dove si sarebbero prese le decisioni vere, i volti erano di decenni più vecchi e gli occhi meno luccicanti. Susan Hopkins sedeva al margine più vicino della tavola oblunga, su una sedia dallo schienale alto con sopra il sigillo del presidente. All’altro capo se ne stava in piedi il grosso Kurt Kimball con la sua zucca cromata, il consigliere per la sicurezza nazionale di Susan. Una distesa di uomini e donne dall’aria stanca occupava i posti tra di loro.

Susan e Luke scaglionavano sempre il loro arrivo a riunioni di emergenza come quella. Era una tattica volta a nascondere il fatto che si fossero appena svegliati, nel letto, insieme. Un’occhiata di Kurt disse a Luke tutto ciò che doveva sapere: non fregavano nessuno – o almeno nessuno di importante. Luke prese posto nella fila in fondo lungo la parete.

Guardò Susan, leggermente sotto di lui alla sua sinistra. In una mano teneva una grande tazza bianca per il caffè. Aveva un bell’aspetto – era snella e in forma in un tailleur con pantaloni blu e i capelli appena scompigliati. Susan riusciva a rendere sexy l’outfit più moderato. Parlava seria col suo capo di gabinetto, Kat Lopez.

Stone squadrò Kat da capo a piedi. Lunghi capelli neri, un viso carino, occhi scuri a mandorla e un corpo alto e tutto curve celato dentro a un tailleur azzurro – aveva un aspetto bello quasi quanto quello di Susan. Aveva gli occhi stanchi però, e le stavano comparendo le zampe di gallina. Kat non dimostrava la sua età, e le esigenze del lavoro la stavano logorando un po’.

D’un tratto Kurt batté le grosse mani di pietra. Al college aveva giocato a basket. Aveva mani enormi. Kurt stesso era grosso, ma le mani sembravano messe sul corpo sbagliato.

“Ordine! Tutti all’ordine, per piacere.”

La stanza si placò. Un paio di assistenti continuò a parlare lungo la parete. Era mattino presto, la gente beveva caffè, svegliandosi, cominciando la giornata. Quello era un posto per chiacchieroni. I giovani silenziosi e introversi di solito non finivano a lavorare alla Casa Bianca.

Kurt batté di nuovo le mani.

CLAP. CLAP.

CLAP.

L’ultimo colpo suonò come un dizionario integrale che andava a schiantarsi contro a un pavimento di marmo.

Nella stanza scese un silenzio di morte.

“Buongiorno a tutti,” disse Kurt. “Grazie di essere arrivati così presto. Ci conosciamo tutti, quindi saltiamo le presentazioni.” Fece una pausa e guardò Susan. “Signora presidente?”

“Signor consigliere per la sicurezza nazionale?” disse lei.

“Siamo pronti?”

Susan scosse la testa. “No. Ma la cosa non ci ha mai fermati.”

Kurt lanciò un’occhiata alla giovane che sedeva alla sua sinistra. Luke la riconobbe come l’assistente di lunga data di Kurt. Aveva ancora i capelli nel Caschetto alla Hopkins che Susan aveva abbandonato di recente. “Amy, cominciamo con Sharm el-Sheikh.”

Sull’ampio schermo dietro a Kurt, e sui più piccoli attorno alla stanza, comparve la foto di un terminal. Il tetto del terminal era bombato e ondulato, quasi come un tendone. In primo piano c’era una torre di controllo alta dieci piani. Sullo sfondo e in lontananza c’erano delle montagne frastagliate rosse e marroni.

“Questo è l’aeroporto internazionale di Sharm el-Sheikh,” disse Kurt. “È il terzo aeroporto più frequentato d’Egitto, e serve la penisola del Sinai, in particolare i resort turistici sul Mar Rosso situati nel meridione. Poco più di un’ora fa, è stato luogo di un devastante schianto aereo in cui sono perite ottantatré persone, inclusi sessantotto passeggeri, dodici membri dell’equipaggio e i tre piloti in cabina – tutti a bordo dell’aereo.

“Tra i passeggeri c’era Sir Marshall Dennis, ufficiale dell’Ordine dell’Impero britannico, fondatore e chief executive della Dennis Hotels Worldwide così come dell’impero editoriale Loose Lips. A bordo c’erano anche il deputato statunitense per il Texas Jack Butterfield e il console generale egiziano a Londra Ahmet Anwar. Il volo era un charter partito da Londra che trasportava un gruppo che doveva festeggiare l’apertura di un nuovo Dennis Hotel sul Mar Rosso, una joint venture con il Bonanza Hotel Group di base in Texas e il governo egiziano stesso.”

Kurt fece un attimo di pausa per guardare la stanza. “L’aereo era in arrivo, ed è esploso a mezz’aria al momento dell’avvicinamento finale alla pista. Tutte le indicazioni dicono che si è trattato di un crimine. L’aereo aveva tre anni di vita e aveva superato tutte le ultime ispezioni di sicurezza senza allarmi. La cosa suggerisce che o era stata installata a bordo una bomba o l’aereo è stato colpito da fuoco ostile, probabilmente da un razzo da spalla lanciato dalle montagne che vedete nella fotografia. Non c’erano militari dell’esercito egiziano nelle vicinanze in quel momento, e il filmato satellitare non mostra alcun utilizzo non autorizzato dello spazio aereo egiziano. Quindi non esiste possibilità che qualcuno abbia sparato all’aereo per sbaglio.”

“Da che parte pendiamo?” disse Susan. “Bomba o razzo?”

“Razzo,” disse Kurt senza esitazioni. “L’aereo era gestito dalla TUI Airways, la compagnia di voli charter più grande del mondo, con precedenti eccellenti in merito alla sicurezza e ai rigidi controlli eseguiti sui dipendenti. Il volo è partito dall’aeroporto di Gatwick, che lavora con alta sicurezza e non ha precedenti di scivoloni né violazioni. Certo, le indagini sul personale che ha caricato l’aereo o che è entrato in contatto con l’aereo prima del decollo sono appena iniziate. Però per il momento io mi sbilancio e dico che non ho ragione di credere che a bordo fosse stata piazzata una bomba.”

Kurt guardò un uomo con uniforme militare verde seduto al tavolo. Era magro e nerboruto, con la mascella squadrata e un taglio a spazzola grigio. Aveva sollevato leggermente la mano. Luke lo riconobbe istantaneamente.

“Generale?” disse Kurt.

“Frank Loomis del Joint Special Operations Command,” disse. “Non si sta sbilanciando. Senza divulgare troppo, si può dire che abbiamo della gente in Egitto, Libia, Arabia Saudita e Iraq. Gli ultimi dati giunti in nostro possesso indicano che si è trattato di un attacco da parte di Wilāyat Sīnā’, probabilmente con l’assistenza di esterni. Forse al-Qā’ida, forse l’ISIS. Inoltre stiamo dimostrando che…”

Kurt sollevò una grossa mano come segnale di STOP. Per di là passavano molti battitori pesanti abituati a gestire le cose. Ma tendevano a scoprire che quello era il regno di Kurt Kimball. Lui dava il ritmo e tu ci ballavi sopra.

“Ok, generale. Facciamo un passo alla volta e mettiamoci tutti sulla stessa lunghezza d’onda. Così sarà più facile.”

Il generale grugnì, forse in segno di assenso, forse di frustrazione.

“Amy, dammi la penisola del Sinai, per piacere.”

Sugli schermi di tutta la stanza apparvero mappe della penisola del Sinai, incastrata tra la vasta veduta dell’Egitto vero e proprio a occidente, il Mediterraneo a nord, Israele a nordest e il frammento di Mar Rosso direttamente a est. Luke quel territorio lo conosceva bene.

“La penisola del Sinai è il triangolo capovolto che vedete qui. Nominalmente parte dell’Egitto, ha fatto da terreno di gioco politico per tutta la storia umana. Dal 1968 al 1980 è stata occupata dagli israeliani in seguito alla guerra dei sei giorni. Tra il nord della penisola e la striscia di Gaza, vengono regolarmente scoperti tunnel sul confine, a indicare un solido spostamento di combattenti e materiali tra i due luoghi.

“La popolazione locale è composta da beduini nomadi, musulmani sunniti, elementi dei quali si sono sempre più radicalizzati negli ultimi anni, in particolare con la crescita del turismo sul Mar Rosso a sud e a est.”

Una donna di mezza età in tailleur sollevò una mano. “Presuppone che sia perché i resort sulla spiaggia portano la cultura occidentale, come alcol, balli e donne in bikini?”

Kurt scrollò le spalle. “Sono sicuro che la cosa offende alcune sensibilità. E credo che probabilmente questa sia la ragione per cui Marshall Dennis pare essere stato preso di mira nello specifico. I suoi resort hanno la reputazione di essere sede di un certo edonismo, e le sue riviste sono note per il loro lascivo gossip sulle celebrità e per le giovani modelle seminude.”

“Marshall Dennis era un maiale,” disse la donna.

Alcuni risero. Luke alzò gli occhi al cielo. Poteva essere un pochino presto per salire sul pulpito. E comunque era morto.

“La gente ha un’opinione forte su Sir Dennis,” disse Kurt. “Ma a prescindere dalle sue colpe, per essere chiari, un altro elemento in gioco qui è anche quello economico. I beduini sono stati cacciati da terre ancestrali nella ricerca di nuovi sviluppi, e una classe di operai egiziani e internazionali ben retribuiti si è recata lì per lavorare ai resort, innescando il boom della costruzione di infrastrutture e facendo aumentare i prezzi di quasi tutto. Non stiamo mica parlando del primo attacco terroristico avvenuto nella regione.”

Guardò l’assistente. “Amy, possiamo vedere la lista?”

Sugli schermi comparve una lista battuta al computer. C’era pochissima grafica. Ogni voce aveva un titolo in grassetto con una breve descrizione sottostante. La lista scorse, dando il senso della sua lunghezza – forse trenta o quaranta voci, tutte di attentati.

“Non la esamineremo in modo esauriente,” disse Kurt. “Potete tutti vedere quanti incidenti ci sono stati. Salteremo solo qua e là. Dicembre 2013 – un attentato a un complesso di polizia egiziano ha ucciso sedici reclute. Marzo 2014 – degli attacchi multipli di razzi da oltre confine su Eilat, Israele, hanno attivato il sistema di difesa israeliano Cupola di Ferro. Sono stati intercettati tutti i razzi meno uno, sono rimaste ferite dieci persone e c’è stata una morte per arresto cardiaco. Febbraio 2015 – un autobus è stato fatto saltare per aria lungo la costa del Mar Rosso, uccidendo tre turisti coreani e l’autista egiziano. Un successivo messaggio ha avvisato tutti i turisti di lasciare l’Egitto.”

Kurt sospirò. “E ovviamente quello grosso. Il volo Metrojet 9268 è esploso il 31 ottobre 2015 poco dopo il decollo da Sharm el-Sheikh. Il volo era pieno di turisti russi, e sono morte duecentoventiquattro persone, ovvero chiunque fosse a bordo.”

Fece una pausa. “In parte l’apertura di un nuovo Dennis Hotel da parte del governo egiziano era la dimostrazione della repressione finalmente ultimata di Wilāyat Sīnā’ e della riapertura dei resort del Mar Rosso.”

“Immagino che questa teoria ormai sia bruciata,” disse qualcuno.

“A rischio di sembrare ignorante,” disse Susan, “chi sono queste persone, questi… Wilāyat?”

Kurt annuì. “Certo. Wilāyat Sīnā’, o ISIS nella penisola del Sinai, è un gruppo un tempo conosciuto come Anṣār Bayt al-Maqdis, che tradotto significa seguaci della Casa Santa. Anṣār era un gruppo liberamente organizzato di cellule terroristiche salafite che perpetravano attentati nella regione dagli inizi del 2000. Dal 2011 il governo egiziano ha mosso passi aggressivi per sradicare quelle cellule. In risposta, Anṣār si è affiliata all’ISIS con un giuramento formale di fedeltà nel 2014. Abbiamo dati largamente corroborati che indicano che a mano a mano che l’ISIS perde il territorio un tempo da lei controllato in Iraq e in Siria, vede le anarchiche terre tribali – per lo più deserto e montagne – del Sinai come una possibile e allettante base operativa.”

Lo interruppe il generale Loomis. “Ovvio. Il che penso che mi riporti al punto originale.”

“Sì, generale,” disse Kurt. “Penso che adesso siamo pronti per il suo apporto.”

Loomis annuì. “Grazie. Per quanto questo schianto sia una cosa terribile, le voci di cui siamo al corrente indicano che non è l’attentato vero. Si tratta del gioco di prestigio di un mago, ideato per farci guardare in una direzione mentre la faccenda reale si svolge da qualche altra parte.”

“Che prove ha a supporto?” disse Susan.

Il generale scosse la testa. “Signora presidente, non ho la libertà di discutere i dati top secret in nostro possesso, né le fonti, in una riunione come questa. Penso che lei debba saperlo.”

Susan lo guardò tagliente. “Generale Loomis, come deve sapere lei, è mia prerogativa desecretare dati per mio capriccio, se rientra nei miei desideri. Ovviamente non lo farò. Ma nell’interesse di far agire le persone presenti in questa stanza, potrebbe essere utile che condividesse almeno il dove e il quando potrebbe aver luogo l’attentato vero.”

Il generale fece spallucce. “Signora presidente, se lo sapessi lei sarebbe la prima persona a cui lo direi.”




CAPITOLO QUATTRO


12:01 ora dell’Africa occidentale (6:01 ora della costa orientale)

125 miglia nautiche a sudest di Lagos, Nigeria

Golfo di Guinea

Oceano Atlantico



“Sta altissima, baby,” disse il tiratore alla sinistra di Eddie il Pazzo.

“Yeah, stasera ci facciamo una bella scorpacciata, Killem,” disse l’uomo alla sua destra. “Con una bella pollastrella.” Gli uomini attorno a loro risero.

Killem. Uno dei soprannomi di Eddie. Abbreviazione di Killem Dead, ammazzali tutti, che non era solo un soprannome, ma anche il suo motto personale.

Guidavano una piccola armata di motoscafi – una dozzina di vecchi go-fast. Le barche sembravano un po’ uscite da un film di Mad Max ambientato in acqua. Erano munite di giganteschi motori fuoribordo da trecentocinquanta cavalli e placcate da pezzi di acciaio saldato. Non c’erano finestrini – il conducente di ogni barca vedeva il mare davanti a sé attraverso sottili fessure tagliate nel metallo. Una delle barche, la più lenta e grossa del gruppo, aveva un ponte volante saldato sopra – in cima era montata una pesante mitragliatrice recuperata da un deposito militare nigeriano.

Il sole picchiava, e il suo duro bagliore si rifletteva sulle vaste acque dell’oceano.

“Combatteranno?” disse il primo.

Eddie guardò i suoi motoscafi. Avevano tutti sei uomini a bordo, e ogni uomo pullulava di armi – AK-47 e Uzi per lo più, ma anche una coppia di lanciagranate. Avevano tutti pistole, avevano tutti coltelli o machete. Gli uomini stessi erano rockstar, assassini spietati, e ne avevano tutta l’aria. Armatura di kevlar, coprenti occhiali da sole da aviatore, bandane a stelle e strisce in testa.

“Meglio di no,” disse Eddie.

Davanti, a forse un miglio di distanza, c’era l’oggetto del loro amore. Un vecchio mercantile procedeva lentamente verso nordovest. Era un aggeggio grosso, alto dieci piani, e si spostava pesante come un relitto. Era di un colore indeterminato – per lo più un misto di arancione arrugginito e di ciò che restava di una mano di verde scuro data probabilmente decenni prima. I motoscafi si avvicinavano da dietro, e lungo la poppa era appena leggibile una scritta bianca – LADY JANE.

La Lady Jane comunque era proprio in alto mare. Ad alcuni la cosa avrebbe fatto pensare che il mercantile fosse vuoto. Ma ad altri – a gente come Eddie il Pazzo Killem Dead – dava da pensare una cosa totalmente diversa. La Lady Jane se n’era rimasta ormeggiata a lungo in un porto congolese non regolamentato. Adesso si spostava con le stive vuote.

Che cosa trasportava?

Che genere di carico si era fatto strada fuori dalla selva senza legge e dilaniata dalla guerra della Repubblica democratica del Congo per finire nelle mani di contrabbandieri sulla costa? Metalli preziosi come coltan e oro sicuramente, ma c’erano cose anche migliori.

“Diamanti,” disse Eddie sottovoce, non accorgendosi neanche di parlare.

“Yeah, baby!” disse l’uomo accanto a lui. “Yeah!”

I diamanti erano piccoli, e pure leggeri. Una manciata valeva molti soldi. Un chilo nascosto in un muro finto su un vecchio mercantile poteva valere decine di milioni di dollari. Di più? Eddie non sognava tanto in grande.

No. Sarebbe stato un chilo, nel caso. Costringere l’equipaggio a mostrarti dov’erano nascosti – questo era il punto, no?

Eddie sorrise. Aveva già convinto delle persone, in passato.

La nave incombeva. Più vicina adesso, molto più vicina. I motoscafi rallentarono avvicinandosi al massiccio mercantile. La barca con il ponte volante si spostò a destra, puntando la pesante mitragliatrice sui ponti superiori della Lady Jane. Finora lassù non c’era stato movimento.

C’era una scala di emergenza imbullonata alla poppa, circa due piani sull’acqua. Sotto, la scala era stata tagliata per scoraggiare i pirati – pirati come Eddie e i suoi uomini. Bene così. Ognuno dei suoi motoscafi aveva una scaletta estendibile di alluminio che avrebbe raggiunto il fondo di quella di emergenza. Da lì poi c’era una salita di altri due piani per arrivare al primo ponte. Facile, con gli occupanti ben disposti.

Altrimenti…

Eddie si portò un megafono alle labbra. Con un solo dito portò la levetta su ON, e qualche secondo dopo la sua voce rimbombava nell’acqua.

“Lady Jane, Lady Jane, abbassate le armi e preparatevi all’arrembaggio.”

Sul ponte più alto, da dietro un parapetto di metallo apparvero due mani scure. Agitavano un ampio tessuto bianco – forse parte di un lenzuolo – pensato come bandiera di resa. Eddie di quella bandiera non si fidava. Non ancora.

“Tutti gli uomini non armati verranno risparmiati,” disse nel megafono. “Chiunque si opporrà verrà ucciso. Non metteteci alla prova.”

Dalla nave rimbombò una voce. Ce l’avevano anche loro, un megafono.

“Non abbiamo niente che volete.”

Eddie fece un grosso sorriso. Niente?

“Lo vedremo noi stessi.”



* * *



Se ci fossero stati problemi, si sarebbero palesati adesso.

Il primo motoscafo si era ancorato alla nave. Eddie osservava da un centinaio di metri di distanza. Il motoscafo sembrava un giocattolino accanto al mercantile.

Una scala di alluminio argentato si estendeva dal motoscafo al fondo reciso della scala di emergenza del mercantile. Il mare era calmo – qualche salto, ma abbastanza piatto da consentire la salita.

Un uomo salì la scala argentata, poi un altro, entrambi muovendosi come ragni. Quando il primo ebbe raggiunto quella di emergenza, con un AK-47 agganciato alla schiena, un terzo era salito su quella argentata e stava salendo.

Tre uomini in aria. Tre uomini fuori sopra al nulla, assolutamente esposti.

“Fermi ora,” disse Eddie nel megafono. “Non fate niente di stu…”

D’un tratto da dietro la bassa parete di metallo che abbracciava il ponte più basso saltò su un uomo. Si sporse oltre, con una mitragliatrice. Il brutto chiasso di fuoco automatico esplose nel silenzio del giorno.

DA-DA-DA-DA-DA. DA-DA-DA-DA-DA.

I due sulla scala d’argento crollarono, e i loro corpi andarono in pezzi. I resti sanguinolenti caddero nell’oceano, cibo per gli squali.

Il primo si aggrappò alla scala di emergenza, cercando di incastrare la testa e la parte superiore del corpo sotto a uno dei pioli. Finora era stato risparmiato.

Quello sul ponte si sporse fuori del tutto, puntando all’eliminazione dell’ultimo scalatore.

Eddie mirò all’uomo.

“Uccidetelo,” disse nel walkie-talkie nero.

Istantaneamente uno scoppio dalla pesante mitragliatrice sulla barca da pesca trasformò l’uomo in groviera. No, troppo delicato così. Lo liquefece. Il rinculo della pesante arma aveva fatto oscillare assurdamente la barca, ma il tiratore era un esperto. Inclinava su e giù l’arma, mettendo il fuoco sul ponte. Il metallo del muretto andò in pezzi come cartone. Vi apparvero dei buchi, e un istante dopo si accartocciò come una lattina.

Il primo scalatore era ancora vivo, e ancora una volta si faceva strada verso la cima. Altri due erano passati dal motoscafo alla scaletta argentata.

“Ancora!” urlò Eddie. “Voglio altri uomini sulla nave.”

Diavolo, ci sarebbe andato lui. Vedere i suoi uccisi gli aveva attizzato il sangue nelle vene. Urlò al pilota di avvicinare la nave. Il primo motoscafo si stava già scostando. Mentre il suo si avvicinava, la scala di alluminio della barca cominciò ad allungarsi. Eddie ci fu sopra prima ancora che la nave fosse stata agganciata.

La scala sorse a un angolo di quarantacinque gradi verso il mercantile. Lui la scalò, rapido come un gatto, anche se così traballante sferragliava e tremava. Si udirono altre armi. Guardò alla sua destra. La barca da pesca stava inondando i ponti superiori della nave di fuoco automatico.

“Bene!” urlò. “Fateli a pezzi.”

Eddie aveva quasi raggiunto la pensante scala di metallo di emergenza. Era a poco più di un metro di distanza, in avvicinamento, e poi si allontanava. Coprì la distanza con un balzo, poi si rimise a salire, stavolta dritto in linea verticale.

In meno di un minuto aveva salito altri due piani. Fece un respiro profondo e fece capolino col capo oltre la cima. C’erano tre dei suoi – ancora vivi, lì a tenere quell’angolo del ponte. Benissimo. Potevano portare tutti gli uomini su per di là.

Eddie abbassò lo sguardo. C’erano altri quattro uomini che salivano dietro di lui. Otto combattenti pesantemente armati presto sarebbero stati a bordo, con altri in arrivo. I trafficanti di quella nave probabilmente non avevano mai avuto più di una dozzina di uomini, tanto per cominciare.

Scivolò oltre la ringhiera.

I suoi erano accucciati sull’orlo in cui il passaggio curvava, e gli restituivano lo sguardo. Due contrabbandieri giacevano sulla passerella, a malapena cadaveri, i corpi eviscerati dal fuoco della mitragliatrice.

Eddie li guardò appena. Scuri neri, piccoli, congolesi, probabilmente hutu. Africani sì, ma selvaggi. Eddie Killem Dead era kanuri. Un’eredità di cui essere orgogliosi. Quelli lì erano spazzatura.

“Andiamo,” disse ai suoi. “Finiamo la cosa.”

Aveva un Uzi assicurato alla schiena. Lo prese e svoltò l’angolo. Cinquanta metri avanti, una spruzzata di pallottole mandò in pezzi i muri. La nave da pesca stava ancora mitragliando il fianco del mercantile. Altri due uomini giacevano morti sul passaggio. Oltre c’erano il frastornante cielo azzurro e il mare scuro.

Eddie e i suoi risalirono il passaggio, con gli stivali che producevano un rumore metallico sulla maglia d’acciaio sottostante. La passerella stessa sussultava a ogni passo – pareva che potesse separarsi dalla cornice. Quel mercantile era messo male.

Davanti, da un oblò spuntò fuori un’altra bandiera bianca che si mise a sventolare su un bastoncino. Forse questa era la vera resa, forse no.

Eddie aveva il megafono agganciato alla spalla. Lo abbassò e se lo portò alle labbra. “Gettate fuori le armi!” disse. “Tutte.”

Un AK-47 scivolò fuori dall’oblò successivo. Poi una pistola semiautomatica nove millimetri. Un machete. Un’altra pistola. Sferragliavano con un clangore quando colpivano la passerella.

Eddie fece cenno ai suoi di avanzare.

“Fatelo saltare,” disse.

Il primo prese una granata dalla tasca del giubbotto, tirò la spoletta e la lanciò attraverso l’oblò. Da dentro giunsero urla convulse. Gli uomini di Eddie indietreggiarono. Passò un secondo. Due.

BUUUUM.

Dagli oblò giunse un bagliore rosso e arancio. Adesso dentro c’era qualcuno che urlava. Eddie si portò al primo oblò e ci guardò attraverso. La cabina andava a fuoco. Il pavimento era disseminato di corpi e parti del corpo. Sembravano esserci ancora due uomini vivi. Uno se ne stava in silenzio a respirare pesantemente, col petto che si sollevava. Sarebbe morto presto. L’altro strillava, con occhi da pazzo.

Eddie guardò uno dei suoi e fece il gesto di tagliarsi la gola. Quello annuì e scivolò dentro all’oblò frastagliato. Un attimo dopo, le urla cessarono.

Eddie si mosse rapidamente, scattando su per una serie di scale in ferro. Adesso con sé aveva otto uomini. L’arrembaggio nemico era completo. Nessuno avrebbe tenuto la nave contro di loro. Sorrise al pensiero.

La sua truppa era efficiente, cavoli. Assassini.

Arrivarono alla timoniera, che era tutta finestre. Dentro c’erano tre uomini. Eddie riuscì a guardare dentro e a vederli chiaramente. Non provarono neanche a tenere fuori Eddie e i suoi. A che sarebbe servito?

Eddie si limitò ad aprire la porta e a entrare.

Gli uomini erano piccoli e di mezza età, ciascuno con addosso un’uniforme marrone chiaro. Sembravano agenti governativi di un qualche tipo. Che barzelletta. Erano trafficanti che veleggiavano con un vecchio mercantile decrepito indossando uniformi rubate o finte. La maggior parte dell’attrezzatura della timoniera sembrava scassata, inutile. Eddie sorrise agli uomini.

“Chi è il capitano?”

I tre lo fissarono, incerti.

“Ditemelo o uccido tutti e tre.”

Quello in mezzo, il più piccolo e il più vecchio dei tre, annuì. Era assolutamente calvo. Aveva mani larghe e la pelle nero scuro. Aveva la faccia profondamente rugosa. “Sono io il capitano.”

Eddie annuì. Guardò i suoi.

Risuonarono due colpi, e gli uomini accanto al capitano si afflosciarono istantaneamente a terra, entrambi morti prima di toccare il pavimento.

L’odore di polvere da sparo sorse nella stanza.

“Dove sono i diamanti?” disse adesso Eddie.

Il capitano era calmo. Sembrava appena sorpreso della morte che lo circondava. A vedersi, era in vita e in mare da molto tempo. Probabilmente era abituato a questo genere di cose. Abbassò le mani e scosse la testa.

“Non ci sono diamanti.”

“Niente diamanti?” disse Eddie con il sorriso più ampio che mai. “Ne sei sicuro?”

“Sì. Non c’è niente che potete volere voi.”

“E perché avete combattuto? Che cosa cercavate di proteggere?”

Il capitano fece spallucce. “Noi stessi. Perché voi siete sporchi pirati nigeriani. Sapevamo che ci avreste massacrati se aveste catturato la nave.”

“Che c’è a bordo?” disse Eddie. “Di sicuro qualcosa c’è.”

“Lo ripeterò,” disse il capitano. “Non c’è niente che volete voi. E sareste più felici se la lasciaste dove l’avete trovata. Ve lo assicuro.”

Eddie rise. “Allora qualcosa di importante. Fammi vedere.”

Scesero sotto ai ponti. Il capitano accompagnò Eddie e i suoi da una stiva vuota all’altra, scendendo sempre più nelle viscere della nave. Non c’erano segni di vita, nemmeno topi. Non c’erano neanche segni di merci – solo buie e arrugginite stive vuote e ripulite.

Alla fine entrarono in uno stanzone. Nell’oscurità si profilava un’alta mole. Gli uomini di Eddie non ebbero bisogno di farsi dire che cosa fare. Ci piazzarono su le torce.

Mentre si avvicinavano, la cosa divenne più chiara. Era un ampio box d’acciaio, color canna di fucile. I margini erano saldati insieme. Non era chiaro come si aprisse, oltre forse a tagliarlo con una fiamma ossidrica. C’erano dei segni in cirillico all’esterno – CCCP. Interessante. Le iniziali della vecchia Unione Sovietica. Voleva dire che quel coso vagabondava da più di vent’anni. Torreggiava sopra le loro teste.

“Cos’è?” disse piano Eddie, con la voce che echeggiava per la stiva cavernosa. “Un’arma?”

“Non lo so,” disse il capitano.

Eddie lo guardò severamente. “Non sai che cos’è?”

Scosse la testa. “Sapere non è il mio lavoro. Non sono affari miei.”

Quel coso aveva fatto uccidere tutti sulla nave, e ben presto avrebbe fatto uccidere anche lui. Però non erano affari suoi.

“Chi è il tuo cliente?”

L’uomo lo fissò torvo, forse immaginando la tortura che avrebbe patito finché non avesse risposto in modo soddisfacente.

“Se te lo dico mi uccidono.”

Eddie fece spallucce. “Sì, ma se non me lo dici…”

“Anche tu mi uccidi.”

“Ho ucciso tutti i tuoi uomini,” disse Eddie. “Tu sei vivo solo perché lo dico io. La tua sola speranza è dirmelo. Magari riesci a evitare il cliente. Magari per un pochino, magari per sempre. Ma evitare me? Per questo è troppo tardi.”

“Ti attirerai la morte se te lo dico.”

Eddie sorrise. Quante volte se l’era attirata?

“Dimmelo lo stesso.”




CAPITOLO CINQUE


6:51 ora della costa orientale

Quartier generale dello Special Response Team

McLean, Virginia



Neanche le sette e c’era una mezza dozzina di auto private nel parcheggio, insieme ai quattro SUV neri dell’agenzia. Era già stata spalata la neve una volta, e fuori c’era un guardiano a sgombrare i passaggi.

Questo piaceva vedere a Luke – gente in anticipo sul gioco. Tecnicamente, non aprivano che alle nove.

Portò il documento identificativo allo scanner e i grandi portoni di vetro si aprirono. Uscì dalla neve che soffiava ed entrò nell’atrio principale. Era aperto e arioso, con alti bambù ad allungarsi in alto di tre piani. Era tutto nuovo e bellissimo e altamente tecnologico. Una cascata di pietra accoglieva la gente all’ingresso, con un messaggio intagliato di Abramo Lincoln: Coloro i quali sono pronti a sacrificare la libertà per la sicurezza alla fine perderanno entrambe.

A Stone pareva che Lincoln parlasse a lui personalmente. Un’agenzia come lo Special Response Team era stata ideata per l’azione rapida, talvolta sciolta dalla burocrazia, dalle direttive e dalle leggi che rallentavano gli altri. L’obiettivo era la sicurezza, ovvio, la protezione degli innocenti, ma ci doveva essere un equilibrio – non facevano legge a sé. Era importante ricordarlo.

Si guardò attorno nella lobby prima di recarsi nel suo ufficio. Difficile a credersi. Mi sono dato un pizzicotto per essere sicuro di non sognare. Non era così che diceva a volte la gente? A Stone cose così non piacevano, i modi di dire, ma in questo caso era vero.

Il nuovo quartier generale dell’SRT era il vecchio quartier generale di anni prima ma sventrato, spogliato fino all’ultimo bullone e totalmente trasformato. Dall’esterno il tozzo edificio a tre piani di vetro e cemento sembrava assolutamente scialbo e funzionale, come l’edificio di un’università statale degli anni Settanta o un vecchio condominio russo dell’era di Chruščëv.

Ma il nuovissimo elicottero Bell 430 nero curvo sull’elisuperficie con il logo dell’SRT bianco brillante sul fianco poteva dare un barlume di quello che si sarebbe trovato all’interno dell’edificio. C’erano uffici al pianterreno e al secondo piano, e una sala conferenze e un centro di comando all’avanguardia quasi a livello della sala operativa della Casa Bianca.

Aveva ogni innovazione tecnologica scaturita dai più fervidi sogni di Mark Swann – incluso un vivaio di server personali, una rete criptata da cui Swann poteva avere accesso facilmente a satelliti spia e programmi di sorveglianza dati come ECHELON e una stanzina apposita per il pilotaggio di droni. La palestra (completa di attrezzatura cardio, macchine per la pesistica e una sala di allentamento abbondantemente insonorizzata) e la mensa si trovavano al secondo piano. Il poligono di tiro insonorizzato era nel seminterrato.

L’agenzia aveva venti impiegati, le dimensioni perfette per rispondere rapidamente agli eventi in corso, leggera e con totale flessibilità. Il nuovo SRT stava vivendo la sua infanzia, e stavano ancora costruendo squadre ed erano ancora al lavoro per indurre le star a lasciare organizzazioni private, altre agenzie governative e l’esercito.

Scorporato dall’FBI e ora organizzato come subagenzia dei servizi segreti, l’organizzazione limitava le interazioni di Luke con la burocrazia federale. Faceva rapporto direttamente alla presidente degli Stati Uniti, cosa che al momento pareva funzionare benissimo.

Trudy Wellington fece capolino col capo fuori dal suo ufficio al passaggio di Luke. Sedeva sulla sedia da ufficio e l’aveva fatta ruotare fino alla soglia.

“Luke, ho una cosa per te.”

Lui abbassò lo sguardo su di lei e finse una reazione a scoppio ritardato. “Ma non ce l’hai una casa?”

Sorrise e scosse la testa. “Lo sai dov’è casa mia.”

Trudy era la sua analista dati dell’intelligence, e aveva l’ufficio a tre metri dal suo. Trudy era snella e bella come non mai con un caldissimo cappotto di lana verde e blue jeans. Aveva eliminato i grossi occhiali rotondi dalla montatura rossa che la facevano sembrare un gufo e dietro cui si nascondeva. Adesso i suoi begli occhi azzurri erano in primo piano. Quegli occhi davano sempre l’idea di osservare Luke con attenzione.

Trudy era un mistero avvolto in un enigma. Per anni Luke aveva fatto affidamento su di lei per dati e creazione di scenari. Ma le cose si erano complicate. Dopo il disastro di Mount Weather, dopo che il capo dell’SRT originale, Don Morris, era rimasto implicato in un complotto per rovesciare gli Stati Uniti, era venuto fuori che Trudy aveva avuto una lunga relazione con lui. Era stata arrestata e incarcerata senza rilascio su cauzione perché sospettata di cospirazione in tradimento. Ciò sarebbe dovuto bastare per squalificare chiunque dal lavorare ancora nell’intelligence. Ancora peggio, dopo essere uscita di prigione, era scomparsa. Dei luoghi in cui aveva vissuto nell’anno della sua latitanza si rifiutava di parlare. Le cose erano complicate.

Comunque Luke l’aveva assunta per lavorare nel nuovo SRT lo stesso. Trudy e Luke avevano avuto un breve flirt durante la crisi dell’ebola, cosa di cui non parlavano mai e che sembravano essersi gettati alle spalle. E Trudy era preziosa per la sua capacità di raccogliere informazioni e ricavarne un senso. Era, per Luke, la migliore nel lavoro.

“Ok,” disse Luke. “Cos’hai per me?”

“È qualcosa da parte di Swann.”

“Swann è qui?” disse Luke.

Scosse la testa. “Certo che no. Sono le sette del mattino. Ma è sveglio e me l’ha mandato pochi minuti fa. Come sai, abbiamo una breve lista di persone che teniamo sotto controllo. Una di queste è un uomo che si chiama Mustafa Boudiaf.”

Trudy si voltò verso il suo ufficio e raccolse il tablet dalla scrivania. Luke la seguì sull’uscio. Lei scorse alcune informazioni.

“Mustafa Boudiaf,” disse. “Vive a Baltimora. Sessantatré anni, cittadino americano, nato in Algeria durante la guerra d’indipendenza algerina. È venuto nel nostro paese quando aveva nove anni. Ha trascorro buona parte dell’infanzia ad Algeri e ha assistito alle atrocità commesse sia dai francesi che dall’FLN.”

“Come facciamo a saperlo?” disse Luke.

Trudy scrollò le spalle. “Ascoltiamo le sue conversazioni telefoniche.”

Luke annuì. “Ok.”

“Boudiaf pare essere un finanziatore dei movimenti islamici estremisti del Nordafrica. Swann ha tracciato il movimento di grosse somme di criptovalute nel dark web, e con minore estensione per popolari piattaforme di commercio di valute digitali come Coinbase. Sono piattaforme prive di regolamentazione, ma abbastanza facili da tenere sotto controllo.”

“Qual è la sua copertura?”

“Fa l’autista Uber, lavora soprattutto di notte, spesso tardi. Crediamo che incontri donatori e altra gente della sua rete fingendo di far salire passeggeri. Una volta in auto, sono liberi di parlare per tutta la durata del viaggio. Swann lo ha tracciato e l’ha visto raccogliere passeggeri fino a Philadelphia, nel New Jersey settentrionale e New York. Arriva regolarmente a Washington DC così come a Norfolk.”

“Ottimo,” disse Luke. “Abbocco. Perché oggi ce l’abbiamo sul radar?”

Trudy sollevò un indice.

“Stamattina, alle quattro e dodici, pochi minuti dopo lo schianto dell’aereo nel Sinai, Boudiaf ha risposto a una telefonata. Swann ha detto di non essere stato in grado di tracciarla, ma veniva da fuori degli Stati Uniti. L’uomo che ha chiamato ha parlato in arabo. È stato breve. Ha detto una frase che tradotta significa Fatto. Poi ha riappeso.”

“Interessante,” disse Luke. “Ma probabilmente da solo non basta.”

“Questa è una cosa,” disse Trudy. “La seconda è che Mustafa Boudiaf si sta preparando a lasciare il paese. Tre giorni fa un furgone dei traslochi ha accostato a casa sua, a Baltimora. Gli operai hanno portato fuori di casa un sacco di mobili, scatoloni e attrezzature elettroniche e sono partiti con la roba. Invece di portarla in un’altra casa, l’hanno portata in un magazzino – un magazzino fuori Harrisburg, Pennsylvania.”

“Curioso,” disse Luke.

“Swann dice che due sere fa Boudiaf ha acquistato biglietti d’aereo di sola andata per sé e la sua famiglia per Algeri. Il volo parte domani sera dal JFK, presumendo che la tempesta di neve si attenui. La casa in cui vive è in affitto. Tra pochissimo Mustafa Boudiaf sarà scomparso, e sarà come se non fosse mai stato qui.”

“Che ti dice la pancia?”

Trudy annuì. “È coinvolto nell’abbattimento dell’aereo. Forse di pochissimo, forse di molto. Come minimo sapeva in anticipo dell’attentato. E ora sta per partire.”

“Sono appena stato alla Casa Bianca.”

Gli occhi di Trudy lampeggiarono… per qualcosa. Luke non sapeva che cosa.

“Una riunione in sala operativa. C’era un generale del Joint Special Operations Command. Lui ha detto che pensano che lo schianto aereo sia il preludio di qualcosa di più grosso, e forse persino un diversivo. Può essere che Boudiaf parta perché il prossimo attentato avverrà qui?”

“Non ti piacerebbe saperlo?”

Luke annuì. “Recuperiamolo. Possiamo farci aiutare dalle forze dell’ordine locali?”

Trudy scosse la testa. I capelli le si agitarono leggermente. “Impossibile. Troppo rischioso. Il dipartimento di polizia di Baltimora al momento sta cercando di sopravvivere a molta cattiva pubblicità. Assurdo che ci diano un mandato di arresto sulla base di quello che abbiamo, soprattutto con un preavviso di un attimo. Quindi la polizia di lì qui non ci metterà le mani – è esattamente il tipo di cosa che, se giocata male, pare una violazione dei diritti umani.”

“Be’, allora giochiamocela bene. Quante persone ci sono in casa di Boudiaf?”

“Sette.”

A Luke crollarono le spalle. “Sette persone?”

Trudy annuì e sollevò le sopracciglia. “Boudiaf ha una moglie giovane e una figlia di cinque anni. Ha un figlio adulto avuto da un matrimonio precedente, che vive in casa con sua moglie e suo figlio piccolo. E lì vive anche il nipote adulto di Boudiaf.”

“Quindi nella casa vivono due bambini?”

“Sì, e probabilmente oggi saranno a casa per via della neve.”

Luke alzò gli occhi al cielo. “Fantastico. In più altri due maschi adulti.”

“Sì,” disse Trudy.

“Cosa presumiamo che stia facendo adesso Boudiaf?”

“Dati gli orari che tende ad avere, presumiamo che stia dormendo.”

“Allora andiamo. Se non ti spiace, da’ a Swann un calcio nel culo da parte mia e fallo venire qui.”



* * *



“Un bello sforzo adesso. Un bello sforzo. Adesso è ora, e tocca a te.”

Ed Newsam giaceva sulla schiena sotto alla panca piana. Aveva le gambe come tronchi avvolte in pantaloni della tuta neri e sull’ampio petto una t-shirt nera tutta tirata. Le parole erano stampate sulla maglietta in lettere bianche: BOTTE E ANCORA BOTTE. Una volta il detto era ‘Botte e ancora botte finché non ti migliora l’umore’, ma l’umore di Ed era a posto così.

Il suo MP3 sparava vecchi pezzi dei Public Enemy in vecchie cuffie. Aveva il corpo zuppo del sudore del primo mattino – si trovava lì dalle sei e mezza. E aveva sistemato la panca piana sui centosettanta. Una sola ripetizione buona era tutto quello che chiedeva. Meglio che buona – pura, perfetta, nessuna esitazione nel sollevamento e una bella, lunga, resistenza negativa per scendere. Roba da fargli esplodere il sudore fuori dai pori.

“Mostrami quello che hai,” disse a nessuno tranne che a se stesso, e spinse la sbarra. Il peso scivolò verso l’alto, centimetro dopo centimetro. Lo tenne per un secondo in cima, poi cominciò la lenta discesa. Le braccia gli tremavano in modo assurdo. I polsi scrocchiavano come se si stessero per spezzare a metà. Le vene delle braccia sporgevano. Sentiva il sangue salirgli alla testa – pareva che gli potesse esplodere il cervello.

Finalmente, lasciò andare – il peso atterrò con uno schianto metallico.

Bellissimo.

Ed stava cambiando stile di vita. Il recente viaggio in Iran fatto con Luke Stone lo aveva spaventato un po’. Lui e Stone erano quasi morti una mezza dozzina di volte. Ed non voleva morire – voleva vivere per veder crescere le sue due figlie. Ma aveva trentasei anni, e non stava certo ringiovanendo. Non lo aveva detto a nessuno, ma la verità era lì: in quella missione si era sentito vecchio e lento.

Eppure, non voleva smettere di lavorare sul campo. Durante il periodo alla squadra Recupero ostaggi dell’FBI, avevano cominciato a usarlo come allenatore e supervisore invece che come agente e operativo. Brutta piega.

Questa… questa era la piega giusta.

Subito dopo le vacanze aveva ridotto, e poi eliminato, pane e pasta e torte di mele e biscotti. Aveva rotto col suo primo vero amore, McDonald – non parlavano più la stessa lingua. E si era impegnato a recarsi in palestra prima del lavoro almeno tre giorni a settimana. I suoi allenamenti erano sempre stati brutali. Adesso si stavano avvicinando alla mostruosità.

Adorava stare lì.

Adorava essere di nuovo allo Special Response Team, e adorava quello che avevano fatto col vecchio posto sotto la leadership di Stone. La palestra era nuova di pacca e c’era tutto ciò di cui aveva bisogno, dalle corde da combattimento alle sbarre per trazioni a una macchina per gli squat da centottanta chili a un sacco da boxe. Se arrivava abbastanza presto, spesso il posto era tutto suo.

L’energia del nuovo SRT faceva provare a Ed un entusiasmo che non sentiva da un po’. E Stone sembrava stracontento come lui. Erano spariti la barba e i capelli da macho dandy. Erano spariti gli occhi spiritati e le espressioni sofferenti.

Luke non si era mai lasciato andare fisicamente – era sempre al massimo in quel frangente, meglio di quanto un uomo avesse diritto di aspettarsi una volta passati i quaranta. La sua resistenza all’invecchiamento fisico sembrava quasi sovrumana. Ma la fine del matrimonio, il divorzio e poi la morte dell’ex moglie lo avevano ficcato in un deserto psicologico, e per un po’ era sembrato che potesse non fare più ritorno.

Però adesso era tornato. E andava a fuoco. Era un bene. L’impegno di Stone dava a Ed la fiducia di cui aveva bisogno per impegnarsi nell’organizzazione. L’SRT non sarebbe sopravvissuto senza uno Stone concentrato al cento per cento, e questo era Stone adesso. Quando Ed aveva accettato il lavoro, Stone gli aveva promesso che non sarebbe sparito di nuovo dai radar, e finora aveva tenuto fede alla parola.

“Pensi al diavolo…,” disse Ed.

Stone era appena entrato in palestra. Attraversò a grandi falcate la nuova pavimentazione di gomma puntando dritto a Ed. Stone si era appena fatto la barba ed esibiva un taglio a spazzola. Aveva gli occhi svegli e in allerta. Indossava pantaloni marrone chiaro e una camicia chiusa da una cravatta vera. La cravatta aveva su una caricatura di John Lennon – Stone stava persino sviluppando uno stile personale. Indossava abiti formali al lavoro, ma le cravatte spesso erano estrose, e a volte chiaramente ridicole.

Stone sorrise e gli disse qualcosa.

Ed si tolse le cuffie. “Prego? Non ti ho sentito.”

Stone scosse la testa. “Ho detto, cosa strilli?”

Ed fece una smorfia. “No che non l’hai detto.”

Stone rise. “Dai, bello. Ti offro un caffè? Abbiamo molto di cui parlare.”



* * *



“Come stanno le ragazze?” disse Luke.

Si erano accomodati alla mensa a pieno servizio, due pasti al giorno, dell’SRT. Era stata un’idea di Luke – gli pareva che avere i pasti disponibili sul posto avrebbe fatto venire le persone al lavoro prima al mattino, e che le avrebbe tenute lì a pranzo. Se la gente si trovava all’interno del quartier generale dell’SRT quando mangiava, e persino quando faceva ginnastica, potevano accadere cose – potevano scintillare idee, crearsi collegamenti. Era questo che Luke voleva dai suoi.

Finora l’idea funzionava esattamente come da programma. Oggi era una giornata di nevicate, ed erano solo le sette e mezza. E comunque la sala era già un andirivieni di sgobboni che facevano colazione.

Ed fece spallucce. “Bene. Crescono troppo in fretta.” Era stravaccato sulla sedia, ancora con la tuta, a mescolare olio di cocco biologico nel caffè al posto della panna.

“Cassandra mi fa fare i salti mortali per vederle, ma non è una novità. Nulla che non possa gestire. Ha presentato una mozione al tribunale per costringermi a rivelare dove mi trovo in qualsiasi momento. Io ho detto che spesso si tratta di informazioni secretate, e per fortuna il giudice su questo è stato dalla mia parte.

“Poi Cassandra durante le vacanze di Natale ha preso e si è trasferita nella periferia a sud di Richmond. Afferma che laggiù le scuole sono migliori, più sicure, e probabilmente è vero. Però alle ragazze non fa bene spostarsi continuamente così. In più, non è che a me sia indifferente che il giudice le abbia detto non lasciare la Virginia; si è trasferita il più lontano possibile pur rimanendo nello stato. Mi facevo un viaggetto di venti miglia per vedere le ragazze, e adesso sono più di duecento.”

“Cassandra è una donna bellissima,” disse Luke. Mai dette parole più vere. L’ex moglie di Ed era alta e statuaria. Era come se Naomi Campbell non fosse mai stata scoperta, non fosse mai diventata una top model, e Ed se la fosse sposata. E ci avesse avuto dei figli insieme.

Per poi divorziare.

Adesso Ed sorrise. “È così che ti fanno finire in trappola.”

“È la cosa più naturale del mondo,” disse Luke.

“È così dall’inizio dei tempi,” disse Ed. “Ma immagino che non mi hai interrotto l’allenamento per discutere dei calvari nelle relazioni tra uomini e donne.”

Luke scosse la testa. “No. Hai sentito dello schianto aereo che c’è stato in Egitto?”

“Come avrei potuto non sentire niente?” disse Ed. “Però non hanno detto molto. Si può perdonare allo spettatore medio di pensare che si sia trattato di un normale schianto aereo. Solo una di quelle disgrazie che a volte succedono.”

“Non lo è stato,” disse Luke bevendo il caffè nero.

Ed sorrise. “Dimmi qualcosa che non so.”

“Stamattina sono stato alla Casa Bianca.”

Adesso il sorriso gli andava quasi da un orecchio all’altro. “Ho detto, dimmi qualcosa che non so.”

“C’è stata una riunione di emergenza,” disse Luke. “Kurt Kimball pensa che l’aereo sia stato abbattuto da un attacco tramite razzi che nello specifico aveva come obiettivo Marshall Dennis. Stava per aprire un hotel sul Mar Rosso.”

Ed fissò il suo caffè, pensandoci su. Gli si oscurò il volto. Continuava a mescolare l’olio di cocco.

“Ok.”

“Alla riunione c’era il generale Loomis.”

“Frank Loomis?” disse Ed. “JSOC?”

“Lo conosci?”

Ed scrollò le spalle. “Una volta gli sono stato prestato dalla Delta. L’operazione è andata peggio che poteva. Ha quasi fatto ammazzare un po’ di noi. Un giorno te lo racconterò.”

Luke annuì. “Stamattina faceva lo schivo. Ha detto che i suoi dell’intelligence gli hanno detto che l’attentato è stato un diversivo, una copertura per qualcosa di più grosso. Quando la presidente lo ha incalzato per sapere come facesse a dirlo, o quale potrebbe essere il prossimo attacco, lui ha detto che…”

Ed finì la frase per lui. “Non aveva la libertà di discuterne.”

“Esatto,” disse Luke.

“Allora noi qui che ruolo abbiamo?”

“C’è un tizio a Baltimora. Trudy e Swann pensano che sia sporco, e che stia per scappare dalla città. Vorrei beccarlo oggi prima che scompaia. Vedere che cos’ha da dire. Non otterremo mai un mandato di arresto, almeno non con breve preavviso, quindi…”

Ed sorrise. “Vuoi che ci vada io, a prenderlo?”

Luke scrollò le spalle. “Direi che dovrebbe farlo una squadra di sei persone. Parti con un paio dei tuoi migliori per assicurarti che vada tutto a buon fine. Però portati anche un paio dei tuoi novellini. Mi piacerebbe vederli in azione, vedere che cosa abbiamo davanti.”

“La situazione com’è?” disse Ed.

“È una casa. I dettagli ce li ha Swann. Ci sono due donne e due bambini. Tre maschi adulti. Tutto ciò che vogliamo è il soggetto, che ha passato i sessanta. Io direi entrata turbolenta, azione rapida, lo beccate e lo portate fuori. Cercate di non rompere niente.”

“In altre parole,” disse Ed, “non uccidete nessuno.”

Luke annuì. “Esatto.”

“Sei proprio delicato,” disse Ed.

Luke sorrise. “Ci provo.”

“Ok. Consideralo fatto.”




CAPITOLO SEI


8:40 ora della costa orientale

Westgate

Baltimora, Maryland



“Vedi il posto?” disse Ed nel microfono.

La profonda voce gutturale di Mark Swann si fece sentire nella cuffia. “Vuoi dire in tempo reale?”

Ed scosse la testa. “No, voglio dire nel 1978. Sì, in tempo reale, Swann.”

“Certo che no. Non vedo niente. Oggi non ho un drone in volo, e anche se potessi metterne su uno, le nuvole sono troppo basse. Tutto ciò che vedo viene dalle telecamere che avete addosso.”

“Quindi non vedi che cosa succede sul retro.”

“No, non al momento. Ma tu hai la mappa aerea, no? E la pianta?”

Ed sospirò. “Sì.” Sarebbero entrati alla cieca.

“Allora dovresti essere a posto.”

Ed sedeva sul retro di un furgone bianco parcheggiato in strada a trenta metri dalla casa in cui viveva Mustafa Boudiaf. Il mezzo aveva su un logo arancione, giallo e verde della SMECO, con nel mezzo un lampo. SMECO era l’acronimo di Southern Maryland Electrical Cooperative, un’azienda elettrica che quella zona non la serviva nemmeno.

Nel furgone con lui c’erano tre persone, i membri della sua squadra. Erano vestiti come lui – maglie di lana nere a maniche lunghe, pesanti giubbotti tattici e pantaloni cargo foderati di un Dragon Skin leggero. Sopra ai giubbotti tattici c’erano giubbotti gialli riflettenti con il logo della SMECO – proprio come quelli che indosserebbero operai usciti per sistemare un’interruzione elettrica in una giornata nevosa. Sulla testa avevano caschi bianchi da combattimento con maschere a cerniera, attualmente tirate su. Una persona non certa di quello che stava guardando avrebbe potuto immaginare che i caschi fossero elmetti protettivi.

Ed lanciò un’occhiata fuori dal lunotto. Era un quartiere relativamente benestante. La casa era di stucco marrone chiaro, anonima, a due piani, situata lontana dalla strada, oltre un ampio prato. Un bovindo dava sulla strada, accanto a un portone rosso. Sul lato destro c’era un vialetto con sul davanti una Town Car nera della Lincoln e forse una specie di Toyota dietro. Sul lato sinistro c’era uno stretto viale tra le proprietà. Una lunga siepe costeggiava il marciapiede davanti.

Tutto – la siepe, i due alberi sul prato anteriore – era marrone e spoglio. La neve scendeva piuttosto fitta.

Ed era calmo. Guardò i suoi.

Due erano giovani, al massimo venticinquenni. Rodriguez e Stamos. Ed aveva insegnato alla Rodriguez a Quantico – era tra i suoi migliori studenti. Era la persona più in forma lì, poteva fare più pull-up dello stesso Ed. Poteva correre un miglio in cinque minuti per poi fare cento push up e un altro miglio in cinque minuti. Inoltre era seria – seria da morire. Forse un po’ troppo. Voleva disperatamente mettersi alla prova.

In quel momento, aveva occhi come dischi. Sembrava che dovesse andare in bagno.

“Rodriguez, tu sei con me, ragazza. È un giochetto. Siamo solo addetti alle utenze che bussano alle porte durante un’interruzione del servizio. Abbiamo un portablocco. La porta si apre, e chiunque ci sia dietro noi lo blocchiamo. Tu li metti in sicurezza, io procedo. Capito?”

Annuì. “Capito.”

“Stamos, Anderson, voi risalite quel vialetto e arrivate insieme a Marshall e King sul portico posteriore. Stamos, tu e King siete i martelli. Ricevete l’ordine, e voglio vedervi colpire quella cosa con tutto ciò che avete. In due colpi al massimo, voglio vedere la porta aperta. Uno è meglio.”

Stamos annuì. Sembrava meno nervoso della Rodriguez, ma comunque sul verdognolo. “Capito.”

“Certo che hai capito. Non è mica il tuo primo rodeo, bello. Quindi smettila di comportarti come se lo fosse. Non hai niente da dimostrarmi. Fa’ il tuo lavoro come so che sai fare e basta.”

“Ok.”

Ed guardò Anderson, poi scosse la testa e sorrise. Anderson aveva trentadue anni ed era arrivato all’SRT dalla Delta Force. Aveva bisogno di radersi. Aveva gli occhi severi ma il linguaggio del corpo rilassato. Probabilmente si annoiava. Lo avevano assunto più che altro per la nostalgia che Luke provava per la Delta. Ed dubitava che sarebbe durato. C’erano guerre in corso nel mondo, ed era nel lavoro mercenario che si trovavano i soldi.

“Tu sai cosa fare, bello.”

Anderson annuì. “Sì.”

Si rivolse all’intero gruppo. “Sentite. Ci sono donne e bambini là dentro. Il lavoro numero uno è portare fuori il sospettato, ma il lavoro numero uno A è farlo senza perdita di vite. Il motto del giorno è zero forza letale. Detto ciò, che nessuno di voi si permetta di morire là dentro. Se vogliono la lotta, gliela date. Avete capito?”

Avevano capito tutti.

Ed parlò nel microfono. “Marshall, King, dove siete?”

Dalle cuffie giunse una voce. “Nel giardino sul retro del vicino, giusto sull’altro lato della recinzione di legno. In attesa del via.” Marshall era un ex dell’FBI. King veniva da una squadra SWAT di Newark, New Jersey.

“Avete sentito tutto? Siamo d’accordo?”

“Siamo con te, Ed. Oggi non muore nessuno. Non loro, ma soprattutto non noi.”

Ed annuì. “Bene.” Fece un respiro profondo. Cercò di rilasciare nell’universo qualsiasi tensione avesse in corpo.

“Ottimo. Dentro e fuori in novanta secondi, ragazzi. Partiamo.”



* * *



“Ecco che vanno.”

Nell’ufficio di Swann era montata alle pareti una dozzina di schermi video. Sei attualmente erano attivi, e ciascuno mostrava la visuale che si aveva dalla telecamera portata da ogni agente dell’SRT che stava per entrare nella casa di Mustafa Boudiaf.

‘Ufficio’ era un termine generoso per il bizzarro regno di Swann. C’erano quattro scrivanie, ognuna con sopra almeno tre monitor video. Tre alti server racks erano imbullonati alla parete opposta agli schermi. Dei cavi serpeggiavano per tutto il pavimento. Ovunque – sulle scrivanie, per terra – c’erano componenti elettroniche, con luci LED che lampeggiavano di rosso, verde e bianco.

C’era una sola lunga finestra; lo scaffale sotto di essa sembrava avere un magnetismo tale da attirare a sé lattine vuote di Coca-Cola e Red Bull.

Swann stava su una sedia di fronte agli schermi, Luke e Trudy erano in piedi perfettamente immobili dietro di lui. Gli schermi mostravano una bizzarra giungla di immagini, e ciascuno era segnalato con il cognome della persona di cui si mostrava il punto di vista.

Quelli segnalati come NEWSAM e RODRIGUEZ mostravano entrambi un passaggio innevato e una porta rossa dopo alcuni gradini. ANDERSON mostrava un vialetto, una casa a destra e dei cespugli a sinistra. ANDERSON si muoveva veloce. STAMOS mostrava lo stesso panorama, tranne che per un uomo alto con un giubbotto di sicurezza giallo che gli correva davanti scivolando un pochino nella neve. MARSHALL e KING mostravano un’alta recinzione di legno, che poi i punti di vista scavalcarono. Adesso c’era una casa marrone chiaro con un ampio portico posteriore coperto di neve.

“Agenti in convergenza,” disse Swann. “Quando sei pronto, Ed.”

La telecamera segnalata come NEWSAM era proprio davanti alla porta rossa. Una mano si allungò e col dito indice premette il campanello.

Din-don!

La telecamera segnata con STAMOS mostrava un magro uomo nero, anche lui con un giubbotto giallo riflettente, e adesso col visore al suo posto, in piedi con un pungo in aria. Poi la telecamera si voltò verso una porta sul retro.

Luke tratteneva il fiato. Stavano per abbattere la porta con un ariete. Poi ci avrebbero gettato dentro una granata stordente, una cosiddetta flashbang. Entrambe le cose sarebbero state molto rumorose. A Luke i rumori forti non piacevano per niente. La flashbang avrebbe fatto un casino immenso.

Proprio allora, ricevette un messaggio. Il telefono gli vibrò nella mano; lo aveva messo silenzioso. Abbassò lo sguardo. Era Gunner.

Ciao papà. Dv 6?

“Ma scrivile quelle parole!” disse a mente. L’orwelliano linguaggio semplificato che i ragazzini usavano nei messaggi lo faceva diventare matto. Però lasciò perdere.

Rispose. Al lavoro. Tu dove sei?

Casa xk nevica. Pranzo? T va?

Luke sorrise. Se voleva pranzare con Gunner? Certo che sì.

“Portico sul retro, via!” disse Swann, quasi urlando. “Via! Via! Via!”

Sullo schermo segnalato come KING, due uomini indietreggiarono facendo oscillare l’ariete.



* * *



“Serve aiuto?” disse l’uomo che aprì il portone.

Era un giovane con una maglietta azzurra e pantaloni della tuta rossi, con le ciabatte ai piedi nudi. Gli occhi castani erano piatti e più che un po’ infastiditi. Aveva i capelli ritti in ciuffi. Aveva un barbone.

“Sì, salve,” disse Ed. Indicò il portablocco che aveva nella mano sinistra e la minuscola Rodriguez alla sua destra. “Siamo della compagnia elettrica. Abbiamo ricevuto dei rapporti di interruzione di corrente dovuta alla tempesta nel quartiere. Dobbiamo entrare per controllare lo smart meter e vedere se il sistema funziona come si deve.”

Il tizio fece una specie di smorfia. “Cosa? E perché dovreste…”

Improvvisamente ci fu un forte rumore da qualche parte all’interno della casa.

BAM!

Il ragazzo si voltò indietro per metà. Era sembrato che in cucina qualcosa avesse…

Ed gli diede un pugno a lato della testa. Lui non indietreggiò – si limitò a farla scattare. Non era stato abbastanza forte. Il tipo aveva gli occhi stupefatti, ma era ancora cosciente e in piedi. Ed avanzò, gli fece scivolare un piede dietro le gambe e lo mandò sul pavimento.

“Rodriguez!” urlò superandolo di corsa. Da qualche parte, con la visione periferica, con gli occhi che aveva dietro la testa, vide Rodriguez saltare sul tizio e già girarlo sulla faccia per legargli le mani, quasi in un unico movimento.

Ed percorse il corridoio, veloce. Gli era apparsa in mano la sua Glock.

“Flashbang in arrivo!” urlò qualcuno dentro il suo casco. “Flashbang in arrivo.”

Si fermò, chiuse gli occhi e indietreggiò.

Persino dietro gli occhi chiusi vide il lampo. Persino con le orecchie protette da azzeratori del rumore udì e sentì l’esplosione.

BUUUM!

Da qualche parte giù per il corridoio, un bambino cominciò a piangere. Apparve una giovane con in braccio un bambino. Superò Ed di corsa, con la faccia gelata dal terrore.

Davanti, quattro grossi uomini improvvisamente sciamarono nella casa strillando, “Giù! Giù! Tutti GIÙ!”

Le scale per il piano superiore si trovavano alla sinistra di Ed. Lui ci saltò su, facendo due gradini alla volta. Se la pianta era corretta, la camera padronale si trovava a destra. Svoltò in quella direzione in cima alle scale. Sentì, più che vedere, un altro uomo subito dietro di lui. C’era una porta davanti.

Scattò verso la porta. Oggi la sorpresa era tutto. La velocità era tutto. Colpì la porta senza rallentare, con la spalla destra, facendo irruzione all’interno. Era una porta di legno da poco – carina, ma niente di che.

Ed si precipitò nella stanza a capofitto, rotolando a terra. Un uomo calvo in canotta e boxer era accucciato sul pavimento di fronte a lui, e frugava in una scatola.

Si voltò. Aveva in mano un piccolo revolver – una vecchia .38 Special.

Sopra Ed volò un’ombra, che raggiunse l’uomo e gli fece partire la pistola di lato proprio quando questi fece fuoco.

BANG!

E poi il vecchio era sulla schiena, l’ombra ormai si era rivelata essere un uomo – un uomo con addosso un giubbotto giallo riflettente. L’uomo dell’SRT – Anderson, l’ex operatore della Delta – gli passò un braccio attorno alla gola. La calibro .38 scivolò via sul pavimento.

“Penso che sia il soggetto,” disse Anderson oltre la spalla.

Ed si alzò. “Tutto libero?” Ed parlò nel microfono. “Datemi i liberi.”

“Libero.”

“Libero.”

“Libero.”

“Qualcuno di ferito? Qualcuno è stato abbattuto?”

“Abbiamo due giovani legati di sotto,” disse una voce dietro di lui. Ed si voltò ed era King. “Abbattuti, ma non feriti. Rodriguez ha radunato le donne e i bambini e li tiene nel soggiorno.”

Ed lanciò un’occhiata al letto. Era una vecchia branda instabile. Le coperte erano state sparpagliate dappertutto. Sul pavimento c’erano un paio di mascherine per gli occhi. Il vecchio probabilmente dormiva, fino a un minuto prima.

Anderson lo aveva legato con le fascette e al momento gli stava mettendo un sacco di tela sulla testa.

“Mustafa Boudiaf?” disse Ed.

Il vecchio scosse la testa. “Chi lo vuole sapere?”

Ed tornò a voltarsi verso King. Guardò dritto nella telecamera di King. Fece un bel sorriso per gli amici a casa.

“Vedi, Stone? Facile come bere un bicchier d’acqua. Duro, veloce, assolutamente devastante. Nessuna possibilità di resistenza significativa. È così che si fa un’entrata turbolenta.”




CAPITOLO SETTE


11:45 ora della costa orientale

McLean, Virginia



Si incontrarono in un ristorantino di fronte al famoso arco di McDonald. Il locale si trovava a dieci minuti dal quartier generale. Luke era arrivato prima, e sorseggiava il caffè. Si trovava a un tavolino a un grosso bovindo, e un po’ guardava la CNN sul grosso televisore montato dietro al bancone.

Luke aveva appena trascorso due ore con Mustafa Boudiaf. Stava avendo problemi a levarsi la cosa dalla mente.

L’unico luogo del quartier generale dell’SRT in cui si potesse fumare era la sala interrogatori. Avevano dato a Boudiaf caffè e sigarette, e lui aveva bevuto e fumato per tutto il tempo. Ma la cosa non lo aveva addolcito neanche un po’.

Boudiaf voleva un avvocato. Boudiaf voleva fare una telefonata. Boudiaf voleva sapere se era in arresto. Boudiaf apparentemente aveva visto molta televisione.

“Che cosa sa dello schianto aereo avvenuto in Egitto?” disse Ed.

La visione di un gigantesco nero che gli incombeva sopra non pareva terrorizzante, per Boudiaf. Scosse la testa. “Non so nulla di uno schianto aereo. Dormivo quando avete invaso casa mia.”

“Dove sono finiti tutti i mobili?” disse Ed.

Boudiaf scrollò le spalle. “Sono poverissimo. Questa è l’America. Lavoro di continuo ma non ho soldi. Non ho mobili. Quello che avete visto è tutto quello che ho.”

Luke quasi rise. “E se le dicessi che sappiamo che tre giorni fa ha spedito tutti i mobili in Pennsylvania? Che cosa strana da fare, no? Spedire i propri mobili e tutti i propri averi nell’entroterra. Perché mai farlo?”

Luke fece una pausa.

“Stava facendo questo?”

Boudiaf lo guardò. “Lei chi è, scusi?”

“Chi sono non ha importanza.”

“Ne ha, perché le porterò via il lavoro.”

Luke scosse la testa. “Non è la prima persona a dirmelo.”

“Deve accusarmi di un crimine o rilasciarmi. Dato che non ho commesso crimini, non c’è nulla di cui accusarmi. State infrangendo le vostre stesse leggi.”

Luke scrollò le spalle. “So che ha fretta perché domani sera ha un aereo da prendere.”

Boudiaf non fece alcun tentativo di nasconderlo. “Sì, esatto. Torno a casa.”

“Pensavo che casa sua fosse questa.”

“Lei è proprio sciocco.”

D’un tratto, Ed colpì nel segno. “Perderà l’aereo,” disse piano, con tono pratico.

L’idea fece arrabbiare Boudiaf. “Dovete rilasciarmi!” gridò. “Siete uomini morti, lo capite? Siete tutti uomini morti!” Poi si fermò e fece un respiro profondo, apparentemente accorgendosi di quello che aveva appena fatto.

“E perché siamo uomini morti?”

Boudiaf scosse la testa. “Non lo so.”

“Come moriremo?”

“Non so neanche questo.”

A Boudiaf crollarono le spalle, e il suo linguaggio del corpo cambiò. Un attimo prima era nervoso, sedeva bello dritto, pronto a resistere. Adesso si sistemava sulla sedia, apparentemente rassegnato a un terribile destino.

“Devo far arrivare un messaggio alla mia famiglia.”

Ed annuì. “Glielo manderemo noi. Questo posso prometterglielo.”

“Se siete onesti, trasmettete questo messaggio. Se non vengo rilasciato, devono salire sull’aereo senza di me e lasciarmi indietro.”

Boudiaf voleva che la sua famiglia se ne andasse. Prima che accadesse cosa?

Ora, nel ristorante, accostò l’auto. Era un SUV Navigator nero della Lincoln con finestrini oscurati, che si muoveva lentamente e con cautela sulle strade scivolose di neve. A volte per Luke era facile dimenticare che la nonna materna di Gunner era la discendente dell’uomo che aveva inventato la vernice per pavimenti nella metà dell’Ottocento; il suo prodotto era ancora in uso più di centocinquant’anni dopo. Ovvio, la fortuna originaria era stata diluita nelle generazioni successive, ma i nonni di Gunner avevano molto denaro.

Gunner frequentava una scuola privata e viveva in una grande villa di pietra in fondo a un lungo vialetto. Un autista lo portava dove voleva. Non respirava l’aria raffinata dell’élite miliardaria come le figlie di Susan, però…

Era un bene. Luke voleva solo il meglio per Gunner, cose che non avrebbe mai avuto se a pagare fosse stato il buon salario statale di Luke. E per quanto Luke avesse voglia di vederlo tutti i giorni, era un bene che Gunner vivesse in un posto dove la gente era sempre a casa. Non lo poteva fare col padre – Luke era via spesso.

Osservò il ragazzino smontare dall’auto, chiudere la portiera e, senza uno sguardo indietro, mettersi in cammino nella neve fino all’ingresso del ristorante. Indossava un lungo cappotto di lana grigia, stivali pesanti e aveva una sciarpa rossa avvolta attorno alla gola. Era alto e magro. A Luke ricordava un giovane gentleman inglese.

Luke sorrise. Il ragazzo stava facendo esperimenti con la sua immagine pubblica. Era quello che si faceva a quell’età.

Gunner entrò, fermandosi un attimo nell’atrio per pulirsi gli stivali dalla neve e dal fango. Percorse l’ala con semplice grazia e scivolò al tavolino, di fronte a Luke. Aveva gli occhi grandi e azzurri e sorrideva.

“Ciao, papà,” disse.

“Ciao, Gunner. Perché sorridi?”

Gunner scrollò le spalle. “Oggi niente scuola. E tu perché sorridi?”

Luke scrollò le spalle. “Per un pranzo a sorpresa con la mia persona preferita.”

Arrivò la cameriera, una donna sui quarantacinque. “Aspettava lui?”

Luke annuì.

Si portò una mano a lato del viso, come per impedire a Gunner di sentire quello che diceva. “È bello.”

Adesso sorridevano tutti. “Forse un po’ giovane, però,” disse Luke.

Fece l’occhiolino a Gunner. “Ok. Posso aspettare. Pronti per ordinare?”

Ordinarono uova, pancake, salsiccia, tutto quanto. Gunner prese il succo d’arancia. Luke si attenne a una tazza di caffè senza fondo. Poi si acclimatarono. Luke l’orario lo sentiva, ma d’altra parte era sveglio e al lavoro da prima delle cinque del mattino, e che cosa c’era di più importante di un po’ di tempo con suo figlio?

“Ho visto lo schianto aereo al notiziario stamattina,” disse Gunner senza preamboli. “È rimasto ucciso un deputato americano.”

Luke annuì. “Sì. Brutta cosa.”

“Vai lì?”

“In Egitto?” disse Luke.

Gunner scrollò le spalle. “Boh. Ovunque sia stato lo schianto.”

“È stato in Egitto,” disse Luke. “Non so se andrò lì. Non me l’ha chiesto nessuno. E non c’è necessariamente una ragione per cui ci vada.” Luke riusciva a sentire l’evasività della sua risposta. “Stanno ancora indagando sulle ragioni.”

Gunner scuoteva la testa. “Il programma che ho visto diceva che probabilmente è stato un attentato terroristico. Il conduttore diceva di esserne sicuro al novantanove per cento.”

Luke sorrise di nuovo. Il sorriso era un po’ più mesto di quello precedente. “Be’, se un conduttore televisivo dice di essere sicuro al novantanove per cento di una cosa, allora deve essere vera.”

“Prenderesti in considerazione l’idea di non andare, se te lo chiedessi io?”

Luke annuì. “Lo prenderei in considerazione. Ma ti chiederei anche di capire che ho un lavoro da fare.”

“Papà, e se ti dicessi che voglio entrare nell’esercito?”

Ecco com’era quel ragazzo. Aveva una mente sveglia, che prendeva deviazioni brusche. A volte era difficile sapere che cosa ci fosse dietro il prossimo angolo.

“Be’, ti direi che, se fra cinque anni la pensi ancora così, allora ti aiuterei a scandagliare le opzioni a tua disposizione. Ma vorrei anche scandagliare le tue motivazioni. Ci sono modi più semplici di mettersi in forma. E se pensi di volerlo fare perché sembra uno spasso, posso dirti subito che non lo è. L’idea di spasso salterà dritta fuori dalla finestra la prima volta che un sergente istruttore ti urlerà addosso standoti col fiato sul collo durante una corsa di dieci miglia prima di colazione, o la prima volta che ti ritroverai a faccia in giù nel freddo fango mentre ti sfilano proiettili veri sopra la testa. E la prima volta che i cattivi veri cercheranno di ucciderti usando metodi innovativi e sorprendenti di cui mai si era parlato durante l’addestramento? Non sarà uno spasso.”

Gunner scosse di nuovo la testa. In volto aveva il fantasma di un sorriso. “Lo farei perché così tu puoi preoccuparti per me tanto quanto io mi preoccupo per te.”

Fine. Dei. Giochi.

Luke rimase temporaneamente senza una risposta. Quel ragazzino era capace di questo e altro.

“Comunque, ecco una buona notizia,” disse Gunner cambiando istantaneamente argomento. Era capace di fare anche questo – metterti in posizione disperata e poi improvvisamente lasciarti andare. Era un po’ un gioco del gatto col topo.

“Racconta,” disse Luke.

“Lo sai che la nonna e il nonno adorano sciare. Be’, andiamo nell’appartamento che hanno in Colorado per qualche giorno. Quindi sarà bello. Sciare mi piace.”

Luke annuì. Non riusciva a immaginare quanto riuscissero a sciare a questo punto i genitori di Rebecca, ma vabbè. “Quando partite?”

“Stasera,” disse Gunner. “Quindi perdo un altro giorno di scuola. Lo sai come sono. Pensano che la scuola sia per i poveri.”

Luke sorrise. Gunner aveva intuizioni affilate come rasoi. Era come se potesse farsi strada nella mente della gente per darci un’occhiatina. Luke ripensò a Boudiaf, che cercava disperatamente di far lasciare la città alla famiglia. La famiglia di Luke – una sola persona – se ne andava, guarda caso. Era proprio un bene. Qualsiasi cosa dovesse accadere, almeno Gunner non sarebbe stato nelle vicinanze.

Oltre, sullo schermo televisivo apparve il viso di Susan. La telecamera si allontanò per fare una panoramica, prendendola a figura intera, lì sul palco. Indossava ancora il tailleur azzurro della mattina. Con la mente, Luke se la immaginò scendere dal letto nuda, nell’oscurità che precede l’alba, per affrontare un’altra giornata provante. Sospirò.

Sullo schermo, Susan era più bella che mai, forse meno formale che in passato. Meno presidenziale? Si poteva dire così. La telecamera si allontanò ulteriormente, mostrando la sala stampa gremita della Casa Bianca.

Luke fissò la stanza. Venne inondato da sensazioni, ed era importante non distogliere lo sguardo. Quella era la stanza in cui si era preso un proiettile per Susan e in cui era stata assassinata Marybeth Horning. Per un istante, Luke vide la testa della Horning saltare per aria, e gli venne il prurito al fianco nel punto in cui era penetrato il proiettile.

Susan stava per parlare.

Gli occhi di Gunner saettavano avanti e indietro tra la tv e la faccia di Luke.

“Ami Susan?” disse.

“Questa è una domanda difficile a cui rispondere,” disse Luke. “Siamo entrambi adulti. Abbiamo avuto entrambi alti e bassi. Abbiamo entrambi lavori impegnativi – lei probabilmente ha il lavoro più impegnativo del mondo intero.”

“La ami come amavi la mamma?”

Luke allora guardò Gunner. Scosse lentamente la testa. “Non amerò mai nessuno come amavo tua madre. Tranne te. A te voglio bene alla stessa maniera.”

Annuì alla verità di quello che aveva appena detto. Qualsiasi cosa avessero insieme lui e Susan, ed era una cosa fantastica, ed era importante – non era uguale a quello che avevano avuto lui e Becca un tempo. Immaginava che Susan potesse dire una cosa simile su lei e Pierre. Tanto di cappello a un tredicenne per averglielo chiarito.

Sullo schermo televisivo, Susan avanzò verso i microfoni.

“Buongiorno,” disse.




CAPITOLO OTTO


12:15 ora della costa orientale

Sala stampa

Casa Bianca, Washington DC



“Buongiorno,” disse Susan. “Non ho molte informazioni per voi, quindi sarò breve.”

Era sul palco. Guardava una cinquantina di giornalisti e più o meno altrettanti fra telecamere e microfoni, cosa che sapeva avrebbe portato il suo volto e le sue parole quasi in ogni angolo del globo. Da molto tempo aveva smesso di preoccuparsene.

Per un breve momento, lasciò vagare lo sguardo per la stanza. Era una tetra mattinata invernale. Pareva che la gente non avesse voglia di starsene lì. Nemmeno lei. Le notizie erano brutte, e non voleva essere lei a darle. Ma la situazione richiedeva leadership, e così…

“Come tutti sapete, circa alle quattro del mattino, alle undici secondo l’ora locale, un aereo charter si è schiantato avvicinandosi all’aeroporto di Sharm el-Sheikh sulla penisola del Sinai, in Egitto. A bordo c’erano il deputato degli Stati Uniti per il Texas Jack Butterfield così come altri nostri stretti amici, incluso Sir Marshall Dennis del Regno Unito e il console generale egiziano a Londra, Ahmet Anwar. A bordo di quell’aereo è morto un totale di ottantatré persone, inclusi ventisette americani e persone provenienti da altri dieci paesi. Non ci sono stati sopravvissuti.”

Susan fece una pausa. Le telecamere ronzavano e ticchettavano nel silenzio.

“I filmati di videosorveglianza dell’aeroporto e i nostri dati satellitari hanno ora confermato quello che molti di noi sospettano fin dall’inizio – l’aereo è stato abbattuto da un missile terra-aria sparato dalle montagne circostanti. Condanniamo senza mezzi termini questo attentato codardo perpetrato ai danni di persone innocenti, e ci uniamo alla comunità internazionale nella determinazione di sconfiggere gli agenti del terrore.”

I reporter stavano già parlottando e borbottando, preparandosi a gridarle dietro domande. Anche se erano stati informati in anticipo che lei non avrebbe risposto.

“Facciamo le nostre sincere condoglianze alle famiglie delle vittime. I nostri pensieri e le nostre preghiere sono con voi.”

A Susan si fermò il fiato in gola. Per un attimo si sorprese a trattenere le lacrime. Pensava di aver superato quel genere di cose, di essere stata tanto indurita dalle tragedie che le emozioni non l’avrebbero più riguardata. Ma si sbagliava. Lo schianto di quell’aereo, la perdita subita dalle famiglie dei passeggeri, aveva innescato in lei qualcosa – la perdita di tantissime persone negli ultimi anni, le sue perdite, e la paura di altro in arrivo.

Le venne in mente un’immagine improvvisa – quella di sua figlia Michaela, sotto tiro, legata e assicurata a una passerella di quasi cinquanta piani su Los Angeles. La scacciò. Venne sostituita dalla brevissima, fuggevolissima immagine di un’esplosione sottoterra, una grossa porta d’acciaio che scoppiava e le fiamme che inglobavano l’uomo dei servizi segreti che camminava appena davanti a lei – il disastro di Mount Weather.

Adesso nella stanza la fissavano tutti.

Smise di seguire il discorso preparato e proseguì improvvisando. “In senso molto reale, non siamo solo con voi, ma noi siamo voi. Non per minimizzare il dolore personale di qualcuno, ma di recente tutti noi abbiamo passato le pene dell’inferno. Abbiamo perso famiglie, abbiamo perso amici – io ho perso alcuni dei miei migliori amici sulla Terra – e abbiamo perso la sensazione del sicuro e sensato mondo che un tempo avevamo. Ma riotterremo quella sensazione, e la passeremo ai nostri figli e ai nostri nipoti. Queste atrocità terroristiche si fermeranno!”

Quasi involontariamente, alcuni giornalisti e operatori televisivi si misero ad applaudire.

“Ancora non sappiamo chi siano stati i perpetratori di questo attentato. Ma prometto a tutti i qui presenti e a tutti nel mondo che lo scopriremo, e che a quel punto agiremo repentinamente per consegnarli alla giustizia. Vi ripeto anche che stiamo lavorando sodo, insieme a molti alleati e amici, per creare un mondo in cui incidenti del genere non accadano.”

Adesso ci fu quasi silenzio. Stava cominciando a ripetersi. Era questo che succedeva a virare rispetto agli appunti preparati.

Un robusto uomo con la barba della prima fila sollevò una mano grassoccia. Susan non se n’era accorta, ma lui parlò lo stesso. “Quando dice ‘consegnarli alla giustizia’,” disse, “intende un tribunale?”

Susan conosceva bene quel giornalista, ma al momento le sfuggiva il nome. Era quel tipo di giornata. “Quando ne sapremo di più, ne saprete di più anche voi,” disse.

Giunse un’ondata di domande. Parlavano tutti insieme, e Susan riusciva a malapena a distinguere una parola dalla successiva. Il suo contingente dei servizi segreti cercò di farla scendere dal palco. Lei si avvicinò al microfono un’ultima volta.

“Grazie,” disse.

Attraversò la pesante porta verde a destra del palco, con dei grossi corpi che la fiancheggiavano su ogni lato. Kat Lopez era in corridoio, con in mano un portablocco. Incrociarono lo sguardo.

Susan scosse la testa. “Penso che sia andata piuttosto bene,” disse.




CAPITOLO NOVE


19:31 ora dell’Africa occidentale (13:31 ora della costa orientale)

Club per gentiluomini Millennium Koko

Lagos, Nigeria



“Giusto in tempo, proprio come ho detto.”

Eddie il Pazzo si trovava a un tavolino rotondo con tre dei suoi uomini in una lussuosa sezione VIP del club esclusivo a due piani. Attraverso la partizione in vetro, poteva osservare l’azione al piano di sotto. Non si fermava mai. Anche se la serata era appena cominciata, c’erano tre ragazze sul palco, completamente nude eccetto le scarpe dai tacchi alti, tutte a ballare sul palo.

Brave ragazze forti, sapeva lui. Acrobate. Atlete. Eddie per mesi aveva vissuto al club nelle suite per la notte, e credeva di aver provato ogni ragazza che lavorava nel locale. Nere di lì, della Nigeria e dei paesi vicini, bianche della Russia e dell’Europa orientale, asiatiche della Cambogia e della Thailandia – Eddie le adorava tutte.

Le luci brillavano di viola, azzurro e arancione. Suonavano dei bassi pesanti, ma Eddie li percepiva più che udirli – la parete in vetro era ottima per cancellare il rumore. Di sotto era appena entrato nel club un altro gruppo – una mezza dozzina di uomini con caffettani azzurri e bianchi e pantaloni coordinati, kufi in testa. Avevano tutti folte barbe, quasi in maniera comica, come se fossero barbe finte incollate alla faccia.

Parlavano con i due grossi buttafuori alla porta, ma sembrava tutto in ordine. Eddie aveva già pagato loro l’entrata – non c’era bisogno che un ingresso di tremila naira facesse da elemento di rottura o avesse come conseguenza un improvviso massacro.

“Pronti, ragazzi?” disse Eddie. “Prepariamoci a dare il benvenuto ai nostri ospiti. Attenzione ai vestiti. Cercate armi.”

Eddie sollevò una mano e fece schioccare le dita, indicando ai due camerieri alla porta di portare fuori lo champagne. Era il modo di Eddie di fare il simpatico. I suoi ospiti erano musulmani salafiti che mai si sarebbero sognati di bere alcol. Però probabilmente si sarebbero divertiti molto a uccidere la gente che lo beveva.

E le ragazze nude? Che ballavano? Ciò portava la cosa a tutt’altro livello. Anche solo tenere la riunione al club era un altro modo di fare i simpatici. Eddie faceva Eddie, così dicevano alcuni.

I visitatori adesso stavano salendo la scalinata dal tappetto rosso e Eddie riuscì a vedere che due di loro erano i maggiori ricercati della Nigeria – vivi o morti. Preferibilmente morti. Gli altri erano uomini grossi, guardie del corpo.

Una delle guardie aprì la porta di vetro e il gruppo entrò. Eddie si sollevò dal suo posto al tavolino, così come i suoi. Con la coda dell’occhio, vide una coppia dei suoi ragazzi tutti prurito alle dita – erano ansiosi, pronti a ficcarsi le mani nelle giacche ed estrarre le pistole.

“Fermi,” disse. “È una visita in amicizia.”

Il leader andò dritto da Eddie. Era basso e magro, con una lunga e folta barba che mostrava striature di grigio. Aveva la pelle nero scuro e il viso era segnato da grinze e solchi. Quell’uomo aveva trascorso molto tempo nel grande Sahel, col sole a battergli addosso.

“Yisrael Abdul Salaam,” disse Eddie allungando le braccia. “Benvenuto a casa mia.”

“As-Salaam-Alaikum,” disse l’uomo.

Eddie scosse la testa e sorrise. “Come vuoi.”

“Edward,” disse il più piccolo, “ti conosco da quand’eri ragazzo, e sei sempre stato una fonte di guai. Ma questo…” Fece un cenno all’ambiente. Aveva gli occhi svegli e non sorrideva. “Questo è il lavoro del diavolo. Dovrei ucciderti per avermi costretto ad attraversare un tale covo di immoralità.”

Adesso Eddie smise di sorridere. L’ultima cosa che voleva era una ramanzina da un fanatico religioso. “Il mondo sta cambiando,” disse. “Questa è la nuova Nigeria. Soldi veloci, vita veloce, posti bellissimi, donne bellissime. Tu e il tuo dio siete relitti del passato. E l’orologio ticchetta.”

Gli occhi di Yisrael non vacillarono mai. “Prima della tua morte, che Allah ti faccia recidere quella sporca lingua dalla bocca.”

Tolte di mezzo le amenità, Eddie indicò il tavolino. “Ci accomodiamo per parlare un attimo?”

Yisrael annuì. Sedette al tavolo e Eddie si accomodò di fronte a lui. Il resto degli uomini restò in piedi. Eddie non si curò nemmeno di offrire a Yisrael una flûte di champagne. Non era più di buonumore. Si guardò intorno. Gli uomini erano tesi. Una riunione di cinque minuti poteva aver luogo senza sparatorie? Questa era la massima preoccupazione. Yisrael, ovviamente, non era un attentatore suicida. Era troppo importante per una cosa del genere.

“So che oggi hai rubato una cosa,” disse.

Eddie scosse la testa. “Ho trovato una cosa.”

“E non sai neanche che cos’è.”

Era vero. Negarlo non aveva senso. “Tu sì?”

Yisrael annuì. “Ma certo. Appartiene ad amici nostri.”

Adesso Eddie invece sorrise, un fantasma di un sorriso. “Ah sì? Io sapevo che voi di amici non ne avevate più.”

Yisrael mandò a sbattere il piccolo pugno sul tavolino. Tutt’intorno a loro, i tiratori, stupefatti, saltarono. E fremettero. Ma non estrassero le armi.

“Perché mi hai invitato qui?” disse Yisrael.

“Per offrirti personalmente la cosa che ho trovato. Perché sono un sentimentale, e tu sei un mio compatriota e fratello di tribù, dopotutto. Ma se non la vuoi, sono sicuro di riuscire a fare un accordo con questi tuoi amici.”

“Questi miei amici ti piazzeranno la testa su una picca.”

Eddie annuì lentamente. “Sì. Capisco. Ma la cosa la vuoi o no?”

I severi e incassati occhi di Yisrael lo fissarono. Parvero diventare tutto quanto. I tenui colori pastello del club, le luci lampeggianti, il basso sordo, persino i tiratori lì vicino – tutto parve sparire.

“Sì. Moltissimo.”

“Ti costerà un milione di dollari in contanti,” disse Eddie. “Puoi farcela a questo prezzo? So che i tuoi amici sì, e anche di più. È un articolo costoso. Oggi ho perso due amici per impossessarmene.”

Yisrael sorrise, ma il gesto non raggiunse gli occhi. “Che pena. Sono morti per soldi.”

“Meglio dei tuoi,” disse Eddie. “Che muoiono per una favola.”

D’un tratto, un uomo alto con un caffettano bianco ebbe una pistola in mano. Era ampio, scurissimo, con mani molto grandi. Puntò la pistola dritta alla testa di Eddie.

“Allah proibisce tali parole!” gridò, e per un istante Eddie pensò che potesse davvero tirare il grilletto. Parole. Quell’uomo avrebbe ucciso e sarebbe morto per mere parole. Be’, nel caso, almeno sarebbe stata una cosa… sbrigativa.

Ma un secondo dopo tutti gli uomini di Eddie avevano estratto le pistole. La canna di una si trovava a due centimetri dal cuoio capelluto di Yisrael. E gli uomini di Yisrael avevano estratto le loro. Pistole puntate ovunque nella stanza, una foresta di pistole. Ecco quello che si beccava Eddie per aver cercato di parlare con quella gente.

“Puoi recuperare i soldi o no?” disse.

Yisrael si appoggiò allo schienale della sedia e sorrise. Adesso sembrava rilassato. Forse non riusciva a rilassarsi a meno che non ci fosse omicidio nell’aria. “Penso che non siamo messi tanto male quanto credi. Trecentocinquanta milioni di naira, e per il momento tu ti tieni la testa sul collo. Mi pare un accordo meraviglioso per te. Non ti divertiresti a incontrare i miei amici.”

Eddie scosse la testa. “Dollari,” disse. “Un milione di dollari americani.” Sorrise ancora, ma il gesto non parve autentico. La gente come Yisrael sapeva proprio rovinarti il buonumore.

“Sono cittadino del mondo. A che servono a uno come me le naira?”




CAPITOLO DIECI


14:05 ora della costa orientale

Studio Ovale

Casa Bianca, Washington DC



“Proprio non ci credo che facciamo questa riunione,” disse Susan.

Non disse quello che pensava dentro di sé: Che voglia di torcere il collo a Stone.

Invece guardò Kat Lopez, appollaiata su una sedia dall’alto schienale dall’altra parte del salottino dello Studio Ovale. Kat sembrava fresca e rilassata. Come Kurt Kimball, Kat era un coniglietto della Duracell – andava avanti e avanti e avanti.

“Dammi i dettagli,” disse Susan.

“RAS,” disse Kat. “Ritorno Alla Saggezza. Più di trentamila membri per tutti gli Stati Uniti, e i numeri sono in crescita. Il quartier generale si trova qui a Washington, e hanno un dedito pool di donatori in tutti gli Stati Uniti, soprattutto tra i benestanti della Bible Belt. Sono stati fondati e originariamente finanziati dal magnate di mais del Midwest Nathan Davis. Come lobby la loro influenza sta crescendo, soprattutto tra i conservatori del Congresso. Hanno raccolto e speso più di quindici milioni di dollari nell’ultimo anno fiscale, senza contare altri milioni, dai cinque ai dieci, raccolti dal loro braccio no-profit, la Fondazione americana per l’educazione della famiglia.”

“E Lucy?” disse Susan.

“Lucy Pilgrim,” disse Kat senza esitare. “Attuale presidente dell’organizzazione RAS. Sessantasette anni. Lucy è stata una hippy e un’attivista politica in gioventù – contraccezione, ambientalismo, antinucleare. Nella metà degli anni Settanta lei e un gruppo di seguaci si sono recate a Central Park in topless ogni domenica per tre estati di fila. Se potevano farlo gli uomini, potevano farlo anche le donne.”

Kat fece una pausa.

“Un po’ per uno…”

“Giusto,” disse Susan quasi ridendo. “Non fa male a nessuno. Era intelligente. Lo sai tu o ce l’hai negli appunti?”

Kat scrollò le spalle. “Ho saputo di Lucy al college. Studi sulle donne. Una volta è venuta a parlare.”

Susan scosse la testa. “È un fenomeno.”

Kat sollevò una mano. “A un certo punto, Lucy dev’essere diventata religiosa. O magari un lato religioso l’ha sempre avuto ma non ha mai avuto troppa voglia di parlarne. Comunque è presidente della RAS da otto anni. Si dice che nel prossimo futuro darà le dimissioni. Le è stata diagnosticata una forma aggressiva di malattia di Parkinson, due anni fa. Pare che la cosa non l’abbia rallentata per niente, ma dovrebbe avere chiaro che forse dovremo accordarci con un’anatra zoppa.”

Susan puntò il suo sguardo più severo su Kat. “Non dovremo accordarci per niente, Kat. Che accordi dovremmo fare? Questa è un’organizzazione che vuole che le donne americane restino a casa a fare altri bambini, ho ragione? Per via di un’idea errata sull’esclusione degli immigrati?”

Kat annuì. “Dubito che loro la metteranno così, ma sì, più o meno.”

Susan scrollò le spalle. “Teniamo questa riunione per fare un favore al vicepresidente e nient’altro. Finiamola presto così possiamo andare avanti con il resto della giornata.”

Kat andò all’ampio monitor della tv a circuito chiuso appeso alla parete e lo accese. Era un pugno in un occhio, ma rendeva comodo comunicare con il vicepresidente Stephen Lief. Si trovava lì dall’insediamento di più di un mese prima. Ma da allora Susan aveva cominciato a pensare che lei e Stephen dopotutto non avrebbero comunicato poi tanto. Un attimo in carica, e aveva subito cominciato a oltrepassare i suoi confini.

La faccia occhialuta di Lief apparve sullo schermo gigantesco; era seduto nello studio del piano di sopra dell’Osservatorio navale. Lo studio di Susan. Argh. Che fastidio. Lo studio era la sua stanza preferita della casa migliore che avesse mai avuto. Lui se ne stava lì come se quel posto fosse di sua proprietà.

Stone!

Poteva biasimare Luke Stone per Stephen Lief. O poteva biasimare se stessa per esserci stata. O poteva biasimare la biologia umana e le endorfine dell’amore rilasciate dall’intimità fisica – facevano perdere al cervello le capacità di ragionamento.

Susan conosceva Stephen da molto. Quando lei era al Senato, lui era la leale opposizione dall’altra parte della navata, un conservatore moderato, mediocre – cocciuto ma non pazzoide. Ed era un uomo gentile.

Ma era anche del partito sbagliato, e per questo lei si era beccata molte critiche accese dagli ambienti liberali. Era un possidente terriero aristocratico, di famiglia ricca – uno della Mayflower, la cosa più simile alla nobiltà che avesse l’America. A un certo punto, pareva che avesse pensato che diventare presidente fosse suo diritto di nascita. Non certo il tipo di Susan; gli aristocratici che si credevano dei privilegiati tendevano a mancare del tocco comune che aiutava a connettersi con le persone che, ipoteticamente, si dovevano servire.

Dimostrava quanto Luke Stone le fosse entrato dentro anche solo che avesse preso in considerazione Stephen Lief. Era stata un’idea di Stone. Ricordava il momento preciso in cui gliene aveva parlato. Erano stesi insieme nel grande letto presidenziale. Lei stava riflettendo ad alta voce sui possibili candidati alla vicepresidenza, e Stone aveva detto:

“E perché non Stephen Lief?”

Lei aveva quasi riso. “Stone! Stephen Lief? Ma dai.”

“No, dico sul serio,” aveva detto.

Era disteso sul fianco. Il suo corpo nudo era magro ma duro come la roccia, cesellato e coperto di cicatrici.

“Sei bellissimo, Stone. Magari però i ragionamenti lasciali a me. Tu puoi adagiarti lì, a fare il bello.”

“L’ho interrogato alla sua fattoria, in Florida,” disse Stone. “Gli ho chiesto che cosa sapesse su Jefferson Monroe e sui brogli elettorali. Lui è stato chiaro con me fin da subito. Ed è bravo con i cavalli. Delicato. Deve pur voler dire qualcosa.”

“Lo terrò a mente,” disse Susan. “La prossima volta che cerco un cowboy.”



Ma dopotutto aveva scelto lui. C’entrava qualcosa il fatto che conservatori e liberali si unissero per ricostruire la fiducia nel governo. C’entrava qualcosa il fatto che Stephen fosse un mago al Congresso, e finalmente aveva fatto passare un progetto di legge sulle infrastrutture – una cosa necessaria al paese. Però finora la realtà di Stephen Lief era stata nel complesso meno impressionante della fantasia.

Nella mente di Susan cominciò a prendere forma un’idea, per Stephen Douglas Lief. Si sarebbe fatto un mese o giù di lì di viaggio negli Stati Uniti occidentali per un giro di assaggio di chili. Poteva partire dal remoto oriente, tipo dall’Ohio, provare un po’ del chili di Cincinnati famoso in tutto il mondo, meglio se come copertura letale di hot dog, e poi spostarsi a sudovest verso Louisiana, Texas, Arizona e California del Sud.

Difficile dire che fosse una punizione – si trattava di posti molto piacevoli in cui passare l’inverno. E inoltre avrebbe sviluppato uno stomaco di ferro, e Susan era sicura che un uomo come Lief, laureato in compassate scuole dell’East Coast come Choate, Princeton e Yale, avrebbe adorato scendere in strada per incontrare gente normale, tanto per cambiare. Susan ne prese nota mentalmente – Kat avrebbe assegnato a qualcuno il compito di cominciare a organizzare questo importante tour sociale non appena terminata quella conversazione.

Seduta accanto a Lief nello schermo c’era Lucy Pilgrim. Sembrava fragile e dimostrava più della sua età – tutt’altra cosa rispetto alla giovane bellezza che aveva ai tempi dell’attivismo in strada. Con la mente, Susan colse un’immagine di giornale in bianco e nero di una giovane Lucy che urlava in un megafono a un qualche raduno – giovane, energica, molto carina con i capelli lunghi e lisci che le arrivavano alla vita, in sbiaditi blue jeans aderenti e camicia a fiori. Prima o poi, col tempo dovevano farci i conti tutti.

“Salve, Susan,” disse Stephen Lief. “Voglio ringraziarla di aver accettato questa riunione.”

Susan fece spallucce. “Figurati. Sono sicura che comprendete entrambi che questa è una giornata difficile e che dovrò…”

Lief la interruppe. “Certo che capiamo. Jack Butterfield era un mio amico. Domattina andrò in Texas, per esserci all’arrivo del corpo.”

“E dovresti rimanerci, per il chili,” quasi disse Susan, ma non lo fece.

Invece guardò dritta verso Lucy Pilgrim. “Salve, Lucy, come sta?”

“Susan, è un piacere vederla. Grazie di questa chiacchierata con me.”

“Be’, ha dalla sua un campione, con l’ex senatore della Florida. Lui non accetta un no come risposta, a quel che ho capito.”

“Io e Stephen ci conosciamo da moltissimo.”

Susan fissava lo schermo. Lanciò un’occhiata a Kat, pensando di presentarla, e poi cambiando idea. Che senso aveva prolungare le carinerie?

“Lucy, in cosa posso esserle utile? Sono la presidente degli Stati Uniti, come penso che probabilmente sappia. Non sono io a fare le leggi. Non ha senso fare pressioni su di me.”

Lucy scosse la testa. E così Susan vide l’effetto di quel leggero movimento sul corpo della donna. Parve che la sua intera figura seguisse lo scuotimento del capo e poi continuasse per qualche altro secondo. L’effetto era sottile ma evidente. E quasi sicuramente contemporaneo al lavoro dei farmaci per controllare i tremori.

Susan sospirò. La vita. Andava così. Era molto, molto bello avere soldi, ma la salute costituiva la vera ricchezza.

“Susan, voglio solo farle sapere quello che stiamo facendo, e vedere se ci sono punti di incontro in cui potremmo trovare giovamento l’una all’altra.”

“Lucy, magari non se n’è accorta, ma adesso mi trovo in mezzo a una crisi internazionale.”

Lucy annuì. “E penso che la stia gestendo meravigliosamente. Ho seguito il suo discorso al notiziario poco fa. Sono rimasta colpita come sempre dalla sua abilità nell’inoculare emozioni potenti nella connessione con la gente. Ma, come tutte le crisi, anche questa passerà. E i nostri problemi interni saranno ancora lì. Le crisi internazionali non fanno sparire i problemi interni.”

“Né viceversa,” aggiunse Stephen Lief con un certo disagio.

“Esatto,” disse Lucy.

Susan quasi sorrise. Era una cosa molto simile a uno sketch di un programma comico notturno.

“Ok,” disse. “Sentiamo.”

Lucy si lanciò.

“Susan, sono cambiati i tempi da quando io e lei, soprattutto io, eravamo giovani. Magari non ci pensa quotidianamente perché la cosa non sembra avere rilevanza per lei, ma ci troviamo per le mani una bomba a orologeria demografica e culturale. Con ogni prossima generazione, donne bianche in quella che chiameremo età feconda continueranno a rimandare la decisione di avere figli. Donne della cosiddetta generazione X hanno rappresentato una svolta radicale col passato – una ogni sei ha scelto di non avere figli. La cosa sarebbe uno sviluppo notevole di per sé, se fosse temporanea. Ma le cosiddette donne Millennial apparentemente raddoppieranno questa cifra, e rimandano pure il matrimonio. La situazione peggiora a mano a mano che scendiamo con l’età. Le ragazze delle superiori, se interpellate sul desiderio di avere figli, mettono la cosa molto in basso nella loro lista delle priorità. Il matrimonio si trova in fondo alla lista.”




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