Il Sorriso Perfetto
Blake Pierce


In IL SORRISO PERFETTO (Libro #4), la profiler criminale Jessie Hunt, 29 anni, fresca di Accademia dell’FBI, riceve l’incarico di un caso inquietante: una donna sulla trentina è stata assassinata dopo aver usato un sito per appuntamenti online per le sue relazioni con uomini sposati.Si era avvicinata troppo a uno degli uomini sposati?È stata vittima di un ricatto? Di uno stalker?O c’era in ballo qualche altro nefando movente?L’elenco dei sospettati porta Jessie all’interno di quartieri ricchi e curati, dietro al velo di vite apparentemente perfette, vite che sono invece marce fino all’osso. Jessie capisce che l’assassino deve trovarsi dietro uno di quei sorrisi plastici e finti.Jessie deve immergersi nei recessi della psiche del killer mentre tenta di acciuffarlo e al contempo mantenere la propria integrità mentale tutta d’un pezzo, avendo il proprio padre assassino a piede libero, intenzionato a non fermarsi davanti a nulla pur di ucciderla.Un emozionante thriller psicologico dal ritmo incalzante, con personaggi indimenticabili e una suspense da far battere il cuore, IL SORRISO PERFETTO è il libro #e di un’ammaliante nuova serie che ti costringerà a leggere fino a notte fonda.Il libro #5 della serie di Jessie Hunt sarà presto disponibile.







i l s o r r i s o p e r f e t t o



(un emozionante thriller psicologico di jessie hunt—libro 4)



b l a k e p i e r c e



edizione italiana

a cura di

Annalisa Lovat


Blake Pierce



Blake Pierce è l’autore della serie mistery campione d’incassi RILEY PAIGE, che include tredici Libri (e altri in arrivo). Blake Pierce è anche l’autore della serie mistery MACKENZIE WHITE che comprende nove libri (e altri in arrivo); della serie mistery AVERY BLACK che comprende sei libri; della serie misteri KERI LOCKE che comprende cinque libri; della serie mistery GLI INIZI DI RILEY PAIGE che comprende due libri (e altri in arrivo); della serie mistery KATE WISE che comprende due libri (e altri in arrivo); dell’emozionante mistery psicologico CHLOE FINE che comprende due libri (e altri in arrivo); e dell’emozionante serie thriller psicologico JESSE HUNT che comprende due libri (e altri in arrivo).



Un avido lettore e da sempre amante dei generi mistery e thriller, Blake ama avere vostre notizie, quindi sentitevi liberi di visitare il suo sito www.blakepierceauthor.com per saperne di più e restare informati.



Copyright © 2018 by Blake Pierce. All rights reserved. Except as permitted under the U.S. Copyright Act of 1976, no part of this publication may be reproduced, distributed or transmitted in any form or by any means, or stored in a database or retrieval system, without the prior permission of the author. This ebook is licensed for your personal enjoyment only. This ebook may not be re-sold or given away to other people. If you would like to share this book with another person, please purchase an additional copy for each recipient. If you’re reading this book and did not purchase it, or it was not purchased for your use only, then please return it and purchase your own copy. Thank you for respecting the hard work of this author. This is a work of fiction. Names, characters, businesses, organizations, places, events, and incidents either are the product of the author’s imagination or are used fictionally. Any resemblance to actual persons, living or dead, is entirely coincidental. Jacket image Copyright hurricanehank, used under license from Shutterstock.com.


LIBRI DI BLAKE PIERCE



I THRILLER PSICOLOGICI DI JESSIE HUNT

LA MOGLIE PERFETTA (Libro #1)

IL QUARTIERE PERFETTO (Libro #2)

LA CASA PERFETTA (Libro #3)

IL SORRISO PERFETTO (Libro #4)



I GIALLI PSICOLOGICI DI CHLOE FINE

LA PORTA ACCANTO (Libro #1)

LA BUGIA DI UN VICINO (Libro #2)

VICOLO CIECO (Libro #3)

UN VICINO SILENZIOSO (Libro #4)



I GIALLI DI KATE WISE

SE LEI SAPESSE (Libro #1)

SE LEI VEDESSE (Libro #2)

SE LEI SCAPPASSE (Libro #3)

SE LEI SI NASCONDESSE (Libro #4)

SE FOSSE FUGGITA (Libro #5)



GLI INIZI DI RILEY PAIGE

LA PRIMA CACCIA (Libro #1)

IL KILLER PAGLIACCIO (Libro #2)

ADESCAMENTO (Libro #3)

CATTURA (Libro #4)



I MISTERI DI RILEY PAIGE

IL KILLER DELLA ROSA (Libro #1)

IL SUSSURRATORE DELLE CATENE (Libro #2)

OSCURITA’ PERVERSA (Libro #3)

IL KILLER DELL’OROLOGIO (Libro #4)

KILLER PER CASO (Libro #5)

CORSA CONTRO LA FOLLIA (Libro #6)

MORTE AL COLLEGE (Libro #7)

UN CASO IRRISOLTO (Libro #8)

UN KILLER TRA I SOLDATI (Libro #9)

IN CERCA DI VENDETTA (Libro #10)

LA CLESSIDRA DEL KILLER (Libro #11)

MORTE SUI BINARI (Libro #12)

MARITI NEL MIRINO (Libro #13)

IL RISVEGLIO DEL KILLER (Libro #14)

IL TESTIMONE SILENZIOSO (Libro #15)

OMICIDI CASUALI (Libro #16)



I MISTERI DI MACKENZIE WHITE

PRIMA CHE UCCIDA (Libro #1)

UNA NUOVA CHANCE (Libro #2)

PRIMA CHE BRAMI (Libro #3)

PRIMA CHE PRENDA (Libro #4)

PRIMA CHE ABBIA BISOGNO (Libro #5)

PRIMA CHE SENTA (Libro #6)

PRIMA CHE COMMETTA PECCATO (Libro #7)

PRIMA CHE DIA LA CACCIA (Libro #8)

PRIMA CHE AFFERRI LA PREDA (Libro #9)

PRIMA CHE ANELI (Libro #10)

PRIMA CHE FUGGA (Libro #11)

PRIMA CHE INVIDI (Libro #12)



I MISTERI DI AVERY BLACK

UNA RAGIONE PER UCCIDERE (Libro #1)

UNA RAGIONE PER SCAPPARE (Libro #2)

UNA RAGIONE PER NASCONDERSI (Libro #3)

UNA RAGIONE PER TEMERE (Libro #4)

UNA RAGIONE PER SALVARSI (Libro #5)

UNA RAGIONE PER MORIRE (Libro #6)



I MISTERI DI KERI LOCKE

TRACCE DI MORTE (Libro #1)

TRACCE DI OMICIDIO (Libro #2)

TRACCE DI PECCATO (Libro #3)

TRACCE DI CRIMINE (Libro #4)

TRACCE DI SPERANZA (Libro #5)


INDICE

PROLOGO (#u122a6612-79be-582e-98c2-8d95673fbc9b)

CAPITOLO UNO (#uaa5df96c-5033-576d-ad39-db50f20e5156)

CAPITOLO DUE (#uc772b87e-fdb1-5015-952e-1634d743a613)

CAPITOLO TRE (#ue1553321-6c0c-5828-8336-58b0f2eae770)

CAPITOLO QUATTRO (#u4d1c13d4-995f-5f6e-832d-308c4b7f0a74)

CAPITOLO CINQUE (#uc931ff81-7b87-5cfb-b1be-9cffbdfa17bb)

CAPITOLO SEI (#uad6757b0-f95e-598d-bb26-5afe7bc3293a)

CAPITOLO SETTE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO OTTO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO NOVE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO DIECI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO UNDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO DODICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TREDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUATTORDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUINDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO SEDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO DICIASSETTE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO DICIOTTO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO DICIANNOVE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTUNO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTIDUE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTITRÉ (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTIQUATTRO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTICINQUE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTISEI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTISETTE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTOTTO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTINOVE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTA (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTUNO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTADUE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTATRÉ (#litres_trial_promo)




PROLOGO


Quando Gabrielle tornò al suo bilocale in affitto a Studio City, erano quasi le cinque del pomeriggio. Aveva passato la maggior parte del tempo alla spiaggia con un tizio con cui stava uscendo. Era stato divertente: il suo tipo aveva affittato una cabina alla Annenberg Beach House di Santa Monica, dove cibo e bevande per adulti non erano mai mancati.

Ma ora aveva la pelle secca e arrossata per il troppo sole e si sentiva un po’ a disagio per aver mangiato troppo. Sapeva di non poter passare tanti pomeriggi del genere se aveva intenzione di mantenere un corpo che portava gli uomini a fare finta di non vederla quando gli passava accanto.

Mentre apriva la porta a vetri dell’ingresso, ammirò il proprio riflesso. Poteva anche sentirsi piena come un pallone, ma era sempre fantastica. I suoi lunghi capelli scuri erano arruffati dal vento per la continua brezza marina. La pelle fortemente abbronzata magari le dava ora un po’ fastidio, ma era lucida e splendente. E con i suoi sandali con le zeppe, era alta più di un metro e ottanta.

Quando fu entrata in casa, poté subito sentire Claire, la sua amica e coinquilina, impegnata in un’accalorata conversazione al telefono. Fece il tentativo di ignorare ciò che stava dicendo, ma poi cedette alla curiosità.

“Non ci possiamo più vedere,” diceva Claire, fermandosi poi per ascoltare l’inevitabile reazione negativa. Dopo qualche secondo di silenzio, rispose a quello che l’altra persona doveva aver detto.

“È solo che non va bene,” disse con calma ma con deciso tono di scusa. “Sarebbe meglio per entrambi se lasciassimo perdere.”

Gabrielle sorrise tra sé e sé. Era piuttosto abituata a queste chiamate di rottura. Ma Claire era davvero un’esperta. Riusciva sempre a scaricare il tipo con facilità, facendogli pensare che era insicura e che non si trattava assolutamente di un altro che si era presentato all’orizzonte.

Ma questa volta sembrava che il meccanismo facesse un po’ più fatica a funzionare. La voce del futuro quasi ex di Claire si sentiva leggermente, anche così da lontano. Dopo quella che parve una tirata durante la quale la sua coinquilina rimase in silenzio, Claire alla fine rispose con voce calma ma decisa.

“Mi spiace che tu ti senta così,” gli disse. “Ma non puoi dire che è una sorpresa. Ho sempre saputo che era una possibilità, dal primo momento che siamo stati insieme. Sono sempre stata diretta e onesta con te. Questa è la mia decisione. Prima la accetti e più facile sarà per te. Ciao.”

Quando fu certa che la telefonata fosse finita, Gabrielle infilò la testa nella camera di Claire.

“Tutto a posto?” chiese. “Sembrava un po’ una sfuriata.”

“È questione di spazio,” rispose Claire con tono stanco. “Lo sai bene quanto me, Gabbi. Alcune persone tendono ad essere un po’… appiccicose.”

“A me è sembrato sul confine tra essere appiccicoso e fare lo stalker. Ne vuoi parlare?”

“A dire il vero no,” ammise Claire. “C’è uno che viene a prendermi alle sette. Quindi mi restano solo due ore per prepararmi. Meglio se mi concentro su questo.”

“Sia tu che io,” disse Gabrielle. “Non dovrei fissarmi due appuntamenti per lo stesso giorno. Sono scappata via dalla spiaggia e ora ho la disco fino alle 2 di mattina. Avrò i polpacci che urlano domani.”

“Che vita dura che conduciamo,” disse Claire con un sorriso sghembo.

Gabby le sorrise a sua volta. La sua amica le piaceva un sacco quando era così: scherzosa e autoironica. Era difficile essere gelosi, anche se Claire era uno schianto: una piccola dea californiana baciata dal sole, con i capelli biondi e il seno prosperoso. Era poco più di un metro e cinquanta per quarantacinque chili di peso: come dinamite in una piccola confezione. Ma era quando abbassava la guardia che il suo fascino davvero trapelava fuori. Ed erano pochi quelli che arrivavano a vedere quell’aspetto di lei.

“Ascolta,” disse Gabrielle. “E se domani ci prendessimo una pausa? Solo io e te, un paio di mimosa e qualche cosa di buono con cui abbuffarsi?”

“Mi pare una figata,” disse Claire. “Un po’ di tempo libero mi potrebbe proprio far bene. Sembra tutto così amplificato in questi giorni. Vorrei che la gente si desse una calmata, non ti pare?”

“Sono d’accordo. Allora domani è ufficialmente la giornata di Gabby e Claire che si riposano. Affare fatto?”

“Affare fatto,” confermò Claire. “Almeno fino alle sei. Poi ho una cena.”

Gabby la guardò incredula, ma non riuscì a restare seria e tutte e due scoppiarono a ridere.




CAPITOLO UNO


Per forse la quarta volta nell’ultima ora, lo stesso pensiero passò per la mente di Jessie Hunt.

Odio questo posto.

‘Questo posto’ era un’ufficiale casa di sicurezza inserita nel programma di protezione testimoni. Sebbene Jessie odiasse trovarsi in quella sterile casetta a schiera con agenti federali ovunque, non poteva effettivamente obiettare sostenendo che non fosse necessario. Del resto non erano passate neanche due settimane da quando era sfuggita all’attacco omicida del suo padre serial killer, Xander Thurman, che le stava dando la caccia da mesi.

E solo pochi giorni dopo, il suo più focoso ammiratore, un altro assassino di nome Bolton Crutchfield, era scappato da un carcere psichiatrico insieme ad altri quattro pericolosi prigionieri. Due erano stati catturati. Ma oltre a Crutchfield, altri due erano ancora a piede libero.

Quindi Jessie non si era trovata nella posizione di poter sporgere obiezioni quando il capitano Roy Decker, il suo capo al Dipartimento di Polizia di Los Angeles, le aveva ordinato di seguire tutte le istruzioni degli agenti federali fino a che la situazione non si fosse risolta. E questo voleva dire essenzialmente vivere agli arresti domiciliari mentre si trovava in licenza lavorativa imposta, obbligatoriamente assente dal suo lavoro come profiler forense.

Non era neanche tecnicamente una testimone in un processo in corso. Ma data l’imminente minaccia alla sua vita, il suo lavoro alla polizia e il suo collegamento sia con il dipartimento di Los Angeles che con l’FBI, era stata fatta un’eccezione.

Fino a che suo padre e Crutchfield non venivano catturati o uccisi, si trovava incastrata. Passava le giornate e seguire aggiornamenti online sui casi, interrompendo l’attività con frequenti e quasi ossessive sessioni di allenamento o pratica di autodifesa, che poco facevano per mitigare la sua follia dovuta a quella condizione di prigionia.

Il programma di addestramento di dieci settimane che aveva recentemente seguito presso l’Accademia dell’FBI a Quantico, Virginia, le aveva fornito delle effettive abilità nel combattimento, oltre a delle nuove tecniche di profilazione. Ma non le aveva insegnato come gestire la schiacciante noia di trovarsi chiusa in casa per ventiquattro ore al giorno.

La casa in sé era bella, situata in un tranquillo isolato residenziale nel quartiere di Palms, nella zona occidentale di Los Angeles. In quelle mattine di fine primavera, Jessie sorseggiava il suo caffè e osservava i genitori che accompagnavano i bambini alla scuola elementare a pochi passi da lì.

La casa era alla fine di un vicolo cieco, dove era più facile metterla in sicurezza e sotto protezione. Ma questo significava che nella maggior parte dei casi non c’era molto da vedere. Di solito attorno a metà mattina Jessie usciva per una nuotata in piscina, che era coperta da un ampio telone, teoricamente per l’ombra, ma in pratica per eliminare gli occhi curiosi dei vicini.

Le cose andavano ancora peggio ora che Kat se n’era andata. Per qualche giorno l’amica aveva avuto il permesso di stare lì con lei, in parte perché le autorità temevano che Bolton Crutchfield potesse avere intenzione di inseguire anche lei. Dopotutto Kat Gentry era il capo della sicurezza nel DNR – la Divisione non-Riabilitativa –, la struttura del Dipartimento dell’Ospedale di Stato Metropolitano a Norwalk, da cui Crutchfield e l’altro prigioniero erano fuggiti. C’era la preoccupazione che qualcuno di loro potesse volersi vendicare.

Ma quando Kat aveva detto che avrebbe potuto fare un lungo viaggio in Europa per schiarirsi le idee, gli agenti avevano colto la palla al balzo sia come modo per tenerla alla larga dal radar e anche per ridurre i costi della sicurezza. Jessie ricordava ancora la loro conversazione di qualche giorno prima.

“Non pensi che questo sia un po’ come scappare dai tuoi problemi?” le aveva chiesto, rendendosi conto che la domanda avrebbe probabilmente messo l’amica sulla difensiva.

Kat l’aveva guardata con espressione interrogativa. Ancora prima che rispondesse, Jessie aveva capito di avere commesso un errore. Dopotutto Katherine Gentry era una ex Marine che portava ancora sul volto la cicatrice causata da una scheggia vagante dopo l’esplosione di un ordigno. Aveva mantenuto il blocco completamente isolato con all’interno il peggio della criminalità, fino a che il suo più fidato agente, Ernie Cortez, l’aveva tradita, permettendo ai prigionieri di fuggire. Era una tipa tosta, e Jessie lo sapeva bene.

“Penso di meritarmi un po’ di tempo per me,” aveva risposto Kat, rifiutandosi di difendersi oltre. “Se avessi pensato che gli agenti l’avrebbero permesso anche a te, avrei offerto anche a te di venire.”

“Credimi, mi piacerebbe tantissimo,” aveva risposto Jessie, sollevata che l’amica non si fosse irritata oltre. “Ma la verità è che, fino a che mio padre e Crutchfield non verranno presi, non dormirò sonni facili, indipendentemente che mi trovi qui o oltreoceano. Quando escogiteremo un piano per catturarli, saremo a posto. Devo mettere una pietra sopra a questa cosa in modo da potermi riappropriare della mia vita.”

“Non pare che ci siano grossi piani al momento,” aveva sottolineato Kat con tono neutro.

“No,” aveva confermato Jessie. “E non pensare che la cosa non mi passi per la mente. L’unico spiraglio di salvezza è che mio padre è troppo ferito per potermi dare la caccia adesso. Quando l’ho visto l’ultima volta stava saltando da una finestra al quarto piano, ed era prima che venisse ferito allo stomaco, alla spalla e alla testa. Sarà fuori gioco per un po’.”

“Ma Bolton Crutchfield no,” le ricordò Kat. “Lui è in perfetta salute e pronto all’attacco. E ha a sua disposizione… delle risorse.”

Kat non aggiunse altro, ma non ce n’era bisogno. Sapevano entrambe cosa volesse dire. In aggiunta ai due fuggitivi che poteva avere a sua disposizione, c’era anche Ernie, l’ex collega di Kate e suo vice al DNR.

Mentre Kat partecipava al funerale dei genitori adottivi di Jessie, Ernie, un imponente essere umano alto oltre due metri per più di cento chili di peso, aveva assassinato diversi agenti della sicurezza nel DNR, per poi liberare Crutchfield e gli altri. Erano passati giorni prima che l’FBI potesse scoprire ciò che prima non era mai apparso nella verifica dei dati penali che Kat aveva condotto quando lo aveva assunto.

Quando Ernie aveva undici anni, aveva passato un anno in una struttura psichiatrica per minori dopo aver pugnalato un altro ragazzino più volte all’addome con un cacciavite. Fortunatamente per lui, la sua vittima era sopravvissuta.

Ernie aveva scontato la sua pena senza altri incidenti. Dopo la sua liberazione e il trasferimento a un’altra famiglia, non aveva avuto nessun altro problema. La sua cartella minorile era stata sigillata al passaggio alla maggiore età. Senza nessun altro bollino rosso tra i documenti, tutto quello che rimaneva era un ammirevole curriculum come parte dell’esercito statunitense, seguito da periodi di lavoro come guardia di sicurezza privata e guardia carceraria in una prigione di massima sicurezza in Colorado.

Se Kat avesse avuto accesso alla sua cartella psichiatrica del centro di detenzione minorile, avrebbe saputo che il personale medico lo considerava un sociopatico con un’incredibile capacità di controllo e un professionista nel nascondere le sue inclinazioni violente.

La riga finale dei suoi documenti diceva: “I medici ritengono che il soggetto Cortez sia un costante rischio per la comunità. Ha imparato a nascondere i suoi desideri, ma è probabile che a un certo punto, presto o forse nel futuro più lontano, le stesse problematiche psichiatriche che l’hanno condotto alla detenzione in questa struttura riemergano. Purtroppo il nostro attuale sistema non propone nessun collocamento per tale possibilità e richiede quindi il rilascio del soggetto. Ulteriori cure, anche se non obbligatorie, sono fortemente raccomandate.”

Non erano state fornite altre cure. Quando Ernie era diventato una guardia al DNR e aveva iniziato a interagire con Bolton Crutchfield, un maestro nella manipolazione delle menti, era caduto sotto al suo influsso. Ma non l’aveva mai lasciato trasparire, continuando a fare il suo lavoro e a interagire positivamente con i colleghi che alla fine avrebbe ucciso.

Kat si biasimava per tutte quelle morti, anche se non c’era proprio modo che lei avesse potuto anticiparle. Aveva tentato più e più volte di lenire il proprio senso di colpa, ma non ci era riuscita.

“Sono una profiler forense che è addestrata per accorgersi di cose come le tendenze sociopatiche,” le aveva detto Jessie. “Ho interagito con lui in decine di occasioni e non ho mai sospettato di lui una sola volta. Non so come avresti potuto farlo tu.”

“Non ha importanza,” aveva insistito Kat. “Ero responsabile della sicurezza degli altri agenti e di tenere al sicuro quei detenuti. Ho fallito su entrambi fronti. Merito di accollarmene la colpa.”

Quella conversazione aveva avuto luogo tre giorni prima. Ora Kat si trovava da qualche parte in Francia, inconsapevole del fatto che il servizio federale aveva chiesto all’Interpol di incaricare un ufficiale sotto copertura perché la seguisse per sua personale protezione. Da parte sua, Jessie era stesa su un lettino in plastica della piscina, dove poteva essere sentita se avesse gridato. Non aveva nessuno con cui parlare, praticamente nessuna privacy e ben poco per tenere la sua mente occupata, impedendole di vagare in luoghi oscuri. Nei momenti più densi di sconforto e autocommiserazione, le sembrava ancora una volta di essere vittimizzata.

Mentre si dirigeva all’interno per prendersi qualcosa da mangiare, si infilò il soprabito che uno degli agenti le aveva comprato l’altro giorno. L’uomo non aveva ricevuto istruzioni dettagliate, quindi non era una sua colpa se no le stava proprio divinamente. Però Jessie non poteva fare a meno di sentirsi frustrata che quella cosa le arrivasse appena alle anche e fosse in qualche modo grossa e ingombrante. Con la sua altezza di un metro e ottanta circa, Jessie aveva bisogno di qualcosa che fosse lungo il doppio e largo la metà. Si tirò indietro i capelli castani facendosi una coda e cercò di cancellare l’espressione scocciata dai suoi occhi verdi, quindi entrò.

Entrando in casa, vide l’agente che si trovava vicino alla porta scorrevole girare leggermente la testa. Stava chiaramente ascoltando qualche messaggio nel suo auricolare. Il suo corpo si irrigidì involontariamente per quello che aveva sentito. Jesse capì che stava succedendo qualcosa ancora prima di entrare in cucina.

L’uomo non le disse niente, quindi Jessie continuò verso la cucina, fingendo di essere ignara di qualsiasi cosa stesse accadendo. Incerta se il messaggio potesse riguardare un’irruzione in casa, si guardò attorno alla ricerca di qualcosa per proteggersi in caso Crutchfield l’avesse trovata. Sul tavolo della sala da pranzo vicino alla cucina c’era una sfera con la neve raffigurante San Francisco, grande più o meno come un piccolo melone.

Mentre si chiedeva di sfuggita come potesse esserci neve a San Francisco, Jessie afferrò la sfera e la tenne stretta dietro la schiena. Poi entrò in cucina tenendo il peso verso le punte dei piedi, il corpo teso e pronto all’azione e gli occhi che scattavano da destra a sinistra alla ricerca di qualsiasi minaccia. In fondo alla cucina, una porta si aprì.




CAPITOLO DUE


Mentre aspettava di vedere di chi si trattasse, Jessie si rese conto di essere rimasta in apnea, quindi si sforzò di espirare lentamente e silenziosamente.

Nella stanza fece il suo ingresso, bruscamente e senza la minima apprensione, Frank Corcoran. L’agente federale supervisore del suo caso, Corcoran era uno che faceva sul serio. Con la mascella squadrata e le spalle larghe, indossava pantaloni e giacca blu navy con una camicia bianca e una cravatta nera perfettamente annodata. I suoi baffi tagliati con attenzione avevano i primi accenni di grigio ai lati, come anche i capelli corti e neri.

“Si sieda, signorina Hunt,” disse, senza alcuna traccia di informalità. “Dobbiamo parlare. E può mettere giù quella sfera di neve. Le assicuro che non ne avrà bisogno.”

Posando la sfera sul tavolo della cucina e rifiutandosi di chiedere come facesse a saperlo, Jessie si sedette, chiedendosi cosa diamine stesse per rivelarle. Xander Thurman aveva appena assassinato i suoi genitori adottivi. Aveva quasi ammazzato due poliziotti nel tentativo di arrivare a lei nel suo appartamento. La violenta fuga di Bolton Crutchfield dal DNR aveva portato alla morte di sei guardie. Uno dei restanti fuggitivi aveva trovato Kat in Europa? Avevano inseguito il suo amico e collega, il detective del Dipartimento di Polizia di Los Angeles Ryan Hernandez, che non sentiva da giorni? Si preparò al peggio.

“Ho degli aggiornamenti per lei,” le disse Corcoran, quando si rese conto che Jessie non aveva intenzione di fare domande.

“Va bene.”

“Ho parlato con il suo capitano,” le disse, tirando fuori un pezzo di carta e leggendolo. “Voleva comunicarle i buoni desideri dell’intero distretto di polizia. Dicono che stanno seguendo ogni pista a disposizione e spera che lei non sia costretta a restare in stretta custodia per molto altro tempo.”

Dal tono scettico della voce di Corcoran e dalle sue sopracciglia leggermente inarcate, Jessie poteva dire che non condivideva il punto di vista del capitano Decker sulla situazione.

“Lei è meno ottimista di lui, mi pare di intuire?”

“Ed ecco l’altro aggiornamento,” rispose, tecnicamente non rispondendo alla sua domanda. “Non abbiamo avuto fortuna nella ricerca del signor Crutchfield. Mentre due fuggitivi sono stati catturati, come lei ben sa, altri due sono ancora liberi, per non parlare del signor Cortez.”

“Gli uomini catturati hanno fornito qualche informazione utile dall’ultima volta che mi avete aggiornata?”

“Purtroppo no,” le rispose. “Entrambi dicono ancora la stessa cosa: che sono andati ciascuno per la propria strada dopo la fuga. Nessuno di loro neanche sapeva che la cosa sarebbe successa, fino a che non sono stati fatti uscire dalle loro celle.”

“Quindi è probabile che Crutchfield e Cortez siano stati gli unici a programmare la cosa?”

“È quello che siamo propensi a pensare,” disse Corcoran. “Dopotutto abbiamo un’enorme squadra di uomini messi sulle tracce dei fuggitivi. Oltre al Dipartimento di Polizia di Los Angeles, sono coinvolti anche il Dipartimento dello Sceriffo, la Polizia di Stato della California, il Bureau Investigativo della California e l’FBI, come, ovviamente, il Servizio Federale.”

“Ho notato che ha detto che state cercando i fuggitivi,” disse. “E Xander Thurman?”

“Cosa c’entra?”

“Beh, è un serial killer anche lui. Ha cercato di uccidere me e due agenti del Dipartimento di Polizia di Los Angeles ed è in libertà. Quanti dei vostri lo stanno cercando?”

Corcoran la guardò come se fosse sorpreso di dover esprimere il commento successivo.

“Sulla base della descrizione che lei ha fornito delle sue ferite, lo vediamo come una minaccia meno immediata. E il suo attuale stato nel Programma di Protezione Testimoni ci fa preoccupare di lui in modo minore. Inoltre, attualmente la nostra priorità è per i diversi fuggitivi evasi da una struttura di detenzione psichiatrica criminale, non per un uomo della cui presenza nessuno è al corrente.”

“Mi sta dicendo che la vostra ricerca è pilotata da media e politica,” notò Jessie con tono deciso.

“Questo è un modo, non certo sconsiderato, di descrivere la cosa.”

Jessie apprezzò la sua onestà. E per uno nella sua posizione, non poteva realmente obiettare al fatto che si trattasse di un utilizzo irragionevole delle risorse. Jessie decise di lasciar perdere, per il momento.

“Ci sono potenziali piste?” chiese dubbiosa.

“Crediamo che i nostri migliori sforzi siano puntati sul signor Cortez. Il pensiero è che abbia approntato un piano per il post-fuga. Stiamo controllando il suo conto bancario, gli acquisti tramite carta di credito e i dati GPS del telefono nelle settimane precedenti all’evasione. Fino ad ora non abbiamo trovato nulla che possa essere utile come dei biglietti per un volo.”

“Non li troverete,” mormorò Jessie.

“Perché dice questo?”

“Cortez starà alle calcagna di Crutchfield. E vi garantisco che Bolton Crutchfield non andrà da nessuna parte.”

“Come può esserne tanto sicura?” chiese Corcoran.

“Perché non ha ancora finito con me.”



*



Quella notte Jessie non poté dormire. Dopo essersi girata e rigirata per quelle che le parvero delle ore, uscì da sotto le coperte e andò in cucina per prendersi un bicchiere d’acqua.

Mentre percorreva il corridoio rivestito di moquette, sentì subito che c’era qualcosa che non andava. L’agente federale che di solito stava seduto su una sedia all’intersezione tra il corridoio e il salotto non c’era. Jessie considerò l’idea di tornare in camera sua per prendere una pistola, ma poi ricordò che effettivamente non ce l’aveva. Il Servizio Federale gliel’aveva messa ‘sotto sicurezza’ fino a ulteriore avviso.

Invece premette la schiena contro la parete del corridoio, ignorando il cuore che improvvisamente batteva all’impazzata, e continuò in punta di piedi fino alla sedia. Quando fu più vicina, grazie alla luce della luna che filtrava dalle finestre, vide una macchia scura e umida sulla moquette color crema. L’ampio raggio dello spruzzo suggeriva che non si trattava di vino versato per sbaglio. Jessie notò anche una netta scia che da lì proseguiva fino a dove la sua vista non poteva più seguirla.

Jessie fece capolino con la testa da dietro la parete e vide l’agente seduto con la schiena appoggiata al muro, dove a quanto pareva era stato trascinato. Aveva la gola tagliata. Accanto a lui sul pavimento c’era la sua pistola di servizio.

Jessie avvertì un’esplosione di adrenalina generata dall’ansia che le fece sentire un formicolio alle dita. Ricordando a se stessa di restare concentrata, si inginocchiò a terra e perlustrò la stanza con lo sguardo mentre aspettava che il suo corpo ritrovasse la calma. Le ci volle meno tempo di quanto credesse.

Senza nessuno in vista, sfrecciò fuori e afferrò la pistola. Guardando in basso vide una scia di impronte insanguinate che si allontanavano dal corpo dell’agente e andavano in direzione dell’adiacente sala da pranzo. Restando accucciata dietro al divano, Jessie avanzò fino a quando poté vedere chiaramente dentro alla stanza.

Lì c’era un altro agente steso a terra. Questo era a faccia in giù, con una chiazza di sangue che si stava rapidamente allargando, riversandosi dal collo e formando una pozza attorno a volto e busto.

Jessie si sforzò di non restare imbambolata a guardare mentre seguiva le impronte che dalla sala da pranzo andavano alla veranda che poi portava alla piscina sul retro. La porta scorrevole era aperta e una leggera brezza spingeva le tende verso l’interno, facendole gonfiare.

Jessie controllò la stanza. Era vuota, quindi lei si portò fino alla porta scorrevole e sbirciò fuori. Si vedeva un corpo in uniforme che galleggiava a faccia in giù nell’acqua, che stava rapidamente prendendo una tinta rosata. Fu a quel punto che sentì qualcuno schiarirsi la gola alle sue spalle.

Ruotò su se stessa, armando al contempo la pistola. Di fronte a lei, dalla parte opposta della stanza, c’erano sia Bolton Crutchfield che suo padre, Xander Thurman, che sembrava in ottima forma, considerato che solo poche settimane prima era stato colpito da degli spari al ventre e alla spalla, che aveva probabilmente il cranio fratturato e che era saltato giù dal quarto piano. Entrambi gli uomini erano armati di lunghi coltelli da caccia.

Suo padre sorrise mentre scandiva silenziosamente con le labbra la parola “farfallina”, il suo nomignolo di bambina. Jessie sollevò la pistola e si preparò a sparare. Mentre le sue dita si apprestavano a premere il grilletto, Crutchfield parlò.

“Ti avevo promesso che ci saremmo rivisti, signorina Jessie,” le disse, l’atteggiamento pacifico come quando le aveva parlato attraverso la spessa barriera di vetro nella sua cella.

Le sue settimane di libertà non l’avevano reso meno morbido. Alto un metro e settanta o poco più e con un peso di forse settanta chili, era meno fisicamente prestante di Jessie. La sua faccia paffuta lo faceva sembrare più giovane di una decina d’anni, rispetto ai trentacinque che effettivamente aveva. I suoi capelli castani ordinatamente pettinati con la riga in parte le ricordavano i ragazzi del club di matematica alla scuola media. Solo i suoi freddi occhi castani lasciavano trasparire ciò di cui era realmente capace.

“Pare che tu ti sia messo con brutta gente,” disse Jessie con voce purtroppo tremante, accennando con un movimento del capo a suo padre.

“È questo che adoro di te, signorina Jessie,” disse Crutchfield con tono ammirevole. “Non ti tiri mai indietro, neanche quanto ti trovi in una situazione senza speranze.”

“Credo che si possa riformulare la frase,” sottolineò Jessie. “Siete venuti entrambi a uno scontro a fuoco, armati di coltelli.”

“Che maliziosa,” si meravigliò Crutchfield, girandosi verso Thurman per avere la sua conferma.

Suo padre annuì, sempre in silenzio. Poi entrambi gli uomini riportarono l’attenzione su di lei. Contemporaneamente, i loro sorrisi svanirono.

“È l’ora, signorina Jessie,” disse Crutchfield mentre entrambi gli uomini le si avvicinavano in tandem.

Lei sparò prima a suo padre, tre colpi al petto, prima di portare l’attenzione su Crutchfield. Senza esitare, gli piantò altri tre proiettili nel torso. L’aria era pregna di fumo acre e dell’eco degli spari.

Ma nessuno dei due uomini si fermò né rallentò. Com’era possibile? Anche con dei giubbotti antiproiettile, avrebbero dovuto quanto meno barcollare.

Aveva finito i colpi, ma tirò lo stesso il grilletto, insicura su cos’altro fare. Mentre i due avanzavano verso di lei con i coltelli sollevati sulle loro teste, Jessie gettò via la pistola e si mise in posizione di difesa, completamente consapevole che si trattava di una mossa inutile. I coltelli scesero su di lei, netti e veloci.



*



Con un sussulto Jessie si mise a sedere di scatto sul letto. Era madida di sudore e respirava affannosamente. Guardandosi attorno nella stanza, vide che era sola. I balconi delle finestre erano ancora ben chiusi per evitare l’ingresso di chiunque. La porta della sua camera aveva ancora la sedia incastrata sotto alla maniglia come ulteriore precauzione di sicurezza. L’orologio segnava le 1:39 di mattina.

Si sentì qualcuno bussare debolmente alla porta.

“Tutto bene là dentro, signorina Hunt?” chiese l’agente federale. “Ho sentito un rumore.”

“Solo un brutto sogno,” disse lei in risposta, non vedendo alcun motivo per cui dover mentire su ciò che lui probabilmente già sospettava.

“Va bene. Mi faccia sapere se le serve qualcosa.”

“Grazie,” rispose Jessie, ascoltando il familiare scricchiolio delle tavole del pavimento sotto alla moquette mentre l’uomo si allontanava.

Fece scivolare le gambe fuori dal letto e si sedette tranquilla per un momento, permettendo al battito del suo cuore e al respiro di tornare alla normalità, o quasi. Si alzò in piedi e andò verso il bagno. Ci voleva una doccia, come anche un cambio delle lenzuola bagnate.

Mentre attraversava la stanza, non poté fare a meno di guardare verso l’unica finestra con i balconi leggermente aperti per lasciar entrare un po’ di luce. Le parve di vedere la sagoma di qualcuno all’ombra degli alberi oltre la piscina. Anche dopo essersi assicurata che si trattava di un tronco o di un agente, continuò a sentirsi inquieta.

Là fuori da qualche parte c’erano due serial killer a piede libero. Ed entrambi la stavano cercando. Non c’era modo di aggirare il fatto che anche in una casa messa in totale sicurezza con tutte queste protezioni, lei era un facile bersaglio.



*



Gabrielle e il suo partner della serata, Carter, ritornarono a casa dopo le 2. Erano entrambi un po’ brilli e lei dovette ricordargli di tenere la voce bassa per non svegliare Claire. Attraversarono barcollanti il corridoio e arrivarono alla camera da letto, dove si diedero un lungo bacio. Gabby si tirò indietro un momento per guardarlo e gli rivolse il suo più seducente sorriso. Lui le sorrise a sua volta, anche se non con troppo slancio. Le piaceva. Era più grande di lei, sui quarantacinque anni, e quindi in grado di controllare il suo entusiasmo molto meglio del ragazzetto ricco e tutto tecnologia con il quale stava uscendo.

Aveva un aspetto elegante e distinto e le ricordava in qualche modo alcuni degli amici di suo padre, quelli che le lanciavano occhiate furtive quando pensavano che lei non se ne accorgesse. L’uomo aspettò che fosse lei a riprendere il bacio. Quando Gabby si ritrasse con atteggiamento canzonatorio per vedere quale sarebbe stata la sua reazione, lui finalmente parlò.

“Hai un bel posticino qui,” le disse sussurrando con tono derisorio.

Se va tutto bene, per un po’ mi aiuterai a pagarne le spese.

Riuscì a tenere per sé quel pensiero e gli rispose con un meno opportunistico “Grazie. C’è una parte che sono particolarmente ansiosa di farti vedere.”

Finì la frase indicando con un cenno del capo il letto.

“Dici che dovrei dare un’occhiata? Ho come la sensazione che una visita guidata sarebbe la migliore soluzione.”

“Perché non ti metti comodo lì? Faccio un rapido passaggio in bagno per darmi una rinfrescata e ti raggiungo in un momento.”

Carter sorrise e andò verso il bordo del letto. Mentre si levava le scarpe e iniziava a sbottonarsi la camicia, Gabby si diresse verso il bagno che condivideva con l’amica. Accese la luce e gli lanciò un’ultima seducente occhiata prima di chiudersi la porta alle spalle.

Una volta entrata, andò dritta allo specchio. Prima di mettere mano ai trucchi, voleva darsi una controllata ai denti. Una rapida occhiata non rivelò niente di visibile. Prese una rapida sorsata di collutorio e se lo stava rigirando in bocca, pronta a dare una ripassata dall’effetto smokey-eyes che aveva sulle palpebre, quando notò un braccio che usciva inerme dalla vasca alle sue spalle.

Si voltò sorpresa. Non era da Claire fare un bagno a quell’ora della notte. Di solito si schiantava a letto appena tornava a casa, a volte senza neanche uscire dai vestiti che indossava. Se era distesa nella vasca con le luci spente, significava che era proprio distrutta.

Gabby si avvicinò in punta di piedi, pregando di dover solo gestire una coinquilina svenuta e non una vasca da bagno piena di vomito. Quando scrutò oltre il bordo della vasca, ciò che vide fu molto peggio.

Claire aveva ancora addosso la minigonna che si era messa per uscire quella sera. Era distesa a faccia in su nella vasca, con gli occhi vitrei aperti, ricoperta di sangue. Il volto era rigato di rosso e il sangue aveva formato un amalgama denso e gelatinoso tra i suoi capelli. C’era sangue dappertutto, ma sembrava provenire per lo più dalla sua gola, che era straziata da diverse profonde ferite da taglio.

Gabrielle rimase con gli occhi fissi e si rese conto di essersi messa a gridare solo quando Carter apparve accanto a lei, scuotendole le spalle e chiedendole cosa ci fosse che non andava. Un’occhiata alla vasca gli diede la risposta. L’uomo barcollò all’indietro scioccato, poi prese il telefono dalla tasca dei pantaloni.

“Vieni fuori di lì,” le disse, afferrandola per un polso e tirandola via dall’orrore che aveva davanti. “Vai a sederti sul letto. Chiamo il nove-uno-uno.”

Gabby smise di gridare, grata di avere delle istruzioni da seguire. Andò intontita verso il letto, dove si sedette fissando il pavimento, ma senza realmente vedere nulla. Di sfondo sentiva la voce di Carter, lontana e metallica.

“Devo segnalare un omicidio. C’è una donna morta nella vasca da bagno qui. Pare sia stata pugnalata.”

Gabby chiuse gli occhi, ma la cosa non le fu di aiuto. L’immagine di Claire, inerme e immobile nella vasca, pochi metri più in là, era impressa nella sua mente.




CAPITOLO TRE


L’agente si stava comportando da vero stronzo. Tutto ciò che Jessie voleva fare era un po’ di jogging. L’uomo continuava a usare la frase ‘non raccomandabile’, il cui vero significato era ‘non permesso’. Indicò il tapis roulant che c’era in un angolo del salotto, come se quella fosse la soluzione a tutti i suoi problemi.

“Ma ho bisogno di aria fresca,” disse Jessie, sapendo di avere una voce che rasentava il piagnucolio.

L’agente, che conosceva solo come Murph, non era un tipo particolarmente loquace, cosa frustrante, dato che si trattava della guardia principale che prestava servizio lì. Basso e magro, con i capelli castano chiaro che sembrava regolare settimanalmente, era palesemente intenzionato ad evitare il più possibile la conversazione. Come a darne prova, indicò con un cenno il cortile sul retro. Jessie cercò di ricordare se fosse uno degli agenti assassinati nel suo incubo della notte precedente, e in parte quasi lo desiderava.

La verità era che non aveva davvero solo bisogno di una corsa o di un po’ di aria fresca. Voleva fare un altro giro negli ospedali della zona per vedere se vi si fosse presentato qualcuno che potesse corrispondere alla descrizione di suo padre, dopo l’ultima volta che aveva controllato, prima di essere rinchiusa in quella casa di sicurezza. Il suo collega, il detective Ryan Hernandez, avrebbe dovuto tenerla aggiornata su questo, ma dato che ultimamente non era riuscita a mettersi in contatto con nessuno, lui compreso, non aveva idea se avesse avuto o meno successo nell’impresa.

Jessie era piuttosto sicura che l’agente federale fosse a conoscenza delle sue reali intenzioni, ma questo non serviva a limare la sua irritazione. Stava dando di matto, così imprigionata in quella casa. E anche se sapeva che la tenevano lì per sua personale protezione, aveva raggiunto i limiti della sua pazienza, soprattutto dopo il sogno della scorsa notte. Decise che qualcosa doveva cambiare. E c’era un solo modo perché questo accadesse.

“Voglio vedere il capitano Decker,” disse con fermezza.

L’agente parve riluttante a rispondere, sperando forse di ignorare quella richiesta come aveva fatto con le altre. Ma ovviamente non poteva. Jessie non poteva costringerli a permetterle di andare a fare una passeggiata o a fare un salto al negozio di alimentari. Ma se faceva richiesta formale per vedere il suo capo, e la cosa poteva essere disposta con facilità, il servizio non poteva rifiutarglielo.

Lentamente e con volto accigliato l’agente alzò una mano e parlò nel dispositivo di comunicazione che teneva attaccato al polso.

“Ghiandaia loquace richiede una seduta autorizzata. Avvisare prego.”

Mentre Jessie aspettava la risposta, rimase in silenzio, decidendo di non commentare il nome in codice non proprio gradito che le avevano assegnato.



*



Novanta minuti dopo si trovava seduta in una piccola sala riunioni in un angolo tranquillo della Stazione di Polizia nel centro di Los Angeles, in attesa che il capitano Decker la raggiungesse. L’agente federale di nome Murph, che l’aveva accompagnata lì da casa sua, stava in fondo alla stanza, chiaramente ancora scocciato di doversi trovare lì.

La procedura per arrivare a quel luogo, generalmente noto come Stazione Centrale, era stata complessa. Dopo aver ricevuto autorizzazione formale per il viaggio da parte di Corcoran, si era dovuto mettere insieme un team e scegliere un percorso. Buona parte della cosa era stata preventivamente programmata, ma si dovevano selezionare le scelte definitive.

Diedero a Jessie istruzioni di indossare una parrucca e un berretto infilato in testa e tirato fino agli occhi. Poi il veicolo, guidato da un agente di nome Toomey, con Murph nel sedile del passeggero, era partito. Una seconda auto, con due altri agenti a bordo, seguiva a distanza. Due ulteriori agenti erano rimasti alla casa per tenerla in sicurezza.

Anche se era metà mattina e il traffico era praticamente leggero, con tutte le doppie svolte e le inversioni di marcia, c’erano voluti quarantacinque minuti ad arrivare. Una volta giunti alla stazione, l’auto era entrata nel garage ed erano dovuto restare tutti lì fino all’avviso di via libera da parte di due poliziotti, che non avevano idea di quello che stavano facendo, se non che stavano seguendo ‘ordini dall’alto’.

Solo allora Jessie era stata condotta attraverso un ingresso laterale, sempre con parrucca e berretto in testa, e un enorme giubbotto con il colletto tirato su del tutto per mascherare la sua effettiva stazza e il collo, che avrebbe potuto rivelare il suo sesso. Fu trattenuta in diversi punti, aspettando ogni volta che i corridoi si facessero sgomberi per poterla far passare.

Quando finalmente era arrivata alla sala riunioni, Murph l’aveva seguita dentro, mentre Toomey era rimasto di guardia alla porta. Dato che Toomey era sul metro e novantacinque e pesava probabilmente cento chili, con la testa completamente rasata e un perenno cipiglio in volto, Jessie dubitava che qualcuno avrebbe tentato di entrare senza permesso. Uno dei restanti agenti federali aspettava fuori dall’ingresso, nel passaggio che conduceva dal garage all’edificio, e il quarto percorreva lentamente il perimetro dell’edificio in auto, tenendo d’occhio la situazione e controllando che non ci fosse niente di insolito.

Jessie cacciò giù il senso di colpa per essere la causa di tutto quel procedimento. Sapeva di aver appena speso probabilmente migliaia di dollari dal denaro dei contribuenti statali, per una richiesta petulante. Ma c’era di più. Se fosse riuscita a portare il capitano Decker ad appoggiarla nel suo piano, il costo di quel breve tragitto in auto avrebbe potuto essere più che ripagato. Ma prima doveva convincerlo.

“Sai,” disse Murphy sottovoce dall’angolo in cui si trovava, parlando per la prima volta da quando erano entrati nella stanza. “Stiamo davvero tentando di tenerti al sicuro. Non sei tenuta a metterci i bastoni tra le ruote in ogni cosa che facciamo.”

“Non sto tentando di mettervi i bastoni tra le ruote,” insistette Jessie. “Sto cercando di dare una mano. E nonostante quello che il tuo capo possa pensare, sono in un’ottima posizione per farlo.”

“Cosa intendi dire?” chiese l’uomo mentre la porta della stanza si apriva e il capitano Decker entrava.

“Stai per scoprirlo,” gli promise Jessie.

Il capitano Decker, che sembrava senza fiato e infastidito, le lanciò un’occhiataccia. Non ancora sessantenne, ma dall’aspetto ben più vissuto, il capitano della Stazione Centrale era alto e magro, con solo pochi ciuffi di capelli su un’altrimenti totale calvizie. Il suo volto era solcato da rughe sviluppate in anni di lavoro stressante. Il naso appuntito e gli occhi piccoli e tondi le ricordavano un uccello sempre a caccia di una possibile preda.

“Tutto bene, capitano?” gli chiese Jessie. “Sembra che sia venuto qui di corsa.”

“Quando ti dicono che la tua profiler forense, che dovrebbe essere nascosta sotto l’ala della protezione testimoni, è in fondo al corridoio, ti viene da camminare con passo un po’ affrettato. Vorrebbe dirmi cosa c’è di così importante da obbligarmi a venire in questo angolo della stazione dimenticato da Dio, dove c’è più amianto che ossigeno nell’aria?”

Con la coda dell’occhio, Jessie scorse Murph che, a disagio, spostava il peso da un piede all’altro. Sorrise tra sé e sé. L’uomo ancora non conosceva il dono che Decker aveva per le esagerazioni.

“Assolutamente signore. Ma prima di farlo, posso chiederle come vanno le cose con la ricerca di… tutti?”

Decker sospirò pesantemente. Per un secondo parve potesse non rispondere, ma alla fine si accomodò sulla sedia di fronte a lei e parlò.

“Non particolarmente bene, a dire il vero,” ammise. “Sa che il primo giorno abbiamo catturato un fuggitivo del DNR, Jackson. Ne abbiamo preso un altro, Gimbel, un paio di giorni dopo. Ma da allora, nonostante le decine di piste credibili, non abbiamo avuto nessuna fortuna nel trovare gli altri due, né Crutchfield, né Cortez.”

“Pensa che siano tutti insieme?” chiese Jessie, già sapendo che per il servizio federale la risposta era no.

“No. Abbiamo visti i video della sorveglianza di Stokes e De La Rosa vicino all’ospedale quando sono evasi, ed erano ciascuno per la propria strada. Non abbiamo trovato nessun video di Crutchfield e Cortez, ma la teoria di lavoro è che siano ancora insieme.”

“Mmm,” disse Jessie. “Se solo aveste una specie di risorsa umana che abbia familiarità con entrambi gli uomini e potesse offrire degli indizi sui loro probabili schemi comportamentali.”

Il sarcasmo, pienamente intenzionale, le uscì dalle labbra senza sforzo. Decker quasi non sbatté le palpebre.

“E se solo questa risorsa non fosse il bersaglio dell’uomo con cui lei ha familiarità, potremmo anche approfittare di tali conoscenze,” le rispose.

Si fissarono in silenzio per un momento, nessuno dei due propenso a concedere la vittoria all’altro. Jessie alla fine cedette, decidendo che alienare l’uomo della cui autorizzazione aveva bisogno non era una mossa consigliata.

“E Xander Thurman? Un po’ di fortuna in più con lui?”

“No. È completamente svanito dal radar.”

“Anche con tutte quelle ferite?”

“Stiamo monitorando da allora ogni ospedale, pronto soccorso e clinica privata. Abbiamo inviato delle allerte addirittura ai veterinari. Non abbiamo trovato nulla.”

“Allora questo significa una di due cose,” concluse Jessie. “O ha accesso a qualcun altro che abbia conoscenze mediche, o qualcuno in uno di questi posti sta mentendo, magari perché minacciato. È impossibile che si sia potuto riprendere da quelle ferite senza alcun aiuto. Non ci credo.”

“Ne sono consapevole, signorina Hunt. Ma queste sono le informazioni che abbiamo al momento.”

“E se ne aveste di più?” chiese Jessie.

“Cosa intende dire?” domandò Decker.

“So come opera, proprio come so come opera Crutchfield. Crimini che potrebbero apparire non degni di nota agli occhi della maggior parte dei detective, io li potrei collegare a uno di loro. Se potessi controllare la cartella di un caso recente e investigare sulle piste più promettenti, magari potremmo trovare qualcosa.”

Dal fondo della stanza, Murph prese la parola.

“Mi sembra una mossa poco saggia.”

Jessie era felice di sentirglielo dire. Niente istigava Decker più di un collega esterno che offriva il proprio consiglio non richiesto. Portarlo a vedere l’agente federale come un intruso poteva solo esserle di aiuto. Mentre vedeva il suo capo accigliarsi, Jessie rimase in silenzio, permettendo alla dinamica di mettersi in azione.

“Cos’aveva esattamente in testa?” le chiese Decker a denti stretti.

Jessie non aspetto che cambiasse idea.

“Potrei dare un’occhiata ad aggressioni e omicidi violenti delle ultime settimane per vedere se in qualcuno di questi ci siano i tratti caratteristici dei due assassini. Se troviamo qualcosa che combacia, potrei seguire le piste più promettenti.”

Decker rimase seduto in silenzio, apparentemente considerando l’idea. Murph però non rimase zitto.

“Non può prendere veramente in considerazione una cosa del genere dopo tutti gli sforzi fatti dal Servizio Federale per darle una casa sicura.”

Ti prego, continua a discutere. Ti stai scavando la tomba.

Decker pareva profondamente combattuto, alle prese con una guerra interiore contro se stesso. Era chiaro che, nonostante la sua irritazione nei confronti di Murph, aveva l’impressione che l’uomo stesse dicendo delle cose sensate. Ma Jessie vedeva anche che c’era qualcos’altro che gli ronzava in testa, qualcosa di cui lei apparentemente non era al corrente.

“Il fatto è questo,” disse alla fine. “Come ho già detto, abbiamo un sacco di piste, forse troppe. Solo tentare di districarsi in mezzo ad esse è stata una sfida. Abbiamo ingaggiato il dipartimento dello sceriffo e altri dipartimenti di polizia vicini. Anche l’FBI si è inserita, offrendo qualche agente su casi ritenuti da loro rilevanti. Adesso siamo davvero dannatamente sovraccarichi. Non è che gli altri criminali si siano presi una vacanza perché noi abbiamo cinque psicopatici in più a piede libero. C’è stato il colpo di una gang due giorni fa. Qualcuno sta lasciando aghi di siringa nei parchi giochi della zona. Il tuo vecchio amico Hernandez è immerso in un triplo omicidio che oggi lo vede al Topanga Canyon. E, ah, comunque siamo alla seconda settimana di un’enorme epidemia di morbillo.”

“Cosa sta dicendo, capitano?” chiese Murph. Per la prima volta, Jessie pensò di poter percepire una sfumatura di rassegnazione nella sua voce.

Decker alla fine rivelò il segreto che si era tenuto dentro fino a quel punto.

“C’è effettivamente un caso che è capitato la scorsa notte e per cui penso lei potrebbe rivelarsi utile, Hunt. È successo a Studio City, quindi se ne sta occupando la stazione di Hollywood nord. Ma l’FBI si è interessata e ha ingaggiato un agente per darci un’occhiata. Pensavo di metterla in coppia con lui.”

“Di che caso si tratta?” chiese Jessie, contenendo la voce nonostante l’eccitazione che le cresceva dallo stomaco.

“Un accoltellamento, piuttosto raccapricciante. Nessun movente né alcun sospettato per il momento. Ma tutti e due i tuoi amici sono fan dei coltelli, giusto?”

“È vero,” confermò Jessie.

“Potrebbe non avere niente a che fare,” continuò Decker, “ma è la prima aggressione in cui mi imbatto e che sembra combaciare con il profilo.”

“Quindi ha in programma di farla rientrare in campo?” chiese Murph, anche se già sapeva la risposta.

“Beh, immagino che con un agente dell’FBI come partner e diversi agenti federali che vigilano su di lei, dovrebbe essere al sicuro. È una considerazione scorretta?”

“Capitano Decker,” rispose Murph con tono neutro. “Il generale punto di vista del Servizio Federale è che nessun protetto sia mai veramente al sicuro. E la mia personale opinione è che mettere questa testimone sotto protezione sul campo, direttamente a investigare su un omicidio potenzialmente commesso da una delle persone da cui stiamo cercando di proteggerla, sia singolarmente insicuro.”

“Ma,” intervenne Jessie, finalmente pronta a tirare fuori il suo asso nella manica, “non è realmente peggio dello stato attuale. Ormai da quasi due settimane sono stata sotto protezione. Ma nessuno ha scoperto nulla sugli uomini che mi danno la caccia, che possa cambiare tale stato attuale. La cosa sta diventando un costo per la città, per il Dipartimento di Polizia di Los Angeles e per il Servizio Federale, senza nessun risultato in vista. Per il modo in cui stanno andando le cose, potrei davvero trovarmi a dover assumere una nuova identità… per la seconda volta in vita mia!”

“Noi non la vediamo…” iniziò Murph.

“La prego di lasciarmi finire, agente,” lo interruppe Jessie, la sua voce ora priva di ogni traccia di sarcasmo o impertinenza. “Questa cosa deve finire. Faccio incubi ogni notte dove i miei protettori vengono assassinati. Salto per ogni rumore inaspettato e mi irrigidisco per ogni movimento improvviso. Sono una prigioniera in quella casa, anche se non ho fatto niente di sbagliato. Non è così che voglio vivere. Preferisco tentare di catturare questi uomini e finire morta, piuttosto che passare il resto dei miei giorni vivendo nella paura. Ho le abilità e le conoscenze per trovarli entrambi. Permettetemi di fare buon uso delle mie competenze. Non è una richiesta irragionevole.”

Decker e Murph si scambiarono un’occhiata. Dopo quella che parve un’eternità, l’agente federale parlò.

“Ne discuterò con Corcoran,” disse, poi aggiunse: “se accetterà certi termini.”

“Quali termini?” chiese Jessie, anche se era disposta ad accettare praticamente tutto a questo punto.

“La sua squadra di protezione rimane con lei tutto il tempo, nessun tentativo di seminarla. Lei continua a passare le notti nella casa messa in sicurezza. Lei accetta tutte le precauzioni di sicurezza sul campo, anche le manovre evasive che potrebbe considerare eccessive. Lei si sottopone al giudizio dei federali in qualsiasi scenario, indipendentemente da quanto eccessivamente cauta lei reputi la cosa. Se le diciamo di andarsene, lei se ne va, senza obiezioni. Può accettare questi termini, signorina Hunt?”

“Sì,” rispose lei senza esitazione, che accettasse realmente di aderirvi o meno.

“Allora, in attesa di autorizzazione da parte del mio superiore, potete procedere.”

Jessie guardò Decker, che pareva essere impegnato a contenere un sorriso.

“Vuole conoscere il suo collega temporaneo?” le chiese.




CAPITOLO QUATTRO


Jessie non era impressionata.

L’agente dell’FBI prestato al dipartimento per il caso di accoltellamento assomigliava a un vecchio giocatore di baseball chiamato a giocare perché tutti i migliori erano infortunati. Mentre gli andava incontro per presentarsi, Jessie notò che l’uomo, che sembrava essere – anno più anno meno – sulla quarantina, aveva una pancia piuttosto prominente per essere un agente dell’FBI.

Oltre a questo, i capelli erano lunghi e spettinati, e quasi del tutto grigi. Il volto segnato e l’odore di mare suggerivano che passasse più tempo a fare surf che a lavorare su un caso. Il soprabito che indossava aveva il colletto liso e il nodo della cravatta appariva allentato. E anche se era soltanto mattina, aveva già accumulato un’impressionante gamma di macchie di cibo sui pantaloni stropicciati.

“Jack Dolan,” disse, porgendole la mano mentre si avvicinava, ma senza aggiungere alcuna altra forma di saluto.

“Jessie Hunt,” disse lei, cercando di non sussultare per la sua stretta salda e forte.

“Ah sì, la famosa profiler forense, barra figlia di un serial killer, barra donna che sussurra agli psicopatici, che si nasconde dagli uomini che colpiscono di notte.”

“È quello che c’è scritto sul mio biglietto da visita,” rispose Jessie con tono acido, non proprio allietata dai presupposti che quel tizio stava elencando così su due piedi.

“Agente Dolan,” si intromise Decker, interrompendo il gelido scambio, “dato che il caso di accoltellamento di Studio City ha diverse potenziali caratteristiche tipiche sia di Xander Thurman che di Bolton Crutchfield, abbiamo deciso che la signorina Hunt debba unirsi a lei per valutare se ci sia la probabilità che uno di loro possa essere il responsabile.”

Dolan guardò Decker, poi Jessie e infine Murph.

“Quindi,” chiese, apparentemente confuso. “Ora sono io a farle da baby sitter? O facciamo a gara per chi arriva per primo?”

Jessie aprì la bocca, incerta su cosa poter dire senza dover ricorrere a delle parolacce. Ma prima che potesse anche solo dire una parola, Decker rispose.

“La consideri la sua collega per la durata del caso. Scommetto che lei coprirebbe le spalle di un collega, giusto, agente Dolan? Questo non è un caso diverso.”

Dolan trattenne la lingua. Con la coda dell’occhio, Jessie vide Murph che sopprimeva un sorriso. Si rivolse allora a Decker.

“Posso parlarle privatamente un secondo?” gli chiese.

Lui annuì ed entrambi fecero per uscire in corridoio.

“Aspettate,” disse Murph. “Usciamo io e l’agente. Voi due parlate qui: meno persone vi vedono e meglio è.”

Dopo che furono usciti, Jessie si voltò verso Decker con occhi di fuoco.

“È una specie di punizione? È per questo che mi sta mettendo a lavorare con questo tipo? Non potrebbe semplicemente sollevare Hernandez dal caso che sta seguendo e mettermi in squadra con lui?”

“Il detective Hernandez non è disponibile,” rispose lui con tono indifferente ma deciso. “Non andiamo a tirare fuori dei detective da un caso di triplice omicidio per accontentare i capricci di altri agenti. Non si aspetti di sentirlo a breve. Se accade, significa che non sta facendo il suo lavoro. Inoltre Dolan è più qualificato per questo caso. Ed è lui che è stato messo a disposizione dal Bureau. Quindi trovi un modo per lavorarci insieme. Altrimenti se ne può tornare alla sua casa di sicurezza. Sta a lei decidere, Hunt.”



*



Il tragitto in auto fino a Studio City fu particolarmente spiacevole.

Dolan chiaramente non era felice di dover viaggiare nel sedile posteriore di una berlina guidata da un agente federale. Murph e Toomey allo stesso modo non erano entusiasti di dover fare da autisti a due scontrosi investigatori. E Jessie era più o meno scocciata per tutto.

Nonostante quello che Dereck le aveva detto, si sentiva come se ci fossero tre baby sitter con lei nell’auto, e altri due nel veicolo che li seguiva. A quanto pareva il suo collega considerava il suo coinvolgimento nel caso solo una concessione simbolica. E gli agenti federali erano chiaramente risentiti per aver assunto quel ruolo di valletti accompagnatori. Quando arrivarono sulla scena del crimine, erano tutti tesi.

Toomey trovò facilmente la casa. Era la bella casetta a un piano in stile spagnolo con mezza dozzina di auto della polizia e infinite strisce di nastro giallo attorno. C’erano anche due furgoncini della televisione. L’agente passò oltre e parcheggiò a metà dell’isolato, dove nessuno li avrebbe visti.

“Come ci organizziamo?” chiese al resto dell’equipaggio. “Non possiamo permettere che la Hunt si faccia vedere entrare in quella casa. Se questa è opera di Thurman o di Crutchfield, staranno molto attenti se lei si fa vedere o meno. E anche se non si tratta di loro, certo non vogliamo che la sua faccia venga spiattellata su tutti i notiziari.”

Jessie aspettò che qualcuno di loro suggerisse la soluzione più ovvia. Vedendo che non lo facevano, prese la parola.

“Andiamo verso il retro,” ordinò loro. “Non c’è nessun vialetto. Significa che c’è un accesso al garage dal viale. Lì saremo alla larga dalle troupe televisive, che non riusciranno a portare i loro grossi furgoni da quella parte. In questo modo dovremmo riuscire ad entrare senza avere troppe videocamere o macchine fotografiche nelle vicinanze.”

Nessuno parve avere obiezioni, quindi Toomey rimise l’auto in moto e seguì le sue istruzioni. Avvisò via radio gli altri agenti per metterli a conoscenza del piano e disse loro di restare sulla strada principale.

In effetti lo stretto viale era bloccato da macchine di pattuglia da entrambi i lati. Loro passarono oltre e uscirono. Murph e Dolan mostrarono i badge all’agente più vicino, che li lasciò passare senza chiedere il documento né di Toomey, né di Jessie, che era ovviamente riluttante a rivelare la propria identità a chiunque, anche a un poliziotto.

Entrarono a piedi dal cancello sul retro e salirono i gradini del portico fino all’ingresso, dove un altro agente chiese le loro generalità. Questo era più riluttante a farli passare senza vedere i documenti di ciascuno. Ma Dolan si chinò in avanti e sussurrò all’orecchio dell’uomo qualcosa che Jessie non poté sentire. L’uomo annuì e fece un passo indietro per farli entrare.

Mentre varcavano la soglia, Jessie cercò di eliminare dalla propria testa tutti gli intoppi della mattinata per concentrarsi solo su ciò che la circondava. Ora si trovava impegnata in un caso e la vittima, chiunque essa sia, meritava tutta la sua attenzione.

La porta sul retro si apriva sulla cucina, che era in stile contemporaneo e ben fornita dei più moderni elettrodomestici. In effetti tutto sembrava così nuovo e intatto da sembrare che ogni cosa fosse stata messa a nuovo negli ultimi sei mesi. Qualcosa di quel posto le ricordava le ville nuove di zecca di tutte quelle ricche coppie della contea di Orange, dove lei aveva brevemente vissuto prima di venire a sapere che il suo attuale ex-marito, Kyle Voss, era un violento sociopatico.

“Chi vive qui?” chiese senza rivolgersi a nessuno in particolare.

Nell’angolo c’era agente in uniforme dall’aspetto giovane e con i capelli biondi che sentendola venne loro incontro.

“Pensavo che i detective avessero finito,” disse.

“L’FBI sta dando una mano,” spiegò Dolan, mostrando il suo cartellino e guardando la targhetta con il nome del giovane agente. “Può dirci qualcosa, agente Martin?”

“Sì, signore,” rispose Martin. “La casa è affittata a due donne. Gabrielle Cantu e Claire Stanton. La Stanton è la vittima. Aveva ventitré anni. È stata trovata questa mattina presto dalla Cantu e dall’uomo con cui era uscita.”

“Dove si trova ora la Cantu?” chiese Jessie.

“A casa dell’uomo,” rispose l’agente Martin. “Vive subito dopo la collina fuori da Mulholland Drive. La ragazza non ha familiari in città, quindi lui si è offerto di ospitarla fino a che non si sentirà meglio. È chiaro che non si senta a suo agio all’idea di tornare qui, e non lo sarà per un bel po’.”

“Dove è stata trovata la Stanton?” chiese Dolan.

“Nel bagno,” disse Martin. “Vi faccio vedere.”

Mentre faceva strada lungo il corridoio, Jessie notò che gli agenti federali Murph e Toomey stavano a distanza. Sembravano meno interessati ai dettagli del caso che a osservare tutti gli altri – agenti, gente presente sulla scena del crimine – all’interno della casa. Anche in una casa piena di agenti di polizia, tutto era considerato come potenziale minaccia per un testimone sotto protezione, nella fattispecie lei.

Jessie si chiese di che genere di affari si occupassero Gabrielle e Claire per potersi permettere di affittare un posto come quello ad appena vent’anni. Pensò che fossero entrambe impiegate in aziende di alto livello.

Ma la sua esperienza maturata fino ad ora in questo lavoro le diceva che era più probabile che fossero modelle o beneficiarie di fondi fiduciari. Poteva anche darsi che fossero attrici. E anche se era uno stereotipo, il fatto che abitassero nella San Fernando Valley aumentava le possibilità che si esibissero in spettacoli di varietà per adulti.

Il salotto aveva un grande televisore mega-schermo con altoparlanti per il dolby surround, poltrone in pelle e un angolo bar. Quando imboccarono il corridoio che portava alle camere, Jessie notò che non c’era molto da dire in materie di pezzi d’arte. C’erano gingilli e dispositivi tecnologici, ma niente che suggerisse che le tenutarie avessero investito a lungo termine sulla casa.

Quando raggiunsero la prima camera da letto, l’agente Martin si fermò.

“Questa era la stanza di Claire Stanton,” disse. “Il bagno la collega alla camera dell’altra ragazza. È così che l’ha trovata. La Stanton era nella vasca.”

“La squadra che si occupa della scena del crimine ha finito qui?” chiese Jessie. “Va bene se entriamo?”

“Sì. Il corpo è stato portato via. Se vuole le posso far mandare le foto dall’investigatore della scena del crimine.”

“Grazie,” rispose Jessie, entrando nel bagno.

Il corpo era stato anche portato via, ma i resti della carneficina erano ancora lì. Mentre il resto del bagno appariva intatto, la vasca, un modello in stile antico, posizionata al centro, era ricoperta di sangue, la maggior parte del quale si era raggrumato in una pozza scura e viscosa vicino al buco di scolo.

Mentre Jessie studiava la scena, le foto le arrivarono sul telefono dal CSI. Lei le aprì mentre Dolan, che aveva ricevuto lo stesso messaggio, faceva la stessa cosa con il suo telefono.

Nella prima immagine il corpo di Claire Stanton si vedeva steso nella vasca, a faccia in su, con un braccio allungato fuori dal bordo. Aveva gli occhi sgranati e il sangue le scendeva dal collo, ricoprendole il petto e buona parte del volto.

Ciononostante, si vedeva che la ragazza era bella, anche più delle camionate di bellocce che aspiravano a Hollywood. Bionda e piccolina, con gambe e braccia toniche e abbronzate, assomigliava alla cheerleader principale di una grossa università.

Altre fotografie mostravano particolari del collo e delle ferite inferte. Anche se era difficile esserne sicuri, una prima ispezione dei tagli, irregolari e sbrindellati, dava l’impressione che non fossero stati causati da coltelli. Se Jessie avesse dovuto indovinare, avrebbe detto un cacciavite o…

“Chiavi,” disse Dolan.

“Cosa?” chiese l’agente Martin dall’angolo della stanza.

“Queste ferite al collo, sembrano fatte con delle chiavi lunghe. Gli operatori che hanno lavorato sulla scena del crimine hanno detto qualcosa al riguardo?”

“Non ero nei paraggi mentre stavano valutano la scena, agente,” ammise.

“Penso che tu abbia ragione,” disse Jessie. “È come se i colpi fossero arrivati da diverse angolazioni, affondando a profondità differenti, quasi come se l’aggressore tenesse in mano diverse chiavi e gliele abbia piantate tutte nel collo contemporaneamente.”

“Non sapevo che avessi un addestramento in analisi della scena del crimine,” disse Dolan, inarcando le sopracciglia scettico.

“Non ce l’ho. Ma ho imparato a vedere quello che ho davanti agli occhi,” ribatté lei. “E ho anche una certa esperienza in aggressioni con armi da taglio. Cosa più importante, ho una formazione in comportamento psicologico. E sulla base delle immagini preliminari che abbiamo qui, direi che stiamo probabilmente trattando una scena di crimine passionale, piuttosto che un’aggressione premeditata.”

“Come fai a dirlo?” chiese Dolan, senza mettersi a discutere.

“È difficile immaginare che uno premediti di scegliere le chiavi come metodo d’attacco. È un casino e non è certo uno strumento sicuro in termini di efficacia. A me sembra più una cosa improvvisata.

“Un crimine passionale?” ripeté Dolan con tono canzonatorio.

“È un cliché, ma sì.”

“Questo non dà grosso sostegno della teoria che si sia tratto di Crutchfield o di Thurman,” puntualizzò lui. “Da quello che ho capito, sono entrambi piuttosto meticolosi.”

“Sono d’accordo che in questo modo la cosa appaia meno probabile.”

“Quando è arrivata la chiamata?” chiese Dolan, rivolgendosi di nuovo all’agente Martin.

“Un po’ dopo le due del mattino. La Cantu e il suo compagno erano tornati da una serata fuori. Lei è andata in bagno e l’ha trovata. L’uomo, che si chiama Carter Harrington, ha chiamato il nove-uno-uno.”

Dolan girò per il bagno per qualche altro secondo, l’espressione annoiata.

“Penso che abbiamo raccolto tutto quello di cui avevamo bisogno qui,” disse, rivolgendosi a Jessie. “Che ne dici se andiamo a trovare Gabrielle Cantu e vediamo se ci può dare un po’ di dettagli in più?”

Jessie annuì. Aveva la percezione che stesse tentando di trascinare avanti le cose. Se questo caso non era collegato a uno dei suoi eccezionali serial killer, chiaramente l’agente aveva intenzione di stabilirlo rapidamente, in modo da poter scaricare tanto il caso quanto lei nel minor tempo possibile.

Anche se la cosa le pareva uno sgarbo, Jessie non poteva biasimarlo completamente. Era un agente che inseguiva dei serial killer, non vittime di goffi omicidi messi in atto con un mazzo di chiavi. E anche se odiava ammetterlo, lo era anche lei.




CAPITOLO CINQUE


Qualsiasi cosa facesse nella vita il partner di Gabrielle, Carter Harrington, certo era ben pagato. La cartella che Jessie aveva letto mentre si recavano lì lo identificava solo come ‘investitore commerciale’, il che poteva significare praticamente ogni cosa. La sua villa contornata da mura sulla Briar Summit Drive, subito fuori dalla Mulholland Drive, era una casa di tre piani con veduta sia sulla San Fernando Valley che sul lato ovest di Los Angeles. Dopo aver suonato e aver ottenuto l’accesso dal grande cancello d’ingresso, l’auto con Jessie, Dolan, Murph e Toomey percorse il viale fino al posteggio di fronte all’abitazione. Gli altri agenti rimasero fuori dalla proprietà all’interno del loro veicolo.

Carter Harrington uscì per accoglierli. Un uomo tra i quaranta e cinquant’anni, con i capelli sale e pepe e il fisico atletico che suggeriva avesse tempo a volontà per allenarsi, Harrington indossava un outfit casual, con una maglietta polo, pantaloncini da spiaggia e sandali. Sorrise, ma dai suoi occhi arrossati e annebbiati era chiaro che era stato sveglio tutta la notte.

“Carter Harrington,” disse porgendo la mano a Jessie prima e poi a Dolan. “Spiacente di fare la vostra conoscenza in circostanze simili.”

“Certo,” disse Jessie. “Io sono Jessie Hunt del Dipartimento di Polizia di Los Angeles e questo è Jack Dolan dell’FBI. Grazie per aver acconsentito a riceverci così rapidamente.”

“L’FBI?” chiese Harrington, chiaramente sorpreso. “E i detective con cui ho parlato alla casa?”

“Oh, loro sono ancora la squadra primaria in questa indagine,” disse Dolan con disinvoltura. “Ma stiamo trattando questo caso come un affare multi-giurisdizionale. Non è cosa insolita.”

Harrington parve accettare la risposta, anche se a parere di Jessie era completamente priva di significato, il che era probabilmente il motivo per cui Dolan l’aveva data.

“Dove si trova la signorina Cantu?” chiese Jessie.

“Oh, giusto,” disse l’uomo, come se avesse ricordato in quel momento il motivo della loro visita. “Gabby è in salotto a guardare la TV. Ha preso una dose di Zoloft per calmarsi, ma è sveglia. Credo siate capitati nel momento giusto. È cosciente, ma non agitata.”

“Ottimo,” disse Dolan. “Magari potrebbe darci la sua versione degli eventi mentre ci dirigiamo verso di lei.”

“Certo,” disse Harrington, prima di notare che solo Murph si univa a loro, mentre Toomey restava in auto.”

“Ehm, che succede al vostro amico lì?” chiese.

“Oh, è qui per supporto morale,” disse Dolan senza mezzi termini. “Non presti attenzione a lui o a quest’altro tizio. Siamo io e la Hunt a gestire i dettagli del caso.”

“Ok,” rispose Harrington, facendo loro strada in casa senza aggiungere altro anche se era ovviamente perplesso dall’intera faccenda.

“Allora,” disse Jessie, cercando di spostare l’attenzione altrove. “Cosa stavate facendo in casa ieri notte?”

“Giusto. Quello,” disse, improvvisamente a disagio mentre percorrevano un corridoio con le pareti rivestite di legno. “Io e Gabby eravamo stati fuori la sera. Era il nostro primo appuntamento e siamo andati a ballare in un paio di locali. Lei mi ha invitata a casa sua e io ho accettato. Mi stavo… accomodando in camera sua mentre lei andava un attimo in bagno. Di colpo l’ho sentita gridare e sono corso dentro. Ho trovato quello che hanno visto poi i vostri colleghi. La sua coinquilina era distesa nella vasca. Ho chiamato subito il nove-uno-uno. Ci siamo messi in salotto e siamo rimasti lì fino a che non sono arrivati gli aiuti.”

“Non aveva mai incontrato Claire prima?” chiese Dolan.

Harrington si fermò davanti all’ingresso di una grande stanza che Jessie ipotizzò essere il salotto. Poteva sentire il rumore della TV di sottofondo.

“No. Non sapevo neanche che Gabby aveva una coinquilina. Come ho detto, era il nostro primo appuntamento. Avevamo solo parlato al telefono e ci eravamo scambiati dei messaggi.”

“Come ha conosciuto Gabby?” chiese Jessie, cercando di assumere un tono il più indifferente possibile.

“Tramite un sito per appuntamenti,” le rispose lui.

E tua moglie lo sa?

Jessie era tentata di fare la domanda, ma decise di trattenersi per più tardi, se ce ne fosse stato bisogno. Il cerchio di pelle chiara sul dito altrimenti abbronzato di Harrington suggeriva che fosse un neo-divorziato o che si fosse tolto la fede per l’occasione.

“Le spiace presentarci?” chiese Dolan. “Non vogliamo spaventarla entrando così.”

“Certamente,” disse Harrington, conducendoli nell’ampio salotto, con il soffitto a volta e le finestre a vetri che andavano da pavimento a soffitto.

“Gabby,” disse l’uomo con voce decisa ma gentile. “C’è qui della gente che vorrebbe vederti.”

Una donna sdraiata su una chaise lounge alzò la testa. Anche se sembrava esausta e aveva gli occhi rossi, probabilmente per aver pianto per ore, era comunque bellissima. Più esotica e sensuale dell’amica Claire, che aveva un look da perfetta americana, Gabrielle aveva lunghi capelli scuri che le cadevano a cascata oltre le spalle. Mentre si tirava su sedendosi, Jessie vide che aveva quel genere di corpo voluttuoso capace di convincere uno come Carter Harrington a nascondere la propria fede nuziale.

“Chi sono?” chiese la ragazza, in parte spaventata e in parte sulla difensiva.

“Mi chiamo Jessie, Gabby,” rispose Jessie con tono gentile, prendendo l’iniziativa. “Questo è Jack. facciamo parte della squadra che indaga su ciò che è successo la scorsa notte. Sappiamo che hai già risposto ad alcune domande, ma ne abbiamo delle altre per te. Pensi di potercela fare?”

“Immagino di sì,” rispose Gabby con riluttanza.

“Grazie,” disse Jessie, avvicinandosi e sedendosi sul divano più vicino alla poltroncina. “Cercheremo di fare veloci. So che sarai distrutta.”

Gabby annuì, poi guardò verso l’angolo della stanza.

“Quello chi è?” chiese, indicando l’agente federale che si era posizionato tra l’ingresso al salotto e il corridoio che avevano appena attraversato.

“Quello è Murph,” disse Jessie. “Non è un gran chiacchierone. Ma è davvero intelligente. Per lo più lui ascolta. Saremo io e Jack a fare le domande. Perché non ti siedi, Jack?”

Lanciò a Jack la sua migliore occhiata da ‘siediti che la stai terrorizzando’. L’agente parve capire e prese posto.

“Allora, iniziamo con questo, Gabby,” cominciò Jessie. “Sai se qualcuno avesse minacciato Claire recentemente? Magari un ex o un collega con cui aveva bisticciato?”

Gabby rimase seduta un momento, rovistando nella propria memoria.

“Niente che mi venga in mente,” disse alla fine. “Era uno zuccherino. Era difficile che qualcuno si potesse davvero arrabbiare con lei.”

“Davvero?” insistette Jessie. “Una bella ragazza come lei… mi verrebbe da immaginare che probabilmente dovesse avere a che fare con pretendenti delusi.”

“Forse. Può darsi. Ma era davvero brava a mollare con facilità i tipi con cui usciva. Proprio come ieri: l’ho sentita al telefono che diceva a qualcuno che non poteva più vederlo. È stata davvero gentile.”

“Quindi ha avuto effettivamente una discussione recentemente,” sottolineò Dolan.

“Oh sì, direi di sì,” disse Gabby, sembrando accorgersi solo ora che la chiamata corrispondeva a ciò che Jessie aveva appena descritto.

“Con chi stava parlando?” chiese Jessie rapidamente, non volendo che l’atmosfera si facesse troppo accusatoria.

“Non lo so. L’altra voce sulla linea era forte. Ma io ero in un’altra stanza. Non volevo che Claire si accorgesse che stavo ascoltando. Voi non potete rintracciare questo tipo di cose?”

“Sì, Gabby, possiamo farlo,” la rassicurò Jessie. “Cos’altro ci puoi dire della scorsa notte?”

“Ho già raccontato agli altri detective dell’appuntamento che aveva quella sera. Di solito teneva tutti i dettagli nel telefono.”

“È possibile che abbia portato il tipo a casa, come hai fatto tu con Carter?” chiese Jessie.

“Ne dubito,” disse Gabby, mettendosi più comoda sulla poltrona. Sembrava che la mente le si stesse un po’ annebbiando.

“Perché no?” chiese Jessie.

“Non le piaceva portare gli uomini a casa nostra. Se si sentiva… in vena, di solito andava lei a casa loro. Non le piaceva che la gente sapesse dove viveva. Aveva avuto alcune brutte esperienze, sapete?”

“A dire il vero,” intervenne Dolan con tono scocciato, “no, non lo sappiamo. Ma sembra esattamente il genere di cosa che ci piacerebbe seguire. Puoi darci dei nomi?”

“Non me ne viene in mente nessuno,” disse Gabby,” ignara del fatto che si stava ripetutamente contraddicendo. “Non tenevo le fila di quelli con cui usciva, a meno che lei non dicesse il nome un po’ di volte. Immaginavo che se non era abbastanza importante per lei, non serviva che me lo fissassi nella memoria neppure io.”

Jessie aveva l’impressione che tra tutte e due avessero tanti di quegli appuntamenti che tenere traccia dei nomi era davvero una sfida. Guardò verso Carter Harrington, che stava spostando il peso da un piede all’altro, evidentemente a disagio, come se la conversazione si stesse addentrando in un territorio che avrebbe preferito evitare. Lei era dibattuta se questo fosse il momento di entrare proprio in quei luoghi, ma Dolan la anticipò tuffandocisi a capofitto.

“Signorina Cantu,” disse, il tono che perdeva ogni pretesa di calore. “È piuttosto evidente che lei ci sta nascondendo alcune cose. Non so se lei ne sia consapevole, ma mentire a un agente federale è un crimine.”

Jessie si sentì sprofondare il cuore nel petto. La ragazza era già fragile, e minacciarla sembrava controproducente.

“Non sto ment…” iniziò a dire Gabby.

Dolan la interruppe.

“Anche dire che non sta mentendo potrebbe essere interpretato come menzogna,” le fece notare. “C’è sicuramente qualcosa nei suoi partner e in quelli della signorina Claire che lei sta evitando di condividere con noi. Capisco. Non vuole incriminarsi. Ma il fatto è che alla fine scopriremo tutto comunque. Le uniche domande sono: sarà prima o dopo, e lei sarà di aiuto o no? Se sarà prima e lei ci sarà di aiuto, possiamo essere molto disponibili. Se sarà più tardi e lei non ci aiuta, potremmo rivelarci molto duri.”

Gabby sembrava terrorizzata. Jessie tentò di tamponare un poco le cose senza pestare troppo i piedi a Dolan. Cercò di non fare né la poliziotta buona, né tantomeno quella cattiva.

“Gabby, il tuo aiuto in questo momento potrebbe fare la differenza nel permetterci o meno di catturare chiunque abbia fatto questa cosa a Claire. Ogni secondo che ci troviamo al buio è un altro secondo in cui il killer può nascondere il suo coinvolgimento e coprire le tracce. Non vuoi essere responsabile di questo, vero?”

La ragazza scosse la testa.

“E non vuoi neanche affrontare accuse di ostruzione in un’indagine federale,” aggiunse Dolan con forza.

“No,” sussurrò Gabby.

“E allora sentiamo,” aggiunse l’agente.

“Non abbiamo infranto nessuna legge,” insistette lei con voce lamentosa. “Solo… uscivamo con un sacco di tipi. Più che altro più grandi, a volte sposati.”

“Siete delle escort?” chiese Dolan, rifiutandosi di ammansirsi.

“No!” rispose lei con fermezza. “Lasciavamo solo che ci comprassero delle cose. Ogni tanto facevamo bingo, e uno di loro diventava un… sì, insomma, uno che ci poteva mantenere.”

“Capisco,” disse Dolan, sforzandosi ammirevolmente di mantenere una voce neutra e priva di giudizio questa volta.

“Beh, è questo che cerchiamo,” disse lei prima di voltarsi verso Harrington e aggiungere: “Senza offesa.”

“Credimi,” disse Jessie, “niente di tutto questo è uno shock per lui. Sapeva in cosa si metteva. Vai avanti.”

“Quindi, quando una di noi trovava uno di questi ricconi, lui di solito acconsentiva a pagarci l’affitto o altre cose del genere. A volte poteva durare qualche settimana. A volte andava avanti per mesi. Di solito avevamo una rotazione di uomini. Ma a volte si trasformava in qualcosa di più. Una di noi magari diventava una specie di amante professionista per un po’ di tempo. Alla fine rompevamo quando la cosa si faceva noiosa. A volte era l’uomo a finirla, soprattutto quando sospettava che la moglie potesse scoprirlo.”

“Come poteva fare la moglie a scoprirlo?” chiese Jessie. “E ricorda quello che ha detto l’agente Dolan sul mentire all’FBI.”

“È possibile che io o Claire dicessimo al tizio che la moglie poteva venire a sapere la verità. Di solito questo li spaventa. A volte ci davano anche un piccolo extra per assicurarsi che mantenessimo il silenzio.”

“Questa si chiama estorsione,” sottolineò Dolan.

“Cosa?” chiese Gabby, sinceramente ignara.

“Non volevate potare avanti le relazioni?” chiese Jessie rapidamente, non volendo inciampare su questioni secondarie. “Magari sperando che il tizio lasciasse sua moglie per voi?”

“Ma scherza?” chiese Gabby, mostrandosi quasi insultata. “Ho ventitré anni. Non sono pronta a mettere su famiglia. In questo modo posso avere tutti i benefici, ma continuare a fare festa senza trovarmi il collare al collo. Il senso di tutto questo sistema è di divertirsi senza dover lavorare troppo per farlo. Cioè, magari quando sarò più grande farò famiglia, tipo a ventisei anni o giù di lì. Ma adesso voglio solo spassarmela.”

Ci fu un lungo silenzio nella stanza. Nessuno sembrava come reagire a quella bomba di verità. Jessie cercò di convincersi che nella mente di Gabby lei doveva essere decisamente una ‘vecchia’, essendo ormai vicina ai trent’anni.

“Come trovavate questi tizi?” riuscì a chiedere alla fine.

“C’è un sito. Si chiama “Look of Love” o ‘LOL’ in breve. Aiuta i tipi benestanti di una certa età a conoscere e fissare appuntamenti con ragazze giovani e amichevoli. Quello che succede dopo sta a loro.”

“Si registra un profilo sul sito?” insistette Jessie.

“Sì, così i tizi possono trovare le ragazze che sono il loro tipo. E allo stesso tempo il sito può fare un controllo sulla sicurezza dell’uomo in questione.”

Jessie e Dolan guardarono verso Harrington, che si era ritirato nell’angolo del salotto e stava guardando fuori da una delle enormi finestre che si affacciava su Santa Monica.

“Lei si è sottoposto a uno di questi controlli?” gli chiese Dolan.

Harrington si girò verso di lui, sospirò profondamente e si avvicinò.

“Sì,” ammise.

“Non era preoccupato che questo sito la classificasse come cliente?” chiese Jessie curiosa.

“Ne ho sentito parlare tramite un amico che ha garantito per esso. Conosce il tipo che gestisce il sito, quindi c’è una certa responsabilità. E poi è un circolo piuttosto esclusivo. Ci sono tra i quindici e venti clienti e meno di cento ragazze. È nell’interesse di tutti tenere le cose ben protette.”

“Avremo bisogno del nome del gestore del sito,” gli disse Jessie.

Harrington parve sbiancare.

“Ma come ha detto Gabby,” tentennò, “non c’è niente di illegale. È solo un servizio di appuntamenti molto esclusivo.”

“Non abbiamo intenzione di farlo chiudere,” gli assicurò Jessie, anche se l’idea era allettante. “Dobbiamo solo accedere al profilo di Claire e allo storico dei suoi appuntamenti.”

“Direte che avete avuto le informazioni da me?” piagnucolò lui.

“Solo se sarà necessario,” disse Dolan, mostrando quella che Jessie considerò essere una maggiore deferenza nei suoi confronti che verso Gabby.

“Non si preoccupi,” disse lei aspramente. “Credo che riuscirà a tenere la cosa nascosta a sua moglie, almeno fino al processo.”

“Cosa?” chiese lui, sinceramente inorridito.

“Signor Harrington,” disse Jessie, sapendo che si stava divertendo più di quanto avrebbe probabilmente dovuto. “Quando prenderemo questo assassino, lui andrà a processo. Lei dovrà testimoniare in pubblica udienza. Quindi farà bene a escogitare un piano per spiegare alla signora Harrington della sua qui presente partner. Forse farebbe bene a chiamarla prima che torni da qualsiasi genere di viaggio stia attualmente facendo, quello che l’ha portata ad adagiarsi comodamente in compagnia di Gabrielle. Le auguro buona fortuna.”




CAPITOLO SEI


Jessie era rimasta a bocca aperta.

“Puoi ripetere, scusa?” chiese incredula.

“Mi hai sentito benissimo,” le disse Dolan mentre stavano nel vialetto di fronte alla villa di Harrington. “Ora che il caso è chiuso, io me ne torno alla stazione.”

“Il caso non è chiuso,” puntualizzò Jessie. “C’è un assassino con gli occhi iniettati di sangue là fuori da qualche parte.”

“Questa non è una mia preoccupazione,” disse Dolan con indifferenza. “Il caso è chiuso per quanto riguarda Crutchfield o Thurman. È chiaro che chiunque abbia ucciso quella ragazza, non è stato uno di loro. E dato che io sto inseguendo loro, questo caso è ufficialmente retrocesso di importanza. E poi i detective di Hollywood nord possono benissimo arrangiarsi con questa faccenda. Possono prendere i nomi dal sito di appuntamenti e trovare quelli che non hanno un alibi. Scommetto che questa cosa sarà risolta nel giro di dodici ore, e senza il nostro aiuto.”

Jessie sapeva che aveva ragione. I detective originali, che lei ancora non aveva incontrato, erano probabilmente più adatti a lavorare su questo caso. E non sembrava più esserci nessun collegamento con nessuno dei due serial killer a cui lei era associata. Questo rendeva difficile trovare un modo per giustificare il loro interesse per questo assassino.

Ma lei voleva davvero scoprire chi fosse. Non tutti i suoi motivi erano altruistici. Uno era la semplice emozione dell’inseguimento. Essendo stata relegata nella casa di alta sicurezza del programma di protezione testimoni per un bel po’ di giorni, non aveva potuto levarsi quel prurito. Ora che aveva avuto un assaggio della caccia, non era più capace di respingere quell’istinto.

Sapeva anche che se il capitano Decker avesse confermato come Dolan che questo caso non aveva nessun collegamento con i loro due serial killer, le sue decantate conoscenze sul campo e le sue doti forensi sarebbero diventate opinabili. Le era stato concesso di assistere a questo caso solo perché sembrava che qui lei avrebbe potuto fornire una visione speciale dell’assassino. Ora non era più vero, quindi non c’era motivo che lei stesse lì. E questo significava probabilmente che l’avrebbero rispedita in quella noiosa casa di Palms, dove avrebbe trascorso infinite e insopportabili ore accanto alla piscina. Qualsiasi cosa avesse potuto impedire un tale risultato, valeva la pena di essere tentata.

Infine, al di là della sua situazione privata, c’era la ragazza. Aveva visto il volto di Claire, così giovane e bello, impietrito in una maschera di paura. Aveva visto gli orribili buchi che le avevano trasformato il collo in un macello. Solo perché non era la vittima di un serial killer non significava che Claire Stanton non meritasse giustizia. Se Jessie poteva contribuire alla sua causa, aveva l’obbligo di farlo. Non poteva abbandonare il caso solo perché non risultava più conveniente per lei. Quindi mentì.

“Non possiamo ancora sapere se non è il lavoro di Crutchfield o di Thurman,” disse, facendo voltare anche Murph e Toomey per la sorpresa.

“Di che stai parlando?” chiese Dolan incredulo. “Questo omicidio non ha nessuno dei segni di uno di quei due.”

“Nessuno dei segni ovvi,” disse lei con impressionante convinzione. “Ma entrambi i nostri uomini sono furbi. Sanno che usare i loro metodi standard li tradirebbe. Usare delle chiavi come arma del delitto permetterebbe loro di soddisfare l’urgenza omicida senza rivelare il loro coinvolgimento. Sarebbe effettivamente una mossa intelligente per eliminare i sospetti, cosa che sembra funzionare con tutti voi proprio in questo momento.”

Dolan la fissò con un miscuglio di disorientamento, frustrazione e un pizzico di ammirazione.

“Stai davvero tentando di vendermi l’idea che Thurman o Crutchfield, mentre stanno scappando al nostro inseguimento, e in un caso anche con brutte ferite, si sono presi il tempo di venire fino alla San Fernando Valley e ammazzare una ragazza a caso con un’arma che nessuno dei due ha mai usato prima?”

Jessie sorrise educatamente davanti alla sua tirata, sapendo che la cosa lo avrebbe fatto solo infuriare di più.

“Non devo vendere nessuna idea a te, agente Dolan. Devo solo venderla al mio capitano. Sei più che benvenuto a lasciare il caso e io continuerò a seguirlo da sola. Come hai sottolineato tu, ci sono due pericolosi killer a piede libero, e io fra tutti intendo non lasciare nessuna carta da scoprire mentre diamo loro la caccia. Ma tu fai come credi.”

“Sei davvero un bel tipo,” le disse Dolan.

Jessie sorrise dolcemente mentre apriva la portiera dell’auto ed entrava.

“Così dicono.”



*



La sicurezza di Jessie non ci mise molto a crollare.

Tornata alla stazione, mentre aspettava di parlare con il capitano Decker, vide che c’era qualcosa in atto. Nessuno disse niente apertamente, ma lei poteva percepire una certa energia nell’aria.

Si chiese se non fosse emersa qualche altra pista credibile nella caccia ai due uomini, cosa che avrebbe potuto rendere meno convincente la sua discutibile argomentazione a restare incaricata del caso della Stanton. Se così fosse, Jessie non aveva un piano di riserva. Qualsiasi cosa stesse accadendo, era una cosa grossa. La fecero entrare nella stessa sala conferenze isolata, dove aspettò insieme a Murph per venti lunghi e piatti minuti. Dolan era scomparso.

“Tu sai cosa stia succedendo?” chiese a Murph.

Lui la guardò, in un certo senso soddisfatto del suo disagio.

“Come faccio a saperlo?” le chiese. “Sono chiuso qua dentro insieme a te.”

“Hai l’auricolare,” gli disse lei. “Sono sicura che ti mandano degli aggiornamenti.”

“Non ti so aiutare,” le rispose, apparentemente soddisfatto di trovarsi in una posizione di maggiore controllo dopo aver passato diverse ore da autista personale. Prima che Jessie potesse rispondere, la porta si aprì ed entrarono sia Decker che Dolan.

“Ci sono stati degli sviluppi,” disse il capitano senza alcun preambolo.

Jessie capì subito che, qualsiasi fossero le novità, non erano niente di buono. Il volto già profondamente segnato di Decker aveva ancora più rughe del solito e l’uomo sembrava riluttante a guardarla negli occhi. In qualche modo Jessie sapeva che le novità riguardavano lei. Decker sembrava esitare su come procedere. Dietro di lui, Dolan sembrava ancora più taciturno del solito.

“Vada avanti, capitano,” disse Jessie, preparandosi al peggio. “Ce la posso fare.”

“Abbiamo trovato Ernie Cortez.”

Avrebbe dovuto essere una notizia fantastica. Ernie era l’agente addetto alla sicurezza del DNR che aveva ucciso i suoi colleghi, aiutando Bolton Crutchfield a scappare. Se era stato localizzato, finalmente avrebbero potuto ottenere una pista sulla posizione di Crutchfield stesso. Ma l’atteggiamento di entrambi gli uomini le suggeriva di non esaltarsi troppo.

“Mi pare di intuire che c’è dell’altro,” disse.

“È morto,” disse Decker con un sospiro.

“Infarto?” chiese Jessie scettica, cercando di tenere a bada il panico che stava salendo.

Dolan fece un passo avanti.

“L’hanno trovato in un cassonetto dell’immondizia a sei isolati da qui. Era squartato dallo sterno al ventre. Le interiora erano gettate vicino al cassonetto. Ecco come sono riusciti a trovarlo.”

Jessie si appoggiò allo schienale della sedia, cercando di elaborare la notizia. Crutchfield aveva segretamente coltivato per anni l’amicizia con Ernie, essenzialmente seducendolo. La cosa aveva funzionato tanto bene che Ernie aveva accettato di massacrare una mezza dozzina di colleghi per mettersi al servizio di un serial killer. E ora Crutchfield l’aveva eliminato brutalmente e senza tanto cerimonie.

Perché? Ernie l’aveva deluso o in qualche modo fatto arrabbiare? Si era rivoltato contro di lui?

Ma sapeva che quello non poteva essere il motivo principale. Se così fosse, Crutchfield non avrebbe lasciato il corpo così vicino al posto dove sapeva che Jessie lavorava. Quello era un messaggio. Per lei.

“Cosa state omettendo? Qual è la parte che avete paura di raccontarmi?”

I due uomini si guardarono. Nell’angolo della stanza, Murph stava a testa bassa fissandosi le scarpe.




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