Prima Che Insegua
Blake Pierce


Da Blake Pierce, autore di successo del libro IL KILLER DELLA ROSA (un best-seller con più di 1200 recensioni da cinque stelle), è in arrivo il volume #13 della serie di gialli mozzafiato di Mackenzie White, PRIMA CHE INVIDI.Quando sulle rive del piovoso Stretto di Puget vengono rivenuti dei corpi e non ci sono piste, il caso viene affidato all’agente speciale dell’FBI Mackenzie White. Convinta che si tratti di ordinari omicidi che faciliteranno il suo ritorno operativo in campo, Mackenzie dovrà presto ricredersi.In lotta contro il tempo e contro un numero crescente di vittime, Mackenzie si ritrova a dover entrare nella mente psicopatica del serial killer, intrappolata in un gioco del gatto con il topo. Alle prese con il difficile rientro al lavoro dopo la gravidanza, inizia a domandarsi se tutto questo non sia troppo per lei da gestire.Quando sembra che le cose non potrebbero andare peggio, ecco una svolta sconvolgente, che nemmeno lei avrebbe potuto prevedere.Thriller-noir psicologico dalla suspense mozzafiato, PRIMA CHE INSEGUA è il libro #13 in una nuova, avvincente serie—con un nuovo, irresistibile personaggio— che vi terrà incollati alle pagine fino a tarda notte.  Di Blake Pierce è anche disponibile il best-seller IL KILLER DELLA ROSA (Un Mistero di Riley Paige — Libro #1), con più di 1200 recensioni da cinque stelle, da scaricare gratuitamente!







P R I M A C H E I N S E G U A



(UN MISTERO DI MACKENZIE WHITE — LIBRO 13)



B L A K E P I E R C E



TRADUZIONE DI

VALENTINA SALA


Blake Pierce



Blake Pierce è autore bestseller secondo USA Today della serie mistery RILEY PAIGE, che include sedici libri (e altri in arrivo). Blake Pierce è anche l’autore della serie mistery MACKENZIE WHITE, che comprende tredici libri (e altri in arrivo); della serie mistery AVERY BLACK, che comprende sei libri; della serie mistery KERI LOCKE, che comprende cinque libri; della serie mistery GLI INIZI DI RILEY PAIGE, che comprende cinque libri (e altri in arrivo); della serie mistery KATE WISE, che comprende sei libri (e altri in arrivo); del sorprendente mistery psicologico CHLOE FINE, che comprende cinque libri (e altri in arrivo); dell’emozionante serie thriller psicologica JESSIE HUNT, che comprende cinque libri (e altri in arrivo); della serie thriller psicologica che vi farà stare con il fiato sospeso, AU PAIR, che comprende due libri (e altri in arrivo); e della serie mistery ZOE PRIME, che comprende due libri (e altri in arrivo).



Avido lettore e fan da sempre dei generi mistery e thriller, Blake adora sentire le vostre opinioni, quindi non esitate a visitare il sito www.blakepierceauthor.com (http://www.blakepierceauthor.com) per scoprire di più su questo autore e mettervi in contatto con lui.



Copyright © 2019 di Blake Pierce. Tutti i diritti riservati. Ad eccezione di quanto consentito dalla Legge sul Copyright degli Stati Uniti del 1976, nessuna parte di questa pubblicazione può essere riprodotta, distribuita o trasmessa in qualsiasi forma o con qualsiasi mezzo, né archiviata in un database o un sistema di recupero senza aver prima ottenuto il consenso dell’autore. La licenza di questo e–book è concessa solo ad uso personale. Questo e–book non può essere rivenduto o ceduto a terzi. Se si desidera condividere il libro con altre persone, si prega di acquistare una copia per ciascun destinatario. Se state leggendo questo libro senza averlo acquistato, oppure senza che qualcuno lo abbia acquistato per voi, siete pregati di restituire questa copia e acquistarne una. Vi ringraziamo per il rispetto nei confronti del lavoro dell’autore. Questa è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, aziende, società, luoghi, eventi e fatti sono frutto dell’immaginazione dell’autore, oppure sono utilizzati in modo fittizio. Qualsiasi somiglianza a persone reali, in vita o decedute, è puramente casuale. Copyright immagine di copertina Joe Therasakdhi, concessa su licenza di Shutterstock.com.


LIBRI DI BLAKE PIERCE



THRILLER DI ZOE PRIME

IL VOLTO DELLA MORTE (Volume#1)

IL VOLTO DELL’OMICIDIO (Volume #2)

IL VOLTO DELLA PAURA (Volume #3)



LA RAGAZZA ALLA PARI

QUASI SCOMPARSA (Libro #1)

QUASI PERDUTA (Libro #2)

QUASI MORTA (Libro #3)



THRILLER DI ZOE PRIME

IL VOLTO DELLA MORTE (Libro #1)

IL VOLTO DELL’OMICIDIO (Libro #2)

IL VOLTO DELLA PAURA (Libro #3)



I THRILLER PSICOLOGICI DI JESSIE HUNT

LA MOGLIE PERFETTA (Libro #1)

IL QUARTIERE PERFETTO (Libro #2)

LA CASA PERFETTA (Libro #3)

IL SORRISO PERFETTO (Libro #4)

LA BUGIA PERFETTA (Libro #5)

IL LOOK PERFETTO (Libro #6)



I GIALLI PSICOLOGICI DI CHLOE FINE

LA PORTA ACCANTO (Libro #1)

LA BUGIA DI UN VICINO (Libro #2)

VICOLO CIECO (Libro #3)

UN VICINO SILENZIOSO (Libro #4)

RITORNA A CASA (Libro #5)



I GIALLI DI KATE WISE

SE LEI SAPESSE (Libro #1)

SE LEI VEDESSE (Libro #2)

SE LEI SCAPPASSE (Libro #3)

SE LEI SI NASCONDESSE (Libro #4)

SE FOSSE FUGGITA (Libro #5)

SE LEI TEMESSE (Libro #6)



GLI INIZI DI RILEY PAIGE

LA PRIMA CACCIA (Libro #1)

IL KILLER PAGLIACCIO (Libro #2)

ADESCAMENTO (Libro #3)

CATTURA (Libro #4)

PERSECUZIONE (Libro #5)



I MISTERI DI RILEY PAIGE

IL KILLER DELLA ROSA (Libro #1)

IL SUSSURRATORE DELLE CATENE (Libro #2)

OSCURITA’ PERVERSA (Libro #3)

IL KILLER DELL’OROLOGIO (Libro #4)

KILLER PER CASO (Libro #5)

CORSA CONTRO LA FOLLIA (Libro #6)

MORTE AL COLLEGE (Libro #7)

UN CASO IRRISOLTO (Libro #8)

UN KILLER TRA I SOLDATI (Libro #9)

IN CERCA DI VENDETTA (Libro #10)

LA CLESSIDRA DEL KILLER (Libro #11)

MORTE SUI BINARI (Libro #12)

MARITI NEL MIRINO (Libro #13)

IL RISVEGLIO DEL KILLER (Libro #14)

IL TESTIMONE SILENZIOSO (Libro #15)

OMICIDI CASUALI (Libro #16)

IL KILLER DI HALLOWEEN (Libro #17)



UN RACCONTO BREVE DI RILEY PAIGE

UNA LEZIONE TORMENTATA



I MISTERI DI MACKENZIE WHITE

PRIMA CHE UCCIDA (Libro #1)

UNA NUOVA CHANCE (Libro #2)

PRIMA CHE BRAMI (Libro #3)

PRIMA CHE PRENDA (Libro #4)

PRIMA CHE ABBIA BISOGNO (Libro #5)

PRIMA CHE SENTA (Libro #6)

PRIMA CHE COMMETTA PECCATO (Libro #7)

PRIMA CHE DIA LA CACCIA (Libro #8)

PRIMA CHE AFFERRI LA PREDA (Libro #9)

PRIMA CHE ANELI (Libro #10)

PRIMA CHE FUGGA (Libro #11)

PRIMA CHE INVIDI (Libro #12)

PRIMA CHE INSEGUA (Libro #13)



I MISTERI DI AVERY BLACK

UNA RAGIONE PER UCCIDERE (Libro #1)

UNA RAGIONE PER SCAPPARE (Libro #2)

UNA RAGIONE PER NASCONDERSI (Libro #3)

UNA RAGIONE PER TEMERE (Libro #4)

UNA RAGIONE PER SALVARSI (Libro #5)

UNA RAGIONE PER MORIRE (Libro #6)



I MISTERI DI KERI LOCKE

TRACCE DI MORTE (Libro #1)

TRACCE DI OMICIDIO (Libro #2)

TRACCE DI PECCATO (Libro #3)

TRACCE DI CRIMINE (Libro #4)

TRACCE DI SPERANZA (Libro #5)


INDICE



PROLOGO (#u9628906f-274a-5339-ab5d-1cae51e4d015)

CAPITOLO UNO (#u1b09cc15-a819-594a-bf87-f5b5421c9b1c)

CAPITOLO DUE (#ua9bf9c2f-8f82-5e83-bdd8-93638e748e0a)

CAPITOLO TRE (#u102a8635-b97e-5372-8a62-46638bde4e7b)

CAPITOLO QUATTRO (#uece0a1ee-641a-5786-9847-f2565f46e12a)

CAPITOLO CINQUE (#u90510465-7543-56ed-9d2c-3ec05dbd8972)

CAPITOLO SEI (#u52030440-21a8-571f-8d0d-3055926f0bde)

CAPITOLO SETTE (#ub8504472-1da0-5059-8e1d-f2ec8872a59d)

CAPITOLO OTTO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO NOVE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO DIECI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO UNDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO DODICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TREDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUATTORDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUINDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO SEDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO DICIASSETTE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO DICIOTTO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO DICIANNOVE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTUNO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTIDUE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTITRÉ (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTIQUATTRO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTICINQUE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTISEI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTISETTE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTOTTO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTINOVE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTA (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTUNO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTADUE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTATRÉ (#litres_trial_promo)




PROLOGO


Uccidila dopo il lavoro. Non permetterle di arrivare a casa.

Quelle istruzioni sembravano ripetersi incessantemente nella sua testa. Le sentiva da due giorni, una voce nella sua testa che sembrava nata quando aveva visto un’inserzione nella sezione Arte e Spettacolo del giornale locale. Aveva già visto la ragazza della pubblicità del negozio di intrattenimento per adulti. Dire che era sexy era un eufemismo. Era così sexy da fargli pensare che uscire con le altre fosse inutile, perché non avrebbe mai potuto avere una donna come lei.

Sì, l'aveva già vista prima. Faceva la cameriera al Sixteenth Street Diner. Faceva il turno di notte, dalle nove alle due. L'aveva vista un paio di volte ai tempi del college, quando voleva sfuggire alle idiozie di dormitori, feste e compiti. Non aveva mai avuto amici, quindi era facile per lui filarsela senza domande. Si rifugiava al Sixteenth Street Diner per uno spuntino serale: uova e patatine fritte, caffè nero. Gli piacevano le notti in cui c’era lei di turno. Era gentile, ma non troppo gentile, non al punto da far sembrare che provasse pietà per quel ragazzo solitario che aveva appena ingurgitato una tonnellata di cibo. Era riuscito a scoprire molto, ascoltando alcuni degli altri idioti della tavola calda che flirtavano con lei.

Anche lei era una studentessa. O meglio, lo era a quel tempo, tre anni prima.

La conosceva anche da prima dell'università, ma lei non si ricordava di lui. Lo sapeva senza bisogno di chiederlo. Lo capiva dal modo in cui lo guardava, dal sorriso gentile di chi sperava in una bella mancia. Non la biasimava. Perché mai una donna come lei avrebbe dovuto ricordarsi di un ragazzo come lui, uno tra i tanti diplomatisi lo stesso anno?

Sembrava più grande, ora, nell’inserzione sul giornale. Ma santo cielo, era ancora sexy. Più sexy che mai. Le calze a rete, i tacchi a spillo e il seno coperto solo dal logo del negozio gli rendevano quasi doloroso guardarla.

Forse era stato quello a scatenare la voce che adesso gli echeggiava nella mente. La prima volta che l'aveva sentita, si era recato al Sixteenth Street Diner a tarda notte per vedere se lavorasse ancora lì. Presumeva che fosse così, visto che lì era trattata come una dea. Aveva un aspetto abbastanza gotico da attirare certe persone, ma era anche in grado di tirare fuori una bellezza più classica, che piaceva agli sportivi e agli uomini maturi in piena crisi di mezza età. L'aveva vista andarsene con mance da cinquanta dollari da parte di uomini che avevano preso solo del caffè e della torta – anche se era certo che la torta dovesse essere un’allusione sessuale.

E infatti era ancora lì. L'aveva persino servito, portandogli il suo bagel, la pancetta e il tè con un sorriso e una scollatura sufficienti a ricordargli le tante fantasie che aveva avuto su di lei al college. Aveva persino commentato che si ricordava di lei dagli anni dell’università, quando serviva lui e i suoi amici. Sembrò apprezzare il fatto che lui se la ricordasse, ma poiché era una cameriera che si vestiva a quel modo e faceva affidamento sulle mance, era difficile capire se fosse sincera o meno.

Ora stava rievocando quel sorriso guardandola uscire dall'ingresso posteriore della tavola calda. Era l'1:18 del mattino. Cadeva una leggera pioggerellina, anche se sembrava sempre così, in quella triste città. Lui indossava un impermeabile, ed era seduto sui gradini di un vecchio negozio di dischi che era per lo più nascosto dietro la tavola calda.

Uccidila dopo il lavoro. Non permetterle di arrivare a casa.

La guardò, ricordando quando parlava con lui e i suoi amici tre anni prima, cercando di ottenere una buona mancia. Sorrideva, dando loro pacche sulle spalle o sulla schiena a volte, chinandosi sapientemente quando serviva il cibo per offrire un colpo d'occhio nella sua scollatura.

Uccidila dopo il lavoro. Non permetterle di arrivare a casa.

Non c'era un parcheggio dietro la tavola calda. Aveva controllato la stessa sera in cui era entrato per vedere se lavorasse ancora lì. Dopo essere uscito, era rimasto ad osservare alcuni dipendenti andare e venire, notando che tutti avevano percorso un isolato a piedi e poi avevano attraversato la strada fino al piccolo parcheggio coperto che si trovava all'angolo.

Secondo i suoi calcoli, aveva esattamente quattro minuti per agire da quando lei sarebbe uscita dall'ingresso posteriore. Quattro minuti per arrivare dal retro della tavola calda alla sua auto. La vide accigliarsi alla vista della pioggia, quindi usare la borsetta per coprirsi i capelli e poi partire con una corsetta verso il marciapiede.

Visto che si era messa a correre, seppur a passo lento, immaginò che i quattro minuti sarebbero diventati tre. Con un senso crescente di anticipazione nel cuore, si alzò in piedi e la seguì. Quando la donna fu completamente fuori dalla vista, ormai sul marciapiede e diretta in fondo all'isolato, anche lui accelerò. Riprese un ritmo regolare una volta salito anche lui sul marciapiede. Guardò in entrambe le direzioni e vide solo tre persone, oltre alla cameriera. Due camminavano mano nella mano nell'altra direzione. Il terzo era un uomo dall'aspetto rozzo, probabilmente un senzatetto, a giudicare dal suo abbigliamento, che guardava la cameriera con grande interesse mentre attraversava la strada verso il parcheggio.

Superò il senzatetto, assicurandosi di mantenersi ad una certa distanza dalla cameriera. Quando lei entrò nel parcheggio – non attraverso l’ingresso per i veicoli, bensì dalla porta laterale che conduceva all'ascensore – accelerò, attraversando di corsa la strada. La pioggia lo colpiva in viso e sembrava spronarlo ad andare avanti.

Scelse di usare l'ingresso principale. Nel gabbiotto non c’era nessuno, ma sapeva che chi entrava con l'auto doveva ritirare un biglietto dalla macchinetta automatica vicino al cancello. Si infilò tra il divisorio giallo e il muro, intrufolandosi nel parcheggio. L’edificio aveva solo due piani, quindi sapeva che la ragazza era salita al secondo piano. Si precipitò verso le scale, con le scarpe bagnate che producevano suoni stridenti sul cemento.

Quando raggiunse la cima delle scale, il cuore gli martellava in petto. Aprì silenziosamente la porta della tromba delle scale, appena in tempo per vederla. Era circa a metà del corridoio posteriore, e si stava avvicinando all'auto mentre frugava con una mano nella borsetta. Quando lui iniziò ad accorciare la distanza tra loro, aveva tirato fuori le chiavi.

E si era anche accorta di lui. Lo guardò solo per un momento, per poi rivolgere la sua attenzione alla portiera. Era un'auto vecchia, quindi doveva sbloccarla manualmente con la chiave, non con l'apertura centralizzata. Quando inserì la chiave, lui iniziò a correre di nuovo.

Uccidila dopo il lavoro. Non permetterle di arrivare a casa.

Ma era la prima volta per lui. Non era sicuro di poterlo fare. Forse, se il suo viso non gli fosse stato così familiare, se non avesse fantasticato così tanto su di lei al college...

Il comando era più forte nella sua testa, ora. Era quasi come se qualcuno lo stesse seguendo, urlandoglielo nell'orecchio.

Lei lo vide correrle incontro. Cominciò a muoversi più velocemente e, nel farlo, le caddero le chiavi. Lui le sentì tintinnare sul pavimento e seppe di averla in pugno.

Mentre si avvicinava alla macchina, lei abbandonò gli sforzi per sfuggirgli. Adesso che era ormai vicino, notò un lampo di riconoscimento nei suoi occhi. Fu quasi contento quando pensò che forse si ricordava di averlo visto due sere prima.

“Cosa...?”

Ma fu l'unica cosa che riuscì a dire.

A quanto pareva, poteva farcela.

Anzi, fu più che felice di farlo.

Tirò fuori il martello dalla tasca interna dell'impermeabile, come un pistolero del Vecchio West che estrae l'arma. Prima che la bocca di lei iniziasse a formare la seconda parola, il martello si schiantò contro le sue labbra.

Per un attimo, il suono del martello che la colpiva ripetutamente quasi sovrastò il fragore della pioggia che cadeva sempre più forte, riecheggiando nel parcheggio.




CAPITOLO UNO


Mackenzie guardò il numero sulla bilancia digitale e provò un senso di trionfo di cui quasi si vergognò. La cifra diceva che era finalmente tornata al peso che aveva prima della gravidanza. Anzi, aveva due chili in meno. Non era mai stata una donna ossessionata dal peso, ma quel numero le dimostrava che riprendere un certo senso di normalità era possibile. Certo, si era abituata ad essere una madre e aveva accettato il fatto che la sua vita sarebbe cambiata per sempre.

Ma, per qualche ragione, aveva faticato a perdere i chili presi in gravidanza. Gli ultimi cinque erano stati parecchio ostinati e ci era voluto molto più tempo di quanto lei o il suo medico si aspettassero. E ora, finalmente, se n'era liberata. Ci erano voluti quasi otto mesi e anche un caso pericoloso che l'aveva vista scalare il versante di una montagna, ma finalmente era tornata al suo peso ideale. E, per di più, non riusciva a ricordare l'ultima volta che si era sentita così in forma.

Scese dalla bilancia e cercò di dire a se stessa che non c'era nulla di male a crogiolarsi in quelle piccole vittorie. La sua depressione post-partum era durata quanto i chili di troppo e, proprio come gli ultimi, non sembrava voler andare da nessuna parte per il momento.

“Che stai facendo?”

Mackenzie si voltò verso la porta del bagno e vide Ellington in piedi sulla soglia. Guardò verso il basso, come se non si sarebbe mai aspettato di vedere sua moglie su una bilancia.

“Mi prendo un momento per apprezzare le piccole vittorie.”

“Posso sapere?” chiese, guardando la bilancia con scetticismo.

“Ho raggiunto l'obiettivo” disse lei, scendendo dalla bilancia. “Per quanto riguarda il peso, almeno.”

Entrò in bagno e la baciò sulla guancia. “Sto per uscire. Volevo solo salutarti.”

“Presto verrò anch'io con te.”

“Ah, lo so. E non vedo l'ora.”

La abbracciò, e il silenzio tra loro fu più che eloquente. Dopo l'ultimo caso in cui si era spinta ben oltre i limiti imposti delle sue condizioni, a malapena guarita a soli cinque mesi dal parto cesareo, il direttore McGrath aveva deciso di farla restare a riposo per altri tre mesi. Era ancora un'agente, ma era stata retrocessa a un incarico da casa, dove si occupava di smistare telefonate e aiutava nella ricerca e nella stesura dei rapporti.

Scalpitava per tornare nel mondo reale e affrontare casi reali. Vedere Ellington avere tre mesi piuttosto attivi era stata una tortura, specialmente il giorno in cui lui e uno dei suoi partner avevano neutralizzato un uomo armato che aveva quasi portato a termine una sparatoria in un centro commerciale.

“Di' a McGrath di preparare il mio ufficio.”

“Lo farò. Ma Mac... sai, la prossima settimana... è solo una riunione. Non c'è ancora nessuna garanzia.”

“Sì, lo so. Perché le donne sono facili da scavalcare e sottovalutare... fino a quando non hanno un figlio. Allora non diventano altro che addobbi per vetrine. Una specie di ripensamento che nessuno vuole offendere o maltrattare accidentalmente.”

“È solo prudente.”

“Lo so. Ma io ho deciso di essere incazzata.”

“Sì, lo vedo.” La baciò di nuovo e si diresse verso la porta. “Comprerò del cibo thailandese per cena, stasera. Buona giornata a te e a Ometto.”

Lo guardò andare via, poi lo seguì fuori. Kevin stava facendo il suo pisolino mattutino nel box in cameretta. Faceva tutto parte della routine. A otto mesi, si svegliava alle 5:45 del mattino, mangiava, giocava un po' e poi faceva un pisolino verso le 7:30 circa. I suoi orari per dormire e mangiare erano precisi come un orologio, il che rendeva le giornate di Mackenzie a casa un po' più semplici.

E, pur amando suo figlio più di quanto non si sarebbe mai aspettata, era eccitata all'idea di portarlo di nuovo all'asilo. Avevano già un posto prenotato al suo vecchio asilo nido. Il personale era stato molto gentile, date le particolari circostanze lavorative di Mackenzie nell'ultimo semestre.

Mackenzie si versò la seconda tazza di caffè della mattina e iniziò la sua routine quotidiana. Controllò le sue e-mail per vedere se ci fossero richieste di ricerca: non ce n'erano. Fece un sacco di bucato. Iniziò a fare la lista della spesa per il fine settimana. Mentre aggiungeva articoli di alimentari agli appunti sul telefono, sentì Kevin che cominciava a muoversi. Controllò l'orologio, vide che erano le 8:45 e non fu affatto sorpresa. Quel bambino era un orologio svizzero.

Andò da lui e lo prese in braccio. Il sorriso che le regalava sempre al risveglio dal suo pisolino mattutino era così somigliante a quello che le faceva Ellington quando si svegliava, che non poté fare a meno di ridere. Invece non la fece ridere l'odore di quello che aveva svegliato il piccolo. Gli cambiò il pannolino, lo vestì per la giornata e poi tornò fuori. Lì, lo sistemò nella sua sdraietta vibrante e controllò di nuovo le sue e-mail. C'era una richiesta di ricerca in attesa, ma conosceva già le risorse, così rispose all'e-mail inviando le informazioni in meno di dieci minuti.

Un meccanismo ad orologeria. Routine. Pannolini sporchi. Sì, si rendeva conto di avere una vita piuttosto piacevole, ma non vedeva l'ora di tornare in un ambiente di lavoro vero e proprio.

Era quasi ora di pranzo quando il telefono squillò. Il nome sul display inizialmente non aveva senso per Mackenzie: Greg McAllister. Poi però realizzò che era il nome di uno dei partner a cui era stato abbinato Ellington nei tre mesi in cui lei era stata relegata a casa. Era intenta ad agitare il biberon di latte in polvere per Kevin, quando si rese conto che poteva essere successo qualcosa di brutto. Probabilmente c'era solo una ragione per cui uno dei partner di Ellington avrebbe dovuto chiamarla, e non voleva nemmeno pensarci.

Il telefono squillò tre volte, prima che riuscisse a costringersi a rispondere. “Pronto, qui agente White.” È sciocco che stia ancora usando il mio cognome, quando tutti al bureau si riferiscono a me, anche per scherzo a volte, come ‘signora Ellington’.

“White, sono l'agente McAllister. Senti, va tutto bene per lo più, ma Ellington voleva che ti chiamassi per farti sapere che sta andando all'ospedale.”

Appoggiò il biberon lentamente e guardò Kevin, appollaiato sul seggiolone su cui aveva appena imparato a sedersi comodamente.

“Che cosa è successo? Sta bene?”

“Sì, pensiamo di sì. Abbiamo fatto una visita a sorpresa a un sospettato in un caso di un traffico di droga su cui stavamo lavorando. C'è stato un breve inseguimento, ed Ellington è caduto dalle scale. Nel peggiore dei casi, ha un braccio rotto. Ha anche battuto la testa, ma non sembra essere troppo grave.”

“Grazie. Sai qual è l'ospedale?”

McAllister le diede tutti i dettagli. Mentre Mackenzie li memorizzava, cercò anche di decidere cosa fare con Kevin. Ellington la prendeva in giro perché era un po' troppo paranoica, quando si trattava della salute del figlio. Le tornò in mente ora, mentre terminava la telefonata con McAllister, perché non aveva nessuna intenzione di portare suo figlio di pochi mesi in ospedale, a meno che non fosse assolutamente necessario.

È solo un braccio rotto, pensò. Riderà di me se faccio una scenata e mi precipito in ospedale.

Ma voleva assicurarsi che stesse bene; era il colpo alla testa a preoccuparla. Si sarebbe sicuramente aspettata che lui venisse a trovarla, se la situazione fosse stata invertita. Guardò Kevin e si accigliò.

“Ti va di andare a trovare il tuo papà, piccolo? Sembra che sia maldestro quanto te. Ha fatto un ruzzolone giù per le scale. Dovrei portarti in ospedale, però. Che ne dici?”

Kevin sorrise e batté le manine sul ripiano del seggiolone in risposta.

“Anch'io la penso così.”

Anche se, onestamente, non poteva negare che quella visita imprevista all'ospedale per il braccio rotto del marito fosse la cosa più eccitante che avesse vissuto negli ultimi tre mesi.




CAPITOLO DUE


Poiché aveva subito un lieve colpo alla testa durante la caduta, Ellington era stato ricoverato in una sala esami, invece di farsi visitare il braccio da un ortopedico. Dopo aver compilato un modulo alla reception, Mackenzie lo trovò in un letto d'ospedale, con un aspetto assolutamente miserabile, non tanto per il dolore, quanto perché era costretto a stare seduto su un letto d'ospedale.

Gli occhi gli si illuminarono un po' quando vide Mackenzie, poi ancora di più quando vide che aveva con sé il seggiolino.

“Mio Dio, l'hai portato in ospedale.”

“Stai zitto. Come stai? Come è successo?”

“Beh, le radiografie hanno confermato che ho un polso rotto e una frattura del radio distale. Hanno appena finito il protocollo per la commozione cerebrale. Qualcuno dovrebbe arrivare a breve per mettermi il gesso.”

Mackenzie sistemò il seggiolino sul bordo del letto d'ospedale, in modo che Kevin potesse guardare suo padre.

“Hai almeno preso il tizio?” Mackenzie cercava di tenere il tono leggero, anche se la sconvolgeva più di quanto si aspettasse vederlo sminuire la cosa nonostante stesse evidentemente soffrendo.

“Sì. In realtà gli sono caduto addosso quando sono arrivato in fondo alle scale. McAllister lo ha ammanettato e ha chiamato un'ambulanza per me.”

Mackenzie non poté farne a meno: gli guardò la testa, trovando il punto in cui aveva chiaramente sbattuto. Era appena sopra l'occhio sinistro; non c'era gonfiore, ma c'era un taglio e uno scolorimento della pelle. Sembrava che avesse preso un debole colpo, piuttosto che uno scalino o un muro in faccia.

“Non c'era bisogno che venissi, davvero.”

“Lo so. Ma volevo farlo. Ho pensato che sarebbe stato un buon esempio da usare per mostrare a Kevin come deve sempre stare attento quando insegue i cattivi.”

“Divertente. Ehi, sai... McGrath mi ha chiamato, stamattina. Detto tra noi, voleva sapere come stavi. Mi ha chiesto se pensavo che fossi pronta ad affrontare un caso. Credo che ne abbia uno pronto per te nelle prossime settimane.”

“Questa è una buona notizia. Ma in questo momento vorrei concentrarmi su di te.”

“Non c'è molto su cui concentrarsi. Sono caduto dalle scale e mi sono rotto un braccio.”

Dietro Mackenzie, un medico entrò nella stanza portando con sé una serie di lastre. “Questo è sicuro” disse il dottore. “Una brutta rottura, per giunta. Non ci vorranno perni, come avevo inizialmente temuto, ma potrebbe volerci un po' più di tempo per guarire di quanto avessi previsto. Quella frattura del distale così vicina all’altra rottura... è una doppia sfortuna.”

Mackenzie spostò il seggiolino di Kevin quando il dottore si avvicinò a Ellington. “Pronto a farti ingessare?”

“Ho scelta?”

“No, non ce l'hai.” Dal seggiolino, Kevin sbuffò, come a dirsi d'accordo.

Mentre guardava il dottore che iniziava a preparare lo stampo del gesso nel grande lavabo dall'altro lato della stanza, Mackenzie si avvicinò a Ellington. “Non cercare di fare il duro. Come stai?”

“Fa un male cane, ma mi hanno dato dell'ossicodone circa cinque minuti prima che tu entrassi, quindi dovrei essere a posto da un momento all'altro.”

“E la testa?”

“Mi fa un po’ male. Potrebbe essere peggio, ma è difficile capirlo, con tutto il dolore che si irradia dal mio braccio. Come ho detto, però, hanno controllato che non ci fossero segnali di una commozione cerebrale e...”

Il telefono di Mackenzie squillò, interrompendolo. Controllò, dando per scontato che la chiamata fosse legata alla ricerca che aveva completato quella mattina. Quando vide il nome di McGrath sul display del telefonino, però, capì che non era così.

“Hai fatto sapere a McGrath cosa è successo?” gli domandò.

“No, ma ci ha pensato McAllister. Perché, è lui?”

Mackenzie annuì mentre rispondeva alla chiamata, leggermente confusa. “Sono l'agente White.”

“Ciao, White. Suppongo che abbia già sentito del piccolo incidente di Ellington?”

“Sì, signore. Sono qui con lui proprio ora. Sta per farsi mettere il gesso.”

“Beh, questo potrebbe rendere la conversazione un po' imbarazzante. E odio parlare di lavoro mentre è in ospedale con lui, ma il tempo stringe.”

“Non fa niente. Cosa succede?”

“Nulla di grave. Ma stavo mettendo insieme la documentazione per assegnare a Ellington un caso per cui ho bisogno di lui subito. Poi però McAllister mi ha chiamato per informarmi dell'incidente. E, per quanto possa sembrare insensibile, mi trovo ad avere bisogno di un agente che si occupi delle indagini.”

Mackenzie non disse nulla, non volendo saltare alle conclusioni. Ma quando il silenzio di McGrath si protrasse, non poté farne a meno. “Posso farcela, signore.”

“Ecco perché l'ho chiamata. Stavo per mandare McAllister, ma non voglio toglierlo dal caso a cui sta lavorando, visto che lui ed Ellington l'hanno quasi chiuso.”

“Allora lo dia a me.”

“Sicura di essere pronta?”

Quella domanda la irritava, ma si trattenne. Era pronta? Beh, aveva dato la caccia a un killer scalando la parete di una montagna appena cinque mesi dopo il parto cesareo. I tre mesi in più che le aveva fatto passare a casa erano stati una decisione di McGrath – una decisione che Mackenzie non approvava, ma che aveva fatto del suo meglio per accettare con obbedienza.

“Sì, signore. In ogni caso mi avrebbe fatta tornare la prossima settimana, no?”

“Salvo imprevisti, sì. Ora, White... questo caso è a Seattle. Se la sente di accettare?”

Quasi rispose subito di sì. Aveva già la parola sulla punta della lingua, poi però pensò a come sarebbe stato essere così lontano da Kevin. Si era affezionata ancora di più a lui in quegli ultimi tre mesi, sperimentando di persona quel legame di cui parlavano i manuali che aveva letto. Avrebbe fatto qualsiasi cosa per suo figlio, e il pensiero di stare dall'altra parte del paese per un periodo di tempo indeterminato non la allettava. Per non parlare del fatto che sarebbe rimasto con il papà, che poteva usare solo un braccio.

Ma McGrath le stava essenzialmente restituendo la sua carriera... su un piatto d'argento, niente di meno. Doveva accettare.

“Dovrebbe andare bene, signore.”

“Non posso accontentarmi del condizionale, White. Senta... darò a lei ed Ellington dieci minuti per parlarne. Ma ho bisogno di un agente su un volo per Seattle per le sette di stasera. C'è un aereo che parte tra due ore e mezza.”

“Ok. La richiamo subito.”

Terminò la chiamata e vide Ellington che la guardava. Il dottore si era avvicinato e aveva iniziato ad applicare la garza bagnata sul braccio, avvolgendola intorno alla zona gonfia e scolorita. Lo sguardo sul volto di Ellington le disse tutto quello che doveva sapere. Aveva sentito almeno una parte della conversazione e non aveva ancora deciso come si sentiva.

“Allora, dov'è?” Chiese Ellington. “È l'unica cosa che non sono riuscito a sentire.”

Le sorrise, facendole sapere che era riuscito a sentire l'intera conversazione. Avevano spesso scherzato sul fatto che il direttore McGrath aveva una voce incredibilmente alta, al telefono.

“A Seattle. Partirei questo pomeriggio o questa sera.” Poi guardò Kevin e scosse la testa. “Ma non posso lasciarti con lui... non con un braccio rotto.”

“Mac, basta guardarti in faccia per capire quanto desideri questo incarico. Io e Kevin ce la caveremo.”

“Tesoro, riesci a malapena a cambiare un pannolino con due mani.”

Ellington annuì. Anche se Mackenzie scherzava, era evidente che lui capiva il suo punto di vista. All’improvviso, però, sembrò avere un’illuminazione. Rimasero in silenzio per un po', e l'unico rumore proveniva dal dottore che applicava il gesso. Anche quest’ultimo rimase in silenzio, facendo del suo meglio per rispettare la loro situazione d'impaccio.

“Sai che c'è?” disse infine Ellington. “Mia madre mi ha chiesto quando potrà tornare per passare un po' di tempo con Kevin. Posso garantirti che coglierà l'occasione al volo. A meno che tu non l'abbia dimenticato, lei adora sentirsi l’eroina della situazione.”

Mackenzie ci pensò. Lei ed Ellington avevano entrambi problemi con le loro madri, ma renderle nonne sembrava aver fatto meraviglie per quanto riguardava le loro relazioni individuali. E, egoisticamente, se la madre di Ellington fosse venuta a trovarlo mentre lei era fuori città, sarebbe stato fantastico. Mackenzie faceva finta che le piacesse quando era nei paraggi, ma sia lei che Ellington sapevano che in realtà non le andava affatto a genio quella donna.

“Ma sarà libera?”

“Parliamo di mia madre. Cos'altro potrebbe avere da fare? Inoltre... che ti piaccia o meno, questo piccoletto ce l’ha in pugno. Anche se fosse occupata, lascerebbe volentieri tutto per precipitarsi da lui. Lascia che la chiami. Tu intanto richiama McGrath.”

Prima che potesse protestare, Ellington stava tirando fuori il cellulare dalla tasca con il braccio buono. Il dottore gli lanciò uno sguardo severo, facendo una pausa nell’applicazione del gesso.

Mackenzie richiamò subito McGrath. Mentre il telefono iniziava a squillare, si voltò verso Kevin. Era intento a guardare il padre, sorridendogli. Anche se il suo cuore fremeva d'eccitazione all’idea di tornare al lavoro così all’improvviso, cominciava anche a soffrire al pensiero di essere lontana dal suo bambino. Immaginò che sarebbe stata una sensazione che avrebbe provato più volte, mentre Kevin cresceva. Un cuore diviso tra due amori: lavoro e famiglia.

E ora, con un nuovo caso dall'altra parte del paese che l'aspettava, sapeva che non sarebbe stata una sensazione a cui si sarebbe mai veramente abituata.




CAPITOLO TRE


Fu più difficile andarsene di quanto Mackenzie si aspettasse. Non aiutava il fatto che suo marito fosse ingessato da poco e che la madre di Ellington non fosse ancora arrivata quando lei dovette uscire dalla porta. Kevin stava misericordiosamente facendo il suo pisolino pomeridiano. Sapeva che avrebbe dormito per almeno un'altra ora e che per allora la suocera sarebbe stata lì. Eppure, le sembrava di abbandonare la sua famiglia. Aveva provato qualcosa di simile quando era partita per l'ultimo caso, ma questa volta ci stava male. Stavolta era più consapevole del proprio ruolo di madre e conosceva il senso di unità di cui lei ed Ellington erano capaci.

“Andrà tutto bene” le assicurò Ellington accompagnandola alla porta. “Mia madre è fin troppo opprimente. Si prenderà fin troppa cura di Kevin. E di me. Oddio, le piacerà troppo. Potrebbe non volersene più andare.”

“Questo non aiuta.”

Ellington la baciò teneramente sulle labbra. Si era abituata un po' troppo a quei baci, negli ultimi mesi. Qualcuno avrebbe detto che era diventata viziata.

“Vai” disse Ellington, guardandola negli occhi con profondità e passione. “Perditi nel lavoro per un po'. Penso che te lo meriti. Noi saremo qui ad aspettarti, al tuo ritorno.”

Le diede una pacca sul sedere, per smorzare a modo suo la serietà che gli si era insinuata nella voce. Entrambi si amavano ferocemente ed entrambi lo sapevano. Ma nessuno dei due, in particolare Ellington, era mai stato particolarmente bravo ad esprimerlo.

Si scambiarono un ultimo, rapido bacio e Mackenzie si ritrovò fuori dal loro appartamento, con la porta chiusa alle spalle. Aveva con sé solo un trolley, abbastanza piccolo da poter essere considerato un bagaglio a mano, e nient'altro. Si avviò lentamente verso l'ascensore, sapendo di essere più che pronta a tornare al lavoro, ma già sentendo la mancanza della sua famiglia.



***



Provò a guardare un film sull'aereo ma, con sua grande sorpresa, si addormentò quindici minuti dopo. Quando si svegliò all'annuncio del pilota che stavano iniziando l’ultimo atterraggio a Seattle, aveva la sensazione che le fosse stato rubato del tempo, in qualche modo. D'altra parte, non era sicura dell'ultima volta in cui era riuscita a godersi un vero e proprio pisolino. Anche se era stato su un aereo, era stato piacevole.

Si chiese se il senso di colpa che provava nel godersi il pisolino provenisse dal settore maternità, dal settore moglie, o se fosse un misto di entrambi.

Quando l'aereo atterrò erano le 20:31, ora locale, e il cielo era coperto. Il suo volo era partito da Washington con un ritardo di circa un'ora e mezza, facendola arrivare a Seattle ad un'ora che la costrinse a prendere in considerazione l'eventualità di aspettare ad agire fino al giorno successivo.

Parlò con il vicedirettore dell'ufficio di Seattle, il quale le disse che avrebbe incontrato l'agente che l'avrebbe assistita sulla scena del crimine come prima cosa il mattino seguente. Le diede il nome dell'agente – agente Ryan Webber – e le chiese se avesse tutte le informazioni aggiornate. Lei confermò di aver ricevuto i fascicoli dal direttore McGrath a Washington, e aveva tutto pronto prima ancora di caricare la valigia sul sedile posteriore della sua auto a noleggio.

In uno strano modo che non riusciva a definire, quando mise in moto l'auto provò un senso di libertà che non provava da quando aveva partorito Kevin. Si rese conto che, forse, poteva davvero farcela; forse poteva riuscire a bilanciare la sua carriera e la sua famiglia. Traboccava di eccitazione (e forse anche di ansia, ma del tipo positivo) all'idea di cominciare le indagini del caso, ed era piuttosto perplessa per il fatto di dover aspettare fino al mattino. Ma desiderava anche che Ellington fosse lì con lei. Immaginò che Tom Brady si sarebbe sentito così in un'altra squadra, essendo allenato da qualcuno che non fosse Bill Be-

Ossignore, sono stata troppo tempo con E, pensò, troncando quel paragone sul nascere, anche se in realtà non poteva fare a meno di sorridere.

Con quel pensiero in mente, si ritrovò ansiosa di andare in un albergo per poter fare una videochiamata con FaceTime a Ellington e Kevin.

Prima però doveva fare l'agente. Era incredibilmente strano doverselo ricordare. Mentre si recava al parcheggio dell'autonoleggio, con le chiavi in mano, guardò tra i documenti che McGrath aveva inviato e chiamò il numero dell'ufficio di Seattle.

Sapeva che aveva anche i fascicoli del caso da esaminare. Aveva ricevuto alcune e-mail da McGrath e dal suo assistente, dove la informavano che tutto ciò che le serviva sarebbe stato nella sua casella di posta elettronica entro le sei del pomeriggio, fuso orario orientale. Era altrettanto entusiasta di potersi buttare sui dossier, per avere una visione d'insieme del caso prima di parlare con qualcuno. Era il suo modo preferito per ottenere i dettagli di un caso, raccogliendo tutte le informazioni senza l'influenza o il suggerimento di nessun altro.

Fece il check-in in un motel a dieci chilometri dall'aeroporto e non perse tempo. Prima ancora di aprire la valigia, si sedette sul letto e videochiamò Ellington. Lui rispose quasi subito, riempiendo lo schermo con la sua faccia. Anche Kevin era parzialmente sullo schermo, in bilico sulle ginocchia di Ellington. Kevin era però più interessato a osservare il mento del padre, che a guardare il telefono.

“Ehi, ragazzi. Ce l'ho fatta. Sono qui.”

“Bene. Anche noi siamo qui. Sto per mettere a nanna l'ometto. Gli ho permesso di rimanere alzato più tardi del solito per poterti vedere, ma... beh, come puoi vedere, ha questioni più urgenti con il mio mento.”

“Kevin... ehi, piccolo.”

Lentamente, suo figlio si guardò intorno e vide il suo volto sullo schermo. La sua boccuccia si aprì in un sorrisetto e agitò le manine verso il telefono.

“Ecco fatto. Dai la buonanotte alla mamma.”

Il resto della conversazione durò circa cinque minuti, e fu, secondo Mackenzie, probabilmente la conversazione più banale e sdolcinata che avesse mai avuto. Ma quando terminò la telefonata, si sentì appagata. Si sentiva piena di energia, come se fosse in grado di affrontare qualsiasi cosa le indagini le avessero messo davanti.

Pensando al caso, accese il portatile e allestì una piccola postazione di lavoro. Ordinò del cibo cinese, prese una bibita dal distributore automatico di bevande in fondo al corridoio e si mise a studiare per qualche ora i fascicoli. Non c'erano tante informazioni come invece si aspettava, ma quello che vide era abbastanza brutto da far sembrare di cattivo auspicio la pioggia che aveva preso a cadere fuori.

Le vittime erano due, entrambe uccise in modo quasi identico. La differenza principale tra i due omicidi era che il più recente era avvenuto lì a Seattle, mentre l'altro era stato commesso a Portland, in Oregon. Le due città si trovavano a meno di tre ore di distanza l'una dall'altra, quindi non era poi così insolito, soprattutto se si considerava che gli omicidi erano avvenuti a quattro giorni di distanza l'uno dall'altro.

La scena più recente si trovava in un parcheggio situato a circa otto chilometri da dove attualmente si trovava Mackenzie, a leggere i fascicoli. La vittima era Sophie Torres, 23 anni, cameriera e modella part-time. La prima scena era in un piccolo parco pubblico a Portland. La vittima, Amy Hill, era stata trovata in una piccola fontana. Come Sophie Torres, era stata chiaramente colpita in faccia con un oggetto pesante, ma all'inizio non era chiaro se fosse morta per i colpi o per l’annegamento, poiché l'autopsia aveva effettivamente evidenziato segni di annegamento.

Mackenzie buttò giù alcuni appunti, allineando le somiglianze e le differenze di ogni morte. Le somiglianze erano, naturalmente, più evidenti. Entrambe le vittime erano giovani donne, entrambe considerate molto belle dalla maggior parte degli uomini. Erano state colpite in faccia, le ferite e i lividi erano identici in ambo i casi. Stando ai fascicoli, la Scientifica aveva ipotizzato che in entrambi gli omicidi fosse stato usato un martello. A causa della bizzarra scelta dell'arma e dell'età e del sesso delle vittime, questo era visto come opera dello stesso assassino.

Se le morti fossero state nella stessa città, Mackenzie non ne avrebbe dubitato affatto. Ma le tre ore di distanza tra le città e il fatto che Sophie Torres fosse stata uccisa appena fuori dalla sua auto le davano da pensare.

Una volta lette tutte le informazioni a sua disposizione (e terminata la sua cena a base di pollo all'arancia e Pepsi), tornò a leggere i suoi appunti. Non c'era abbastanza per stabilire un profilo sensato, quindi l'indomani avrebbe dovuto approfondire la questione. Le e-mail di McGrath dicevano che sarebbe stata in coppia con un agente dell'ufficio di Seattle e che avrebbe dovuto incontrarlo sulla scena del crimine più recente alle 8:00 del mattino. La cosa le dava fastidio, ma lo capiva. Sperava solo di essere in coppia con qualcuno che non fosse testardo e che non si opponesse a lei solo perché veniva da Washington DC.

Con tutti quei pensieri in mente, decise di dichiarare conclusa la serata. Si fece una doccia e andò a letto poco prima delle 23:00. Con così tante cose in testa, però, non riuscì ad addormentarsi fino a dopo mezzanotte. In quel lasso di tempo, quasi si aspettava di essere svegliata dal pianto di Kevin, dato che si svegliava ancora almeno una volta a notte, con il pannolino bagnato.

Ma la stanza d'albergo rimase silenziosa, l'unico rumore proveniente dalla pioggia battente all'esterno. Alla fine si appisolò, solo un po' scoraggiata dal lato vuoto del letto accanto a lei. Certo, le mancava Ellington, ma di tanto in tanto pensava che facesse bene al corpo distendersi. Quando finalmente si addormentò del tutto, dormì profondamente e, per la prima volta in circa otto mesi, dormì per tutta la notte.




CAPITOLO QUATTRO


Mackenzie era stata a Seattle soltanto un’altra volta, prima di allora. Era stato per un periodo di due giorni per assistere a una conferenza e, durante la sua permanenza, c'era stato un sole splendente e un cielo sereno. Le aveva fatto pensare che la diceria che piovesse sempre in quella città fosse esagerata. Tuttavia, quando si svegliò la mattina seguente, uscì poco dopo le sette e trovò il cielo coperto e qualche sporadica goccia di pioggia, che non poteva nemmeno considerarsi pioviggine. L'aria sembrava semplicemente bagnata e pareva che sopra ogni cosa ci fosse un sottile strato di bruma. Era davvero facile capire perché un genere di musica come il grunge fosse nato proprio in un luogo del genere.

Prese un caffè allo Starbucks dall'altra parte della strada rispetto all'hotel, poi si diresse verso il parcheggio dove Sophie Torres era stata uccisa. Si trovava in una parte della città che non era congestionata dal traffico mattutino, a metà strada tra quello che supponeva fosse il centro e la zona più trafficata e movimentata della città.

Quando arrivò, portò l'auto nel luogo indicato nei dossier: la fila in fondo, al secondo piano del garage. Quando arrivò, vide una Crown Vic nera parcheggiata orizzontalmente davanti al posto macchina, che lo bloccava. Un ragazzo era appoggiato al cofano dell’auto, sorseggiando una tazza di caffè e fissando lo spazio vuoto.

Mackenzie trovò il parcheggio libero più vicino, si infilò e scese dalla macchina. L'uomo si voltò, le rivolse un sorriso e si allontanò dall'auto.

“Agente White?”

“In persona.”

“Sono così felice di conoscerti. Ryan Webber, al tuo servizio.”

Mentre si stringevano la mano, Mackenzie si rese conto che il suo sorriso la metteva un po’ a disagio. Gli occhi di lui erano fissi sul suo viso e il sorriso che sfoggiava era abbastanza ampio da farle pensare al Joker interpretato da Heath Ledger. Webber sembrava avere quasi trent'anni, praticamente un suo coetaneo. Aveva un aspetto pulitissimo, i capelli scuri che si adattavano perfettamente al completo stile Bureau che indossava. Era ben curato e recitava bene la parte dell'agente dell'FBI, adattandosi all'immagine di quasi tutti gli agenti maschi che aveva visto raffigurati in televisione.

“Scusa. Credo che dovrei dirtelo subito: sono un tuo grande ammiratore. Ho seguito la tua carriera fin da prima ancora che entrassi nell'FBI. Il Killer dello Spaventapasseri... tutto quanto. Nel mio gruppo di amici ai tempi dell'Accademia... tu eri una specie di rock star, per noi. Quando sei stata convocata al Bureau... non abbiamo potuto fare a meno di sentire che potevamo farcela tutti, capisci?”

Mackenzie si accorse di cominciare ad arrossire, ma tentò di smorzarlo. A volte si dimenticava di quanto fossero noti alcuni dei suoi casi. Per non parlare del fatto che il suo ingresso ben poco ortodosso nell'FBI era qualcosa da ammirare.

“Beh, lo apprezzo. E sì, sono stata fortunata. Ma sono tutte notizie vecchie. Ora sono un agente come tutti gli altri. Stesso carico di lavoro, stesse regole, stessa vita. Sposata, con un figlio.”

“Wow. Hai dei figli?” Lo disse come se non potesse crederci. Mackenzie non era sicura del perché, ma aveva l'aspetto di un bambino che aveva appena scoperto la verità su Babbo Natale.

“Solo uno, per il momento.” Sentiva che la conversazione stava diventando strana, così guardò oltre la spalla di Webber. “Quella è la scena del crimine, vero?”

“Sì. Hai avuto accesso a tutti i fascicoli del caso?”

“Sì.”

Webber aprì la portiera del lato del conducente della sua auto e prese un iPad dal cruscotto. Aprì le copie elettroniche dei fascicoli – gli stessi che Mackenzie aveva visionato la sera prima – e si diresse verso il parcheggio.

“C'è qualcosa di nuovo o di particolare che non era presente nei documenti ufficiali?” domandò Mackenzie.

“Beh, so che i fascicoli indicano che probabilmente non è stata derubata. Ora abbiamo la conferma che non lo è stata affatto. Abbiamo fatto un controllo incrociato tra il suo conto in banca e quello della carta di credito, assicurandoci che non mancasse niente nella sua borsa. Non ci sono stati nemmeno prelievi al bancomat o attività sospette riguardanti l'uso del suo numero di previdenza sociale o delle informazioni sul suo conto corrente bancario. Se è stata rapinata, l'assassino si è tenuto stretto qualsiasi cosa abbia preso.”

“Stessa cosa a Portland?”

“Sembra di sì. Non ci sono indicazioni che sia stato sottratto qualcosa ad Amy Hill e non c'è stato alcun movimento strano nei suoi conti bancari.”

“Hai già avuto modo di vedere il corpo?”

“No, non ancora. Ho avuto il via libera dal coroner nel tardo pomeriggio di ieri. Ma credo che sappiamo tutto quello che c'è da sapere dalle foto della scena del crimine.”

“Sì. E credo che l'ipotesi che l'assassino stia usando un martello sia molto probabile.”

“Ah, però ci sono prove che la prima vittima sia stata aggredita con un ramo di quercia.”

“Mi sembra... bizzarro.”

“Lo pensavo anch'io. Ma ci sono le prove. Lacerazioni della pelle non presenti sulla prima vittima e tracce di legno nelle ferite che si è rivelato essere quercia. Ehi, ieri abbiamo anche scoperto che una telecamera di sicurezza a un isolato e mezzo di distanza ha ripreso una figura incappucciata che seguiva la vittima. Ho dato una sbirciata al filmato e non mostra praticamente nulla. Una sagoma vestita con un impermeabile con cappuccio, che segue la signora Torres dalla tavola calda dove lavorava, proprio qui, fino al parcheggio. Per quanto mi riguarda, non c'è dubbio che la sagoma sia probabilmente l'assassino, ma il video non ci mostra nulla di lui, a parte il maledetto impermeabile.”

Mackenzie era un po' irritata dal fatto che tutto questo mancasse dai documenti che aveva ricevuto. Naturalmente, sapeva che l'ufficio operativo non poteva stare al passo con la velocità con cui questi fatti dell'ultimo minuto venivano trasmessi.

“Chi ha il filmato?”

“Veniva da un banco dei pegni. Il proprietario sembra piuttosto disponibile. Mi ha detto che posso tornare in qualsiasi momento, anche se il Bureau ha già una copia del filmato.”

Mackenzie aggirò la Crown Vic di Webber e guardò il posto auto. “Hai idea di quanto tempo la sua auto sia rimasta qui, prima di essere spostata?”

“Il comune l'ha fatta spostare ieri. Ma la scientifica l'ha esaminata da cima a fondo, prima che venisse spostata. L'unica cosa degna di nota che hanno trovato è il sangue sul telaio della portiera, che è risultato appartenere alla signora Torres.”

Mackenzie osservò il parcheggio vuoto. A parte qualche vecchia macchia d'olio e mozziconi di sigaretta, non c'era niente di particolare. Non c'erano sangue, né peli o fibre degni di nota, che potesse vedere.

“Abbiamo accesso ai filmati della sicurezza, giusto? Alla sede operativa?”

“Sì. E documenti aggiornati. Come sicuramente saprai, molte di queste cose tendono a saltar fuori dopo l'orario di lavoro. Non sono sicuro di quanto possano essere aggiornati i file che hai ricevuto.”

Quell'ampio sorriso si insinuò di nuovo sul suo viso. E anche se non la stava guardando a bocca aperta, la stava comunque fissando di nuovo. Se ne accorse e sembrò riaversi, scuotendo la testa come se stesse togliendo delle ragnatele.

“Scusa. È solo che... sì, sto ancora cercando di accettare il fatto che tu sia qui. E che sto lavorando con te.”

“Non è niente di che, fidati.”

“Sei umile, l’ho capito. Ma, che ti piaccia o no, sei una specie di leggenda per chiunque sia passato dall'accademia negli ultimi tre anni circa.”

Era bello sentirlo. A prescindere da quanto uno fosse umile, Mackenzie pensò che fosse sempre bello sentire cose positive su se stessi. Era incoraggiante, se non altro. Ma di certo non si sentiva una leggenda. Se Webber avesse conosciuto tutti i dubbi e le paure che erano costantemente in agguato nel suo cuore, avrebbe avuto un'immagine molto diversa di lei. Era il motivo principale per cui avrebbe voluto dirgli di smettere di tessere le sue lodi, chiudere la bocca e lasciar perdere.

“Vorrei dare un'occhiata a dove stava camminando la persona nel filmato della sicurezza.”

“Certo. Vuoi andare a piedi o in macchina? È letteralmente due isolati dietro di noi.”

“Facciamo una passeggiata.”

Webber sembrava d'accordo, e preferì lasciare la sua auto parcheggiata così com'era, per tenere la scena del crimine chiusa. La coppia uscì dal parcheggio nel mattino. Webber fece da guida, portandola al banco dei pegni dove era posizionata la telecamera di sicurezza che aveva ripreso la persona con l'impermeabile.

Il negozio era ancora chiuso a quell'ora, ma Mackenzie non era troppo preoccupata per questo. A dire il vero, preferiva vedere i filmati delle telecamere di sicurezza da un portatile che controllava lei, piuttosto che dal sistema del proprietario di un banco dei pegni, che magari pensava di saperne più di lei su come gestire la cosa.

“Allora, in pratica la telecamera era puntata dritta in fondo alla strada” disse Webber. “Il parcheggio è appena fuori dall’inquadratura, quindi non lo vediamo entrare.”

Camminavano lentamente lungo la strada. Mackenzie guardò in giro sul marciapiede e nelle vetrine dei negozi, non sapendo bene cosa stesse cercando. C'era un solo vicolo, ma era sbarrato con assi di legno. Si voltò e cercò dietro di loro altri posti dove la sagoma avrebbe potuto nascondersi.

Come se le avesse letto nel pensiero, Webber indicò uno spazio tre negozi più avanti, dietro il banco dei pegni. “Là dietro c'è un vicolo. L'ho controllato ieri. Non c'è traccia di nulla, ma è probabile che fosse lì che l'intruso era in agguato, se davvero aspettava che la signorina Torres uscisse dal lavoro.”

Continuarono a camminare fino a quando arrivarono al Sixteenth Street Diner. Dall'entrata anteriore il parcheggio era ben visibile, distante meno di un isolato. Mackenzie guardò la porta del locale. L'odore denso di pancetta e caffè si espandeva verso di loro.

“Hai avuto modo di parlare con qualcuno dei suoi colleghi?” gli domandò. Aveva una gran voglia di entrare per vedere cosa riusciva a scoprire da sé, ma non le era mai piaciuta l'idea che lo stesso compito fosse svolto due volte. Se Webber aveva fatto un lavoro soddisfacente, non vedeva il motivo di compiere le stesse mosse.

“Sì, con quattro diversi dipendenti, compreso il supervisore. È tutto scritto negli appunti. Onestamente, l'unica cosa degna di nota è che ci sono state alcune volte in cui degli uomini sono stati cacciati perché avevano allungato troppo le mani. Nessuno ha parlato male della signorina Torres, ma era chiaro che alcune delle altre cameriere erano invidiose di lei. Una di loro si è spinta al punto di dire che aveva sempre temuto che potesse accadere una cosa del genere. A quanto pare, la signorina Torres usava scollature eccessive e minigonne di pelle per assicurarsi di ricevere buone mance. È il tipo di tavola calda in cui quell’abbigliamento è l’ideale per gli avventori del dopo-lavoro.”

Proseguirono fino a tornare al parcheggio. Mackenzie non aveva visto nulla di degno di nota, ma allo stesso tempo sentiva di avere una migliore percezione sia della vittima che dell'assassino, avendo percorso la stessa strada che avevano percorso loro – una strada che, per la signorina Torres, era stata l'ultima.

Mentre tornavano verso le loro auto, Webber domandò: “C'è altro che vorresti controllare, prima di iniziare a indagare a fondo nei fascicoli?”

“Penso che possiamo andare all'ufficio operativo. A meno che non mi sfugga qualcosa di evidente, non credo che qui ci sia altro da trovare che la Scientifica non abbia già scoperto.”

“Assolutamente. Puoi seguirmi con la macchina.”

Mackenzie tornò alla sua auto, alzando gli occhi al cielo per l'eccitazione infantile che Webber mostrò quando salì in macchina. Era passato un bel po' di tempo dall'ultima volta che qualcuno le aveva ricordato il suo passato – di come aveva salito i ranghi da poliziotto di paese a favoloso agente dell'FBI così in fretta. Era bello rivedere quel passato, un promemoria della sua provenienza e di tutto ciò che aveva realizzato.

Ma ora tutto ciò apparteneva al passato. Quando si ricordava la donna che era stata, era come cercare di ricordare le azioni e i modi di fare di uno sconosciuto.

Forse questo è il promemoria di cui ho bisogno se voglio davvero tornare in sella, pensò Mackenzie. Ma anche in quel momento, mentre seguiva Webber fuori dal parcheggio ed entrava in città, l'idea di ricordare il Killer dello Spaventapasseri e il caos della sua vita privata di allora non era diverso da entrare in una casa infestata e chiudere la porta dall'esterno.




CAPITOLO CINQUE


Webber le mostrò il suo ufficio temporaneo, uno spazio grande quanto un ampio guardaroba. Le procurò un portatile e le copie di tutti i documenti legati a entrambi gli omicidi. Le chiese persino se potesse portarle un caffè e una ciambella, facendo tutto il possibile per farla sentire la benvenuta. Lei desiderava che la smettesse; già cominciava a sembrarle più un assistente che un agente. Se non avesse smesso presto, Mackenzie pensò che avrebbe dovuto fare una chiacchierata con lui.

Fortunatamente, non c'era nulla di nuovo da esaminare. Tutto ciò che mancava dai fascicoli in suo possesso le era stato spiegato da Webber nel parcheggio. La prima cosa che esaminò fu il rapporto del medico legale sulla prima vittima, Amy Hill, di Portland. Lesse il rapporto, vedendo subito come fossero giunti alla conclusione che era stata colpita con un ramo di quercia almeno quattro volte proprio sulla fronte e una volta sulla nuca. Rivedendo le ferite e leggendo i rapporti del medico legale, si chiese come diavolo fosse possibile che qualcuno avesse inizialmente pensato che le ferite fossero state inferte con un martello.

Poi chiese di poter accedere al filmato delle telecamere di sicurezza proveniente dal banco dei pegni. Lo visionò più volte, passando circa mezz'ora a osservare gli stessi diciotto secondi di ripresa. Poiché solo una telecamera l'aveva filmato, poté vederlo da un'unica angolazione. Eppure, bastò per notare che la persona che si trovava dietro Sophie Torres faceva davvero del suo meglio per seguirla senza essere vista. L'intera scena era sfocata intorno ai margini, probabilmente a causa della pioggia di quella sera.

Non c'era un solo centimetro di pelle che lei potesse vedere. Persino le mani della sagoma erano infilate nelle tasche dell'impermeabile. Camminava con determinazione, a testa bassa e con le spalle ricurve. Non si voltò nemmeno una volta per vedere se ci fosse qualcun altro dietro di sé. Dopo l'undicesima visione del filmato, Mackenzie lo chiuse e distolse lo sguardo. Non c'era niente da trovare, lì.

“Abbiamo il bollettino meteorologico di Portland per la notte in cui Amy Hill è stata uccisa?”

“Non direi. Ma posso tranquillamente procurarmene uno. Pensi che il tempo potrebbe avere qualcosa a che fare con quando l'assassino colpisce?”

“Non ne ho idea. Ma per ora, sto solo cercando tutte le similitudini che riesco a trovare.”

“Capisco” disse Webber, tirando fuori il suo cellulare come un pistolero mediocre. Fece alcuni tocchi sullo schermo, mentre Mackenzie apriva le foto della scena del crimine di Amy Hill. Poiché il suo corpo era stato scoperto in una fontana pubblica, dalle sole foto era impossibile capire se stesse piovendo al momento della morte.

“In base a quello che vedo qui” disse Webber, mostrandole un notiziario di Portland, con le previsioni del tempo degli ultimi sette giorni, “era sereno la notte in cui Amy Hill è stata uccisa. Non pioveva.”

“Il verbale indica che è stata uccisa tra mezzanotte e le due del mattino” disse Mackenzie, leggendo le informazioni sul dossier per la quarta volta. “Questo collocherebbe l'omicidio nella stessa fascia oraria in cui è stata uccisa Sophie Torres. E, a meno che non mi sfugga qualcosa, questa è l'unica analogia.”

“Beh, questo e il fatto che sono state colpite alla testa” sottolineò Webber. “Certo, ora sappiamo che si trattava di un'arma diversa, ma si trattava comunque di un colpo alla testa. Non è molto per proseguire, ma...”

Mackenzie notò che parlava con esitazione, come se temesse che lei potesse correggerlo o non essere d'accordo con lui in qualsiasi momento. Si chiese se si comportasse così con qualsiasi agente con cui fosse in coppia, o se fosse davvero così colpito da lei. Se era la seconda, lo compativa; non era degna dell’ammirazione di nessuno. Supponeva che il suo primo anno di carriera, in particolare l'improvvisa ascesa da poliziotto di provincia a giovane agente federale, valesse qualche notizia da prima pagina. Ma ora si sentiva solo un agente tra i tanti. Adesso era sposata, aveva un figlio, era essenzialmente addomesticata. Pur amando molto la sua famiglia e il suo lavoro, non si sentiva nulla di speciale.

“Dobbiamo scoprire se c'è un legame tra le vittime” disse Mackenzie. “Sai se qualcuno ha parlato con la famiglia Hill?”

“Nessuno di qui. Abbiamo solo un verbale della polizia di Portland, che ha parlato con loro. Si tratta della tipica storia: nessun problema in famiglia, nessun sospetto sul fidanzato, nessun campanello d'allarme.”

“E Sophie Torres?”

“Anche nel suo caso, soltanto la polizia locale ha parlato con i famigliari. Mi è stato ordinato di non parlare con loro fino al tuo arrivo.”

“Beh, eccomi qui” disse Mackenzie, alzandosi in piedi.

“Eccoti qui” ripeté Webber, e dal suo tono sembrava che stesse cercando di flirtare. Questo la metteva a disagio, ma non al punto da fare commenti che avrebbero reso la cosa imbarazzante.

“Conosci la città meglio di me. Ti dispiace guidare?”

“Per niente.”

“Webber, ti dispiace se ti chiedo una cosa? Hai mai lavorato con lo stesso partner per un lungo periodo?”

“Il mio ultimo partner è durato un anno e mezzo. È stato trasferito a Denver. Prima di lui, ho fatto coppia con agenti temporanei. So perché me lo chiedi. Mi dicono sempre che sembro un tipo strambo. Hanno usato esattamente questo aggettivo. Anche se io non lo userei mai.”

“Non direi strambo. Sembri... beh, sembra che ti piaccia un po' troppo il tuo lavoro. Ma non in modo ossessivo. Più come un ragazzino che va con il padre sul suo posto di lavoro... e il padre lavora con gli esplosivi o è un giocatore di football, o qualcosa del genere.”

Webber scoppiò in una risata che glielo fece piacere un po' di più. Era una risata sincera e fragorosa.

“Sono sicuro che nelle tue parole ci sia un insulto nascosto, ma non mi interessa. Perché sai, a volte mi sento davvero così... Mi piace il mistero di tutto questo. Gli enigmi, la risoluzione e tutto il resto. E, come ho detto, il fatto di essere in coppia con te.”

“Non significa assolutamente nulla” lo interruppe Mackenzie. “Senti, Webber, sono felice di lavorare con te e penso che possiamo concludere questa cosa abbastanza velocemente. E, per quanto ogni donna ami sentirsi dire quanto sia fantastica, ti chiedo di darci un taglio. Non sono migliore di te in quello che facciamo, per quanto ne so. Quindi cerchiamo di mantenere le cose alla pari, ok? Non sono un tuo superiore, e voglio che mi riferisci le tue idee e i tuoi pensieri senza esitazioni. Per quanto mi riguarda, possiamo entrambi ricevere l'elogio dei nostri supervisori quando tutto questo sarà finito. Che ne dici?”

Webber all'inizio sembrò confuso, ma annuì lentamente. “Certo, si può fare. Chiedo scusa. Non mi ero accorto di comportarmi ancora come un tuo fan sfegatato.”

“Non preoccuparti. C'è una parte di me che si diverte. Ma non è la parte di me che è particolarmente brava a risolvere i crimini.”

Webber apparentemente non aveva nulla da dire in proposito. Le fece semplicemente cenno di seguirlo con la mano, mentre si dirigevano verso la parte anteriore dell'edificio, uscendo in una mattina che sembrava ancora nuvolosa, e dove il cielo minacciava pioggia da un momento all'altro.




CAPITOLO SEI


Avrebbe voluto fare delle foto. La vista della sua caduta a terra era ancora fresca nella sua mente, così come la ferita sulla fronte. Ma sapeva che la memoria era imperfetta. Sapeva anche che, col passare del tempo, i suoi ricordi sarebbero probabilmente svaniti. Anche quelli migliori tendevano a indebolirsi con il passare degli anni.

E non voleva perdere quello.

Inoltre, era stata la sua prima uccisione. Ed era stato molto meglio di quanto si aspettasse.

Era andato a letto solo con due donne. La prima volta era stato con una prostituta, a diciannove anni. Le aveva detto di essere vergine e che voleva che lei fosse brutale con lui, ma anche che gli insegnasse delle cose. Lei aveva fatto entrambe le cose ed era stata un'esperienza incredibile.

Ma la sua prima uccisione era stata di gran lunga migliore della prima volta con una donna. Non si poteva nemmeno fare un paragone.

Avrei dovuto davvero fare una foto.

Ma sapeva che fotografare le sue vittime sarebbe stato stupido. Era praticamente un invito a farsi scoprire.

Anche ora, seduto davanti al computer nel suo appartamento buio, guardava le foto che la gente aveva messo online e si chiedeva quanto fossero stupidi a postare cose del genere. Erano foto di vittime di colpi d'arma da fuoco, di tassisti appena accoltellati, di persone cadute da grandi altezze, di un uomo investito da un Humvee. Persino sul dark web – che era praticamente l'unico che usava, ultimamente – il governo poteva scoprire cosa stavi guardando e cosa postavi.

E anche se non era un crimine guardare quel materiale, era illegale pubblicarlo, nella maggior parte dei paesi. E sapeva che quasi tutti quelli che pubblicavano quel tipo di materiale erano degli idioti. Chiedevano che la scure si abbattesse su di loro.

Beh, questo valeva per alcune persone. Ma non per lui. Con la sua formazione e i suoi tre anni di esperienza nel campo dell'informatica, sapeva come tutelarsi. La maggior parte degli idioti, invece, non lo sapeva. Ma questo non era un suo problema.

Guardò le immagini sullo schermo. I cadaveri. Il video di una vittima prossima alla morte, il solo segnale che fosse ancora viva era il rantolo che emetteva ogni cinque secondi. Le immagini delle persone bruciate vive in un incendio domestico, l'uomo che aveva filmato la morte della moglie mentre la soffocava a letto, mentre facevano sesso.

Immaginava che qualcuno lo avrebbe definito fuori di testa, che avesse qualche rotella fuori posto. Non credeva che fosse così, ma chi poteva saperlo? Qualcuno avrebbe anche potuto supporre che avesse avuto un'infanzia terribilmente traumatica, che avesse vissuto un'esperienza disumana che lo aveva fatto diventare così. Ma non era vero nemmeno quello. Aveva avuto un'infanzia fantastica con genitori amorevoli. Parlava ancora con loro almeno una volta alla settimana; sua madre si chiedeva ancora quando si sarebbe sistemato con una bella donna per dar loro dei nipoti.

Sua madre si era anche chiesta cosa fosse successo ai tre gatti che avevano avuto in cinque anni. Lui conosceva la risposta. Li aveva uccisi. Li aveva uccisi in modi diversi solo per vedere com'era. Solo per vedere la vita scivolare via dai loro occhi.

Non gli era piaciuto particolarmente. Non c'era stata molta lotta e, alla fine, gli era sembrato di stare soffocando un animale di peluche.

Ma con Sophie era stato diverso. Per Dio, era stato incredibile. Indescrivibile.

Perciò forse, e solo forse, c'era davvero qualcosa che non andava in lui. Molti direbbero che era così, ma a lui non sembrava.

No, niente di tutto ciò era vero. Lui stava benissimo. Gli piaceva solo guardare gli altri soffrire. Gli piaceva la vista della gente che moriva.

E gli piacevano anche le sfide. Le sfide erano quello che la Voce gli stava dando.

La Voce gli aveva lanciato diverse sfide negli ultimi mesi. All'inizio era iniziato lentamente, quasi per gioco. Spiare la coppia sposata in fondo alla strada mentre faceva sesso. Lanciare un mattone su un cane randagio dalla sua finestra, al quarto piano. Mandare per e-mail un allarme bomba a una scuola elementare locale.

La Voce aveva un nome, e lui lo conosceva. Ma gli piaceva chiamarlo la Voce. Così lo teneva lontano, facilitandogli lo svolgimento dei compiti, l'esecuzione degli ordini.

Le prime sfide erano state facili, anche se avrebbe voluto che il cane fosse morto subito dopo essere stato colpito dal mattone; ci faceva ancora gli incubi.

Dopo quei primi compiti, erano arrivate le vere sfide. Quelle sull'omicidio. La Voce sapeva cosa guardava quando andava online. A volte pensava che la Voce lo conoscesse meglio di quanto lui conoscesse se stesso, che la Voce fosse in qualche modo ai comandi dentro la sua testa.

Sì, alla fine la Voce gli aveva chiesto di uccidere, di vivere la sua fantasia piuttosto che sognarla mentre navigava nella rete oscura.

La Voce lo aveva sfidato. E lui aveva obbedito.

E adesso c'era un'altra sfida.

La Voce gliel'aveva lanciata circa un'ora prima. Era il motivo per cui stava scandagliando forum e video di contenuti tabù – contenuti che sapeva che lo avrebbero fatto finire in prigione se fosse stato scoperto.

Stava chiamando a raccolta il coraggio. Perché la Voce gli stava chiedendo di uccidere di nuovo. E questa volta voleva che lo facesse in pieno giorno.

L'idea era oltremodo elettrizzante... oltremodo eccitante. Era l'unica cosa a cui riusciva a pensare. Non era sicuro di come avrebbe fatto, ma aveva già in mente una vittima. Aveva già in mente la vittima prima ancora che la Voce cominciasse a parlargli. Un'altra donna, un'altra bella creatura che lo faceva sentire sporco e inferiore. Probabilmente non meritava di morire, ma queste cose non dipendevano da lui.

La Voce aveva lanciato la sfida e lui non poteva andarle contro. Anche se avesse voluto, non poteva. La sua mente, il suo corpo e il suo cuore erano pronti ad accettare la sfida. Sarebbe stato facile. Sarebbe stato come respirare, come dormire. Sarebbe stato naturale, come tutto ciò che la Voce gli aveva chiesto.

Fallo di nuovo, questa volta di giorno.

Poteva ancora sentire la voce nella sua testa, ogni parola lenta e strascicata.

Era ancora lì, quando si addormentò sulla sedia del computer, con lo schermo davanti a sé che mostrava le sue immagini ripugnanti.




CAPITOLO SETTE


Non era mai facile fare visita a una famiglia così presto dopo la morte di una persona cara, soprattutto quando stavi per fare domande sulla loro morte. Mackenzie aveva perso il conto delle volte in cui le era capitato, ma ce n'erano alcune che le erano rimaste impresse nella mente. Le manifestazioni del dolore non erano mai state uguali in nessuna situazione, ma non aveva mai assistito a una manifestazione in forma di collera pura. Almeno fino a quando non andarono a casa dei genitori di Sophie Torres. La madre, una donna bionda di nome Esmeralda, era chiaramente annientata dalla disperazione. Glielo si leggeva sul viso e negli occhi, quando li accolse in casa sua.

Esmeralda li accompagnò dentro casa come un fantasma che stesse infestando la sua stessa casa. Non aveva detto nulla, a parte: “Prego, entrate.” Camminava come se le gambe stessero perdendo forza, come se nessun muscolo del suo corpo vedesse alcun motivo per andare avanti, ora che sua figlia non era più viva.

Era davvero quella l'unica parte del suo lavoro che Mackenzie detestava. Guardò Webber e vide che aveva uno sguardo solenne e quasi di rimpianto sul volto. Considerato come l'aveva visto finora lavorando insieme, non gli si addiceva.

Esmeralda li condusse in cucina. Lì, Mackenzie vide il marito seduto al tavolo. Davanti a lui c'erano un album di foto e una bottiglia di liquore. Il suo volto era un muro di pietra. Tutto il suo corpo sembrava racchiuso in una corazza di rabbia. L'ira era così densa che a Mackenzie sembrò di sentirla irradiare da lui come calore.

“Mio marito” disse Esmeralda, facendo un cenno passivo nella sua direzione. Non si preoccupò di dire il suo nome, quasi stesse semplicemente nominando un mobile a caso.

All'inizio lui non disse nulla, anche se si alzò in piedi quando gli agenti entrarono in cucina. Lasciò l'album fotografico sul tavolo, ma prese il liquore. Non disse nulla mentre si appoggiava al bancone della cucina.

“Tè?” disse Esmeralda. “Caffè?”

Mackenzie non ne voleva, ma si era già trovata in situazioni simili. Sapeva che dare qualcosa da fare a Esmeralda Torres sarebbe stata una benedizione per la poveretta. Qualsiasi cosa pur di tenersi occupata, pur di sentire di avere il controllo su qualcosa.

“Sappiamo che è incredibilmente dura” disse Webber, mentre si accomodavano sugli sgabelli del bancone. “Vi ringraziamo per averci ricevuti. Riteniamo che sia essenziale per arrivare a capire molte cose su questo caso.”

Esmeralda non disse nulla, occupandosi del tè. Nella cucina dei Torres non fu pronunciata una sola parola fino a quando il bollitore non fischiò sul fornello e la signora cominciò a versare il tè nelle tazze con le bustine.

Esmeralda porse loro le tazze di tè. Mackenzie sorseggiò subito il suo e lo trovò piuttosto forte. Era una specie di tè verde, se non sbagliava, anche se aveva sempre preferito il caffè al tè.

“Cosa possiamo fare per voi?” chiese infine Esmeralda.

“Stiamo essenzialmente cercando di scoprire se ci fosse qualche possibilità che Sophie avesse dei nemici” disse Mackenzie. “Odio usare un termine così drastico, ma alcuni dettagli sulla sua morte ci portano a pensare che possa essere collegata a un altro omicidio avvenuto di recente.”

“Nemici, no...” disse la signora Torres. “Ma ci sono state delle cose che...”

Lasciò la frase in sospeso, tenendo lo sguardo fisso sul pavimento e sforzandosi visibilmente di non mettersi a piangere. Il signor Torres, nel frattempo, fu più che felice di riprendere da dove la moglie aveva lasciato. E quando lo fece, la rabbia che Mackenzie aveva percepito prima in lui era altrettanto evidente nella sua voce.

“Nessun nemico” disse, parlando a ritmo serrato. “Ma il suo ex fidanzato è andato fuori di testa quando lei lo ha lasciato. Le ha mandato messaggi terribili.”

“Quanto tempo fa è finita la relazione?” volle sapere Mackenzie.

“Non lo so. Poco più di una settimana, credo. Non più di due settimane di sicuro.”

“Come fa a sapere dei messaggi?” chiese Webber.

“Ce li ha mostrati lei” disse il signor Torres. “È passata da noi, un po' spaventata, capite? Ci ha chiesto se secondo noi fosse il caso di chiamare la polizia. Le ho detto di lasciarmi parlare con quello stronzetto. Gli ho telefonato, ma non ha mai risposto. Ho lasciato un messaggio piuttosto aggressivo e, per quanto ne so, gli sms si sono interrotti.”

“Che tipo di messaggi le mandava, questo ex fidanzato?” chiese Mackenzie.

“Ossessivi. Le diceva che aveva commesso un errore, che lui poteva seguirla quando voleva e sapeva sempre dove si trovava. In uno dei messaggi ha scritto che sperava che un giorno qualcuno le avrebbe fatto del male tanto quanto lei ne aveva fatto a lui.”

“Immagino che non abbiamo il telefonino, vero?” Chiese Mackenzie. Guardò nella direzione di Webber nel porre la domanda.

“No. Ce l'ha ancora la polizia locale.”

“Avete mai conosciuto di persona questo ragazzo?” Chiese Mackenzie.

“Una volta” disse il signor Torres. “Una volta l'ha invitato a cena e giuro che... pensavo fosse un bravo ragazzo. Ma lei aveva lasciato intendere che le cose erano difficili quasi sempre. E poi quei dannati messaggi...”

“Per quanto tempo sono usciti insieme?" Chiese Webber.

“Forse un anno?” ipotizzò Il signor Torres. “Oppure un po' di più, credo.”

“Avete idea del perché si sono lasciati?” Chiese Mackenzie.

“Credo che stesse diventando troppo appiccicoso.” Stavolta fu la signora Torres a rispondere. A quanto pareva, aveva ripreso il controllo delle sue emozioni e voleva collaborare. “Sophie era in quella fase in cui era pronta a cominciare a fare l'adulta. Stava cercando di smettere di fare la cameriera per dedicarsi alla carriera di modella.”

“Era una modella?”

“Solo part-time” disse la signora Torres. “Niente di grosso. Qualche servizio fotografico per annunci su stampa e online. Ha fatto una pubblicità non molto tempo fa, ma non è mai stata mandata in onda.”

“Quando è stata l'ultima volta che uno di voi due ha parlato con l'ex fidanzato?” Chiese Webber.

“A parte il messaggio che gli ho lasciato” disse il signor Torres, “abbiamo parlato con lui solo quando lo ha portato a casa per cena.”

“Come si chiama?”

“Ken Grainger” rispose la signora Torres.

“Se lo vedete” disse il signor Torres, “assicuratevi che sappia che una delle ultime cose che la mia bambina ha visto è stato probabilmente uno dei suoi messaggi ignoranti. E se scoprite che è stato davvero lui... vi pagherei per lasciarmi anche solo cinque minuti da solo con lui.”

Una lacrima gli sfuggì dall'occhio destro. Mackenzie pensò che fosse la prima volta che vedeva qualcuno piangere per la rabbia. Né lei né Webber fecero commenti. Si alzarono e tolsero il disturbo, e Mackenzie sentiva ancora la rabbia del signor Torres aggrapparsi a lei come una ragnatela.



***



Con l'aiuto dei tecnici dell'ufficio operativo, Mackenzie e Webber riuscirono ad ottenere l'indirizzo di casa, l'indirizzo del lavoro e il numero di cellulare di Ken Grainger nel giro di quindici minuti. Il suo appartamento si trovava a undici chilometri da casa Torres, più vicino ai quartieri più degradati del centro. Era una zona della città che sembrava essere rimasta bloccata nel passato. I graffiti ai lati dell'edificio recitavano NIRVANA FOREVER, RIP KURT e LAYNE VIVE.

“Capisco i riferimenti ai Nirvana e a Kurt Cobain” disse Mackenzie. “Ma che cosa vuol dire Layne vive?”

“Layne Staley. Era il cantante del gruppo Alice in Chains. Non puoi sfuggire al fenomeno grunge, se abiti in una città come questa.”

Mackenzie annuì. Oltre che per Starbucks e per il costante rumore della pioggia, Seattle era anche conosciuta come luogo di nascita della musica grunge. Vide altri graffiti, piccoli locali e un numero impressionante di negozi di dischi, mentre si dirigevano verso l'appartamento di Grainger. Una volta arrivati lì, nessuno rispose alla porta. Non era un grande shock, perché erano nel bel mezzo della giornata e la maggior parte delle persone era probabilmente al lavoro.

Tuttavia, la telefonata al suo posto di lavoro, la Next Wave Graphics, diede risultati simili. Un uomo dal tono decisamente arrabbiato li informò che Ken Grainger non si presentava al lavoro da tre giorni e non rispondeva alle telefonate. L'uomo, adirato, chiese a Mackenzie di avvisare Ken che poteva considerarsi licenziato.

“Sembra estremamente sospetto, direi” disse Webber.

“Sono d'accordo. Dobbiamo comunque adoperarci per trovarlo in fretta. Se si tratta davvero del nostro uomo e riesce a spostarsi senza problemi da uno stato all'altro, non c'è modo di sapere dove potrebbe essere.” Ci pensò su per un po' mentre lei e Webber erano seduti in macchina, entrambi a sorseggiare una tazza di caffè. Mentre cercava di valutare i passi successivi, Mackenzie chiese: “Ti viene in mente qualcuno del Bureau che sia in grado di ottenere rapidamente informazioni personali? Numeri di previdenza sociale, informazioni sulla carta di credito, cose del genere?”

“Beh, sono dati piuttosto standard, quindi dovrebbero bastare una ventina di minuti o giù di lì per scoprirli.”

“Li vorrei ancora più in fretta. Salta la previdenza sociale per ora. Vediamo se riusciamo a trovare una carta di credito intestata a Ken Grainger.”

Webber lo fece, prendendo il cellulare quasi troppo diligentemente. Spostava lo sguardo da Mackenzie alla strada oltre il parabrezza, mentre parlava con qualcuno. Mackenzie restò in ascolto, colpita da come Webber riusciva a gestire bene la persona all'altro capo del telefono. Cominciava a rendersi conto che molte persone dell'ufficio di Seattle rispettavano parecchio Webber. Quando chiedeva qualcosa, di solito la otteneva rapidamente e senza domande.

Fu così anche per le informazioni sulla carta di credito di Ken Grainger. Webber ottenne quello che cercava nel giro di sei minuti. Coprì il microfono e guardò Mackenzie. “Ce l'ho. Stanno facendo un controllo per vedere quando è stata usata l'ultima volta...” Si interruppe, quindi si rivolse di nuovo alla persona in linea. “Sì... oh, davvero? Sì, sarebbe fantastico. Grazie.”

Terminò la chiamata e mise in moto l'auto. “La carta di credito di Ken Grainger è stata usata fisicamente l'ultima volta presso una stazione di servizio a circa venti chilometri da qui. L'ha usata a una pompa di benzina alle 8:37 di questa mattina.”

“Quindi è ancora in città" commentò Mackenzie. “Non sono passate nemmeno tre ore.”

“Il meglio deve ancora venire. È l'ultima volta che è stata usata fisicamente. Il mio collega dice che è stata usata ancora più di recente per pagare un ordine su Amazon. Quell'ordine è stato effettuato meno di un'ora fa.”

“Sappiamo da dove?”

“Non ancora. Stanno lavorando per ottenere l'indirizzo IP e poi la posizione fisica del luogo di origine di quell'indirizzo IP. In questo momento, mi sto dirigendo in direzione della stazione di servizio, supponendo che attualmente si trovi da qualche parte nelle vicinanze, in base all'ordine di Amazon.”

“Gran bel lavoro.”

Webber sembrò illuminarsi a quel complimento, mentre tornava in fretta verso la parte più bella della città. Nel frattempo, iniziò di nuovo a cadere una leggera pioggia, anche se il cielo era prevalentemente di un azzurro splendente.

Ci vollero meno di due minuti prima che il telefono di Webber suonasse. Rispose subito, pronunciò solo poche parole e poi riattaccò con un sorrisetto eccitato in faccia.

“Quell'ordine di Amazon è stato effettuato da un portatile a un indirizzo a circa sei minuti da qui” la informò.

In quel momento Mackenzie capì che, a volte, certe cose erano semplicemente universali. Lavorava con Ellington da così tanto tempo che aveva quasi dimenticato cosa significasse vivere l'entusiasmo di un altro agente. E in quell'eccitazione, né lei né Webber dissero nulla. Era quasi come andare sulle montagne russe, quando prima chiacchieri e scherzi del più e del meno e poi la sbarra di metallo si abbassa e all'improvviso arriva il momento di partire. Entrambi rimasero seduti senza dire una parola, mentre Webber accelerava e si dirigeva verso l'indirizzo che gli era stato dato.

Mackenzie si sentiva un po' in colpa per il fremito che provava. Con Ellington, le cose erano diventate rapidamente prevedibili nella routine lavorativa. Si nutrivano l'uno dell'altra e, di tanto in tanto, riuscivano a comunicare in maniera quasi telepatica. Ma a fronte di questi vantaggi, c'era anche un lato negativo: tutto ciò era diventato banale, quasi noioso. Mentre Webber sfrecciava per le strade, affrontando una curva ad una velocità tale che la parte posteriore dell'auto sbandò leggermente, Mackenzie si domandò se questo fosse esattamente ciò di cui aveva bisogno. Un piccolo scossone di adrenalina nella sua carriera, dopo essere finalmente uscita dal suo lungo congedo di maternità, avrebbe potuto fare miracoli per lei.

Raggiunsero l'indirizzo nel giro di quattro minuti. Webber fermò l'auto in un piccolo parcheggio. Si trattava di un appartamento che faceva parte di un piccolo complesso costruito per sembrare un'unica grande casa. Quando Webber scese dall'auto, Mackenzie lo seguì, senza fare domande. Lui si voltò a guardarla, come se volesse vedere se avrebbe preso lei il comando, ma lei glielo lasciò.

Non c'era alcuna fretta nel suo passo, mentre si dirigeva verso la porta dell'appartamento. La corsa in auto era stato per raggiungere il domicilio il più velocemente possibile; l'ordine di Amazon era stato piazzato poco più di un'ora prima, il che significava che Ken Grainger avrebbe potuto essere uscito appena piazzato l'ordine o in qualunque momento dopo di allora. Ma ora che erano qui, era il momento di scoprirlo: era ancora lì, oppure non c'era più.

Webber bussò alla porta. Entrambi udirono dei movimenti dentro casa e un suono molto basso che Mackenzie pensava potesse essere qualcuno che sussurrava.

Webber bussò di nuovo, questa volta più forte. Qualche istante dopo, un giovane che sembrava poco più che ventenne aprì la porta. Portava i capelli corti e indossava una canotta bianca con pantaloncini larghi.

“Sì?” disse, cercando di apparire tranquillo e rilassato. “Posso aiutarvi?”

“È lei Ken Grainger?” chiese Webber.

“Chi? No, amico.”

“E come si chiama?”

Il ragazzo sembrava quasi offeso. Fece un passo avanti sulla soglia, cercando di sembrare un duro. “Hai bussato tu alla mia porta, amico. Chi sei tu?”

Webber estrasse distintivo e carta d'identità con movimenti lenti e risoluti. Mackenzie trattenne un sorriso quando vide lo stupore sul volto del ragazzo.

“Agente Webber, FBI. Questa è la mia partner, l'agente White. Allora, le rifaccio la domanda. Come si chiama?”

“Toby Jones. L'FBI? Che succede?”

“Stiamo cercando un uomo di nome Ken Grainger” spiegò Webber. “Siamo abbastanza sicuri che sia stato qui di recente.”

“No. Sono solo, amico.”

“Le dispiace se entriamo a controllare?” Chiese Mackenzie.

“Non vi serve un mandato o roba simile?”

“In genere sì” disse Webber. “Ma abbiamo informazioni secondo cui qualcuno ha usato la carta di credito di Ken Grainger da un portatile a questo indirizzo nell'ultima ora e dieci minuti. Quindi a lei la scelta: possiamo interrogarla per il furto della carta di credito di Grainger, oppure può farci entrare per assicurarci che non sia qui.”




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