Minaccia Primaria: Le Origini di Luke Stone—Libro #3 Jack Mars “Uno dei migliori thriller di quest’anno.”--Books and Movie Reviews (re A ogni costo)In MINACCIA PRIMARIA (Le origini di Luke Stone—Libro #3), un travolgente thriller dello scrittore di bestseller #1 Jack Mars, il veterano della squadra d’élite Delta Force Luke Stone, 29 anni, guida il Gruppo di Intervento Speciale dell’FBI per risolvere un sequestro di ostaggi su una piattaforma petrolifera nelle remote regioni artiche.   Quello che all’inizio sembrava un semplice attacco terroristico si rivela molto di più. Con il dispiegarsi di un malefico piano russo nelle regioni artiche, Luke potrebbe arrivare sull’orlo di una nuova guerra mondiale.  E Luke Stone potrebbe essere l’unico uomo in grado di fermarla. MINACCIA PRIMARIA è un thriller militare da leggere tutto d’un fiato, un’avventura eccitante che vi terrà svegli tutta la notte. Il precursore della serie bestseller #1 LUKE STONE, ci porterà indietro dove tutto ha avuto inizio. Una serie emozionante dall’autore di bestseller Jack Mars, definito “uno dei migliori scrittori di thriller” del momento. “Il thriller al suo meglio.”--Midwest Book Review (re A ogni costo)Inoltre è disponibile la serie thriller bestseller di Jack Mars LUKE STONE (7 libri), che inizia con A ogni costo (Libro #1), un download gratuito con più di 800 recensioni a cinque stelle! MINACCIA PRIMARIA (LE ORIGINI DI LUKE STONE—LIBRO 3) J A C K M A R S Jack Mars Jack Mars è l’autore bestseller di USA Today della serie di thriller LUKE STONE, che include sette libri. È anche autore della nuova serie prequel LE ORIGINI DI LUKE STONE, che al momento comprende tre libri, e della serie thriller AGENTE ZERO, che al momento include sette libri. Jack è felice di ricevere i vostri commenti, quindi non esitate a visitare www.jackmarsauthor.com (http://www.jackmarsauthor.com) per unirvi alla sua email list, ricevere un libro gratis e altri premi, o connettetevi su Facebook e Twitter per rimanere in contatto! Copyright © 2019 di Jack Mars. Tutti i diritti sono riservati. Fatta eccezione per quanto consentito dalla Legge sul Copyright degli Stati Uniti d'America del 1976, nessuno stralcio di questa pubblicazione potrà essere riprodotto, distribuito o trasmesso in qualsiasi forma o con qualsiasi mezzo, né potrà essere inserito in un database o in un sistema di recupero dei dati, senza che l'autore abbia prestato preventivamente il consenso. La licenza di questo ebook è concessa soltanto a uso personale. Questa copia del libro non potrà essere rivenduta o trasferita ad altre persone. Se desiderate condividerlo con altri, vi preghiamo di acquistarne una copia per ogni richiedente. 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I LIBRI DI JACK MARS SERIE THRILLER DI LUKE STONE A OGNI COSTO (Libro 1) IL GIURAMENTO (Libro 2) SALA OPERATIVA (Libro 3) CONTRO OGNI NEMICO (Libro 4) OPERAZIONE PRESIDENTE (Libro 5) IL NOSTRO SACRO ONORE (Libro 6) REGNO DIVISO (Libro 7) SERIE PREQUEL CREAZIONE DI LUKE STONE OBIETTIVO PRIMARIO (Libro 1) COMANDO PRIMARIO (Libro 2) MINACCIA PRIMARIA (Libro 3) SERIE DI SPIONAGGIO DI AGENTE ZERO AGENTE ZERO (Libro 1) OBIETTIVO ZERO (Libro 2) LA CACCIA DI ZERO (Libro 3) UNA TRAPPOLA PER ZERO (Libro 4) DOSSIER ZERO (Libro 5) IL RITORNO DI ZERO (Libro 6) INDICE CAPITOLO UNO (#ubf6106aa-6b62-5e59-b94c-17d1e4dc2f88) CAPITOLO DUE (#u2c211c61-185d-5c7c-8a06-1ea45af7b883) CAPITOLO TRE (#u55131a42-0abd-5eaa-8de3-4ba11415ec47) CAPITOLO QUATTRO (#u24a690b4-ee4e-5fcd-a4d8-9496f3f8125e) CAPITOLO CINQUE (#u405a937d-a841-5a59-977f-2b5f42274f7c) CAPITOLO SEI (#ue47df5bc-17c2-5798-b412-e2958f22e43e) CAPITOLO SETTE (#u50e49f8f-5825-51a0-a9e1-d957917c8495) CAPITOLO OTTO (#ua9cca9e8-bd92-5ca2-9eb6-fcd24ccd8399) CAPITOLO NOVE (#u4f9793f6-7f71-593a-8caf-9cc929b0da97) CAPITOLO DIECI (#litres_trial_promo) CAPITOLO UNDICI (#litres_trial_promo) CAPITOLO DODICI (#litres_trial_promo) CAPITOLO TREDICI (#litres_trial_promo) CAPITOLO QUATTORDICI (#litres_trial_promo) CAPITOLO QUINDICI (#litres_trial_promo) CAPITOLO SEDICI (#litres_trial_promo) CAPITOLO DICIASSETTE (#litres_trial_promo) CAPITOLO DICIOTTO (#litres_trial_promo) CAPITOLO DICIANNOVE (#litres_trial_promo) CAPITOLO VENTI (#litres_trial_promo) CAPITOLO VENTUNO (#litres_trial_promo) CAPITOLO VENTIDUE (#litres_trial_promo) CAPITOLO VENTITRÉ (#litres_trial_promo) CAPITOLO VENTIQUATTRO (#litres_trial_promo) CAPITOLO VENTICINQUE (#litres_trial_promo) CAPITOLO VENTISEI (#litres_trial_promo) CAPITOLO VENTISETTE (#litres_trial_promo) CAPITOLO VENTOTTO (#litres_trial_promo) CAPITOLO VENTINOVE (#litres_trial_promo) CAPITOLO TRENTA (#litres_trial_promo) CAPITOLO TRENTUNO (#litres_trial_promo) CAPITOLO TRENTADUE (#litres_trial_promo) CAPITOLO TRENTATRE (#litres_trial_promo) CAPITOLO TRENTAQUATTRO (#litres_trial_promo) CAPITOLO TRENTACINQUE (#litres_trial_promo) CAPITOLO TRENTASEI (#litres_trial_promo) CAPITOLO TRENTASETTE (#litres_trial_promo) CAPITOLO TRENTOTTO (#litres_trial_promo) CAPITOLO TRENTANOVE (#litres_trial_promo) CAPITOLO QUARANTA (#litres_trial_promo) CAPITOLO QUARANTUNO (#litres_trial_promo) CAPITOLO QUARANTADUE (#litres_trial_promo) CAPITOLO QUARANTATRE (#litres_trial_promo) CAPITOLO UNO 4 settembre 2005 5:15 p.m. Ora legale in Alaska (9:15 p.m. Ora legale orientale) Martin Frobisher Oil Platform Nove chilometri a nord dell’Arctic National Wildlife Refuge Mare di Beaufort Mar Glaciale Artico Nessuno era pronto quando iniziò il massacro. Qualche istante prima, l’uomo chiamato Big Dog era fuori sul parapetto. Portava una tuta da lavoro foderata, stivali dalla punta di ferro, grossi guanti di cuoio e uno sbiadito cappellino da baseball giallo su cui spiccava la scritta Hunt Hard. Fuori faceva freddo, ma Big Dog non ci faceva più caso. E la temperatura non era ancora scesa fino ai minimi livelli. Intorno a lui si estendeva la vastità dell’Artico. Cieli grigi e acqua scura spezzata dal ghiaccio candido a perdita d’occhio. Fumava una sigaretta e guardava una nave per il trasporto del personale a doppio scafo che avanzava tra i banchi di ghiaccio nella luce tetra del tardo pomeriggio. Non si potevano definire raggi solari. La coltre di nubi ormai incombeva sempre come una pesante coperta, e Big Dog non vedeva traccia di sole da almeno una settimana. Era facile dimenticarselo. Era facile dimenticarsi di qualsiasi cosa. “Sono arrivati presto,” disse tra sé e sé. C’era qualcosa che non gli tornava in quell’imbarcazione. Gli dava una brutta sensazione. Somigliava molto al tipo di barca usato per portare gli operai sulla piattaforma petrolifera per il loro turno di lavoro. In effetti, da dov’era lui riusciva a distinguere almeno una dozzina di uomini sul ponte, pronti a sbarcare non appena avessero raggiunto il molo. Ma i cambi turno non arrivavano mai in anticipo, e le barche non apparivano mai senza preavviso o comunicazioni. Non là fuori. Cercò di pensare a qualche possibile spiegazione per l’apparizione di quell’imbarcazione. Ma aveva di nuovo i postumi di una sbornia e il dolore martellante alla testa, insieme con la confusione mentale data della mancanza di sonno, gli rendeva difficile riflettere. Ma che importava? Sarebbe diventato tutto chiaro una volta che fosse arrivata. C’era anche la minuscola possibilità che qualcuno avesse fatto un errore. Molta gente nell’Artico non aveva idea di che giorno fosse. Non si parlava di lunedì, martedì, mercoledì o giovedì. Che senso avrebbe avuto? Ogni dodici ore si ripeteva sempre la stessa routine, lavoro e sonno, lavoro e sonno. Il tempo si fondeva insieme, si confondeva, assorbito nel duro acciaio e nel gelido oblio candido. Chiunque fossero gli uomini sulla barca, a prescindere dai loro scopi, avrebbero dovuto parlare con Big Dog. Lui non era più cattivo come una volta. Era cresciuto in una riserva, per metà un indiano della tribù dei Piedi Neri, e per metà ‘americano’. E un tempo era stato il più cattivo di tutti. Era alto due metri per centodieci chili di peso quando era in forma, e centoventi quando era gonfio di birra e rabbia; ma ormai aveva superato la cinquantina, ed era più rilassato, meno irascibile, forse persino un po’ misericordioso. In ogni caso era l’uomo più grosso da quelle parti, e forse persino di tutto l’Artico, e quella era la sua piattaforma petrolifera. Big Dog aveva preso parte ai lavori di costruzione dell’impianto. Da cinque anni era il caposquadra. Non era un geologo, né un trivellatore, e nemmeno un impiegato della compagnia con tanto di laurea, ma non aveva importanza. C’erano più di novanta uomini in qualsiasi momento su quella piattaforma, e ognuno di loro, persino i capi, facevano rapporto a lui. L’impianto era un ammasso d’acciaio da mezzo miliardo di dollari. Era la Martin Frobisher, o ‘la Bish’, come tendevano a chiamarla gli operai che ci lavoravano e vivevano sopra con turni di due settimane. La Bish era una torre blu e gialla, una pila di macchinari su una piattaforma sospesa sopra un buco. Di lì la trivella affondava nel fondale oceanico. Si ergeva a più di cento metri sopra l’acqua e si trovava a circa quattrocento chilometri dal circolo polare artico, su un’isola artificiale di due ettari e mezzo appena davanti alle coste dell’Arctic National Wildlife Refuge. La Bish era di proprietà di una piccola compagnia chiamata Innovate Natural Resources. La Innovate aveva contratti con tutte le maggiori ditte — BP, ExxonMobil, ConocoPhillips — ma quella era la sua piattaforma privata. Spesso Big Dog pensava che i pesci grossi la lasciassero operare là fuori perché così avrebbero avuto modo di negare l’evidenza se qualcuno avesse indagato su cosa stavano facendo. La Innovate faceva il lavoro sporco per loro, e se qualcuno l’avesse scoperto, si sarebbe anche presa tutta la colpa. L’isola era raggiungibile per quasi tutto l’anno da una strada di ghiaccio formata sopra il mare. Ma non in estate, e nemmeno a settembre. Non più. Il ghiaccio permanente era svanito, sciolto, e nei mesi più caldi rimaneva solo acqua. Con l’arrivo della brutta stagione, tornava il ghiaccio stagionale. Sotto lo sguardo di Big Dog, la barca superò l’ultimo tratto e si fermò al molo. Un paio degli scaricatori di porto della Bish stavano iniziando a legare le sue cime quando successe una cosa strana. Fu tanto inaspettata che passò qualche secondo prima che la mente di Big Dog riuscisse a comprenderla. Gli uomini scesero dalla barca e spararono agli operatori portuali. BANG! Esplose il rumore secco degli spari, riecheggiando in lontananza nell’aria fredda e immobile. Nella luce morente, le sagome lontane degli uomini cadevano a terra con ogni colpo. BANG! BANG! Poi Big Dog prese a correre. Con fragore di passi sulle passerelle metalliche del porto, raggiunse in fretta il centro di comando. Era simile alla cabina di una nave, solo che invece di dare sul mare aperto, aveva una ‘bella’ vista sulla trivella. A quell’ora c’erano dentro tre uomini. Quando entrò, gli altri operai erano già in movimento. Stavano aprendo l’armadietto dove conservavano i fucili. Quelle armi dovevano servire per gli orsi polari, non le incursioni. “Che diavolo sta succedendo?” esclamò. Un uomo robusto con gli occhiali, Aaron, un dipendente della compagnia, gli gettò un fucile di grosso calibro. Aveva un caricatore ricurvo che spuntava dal fondo, e un mirino sopra. Big Dog mise un colpo in canna. Stava soffrendo. Gli faceva male il cuore. E lo faceva infuriare. Quella era la sua piattaforma, e quelli là fuori erano i suoi uomini che venivano uccisi. Nei suoi dieci anni di servizio nell’industria del petrolio dell’Artico, non era mai successo niente del genere. C’erano state risse? Certo. Scazzottate, accoltellamenti, scontri a suon di stecche da biliardo e tubi di ferro. Persino sparatorie. In effetti, anche se di rado, qualcuno estraeva una pistola. Ma un attacco del genere? Assolutamente no. E non poteva sopportarlo. Gli uomini nella sala comando lo fissarono. Quando aveva lasciato la riserva all’età di diciassette anni si era unito al Corpo dei Marine. Nell’esercito avevano notato la sua mira e lo avevano subito addestrato per diventare un cecchino. “Quei figli di puttana.” Non gli importava chi fossero e che cosa credessero di fare, non ci sarebbero riusciti. Tornò fuori sul molo, con l’arma stretta tra le mani possenti. Sotto di lui, gli aggressori avevano ormai invaso tutta la struttura, diretti verso i capanni Quonsets che facevano da alloggi, sala ricreativa e mensa. Gli allarmi stridevano e gli operai iniziavano a emergere da ogni dove, in preda al panico. Regnavano confusione e paura. Per Big Dog sparare era facile. Ognuno aveva le proprie capacità e abilità. Quella era la sua. Guardò nel mirino, prendendo la mira su uno degli invasori alla giacca nera nel bel mezzo del gruppo. Ce l’aveva lì, tanto vicino che avrebbe potuto tendersi e toccarlo. Premette il grilletto. Il fucile gli scalciò tra le mani e gli spinse contro una spalla. BANG! Il suono riecheggiò in lontananza, sul ghiaccio e sull’acqua. Fu un colpo diretto al corpo, all’altezza del petto. L’uomo agitò scompostamente le braccia e lasciò cadere la pistola. Fu sbalzato all’indietro e sollevato in aria, per poi ricadere sulla terra gelata come una bambola di pezza. Non era un buon segno. Dalla sua reazione Big Dog capì che l’uomo indossava un giubbotto antiproiettile. La pallottola non lo aveva trapassato, lo aveva solo fatto cadere all’indietro. Lo avrebbe sentito per un po’, e il giorno successivo sarebbe stato terribilmente dolorante, ma non sarebbe morto. Non ancora, per lo meno. Espulse la cartuccia esausta del fucile e mise un altro colpo in canna. Prese di nuovo la mira sull’uomo che stava strisciando per terra. Si concentrò sulla sua testa. BANG. L’eco si perse nelle vaste distese vuote. Al posto del cranio si allargò un cerchio di sangue. In automatico, senza pensare, Big Dog espulse la cartuccia e mise in canna un altro colpo. Il prossimo. Un altro bastardo vestito di nero si era inginocchiato vicino all’uomo morto. Sembrava che stesse controllando i suoi segni vitali. Ma a che scopo? Non aveva più metà della testa. Big Dog sorrise e puntò il mirino sulla sua testa. Il tizio era un idiota. BANG. Ma non più. La testa del secondo uomo esplose proprio come era successo al primo, in uno spruzzo di rosso nell’aria, come lo soffio dallo sfiatatoio di una balena appena sotto la superficie del mare. I due cadaveri finirono uno sopra l’altro, un ammasso nero sulla terra bianca. Big Dog abbassò il fucile per avere una visuale più ampia del campo. Si era scatenato il caos. Gli uomini correvano da tutte le parti. Sparavano. Cadevano morti a terra. Troppo tardi, vide due aggressori inginocchiarsi. Gli puntarono contro le armi. Da quella distanza lui non riusciva a capire che cosa stessero imbracciando. Erano piccole mitragliatrici, compatte, forse Uzi, o magari MP5. Passò meno di un secondo. Big Dog si spinse via dalla ringhiera proprio quando la prima sventagliata di pallottole lo raggiunse. Lo attraversarono e lui si sentì il corpo sconvolto da uno scatto convulso. Poi arrivò il dolore, come in differita. Gli scivolarono i piedi all’indietro, facendogli perdere l’equilibrio, e Big Dog cadde in avanti sulla ringhiera. Rischiò di dar di stomaco sotto di sé. Ma la sua altezza e l’impeto lo spinsero al di là del parapetto. Ci fu un momento assurdo in cui parve appollaiato sulla sbarra di metallo, con tutto il peso sulla pancia. Poi cadde. Cercò disperatamente di afferrare il ferro dietro di lui, ma fu tutto inutile. Passarono un paio di secondi. Poi l’IMPATTO. Il tempo si fermò. Lui fluttuò. Quando aprì di nuovo gli occhi, si ritrovò a fissare un cielo che pareva buio. Era finita quella giornata maledetta, e le fredde stelle stavano iniziando a riempire la volta celeste a milioni, giocando a nascondino tra le nuvole in movimento. Batté le palpebre e tornò giorno. Capì subito che cosa era successo. Era caduto sul pontile di ferro, due piani più sotto rispetto al livello del centro di comando. Era stato un brutto atterraggio. Doveva essersi fratturato tutte le ossa. Aveva il cranio spaccato. E poi, quando ricordò gli eventi, fu come se i proiettili lo colpissero di nuovo. Fu colto dalle convulsioni. Gli avevano sparato con le mitragliatrici. Era impossibile dire quanto tempo fosse passato. Forse pochi minuti. Forse ore. Cercò di muoversi. Era doloroso qualsiasi gesto. Ma era una cosa positiva, significava che aveva ancora la sensibilità. C’era un liquido scuro attorno a lui sul pontile. Il suo sangue. Ansimava con ogni respiro, come un sollevatore idraulico danneggiato, e gli gorgogliava del fluido in bocca. Da qualche parte, poco distante, si udivano ancora spari. C’erano grida, urla di dolore, o forse di panico. Un’ombra calò su di lui. Due uomini gli si erano avvicinati, per controllarlo. Entrambi indossavano pesanti giacche nere con delle toppe bianche. Sopra sembrava esserci l’immagine di un aquila o di qualche rapace. Portavano pantaloni verde mimetico, come quelli usati dai soldati nelle missioni a terra, nelle zone del mondo non coperte di neve. E ai piedi avevano pesanti stivali neri. I loro volti erano nascosti da passamontagna neri. Si vedevano solo gli occhi, duri e privi di compassione. Che cosa credevano di fare? “Chi…?” chiese Big Dog. Era difficile parlare. Stava morendo e lo sapeva. Ma non era tipo da gettare la spugna. Non lo era mai stato e non sarebbe ancora successo. “Chi siete?” riuscì a domandare. Uno degli uomini disse qualcosa in un linguaggio che non capì. L’invasore sollevò l’arma e la puntò su di lui. Il foro all’estremità della canna sembrava guardarlo, nero come una caverna. Incombeva sempre più grande. L’altro aggiunse una frase. Doveva essere qualcosa di serio perché nessuno dei due rise. Le loro espressioni piatte non cambiarono. Probabilmente pensavano di fargli un favore, dandogli il colpo di grazia. A Big Dog il dolore non faceva paura. Non credeva nel paradiso o nell’inferno. Da giovane aveva pregato i suoi antenati, ma se anche erano stati là fuori, non avevano ritenuto opportuno rispondergli. Forse c’era una vita dopo la morte, e forse no. Lui preferiva godersi l’esistenza lì sulla terra. Il dottore della piattaforma avrebbe potuto rimetterlo in sesto. Se fosse arrivato l’elisoccorso avrebbe potuto portarlo al piccolo centro traumatologico a Deadhorse. Un elicottero Apache avrebbe potuto attaccare e sgominare quei tizi. Poteva succedere di tutto. Finché continuava a respirare era ancora in gioco. Alzò una mano insanguinata. Incredibile che potesse ancora muovere il braccio. “Aspetta,” chiese. Non voglio morire adesso. Big Dog. Per decenni, era stato così che lo avevano chiamato tutti. Per la sua ex moglie lui era Big Dog, e così anche per i suoi capi. Una volta il presidente della compagnia era stato lì in visita, gli aveva stretto la mano e lo aveva chiamato Big Dog. Grugnì ripensandoci. Il suo vero nome era Warren. Un piccolo lampo di luce e una fiammata parvero illuminare le fauci nere del fucile di fronte a lui. L’oscurità lo raggiunse e Big Dog non seppe mai se aveva davvero visto quella luce o se era stato tutto un sogno. CAPITOLO DUE 9:45 p.m. Ora legale orientale La Situation Room La Casa Bianca Washington, DC “Signor Presidente, che cosa ne pensa?” Clement Dixon era troppo vecchio per quella roba. Ecco cosa ne pensava. Era seduto a capotavola e tutti gli occhi erano su di lui. Nel corso della sua lunga carriera in politica, aveva imparato a interpretare gli sguardi e le espressioni facciali. E la sua capacità di leggere i visi gli diceva che tutte quelle persone potenti avevano raggiunto la sua stessa conclusione. Il gentiluomo dai capelli bianchi che presiedeva a quella riunione di emergenza non era la persona giusta. Era troppo vecchio. Era stato un Freedom Rider, un attivista dei diritti civili, sin dal primissimo viaggio del gruppo nel maggio del 1961. Aveva rischiato la vita per promuovere l’abolizione della segregazione nel sud. Era stato uno dei giovani oratori nelle strade durante le rivolte della polizia a Chicago nell’agosto del 1968, e aveva preso candelotti di lacrimogeni in faccia. Aveva passato trentatré anni nella Camera dei Rappresentanti. La buona gente del Connecticut lo aveva eletto la prima volta nel 1972. Era stato Presidente della Camera due volte, una durante gli anni ’80, e poi di nuovo di recente. Poi, all’età di settantaquattro anni, si era ritrovato all’improvviso presidente degli Stati Uniti. Era un ruolo che non aveva mai voluto né in cui si era mai visto. No, non esattamente. Non era vero. Da giovane, quando ancora era adolescente e nei suoi vent’anni, si era immaginato presidente. Ma l’America che aveva sognato di governare non era quella attuale. Quell’America era un luogo diviso, invischiato in due conflitti all’estero pubblicamente riconosciuti, oltre che in una mezza dozzina di ‘operazioni segrete’ clandestine, tanto segrete che a quanto pareva persino le persone al loro comando esitavano a discuterne con i superiori. “Signor presidente?” Da giovane, non si era mai immaginato presidente di un’America ancora completamente dipendente dai combustibili fossili per il proprio fabbisogno energetico, in cui il venti percento della popolazione viveva nella povertà e un altro trenta percento ci andava pericolosamente vicino. Un’America dove milioni di bambini soffrivano la fame ogni giorno, e più di un milione di persone non aveva un posto in cui dormire. Un luogo dove il razzismo continuava a prosperare. Dove milioni di cittadini non potevano permettersi di ammalarsi, e spesso dovevano scegliere tra comprare un farmaco o il cibo. Non era quella l’America che aveva sognato di governare. Quella era una sua versione da incubo, e tutto a un tratto lui ne era diventato il responsabile. Aveva passato tutta la vita a lottare per ciò che aveva creduto giusto, a combattere per i più alti ideali, ora si ritrovava invischiato nella melma. Quel lavoro comportava solo compromessi e sfumature di grigio, e Clement Dixon c’era finito in mezzo. Era sempre stato un uomo credente. Di quei tempi si era ritrovato a pensare a come Gesù avesse chiesto a Dio di allontanare da lui il calice. Ma a differenza Sua, il destino di Dixon non era mai di finire sulla croce. C’era finito in seguito a una lunga catena di contrattempi e pessime decisioni. Se il presidente David Barrett, un buon uomo che Dixon aveva conosciuto per anni, non fosse stato assassinato, nessuno avrebbe pensato di eleggere al suo posto il vice presidente Mark Baylor. E se Baylor non fosse stato implicato da una montagna di prove circostanziali nell’omicidio di Barrett (non tante da incriminarlo, ma più che abbastanza per disonorarlo e costringerlo a ritirarsi a vita privata), non si sarebbe dimesso, lasciando la presidenza in mano al presidente della Camera dei Rappresentanti. E se il mese prima Dixon non avesse accettato di rimanere alla Camera per un altro mandato, nonostante la sua età avanzata… Allora non si sarebbe ritrovato in quella posizione. Se solo avesse avuto la forza di volontà per rifiutare tutta quella faccenda… Solo perché la linea di successione prevedeva che il presidente della Camera si assumesse il compito, non significava che fosse costretto ad accettarlo. Ma moltissime persone avevano lottato a lungo perché Clement Dixon, portabandiera dei classici ideali liberali, diventasse presidente. Non aveva potuto voltar loro le spalle. Quindi eccolo lì, stanco, vecchio e claudicante nei corridoi dell’Ala Ovest (sì, claudicante: l’attuale Presidente degli Stati Uniti soffriva di artrite a un ginocchio e aveva una pronunciata zoppia), sopraffatto dal peso dell’incarico che gli era stato affidato. Ogni momento che passava comprometteva sempre di più i suoi ideali. “Signor presidente? Signore?” Il presidente Dixon era seduto nella Situation Room. Per qualche motivo, quella sala di forma ovale gli ricordava una serie televisiva degli anni ’60, una trasmissione intitolata Space: 1999. Era la visione ridicola del futuro di un produttore di Hollywood. Severa, vuota, inumana, e progettata per massimizzare gli spazi. Era elegante e sterile, e non emanava alcun fascino. Grandi monitor erano incassati nelle pareti, con un enorme schermo all’estremità del tavolo oblungo. Le sedie erano alte poltrone di pelle simile a quella su cui si sarebbe seduto il capitano di una nave spaziale. Quella riunione era stata convocata con pochissimo preavviso. Come al solito, era in corso una crisi. Escludendo le sedie attorno al tavolo, tutte occupate, e qualche posto vicino alle pareti, la stanza era quasi vuota. C’erano i soliti sospetti: alcuni uomini in sovrappeso in giacca e cravatta, e diversi militari in uniforme snelli e dritti come un fuso. Era presente anche Thomas Hayes, il nuovo vice presidente di Dixon, e lui ringraziava ogni giorno il Cielo per la sua esistenza. Avendo assunto la carica subito dopo essere stato il governatore della Pennsylvania, Thomas era abituato a prendere decisioni esecutive. Oltretutto lui e Dixon concordavano su molti argomenti. Insieme potevano formare un fronte unito. Tutti sapevano che Thomas Hayes aveva delle mire sulla presidenza, e andava bene così. Poteva anche prendersela, per quel che riguardava Clement Dixon. Il suo vice presidente era alto, affascinante e intelligente, e trasmetteva un senso di autorità. E tuttavia la cosa più prominente in lui era il suo grosso naso. La stampa nazionale aveva già iniziato a prenderlo in giro. Aspetta, Thomas, pensò Dixon. Aspetta solo di diventare presidente. I vignettisti politici disegnavano l’attuale capo di stato come un professore distratto, a metà tra Mark Twain e Albert Einstein, con la loro aria trasandata ma senza il semplice senso dell’umorismo e l’intelligenza penetrante che li contraddistingueva. Se la sarebbero spassata con il grosso naso di Thomas. All’estremità opposta del tavolo si trovava un uomo alto in uniforme verde militare, un generale a quattro stelle di nome Richard Stark. Era magro e in gran forma, come il maratoneta che di sicuro era, e aveva un viso che sembrava scolpito nella pietra. I suoi occhi erano quelli di un cacciatore, un leone oppure un falco. Parlava con assoluta certezza. Dava l’impressione di essere matematicamente sicuro di ogni sua opinione e delle informazioni riportate dai suoi sottoposti. Non aveva il benché minimi dubbio nella capacità dell’esercito americano di risolvere con la violenza qualsiasi problema, a prescindere da quanto fosse spinoso o complicato. Stark era praticamente una caricatura di se stesso. Sembrava che non avesse mai avuto un momento di incertezza nella sua vita. Come si diceva? Spesso errato, mai nel dubbio. “Me lo spieghi di nuovo,” gli domandò. Riuscì quasi a percepire i gemiti silenziosi nella sala. Anche lui detestava doverselo far spiegare di nuovo. Odiava quello che aveva recepito, e non gli piaceva essere costretto a scenderci a patti. Non avrebbe voluto farlo. Stark annuì. “Sissignore.” Usando un lungo puntatore di legno il generale indicò una mappa sul grande schermo. La mappa mostrava la regione del North Slope in Alaska, un ampio territorio che si estendeva a nord dello stato, all’interno del circolo polare artico e confinante con il Mar Glaciale Artico. C’era un puntino rosso nell’oceano appena a nord della costa. La zona era segnalata con il nome di ANWR, che Dixon sapeva stare per Arctic National Wildlife Refuge. Lui era stato uno degli attivisti che avevano lottato per decenni perché quell’importante regione fosse difesa dalle esplorazioni petrolifere e dalle trivellazioni. Il generale ricominciò: “La piattaforma petrolifera Martin Frobisher, di proprietà dell’Innovate Natural Resources, si trova qui, nell’oceano a dieci chilometri nord dell’Arctic Wildlife Refuge. Non abbiamo il conteggio esatto degli uomini presenti sulla piattaforma al momento dell’attacco, ma sappiamo che in qualsiasi momento all’incirca novanta uomini vivono e lavorano nello stabilimento e nella piccola isola artificiale che lo circonda. La piattaforma è attiva ventiquattro ore al giorno, trecentosessantacinque giorni all’anno, anche nelle condizioni atmosferiche più severe.” Si interruppe e fissò Dixon. Il presidente fece un movimento circolare con una mano. “Ho capito. La prego, continui.” L’altro annuì. “Poco più di trenta minuti fa, un gruppo di uomini sconosciuti e pesantemente armati ha attaccato la piattaforma e l’accampamento circostante. Sono arrivati in barca, su un falso tender per il trasporto dei dipendenti, con la scusa di trasportare alcuni operai sull’isola. Un numero indefinito di dipendenti è stato ucciso e preso in ostaggio. Secondo i nostri primi dati, desunti dalle riprese audio e video, gli invasori sono stranieri, anche se ancora non è chiaro da dove vengano.” “Che cosa lo suggerisce?” Stark scrollò le spalle. “Non sembra che parlino inglese. Anche se non abbiamo ancora una ripresa audio davvero chiara, i nostri esperti linguistici credono che parlino in qualche dialetto est-europeo, probabilmente slavo.” Dixon sospirò. “Russo?” Il giorno che aveva assunto quel lavoro ingrato, anzi, pochi minuti dopo aver prestato giuramento, aveva unilateralmente deciso di ritirare l’esercito americano da un confronto con i russi, che avevano ricambiato il favore ritirando il loro. Quel gesto gli era valso aspre critiche da parte delle fazioni più bellicose del suo paese. Se i russi avevano cambiato idea e ora li stavano attaccando… Stark scosse piano la testa. “Non siamo ancora certi, ma crediamo di no.” “Questo restringe il cerchio,” disse Thomas Hayes. “Abbiamo idea di cosa vogliano?” domandò Dixon. A quella domanda il generale fece un cenno di diniego molto più deciso. “Non ci hanno ancora contattato, e rifiutano di rispondere ai nostri tentativi di comunicazione. Abbiamo mandato degli elicotteri d’assalto a sorvolare il complesso, ma escludendo qualche incendio il posto sembra deserto. I terroristi, così come i prigionieri, devono essere all’interno della piattaforma o negli edifici circostanti, lontani da sguardi indiscreti.” Si fermò. “Immagino che voglia intervenire e riprendersi la piattaforma con la forza,” suppose Dixon. Stark scosse di nuovo la testa. “Purtroppo è impossibile. Siamo sicuri al cento percento di poterci riprendere l’impianto, ma se avanzassimo in forze metteremmo in pericolo le vite degli uomini presi in ostaggio. Oltretutto, la struttura ha una natura sensibile, e se effettuassimo un contrattacco su larga scala, rischieremmo di attirare su di essa l’attenzione del pubblico.” Diverse persone nella sala iniziarono a mormorare. “Ordine,” disse il generale, senza alzare la voce. “Ordine, per favore.” “Okay,” commentò Dixon. “Mi arrendo. In cosa consiste la sua natura sensibile?” L’altro lanciò uno sguardo a un uomo con gli occhiali seduto a metà del tavolo rispetto al presidente. Sembrava più vicino ai quaranta che ai trenta, ma qualche chilo di troppo gli dava quasi un aspetto da cherubino. Il suo viso era serio. Per forza, era in riunione con il presidente degli Stati Uniti. “Signor presidente, sono il dottor Fagen del Dipartimento degli Interni.” “Va bene, dottor Fagen,” lo spronò Dixon. “Ci dica tutto.” “Signor presidente, la piattaforma Frobisher, anche se di proprietà della Innovate Natural Resources, è joint venture tra le Innovate, la ExxonMobil, la ConocoPhillips e l’Ufficio degli Stati Uniti per la Gestione del Territorio. Gli abbiamo concesso l’autorizzazione per eseguire il procedimento noto come perforazione orizzontale.” Sullo schermo, l’immagine cambiò. Ora mostrava un disegno animato di una piattaforma petrolifera. Sotto lo sguardo del presidente, una trivella calò giù dalla piattaforma, sotto la superficie dell’oceano, verso il fondale marino. Una volta arrivata sotto terra, la trivella cambiò direzione, girando di novanta gradi e iniziando a muoversi orizzontalmente nello strato roccioso. Dopo poco raggiunse una macchia nera sotto terra e il petrolio nella zona iniziò a fluire di traverso oltre la punta della trivella fino al condotto alle sue spalle. “Invece di perforare in verticale, che è il metodo più utilizzato nel ventesimo secolo, stiamo imparando a padroneggiare la scienza della perforazione orizzontale. Ciò significa che una piattaforma petrolifera potrebbe essere a distanza di chilometri da un giacimento, magari uno che si trovi in un’area sensibile dal punto di vista ambientale…” Dixon alzò una mano. Era un gesto che pretendeva il silenzio. Il dottore capì che cosa significa senza dover chiedere. Subito, smise di parlare. “Dottor Fagen, mi sta dicendo che la Martin Frobisher, che si trova a dieci chilometri al largo dell’Artic National Wildlife Refuge, in realtà sta perforando all’interno della riserva naturale?” Fagen tenne lo sguardo basso sul tavolo da conferenza. Bastava il suo linguaggio del corpo per dire a Clement Dixon tutto ciò che doveva sapere. “Signore, con le moderne tecnologie, le piattaforme petrolifere possono sfruttare importanti giacimenti sotterranei senza compromettere la fauna e la flora locale. So che lei ha espresso la sua preoccupazione proprio a questo riguardo…” Dixon roteò gli occhi e alzò in alto le braccia. “Ma che diavolo!” Guardò il generale. “Signore,” iniziò Stark. “La decisione di concedere quell’autorizzazione è stata presa due governi fa. Si tratta solo di perfezionare la tecnologia. Certo, è una questione controversa. E sicuro, anche se io e lei non concordiamo sul suo sfruttamento, credo sia un problema da affrontare in un altro momento. Ora come ora è in corso un’operazione terroristica, è già morto un numero imprecisato di civili americani e sono in pericolo altre vite. La rapidità è essenziale. E per quanto possibile, penso che sia necessario tenere l’incidente e la natura dell’impianto lontani dai riflettori. Almeno per ora. In seguito, dopo aver salvato la nostra gente e quando si saranno calmate le acque, avremo tutto il tempo per discuterne.” Stark aveva ragione e Dixon lo detestò per quello. Odiava quei… … compromessi. “Che cosa suggerisce?” Il generale fece un cenno con il capo. Sullo schermo, l’immagine cambiò per mostrare il disegno di quello che sembrava un gruppo di sub che nuotava verso l’isola. “Consigliamo caldamente di mandare un gruppo di agenti speciali molto qualificati, Navy SEALs, perché si infiltri nell’impianto, scopra ogni dettaglio sui terroristi, faccia fuori chi ne è al comando e, se possibile, si riprenda la piattaforma con la minor perdita di vite civili permessa dalle circostanze.” “In quanti soldati e tra quanto tempo?” Stark annuì di nuovo. “Sedici, forse venti. Questa notte, entro le prossime ore, prima dell’alba.” “I suoi agenti sono pronti?” “Sissignore.” Dixon scosse la testa. La presidenza era un terreno scivoloso. Lui non lo aveva mai capito, nonostante i suoi anni di esperienza. Tutti i suoi discorsi infuocati, la sua furia sul podio, i suoi sforzi per creare un mondo più giusto e più pulito… per cosa? Era costretto a calare la braghe ancora prima di iniziare. Era proibito trivellare nell’Arctic National Wildlife Refuge. Non ci si poteva accedere dalla superficie. Quindi quella gente si era parcheggiata in mare aperto ed era passata da sotto. Ma certo. Erano termiti, mordevano e masticavano senza tregua, trasformando la costruzione più solida in un castello di carte. E ora gli uomini al lavoro su quella trivella venivano attaccati e presi in ostaggio. E come presidente, lui cosa avrebbe dovuto dire: “Affari loro?” Assolutamente no. Erano americani, e anche se era difficile da accettare, erano persone innocenti. Facciamo solo il nostro lavoro, signore. Dixon guardò Thomas Hayes. Tra tutti i presenti nella sala, Hayes era l’unico che lo capiva. Probabilmente si sentiva in trappola, tradito, frustrato e sbalordito, proprio come lui. “Thomas?” gli domandò. “Lei a cosa sta pensando?” Hayes non esitò. “Capisco che sia una discussione da affrontare in un altro momento, ma mi sconvolge sapere che stiamo trivellando in un ambiente naturale che dovrebbe essere custodito e protetto. Sono sconvolto ma non sorpreso, e questa è la parte peggiore.” Fece una pausa. “Dopo che avremo salvato quegli uomini, e come ha detto il generale si saranno calmate le acque, credo che dovremo rivedere la moratoria sulla trivellazione, e chiarire che il divieto di perforare è valido in assoluto, sia da sopra che da sotto il mare. “Inoltre, se è necessario intraprendere un’operazione militare, dobbiamo accertarci che sia sotto il controllo civile all’inizio alla fine. Senza offesa, generale, ma voi del Pentagono avete l’abitudine di usare i cannoni per liberarvi dei moscerini. Abbiamo saputo tutti di troppi matrimoni nel Medio Oriente che sono stati annientati dai droni.” Sembrò che il generale fosse sul punto di dire qualcosa in risposta, ma poi si trattenne. “Può farlo, generale Stark?” chiese Dixon. “A prescindere dalle risorse militari coinvolte, può garantire il controllo e la partecipazione di un’agenzia civile durante l’intera operazione?” Stark annuì. “Sì, signore. E conosco l’agenzia civile perfetta per questo compito.” “Allora proceda,” ordinò il presidente. “E se può, salvi gli uomini sulla piattaforma.” CAPITOLO TRE 10:01 p.m. Ora legale orientale Ivy City Zona nord-est di Washington, DC Un uomo robusto sedeva su una sedie pieghevole di metallo, in un angolo silenzioso del magazzino vuoto. Scosse la testa con un gemito. “Non farlo,” supplicò. “Ti prego, non devi farlo.” Era bendato ma nonostante lo straccio che gli nascondeva parzialmente il viso, si vedeva che era coperto di lividi e ferite. Aveva la bocca gonfia. Il suo volto era lucido e sporco di sangue, e sulla schiena la sua maglietta bianca era macchiata di sudore. C’era una macchia scura sul cavallo dei suoi pantaloni, dove se l’era fatta addosso appena qualche istante prima. Un fitto intreccio di tatuaggi si alzava dai polsi fino alle maniche della sua maglia. Sembrava un uomo robusto, ma aveva le mani legate dietro la schiena e le sue braccia erano bloccate alla sedia con pesanti catene. Era a piedi nudi e anche alle sue caviglie aveva dei ceppi metallici. Era legato tanto stretto che se anche fosse riuscito ad alzarsi, invece di camminare avrebbe dovuto avanzare a saltelli. “Che cosa non devo fare?” domandò Kevin Murphy. Murphy era alto, snello e muscoloso. I suoi occhi erano duri e aveva una piccola cicatrice sul mento. Indossava un’elegante camicia azzurra, pantaloni scuri e lucide scarpe di cuoio italiano. Si era arrotolato le maniche sugli avambracci. Non c’era niente di sgualcito, sudato o insanguinato nel suo aspetto. Non sembrava aver fatto il benché minimo sforzo fisico. In effetti, dava l’impressione di un uomo invitato a cena in un ristorante costoso. L’unico dettaglio che stonava erano i guanti di pelle nera che portava sulle mani. Per qualche istante, Murphy e l’uomo sulla sedia parvero statue, menhir in un sito funerario primordiale. Le loro ombre si stagliavano in diagonale nella cupa penombra giallastra di quel piccolo angolo del grande magazzino. Murphy si allontanò di qualche passo sul pavimento di pietra. Il rumore riecheggiò nello spazio cavernoso. Stava provando una strana combinazione di emozioni. Da una parte, si sentiva rilassato e calmo. Aveva appena iniziato con l’interrogatorio e aveva tutto il tempo del mondo. Nessuno sarebbe entrato in quel posto. Fuori dalla cancellata di quel magazzino c’era una baraccopoli. Era un deserto di cemento, in cui squallidi negozietti, rivendite di alcolici, agenzie di cambio e banchi di pegno erano ammassati insieme. Gruppetti di donne che stringevano buste di plastica aspettavano alle fermate degli autobus durante il giorno, mentre di notte uomini sbronzi bevevano birra e vino economico agli angoli delle strade. In quel momento, riusciva a sentire i rumori del quartiere: le auto di passaggio, la musica, le grida e le risate. Ma si stava facendo tardi e presto sarebbe calato il silenzio. Persino in quella zona la gente andava a dormire a una certa ora. Quindi sì, nell’immediato futuro, aveva tempo. Ma in senso più ampio, il tempo non era suo amico. Era un ex agente della Delta Force e dipendente in prova del Gruppo d’Intervento Speciale dell’FBI. Si stava distinguendo sul lavoro e durante il suo primo incarico aveva persino preso parte in maniera apparentemente brillante a una feroce sparatoria a Montreal. Quello che nessuno capiva era quanto fosse stato davvero bravo. Aveva fatto un abile doppio gioco, e prima dello scontro aveva convinto l’ex agente della CIA Wallace Speck, il cosiddetto ‘Signore Oscuro’ in persona, a mandargli due milioni e mezzo su un conto anonimo a Grand Cayman. Ora Speck era in una prigione federale, condannato alla pena di morte. E ciò gettava un’ombra sulla vita di Ken Murphy. E se l’ex agente avesse svelato tutti i suoi segreti ai suoi carcerieri? In quel caso, che cosa gli avrebbe detto? Speck aveva saputo chi era Kevin Murphy? “Non uccidermi,” lo pregò l’uomo sulla sedia. Lui sorrise. Vicino alla sua vittima c’era un’altra sedia. Sopra vi era stesa la sua giacca sportiva, e sotto l’indumento c’era la sua fondina con una pistola. Nella tasca dei pantaloni aveva un grosso silenziatore che si adattava alla canna dell’arma come un guanto. Fatti l’uno per l’altra. Come diceva quella vecchia pubblicità? Perfetti insieme. “Ucciderti? Perché dovrei farlo?” Quello agitò la testa iniziando a piangere. Il suo torace muscoloso si sollevò per i singhiozzi. “Perché è per questo che ti hanno mandato.” Murphy annuì. Era vero. Fissò l’uomo. Bastardo piagnucoloso. Detestava quelli come lui. Verme. Era un assassino a sangue freddo. Un bullo. Si credeva un vero duro, con le parole BANG e POW! tatuate sulle nocche. Era il tipo d’uomo che ammazzava persone innocenti e innocue, in parte perché era quello che era pagato per fare, ma anche perché era facile e gli piaceva farlo. E poi, non appena si ritrovava davanti qualcuno come Murphy, andava in pezzi e iniziava a supplicare. Anche lui aveva ucciso molta gente, ma per quanto ne sapeva non aveva mai fatto fuori un innocente né un civile. Era specializzato nell’omicidio di uomo duri a morire. Ma quello? Sospirò. Se lo avesse voluto, avrebbe potuto farlo strisciare a terra come un verme. Scosse la testa. Non gli interessava. Aveva solo bisogno di un’informazione. “Qualche settimana fa, proprio quando il nostro caro presidente ormai deceduto è sparito, hai ucciso una giovane donna di nome Nisa Kuar Brar. Non negarlo. Hai anche fatto fuori i suoi due figli, una bimba di quattro anni e un neonato. La bambina indossava un pigiama di Barney il dinosauro. Sì, ho visto le foto della scena del crimine. Le persone che hai ucciso erano la moglie e i figli di un tassista, tale Jahjeet Singh Brar. L’intera famiglia era di religione Sikh, e veniva dal Punjab, in India. Sei riuscito a entrare nel loro appartamento a Columbia Heights dichiarandoti un poliziotto di nome Michael Dell. Che buffo nome. Michael Dell. Lo trovi divertente?” L’uomo scosse la testa. “No. Assolutamente no. Non c’è niente di vero. Chiunque te l’abbia detto è un bugiardo. Ti hanno mentito.” Il sorriso di Murphy si allargò. Fece spallucce, trattenendo una risata. Ma che tipo… “Me l’ha detto il tuo complice. Il suo nome d’arte era Roger Stevens, ma in realtà si chiamava Delroy Rose.” Si fermò e ispirò a fondo. A volte si ritrovava un po’ troppo su di giri in situazioni come quella. Era importante che rimanesse calmo. Doveva solo ottenere la sua informazione, nient’altro. “Ti fa scattare un campanello?” Il tizio incurvò le spalle, singhiozzando piano, tremando per tutto il corpo. “No. Non so chi…” “Chiudi il becco e ascoltami,” lo interruppe lui. “Okay?” Non lo toccò né gli si avvicinò, ma l’uomo annuì e non disse un’altra parola. “Ora… ho già parlato con Delroy. È stato utile, ma solo fino a un certo punto. Ci sono andato già pesante, quindi sono disposto a credere che mi abbia detto tutto ciò che sapeva. Voglio dire, chi sopporterebbe tutta quella sofferenza solo per… che cosa? Proteggere te? Proteggere qualcun altro come te? No, penso che mi abbia confessato tutto. Ma non è stato abbastanza.” “Ti prego,” lo supplicò l’uomo legato. “Ti dirò quello che so.” “Sì, lo farai,” disse Murphy. “E spero senza tante stupidaggini.” L’altro agitò il capo, con enfasi e convinzione. Per un momento sembrò un pupazzo meccanico, uno di quelli caricati a molla che scuotono la testa fino a quando la chiave sul retro non finisce di girare. “No. Niente stupidaggini.” “Bene,” replicò lui. Gli si avvicinò e gli sollevò la benda insanguinata dal volto. L’uomo strabuzzò gli occhi e li roteò nelle orbite, per poi fissarli su Murphy. “Riesci a vedermi, vero?” Il tizio legato annuì, dimostrandosi collaborativo. “Sì.” “Sai chi sono?” gli domandò. “Sì o no. Non mentirmi.” Quello annuì di nuovo. “Sì.” “Che cosa sai di me?” “Sei un agente speciale di qualche tipo. CIA, SEAL, operazioni segrete. Non so di preciso.” “Conosci il mio nome?” L’uomo lo fissò dritto in faccia. “No.” Murphy non era certo di credergli. Gli fece una domanda facile per metterlo alla prova. “Hai ucciso Nisa Kuar Brar e i suoi due figli? Ormai non ha senso raccontarmi balle. Mi hai visto. Stiamo giocando a carte scoperte.” “Ho fatto fuori la donna,” rispose l’uomo senza esitare. “Delroy ha ucciso i bambini. Io non ho avuto niente a che fare con loro.” “Che cosa hai fatto alla donna? “L’ho portata in camera da letto e l’ho strangolata con un cavo del computer. Ethernet Cat 5. È robusto, ma non tagliente. Fa quello che deve senza tanto sangue.” Murphy annuì. Era esattamente quello che era successo. Solo chi era stato presente sulla scena del crimine poteva saperlo. Era lui l’assassino. Aveva trovato il suo uomo. “E Wallace Speck?” L’altro scrollò le spalle. “E lui che c’entra?” Fu il turno di Murphy di irrigidirsi. “Cosa credi che stiamo facendo qui, idiota?” sbottò. La sua voce riecheggiò nell’oscurità. “Pensi che sia qui con te, in questa scatola da scarpe di cemento nel bel mezzo della notte, perché mi fa bene alla salute? Non ti trovo divertente. È stato Speck a pagarti per ammazzare la donna?” “Sì.” “E cosa sa Speck di me?” L’uomo scosse la testa. “Non lo so.” Il pugno di Murphy scattò in avanti per abbattersi sulla faccia della sua vittima. Sentì l’osso del naso andare in pezzi. La testa dell’uomo rimbalzò all’indietro. Due secondi più tardi, il sangue gli schizzò fuori da una narice, cadendogli sul viso fino al mento. Lui fece un passo indietro. Non voleva sporcarsi le scarpe. “Riprovaci.” “Speck ha detto che c’era uno delle operazioni speciali. Aveva delle informazioni riservate sull’ubicazione del capo dello staff del presidente. Lawrence Keller. Questo tizio sarebbe andato a Montreal, faceva parte della squadra che doveva recuperare Keller. Forse era l’autista, e voleva del denaro. E poi…” L’uomo agitò la testa. “Credi che sia io questo tizio?” domandò Murphy. Quello annuì, in preda alla più bieca disperazione. “Perché lo pensi?” L’altro borbottò qualcosa a bassa voce. “Cosa? Non ti ho sentito.” “Ero lì,” ripeté. “A Montreal?” “Sì.” Murphy sorrise scuotendo il capo. Gli sfuggì persino una breve risata. “Oh, amico mio.” L’uomo fece un segno d’assenso. “E che cosa hai fatto, te la sei data a gambe quando la situazione si è scaldata?” “Ho capito subito come sarebbe finita.” “E mi hai visto.” Non era una domanda, ma l’altro rispose ugualmente. “Sì.” “Hai detto a Speck che aspetto ho?” Quello fece spallucce. Fissava il pavimento in cemento. “Parla!” ordinò Murphy. “Non ho tutta la notte.” “Non gli ho mai più parlato dopo quella sera. È finito in prigione prima del sorgere del sole.” “Guardami,” gli intimò lui. L’uomo alzò gli occhi. “Dillo di nuovo, ma questa volta senza distogliere lo sguardo.” L’altro lo fissò in viso. “Non ho parlato con Speck. Non so dove lo abbiano rinchiuso né se stia confessando o meno. Non ho idea se sappia chi sei, ma in quel caso mi sembra ovvio che ancora non ti abbia tradito.” “Perché non sei scappato?” gli chiese allora lui. Non era una domanda oziosa. Murphy si stava ponendo lo stesso interrogativo. Sarebbe potuto svanire. Subito, quella sera. O quella seguente. Comunque presto. Aveva due milioni e mezzo di dollari in contanti. Una cifra simile poteva bastare a lungo a un uomo come lui, e con le sue… particolari abilità… poteva rifornirsi quando voleva. Ma così avrebbe passato il resto della vita guardandosi le spalle. E se fosse scappato, una delle persone che gli avrebbe dato la caccia era Luke Stone. Non era un pensiero rassicurante. L’altro fece di nuovo spallucce. “Mi piace qui. Amo la mia vita. Ho un bimbo piccolo che vedo di tanto in tanto.” Murphy non apprezzò il modo in cui il tizio stava infilando il figlio nella conversazione. Quell’assassino a sangue freddo, che aveva confessato l’assassinio di una giovane madre, e che era complice dell’omicidio di due bambini e chissà di chi altro, stava cercando di muoverlo a compassione. Si avvicinò all’altra sedia ed estrasse la pistola dalla fondina. Avvitò il silenziatore sulla canna dell’arma. Era di buona qualità, non avrebbe fatto molto rumore. Era un suono che gli ricordava una pinzatrice da ufficio che perforasse una pila di fogli. Clack, clack, clack. “Non hai motivo di uccidermi,” lo implorò l’uomo dietro di lui. “Non ho detto niente a nessuno, né ho intenzione di farlo.” Murphy non si girò ancora. “Sai come si dice, che è meglio risolvere le questioni in sospeso? Voglio dire, fai anche tu questo lavoro, no? Speck forse sa chi sono, o magari no. Ma tu lo sai per certo.” “Hai idea di quanti segreti io abbia?” insistette il tizio. “Se mai mi prendessero, credimi, saresti l’ultimo dei loro pensieri. Non so nemmeno chi sei, non conosco il tuo nome. Quella notte ho solo visto un uomo, forse con i capelli scuri, basso, sotto il metro e ottanta, avrebbe potuto essere chiunque.” Finalmente lui si voltò per guardarlo. Il suo prigioniero sudava, aveva il volto lucido e bagnato, anche se lì dentro non faceva caldo. Alzò la pistola e gliela puntò al centro della fronte. Nessuna esitazione. Nessun suono. Non disse una parola. Pareva una composizione scultorea, immersa in un cerchio di luce chiara. L’uomo prese a parlare più in fretta. “Senti, non farlo,” disse. “Ho del denaro. Molto denaro. Sono l’unico che sa dove è.” Murphy annuì. “Sì, anche io.” Premette il grilletto e… CLACK. Fu un po’ più rumoroso del normale. Non aveva preso in considerazione l’eco nell’ampio spazio vuoto. Scrollò le spalle. Non aveva importanza. Se ne andò senza degnare il disastro a terra di un secondo sguardo. Dieci minuti più tardi era in auto, e stava sfrecciando sulla Beltway. Il suo cellulare squillò. Era un numero privato. Non significava niente. Potevano essere buone notizie, ma anche cattive. Rispose. “Sì?” Una voce femminile: “Murph?” Sorrise. Riconobbe subito la donna dall’altro capo. “Trudy Wellington,” esclamò. “Che bello ricevere una tua chiamata nel cuore della notte. Se mi dici da dove chiami, ti raggiungo subito.” Lei trattenne una risata. Murphy glielo sentì nella voce. Era quello il modo giusto per entrare nel cuore, e nella camera da letto, delle donne. “Ah… come no. Ti piacerebbe. Ti chiamo dagli uffici del GIS. C’è una crisi e hanno bisogno di noi. Don deve radunare un po’ di gente, il prima possibile. E vuole te.” CAPITOLO QUATTRO 10:20 p.m. Ora legale orientale Fairfax County, Virginia Sobborghi di Washington, DC “Che ne pensi, piccolo?” Luke Stone sussurrò la domanda. Probabilmente solo lui riuscì a sentirla. Era seduto sul lungo divano bianco nel suo nuovo soggiorno, con Gunner, il figlio di quattro mesi, in grembo. Gunner era un bambino grande e pesante. Aveva indosso un pannolino e una maglietta blu su cui campeggiava la scritta World’s Best Baby, ‘Il bambino migliore del mondo’. Si era addormentato tra le sue braccia da qualche tempo. Il suo pancino si alzava e si abbassava, e nel sonno russava piano. Era normale che un bambino russasse? Luke non lo sapeva, ma per qualche motivo trovava quel suono confortante. Di più, era persino piacevole. L’agente speciale teneva in grembo il figlio nella penombra e si guardava attorno nella stanza, cercando di dare un senso alla casa. Quel posto era un regalo di Audrey e Lance, i genitori di sua moglie Becca. Già quel fatto da solo difficile da mandar giù. Lui non si sarebbe mai potuto permettere quella casa con il suo stipendio da dipendente governativo, nonostante fosse di più di quello che aveva guadagnato quando era nell’esercito. Becca invece non lavorava affatto, ma anche se lo avesse fatto, neanche i loro due stipendi insieme sarebbero stati sufficienti per comprare un appartamento con quello. L’acquisto gli aveva dato una nuova prospettiva sulla ricchezza reale della famiglia della moglie. Aveva saputo che fossero danarosi. Ma Luke era cresciuto senza soldi e non aveva idea di cosa fosse la vera ricchezza. Fino a poco prima lui e Becca avevano vissuto nel cottage della famiglia della moglie, sulla costa orientale di Chesapeake Bay, e quella casetta centenaria, pur essendo a un’ora e mezza di distanza dal suo lavoro, era stata una soluzione abitativa spettacolare. In precedenza Luke era stato abituato a dormire sulla dura terra, o a non dormire affatto. Ma quel posto? Si guardò intorno nella sala. Era una costruzione moderna, con grandi finestre alte fino al soffitto. Sembrava uscita da una rivista di architettura, una scatola di vetro. Quando fosse arrivato l’inverno e avesse nevicato, probabilmente sarebbe sembrata uno di quei globi di neve che si usavano quando era piccolo. Riusciva a immaginarsi come sarebbe stato passare lì il Natale, seduto in quel magnifico salotto, con l’albero in un angolo, il caminetto acceso e i fiocchi candidi che gli volteggiavano tutt’intorno. E quello era solo il soggiorno. Poi c’era l’enorme cucina rustica dominata dall’isola e dal gigantesco frigo con freezer incorporato a due porte. E la camera da letto principale con il bagno, e poi tutto il resto del posto. Oltretutto era a una decina di minuti dal suo ufficio. Da dove era seduto, sul divano, poteva vedere le grandi finestre aperte verso sud e a ovest. La casa si trovava sopra una piccola collinetta erbosa, e grazie all’altezza il panorama era spettacolare. Era in un quartiere tranquillo pieno di costruzioni altrettanto grandi, a una certa distanza dalla strada. Nella loro via non si poteva parcheggiare. Era il tipo di zona dove la gente lasciava l’auto nel proprio viale d’ingresso o nel garage. Luke non aveva ancora incontrato i nuovi vicini, ma immaginava che fossero avvocati, magari dottori, o persone con incarichi aziendali di alto livello. Nutriva sentimenti contrastanti al riguardo. Ma non nei confronti dei vicini, bensì della casa. Tanto per iniziare, non si fidava di Audrey e Lance. Non era mai piaciuto ai genitori di Becca. I due lo avevano sempre messo in chiaro. Anche dopo la nascita di Gunner, erano stati riluttanti a lasciar usare il loro cottage alla figlia e al genero. Audrey in particolare era sempre stata una maestra nel commento maligno. Riusciva di continuo a metterlo in cattiva luce con la moglie. Gli apparve un’immagine della donna nella mente: c’era qualcosa in lei che faceva pensare a un corvo. Aveva occhi infossati con iridi tanto scure da sembrare nere. Il suo naso era adunco, simile a un becco. Aveva un’ossatura sottile e un fisico snello, e la tendenza a incombere nei paraggi, come la foriera di cattive notizie. Ma poi il Gruppo d’Intervento Speciale aveva portato a termine un paio di casi di spicco, e Audrey e Lance avevano incontrato il leggendario Don Morris, il fondatore delle operazioni speciali e direttore del GIS. All’improvviso, avevano ritenuto che lui e Becca avessero bisogno di una casa migliore, più vicina al suo lavoro. E come niente fosse, eccoli lì. Luke non riusciva ancora a credere alla velocità con cui si erano svolti gli eventi. In missione era sempre stato noto per la rapidità dei suoi riflessi e dei suoi tempi di reazione, ma l’acquisto di quella casa era stato sbrigato tanto in fretta da fargli girare la testa. Due persone che per anni lo avevano detestato intensamente gli avevano fatto un regalo di proporzioni indescrivibili. Si prese un momento per godersi il silenzio. Fece un profondo respiro, quasi con lo stesso ritmo del suo figlio neonato. No. Non era vero. Il vero dono era stato quel bambino. La casa non era niente in confronto a lui. Sul tavolo davanti a lui gli si illuminò il cellulare. Lo guardò. Il chiarore bianco e bluastro lanciava ombre bizzarre nella penombra. Era silenzioso, gli aveva tolto la suoneria. Non aveva voluto disturbare il bambino, né Becca, che si stava godendo un meritato e necessario riposo in camera da letto. Lanciò un’occhiata all’ora. Erano le dieci passate. Poteva significare diverse cose. Forse qualche ex compagno dell’esercito lo stava chiamando da sbronzo. Oppure qualcuno stava sbagliando numero, o magari… Lo lasciò squillare fino a quando non si spense e tornò buio. Un momento dopo ricominciò. Sospirò, studiando il numero. Ovviamente era il suo lavoro. Prese il cellulare. “Pronto?” Dalla voce che usò si capiva che si stava riposando e avrebbe preferito non essere disturbato. Gli rispose una voce femminile. Trudy Wellington. Se l’immaginò: giovane, bellissima, intelligente, con i suoi lunghi capelli castani sciolti sulle spalle. “Luke?” “Sì.” Era seria, concentrata sul lavoro. Sembrava si stesse lasciando alle spalle quello che era quasi successo tra di loro e di cui non parlavano mai. Probabilmente era meglio così. “Luke, abbiamo un problema. Don sta richiamando i soliti sospetti. Io sono già qui. Swann, Murphy ed Ed Newman stanno arrivando.” “Subito?” Lo chiese anche se conosceva già la risposta. “Sì. Subito.” “Può aspettare?” “Proprio no.” “Mmh.” “E Luke? Porta una borsa da viaggio.” Lui alzò gli occhi al cielo. Il lavoro e la sua vita personale erano in lotta costante. Non per la prima volta, si chiese se quello che faceva per vivere non fosse incompatibile con la famiglia felice che stata cercando di costruire con Becca. “Dove dobbiamo andare?” “Informazione riservata. Lo scoprirai alla riunione.” Luke annuì. “Okay.” Richiuse il telefono e fece un lungo sospiro. Sollevò il bambino tra le braccia e si alzò, per dirigersi verso la camera da letto padronale in fondo al corridoio. Era buio, ma vedeva quanto bastava. Becca stava sonnecchiando sul grande letto matrimoniale. Si chinò per poggiarle accanto Gunner, accarezzandole appena la pelle. Nel suo dormiveglia, la moglie emise un verso di piacere e mise una mano sul bambino. Lui rimase fermo a guardarli per un po’. Madre e figlio. Un’onda di amore tanto intenso da sembrare incomprensibile lo travolse. Quasi non lo capiva lui stesso, era impossibile riuscire e esprimerlo a parole. Era indicibile. Erano la sua vita. Ma doveva partire lo stesso. CAPITOLO CINQUE 11:05 p.m. Ora legale orientale Quartier generale del Gruppo d’Intervento Speciale McLean, Virginia “Perché siamo qui?” chiese Kevin Murphy. Era vestito in stile business casual, come se fosse appena uscito da un incontro per giovani professionisti. Mark Swann, il cui abbigliamento era tutt’altro che adatto al lavoro, sogghignò. Portava una maglietta nera dei Ramones e un paio di jeans strappati. I suoi capelli erano raccolti in una coda di cavallo. “In senso esistenziale?” Murphy scosse la testa. “No. Quello che voglio sapere è perché siamo tutti in questa stanza nel bel mezzo della notte.” La sala conferenze, che a volte Don Morris chiamava ottimisticamente il Centro di Comando, era occupata da un lungo tavolo rettangolare con un dispositivo per il vivavice montato al centro. C’erano prese in cui attaccare il portatile, a distanza di un metro circa l’una dall’altra. Sulla parete erano montati due grossi monitor. Era uno spazio piuttosto ristretto, e Luke aveva partecipato a riunioni in cui una ventina di persone si erano strette lì dentro. Venti persone lo avevano fatto sembrare un vagone della metropolitana di Tokyo all’ora di punta. “Va bene, gente,” esordì Don Morris. L’uomo anziano indossava una camicia aderente con le maniche arrotolate sugli avambracci. C’era del caffè in un bicchiere di carta di fronte a lui. I suoi capelli bianchi erano tagliati molto corti sul cranio, come se fosse appena stato dal barbiere. Il suo linguaggio del corpo era rilassato, ma i suoi occhi erano duri come l’acciaio. “Grazie per essere venuti tanto in fretta. Ma ora basta con le chiacchiere, se non vi dispiace.” In tutta la sala, i presenti mormorarono in assenso. Oltre a Don Morris, Swann, Murphy e Luke, c’era anche Ed Newsam, stravaccato sulla sedia. Indossava una maglietta nera con le maniche lunghe che gli abbracciava il torace muscoloso. Portava jeans e scarponcini gialli Timberland slacciati. Aveva l’espressione di qualcuno che fosse stato profondamente addormentato appena prima di andare a quella riunione. C’era anche Trudy Wellington. Era in camicetta e pantaloni eleganti, come se non fosse mai andata a casa dal lavoro. I suoi occhiali rossi erano sollevati sulla testa. Sembrava sveglia e stava bevendo del caffè. Aveva già iniziato a battere informazioni nel portatile che aveva davanti. Qualsiasi cosa stesse succedendo, era stata la prima a esserne informata. Dall’altro capo del tavolo, vicino ai monitor, c’era un generale a quattro stelle alto e magro, abbigliato in un’impeccabile uniforme. Portava i capelli grigi tagliati molto corti. Aveva il volto liscio, rasato di fresco. Nonostante l’ora tarda, sembrava lucido e pronto ad agire per le seguenti ventiquattro o quarantotto ore, o per tutto il tempo che fosse stato necessario. Luke lo aveva già incontrato una volta, ma anche se non l’avesse mai visto prima, conosceva il tipo. Ogni mattina al suo risveglio, prima di qualsiasi altra cosa, rifaceva il letto. La prima missione compiuta di una giornata, per spianare la strada a tutte le successive. Con ogni probabilità, prima ancora del sorgere del sole, correva dieci miglia e mandava giù una sbobba fredda con del caffè molto forte. Aveva militare di carriera scritto a lettere cubitali sulla fronte. Seduto al tavolo accanto a lui c’era un colonnello con un portatile aperto di fronte, oltre a una pila di documenti. L’altro non aveva ancora alzato lo sguardo dal computer. “Gente,” disse Don Morris, “vorrei presentarvi il generale Richard Stark degli Stati Maggiori Riuniti, e il suo attendente, il colonnello Pat Wiggins.” L’uomo anziano guardò il generale. “Dick, i cervelli del Gruppo d’Intervento Speciale sono a tua disposizione.” “Se così vogliamo chiamarli,” commentò Mark Swann. Don Morris gli lanciò un’occhiataccia, il tipo d’espressione che avrebbe potuto rivolgere a un figlio adolescente troppo impudente, ma non disse nulla. “Signori,” li salutò Stark, e poi si inchinò verso Trudy. “E signora. Andrò dritto al punto. È in corso un’emergenza ostaggi nell’Alaska artico, e il presidente degli Stati Uniti ha autorizzato una missione di salvataggio. Secondo i suoi ordini la missione deve essere supervisionata e presenziata da un’agenzia civile. Ed è qui che entrate un gioco voi. “Durante il colloquio con il presidente ho pensato a voi, che siete il meglio di entrambi i mondi: siete forze dell’ordine civili, ma impiegate moltissimi ex membri speciali dell’esercito. Il direttore dell’FBI ha dato l’OK alla vostra partecipazione, e Don è stato tanto gentile da organizzare subito questo incontro.” Guardò tutto il gruppo. “Mi seguite finora?” Ci fu un mormorio generale d’assenso. Il colonnello controllava il monitor a parete dal portatile. Apparve una mappa della zona settentrionale dell’Alaska, insieme a una sottile parte del mar Glaciale Artico. Un puntino in mezzo all’acqua era cerchiato in rosso. “È una situazione in rapido sviluppo. Quello che posso dirvi è che un’ora e mezzo fa, una piattaforma petrolifera nel Mar Glaciale Artico è stata attaccata e sopraffatta da un gruppo di uomini pesantemente armati. C’erano circa novanta operai a lavoro sulla piattaforma e nell’isola artificiale che la circonda, e non sappiamo quanti siano stati uccisi nell’attacco iniziale. Hanno anche preso degli ostaggi, ma non abbiamo idea del loro numero.” “Chi sono gli aggressori?” chiese Luke. Il generale scosse la testa. “Non lo sappiamo. Hanno rifiutato i nostri tentativi di contatto, ma ci hanno mandato un video degli operai riuniti in una stanza e tenuti sotto tiro da uomini mascherati in nero. La compagnia proprietaria della piattaforma ci ha fornito l’audio dei dispositivi di monitoraggio, e la qualità non è un granché ma si sentono alcune voci. Oltre all’inglese degli operai, ci sono persone che parlano in una lingua dell’est d’Europa, forse slavo, ma se non abbiamo prove per confermarlo.” Sullo schermo, la mappa sparì per mostrare alcune immagini aeree della piattaforma e del campo che la circondava. L’impianto di trivellazione, alto forse trenta o quaranta piani, dominava la prima foto. Al di sotto c’erano diverse baracche di lamiera, separate da passerelle. Attorno al piccolo complesso c’era un vasto mare ghiacciato. Poi apparve un ingrandimento che mostrava l’area e gli edifici nel dettaglio. Non si vedevano persone dritte in piedi da nessuna parte, ma stesi a terra c’erano dozzine di corpi, diversi circondati da macchie di sangue. Fu il turno di un’altra foto. Un grande striscione bianco con un messaggio scritto a mano era stato allungato sulle assi del pavimento. AMERICA BUGIARDI + IPOCRITI “Un messaggio interessante,” commentò Swann. “In effetti non abbiamo molto su cui lavorare. Lo striscione che vedete suggerisce un attacco da parte di cittadini stranieri. Le riprese dei droni ci mostrano un complesso completamente vuoto. Gli aggressori sembrano aver portato ogni sopravvissuto al chiuso, ma non possiamo sapere se siano dentro le baracche di lamiera o all’interno dell’impianto stesso.” Per un momento lo schermo rimase vuoto. “Abbiamo un piano per riprenderci la struttura, neutralizzare i terroristi e salvare i membri sopravvissuti del personale civile. Prevede un’infiltrazione e un attacco principalmente da parte di Navy NEAL ma anche con voi. Per eseguire il piano è necessario portarvi nel Mar Glaciale Artico, quindi dobbiamo muoverci in fretta.” Ed Newsam alzò una mano. “Quando cominciamo?” Il generale rispose con un cenno del capo. “Stanotte, prima dell’alba. Ogni esperienza che abbiamo avuto con dei terroristi negli ultimi anni suggerisce che il protrarsi di situazioni è una strategia fallimentare, persino disastrosa. Viene coinvolto il pubblico, così come i politici. La stampa comincia a trasmettere il panico in televisione ventiquattr’ore su ventiquattro. Mettere in dubbio la risposta del governo diventa il passatempo nazionale. Un lungo stallo ispira ed esalta anche terroristi in altri paesi. Le immagini degli ostaggi bendati tenuti sotto tiro…» Scosse la testa. «Meglio non esplorare questa strada. Il gruppo in questione ha attaccato senza preavviso, e noi faremo lo stesso. Li colpiremo prima dell’alba, col favore delle tenebre, appena prima dell’ora della loro stessa aggressione e così riprenderemo il controllo. Con un’operazione riuscita, e sono certo che avremo successo, dimostreremo agli altri gruppi terroristici che facciamo sul serio.” Stark doveva aver visto gli sguardi che il personale del GIS gli stava rivolgendo. “Crediamo che la vostra agenzia sia perfetta per partecipare a questa missione. Se non siete d’accordo…” Lasciò la frase in sospeso. Luke doveva ammettere che non gli piaceva la direzione che stava prendendo quella storia. Aveva appena lasciato sua moglie e il figlio neonato a letto. Ora doveva andare nell’Artico? “Il Mar Glaciale Artico sarà a più di seimila chilometri da qui,” esclamò Swann. “Come facciamo a raggiungerlo prima dell’alba?” Il generale chinò di nuovo il capo verso di lui. “Più che altro settantamila chilometri. E ha ragione, è molto distante. Ma siamo avanti di quattro ore rispetto a loro. Sulla piattaforma non sono neanche le sette e mezza di sera. Sfrutteremo la differenza di fusi orari.” Si interruppe. “E abbiamo la tecnologia per portarvi lì più velocemente di quanto possiate immaginare.” * * * “Cos’è che non ci sta dicendo?” domandò Luke. Era seduto nell’ufficio di Don, dall’altra parte della grande scrivania del suo capo. L’uomo anziano scrollò le spalle. “Lo sai che tengono sempre dei segreti. Ci sarà qualcosa di confidenziale nella piattaforma. O forse sanno di più degli aggressori di quanto non ci vogliano dire. Potrebbe essere qualsiasi cosa.” “Perché noi?” volle sapere l’agente più giovane. “Lo hai sentito,” rispose Don. “Hanno bisogno di partecipazione e supervisione civile. È un ordine diretto del presidente, che è liberale da sempre. Quell’uomo ritiene l’esercito una specie di mostro. Non sa che le agenzie civili sono piene zeppe di ex militari.” “Ma noi siamo troppo piccoli,” insistette Luke. “Senza offesa, Don, ma l’NSA è un’agenzia civile, e anche l’FBI. Ed entrambi hanno molto più potere di noi.” “Anche noi siamo parte dell’FBI.” Lui annuì. “Sì, ma il Bureau ha dei distaccamenti molto più vicini all’azione. Invece vogliono trasportare noi dall’altra parte del continente.” Don lo fissò per un lungo momento. Per la prima volta, Luke si accorse di quanto fosse ambizioso il suo capo. Era stato il presidente a scegliere il GIS per quella missione, ma l’anziano militare voleva quella missione anche più di lui. Quelle operazioni erano il suo fiore all’occhiello. Don Morris aveva messo insieme una squadra di conquistatori e voleva che tutto il mondo ne fosse consapevole. “Come sai,” spiegò l’uomo, “i distaccamenti sul campo impiegano agenti operativi semplici. Praticamente sono solo ispettori e polizia. Ma noi siamo le forze speciali. È quello per cui siamo nati, ed è quello che facciamo. Siamo rapidi e leggeri, colpiamo duro e ci siamo fatti una certa reputazione, non solo di uscire vittoriosi anche da circostanze difficili ma anche di avere una certa discrezione.” Luke e Don si guardarono, ai lati opposti della grande scrivania. Don scosse la testa. “Ci stai ripensando, figliolo? Nel caso va bene. Non devi dimostrare niente a nessuno, men che meno a me. Ma in questo momento la tua squadra è là fuori a prepararsi.” Luke alzò le spalle. “Io sono già pronto.” Il suo capo fece un ampio sorriso. “Bene. Sono sicuro che non avrete problemi e sarete di ritorno in tempo per la colazione.” * * * “Diamoci una mossa,” disse Ed Newsam. “Questa missione non si sbrigherà da sola.” Il giovane agente era alla porta di Luke, con uno zaino pesante caricato in spalla. Non sembrava entusiasta, né eccitato. Se Luke avesse dovuto usare una parola sola per descrivere la sua espressione, l’avrebbe definito rassegnata. Lui era seduto alla scrivania e stava fissando il telefono. “L’elicottero è già sulla pista.” Luke annuì. “Ricevuto. Arrivo subito.” Stavano per partire. Nel frattempo, lui era stato colpito dalla sindrome del Telefono Troppo Pesante. Era fisicamente incapace di sollevare il ricevitore e fare una chiamata. “Maledizione,” bisbigliò sotto voce. Aveva controllato e ricontrollato le borse. Aveva l’equipaggiamento standard per i lunghi viaggi, la sua Glock nove millimetri nella fondina da spalla in cuoio e anche qualche caricatore in più per la pistola. Un portabiti con due cambi era steso sulla sua scrivania e accanto c’era una piccola sacca piena di prodotti da bagno formato viaggio, un mucchio di barrette energetiche e mezza dozzina di pillole di dexedrina. Le pillole erano praticamente anfetamina, o speed. Erano segnalate in maniera esplicita nel manuale d’istruzione per gli agenti speciali. Dopo la loro assunzione si rimaneva svegli e vigili per ore e ore. Ed ogni tanto le definiva ‘il tiramisù più veloce che c’è.’ Erano prodotti generici, ma non aveva senso prendere niente di più specifico. Sarebbero andati nell’Artico, la missione richiedeva attrezzatura specializzata che gli sarebbe stata fornita quando fossero atterrati. Trudy aveva già mandato le misure di tutta la squadra. Quindi ora fissava il telefono. Se n’era andato di casa senza spiegarle quasi niente. Ovvio, lei stava dormendo. Ma ciò non cambiava nulla. E il bigliettino lasciato sul tavolo del soggiorno non diceva niente di sostanziale. Sono stato chiamato per una riunione serale, forse mi toccherà passare una notte in bianco. Ti amo, L ‘Una notte in bianco’. Bell’eufemismo. Era quello che avrebbe detto un laureando all’università prima di una nottata a studiare per un esame. Aveva preso l’abitudine di mentirle sul lavoro e stava diventando difficile smettere. Che senso avrebbe avuto dirle la verità? Certo, poteva chiamarla, svegliarla da un sonno profondo, disturbare il bambino facendolo piangere, e tutto per dirle cosa? “Ciao, cara, sono diretto al circolo polare artico per eliminare alcuni terroristi che hanno attaccato una piattaforma petrolifera. Ci sono cadaveri sparsi ovunque. Già, sembra che sia l’ennesimo bagno di sangue. In realtà c’è il rischio che non ti riveda mai più. Okay, dormi bene. Bacia Gunner da parte mia.” No, era meglio tenere le labbra cucite, compiere la missione e fidarsi che tra i Navy SEAL e il GIS avessero gli uomini migliori per sbrigare quel lavoro. Avrebbe chiamato la moglie il mattino seguente, una volta finito tutto. Se le cose fossero andate bene e la squadra fosse stata incolume, le avrebbe detto che avevano preso un volo per Chicago per interrogare un testimone. Avrebbe continuato con la farsa che il Gruppo d’Intervento Speciale si occupasse principalmente di lavoro investigativo, macchiato solo di tanto in tanto da qualche scoppio di violenza. Okay, avrebbe fatto così. “Sei pronto?” disse una voce. “Stanno salendo tutti sull’elicottero.” Alzò lo sguardo. Alla sua porta c’era Mark Swann. Era sempre una visione sconcertante. Con la coda di cavallo, gli occhiali da aviatore, l’ombra di una barbetta incolta sul mento e le magliette delle rock band che sembrava indossare regolarmente… era come se avesse un cartello appeso al collo: NON MILITARE. Luke annuì. “Sì, ci sono.” Swann stava sorridendo. No, meglio, era radioso, come un bambino a Natale. Era una strana reazione di fronte alla prospettiva di un noioso volo su tutto il Nord America, seguito da uno snervante scontro armato con un nemico sconosciuto. “Ho appena scoperto come ci porteranno lì,” annunciò il collega. “Non ci crederai. È assolutamente stratosferico.” “Non avevo capito che saresti venuto anche tu,” osservò lui. Il sorriso di Swann si fece persino più ampio. “L’ho deciso adesso.” CAPITOLO SEI 5 settembre 2005 8:30 a.m. Orario di Mosca (12:30 a.m. Ora legale orientale) L’“Aquarium” Quartier Generale del Main Intelligence Directorate (GRU) Aeroporto di Khodynka Mosca, Russia “Che novità dal nostro amico?” chiese l'uomo di nome Marmilov. Era seduto alla scrivania di un ufficio senza finestre nel seminterrato, e fumava una sigaretta. Sul ripiano di acciaio verdastro che aveva di fronte c'era un posacenere di ceramica, già pieno di diversi mozziconi nonostante l’ora del mattino. C'era anche una tazza di caffè (corretto con un goccio di whiskey, Jameson, importato dall'Irlanda). Ogni mattino l'uomo fumava una sigaretta e beveva caffè nero. Era così che cominciava le sue giornate. Portava un abito scuro e i capelli radi erano pettinati di traverso sulla testa, irrigiditi e tenuti fermi dalla lacca. Tutto in quell’uomo era formato da spigoli duri e ossa sporgenti. Somigliava quasi a uno spaventapasseri. Ma i suoi occhi erano severi e intelligenti. Era nel giro da molto tempo e aveva visto tantissime cose. Era sopravvissuto alle epurazioni degli anni ’80, e quando c’era stato il cambiamento negli anni ’90 aveva resistito anche a quello. Tutto il GRU ne era uscito praticamente intatto, a differenza del suo povero fratellino, il KGB, che era stato fatto a pezzi e sparso al vento. Il GRU era vasto e potente come era sempre stato, forse persino di più. E Oleg Marmilov, di cinquantotto anni, aveva avuto un ruolo cruciale nella sua organizzazione per molto tempo. Era una piovra, la maggiore agenzia di intelligence russa, con i suoi tentacoli nelle missioni speciali, le reti di spionaggio di tutto il mondo, l’intercettazione di comunicazioni, gli omicidi politici, la destabilizzazione di governi, il traffico di droga, la disinformazione, la guerra psicologica, le operazioni sotto falsa bandiera, senza parlare del dispiegamento di 25mila soldati d’élite Spettanza. Marmilov era un polpo rintanato all’interno della piovra. Aveva le mani in pasta in talmente tanti affari che a volte un subordinato gli dava un rapporto e lui brancolava nel buio per un istante prima di pensare: “Oh, sì. Quella faccenda. Come sta andando?” Ma alcune delle sue attività erano in cima alla sua lista di priorità. Inchiodato sulla sua scrivania c’era un monitor. A un americano della giusta età, lo schermo avrebbe fatto pensare a una di quelle TV a gettoni che un tempo avevano riempito le stazioni degli autobus di tutto il paese. Sullo schermo stavano passando le riprese di telecamere di sicurezza. Dava per scontato che ci fosse un ritardo nella trasmissione, forse anche di mezzo minuto. A eccezione di quello, il video era dal vivo. Era buio, era calata la notte, ma Marmilov riusciva a vedere quanto bastava. Una scalinata metallica lungo il lato di una piattaforma petrolifera. Un agglomerato di baracche malconce in corrugato su un terreno freddo e arido. Un minuscolo impianto portuale sul mare ghiacciato, a cui era ormeggiata una piccola nave rompighiaccio. Non sembrava ci fosse anima viva. Alzò lo sguardo sull’uomo di fronte alla sua scrivania. “Beh? Ci sono novità?” Il suo ospite era un giovanotto che, nonostante l’abito civile della taglia sbagliata che portava, stava sull’attenti come un militare. Stava fissando qualcosa di immaginario in lontananza, invece che l’uomo a poco più di un metro da lui. “Sì, signore. Il nostro contatto ci ha fatto sapere che è stato scelto un gruppo di commando. La maggior parte di loro si sta radunando all’aeroporto di Deadhorse, in Alaska. Alcuni altri uomini, che rappresentano la supervisione civile del progetto, sono in viaggio su un aereo supersonico e arriveranno nelle prossime ore.” Si interruppe. “Dopodiché probabilmente non ci vorrà molto perché vengano dispiegate le forze d’assalto nemiche.” “Quanto sono attendibili queste informazioni?” volle sapere Marmilov. Il giovane scrollò le spalle. “Vengono da un incontro segreto che si è tenuto alla Casa Bianca. Potrebbe trattarsi di uno stratagemma, ma non lo crediamo. Il presidente vi ha presenziato, così come molti membri del comando militare.” “Sappiamo come si muoveranno?” L’altro annuì. “Pensiamo che impiegheranno dei sub che nuoteranno fino all’isola artificiale, emergeranno da sotto il ghiaccio e prepareranno il terreno per l’attacco.” Marmilov ci rifletté. “L’acqua deve essere piuttosto fredda.” Il giovane fece un cenno di conferma. “Sembra una missione complicata.” A quell’affermazione sul viso dell’altro apparve l’ombra di un sorriso. “I sommozzatori indosseranno un’attrezzatura subacquea pesante progettata per difenderli dal gelo, e la nostra intelligence ipotizza che porteranno le loro armi in contenitori sigillati. Sperano nell’effetto sorpresa, un attacco furtivo portato a segno da sub altamente addestrati. Ci sarà maltempo, e volare sarà difficile. Per quel che ne sappiamo, non sono previsti attacchi simultanei dall’acqua o dal cielo.” “I nostri amici possono respingerli?” “Essendo preavvertiti del loro arrivo, e conoscendo la modalità d’attacco, è possibile che riescano a organizzarsi per ucciderli tutti. Dopodiché…” Il giovane scrollò le spalle. “Ovviamente gli americani scateneranno la loro ira. Ma non sarà un problema nostro.” Oleg Marmilov ricambiò il sorriso dell’altro. Diede un altro lungo tiro alla sigaretta. “Eccezionale,” commentò. “Mi tenga informato sugli sviluppi.” “Ma certo.” Lui indicò il monitor sulla scrivania. “E naturalmente, sono un grande fan dello sport. Quando inizierà l’azione, seguirò ogni momento alla TV.” CAPITOLO SETTE 12:45 a.m. Ora legale orientale (8:45 p.m. Ora legale in Alaska, 4 settembre) I cieli sopra la Penisola superiore Michigan L’aereo sperimentale sfrecciava nel cielo nero. Luke non era mai stato su un velivolo come quello. Tutto in esso ero inusuale. Quando la squadra del GIS lo aveva raggiunto sulla pista, tutte le luci erano state spente. Non solo quelle dell’aereo stesso, ma anche quelle nelle piste vicine o dell’aeroporto. Il mezzo era nel bel mezzo dell’oscurità quasi più totale. La sua cellula era strana. Era molto stretta, con un muso ricurvo in avanti come il becco di un uccello che si chinasse per bere. Gli alettoni posteriori avevano una forma triangolare che lui non aveva mai visto prima e non riusciva a distinguere chiaramente. All’interno anche la configurazione della cabina era insolita. Invece di essere disposta come il classico jet del Pentagono o da areo per i viaggi d’affari, con le poltroncine tradizionali e i tavolini estraibili, sembrava il salotto di una casa. Lungo una parete c’era un lungo divano componibile, e il suo schienale si alzava laddove avrebbero dovuto esserci i piccoli oblò ovali. Davanti aveva due sedie reclinabili, e in mezzo un pesante tavolo di legno, come un tavolino da caffè, era inchiodato al pavimento. Ancora più strano, dal lato opposto del divano c’era un’ampia televisione a schermo piatto, dove avrebbe dovuto esserci l’altra fila di oblò. Ma la parte più bizzarra di tutte, da quello che Luke poteva vedere dalla sua posizione sul divano, era il grosso vetro divisorio alla sua sinistra. Al centro si apriva una porta e dall’altra parte c’era un’altra cabina passeggeri, una con la disposizione tipica di quella in un piccolo aereo di linea. Dentro c’erano due uomini. Erano seduti all’interno dello spazio, e discutevano di chissà cosa guardando lo schermo di un portatile. A quanto pareva la partizione di vetro era insonorizzata, perché i due sembravano parlare normalmente ma Luke non sentiva nulla di quello che dicevano. Entrambi gli uomini portavano i capelli con un taglio militare e avevano un portamento marziale. Uno indossava una maglietta e un paio di jeans e l’altro era in giacca e cravatta. Il primo era grosso e molto muscoloso. “È un SST,” disse Swann. Era seduto sul divano con lui, dall’altra parte di Trudy Wellington, che era accomodata in mezzo ai due uomini, concentrata sui documenti sul proprio portatile. L’esistenza stessa dell’aereo pareva emozionare Swann in una maniera che a Luke risultava incomprensibile. “È supersonico, ma non è un caccia. È un aereo di linea. Da quando i francesi si sono arresi con il Concorde e i russi con il Tupolev, non c’è nessuno sulla Terra che voglia ammettere di essere al lavoro su jet supersonici per il trasporto passeggeri.” “Ma suppongo che qualcuno abbia lavorato su questo,” commentò Luke. Murphy, seduto su una delle poltroncine, indicò il vetro divisorio con un cenno del capo. “Mi domando chi siano le scimmie dietro la porta numero tre.” Ed Newsam, stravaccato come una grossa montagna sull’altro sedile, annuì lentamente. “Siamo in due, amico.” “A chi importa,” replicò Swann. Puntò l’indice verso lo schermo televisivo di fronte al divano. In quel momento trasmetteva l’immagine di un aeroplano in volo lungo il confine settentrionale degli Stati Uniti, sopra lo stato del Michigan. I dati in basso segnalavano l’altitudine, la velocità al suolo equivalente, e il tempo d’arrivo previsto alla destinazione. “Guardate quei numeri. Altitudine 58mila piedi, velocità al suolo 1554 miglia orarie. Siamo praticamente a Mach 2, due volte la velocità del suono. Siamo decollati da poco più di trenta minuti e ci mancano solo due ore e mezza per arrivare. È incredibile per un mezzo di questa grandezza, che suppongo sia la stessa di un Gulfstream. Riuscite a immaginare che razza di spinta deve avere questa cosa per superare la resistenza? Non ho nemmeno sentito il boom sonico.” Si interruppe per un istante e si guardò intorno. “Voi avete sentito qualcosa?” Nessuno gli rispose. Tutti gli altri sembravano concentrati sulla destinazione, la missione e il mistero dei due uomini nell’altra stanza. Il modo in cui avrebbero raggiunto il sito dell’operazione era irrilevante. Per Luke l’aereo era l’ennesimo giocattolo per bambini troppo cresciuti, e probabilmente doveva costare pure uno sproposito. Ma Swann adorava i suoi aggeggi. “C’è una cosa strana nel nostro itinerario. Siamo diretti nell’Alaska artico, e il percorso più efficiente per arrivare lì è attraversando il Canada e muovendoci in diagonale nel loro entroterra verso nord-ovest. Ma invece rimaniamo sopra il confine. Perché?” “Perché preferiamo l’inefficienza?” disse Ed Newsam con un ghigno. Swann non fece nemmeno caso alla battuta e scosse la testa. “No. Perché se attraversassimo il Canada, dovremmo spiegargli cos’è questa cosa che si muove a due volte la velocità del suono nel loro spazio aereo. Anche se sono uno dei nostri alleati più stretti, non vogliamo dirgli di questo aereo. E ciò mi dice che è top secret.” “In effetti,” intervenne Trudy, senza alzare lo sguardo dal computer, “dovremo attraversare il Canada a un certo punto. L’Alaska non è attaccato al resto degli Stati Uniti.” Swann fissò la donna. “Ahio,” ghignò Ed. “Una lezione di geografia. Deve far male.” “Possiamo parlare di qualcos’altro?” domandò Murphy. “Per favore?” Luke guardò Trudy Wellington, seduta accanto a lui. Era accoccolata sul divanetto nella sua classica posa, con le gambe piegate sotto di sé. Era come se fosse stata a casa sua, a mangiare popcorn e in procinto di guardare un film. I suoi capelli ricci erano sciolti, e gli occhiali dalla montatura rossa le pendevano sulla punta del nasino. Stava scorrendo rapidamente lo schermo. “Trudy?” la chiamò. Lei alzò lo sguardo. “Sì?” “Che ci facciamo qui?” La donna lo fissò. Sgranò gli occhi per la sorpresa. “Tu che cosa ne pensi?” si spiegò lui. “Chi sono i terroristi, che cosa vogliono, perché hanno attaccato una piattaforma petrolifera e per quale motivo proprio ora?” “Ti sarebbe d’aiuto?” replicò lei. “Voglio dire, con la missione?” Luke scrollò le spalle. “Potrebbe. Non ci hanno detto niente e nessuno sembra interessato a illuminarci neanche un po’.” “Né a parlare con noi, se è per questo,” commentò Murphy. Stava ancora fissando i due dall’altra parte del vetro. “Okay,” si arrese Trudy. “Prima la parte più semplice, il motivo dell’attacco a una piattaforma petrolifera e perché proprio ora. Poi vi dirò la mia teoria su chi siano e che cosa vogliano. Luke annuì. “Siamo tutti orecchie.” “Darò per scontato che nessuno sappia nulla,” continuò lei. Ed Newsam era talmente steso sulla sua poltroncina che sembrava sul punto di scivolare a terra. “Direi che oggi non corri rischi.” La giovane donna sorrise. “Il Mar Glaciale Artico si sta sciogliendo,” cominciò. “La gente, gli stati, la stampa, le multinazionali, stanno tutti discutendo gli effetti a lungo termine del riscaldamento globale, e persino se esista o meno. Tra la maggior parte degli scienziati il consenso è che stia avvenendo davvero. Nessuno è costretto a dar loro ragione, ma non possiamo negare che le calotte polari, che da quanto sappiamo sono state coperte dal ghiaccio sin dall’inizio della storia dell’umanità, in questo momento si stiano sciogliendo, che lo stanno facendo in fretta, che il processo sta accelerando.” “È spaventoso,” commentò Mark Swann. “La fine del mondo così come lo conosciamo.” “Eppure io sto alla grande,” replicò Murphy. Trudy fece spallucce. “Non cominciamo. Atteniamoci a quello che sappiamo. E cioè che ogni anno, nel Mar Glaciale Artico c’è sempre meno ghiaccio che nel passato. Presto, forse durante la nostra vita, non si gelerà più. Lo strato è già più sottile, meno ampio e dura meno mesi rispetto a qualsiasi altro momento a noi noto.” “E questo significa…” disse Luke. “Significa che l’Artico si sta spaccando e quindi si apriranno al traffico delle rotte commerciali precedentemente inesistenti. Da questa parte del mondo, si tratta del Passaggio a Nord-ovest che attraversa le isole canadesi, e che il Canada considera all’interno del suo territorio. Dall’altra parte dell’Artico invece si tratta del Passaggio a Nord-est, che abbraccia la costa settentrionale della Russia, ed è considerato all’interno delle sue acque territoriali. In particolare, una volta che il ghiaccio si aprirà per davvero, il Passaggio a Nord-est russo diventerà la rotta commerciale più corta e più rapida tra le fabbriche in Asia e i mercati in Europa.” “E se i russi lo controllassero…” iniziò Murphy. Trudy annuì. “Esatto. Controlleranno la maggior parte del traffico commerciale globale. Potranno tassarlo, imporre tariffe e i porti russi che sono stati avamposti gelati per centinaia di anni potrebbero diventare fermate vivaci ed essenziali.” “E se lo desiderassero, potrebbero…” La donna annuì di nuovo. “Sì. Potrebbero bloccare tutto. Allo stesso tempo, il Passaggio a Nord-ovest è un po’ rischioso per noi. Se guardate una mappa, fa davvero parte del Canada. Ma gli Stati Uniti vogliono rivendicarne il possesso. Ciò potenzialmente potrebbe fomentare una contesa tra due paesi vicini, alleati da lungo tempo e anche partner commerciali.” “Quindi credi che i russi…” azzardò Ed. Trudy alzò una mano. “Ma non è tutto. Otto paesi circondano il Mar Glaciale Artico. Gli Stati Uniti, il Canada e la Russia ovviamente, ma anche la Svezia, la Norvegia, l’Islanda, la Finlandia e la Danimarca. La rivendicazione danese deriva dal loro possesso del territorio della Groenlandia. E la questione più grave è che si ritiene che un terzo delle risorse non sfruttate di petrolio e gas naturale si trovino sotto il ghiaccio nell’Artico.” Gli uomini la stavano fissando. “Tutti vogliono quei combustibili fossili. Anche paesi che non hanno nessuna valida pretesa sull’Artico, come l’Inghilterra e la Cina, stanno intervenendo, cercando di creare alleanze e di ottenere diritti di estrazione. La Cina ha iniziato a definirsi un paese limitrofo al circolo polare artico.” “Ciò non spiega chi siano gli aggressori,” disse Luke. Trudy scosse la testa, facendo rimbalzare leggermente i ricci. “No. Come ho detto, ho cominciato con la parte più semplice. Il motivo dell’attacco a una piattaforma nell’Artico e perché proprio ora. La risposta è la corsa alle sue risorse naturali, e sarà una corsa mortale. Molta gente verrà uccisa, così come succede da quando è stato trovato il petrolio nel Medio Oriente all’inizio del ventesimo secolo. Il Mar Glaciale Artico diventerà il prossimo centro della competizione tra le potenze mondiali, e di conseguenza anche il punto d’esplosione di grandi violenze e persino di una guerra. Sta per arrivare.” Luke sorrise. Trudy sembrava avere sempre le risposte, ma a volte ci metteva un po’ per condividere le sue conclusioni. “Quindi… chi è stato?” Ma lei non aveva intenzione di lasciarsi sviare, e si limitò a scuotere la testa. “È impossibile dirlo con certezza. Non sono solo coinvolti i paesi a cui ho accennato. Ci sono anche i popoli indigeni sparsi per tutto l’Artico, come gli eschimesi, gli Aleuti, gli Inuit, e molti altri. Sono preoccupati dal recente interesse per i loro territori. Hanno paura di perdere la loro casa, la loro cultura e i loro tradizionali diritti di caccia. Oltretutto sono in ansia per le fuoriuscite di petrolio e altri disastri ambientali. In generale, le popolazioni indigene non hanno mai avuto rapporti positivi con le potenze mondiali e le grandi multinazionali. Diffidano di quello che sta succedendo, e alcuni gruppi si sono già radicalizzati.” “Ma sono abbastanza numerosi e ben addestrati…” “Certo che no,” rispose la donna. “Non da soli. Ma non possiamo dare per scontato che agiscano senza supporto esterno. Esistono decine di associazioni ambientaliste, e molte di esse sono praticamente gruppi terroristici. E poi ci sono diverse grosse società, soprattutto petrolifere, che gareggiano per ottenere il controllo. Per non parlare dei paesi del Medio Oriente, preoccupati che l’esplorazione petrolifera dell’Artico spinga il resto del mondo a piantarli in asso. E ovviamente, ci sono la Russia e la Cina.” “Lo striscione,” capì Luke. “Esatto. Lo striscione definisce l’America ipocrita e bugiarda. Questo non ci dice molto, ma la sua semplicità e la sintassi incerta suggerisce che chi lo ha scritto non sia di madrelingua inglese. Allo stesso tempo, l’apparente professionalità dell’attacco fa a pensare a un addestramento di alto livello, date la capacità di muoversi a temperature estreme e le abilità di combattimento. Lui cominciava a capire dove volesse andare a parare. “La maggior parte dei paesi nella zona artica sono nostri alleati, come il Canada, la Norvegia e la Svezia, oppure hanno una relazione tra il neutrale e l’amichevole con noi, come l’Islanda, la Danimarca e la Finlandia. E non credo che i russi e i cinesi ci attaccherebbero direttamente, in particolare non dopo i recenti problemi. Ma dici che finanzierebbero e addestrerebbero un burattino, un gruppo che si sentisse emarginato da noi o che credesse di essere sul punto di venir privato dei suoi diritti?” Si fermò. “Certo che sì,” intervenne Swann. Trudy annuì. “È possibile.” “Quindi si tratterebbe di una nuova associazione radicale anti-americana, come un Al Qaeda dell’Artico?” La donna scrollò le spalle. “Non posso dirlo per certo. Magari sono indigeni armati e ben addestrati. Oppure suprematisti bianchi del vecchio mondo vichingo, che cercano di dare nuovo lustro ai paesi scandinavi. Per quel che ne sappiamo potrebbero persino essere separatisti del Quebec. Non ne ho idea.” Alla sinistra di Luke, la porta di vetro dell’altra cabina passeggeri si aprì e i due uomini uscirono. “Tutte idee interessanti, signorina Wellington,” disse il più anziano dei due. “Probabilmente sbagliate, ma per essere delle ipotesi non sono niente male.” * * * L’uomo più giovane indossava jeans e una T-shirt. I pantaloni gli aderivano alle gambe muscolose e la maglia sembrava dipinta sul petto possente. Sul davanti campeggiavano due parole, molto piccole, in bianco sullo sfondo nero. GET HARD. “Signori, sono il capitano Brooks Donaldson, dello United States Naval Special Warfare Development Group, anche noto come DEVGRU, o SEAL Team Six.” Portava con sé una grossa muta subacquea arancione, con tanto di cappuccio, guanti e stivali. In un gesto insolito per un Navy SEAL, aveva appena appoggiato una lattina di una bevanda analcolica sul tavolino. Luke la fissò. Era ginger beer di marca Dr Peck. “Vi voglio parlare dell’ipotermia. È una questione importante da tenere a mente. Anche se sappiamo tutto del congelamento e del suo funzionamento, nessuno può prevedere esattamente con quanta velocità e chi potrebbe essere colpito dall’ipotermia, né se sia letale. Sappiamo che è più probabile che abbia effetti mortali sugli uomini che sulle donne, e che è più rischiosa per le persone magre e muscolose — cosa che include praticamente tutti in questa cabina — rispetto a chi ha più grasso corporeo. Non perdona chi ignora i suoi effetti. In altre parole, se non siete preparati e non sapete come reagire, vi ammazzerà con facilità.” A Luke non piacque affatto quel discorso. Nessuno gli aveva detto di prepararsi a indossare mute subacquee, a studiare gli effetti dell’ipotermia o che avrebbero lavorato con un Navy SEAL che beveva bevande gassate. L’uomo, Donaldson, indicò la muta che aveva tra le mani. “Questa sarà la vostra prima linea di difesa contro l’ipotermia. La muta per la dimostrazione è arancione, mentre quelle che userete in missione saranno nere, ma non lasciate che ciò vi distragga. Immaginatevela scura. Che siano arancioni o nere, viola o rosa, o di qualsiasi altro colore, queste sono di ultimissima generazione, forse le migliori tute da immersione esistenti al momento. Garantiscono sia galleggiamento che protezione dall’ipotermia. Tra i loro vantaggi sono incluse un’imbracatura per il sollevamento e una sagola, guanti coibentati a cinque dita per mantenere sia temperatura che destrezza, un cuscino gonfiabile, un elmetto a perfetta tenuta stagna, chiusure ai polsi e alle caviglie regolabili, uno strato di neoprene ignifugo di 5 millimetri, un fischietto per le emergenze, tasche e stivali antiscivolo dalla suola grossa. Ma è un po' complicata da mettere e togliere in condizioni meteorologiche avverse. E io vi mostrerò come si fa.” Tutti nella cabina lo stavano fissando. “Ci sono domande prima che inizi?” Murphy alzò una mano. “Sì, agente…” “Murphy.” “Sì, agente Murphy. Spari.” Murphy lanciò uno sguardo alla ginger beer sul tavolo. Si accigliò, appena un po’. Era un irlandese del Bronx. Luke non sapeva dire con certezza cosa pensasse della bevanda analcolica, ma di certo non pareva approvarla. “Di che cosa stiamo parlando qui?” Donaldson sembrò confuso. “Di che cosa stiamo parlando?” Murphy annuì. Indicò la muta subacquea arancione. “Sì. Quella. Perché ci sta spiegando come si usa? Non siamo SEAL. In effetti nessuno di noi è abituato a lavorare in acqua. Newsam, Stone e io siamo tutti ex Delta Force. Specializzati in assalti aerei. Io ero nel 75esimo Rangers prima della Delta, Stone anche e Newsam era…” Si fermò per guardare Ed. L’altro uomo era ancora stravaccato sulla poltroncina, quasi sdraiato. “82nd Airborne,” disse lui. “Airborne, vale a dire aviotrasportati,” ripeté Murphy. “E questa è la parola chiave. Può mostrarci quella muta fino a quando non atterreremo, continuare per tutta la prossima settimana, ma questo non farà di noi dei sommozzatori.” “Io ho fatto qualche immersione,” intervenne Ed. Murphy lo fissò. Luke non era sicuro, ma non credeva di aver mai visto qualcuno fissare il grosso collega in quella maniera. Ma d’altra parte Murphy era un carro armato. “Grazie,” gli disse. “Le tue immersioni durante le vacanze ad Aruba sono davvero d’aiuto per la mia argomentazione.” Ed sorrise e fece spallucce. Il SEAL annuì. “Capisco cosa vuole dire. Ma questa è un’operazione subacquea. Ci lanceremo in acqua per raggiungere un campo temporaneo che stanno costruendo proprio ora su una lastra di ghiaccio galleggiante a circa due chilometri e mezzo dalla piattaforma petrolifera. Credevo che lo sapeste.” Luke scosse la testa. “È la prima volta che ne sentiamo parlare.” “È impossibile raggiungere il sito in nave,” disse Donaldson. “Dobbiamo presumere che i nostri avversari stiano proteggendo tutti i possibili punti d’attracco. Sembra che abbiano a disposizione armamenti pesanti. Qualsiasi nave tentasse di avanzare in mezzo al ghiaccio fino all’impianto verrebbe colpito, e duramente.” “Possiamo arrivare dal cielo?” chiese Luke. Donaldson fece un segno di diniego con il capo. “Anche peggio. Nelle prossime ore è prevista una tempesta in quell’area. Non volete gettarvi in paracadute durante una bufera artica, ve lo garantisco. E anche se fosse sereno, avrebbero un’ottima visuale su di voi durante la discesa. Sareste dei bersagli facili. C’è un solo modo per arrivare, e cioè passando sotto il ghiaccio e cogliendoli di sorpresa.” Si fermò. “E abbiamo bisogno di tutta la sorpresa possibile. Nonostante la violenza della nostra risposta, ci serve almeno un aggressore vivo.” “E perché?” domandò Ed. Il capitano dei SEAL fece spallucce. “È necessario scoprire che cosa volevano, qual era il loro piano e se abbiano agito da soli. Dobbiamo sapere tutto. Non possiamo contare su un loro ipotetico documento programmatico, e dato che finora nessuno ha rivendicato la responsabilità dell’attacco, dobbiamo presumere che l’unico modo per ottenere queste informazione sia catturare almeno uno di loro, preferibilmente più di uno.” Luke non era felice. Avrebbero raggiunto il sito nuotando sotto il ghiaccio, e quando fossero emersi avrebbero dovuto fare prigionieri. E se fossero stati jihadisti che non avevano intenzione di arrendersi? E se avessero combattuto fino alla morte? L’intera missione sembrava organizzata in fretta e progettata peggio. Ovvio che fosse così. Non poteva essere altrimenti, dato che stavano cercando di riprendersi la piattaforma la stessa notte in cui era stata attaccata, anzi, appena qualche ora più tardi? Non avevano alcun dato sugli aggressori. Non c’erano ancora state comunicazioni. Non sapevano da dove venivano, cosa volevano, che armi avevano né che altre capacità possedevano. Non avevano idea di cosa avrebbero fatto se fossero stati attaccati a loro volta. Avrebbero ucciso tutti gli ostaggi? Si sarebbero suicidati facendo saltare la piattaforma? Impossibile dirlo. Quindi l’intera squadra sarebbe entrata alla cieca. Peggio. Luke e il suo team sarebbero dovuti essere la supervisione civile, e invece avrebbero partecipato a una missione subacquea — in un mare gelato — per cui non avevano alcuna preparazione. Ben pochi soldati americani erano addestrati per le immersioni in acque gelide. “Tutta la faccenda,” commentò Murphy, “mi sembra folle.” Luke non concordava al cento percento. Ma non poteva non pensare al fatto che Murphy lo ritenesse ancora responsabile della morte del loro intero team d’assalto in Afghanistan. Se Murphy, Ed, o persino Swann e Trudy avessero deciso di non partecipare alla missione, a lui sarebbe andato bene. Dovevano fare le loro scelte, non stava a Luke decidere per loro. All’improvviso, desiderò di aver parlato con Becca prima di partire per quel viaggio. Ormai era troppo tardi. “Mancano meno di due ore all’arrivo,” dichiarò l’uomo più anziano, lanciando un’occhiata all’orologio. Guardò Donaldson, che aveva ancora tra le mani la grossa tuta arancione. Poi gli fece un cenno con la mano, simile alle lancette di un orologio che roteassero rapidamente. “Le suggerisco di cominciare con la dimostrazione.” CAPITOLO OTTO 9:15 a.m. Orario di Mosca (12:30 a.m. Ora legale orientale, 4 settembre) L’“Aquarium” Quartier Generale del Main Intelligence Directorate (GRU) Aeroporto di Khodynka Mosca, Russia Il fumo blu si alzava verso il soffitto. “C’è molto movimento,” disse il suo ultimo visitatore, un uomo pingue con l’uniforme del Ministero degli Interni. La sua voce tradiva una certa ansia, ma dal tono non si sarebbe capito. Non trema né aveva esitazioni. Bisognava avere le orecchie allenate per percepirlo. L’uomo aveva paura. “Sì,” replicò Marmilov. “Si sarebbe aspettato qualcosa di diverso da parte loro?” Anche se l’ufficio non aveva finestre, la luce cambiava man mano che la mattina progrediva. I capelli rigidi e in piega di Marmilov avevano assunto l’aspetto di un elmetto di plastica scura. La lampadina appesa al soffitto era tanto luminosa che ai due uomini pareva di essere seduti nel deserto a mezzogiorno. La luce lanciava ombre scure tra le crepe scavate nel viso di Marmilov. La gente si chiedeva perché un personaggio influente come lui avesse scelto di gestire il suo impero da quella tomba, sotto un edificio tetro, fatiscente e in rovina fuori dal centro di Mosca. Marmilov lo sapeva perché diversi uomini, in particolare i potenti o quelli che aspiravano a diventarlo, spesso gli facevano esattamente quella domanda. “Perché non un bell’ufficio d’angolo ai piani alti? Perché un uomo come lei, con un mandato superiore al GRU, non si fa trasferire al Cremlino, con una bella vista sulla Piazza Rossa e l’opportunità di contemplare le opere della storia e dei grandi protagonisti degli eventi passati? O anche solo per guardare le belle ragazze che passano di lì? O almeno per vedere il sole?” Marmilov sorrideva sempre e rispondeva: “Non mi piace il sole.” “E le belle ragazze?” insistevano i suoi amichevoli vessatori. Lui scuoteva la testa. “Ho una certa età. Mi basta mia moglie.” Non era vero niente, ovviamente. Sua moglie viveva cinquanta chilometri fuori dalla città, in una residenza di campagna che risaliva a prima della Rivoluzione. La vedeva appena e né lui né la donna avevano problemi con quella sistemazione. Invece di passare del tempo con la moglie, Marmilov alloggiava in una moderna suite d’albergo al Ritz Carlton di Mosca, e si godeva una costante fornitura di giovani donne che gli venivano portate direttamente alla porta della stanza. Le ordinava come si faceva con il servizio in camera. Aveva sentito che le ragazze, e probabilmente anche i loro papponi, lo definivano il Conte Dracula. Quel soprannome lo faceva sorridere. Lui non avrebbe potuto sceglierne uno più adatto. Il motivo per cui rimaneva nello scantinato di quell’edificio e non si trasferiva al Cremlino, era che preferiva non vedere la Piazza Rossa. Anche se amava la cultura russa più di qualsiasi altra cosa al mondo, durante le sue giornate lavorative non voleva che le sue azioni fossero turbate dai sogni del passato. E in particolar modo non voleva che fossero ostacolate dalle sventurate realtà e dalle mezze misure del presente. Marmilov era concentrato solo sul futuro. Era determinato a plasmarlo con tutte le sue forze. C’era la grandezza nel futuro. C’era la gloria. Il futuro della Russia avrebbe sorpassato, e persino fatto impallidire, i patetici disastri del presente e forse anche le vittorie del passato. Il futuro era in arrivo, e lui era il suo creatore. Era suo padre e la sua levatrice. Per immaginarlo appieno non si poteva lasciar distrarre da messaggi e ideali contrastanti. Aveva bisogno di una visione pura e per ottenerla era meglio fissare una parete vuota che fuori da una finestra. “No, in effetti no,” rispose l’uomo grasso, Viktor Ulyanov. “Ma credo che alcuni nella nostra cerchia siamo un po’ preoccupati da tutto quel movimento.” Lui scrollò le spalle. “Certo.” C’erano sempre uomini più concentrati sulla propria misera sopravvivenza che sui loro doveri verso il popolo. Non sarebbero mai riusciti a guidarlo verso un futuro migliore. “E certi sono convinti che quando il presidente…” Il presidente! Marmilov trattenne una risata. Il presidente era solo un piccolo ostacolo sulla strada verso la grandezza del loro paese. Era un intoppo, e pure minuscolo. Sin da quando aveva preso le redini da quell’alcolizzato del suo mentore, Yelstin, la commedia degli errori che era la Russia era solo peggiorata, non migliorata. Presidente di cosa? Della spazzatura! Quell’uomo avrebbe fatto meglio a guardarsi le spalle, come diceva il proverbio. O ci avrebbe trovato un coltello infilzato in mezzo. “Sì?” incoraggiò l’altro uomo. “Sono convinti che quando il presidente… cosa?” “Ci scoprirà,” riprese Ulyanov. Marmilov annuì e sorrise. “Sì? Quando ci scoprirà… cosa succederà allora?” “Ci sarà un’epurazione,” concluse l’altro. Marmilov lo fissò strizzando gli occhi in mezzo a una nuvola di fumo. Era uno scherzo? Non l’epurazione a cui Putin avrebbe dato il via se li avesse scoperti. Se avessero fatto un passo sbagliato, non avrebbero potuto aspettarsi altro. Lo scherzo doveva essere la preoccupazione di Ulyanov e dei suoi soci senza nome di fronte a quell’eventualità, così avanti nei lavori. “Il presidente lo scoprirà quando sarà troppo tardi,” dichiarò con semplicità. “Sarà lui stesso a essere epurato.” Ulyanov e gli altri per cui parlava dovevano saperlo. Era sempre stato quello il piano. “Temono tutti bagno di sangue,” insistette l’uomo grasso. Marmilov soffiò il fumo per aria. “Mio caro amico, non c’è niente da temere. Il bagno di sangue è sempre stato previsto. È stato pianificato anni fa.” Nella sua tana un computer portatile gli era spuntato come un fungo accanto al piccolo schermo televisivo sulla scrivania. La televisione continuava a mostrare le riprese delle telecamere di sicurezza sulla piattaforma petrolifera, mentre sul computer scorrevano le trascrizioni delle comunicazioni americane intercettate tradotte in russo. Gli americani stavano stringendo un cappio attorno alla piattaforma sotto assedio. Un cerchio di basi temporanee era apparso sul ghiaccio a pochi chilometri dall’impianto. Le loro squadre segrete erano state allertate ed erano pronte ad attaccare. Un jet supersonico aveva ricevuto l’autorizzazione ad alzarsi in volo ed era atterrato a Deadhorse da trenta minuti. Stavano per colpire. “Non abbiamo mai avuto intenzione di tenere l’impianto a lungo,” disse Marmilov. “È per questo che abbiamo usato delle pedine sacrificabili. Sapevamo che gli americani si sarebbero ripresi la loro proprietà.” “Sì,” replicò Ulyanov. “Ma la notte stessa?” Lui fece spallucce. “Prima di quanto ci aspettassimo, ma il risultato sarà lo stesso. Le loro prime squadre d’assalto finiranno nel bel mezzo di un disastro. Un bagno di sangue, come ha detto lei. Per i nostri scopi dovrebbe essere un autentico massacro. Mostreremo al mondo la loro ipocrisia riguardo l’ambiente. Così il pubblico avrà modo di ricordare i loro recenti crimini di guerra.” “E l’impatto su di noi?” domandò Ulyanov. Marmilov inalò di nuovo a fondo dalla sigaretta. Per lui era il soffio stesso della vita. Sì, anche in Russia, e persino nelle sue stanze private, era costretto ad affrontare la verità. Le sigarette facevano male alla salute. E lo stesso valeva per la vodka e il whiskey. Ma in quel caso perché Dio li aveva resi tanto piacevoli? Espirò il fumo. “Resta da vedere, ovviamente. E dipenderà dagli organi di stampa che se ne occuperanno in ogni paese. Ma certo i primi bollettini saranno in nostro favore. In generale, sospetto che gli eventi si rifletteranno negativamente sugli americani, e in seguito faranno lo stesso sul nostro amato presidente.” Si interruppe e rifletté sulla questione. “La realtà, e l’evolversi degli eventi lo confermerà, è che peggiore il disastro e migliore sarà la nostra posizione.” CAPITOLO NOVE 11:05 p.m. Ora legale in Alaska (4 settembre) Campo sul ghiaccio ReadyGo della Marina degli Stati Uniti Nove chilometri a nord dell’Arctic National Wildlife Refuge Tre chilometri a ovest della Martin Frobisher Oil Platform Mare di Beaufort Mar Glaciale Artico “Non esiste, gente. Non posso farlo.” La notte era nera. Fuori dalla piccola calotta ululava il vento e cadeva una pioggia gelata. La visibilità stava peggiorando. Di lì a poco sarebbe stata pari a zero. Luke era stanco. Aveva preso una dexie quando l’aereo era atterrato, e un’altra qualche istante prima, ma nessuna delle due aveva ancora fatto effetto. L’intera faccenda era uno sbaglio. Avevano attraversato in fretta e furia il continente, a velocità supersonica, stavano per iniziare la missione e ora uno dei suoi uomini se ne stava tirando fuori. “Non mi piace per niente.” Era stato Murphy a parlare. Ovvio che fosse lui. Murphy non voleva buttarsi in quell’avventura. L’accampamento temporaneo, che di base consisteva in una decina di cupole modulari a tenuta stagna montate su una lastra di ghiaccio galleggiante, era spuntato come un mucchio di funghi dopo una pioggia primaverile, a quanto pareva in appena due ore. Era solo uno di tanti che circondavano la piattaforma petrolifera a distanza di sicurezza. La creazione di numerosi campi tanto lontani era dovuta alla possibilità che i terroristi li stessero spiando. In quella maniera gli sarebbe stato difficile prevedere da quale direzione sarebbe arrivato il contrattacco. All’interno di ogni cupola era stato scavato un foro rettangolare nel pavimento di ghiaccio, all’incirca delle dimensioni e della forma di una bara. Il ghiaccio lì era grosso dai sessanta ai novanta centimetri. Attorno a ogni foro era stato incastrato una specie di pontile di un qualche materiale sintetico simile al legno. Sotto l’acqua erano state affondate torce subacquee, che davano all’apertura un inquietante chiarore blu. Sulla superficie del foro stava già iniziando a riformarsi il ghiaccio. Luke ed Ed erano nelle loro mute in neoprene, seduti su due sedie accanto all’apertura. Brooks Donaldson era nella stessa posizione e attorno a ogni uomo erano affaccendati due assistenti, militari con indosso giacche in pile della marina degli Stati Uniti. Gli stavano caricando addosso tutto l’equipaggiamento necessario. Luke stava fermo mentre uno dei due gli montava un compensatore di galleggiamento sul torace. “Come se lo sente?” gli chiese il tizio. “Ingombrante, a essere sincero.” “Bene, lo è.” Ancora non aveva infilato i guanti sulle mani, e continuava a portarle senza pensare alla cerniera impermeabile sul suo petto. Era stretta e difficile da tirare, così come doveva essere. Laggiù l’acqua sarebbe stata gelida e la cerniera doveva tenere ferma. Ma significava anche che sarebbe stato complicato abbassarla una volta che fossero arrivati a destinazione. “Come dovrei fare per sfilarmi questa cosa?” “Adrenalina,” rispose uno degli assistenti. “Quando va tutto a puttane, di solito i soldati si strappano di dosso la tuta a mani nude.” Ed scoppiò a ridere e guardò Luke. Il suo sguardo diceva che non lo stava trovando affatto divertente. “Oh, accidenti.” Murphy non rideva per niente. Era arrivato fin lì da Deadhorse, ma non aveva nemmeno iniziato a infilarsi la muta. “È una trappola mortale, Stone,” stava dicendo. “Come l’ultima volta.” “Non mi devi dimostrare niente,” gli rispose lui. “Né a me né a nessun altro. Non sei costretto a venire. Non è come l’ultima volta.” L’ultima volta. Quando entrambi erano stati ancora nella Delta, in missione nell’est dell’Afghanistan. Luke era stato il capo della squadra, e non aveva scavalcato un tenente colonnello a caccia di gloria che aveva condotto tutti — a esclusione di lui e Murphy — alla morte. Era vero. Lui avrebbe potuto annullare la missione. I suoi uomini non avevano avuto alcun obbligo nei confronti del tenente colonnello. Se Luke avesse dato l’alt, la missione si sarebbe interrotta, ma lui avrebbe rischiato di finire di fronte alla corte marziale per insubordinazione. Si sarebbe giocato tutta la sua carriera nell’esercito, quella stessa carriera che stranamente era finita ugualmente quella notte. Murphy guardò Ed. “Perché vuoi andare?” Il grosso uomo di colore fece spallucce. “Mi piace l’emozione.” Lui agitò la testa. “Guarda quel buco, bello. È come se ci avessero scavato la tomba. Basta gettarci dentro una bara e siamo a posto.” Murphy non era un codardo. Luke lo sapeva. Avevano partecipato a decine di scontri a fuoco fianco a fianco nella Delta. Avevano lottato insieme durante la sparatoria a Montreal, nella quale avevano salvato la vita di Lawrence Keller e consegnato alla giustizia gli assassini del presidente David Barrett. Avevano persino fatto a botte sopra la fiamma eterna di John F. Kennedy. Quell’uomo era un duro. Ma non voleva andare. Era palese quanto fosse spaventato. Forse perché non era stato addestrato per quello che stavano per fare. Ma poteva anche essere perché… “Va bene, uomini, ascoltate!” Un uomo corpulento con una felpa della marina era appena entrato nella cupola. Per un istante, mentre attraversava i pesanti teli di plastica che facevano da portellone per l’esterno, gli occupanti dello spazio sentirono fischiare il vento. Il nuovo arrivato era rosso in viso per il freddo. “Da quello che ho capito, siete stati aggiornati a Deadhorse.” Poi si interruppe, notando la sedia vuota dove avrebbe dovuto trovarsi Murphy. Spostò lo sguardo sull’ex soldato. Murphy scosse la testa. “Io non ci vado.” Il nuovo arrivato scrollò le spalle. “Come preferisci. Ma questa è un’operazione segreta. Se non partecipi, non puoi ascoltare quello che sto per dire.” “Faccio parte della squadra di supervisione civile,” ribatté Murphy. L’uomo fece un cenno di diniego. “Secondo le mie informazioni i due membri della squadra di supervisione civile sono al centro di comando a Deadhorse, mentre il resto del team deve indossare la muta e andare con i SEAL.” Alzò le mani che per dire: È tutto quello che so. “Se non sei al centro di comando e non hai la muta, non sei nel team.” Murphy chinò la testa con un sospiro. “Ah, che diavolo.” Si infilò un pesante parka verde sulla grossa tuta da lavoro. “Murph,” gli disse Luke. “Chiama Swann e Trudy. Ti manderanno un elicottero.” Il nuovo arrivato fece un cenno di diniego. “Tutti i mezzi sono bloccati a terra. Sta arrivando la tempesta e non vogliamo incidenti. La missione è già abbastanza complicata così com’è.” Murphy imprecò sottovoce e uscì dalla stessa apertura da cui era appena entrato l’uomo corpulento. La plastica svolazzò e il fischio del vento risuonò. Il tizio lo guardò andarsene e poi fissò i tre sommozzatori rimanenti. “Okay,” disse. “Questa sarà un’immersione in acqua gelata, di notte, verso un ambiente sopraelevato. Non riesco a pensare a un incarico più difficile. Un anno fa abbiamo perso due sub esperti in una missione simile, ma era un’immersione d’addestramento durante il giorno, non c’era maltempo e gli uomini erano collegati con una corda al campo base. È chiaro? Dovete saperlo.” “Stavano anche nuotando verso uno scontro a fuoco?” domandò Ed. L’uomo si limitò a guardarlo. Non aveva voglia di fare battute e Luke si sentiva allo stesso modo. Non c’era niente di divertente in quella missione. “Come probabilmente avrete capito vi immergerete senza fune di sicurezza. Per gran parte del vostro tragitto il ghiaccio sopra le vostre teste sarà congelato e molto duro. È meglio che non ci andiate a sbattere. Muovetevi a cinque metri dalla superficie, mantenete un galleggiamento neutro e un orientamento corretto.” Ai suoi piedi c’erano quattro dispositivi di trasporto per nuotatori. In pratica erano piccoli siluri elettrici a batteria. Ogni uomo si sarebbe tenuto al manubrio del dispositivo con una mano, e la propulsione lo avrebbe portato a destinazione più velocemente, e con meno sforzo, che se avesse dovuto nuotare da solo. Il tizio ne sollevò uno tra le braccia. “Chi di voi ha mai usato uno di questi?” Tre mani si alzarono. Lui annuì. “Bene. Di norma useremmo dispositivi Mark 8, ognuno dei quali può trasportare dai due ai quattro uomini, ma non siamo riusciti ad averli per tempo, e sono complicati da usare in questo ambiente. Quindi dobbiamo accontentarci di questi portatili. Va bene?” Si interruppe, ma nessuno disse una parola. Era quel che era. Non aveva importanza se gli andava bene o meno. “Tenete d’occhio le vostre bussole. Siete diretti a est. Ci saranno altri diciassette…” Diede uno sguardo alla sedia vuota di Murphy. “Sedici altri uomini laggiù. Immettetevi nel gruppo. Voi sarete il team di controllo, quindi mettetevi in coda. Se doveste confondervi, o perdervi, la via di ritorno è a ovest. Questo campo è illuminato come un albero di Natale sotto il ghiaccio, quindi seguite le luci.” Sollevò un casco impermeabile con visore e maschera. “Nel casco avrete un sistema radio bidirezionale. Limitate le chiacchiere. Ascoltate i capi davanti. Ci sarà una bassa visibilità. Le vostre orecchie potrebbero salvarvi mentre la lingua vi ammazzerà.” Li guardò severamente. “Niente supporto aereo né anfibio. La situazione potrebbe scaldarsi. Tenete d’occhio la superficie e non appena noterete aria aperta, si sarete quasi. Una volta raggiunta l’apertura del ghiaccio spegnete le torce. L’idea, signori, è di prenderli di sorpresa.” Sollevò una mitragliatrice MP5 con il caricatore già montato. Era coperta da una grossa pellicola plastica trasparente. Poi fu il turno di un gruppo di tre granate, avvolte alla stessa maniera. “Al momento queste sono assolutamente sigillate. Gli involucri sono impermeabili al cento percento. Quando arrivate a terra, usate il coltello per aprirli.” Sorrise e poi scosse la testa. “Se sarà necessario, usate il coltello anche per liberarvi dalle mute.” Luke lanciò un’occhiata a Ed. Il collega fece una smorfia, una strana espressione che non gli aveva mai visto sul volto. Sembrava un bambino delle elementari a cui l’insegnante avesse suggerito di cantare cori di Natale con tutta la classe. Gli attendenti dietro Ed sollevarono il casco e glielo sistemarono sulla testa. Il suo respiro offuscò il visore. Quelli dietro Luke stavano per fare lo stesso con lui. “Ci sono domande?” chiese l’uomo davanti a loro. Che cosa stiamo facendo? fu l’unica che gli venne in mente. “Bene. Allora muoviamoci.” * * * Murphy era di pessimo umore. “Sono stufo di questa missione, Swann. Non mi è mai piaciuta la Marina e ora li sto davvero odiando.” Le comunicazioni funzionavano bene lì, nonostante la tempesta. Swann glielo aveva spiegato, ma Murphy non aveva ascoltato tutto il discorso. Qualcosa a proposito delle antenne integrate in quelle cupole, del modo in cui i segnali satellitari riuscivano a penetrare le nuvole in rapido movimento e le precipitazioni, e della crittografia impenetrabile per cui il loro esperto informatico era noto… Ma a chi importava. Aspettò che il segnale rimbalzasse in giro per il mondo, in modo che i terroristi non potessero tracciarlo e ascoltarli. Murphy era stufo e irritato. Non era un sub. Neanche Stone e Newsam lo erano. I SEAL si addestravano per anni con squadre d’élite di sommozzatori in acque fredde proveniente dalla Norvegia e dalla Svezia. E invece il loro gruppo completamente impreparato era stato spinto in quella missione come un osceno e inutile addobbo. L’espressione con cui il tizio corpulento aveva guardato la sua sedia vuota… poi Murphy… e poi di nuovo la sedia. La sua fortuna era stata che fossero nella stessa squadra. Altrimenti lui sarebbe stato felice di rimodellargli la faccia con la stessa sedia. “Sì, non lo capisco,” disse alla fine Swann. “Anche noi siamo solo uno specchietto per le allodole qua al centro di comando. Nessuno vuole dei civili in questa faccenda. Hanno solo bisogno del timbro d’approvazione. Ci hanno messi in un ufficio, lontani da tutti gli altri, con un paio di computer e una macchina del caffè.” Murphy sorrise. Riusciva a immaginarsi l’espressione dei severi ufficiali SEAL e JSOC di fronte a Swann, un nerd dei computer alto e magrolino dai capelli lunghi e gli occhiali, e alla giovane e adorabile Trudy Wellington. Cosa dovevano aver pensato… Niente. Gli ingranaggi nei loro cervelli da militari si dovevano essere inceppati. La sola vista di Swann doveva essere stata come zucchero nel serbatoio della benzina. Metteteli in un’altra stanza, fateli sparire. “Gli altri si faranno ammazzare là sotto. Ho cercato di dirlo a Stone, ma un babbeo della Marina mi ha cacciato fuori perché la riunione era riservata.” “Ora dove sei?” gli chiese l’altro. Murphy si guardò intorno. Era dentro una cupola vuota, seduto su una sedia che fino a poco prima doveva aver accolto un Navy SEAL. Il foro nel ghiaccio brillava di blu. Da qualche parte nei dintorni c’era un centro di comando, e lo staff di supporto doveva essere andato là per seguire i movimenti della squadra sotto il ghiaccio dal radar. “Sono all’inferno,” rispose. “In un gelido inferno.” La voce di Trudy subentrò in linea. Era musicale, come dita su un pianoforte. “Che cosa vuoi fare?” gli domandò. La risposta era abbastanza facile. Voleva sparire. Voleva andarsene da quella landa desolata nell’Artico, da quell’inutile atrocità terroristica (di qualsiasi cosa si trattasse) per raggiungere la Grand Cayman, recuperare i suoi due milioni e mezzo di dollari ed evaporare. Purtroppo era più facile a dirsi che a farsi. Gli sarebbe servito un piano e del tempo per organizzare una sparizione del genere. Tempo che non aveva. Don voleva ancora che si facesse sei mesi a Leavenworth in cambio di un congedo con onore. E nel frattempo Wallace Speck era in custodia, lontano dalla sua portata, e da un momento all’altro avrebbe potuto dire cose spiacevoli. Nel peggiore dei casi Murphy sarebbe arrivato a Leavenworth nel momento esatto in cui Speck faceva il suo nome. Ovviamente, quella non era una faccenda di cui poteva discutere con Mark Swann e Trudy Wellington. Ma ce n’erano altre che poteva condividere con loro. I due potevano aiutarlo, non ad andarsene via di lì, ma ad addentrarsi ancora di più nei loro ranghi. Stone si sbagliava. Murphy aveva qualcosa da dimostrare. Lo aveva sempre. Magari non a lui, e forse non a quell’addestratore SEAL dalla testa dura, ma a se stesso. C’era qualcosa in quella missione che non gli tornava. Li avevano spediti dall’altra parte del paese alla velocità della luce, e per cosa? Una missione raffazzonata che era già un casino prima di iniziare. Chi l’aveva progettata, Wile E. Coyote? Era come l’operazione di salvataggio all’ambasciata iraniana, con il ghiaccio invece della sabbia. Quella pessima e frettolosa organizzazione lo irritava. Il fatto che Stone avesse deciso di partecipare lo irritava ancora di più. Che Newsam facesse lo stesso portava la sua rabbia a livelli stratosferici. Infine si sentiva umiliato dalla sua stessa incapacità di infilarsi la claustrofobica muta per immersioni e scendere in quella tomba di ghiaccio. E il modo in cui quel burattino senza cervello aveva guardato la sedia… Murphy serrò e aprì le mani. Aveva accettato da tempo che uno dei motivi per cui era entrato nell’esercito, e poi nella Delta Force, era fare qualcosa di costruttivo con la sua ira. Conosceva il passato. Aveva studiato i più prolifici e abili assassini delle passate guerre, Audie Murphy nella seconda guerra mondiale e Bloody Bill Anderson nella Guerra Civile americana. Era stata l’ira a sospingere quegli uomini. Riusciva quasi a immaginarsi Audie Murphy a Colmar, ritto su un carro armato in fiamme, mentre falciava decine di tedeschi con una mitragliatrice calibro .50, preso di mira senza tregua dal fuoco nemico. Lui, Newsam e Stone avevano preso una dexie poco prima. Murphy si era sentito stanco e ne aveva prese due. Ora gli stavano facendo effetto. Sentiva il cuore battere all’impazzata e il suo respiro era sempre più rapido. I dettagli degli oggetti all’interno della cupola presero a bombardarlo con la loro nitidezza. Soffocò la tentazione di alzarsi e cominciare a saltellare sul posto. In quell’istante avrebbe potuto uccidere una persona, o magari diverse. E le isole Cayman erano lontane, ben fuori dalla sua portata. Stone e Newsam si erano appena gettati nella versione acquatica della Spedizione Donner, una missione suicida che poteva solo finire in tragedia. E là fuori c’erano un mucchio di terroristi che avevano già ammazzato civili innocenti. Gli uomini che avevano preso in ostaggio l’intera piattaforma petrolifera erano dei cattivi e a nessuno sarebbe importato molto se fossero morti. Cominciò a riflettere rapidamente. Swann e Trudy erano stati banditi in un ufficio ma quello non era per forza un risvolto negativo. Entrambi erano maghi della tecnologia. Se non gli avevano tagliato le comunicazioni… un grosso se, ma… “Murph? Che cosa vuoi fare?” I suoi occhi erano raggi laser. Poteva lanciare sfere di fuoco dalle mani. Era inarrestabile, e lo era sempre stato. Tutti quegli anni in combattimento, senza essere mai ferito. Succedevano cose incredibili al mondo. “Mi serve una barca,” annunciò, senza pensare a cosa stava dicendo. “Mi servono delle armi, il supporto di droni e le indicazioni per attraversare la tempesta fino all’impianto.” Si interruppe. La sua mente ormai galoppava, ragionava in pure immagini e lui riusciva a malapena ad articolare le parole. “Voglio scendere in campo.” * * * Luke si gettò nell’apertura buia. Attraversò un sottilissimo strato di ghiaccio per ritrovarsi in un surreale mondo subacqueo. In un istante l’ambiente spartano della cupola, simile a uno spogliatoio, svanì, sostituito da… Un mare blu scuro, che si apriva in un vuoto nero sotto di lui. Sopra la sua testa, il ghiaccio era una fredda lastra bianco-bluastro. Luccicanti rettangoli luminosi segnalavano la presenza delle cupole dove erano state tagliati gli altri fori d’ingresso. Era un luogo alieno. Avrebbe potuto essere un astronauta che galleggiava senza peso nello spazio profondo. La prima cosa che notò fu il freddo, ma non era il gelo dell’oceano quando ci si buttava in acqua nell’autunno inoltrato. Non gli penetrava nelle ossa. La muta riusciva a tenere a bada le temperature che avrebbero potuto ucciderlo in un istante. In un certo senso non aveva freddo, ma riusciva a percepirlo tutto intorno a sé, all’esterno del grosso strato di neoprene. Se avesse oltrepassato la muta sarebbe morto. Era semplice. L’unico suono che udiva era il suo stesso respiro, fragoroso nelle orecchie. Era rapido e poco profondo, e si concentrò per rallentarlo a approfondirlo. Gli ansimi superficiali erano uno dei primi sintomi del panico. Il panico faceva perdere la testa. In un luogo come quello, poteva far perdere la vita. Rilassati. Luke attivò il dispositivo cilindrico motorizzato e si lasciò trascinare con delicatezza. Davanti a lui, il gruppo di sommozzatori avanzava. Il buio era illuminato dalle loro torce, che lanciavano ombre inquietanti. Luke quasi si aspettava che un gigantesco squalo, un megalodonte preistorico emergesse dall’oscurità attorno a loro. Man mano che si allontanavano dal campo, si accorse che il mare si muoveva turbolento, e il grosso soffitto di ghiaccio sopra le loro teste ondeggiava e si increspava come la terraferma durante un violento terremoto. Lui ed Ed nuotavano fianco a fianco, viaggiando tra le forti correnti grazie ai dispositivi motorizzati tra le loro mani. Luke si sentiva assediato. L’acqua stava facendo di tutto per ribaltarlo e spedirlo verso Ed, ma lui assecondava i flussi e continuava ad avanzare. Lanciò uno sguardo al collega. Ed aveva una posizione perfetta, appena reclinato in avanti, la testa sollevata. Luke non riusciva a vedere il suo viso dietro il casco. L’effetto era alienante. Ed avrebbe potuto essere un impostore o una macchina. Attraverso la radio del casco si udiva un mormorio. Lui riusciva a malapena a percepirlo, e non distingueva le parole. Il suo respiratore era molto più rumoroso della radio. Sarebbe stato difficile comunicare. Si guardò indietro. Le luci che penetravano l’oscurità dall’alto stavano svanendo in lontananza. Si erano già lasciati il campo base alle spalle. Entrò in una specie di trance. Controllò l’orologio. Aveva impostato il timer per la missione appena prima di buttarsi in acqua. Erano passati appena dieci minuti dall’inizio. Oltrepassarono il bordo della lastra di ghiaccio e l’acqua sopra di loro divenne scura, quasi nera, punteggiata da blocchi di ghiaccio in movimento. Ormai c’era solo il buio, illuminato dalle loro torce, e dalle luci davanti a loro. Stavano per raggiungere l’obiettivo. Stava succedendo molto più in fretta di quanto si fosse aspettato. Calma… calma. Superò un piccolo apparecchio, che brillava verde nell’oscurità. Era una scatola metallica, a forse dieci metri alla sua destra. Se avesse dovuto tirare a indovinare, avrebbe detto che era alta un metro per cinquanta centimetri di larghezza. Su un fianco c’erano controlli di vario tipo. Era abbastanza piccolo e lontano che quasi non lo notò. Era un robot. Luke sapeva che si trattava di un veicolo sottomarino operato da remoto, chiamato anche ROV. Era legato a una grossa fune gialla che svaniva in lontananza verso nord e che doveva essere la sua fonte principale di energia. Probabilmente conteneva anche i cavi che lo controllavano, e attraverso i quali mandava dati… ma a chi? Era dominata da un grande occhio rotondo, probabilmente la lente della telecamera. Che nessuno altro l’avesse vista? Cercò di girare nella sua direzione, ma le onde lo spinsero oltre la scatola prima che potesse raggiungerla. Ed si voltò per guardarlo. Luke tentò di indicargli il ROV, ma ormai era alle loro spalle, e la muta insieme all’equipaggiamento era troppo ingombrante. Sarebbero dovuti tornare indietro, prendere quella cosa e quanto meno ispezionarla. Nessuno aveva detto niente a proposito di telecamere controllate da remoto in quella missione. Quella cosa stava mandando le loro immagini a qualcuno. Avrebbero dovuto tagliare la fune. Il mormorio nel suo casco divenne più rumoroso, ma Luke continuava a non capire le parole. Una alla volta, le torce davanti a lui si spensero, lasciando il gruppo nel buio più totale. I primi soldati avevano raggiunto le coste. Luke si guardò alle spalle un’ultima volta. Le luci del campo erano lontane, come stelle in un cielo notturno. Se qualcuno si fosse perso, avrebbe dovuto dirigersi verso quelle. Il robot verde galleggiava, già lontano, e lo guardava. A quella distanza, si poteva prendere per mera bioluminescenza verde. Alzò una mano per spegnere la torcia. Alla sua sinistra, anche quella di Ed svanì. Fu a quel punto che iniziarono le grida. * * * Murphy odiava tutti. Lo capiva, era furibondo e stava lasciando che la rabbia prendesse il sopravvento. Era un mondo freddo e perverso, che non meritava altro che il suo disprezzo. Disprezzo e odio. L’odio lo guidava. Lo nutriva e lo sosteneva. Lo proteggeva dai pericoli. Non poteva uccidere il militare imbecille che lo aveva cacciato dalla riunione e l’aveva deriso con lo sguardo. Era contro le regole. Sarebbe finito in galera. Ma poteva ammazzare il nemico. Manovrò il piccolo battello fluviale della marina attraverso la tempesta. Non era un mezzo adatto alle acque artiche, ma gli sarebbe bastato per una missione kamikaze improvvisata. Montava due grossi motori diesel con una potenza di 440 cavalli. Lo scafo era in alluminio, con un’armatura a piastre. Gli stabilizzatori erano in schiuma solida altamente resistente. Le onde ghiacciate erano enormi, e si abbattevano sulla prua. Lui pilotò l’imbarcazione in mezzo a blocchi di ghiaccio, e ogni volta che ne colpiva uno un rumore inquietante riecheggiava. Il vento gli ululava nelle orecchie. Murphy era nella cabina di comando, dietro una parete rinforzata. Sulla prua erano state montati un lanciagranate verde militare e una grossa mitragliatrice calibro .50. Quel cannone avrebbe fatto a brandelli anche un veicolo corazzato, ma non aveva idea se avrebbe funzionato là fuori, dato il freddo e l'acqua salata che schizzava ovunque. Oltretutto quella non era una barca adatta a essere guidata da una persona sola. Sarebbe stato costretto ad abbandonare i comandi per usare le armi. Le luci dell’imbarcazione erano spente. Murphy avanzava nell’oscurità più assoluta. Portava occhialetti per la visione notturna, ma il mondo verdastro che gli mostravano non era confortante. Onde mostruose, acqua nera e schiuma bianca contro un cielo buio. Correva alla cieca nella furia della tempesta. Scivolò in fondo a un cavallone, atterrando sull’acqua come in una giostra. A volte capitava che una barca arrivasse alla base di un’onda e sprofondasse sotto l’acqua, per poi svanire per sempre. Lo sapeva, ma preferiva non pensarci. “Swann!” gridò nell’oscurità. “Dove sono?” Quella cosa era dotata di radar, ecoscandagli, GPS, radio nautica VHF, e una miriade di sensori e sistemi di elaborazione, ma Murphy riusciva a malapena a manovrare la barca, men che meno dare un senso alle informazioni che arrivavano. In teoria Swann lo stava seguendo da remoto, monitorando la sua distanza dalla piattaforma. Una voce gli gracchiò nelle cuffie. “Swann!” “Vai a nord!” lo udì urlare. “Da nord a nordest. Le correnti ti stanno spingendo a sud.” Murphy controllò la bussola. Faceva fatica a distinguerla. Girò il timone della barca lievemente verso sinistra, cercando di seguire il nord. Non aveva idea di dove stava andando. Avrebbe potuto avere qualcosa direttamente davanti a sé e ci si sarebbe schiantato contro senza nemmeno vederlo. Non aveva un piano. Nessuno aveva idea del suo arrivo, nemmeno i suoi colleghi. Swann e Trudy erano gli unici a sapere che aveva preso la barca, che si era infilato un giubbotto antiproiettile e che aveva caricato l’imbarcazione di armi e munizioni. Erano gli unici a sapere dov’era. Neanche lui avrebbe saputo dirlo. E quasi non gli importava. Era vuoto, insensibile. Era un mero mezzo di trasporto per la dexedrina e l’adrenalina. Là fuori c’erano dei terroristi. Loro erano i cattivi e lui era il buono. Lui era il cowboy e loro erano gli indiani. Lui era il poliziotto e loro erano i ladri. Erano l’FBI e lui era John Dillinger. Erano Batman e lui era il Joker. Era Superman e loro erano… chiunque volessero. Non aveva importanza chi fosse chi o cosa. Erano gli avversari e lui gli avrebbe fatto ingoiare quell’intera barca. Se fosse sopravvissuto tanto meglio. Non gli importava di morire. Era così che si era sempre gettato negli scontri, uscendone tutto intero. Con la sicurezza più totale. Non gli importava molto della vita, della sua né di chiunque altro. Era morto dentro. Solo nei momenti come quello si sentiva davvero vivo. “E est!” gridò Swann. “Dritto verso est!” Murphy voltò leggermente il timone verso destra. “Quanto manca?” “Un minuto!” Uno strano brivido lo attraversò. Stava gelando. Diavolo, era praticamente un cubetto di ghiaccio. Anche in tuta, con un grosso parka, i guanti, un cappello e il viso coperto, stava morendo di freddo. Aveva gli abiti fradici. Stava tremando, forse per la temperatura o forse per la scarica di adrenalina. Era in gioco. C’era quasi. Proprio lì. Stava per arrivare. Aumentò la potenza della barca e scrutò nell’oscurità. La tempesta imperversava intorno. Raddrizzò le gambe e strinse il timone mentre l’imbarcazione ondeggiava. Ora riusciva a vedere le luci. E sentiva dei rumori. Pop! Pop! Pop! Erano spari. “Rallenta!” gridò Swann. “Stai per raggiungere la piattaforma!” Davanti a lui, apparvero all’improvviso dei lampioni accesi. Stava avanzando in fretta. Troppo in fretta. Swann aveva ragione. La riva era PROPRIO LÌ. Ma tanto la barca era progettata per atterrare sulle spiagge. Non poteva più fermarsi. Lanciò il mezzo alla massima potenza e si preparò all’impatto. * * * Un cadavere galleggiava nell’acqua sopra la testa di Luke. Lui lo fissò. Era un Navy SEAL completamente equipaggiato. Era stato colpito da un proiettile mentre cercava di uscire dall’acqua. Ondeggiava da una parte all’altra, roteando come un’alga nelle correnti agitate. Le sue braccia e le gambe si agitavano scompostamente, simili a spaghetti scotti. Poi affondò verso di lui. Il sangue fuoriusciva da diversi fori nel suo corpo e tingeva di rosso l’acqua intorno. Luke sapeva che non avrebbe continuato a sanguinare a lungo. Ora che la sua muta si era aperta e l’uomo era stato esposto al gelo, si sarebbe congelato in fretta. Un’accecante luce bianca brillava sopra di loro. Un momento prima aveva visto scendere lampade klieg da terra, che avevano illuminato il mare. I lampioni avevano rivelato i SEAL e a quanto pareva nessuno di loro era riuscito a uscire dall’acqua. Il loro piano aveva previsto che si sfilassero le mute, liberassero le armi dagli involucri stagni e avanzassero dopo essersi orientati. Ma il loro attacco a sorpresa era andato completamente a monte. Il nemico non era affatto sorpreso. Erano proprio sopra di loro e stavano sparando nell’acqua. Sapevano del loro arrivo. Avevano previsto l’attacco sottomarino. Un’immagine lampeggiò di nuovo nella mente di Luke: il robot con la telecamera che brillava verde nelle acque scure. Era un’imboscata. Gli stavano sparando come pesci in un barile. Luke, a venti metri dalla superficie, vide i proiettili penetrare nell’acqua gelida sopra la sua testa, e perdere velocità nel liquido. Nelle sue cuffie qualcuno stava strillando. Ed era ancora accanto a lui. Gli diede uno spintone. Il collega si voltò a guardarlo e Luke indicò alle loro spalle e verso il basso. Più a fondo. Dovevano ritirarsi e andare più a fondo. Da un momento all’altro i loro nemici si sarebbero accorti che i proiettili non raggiungevano gli obiettivi, e avrebbero iniziato a usare armi più pesanti e potenti. “Ritirata!“ gridava la voce nel suo casco. Era la prima volta che Luke riusciva a sentire chiaramente una comunicazione. “Ritirata!” * * * La barca scivolò sull’isola avanzando sul terreno ghiacciato. La decelerazione fu istantanea. Il rumore del metallo sulla roccia fu orrendo. Murphy si ritrovò gettato per aria come una bambola di pezza. Volò sopra la console di comando e fuori dalla cabina. Colpì i comandi con le gambe e finì capovolto. Roteò su se stesso per atterrare sulla schiena sulla prua della barca. Sbatté la testa sulla pavimentazione d’alluminio. BONG. Gli presero subito a fischiare le orecchie. Campane tubolari. I suoi occhiali per la visione notturna finirono chissà dove. Ansimò, cercando di riprendere fiato. L’impatto lo aveva lasciato senza respiro. Non c’è tempo per questo. Gemette, si alzò a forza e avanzò come Frankenstein verso la mitragliatrice. Si fermò, studiando il campo di battaglia. C’erano almeno venti uomini davanti a lui, vestiti di scuro e con maschere e cuffie contro il freddo. Enormi fari brillavano da supporti alti tre metri. Gli uomini in nero erano inginocchiati sotto la pioggia e sparavano nell’acqua, dove probabilmente si trovavano ancora i Navy SEAL. Конец ознакомительного фрагмента. Текст предоставлен ООО «ЛитРес». Прочитайте эту книгу целиком, купив полную легальную версию (https://www.litres.ru/pages/biblio_book/?art=51921930) на ЛитРес. Безопасно оплатить книгу можно банковской картой Visa, MasterCard, Maestro, со счета мобильного телефона, с платежного терминала, в салоне МТС или Связной, через PayPal, WebMoney, Яндекс.Деньги, QIWI Кошелек, бонусными картами или другим удобным Вам способом.