Quasi scomparsa
Blake Pierce


“Un capolavoro del thriller e del mistero. Blake Pierce ha fatto un ottimo lavoro sviluppando dei personaggi con un lato psicologico così ben descritto da farci sentire come dentro alle loro teste, seguendo le loro paure e gioendo per i loro successi. Pieno di svolte, questo libro vi terrà svegli fino a che non girerete l’ultima pagina.” --Books and Movie Reviews, Roberto Mattos (riguardo a Il killer della rosa) QUASI SCOMPARSA (LA RAGAZZA ALLA PARI — LIBRO UNO) è il primo libro di una nuova serie di thriller psicologici dell’autore campione d’incassi Blake Pierce, il cui best seller numero #1, Il killer della rosa (scaricabile gratuitamente) ha più di 1.000 recensioni da cinque stelle.Quando la ventitreenne Cassandra Vale accetta il suo primo incarico come ragazza alla pari, si ritrova a vivere con una ricca famiglia in una tenuta di campagna fuori Parigi e sembra tutto troppo bello per essere vero. Ma la giovane scoprirà ben presto che dietro ai cancelli dorati si trovano una famiglia disastrata, un matrimonio perverso, bambini problematici, e segreti troppo cupi per essere svelati. Cassandra è convinta di poter finalmente cominciare una nuova vita, quando accetta di lavorare come ragazza alla pari nella meravigliosa campagna francese. Appena fuori dai confini di Parigi, la tenuta Dubois è una stupenda reliquia del passato, e gli abitanti rappresentano la classica famiglia da fotografia. È proprio quello di cui Cassandra ha bisogno — finché la scoperta di oscuri segreti le dimostra che le cose non sono meravigliose come appaiono.Sotto l'ostentata ricchezza giace una fitta rete di perfidia, che Cassandra avverte fin troppo familiare e che le provoca sogni derivanti dal proprio violento e torturato passato, da cui è scappata anni prima, disperata. E quando l'equilibrio familiare viene fatto a pezzi da un raccapricciante omicidio, minaccia di portare con sé anche il precario equilibrio mentale della ragazza. Un giallo avvincente con personaggi complessi, segreti su segreti, drammatici colpi di scena e suspence da cardiopalma, QUASI SCOMPARSA è il primo libro di una serie di thriller psicologico che ti farà rimanere incollato alle pagine fino a notte fonda. Il Libro Due — QUASI PERDUTA — è disponibile per la prenotazione!







QUASI SCOMPARSA



(LA RAGAZZA ALLA PARI — LIBRO UNO)



B L A K E P I E R C E



EDIZIONE ITALIANA

A CURA DI

FRANCESCA FONTANA


Blake Pierce



Blake Pierce è l’autore della serie di successo dei misteri di RILEY PAGE, che si compone (al momento) di tredici libri. Blake Pierce è anche autore della serie dei misteri di MACKENZIE WHITE, composta (al momento) da nove libri; della serie dei misteri di AVERY BLACK, composta da sei libri; della serie dei misteri di KERI LOCKE, composta da cinque libri; della serie di gialli GLI INIZI DI RILEY PAIGE, composta (al momento) da tre libri; della serie dei misteri di KATE WISE, composta (al momento) da due libri; della serie dei thriller-psicologici di CHLOE FINE, composta (al momento) da tre libri; della serie dei thriller-psicologici di JESSE HUNT, composta (al momento) da tre libri.



Avido lettore e appassionato da sempre di gialli e thriller, Blake riceve con piacere i vostri commenti, perciò non esitate a visitare la sua pagina www.blakepierceauthor.com per saperne di più e restare in contatto con l’autore.










Copyright © 2019 by Blake Pierce. Tutti i diritti riservati. Ad eccezione di quanto concesso dal governo USA. Secondo la legge sul Copyright del 1976, nessuna parte di questa pubblicazione può essere riprodotta, distribuita o trasmessa in nessuna forma o mezzo, o archiviata in un database o un sistema di raccolta, senza permesso dell'autore. Questo libro è concesso in licenza per il solo uso personale. Questo ebook non può essere rivenduto o regalato ad altre persone. Se vuoi condividere questo libro con altre persone, acquista una copia supplementare per ogni ricevente. Se stai leggendo questo libro senza averlo acquistato, o se non è stato acquistato per il tuo solo utilizzo, ti chiediamo di restituirlo e comprarne una copia personale. Grazie per rispettare il duro lavoro di quest'autore. Si tratta di un'opera di fantasia. Tutti i nomi, personaggi, aziende, organizzazioni, luoghi, eventi e avvenimenti sono frutto della fantasia dell'autore o usati in maniera romanzesca. Ogni riferimento a persone reali, vive o defunte, è del tutto casuale. Immagine di copertina Copyright cactus_camera, usata tramite licenza da Shutterstock.com.


LIBRI DI BLAKE PIERCE



LA RAGAZZA ALLA PARI

QUASI SCOMPARSA (Libro #1)

QUASI PERDUTA (Libro #2)

QUASI MORTA (Libro #3)



THRILLER DI ZOE PRIME

IL VOLTO DELLA MORTE (Libro #1)

IL VOLTO DELL’OMICIDIO (Libro #2)

IL VOLTO DELLA PAURA (Libro #3)



I THRILLER PSICOLOGICI DI JESSIE HUNT

LA MOGLIE PERFETTA (Libro #1)

IL QUARTIERE PERFETTO (Libro #2)

LA CASA PERFETTA (Libro #3)

IL SORRISO PERFETTO (Libro #4)

LA BUGIA PERFETTA (Libro #5)



I GIALLI PSICOLOGICI DI CHLOE FINE

LA PORTA ACCANTO (Libro #1)

LA BUGIA DI UN VICINO (Libro #2)

VICOLO CIECO (Libro #3)

UN VICINO SILENZIOSO (Libro #4)

RITORNA A CASA (Libro #5)



I GIALLI DI KATE WISE

SE LEI SAPESSE (Libro #1)

SE LEI VEDESSE (Libro #2)

SE LEI SCAPPASSE (Libro #3)

SE LEI SI NASCONDESSE (Libro #4)

SE FOSSE FUGGITA (Libro #5)



GLI INIZI DI RILEY PAIGE

LA PRIMA CACCIA (Libro #1)

IL KILLER PAGLIACCIO (Libro #2)

ADESCAMENTO (Libro #3)

CATTURA (Libro #4)



I MISTERI DI RILEY PAIGE

IL KILLER DELLA ROSA (Libro #1)

IL SUSSURRATORE DELLE CATENE (Libro #2)

OSCURITA’ PERVERSA (Libro #3)

IL KILLER DELL’OROLOGIO (Libro #4)

KILLER PER CASO (Libro #5)

CORSA CONTRO LA FOLLIA (Libro #6)

MORTE AL COLLEGE (Libro #7)

UN CASO IRRISOLTO (Libro #8)

UN KILLER TRA I SOLDATI (Libro #9)

IN CERCA DI VENDETTA (Libro #10)

LA CLESSIDRA DEL KILLER (Libro #11)

MORTE SUI BINARI (Libro #12)

MARITI NEL MIRINO (Libro #13)

IL RISVEGLIO DEL KILLER (Libro #14)

IL TESTIMONE SILENZIOSO (Libro #15)

OMICIDI CASUALI (Libro #16)

IL KILLER DI HALLOWEEN (Libro #17)



UN RACCONTO BREVE DI RILEY PAIGE

UNA LEZIONE TORMENTATA



I MISTERI DI MACKENZIE WHITE

PRIMA CHE UCCIDA (Libro #1)

UNA NUOVA CHANCE (Libro #2)

PRIMA CHE BRAMI (Libro #3)

PRIMA CHE PRENDA (Libro #4)

PRIMA CHE ABBIA BISOGNO (Libro #5)

PRIMA CHE SENTA (Libro #6)

PRIMA CHE COMMETTA PECCATO (Libro #7)

PRIMA CHE DIA LA CACCIA (Libro #8)

PRIMA CHE AFFERRI LA PREDA (Libro #9)

PRIMA CHE ANELI (Libro #10)

PRIMA CHE FUGGA (Libro #11)

PRIMA CHE INVIDI (Libro #12)



I MISTERI DI AVERY BLACK

UNA RAGIONE PER UCCIDERE (Libro #1)

UNA RAGIONE PER SCAPPARE (Libro #2)

UNA RAGIONE PER NASCONDERSI (Libro #3)

UNA RAGIONE PER TEMERE (Libro #4)

UNA RAGIONE PER SALVARSI (Libro #5)

UNA RAGIONE PER MORIRE (Libro #6)



I MISTERI DI KERI LOCKE

TRACCE DI MORTE (Libro #1)

TRACCE DI OMICIDIO (Libro #2)

TRACCE DI PECCATO (Libro #3)

TRACCE DI CRIMINE (Libro #4)

TRACCE DI SPERANZA (Libro #5)


INDICE



CAPITOLO UNO (#ua84470d5-a8fc-50fe-b2e7-8fd850617d5b)

CAPITOLO DUE (#u0d763803-6a6a-5ead-ba92-5eb334ba1f1a)

CAPITOLO TRE (#u7638011d-c2d7-521a-be20-5e9f9b46440a)

CAPITOLO QUATTRO (#ue49f75a9-90a5-54c5-9d7a-9ffb99e0f6db)

CAPITOLO CINQUE (#u90dce0fd-0ab9-5f96-bfd3-33cce78f1408)

CAPITOLO SEI (#u7611e613-d2e2-5ff4-9174-8e9d5fa13d4f)

CAPITOLO SETTE (#u87529c6b-a667-559b-bbec-3038bad3aed1)

CAPITOLO OTTO (#ua581c4e0-9958-5e4a-ad0a-5111a28c2e6b)

CAPITOLO NOVE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO DIECI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO UNDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO DODICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TREDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUATTORDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUINDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO SEDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO DICIASSETTE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO DICIOTTO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO DICIANNOVE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTUNO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTIDUE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTITRE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTIQUATTRO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTICINQUE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTISEI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTISETTE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTOTTO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTINOVE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTA (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTUNO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTADUE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTATRE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTAQUATTRO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTACINQUE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTASEI (#litres_trial_promo)




CAPITOLO UNO


La ventitreenne Cassandra Vale era seduta su una delle due sedie di plastica della sala d'attesa dell'agenzia per ragazze alla pari, e fissava i poster e le cartine appese al muro di fronte a lei. Proprio sopra il vistoso logo delle Ragazze alla pari Europee di Maureen c'erano un poster della Torre Eiffel e uno della Porta di Brandeburgo. Accanto a questi si potevano osservare altre due immagini da sogno: un Café in una corte con il pavimento di ciottoli e un villaggio pittoresco affacciato sull'azzurro del mare. La ragazza avrebbe desiderato trovarsi in uno qualunque di quei luoghi.

L'ufficio dell'agenzia era angusto e soffocante. L'aria condizionata era accesa, ma produceva solo un rantolo fastidioso e dal condotto non usciva nemmeno un filo d'aria. Cassie allungò un braccio e si asciugò distrattamente una goccia di sudore che le stava scendendo lungo la guancia. Non sapeva per quanto ancora avrebbe potuto resistere.

La porta dell'ufficio si aprì improvvisamente e lei balzò in piedi, afferrando i documenti che aveva appoggiato sulla sedia accanto. Si scoraggiò immediatamente, nel vedere un'altra candidata uscire dalla porta, una giovane bionda alta e magra, che emanava tutta la sicurezza che lei stessa desiderava avere. L’altra ragazza sorrideva soddisfatta e reggeva un fascio di documenti dall'aspetto ufficiale. Guardò Cassie a malapena quando le passò accanto.

Lo stomaco di Cassie si chiuse. Diede un'occhiata ai suoi documenti, chiedendosi se anche lei avrebbe ottenuto un lavoro, o se sarebbe tornata a casa delusa e umiliata. Sapeva di avere un’esperienza miseramente inadeguata, e di non avere alcuna vera qualifica di assistenza all'infanzia. La settimana precedente aveva cercato lavoro presso un'agenzia per navi da crociera, ma l’avevano rifiutata. Le avevano detto che senza esperienza non potevano nemmeno farle un colloquio ufficiale. Se anche qui valeva la stessa cosa, non aveva alcuna possibilità.

“Cassandra Vale? Sono Maureen. Prego, entra”.

Cassie alzò lo sguardo. Sulla soglia della porta c'era una donna coi capelli grigi con un tailleur nero; si trattava chiaramente della proprietaria.

La ragazza scattò in piedi, e i documenti che aveva sistemato ordinatamente nel fascicolo caddero per terra. Li raccolse frettolosamente e, con il volto in fiamme, entrò velocemente nella stanza dedicata ai colloqui.

Mentre Maureen scorreva tra i documenti con un'espressione imbronciata, Cassie iniziò a mordersi le pellicine delle unghie. Quando se ne rese conto, intrecciò le mani. Era l’unica soluzione contro la sua nervosa abitudine.

Provò a respirare profondamente, per calmarsi. Cercò di convincersi che la sua possibilità di andarsene da quel posto non dipendesse unicamente dalla decisione di quella donna. C'erano altri modi per fuggire e ricominciare. Ma, al momento, sembrava che quel lavoro fosse l’unica possibilità che le fosse rimasta. La compagnia di navi da crociera l’aveva rifiutata in modo deciso. Cassie aveva anche pensato di insegnare inglese, ma era praticamente impossibile farlo senza le giuste qualifiche, e ottenerle era troppo costoso. Avrebbe dovuto risparmiare per un altro anno solo per potersi permettere di intraprendere i corsi, e in quel momento, non aveva la possibilità di aspettare. La settimana precedente, quel lusso le era stato tolto.

"Quindi, Cassandra, sei cresciuta a Millville, New Jersey? La tua famiglia vive ancora lì?”, chiese infine Maureen.

“Per favore, mi chiami pure Cassie”, rispose lei, “e no, si sono trasferiti”. Cassie strinse ulteriormente le mani. La svolta che stava prendendo quel colloquio iniziò a farla preoccupare. La ragazza non si aspettava di dover fornire informazioni dettagliate sulla sua famiglia, ma si stava rendendo conto di come fosse una cosa abbastanza ovvia. L’agenzia aveva bisogno di sapere di più riguardo al passato famigliare delle candidate, visto che le ragazze alla pari vivono e lavorano nelle case dei clienti. Cassie si rese conto che avrebbe dovuto pensare in fretta, perché anche se non aveva intenzione di mentire, temeva che la verità avrebbe messo a repentaglio le sue possibilità di successo.

“E tua sorella maggiore? Qui dici che lavora all'estero, corretto?”

Con gran sollievo della ragazza, Maureen era passata oltre. Cassie aveva già pensato a come rispondere in caso le fosse stato chiesto di sua sorella, e aveva intenzione di promuovere la sua causa in modo che non fossero necessari dettagli da confermare in alcun modo.

“I viaggi di mia sorella mi hanno sicuramente ispirato a cercare un lavoro all'estero. Ho sempre voluto vivere in un altro Paese, e amo l'Europa. La Francia in modo particolare, perché parlo il francese fluentemente”.

“Lo hai studiato?”

“Sì, per due anni, ma la lingua mi era familiare anche prima. Mia madre è cresciuta in Francia e talvolta a casa faceva qualche traduzione come freelance quando ero piccola, perciò sia io che mia sorella siamo cresciute con una buona comprensione del francese parlato".

Maureen fece una domanda in francese “Cosa speri di ottenere lavorando come ragazza alla pari?”

La ragazza fu contenta di essere in grado di rispondere in modo fluente “Imparare qualcosa di più sulla vita in un altro Paese, e migliorare le mie abilità linguistiche".

Sperava che la sua risposta colpisse Maureen, ma l’espressione della donna rimase austera mentre terminò di scrutare i documenti.

“Vivi ancora coi tuoi, Cassie?”

Di nuovo a parlare della vita famigliare… che Maureen sospettasse che lei le stesse nascondendo qualcosa? Doveva stare attenta a come avrebbe risposto. Il fatto che se ne fosse andata di casa a sedici anni avrebbe destato sospetti ai fini del colloquio. Perché così giovane? C'erano problemi a casa? Avrebbe dovuto raccontare una storia migliore della realtà, che facesse pensare ad una vita famigliare normale e felice.

"Vivo da sola da quando avevo vent’anni”, disse, sentendo il volto arrossire per la vergogna.

“Lavorando part time. Vedo che hai indicato come referente Primi. Si tratta di un ristorante?”

“Sì, ho fatto la cameriera lì negli ultimi due anni". Il che, per fortuna, era vero. Prima di quello, Cassie aveva avuto molti altri lavori, e aveva anche trascorso un periodo in una bettola, poiché faceva fatica a permettersi il suo alloggio condiviso e la sua scuola a distanza. Primi, il suo lavoro più recente, era stato il migliore. Gli impiegati del ristorante erano come la famiglia che non aveva mai avuto. Ma non c'era futuro lì: lo stipendio era basso e le mance non erano meglio. Gli affari in quella parte della città non andavano bene. Cassie aveva deciso di trasferirsi già da tempo, ma stava aspettando il momento opportuno. Quella decisione però era diventata urgente, da quando la sua situazione era peggiorata.

“Esperienza coi bambini?” Maureen osservò Cassie da sopra gli occhiali, e lei sentì lo stomaco contorcersi.

“Ho fatto assistenza in un asilo nido per tre mesi, prima di iniziare a lavorare da Primi. Le referenze sono nel fascicolo. Mi hanno fatto fare un training di base su sicurezza e primo soccorso, e hanno controllato il mio passato e la mia fedina penale”, farfugliò la ragazza, sperando che la sua esperienza fosse sufficiente. Quella posizione era stata solo temporanea, per coprire un congedo per maternità. Cassie non avrebbe mai pensato che potesse essere il trampolino di lancio per un'opportunità successiva.

“Ho anche gestito feste per bambini al ristorante. Sono una persona molto socievole. Cioè, vado d'accordo con gli altri, e sono paziente...”

Le labbra di Maureen si strinsero. “È un peccato che la tua esperienza non sia più recente. Inoltre non hai alcuna certificazione in assistenza all'infanzia. La maggior parte delle famiglie richiede un certificato, o per lo meno, maggiore esperienza. Sarà difficile trovarti un posto con così poco da offrire”.

Cassie fissò disperatamente la donna. Doveva ottenere un lavoro a tutti i costi. Le possibilità erano due. Andarsene… o rimanere intrappolata in un ciclo di violenze da cui pensava di essere fuggita quando se n'era andata di casa.

I lividi sul braccio erano comparsi dopo qualche giorno, ben definiti. Era possibile persino vedere i segni delle nocche del suo fidanzato, nel punto in cui l’aveva colpita. Zane, che al secondo appuntamento le aveva promesso di amarla e proteggerla ad ogni costo.

Quando i segni iniziarono a farsi evidenti, a Cassie era tornato in mente di aver avuto lividi quasi identici dieci anni prima, nello stesso punto, e le erano venuti i brividi lungo la schiena. All’inizio era stato il braccio. Poi il collo, ed infine la faccia. Anche quella volta, i segni erano stati causati da colui che doveva proteggerla — suo padre.

L’uomo aveva iniziato a colpirla quando Cassie aveva solo dodici anni, dopo che sua sorella Jacqui era scappata. Prima di quel momento, era lei a sopportare il peso della rabbia dell’uomo. La sua presenza aveva protetto Cassie dal peggio.

I lividi che le aveva fatto Zane erano ancora visibili; sarebbero rimasti lì ancora per un po’. La ragazza aveva indossato una maglia a maniche lunghe per coprirli durante il colloquio, e faceva più caldo del normale in quell'ufficio soffocante.

“Potrebbe consigliarmi un altro posto?” chiese a Maureen. “So che questa è la migliore agenzia locale, ma potrebbe suggerirmi un sito online dove fare domanda?”

“Non posso suggerirti alcun sito web”, rispose Maureen con fermezza. “Ci sono stati troppi candidati che hanno avuto delle brutte esperienze. Alcuni sono finiti in situazioni in cui non venivano rispettate le loro ore di lavoro, o dove ci si aspettava che facessero anche le pulizie oltre ad accudire i bambini. E non è corretto per chiunque sia coinvolto. Ho anche sentito di ragazze alla pari che subivano abusi di tipo differente. Perciò, no, mi spiace”.

“La prego — non vi è nessuno nei vostri database che potrebbe prendermi in considerazione? Lavoro duro e imparo in fretta, mi so adattare senza problemi. La prego, mi dia una possibilità”.

Maureen rimase in silenzio per un attimo, poi picchiettò sulla tastiera, imbronciata.

“La tua famiglia — cosa pensano della tua idea di viaggiare per un anno? Hai un fidanzato, una persona che lasceresti qui?”

“Mi sono lasciata da poco col mio ragazzo. E sono sempre stata molto indipendente, la mia famiglia lo sa”.

Zane si era messo a piangere e si era scusato dopo averla colpita, ma lei non aveva ceduto, ripensando al monito di sua sorella, che le aveva dato molto tempo addietro e che si era rivelato vero sin da allora “Nessun uomo colpisce una donna una volta sola”.

Cassie aveva fatto i bagagli e si era trasferita da un amico. Per evitare Zane, aveva bloccato le sue chiamate e cambiato i turni al lavoro. Sperava che il ragazzo accettasse la sua decisione e la lasciasse in pace, anche se in fondo sapeva che non sarebbe stato così. Sarebbe stato molto meglio se fosse stato lui a decidere di lasciarla e non il contrario. Il suo ego non era in grado di accettare un rifiuto.

Infatti Zane era già stato al ristorante a cercarla. Il direttore gli aveva detto che Cassie si era presa due settimane di vacanza per andare in Florida. Questo le aveva fatto guadagnare tempo, ma sapeva che lui avrebbe contato i giorni. Ancora una settimana, e a quel punto avrebbe iniziato di nuovo a darle la caccia.

Cassie aveva la sensazione che gli Stati Uniti fossero un territorio troppo piccolo per riuscire a sfuggirgli. Voleva che ci fosse un oceano — uno grande — tra di loro. Perché la sua paura peggiore era quella di rivelarsi debole, perdonarlo, e dargli un'altra possibilità.

Maureen finì di controllare i suoi documenti e proseguì, ponendo alcune domande standard che Cassie ritenne molto più semplici. Le chiese dei suoi hobby, dei farmaci che assumeva, delle sue intolleranze ed allergie.

“Non ho particolari esigenze alimentari o allergie. E nessun problema di salute”.

Cassie sperava che i farmaci per l'ansia che assumeva non contassero tra quelli per malattie croniche. Decise che sarebbe stato meglio non farne parola, perché era certa che sarebbero stati un grosso campanello d'allarme.

Maureen scrisse un appunto sul documento.

Poi le chiese “Cosa faresti se i bambini che ti vengono affidati fossero insolenti o disobbedienti? Come gestiresti la situazione?”

Cassie fece un respiro profondo.

“Beh, non credo vi sia una risposta che possa andare bene per ogni occasione. Un bimbo che nel disubbidire corre verso una strada pericolosa, richiederebbe un approccio diverso da uno che non vuole mangiare le verdure. Nel primo caso si tratterebbe di preservarne l'incolumità e di togliere il bimbo dal pericolo il più velocemente possibile. Nel secondo cercherei di ragionare con lui e negoziare — perché non ti piacciono? È per il loro aspetto o per il sapore? Ti va di provare ad assaggiarle? Dopo tutto, ognuno di noi passa attraverso diverse fasi in relazione al cibo, che di solito passano, crescendo”.

Maureen parve soddisfatta, ma le domande successive furono più complesse.

“Cosa faresti se scoprissi che un bambino ti sta mentendo? Per esempio, se ti dicesse che ha il permesso di fare qualcosa che invece i genitori hanno vietato?”

“Direi che non gli è permesso, e gli spiegherei il motivo, se ne fossi a conoscenza. Suggerirei di parlarne insieme ai genitori, e discutere la regola come una famiglia, per aiutarlo a capire perché è importante”. Cassie si sentiva come se stesse camminando su una fune, e sperava che le sue risposte fossero accettabili.

“Come reagiresti se ti trovassi testimone di una lite familiare? Vivendo in casa con la famiglia, potrebbe capitare di assistere a momenti in cui le persone al loro interno non vanno d'accordo”.

Cassie chiuse gli occhi per un momento, costringendosi a respingere ricordi che le parole di Maureen le avevano fatto tornare in mente. Urla, vetri infranti, vicini che urlavano con rabbia. Una sedia incastrata sotto la maniglia della sua camera da letto, l'unica debole protezione a cui era riuscita a pensare.

Ma proprio mentre stava per dire che si chiuderebbe coi bambini in una stanza sicura e chiamerebbe immediatamente la polizia, Cassie si rese conto che la donna sicuramente non si stava riferendo a quel tipo di litigio. Perché mai avrebbe dovuto? Stava sicuramente parlando di una lite verbale, di qualche parola detta in modo seccato, o urlata con rabbia; di un piccolo litigio temporaneo più che una devastazione totale.

“Cercherei di fare in modo che i bambini non sentano”, disse, scegliendo accuratamente le parole. “E rispetterei la privacy dei genitori, stando lontano io stessa. Dopo tutto, i litigi sono parte della vita e una ragazza alla pari non ha alcun diritto di intromettersi, e prendere una delle due parti”.

A questo punto, finalmente, Cassie si guadagnò un piccolo sorriso.

“È un'ottima risposta”, disse Maureen. La signora controllò nuovamente il computer e annuì, come per confermare una decisione che aveva appena preso.

“Ho solo una possibilità da offrirti. Una posizione con una famiglia francese”, disse, e il cuore di Cassie ebbe un sussulto. La giovane ripiombò coi piedi per terra, però, non appena Maureen aggiunse “La loro ultima ragazza alla pari se n'è andata all'improvviso dopo un mese, e stanno facendo fatica a trovare un rimpiazzo”.

Cassie si morse il labbro. Non sapeva se la ragazza fosse stata licenziata o se ne fosse andata — ma non poteva permettersi che le accadesse la stessa cosa. Avrebbe dovuto investire tutti i suoi risparmi per poter coprire le spese d'agenzia e il costo del biglietto aereo. Doveva fare in modo di far funzionare quel rapporto di lavoro ad ogni costo.

Maureen aggiunse “Si tratta di una famiglia ricca con una bellissima casa. Non in città. È una dimora di campagna, in una grossa tenuta. C'è un frutteto e una piccola vigna — non commerciale — e hanno anche dei cavalli, ma non è richiesto che tu abbia conoscenze equestri. In ogni caso, avresti la possibilità di imparare a cavalcare una volta lì, se lo desideri”.

“Mi piacerebbe un sacco”, disse Cassie. Il fascino della campagna francese, e la promessa di cavalli, la convinsero che forse valeva la pena correre il rischio. E una famiglia ricca sicuramente voleva dire maggior sicurezza lavorativa. Forse l'ultima ragazza alla pari non se la sentiva di provare veramente.

Maureen si sistemò gli occhiali prima di scrivere un appunto sul modulo di Cassie.

“Ora, ci tengo a sottolineare che questo non è un lavoro semplice in tutte le famiglie. Alcune risultano essere una sfida, e altre sono veramente difficili. Il successo dell’incarico dipenderà tutto da te”.

“Farò del mio meglio perché non sorga alcun problema”.

“Non è consentito lasciare un lavoro prima della fine dell'anno. Se dovesse succedere, sarai costretta a sostenere delle ingenti spese di annullamento e non potrai più lavorare con noi. I dettagli sono specificati nel contratto”. Maureen colpì la pagina con la sua penna.

“Sono certa che non succederà”, rispose Cassie con determinazione.

“Bene. L'ultima cosa da discutere, allora, sono le tempistiche”.

“Sì. Quando posso partire?” chiese Cassie, sentendosi nuovamente in ansia al pensiero di quanto a lungo avrebbe ancora dovuto nascondersi.

“Di solito ci vogliono circa sei settimane, ma questa famiglia ha molta urgenza, quindi cercheremo di rendere il tutto più rapido. Se le cose procedono come spero, potresti partire entro una settimana. Potrebbe andar bene?”

“È — è perfetto”, balbettò. “La prego, accetto. Farò il possibile perché tutto vada per il meglio, e non la deluderò”.

La donna la fissò a lungo, come per farsi un'idea per l'ultima volta.

“Non farlo”, disse.




CAPITOLO DUE


Gli aeroporti sono luoghi perfetti per gli addii, pensò Cassie. Saluti frettolosi, un ambiente impersonale che ti priva delle parole che vorresti davvero dire, e del tempo per dirle nel modo giusto.

La ragazza aveva insistito affinché l'amica che l'aveva accompagnata in aeroporto la lasciasse fuori, invece che entrare con lei. Un abbraccio prima di scendere dalla macchina era rapido e semplice. Meglio di un caffè costoso e di una conversazione imbarazzante, che si sarebbe esaurita all'avvicinarsi dell'orario della partenza. Dopo tutto, Cassie viaggiava da sola, lasciandosi alle spalle tutti quelli che conosceva. Aveva senso cominciare quel viaggio il prima possibile.

Mentre spingeva il carrello coi bagagli all'interno del terminal, la ragazza ebbe una sensazione di sollievo per gli obiettivi che aveva raggiunto fino a quel momento. Era riuscita ad ottenere il lavoro — l'obiettivo più importante della sua vita. Aveva pagato il volo e le spese di agenzia, aveva ottenuto il visto con una procedura d'urgenza, ed era in orario per fare il check-in. Aveva impacchettato le sue cose seguendo le istruzioni della lista che le era stata fornita — era davvero grata per lo zaino blu con il logo di “Ragazze alla pari di Maureen” che le avevano dato, perché nella sua valigia non ci sarebbe stato spazio per tutti i suoi vestiti.

Cassie era certa che da quel momento in poi, fino a quando fosse atterrata a Parigi, tutto sarebbe filato liscio.

Ma quando lo vide, si fermò sui suoi passi, col cuore che batteva all'impazzata.

Il ragazzo si trovava vicino all'ingresso del terminal, con le spalle al muro e i pollici infilati nelle tasche della giacca di pelle che gli aveva regalato lei. Si notava facilmente, fermo ad osservare la folla, per via della sua altezza, degli scuri capelli in piedi, e della sua mascella aggressiva.

Zane.

Doveva aver scoperto l'orario di partenza del suo volo. Alcuni amici di Cassie le avevano detto che il suo ex ragazzo aveva fatto qualche telefonata, per chiedere dove fosse, per controllare se la storia della Florida reggesse. Zane era un manipolatore, e non tutti conoscevano la loro situazione. Qualcuno doveva avergli detto la verità, ingenuamente.

Prima che potesse guardare verso di lei, Cassie girò il carrello coi bagagli, gettandosi il cappuccio della felpa in testa per nascondere i capelli rossi. Si affrettò verso la direzione opposta al ragazzo, nascondendo il carrello dietro ad un pilastro e fuori dal suo campo visivo.

Il check-in dell'Air France si trovava dall’altro lato del terminal. Non vi era modo di raggiungerlo senza che lui la vedesse.

Pensa, Cassie, disse tra sé e sé. In passato, lo stesso Zane l'aveva elogiata per la sua abilità di riuscire a ideare velocemente un piano, in una situazione difficile. “Sei brava ad improvvisare” le aveva detto. Era successo all'inizio della loro relazione. Verso la fine, lui la accusava aspramente di essere meschina, subdola, e fin troppo fottutamente sveglia per il suo stesso bene.

Era proprio il momento di essere fottutamente sveglia. Cassie fece un respiro profondo, cercando di farsi venire in mente un'idea. Zane si trovava vicino all'entrata del terminal. Perché? Sarebbe stato più semplice attendere accanto al banco del check-in, dove l’avrebbe vista di sicuro. Perciò non sapeva con quale compagnia avrebbe volato la ragazza. Chiunque gli avesse dato quell'informazione non lo sapeva, o non gliel'aveva detto. Se Cassie fosse riuscita a trovare un'altra strada per il banco della compagnia aerea, sarebbe riuscita a fare il check-in prima che lui potesse notarla.

Scaricò il bagaglio, mettendosi il pesante zaino sulle spalle e trascinandosi dietro la valigia. C’erano delle scale mobili all'ingresso dell’edificio — ci era passata di fronte quando era entrata. Sarebbe potuta salire all'ultimo piano e cercarne altre all'estremità opposta, per scendere. Sperava di trovarne, o eventualmente di poter usare un ascensore.

Dopo aver abbandonato il carrello per i bagagli, Cassie si affrettò nella direzione da cui era venuta e salì con le scale mobili. Arrivata al piano superiore, ne notò altre all'estremità opposta dell’atrio, ma queste erano fuori servizio. La ragazza scese per le scale ripide, trascinandosi dietro la pesante valigia. Il banco per il check-in dell'Air France si trovava poco distante, ma Cassie iniziò ad agitarsi quando vide che si era già formata una lunga e lenta coda.

Coprendosi ancora meglio col cappuccio grigio, si mise in fila, prese un libro dalla borsa e cominciò a leggere. Non riusciva a concentrarsi, e il cappuccio la stava soffocando. Voleva strapparselo di dosso, e far asciugare il sudore che le si stava formando sul collo. Non poteva rischiare, però, perché i suoi capelli chiari sarebbero stati subito visibili. Era meglio rimanere nascosta.

Ma poi sentì una mano sulla spalla.

Si girò di scatto, ansimando, e si trovò a fissare gli occhi sorpresi di un'alta ragazza bionda, che aveva più o meno la sua età.

“Scusa se ti ho spaventato”, disse la giovane. “Mi chiamo Jess. Ho visto il tuo zaino e ho pensato di salutarti”.

“Oh. Sì. Le ragazze alla pari di Maureen”.

“Stai partendo per un impiego?” chiese Jess.

“Sì”.

“Anche io. Vuoi provare a vedere se riusciamo a prendere dei posti vicini? Potremmo chiederlo al check-in”.

Mentre Jess chiacchierava del tempo in Francia, Cassie guardava nervosamente intorno al terminal. Sapeva che Zane non si sarebbe arreso facilmente — non dopo aver guidato fin lì. Avrebbe preteso qualcosa da lei — delle scuse, una promessa. L'avrebbe obbligata a seguirlo per “un bicchiere di addio” e avrebbe fatto scoppiare un litigio. A lui non sarebbe assolutamente importato se lei fosse arrivata in Francia con dei lividi freschi… o se avesse perso il volo.

Poi lo vide. Il ragazzo stava camminando nella sua direzione, e si trovava ormai a pochi banconi di distanza. La stava cercando attentamente in tutte le file.

Cassie si girò immediatamente, nell'eventualità che lui potesse percepire il suo sguardo. Con un barlume di speranza, vide che lei e Jess avevano raggiunto l'inizio della fila.

“Signora, dovrebbe toglierselo”, le disse l'addetto al check-in, indicando il suo cappuccio.

Completamente riluttante, Cassie lo spinse indietro.

“Ehi, Cass!” Sentì Zane urlare.

La ragazza si bloccò, sapendo che una risposta di qualunque tipo avrebbe provocato un disastro.

Maldestra per via del nervosismo, si fece scappare il passaporto dalle mani e, quando si abbassò per raccoglierlo, il pesante zaino le cadde in testa.

Sentì un altro urlo, e questa volta si voltò.

Zane l'aveva vista, e si stava facendo spazio lungo la fila, spingendo le altre persone. Gli altri passeggeri si stavano arrabbiando; poteva sentire il volume delle loro voci aumentare. Zane stava causando scompiglio.

“Vorremmo sederci vicine, se possibile”, Jess disse all'impiegato, e Cassie si morse le labbra per l'ulteriore ritardo.

Zane urlò nuovamente, e con una brutta sensazione, la ragazza si rese conto che lui l'avrebbe raggiunta nel giro di un attimo. Avrebbe utilizzato il suo fascino e l'avrebbe pregata di dargli una possibilità e parlare, rassicurandola che ci sarebbe voluto solo un minuto per dirle ciò di cui aveva bisogno, in privato. Il suo scopo, lei lo sapeva per esperienza, sarebbe stato quello di allontanarsi da solo con lei. E poi il suo fascino sarebbe svanito.

“Chi è quel ragazzo?” chiese Jess con curiosità. “Sta cercando te?”

“È il mio ex ragazzo”, borbottò Cassie. “Sto cercando di evitarlo. Non voglio che mi crei problemi prima di partire”.

“Ma sta già creando problemi!” Jess si girò, irritata.

“Sicurezza!”, urlò. “Aiuto! Qualcuno fermi quell'uomo!”

Galvanizzato dalle urla di Jess, uno dei passeggeri afferrò la giacca di Zane, mentre lui gli passava accanto. Il ragazzo scivolò sulle piastrelle, dimenando le braccia, e trascinando con sé uno dei paletti mentre cadeva a terra.

“Trattenetelo”, Jess invocò. “Sicurezza, presto!”

Con un'ondata di sollievo, Cassie si rese conto che la sicurezza si stava effettivamente muovendo. Due poliziotti dell'aeroporto si stavano affrettando verso la fila. Avrebbero raggiunto Zane in tempo, prima che potesse avvicinarsi a lei o scappare.

“Sono venuto per salutare la mia ragazza, agenti”, farfugliò il ragazzo, ma i suoi tentativi di affascinare i due poliziotti non funzionarono.

“Cassie", chiamò Zane, mentre quello più alto gli afferrava un braccio. “Au revoir".

Restia, la ragazza si girò a osservarlo.

“Au revoir! Non è un addio", urlò lui mentre gli agenti lo facevano allontanare. “Ti rivedrò. Prima di quanto credi. Farai bene a stare attenta”.

Cassie riconobbe la minaccia nelle ultime parole del ragazzo— ma, in quel momento, si trattava di parole a vuoto.

“Grazie mille", disse a Jess, sopraffatta dalla gratitudine per quell’atto di coraggio.

“Anche io avevo un ragazzo nocivo”, simpatizzò la ragazza. “So quanto possano essere possessivi, si appiccicano come il velcro. È stato un piacere essere stata in grado di fermarlo”.

“Passiamo il controllo passaporti prima che trovi un modo per rientrare. Ti devo un drink. Cosa vuoi — caffè, birra o vino?”

“Vino, senza dubbio", rispose Jess, mentre le due ragazze si dirigevano verso i gate.



“Quindi, dove stai andando esattamente in Francia?” chiese Cassie, dopo che ebbero ordinato da bere.

“Questa volta vado da una famiglia a Versailles. Vicino a dove si trova il palazzo, credo. Spero di aver la possibilità di andare a visitarlo quando avrò un giorno libero”.

“Questa volta, hai detto? Hai già avuto un altro incarico?”

“Sì, ma non è andata molto bene”. Jess fece cadere un cubetto di ghiaccio nel suo bicchiere. “La famiglia era orribile. Infatti, ho deciso di non usare mai più Le ragazze alla pari di Maureen. Questa volta sono con un'agenzia diversa. Ma non preoccuparti”, disse di fretta, “sono sicura che a te andrà tutto bene. Maureen deve avere degli ottimi clienti nei suoi libri”.

Cassie si sentì la bocca improvvisamente asciutta. Fece un grosso sorso di vino.

“Pensavo avesse una buona reputazione. Voglio dire, il suo slogan dice La miglior agenzia europea”.

Jess rise. “Beh, si tratta solo di marketing. Anche altre persone me l’hanno descritta diversamente”.

“Che cosa ti è successo?” chiese Cassie. “Per favore dimmelo”.

“Beh, il lavoro sembrava a posto, anche se alcune delle domande di Maureen durante il colloquio mi avevano fatto preoccupare. Erano talmente strane che avevo iniziato a chiedermi che problemi avesse quella famiglia, perché a nessuna della mie amiche ragazze alla pari avevano chiesto certe cose nel corso del loro colloquio. E quando sono arrivata — beh, la situazione non era proprio quella pubblicizzata”.

“In che senso?” Cassie si sentì raggelare. Anche a lei le domande di Maureen erano parse alquanto strane. Al momento, aveva dato per scontato che a tutte le candidate venissero chieste le stesse cose; che si trattasse di un test sulle loro abilità. E forse lo era… ma non per i motivi che aveva immaginato lei.

“La famiglia era decisamente tossica”, disse Jess. “Mi mancavano di rispetto e mi umiliavano. Il lavoro che dovevo fare esulava completamente dai miei compiti; a loro non importava, e si rifiutavano di cambiare le cose. E quando ho detto che me ne sarei andata — è lì che è diventato un campo di battaglia”.

Cassie si morse il labbro. Aveva avuto la stessa esperienza, crescendo. Si ricordava voci alte dietro porte chiuse, litigi bisbigliati in auto, un incredibile senso di tensione. Si era sempre chiesta quali motivi potesse mai riuscire a trovare sua madre — così tranquilla, sottomessa, sconfitta — per litigare con il suo pomposo e aggressivo padre. Fu solo dopo che sua madre morì in un incidente d'auto che Cassie capì che i litigi erano iniziati tutti con lo scopo di mantenere la pace, gestire la situazione, proteggere lei e sua sorella maggiore dalle aggressioni che scoppiavano senza preavviso, e senza alcuna buona ragione. Senza la presenza di sua madre, il conflitto in ebollizione si era tramutato in una vera e propria guerra.

Cassie si era immaginata che fare la ragazza alla pari avrebbe portato tra i suoi vantaggi quello di far parte della famiglia felice che non aveva mai avuto. Iniziava però a temere che la realtà fosse totalmente opposta. Lei non era stata in grado di mantenere la pace a casa. Sarebbe mai stata capace di gestire una situazione instabile nello stesso modo in cui aveva fatto sua madre?

“Sono preoccupata per la famiglia che troverò”, confessò Cassie. “Anche a me hanno fatto domande strane durante il colloquio, e la loro ragazza precedente se n'è andata prima della fine del contratto. Cosa succederà se mi trovassi costretta a fare lo stesso? Non voglio rimanere se le cose iniziano ad andar male”.

“Non andartene a meno che non si tratti di un’emergenza”, l'avvisò Jess. “È un’azione che causa contrasti enormi, e dovrai sborsare un sacco di soldi; sarai ritenuta responsabile di moltissime spese extra. Proprio per questo motivo ero quasi decisa a non provarci un’altra volta. Sono stata molto attenta prima di accettare questo incarico. Non sarei stata in grado di permettermelo se questa volta non avesse pagato tutto mio padre”.

Jess posò il suo bicchiere di vino.

“Andiamo al gate? Siamo vicino alla coda dell'aereo, quindi saremo il primo gruppo ad imbarcare”.

L'eccitazione di salire sull'aereo riuscì a distrarre Cassie da ciò che le aveva detto Jess, e una volta sedute ai loro posti, le due ragazze si misero a chiacchierare di altro. Quando l'aereo decollò, Cassie sentì risollevarsi anche il suo spirito, perché ce l'aveva fatta. Aveva lasciato il Paese, era riuscita a scappare da Zane, ed era in volo, verso un nuovo inizio in una terra straniera.

Fu solo dopo cena, quando ripensò con più attenzione ai dettagli del suo incarico, e agli avvertimenti che le aveva dato Jess, che i suoi timori iniziarono nuovamente a insinuarsi.

Non tutte le famiglie potevano essere male, no?

E se invece un'agenzia in particolare avesse la reputazione di accettare famiglie difficoltose? Beh, in quel caso le possibilità sarebbero state maggiori.

Cassie provò a leggere per un po', ma si rese subito conto di non riuscire a concentrarsi sulle parole; i suoi pensieri si susseguivano rapidi mentre si preoccupava di cosa le avrebbe riservato il futuro.

Diede un'occhiata a Jess. Dopo essersi assicurata che la ragazza fosse assorbita dal suo film, Cassie prese la confezione di pillole dalla propria borsa, senza farsi notare, e ne ingerì una con l'ultimo sorso di Coca Cola Light. Dato che non riusciva a leggere, tanto valeva provare a dormire. Spense la luce e reclinò il sedile.



*



Cassie si ritrovò nella sua malmessa cameretta al piano superiore, rannicchiata sotto al letto con la schiena contro il freddo muro ruvido.

Dal piano di sotto giungevano risate ubriache, tonfi ed urla; baldoria che, di lì a poco, sarebbe diventata violenta. La ragazzina tese bene le orecchie, in attesa di sentire rumori di vetri infranti. Riconobbe la voce di suo padre e quella della sua ultima ragazza, Deena. C'erano almeno altre quattro persone di sotto, forse di più.

E poi, sopra le urla, Cassie sentì lo scricchiolio delle assi del pavimento, mentre passi pesanti salivano le scale.

“Ehi, tesoro”, bisbigliò una voce profonda, e la dodicenne rabbrividì per il terrore. “Ci sei, ragazzina?”

Lei chiuse gli occhi strizzandoli, dicendo a se stessa che si trattava solo di un incubo, che si trovava al sicuro nel suo letto e che gli sconosciuti al piano di sotto stavano per andarsene.

La porta si aprì lentamente, scricchiolando, e Cassie vide comparire un grosso stivale nella scia di luce della luna.

I piedi attraversarono la stanza.

“Ehi, ragazzina”. Un bisbiglio rauco. “Sono venuto a salutarti”.

Cassie chiuse gli occhi, pregando che l’uomo non riuscisse a sentire il suo respiro affannato.

Sentì il fruscio del tessuto quando lui tirò indietro le coperte… e il suo grugnito di sorpresa quando vide il cuscino e il cappotto che lei aveva appallottolato sotto di esse.

“In giro”, aveva bisbigliato. Cassie ipotizzò che stesse guardando le tende sudicie che fluttuavano nella brezza, con il tubo di scolo che suggeriva una via di fuga precaria. La prossima volta, si disse, avrebbe trovato il coraggio di scendere; non poteva certo essere peggio che nascondersi lì sotto.

Gli stivali uscirono dalla sua visuale. Un'esplosione di musica arrivò dal piano di sotto, seguito da un litigio acceso.

La stanza era in silenzio.

Cassie stava tremando; se doveva trascorrere la notte nascosta, avrebbe avuto bisogno di una coperta. Era meglio se la prendeva subito. La ragazza si allontanò dal muro.

Ma come fece fuoriuscire il braccio da sotto al letto, una mano ruvida l'afferrò.

“Eccoti!”

L’uomo la trascinò fuori — lei si strinse alla struttura del letto, con l'acciaio freddo che le graffiava le mani, e iniziò ad urlare. Le sue urla terrorizzate riempivano la stanza, riempivano la casa…

Si svegliò, sudando, urlando, sentendo la voce preoccupata di Jess. “Ehi, Cassie, tutto bene?”

Gli stralci del suo incubo erano ancora in agguato, pronti a trascinarla di nuovo al suo interno. Cassie poteva sentire i graffi freschi sul braccio, dove la struttura arrugginita del letto l’aveva ferita. Premette la zona con le dita e fu sollevata nel trovare la pelle intatta. Spalancando gli occhi, accese la luce sopra la sua testa per allontanare l'oscurità.

“Sto bene. È stato solo un brutto sogno”.

“Vuoi un po' d'acqua? Del tè? Posso chiamare la hostess”.

Cassie stava per rifiutare educatamente, ma poi si ricordò di dover prendere nuovamente le sue medicine. Se una compressa non aveva funzionato, due di solito impedivano agli incubi di ripetersi.

“Dell'acqua. Grazie”, disse.

Aspettò che Jess guardasse altrove e in fretta ingerì un'altra pillola.

Non provò nuovamente a dormire.



Durante la discesa, Cassie e Jess si scambiarono il numero di cellulare — e, per sicurezza, lei si scrisse il nome della famiglia per cui Jess avrebbe lavorato, e il loro indirizzo. Si disse che si trattava giusto di una misura preventiva, e che c'era la speranza che, dato che possedeva queste informazioni, non le sarebbero servite. Le due ragazze si promisero che avrebbero visitato il Palazzo di Versailles insieme, alla prima occasione possibile.

Quando entrarono nell'aeroporto Charles de Gaulle, Jess fece una risatina eccitata. Mostrò a Cassie il selfie che la sua famiglia si era fatta mentre tutti insieme la attendevano in aeroporto. Una coppia attraente e due bambini che stavano sorridendo, tenendo in mano un cartello con il nome della ragazza.

Cassie non aveva ricevuto alcun messaggio — Maureen le aveva solo detto che la famiglia sarebbe venuta a prenderla al suo arrivo. La fila per il controllo passaporti sembrava infinita. La ragazza era circondata da stralci di conversazioni in una serie di lingue diverse. Sintonizzandosi sulla coppia che le camminava accanto, si rese conto di quanto poco francese parlato fosse in grado di comprendere. La realtà era totalmente diversa dalle lezioni in classe e dalle cassette per imparare la lingua. Si sentì spaventata, sola, e stanca, e improvvisamente si rese conto di come fossero stropicciati e sudati i suoi vestiti, in confronto a quelli degli eleganti francesi che la circondavano.

Non appena ebbe ritirato i suoi bagagli, Cassie si affrettò verso il bagno, si mise una maglietta pulita e si sistemò i capelli. Non si sentiva ancora pronta ad incontrare la sua famiglia e non aveva idea di chi la stesse aspettando. Maureen le aveva detto che la casa si trovava ad oltre un'ora di distanza dall'aeroporto, perciò forse i bambini non sarebbero venuti. Non doveva cercare un gruppo numeroso. Qualunque faccia amichevole sarebbe andata bene.

Ma nel mare di persone che la osservavano, sembrò che non vi fosse nessuno che la riconoscesse, anche se aveva messo il suo zainetto "Ragazze alla pari di Maureen" ben in vista nel carrello bagagli. Camminò lentamente dal gate agli Arrivi, cercando ansiosamente qualcuno che la notasse, la salutasse o la chiamasse.

Ma sembrava che tutti i presenti stessero aspettando qualcun altro.

Afferrando la maniglia del carrello con le mani fredde, Cassie vagò per l'atrio degli Arrivi, cercando invano, mentre la folla si disperdeva lentamente. Maureen non le aveva detto cosa fare nel caso fosse successa una cosa simile. Avrebbe dovuto chiamare qualcuno? Non sapeva nemmeno se il suo telefono funzionava in Francia.

E poi, mentre faceva un ultimo frenetico giro intorno al piano, lo vide.

“CASSANDRA VALE".

Un piccolo cartello, tenuto da un uomo magro, coi capelli scuri, vestito in jeans e giacca nera.

Appoggiato al muro, e assorto nel suo telefono, non la stava neanche cercando.

La ragazza gli si avvicinò incerta.

“Buongiorno, sono Cassie. Lei è…?” chiese, abbassando la voce quando si rese conto che non aveva idea di chi potesse essere quella persona.

“Sì”, disse l'uomo in un inglese con un forte accento. “Vieni con me”.

La ragazza stava per presentarsi in maniera adeguata, per recitare le parole che aveva provato e riprovato su quanto era contenta di poter essere parte della famiglia, quando vide la targhetta sulla giacca dell’uomo. Era solo un tassista; la targhetta era il suo pass per l'aeroporto.

La famiglia non si era neanche preoccupata di andarla a prendere.




CAPITOLO TRE


Davanti agli occhi di Cassie si stendeva il paesaggio urbano. Alti palazzi, appartamenti e cupi quartieri industriali lasciarono man mano spazio alla periferia alberata. Il pomeriggio era grigio e freddo, e il vento scuoteva una pioggia intermittente.

Cassie cercava di allungarsi per leggere i cartelli stradali che scorrevano accanto alla macchina. Si stavano dirigendo verso Saint Maur, e per un po’ la ragazza pensò che quella potesse essere la loro destinazione, ma l'autista superò lo svincolo e proseguì sulla strada che portava fuori città.

“Quanto manca?” chiese lei, cercando di instaurare una conversazione, ma lui grugnì in maniera evasiva ed alzò il volume della radio.

La pioggia picchiettava sui finestrini e Cassie poteva sentire il vetro freddo contro la guancia. Desiderò aver tirato fuori dal baule la giacca pesante. Stava anche morendo di fame — non aveva fatto colazione e non aveva avuto alcun modo di comprare del cibo.

Dopo più di mezz’ora di tragitto, il veicolo raggiunse l'aperta campagna e l’autista guidò lungo la Marna, dove chiatte dipinte con colori brillanti donavano uno spruzzo di colore al grigiore circostante, e alcune persone, avvolte negli impermeabili, camminavano sotto gli alberi. Alcuni dei rami erano già spogli, altri erano ancora ricoperti di foglie marroni e rossicce.

“Fa davvero freddo oggi, vero?” osservò Cassie, facendo un altro tentativo di conversazione con l'autista.

La sua unica risposta fu un “Oui” borbottato — ma per lo meno l’uomo alzò il riscaldamento, e lei smise di tremare. Avvolta dal calore, nel giro di pochi chilometri, Cassie precipitò in un sonno inquieto.

Una brusca frenata e lo squillo di un clacson la svegliarono improvvisamente. L'autista stava cercando di passare oltre un camion fermo, per uscire dall'autostrada e girare su una piccola stradina costeggiata dagli alberi. Aveva smesso di piovere, e nella tenue luce serale, la vista autunnale era meravigliosa. Cassie guardò fuori dal finestrino, assorbendo la vista del paesaggio collinare e del mosaico di campi coltivati, intervallati da enormi foreste scure. L’auto superò un vigneto, con le file ordinate di viti che circondavano il pendio della collina.

Riducendo la velocità, l'autista attraversò un villaggio. La strada era costeggiata da pallide case di pietra con finestre ad arco e tetti spioventi. Oltre questi, Cassie poteva vedere distese di campi e, mentre superavano un ponte di pietra, intravide un canale lungo il quale si stendevano salici piangenti. L'alta guglia di una chiesa attirò la sua attenzione e la ragazza si chiese quanto potesse essere vecchia quella costruzione.

Dobbiamo essere vicini al castello, pensò Cassie, forse anche nel suo quartiere. Poi cambiò idea, quando si lasciarono il paese alle spalle e si addentrarono ulteriormente tra le colline, finché la ragazza si ritrovò completamente disorientata e non ebbe più modo di vedere l'alta guglia. Non si aspettava che il castello fosse così lontano. Si sentì il GPS dare la notifica di “Nessun segnale” e l'autista esclamò seccato, prese in mano il telefono e iniziò ad osservare attentamente la mappa mentre guidava.

Infine il taxi svoltò a destra attraverso le alte colonne di un cancello, e Cassie si sedette diritta, fissando il vialetto di ghiaia. Di fronte a lei, alto ed elegante, con la luce del tramonto che colpiva le sue mura ricoperte di pietra, si ergeva un castello.

Le gomme dell’auto scricchiolarono sulla pietra quando la macchina si fermò fuori da un alto ed imponente ingresso, e Cassie iniziò a sentirsi nervosa. Quella casa era decisamente più grande di quanto si aspettasse. Sembrava un palazzo, sovrastato da alti comignoli e torrette adornate. La ragazza contò diciotto finestre nei due piani dell'imponente facciata, decorate da dettagli e decorazioni in pietra. La casa si affacciava su un giardino curato, ricco di siepi immacolatamente potate e vialetti pavimentati.

Cosa aveva in comune lei, che veniva dal niente, con la famiglia che viveva all’interno di quel castello, in cotanto splendore?

Cassie si rese conto che l'autista stava picchiettando impazientemente sul volante — non aveva alcuna intenzione di aiutarla coi bagagli. La ragazza scese velocemente.

Il vento implacabile le fece venire immediatamente freddo, perciò si affrettò verso il baule, tirò fuori in malo modo la sua valigia, attraversò il vialetto di ghiaia e si mise al riparo sotto al portico, dove indossò la giacca e la chiuse immediatamente.

Non vi era un campanello accanto all’enorme porta in legno massiccio, ma solo un grosso batacchio in ferro posto direttamente sul portone, freddo al tatto. Il rumore che fece fu sorprendentemente alto, e pochi momenti dopo aver bussato, Cassie udì dei lievi passi.

La porta si aprì e la ragazza si ritrovò di fronte una cameriera vestita in uniforme scura, coi capelli raccolti in una coda di cavallo. Dietro di lei, Cassie potè osservare un grande atrio con arazzi alle pareti e una magnifica scalinata in legno in fondo alla stanza.

La cameriera si guardò intorno quando sentì una porta sbattere.

Immediatamente, Cassie avvertì la presenza di un litigio. Poteva percepirla, sentiva l'elettricità nell'aria, come una tempesta che stava per sopraggiungere. Lo notò nel portamento nervoso della domestica, nel rumore causato dalla porta e nel caos di urla in lontananza che scemarono nel silenzio. I suoi organi interni si contrassero e sentì un desiderio impellente di andarsene. Di rincorrere l'autista che stava per ripartire e farlo tornare indietro.

Invece, rimase al suo posto e si sforzò di sorridere.

“Sono Cassie, la nuova ragazza alla pari. La famiglia mi sta aspettando”.

“Oggi?” La cameriera parve preoccupata. “Aspetta un attimo”. Non appena la domestica si affrettò dentro casa, Cassie la sentì chiamare “Monsieur Dubois, venga, in fretta per favore”.

Un attimo dopo, un uomo robusto con capelli scuri a tratti brizzolati attraversò l'atrio, con un'espressone temibile. Quando vide Cassie alla porta, si fermò sui suoi passi.

“Sei già qui?” chiese. “La mia fidanzata mi aveva detto che saresti arrivata domani mattina”.

L’uomo si girò per dare un'occhiataccia alla donna coi capelli ossigenati che lo stava seguendo. Indossava un abito da sera e i suoi lineamenti attraenti esprimevano grande tensione.

“Sì, Pierre, ho stampato l'email quando ero in città. L'agenzia mi ha detto che il volo atterrava alle quattro del mattino”. Girandosi verso il tavolo di legno lavorato presente nell'atrio, spostò un fermacarte in vetro e brandì un foglio in sua difesa. “Ecco. Vedi?”

Pierre diede uno sguardo al foglio e sospirò.

“Dice quattro del pomeriggio. Non del mattino. L'autista che hai prenotato sicuramente conosce la differenza, perciò eccola qui”. Si girò verso Cassie e le tese la mano. “Mi chiamo Pierre Dubois. Questa è la mia fidanzata, Margot”.

L’uomo non presentò la domestica. Invece Margot le urlò di andare e preparare la stanza di fronte a quella dei bambini, e la cameriera se ne andò di fretta.

“Dove sono i bambini? Sono già a letto? Dovrebbero conoscere Cassie", disse Pierre.

Margot scosse la testa. “Stavano cenando”.

“Così tardi? Non ti ho detto che devono cenare presto durante la settimana? Anche se sono in vacanza, dovrebbero andare a letto presto per non perdere l'abitudine”.

Margot fissò l’uomo e scrollò le spalle con rabbia prima di dirigersi verso la porta sulla destra, picchiettando sul pavimento coi tacchi a spillo.

“Antoinette?” chiamò. “Ella? Marc?”

Si sentì un frastuono di passi ed urla.

Un bambino dai capelli scuri corse nell'atrio, reggendo una bambola per i capelli. Era inseguito da vicino da una bimba più piccola e grassottella, in un mare di lacrime.

“Ridammi la mia Barbie!” urlò lei.

Fermandosi di colpo alla vista degli adulti, il bambino si precipitò verso le scale. Sfrecciando nella loro direzione, colpì con la spalla il fianco di un grosso vaso blu e oro.

Cassie, inorridita, si portò le mani alla bocca, alla vista del vaso che iniziò a dondolare sulla sua base, prima di cadere ed infrangersi sul pavimento. Frammenti di vetro colorato si riversarono sulle scure assi di legno.

Il silenzio scioccante fu rotto dal ruggito furibondo di Pierre.

“Marc! Restituisci la bambola ad Ella”.

Trascinando i piedi, col labbro inferiore sporgente, il bambino tornò indietro, oltrepassando i frammenti del vaso. A malincuore, porse la bambola al padre, che la diede alla figlia. I singhiozzi della bimba diminuirono mentre accarezzava i capelli della bambola.

“Quello era un vaso in vetro di Durand”, Margot sibilò al bambino. “D'epoca. Insostituibile. Non hai alcun rispetto per gli averi di tuo padre?”

La donna ottenne solo un silenzio imbronciato in risposta.

“Dov'è Antoinette?” chiese Pierre, frustrato.

Margot guardò in alto e, seguendo il suo sguardo, Cassie vide una ragazza snella coi capelli scuri, in cima alle scale — sembrava essere la più grande dei tre, di qualche anno. Vestita in modo elegante in un abito perfettamente stirato, attese con una mano sulla balaustra finché non ebbe l'attenzione dell'intera famiglia. Poi, col mento sollevato, scese.

Desiderosa di fare una buona impressione, Cassie si schiarì la voce e tentò di fare un saluto amichevole.

“Ciao, bambini. Mi chiamo Cassie. Sono molto felice di essere qui, e sono contenta di potermi prendere cura di voi”.

Ella sorrise timidamente in risposta. Marc continuò a fissare inflessibilmente il pavimento. E Antoinette incontrò il suo sguardo per un lungo momento di sfida. Poi, senza dire una parola, le voltò le spalle.

“Se vuoi scusarmi, papà", disse a Pierre. “Ho dei compiti da finire prima di andare a letto”.

“Certo”, rispose Pierre, e Antoinette tornò immediatamente di sopra.

Cassie sentì il volto diventarle rosso per l'imbarazzo per l'affronto intenzionale subito. Si chiese se avrebbe dovuto dire qualcosa, minimizzare la situazione o cercare di giustificare il maleducato comportamento della ragazzina, ma non le vennero in mente le parole adatte.

Margot borbottò furiosamente “Te l'avevo detto, Pierre. Sta incominciando ad avere gli sbalzi d'umore da adolescente”, e Cassie si rese conto che Antoinette non aveva ignorato solo lei.

“Almeno stava facendo i compiti, senza nessuno che la aiutasse”, rispose Pierre. “Ella, Marc, perché non vi presentate in modo adeguato a Cassie?”

Ci fu un breve silenzio. Chiaramente, non ci sarebbero state delle presentazioni senza un litigio. Ma forse la ragazza poteva alleviare la tensione con qualche domanda.

“Beh, Marc, so il tuo nome, ma quanti anni hai?”, disse.

“Otto”, borbottò il bambino.

Osservando lui e Pierre, Cassie riuscì a vedere una netta somiglianza. I capelli disordinati, il mento forte, gli occhi azzurri. Anche il modo in cui aggrottavano la fronte era simile. Anche le bambine avevano i capelli scuri, ma i loro lineamenti erano più delicati.

“Ella, tu quanti anni hai?”

“Quasi sei”, disse con orgoglio la bimba. “Il mio compleanno è il giorno dopo Natale”.

“È un ottimo giorno per un compleanno. Spero significhi molti regali in più”.

Ella fece un sorriso sorpreso, come se non avesse mai preso in considerazione questo vantaggio.

“Antoinette è la più grande. Ha dodici anni”, aggiunse.

Pierre batté le mani. “Bene, è ora di andare a dormire. Margot, puoi mostrare la casa a Cassie dopo aver messo i bimbi a letto? Dovrà sapere come muoversi. Fai in fretta. Dobbiamo uscire per le sette”.

“Devo ancora finire di prepararmi”, rispose Margot con tono acido. “Tu metti i bambini a letto e chiama un maggiordomo per pulire questo disastro. Io faccio vedere la casa a Cassie”.

Pierre fece un respiro rabbioso prima di dare un'occhiata alla nuova arrivata e stringere le labbra. Lei intuì che la sua presenza gli aveva fatto trattenere le parole.

“Di sopra, e a letto”, disse, e i due bambini lo seguirono per le scale controvoglia. Cassie fu rincuorata nel vedere che Ella si girò e le fece ciao con la manina.

“Vieni con me, Cassie”, le ordinò Margot.

Lei la seguì attraverso la porta sulla sinistra e si ritrovò in un salottino formale in cui era presente uno splendido arredamento elegante, con arazzi alle pareti. La stanza era enorme e fresca; non c'era nessun fuoco acceso nel grande camino.

“Questo salottino viene usato raramente, e i bambini non hanno il permesso di entrare. La sala da pranzo principale è qui accanto— sussiste la stessa regola”.

Cassie si chiese quanto spesso venisse usato l'enorme tavolo da pranzo in mogano — sembrava immacolato, e intorno ad esso la ragazza contò sedici sedie provviste di alto schienale. Sulla credenza lucida c’erano altri tre vasi, simili a quello che Marc aveva rotto poco prima. Cassie non riusciva ad immaginarsi una cena allietata da felici conversazioni in quello spazio austero e silenzioso.

Come poteva essere crescere in una casa simile, dove era vietato andare ovunque perché l'arredamento poteva essere danneggiato? La ragazza si chiese se ciò potesse far sentire un bambino meno importante dei mobili.

“Questa viene chiamata la Stanza Blu”, le disse Margot. Si trattava di un salotto di dimensioni più contenute, con carta da parati blu scuro, e grosse porte finestra. Cassie pensò che si aprissero su un portico o un giardino, ma era buio pesto, e tutto ciò che riuscì a vedere era il riflesso delle basse luci della stanza che si riflettevano sul vetro. La ragazza si ritrovò a desiderare che i mappamondi avessero un voltaggio superiore — tutte le stanze erano cupe, con ombre negli angoli.

Una scultura catturò la sua attenzione… la base della statua di marmo era stata rotta, perciò era appoggiata a faccia in su sopra al tavolo. I suoi lineamenti sembravano vacui ed immobili, come se la pietra stesse ricoprendo il volto di una persona morta. Gli arti erano grossi e scolpiti grossolanamente. Cassie tremò, distogliendo lo sguardo da quella vista inquietante.

“Quello è uno dei nostri pezzi di maggior valore”, la informò Margot. “Marc l'ha fatta cadere la settimana scorsa. Presto la faremo riparare”.

Cassie pensò all'energia distruttiva del bambino e al modo in cui aveva sbattuto la spalla contro il vaso poco prima. Era stato davvero solo un incidente? O c'era un desiderio subliminale di mandare il vetro in pezzi, per farsi notare, in un mondo dove i possedimenti materiali sembravano avere la priorità?

Mentre tornavano indietro, Margot proseguì. “Le stanze lungo quel corridoio sono tenute chiuse. La cucina è da questa parte, a destra, e oltre si trovano gli alloggi della servitù. C'è un piccolo salottino sulla sinistra, e una stanza dove ceniamo in famiglia”.

Tornando indietro, le due donne passarono accanto ad un maggiordomo in uniforme grigia con in mano una scopa e una paletta. L’uomo si mise in disparte per farle passare, ma Margot non sembrò neanche notare la sua presenza.

L'ala ovest era l'immagine riflessa di quella est. Enormi stanze scure con un arredamento raffinato e ricche di opere d’arte. Silenziose e vuote. Cassie ebbe un tremito, e iniziò a desiderare una chiara luce casalinga o il suono familiare della televisione, sempre che una cosa del genere esistesse in quella casa. Seguì Margot lungo la scalinata, per andare al piano superiore.

“L'ala degli ospiti”. Tre immacolate camere da letto, con letti a baldacchino, erano separate da due grossi salotti. Le camere erano formali e pulite come stanze d'albergo, e le lenzuola sembravano essere state stirate alla perfezione.

“E l'ala familiare”.

Cassie si ravvivò, felice di aver finalmente raggiunto la parte della casa in cui vivevano le persone.

“La cameretta”.

Con sua sorpresa e confusione, si trattava di un'altra stanza vuota, in cui vi era solo una grossa culla con sponde alte.

“E qui, le camere dei bambini. La nostra suite si trova alla fine del corridoio, girato l'angolo”.

Tre porte chiuse una dopo l'altra. La voce di Margot si abbassò e Cassie intuì che la donna non volesse andare a trovare i bambini — neanche per dar loro la buonanotte.

“Questa è la camera di Antoinette, questa è quella di Marc e quella più vicino alla nostra è di Ella. La tua stanza si trova di fronte a quella di Antoinette”.

La porta della camera era aperta e due domestiche stavano preparando il letto. La stanza era enorme e gelida. Era arredata con due sedie a dondolo, un tavolo e un grosso guardaroba in legno. Le finestre erano schermate da pesanti tende rosse. La valigia di Cassie era stata posizionata ai piedi del letto.

“Da qui potrai sentire i bambini se piangono o ti chiamano — in caso, occupati di loro, per favore. Domattina devono essere in piedi e pronti per le otto. Devono uscire, perciò scegli dei vestiti caldi”.

“Certo, ma…”, Cassie cercò di farsi coraggio. “Potrei avere del cibo per favore? Non ho mangiato nulla da quando abbiamo cenato sull'aereo ieri sera”.

Margot la fissò, perplessa, poi scosse la testa.

“I bambini hanno mangiato presto perché noi dobbiamo uscire. La cucina è chiusa ora. La colazione verrà servita a partire dalle sette domattina. Riesci ad aspettare fino ad allora?”

“Beh, credo di sì”. La ragazza si sentiva male per la fame. Il dolcetto che si trovava nella sua borsa, che doveva essere per i bambini, e perciò intoccabile, iniziò a divenire una tentazione irresistibile.

“Devo anche mandare una email all'agenzia, per fargli sapere che sono arrivata. Posso avere la password del Wi-Fi per favore? Il mio telefono non prende qui”.

Lo sguardo di Margot stava diventando sempre più vacuo. “Non abbiamo il Wi-Fi, e non c'è segnale. Solo una linea fissa nello studio di Pierre. Per inviare una email, devi andare in paese”.

Senza attendere una risposta, la donna si voltò e si avviò verso la suite matrimoniale.

Le domestiche se ne erano andate, lasciando la camera di Cassie in uno stato di gelida perfezione.

La ragazza chiuse la porta.

Non si era mai immaginata di poter sentire la nostalgia di casa, ma in quel momento desiderava una voce amichevole, il chiacchierio della televisione, il disordine di un frigorifero pieno. Piatti nel lavandino, giochi sul pavimento, video di YouTube che andavano sul cellulare. Il frastuono felice di una famiglia normale — la vita di cui si aspettava di poter far parte.

Invece, la ragazza sentì di essere già invischiata in un amaro e complesso conflitto. Non poteva di certo sperare di divenire amica di quei bambini in un momento — non con le dinamiche familiari che le si erano rivelate fino a quel momento. Quel luogo era un campo di battaglia — e per quanto avrebbe potuto trovare un alleato in Ella, temeva di aver già trovato una nemica in Antoinette.

La luce del soffitto, che stava lampeggiando già da un po', si spense. Cassie armeggiò col suo zaino, cercò il telefono, e iniziò a disfare i bagagli meglio che poteva alla luce della torcia. Poi mise il cellulare in carica nell'unica presa che riuscì a vedere, sul lato opposto della stanza, e si trascinò al buio verso il letto.

Preoccupata, affamata e infreddolita, si mise comoda tra le fredde lenzuola e le tirò su fino al mento. Si era aspettata di sentirsi più speranzosa e positiva dopo aver conosciuto la famiglia, invece si ritrovò a dubitare di potersela cavare, e a temere ciò che sarebbe accaduto l'indomani.




CAPITOLO QUATTRO


La statua si trovava all'ingresso della camera di Cassie, avvolta nell'oscurità.

I suoi occhi senza vita si aprirono e la bocca si dischiuse, mentre si avvicinava alla ragazza. Le crepe intorno alle labbra si fecero più grosse, e poi l'intero volto iniziò a disintegrarsi. Frammenti di marmo caddero e tintinnarono sul pavimento.

“No", bisbigliò Cassie, ma si rese conto di non potersi muovere. Era intrappolata nel letto, con gli arti immobili, sebbene la mente terrorizzata la implorasse di fuggire.

La statua si diresse verso di lei, con le braccia tese, e frammenti di pietra le caddero dagli arti. Iniziò ad urlare, emettendo un suono acuto e sottile, e mentre lo faceva, Cassie vide cosa si mostrava sotto la superficie di marmo.

Il volto di sua sorella. Freddo, grigio, morto.

“No, no, no!” urlò Cassie, e le sue stesse urla la svegliarono.

La stanza era completamente buia; la ragazza si ritrovò rannicchiata in una palla tremante. Si sedette, nel panico, allungando la mano per trovare l'interruttore della luce, senza successo.

La sua paura peggiore… quella che cercava di sopprimere durante il giorno, e che si faceva strada negli incubi. Era la paura che Jacqui fosse morta. Perché per quale altro motivo sua sorella aveva smesso improvvisamente di comunicare con lei? Perché non le aveva mandato lettere, fatto telefonate, o cercato di contattarla per anni?

Tremando di freddo e paura, Cassie si rese conto che il suono dei frammenti di pietra del suo sogno si era trasformato nel rumore della pioggia che, trasportata dal vento, sbatteva contro i vetri delle finestre. E sopra a quello della pioggia, la ragazza udì un altro rumore. Uno dei bambini stava urlando.

“Da qui potrai sentire i bambini se piangono o ti chiamano — in caso occupati di loro, per favore”.

Cassie si sentì confusa e disorientata. Sperava di poter accendere una luce sul comodino e avere qualche minuto per potersi calmare. Il sogno era stato così reale che si sentiva ancora intrappolata al suo interno. Ma le urla probabilmente erano cominciate mentre lei dormiva — avrebbero anche potuto essere la causa del suo incubo. C'era urgente bisogno di lei, doveva fare in fretta.

La ragazza spostò il piumone, rendendosi conto che le finestre non erano state chiuse bene. La pioggia si era infiltrata dalla fessura e il fondo delle coperte era fradicio. Cassie scese dal letto e si addentrò nell'oscurità, attraversando la stanza nella direzione in cui sperava di trovare il suo telefono.

Una pozza d'acqua sul pavimento aveva trasformato le piastrelle in ghiaccio. La ragazza scivolò, perdendo l’equilibrio, e atterrò sulla schiena con un grosso tonfo. Picchiò la testa contro la struttura del letto e le si offuscò la vista.

“Maledizione", bisbigliò, sollevandosi su mani e piedi, e attendendo che il dolore e le vertigini si placassero.

Cassie si mosse a gattoni sulle piastrelle e tastò per terra per trovare il telefono, sperando che si fosse salvato dall'allagamento. Con sollievo, si rese conto che quel lato della stanza era asciutto. Accese la torcia, cercando di sollevarsi in piedi. La testa le pulsava e la sua maglia era fradicia. Se la tolse e indossò la prima cosa che riuscì a trovare — un paio di pantaloni della tuta e una maglietta grigia. A piedi nudi, uscì di corsa dalla stanza.

La ragazza puntò la luce della torcia contro le pareti, ma non riuscì a trovare neanche un interruttore nelle vicinanze. Con attenzione, seguì il fascio di luce in direzione delle urla, andando verso la suite dei Dubois. La camera più vicino alla loro era quella di Ella.

Cassie bussò di fretta ed entrò.

Grazie al cielo, c'era della luce finalmente. Nel bagliore del lampadario, la ragazza riuscì a vedere il letto singolo vicino alla finestra. Ella aveva fatto cadere le coperte coi piedi. Urlando e strillando nel sonno, stava combattendo contro i demoni del suo sogno.

“Ella, svegliati!”

Chiudendo la porta, Cassie corse a sedersi sul bordo del letto, afferrando con gentilezza le spalle della bimba addormentata, curve e tremanti. I capelli scuri erano arruffati e la maglietta sollevata. Ella aveva spinto il piumone ai piedi del letto — doveva avere freddo.

“Svegliati, è tutto a posto. È solo un brutto sogno”.

“Stanno venendo a prendermi!” Singhiozzò la bambina, sforzandosi per riuscire a sfuggire alla presa. “Stanno arrivando, aspettano fuori dalla porta!”

Cassie la tenne stretta e cercò di farla sedere, spostando un cuscino dietro la bimba mentre le lisciava la maglietta sgualcita. Ella tremava di paura. La familiarità con cui si era riferita a “loro” portò Cassie a chiedersi se si trattasse di un incubo ricorrente. Cosa stava succedendo nella vita di Ella per far scattare un terrore tanto reale nei suoi sogni? La bimba era completamente traumatizzata, e Cassie non aveva idea di quale fosse il modo migliore per calmarla. Aveva un vago ricordo di Jacqui, sua sorella, che scuoteva una scopa contro un mobile per cacciare un mostro immaginario. Ma il terrore ha le sue radici nella realtà. Gli incubi di Cassie erano cominciati dopo che si era nascosta nel mobile durante uno degli scoppi d'ira post sbornia del padre.

La ragazza si chiese se anche le paure di Ella avessero radici in qualcosa che le era accaduto. Avrebbe dovuto cercare di scoprirlo in un altro momento, per ora doveva convincerla del fatto che i demoni se ne fossero andati.

“Nessuno sta venendo a prenderti. È tutto a posto. Guarda. Ci sono qui io, e le luci sono accese”.

Ella spalancò gli occhi. Pieni di lacrime, fissarono Cassie per un momento, e poi la bimba girò la testa, concentrandosi su qualcosa alle sue spalle.

Ancora spaventata dal proprio incubo, e per via dell'insistenza di Ella nel vedere qualcuno in particolare, Cassie si guardò velocemente intorno, col battito che accelerò allo spalancarsi della porta.

Margot era all'ingresso, con le mani sui fianchi. Indossava una vestaglia di seta turchese e i suoi capelli biondi erano acconciati in una treccia morbida. I lineamenti perfetti erano rovinati solo da una piccola sbavatura di mascara residuo.

La donna emanava collera, e Cassie sentì contorcersi lo stomaco.

“Perché ci hai messo così tanto?” le urlò Margot. “Le urla di Ella ci hanno svegliato, vanno avanti da ore! Abbiamo fatto tardi ieri sera — non ti paghiamo per non riuscire a dormire!”

Cassie la fissò, confusa dal fatto che il benessere della bambina pareva essere l'ultimo dei pensieri della donna.

“Mi dispiace”, disse. Ella era attaccata a lei e le rendeva impossibile alzarsi in piedi per affrontare il suo datore di lavoro. “Sono venuta non appena l'ho sentita, ma si è fulminata la luce in camera, ed era completamente buio, perciò mi ci è voluto un po' per —”

“Sì, ci hai messo troppo, e ora questo è il tuo primo avvertimento! Pierre lavora molte ore, e diventa nervoso quando i bambini lo svegliano”.

“Ma…” con un'ondata di disprezzo, la domanda uscì dalle labbra di Cassie. “Non poteva venire da Ella se l'ha sentita piangere? È la mia prima notte, e non riuscivo a trovare nulla al buio. Farò meglio la prossima volta, lo prometto, ma, voglio dire, è sua figlia e stava avendo un incubo terribile”.

Margot si avvicinò a Cassie, col volto teso. Per un momento lei pensò che la donna stesse per scusarsi in modo brusco, ma che sarebbero riuscite a raggiungere un qualche tipo di tregua.

Ma si sbagliava.

Margot allungò la mano e le tirò un forte schiaffo.

Cassie indietreggiò urlando, cercando di trattenere le lacrime quando sentì che le urla di Ella stavano peggiorando. La guancia le bruciava per il colpo ricevuto, il bernoccolo che aveva in testa pulsava sempre più forte, e la sua mente era scossa dall'orrore dovuto alla consapevolezza che il suo nuovo datore di lavoro era violento.

“Prima che ti assumessimo, c'era una domestica ad assolvere ai tuoi compiti. Può farlo di nuovo, abbiamo molti servitori. Questo è il tuo secondo avvertimento. Non tollero la pigrizia, o che lo staff mi contraddica. Il terzo avvertimento porterà al licenziamento immediato. Ora, fai smettere di piangere la bambina, così possiamo finalmente dormire”.

La donna uscì dalla stanza, sbattendosi la porta alle spalle.

Freneticamente, Cassie strinse Ella tra le braccia, sentendo un sollievo enorme quando i singhiozzi della bambina iniziarono a placarsi.

“Va tutto bene”, bisbigliò. “È tutto a posto, non ti preoccupare. La prossima volta farò più in fretta, troverò la strada più facilmente. Vuoi che dorma qui per il resto della notte? E possiamo lasciare la luce del comodino accesa, per essere più sicure?”

“Sì, resta, per piacere. Puoi aiutare ad impedire che tornino”, sussurrò Ella. “E lascia la luce accesa. Non credo gli piaccia”.

La stanza era arredata con sfumature di blu, ma la lampada sul comodino, con il suo paralume rosa, era un articolo luminoso e confortevole.

Anche mentre consolava Ella, Cassie sentiva che avrebbe potuto vomitare, e si rese conto che le mani le tremavano violentemente. Si mise sotto le coperte, felice di poter stare al caldo, perché stava congelando.

Come poteva continuare a lavorare per un datore di lavoro che l’aveva insultata e colpita di fronte ai bambini? Era impensabile, imperdonabile, e aveva riportato a galla troppi dei suoi ricordi personali, che era riuscita col tempo a dimenticare. Appena sveglia, l'indomani, avrebbe dovuto fare i bagagli e andarsene.

Ma… non era ancora stata pagata; avrebbe dovuto aspettare fino alla fine del mese per avere anche solo un euro. Non poteva assolutamente permettersi la corsa in taxi verso l'aeroporto, figuriamoci le spese per cambiare il biglietto aereo.

C'era anche il problema dei bambini.

Come poteva lasciarli nelle mani di quella donna violenta ed imprevedibile? Avevano bisogno di qualcuno che si prendesse cura di loro — soprattutto la piccola Ella. Cassie non poteva stare lì, seduta con lei, a consolarla e prometterle che sarebbe andato tutto per il meglio, per poi scomparire il giorno successivo.

Con una sensazione di malessere, la ragazza si rese conto di non avere scelta. Non poteva andarsene in quel momento. Era finanziariamente e moralmente obbligata a restare.

Doveva solo cercare di non far perdere la pazienza a Margot, per evitare di ricevere il suo terzo ed ultimo avvertimento.




CAPITOLO CINQUE


Cassie aprì gli occhi, fissando il soffitto non familiare con le idee confuse. Le servirono alcuni minuti per orientarsi e capire dove si trovasse — nel letto di Ella, con le luci del mattino che si infiltravano da una fessura tra le tende. La bimba dormiva ancora profondamente, mezza sepolta sotto il piumone. Il retro della testa di Cassie pulsava ad ogni movimento, e il dolore le ricordò tutto quello che era successo la notte precedente.

La ragazza si sedette di fretta, ricordandosi le parole di Margot, lo schiaffo doloroso, e gli avvertimenti che aveva ricevuto. Sì, aveva sbagliato a non correre immediatamente da Ella, ma tutto ciò che era successo in seguito era profondamente ingiusto. Quando aveva provato a difendersi, era stata solo ulteriormente punita. Perciò forse era il caso che in mattinata discutesse con calma alcune regole con la famiglia Dubois, per assicurarsi che un fatto del genere non si ripetesse.

Perché la sveglia non aveva ancora suonato? L'aveva puntata alle sei e mezza, sperando di arrivare puntuale per la colazione, alle sette.

Cassie controllò il telefono, e con orrore vide che aveva la batteria scarica. La ricerca continua di segnale doveva averla fatta scaricare più in fretta del previsto. Scendendo dal letto senza far rumore, la ragazza tornò nella sua stanza, mise il telefono a caricare e attese con ansia che si accendesse.

Cassie imprecò sottovoce quando vide che erano quasi le sette e mezza. Aveva dormito troppo, e ora doveva far sì che tutti si preparassero il più velocemente possibile.

Si affrettò nuovamente in camera di Ella, e tirò le tende.

“Buon giorno”, le disse. “È una bellissima giornata di sole, ed è ora di colazione”.

Ma Ella non voleva alzarsi. Probabilmente aveva faticato ad addormentarsi dopo il brutto sogno che aveva avuto nel corso della notte, e si era svegliata di cattivo umore. Arrabbiata e stanca, afferrò il piumone in lacrime, quando Cassie tentò di tirarlo indietro. Alla fine, ricordandosi del dolce che aveva portato con sé, la ragazza decise di corrompere la bambina per farla uscire dal letto.

“Se riesci ad essere pronta in cinque minuti, puoi avere un pezzo di cioccolato”.

Il trucco ebbe effetto, ma c'erano altri problemi ad attendere Cassie. Ella si rifiutò di indossare ciò che la ragazza aveva scelto per lei.

“Voglio mettere un vestito oggi”, continuava ad insistere.

“Ma Ella, poi prendi freddo se usciamo”.

“Non mi interessa. Voglio indossare un vestito”.

Cassie alla fine riuscì ad ottenere un compromesso, scegliendo l'abito più caldo che potesse trovare — un vestito di velluto a coste a maniche lunghe, con calzamaglia pesante e stivali col collo di pelliccia. Ella si sedette sul letto, dondolando le gambe, e col labbro inferiore tremolante. Un bambino era finalmente pronto, ma ne mancavano ancora due.

Quando Cassie aprì la porta della camera di Marc, fu sollevata nel vedere che il bimbo fosse già sveglio e in piedi. Avvolto in un pigiama rosso, stava giocando con un esercito di soldatini sparsi sul pavimento. La grande scatola dei giochi di metallo che teneva sotto al letto era aperta, e il bambino era circondato da macchinine e da una mandria intera di animali da fattoria. Cassie dovette fare molta attenzione per non calpestarne neanche uno.

“Ciao Marc. Andiamo a fare colazione? Cosa vuoi mettere?”

“Non voglio mettermi niente. Voglio giocare”, replicò lui.

“Puoi continuare a giocare più tardi, ma non ora. Siamo in ritardo e dobbiamo fare in fretta”.

Marc scoppiò in lacrime, facendo un gran baccano.

“Ti prego, non piangere”, lo implorò Cassie, cosciente dello scorrere veloce di minuti preziosi. Ma le lacrime aumentarono, come se il bambino si stesse nutrendo del panico che la stava inondando. Marc si rifiutò categoricamente di cambiarsi e neanche la promessa di cioccolato gli fece cambiare idea. Alla fine, disperata, Cassie gli infilò un paio di ciabatte ai piedi. Prendendolo per mano e mettendogli un soldatino nella tasca del pigiama, lo convinse a seguirla fuori dalla stanza.

Quando bussò alla porta di Antoinette, non ci fu risposta. La stanza era vuota, e il letto rifatto; una camicia da notte rosa era piegata sul cuscino. C'era la buona probabilità che la ragazza fosse scesa da sola per colazione.

Pierre e Margot erano già seduti nella sala da pranzo familiare. Pierre era vestito in modo formale, e anche Margot era elegante, perfettamente truccata, coi capelli che le scendevano a boccoli sulle spalle. La donna alzò lo sguardo quando Cassie e i bambini entrarono nella stanza, e la ragazza sentì il viso divampare. Velocemente, fece sedere Ella su una sedia.

“Scusate, siamo un attimo in ritardo”, si scusò, sentendosi molto imbarazzata, in quanto era già in difetto. “Antoinette non era nella sua stanza. Non so dove sia”.

“Ha già finito di fare colazione, e si sta esercitando al pianoforte”. Pierre indicò con la testa la sala musica prima di versarsi altro caffè. “Ascolta. Forse riconosci la melodia —‘Il Danubio blu’”.

Vagamente, Cassie sentì un'accurata riproduzione di una sinfonia che in effetti le suonava familiare.

“Ha molto talento”, la elogiò Margot, ma il tono acido del suo commento non rispecchiava le parole. Cassie le diede un'occhiata nervosa. Si chiedeva se la donna avrebbe detto qualcosa riguardo a quello che era successo la notte precedente.

Ma, notando che Margot la guardava in silenzio e con fare distaccato, Cassie iniziò a chiedersi se i suoi ricordi corrispondessero realmente a quanto accaduto. Il retro della sua testa era morbido e gonfio, per via della terribile caduta, ma se si toccava la guancia sinistra, non sentiva alcun segno del forte schiaffo. O forse la donna l'aveva colpita a destra? La spaventava il fatto di non riuscire a ricordare. La ragazza si premette le dita sulla guancia destra, ma non sentì dolore neanche da quel lato.

Cassie disse a se stessa di smettere di preoccuparsi per quei dettagli. Sicuramente non poteva pensare chiaramente dopo aver colpito la testa con forza e aver ricevuto una possibile commozione cerebrale. Margot l'aveva minacciata, di questo era certa, ma il colpo in sé poteva essere frutto della sua immaginazione. Dopo tutto, Cassie era esausta, disorientata, ed era appena uscita dall'agonia di un incubo.

I suoi pensieri furono interrotti da Marc che chiedeva la colazione, e la ragazza versò del succo ai bambini, servendogli il cibo dai vassoi presenti sul tavolo. Ella volle a tutti i costi gli ultimi pezzi di prosciutto e formaggio, perciò Cassie dovette accontentarsi di un croissant con la marmellata e di alcune fette di frutta.

Margot finì il caffè in silenzio, guardando fuori dalla finestra. Pierre sfogliava un quotidiano mentre finiva il suo toast. C'era sempre quel silenzio a colazione? Si chiese Cassie. Nessuno dei genitori mostrava alcun interesse ad interagire con lei, coi bambini, o tra di loro. Era dovuto al suo errore della notte precedente?

Forse doveva iniziare lei il discorso e sistemare le cose. Doveva scusarsi ufficialmente per il ritardo con cui aveva raggiunto Ella, anche se non pensava che la punizione fosse adeguata.

Cassie cercò attentamente di prepararsi un discorso nella testa prima di pronunciarlo ad alta voce.

“So che ci ho messo troppo ad andare da Ella la notte scorsa. Non l'ho sentita piangere, ma la prossima volta lascerò la porta della camera aperta. Però non credo di essere stata trattata giustamente. Sono stata minacciata e molestata, e ho ricevuto due avvertimenti in pochi minuti. Potremmo perciò parlare di alcune regole, per favore?”

No, non andava bene. Troppo diretto. Non voleva apparire ostile. Aveva bisogno di un approccio più morbido, e che non la portasse ad inimicarsi Margot ancora di più.

“Bella giornata, vero?”

Sì, quello sarebbe stato sicuramente un buon modo per iniziare la conversazione in modo positivo. E da lì, poteva poi andare nella direzione di ciò che voleva dire veramente.

“So che ci ho messo troppo ad andare da Ella la notte scorsa. Non l'ho sentita piangere, ma la prossima volta lascerò la porta della camera aperta. Vorrei però discutere alcune regole ora, su come trattarci a vicenda, e quando un comportamento possa portare ad un avvertimento, così posso essere sicura di fare un buon lavoro”.

Cassie si schiarì la gola, sentendosi nervosa, e posò la forchetta.

Ma quando fu pronta per parlare, Pierre piegò il giornale, e lui e Margot si alzarono.

“Buona giornata, bambini", disse l’uomo, mentre usciva dalla stanza insieme alla fidanzata.

Cassie li fissò, confusa. Non aveva idea di cosa fare. Le era stato detto di far sì che i bambini fossero pronti per le otto — ma pronti per cosa?

Era meglio che seguisse Pierre e controllasse. Si diresse verso la porta, ma quando la raggiunse, quasi si scontrò con una donna dal volto gentile che indossava un'uniforme e trasportava un vassoio di cibo.

“Aaah — oops. Ecco. Salvo”. La donna raddrizzò il vassoio, che le era quasi caduto, e rimise le fette di prosciutto al loro posto. “Sei la nuova ragazza alla pari, giusto? Sono Marnie, la capo governante”.

“Piacere di conoscerla", rispose Cassie, rendendosi conto che era la prima faccia sorridente che aveva visto tutto il giorno. Dopo essersi presentata, disse “Stavo andando a chiedere a Pierre che cosa devono fare i bambini oggi”.

“Troppo tardi. Se ne saranno già andati; stavano andando diretti alla macchina. Non ha lasciato istruzioni?”

“No. Niente”.

Marnie posò il vassoio e Cassie diede a Marc altro formaggio. Poi, affamata, si prese un toast, del prosciutto e un uovo sodo. Ella si rifiutò di mangiare la montagna di cibo che c'era nel suo piatto, continuando a spostarlo con la forchetta, con un atteggiamento scocciato.

“Puoi provare a chiederlo direttamente ai bambini”, suggerì Marnie. “Antoinette saprà di sicuro se c'è qualcosa in programma. Ti consiglio però di aspettare che abbia finito di suonare il piano. Non le piace che la si disturbi quando è concentrata”.

Era la sua immaginazione, o Marnie aveva alzato gli occhi al cielo mentre diceva quelle parole? Incoraggiata, Cassie si domandò se potessero diventare amiche. Le serviva un alleato in quella casa.

Ma non c'era il tempo per instaurare un'amicizia in quel momento. Marnie aveva chiaramente fretta, ritirò i vassoi vuoti e i piatti sporchi, e nel mentre chiese a Cassie se ci fosse qualche problema con la sua stanza. Lei le spiegò velocemente cosa non andava e la governante uscì, dopo aver promesso che avrebbe cambiato le coperte e sostituito la lampadina fulminata prima di pranzo.

Il suono del pianoforte si era fermato, perciò Cassie si diresse verso la sala musica vicino all'atrio.

Antoinette stava sistemando gli spartiti. Si girò e affrontò Cassie cautamente quando la vide entrare. Era vestita in modo immacolato in un abito blu scuro. I suoi capelli erano legati in una coda di cavallo e le scarpe perfettamente lucidate.

“Stai benissimo, Antoinette, quel vestito ha davvero un bel colore”, disse Cassie, sperando che i complimenti la potessero aiutare a farsi amica quella ragazzina ostile. “Avete qualcosa in programma per oggi? Qualche attività o altro previsto?”

Antoinette fece una pausa per pensare, prima di scuotere la testa.

“Niente oggi”, disse con decisione.

“Marc e Ella devono andare da qualche parte?”

“No. Domani Marc ha gli allenamenti di calcio”. Antoinette chiuse il coperchio del pianoforte.

“Bene, cosa vorresti fare oggi?” Magari, lasciare la decisione ad Antoinette le avrebbe aiutate a stabilire un legame.

“Potremmo andare a fare una passeggiata nei boschi. Piace a tutti”.

“Dov'è il bosco?”

“A soli due o tre chilometri”. La ragazza fece un gesto vago. “Possiamo uscire subito. Ti faccio vedere io la strada. Devo solo cambiarmi”.

Cassie aveva dato per scontato che il bosco fosse all'interno della tenuta, ed era rimasta sorpresa dalla risposta di Antoinette. Ma una passeggiata all’aria aperta sembrava una bella e salutare attività. Cassie era sicura che Pierre avrebbe approvato.



*



Venti minuti più tardi, furono tutti pronti per partire. Cassie guardò dentro tutte le camere, mentre accompagnava i bambini al piano di sotto, sperando di vedere Marnie o una delle altre domestiche, per potere lasciar detto dove stava andando.

Ma non vide nessuno e non aveva idea di dove cominciare a cercare. Antoinette aveva fretta di uscire, e saltellava da un piede all'altro per l’eccitazione. Perciò Cassie decise che era più importante assecondare il suo buon umore, soprattutto dato che non sarebbero stati fuori molto a lungo. Lei e i bambini si incamminarono lungo il viale di ghiaia e uscirono, con la ragazzina a far strada.

Dietro un’enorme quercia, Cassie vide un complesso costituito da cinque scuderie — le aveva già notate al suo arrivo la sera precedente. Si avvicinò per poterle osservare meglio, e si accorse che erano vuote e buie, con le porte spalancate. Il campo che si trovava oltre le costruzioni era vuoto, con la staccionata a tratti rotta, il cancello appeso agli ingranaggi e l'erba che cresceva lunga e selvaggia.

“Avete dei cavalli?” la ragazza chiese ad Antoinette.

“Li avevamo anni fa, ma ora è molto che non li abbiamo”, rispose la ragazzina. “Nessuno di noi cavalca più”.

Cassie si fermò a fissare le scuderie deserte, mentre assimilava quella notizia sconvolgente.

Maureen le aveva dato informazioni false e decisamente datate.

I cavalli erano stati uno dei motivi per cui lei aveva deciso di accettare quell’incarico. Erano stati un incentivo. La loro presenza aveva fatto apparire il luogo migliore, più attraente, più vivo. Ma non c'erano più da tempo.

Durante il colloquio, Maureen le aveva riferito che avrebbe anche potuto imparare a cavalcare. Perché aveva presentato le cose in modo diverso dalla realtà, e cos'altro aveva detto che non corrispondeva al vero?

“Dai!” Antoinette le tirò la manica con impazienza. “Dobbiamo andare!”

Girandosi, Cassie pensò che Maureen non aveva motivo di dare informazioni false. Il resto della descrizione della casa e della famiglia era abbastanza accurato, ed essendo un’agente la donna poteva solo passare le informazioni che le erano state fornite.

Di conseguenza, doveva essere stato Pierre a mentire. E se fosse stato davvero così, sarebbe stato ancora più preoccupante.

Quando ebbero svoltato a una curva, e il castello non fu più visibile, Antoinette iniziò a rallentare. Avevano però già camminato troppo per Ella, che si lamentava che le facevano male i piedi.

“Smetti di frignare", la avvisò la sorella. “Ricordati che papà ti dice sempre che non devi piagnucolare”.

Cassie prese Ella in braccio e la trasportò, accorgendosi ben presto che non era una cosa semplice, visto il peso non proprio leggiadro della bambina, che pareva aumentare ad ogni passo. La ragazza aveva già sulle spalle uno zaino che conteneva le giacche di tutti, e aveva i pochi euro che le erano rimasti in una tasca laterale.

Marc camminava davanti al gruppo, rompendo rami dalle siepi e lanciandoli in strada come se fossero lance. Cassie doveva continuare a ricordargli di stare lontano dall’asfalto. Il bimbo era così distratto ed incosciente, che sarebbe potuto tranquillamente finire sotto a una macchina.

“Ho fame!” si lamentò Ella.

Esasperata, Cassie ripensò al piatto pieno della colazione, che la bambina non aveva toccato.

“C'è un negozio dietro l’angolo”, le disse Antoinette. Vendono bibite fredde e spuntini”. La ragazzina sembrava particolarmente di buonumore quella mattina, anche se Cassie non riusciva a spiegarsi il motivo. In quel momento si sentiva solamente felice perché pareva che Antoinette si stesse abituando alla sua presenza.

Cassie sperava che nel negozio vendessero degli orologi economici, perché senza telefono non aveva modo di sapere che ore fossero. Ma questo si rivelò essere un vivaio, pieno di semi, alberelli e fertilizzante. Il chioschetto alla cassa vendeva solo bibite e snack — l'anziano cassiere, seduto su uno sgabello accanto a una stufetta a gas, spiegò che non avevano altro. I prezzi erano altissimi e la ragazza fu presa dall'ansia, mentre contava la sua esigua quantità di denaro, e comprava del cioccolato e un succo per ogni bambino.

Mentre pagava, i bambini corsero dall'altra parte della strada per guardare un asino. Cassie gli urlò di tornare indietro, ma loro la ignorarono.

L'uomo dai capelli grigi alzò le spalle. “Sono bambini” disse con tono comprensivo. “Mi sembra di conoscerli. Vivete vicino?”

“Sì. Sono i bambini Dubois. Sono la nuova ragazza alla pari e oggi è il mio primo giorno di lavoro”, spiegò Cassie.

Sperava in un riconoscimento amichevole, invece il cassiere spalancò gli occhi allarmato.

“Quella famiglia? Lavori per loro?”

“Sì". Le paure di Cassie tornarono a galla. “Perché? Li conosce?”

Il signore annuì.

“Li conosciamo tutti. E Diane, la moglie di Pierre, veniva a comprare piante da me qualche volta”.

L'uomo notò l'espressione confusa di Cassie.

“La madre dei bambini”, le spiegò. “È morta l'anno scorso".

Cassie lo fissò, con la testa che le girava. Non riusciva a credere a quanto aveva appena sentito.

La madre dei bambini era morta appena l'anno precedente. Perché nessuno le aveva detto niente? Maureen non ne aveva neanche fatto parola. Cassie aveva dato per scontato che Margot fosse la madre, ma in quel momento si rese conto di quanto era stata ingenua; la donna era decisamente troppo giovane per essere il genitore di una dodicenne.

Quella famiglia aveva appena subito un lutto, era stata distrutta da una terribile tragedia. Maureen avrebbe dovuto informarla.

Ma la direttrice dell’agenzia non sapeva nemmeno che non ci fossero più cavalli, perché non le era stato detto. Con una sensazione di terrore, Cassie si domandò se fosse a conoscenza della morte della donna.

Cosa era successo a Diane? Quanto era rimasto colpito Pierre dalla sua dipartita? E i bambini, e le intere dinamiche familiari? Come si sentivano i figli in merito all'arrivo di Margot in casa, a così breve tempo dalla sua morte? Era chiaro a quel punto perché Cassie potesse percepire una tensione pari a quella di una corda di violino in qualunque tipo di interazione che avvenisse in quella casa.

“È — è molto triste”. “Non sapevo che fosse deceduta da così poco tempo. Suppongo che la sua morte sia stata traumatica per tutti”.

Con un'espressione decisamente accigliata, il cassiere le porse il resto, e Cassie mise via l'esigua quantità di denaro.

“Conosce i retroscena familiari, immagino”.

“Non so molto, mi farebbe molto piacere se potesse spiegarmi cosa è successo". La ragazza si sporse ansiosamente sul bancone.

Lui scosse la testa.

“Non sta a me dire di più. Lavori per la famiglia”.

E perché quel fatto rendeva le cose diverse? Si chiese lei. Una delle sue unghie iniziò a spingere indietro le cuticole, e con sorpresa la ragazza si rese conto di aver ripreso quella sua vecchia abitudine. Beh, si sentiva sicuramente stressata. Ciò che l'anziano signore le aveva rivelato era già preoccupante di per sé, ma ciò che si rifiutava di aggiungere era sicuramente peggio. Forse, se fosse stata onesta con lui, l’uomo si sarebbe aperto di più.

“Non capisco bene quale sia la situazione in quella casa, e ho il timore di essere con l'acqua alla gola. Ad essere onesta, non mi avevano neanche detto che Diane fosse morta. Non so come sia successo, o come fossero le cose in precedenza. Se avessi un'idea migliore, sarebbe sicuramente d'aiuto”.

L'uomo annuì, parendo più comprensivo, ma poi sentì squillare il telefono, e Cassie capì che aveva perso la sua occasione. Il signore uscì per rispondere, chiudendosi la porta alle spalle.

Con disappunto, la ragazza diede le spalle al bancone e indossò lo zaino, che pareva pesasse il doppio di prima. O forse era solo il peso della spiacevole notizia che il commesso le aveva dato che la schiacciava. Mentre usciva dal negozio, la ragazza si chiese se avrebbe avuto la possibilità di tornare da sola in un altro momento, e parlare con l'anziano. Qualunque fosse il segreto che l’uomo conosceva sulla famiglia Dubois, lei lo voleva assolutamente sapere.




CAPITOLO SEI


Cassie fu riportata bruscamente al presente da Ella, che gridava spaventata. Guardando dall'altra parte della strada, la ragazza vide con orrore che Marc aveva attraversato la staccionata passando da una fessura, e stava dando da mangiare manciate d'erba ad una mandria che ora includeva cinque grigi asini pelosi ricoperti di fango. Gli animali appiattivano le orecchie e si mordevano a vicenda mentre gli si facevano intorno.

Ella urlò di nuovo, quando uno degli asini piombò addosso al fratello, facendolo cadere sulla schiena.

“Esci di lì!” gridò Cassie, attraversando la strada di corsa. Si tese oltre la staccionata e afferrò il bambino dalla maglietta, trascinandolo fuori dal recinto prima che venisse schiacciato. Si chiese se Marc volesse morire. La maglietta del bimbo era bagnata e sporca, e lei non ne aveva portata una di ricambio. Per fortuna il sole brillava ancora alto nel cielo, anche se si potevano vedere delle nubi arrivare da ovest.

Quando Cassie gli diede il suo pezzo di cioccolato, Marc si mise l'intera barretta in bocca, gonfiando le guance. Poi si mise a ridere, sputandone dei pezzi a terra, prima di correre accanto ad Antoinette.

Ella spinse via il cioccolato e iniziò a piangere a voce alta.

Cassie la prese di nuovo in braccio.

“Cosa c'è? Non hai fame?” le chiese.

“No. Mi manca la mamma”, singhiozzò.

Cassie la strinse a sé, sentendo la calda guancia della bambina a contatto con la propria.

“Mi dispiace, Ella. Mi dispiace tanto. L'ho appena saputo. Ti deve mancare terribilmente”.

“Vorrei che papà mi dicesse dov'è andata”, si lamentò la bimba.

“Ma…” Cassie rimase senza parole. Il commesso aveva detto chiaramente che Diane Dubois era morta. Perché Ella la pensava diversamente?

“Che cosa ti ha detto il papà?”, le chiese con attenzione.

“Mi ha detto che è andata via. Ma non mi vuole dire dove. Ha solo detto che se n'è andata. Perché è andata via? Voglio che torni!” Ella posò la testa tra le spalle di Cassie, piangendo a dirotto.

Cassie sentì la testa girare. La bambina aveva quattro anni all'epoca, e sicuramente poteva capire il significato della morte. Doveva esserci stata un'occasione per piangere, e un funerale. O forse no.

La sua mente era totalmente confusa all'idea che Pierre avesse deliberatamente mentito alla figlia riguardo la morte della madre.

“Ella, non essere triste”, disse Cassie, massaggiandole le spalle. “A volte le persone se ne vanno, e non tornano più”. La ragazza pensò a Jacqui, chiedendosi nuovamente se avrebbe mai scoperto cosa le fosse successo. Il fatto di non sapere era davvero terribile. La morte, per quanto tragica, era almeno definitiva.

Cassie poteva solo immaginare l'agonia che la bambina doveva sopportare, credendo che la madre l'avesse abbandonata senza dire una parola. Non c'era da stupirsi del fatto che la piccola avesse degli incubi. Cassie si sentì in dovere di scoprire cosa fosse accaduto veramente, nel caso ci fosse dell’altro. Chiedere direttamente a Pierre sarebbe stato troppo intimidatorio, e non si sentiva a proprio agio a tirare fuori l'argomento, a meno che non fosse lui a farlo. Forse gli altri figli potevano dirle la loro versione della storia, se glielo avesse chiesto al momento giusto. Quello poteva essere un buon punto di partenza.

Antoinette e Marc stavano aspettando ad un bivio. Finalmente Cassie riuscì a vedere il bosco davanti a lei. Antoinette aveva sottovalutato la distanza; i quattro avevano camminato almeno quattro chilometri, e il vivaio era l'ultimo edificio che avevano incontrato. La strada si era trasformata in una corsia stretta, con l'asfalto crepato e pieno di buche, le siepi grosse e selvagge.

“Tu ed Ella potete seguire il percorso”, le consigliò Antoinette, indicando un vialetto pieno di vegetazione. “È una scorciatoia”.

Grata per la possibilità di un percorso più breve, Cassie si diresse lungo lo stretto sentiero, facendosi strada attraverso numerosi folti cespugli.

A metà strada, il braccio iniziò a bruciarle in maniera tanto dolorosa da farla urlare. Pensò di essere stata punta da uno sciame di vespe. Abbassando lo sguardo, vide che la pelle era gonfia ed irritata in ognuno dei punti in cui era stata sfiorata dalle foglie. Poi Ella iniziò ad urlare.

“Mi brucia il ginocchio!”

Sulla gamba della bimba cominciava a vedersi una forte irritazione, e profonde piaghe rosse le stavano comparendo sulla soffice pelle candida.

Cassie si abbassò troppo tardi, e un ramo pieno di foglie le sbatté sul viso. Il bruciore si diffuse immediatamente, e la ragazza si mise ad urlare per lo spavento.

Cassie sentì la risata squillante e gioiosa di Antoinette provenire dalla fine del sentiero.

“Nascondi la testa tra le mie spalle", ordinò a Ella, circondandola con le braccia. Facendo un respiro profondo, si diresse lungo il sentiero, proseguendo alla cieca attraverso le foglie urticanti, finché riuscì a raggiungere una radura.

Antoinette rideva sguaiatamente, piegata in due su un tronco caduto, e Marc la imitava, contagiato dalla sua ilarità. Nessuno di loro sembrava preoccuparsi delle lacrime offese della sorellina.

“Sapevi che c'era edera velenosa!” l'accusò Cassie, mentre posava Ella a terra.

“Ortiche”, la corresse Antoinette, prima di scoppiare nuovamente a ridere. Non c'era alcuna gentilezza in quel suono — le risate erano decisamente crudeli. La ragazzina stava mostrando la sua vera natura, ed era senza pietà.

Cassie fa avvolta da un'ondata di collera che sorprese lei stessa. Per un momento desiderò solo prendere a schiaffi l'arrogante faccia sorridente di Antoinette più forte che poteva. La forza della sua rabbia era spaventosa. La ragazza fece effettivamente un passo avanti e alzò la mano, prima che la sua sanità mentale prevalesse. L'abbassò immediatamente, sconvolta da ciò che avrebbe potuto fare.

Si voltò, aprì lo zaino, e cercò l'unica bottiglia d'acqua che aveva. Ne strofinò un po' sul ginocchio di Ella, e il resto sulla propria pelle, sperando che quel gesto potesse placare il bruciore. Ogni volta che toccava la zona gonfia, però, sembrava che questa peggiorasse. Cassie si guardò intorno per vedere se ci fosse una fontanella, o un rubinetto, per poter far scorrere dell'acqua fresca sull'irritazione dolorosa.

Ma non vi era nulla. Quel bosco non era la destinazione adatta alle famiglie che Cassie si aspettava. Non c'erano panchine, o cartelli. Nessun cestino della spazzatura, rubinetti o fontanelle, nessun sentiero curato. C'era solo una vecchia e scura foresta, con faggi, pini ed abeti rossi che fuoriuscivano dal sottobosco intricato.

“Dobbiamo tornare a casa”, disse ai bambini.

“No", la contrastò Marc. “Voglio esplorare”.

“Non è un posto sicuro da esplorare. Non c'è neanche un vero sentiero. Ed è troppo buio. È meglio che ti metti la giacca ora, o prenderai un raffreddore”.

“Altro che prendere un raffreddore, prendi me!” con un'espressione maliziosa, il bambino scappò, passando velocemente tra le piante.

“Maledizione!” Cassie si avviò rapidamente dietro di lui, stringendo i denti quando ramoscelli affilati le laceravano la pelle irritata. Marc era più piccolo e più veloce di lei, e le sue risa la prendevano in giro mentre si addentrava nella boscaglia.

“Marc, torna indietro!” lo chiamò.

Ma le sue parole sembrarono solo spronarlo. La ragazza lo seguì ostinatamente, sperando che lui si stancasse o semplicemente smettesse di giocare.

Finalmente Cassie riuscì a raggiungerlo, quando il bimbo si fermò a prendere fiato calciando delle pigne. Lo afferrò saldamente per il braccio prima che potesse scappare di nuovo.

“Non è un gioco. Vedi? C'è un burrone lì davanti”. Il terreno scendeva ripidamente e si poteva sentire dell'acqua scorrere.

“Torniamo indietro ora. È ora di andare a casa”.

“Non voglio tornare a casa”, borbottò Marc, trascinando i piedi mentre la seguiva.

Neanche io, pensò Cassie, provando compassione per lui.

Ma quando arrivarono alla radura, trovarono solo Antoinette. La ragazzina era seduta su una giacca piegata, e si stava intrecciando i capelli sopra una spalla.

“Dov'è tua sorella?” chiese Cassie.

Antoinette alzò lo sguardo, parendo del tutto indifferente.

“Ha visto un uccello poco dopo che ve ne siete andati, e voleva vederlo da vicino. Non so dove sia andata”.

Cassie la fissò inorridita.

“Perché non sei andata con lei?”

“Non mi hai detto di farlo”, rispose Antoinette, con un sorriso indifferente.

Cassie respirò profondamente, controllando un altro scoppio d'ira. La ragazzina aveva ragione. Non avrebbe dovuto lasciare le bambine senza avvisarle di rimanere dov'erano.

“Dov'è andata? Fammi vedere esattamente dove l'hai vista per l'ultima volta”.

Antoinette le indicò il luogo. “È andata da quella parte”.

“Vado a cercarla”. Cassie mantenne il tono della voce calmo di proposito. “Resta qui con Marc. Non — non — uscire da questa radura e non perdere di vista tuo fratello. Capito?”

Antoinette annuì distrattamente, pettinandosi i capelli con le dita. Cassie poteva solo sperare che la ragazzina avrebbe fatto quanto le era stato chiesto. Si incamminò nella direzione che Antoinette le aveva indicato, e mise le mani intorno alla bocca.

“Ella?” gridò più forte che poteva. “Ella?”

Attese, sperando di sentire una risposta e dei passi in avvicinamento, ma non vi fu alcuna reazione. Tutto ciò che poteva udire era il debole fruscio delle foglie nel vento, che si stava facendo più forte.

Ella poteva davvero essersi allontanata tanto da non sentirla nel breve tempo che era stata via? O le era successo qualcosa?

La ragazza sentì il panico cominciare a montarle dentro mentre iniziò a correre dentro il bosco.




CAPITOLO SETTE


Cassie si addentrò di corsa nella foresta, passando tra gli alberi. Gridò il nome della bambina, pregando di sentire una risposta. Ella poteva essere ovunque; non c'era alcun chiaro sentiero che avrebbe potuto seguire. La foresta era scura ed inquietante, il vento si faceva sempre più forte e gli alberi sembravano attutire le urla di Cassie. La bimba poteva essere caduta in un dirupo, o essere scivolata e aver picchiato la testa. Un senzatetto poteva averla rapita. Poteva esserle successa qualunque cosa.

Cassie scivolò su del muschio e inciampò su alcune radici. La sua faccia era graffiata ovunque e la gola le faceva male per le urla.

Alla fine si fermò, cercando di riprendere fiato. Si accorse di essere umida di sudore, il quale risultava freddo nella brezza. Cosa poteva fare? Stava iniziando a fare buio. Non poteva passare altro tempo a cercare Ella, o avrebbe messo tutti in pericolo. Il vivaio era lo scalo più vicino.Se fosse stato ancora aperto, si sarebbero potuti fermare lì sulla via del ritorno, dire al negoziante cosa era successo, e chiedergli di telefonare alla polizia.

Cassie ci mise secoli a ritrovare la strada verso la radura, e si perse più volte prima di riuscire a ritornare sui suoi passi. Pregò che gli altri l'avessero aspettata al sicuro. E soprattutto sperava che Ella avesse ritrovato la strada.

Ma quando raggiunse la radura, Antoinette stava intrecciando foglie in una catena, e Marc era addormentato rannicchiato sulle giacche.

Non vi era traccia della bambina.

La ragazza poteva già immaginarsi lo scoppio d'ira al suo ritorno. Pierre sarebbe stato furioso, e a buona ragione. Margot sarebbe stata probabilmente solo crudele. Ci sarebbero state torce accese nella notte, con il paese alla ricerca di una bambina che si era smarrita, ferita, o peggio, a causa della sua negligenza. Era tutto colpa sua e un suo personale fallimento.

L'orrore di tutta quella situazione la sopraffece. Cassie crollò contro un albero e si mise il volto tra le mani, cercando disperatamente di non scoppiare in lacrime.

E poi Antoinette disse, con voce aggraziata “Ella? Ora puoi uscire!”

La ragazza alzò lo sguardo, guardando incredula la bambina che si arrampicava da dietro un tronco caduto, togliendosi foglie dalla gonna.

“Cosa…”, la sua voce era rauca e tremolante. “Dov'eri?”

Ella sorrise felicemente.

“Antoinette mi ha detto che stavamo giocando a nascondino, e che non dovevo uscire se mi avessi chiamato, o avrei perso. Ho freddo ora — posso avere la mia giacca?”

Cassie si sentì debilitata per lo stupore. Non avrebbe mai creduto che qualcuno potesse inventarsi una cosa simile per pura cattiveria.

La ragazza rabbrividì, non tanto per la crudeltà delle azioni, ma per quanto fossero calcolate. Cosa spingeva Antoinette a tormentarla, e come poteva fare per evitare che accadesse nuovamente in futuro? Non poteva aspettarsi alcun supporto da parte dei genitori. Essere gentile non aveva funzionato, e arrabbiarsi avrebbe solo fatto il gioco di Antoinette. La ragazzina aveva il coltello dalla parte del manico, e ne era ben cosciente.

In conseguenza a quanto accaduto, i quattro stavano tornando a casa in ritardo mostruoso, e non avevano detto a nessuno dove sarebbero stati. I bambini erano sporchi, affamati, assetati ed esausti. Cassie temeva che Antoinette avesse fatto più di quanto fosse necessario per farla licenziare immediatamente.

La camminata per rientrare al castello fu lunga, fredda, e sgradevole. Ella insistette per poter stare in braccio tutto il tragitto, e le braccia di Cassie cedettero proprio quando raggiunsero la casa. Marc si trascinava dietro di lei, borbottando. Era talmente stanco che l’unica cosa che riusciva a fare era tirare un sasso ogni tanto contro gli uccelli nelle siepi. Anche Antoinette sembrava non godersi la sua vittoria e arrancava con fare imbronciato.

Quando Cassie bussò alla porta imponente, quella fu aperta all’istante. Margot le stava di fronte, rossa di rabbia.

“Pierre!” urlò. “Sono finalmente a casa”.

Cassie iniziò a tremare quando sentì un rumore di passi arrabbiati.

“Dove diavolo siete stati?” gridò Pierre. “Hai idea di quanto tu sia stata irresponsabile?”

Cassie deglutì duramente.

“Antoinette voleva andare nel bosco. Quindi siamo usciti per fare una passeggiata”.

“Antoinette — cosa? Tutto il giorno? Perché mai le hai permesso di fare una cosa simile e perché non hai seguito le tue istruzioni?”

“Quali istruzioni?” Tremando di fronte alla rabbia dell’uomo, Cassie voleva solo correre e nascondersi, come aveva fatto a dieci anni quando suo padre aveva avuto uno dei suoi scoppi d'ira. Guardandosi alle spalle, vide che i bambini provavano esattamente la stessa cosa. I loro volti terrorizzati e affranti le diedero il coraggio di cui aveva bisogno per affrontare Pierre, anche se le tremavano le gambe.

“Ho lasciato un appunto sulla porta della tua camera”, disse lui. Facendo uno sforzo, parlò con voce più calma. Forse anche lui si era accorto della reazione dei bambini.

“Non ho trovato alcun appunto”, Cassie diede un'occhiata ad Antoinette, ma gli occhi della ragazzina erano pieni di sconforto e aveva le spalle curve.

“Antoinette aveva un'esibizione di pianoforte a Parigi. È arrivato un autobus per prenderla alle otto e mezza, ma non l'hanno trovata da nessuna parte. E Marc aveva gli allenamenti di calcio in paese, a mezzogiorno”.

Cassie sentì un nodo allo stomaco, nel rendersi conto delle serie conseguenze alle sue azioni. Aveva deluso Pierre, e altre persone, nel peggior modo possibile. Quel giorno doveva essere un test delle sue abilità nel gestire gli impegni dei bambini. Invece lei era uscita per una scampagnata non programmata in mezzo al nulla e aveva mancato impegni importanti. Se fosse stata in Pierre, sarebbe stata furibonda anche lei.

“Mi dispiace moltissimo”, borbottò.

Cassie non osava dire apertamente a Pierre come i bambini l'avessero ingannata, anche se era certa che lui lo sospettasse. Se avesse detto come erano andate veramente le cose, i tre avrebbero probabilmente subito le conseguenze dell’ira del padre.

Si sentì il suono di un gong provenire dalla sala da pranzo e Pierre diede un'occhiata al suo orologio.

“Ne parleremo più tardi. Falli preparare per la cena ora. In fretta, prima che diventi fredda”.

Fu più semplice dirlo che farlo. Ci volle oltre mezz'ora, e molte lacrime, prima che Marc e Ella fossero lavati, e col pigiama addosso. Per fortuna, Antoinette si comportò al meglio, e Cassie si domandò se magari la ragazzina si sentisse sopraffatta dalle conseguenze delle sue azioni. Per quanto la riguardava, Cassie era paralizzata per quanto catastrofica si fosse rivelata quella giornata. Fare il bagno ai bambini l’aveva resa completamente fradicia, ma non aveva tempo per fare una doccia. Si mise addosso una maglietta asciutta e le piaghe sulle braccia le si infiammarono nuovamente.

Scese insieme ai bambini al piano di sotto, con fare sconsolato.

Pierre e Margot stavano aspettando nel piccolo salotto accanto alla sala da pranzo. Margot stava sorseggiando un calice di vino mentre Pierre si riempiva di nuovo il bicchiere di brandy e soda.

“Finalmente possiamo mangiare”, osservò la donna.

Per cena c'era stufato di pesce, e Pierre insistette che i due fratelli maggiori si servissero da soli, anche se permise a Cassie di aiutare Ella.

“Devono imparare le buone maniere da piccoli”, disse, e spiegò loro il corretto protocollo da seguire nel corso di tutta la cena.

“Metti il tovagliolo sulle gambe, Marc. Non accartocciato sul pavimento. E tieni in dentro i gomiti; Ella non vuole che le tiri gomitate nei fianchi mentre mangia”.

Lo stufato era ricco e delizioso, e Cassie stava morendo di fame, ma le prediche di Pierre erano sufficienti a far passare la fame a tutti. La ragazza si limitò perciò a bocconi piccoli e delicati, osservando Margot, per capire se stesse facendo le cose nel modo giusto, seguendo la tradizione francese. I bambini erano esausti, incapaci di capire cosa stesse dicendo il padre, e Cassie sperava che la fidanzata gli facesse notare che non era il momento adatto per essere pignoli.

La ragazza si chiese se le cene fossero diverse quando Diane era viva, e come tutto fosse cambiato dopo l'arrivo di Margot. La sua stessa madre aveva cercato sempre di evitare il conflitto in silenzio, ma quello era scoppiato incontrollabile quando se n'era andata. Forse Diane aveva giocato un ruolo simile in questa famiglia.

“Vuoi un po' di vino?” Con sua sorpresa, Pierre le riempì il bicchiere prima che lei potesse rifiutare. Forse anche quello faceva parte del protocollo.

Il vino era profumato e fruttato, e dopo solo qualche sorso, Cassie sentì l'alcool entrarle nel sangue, donandole una sensazione di benessere e un rilassamento pericoloso. Posò il bicchiere di fretta, coscia del fatto che non poteva permettersi alcun errore.

“Ella, cosa stai facendo?” Chiese Pierre, esasperato.

“Mi sto grattando il ginocchio”, spiegò la bambina.

“Perché stai usando un cucchiaio?”

“Le mie unghie non sono abbastanza lunghe per raggiungere il prurito. Abbiamo camminato tra le ortiche”, disse Ella con orgoglio. “Antoinette ha fatto vedere una scorciatoia a Cassie. Mi hanno punto sul ginocchio. Cassie è stata punta su tutta la faccia e le braccia. Stava piangendo”.

Margot sbatté il suo bicchiere di vino sul tavolo.

“Antoinette! Lo hai fatto di nuovo?”

Cassie sbatté le palpebre, sorpresa di scoprire che quanto accaduto non fosse una novità.

“Io…” Antoinette iniziò in modo provocatorio, ma Margot era inarrestabile.

“Sei un piccolo mostro crudele. Vuoi solo creare problemi. Pensi di essere furba, ma sei solo una ragazzina stupida, perfida ed infantile”.

Antoinette si morse le labbra. Le parole di Margot avevano scalfito la sua fredda corazza di autocontrollo.

“Non è colpa sua”, si ritrovò a dire ad alta voce Cassie, chiedendosi troppo tardi se bere il vino fosse stata una buona idea.

“Dev'essere davvero difficile per lei gestire —” si fermò di botto, perché stava per parlare della morte della madre, ma Ella credeva ad una versione differente e Cassie stessa non aveva idea di quale fosse la verità. Non era il momento di fare domande.

“Gestire tutti questi cambiamenti”, disse. “In ogni caso, Antoinette non mi ha detto di fare quella strada. L'ho scelta io. Ella e io eravamo stanche e sembrava una buona scorciatoia”.

Non osò guardare Antoinette mentre parlava, in caso che Margot sospettasse una combutta, ma riuscì a cogliere lo sguardo di Ella. Le diede un'occhiata di intesa, sperando che capisse perché Cassie stava dalla parte di sua sorella, e fu ricompensata con un piccolo cenno del capo.

Cassie temeva che difendere la ragazzina l’avrebbe messa in una situazione ancora più pericolosa, ma si sentiva in obbligo di dire qualcosa. Dopo tutto, lei sapeva bene come fosse crescere in una famiglia distrutta, dove poteva scoppiare un casino in ogni momento. Capiva l'importanza della presenza di un modello più grande da seguire, che potesse offrire riparo dalla tempesta. Come avrebbe fatto lei stessa a superare i momenti difficili senza la forza di Jacqui? Antoinette non aveva nessuno che la difendesse.

“Quindi hai deciso di stare dalla sua parte?” sibilò Margot. “Fidati, te ne pentirai, proprio come ho fatto io. Non la conosci come la conosco io”. Puntò il dito con una perfetta manicure scarlatta verso Antoinette, che iniziò a piangere. “È proprio come sua —”

“Smettila!” ruggì Pierre. “Non accetto discussioni a tavola — Margot, ora stai zitta, hai detto abbastanza.

La donna si alzò in piedi così rapidamente, che la sua sedia cadde con uno schianto.

“Mi stai dicendo di tacere? Bene, allora me ne vado. Ma non pensare che non abbia provato ad avvisarti. Avrai ciò che ti meriti, Pierre”. Si diresse verso la porta, ma poi si voltò nuovamente, fissando Cassie con un odio malcelato.

“Avrete tutti quello che vi meritate”.




CAPITOLO OTTO


Cassie trattenne il respiro mentre Margot si allontanava rabbiosamente lungo il corridoio. Guardandosi intorno, la ragazza si rese conto di non essere l'unica ad essere rimasta scioccata per lo sfogo feroce della donna. Marc aveva gli occhi spalancati e la bocca sigillata. Ella si stava succhiando il pollice. Antoinette aveva una silenziosa espressione furibonda.

Bisbigliando un'imprecazione, Pierre spinse indietro la sua sedia.

“Me ne occupo io”, disse, dirigendosi verso la porta. “Tu metti i bambini a letto”.

Contenta di aver qualcosa da fare, Cassie si alzò, dando un'occhiata alle stoviglie in disordine sulla tavola. Doveva riordinare o chiedere ai bambini di dare una mano? La tensione si poteva tagliare con un coltello. La ragazza desiderava poter fare una qualunque semplice faccenda domestica, come lavare i piatti, per provare un po’ di calma e tranquillità.

Antoinette notò la direzione del suo sguardo.

“Lascia tutto dove si trova", scattò. “Qualcuno pulirà più tardi”.

Cercando di usare un tono allegro, Cassie disse “Bene allora, è ora di andare a dormire”.

“Non voglio andare a letto”, protestò Marc, dondolandosi sulla sedia. Quando perse l'equilibrio, urlò con finto terrore e si aggrappò alla tovaglia. Cassie corse in suo soccorso. Fece in tempo ad impedire che la sedia cadesse, ma non fu veloce abbastanza per evitare che Marc facesse ribaltare due bicchieri e facesse cadere un piatto sul pavimento.

“Di sopra", ordinò la ragazza, cercando di usare un tono deciso, ma la voce era acuta e tremolante per la stanchezza.

“Voglio uscire”, disse Marc, correndo verso la porta finestra. Al ricordo di come l'aveva seminata nei boschi, Cassie gli corse subito dietro. Quando lo raggiunse, il bambino aveva già girato la chiave nella porta, ma lei riuscì ad afferrarlo e fermarlo prima che potesse aprirla ed uscire. La ragazza vide il loro riflesso nel vetro scuro. Il bambino con i capelli ribelli e un'espressione impenitente — e se stessa. Con le dita gli afferrava le spalle, aveva gli occhi spalancati e ansiosi, e il viso bianco come un lenzuolo.

Vedere il proprio riflesso in quel momento inaspettato le fece comprendere quanto, fino a quel momento, avesse fallito nel compiere il suo dovere. Erano passate 24 ore dal suo arrivo, e non aveva avuto il controllo per un solo minuto. Pensare il contrario voleva solo dire prendersi in giro. Le sue aspettative di entrare a far parte della famiglia, ed essere amata, o almeno apprezzata, dai bambini, non potevano essere più lontane dalla realtà. I ragazzi non avevano un minimo di rispetto nei suoi confronti, e lei stessa non aveva idea di come avrebbe potuto cambiare le cose.

“È ora di andare a dormire”, ripetè stancamente, e tenendo la mano sinistra saldamente sulla spalla di Marc, tolse le chiavi dalla serratura. Notò un gancio posto in alto sul muro, e ve le appese. Poi, condusse il bambino al piano di sopra senza mollare la presa. Ella camminò accanto a loro, e Antoinette li seguì scoraggiata, sbattendosi la porta alle spalle una volta entrata in camera, senza neanche dire buonanotte.

“Vuoi che ti legga una storia?” chiese a Marc, ma lui scosse la testa.

“Va bene. A letto, allora. Se vai a dormire ora, domani puoi alzarti e giocare coi tuoi soldatini”.

Era l'unico incentivo che le venne in mente, ma sembrò funzionare; o forse il bambino aveva finalmente ceduto alla stanchezza. In ogni caso, con suo grande sollievo, Marc fece come richiesto. Cassie tirò su il piumone per coprirlo, notando che le mani le tremavano per l'enorme stanchezza. Se Marc avesse provato a liberarsi un'altra volta, era certa di scoppiare in lacrime. Non era sicura che il bambino sarebbe rimasto a letto, ma almeno per ora il suo compito era stato svolto.

“Io voglio una storia”. Ella le tirò il braccio. “Me ne leggi una?”

“Certo”. Cassie andò nella camera della bambina e scelse un libro dalla piccola selezione sullo scaffale. Ella corse a letto, saltando sul materasso per l'eccitazione, e la giovane si chiese quante volte le avessero letto una storia in passato, perché non sembrava fosse una cosa abitudinaria. Sebbene, pensò, fino a quel momento non aveva notato molti dettagli della vita di Ella che si potessero considerare normali.

Le lesse la storia più corta che riuscì a trovare, e si ritrovò con Ella che insisteva per leggerne una seconda. Quando giunse alla fine e chiuse il libro, Cassie non riusciva più a distinguere le parole. Alzando lo sguardo, vide con suo grande sollievo che la lettura aveva fatto calmare la bambina, che si era finalmente addormentata.

La ragazza spense la luce e chiuse la porta. Tornando indietro lungo il corridoio, controllò in camera di Marc, cercando di fare il minor rumore possibile. Grazie al cielo, la stanza era ancora buia, e Cassie riusciva a sentire un leggero respiro.

Quando aprì la porta di Antoinette, la luce era accesa. La ragazzina era seduta a letto e stava scrivendo in un libro dalla copertina rosa.

“Si bussa prima di entrare”, rimproverò Cassie. “È una regola”.

“Scusami. Prometto che lo farò d'ora in poi”, si scusò lei. Temeva che Antoinette trasformasse questa infrazione in un litigio, ma invece la ragazzina riportò l'attenzione al suo quaderno, e scrisse qualche altra parola prima di chiuderlo.

“Stai finendo i compiti?” le chiese Cassie, sorpresa, perché non pensava che Antoinette fosse una persona che lasciava le cose all'ultimo minuto. La sua stanza era perfetta. I vestiti che si era tolta di dosso erano piegati del cesto della biancheria, e il suo zaino di scuola, pronto e al suo posto, si trovava sotto una scrivania bianca ed impeccabilmente in ordine.

Si chiese se Antoinette si sentisse come se la sua vita fosse fuori controllo, e stesse cercando di compensare nel suo ambiente privato. O forse, dato che la ragazzina aveva dimostrato chiaramente che era infastidita dalla presenza di una ragazza alla pari, magari stava cercando di dimostrare che non aveva bisogno di nessuno che si prendesse cura di lei.

“I compiti li ho già finiti. Stavo scrivendo sul mio diario”, le disse Antoinette.

“Lo scrivi tutte le sere?”

“Quando sono arrabbiata”, rimise il tappo sulla penna.

“Mi dispiace per quello che è successo stasera”, simpatizzò Cassie, sentendosi come se stesse camminando su uno strato di ghiaccio sottile, che si sarebbe potuto rompere in qualunque momento.

“Margot mi odia e io odio lei”, disse Antoinette, con la voce che le tremava leggermente.

“No, non credo sia così”, replicò Cassie, ma la ragazzina scosse la testa.

“Sì, invece. La odio. Vorrei che fosse morta. Mi ha già detto cose simili in passato. Mi fa infuriare tanto che potrei ucciderla”.

Cassie la fissò scioccata.

Non furono tanto le parole di Antoinette a darle i brividi, ma la calma con cui le pronunciò. Non aveva idea di come rispondere. Era normale che una dodicenne avesse tali pensieri omicida? Antoinette aveva sicuramente bisogno di qualcuno di più qualificato che la aiutasse e gestire questa rabbia. Un terapista, uno psicologo, o persino un prete.

Beh, in mancanza di qualcuno di competente, Cassie ritenne di essere l'unica persona disponibile.

Si concentrò sui propri ricordi, cercando di riportare alla mente quello che diceva e faceva a quell'età. Come aveva reagito, e come si era sentita quando la sua situazione aveva perso del tutto controllo. Aveva mai voluto uccidere qualcuno?

All'improvviso si ricordò di una delle fidanzate di suo padre, Elaine, una ragazza bionda con lunghe unghie rosse e una voce acuta e stridula. Lei e la donna si odiarono dal primo momento. Nei sei mesi in cui Elaine fu sulla scena, Cassie la odiò terribilmente. Non riusciva a ricordare di averla desiderata morta, ma di certo voleva che se ne andasse.

Probabilmente si trattava della stessa cosa. Antoinette era semplicemente più schietta.

“Quello che ha detto Margot non era assolutamente corretto”, disse Cassie, perché lo pensava davvero. “Ma quando è arrabbiata, la gente dice cose che non pensa”.

Certo, di solito diceva anche cose vere in momenti di rabbia, ma Cassie non aveva intenzione di parlare di quello.

“Oh, le pensava”, le assicurò Antoinette. Stava giocando con la penna, girandone il tappo con forza da una parte all'altra.

“E papà ora la difende sempre. Pensa solo a lei e mai a noi. Era diverso quando mia madre era viva”.

Cassie annuì affettuosamente. Era la sua stessa esperienza.

“Lo so”, disse.

“Come fai a saperlo?” Antoinette la guardò incuriosita.

“Mia madre è morta quando ero piccola. Anche mio padre ha portato delle ragazze — ehm, voglio dire, nuove fidanzate — in casa. Ciò ha causato molti scontri e ostilità. Io non gli piacevo, e loro non piacevano a me. Per fortuna avevo una sorella maggiore”.

Cassie si corresse velocemente.

“Ho una sorella maggiore, Jacqui. Affrontava mio padre e mi proteggeva quando c'erano dei litigi”.

Antoinette annuì in accordo.

“Mi hai difeso stasera. Nessuno l'aveva mai fatto. Grazie”.

La ragazzina fissò Cassie, coi suoi grossi occhi blu, e lei sentì un nodo allo stomaco a quella gratitudine inaspettata.

“Sono qui per questo”, le rispose.

“Mi dispiace di averti detto di camminare tra le ortiche”. Antoinette diede un'occhiata alle piaghe sulle mani della ragazza, ancora gonfie ed infiammate.

“Non fa niente, davvero. Ho capito che era solo uno scherzo”. Cassie si sentì sopraffare da un’ondata di affetto, e le si riempirono gli occhi di lacrime. Non si aspettava che Antoinette abbassasse la guardia. Capiva esattamente quanto doveva sentirsi sola, e quanto si sentisse vulnerabile. Era terribile pensare che la ragazzina fosse stata insultata già in passato da Margot, senza nessuno che la difendesse e con suo padre che si schierava deliberatamente contro di lei.

Beh, ora aveva qualcuno — Cassie era dalla sua parte, e l'avrebbe supportata a tutti i costi. La giornata non era stata un completo disastro, se come risultato era riuscita a rendere un po' più stretto il rapporto con questa bambina complicata e inquieta.

“Ora cerca di dormire. Sono sicura che le cose andranno meglio domattina”.

“Lo spero. Buonanotte, Cassie”.

Cassie chiuse la porta, tirò su col naso e si pulì nella manica. La stanchezza e le emozioni stavano prendendo il sopravvento. Si affrettò lungo il corridoio, prese il pigiama dalla sua stanza e si diresse verso la doccia.

Quando finalmente si ritrovò sotto lo scroscio di acqua bollente, permise alle lacrime di scorrere.



*



Sebbene l'acqua calda avesse placato le sue emozioni, Cassie notò rapidamente che la pelle le si era nuovamente infiammata per via del calore. Le irritazioni causate dalle ortiche iniziarono a prudere in maniera insopportabile. Si strofinò con forza con l'asciugamano, per cercare di far passare il prurito, ma ottenne solo un peggioramento dello stesso.




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