Solo chi è coraggioso
Morgan Rice


“Morgan Rice c’è riuscita di nuovo! Costruendo un saldo gruppo di personaggi, l’autrice ci presenta un altro mondo magico. SOLO CHI LO MERITA è pieno di intrighi, tradimenti, amicizie inaspettate e tutti i migliori ingredienti per poterti far assaporare ogni singola pagina. Pieno zeppo di azione, leggerai questo libro in completa tensione.”--Books and Movie Reviews, Roberto MattosDa Morgan Rice, autrice best seller numero #1 di UN’IMPRESA DA EROI (download gratuito con oltre 1.000 recensioni da cinque stelle), ecco una nuova emozionante serie fantasy.In SOLO CHI È CORAGGIOSO, l’epico finale di Come funziona l’acciaio, Royce si trova trasformato dopo aver guardato nello specchio magico. Ha ottenuto la saggezza definitiva? O è diventato pazzo?Lo specchio rivela molti segreti, e Royce si trova a dirigersi verso il nascondiglio di suo padre. Lo incontrerà per la prima volta?La tragica storia d’amore di Genevieve e Royce arriva finalmente a una soluzione, culminando in una svolta a sorpresa che cambierà la vita di entrambi per sempre.E nel mezzo di tutto questo arriva l’epica battaglia contro gli eserciti del re, un conflitto che determinerà il destino della terra – e del regno – una volta per tutte.SOLO CHI È CORAGGIOSO intesse un racconto epico di amici e amanti, di cavalieri e onore, di tradimenti, destino e amore. Un racconto sul valore che ci porta in un mondo fantasy di cui ci innamoreremo e che incanterà lettori di ogni genere ed età. Visita www.morganricebooks.com per aggiornamenti sull’uscita di nuove serie fantasy firmate Morgan Rice.







Solo chi è coraggioso



(come funziona l’acciaio – libro quattro)



MORGAN RICE


Morgan Rice



Morgan Rice è l’autrice numero uno e campionessa d’incassi della serie epic fantasy L’ANELLO DELLO STREGONE che comprende diciassette libri; della serie campione d’incassi APPUNTI DI UN VAMPIRO che comprende dodici libri; della serie campione d’incassi LA TRILOGIA DELLA SOPRAVVIVENZA, un thriller post-apocalittico che comprende tre libri; della serie epic fantasy RE E STREGONI che comprende sei libri; della nuova serie epic fantasy DI CORONE E DI GLORIA che comprende otto libri; e della serie epic fantasy UN TRONO PER DUE SORELLE, che comprende otto libri; della nuova serie di fantascienza LE CRONACHE DELL’INVASIONE che comprende quattro libri; della nuova serie fantasy OLIVER BLUE E LA SCUOLA DEGLI INDOVINI, che comprende quattro libri e della serie fantasy COME FUNZIONA L’ACCIAIO, che comprende quattro libri (ed è in prosecuzione). I libri di Morgan sono disponibili in formato audio o cartaceo e ci sono traduzioni in 25 lingue.

Morgan ama ricevere i vostri messaggi e commenti, quindi sentitevi liberi di visitare il suo sito www.morganricebooks.com (http://www.morganricebooks.com/) per iscrivervi alla sua mailing list, ricevere un libro in omaggio, gadget gratuiti, scaricare l’app gratuita e vedere in esclusiva le ultime notizie. Connettetevi a Facebook e Twitter e tenetevi sintonizzati!


Cosa dicono di Morgan Rice



“Se pensavate che non ci fosse più alcuna ragione di vita dopo la fine della serie L’ANELLO DELLO STREGONE, vi sbagliavate. In L’ASCESA DEI DRAGHI Morgan Rice è arrivata a ciò che promette di essere un’altra brillante saga, immergendoci in un mondo fantastico fatto di troll e draghi, di valore, onore e coraggio, magia e fede nel proprio destino. Morgan è riuscita di nuovo a creare un forte insieme di personaggi che ci faranno tifare per loro pagina dopo pagina… Consigliato per la biblioteca permanente di tutti i lettori amanti dei fantasy ben scritti.”

--Books and Movie Reviews

Roberto Mattos



“Un fantasy pieno zeppo di azione che sicuramente verrà apprezzato dai fan dei precedenti romanzi di Morgan Rice insieme ai sostenitori di opere come il CICLO DELL’EREDITÀ di Christopher Paolini... Amanti del fantasy per ragazzi divoreranno quest'ultima opera della Rice e imploreranno di averne ancora.”

--The Wanderer, A Literary Journal (Parlando de L'Ascesa dei Draghi)



“Un meraviglioso fantasy nel quale si intrecciano elementi di mistero e intrigo. Un’impresa da eroi parla della presa di coraggio e della realizzazione di uno scopo di vita che porta alla crescita, alla maturità e all’eccellenza… Per quelli che cercano corpose avventure fantasy: qui i protagonisti, gli stratagemmi e l’azione forniscono un vigoroso insieme di incontri che ben si concentrano sull’evoluzione di Thor da ragazzino sognatore e giovane che affronta l’impossibile pur di sopravvivere… Solo l’inizio di ciò che promette di essere una serie epica per ragazzi.”

--Midwest Book Review (D. Donovan, eBook Reviewer)



“L’ANELLO DELLO STREGONE ha tutti gli ingredienti per un successo immediato: intrighi, complotti, mistero, cavalieri valorosi, storie d’amore che fioriscono e cuori spezzati, inganno e tradimento. Una storia che vi terrà incollati al libro per ore e sarà in grado di riscuotere l’interesse di persone di ogni età. Non può mancare sugli scaffali dei lettori di fantasy.”

--Books and Movie Reviews, Roberto Mattos



“In questo primo libro pieno zeppo d’azione della serie epica fantasy L’Anello dello Stregone (che conta attualmente 14 libri), la Rice presenta ai lettori il quattordicenne Thorgrin “Thor” McLeod, il cui sogno è quello di far parte della Legione d’Argento, i migliori cavalieri al servizio del re… Lo stile narrativo della Rice è solido e le premesse sono intriganti.”

--Publishers Weekly


Libri di Morgan Rice



OLIVER BLUE E LA SCUOLA DEGLI INDOVINI

LA FABBRICA DELLA MAGIA (Libro #1)

LA SFERA DI KANDRA (Libro #2)

GLI OSSIDIANI (Libro #3)

LO SCETTRO DI FUOCO (Libro #4)



LE CRONACHE DELL’INVASIONE

MESSAGGI DALLO SPAZIO (Libro #1)

L’ARRIVO (Libro #2)

L’ASCESA (Libro #3)

IL RITORNO (Libro #4)



COME FUNZIONA L’ACCIAIO

SOLO CHI LO MERITA (Libro #1)

SOLO CHI È VALOROSO (Libro #2)

SOLO CHI È DESTINATO (Libro #3)

SOLO CHI È CORAGGIOSO (Libro #4)



UN TRONO PER DUE SORELLE

UN TRONO PER DUE SORELLE (Libro #1)

UNA CORTE DI LADRI (Libro #2)

UNA CANZONE PER GLI ORFANI (Libro #3)

UN LAMENTO FUNEBRE PER PRINCIPI (Libro #4)

UN GIOIELLO PER I REGNANTI (LIBRO #5)

UN BACIO PER LE REGINE (LIBRO #6)

UNA CORONA PER GLI ASSASSINI (Libro #7)

UN ABBRACCIO PER GLI EREDI (Libro #8)



DI CORONE E DI GLORIA

SCHIAVA, GUERRIERA, REGINA (Libro #1)

FURFANTE, PRIGIONIERA, PRINCIPESSA (Libro #2)

CAVALIERE, EREDE, PRINCIPE (Libro #3)

RIBELLE, PEDINA, RE (Libro #4)

SOLDATO, FRATELLO, STREGONE (Libro #5)

EROINA, TRADITRICE, FIGLIA (Libro #6)

SOVRANA, RIVALE, ESILIATA (Libro #7)

VINCITORE, VINTO, FIGLIO (Libro #8)



RE E STREGONI

L’ASCESA DEI DRAGHI (Libro #1)

L’ASCESA DEL PRODE (Libro #2)

IL PESO DELL’ONORE (Libro #3)

LA FORGIA DEL VALORE (Libro #4)

IL REGNO DELLE OMBRE (Libro #5)

LA NOTTE DEI PRODI (Libro #6)

L’ANELLO DELLO STREGONE

UN’IMPRESA DA EROI (Libro #1)

LA MARCIA DEI RE (Libro #2)

DESTINO DI DRAGHI (Libro #3)

GRIDO D’ONORE (Libro #4)

VOTO DI GLORIA (Libro #5)

UN COMPITO DI VALORE (Libro #6)

RITO DI SPADE (Libro #7)

CONCESSIONE D’ARMI (Libro #8)

UN CIELO DI INCANTESIMI (Libro #9)

UN MARE DI SCUDI (Libro #10)

REGNO D’ACCIAIO (Libro #11)

LA TERRA DEL FUOCO (Libro #12)

LA LEGGE DELLE REGINE (Libro #13)

GIURAMENTO FRATERNO (Libro #14)

SOGNO DA MORTALI (Libro #15)

GIOSTRA DI CAVALIERI (Libro #16)

IL DONO DELLA BATTAGLIA (Libro #17)



LA TRILOGIA DELLA SOPRAVVIVENZA

ARENA UNO: MERCANTI DI SCHIAVI (Libro #1)

ARENA DUE (Libro #2)

ARENA TRE (Libro #3)



VAMPIRO, CADUTO

PRIMA DELL’ALBA (Libro #1)



APPUNTI DI UN VAMPIRO

TRAMUTATA (Libro #1)

AMATA (Libro #2)

TRADITA (Libro #3)

DESTINATA (Libro #4)

DESIDERATA (Libro #5)

PROMESSA (Libro #6)

SPOSA (Libro #7)

TROVATA (Libro #8)

RISORTA (Libro #9)

BRAMATA (Libro #10)

PRESCELTA (Libro #11)

OSSESSIONATA (Libro #12)


Sapevate che ho scritto tantissime serie? Se non le avete lette tutte, cliccate sull’immagine qua sotto e scaricate il primo libro di una di esse!






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Copyright © 2019 by Morgan Rice. All rights reserved. Except as permitted under the U.S. Copyright Act of 1976, no part of this publication may be reproduced, distributed or transmitted in any form or by any means, or stored in a database or retrieval system, without the prior permission of the author. This ebook is licensed for your personal enjoyment only. This ebook may not be re-sold or given away to other people. If you would like to share this book with another person, please purchase an additional copy for each recipient. If you’re reading this book and did not purchase it, or it was not purchased for your use only, then please return it and purchase your own copy. Thank you for respecting the hard work of this author. This is a work of fiction. Names, characters, businesses, organizations, places, events, and incidents either are the product of the author’s imagination or are used fictionally. Any resemblance to actual persons, living or dead, is entirely coincidental. Jacket image Copyright  (https://www.shutterstock.com/g/bindemanis) Amir Bajrich used under license from Shutterstock.com.


INDICE

CAPITOLO UNO (#u6eb7b408-b5f3-53af-b3c8-a4c18772c1da)

CAPITOLO DUE (#ua1a88336-e57f-5828-98bd-278d5141d65a)

CAPITOLO TRE (#uecedda30-5e37-5f37-9e74-a7b3e3850e25)

CAPITOLO QUATTRO (#ubdb72707-cc6e-5208-923c-35ec59b890f7)

CAPITOLO CINQUE (#ued8f34dd-daac-5a9d-abf3-df88b8e0e313)

CAPITOLO SEI (#u34d1fe09-5b9c-5496-a415-ed1b524aafc9)

CAPITOLO SETTE (#u6971801c-9f9e-55c9-9f89-e632aec02296)

CAPITOLO OTTO (#u74ff86d0-5b7b-50c8-b576-470f62388492)

CAPITOLO NOVE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO DIECI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO UNDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO DODICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TREDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUATTORDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUINDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO SEDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO DICIASSETTE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO DICIOTTO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO DICIANNOVE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTUNO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTIDUE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTITRÉ (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTIQUATTRO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTINCINQUE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTISEI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTISETTE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTOTTO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTINOVE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTA (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTUNO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTADUE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTATRÉ (#litres_trial_promo)

EPILOGO (#litres_trial_promo)




CAPITOLO UNO


Royce fissava lo Specchio della Saggezza e per i primi istanti tutti ciò che poté vedere fu il riflesso del mondo attorno a sé. Vide la sagoma della prima delle Sette Isole che crollava, il flusso delle onde attorno alla barca, la presenza di Mark, Neave, Matilde, il falco Bragia e il bhargir Gwylim, così simile a un lupo.

In quei momenti gli parve impossibile comprendere perché Dust avesse gridato guardandovi dentro, perché suo padre l’avesse messo in guardia raccomandandogli di non guardare, o perché Barihash fosse addirittura impazzito, laggiù, nella sua grotta sotto al vulcano. A lui non sembrava che un normalissimo specchio.

“Royce, è una buona idea?” chiese Mark che stava più in là sulla barca. L’amico sembrava preoccupato, e Royce poteva comprenderne i motivi. Avevano attraversato tutti così tanto, e i pericoli delle Sette Isole erano più che reali. Mark aveva almeno una nuova cicatrice come ricordo dell’esperienza, mentre le ceneri dell’isola gli ricoprivano i capelli scuri.

Neave e Matilde sedevano al centro della barca e controllavano la vela. Royce le poteva vedere riflesse nello specchio: la ragazza Picti con i capelli scuri e la pelle tatuata, i capelli rossi di Matilde imbrattati di quello che probabilmente era sangue, risultato delle tante battaglie in cui si era trovava coinvolta. Royce ebbe l’impressione di vedere un piccolo movimento nello specchio: le due ragazze in una casa da qualche parte…

Royce continuò a guardare, determinato a vedere tutto ciò che lo specchio avrebbe potuto mostrargli. Gwylim abbaiò come in segno di avvertimento, ma lui lo ignorò. Doveva sapere… doveva vedere ciò che era successo a suo padre.

Nel momento in cui lo specchio iniziò a connettersi con lui, Royce si sentì come se il mondo intero fosse al centro della sua attenzione e il riflesso dello specchio si allargò come a poter abbracciare tutto ciò che Royce poteva vedere. Guardando il mondo nello specchio, si rese conto di poter distinguere ogni singolo filo d’erba su spiagge lontane, capire ogni movimento delle correnti che minacciavano di tirare la barca da una parte o dall’altra. Quasi senza pensarci, Royce andò al timone e fece una piccola correzione alla rotta, evitando un punto dove c’erano delle rocce subito sotto la superficie.

“Perché hai fatto così?” gli chiese Mark.

Royce aprì bocca per spiegare delle rocce, ma mentre stava per farlo, sentì che la sua presa sullo specchio si allentava, gli schemi diventavano troppo complessi da tenere e spiegare: le parole avrebbero potuto storpiare il vero senso delle cose, nel tentativo di chiarirle. Royce tenne quindi la bocca chiusa, determinato a continuare a guardare.

Ora poteva capire come lo Specchio della Saggezza potesse far impazzire un uomo. Le possibilità gli si riversavano nella mente come sassi lanciato dal vulcano in eruzione da cui si stavano sempre più allontanando. Anche quelle pietre contenevano delle possibilità e Royce vedeva chiaramente come ogni spostamento del vento o scossone della terra avesse il potere di farle cadere in direzioni sempre diverse.

“E sono solo sassi!” esclamò Royce tra sé e sé, mentre continuava a fissare lo specchio. C’erano una chiarezza e concentrazione mai provate prima, ma che minacciavano di travolgerlo se non fosse stato attento. C’era così tanto di ogni cosa da vedere nello specchio, che era quasi impossibile concentrarsi su qualcosa, e Royce doveva continuamente trascinare la sua attenzione su ciò che voleva.

Il volo degli uccelli lo distrasse un momento, poi il gioco della luce del sole sulle onde. Tutti quei segni contenevano così tanti segreti, e la pura consapevolezza di tutto questo dava a Royce l’impressione che il suo cervello stesse per esplodere. Vedere ogni possibilità e cercare di restringere l’attenzione solo su quelle che contavano era come mirare a un singolo albero all’interno di una foresta, con tutti i suoi sentieri che si diramavano.

“Mostrami la battaglia che avremo,” chiese Royce allo specchio. “Mostrami quello che devo fare. Mostrami mio padre.”

Allora vide, e per un momento l’orrore minacciò di sopraffarlo, minacciò di farlo gridare di disperazione come era successo a Dust. Vide allora tutti i motivi per cui Dust era venuto da lui. Vide la morte che avrebbe fatto seguito alle battaglie, i modi in cui la guerra avrebbe potuto trascinarsi sempre più. Royce vide il combattimento contro re Carris che portava tutto il regno in una sanguinosa guerra civile, e le infinite, davvero infinite morti che ne sarebbero conseguite.

Vide il potenziale di vittoria, e i tentativi di rendere il regno un posto migliore, ma vide anche i modi in cui tutto poteva andare storto. Vide cortigiani venali e un figlio che sarebbe cresciuto con Genevieve…

“No,” disse Royce scuotendo la testa, sforzandosi di guardare le cose con maggiore chiarezza. Doveva ricordare che questo era il modo in cui lo specchio funzionava: non mostrava una linea determinata, ma poneva solo le possibili conseguenze delle azioni. Poteva vedere vie oscure, vie piene di morte, ma poteva anche vedere i modi in cui il mondo sarebbe stato migliore. Non era tanto un veggente che scrutava le interiora di un animale alla ricerca di risposte, ma piuttosto un navigante che tentava di scegliere la rotta sulla base delle centinaia di possibilità sulle mappe.

“Dovremmo tirarlo via da quella cosa,” disse Matilde, la sua voce che risuonava distante, ma che a Royce arrivava chiara come qualsiasi altro sussurro in quel momento.

“No,” disse Royce sollevando una mano. Nello specchio poteva vedere che sarebbe bastato per fermarla. I momenti così vicini nel tempo erano facili da vedere, con poche decisioni a stabilire le diramazioni del destino. “No, devo capire.”

“Lascialo stare,” disse Neave. “Ha fatto cantare la pietra e ha attraversato il ponte fino alla torre. Se qualcuno può piegare l’antica magia secondo la sua volontà, quello è Royce.”

Royce si mise quasi a ridere a sentire quelle parole, ma non lo fece perché poteva vedere che i suoi amici l’avrebbero creduto pazzo se l’avesse fatto. Qui non si trattava di piegare lo specchio alla sua volontà, perché quello era l’errore che la gente aveva fatto con esso. Non era una questione di volontà, ma di chiarezza, di possibilità. Barihash l’aveva fatto sembrare un oggetto colmo di malvagità, Dust era rimasto terrorizzato, ma Royce vedeva un sacco di bellissime possibilità.

“Magari è così,” ipotizzò Royce, quasi sussurrando. “È uno specchio, quindi ti ridà quello che gli porti?”

“Royce,” disse Mark. Royce non sollevò lo sguardo verso l’amico, perché in quel momento c’era troppo da vedere. “Royce, dobbiamo far virare la nave verso casa. Dammi un segno che puoi sentirmi.”

Ovvio che poteva sentirlo, perché non avrebbe dovuto? Royce fece per annuire, ma poi rimase fermo, perché anche quel piccolo movimento sembrava andare a increspare alcune delle possibilità che aveva davanti agli occhi, e a Royce servivano tutte se voleva creare un sentiero che tutti potessero seguire.

“Cosa succede se le cose continuano così?” chiese allo specchio, cercando di dare forma ai vaghi pensieri che aveva e trasformandoli in una domanda. Cercando di concentrarsi.

Vide la risposta che veniva riflessa nello specchio. Vide centinaia di persone che morivano, poi migliaia. Vide sangue e ancora sangue, con una guerra che sembrava non avere mai fine.

Cercò un modo per vincere la guerra, fissando sempre più intensamente lo specchio, anche se ogni tentativo sembrava andare a finire peggio di quello precedente. Vide se stesso, e i suoi amici, e la gente che era venuta ad aiutarlo che morivano in modi diversi. E peggio ancora. Un sacco di possibilità sembravano finire nel sangue.

Le cose che provava per Genevieve sembravano essere parte del problema. L’amore che provava e le cose che era pronto a fare per lei parevano trascinarlo lontano da ciò che era giusto. I sentieri che conducevano a lei sembravano condurre al dolore più grande. Nonostante questo, Royce vide che non poteva distogliere lo sguardo.

“Devo trovare una via dove la gente viva,” insistette. Si concentrò, anche se sentiva la sua coscienza che iniziava a sfilacciarsi ai limiti.

C’erano pochissime vie buone rimaste. Erano come un misero insieme di fili argentati che attraversavano un mondo altrimenti avvolto nel buio. Il problema era semplice: la gente come Altfor e la sua famiglia, come il re Carris, avrebbero fatto qualsiasi cosa se ciò li portava a mantenere il potere. Che speranza c’era di portarli a rinunciare a quel potere senza una battaglia che avrebbe fatto cadere tutti quanti insieme a loro?

Quel filo era così sottile che Royce stentava a credere che esistesse sul serio. Poteva vedere gli elementi che vi venivano definiti, le decisioni che venivano prese una dopo l’altra, così tante che sarebbe stato quasi un miracolo se tutto fosse quadrato alla perfezione. Però vedeva dove tutto aveva inizio.

Doveva trovare suo padre.

“Dove, però?” bofonchiò Royce. Poteva immaginare i suoi amici che lo fissavano, pensando a quanto pazzo doveva sembrare. Ebbe un rapido scorcio dei loro volti lì: si guardavano da un capo all’altro della barca con fare sospetto. Cosa stavano pensando? Cosa stavano progettando di fare?

Royce si riprese in tempo. Era stato così che Barihash aveva iniziato? La facilità di vedere così tante cose era sufficiente a spingere una persona nella follia? Sforzandosi di concentrarsi, Royce spinse la sua attenzione su suo padre, cercando di vedere dove fosse andato quando aveva lasciato l’isola. Gli ci volle uno sforzo enorme per farlo, dato che la visione mostrata dallo specchio sembrava arricciarsi e incresparsi per allontanarsi proprio da quell’immagine, una possibilità dopo l’altra. Royce le vagliò tutto come un uomo che avanza in una tempesta di neve, cercando di fare attenzione.

La chiarezza lampeggiò in lui, e Royce si rese conto che sapeva già dov’era andato suo padre. C’erano state delle carte tra le cose di suo padre, pezzi di carta lacera che lui aveva visto solo per una frazione di secondo. C’erano state delle parole scritte sopra, e ora Royce sapeva cosa significassero, che luogo intendessero.

Royce allora vide tutto, ogni cosa che bisognava fare. Sollevò lo sguardo dallo specchio. Con suo stupore, era buio quando lo fece: le stelle che luccicavano in cielo, la luna che si rifletteva sull’acqua, e le Sette Isole poco più che puntini all’orizzonte.

“Stai bene?” chiese Mark con voce preoccupata.

Quasi immediatamente, tutti i sorprendenti dettagli che Royce aveva visto nello specchio iniziarono a svanire. La complessa rete di scelte e decisioni era troppo vasta per poterla contenere tutta insieme.

“So dove dobbiamo andare,” disse Royce. Mise la mano sul timone, spostandolo e portando la barca su una nuova rotta. Sapeva che era la direzione giusta, e che suo padre si trovava da quella parte.

“Cosa stai facendo?” chiese Mark.

Royce non aveva le parole per spiegare, o meglio, poteva farlo, ma il solo tentativo di formare le parole gli faceva apparire così debole e precario tutto ciò che sapeva, come se ogni cosa potesse esplodere nel niente e nel caos come una bolla di sapone. Voleva dire tutto ai suoi amici, ma raccontare avrebbe cambiato la vera essenza delle cose.

“Dobbiamo andare da questa parte,” disse. “Mio padre… so dove si trova.”

“Ne sei sicuro?” chiese Mark. “Pensavamo di trovarlo sulle Sette Isole.”

“Io…” Royce non poteva spiegare. Non ci riusciva. “Ti fidi di me, Mark?”

“Lo sai,” rispose l’amico. Attorno a lui anche gli altri annuirono uno alla volta.

“Allora dobbiamo andare da questa parte,” disse Royce. “Per favore.”

Per un momento pensò che potessero discutere, che potessero tentare di far girare la barca verso il regno, o dirgli che era stato attanagliato dallo specchio. Ma uno alla volta, si sedettero al loro posto, aspettando mentre la barca continuava il suo corso.

Stavano andando a trovare suo padre, e questa volta Royce sapeva dove si trovava.




CAPITOLO DUE


Dust girovagava per l’isola mentre il caos regnava attorno a lui. Gli era difficile comprendere ciò che stava accadendo. Il fuoco esplodeva attorno ai suoi piedi, e lui semplicemente non reagiva. Invece continuava ad arrancare, con le rocce che gli crollavano accanto, l’intera isola che stava implodendo nel genere di entropia che Dust non avrebbe mai creduto possibile prima di aver guardato nello specchio.

“Mi sono sbagliato,” mormorò tra sé e sé mentre avanzava. “Mi sono sbagliato un sacco.”

Una volta aveva creduto in un mondo dove i sacerdoti erano tutto, e aveva mantenuto il destino sul suo unico corso predefinito. Poi era stato sicurissimo di poter scegliere una via tra quelle offerte dal fato. Aveva visto gli orrori in arrivo, aveva visto la morte che andava fermata.

Ora Dust non sapeva che pensare.

Inciampò andando avanti, mentre i massi gli cadevano attorno. Non tentava di schivarli, ma loro lo mancavano comunque, forse grazie a qualche rimasuglio di irragionevole conoscenza che gli faceva mettere i piedi nei punti giusti.

“Com’è possibile?” si chiese. “Come si può comprendere la vastità del tutto?”

Ora capiva perché si dicesse che lo specchio faceva impazzire la gente, anche se nessuno gliel’aveva detto, no? Era stata solo una delle tante cose che aveva visto. Aveva visto tutto, e quel tutto era davvero troppo per una sola mente. Aveva visto tutto ciò che aveva già visto un tempo nel fumo dei sacerdoti, e un milione di altre cose accanto a quelle.

La lava esplose accanto a lui, e Dust si voltò a guardarla con sguardo vuoto, gli occhi che quasi non la vedevano. Non c’era spazio per questo dopo tutte le cose che sarebbero potute succedere, e che erano successe, e che non sarebbero mai successe, ogni cosa raggomitolata in una palla che era impossibile sbrigliare.

“Ho fatto così tanto,” disse, arrampicandosi su un pezzo di ossidiana e non sentendo neppure i punti in cui i suoi palmi si tagliavano. “Pensavo…”

Poteva vedere in modo molto chiaro ciò che aveva pensato. Prima aveva creduto che i sacerdoti avessero ragione, e aveva fatto quello che gli ordinavano. Aveva fatto ciò che i segni sembravano suggerire, anche quando questo significava uccidere delle persone che non gli erano state nemiche e che non sarebbero mai state una minaccia per lui. Anche quando si era reso conto dei giochetti dei sacerdoti, aveva fatto delle scelte che avevano fatto del male alla gente. Aveva riversato la sfortuna in un anello per causare il caos. Era venuto a caccia di Royce…

“Merito di morire,” disse Dust. “Me lo merito.”

Continuò ad avanzare barcollando, cercando di capire il modo migliore per farlo, cercando di capire cosa fare. Camminò attraverso un prato ricoperto da quelle che sembravano schegge di vetro, non curandosi se si tagliava le gambe. Con la coda dell’occhio vide qualcosa che gli correva incontro.

Dust si girò senza pensarci, spostandosi ed evitando un colpo di lancia destinato al suo cuore. Una creatura dalle sembianze di una lucertola gli sibilò contro, tirando indietro la lancia, pronta a sferrare un altro colpo. Dust fece un passo in avanti, colpendole la gola con le dita rigide. La creatura barcollò all’indietro, annaspando, e Dust le fu subito addosso pugnalandola al petto con un coltello, così vicino che ora poteva sentire il calore del sangue su di sé. In quel momento gli sembrava l’unica cosa che poteva sentire.

Quando la bestia cadde a terra, Dust si maledisse per aver contrattaccato. Avrebbe potuto restare fermo, avrebbe potuto permettere alla creatura di ucciderlo come meritava per tutto quello che aveva fatto.

“Puoi ancora farlo,” disse Dust. Osservò il coltello che aveva in mano, la lama che brillava al sole e che quasi lo ipnotizzava, nonostante il sangue scuro che ora lo ricopriva. Sarebbe stato così facile farlo scorrere lungo la propria gola, o piantarlo nei punti dove il sangue del corpo scorreva vicino alla superficie. Certi promessi Angarthim che si erano allenati con lui l’avevano fatto, quando gli sforzi imposti dai sacerdoti erano diventati insopportabili, conducendoli alla pazzia.

Se non con il coltello, allora c’erano cento altri modi per morire. Poteva sdraiarsi ai piedi di una creatura-lucertola, o lanciarsi da una scogliera. Poteva mettersi sotto a un masso che cadeva, o buttarsi in mezzo al fuoco. Poteva anche solo sedersi dove si trovava adesso. Su un’isola come quella, era più difficile tenersi in vita che morire, eppure Dust in qualche modo resisteva.

Era dubbioso, e mentre pensava, cercò di capire tutto ciò che aveva visto, ma non c’era modo di spiegare le cose. Aveva sempre pensato in termini di una singola linea del destino da poter scegliere, e invece c’erano decisioni che si diramavano in una rete di possibilità, fino a che nessuno poteva dire quale di queste cose sarebbe davvero accaduta.

Aveva visto tutto ciò che aveva visto prima, con la luce di Royce e il buio e il sangue che ne sarebbero seguiti, ma Dust aveva anche visto tutti i modi in cui non sarebbe successo, e tutta la luce che si sarebbe potuta trovare oltre. Aveva appreso della propria libertà, ma aveva dimenticato quella di ogni altro essere al mondo.

Aveva dimenticato la speranza.

“Speranza?” chiese parlando al vento. “Quale speranza c’è qui, su un’isola che sta crollando? Che speranza c’è di disfare ciò che ho già fatto?”

Conosceva già la risposta a questa domanda. Aveva visto un momento più potente di quelli che gli erano apparsi nel fumo dei sacerdoti. Più certo, più cruciale. Aveva visto una battaglia, e una figura con un’armatura scintillante che brandiva una spada di cristallo con abilità incredibile. Aveva visto quella figura uccidere, e aveva capito che quello era il momento che contava.

Dust si guardò attorno e si rese conto che in qualche modo aveva raggiunto la costa dell’isola. Lì c’era una barca che non era sua, ma era leggera, e aveva remi, e fu facile per lui spingerla in acqua mentre alle sue spalle l’isola crollava a pezzi.

Saltò nella barca, guardando il cielo sopra di sé e tentando di decidere cosa fare adesso, ma in verità Dust già sapeva quello che doveva fare. Si mise a sedere, fissando l’acqua, guardando l’isola che aveva attraversato venendo qui e contemplando ciò che sarebbe stato necessario per salvare il mondo.

Si mise a remare.

Mentre remava, considerò il problema centrale della cosa che avrebbe dovuto gestire adesso: un avversario che sembrava così ben protetto da non poterlo sconfiggere. Tanto che il solo tentativo lo avrebbe potuto distruggere.

Ma a Dust questo non importava: lui bramava la distruzione. Se gli fosse piombata addosso, l’avrebbe accolta a braccia aperte.

“No,” disse a se stesso. “Non prima di fare ciò che devo.”

Per quanto riguardava il farlo effettivamente, avrebbe trovato un modo. Lui era un Angarthim, con tutto l’addestramento che ne conseguiva. Forse lui era davvero l’unico che poteva farlo. Poteva scivolare silenziosamente sull’isola, e…

“Non funzionerà,” disse. Fu un’occhiata alle nubi sopra all’isola a dirglielo. I segni erano pieni di morte e di ciò che la anticipava. Lui poteva anche essere furtivo, ma avrebbe fallito e sarebbe morto. Doveva trovare un altro modo.

Dust ora lasciò che la barca andasse alla deriva, sapendo che le correnti del punto in cui si trovava l’avrebbero portato all’isola che voleva. Prendendo uno dei remi e il più affilato tra i suoi coltelli, iniziò a intagliare. Avrebbe potuto farne un altro se fosse sopravvissuto a questo.

Tagliuzzava il legno con mani sicure, raschiando riccioli dal manico del remo fino a che iniziò a formarsi una punta. Dust la rifinì con decisione mentre la corrente lo trascinava verso l’isola, trasformando il bastone in una cosa affilata come l’acciaio, producendo un giavellotto leggero, equilibrato e letale.

Prendendo una borsa che teneva alla cintura, Dust mescolò il contenuto con acqua di mare, poi vi immerse la punta della lancia appena creata. Il legno sibilò a contatto con la pozione che aveva creato. Dust gettò la borsa in mare: era troppo pericolosa per toccare adesso ciò con cui la polvere era venuta a contatto.

Si avvicinò di più alla costa, e già poteva sentire l’attrazione verso l’isola in quel frastornante e dolce profumo che sembrava riempire ogni poro, facendogli provare il desiderio di avvicinarsi.

La donna uscì dalla foresta, ed era la creatura più bella che Dust avesse mai visto, anche se parte del suo cervello vide anche oltre, in quel momento. Vide una donna che era tutto ciò che aveva sempre voluto, e allo stesso tempo vide gli artigli.

Lanciò il giavellotto. L’arma volò in aria e la donna ruotò su se stessa, veloce come un serpente, rimanendo solo sfiorata. La punta graffiò la pelle, e Dust poteva solo sperare che il veleno facesse il suo lavoro.

Ma la creatura non cadde. Invece il profumo attorno a Dust si intensificò, e lui capì che doveva lanciarsi in avanti, tuffandosi in acqua e trascinando la sua barca sulla spiaggia.

Lei lo stava aspettando, e lui si rese conto di cos’era. Era impossibile, perché la sua bellezza gli faceva male solo a guardarla. Avrebbe fatto qualsiasi cosa per lei in quel momento. Qualsiasi cosa.

“Sono Lethe,” disse lei, con voce morbida come il miele. “Tu come ti chiami?”

“Dust,” le rispose lui.

“E mi ami, Dust?”

“Ti amo,” confermò lui.

Lethe fece un passo verso di lui, le braccia aperte, la sua bellezza completa, perfetta, assoluta.

“Pensavi davvero che la tua piccola lancia mi potesse uccidere?” gli chiese. La sua bocca era schiusa in un sorriso che era allo stesso tempo bellissimo e troppo pieno di denti.

“No,” ammise Dust.

“No?” La cosa parve prendere Lethe di sorpresa.

“Il veleno che contiene non uccide. Non avevo niente che potesse ucciderti. Ma ho delle cose che ti possono indebolire.”

“Indebolirmi?” Dust poteva sentire ora la paura nella sua voce.

“Ti amo, ma sono un Angarthim, e noi possiamo uccidere coloro che amiamo, se il fato lo richiede.”

Dust colpì con un coltello, la lama che volava contro la gola della donna. Lethe non ebbe neanche il tempo di gridare. Cadde e basta. Dust aveva reso la sua fine il meno dolorosa possibile, perché cos’altro poteva fare per qualcuno che amava così tanto?

Si inginocchiò lì e pianse nel suo dolore. Pianse sia per ciò che aveva perso in Lethe, e perché doveva ancora essere l’assassino che era stato.

A Dust parve di metterci un secolo prima di sentirsi sufficientemente forte da alzarsi di nuovo in piedi e inoltrarsi nell’isola. Il posto sembrava diverso ora, morto come la creatura che prima lo governava, privo di vita e silenzioso mentre Dust cercava.

Trovò quello che stava cercando poco distante dalla capanna, gettato in un mucchio, come se semplicemente fosse roba di nessuna importanza. In effetti, immaginò Dust, non aveva avuto importanza confronto all’amore di Lethe. Dust prese la spada di cristallo, togliendola dal fodero solo per poter ammirare come la lama brillava alla luna prima di riporla. La avvolse nell’armatura, prendendo entrambe e tornando in direzione della sua barca.

Ci mise un’altra ora a intagliare un altro remo, un’ora dopo di questo per raccogliere frutti e acqua fresca dalla foresta. Dust caricò tutto sulla barca e la spinse in acqua.

Iniziò a remare verso la terraferma, sapendo che il destino era lì davanti, per lui, per Royce, per tutti.




CAPITOLO TRE


Genevieve stava scoprendo che la vita alla corte del re era diversa rispetto a quella che conduceva al palazzo del padre di Altfor. Prima di tutto, la gente la guardava come se fosse effettivamente una nobile, piuttosto che lanciarle occhiate commiserevoli e di sprezzo che sottolineavano la sua origine da ragazza contadina portata via dalla sua vita precedente.

E in secondo luogo, c’era la costante sensazione di minaccia che proveniva dal sapere che ogni passo falso la poteva far ammazzare.

“Gli uomini di Lord Ber saranno qui prima dell’offensiva finale contro il nemico?” chiese re Carris a un consigliere, alzandosi dal suo trono e camminando avanti e indietro nella sala dei convegni dove stava discutendo i suoi piani.

“Non ci sono ancora notizie, mio re,” disse l’uomo.

“Il che significa che non ha in programma di venire qui,” rispose il re con tono secco. “Sta aspettando di vedere chi vincerà. Le nostre possibilità sembrano così misere?”

“No, mio re,” disse l’uomo. “Devo inviargli altri messaggi?”

“Solo uno,” disse re Carris. “Digli che se non porta i suoi uomini dal mio esercito in tempo, ucciderò lui e la sua famiglia, e chiunque altro si metta dalla sua parte. Questa è una lotta contro la gente che vuole portarmi via il regno: se non si unisce a me in questa battaglia, allora è un mio nemico.”

“Subito,” rispose l’uomo.

Arrivarono altri consiglieri e messaggeri, ciascuno con alcuni frammenti di notizie sull’imminente conflitto. Un lord venne avanti e si inginocchiò.

“Mio re,” disse. “Sono Sir Verris di Yall. Ho portato trecento uomini con me al servizio del vostro esercito.”

“Avete la mia riconoscenza, Sir Verris,” rispose il re. “Verrete ricompensato. Il vostro posto sarà con la fazione che attaccherà da nord.”

Genevieve stava verso il fondo della folla di gente, cercando di prendere nota dei nomi e dei numeri, man mano che gli uomini venivano a giurare fedeltà alla causa del re. Si sarebbe scritta ogni cosa per essere certa di avere tutto per le mani, ma qualcuno l’avrebbe vista.

Altfor l’avrebbe vista. Lui si trovava più avanti, dove poteva essere notato da tutti, il più vicino possibile al re. Anche così, però, i suoi occhi sembravano sempre seguire Genevieve, sfidandola a fare un errore nel pericoloso gioco che stava conducendo.

“Jani tornerà presto,” disse Genevieve tra sé e sé. “Ricorderò tutto fino a quel momento.”

Doveva sperare che la spia che lavorava per sua sorella fosse riuscita a tornare da Sheila. Con le informazioni che Genevieve aveva inviato, forse Royce sarebbe riuscito a vincere senza tutte le morti che l’imminente battaglia prometteva. Genevieve aveva già mandato informazioni riguardo all’assalto via mare che sarebbe arrivato da nord. Ora sperava di trovare qualcosa che li aiutasse a vincere direttamente.

“Ditemi della flotta,” disse re Carris.

Un uomo con indosso abiti che sembravano più costosi di quelli di un marinaio si fece avanti. Aveva dei gioielli che lo adornavano e che sembravano essere stati rubati da una dozzina di posti diversi.

“Siamo pronti e aspettiamo di trasportare i vostri soldati, mio re. Non appena saremo pagati.”

“Mentre siamo qui a parlare, il denaro sta viaggiando dal mio tesoro,” promise re Carris.

Genevieve si trovò a chiedersi se ci fosse un modo per sabotare la consegna. Se fosse riuscita a far avere a Sheila quella informazione, allora sarebbe stato possibile organizzare il furto del denaro, o almeno un ritardo nel trasporto. Stava per trovare una scusa per congedarsi dalla sala, quando si fermò, provando una sensazione simile a gelo che la pervadeva.

Ma non era il genere di gelo che aveva a che vedere con il mondo fisico. Era invece come se qualcosa di molto sottile le stesse sussurrando nell’anima, e Genevieve si trovò a girarsi automaticamente verso la porta. Tutti nella stanza fecero lo stesso, muovendosi all’unisono per guardare le figure che stavano entrando.

Erano a decine, con la pelle grigia e la testa rasata, anche se molti di loro portavano la barba, o delle catene d’oro attorno al cranio, o tatuaggi raffiguranti simboli mistici. Indossavano delle tuniche grigio scuro, alcuni con i cappucci tirati sulla testa. La maggior parte di loro si guardò attorno nella stanza con occhi intensi. Quello che stava a capo del gruppo era tanto vecchio da dover camminare con l’aiuto di un bastone, piegandovisi sopra a ogni passo. I suoi occhi incrociarono quelli di Genevieve per un momento, e lei si trovò a rabbrividire involontariamente.

“Chi siete?” chiese re Carris. “E perché siete qui, nella mia corte?”

“Siamo i sacerdoti degli Angarthim,” disse l’anziano. “Vediamo tutto quello che deve essere, e inviamo gli Angarthim per assicurare che accada come deve. Io sono Giustinio, il sommo tra i sacerdoti.”

“Ancora questo non mi spiega perché siate qui,” disse re Carris. “O perché non dovrei farvi uccidere.”

“Siamo qui perché la vostra causa è la nostra, re Carris,” disse Giustinio. “Non potremo mai permettere che il ragazzo che si chiama Royce diventi re.”

“Avete attraversato l’oceano per dirmi questo?” chiese il re, e per un momento Genevieve pensò che potesse reagire con tutta la rabbia che aveva già visto in altre occasioni, quando aveva ucciso certi prigionieri con le sue stesse mani.

“Abbiamo guardato nei futuri, e abbiamo visto la distruzione del nostro ordine nell’ascesa di Royce al potere,” disse Giustinio. Se aveva paura di re Carris, non lo dimostrava per niente. “Abbiamo inviato uno dei nostri Angarthim a ucciderlo, ma in qualche modo ci ha traditi.”

“Quindi siete dei falliti?” chiese re Carris.

L’aria si increspò e in quel momento Genevieve ebbe l’impressione che ci fosse qualcosa accanto a lei, qualcosa con artigli, denti e fame. Le ci vollero tutte le sue forze per non gridare. Molti dei presenti non furono altrettanto coraggiosi. Molti sguainarono le spade, e un uomo cadde a terra tenendosi le mani al petto.

Con la stessa rapidità con cui era arrivata, la sensazione di strane presenze scomparve, lasciando i sacerdoti Angarthim al centro della stanza, fermi e con i loro sguardi letali.

“Non siamo privi di poteri,” disse Giustinio. “Quando giungerà il momento, porteremo questo potere in vostro aiuto.”

Si spostò e si portò accanto al re, senza che gli venisse richiesto, mentre gli altri formavano una linea davanti ai nobili. Nessuno sollevò obiezioni.

Genevieve pensò che potesse essere per il pubblico, ma vide che re Carris si stava trattenendo a fatica.

“Che altro?” chiese. “Che altre novità ci sono? Che novità ci sono sui miei nemici?”

Un messaggero si fece avanti, tremando con evidenza. “Abbiamo notizie di Royce, mio re,” disse. “Viaggia tra i villaggi reclutando gente comune per la sua causa. Dicono che il vecchio re è tornato.”

“E allora sono degli sciocchi,” disse re Carris. “E cosa vorrebbe far insorgere Royce nei villaggi? Un esercito di contadini?”

I nobili si misero a ridere, ma non tutti. Alcuni di loro avevano ovviamente capito che i numeri sarebbero stati importanti, e Genevieve dal canto suo sapeva con quanta forza combatteva la gente quando doveva proteggere la propria casa.

“Comunque, saperlo sarà utile,” disse re Carris. “Saprò in anticipo quali villaggi sono pieni di traditori: quali debbano andare distrutti e quali potrò invece ricompensare per la loro lealtà.” Si guardò attorno. “Non c’è dubbio: questa è una lotta non solo contro un usurpatore, ma per il nostro intero modo di vita. Anni fa abbiamo combattuto per destituire Filippo, e tutti i suoi modi. Abbiamo combattuto contro un mondo dove un uomo può affermare di essere re per qualche dettato di magia, piuttosto che per ereditarietà di carica dovuta a nobili origini di nascita. Qualcuno di voi tornerebbe a quei tempi? C’è qualcuno?”

Mentre i nobili declamavano a gran voce la loro risposta, Genevieve iniziò a capire come re Carris fosse riuscito a diventare re. Aveva il carisma per convincere la gente, e la spietatezza per uccidere coloro che gli si opponevano. Era una combinazione pericolosa.

“Ora andate a eseguire i vostri compiti,” disse re Carris. “E…”

“Mio re,” disse Altfor. “C’è un’altra cosa.”

“Che cosa, duca Altfor?” chiese il re. Genevieve vide suo marito gongolare sentendosi definire con il suo titolo. Si chiese se anche lui notasse l’impazienza del re.

“C’è un dono per voi, mio re,” disse Altfor. “Da parte di lord Aversham. L’ho incontrato al cancello.”

“Che dono?”

Altfor fece un cenno verso la porta. Quando si aprì, Genevieve si sentì il cuore in gola. Questo non era un gruppo di sacerdoti, non era la paura letale che veniva dalla presenza degli Angarthim. Questo era molto peggio.

C’era Moira, accompagnata da un nobile e da un gruppo di cavalieri. Spinsero davanti a loro una figura, legata e malconcia, e Genevieve riconobbe Garet all’istante. Il giovane barcollò e uno dei cavalieri gli diede un calcio, facendolo cadere disteso a terra. L’uomo a capo del gruppo fece un inchino.

“Vostra maestà.”

“Lord Aversham, cosa mi avete portato?”

“Vi ho portato ciò che Lady Moira ha portato a me,” disse Lord Aversham.

Genevieve sentiva un formicolio alle dita mentre Moira veniva presentata. Parte di lei avrebbe voluto saltarle addosso a strangolarla per quello che aveva fatto. Questo… questo era peggio di tutto il resto messo insieme.

“Questo è il fratello di Royce,” disse Altfor. “O almeno uno dei ragazzi con cui è cresciuto. Stava cercando di sovvertire i lord portandoli a supportare la causa di Royce. Solo l’astuzia di Moira le ha consentito di portarlo a Lord Aversham, che è leale.”

“Come siete leale voi, Altfor,” disse re Carris. “Avete i miei ringraziamenti. E anche voi, Lady Moira. Ora, guardie… prendete questo ragazzo e mettetelo in catene. Voglio sentire tutto quello che sa.”

“Non vi dirò niente,” disse Garet.

“Oh, sì invece,” promise re Carris. “Quando sentirai i ferri ardenti sulla pelle, parlerai come fanno tutti.”

Le guardie entrarono e afferrarono Garet. Lo trascinarono via, anche se lui lottava, e Genevieve si sentì spezzare il cuore mentre lo guardava. Era ancora peggio che guardare Altfor che si avvicinava a Moira e le metteva un braccio attorno alle spalle, così davanti agli occhi di tutti, come se Genevieve neanche fosse lì. Altfor guardò verso di lei e sorrise in modo crudele, chiaramente sapendo benissimo quali effetti avrebbero avuto le sue azioni su di lei.

Genevieve lottò per non mostrare alcuna reazione, nonostante il modo in cui le ribolliva il sangue. Uscì dalla sala, ma alla stessa velocità degli altri nobili, assicurandosi di non correre, di non lanciarsi a forza verso l’aria fresca che c’era oltre le pareti del castello.

Quando fu uscita però, inspirò l’aria con forza e a scatti, cercando di non gridare per tutto ciò che era appena successo. Gli orrori inflitti dai sacerdoti già erano stati terribili di per sé, ma vedere Garet lì, a quel modo, era stato molto peggio.

Genevieve ora sapeva per che motivo era lì, perché era rimasta nella corte del re invece di scappare con sua sorella a Porto Autunno. Aveva sperato di trovare qui qualcosa da fare per poter cambiare le cose, e ora vedeva che c’era effettivamente qualcosa che andava ben oltre le informazioni da origliare.

Poteva salvare Garet, doveva farlo. Se fosse arrivata a lui, allora avrebbe potuto tentare di trovare un modo per liberarlo. Se avesse potuto salvare il fratello di Royce, allora forse questo sarebbe bastato a farla perdonare per tutto il resto che era successo.

E se avesse trovato un modo per uccidere Moira nel contempo, allora tutto sarebbe stato perfetto.




CAPITOLO QUATTRO


“Non c’è niente qua fuori, Royce,” insistette Mark, ma Royce scosse la testa. Non poteva spiegare tutto quello che aveva visto senza rischiare di cambiare le cose, ma sapeva che quella era la direzione giusta. Mise una mano sulla borsa che conteneva lo specchio, sentendo la sua rassicurante presenza.

“Stiamo andando dalla parte giusta,” lo rassicurò Royce.

“Allora dicci perché,” chiese Mark.

Royce esitò. “Io… non posso. Vi prego, dovete fidarvi di me.” Si voltò a guardare Matilde e Neave. “So che è difficile, ma so quello che sto facendo.”

“Sarebbe più facile se ci fossero terre in vista,” disse Matilde, indicando la distesa aperta del mare attorno a loro. “Non voglio restarmene qui ad andare alla deriva, Royce.”

Gwylim abbaiò come se fosse d’accordo con lei.

“Possiamo sempre mangiare te se finiamo il cibo,” disse Neave. Royce ci mise qualche secondo a capire che era una sua idea di battuta. La ragazza lo guardò negli occhi. “Se dici che questa è la direzione che dobbiamo seguire… beh, hai già avuto ragione altre volte.”

Royce le era riconoscente per questo, anche se era perfettamente consapevole che la giovane Picti avrebbe potuto facilmente sottolineare anche tutte le volte in cui si era sbagliato. Royce li aveva già condotti lungo una pista falsa, trovando lo specchio ma non suo padre. E se questa volta fosse stato lo stesso? E se lo specchio non gli avesse mostrato la verità?

Quella sensazione lo tormentava mentre continuavano a navigare, perché Royce sapeva quanta gente era stata deviata per aver visto troppo, considerando le possibilità come fossero certezze. Barihash aveva distrutto un’intera città per questo. Royce poteva condurre i suoi amici alla morte allo stesso modo.

Quella possibilità gli faceva venire voglia di girare la barca. Voleva che gli altri fossero al sicuro, voleva fare la cosa giusta per loro e per il regno, eppure le cose che aveva visto continuavano a fare pressione su di lui. Non erano la vasta gamma di possibilità e varianti che aveva visto nello specchio, eppure poteva ancora mantenersi sul filo centrale, poteva ancora ricordare i passi che doveva compiere. Guardò oltre attraverso gli occhi di Bragia. Il falco stava volando disegnando cerchi sopra alla barca, e in lontananza gli parve di distinguere la striscia verde di un’isola.

“Lì!” disse. “C’è un’isola lì!”

Gli altri parvero essere incoraggiati da quella visione. Mark corresse la rotta di un poco, Matilde e Neave aspettarono con ansia che il vento spingesse avanti la barca. Gwylim si portò a prua, lì immobile come una polena. Presto fu possibile vedere l’isola in lontananza, anche senza gli occhi di Bragia.

Era piccola confronto alle Sette Isole che si erano lasciati alle spalle, ma lussureggiante di erba e alberi, tanto che sembrava un gioiello verde che sbucava dal mare. Era piuttosto pianeggiante e l’interno dell’isola scompariva tra gli alberi, cosicché era impossibile vedere molto dalla barca. Quando si furono avvicinati, Royce distinse delle spiagge di sabbia dorata che si fondevano con i boschi come il bianco di un occhio attorno all’iride verde.

“Speriamo solo che non ci siano donne magiche o lucertoloni anche qui,” disse Matilde.

Neave scrollò le spalle. “Se ricordo bene, Lethe ti piaceva abbastanza.”

“Non è il momento di mettersi a litigare,” disse Royce. “Ma avete ragione, potrebbero esserci dei pericoli.”

Fece volare Bragia sopra alla spiaggia, usando il falco come guida, volendosi assicurare di non portare i suoi amici in un altro posto colmo di pericoli. Avrebbe potuto guardare nello specchio, ma quella era un’opzione ancora più pericolosa: doveva vedere ciò che era, non ciò che poteva essere. Attraverso gli occhi del falco, Royce vide che gli alberi formavano un cerchio esterno attorno al centro dell’isola, mentre dentro si trovava un vasto terreno aperto ricoperto di erba.

Su di esso vide un branco di cervi bianchi che brucavano e gli parve che un cervo maschio sollevasse la testa al passaggio di Bragia, le corna maestose stagliate al vento mentre controllava il volo del falco. Ora Royce sapeva senza ombra di dubbio che questo era il posto che lo specchio gli aveva promesso. Significava anche che sapeva cosa fare adesso.

“Siamo nel posto giusto,” disse. “Devo scendere a riva da solo.”

“Da solo?” chiese Mark con voce ovviamente incredula. “Dopo che abbiamo fatto tutta questa strada con te, vuoi andare da solo?”

“Devo,” disse Royce. “Io…” Di nuovo provò la tensione dei futuri che minacciava di mutare. Se avesse spiegato, sapeva che le cose che aveva visto sarebbero cambiate del tutto. “Non posso spiegarne i motivi, ma devo andare su quest’isola senza nessun altro.”

“Sai come sembra?” chiese Matilde.

“Sembra una sciocchezza senza senso, lo so,” confermò Royce.

“No Royce,” rispose lei. “Sembra che non ti fidi di noi.”

“Metterei la mano sul fuoco per voi,” disse Royce. “E quando potrò, spiegherò tutto. Ma adesso non posso.”

“E quindi devi andare sull’isola da solo, soltanto con la spada di ossidiana come protezione?” chiese Neave. La sua disapprovazione era evidente come quella degli altri.

“Penso… penso di poter portare Gwylim e Bragia con me,” disse Royce. La forma del potenziale futuro non sembrava essere intaccata dall’idea della loro presenza. “Vi prego, siete arrivati fino a questo punto fidandovi di me. Vi chiedo solo un altro sforzo.”

“Va bene,” disse Mark sospirando. Ma non mi piace.

Portarono la barca il più vicino possibile alla riva, senza toccare la spiaggia, poi buttarono in mare una piccola ancora per tenerla ferma. Royce controllò di avere la sua spada e tutto il resto di cui aveva bisogno, mentre Gwylim si portava al suo fianco. La presenza del bhargir gli dava un senso di potere e sicurezza di cui Royce era grato. Bragia volava sopra di loro, disegnando dei cerchi attorno all’isola alla ricerca di pericoli. Royce mise lo specchio nella borsa di velluto che aveva alla cintura.

“Tornerò appena posso,” promise ai suoi amici.

Royce scese dalla barca, mettendo i piedi in acqua. Era bassa lì e gli arrivava solo alla vita, ma lo stesso avanzò con cautela mentre si dirigeva verso la costa. C’era sempre il rischio di qualche creatura pericolosa nell’acqua. Il bhargir nuotò fino a che non poté posare le zampe sulla sabbia e camminare come Royce.

Arrivarono alla spiaggia, con le onde che lambivano delicatamente la sabbia. Guardandosi alle spalle, Royce vide che i suoi amici erano ancora sulla barca, in attesa ma preoccupati. Sapeva che avrebbe dovuto fare in fretta: se ci avesse messo troppo, sarebbero di certo venuti a cercarlo, semplicemente per assicurarsi che stesse bene.

Si portò in mezzo agli alberi, con Bragia che volava in alto, guardando attraverso i suoi occhi il più spesso possibile per assicurarsi che la direzione fosse quella giusta. La vegetazione era piuttosto rada e Royce poteva scorgersi in mezzo agli alberi, guardando se stesso dall’alto attraverso gli occhi del falco. Si addentrò di più verso l’interno dell’isola, diretto verso il punto dove il paesaggio si apriva in una distesa pianeggiante e scoperta.

Tra gli alberi vide molte piante che conosceva: frutti e radici commestibili che suggerivano che qualcuno potesse vivere sull’isola per tutto il tempo che voleva, senza doversi preoccupare di morire di fame. Royce poteva sentire poco lontano il rumore di un corso d’acqua, e avvicinandosi a quel suono, trovò l’acqua che sgorgava da dei massi ricoperti di muschio. Meglio ancora, vide il piccolo secchio di fortuna che vi era stato posto accanto, ovviamente progettato e costruito per prendere l’acqua. L’aveva fatto suo padre?

Royce osava sperarlo, mentre arrivava al limitare degli alberi e metteva piede sulla piana ampia ed erbosa. L’erba era corta, ovviamente mantenuta a quell’altezza dagli sforzi dei cervi, mentre c’erano dei punti dove non ce n’era proprio, perché vi si trovavano delle grandi piastre di roccia, contrassegnate da simboli e segni intagliati sulla superficie. La maggior parte dei cervi corsero via sparpagliandosi, diretti verso il bosco alla ricerca di un nascondiglio. Solo uno rimase lì: un cervo maschio più grande degli altri, le corna magnifiche, la pelliccia bianca che luccicava al sole. Si impennò, lanciando un bramito scocciato, poi andò verso gli alberi insieme agli altri. Se Royce non avesse già saputo di essere nel posto giusto, lo avrebbe scoperto adesso.

Ora che si trovava in quell’ampia radura nel cuore dell’isola, poteva vedere la capanna che vi era stata costruita, riparata sotto agli alberi di lato. Era di semplice fattura, ma sembrava robusta, costruita con alberi caduti e tagliati da mani che chiaramente sapevano quello che facevano.

Royce si diresse verso la capanna, ragionando sul fatto che ciò che era venuto a cercare qui poteva solo trovarsi là dentro. Attraversò la radura, passò oltre le lastre di pietra e si trovò a fermarvisi accanto per leggere. Vi trovò le parole delle persone che erano state lì prima, e qualcosa in quelle parole parve risuonare nel profondo della sua anima. Alcuni rimasugli della chiarezza che aveva trovato nello specchio gli dicevano che quelle erano parole in una lingua antica riguardo ai suoi antenati, re e regine di cui le pietre avevano cantato e i cui regni erano stati pieni di magia.

Royce andò fino alla capanna. Era semplice, ma poté vedere che qualcuno aveva iniziato a intagliare delle scritte nel legno, lavorando con un coltello lungo, o forse con un’accetta tenuta con mani attente. Royce fissò gli intagli, che sembravano raccontare la storia di un uomo che aveva attraversato il mare, che aveva fissato nello specchio e…

Royce sentì Gwylim ringhiare accanto a sé e si girò giusto in tempo per vedere un’ascia che calava verso il suo volto. Royce si gettò di lato e l’arma si piantò nel legno, liberandosi subito dopo mentre un uomo grande e grosso con i capelli scompigliati e la barba incolta la tirava su di nuovo.

“Carris finalmente mi ha trovato e ha mandato un assassino?” chiese l’uomo, pronto a colpire ancora con la sua accetta.

Royce fece un salto indietro, schivando con fatica il fendente. Sguainò la spada di ossidiana e parò il colpo successivo, trovando solo a malapena la forza per tenere la lama alla larga dalla sua testa. Al suo fianco, Gwylim ringhiava, pronto a saltare da un momento all’altro.

“No, Gwylim, non farlo,” disse Royce. La distrazione quasi gli costò la vita mentre il suo avversario lo colpiva allo stomaco con il manico dell’ascia, pronto poi a calarla contro di lui in un fendente mortale. Royce rotolò via e l’accetta colpì la terra dove si era trovato un istante prima.

“Padre, ti prego,” gridò Royce. Gettò via la spada di ossidiana, intenzionato a fargli capire che non era lì per combattere.

“Pensi che possa cascare in un trucchetto del genere?” chiese suo padre. “Pensi che gli assassini non abbiano finto di essere tutti coloro a cui voglio bene, ormai? Intendi indurmi ad abbracciarti così da potermi pugnalare? Ho dato a mio figlio un ciondolo con il mio sigillo in modo da poterlo riconoscere. Ce l’hai? No? Penso di no!”

Fece un passo avanti, l’ascia sollevata sulla propria testa, e per un momento Royce temette che la magia dello specchio lo avesse reso pazzo come aveva fatto con Barihash, capace solo di vedere nemici ovunque. Royce alzò le mani per arrendersi, nella speranza che suo padre fosse un uomo ancora abbastanza buono almeno da riconoscere quel gesto.

L’uomo rimase fermo fissando le mani di Royce, che presto si rese conto di cosa stava guardando: il simbolo impresso lì, le cicatrici di quando era stato bambino, quando aveva allungato la mano per afferrare il ciondolo che era finito in mezzo alle fiamme.

Suo padre si fermò e lasciò cadere l’accetta. “Tu… quello è il mio simbolo. Quello è il ciondolo che ti ho dato. Tu sei mio figlio.”

Royce sorrise. “Ciao, padre.”




CAPITOLO CINQUE


Royce stava fermo, i palmi tesi in avanti. L’uomo fece un passo indietro.

“Royce, sei proprio tu?”

“Sì, padre,” gli rispose, e anche lui stentava a crederlo. Dopo tutto quello che aveva passato per trovarlo, suo padre ora era lì davanti a lui. Quest’uomo dall’aspetto selvaggio, con la barba così lunga da sfiorargli l’ombelico, era suo padre. Il re.

Era difficile da credere, ma Royce sapeva che era vero. Royce poteva vederlo ora, nella somiglianza con i suoi lineamenti, ma c’era di più. Suo padre portava un anello con il sigillo reale, e anche se i suoi abiti erano consumati e sbiancati dal sole, se ne riconosceva ancora la loro ricca origine.

“Sei tu. Sei…”

Suo padre corse in avanti e lo abbracciò con forza. “Ho aspettato… così tanto questo giorno.” La sua voce risuonava secca e un po’ rotta, come se non avesse parlato per molto tempo. Sembrava ricordare le parole con un po’ di difficoltà. “Sei sicuro… sei sicuro che sei tu? Che non sei un sogno?”

Era il genere di domanda che poteva venire solo dall’essere rimasto solo così a lungo.

“No, non importa. Sei tu. L’ho visto! Ho visto tutto! Dal momento in cui ho trovato tua madre tanto tempo fa, ho sperato così tanto di poterti rivedere quando fossi cresciuto.”

Royce rispose all’abbraccio di suo padre. C’erano così tante domande che voleva fargli, così tante cose che voleva dirgli.

“Vedi le pietre?” chiese suo padre, con l’orgoglio di un uomo che vuole fare mostra del poco che possiede. “Le storie dei tuoi antenati, Royce.”

Fece strada accanto alla capanna, fino a un punto in cui si trovava un’altra lastra di roccia, screpolata e composta di diversi pezzi. Sopra c’era l’inizio di un’altra storia.

“Ho cercato di aggiungere la mia vita alle loro,” disse re Filippo. “Su un’isola come questa, è facile trovare il tempo per farlo. Ho parlato con loro, anche se non mi hanno risposto. Non volevo dimenticare come si parla.”

“Perché venire qui, però?” chiese Royce.

Suo padre scrollò le spalle. “Ho guardato nello specchio.”

Era una risposta, e allo stesso tempo non lo era. Per chiunque altro, non avrebbe avuto senso, ma anche Royce aveva guardato. Poteva capire cosa significava dover fare cose che non si potevano spiegare.

“Ci sono cose che non si possono dire,” disse.

Suo padre annuì. Allontanandosi da lui, si avvicinò a Gwylim e gli si piegò accanto, non nel modo in cui uomo avrebbe fatto con un cane, ma piuttosto come con un uomo seduto a terra. Tese il braccio e Bragia vi atterrò sopra.

“Questi che hai trovato sono strani compagni, figlio mio,” disse. “Lo strumento di una strega e una cosa che non è sempre stata un lupo.”

“Non sono gli unici,” disse Royce. “I miei amici sono ancora sulla barca.”

“E se fossero venuti sull’isola, non mi sarei fatto vedere,” disse suo padre. “Sarei stato alla larga e avrei rubato la vostra barca per fuggire.”

Royce annuì, perché quella parte la conosceva. L’aveva vista nello specchio.

“Perché te ne sei andato?” gli chiese. “Perché sei venuto qui?”

“Dovevo andarmene, altrimenti mi avrebbero ucciso,” disse suo padre. “E avrebbero ucciso anche te. Sono venuto qui perché questo posto un tempo era nostro, della nostra famiglia.”

“E hai lasciato una pista da seguire per me, perché sapevi che sarei venuto a cercarti,” disse Royce.

“Non ne sono sicuro,” spiegò suo padre. “Stare aggrappati alle cose dello specchio è difficile. Ricordo di averlo fatto, ma tutti i motivi, e tutte le cose che potrebbero portare a… tu hai guardato nello specchio, anche se ti ho avvisato di non farlo.”

“Sì,” disse Royce. “Devi aver visto che l’avrei fatto.”

Suo padre sorrise, come se Royce non avesse colto il punto. “Non funziona così.”

“Io ho visto delle cose,” continuò Royce. “Ho visto come deve andare questa cosa. Devi tornare. Il re deve tornare perché tutto abbia fine.”

Ora il sorriso di suo padre divenne una risata che riecheggiò nello spazio aperto della radura, facendo scappare i pochi cervi che avevano ricominciato a pascolare.

“Non funziona neanche così,” gli spiegò.

“E allora come funziona?” chiese Royce.

“Lo specchio non ti dona saggezza, ma ti mostra delle possibilità,” disse suo padre. “Così tante che è impossibile conservarle tutte. La tua mente ne sceglie alcune, ma quello che ottieni è ciò che ci porti. Barihash, la cosa là sotto, deve aver provato sospetto prima di guardarci, quindi si è aggrappato a tutte le possibilità che gli mostravano i modi in cui veniva tradito.”

Aveva un sacco di senso per Royce. Lui stesso aveva visto quelle possibilità ed era stato in grado di mettersi a scegliere tra esse. Aveva scelto il filo scintillante delle cose che potevano funzionare, e anche adesso lo vedeva nella sua mente, mentre il resto era impossibile da conservare.

“C’era un… uomo,” disse Royce. “Gli ho mostrato lo specchio nel momento prima che mi uccidesse e lui… si è fermato. Mi ha implorato di ucciderlo.”

“L’uomo grigio,” disse suo padre. “L’Angarthim.”

Non disse altro per qualche secondo, avendo ovviamente difficoltà a trovare le parole.

“Qual è la cosa più orribile che puoi mostrare a un uomo che ha subito un lavaggio del cervello per tutta la vita? Puoi mostrargli la verità. E quali possibilità gli avrà mostrato la sua mente, essendo lui un uomo che prima aveva visto solo dei frammenti?”

Royce non poteva neanche immaginarlo. E poi, non voleva davvero immaginarlo, perché c’erano troppe possibilità già nella sua testa, senza doversi mettere a pensare ad altro. Aveva visto qualcosa di ciò che sarebbe successo se lui avesse fatto la cosa sbagliata, tutti i modi in cui il mondo poteva trasformarsi in sangue, morte e orrore. Doveva tenersi stretto al sentiero che andava in mezzo a tutto ciò che aveva visto, e questo era l’unico modo in cui le cose sarebbero andate bene.

“Perché non mi ha fatto impazzire?” chiese.

“Perché sei abbastanza forte da vederlo per quello che è,” disse suo padre. “O perché sei stato abbastanza forte da tirarti indietro quando ne hai avuto bisogno. Ho visto uno scorcio. Avrei potuto lottare contro Barihash per più di questo, ma sapevo che non avrei mai potuto contenere tutto.”

“Io ho ucciso Barihash,” disse Royce. Provò un certo senso di colpa nell’ammetterlo a suo padre.

Ma l’uomo annuì. “Bene. A volte il male deve essere sconfitto. Era fatto di dolore, odio e sospetto, e non avrebbe mai potuto portare altro che male nel mondo. È lo stesso con re Carris, e la guerra che verrà. Ci sarà violenza, ma è violenza necessaria.”

Royce lo poteva capire. Aveva lottato contro il vecchio duca per gli stessi precisi motivi; aveva lottato contro Altfor e suo zio e tutti quelli che erano venuti con loro. Aveva sperato di poter migliorare le cose se solo avesse potuto sconfiggerli.

Ora, le possibilità che il suo cervello a malapena poteva contenere suggerivano che c’era bisogno di altro ancora. La chiarezza che lo specchio gli aveva dato, l’abilità di guardare il mondo e semplicemente vedere, gli aveva mostrato che ci voleva ben più della sola violenza. Se si fosse solo tuffato in quello, ne sarebbero conseguiti solo anni di morte.

Ovviamente se non avessero combattuto per niente, allora le cose sarebbero rimaste come erano, con tutta la crudeltà che ne conseguiva. La via in mezzo a quei due estremi era così sottile da assomigliare a un precipizio, con il pericolo subito sotto in attesa.

“Sono già passato sopra a dei precipizi,” disse Royce tra sé e sé.

“Cosa?” chiese suo padre.

“Sto solo tentando di capire cosa fare adesso,” rispose lui. In qualche modo gli sembrava sbagliato. “Anche con tutto quello che lo specchio mi ha mostrato, devo ancora capirlo.”

“Lo specchio non ti mostra quello che dovresti fare,” disse suo padre. “Questo è l’errore più pericoloso che si può fare. Hai ancora delle scelte. Hai sempre delle scelte. Tutti le hanno.”

Aveva più senso di quanto Royce avrebbe potuto credere. Non voleva distruggere le scelte delle persone che venivano con lui. Pur chiedendo agli altri di fidarsi di lui al punto da venire fino a lì, non li avrebbe mai costretti a farlo. Aveva solo potuto sperare che credessero in lui tanto da accompagnarlo fino a lì.

Ora aveva un’altra cosa da chiedere.

“Padre,” disse. “Ho attraversato l’oceano per venirti a cercare. Ho trovato lo specchio sulle Sette Isole, ma stavo cercando te. Sono venuto qui perché volevo trovare mio padre, e perché credo che il regno abbia bisogno del suo re.”

Suo padre rimase fermo per un momento o due, poi scosse la testa. “Non sono sicuro di poterlo fare, Royce.”

La delusione gli percorse tutto il corpo, assoluta.

“Ma ho fatto tutta questa strada!”

Poteva sentire il dolore nella propria voce, e rispecchiava quello sul volto di suo padre.

“Ho guardato nello specchio,” disse suo padre. “Mi sono visto qui, non che tornavo nel regno.”

“Ma questo è stato tanto tempo fa,” disse Royce. “Le cose sono cambiate, padre.”

Suo padre scosse la testa. “Sai che ci sono cose che non posso dire.”

Cose che aveva visto, ipotizzò Royce. Questo però gli diede un’idea. Portò la mano alla borsa che aveva al fianco.

“Ci guarderesti dentro ancora?” gli chiese, porgendogli lo specchio.

“Sai i pericoli che ci sono,” disse suo padre, ovviamente preoccupato. “Un uomo non dovrebbe guardarci dentro troppo spesso, per tutte le cose che questo potrebbe cambiare.”

“Per favore,” lo implorò Royce.

Suo padre esitò, poi annuì. Lentamente e con cautela guardò nello specchio. Parve fissarlo per un’eternità, così a lungo che in effetti Royce pensò di tirarlo via, nascondendoglielo in modo che non potesse continuare.

Alla fine suo padre chiuse gli occhi.

“Pare che il regno avrà i suoi re,” disse con espressione indecifrabile. Era chiaro che aveva visto altro, cose che Royce non conosceva. “E tu avrai tuo padre.”

Royce rimase con il respiro sospeso.

“Allora tornerai nel regno con me e i miei amici?” gli chiese, osando sperare.

“Sì,” promise suo padre. Andò per un momento o due nella capanna, raccogliendo una piccola sacca, quasi uguale a quella che Royce aveva trovato sulla prima delle Sette Isole. Pareva essere tutto quello che voleva portare con sé.

“Non ho la tua armatura o la tua spada,” disse Royce. “Le ho perse sulle Sette Isole.”

“Non ha senso,” disse suo padre. “Ho visto… no, come ho detto, non funziona così.”

Royce sapeva bene che non doveva chiedere ciò che aveva visto., ma era difficile non pensarci, mentre si incamminavano in mezzo agli alberi e si dirigevano verso il limitare dell’isola. Era anche difficile non rimuginare sul fatto che finalmente aveva trovato suo padre. L’uomo che se n’era andato tanto tempo prima ora era qui, e camminava accanto a lui insieme a Gwylim, mentre Bragia svolazzava tra gli alberi.

Il tragitto fino alla spiaggia non parve richiedere tanto tempo quanto quello per la camminata fino al centro dell’isola. Si mossero rapidamente e presto si trovarono a guardare il punto in cui era ancorata la barca. Gli amici di Royce erano ancora lì in attesa nella barca, quando Royce e suo padre arrivarono, ma saltarono presto a terra per andare loro incontro quando lo videro in compagnia.

“Una Picti, una ragazza di paese e un combattente dell’Isola Rossa?” chiese suo padre.

“I miei amici,” rispose Royce. “C’era anche un cavaliere, Sir Bolis, ma è morto sulle Sette Isole, salvando tutti quanti noi.” Fece un passo avanti verso i suoi amici, pronto a presentarli uno per uno. “Ragazzi, ecco mio padre, re Filippo, il legittimo re. L’abbiamo trovato.”

I suoi amici reagirono con sorprendente deferenza. Mark si inchinò, Matilde fece una riverenza e addirittura Neave chinò il capo in segno di rispetto.

“Padre, questo è Mark. Mi ha aiutato a sopravvivere sull’Isola Rossa ed è il mio migliore amico.”

Su padre strinse la mano di Mark. “Un uomo che ha salvato la vita di mio figlio ha tutta la mia gratitudine.”

“Lui ha salvato la mia ancora più spesso,” gli assicurò Mark.

Royce andò avanti. “Questa è Matilde, che ha preso parte della resistenza alle regole del vecchio duca praticamente dall’inizio. È ancora più feroce di quello che sembra.”

“Davvero?” chiese suo padre. Guardò Matilde. “Direi che già a guardarti sembri abbastanza valorosa. Mi piacerebbe combattere al tuo fianco.”

“Grazie, vostra maestà,” disse Matilde compiaciuta.

“E tu,” chiese l’uomo, voltandosi verso Neave.

“Neave, vostra maestà,” disse lei, e nella sua voce c’era una nota di rispetto che Royce non si era aspettato.

“I Picti meritano un posto migliore nel regno rispetto a quello che sono stato in grado di dare loro,” disse. “Rispettano la magia che c’è nel mondo in un modo che la gente ha dimenticato. Se sei qui, significa che la tua tribù combatte al fianco di mio figlio?”

“Sì,” rispose Neave. “Ha fatto gridare la pietra guaritrice. Anche altri si uniranno alla sua causa.

“Pare che tu abbia preparato un bell’esercito,” disse il padre di Royce.

Royce annuì. “Ci stiamo lavorando. Per quando saremo tornati, spero che i miei fratelli avranno raccolto abbastanza gente da poter avere la meglio su re Carris. Però ci serve un simbolo. Ci serve il legittimo re. Ci servi tu.”

“Sono con voi,” promise suo padre. Indicò la barca. “Abbiamo un lungo viaggio, però, e una dura battaglia quando saremo arrivati.”




CAPITOLO SEI


Genevieve camminava furtivamente nel castello alle prime luci del giorno, timorosa a ogni passo, sapendo che stava correndo un rischio solo a fare quella parte. Se Altfor si fosse accorto che era lì, allora si sarebbe trovata in pericolo anche se era incinta, ma lui aveva lasciato le loro stanze prima di lei, e Genevieve immaginava che si trovasse da qualche parte con Moira.

“La ucciderò,” disse, anche se sapeva bene che avrebbe avuto difficoltà a uccidere chiunque. Ne aveva già avuto la prova con Altfor, quando si era trovava incapace di piantargli un coltello in corpo pur avendone l’occasione.

“Troverò qualcosa,” promise a se stessa, nello stesso modo in cui lo aveva promesso quando si era trattato di Altfor. Se non poteva farlo direttamente, allora avrebbe contribuito ad eliminarli indirettamente, e poi si sarebbe accertata che venissero giustiziati per i loro crimini. Se lo meritavano.

Odiava Moira, se possibile, ancora più di Altfor. Altfor non aveva mai finto di essere suo amico: l’aveva solo tradita in modi che Genevieve si era aspettata da lui. Moira si era trovata quasi nella sua medesima posizione, sposata a un altro dei figli del duca e immersa in un mondo di cui non avrebbe mai dovuto essere parte. Avrebbe dovuto essere un’alleata di Genevieve, una sua amica. Invece era andata da Altfor, e l’aveva tradita. E aveva fatto anche di peggio quando aveva consegnato Garet ai soldati del re.

Almeno Genevieve poteva iniziare dal risolvere questo.

Continuò a camminare, muovendosi con cautela da un nascondiglio all’altro, cercando di farsi vedere come se stesse sbrigando delle faccende, affari legittimi. Muoversi di soppiatto non aveva senso in un edificio pronto alla guerra, dove c’erano in giro troppe persone e troppa paura di spie per poter mai sperare di nascondersi del tutto. Il meglio che Genevieve poteva sperare era che la gente credesse che lei stava facendo qualcosa che doveva fare.

Si avvicinò alle prigioni, sapendo che il suo tragitto attraverso la fortezza era stata la parte più facile. La gente poteva immaginare un sacco di ragioni per cui lei si potesse trovare in quasi ogni parte del castello, e in ogni caso nessuno avrebbe osato mettere in questione la nobile moglie del nuovo amico del re. Ma Genevieve dubitava che una cosa del genere avrebbe funzionato nelle prigioni.

Ora si trovava di fronte all’ingresso, dove una robusta guardia stava seduta su uno sgabello, le chiavi alla cintura e la spada al fianco. Genevieve aveva bisogno di un modo per far allontanare l’uomo dalla porta, e in quel momento non le veniva in mente nulla. Cosa avrebbe fatto spostare un uomo che aveva ordine di restare al suo posto?

La risposta era niente. Non c’era nessuna sottigliezza per poter ottenere il risultato desiderato, nessun modo di distrarre la guardia e scivolare dentro senza essere vista. L’unica opzione era quella diretta, e se Genevieve avesse scelto quella, quello che sarebbe successo poi sarebbe stato ovvio. Non c’era modo che lei potesse restare lì. Genevieve era davvero pronta ad abbandonare tutto e scappare, quando poteva esserci ancora qualche possibilità di scoprire altri dettagli che potessero essere di aiuto per vincere la guerra?

“E cosa succederà a Garet se aspetto?” chiese a se stessa. Poteva già immaginare la risposta. Aveva visto quello che il re faceva a coloro che gli si opponevano, e non aveva dubbio che intendesse quello che diceva quando parlava di tortura. Doveva far uscire il fratello di Royce da lì, anche se questo le impediva poi di restare.

Magari sarebbe anche stato a suo vantaggio. Genevieve avrebbe potuto tornare verso l’esercito di Royce se avesse avuto Garet con lei. Sarebbe stato una prova che lei stava dalla loro parte, e Royce finalmente avrebbe creduto alla verità.

“Lo sto facendo davvero,” disse fra sé e sé, e poi avanzò fino alla guardia presso la porta della prigione. L’uomo la guardò con la lenta pigrizia di chi non ha alcuna intenzione di muoversi.

“Cosa vuoi?” le chiese.

“Cosa vuole, mia signora,” lo corresse Genevieve, adottando la voce più arrogante che poteva. “O pensi forse che siamo allo stesso livello?”

Era facile pensare a come farlo: immaginò semplicemente il modo in cui Altfor l’avrebbe detto. Fu sufficiente a far sgranare gli occhi della guardia per la paura, o almeno per lo shock.

“No, mia signora. Mi perdoni, mia signora.”

“Stai zitto e aprimi la porta,” disse Genevieve. “Sono qui per vedere uno dei prigionieri.”

“Mi spiace, mia signora,” disse la guardia. “Ma non mi è concesso di far accedere nessuno alle celle. Non senza prima il permesso di…”

“Del re?” si intromise Genevieve. Gli mostrò il sorriso più malvagio che le riuscì. “Il re, con cui ho parlato più volte io negli ultimi giorni che tu in tutta la tua vita?”

“Mia signora,” disse l’uomo. Si alzò in piedi, ma ad ogni modo esitò.

“Voglio parlare con uno dei prigionieri,” disse Genevieve. “Quello nuovo, Garet. Tutto qua. Non intendo intrattenermi con nessuna tortura, né chiedere che lo porti al cancello per liberarlo. Voglio parlare con lui. Mi conosce, e mi dirà più di quanto potrebbe mai dire a chiunque altro. Pensi che il re vorrà sentirsi raccontare che hai impedito un’azione che potrebbe farci guadagnare informazioni?”

Ora Genevieve poteva vedere la paura sul volto dell’uomo. C’era una specie di potere in ciò, e nelle cose che era impossibile fare solo con le parole. Ora l’uomo si mosse rapidamente, correndo alla porta, aprendo la serratura con la chiave, poi con un’altra, sollevando la sbarra prima di scostare l’uscio e rivelare l’oscurità che si trovava al di là. C’era una candela fissata alla parete vicino alla porta. La guardia la sollevò e la offrì a Genevieve. Genevieve la prese, muovendosi vicino all’uomo, tanto vicina da poter sentire il suo alito rancido.

Tanto vicina da poter afferrare le sue chiavi.

“Cosa…”

“Dovrò entrare nella cella con lui,” gli disse quando l’uomo notò quello che aveva fatto. “Uscirò da sola quando avrò finito. A meno che tu non abbia delle obiezioni?”

Era ovvio che aveva un sacco di obiezioni, ma non osava darvi voce.

“Si trova nella cella in fondo, mia signora.”

Genevieve gli passò accanto prima che potesse avere il coraggio di dire qualcosa. Si inoltrò nelle profondità delle prigioni, muovendosi rapidamente, sapendo che avrebbe avuto solo un certo tempo limitato prima che la guardia si rendesse conto che sarebbe stato meglio controllare se le era davvero permesso di entrare là sotto. A un certo punto, avrebbe pensato di chiederlo al re – probabilmente già lo voleva fare – e Genevieve poteva solo sperare che sarebbe passato sufficiente tempo prima che l’uomo potesse raccogliere il coraggio di abbandonare la sua postazione.

Genevieve avanzava nelle prigioni, seguendo una contorta serie di scale che in certi punti erano scivolose perché ricoperte di muffa. Era certa di sentire il gocciolio dell’acqua da qualche parte lì vicino. Poteva sentire anche dell’altro: c’erano grida che venivano da qualche parte più in profondità, e lei voleva solo sperare che non fossero le grida di Garet.

Non riusciva a vedere nulla oltre al piccolo cerchio di luce che le offriva la candela. Era un’illuminazione cupa e intermittente, che le permetteva di vedere solo pochi metri del corridoio di pietra in entrambe le direzioni. C’erano porte su entrambi i lati, di legno e con sbarre di ferro disposte ad altezza degli occhi in modo che il carceriere potesse controllare i prigionieri.

Probabilmente c’erano prigionieri in molte delle celle, e una parte di Genevieve desiderava poterli liberare tutti, ma sapeva che non c’era modo di farlo. Poteva. Poteva far sgattaiolare fuori Garet, soprattutto se poi fosse riuscita a trovare un posto dove nascondersi con lui fino al ritorno della messaggera di sua sorella. Non c’era modo di poter far uscire di lì una processione di prigionieri, però.

Camminò fino all’ultima cella, riconoscente di non dover guardare in ciascuna di esse per tentare di trovare Garet. Genevieve non era sicura di poter impedire che le si spezzasse il cuore se avesse visto ogni persona che avevano catturato e torturato.

Raggiunse l’ultima cella e sollevò la candela per guardare attraverso il buco. La luce non era sufficiente a vedere chiaramente le cose, ma Genevieve poté distinguere una figura, poco più illuminata dalla luce che proveniva da una stretta finestrella. La persona se ne stava rannicchiata e mezza avvolta in un mantello. Poteva benissimo essere Garet, e questo bastò a farle fiorire la speranza in cuore.

“Garet?” lo chiamò lei. “Garet, sono Genevieve.”

Lui non rispose, ma poi, lui e i suoi fratelli non avevano voluto parlarle neanche quando era andata da loro al castello del vecchio duca. Pensavano che li avesse traditi, tradendo anche Royce. Garet probabilmente pensava volesse aiutare Altfor.

“Garet, ti prego, parlami. Ti posso aiutare.”

Genevieve rovistò tra le chiavi che aveva preso alla guardia. Le ci vollero diversi tentativi per trovare quella giusta, e sentire lo scatto della serratura che si apriva. Genevieve entrò nella cella, sperando che Garet vedesse che era sola, sperando che fosse propenso a tentare una fuga, anche se non credeva che lei fosse lì per aiutarlo.

“Garet, so che pensi che stia aiutando Altfor, ma non è così,” disse Genevieve. “Sono qui per aiutare te. Sono qui per aiutarti a scappare.”

Ancora nessuna risposta dalla figura rannicchiata nell’angolo. Genevieve si trovò a sperare che non fosse per quello che avevano fatto a Garet là sotto, che non lo avessero torturato al punto che lui non poteva parlarle.

“Garet, ti prego,” disse Genevieve. “Sono dalla tua parte. Voglio tirarti fuori da qui. So che tante cose che ho fatto mi fanno apparire dalla parte di Altfor, ma ti posso promettere che le ho fatte tutte perché amo Royce. Gli ho mandato dei messaggi, dicendogli dei piani di Altfor. Sai che programma di fare un finto attacco dal sud e che manderà invece delle navi da nord?

“Sì,” disse la figura, e quelle parole furono sufficienti per farle gelare il sangue nelle vene. Conosceva quella voce, e non era quella di Garet.

La figura si alzò in piedi, lasciando cadere il mantello a terra. Lì davanti a lei, illuminato a metà, si trovava Altfor, il suo sorriso reso ancora più crudele dal bagliore della candela.

“Immaginavo che avresti fatto una cosa del genere,” disse, avanzando verso di lei. Genevieve era talmente stupefatta che neanche reagì quando lui le strappò le chiavi di mano. “Immaginavo che la presenza del ragazzo ti avrebbe indotta a uscire allo scoperto, dandomi la scusa per fare quello che desidero.”

Genevieve sapeva di cosa la stava minacciando, e subito la sua mente andò all’unica protezione che sapeva di possedere. “Sono tua moglie.”

“Una moglie che ama il mio nemico!” gridò Altfor. “E anche un traditore. Essere una nobildonna non ti proteggerà adesso.”

“Sono incinta di tuo figlio,” sottolineò Genevieve.

“Sì,” disse Altfor. “È vero.”

Le passò accanto e si diresse alla porta, attraversandola e sparendo prima che Genevieve potesse reagire. Il suo volto apparì attraverso il foro nella porta.

“Deciderò cosa fare con te,” disse. “Magari aspetterò fino a che avrai mio figlio in grembo e poi ti farò giustiziare. O magari no. Ma stai certa, Genevieve, che morirai per questo.”




CAPITOLO SETTE


Mentre navigavano, Royce era consapevole del senso di speranza che aleggiava sulla barca. Avevano trovato suo padre, lo specchio stava nella sua borsa sul fondo dell’imbarcazione e ora erano diretti verso casa. Avevano davvero fatto quello che avevano programmato di fare, nonostante tutte le sfide che si erano trovati davanti sulle Sette Isole. Se erano riusciti a fare questo, probabilmente sarebbero riusciti a completare anche tutto il resto.

“È davvero il re,” sussurrò Mark, guardando verso il punto in cui si trovava seduto il padre di Royce, intento a osservare le onde. Il ragazzo sembrava stupefatto e attento a seguire ogni singola mossa di re Filippo, come se fosse in attesa di istruzioni da parte sua.

“Ed è anche mio padre,” disse Royce. Per quanto lo riguardava, quella era la cosa più importante.

“Tuo padre, il re,” confermò Mark. “Mi spiace, so come suona, e hai fatto un sacco di cose impressionanti anche tu, ma te ti conosco.”

“E con il tempo conoscerai anche mio padre,” disse Royce. Lui stesso voleva conoscere meglio suo padre. Dopo tutto quel tempo divisi, avevano tantissime cose da recuperare. Royce voleva sapere tutto ciò che suo padre aveva fatto da quando se n’era andato, e voleva capire di più che genere di uomo era.”

Iniziò ad avanzare, andando verso il punto in cui sedeva suo padre. Questo significava passare accanto a Matilde e Neave che stavano appollaiate nel mezzo. Le due sembravano discutere su una qualche storia che riguardava le imprese di suo padre.

“Te lo dico io,” disse Matilde. “Era un grande eroe. Ha lottato contro i nobili.”

“Era un nobile,” ribatté Neave. “E poi ha perso contro i nobili.”

“Ha combattuto contro dei mostri.”

“Anche noi abbiamo combattuto contro dei mostri,” sottolineò Neave.

“Ha dato la caccia ai banditi per tenere le strade sicure.”

“Alcuni di loro erano Picti.”

“È questo il problema? Non ti piace perché ha combattuto contro i Picti? Perché pure io ho combattuto contro i Picti. Ti ho battuta, ricordatelo.”

“Va tutto bene?” chiese Royce, prima che la discussione potesse decollare e andare oltre. Era sempre difficile dire se quelle due stessero davvero discutendo o meno.

“Neave non pensa che tuo padre sia qualcuno che vale la pena di seguire,” disse Matilde.

Neave scosse la testa. “Sei tu quella che pensa che dovremmo seguirlo alla cieca, senza pensare.”

“Neave?” disse Royce accigliandosi. La ragazza Picti aveva qualche genere di problema con il ritorno di suo padre?

“Sono felice che l’abbiamo trovato,” disse lei, “e so che ci tornerà utile nelle battaglie che ci saranno, ma Mark e Matilde lo stanno guardando come… è quasi il modo in cui guardavamo Lethe. Niente discussioni, nessuno pensiero: solo meraviglia.”

“Perché abbiamo ritrovato il re legittimo!” insistette Matilde. “Cosa vuoi di più? Pensavo che i Picti seguissero sempre coloro che davano mostra dei giusti segni magici.”

“Coloro che possono far cantare le pietre e che sanno manovrare la vecchia magia hanno tutto il nostro rispetto,” confermò Neave. “Ma non li seguiamo alla cieca. A volte c’è qualcuno che deve fare da guida, ma ciò non vuol dire che noi ci andiamo dietro senza pensarci, senza decidere con le nostre teste cosa sia giusto.”

“Il ritorno di mio padre porterà dei problemi tra i Picti?” le chiese Royce.

“Non lo so,” ammise Neave. “È un uomo che ha fatto un sacco di cose impressionanti, ma è stato anche quello che ha lasciato il regno nelle mani di re Carris e dei suoi nobili. Avrebbe potuto restituirci il nostro posto nel mondo e non l’ha fatto. Avrebbe potuto fare di più.”

“Magari questa volta lo farà,” suggerì Royce.

“Forse,” disse Neave. “In ogni caso, continuerò a seguire te. Ho sentito che tu fai cantare le pietre, almeno, e mi hai mostrato che sei una persona che fa le cose giuste, Royce.”

Royce provò un certo orgoglio davanti a quelle parole. Era riconoscente della fiducia di Neave dopo tutto quello che avevano passato. Dopotutto forse era un bene che ci fosse qualcuno di meno ammaliato rispetto a Mark e Matilde, perché così le cose sarebbero rimaste sotto controllo, aiutandoli ad assicurarsi di seguire la strada giusta e per i giusti motivi.

Intanto si accontentò di proseguire lungo la barca, portandosi al punto dove suo padre stava seduto, intento a guardare davanti a loro, insieme al bhargir Gwylim che gli stava accanto. Sembrava quasi che suo padre stesse discutendo qualcosa con la bestia, con la testa di Gwylim che si muoveva come in segni di assenso man mano che l’uomo parlava.

“Se potrò farti tornare ciò che eri, lo farò,” diceva suo padre. “Ma devi anche conoscere i pericoli delle cose che verranno. Senza la tua pelle, potrai anche essere in trappola ma sei pur sempre potente.

“Padre?” disse Royce, avvicinandosi di più.

Suo padre si voltò e gli sorrise. “È bello sentire che mi chiami così. Stavo giusto discutendo i piani con il nostro amico qui.”

“E pensi che abbia capito ogni cosa?” chiese Royce. Gli sembrava davvero strano parlare con un essere che assomigliava a un lupo.

“Sai cos’è un bhargir, Royce?” chiese suo padre. “Un uomo che ha potuto assumere le sembianze di una bestia imbevuta di magia e diventare essa. Una cosa antica, e potente. Una creatura come lui può guarire le proprie ferite, può combattere contro gli avversari più feroci e poi tornare al campo col corpo dell’uomo che era un tempo. Solo che questo non può.”

Royce annuì. Lo capiva. Ad ogni modo era comunque difficile a volte pensare a Gwylim come alla creatura che sembrava essere.

“Hai compagni strani e potenti,” disse suo padre, indicando la figura di Bragia, che disegnava cerchi in volo. “Dovrai presto parlare con la tua strega, perché vorrei sapere cosa pensa di fare adesso. Per quanto riguarda me… posso prendere in prestito la tua spada per un po’?”

“È tua, se la vuoi,” disse Royce. Prese la spada ossidiana dalla cintura e la porse quasi con riverenza.

Suo padre scosse la testa. “Non per tenerla. Vivere da solo così a lungo mi ha insegnato delle abilità, e penso di poter migliorare questa lama.”

“Migliorare?” chiese Royce.

“Un guerriero dovrebbe avere una buona spada,” disse suo padre. “Vai, parla con la tua strega. Io qui farò quello che posso.”

Royce avrebbe voluto dire a suo padre che non era così facile, che Lori si presentava a parlargli solo raramente, quando voleva lei. Suo padre sembrava così sicuro, però, che Royce dispiegò i propri sensi verso Bragia, chiamando Lori.

Ebbe l’immagine di uno spazio aperto, in mezzo a un gruppo di antiche rocce. C’era un fuoco acceso nel centro, che ardeva lentamente alimentato da torba, ma anche da qualcos’altro che donava alle fiamme laterali delle sfumature verdi e viola. A Royce parve di entrare nell’immagine, avanzando fino alla luce del fuoco.

“Speravo che venissi,” disse Lori, la strega, fissandolo negli occhi. “Vieni, Royce, siediti accanto al fuoco. Dimmi quello che sta succedendo.”

“Non lo sai?” le chiese. Si portò a sedere vicino al fuoco, in un punto dove c’era una pietra bassa che faceva da sedile. Royce aveva la sensazione di percepirla e allo stesso tempo no. Era come se esistesse e non esistesse allo stesso tempo.

“No,” rispose Lory e Royce vide quanto sembrasse preoccupata. “È questo il problema.” Gettò qualcosa nel fuoco e il colore delle fiamme cambiò di nuovo, ora con le tonalità arancioni di una forgia. “Guarda il fuoco, Royce, e dimmi quello che vedi.”

Royce fissò obbediente le fiamme, guardando sempre più a fondo, immaginando che più profondamente fosse riuscito a osservare, più probabile sarebbe stato trovare visioni di ciò che riservava il futuro. Confronto alle molte possibilità dello specchio, era un metodo più rozzo, ma Royce avrebbe accolto ogni aiuto possibile.

“Vedo… solo fiamme,” ammise dopo qualche minuto di osservazione.

“È questo il problema,” disse Lori. “Anche io. Dovrei vedere di più, ho visto di più, ma dal momento in cui hai guardato in quel tuo specchio, sono riuscita solo a cogliere qualche sprazzo di cose future.”

“Stai dicendo che lo specchio interferisce con altre forme di magia?” chiese Royce, pensando al pezzo di vetro che ancora adesso si trovava al sicuro sulla loro barca.

“Forse,” disse Lori scrollando le spalle. “O forse il fatto che ti abbia mostrato così tanto rende in un certo senso più incerto il mio genere di predizione.”

“Non poter vedere nulla potrebbe essere sconcertante,” disse Royce, “ma non serve che lo facciamo diventare un problema. Ho guardato nello specchio. Ho visto…” Anche lì, in quelle condizioni, sapeva di non poter ammettere con esattezza ciò che aveva visto, e Lori stava già tendendo una mano per interromperlo.

“No,” disse. “Il futuro è troppo fragile. Lo stai trattando come una specie di fune d’acciaio, quando invece è un filo delicatissimo. Stai più attento, Royce.”

Ora la preoccupazione nella sua voce sembrava essersi trasformata in netta paura.

“Lori,” disse Royce. “So che non puoi vedere nulla, ma questo non significa che tutto vada storto.”

“Non ho detto che non posso vedere niente,” disse Lori. “Ti ho spiegato che colgo ancora degli sprazzi, e quegli sprazzi sono cose di ombre e sangue. Vedo violenza, Royce, ovunque io guardi.”

Royce scosse la testa. “È una possibilità, ma non l’unica. Ho trovato mio padre. Torneremo, e la gente lo seguirà. Vedranno il ritorno del vero re, e tutti capiranno che le cose sono cambiate. Se siamo fortunati, addirittura re Carris si ritirerà e scapperà.”

Lori rise a quelle parole. “A volte dimentico quanto tu sia giovane, Royce, o forse quanto io sia vecchia. Non tutti hanno visto… quello che hai visto tu. Non tutti hanno la saggezza che deriva direttamente dallo specchio, o la tua certezza del fatto che tuo padre sia il re perfetto. La gente non si inchinerà in automatico solo perché lui torna.”

“Spero che ti sbagli,” disse Royce.

Lori sorrise, ma era un sorriso amaro. “Lo spero anche io, Royce. Lo spero anche io.”

L’immagine della strega accanto al fuoco sbiadì e Royce si ritrovò sulla barca insieme agli altri. Con sua sorpresa, il sole aveva attraversato il cielo nel tempo che lui aveva speso a conversare con Lori, spostandosi molto più di quanto pensava fosse realmente il tempo trascorso.

“Sei sveglio,” disse Matilde. “Bene. Mi sa che ci stiamo avvicinando alla costa, e dovremo metterci a remare quando saremo più vicini.”

“Non vuoi essere tu a farlo, eh?” ipotizzò Royce.

“Dopo tutto il tempo che ho passato a remare nelle Sette Isole?” chiese Matilde scuotendo la testa. “Te lo lascio volentieri.”

Royce era felice che lei e Neave apparentemente avessero smesso di discutere per il momento. Andò verso suo padre, che era ancora seduto a prua, intento a lavorare sulla spada ossidiana.

Royce quasi non la riconobbe. Suo padre aveva lavorato la lama, trasformando l’arma in qualcosa di liscio, affilato e letale. Aveva ricoperto l’elsa con una striscia di cuoio e vi aveva applicato sopra un’asta di legno per formare una guardia a croce. Ora sembrava occupato a sistemare qualcosa su quest’ultima, e Royce ci mise un attimo a riconoscere…

“Il tuo anello con sigillo?” gli chiese.

Suo padre annuì, finendo di premere il simbolo all’interno di un intaglio creato appositamente per contenerlo.

“Non è molto, ma volevo che questa spada fosse qualcosa di personale, qualcosa che potesse essere solo tuo,” gli spiegò.

“È perfetta,” disse Royce, prendendo la spada dalle sue mani. Provò la lama e sentì le regolazioni che erano state fatte. Ora era più leggera e la lama fischiò fendendo l’aria quando tirò un colpo di prova a vuoto. Non era la perfezione scintillante della spada di cristallo, ma era qualcos’altro con tutta una sua dignità, e si muoveva agilmente nelle mani di Royce.

Lui rimase lì con suo padre e la mano di re Filippo gli si posò sulla spalla mentre entrambi guardavano in direzione del regno. Presto la linea scura della costa iniziò ad apparire alla vista e Royce si voltò a guardare suo padre.

“Stiamo andando a casa,” gli disse.

“Sì,” rispose lui. “E poi comincerà la lotta per riconquistarla.”




CAPITOLO OTTO


Olivia non era certa del motivo per cui la necessità di trovare Genevieve la stesse spingendo così fortemente verso sud. La logica diceva di restare con gli eserciti di suo padre, al sicuro in mezzo a migliaia di uomini, piuttosto che trovarsi in viaggio a cavallo là fuori, protetta solo da tre di loro.

Haam, Wells e William sembravano nervosi là fuori in quelle condizioni, in spazi che erano ancora sotto il controllo del re Carris, ma parte del motivo per cui Olivia aveva scelto loro per il compito di proteggerle era che non avrebbero tentato di andare contro la sua volontà, contro ciò che lei doveva fare.

Doveva trovare Genevieve. Olivia non sapeva perché, ma doveva farlo.

“Siete certa di trovarti al sicuro così distante dall’esercito di vostro padre, mia signora?” chiese Haam. Olivia sapeva che stava solo dando voce alle preoccupazioni degli altri. E certo non lo biasimava per questo. Quello dopotutto era un posto pericoloso per tutti loro.

“Ho voi a proteggermi,” rispose.

Questo li portò a mettersi subito ben dritti in sella, gonfi di orgoglio. Quelli non erano cavalieri, e la differenza era ovvia. Le loro armature erano ammaccate e probabilmente messe insieme alla meno peggio con pezzi che provenivano da decine di posti diversi. I cavalli che avevano erano più adatti ad arare i campi che alla guerra. Le loro armi erano semplici e funzionali, ed era evidente che erano nervosi, guardandosi attorno a ogni rumore che proveniva dal lato della strada mentre continuavano ad avanzare verso sud.

“Quanto manca ancora?” chiese William quando raggiunsero un crocevia. Si fermarono e cercarono di capire da che parte andare.

“Dovremmo considerare l’opzione di tornare indietro,” disse Haam.

Olivia stava in sella al suo destriero, giocherellando sovrappensiero con l’anello che Royce le aveva dato per il loro fidanzamento: il suo anello di famiglia, ma nientemeno che il simbolo del loro amore, adesso. Lo strofinò, e così facendo le venne in mente Genevieve. Pensò al modo in cui quella ragazza aveva guardato il castello e a quanto lei fosse stata ovviamente importante per Royce.

“Continuiamo per quello che serve fino a che non la troviamo,” disse Olivia. “Immagino che sia diretta verso l’accampamento del re. Dobbiamo arrivare da lei prima che lo raggiunga.”

“E se non ci riusciamo?” chiese Wells.

Olivia scrollò le spalle, ma solo perché sapeva che non poteva dire ciò che stava pensando: che se necessario, avrebbe anche abbattuto un muro, avrebbe trovato un modo di passare attraverso un esercito, per trovare Genevieve. Solo il pensiero di lei le dava un coraggio che non l’avrebbe mai abbandonata. Olivia era certa di non poter essere felice con Royce sapendo che le cose non erano sistemate con Genevieve, con quella ragazza che ancora provava quei sentimenti per lui. Doveva trovarla.

“Genevieve sarà andata da Altfor,” disse Olivia, scansando la domanda. “Altfor è con re Carris, quindi sappiamo dove lei è diretta. Questo ci dà una possibilità di raggiungerla prima che possa arrivarci.”

“Lo spero,” disse Wells, “ma dobbiamo pensare a che punto girarci per tornare indietro. Quanto in là andiamo prima di tornare a casa?”

“Andiamo fino a dove è necessario,” disse Olivia con assoluta determinazione. In quel momento sapeva che avrebbe seguito Genevieve anche nel mezzo di un incendio, se avesse dovuto. “E ora stiamo solo sprecando tempo, fermi qui come siamo. Dobbiamo proseguire. Ogni momento che passiamo fermi con i nostri cavalli è una possibilità per lei di allontanarsi ancora di più da noi.”

Olivia partì nella direzione indicatale dalle informazioni che aveva riguardo alla posizione della corte di re Carris, spronando il suo cavallo al galoppo. Non le interessava che gli altri riuscissero a starle dietro o meno. I cavalli dei tre cavalieri si affrettarono a mettersi in postazione accanto a lei, e da lontano probabilmente davano l’impressione di un gruppo con una nobildonna che si spostava con la protezione dei suoi cavalieri.

Alla fine passarono in mezzo ad alcuni gruppi di alberi, e poi risalirono il versante di una collina. Da là sopra Olivia poté vedere l’esercito di re Carris dispiegato sotto di loro, un’insegna dopo l’altra, tutte sollevate a indicare i nobili che si erano uniti a lui per mostrare il loro sostegno. C’erano migliaia di uomini, soldati ordinari e cavalieri, arcieri e fanti armati di lancia. I nobili e i cavalieri avevano le loro tende separate dagli altri, ciascuna con il suo piccolo gruppo di servitori e parassiti.

C’era una fortezza al centro di tutto, solida e imponente. D’istinto Olivia capì che Genevieve doveva trovarsi lì. Altfor sarebbe andato lì per trovare il re, e Genevieve ci sarebbe andata per trovare Altfor. Poteva aver trascorso del tempo nell’accampamento là sotto, ma Olivia immaginava solo per poco. Di certo doveva essere andata dritta verso le porte, come…

… come aveva fatto a casa di Olivia.

Forse quello era in parte il motivo per cui lei voleva così tanto trovare Genevieve. Sapeva che una persona decisa ad andare lì a quel modo, chiedendo di vedere Royce, non si sarebbe fermata davanti a nulla. Non se ne sarebbe andata via. Strofinò ancora l’anello che indossava…

“Scendo là sotto,” dichiarò, spronando il cavallo ancora una volta.

Haam le si portò subito accanto e afferrò le redini.

“Mia signora, voi non andrete laggiù,” disse.

“Non sarai tu a dirmi quello che devo e non devo fare,” rispose Olivia con tono secco, sorpresa dal tono della propria voce e anche da se stessa. “Devo fare questa cosa. Devo…”

“Dobbiamo andare a casa,” la interruppe William. “Ci siamo allontanati troppo. Siamo alle porte del campo nemico!”

“Voi potete andare a casa se volete,” disse seccamente Olivia. Smontò da cavallo e si incamminò in direzione della fortezza. “Troverò un modo per fare questa cosa.”

“No,” disse Wells. “È un suicidio.”

Lui e William smontarono da cavallo e afferrarono Olivia, trattenendola. Le ci vollero tutte le sue forze per lottare per liberarsi e correre là sotto. Doveva trovare Genevieve… doveva farlo.




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