Se fosse fuggita
Blake Pierce


“Un capolavoro del thriller e del genere giallo! L’autore ha sviluppato e descritto così bene il lato psicologico dei personaggi che sembra di trovarsi dentro le loro menti, per seguire le loro paure e gioire dei loro successi. La trama è intelligente e appassiona per il tutto il libro. Pieno di colpi di scena, questo romanzo vi terrà svegli fino all’ultima pagina.”--Books and Movie Reviews, Roberto Mattos (a proposito del Killer della rosa) SE FOSSE FUGGITA (un giallo di Kate Wise) è il 5° volume di una nuova serie di thriller psicologici dell’autore di best-seller Blake Pierce, il cui primo libro Il killer della rosa (1° volume) (scaricabile gratuitamente) ha ricevuto più di mille recensioni a cinque stelle. Quando un’altra donna di cinquant’anni viene trovata morta a casa sua in un agiato quartiere periferico – la seconda vittima di questo tipo in appena due mesi – l’FBI non sa come muoversi. Si deve rivolgere alla sua mente più brillante, l’agente Kate Wise, cinquantacinque anni, ormai in pensione, perché torni al lavoro per risolvere il caso.Che cos’hanno in comune queste due donne di mezz’età? Sono state prese di mira?Quanto tempo passerà prima che il killer colpisca di nuovo?E Kate, non più nel fiore degli anni, sarà ancora in grado di risolvere casi impossibili per chiunque?Thriller pieno di azione e di suspense al cardiopalma, SE FOSSE FUGGITA è il 5° volume di un’affascinante nuova serie che vi terrà svegli tutta la notte, fino all’ultima pagina. Il 6° volume della serie gialla di Kate Wise sarà presto disponibile.







s e f o s s e f u g g i t a



(un giallo di kate wise – libro 5)



b l a k e p i e r c e


Blake Pierce



Blake Pierce è l’autore della serie thriller best-seller di RILEY PAGE, che include quindici libri (più altri in arrivo). Blake Pierce è anche l’autore dei gialli di MACKENZIE WHITE in tredici libri (più altri in arrivo); della serie gialla di AVERY BLACK, che comprende sei libri; e della serie thriller di KERI LOCKE, che conta cinque libri; della serie gialla GLI INIZI DI RILEY PAIGE, che comprende quattro libri (più altri in arrivo); della serie gialla di KATE WISE, che comprende sei libri (più altri in arrivo); dei gialli psicologici di CHLOE FINE, che comprendono cinque libri (più altri in arrivo); e della serie thriller psicologica di JESSE HUNT, che comprende cinque libri (più altri in arrivo).

Avido lettore e fan di gialli e thriller da una vita, Blake vorrebbe sapere cosa ne pensi delle sue opere, quindi visita il suo sito internet www.blakepierceauthor.com (http://www.blakepierceauthor.com) per saperne di più e rimanere aggiornato su tutte le novità.



Copyright © 2019 di Blake Pierce. Tutti i diritti riservati. Salvo per quanto permesso dalla legge degli Stati Uniti U.S. Copyright Act del 1976, è vietato riprodurre, distribuire, diffondere e archiviare in qualsiasi database o sistema di reperimento dati questa pubblicazione, in qualsiasi sua parte, in alcuna forma o con qualsiasi mezzo, senza previa autorizzazione dell’autore. Questo e-book è disponibile solo per fruizione personale. Questo e-book non può essere rivenduto né donato ad altri. Se vuole condividerlo con un’altra persona, è pregato di acquistarne un’ulteriore copia per ogni beneficiario. Se sta leggendo questo libro e non l’ha acquistato o non è stato acquisto per suo solo uso e consumo, è pregato di restituirlo e comprarne una copia per sé. La ringraziamo del rispetto che dimostra nei confronti del duro lavoro dell’autore. Questa storia è opera di finzione. Nomi, personaggi, aziende, organizzazioni, luoghi, eventi e fatti sono frutto dell’immaginazione dell’autore o sono utilizzati in modo romanzesco. Ogni riferimento a persone reali, in vita o meno, è una coincidenza. Immagine di copertina Copyright andreiuc88, usata su licenzia concessa da Shutterstock.com.


LIBRI DI BLAKE PIERCE



UN’EMOZIONANTE SERIE PSICOLOGICA DI JESSIE HUNT

LA MOGLIE PERFETTA (Libro #1)

IL QUARTIERE PERFETTO (Libro #2)

LA CASA PERFETTA (Libro #3)



L’EMOZIONANTE SERIE PSICOLOGICA DI CHLOE FINE

LA PORTA ACCANTO (Libro #1)

LA BUGIA DI UN VICINO (Libro #2)

VICOLO CIECO (Libro #3)

SUN VICINO SILENZIOSO (Libro #4)



I GIALLI DI KATE WISE

SE LEI SAPESSE (Libro 1)

SE LEI VEDESSE (Libro 2)

SE LEI SCAPPASSE (Libro 3)

SE LEI SI NASCONDESSE (Libro 4)

SE FOSSE FUGGITA (Libro 5)

SE LEI TEMESSE (Libro 6)



LA SERIE DEGLI INIZI DI RILEY PAIGE

LA PRIMA CACCIA (Libro #1)

IL KILLER PAGLIACCIO (Libro #2)

ADESCAMENTO (Libro #3)

CATTURA (Libro #4)



LA SERIE DI GIALLI DI RILEY PAIGE

IL KILLER DELLA ROSA (Libro #1)

IL SUSSURRATORE DELLE CATENE (Libro #2)

OSCURITÀ PERVERSA (Libro #3)

IL KILLER DELL’OROLOGIO (Libro #4)

KILLER PER CASO (Libro #5)

CORSA CONTRO LA FOLLIA (Libro #6)

MORTE AL COLLEGE (Libro #7)

UN CASO IRRISOLTO (Libro #8)

UN KILLER TRA I SOLDATI (Libro #9)

IN CERCA DI VENDETTA (Libro #10)

LA CLESSIDRA DEL KILLER (Libro #11)

MORTE SUI BINARI (Libro #12)

MARITI NEL MIRINO (Libro #13)

IL RISVEGLIO DEL KILLER (Libro #14)

IL TESTIMONE SILENZIOSO (Libro #15)



LA SERIE DI GIALLI DI MACKENZIE WHITE

PRIMA CHE UCCIDA (Libro #1)

UNA NUOVA CHANCE (Libro #2)

PRIMA CHE BRAMI (Libro #3)

PRIMA CHE PRENDA (Libro #4)

PRIMA CHE ABBIA BISOGNO (Libro #5)

PRIMA CHE SENTA (Libro #6)

PRIMA CHE COMMETTA PECCATO (Libro #7)

PRIMA CHE DIA LA CACCIA (Libro #8)

PRIMA CHE AFFERRI LA PREDA (Libro #9)

PRIMA CHE ANELI (Libro #10)

PRIMA CHE FUGGA (Libro #11)

PRIMA CHE INVIDI (Libro #12)

PRIMA CHE INSEGUA (Libro #13)



LA SERIE DI GIALLI DI AVERY BLACK

UNA RAGIONE PER UCCIDERE (Libro #1)

UNA RAGIONE PER CORRERE (Libro #2)

UNA RAGIONE PER NASCONDERSI (Libro #3)

UNA RAGIONE PER TEMERE (Libro #4)



SERIE DI GIALLI DI KERI LOCKE

TRACCE DI MORTE (Libro #1)

TRACCE DI OMICIDIO (Libro #2)

TRACCE DI PECCATO (Libro #3)

TRACCE DI CRIMINE (Libro #4)

TRACCE DI SPERANZA (Libro #5)


INDICE



PROLOGO (#u27c79922-057b-59af-bcc1-88b90dcd73cf)

CAPITOLO UNO (#u84d5684d-83b2-5492-b299-e2ebf5c99ef1)

CAPITOLO DUE (#u20adee61-0e3b-597e-bb87-31b8727ed7b4)

CAPITOLO TRE (#ud95f888e-dcc9-5e97-b3e5-a3c8262d9259)

CAPITOLO QUATTRO (#u7ff8a42f-7ef9-5849-80c2-21be0679cabc)

CAPITOLO CINQUE (#uf08c42db-c7aa-5803-8eb2-e8a530dac846)

CAPITOLO SEI (#ub9219e9c-b31d-52cc-8201-9764703f4a47)

CAPITOLO SETTE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO OTTO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO NOVE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO DIECI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO UNDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO DODICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TREDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUATTORDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUINDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO SEDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO DICIASSETTE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO DICIOTTO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO DICIANNOVE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTUNO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTIDUE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTITRÉ (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTIQUATTRO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTICINQUE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTISEI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTISETTE (#litres_trial_promo)




PROLOGO


La maggior parte delle volte, a Karen Hopkins lavorare a casa piaceva. Si teneva occupata, il che era un bene, perché la piccola attività di ottimizzazione web che doveva essere solo un lavoretto secondario, in qualche modo era diventata una cosa full time – una cosa full time che avrebbe aiutato lei e il marito Gerald ad andare in pensione entro due o tre anni. Ma c’erano giorni in cui i clienti erano così maledettamente stupidi che quasi rimpiangeva gli anni in cui rispondeva a qualcun altro. L’abilità di passare i clienti piantagrane a qualcuno di più in alto nella catena le sarebbe stata utile fin troppo spesso.

Guardava un’email chiedendosi come rispondere alla domanda idiota di un cliente senza sembrare maleducata. Al momento stava ascoltando su Spotify una delle sue playlist classiche – ma non di quelle con molti archi a sovrastare il pianoforte. No, lei preferiva piano e basta. Al momento cercava di gustarsi la Gymnopedie No. 1 di Erik Satie.

La parola chiave era cercava. Veniva distratta dall’email e dalle occasionali domande dell’uomo nel salotto. Il salotto era separato dall’ufficio da un’unica parete, quindi ogni volta che quello aveva una domanda da fare, praticamente doveva urlare. Era abbastanza socievole, ma santo cielo, Karen stava cominciando a desiderare di non averlo mai chiamato.

«Che tappeto meraviglioso che ha qui» disse, e la voce gridava attraverso la parete, attraverso Erik Satie e attraverso i pensieri che aveva raccolto Karen a proposito di quella maledetta email. «Orientale?»

«Credo di sì» disse lei girandosi oltre la spalla. Dava la schiena all’ingresso per il corridoio e, oltre, il salotto, e così era costretta a parlare piuttosto forte.

Cercò di tenere un tono cortese… persino allegro. Ma era difficile. Era troppo distratta. Quell’email era importante. Era un cliente abituale che apparentemente avrebbe portato ancor più lavoro nei prossimi mesi, ma quelli che gli gestivano l’attività parevano degli idioti.

Si mise a digitare una risposta scegliendo ogni parola con attenzione. Era difficile fare i professionali e i ragionevoli quando, arrabbiatissimi, si metteva in questione l’intelligenza della persona a cui si stava scrivendo. Lei lo sapeva bene, e le sembrava di dover sopportare la cosa molte volte al mese.

Lavorò per quattro secondi prima che l’uomo nel salottino la chiamasse di nuovo. Karen fece una smorfia, desiderando di non averlo mai chiamato. Il tempismo era pessimo. Che diamine aveva pensato? Avrebbe potuto aspettare fino al weekend, davvero.

«Vedo le foto dei suoi figli sulla mensola del camino. Quanti sono? Tre?»

«Sì.»

«Quanto hanno adesso?»

Dovette mordersi la lingua per non dirgli qualche parolaccia. Però era importante mantenere le apparenze. Inoltre, non sapeva quando avrebbe dovuto richiamarlo.

«Oh, adesso sono tutti grandi – venti, ventitré e ventisette anni.»

«Un bel gruppo di ragazzi, sicuro» ripose lui. Poi ammutolì. Lei lo udì muoversi nel salotto, incluso l’occasionale canticchiare basso e ripetitivo. Le ci volle un attimo per accorgersi che canticchiava seguendo la musica che veniva dall’ufficio, passata a un altro pezzo di Satie. Alzò gli occhi al cielo, desiderando che se ne stesse zitto. Certo, lo aveva chiamato lei per un servizio, ma la stava già irritando. Ma i professionisti di solito non venivano, lavoravano in silenzio e poi se ne andavano felicemente pagati? Che problema aveva quello lì?

«Grazie» riuscì a dire, trovando proprio sgradevole l’idea che le guardasse le foto dei figli.

Abbassò la testa e tornò all’email. Inutile, ovvio. Apparentemente il suo visitatore era incline a conversare attraverso i muri.

«Vivono qui intorno?» chiese.

«No» disse. Fu piuttosto breve e secca stavolta, e arrivò pure a girare del tutto la testa a destra in modo che riuscisse a udire l’irritazione della voce. Non aveva intenzione di dargli l’indirizzo dei suoi figli. Dio solo sapeva che razza di domande avrebbe potuto tirarne fuori.

«Capito» disse lui.

Se non fosse stata così assorbita dall’email che aveva davanti, forse avrebbe riconosciuto un gelo inquietante nel silenzio che seguì la domanda. Era un silenzio pregno, del tipo che promette qualcosa, in seguito.

«Oggi aspetta visite?»

Non fu certa del perché, ma qualcosa nella domanda le accese la paura. Era una domanda stramba da fare per uno sconosciuto, in particolare per uno che aveva assunto per un servizio. E non aveva forse sentito qualcosa di diverso nel tono?

Ora preoccupata, distolse lo sguardo dal laptop. Sembrava esserci qualcosa che non andava con lui. E adesso non era più solo irritata dalle domande, ma si stava pure spaventando.

«Più tardi vengono degli amici per un caffè» mentì. «Però non so bene quando. La maggior parte delle volte passano a trovarmi quando ne hanno voglia»

Qui non ebbe risposta, e la cosa fu più spaventosa che mai. Lentamente, Karen fece scivolare la sedia all’indietro e si alzò. Andò alla soglia che collegava l’ufficio al salotto. Sbirciò dentro per vedere che cosa stesse facendo.

Ma lui non c’era. Gli arnesi del mestiere erano ancora lì, ma lui non si vedeva da nessuna parte.

Chiama la polizia…

Il pensiero le sfrecciò per la testa, e lo sapeva che si trattava di un buon consiglio. Ma sapeva anche di essere incline all’esagerazione. Magari era tornato al furgone o qualcosa del genere.

Assurdo, pensò. Hai sentito aprirsi e chiudersi la porta? E poi non ha fatto che chiacchierare. Te lo avrebbe detto che usciva…

Si immobilizzò; passi nel salotto. «Ehi» disse con voce un po’ titubante. «Dove va?»

Nessuna risposta.

C’è qualcosa che non va, le urlò quella vocina nella testa. Chiama subito la polizia!

Con il terrore che le esplodeva nello stomaco, Karen indietreggiò lentamente fino a uscire dal salotto. Fece per tornare nel suo ufficio, dove il telefono giaceva sulla scrivania.

Come si voltò, andò a sbattere contro a qualcosa di duro. Sentì odore di sudore per un solo istante, ma ebbe appena il tempo di registrarlo.

Fu allora che qualcosa le avvolse il collo, stringendo.

Karen Hopkins lottò, combattendo contro a ciò che aveva attorno al collo. Ma più lottava più quella cosa si faceva stretta. Era ruvida, le tagliava le carni e affondava sempre di più mentre lei si dimenava. Sentì una sottile scia di sangue scenderle giù per il petto nello stesso momento in cui si accorse di trovare difficile respirare.

Lottò lo stesso, facendo ciò che poteva per spingere l’aggressore nell’ufficio in modo da prendere il telefono. Sentì altro sangue scenderle per il collo, niente di che, solo un gocciolio. La cosa che aveva attorno al collo si fece ancora più stretta. Crollò lentamente mentre arrivava a qualche metro dalla scrivania, e tutto ciò che i suoi occhi riuscirono a vedere fu lo schermo del laptop davanti a lei. Quello schermo bianco, con un’email incompleta che non avrebbe mai inviato.

Guardò il cursore lampeggiare con insistenza, in attesa della parola seguente.

Che non sarebbe mai arrivata.




CAPITOLO UNO


Una delle varie cose che sorprendevano Kate Wise nei suoi cinquantacinque anni di vita (con i cinquantasei a sole poche settimane di distanza) era il fatto che prepararsi per un appuntamento non aveva mai mancato di farla sentire ancora un’adolescente insicura. Era giusto il trucco? Troppo? Avrebbe dovuto cominciare a tingersi per combattere il grigiore che lentamente sembrava vincere la guerra contro i suoi capelli? Avrebbe dovuto indossare un pratico reggiseno tutto comfort o uno che per Allen sarebbe stato semplice da togliere, giunti a fine serata?

Era una specie di ansia carina, che le ricordava che ci era già passata. Da sposata si era sentita allo stesso modo preparandosi per un appuntamento per tutto il primo anno. Però adesso con Allen, il primo uomo con cui usciva dalla morte di Michael, era stata costretta a imparare di nuovo a uscire con un uomo.

Con Allen le cose si facevano rapidamente più facili. Erano entrambi sui cinquantacinque, quindi c’era una sensazione di fretta a ogni appuntamento – la taciuta consapevolezza che se la relazione si fosse trasformata in qualcosa di diverso dall’uscire insieme, dovevano investirci appieno. Finora, pur con qualche ostacolo qua e là, avevano fatto proprio così. E fino a quel momento era stato incredibile.

L’appuntamento di quella sera doveva essere una cena, un film e poi di nuovo a casa sua, dove avrebbero trascorso la notte insieme. Quella era un’altra cosa che l’età consentiva loro: saltare tutto il tira e molla della camera da letto. Negli ultimi mesi la risposta era stata un inequivocabile sì – sì che si ripresentava quasi a ogni appuntamento (un’altra cosa che sorprendeva Kate sulle relazioni a cinquantacinque anni).

Mentre si applicava il rossetto – solo un po’, come sapeva che piaceva ad Allen – dei colpi alla porta la fecero sussultare. Guardò l’orologio e vide che erano solo le diciotto e trentacinque, venticinque minuti buoni prima dell’orario in cui lo aspettava.

Sorrise, presumendo che fosse venuto prima. Magari voleva cambiare l’ordine delle attività e passare subito alla parte in camera da letto. Sarebbe stato un dolore spogliarsi poco dopo essersi vestita, ma ne sarebbe valsa la pena. Con un sorriso in volto, uscì dalla camera, attraversò la casa e aprì la porta.

Quando vide che dall’altra parte c’era Melissa, visse molte emozioni piuttosto velocemente: sorpresa, delusione, e poi preoccupazione. Melissa teneva nella mano destra il seggiolino dell’auto e la piccola Michelle osservava. Quando gli occhi di Michelle trovarono la nonna, si illuminò e si allungò, muovendo le manine come per aggrapparvisi.

«Melissa, ciao» disse Kate. «Vieni, entra.»

Melissa fece come chiesto, accigliandosi mentre esaminava la madre. «Merda. Stai uscendo? Un appuntamento con Allen?»

«Già. Arriva tra venti minuti. Perché? Che c’è?»

Fu allora, quando si sistemarono sul divano, che Kate si accorse che Melissa sembrava turbata da qualcosa. «Speravo che stanotte potessi badare a Michelle.»

«Melissa… in qualsiasi altro momento sarebbe un piacere. Lo sai. Ma come vedi ho già altri impegni. Va… va tutto bene?»

Melissa fece spallucce. «Immagino di sì. Non so. Terry ultimamente è strano. A essere sincera, è strano da quando ci siamo presi quello spavento per la salute di Michelle. A volte è assente, sai. Negli ultimi giorni è stato peggio, e non so proprio perché.»

«Quindi avete bisogno di stare un po’ di tempo insieme? Un appuntamento per voi due?»

Melissa scosse la testa, accigliandosi. «No. Abbiamo bisogno di fare una chiacchierata. Una chiacchierata lunga e seria. E magari si urlerà. E per quanto sia stato distante ultimamente, sia io che lui siamo d’accordo di non urlarci mai contro con una bambina in casa.»

«Ti… ti maltratta?»

«No, niente del genere.»

Kate abbassò lo sguardo sul seggiolino, liberandone lentamente Michelle. «Lissa, avresti dovuto chiamare. Avvisarmi.»

«L’ho fatto. Ci ho provato un’oretta fa. Ma ha suonato un po’ e poi è partita la segreteria.»

«Ah, diavolo. L’ho lasciato silenzioso dopo che sono andata dal dentista. Scusami.»

«No, scusami tu. Odio chiederti questo favore all’ultimo minuto quando chiaramente hai dei programmi. Però… non so che altro fare. Scusa se ti sembra che mi stia approfittando di te, ma tu sei… sei tutto quello che ho, mamma. Però ultimamente pare che tu stia andando avanti. Tu adesso hai Allen e quella specie di lavoro con il bureau. Mi pare che tu ti stia dimenticando di me… che io e Michelle siamo più una seccatura che altro.»

A Kate si spezzò il cuore a sentire quelle parole. Si sistemò Michelle in grembo, le teneva le manine e la faceva saltellare.

«Non mi sono dimenticata di voi» disse Kate. «In effetti forse sto cercando di riscoprire me stessa. Attraverso il lavoro, attraverso Allen… attraverso te e Michelle. Non siete mai state una seccatura.»

«Mi dispiace. Non sarei dovuta venire dopo che non avevi risposto al telefono. Possiamo fare un’altra volta, magari tra qualche giorno… che ne dici?»

«No» disse Kate. «Stasera. Prendetevi stasera.»

«Ma il tuo appuntamento…»

«Allen capirà. Si è affezionato parecchio a Michelle, sai.»

«Mamma… sei sicura?»

«Sicurissima.»

Si sporse e avvolse Melissa in un abbraccio. Michelle le si dimenò in grembo, sollevando la mano libera per afferrare i capelli della nonna. «Anch’io ho avuto paura quando Michelle era in ospedale» disse mentre si abbracciavano. «Forse Terry non ha mai superato la cosa. Dagli l’opportunità di spiegarsi. E se te ne fa passare delle belle, ricordagli che tua madre ha una pistola.»

Melissa rise mentre si lasciavano. Anche Michelle rise, battendo le mani grassocce.

«Di’ ad Allen che mi dispiace» disse Melissa.

«Sì. E se stasera le cose si fanno strane, fammelo sapere. Sei sempre la benvenuta qui se ti serve una pausa.»

Melissa annuì e baciò Michelle sul capo. «Fa’ la brava con la nonna, ok?»

Michelle a questo non aveva risposte da dare, dato che al momento stava schiaffeggiando uno dei bottoni della camicia di Kate. Kate guardò Melissa andarsene e vide chiaramente quanto fosse combattuta. Le venne da chiedersi se le cose a casa non fossero peggiori di quanto desse a intendere.

Chiusa la porta, Kate abbassò lo sguardo su Michelle e le rivolse un sorriso. Michelle glielo restituì felicemente cercando di prenderle il naso.

«La mamma è contenta a casa?» chiese Kate. «La mamma e il papà se la cavano bene?»

Michelle le afferrò il naso e strinse, come ricordandole i suoi doveri. Kate fece un sorrisone e cacciò fuori la lingua, capendo che forse badare a Michelle poteva già essere un appuntamento di suo.



***



Quando quindici minuti dopo Kate aprì la porta ad Allen, lui parve sia felice che confuso. Aveva gli occhi lucenti e brillanti, come sempre quando vedevano Kate. Poi vide la bimba di dieci mesi tra le sue braccia, e gli occhi gli si strinsero in confusione. Sorrise lo stesso, perché Kate meno di mezz’ora prima aveva detto la verità a Melissa; Allen adorava Michelle quasi quanto la adorava Kate.

«Penso che sia un po’ giovane per fare da terzo incomodo» disse Allen.

«Lo so. Senti, Allen, mi dispiace. Ma c’è stato un cambio di programma… nell’ultima mezz’ora. Melissa e Terry stanno passando un momento difficile. Terry è molto distante e strano. Devono lavorare su delle cose…»

Allen fece spallucce con noncuranza. «Sono sempre invitato a entrare?»

«Certo.»

Le baciò entrambe – Kate sulle labbra e poi Michelle sulla fronte – prima di entrare. A Kate si scaldò il cuore tutto in una volta nei suoi confronti. Innanzitutto, era bello come sempre. Si era vestito bene per l’uscita, ma non troppo bene. Riusciva sempre a vestirsi in modo da sembrare adatto sia a un cocktail party su un patio sulla spiaggia che a un ristorante chic del centro.

«Pensi che sistemeranno tutto?» chiese Allen.

«Penso di sì. Penso che lo spavento preso quando Michelle era in ospedale abbia scosso Terry più di quanto si sia accorto. Lo sta patendo solo adesso, e credo che la cosa forse stia minando il matrimonio.”

«È dura» disse Allen. Aprì le mani verso Michelle e lei si allungò istantaneamente verso di lui. Mentre lui la coccolava e lei gli dava schiaffetti alla guancia, Allen guardò Kate con quella che non era proprio preoccupazione, ma un qualcosa di simile.

«Non aveva neanche chiamato?» chiese.

«Ci ha provato e… diamine. Mi sono dimenticata di nuovo di mettere la suoneria. Ero dal dentista per un controllo.»

Prese il telefono dalla borsa e riaccese la suoneria. Vide d’un colpo che un’ora e venti minuti prima Melissa aveva davvero cercato di chiamarla.

«Be’, sai, il nostro appuntamento può essere qui» disse lui. «Possiamo ordinare una cena tailandese e guardare un film. E la parte finale può essere uguale.»

Kate annuì e sorrise, ma la sua attenzione era ancora sul telefono. Aveva anche un’altra chiamata persa. E il numero che aveva provato a chiamare due volte, l’ultima volta aveva lasciato un messaggio.

Era una telefonata da Washington DC – dal direttore Duran.

«Kate?»

Sbatté le palpebre e distolse lo sguardo dal telefono. Odiava la sensazione di essere stata beccata a fare qualcosa di male.

«Tutto bene?»

«Sì. Solo… solo che ha chiamato anche il lavoro. Circa tre ore fa.»

«Richiama, allora» disse Allen. Stava fingendo di ballare con Michelle, e anche se aveva un volto felice Kate percepiva dell’irritazione in agguato. Però sapeva anche che non avrebbe fatto che insistere ulteriormente perché chiamasse, se si fosse rifiutata di farlo.

«Un secondo» disse andando in cucina e richiamando Duran.

Il telefono squillò solo due volte prima che rispondessero. Pure in qualcosa di così semplice come un «pronto», Duran sembrava arrabbiato.

«Kate, eccoti. Dov’eri finita?»

«Avevo il telefono silenzioso. Scusa. Tutto bene?»

«Be’, l’ultima volta che non hai risposto ho dato un po’ i numeri.»

«Per cosa?»

«C’è un caso nell’Illinois – due omicidi che sembrano legati, ma non c’è collegamento forte. Ha lasciato sconcertata la polizia del posto, e la succursale fuori Chicago ha evidenziato che a te la zona era familiare… il caso Fielding che hai risolto nel 2002. Hanno detto che sono felici di metterci degli agenti loro, ma chiedevano se ti piacerebbe accettarlo. Sono piuttosto entusiasti all’idea di riaverti lì.»

«Quando?»

«Vorrei che salissi su un aereo stasera. Perché siate lì, tu e DeMarco, belle fresche domattina presto.»

«Quali sono i dettagli?»

«Ti posso mandare quello che ho, ma c’è dell’altro in arrivo. Rapporti della polizia, della scientifica, tutto quanto. Posso contare su di te?»

Kate guardò Allen, che ancora ballava con Michelle. Gli dava dei colpetti al naso e alla bocca mentre lui le cantava un pezzo di Bob Dylan. Se avesse accettato il caso, avrebbe dovuto richiamare Melissa per dirle che non poteva tenere Michelle. Non quella sera. E avrebbe anche dovuto cancellare i programmi fatti con Allen.

«Che succede se non posso?» chiese a Duran.

«Allora lo passo alla succursale di Chicago. Ma penso proprio che voi siate la coppia perfetta. Tutto quello che dovete fare è trovare delle piste e cominciare. Dopo possono proseguire gli agenti del posto.»

«Ci posso pensare?»

«Kate, devo saperlo adesso. Devo far sapere che succede alla polizia del posto e alla succursale.»

Col cuore, lo sapeva cosa voleva fare. Voleva accettarlo. Disperatamente, voleva accettarlo. E se ciò faceva di lei un’egoista, be’… e allora? C’era un’enorme differenza tra mettere al primo posto la famiglia e negarsi le opportunità e l’occasione di vivere la propria vita. Sapeva che se avesse rifiutato quell’occasione solo perché all’ultimo minuto si era offerta di badare a Michelle per Melissa, sarebbe stata indispettita verso entrambe. Le doleva ammetterlo, ma eccola la onesta e brutale verità.

«Ok, sì, contami. Ci sono già i dettagli del volo?»

«Se ne sta occupando DeMarco» disse Duran. «Ti contatterà presto.»

Kate chiuse la telefonata, gli occhi che si spostavano ancora su Allen e Michelle. Lo sguardo provato sul volto di Allen le diceva che aveva sentito la conversazione.

«Quando parti?» chiese.

«Non lo so. Dell’itinerario si occupa DeMarco. Stasera, a una qualche ora. Allen… mi dispiace.»

Lui non disse nulla, e distolse lo sguardo sedendosi sul divano con Michelle. «È così e basta» disse alla fine. «E non sentirti troppo male… mi si prospetta ancora una bella seratina, qui.»

«Non fare lo sciocco, Allen. Chiamo Melissa e le spiego le cose.»

«No. Se hanno bisogno di un po’ di respiro, lasciaglielo. Come forse sai, sono assolutamente capace di badare a questa piccolina.»

«Allen, non posso proprio chiedertelo!»

«E mai lo faresti. È per questo che mi offro volontario.»

Kate andò al divano a sederglisi accanto. Gli posò la testa sulla spalla. «Lo sai quanto sei incredibile?»

Lui scrollò le spalle. «Tu lo sai?»

«Che vuoi dire?» chiese percependo del risentimento nel tono.

«Voglio dire a proposito di questa cosa con te e il lavoro. Doveva essere una volta ogni tanto, giusto? E sinceramente, a essere onesti, così è. Ma quando c’è, c’è. Vogliono che molli tutto per correre, quando ti chiamano.»

«Fa parte del lavoro, però.»

«Di un lavoro da cui sei andata in pensione due anni fa. Ti manca davvero così tanto?»

«Allen… non è giusto.»

«Forse no. Non fingerò di sapere che richiamo abbia su di te quel lavoro. Però mi trovo a bordocampo come Melissa e Michelle. Ci sono dei limiti a quello che posso sopportare.»

«Se ti senti così, questo lavoro non lo accetto. Richiamo Duran e…»

«No. Devi accettarlo. Non voglio che te la prendi con me o con tua figlia se te lo lasci scappare. Quindi, va’. Accettalo. Ma da persona che si sta rapidamente innamorando sempre di più di te, dovrei dirti che avrai delle belle discussioni da fare, quando torni. Con me, con tua figlia, e forse persino con te stessa.»

La prima reazione di Kate fu di rabbia e risentimento. Però forse aveva ragione lui. Dopotutto, non aveva capito che la sua decisione era sul confine dell’egoismo, poco prima? Fra tre settimane avrebbe compiuto cinquantasei anni. Forse era davvero ora di segnare dei confini, per quanto riguardava il lavoro. E se ciò significava che il suo piccolo accordo con Duran e il bureau dovevano giungere a un termine, che così fosse.

«Allen… devi essere sincero. Se il fatto che lo accetti porterà della tensione tra di noi…»

«No. Stavolta no. Ma non so in futuro per quanto potrò andare avanti così.»

Aprì la bocca per rispondere ma le squillò il telefono, interrompendola. Controllò il display e vide che era Jo DeMarco, la giovane che le faceva da partner da un anno in quel piccolo esperimento in corso tra lei e l’FBI.

«È DeMarco» disse. «Devo avere i dettagli del viaggio.»

«Va bene» disse lui. «Non devi farti dare il mio permesso.»

Quello che Kate non disse, anche se lo sentiva in fondo al cuore, era: E allora perché mi sembra di sì?

Era una domanda che non aveva voglia di affrontare in quel momento. E, come aveva fatto negli ultimi mesi quando le si presentavano domande come quella, rivolse la sua attenzione al lavoro. Con una punta di senso di colpa, rispose alla telefonata.

«Ehi, DeMarco. Dimmi tutto.»




CAPITOLO DUE


Kate e DeMarco erano riuscite tutte e due a dormire un po’ sul volo notturno da Washington a Chicago. Ma nel caso di Kate era stato un sonnellino come minimo molto intermittente. Quando si svegliò durante l’atterraggio a Chicago alle 6:15, non si sentiva molto riposata. I pensieri le andarono istantaneamente a Melissa, Michelle e Allen. Il senso di colpa la colpì come un mattone quando guardò Chicago apparire nella tenue luce dell’alba attraverso il finestrino dell’aereo.

Trascorse quel primo momento a Chicago odiandosi. Andò meglio quando lei e DeMarco attraversarono l’aeroporto per andare allo sportello del noleggio auto.

Ora, mentre guidavano nella piccola cittadina di Frankfield, Illinois, il senso di colpa c’era ancora ma più come un fantasma nella testa, con catene sbattute e assi del pavimento scricchiolanti.

DeMarco era al volante, a sorseggiare la bevanda di Starbucks che aveva preso all’aeroporto internazionale O’Hare. Guardò Kate, che guardava fuori dal finestrino, e le diede una gomitata.

«Ok, Wise» disse DeMarco. «C’è un elefante bello grosso nella stanza, e puzza. Che succede? Sembri infelice.»

«Siamo già a livello profondità?»

«Non ci siamo sempre state?»

Kate si raddrizzò e sospirò. «Stavo facendo da babysitter a Michelle quando mi sono accorta della chiamata persa di Duran. Me la sono dovuta filare. Peggio, l’ho lasciata con Allen perché Melissa e suo marito stanno passando un brutto momento. Questa faccenda mi divora.»

«Sono contenta che tu sia qui con me» disse DeMarco. «Ma avresti anche potuto dirgli di no. Non sei sotto stretto contratto, no?»

«No. Ma dire di no non è semplice come penseresti. Forse ci sono troppo dentro. È così che sto trovando il mio scopo, penso.»

«Fare la nonna non basta come scopo?» chiese DeMarco.

«Oh, sì. Però… non so.»

Lì la voce le morì, e DeMarco le concesse il suo silenzio… per un attimo. «Dunque, il caso» disse DeMarco. «Pare chiarissimo, giusto? Hai letto i fascicoli?»

«Sì. E sembra proprio bello chiaro. Ma senza piste né indizi e nemmeno la più piccola indicazione da parte di forze dell’ordine del posto, sarà una sfida.»

«Allora… l’ultima vittima era una donna di cinquantaquattro anni. A casa da sola due pomeriggi fa. Nessun segno di ingresso forzato. Trovata dal marito quando è tornato dal lavoro. Pare che sia stato un brutto strangolamento che le ha penetrato in profondità il collo.»

«E questa potrebbe essere la pistola fumante della situazione» disse Kate. «Che diavolo usi per uno strangolamento che riesca anche a segare il collo della vittima?»

«Filo spinato?»

«Ci sarebbe stato più sangue» commentò Kate. «La scena sarebbe stata assolutamente raccapricciante.»

«E i rapporti dicono che era piuttosto pulita.»

«Questo spiega perché la polizia del posto sta avendo tanti problemi. Ma ci deve essere un inizio, no?»

«Be’, scopriamolo» disse DeMarco rallentando a passo d’uomo e facendo un cenno col capo avanti a destra. «Siamo arrivate.»



***



C’era un solo poliziotto in loro attesa quando risalirono il vialetto a U. Sedeva nell’auto di pattuglia sorseggiando una tazza di caffè. Rivolse un cenno educato a Kate e DeMarco quando si avvicinarono all’auto. Portava l’uniforme, e il distintivo a forma di stella indicava che era lo sceriffo. Se avesse dovuto tirare a indovinare, Kate avrebbe detto che non avrebbe mantenuto quella posizione ancora per tanto. Era tranquillamente vicino ai sessant’anni; lo dimostrava soprattutto nelle sopracciglia e nella lucentezza quasi completamente grigia dei capelli.

«Agenti Wise e DeMarco» disse Kate mostrandogli il distintivo.

«Sceriffo Bannerman» disse il poliziotto anziano. «Contento che ce l’abbiate fatta. Questo caso ci lascia stupefatti.»

«Le va di accompagnarci dentro e darci i dettagli?» chiese Kate.

«Ma certo.»

Bannerman le condusse su per le ampie scale del portico decorato al minimo. L’interno era ugualmente minimalista, e faceva sembrare la casa già enorme ancora più grande. La porta principale si apriva su un ingresso piastrellato che cedeva poi il passo a un ampio corridoio e a una rampa di scale ricurve che andavano al primo piano. Bannerman le accompagnò giù per il corridoio a destra. Entrarono in uno spazioso salottino, con la parete in fondo occupata da una gigantesca libreria incassata nel muro. Il salotto conteneva un unico ed elegante divano e un pianoforte.

«L’ufficio della vittima è per di qua» disse Bannerman accompagnandole attraverso il salotto in una zona piastrellata alla stessa maniera dell’ingresso. Contro alla parete in fondo c’era una semplice scrivania. A destra, una finestra dava su un orto circolare. Nell’angolo giaceva un grosso vaso di steli di cotone. Sembravano semplici e chiaramente finti, però nella stanza ci stavano benissimo.

«Il corpo è stato scoperto alla scrivania, su questa sedia» disse Bannerman. Stava facendo un cenno a una sedia da scrivania semplicissima. Però era il tipo di semplicità che si sarebbe vantata di un cartellino dal prezzo esoso. Solo a guardarla, Kate si sentiva il sedere e la schiena comodi.

«La vittima era Karen Hopkins, una del posto per la maggior parte della vita, credo. Lavorava, quando è stata uccisa. L’email che non ha mai terminato era ancora sullo schermo quando il marito ne ha trovato il corpo.»

«I rapporti dicono che non c’erano segni di effrazione, giusto?» chiese DeMarco.

«Esatto. In effetti il marito ci ha detto che tutte le porte erano chiuse a chiave quando è tornato.»

«Quindi l’assassino ha richiuso prima di uscire» disse Kate. «Non è inusuale. Sarebbe un modo sicuro di cercare di confondere le indagini. Però… in qualche modo è entrato.»

«La signora Hopkins è la seconda vittima. Cinque giorni fa ce n’è stata un’altra. Una donna più o meno della stessa età, uccisa a casa sua mentre il marito era al lavoro. Marjorie Hix.»

«Ha detto che Karen Hopkins stava lavorando quando è stata uccisa» disse Kate. «Sa che faceva?»

«Stando al marito, non era un vero lavoro. Solo una cosetta per fare dei soldi extra per anticipare la pensione. Marketing online o una cosa del genere.»

Kate e DeMarco si presero un momento per guardare l’ufficio. DeMarco controllò il bidone dei rifiuti vicino alla scrivania e qualche foglio di carta che si trovava sul piccolo vassoio sul bordo della stessa. Kate esaminò il pavimento in cerca di un frammento qualsiasi, e si ritrovò di nuovo al vaso di cotone finto. Quasi istintivamente allungò la mano e toccò la morbida punta di uno stelo. Come aveva immaginato era finto, ma la sua morbidezza era quasi calmante. Notò qualche stelo rotto prima di riportare l’attenzione alla scrivania.

Bannerman teneva una distanza rispettosa, vagando avanti e indietro tra il margine del salotto e la finestra, guardando il giardino fuori dall’ufficio.

Kate si accorse subito che la scrivania dava sulla parete. Non era una cosa così poco comune; a quel che aveva capito, era un modo ottimo per persone con una breve capacità di concentrazione di migliorare l’attenzione. Sapeva anche che probabilmente la donna non aveva neanche capito che cosa stava per succedere finché non era accaduto.

I sospetti le andarono automaticamente al marito. Chiunque l’avesse uccisa era entrato in casa in silenzio e aveva fatto pochissimo rumore.

Oppure era già dentro e lei non sospettava niente.

Tutti i segni puntavano al marito. Ma era un vicolo cieco, perché sulla base di ciò che sapevano il marito aveva un alibi solido. Certo, poteva verificare, ma la storia le diceva che quando qualcuno aveva un alibi che riguardava il lavoro, raramente quell’alibi aveva delle incrinature.

Prima di dirlo a DeMarco o Bannerman, entrò nel salotto. Per entrare nell’ufficio si doveva passare per il salotto. Il pavimento era coperto da un tappeto orientale molto carino. Il sofà sembrava essere stato usato raramente e il piano sembrava antico – del tipo mai suonato ma bello da vedere.

I libri alle pareti erano un assortimento di titoli, che per la maggior parte presumeva non fossero mai stati aperti… solo libri da sala d’aspetto che fossero belli sugli scaffali. Solo vicino alla fine dell’ultimo scaffale vide dei volumi che mostravano danni da usura: dei classici, qualche tascabile thriller e alcuni libri di cucina.

Cercò qualsiasi cosa che potesse sembrare strana o fuori posto, ma non vide nulla. Anche DeMarco entrò nel salotto e le rivolse un cipiglio e una scrollata di spalle.

«Pensieri?» chiese Kate.

«Penso che dobbiamo parlare col marito. Persino con un alibi solido come la roccia, magari può svelare qualche perla, in termini di informazioni.»

Bannerman si trovava all’ingresso del salotto a braccia conserte quando le guardò. «Lo abbiamo interrogato, ovviamente. Ha un alibi a prova di proiettile. Almeno nove persone al lavoro l’hanno visto e ci hanno parlato mentre la moglie veniva uccisa. Ma ha anche affermato di essere disposto a rispondere a tutte le domande che abbiamo.»

«Dove sta?» chiese Kate.

«A casa della sorella, a circa tre miglia da qui.»

«Sceriffo, ha un fascicolo sulla prima vittima?»

«Sì. Posso farvene inviare per email una copia, se volete.»

«Sarebbe ottimo.»

Bannerman aveva l’esperienza dell’età. Sapeva che le agenti avevano finito con la casa della Hopkins. Senza che gli venisse detto, si voltò e andò alla porta principale con Kate e DeMarco dietro di sé.

Mentre tornavano alle auto, ringraziando Bannerman per averle incontrate, il sole finalmente aveva raggiunto il suo posto fisso nel cielo. Erano appena passate le otto, e a Kate pareva che il caso fosse già in moto.

Sperava che si trattasse di un buon presagio.

Certo, quando montarono in macchina e notò vagare delle nuvole grigie da tempesta, cercò di ignorarle.




CAPITOLO TRE


Bannerman aveva già chiamato per informare il marito che stava venendo a parlare con lui l’FBI. Quando dieci minuti dopo Kate e DeMarco arrivarono alla casa della sorella, Gerald Hopkins sedeva sul portico con una tazza di caffè. Salendo le scale per andargli incontro, Kate vide che l’uomo era esausto. Sapeva com’era uno sguardo di dolore, e non donava a nessuno. Ma quando la spossatezza era parte dell’equazione, peggiorava di molto le cose.

«Grazie di aver accettato di parlare con noi, signor Hopkins» disse Kate.

«Si figuri. Qualsiasi cosa possa fare per trovare il colpevole.»

Aveva la voce tirata e sottile. Kate immaginava che avesse trascorso molti degli ultimi due giorni a piangere, singhiozzare, e forse persino urlare. E dormendo pochissimo. Guardò la sua tazza di caffè, gli occhi nocciola che parevano potersi chiudere in qualsiasi momento. Kate pensò che se non fosse stato sopraffatto da un dolore così orrendo, Gerald Hopkins probabilmente sarebbe stato un uomo piuttosto bello.

«Sua sorella c’è?» chiese DeMarco.

«Sì. È dentro, si occupa delle… disposizioni.» Lì si fermò, fece un respiro profondo per combattere quello che Kate pensava essere un attacco di pianto, e poi fremette un po’. Sorseggiò il caffè e proseguì. «È stata fantastica. A occuparsi di tutto, a combattere per me. A tenere lontani i fastidiosi stronzi della città.»

«Sappiamo che la polizia l’ha già interrogata, quindi saremo brevi» disse Kate. «Se può, vorrei che descrivesse l’ultima settimana che ha trascorso con Karen. Può farlo?»

Lui scrollò le spalle. «Immagino che sia stata come qualsiasi altra settimana. Io sono andato al lavoro, lei è rimasta a casa. Io tornavo a casa, facevamo le basilari cose di una coppia sposata. Eravamo entrati in una routine… un po’ noiosa. Alcune coppie potrebbero chiamarla monotonia.»

«Qualcosa di brutto?» chiese Kate.

«No. Noi… non so. Negli ultimi anni, da quando tutti i ragazzi si sono trasferiti, be’, abbiamo smesso di provarci. Ci amavamo ancora, ma era tutto molto banale. Noioso, sa?» Lì sospirò, e poi fremette un’altra volta. «Ah, merda. I ragazzi. Stanno arrivando. Henry, il più grande, dovrebbe arrivare tra un’ora. E poi devo… devo affrontare tutto…»

Abbassò la testa e lasciò uscire un piagnucolio disperato che si chiuse in un lamento simile a un singhiozzo. Kate e DeMarco si allontanarono, per dargli spazio. Gli ci vollero circa due minuti per riprendersi. Allora si asciugò gli occhi e alzò lo sguardo come per chiedere scusa.

«Si prenda il tempo che le ci vuole» disse Kate.

«No, va tutto bene. Vorrei solo essere stato un marito migliore alla fine, sapete. C’ero sempre, ma non davvero. Penso che si sentisse sola. A dire il vero, lo so che si sentiva sola. È che non volevo sforzarmi di più. Non è miserabile da parte mia?»

«Sa se qualcuno può essersi visto con lei negli ultimi giorni?» chiese Kate. «Incontri o appuntamenti, qualcosa del genere.»

«Non ne ho idea. La casa la gestiva Karen, praticamente. La metà del tempo non sapevo neanche che cosa succedesse in casa mia… nella mia cazzo di vita. Faceva tutto lei. Faceva quadrare i conti, prendeva appuntamenti, organizzava l’agenda, pianificava le cene, badava a quel maledetto orto circolare che aveva, stava dietro ai compleanni e alle riunioni di famiglia. Io praticamente ero inutile.»

«Ci permetterebbe di aver accesso alle sue agende?» chiese DeMarco.

«Tutto quello che vi serve. Tutto. Bannerman e i suoi uomini hanno già avuto accesso alla nostra agenda sincronizzata. Facevamo tutto sui telefoni. Può farvi entrare.»

«Grazie, signor Hopkins, per adesso la lasciamo, però la prego… se ricorda qualcosa di utile, potrebbe contattare noi o lo sceriffo Bannerman?»

Lui annuì, ma era chiaro che mancava pochissimo perché si rimettesse a piangere.

Kate e DeMarco se ne andarono, e tornarono all’auto. Non era stato un incontro molto produttivo, però aveva aiutato Kate a convincersi che era impossibile che Gerald DeMarco avesse ucciso la moglie. Non si può fingere tanta sofferenza. Aveva visto moltissimi uomini provarci nel corso della sua carriera, e non erano mai parsi autentici. Gerald Hopkins era fuori di sé dal dolore, e a lei dispiaceva moltissimo per lui.

«Prossima fermata?» chiese DeMarco mettendosi al volante.

«Vorrei tornare alla casa degli Hopkins… magari parlare con i vicini. Ha menzionato l’orto circolare, appena fuori dalla finestra dell’ufficio. Si vedeva una casa da quella finestra. È un salto nel buio, ma magari ne vale la pena.»

DeMarco annuì e uscì dal vialetto. Tornarono verso la residenza Hopkins mentre, tra le nuvole da tempesta, le prime cominciavano a prendere lentamente posto davanti al sole.



***



Cominciarono con il vicino alla destra della residenza Hopkins. Provarono con la porta principale ma non ebbero risposta. Dopo un’attesa di trenta secondi, Kate bussò di nuovo ma con lo stesso risultato.

«Sai» disse Kate «dopo aver lavorato abbastanza a lungo in quartieri del genere, ci si aspetta quasi che almeno uno della coppia sia a casa.»

Bussò un’altra volta, e quando alla porta non venne nessuno mollarono. Se ne andarono, attraversando il giardino degli Hopkins per avventurarsi dall’altro vicino. Nel mentre Kate scrutò la zona che stava tra le due case, oltre il prato. Vedeva a malapena i margini della casa visibile dalla finestra dell’ufficio di Karen Hopkins. Ne stava guardando il retro, dato che la parte anteriore era situata lungo una strada che apparentemente incrociava quella in cui vivevano gli Hopkins.

Mentre andavano alla casa sulla sinistra, Kate si accorse delle prime gocce di pioggia che scendevano dalle nuvole di tempesta sparpagliate sulla loro testa. Presero i gradini non appena sentì il telefono vibrare nella tasca. Lo estrasse e controllò il display. Era Melissa. Un piccolo nodo di senso di colpa le strinse il cuore. Era sicura che la figlia stesse chiamando per deplorare il fatto che ieri notte avesse lasciato Michelle con Allen. E adesso, un po’ più lontana dalla sua decisione, Kate sentiva che Melissa aveva ogni diritto di essere arrabbiata.

Ma sicuramente non era pronta a parlarne in quel momento, mentre salivano i gradini della casa del vicino. Stavolta bussò DeMarco. La porta venne aperta quasi subito da una donna dall’aria giovane che aveva in braccio un bambino di forse sedici o diciotto mesi.

«Sì?» disse la giovane.

«Salve. Siamo le agenti Wise e DeMarco dell’FBI. Stiamo indagando sull’assassinio di Karen Hopkins e speravamo di ottenere qualche informazione dai vicini.»

«Be’, io non sono proprio una vicina» disse la giovane. «Ma forse sì. Mi chiamo Lily Harbor, faccio da tata per Barry e Jan Devos.»

«Conosceva bene la coppia Hopkins?» chiese DeMarco.

«In realtà no. Ci davamo del tu, ma forse parlavo con loro una o due volte alla settimana. E anche in quei momenti si trattava solo di un saluto veloce quando ci incrociavamo.»

«Si era fatta un’idea di che tipo di persone fossero?»

«Abbastanza rispettabili, a quel che ho capito.» Si fermò lì quando il bambino che aveva in braccio si mise a tirarle i capelli. Si stava facendo un po’ irrequieto. «Però, ripeto, non li conoscevo a livello profondo.»

«I Devos li conoscono bene?»

«Immagino di sì. Barry e Gerald di tanto in tanto si prestavano cose a vicenda. Benzina per il tagliaerba, carbonella per la griglia, cose del genere. Ma non penso che si siano mai davvero frequentati. Erano cortesi gli uni con gli altri, ma non proprio amici, sapete.»

«Conosce qualcuno della zona che invece li conosceva bene?» chiese Kate.

«No. La gente qui è piuttosto riservata. Questo non è esattamente un isolato festaiolo, sapete. Però… e mi fa male dirlo… se volete sapere tutto su praticamente chiunque del vicinato, andate dalla signora Patterson.»

«Chi sarebbe?»

«Vive sulla strada seguente. Dal patio dei Devos si vede casa sua. Sono piuttosto sicura che dal portico posteriore degli Hopkins si veda.»

«Qual è l’indirizzo?»

«Non so bene. Però è abbastanza facile da trovare. Sul portico ha dappertutto delle spaventose statue di gatti.»

«Pensa che possa essere d’aiuto?» chiese DeMarco.

«Penso che sia l’opzione migliore, sì. Non sono sicurissima di quanto saranno veritiere le informazioni che vi darà, ma non si sa mai…»

«Grazie di averci concesso il suo tempo» disse Kate. Rivolse al bimbo un sorriso, e sentì la mancanza di Michelle. Le venne pure in mente che molto probabilmente sulla segreteria del telefono aveva un messaggio furioso di sua figlia.

Kate e DeMarco tornarono all’auto. Per quando furono di nuovo in strada, la pioggia aveva cominciato a scendere un po’ più fitta.

«Pare che questa signora Patterson che vive in una casa che si vede dal patio dei Devos possa essere quella che ho visto dalla finestra dell’ufficio di Karen Hopkins» disse Kate. «Tutti questi giardini collegati con solo delle recinzioni a dividerli… il paradiso di vecchie ficcanaso.»

«Be’» disse DeMarco «vediamo che cos’è stata in grado di scoprire la signora Patterson.»



***



Kate non poté evitare di accorgersi che gli occhi della signora Patterson si erano spalancati quando aveva visto due agenti dell’FBI sul suo portico. Non era uno sguardo di paura a toccarle il viso; era uno sguardo di entusiasmo. Kate immaginava che la vecchia stesse già pensando a come raccontare la storia alle amiche.

«Ho sentito quello che è capitato a Karen, sì» disse la signora Patterson, come si fosse trattato di una medaglia al valore. «Povera cara… era una donna così affascinante e gentile.»

«Quindi la conosceva» disse Kate.

«Un pochino, sì» disse la signora Patterson. «Ma prego… accomodatevi.»

Fece entrare in casa Kate e DeMarco. Come entrarono, Kate si girò a guardare ciò che aveva fatto capire loro di trovarsi nel posto giusto. C’erano otto diverse statue di gatti, ornamenti che parevano pizzicati direttamente a una stramba vendita dell’usato o a un mercato delle pulci. Alcuni erano proprio irritanti, proprio come aveva detto Lily Harbor.

La signora Patterson le accompagnò nel soggiorno. C’era la tv accesa, sintonizzata su Good Morning America a volume piuttosto basso. Questo fece pensare a Kate che la Patterson fosse una vedova incapace di abituarsi a vivere sola. Da qualche parte aveva letto che gli anziani tendevano ad avere sempre il televisore o lo stereo accesi in casa dopo la perdita del coniuge, perché così la casa sembrava continuamente viva e attiva.

Sistemandosi su una poltrona reclinabile, Kate guardò fuori dalla finestra del soggiorno che si trovava sul lato orientale della casa. Vide la strada e fece del suo meglio per valutare la disposizione del giardino e della via. Era piuttosto sicura di trovarsi proprio nella casa che aveva scorto dalla finestra dell’ufficio di Karen Hopkins.

«Signora Patterson, mi chiarisca una cosa, per favore» disse Kate. «Quando siamo state a casa degli Hopkins, ho guardato fuori dalla finestra di Karen e ho visto una casa dall’altra parte del giardino sul retro. Era la sua, vero?»

«Sì» disse con un sorriso la signora Patterson.

«Lei ha detto di conoscere gli Hopkins un pochino. Può approfondire?»

«Ma certo! Karen mi faceva domande sul suo giardinetto, di tanto in tanto. Ne ha uno proprio fuori dalla finestra del suo ufficio, sapete. Non ci ha fatto crescere tanto, solo erbe da usare in cucina: basilico, rosmarino, un po’ di coriandolo. Io ho sempre avuto una specie di pollice verde. Tutti lo sanno nel vicinato, e di solito vengono da me per qualche consiglio. Ho un giardino mio nel retro, se volete vederlo.»

«No, grazie» disse cortesemente DeMarco. «Siamo un po’ di fretta. Abbiamo solo bisogno che ci dica quello che sa sugli Hopkins. Sembravano felici quando li vedeva insieme?»

«Immagino di sì. Non conosco tanto bene Gerald. Però talvolta li beccavo sul portico del retro. Piuttosto di recente li ho visti là fuori a tenersi la mano. Proprio carino, a vedersi. Hanno i figli tutti grandi e se ne sono andati, immagino che lo sappiate. Mi piaceva immaginare che stessero facendo progetti per la pensione, per dei viaggi eccetera.»

«Ha mai sospettato che avessero dei problemi?» chiese Kate.

«No. Non mai sentito né visto niente che faccia pensare una cosa del genere. Per quanto ne so, erano una coppia qualsiasi. Però immagino che ogni coppia possa avere potenziali problemi quando i figli non sono più a casa. Non è inusuale, sapete.»

«Nell’ultima settimana li ha visti, insieme o da soli?»

«Sì. Ho visto Karen nel suo giardino, a spuntare qualcosa. Sarà stato quattro o cinque giorni fa. Non posso esserne sicura. Quest’anno ho compiuto settantaquattro anni e a volte ho la testa un po’ annebbiata.»

«Le ha parlato?»

«No. Però c’è una cosa a cui ho pensato ieri… una cosa che non avevo necessariamente dimenticato ma a cui non mi sono mai preoccupata di ripensare. E sinceramente… non so neanche in che giorno è successo, quindi…»

«Quando è successo cosa?» chiese DeMarco.

«Be’, sono piuttosto sicura che sia stato martedì… il giorno in cui Karen è stata uccisa, a quel che ho capito. Sono piuttosto sicura di aver visto qualcuno fare il giro del suo giardino, sul retro della casa. Un uomo. Un uomo che non era Gerald Hopkins.»

«Pareva che quest’uomo stesse cercando di entrare in casa?» chiese Kate.

«No. Sembrava quasi a casa sua, se ci crede. Se ne andava in giro come se fosse stato invitato, sapete. Indossava una specie di completo, o un’uniforme. Aveva un piccolo distintivo o una mostrina proprio qui.» Si toccò la zona sopra al petto, sulla sinistra, per indicare il punto di cui stava parlando.

«È riuscita a vedere bene questa mostrina?»

«No. Tutto ciò che posso dirvi è che era per lo più bianca e sembrava a forma di stella. Ma potrei sbagliarmi… ho la vista buona come la memoria, ultimamente.»

«Ma per quanto riguarda le comunicazioni con l’uno o l’altro degli Hopkins, lei dice che nell’ultima settimana non c’è stato nulla?»

«No. L’ultima volta che ho parlato con Karen è stato quando è venuta a chiedermi la ricetta per la torta rovesciata all’ananas. Ed è stato quasi tre settimane fa, credo.»

Kate si scervellò per pensare a quali altre strade la signora Patterson poteva aiutarle ad aprire, ma non giunse a niente. Inoltre avevano questo uomo in uniforme da controllare, quindi non se ne sarebbero certo andate via a mani vuote.

«Signora Patterson, grazie mille di averci concesso il suo tempo. Se le capita di ricordare qualcos’altro, si senta libera di chiamare la polizia locale. Loro possono farci arrivare il messaggio.»

«Mi sento in dovere di chiedervelo… essendoci l’FBI sul caso, posso presumere che l’assassinio precedente sia collegato? È stato quando… circa una settimana fa? Penso che la signora si chiamasse Marjorie Hix.»

«È quello che siamo venute a scoprire» disse Kate. «Lei per caso conosceva Marjorie Hix?»

«No. Non avevo mai neanche sentito il nome, sinceramente, finché una mia amica non mi ha detto quello che era successo.»

Kate fece un cenno e uscì dalla stanza. «Grazie di nuovo del suo tempo.»

DeMarco la raggiunse e tornarono fuori, dove la pioggia scendeva con regolarità, nonostante il sole vi splendesse ancora attraverso.

Kate prese quasi il telefono per vedere se Melissa aveva lasciato un messaggio in segreteria, ma cambiò idea. Tutto quello che avrebbe fatto sarebbe stato darle un’altra cosa su cui stressarsi. E se non avesse imparato a separare la vita personale da quella al bureau, poteva anche restituire subito pistola e distintivo.

Si odiò un pochino, ma scacciò dalla testa Melissa per il momento, mentre tornavano alla macchina.

Nei recessi della mente, una vocina da fantasma prese la parola, infestandole la testa. Ricordi cos’è successo quando in passato l’hai messa da parte per la carriera? Ci è voluto molto tempo per riparare al danno. Vuoi davvero rivivere di nuovo quell’esperienza?

No, non lo voleva. E forse era per quello che si ritrovava a lottare contro alle lacrime mentre DeMarco usciva dal vialetto della Patterson.




CAPITOLO QUATTRO


Lo sceriffo Bannerman era tornato alla stazione di polizia quando arrivarono Kate e DeMarco. Fece loro cenno di andare nel suo ufficio, e quando lo seguirono Kate si accorse che aveva un passo strascicato. Tenne la porta aperta per entrambe e poi se la chiuse alle spalle.

«Avete avuto fortuna?» chiese.

«Abbiamo parlato con una certa signora Patterson, la donna che vive nella casa visibile dalla finestra dell’ufficio di Karen Hopkins» disse Kate. «Lei dice di ricordare di aver visto qualcuno nel giardino sul retro degli Hopkins il giorno in cui è stata uccisa Karen.»

«Dice che pensa che fosse quello il giorno» aggiunse DeMarco.

«Sceriffo, riesce a pensare ad aziende del posto che hanno un logo a forma di stella per lo più bianca? Con impiegati che forse indossano completi dai colori scuri.»

Bannerman rifletté per un minuto e poi si mise ad annuire lentamente. Digitò qualcosa sul laptop che aveva sulla scrivania, cliccò un po’ di volte con il touch pad e poi girò lo schermo verso di loro. Aveva digitato Hexco Internet Providers in una ricerca Google e ne aveva preso la prima immagine.

«Questa» disse. «È l’unica che mi viene in mente subito.»

Kate e DeMarco studiarono entrambe il logo con attenzione. Era quasi identico a quello che aveva descritto la Patterson. Era davvero a forma di stella, solo che la punta posteriore era allungata e leggermente curva. La stella era seguita da una piccola scia di righe, e il centro di una conteneva la parola Hexco.

Con la velocità di un pistolero, DeMarco estrasse il telefonino e compose istantaneamente il numero che c’era sotto al logo. «Vediamo se martedì c’è stata una chiamata di servizio per la residenza Hopkins.»

Si mise seduta, in attesa che il telefono squillasse. Bannerman intanto girò di nuovo il portatile e ne chiuse il coperchio. Con voce bassa, come per non interrompere DeMarco perché qualcuno aveva risposto al telefono, guardò Kate e chiese «Primi pensieri?»

«Penso che qui abbiamo un assassino che ha come obiettivo un certo tipo di vittima. Sia Karen Hopkins che Marjorie Hix erano sui cinquantacinque, a casa da sole. L’ipotesi è che l’assassino sapeva che i mariti sarebbero stati via. E presumo anche che abbia studiato le case, dato che non c’erano segni di effrazione. Quindi… il nostro assassino ha un tipo definito, e si fa i suoi conti. A parte questo… sono a un vicolo cieco.»

«Posso provare ad aggiungere qualcosa» disse Bannerman. «Non c’erano neanche segni di lotta. Quindi l’assassino sapeva come entrare in casa senza far scattare la sicurezza e poi è stato anche capace di colpire senza che le vittime lo sapessero. Mi viene da pensare che le vittime lo abbiano invitato a entrare. Che lo conoscessero.»

Kate aveva ipotizzato la stessa cosa, ma aveva deciso di lasciar esporre la cosa a Bannerman. Le piaceva stare ad ascoltarlo. La sua anzianità lo faceva sembrare molto saggio e ne apprezzava enormemente l’esperienza. Di solito le pareva che lavorare a stretto contatto con una persona della polizia locale potesse essere di intralcio, ma Bannerman era pronta a farselo piacere.

Mentre lei annuiva, DeMarco chiuse la telefonata. «Ho avuto conferma che la Hexco Internet martedì ha mandato davvero un tecnico alla residenza Hopkins. La donna con cui ho parlato ha detto che ci sono registri di un servizio internet saltuario per tutto il vicinato in quel periodo, a partire da lunedì notte. Quel giorno ci sono state una dozzina circa di chiamate simili per manutenzione.»

«Be’, è un azzardo, ma fare il tecnico informatico per un’azienda di internet durante un disservizio garantisce un accesso facile facile in praticamente qualsiasi casa» disse Kate.

«Be’, non è chissà che azzardo, in realtà» disse DeMarco. «Ho anche chiesto se ultimamente sono stati mandati tecnici della Hexco alla residenza degli Hix. Viene fuori che due settimane fa c’è stata una richiesta inoltrata da parte di Joseph Hix. E stando ai loro registri, è stato lo stesso tecnico a rispondere a entrambe le telefonate.»

«A me pare un sospettato» disse Kate.

«Sono d’accordo» disse Bannerman. «Dovreste sapere che la Hexco a Frankfield è un provider relativamente nuovo. Un’azienda piccola. Rimarrei sorpreso se avessero più di tre o quattro tecnici. Potrebbe non essere niente di che il fatto che lo stesso tecnico si sia recato a entrambi gli indirizzi.»

«Vorrei comunque parlarci» disse Kate. «Hai avuto un nome?»

«Sì. L’operatrice con cui ho parlato lo ha mandato a chiamare perché mi chiami subito.»

«Intanto vorrei andare a vedere la residenza Hix» disse Kate. «Lo so che i rapporti dicono che la scena essenzialmente era pulita, però vorrei vederla io stessa.»

«Ho la chiave nei fascicoli del caso» disse Bannerman. «Può…»

Venne interrotto dallo squillo del telefono di DeMarco. Lei rispose subito, e quando Kate la udì presentarsi formalmente, Kate seppe che si trattava del tecnico della Hexco. Kate restò in ascolto, quindi venne a sapere i dettagli prima che DeMarco li dicesse ad alta voce.

«Ci vediamo con lui tra quindici minuti» disse DeMarco. «Pare ben disposto a vederci, però sembrava anche un po’ spaventato.»

Come Kate aprì la porta, Bannerman si mise in piedi. «Serve altro da me?»

Kate ci rifletté su e poi, con un po’ di speranza nella voce, disse «Magari ci prepari una stanza per l’interrogatorio.»



***



Il tecnico, un ventiseienne di nome Mike Wallace, aveva un’aria molto nervosa quando Kate e DeMarco lo raggiunsero al coffee shop a tre miglia dal dipartimento di polizia di Frankfield. Continuava a far passare lo sguardo da un’agente all’altra in un modo che a Kate ricordava quegli strambi gechi che muovevano gli occhi in modo da guardare in due diverse direzioni in una volta sola.

Aveva con sé un tablet, coperto da una custodia in pelle graffiata. Sul davanti, il logo della Hexco risaltava in una decorazione goffrata.

«Mike, per adesso si tratta solo di una procedura standard e non ha assolutamente nulla di cui preoccuparsi» disse Kate. «Al momento pare che lei abbia solo un po’ di sfortuna.»

«Che vuol dire?»

«Be’, nel corso delle ultime due settimane, le sono state assegnate delle case in cui sono state uccise due donne. La più recente risale a martedì scorso.»

«Sono stato in molte case martedì. C’è stata una brutta interruzione di servizio in due diversi quartieri.»

«Riceve le chiamate di servizio su quel tablet, giusto?» chiese DeMarco con un cenno del capo al dispositivo del ragazzo.

«Sì.»

«Può recuperare l’entrata per la residenza Hopkins di martedì?»

«Certo» disse lui. Digitò qua e là, sfogliò qualche pagina, e ne esaminò una col dito. Nel frattempo Kate gli notò un leggero tremore nelle mani. Era chiaramente nervoso; il punto era scoprire se aveva paura perché stava nascondendo qualcosa o se era semplicemente nervoso perché si trovava in presenza di un paio di agenti dell’FBI.

«Qui» disse facendo scivolare il tablet verso di loro. «Sono arrivato alle dieci e quarantadue del mattino e me ne sono andato alle dieci e quarantasei.»

«Molto veloce» disse Kate. «Penso che a me non abbiano mai riparato nessuna utenza così velocemente. Qual era la ragione del blackout?»

«C’è ne stato uno grosso vicino a Chicago. Per sistemare quello dovevamo ridurre il servizio in altri posti. A Frankfield non è mai ripreso come avrebbe dovuto. È stato un lavoro semplice, però. Per tutte, eccetto una, delle chiamate di martedì mattina, si è trattato solo di fare un reset manuale ai cabinet di ciascuna casa.»

«E ci sono voluti solo cinque minuti?» chiese Kate.

«In realtà ciascun reset prende solo due o tre minuti. Per ogni fermata, la Hexco vuole che io accenda il timer. Una volta partito, devo registrare la visita e poi andare al cabinet. Per il reset ci vogliono solo un paio di minuti. Dopo il reset, aggancio un dispositivo test al cabinet per assicurarmi che funzioni. Qui ci vogliono circa trenta secondi. Poi torno al furgone, inserisco un rapporto dello status, e faccio il logout.»

Non la smetteva di muoversi e tremava ancora leggermente. Parve accorgersene e tentò di fermare i tremori alle mani allacciandole insieme sopra al tablet.

«Allora tutto questo è stato fatto alla residenza Hopkins fra le dieci e quarantadue e le dieci e quarantasei?» chiese Kate.

«Sì, signora.»

«Ha interagito con Karen Hopkins durante la visita?»

«No. La Hexco ha inviato un messaggio e un avviso email di massa dicendo che venivano mandati dei tecnici. La riparazione e il quando viene effettuata non vengono fatturate al cliente, non ci viene richiesto di incontrarli per farci firmare qualcosa. Dubito che sapesse che sono stato lì.»

Quadrava tutto, ma Kate fece i conti a mente. Quattro minuti erano un tempo più che sufficiente a entrare in casa e strangolare qualcuno. Certo, il fatto che il registro mostrasse dove fossero stati condotti e registrati il reset e il test faceva scendere quei quattro minuti a praticamente niente.

«Può trovare un’entrata per la residenza Hix di due settimane fa?» chiese Kate.

«Sì. Ha un nome di battesimo?»

«Marjorie, o forse il marito, Joseph» disse DeMarco.

Mike rifece il suo giro, e i risultati arrivarono in una ventina di secondi. Fece di nuovo scivolare il tablet verso di loro. Mentre scrutavano le informazioni, lui fece del suo meglio per spiegare.

«Qui… esattamente due settimane fa. È stata la risposta a una lamentela sulla velocità del servizio. Hanno chiamato per un aggiornamento della velocità e dei dati, ma non c’è mai stato. A volte capita, quando si fa da remoto, al telefono. Sono andato lì e l’ho fatto io.»

«Stando a questo, ci sono voluti circa quindici minuti» disse Kate.

«Sì, il piccolo dispositivo che uso per testare la forza del segnale mi stava dando dei problemi. Se vuole posso mostrarle la richiesta di uno nuovo inoltrata alla Hexco.»

«Non sarà necessario» disse Kate. «Qui vedo che Marjorie Hix ha firmato, per il servizio. È entrato in casa sua?»

«Sì, signora. Dovevo controllarle il modem. Le ho consigliato di prenderne uno nuovo, perché quello che avevano era un po’ datato.»

Per la terza volta, Kate notò un tremore nervoso alle mani di lui. A questo punto era troppo evidente perché lo si ignorasse.

«Il marito era a casa?» chiese senza fargli vedere che stava notando il suo nervosismo.

«Non credo.»

Kate guardò ancora una volta il registro. Sulla base di quello e della storia del ragazzo, sembrava quadrare tutto. Ma a lei pareva una coincidenza troppo grossa. Esaminò Mike per un attimo, cercando una crepa nella sua facciata, ma non ne vide nessuna.

«Grazie mille, Mike» disse alla fine. «Qui abbiamo finito. Non voglio trattenerla ulteriormente dal lavoro. Grazie dell’aiuto.»

«Si figuri» disse Mike riprendendosi il tablet. «Spero che lo prendiate.»

«Già» disse DeMarco. «Anche noi.»

I tre uscirono dal coffee shop insieme, e Mike rivolse loro un saluto imbarazzato mentre si metteva al volante del furgone della Hexco.

«Pare che quadri» disse DeMarco mentre tornavano alla macchina.

«Sì, pare. Ma il fattore coincidenza…»

«Già, ti assilla, eh?»

«Be’, quello e il fatto che tremasse come una puttana in chiesa…»

«Bella metafora» disse DeMarco con una risatina.

Osservarono entrambe Mike uscire dal parcheggio. Nessuna parlò, anche se Kate si ritrovò a prendere il telefono, ancora con la voglia di scoprire se Melissa le aveva lasciato un messaggio… e quant’era turbata.

Dopo, si disse. Devo tener salde le mie priorità.

Ma quel pensiero, come il potenziale messaggio vocale in attesa, sembravano una bomba nascosta in un luogo a lungo dimenticato, lì a ticchettare in attesa di esplodere.




CAPITOLO CINQUE


La residenza Hix si trovava a circa undici miglia dall’indirizzo degli Hopkins. Situata appena fuori dai confini della città di Frankfield, era abbastanza vicina alla città da dare a Bannerman e alla sua squadra autorità sul caso. Chicago si profilava appena venti minuti a sud, e così l’area che stava tra i due centri era una specie di zona grigia, in merito alla giurisdizione. Il vicinato era un po’ meno sontuoso di quello degli Hopkins, ma non di tanto. I giardini erano più piccoli, per lo più separati da quelli accanto da olmi e querce torreggianti. Nella pioggia battente gli alberi rendevano le case e i giardini sul retro un po’ gotici, mentre Kate e DeMarco si immettevano nel vialetto degli Hix.

Per entrare DeMarco usò la chiave data loro da Bannerman. A quel che era stato detto loro, subito dopo il funerale il marito si era trasferito su per la strada per Chicago per stare dal fratello. Non si sapeva quando sarebbe potuto tornare.

Comunque, non troppo dopo che Kate e DeMarco entrassero, un’altra auto si immise nel vialetto dietro la loro. Le agenti aspettarono alla porta per vedere chi fosse il visitatore. Osservarono una bionda di mezza età smontare da una bellissima Mercedes. Kate si accorse che l’auto aveva la targa da agente immobiliare.

«Ehi» disse la donna – probabilmente un’agente immobiliare – avvicinandosi alle scale. Era chiaramente confusa. «Posso chiedervi chi siete?»

Kate mostrò il distintivo, non in modo appariscente ma non volendo neppure star lì a menare il can per l’aia. «Agenti Wise e DeMarco, FBI. Lei è un’agente immobiliare, se capisco bene.»

«Esatto. Nadine Owen. Sono qui per fare un ultimo giro della casa prima di metterla sul mercato.»

«Non ero a conoscenza del fatto che stesse finendo sul mercato» disse Kate.

«Siamo stati chiamati ieri mattina. Il signor Hix non torna. Ha chiamato per domani una squadra per i traslochi perché cominci a impacchettare tutto. Oggi io faccio una lista per assicurarmi che la squadra la lasci così com’è. Il Signore solo lo sa quanto sarà difficile da vendere, visto come stanno le cose.»

«E perché?» chiese DeMarco.

Kate la risposta la conosceva, essendosi occupata di molti casi in passato dove era entrato in scena un agente immobiliare. «Gli agenti immobiliari devono dirlo, quando sulla proprietà c’è stato un omicidio recente» disse Kate.

«Esatto» disse Nadine. «E in questo caso il signor Hix sta donando praticamente tutto quello che ha. Era distrutto quando ci ho parlato. Non vuole tutti i ricordi della moglie nel posto che sceglierà come prossima casa. Piuttosto triste, a dire il vero.»

Parecchio sospetto, se chiede a me, pensò Kate.

«Da quanto è a Chicago il signor Hix?» chiese.

«È partito il giorno dopo il funerale… quindi direi tre giorni, credo.»

«Se non le spiace, vorremmo esaminare la casa prima che proceda con la lista» disse Kate.

«Certamente.»

Le tre donne entrarono in casa. Kate la trovò immacolata. Non era carina come quella degli Hopkins, ma era pur sempre più di quanto Kate sarebbe mai stata in grado di permettersi. Non si trattava solo della casa, però: anche tutti i mobili sembravano molto costosi.

Mentre si addentravano, DeMarco stava dietro a Kate dando un’occhiata ai rapporti di polizia elettronici. Leggeva a voce alta le parti importanti mentre facevano il giro.

«Marjorie Hix è stata trovata morta in camera sua, metà fuori e metà dentro al bagno padronale» lesse. «Anche lei è stata soffocata a morte, ma non c’erano né sangue né tagli come invece nel caso di Karen Hopkins. Aveva degli ematomi attorno alla gola ma nessuna impronta di mani. Si pensa che possa essere stata strangolata con una cintura o una corda liscia.»

Il piano di sotto era più che altro open space, con il soggiorno e la cucina separati solo da una larga colonna. L’altra zona sembrava fungere da salotto, e c’era un piccolo ma costoso televisore situato tra due librerie. Anche un pianoforte dall’aria elegante aiutava a separare le zone. Kate sapeva pochissimo di pianoforti, ma era piuttosto sicura che quello fosse uno Steinway baby grand… che probabilmente valeva un anno del suo salario. Difficile immaginare il marito che donava un oggetto del genere invece di venderlo. Le accese nel cervello un segnale d’allarme.

In fondo a sinistra c’erano una zona lettura e un mini ufficio, nascosto in un angolo a dare su uno spazioso portico attraverso una finestra panoramica. Tutto quanto era piuttosto semplice e idilliaco.

«Ricordami ancora cosa dicono i rapporti sulle prove raccolte dalla polizia» disse Kate.

«Il marito ha consegnato volontariamente il suo laptop, che gli è stato restituito piuttosto rapidamente» disse DeMarco sempre leggendo dai rapporti. «Ha consegnato anche il laptop e il cellulare di Marjorie. C’era una cintura nell’armadio del piano di sopra che è stata presa dalla scientifica come potenziale arma del delitto, ma è stato determinato definitivamente che non è stata usata.»

Dopo un altro giro al piano di sotto, salirono le scale sulla destra del pianoterra, scale che correvano parallelamente al piccolo spazio ufficio. Il piano di sopra consisteva in un ampio corridoio e quattro stanze: un bagno, due camere degli ospiti e una gigantesca suite padronale. Andarono dritte a quella, e si fermarono appena oltre la soglia a osservare il posto.

Il letto era sfatto, ma a parte questo la stanza era immacolata. Kate guardò la zona di fronte al bagno e cercò di immaginarsi un corpo. Sapeva che le foto della scena del crimine si trovavano nei fascicoli del caso, ed era sicura che dopo ci avrebbe dato un’occhiata. Per adesso, però, stava cercando di figurarsi la stanza come farebbe un assassino – un assassino che per una ragione o per l’altra probabilmente era stato invitato in casa.

La stanza era situata in modo che una persona, uscendo dal bagno, non ne avrebbe vista immediatamente una entrare in camera. Se l’assassino era riuscito a sgattaiolare nella stanza mentre Marjorie Hix era in bagno, sarebbe passato del tutto inosservato.

«Zero indizi di qualsiasi tipo in camera, eh?» chiese Kate.

«Nessuno indicato nel rapporto. Nemmeno una goccia di sangue. Niente.»

Kate girò per la stanza e si fermò alla finestra più vicina al letto. Dovette tirare le tende, ma vide che dava su un giardino sul retro con dietro un appezzamento boscoso. Poi andò nel bagno. Come quasi tutto il resto della casa, era grande ed esagerato. Si accovacciò sulle cosce e sbirciò nel piccolo spazio che c’era tra il fondo dei cassettoni sotto ai lavandini e il pavimento. A parte randagi batuffoli di polvere, non c’era nulla.

«Com’è il sistema di sicurezza?» chiese Kate.

«Uhm» disse DeMarco scrutando i rapporti. «Apparentemente, non c’è un sistema di sicurezza vero e proprio. Però hanno una di quelle telecamere da campanello.»

«Ottimo. Il dipartimento di polizia ha avuto l’accesso?»

«Sì. Dice che il marito ha dato il codice a Bannerman. Apparentemente è tutto accessibile tramite l’app della videocamera sul cellulare.»

«Hai idea di quale sia la app?»

«Non lo dice. Sono sicura che Bannerman ce l’ha, però.»

«Tienilo a mente» disse Kate. Uscì dalla camera con DeMarco dietro, che ancora passava in rassegna i rapporti.

Trovarono Nadine Owen che controllava le pareti del soggiorno, apparentemente in cerca di righe preesistenti prima che arrivassero i nuovi inquilini. «Signora Owen» disse Kate. «Lei per caso sa come si chiama l’app che gli Hix usavano per la telecamera del campanello?»

«Sì, a dire il vero» disse. «Quando ha chiamato per mettere in vendita la casa, il marito mi ha dato il codice in modo che potessi entrare per chiudere l’account prima che si trasferisse qualcun altro.»

«Lo ha già chiuso?»

«No.» Nadine parve comprendere dove si stava andando a parare. Uno sguardo di breve entusiasmo le passò per il volto quando estrasse il cellulare. «Posso accedere all’account se dovete controllare.»

«Sarebbe ottimo» disse Kate.

Nadine si mise a sedere su uno degli sgabelli lungo il bancone della cucina e aprì l’applicazione. Kate e DeMarco la osservarono fare il login nell’account di Hix. Nel giro di pochi secondi saltò fuori l’indirizzo della casa degli Hix. Nadine ci cliccò sopra e sullo schermo comparve una pagina con un calendario.

«L’applicazione ci permette di arrivare fino a sessanta giorni fa. Qualsiasi evento precedente viene salvato su cloud.»

«Sessanta giorni sono più che sufficienti. Anzi, mi serve che lei ne controlli solo due.»

«Presumo che uno sia di otto giorni fa, giusto? Il giorno in cui è stata uccisa?»

«Sì, per favore.»

«Come funziona esattamente?» chiese DeMarco.

«C’è un sensore sul campanello» disse Nadine. «Quando sul portico arriva qualcuno, la telecamera si attiva. Poi registra finché la persona è dentro casa o ha lasciato il portico.»

«Quindi ci sarà un’entrata video nel giorno dell’omicidio se qualcuno è salito sul portico, corretto?» chiese Kate.

«Esatto. E… eccoci. Ci sono due video per mercoledì scorso… il giorno in cui è stata uccisa.»

Le tre donne si curvarono sul telefono di Nadine per guardare la riproduzione a colori un po’ sgranata del filmato dell’applicazione. Il primo video fu facile da scartare subito. Era un autista dell’UPS che stava mettendo una scatola sul portico per poi tornarsene rapidamente al furgone. La scatola non era grandissima, ed era adorna sul fianco del logo Amazon. Tre secondi dopo che l’autista se ne fu andato, la telecamera si spense.

Nadine poi recuperò il secondo video e premette Play. Sul portico comparve una donna che suonò il campanello. Le venne aperto diversi secondi dopo. Non c’era audio, ma era chiaro che la donna sul portico stava conversando con chiunque avesse aperto – probabilmente Marjorie. La cosa fu chiarita qualche momento dopo, quando Marjorie uscì sul portico, chiacchierò con la donna per circa un minuto e tornò dentro. La donna si girò un attimo per dire qualcosa scendendo le scale, e poi il video era finito.

«Qualche idea su chi sia la donna?» chiese DeMarco a Nadine.

«No, mi dispiace. Ora, avete detto che c’era un’altra data che dovevate controllare.»

«Sì. Esattamente due settimane fa. Ci sono entrate?»

Nadine sfogliò qualche pagina e si fermò a quattordici giorni prima. C’erano anche lì due entrate. Nadine fece partire subito la prima, senza che le chiedessero niente.

Kate riconobbe istantaneamente l’uomo che apparve sul portico per suonare il campanello: Mike Wallace. Indossava la stessa uniforme della Hexco con cui lo avevano visto meno di un’ora prima. Dopo diversi secondi gli venne aperto, parlò con qualcuno per una decina di secondi e fu invitato a entrare.

Nadine le guardò entrambe, come per vedere se c’era una reazione. Quando vide che non ce n’era nessuna, premette sulla seconda entrata – in particolare sull’orario. «Questo risale a soli quattordici minuti dopo.»

Premette Play e osservarono l’esatto opposto di quello che avevano appena visto. Mike Wallace uscì dalla porta principale, di nuovo nella cornice. Si girò a parlare con qualcuno alla porta – di nuovo, presumibilmente Marjorie Hix. La conversazione durò una ventina di secondi e poi Mike scese le scale. Prima che l’uscita di Mike avesse la possibilità di fermare il filmato, il piccolo sensore raccolse altro movimento. Marjorie Hix uscì sul portico con un annaffiatoio e si mise ad annaffiare un vaso di lillà posto sulla ringhiera.

Anche se non provava granché, il fatto che non ci fossero video di sicurezza di Mike Wallace il giorno della sua morte costituiva un alibi piuttosto solido.

«Altro?» chiese Nadine.

Kate e DeMarco si scambiarono uno sguardo e scossero il capo simultaneamente. Kate non sapeva bene se DeMarco stesse pensando la stessa cosa che stava pensando lei o meno, ma sapeva che le probabilità erano buone.

Il filmato di sicurezza fondamentalmente aveva escluso Mike Wallace. Ma il marito…

«C’è un garage sul fianco della proprietà,» disse Kate. «È a un livello più basso rispetto alla casa, esatto?»

«Sì. Volete vederlo?»

«No, non serve. Ma lei per caso sa se è lì che parcheggiava sempre il signor Hix?»

«Ne sono piuttosto sicura, sì.»

«E presumo che ci sia un ingresso principale per la casa dal garage, no?»

«Certo.» Indicò una porta sul retro della casa, appena oltre la cucina e dentro a un’anticamera. «Lì.»

Quindi non sarebbe mai dovuto passare per il sensore del campanello, pensò Kate.

Quindi, anche se i video avevano escluso Mike Wallace, non erano stati per nulla utili ad allontanare i sospetti che aveva sul marito.

Kate tornò a guardare il salotto – i mobili, i ninnoli e altri oggetti costosi. Trovava difficile pensare che qualcuno abbandonasse tutto quanto.

«Per caso sa dov’è adesso il signor Hix?»

E Nadine continuò a rivelarsi molto utile.




CAPITOLO SEI


Pareva che il marito di Marjorie Hix – Joseph Hix, cinquantatré anni – se la cavasse molto meglio di suo fratello. Mentre Joseph Hix aveva gestito una casa in un sobborgo agiato e, stando ai rapporti della polizia, aveva un lavoro che l’anno precedente gli aveva fatto guadagnare quasi quattrocentomila dollari netti, il fratello Kyle viveva in un condominio piuttosto malmesso. Era situato in una zona della città messa benino, separata solo da qualche isolato da una parte della città messa non altrettanto benino.

Il condominio era stato costruito per dare l’idea che dei passaggi aperti contenessero delle scale che separavano piccole case a schiera, ma Kate ne aveva visti abbastanza di complessi del genere da sapere che le cose non stavano così. Salirono due rampe di scale e arrivarono all’appartamento di Kyle Hix. Kate bussò alla porta, non aspettandosi risposta.

Perciò rimase sorpresa quando aprirono quasi subito. Non solo, ma venne loro risposto in modo così rumoroso e irritante che fece un piccolo balzo indietro e quasi prese la pistola.

L’uomo che aprì sembrava stravolto – esausto, arrabbiato di essere stato disturbato, e stringeva gli occhi per via della luce del sole.

«Lei chi è?» chiese.

«Joseph Hix?» chiese Kate.

Grugnì come se lui stesso non ne fosse troppo sicuro. Era anche chiaro che non aveva intenzione di rispondere. Mentre aspettava, Kate colse una zaffata di alcol – qualcosa di forte. Whiskey, pensava.

DeMarco estrasse per prima il documento, poi Kate la imitò. Kate lasciò che fosse DeMarco a prendere il comando, sempre cercando di rimanere consapevole del fatto che il suo speciale accordo con Duran e il bureau poteva anche costituire una grossa opportunità per DeMarco.

«Agenti DeMarco e Wise» disse DeMarco. «Siamo a Frankfield per indagare sull’omicidio di sua moglie.»

L’uomo annuì e si allontanò dalla porta. Oscillò un pochino, e Kate si chiese se quella zaffata di whiskey non venisse da un drink molto recente – e non erano neanche le due del pomeriggio.

«Be’, sì… sono Joseph. E avrei potuto risparmiarvi il viaggio. Posso dirvelo io chi l’ha uccisa. Entrate… vi aiuto io.» Fece un gran sorriso, apparentemente divertendosi, e tornò dentro.

«Wow, aspetti un attimo» disse DeMarco. «Non può fare un’affermazione del genere. Sa con certezza chi l’ha uccisa?»

«Non ho prove, ma ne ho un’idea maledettamente buona.»

«Magari lasci che giudichiamo noi» disse Kate. «Che cos’ha?»

«Vi mostro.»

Lo seguirono dentro e Kate cominciò a sentirsi un pochino a disagio. Non sapeva bene se Hix fosse in un perpetuo stato di dolore e ubriachezza o se fosse un po’ fuori dal seminato – o entrambe le cose. Ma quello che sapeva era che gli uomini gestivano il dolore molto diversamente. E che lo sguardo stanco e menefreghista che aveva visto quando aveva aperto non portava mai a niente di buono.

L’appartamento era ammobiliato modestamente, ma limitato negli spazi. Hix le portò dritte in cucina, dove non si curò neanche di cercare di fare il tipo equilibrato. Afferrò una bottiglia di whiskey dal bancone e se ne versò un bicchiere. Fece spallucce alle agenti e lo vuotò in una volta.

«Non la riporta indietro» disse con una smorfia «però rende tutto molto meno doloroso.»

«Questa è casa di suo fratello, vero?» chiese Kate.

«Sì. Un cesso, ma Kyle… adesso lui è tutto quello che ho.»

«Signor Hix, sarebbe disposto a rispondere a qualche domanda per noi?»

«Sì. Ma come ho detto, ve lo posso dire io chi l’ha uccisa. L’ho detto anche alla polizia… ma vedete quanto mi è stato utile.»

Kate non voleva abboccare all’esca e non voleva permettere a un uomo ubriaco e preso dal dolore di condurle giù per un labirinto che probabilmente non avrebbe portato da nessuna parte. Apparentemente DeMarco la pensava uguale, perché quando fece la domanda successiva fece del suo meglio per dirottare la conversazione da un’altra parte.




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