Il Nostro Sacro Onore
Jack Mars


“Uno dei migliori thriller che abbia letto quest’anno. La trama è intelligente, e aggancia dal primo momento. L’autore ha fatto un lavoro superbo nel creare una serie di personaggi pienamente sviluppati e davvero interessanti. Non vedo l’ora di leggere il seguito.”--Books and Movie Reviews, Roberto Mattos (su A ogni costo) IL NOSTRO SACRO ONORE è il libro 6 della serie thriller best-seller di Luke Stone, che inizia con A OGNI COSTO (libro 1), un volume scaricabile gratuitamente da più di cinquecento recensioni a cinque stelle!Colpita da un attacco terroristico sostenuto dall’Iran, Israele dà al paese un ultimatum di settantadue ore: sgomberate le basi militari prima che ve le distruggiamo noi via aria. L’Iran risponde: entrate nel nostro spazio aereo e lanceremo attacchi nucleari su Israele e su tutte le basi statunitensi di stanza nel Medio Oriente.Con settantadue ore per fermare un’apocalisse nucleare, c’è un solo uomo a cui rivolgersi: Luke Stone. La presidente manda Luke nella sua missione più audace: lanciarsi col paracadute in Iran per trovare il luogo segreto delle testate nucleari sotterranee in modo che gli Stati Uniti possano farle fuori prima che sia troppo tardi.In una folle corsa contro il tempo, Luke ci fa fare un giro sulle montagne russe del caotico e confusionario territorio dell’Iran, nel tentativo di scoprirne i segreti meglio custoditi e impedire che una guerra distrugga l’intera umanità. Ma con un colpo di scena dietro l’altro, pure per Luke potrebbe essere troppo tardi.Thriller politico di pura adrenalina, con ambientazioni internazionali drammatiche e suspense al cardiopalma, IL NOSTRO SACRO ONORE è il libro numero 6 della serie best-seller e acclamata dalla critica di Luke Stone, una nuova serie esplosiva che ti terrà incollato alle pagine fino a tarda notte. “La narrativa thriller al suo meglio. I fan del genere che apprezzano l’esecuzione precisa di un thriller internazionale, pur cercando profondità psicologica e credibilità in un protagonista che affronta sfide contemporaneamente sul piano professionale e personale, troveranno qui una storia avvincente difficile da abbandonare.”--Midwest Book Review, Diane Donovan (a proposito di A ogni costo)Adesso è disponibile anche il libro 7 della serie di Luke Stone!







I L n O s T r O S A C R O O N O R E



(UN THRILLER DI LUKE STONE – LIBRO 6)



J A C K M A R S


Jack Mars



Jack Mars è un avido lettore, nonché un appassionato da tutta la vita del genere thriller. A OGNI COSTO è il suo primo libro. Visita il suo sito internet www.Jackmarsauthor.com per entrare a far parte della mailing list, ricevere un libro in omaggio e altri regali, e connettiti su Facebook e Twitter per non perdere le prossime uscite!



Copyright © 2017 di Jack Mars. Tutti i diritti riservati. Salvo per quanto permesso dalla legge degli Stati Uniti U.S. Copyright Act del 1976, è vietato riprodurre, distribuire, diffondere e archiviare in qualsiasi database o sistema di reperimento dati questa pubblicazione in alcuna forma o con qualsiasi mezzo, senza il permesso dell’autore. Questo e-book è disponibile solo per fruizione personale. Questo e-book non può essere rivenduto né donato ad altri. Se vuole condividerlo con altre persone, è pregato di aggiungerne un’ulteriore copia per ogni beneficiario. Se sta leggendo questo libro senza aver provveduto all’acquisto, o se l’acquisto non è stato effettuato unicamente per il suo uso personale, è pregato di restituirlo e acquistare la sua copia. La ringraziamo del rispetto che dimostra nei confronti del duro lavoro dell’autore. Questa storia è opera di finzione. Nomi, personaggi, aziende, organizzazioni, luoghi, eventi e incidenti sono frutto dell’immaginazione dell’autore o sono utilizzati in modo romanzesco. Ogni riferimento a persone reali, in vita o meno, è una coincidenza. Immagine di copertina Copyright evantravels, utilizzata con il permesso di Shutterstock.com.


LIBRI DI JACK MARS



SERIE THRILLER DI LUKE STONE

A OGNI COSTO (Libro 1)

IL GIURAMENTO (Libro 2)

SALA OPERATIVA (Libro 3)

CONTRO OGNI NEMICO (Libro 4)

OPERAZIONE PRESIDENTE (Libro 5)

IL NOSTRO SACRO ONORE (Libro 6)



SERIE PREQUEL CREAZIONE DI LUKE STONE

OBIETTIVO PRIMARIO (Libro 1)

COMANDO PRIMARIO (Libro 2)



AGENTE ZERO SPY SERIES

IL RITORNO DELL’AGENTE ZERO (Libro 1)

OBIETTIVO ZERO (Libro 2)

LA CACCIA DI ZERO (Libro 3)

UNA TRAPPOLA PER ZERO (Libro 4)









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INDICE



CAPITOLO UNO (#u494e2a35-94b6-50d2-8210-fb9ec7f98f59)

CAPITOLO DUE (#u7cfc4693-65df-5ef8-a909-6281cdbb055d)

CAPITOLO TRE (#u8c3676f1-c745-544a-b60d-cc6f07947466)

CAPITOLO QUATTRO (#u575bdcd0-fa22-5291-b82a-9fa64212b700)

CAPITOLO CINQUE (#ufc08d787-650d-5df4-9d6f-ed6b49543df5)

CAPITOLO SEI (#uca67bb35-1616-591f-9359-0410fe0539bc)

CAPITOLO SETTE (#uf9429a1b-ffe5-5262-846a-5d56419db3ab)

CAPITOLO OTTO (#u2db2b8d6-0037-566a-ae75-42c0081db36e)

CAPITOLO NOVE (#uf3e4164c-a9fc-5a3c-a0a4-4db12de2f8f0)

CAPITOLO DIECI (#u21a07cce-5197-5a61-ba94-cbc7a2aa776d)

CAPITOLO UNDICI (#udfb12357-392e-5d49-b885-216b63f012b7)

CAPITOLO DODICI (#u8d496608-0f89-5936-95bf-85c99738e295)

CAPITOLO TREDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUATTORDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUINDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO SEDICI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO DICIASSETTE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO DICIOTTO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO DICIANNOVE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTUNO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTIDUE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTITRÉ (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTIQUATTRO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTICINQUE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTISEI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTISETTE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTOTTO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO VENTINOVE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTA (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTUNO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTADUE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTATRÉ (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTAQUATTRO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTACINQUE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTASEI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTASETTE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTOTTO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO TRENTANOVE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUARANTA (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUARANTUNO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUARANTADUE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUARANTATRÉ (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUARANTAQUATTRO (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUARANTACINQUE (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUARANTASEI (#litres_trial_promo)

CAPITOLO QUARANTASETTE (#litres_trial_promo)


“… reciprocamente impegniamo le nostre vite, i nostri beni e il nostro sacro onore.”



Thomas Jefferson

Dichiarazione d’indipendenza




CAPITOLO UNO


9 dicembre

23:45 ora del Libano (16:45 ora della costa orientale)

Sud Libano



“Loda Dio,” disse il giovane. “LodaLo. LodaLo.”

Diede una bella tirata alla sigaretta, la mano che andandogli alla bocca tremava. Non mangiava da dodici ore. Nelle ultime quattro, il mondo attorno a lui era diventato completamente nero. Era un camionista, preparato a guidare i tir più grossi, e aveva portato quello oltre il confine della Siria e poi per la campagna collinare del Libano, andando piano sulle strade tortuose, a fanali spenti per tutto il viaggio.

Era stata una corsa pericolosa. Il cielo era pieno di droni, di elicotteri, di aerei spia e di bombardieri – russi, americani e israeliani. Uno qualunque dei quali avrebbe potuto interessarsi al suo camion. Uno qualunque dei quali avrebbe potuto decidere di distruggere il camion, e senza alcuno sforzo. Aveva guidato per tutto il tempo aspettandosi continuamente che un missile lo colpisse senza preavviso, facendo di lui uno scheletro in fiamme in un rudere d’acciaio bruciato.

Ora aveva appena portato il camion su per una stretta e lunga via e l’aveva parcheggiato sotto a un tendone. Il tendone, tenuto su da pali di legno, era fatto per sembrare dal cielo la tipica superficie forestale – in effetti la cima era ricoperta da una fitta macchia. L’ubicazione era proprio quella che avevano anticipato loro.

Spense il motore, che scoreggiò e ruttò, con del fumo nero che si diffondeva da un fumaiolo dal lato del conducente mentre l’aggeggio si spegneva. Aprì la portiera della cabina e saltò giù. Non appena fatto, una squadra di uomini pesantemente armati si materializzò come fantasmi, emergendo dal bosco circostante.

“As salaam alaikum,” disse il giovane camionista mentre si avvicinavano.

“Wa alaikum salaam,” disse il leader della milizia. Era alto e massiccio, con una fitta barba nera e gli occhi scuri. Aveva un volto severo – non c’era compassione, lì. Fece un cenno al camion. “È questo?”

Il giovane diede un altro tiro tremolante alla sigaretta. No, disse quasi. Tu parli di un altro camion. Questo qui non è niente.

“Sì,” disse invece.

“Sei in ritardo,” disse il leader della milizia.

Il giovane fece spallucce. “Avresti dovuto guidare tu, allora.”

Il leader fissò il camion. Sembrava un tipico articolato – forse di quelli che trasportano legname, o mobili, o alimenti. Ma non era così. I miliziani ci si misero subito al lavoro, due salendo fino in cima la scala a pioli sul retro, due inginocchiandosi vicino al fondo. Ogni uomo aveva un cacciavite a batteria.

In velocità, rimossero a una a una le viti che tenevano insieme la parvenza di articolato. Nel giro di pochi istanti, rimossero dal fianco un grosso pezzo di alluminio. Un attimo dopo, ne rimossero un foglio più stretto dal retro. E poi lavoravano sull’altro lato, dove il conducente non poteva più vederli.

Si voltò a guardare le colline notturne e la foresta. Attraverso l’oscurità, riusciva a vedere le luci di un villaggio brillare a molte miglia di distanza. Una bellissima campagna. Era contentissimo di trovarsi lì. Il suo lavoro era finito. Lui non era un miliziano. Lui era un camionista. Lo avevano pagato per attraversare il confine e recuperare quel mezzo.

Non era neanche della regione, lui – viveva molto più a nord. Non aveva idea di quali accordi avessero preso quegli uomini per farlo tornare a casa, ma non gli importava. Liberatosi della macchina infernale che aveva guidato, se ne sarebbe tornato a casa da lì tutto contento pure a piedi.

Dalla stretta strada piena di buche stavano arrivando dei fanali, tutta una serie. Secondi dopo, apparve una fila di tre Mercedes SUV neri. Le portiere si aprirono all’unisono e da ciascuna auto si riversarono fuori dei tiratori. Ogni uomo aveva un pesante fucile o una mitragliatrice. Il portellone posteriore dell’auto centrale si aprì per ultimo.

Smontò dal SUV un robusto uomo dalla barba sale e pepe e con gli occhiali. Si appoggiò a un nodoso bastone di legno e avanzò zoppicando in modo pronunciato – il residuo di un attentato con autobomba alla sua vita risalente a due anni prima.

Il giovane camionista riconobbe l’uomo istantaneamente – era sicuramente l’uomo più famoso del Libano, nonché noto in tutto il mondo. Si chiamava Abba Qassem, ed era il leader assoluto di Hezbollah. La sua autorità – in materia di operazioni militari, programmi sociali, rapporti con governi stranieri, delitti e castighi, vita e morte – non era in questione.

La sua presenza rese il camionista nervoso. Giunse all’improvviso, come un mal di pancia. Il nervosismo che veniva quando si incontrava una celebrità, sì. Ma c’era di più. Che Qassem fosse lì voleva dire che quel camion – qualsiasi cosa fosse – era importante. Molto più importante di quanto avesse capito.

Qassem zoppicò fino al camionista, circondato dalle guardie del corpo, e gli diede un goffo abbraccio.

“Fratello mio,” disse. “Sei tu il camionista?”

“Sì.”

“Allah ti ricompenserà.”

“Grazie, Sayyid,” disse il camionista chiamandolo col suo titolo onorario, che suggeriva che Qassem fosse il discendente diretto dello stesso Maometto. Difficile affermare che il camionista fosse un musulmano devoto, ma alla gente come Qassem quella roba pareva piacere.

Si voltarono insieme. Gli uomini avevano già finito di rimuovere la lamina di metallo che copriva il camion. Adesso era stato svelato il vero mezzo. La parte anteriore era più o meno come prima – la cabina di un articolato, verniciata di colore verde scuro. Il lungo retro del mezzo era una piattaforma missilistica di lancio piatta a due cilindri. A giacere su ciascun cilindro di lancio c’era un grosso missile argentato, splendente e metallico.

Le due parti del camion erano separate e indipendenti l’una dall’altra, ma erano attaccate nel mezzo da un sistema idraulico, e su ciascun fianco da catene d’acciaio. Questo spiegava perché fosse stato difficile da controllare – la sezione posteriore non era assicurata a quella anteriore tanto saldamente quanto sarebbe piaciuto al conducente.

“Trasportatore Elevatore Lanciatore, lo chiamano,” disse Qassem spiegando al camionista che cosa aveva appena portato lì. “E solo uno dei tanti che il Perfettissimo ha trovato buono portarci.”

“Ah sì?” disse il camionista.

Qassem annuì. “Oh sì.”

“E i missili?”

Qassem sorrise. Era beatifico e calmo, il sorriso di un santo. “Armi molto avanzate. Lunga distanza. Accuratissime, per questo mondo. Più potenti di quanto abbiamo mai conosciuto. Dio volendo, useremo queste armi per mettere in ginocchio i nostri nemici.”

“Israele?” disse il camionista. Quasi soffocò alla parola. Gli venne voglia di mettersi in cammino verso nord in quel preciso istante.

Qassem gli mise una mano sulla spalla. “Dio è grande, fratello mio. Dio è grande. Molto presto, tutti sapranno con precisione quanto è grande.”

Si allontanò, zoppicando verso il lanciatore di missili. Il camionista lo guardò andare. Diede un altro tiro alla sigaretta, che si era fumato fino alla fine. Si sentiva un po’ meglio, più calmo. Il suo lavoro era finito. Quei pazzi potevano cominciare un’altra guerra, se volevano – probabilmente a nord non ci sarebbe arrivata.

Qassem allora si voltò e lo guardò. “Fratello,” disse.

“Sì?”

“Questi missili sono un segreto, sai. Nessuno può sentirne parlare.”

Il camionista annuì. “Certo.”

“Hai amici, famiglia?”

Il camionista sorrise. “Sì. Una moglie, tre figli. Piccoli. Ho ancora mia madre. Sono noto nel mio villaggio e nel circondario. Suono il violino da quando ero piccolissimo, e tutti mi chiedono una canzone.”

Fece una pausa. “Una vita piena.”

Il sayyid annuì, un po’ triste.

“Allah ti ricompenserà.”

Al camionista quelle parole non piacquero. Era la seconda volta che Qassem menzionava la ricompensa. “Sì. Grazie.”

Vicino a Qassem, due grossi uomini si tolsero i fucili dalle spalle. Un secondo dopo li avevano pronti, puntati sul camionista.

Il camionista si mosse appena. Non sembrava giusto. Stava accadendo così velocemente. Il cuore gli martellava nelle orecchie. Non si sentiva le gambe. Né le braccia. Aveva intorpidite persino le labbra. Per un secondo, cercò di pensare a che cosa potesse aver fatto per offenderli. Niente. Non aveva fatto niente. Tutto ciò che aveva fatto era stato portare lì il camion.

Il camion… era un segreto.

“Aspettate,” disse. “Aspettate! Non lo dirò a nessuno.”

Qassem adesso scosse la testa. “L’Onnisciente ha visto il tuo bel lavoro. Ti aprirà i cancelli del Paradiso questa sera stessa. È la promessa che ti faccio. È la mia preghiera.”

Troppo tardi, il camionista si girò per scappare.

Un istante dopo, udì il forte CRACK quando la prima arma sparò.

E si accorse, mentre il terreno gli veniva incontro veloce, che la sua intera vita era stata vana.




CAPITOLO DUE


11 dicembre

9:01 ora della costa orientale

Studio Ovale

Casa Bianca, Washington DC



Susan Hopkins non riusciva quasi a credere a quello che vedeva.

Si trovava in piedi sul tappeto del salottino dello Studio Ovale – le comode poltrone dagli alti schienali erano state rimosse per i festeggiamenti della mattina. Trenta persone gremivano la stanza. Kurt Kimball e Kat Lopez le stavano accanto, così come Haley Lawrence, il suo segretario della Difesa.

Lo staff della residenza della Casa Bianca era tutto lì su sua insistenza, lo chef, le cameriere, i domestici, che si mescolavano agli altri invitati – i direttori della National Science Foundation, della NASA e del National Park Service, per dirne alcuni. C’era una manciata di personalità del giornalismo, così come due o tre cameramen attentamente selezionati. C’erano molti agenti dei servizi segreti, accostati alle pareti e a punteggiare la folla.

Su un grosso monitor televisivo montato vicino alla parete di fondo, Stephen Lief, un uomo che Susan poteva aspettarsi di non vedere mai in carne e ossa finché il suo mandato di presidente non fosse finito, stava per prestare il giuramento del vicepresidente. Stephen era sul finire della mezza età, assennato negli occhiali rotondi, i capelli grigi che si diradavano e si ritiravano sulla cima del cranio come un esercito in una ritirata disorientata. Aveva un corpo vagamente a pera, nascosto da un gessato Armani blu da tremila dollari.

Susan conosceva Stephen da tempo. Sarebbe stato il suo sfidante principale nelle ultime elezioni, se non fosse intervenuto Jeff Monroe. Prima, nei suoi giorni da senatore, era stato l’opposizione leale dei banchi opposti, un conservatore moderato, anonimo – cocciuto ma non pazzoide. Ed era un uomo carino.

Ma era anche del partito sbagliato, e per questo lei si era beccata molte critiche accese dagli ambienti liberali. Era un possidente terriero aristocratico, di famiglia ricca – uno della Mayflower, la cosa più simile alla nobiltà che avesse l’America. A un certo punto, pareva che avesse pensato che diventare presidente fosse suo diritto di nascita. Non certo il tipo di Susan – gli aristocratici che si credevano dei privilegiati tendevano a mancare del tocco comune che aiutava a connettersi con le persone che, ipoteticamente, si dovevano servire.

Era un provvedimento che dimostrava quanto Luke Stone le fosse entrato dentro, anche solo che avesse preso in considerazione Stephen Lief. Era stata un’idea di Stone. Stone gliel’aveva presentata scherzando, mentre i due giacevano insieme nel grande letto presidenziale. Lei stava riflettendo ad alta voce sui possibili candidati alla vicepresidenza, e Stone aveva detto:

“E perché non Stephen Lief?”

Lei aveva quasi riso. “Stone! Stephen Lief? Ma dai.”

“No, dico sul serio,” aveva detto.

Era disteso sul fianco. Il suo corpo nudo era magro ma duro come la roccia, cesellato e coperto di cicatrici. Uno spesso bendaggio gli copriva la recente ferita da arma da fuoco – era modellato sul torso lungo il fianco sinistro. Le ferite varie non la disturbavano – lo rendevano più sexy, più pericoloso. Gli occhi azzurro scuro la osservavano dalle profondità del volto segnato alla Marlboro Man, con un mezzo sorriso malizioso sulle labbra.

“Sei bellissimo, Stone. Come un’antica statua greca, uh, con una benda. Magari però i ragionamenti lasciali a me. Tu puoi adagiarti lì, a fare il bello.”

“L’ho interrogato alla sua fattoria, in Florida,” disse Stone. “Gli ho chiesto che cosa sapesse su Jefferson Monroe e sui brogli elettorali. Lui è stato chiaro con me fin da subito. Ed è bravo con i cavalli. Delicato. Deve pur voler dire qualcosa.”

“Lo terrò a mente,” disse Susan. “La prossima volta che cerco un cowboy.”

Stone scosse la testa, ma continuò a sorridere. “Il paese è spaccato, Susan. Gli eventi recenti hanno peggiorato più che mai i sentimenti. Tu te la cavi ancora bene, ma il Congresso ha i rating di approvazione più bassi della storia americana. Se credi ai sondaggi, i politici, i talebani e la Chiesa di Satana hanno tutti un punteggio molto simile, in America. Gli avvocati, l’agenzia delle entrate e la Mafia italiana hanno numeri molto più alti.”

“E lo dici perché…”

“Perché ciò che vuole il popolo americano adesso è che destra e sinistra, liberali e conservatori, si uniscano un pochino e comincino ad agire per il bene del paese. Strade e ponti devono essere ricostruiti, il sistema ferroviario dovrebbe stare in un museo, le scuole pubbliche cadono a pezzi, e non costruiamo un nuovo aeroporto maggiore da quasi trent’anni. Siamo al trentaduesimo posto nella sanità, Susan. Siamo in basso. Possiamo davvero avere altri trentun paesi davanti a noi? Perché te lo dico, sono stato in giro per il mondo, e i paesi buoni finiscono al numero ventuno o ventidue. Questo ci mette dietro a un sacco di brutti paesi.”

Sospirò. “Con un po’ di sostegno da parte dei conservatori, potremmo riuscire a far passare il mio pacchetto infrastrutture…”

Lui le tamburellò con un dito sulla fronte. “Adesso stai usando la zucca. Lief ha passato in senato diciotto anni. Conosce il gioco meglio di chiunque altro.”

“Pensavo che la politica non facesse per te,” disse lei.

“Infatti.”

Scosse la testa. “È quello che mi spaventa.”

Lui si mosse verso di lei. “Non spaventarti. Te lo dico io che cosa fa per me.”

“Dimmi.”

“La fisicità,” disse. “Con una come te.”

Adesso scacciò i ricordi, con il fantasma di un sorriso in volto. Si era alienata per un po’. Sul monitor, Stephen Lief si stava preparando per il giuramento. Si teneva nel vecchio studio di Susan all’Osservatorio navale. Ricordava bene la stanza e la casa. Era la bellissima villa turrita e timpanata in stile Regina Anna di metà Ottocento sul terreno dell’Osservatorio navale di Washington DC. Per decenni era stata la residenza ufficiale del vicepresidente degli Stati Uniti.

Si metteva sempre alla grande finestra a golfo visibile sul monitor, a fissare i bellissimi prati in pendenza del campus dell’Osservatorio navale. Il sole del pomeriggio passava per quella finestra, in un gioco incredibile di luci e ombre. Per cinque anni, aveva vissuto in quella casa da vicepresidente. L’aveva adorata, e ci si sarebbe ritrasferita in un battito di ciglia, se avesse potuto.

Ai vecchi tempi, di pomeriggio e di sera, usciva a fare jogging sul terreno dell’Osservatorio con gli uomini dei servizi segreti. Quelli erano anni di ottimismo, di discorsi entusiasmanti, di saluti e incontri con migliaia di americani speranzosi. Ormai sembrava una vita fa.

Susan sospirò. La mente vagava. Ricordò il giorno dell’attentato a Mount Weather, l’atrocità che l’aveva catapultata fuori dalla sua felice vita da vicepresidente nel furente tumulto degli ultimi anni.

Scosse la testa. No, grazie. Non avrebbe pensato a quel giorno.

Attraverso lo specchio, su una piccola pedana, si trovavano due uomini e una donna. I fotografi vagavano come moscerini, scattando foto a loro.

Uno degli uomini sulla pedana era basso e calvo. Indossava una lunga toga. Era Clarence Warren, presidente della Corte Suprema degli Stati Uniti. La donna si chiamava Judy Lief. Indossava un tailleur azzurro brillante. Aveva un sorriso che andava da un orecchio all’altro e teneva una Bibbia aperta in mano. Il marito, Stephen, aveva messo la mano sinistra sulla Bibbia. La destra era sollevata. Lief veniva spesso considerato arcigno, ma persino lui sorrideva un po’.

“Io, Stephen Douglas Lief,” disse, “giuro solennemente di sostenere e difendere la Costituzione degli Stati Uniti contro tutti i nemici, esterni e interni.”

“Di serbarle fedeltà…” suggerì il giudice Warren.

“Di serbarle fedeltà e vero affidamento,” disse Lief. “Senza alcuna riserva mentale, e di bene e fedelmente adempiere ai doveri della carica che sto per assumere.”

“Dio mi aiuti,” disse il giudice Warren.

“Dio mi aiuti,” disse Lief.

Nella mente di Susan apparve un’immagine – un fantasma del passato recente. Marybeth Horning, l’ultima persona ad aver prestato quel giuramento. Era stata una mentore per Susan al Senato, e una specie di mentore da vicepresidente. Con la sua figura piccola e sottile e i grandi occhiali, sembrava un topolino, ma ruggiva come un leone.

Poi le avevano sparato e l’avevano uccisa per… cosa? Per la sua politica liberale, si potrebbe dire, ma non era vero. Alla gente che l’aveva uccisa le differenze politiche non interessavano – tutto ciò che interessava loro era il potere.

Susan sperava che il paese potesse superare la cosa, adesso. Osservò Stephen in tv abbracciare la sua famiglia e altri amici.

Si fidava di quell’uomo? Non lo sapeva.

Avrebbe cercato di farla uccidere?

No. Non credeva. Lui aveva più integrità. Non aveva mai sentito che fosse un subdolo, quando era senatrice. Immaginava che fosse un inizio – aveva un vicepresidente che non avrebbe cercato di ucciderla.

Si immaginò i giornalisti del New York Times e del Washington Post chiedere: “Cosa le piace dell’idea di avere Stephen Lief come suo nuovo vicepresidente?”

“Be’, non mi ucciderà. E questo mi dà una bella sensazione.”

Poi Kat Lopez fu al suo fianco.

“Uh, Susan? La microfoniamo così può congratularsi con il vicepresidente Lief e dirgli due parole di incoraggiamento.”

Susan balzò fuori dal sogno a occhi aperti. “Certo. Buona idea. Probabilmente gli faranno comodo.”




CAPITOLO TRE


23:16 ora di Israele (16:16 ora della costa orientale)

Linea Blu, confine tra Israele e Libano



“Non obbedite ai mentitori, ai miscredenti,” sussurrava il diciassettenne.

Fece un respiro profondo.

“Lottate contro di essi vigorosamente. Combatteteli finché Allah li castighi per mano vostra, li copra di ignominia, vi dia la vittoria su di loro.”

Il ragazzo era decisamente agguerrito. A quindici anni aveva lasciato casa e famiglia per entrare nell’Esercito di Dio. Aveva attraversato il confine in Siria e aveva trascorso gli ultimi due anni a combattere strada per strada, faccia a faccia e a volte corpo a corpo gli apostati di Daesh, come avevano chiamato l’ISIS gli occidentali.

Daesh non aveva paura di morire – anzi, quelli la morte l’accoglievano con entusiasmo. Molti di loro erano vecchi ceceni e iracheni, difficilissimi da uccidere. Gli ultimi giorni passati a opporsi a loro erano stati un incubo, ma il ragazzo era sopravvissuto. In due anni aveva combattuto tante battaglie e ucciso tanti uomini. E aveva imparato molto sulla guerra.

Ora si trovava nell’oscurità della pendice di una collina del nord di Israele. Si sistemò un lanciarazzi anticarro sulla spalla destra. Ai primi tempi un razzo pesante come quello gli avrebbe bucato la spalla, e dopo un po’ le ossa avrebbero cominciato a dolere. Però adesso era più forte. Il peso non gli faceva più tanta impressione.

C’era una piccola schiera di alberi attorno a lui, e molto vicino, a terra, un gruppo di commando che osservavano la carreggiata sottostante.

“Combattano dunque sul sentiero di Allah, coloro che barattano la vita terrena con l’altra,” disse, molto piano, sottovoce. “A chi combatte per la causa di Allah, sia ucciso o vittorioso, daremo presto ricompensa immensa.”

“Abu!” sussurrò qualcuno ferocemente.

“Sì.” La voce sua, invece, era calma.

“Zitto!”

Abu fece un respiro profondo e l’esalazione uscì lentamente.

Era un esperto del razzo anticarro. Ne aveva sparati così tanti, ed era diventato così preciso, da essere adesso un uomo molto prezioso. Era una cosa che aveva imparato sulla guerra. Più a lungo si sopravviveva, più abilità si accumulavano, e migliore si diventava nel combattimento. Migliori si diventava, più preziosi si era, ed era ancor più probabile rimanere in vita. Ne aveva conosciuti molti che non era sopravvissuti a lungo in combattimento – una settimana, dieci giorni. Ne aveva incontrato uno che era morto il primo giorno. Se solo fossero riusciti a durare un mese, le cose avrebbero cominciato a farsi più chiare per…

“Abu!” sibilò la voce.

Annuì. “Sì.”

“Pronto? Arrivano.”

“Ok.”

Si mise al lavoro, rilassato, quasi come se si stesse solo allenando. Sollevò il lanciarazzi e ne aprì il fondo. Sistemò la mano sinistra lungo la canna, leggermente, leggermente, finché non comparve l’obiettivo. Niente presa troppo ferma troppo presto. L’indice della mano destra accarezzava il meccanismo del grilletto. Si mise il mirino vicino alla faccia, ma non all’occhio. Gli piaceva tenere gli occhi liberi fino all’ultimo momento, in modo da acquisire il quadro intero prima di concentrarsi sui dettagli. Curvò leggermente le ginocchia, la schiena arcuata di pochissimo.

Adesso vedeva venire dal convoglio della luce, dietro alla collina alla sua destra, in avvicinamento sulla strada. Le luci raggiunsero la sommità, gettando strane ombre. Qualche secondo dopo udì il rombo dei motori.

Fece un altro respiro profondo.

“Fermo…” disse una voce severa. “Fermo.”

“Signore Allah,” disse Abu, le parole che uscivano rapidamente ora, e più forti di prima. “Guida le mie mani e i miei occhi. Consentimi di portare morte ai tuoi nemici, nel tuo nome e nel nome del tuo adoratissimo profeta Maometto, e di tutti i grandi profeti di tutti i tempi.”

La prima jeep sbucò dalla curva. I tondi fanali adesso erano chiari, lì a tagliare la foschia notturna.

Abu il ragazzo si irrigidì istantaneamente sotto al peso della pesante arma. Mise l’occhio destro sul mirino. Apparvero i veicoli della fila, grossi, come se potesse allungare una mano e toccarli. Il dito gli si strinse sul grilletto. Il respiro gli rimase incastrato in gola. Non era più un ragazzo con un lanciarazzi – lui e l’arma si fusero insieme, diventando un’unica entità, una macchina assassina.

Tutt’intorno ai suoi piedi, degli uomini si muovevano come serpenti, strisciando verso la carreggiata.

“Fermo,” ripeté la voce. “La seconda macchina, capito?”

“Sì.”

Nel mirino, la seconda jeep era LÌ. Vedeva le ombre delle persone che c’erano dentro.

“È facile,” sussurrò. “Facilissimo… Fermo…”

Trascorsero due secondi, Abu lentamente fece passare il lanciarazzi da destra a sinistra, seguendo l’obiettivo, senza mai vacillare.

“FUOCO!”



* * *



Avraham Gold questa parte la odiava.

Odiare era la parola sbagliata. La temeva. In qualsiasi secondo, ormai, poteva arrivare.

Qui parlava sempre. Parlava troppo. Gli pareva di poter sputar fuori tutto, solo per superare quel posto. Diede un lungo tiro alla sigaretta – era contro alle regole fumare di pattuglia, ma era l’unica cosa che lo rilassava.

“Lasciare Israele?” disse. “Mai! Israele è casa mia, ora e per sempre. Farò dei viaggi all’esterno, certo, ma andarsene? Come potrei mai? Siamo stati chiamati da Dio a vivere qui. Questa è la Terra Santa. Questa è la terra promessa.”

Avraham aveva vent’anni, caporale delle forze di difesa israeliane. I suoi nonni erano tedeschi sopravvissuti all’Olocausto. Credeva a ogni parola che diceva. Ma gli suonavano comunque vuote alle orecchie, come un trito spot televisivo pro-coloni.

Era al volante della jeep, a guidare la terza e ultima auto della fila. Guardò la ragazza seduta accanto a lui. Daria. Dio, che bella!

Persino con i capelli quasi rasati, persino con il corpo coperto cerimoniosamente dall’uniforme. Era il sorriso. Poteva accendere il cielo. E quelle lunghe ciglia – da gatta.

Lei non aveva ragione di stare lì, in quella… terra di nessuno. Soprattutto con le sue vedute. Era una liberale. Non ci dovrebbero essere liberali nelle IDF, aveva deciso Avraham. Erano inutili. E Daria era peggio che liberale. Era…

“Io non credo nel tuo Dio,” disse semplicemente. “Lo sai.”

Adesso Avraham sorrise. “Lo so, e quando uscirai dall’esercito farai…”

Terminò lei il suo pensiero. “Un trasferimento a Brooklyn, esatto. Mio cugino ha una ditta di traslochi.”

Quasi rise, nonostante il nervosismo. “Sei una ragazzina un po’ scheletrica per trasportare divani e pianoforti su e giù per rampe di scale.”

“Sono più forte di quanto tu…”

Allora la radio strillò. “Pattuglia Abel. Rispondete, pattuglia Abel.”

Lui sollevò il ricevitore. “Abel.”

“Ubicazione?” giunse la voce metallica.

“Stiamo entrando proprio adesso nel settore nove.”

“Giusto in tempo. Ok. Occhi aperti.”

“Sì, signore,” disse Avraham. Risistemò il ricevitore e guardò Daria.

Lei scosse la testa. “Se è così preoccupante, perché non fanno qualcosa?”

Lui si strinse nelle spalle. “È l’esercito. Sistemeranno la cosa quando accadrà qualcosa di terribile.”

Il problema ce lo avevano proprio davanti. Il convoglio si spostava da est a ovest lungo la sottile striscia di carreggiata. Alla loro destra c’era una schiera di fitta e profonda foresta – cominciava a cinquanta metri dalla strada. Le IDF avevano ripulito il territorio fino al confine. Dove cominciavano gli alberi, c’era il Libano.

Alla loro sinistra c’erano tre verdi colline scoscese. Non proprio montagne, ma nemmeno appena in pendenza. Erano secche, e cadevano a strapiombo. La carreggiata si avvolgeva attorno e dietro di esse, e per un solo istante le comunicazioni radio erano inconsistenti, e i convogli vulnerabili.

Il comando delle IDF parlava di quelle colline da più di un anno. Dovevano essere le colline. Non potevano sgombrare la foresta perché era territorio libanese – avrebbe causato un incidente internazionale. Quindi per un po’ avrebbero fatto saltare per aria le colline. Poi avrebbero costruito una torre di guardia sulla cima di una di esse. Entrambi i piani erano stati giudicati inidonei. Far saltare le colline voleva dire che la strada avrebbe dovuto essere temporaneamente deviata lontano dal confine. E la torre di guardia sarebbe stata sotto costante minaccia di attacco.

No, la cosa migliore da fare era far passare delle pattuglie tra le colline e la foresta giorno e notte e sperare per il meglio.

“Guarda quei boschi,” disse Avraham. “Occhi aperti.”

Si accorse di aver appena ripetuto le esatte parole del comandante. Che scemo! Lanciò un’altra occhiata a Daria. Il suo pesante fucile giaceva lungo la sua sottile figura. Ridacchiava e scuoteva la testa, facendosi rossa in volto.

Nell’oscurità davanti, dalla loro sinistra eruttò un bagliore di luce.

Si schiantò contro alla jeep centrale, venti metri davanti a loro. L’auto esplose, girò alla sua sinistra e rotolò. L’auto bruciò, gli occupanti già inceneriti.

Avraham schiacciò i freni, ma troppo tardi. Sbandò nel veicolo in fiamme.

Accanto a lui, Daria urlò.

Avevano attaccato dal lato sbagliato – il lato della collina. Lì non c’era copertura. Erano dentro a Israele.

Non c’era tempo per parlare, non c’era tempo per dare un ordine a Daria.

I colpi d’arma da fuoco adesso arrivavano da entrambi i lati. I proiettili di una mitragliatrice gli crivellarono la portiera. DANK-DANK-DANK-DANK-DANK. Il finestrino gli andò in pezzi, gettandogli addosso vetro. Almeno uno dei colpi aveva penetrato il giubbotto. Era stato colpito. Si abbassò lo sguardo sul fianco – c’era un’oscurità crescente che si espandeva. Sanguinava. Lo sentiva a malapena – sembrava la puntura di un’ape.

Grugnì. Degli uomini correvano nell’oscurità.

Istantaneamente, prima di accorgersene, aveva la pistola in mano. La puntò fuori dal finestrino mancante.

BLAM!

Il rumore fu assordante per le sue orecchie.

Ne aveva preso uno. Ne aveva preso uno. Era andato giù.

Ne mirò un altro.

Fermo…

Accadde qualcosa. Tutto il suo corpo venne strattonato sul sedile. Aveva mollato la pistola. Un colpo, qualcosa di pesante, lo aveva attraversato. Era venuto da dietro e aveva forato il cruscotto. Uno sparo, o un piccolo razzo. Con cautela, intorpidito dal terrore, si portò una mano al petto e toccò la zona sotto alla gola.

Era… andata.

Aveva una grossa voragine sul petto. Come cavolo faceva a essere ancora vivo?

La risposta giunse istantaneamente: presto non lo sarebbe stato.

Non lo sentì neanche. Una sensazione di calore gli si diffuse per il corpo. Guardò di nuovo Daria. Che peccato. Voleva convincerla di… qualcosa. Adesso non sarebbe mai accaduto.

Lei lo fissava. Aveva gli occhi rotondi, come piattini da caffè. Aveva la bocca aperta in una gigantesca O di orrore. Sentiva il bisogno di consolarla, persino adesso.

“Va tutto bene,” voleva dirle. “Non fa male.”

Ma non riusciva a parlare.

Al finestrino dietro di lei apparvero degli uomini. Con i calci dei fucili, distrussero i resti del vetro. Entrarono delle mani, per cercare di tirarla fuori dal finestrino, ma lei lottò. Si lanciò su di loro a mani nude.

Si aprì la portiera. Ora erano in tre, a trascinarla, tirarla.

Poi era sparita, e lui era solo.

Avraham fissò il veicolo bruciare nell’oscurità davanti a lui. Gli venne in mente che non aveva idea di quel che era successo al veicolo di testa. Immaginava che adesso non avesse importanza.

Pensò brevemente ai suoi genitori e a sua sorella. Voleva bene a tutti loro, semplicemente e senza rimpianti.

Pensò ai nonni, forse pronti a riceverlo.

Non sarebbe più potuto uscire dal veicolo in fiamme. Erano solo rossi, gialli e aranci brillanti che sfarfallavano contro allo sfondo nero. Osservò i colori farsi sempre più piccoli e sempre più fiochi, l’oscurità che si diffondeva e che si faceva ancora più oscura. L’inferno dell’auto esplosa adesso sembrava il tremolio di una candela spenta.

Guardò finché non si spense l’ultimo colore.




CAPITOLO QUATTRO


16:35 ora della costa orientale

Quartier generale dello Special Response Team

McLean, Virginia



“Be’, immagino che il gruppo sia tornato insieme ufficialmente,” disse Susan Hopkins.

Luke al pensiero sorrise.

Era il primo giorno dello Special Response Team negli alloggi nuovi di pacca. Il nuovo quartier generale era quello di una volta, ma ristrutturato. Il tozzo edificio a tre piani di vetro e cemento si trovava nel benestante sobborgo di McLean, a sole poche miglia dalla CIA. Aveva un’elisuperficie con un nuovo Bell 430 nero curvo sull’asfalto come una libellula, sul fianco il brillante logo bianco dell’SRT.

C’erano quattro SUV neri dell’agenzia nel parcheggio. L’edificio aveva uffici al pianterreno e al primo piano, e una sala conferenze all’avanguardia che quasi faceva il paio con la sala operativa della Casa Bianca. Aveva ogni gadget tecnologico che la febbrile mente di Mark Swann potesse evocare. La palestra (completa di attrezzatura cardio, macchine per la pesistica e una sala allenamento con pareti molto imbottite) e la mensa si trovavano al secondo piano. Il poligono di tiro insonorizzato si trovava nel seminterrato.

La nuova agenzia aveva venti impiegati, le dimensioni perfette per rispondere a eventi in corso rapidamente, con leggerezza e in totale flessibilità. Scorporata dall’FBI e ora organizzata come subagenzia dei servizi segreti, la disposizione limitava le interazioni di Luke con la burocrazia federale. Faceva rapporto direttamente alla presidente degli Stati Uniti.

Il piccolo campus era circondato da recinzioni di sicurezza con in cima filo spinato. Però in quel momento i cancelli erano spalancati. Oggi c’era l’Open Day. E Luke era felice di esserci.

Percorreva i corridoi a grandi passi con Susan, entusiasta di mostrare alla presidente degli Stati Uniti tutte le cose che lei già conosceva. Gli sembrava di avere cinque anni. Le lanciava un’occhiata di tanto in tanto, si immergeva nella sua bellezza, ma non fissava. Soffocava la voglia di tenerla per mano, cosa che apparentemente faceva anche lei, perché la mano di lei gli sfiorava la sua, il braccio, la spalla, quasi costantemente.

Susan doveva conservare tutto quel contatto per dopo.

Luke rivolse l’attenzione all’edificio. Il luogo era stato messo insieme esattamente come aveva sperato, e così l’SRT. I suoi avevano accettato di unirsi a lui. Non era una questione da poco – con tutte le fatiche che avevano sopportato, e la lunga assenza di Luke, era un miracolo che tutti fossero disponibili a fidarsi ancora di lui.

Lui e Susan entrarono nella mensa e guadarono la folla, seguiti da due agenti dei servizi segreti. Una dozzina di persone circa formava una coda serpentina al bar. Alla finestra, Luke scorse la persona che cercava, in piedi tra Ed Newsam e Mark Swann, sovrastato dai muscoli gonfi di Ed e da quella pertica di Swann. Suo figlio, Gunner.

“Vieni, Susan, laggiù c’è qualcuno che voglio presentarti.”

D’un tratto parve affranta. “Aspetta, Luke! Questo non è il…”

Lui scosse la testa, e stavolta la afferrò davvero – per il polso. “Andrà tutto bene. Digli che sei il mio capo. Mentigli.”

Emersero dalla folla e apparvero accanto a Gunner, Ed e Swann. Swann aveva i capelli in una coda di cavallo, occhiali avvolgenti in viso. Aveva il lungo corpo avvolto in una t-shirt nera dei RAMONES, blue jeans sbiaditi, con sneakers Chuck Taylor a scacchiera gialla e nera ai grossi piedi.

Ed sembrava enorme con un dolcevita nero, pantaloni eleganti beige e scarpe in pelle nera. Aveva un orologio d’oro della Rolex al polso. Aveva capelli e barba nero corvino, tagliati cortissimi, e in maniera meticolosa, come siepi curate da un maestro giardiniere.

Swann era ai sistemi informatici – uno dei migliori hacker con cui Luke avesse mai lavorato. Ed era alla armi e tattica – era venuto alla Delta Force dopo Luke. Era assolutamente devastante nell’uso della forza. Aveva un bicchiere di vino – sembrava minuscolo nella sua mano gigantesca. Swann teneva una lattina nera di birra con il logo di un pirata in una mano, un piatto con molti e grossi sandwich nell’altra.

“Ragazzi, conoscete entrambi Susan Hopkins, vero?” disse Luke.

Ed e Swann le strinsero la mano a turno.

“Signora presidente,” disse Ed. La squadrò da capo a piedi e sorrise. “Che piacere rivederla.”

Luke quasi rise davanti a Ed che faceva gli occhi da lupo alla presidente. Scompigliò i capelli a Gunner. Fu leggermente imbarazzante, perché Gunner era un pochino troppo alto per farsi scompigliare i capelli.

“Signora presidente, questo è mio figlio, Gunner.”

Lei gli strinse la mano ed esibì la sua simpatica faccia da Sono la presidente e sto incontrando un bambino a caso. “Gunner, è un vero piacere conoscerti. Ti diverti alla festa?”

“È ok,” disse lui. Arrossì tantissimo e non incrociò il suo sguardo. Era ancora un bambino timido, per certi versi.

“Le tue ragazze sono qui?” disse Luke a Ed, cambiando argomento.

Ed fece spallucce e sorrise. “Oh, stanno correndo da qualche parte.”

A margine del gruppo apparve una donna. Era alta, bionda e impressionante. Indossava un tailleur rosso e i tacchi alti. Ancor più impressionante dell’aspetto fu il fatto che andò dritta da Luke, ignorando la presidente degli Stati Uniti.

Allungò verso Luke uno smartphone come fosse stato un microfono.

“Agente Stone, sono Tera Wright, della WFNK, il notiziario radio numero uno di Washington DC.”

Luke quasi rise alla presentazione. “Salve, Tera,” disse. Si aspettava che gli chiedesse della riapertura degli uffici dello Special Response Team, e del mandato che avrebbe avuto l’SRT nella lotta al terrorismo nel paese e all’estero. Bello. Una cosa di cui non gli sarebbe dispiaciuto parlare.

“Come posso aiutarla?”

“Be’,” cominciò Tera, “vedo che la presidente è qui per la grande riapertura della sua agenzia.”

Luke annuì. “Certo che c’è. Penso che la presidente sappia quant’è impor…”

La donna lo interruppe. “Può rispondere a una domanda per me, per favore?”

“Certamente.”

“Le voci sono vere?”

“Uh, non so di nessu…”

“Da un paio di settimane girano delle voci,” lo informò Tera Wright.

“Voci su cosa?” disse Luke. Guardò il gruppo, come un uomo che affoga e spera che gli venga lanciata una corda.

Tera Wright sollevò una mano come a dire STOP. “Cambiamo sistema,” disse. “Quale direbbe essere la natura della sua relazione con la presidente Hopkins?”

Luke guardò Susan. Susan era una del mestiere, nella questione. Non arrossì. Non parve colpevole. Si limitò a sollevare un sopracciglio e a fissare interrogativamente la nuca della reporter, come se non avesse idea di che cosa stesse dicendo.

Luke prese fiato. “Be’, direi che la presidente Hopkins è il mio capo.”

“Nient’altro?” disse la reporter.

“Come per lei,” disse Luke. “È anche la mia comandante in capo.”

Diede un’altra occhiata a Susan, pensando che adesso sarebbe saltata su per reindirizzare la conversazione. Ma adesso c’era il capo di gabinetto di Susan, la carina Kat Lopez, in un attillato gessato azzurro. Kat era ancora snella, anche se il volto non era neanche lontanamente giovanile come quando aveva accettato quel lavoro. Tre anni di stress costante e caos totale avrebbero fatto male a chiunque.

Parlava a bassa voce, praticamente sussurrava, direttamente nell’orecchio di Susan.

Il viso di Susan si oscurò mentre ascoltava, poi annuì. Di qualsiasi cosa si trattasse, era brutta.

Alzò lo sguardo.

“Signori,” disse. “Spero che mi scuserete.”




CAPITOLO CINQUE


18:15 ora della costa orientale

Sala operativa

Casa bianca, Washington DC



“Amy,” disse Kurt, “per favore, dacci Libano e Israele. Concentrati sulla Linea Blu.”

Sull’eccessivo schermo alle sue spalle, apparve una mappa. Un secondo dopo, comparve anche sugli schermi più piccoli incassati alle pareti. La mappa mostrava due territori tagliati da una spessa e ondulata linea blu. Alla sinistra del terreno c’era una zona azzurro pallido, a denotare il mar Mediterraneo.

Susan conosceva l’area abbastanza bene da poter saltare tranquillamente la lezione di geografia. Inoltre, era frustrata – era tornata alla Casa Bianca già da un’ora. Ci era voluto tutto quel tempo per mettere insieme la riunione.

“Passerò rapidamente in rassegna i preliminari, se non dispiace a nessuno,” disse Kurt. “Immagino che in questa stanza siate tutti abbastanza aggiornati sugli eventi correnti da sapere che quasi due ore fa c’è stata una schermaglia sul confine tra il Libano e Israele.

“La Linea Blu, che vedete qui, è il confine negoziato, dietro al quale Israele ha accettato di ritirare le truppe dopo la guerra del 1982 e l’occupazione. Un numero ignoto di commando di Hezbollah ha compiuto un’incursione e ha attaccato una pattuglia israeliana sulla strada che segue la Linea Blu per gran parte della lunghezza. Sulla pattuglia c’erano otto soldati delle forze di difesa israeliane, e sappiamo che sono rimasti uccisi tutti eccetto uno.”

Sugli schermi apparve una fotografia formale di una giovane donna dai capelli scuri. Sembrava una foto presa dall’annuario delle superiori, o prima di una qualche cerimonia. La ragazza sorrideva radiosa. Anzi, di più – era decisamente raggiante.

“Daria Shalit,” disse Kurt. “Diciannove anni, appena all’inizio del secondo anno del servizio obbligatorio di due anni nelle IDF.”

“Carina,” disse qualcuno nella stanza.

Kurt non rispose. Gli sfuggì un lungo sospiro.

“Credetemi, si fanno un gran sbattere i pugni sul tavolo ed esami di coscienza nei circoli decisionali israeliani. Le donne partecipano alle pattuglie al confine da mesi. Ora pare chiaro che qui si è trattato di un rapimento programmato della Shalit, o di qualsiasi giovane donna presente nella pattuglia, come obiettivo previsto. Una forza d’assalto ha seguito i rapitori oltre il confine, ma nel giro di due chilometri è andata incontro a una furiosa resistenza. Sono stati uccisi altri quattro israeliani, insieme a venti militanti di Hezbollah, secondo le stime.”

“Elena di Troia,” disse un uomo in abito militare verde.

Kurt annuì. “Esatto. L’effetto sulla società israeliana è stato viscerale. È stato un pugno nello stomaco, e probabilmente quello era l’intento. Le informazioni in nostro possesso indicano che Hezbollah stia deliberatamente cercando di far scoppiare una guerra, simile a quella avvenuta nel 2006. Purtroppo sospettiamo che stiano conducendo Israele a una trappola.”

“Hezbollah è tosta,” disse il militare. “Sono difficili da sradicare.”

“Amy,” disse Kurt. “Dammi Hezbollah, per favore.”

Sullo schermo comparve l’immagine di un gruppo di uomini in marcia con striscioni, i pugni in aria. Kurt indicò gli uomini con un puntatore laser.

“Hezbollah – il Partito di Dio, o Esercito di Dio, a seconda della traduzione che si preferisce – probabilmente è l’organizzazione terroristica più grande e più militarmente capace del mondo. Sono stati creati, e addestrati, finanziati e schierati, in nome e per conto del governo iraniano, con operazioni che attraversano l’Europa, l’Africa, l’Asia e le Americhe.

“Nel terrorismo, Hezbollah è ampliamente formidabile. Godono di credibilità a livello mondiale presso i musulmani sciiti, di sofisticatezza nelle operazioni e di un’abilità organizzativa che l’ISIS può solo sognare presso i sunniti. Le aree del Libano dove è di base Hezbollah spesso agiscono de facto da governo locale, con la piena cooperazione della popolazione. Gestiscono scuole, il cibo, lo svago e i programmi di lavoro, e inviano una manciata di rappresentanti eletti al parlamento libanese. L’ala militare è molto più efficiente e potente dell’esercito libanese. Viste le differenze religiose tra musulmani sciiti e sunniti, Hezbollah e l’ISIS sono nemici, e hanno giurato di distruggersi a vicenda.”

“E che c’è di così tremendo nella cosa?” disse Susan, scherzando solo in parte. “Il nemico del mio nemico è mio amico, no?”

Kurt quasi sorrise. “Attenzione. La politica di Hezbollah verso il nostro vicino alleato Israele è di aperta guerra santa. Stando a Hezbollah, Israele è una minaccia esistenziale, che opprime la società libanese, opprime i palestinesi, e che deve essere distrutta a tutti i costi.”

“Hanno modo di farlo?” disse Susan.

Kurt scrollò le spalle.

“Potrebbero arrecare dei danni, di estensione a noi ignota. Stime attuali indicano che Hezbollah abbia tra i venticinquemila e i trentamila combattenti. Forse tra i diecimila e i quindicimila con esperienza di combattimento, o nella guerra del 2006 o avendo combattuto più di recente direttamente contro all’ISIS nella guerra civile siriana. Crediamo che almeno ventimila truppe abbiano ricevuto addestramento dai Guardiani della rivoluzione iraniani – cinquemila o più sono state in Iran per ricevere un addestramento esteso.

“Hezbollah ha una rete di profondi tunnel e fortificazioni nella regione collinare appena a nord della Linea Blu, che durante la guerra del 2006 con Israele si è dimostrata impossibile da eliminare completamente via aria. Le stime dell’intelligence israeliana indicano che questi forti dal 2006 si sono fatti più profondi, più temprati e più sofisticati. La nostra intelligence indica che Hezbollah ha più di sessantacinquemila razzi e missili, in più milioni di proiettili per armi piccole. L’arsenale che hanno probabilmente è cinque volte più grande di quello che avevano nel 2006. In tutta la storia di Hezbollah, l’Iran si è dimostrato riluttante a rifornirli di altro che missili e razzi lenti e a corto raggio, e sospettiamo che le cose stiano ancora così.”

“Israele cosa fa?” disse l’uomo in uniforme.

Kurt annuì. Sullo schermo dietro di lui riapparve la Linea Blu. Lungo tutto il lato meridionale, apparvero piccole icone di soldati.

“Adesso arriviamo al punto. Gli israeliani hanno ammassato una grossa forza di incursione al confine, con altre unità ad aggiungervisi continuamente. Il segretario di Stato ha parlato al telefono con Yonatan Stern, il primo ministro israeliano. Yonatan è un integralista, popolare nella destra della società israeliana. Per mantenere questa popolarità con la base, qui dovrà agire. Gli serve una vittoria decisiva, un ritorno della soldata dispersa – qualcosa. A quel che capiamo noi, entro le prossime ore ha in progetto di inviare un’incursione israeliana oltre il confine, fondamentalmente invadendo il Libano.”

“In un certo senso, si potrebbe dire che Israele è stato già invaso dal Libano,” disse il militare.

Kurt annuì. “Si potrebbe dire così. Insieme all’invasione, Stern ha in progetto di condurre una campagna di bombardamenti. Abbiamo presentato richiesta che la campagna sia limitata alla durata di dodici ore, che sia ideata per evitare vittime civili e che il suo solo obiettivo consista nelle risorse militari note di Hezbollah.”

“E Yonatan cos’ha risposto?” disse Susan. Yonatan Stern non era la persona che preferiva al mondo. Si poteva anche dire che non andavano d’accordo.

“Ha risposto che l’avrebbe preso in considerazione.”

Susan scosse la testa. “Yonatan è un altro dei vostri. Non ha mai visto guerra o sistema d’arma che non gli siano piaciuti.”

Fece una pausa. Sembrava un’altra schermaglia di bassa lega tra Israele ed Hezbollah, proprio come tutte le schermaglie tra Israele e Hamas, e prima ancora le schermaglie tra Israele e l’OLP. Brutte, sanguinarie, rozze, e alla fine inconclusive. Solo un altro giro di prove per il prossimo giro di prove.

“Allora qual è la nostra conclusione qui, Kurt? Quali sono i pericoli, e tu cosa ci suggerisci di fare?”

Kurt sospirò. La testa perfettamente calva rifletteva le luci incassate nel soffitto. “Come sempre, il pericolo è che il combattimento vada fuori controllo e diventi un legame per, o causi, un altro combattimento nella regione. Hezbollah e i palestinesi sono alleati. Spesso Hamas usa queste guerre con Hezbollah come copertura per lanciare propri attacchi di guerriglieri all’interno di Israele. La Siria è nel caos, con numerosi piccoli, ma pesantemente armati, gruppi che cercano di sfruttare l’instabilità.

“Intanto grosse maggioranze in Giordania, Egitto, Turchia e Arabia Saudita si identificano come anti-israeliane. E c’è sempre l’Iran, il più grosso e cattivo del circondario, a incombere sullo sfondo a braccia conserte, con il grande orso russo a incombere dietro tutti. Tutti i coinvolti sono armati fino ai denti.”

“E i nostri prossimi passi?”

Kurt scosse la testa e scrollò le grosse spalle. “I nostri prossimi passi sono sul filo del rasoio. L’intera regione è campo minato, e dobbiamo fare attenzione a dove mettiamo i piedi. Israele è uno dei nostri alleati più vicini e un partner strategico importante. Sono l’unica vera democrazia funzionante di tutta la regione. Nello stesso tempo, il Libano è nostro alleato e partner da molto tempo. La Giordania e la Turchia sono nostri alleati. Acquistiamo buona parte dei rifornimenti energetici esteri dall’Arabia Saudita. Abbiamo anche un impegno come mediatori di pace tra i palestinesi e Israele, e nel progetto di creazione di uno stato sovrano in Palestina.”

Annuì, come a se stesso. “Direi che il nostro lavoro è non infiammare ulteriormente le tensioni, e sperare che questa piccola vampata si riveli un fuoco di paglia – o, ancora meglio, un fuocherello.”

Susan quasi rise. “In altre parole, ce ne restiamo con le mani in mano.”

Adesso Kurt sorrise. “Direi che dovremmo starcene con le mani in mano. Però adesso abbiamo le mani legate dietro la schiena.”




CAPITOLO SEI


12 dicembre

13:40 ora di Israele (6:40 ora della costa orientale)

Tel Aviv, Israele



Le notizie erano brutte.

La giovane sedeva sulla panchina del parco a badare ai suoi gemelli, un maschio e una femmina, che giocavano sulle altalene. Nei dintorni c’era il condominio marrone chiaro, alto sedici piani, dove viveva. Oggi non c’era nessuno in giro, il parco era quasi vuoto.

Era inusuale per un primo pomeriggio di primavera, ma non sorprendente date le circostanze. La maggior parte del paese sembrava trovarsi all’interno da qualche parte, incollato alla tv e ai computer.

La sera precedente Daria Shalit, una soldata di diciannove anni delle forze di difesa israeliane, era scomparsa dopo una schermaglia con terroristi di Hezbollah che avevano condotto un attacco a sorpresa lungo il confine settentrionale. Gli altri sette soldati della pattuglia – tutti uomini – erano morti in combattimento. Ma Daria no. Daria era solo scomparsa.

Le truppe delle IDF avevano seguito i terroristi fino in Libano. Nel combattimento svoltosi lì, erano morti altri quattro israeliani. Undici giovani uomini – la crema della gioventù israeliana – tutti morti nel giro di un’ora. Ma non era questo a consumare il paese.

Il destino di Daria era diventato da un giorno all’altro un’ossessione. Chiudendo gli occhi, la donna riusciva a vedere il bel viso di Daria e gli scuri occhi in fiamme, a sorridere mentre faceva la buffona con una mitragliatrice, a sorridere mentre posava con gli amici in bikini su una spiaggia mediterranea, a sorridere mentre riceveva il diploma superiore. Così bella e sempre raggiante, come se avesse il futuro assicurato, una promessa che era sicura di ricevere.

Adesso gli occhi li chiuse davvero, e lasciò che le lacrime le rigassero le guance. Si portò una mano alla faccia, sperando che i bambini non la vedessero piangere. Aveva il cuore spezzato per una ragazza che non aveva mai incontrato, ma che in qualche modo conosceva bene come se fosse stata sua sorella.

I quotidiani chiedevano a gran voce sangue, richiedendo la completa distruzione del popolo libanese. Nel corso della notte c’erano state violente discussioni nella Knesset, perché il governo presentava minacce, chiedeva il rilascio della ragazza, ma non prendeva un’azione immediata. Stava crescendo una rabbia pronta a esplodere.

Ore fa, era cominciato il bombardamento.

Jet israeliani colpivano il Libano meridionale, la roccaforte di Hezbollah, fino a nord, a Beirut. Ogni volta che l’annuncio passava in tv, i vicini della donna eruttavano in urla ed esaltazioni.

“Uccideteli tutti!” gridava un uomo in qualcosa che pareva trionfo, ma che ovviamente non poteva esserlo. La voce roca era chiara attraverso i muri sottili come carta. “Uccideteli tutti, uno per uno!”

La donna dopo aveva portato fuori i bambini.

Ora sedeva al parco, a piangere silenziosamente, consentendosi di sfogarsi, di buttar fuori, il tutto mentre le orecchie si sintonizzavano cautamente sulle urla e i richiami dei suoi due bambini. I suoi figli, innocenti, sarebbero diventati adulti circondati da nemici che sarebbero stati contenti di vederli con la gola tagliata a morire lentamente di stenti.

“Cosa dobbiamo fare?” sussurrò la donna. “Cosa dobbiamo fare?”

La risposta giunse nella forma di un nuovo suono, all’inizio basso e lontano, che si mescolava con i rumori dei bambini. Presto si fece più vicino e più forte, poi forte e basta. Era un rumore che conosceva fin troppo bene.

Sirene antiaeree.

Sgranò gli occhi.

I bambini avevano smesso di giocare. La guardavano oltre il parco. Le sirene adesso erano forti.

FORTI.

“Mamma!”

Saltò giù dalla panchina e corse verso i bambini. C’era un rifugio antiaereo sotto al condominio – a un quarto di chilometro di distanza.

“Correte!” gridò. “Correte al condominio!”

I bambini non si mossero. Si precipitò da loro e li prese tra le braccia. Poi corse con loro aggrappati a lei, ciascuno a un braccio. Per qualche istante non riconobbe la sua stessa forza. Si fiondò sul manto stradale con quei due preziosi pacchi, che ora piangevano, attorno a loro le sirene, sempre più forti.

Il respiro le risuonava stridulo nelle orecchie.

L’edificio incombeva, sempre più grande e vicino. Ovunque, gente fino a poco prima invisibile correva all’edificio.

D’un tratto giunse un altro rumore – un rumore così forte, così acuto, che la donna pensò che le si sarebbero perforati i timpani. Alzò lo sguardo su un missile che sfrecciava in cielo, proveniente da nord. Si schiantò contro ai piani alti del condominio.

Dall’impatto, le si scosse la terra sotto i piedi. Il mondo parve girarle intorno, anche quando la cima dell’edificio saltò in una massiccia esplosione, muratura di cemento che volava in aria. Quante persone c’erano in quelle stanze? Quanti morti?

Perse l’equilibrio e cadde, mandando i due figli a terra. Strisciò sopra di loro, coprendoli con il proprio corpo appena prima che arrivasse l’onda d’urto. Poi piovve una grandine di detriti dall’esplosione, minuscoli e taglienti ciottoli e frammenti, polvere soffocante, i resti dei vecchi e degli infermi che non erano riusciti a lasciare l’appartamento in tempo.

Le sirene non si fermarono. Giunse l’assordante stridio di un altro missile, che volò sopra la loro testa, seguito dallo scoppio e dal rimbombo quando trovò l’obiettivo, poco lontano.

Ancora e ancora e ancora infuriavano le sirene.

Un altro stridio di missile venne a crescere. Le fischiò nelle orecchie. La venne la pelle d’oca. Si avvicinò ancor di più i figli. Il rumore era troppo forte. Non aveva più senso. Andava oltre l’udito, mostruoso oltre la comprensione umana – davanti a tutto ciò, il suo sistema si spense.

La donna urlava in coppia col missile, ma lei pareva non emettere alcun suono. Non riusciva ad alzare lo sguardo. Non riusciva a muoversi. Ne sentiva l’ombra sopra di sé, a offuscare la luce del giorno.

Poi la colse una nuova luce, una luce accecante.

E dopo, l’oscurità.




CAPITOLO SETTE


6:50 ora della costa orientale

Residenza della Casa Bianca

Washington DC



La luce del mattino si diffondeva dalle tendine, ma Luke non aveva voglia di alzarsi. Giaceva sulla schiena sul lettone, la testa sostenuta da cuscini.

Susan era distesa accanto a lui sotto le lenzuola, la presidente degli Stati Uniti, la testa a riposargli sul petto, i corti capelli biondi sciolti sulla pelle nuda di lui. Si accorse di qualche puntino grigio che il suo acconciatore aveva saltato. O forse era stato fatto di proposito – su un uomo un po’ di grigio indicava esperienza, serietà, solennità.

Lei respirava profondamente.

“Sei sveglia?” le sussurrò.

Sentì il sorriso contro al suo corpo. “Ma certo, sciocchino. Sono sveglia da più di un’ora.”

“A che cosa pensi?” disse lui.

“Tu a che cosa pensi? Questa è la domanda importante.”

“Be’, sono preoccupato.”

Si tirò su sui gomiti, si voltò e lo guardò. Come sempre, lui era meravigliato dalla sua bellezza. Aveva gli occhi azzurro chiaro, e nel volto le vedeva la donna che più di vent’anni prima appariva sulle copertine delle riviste. Stava ringiovanendo, tornando a quei tempi. Lo avrebbe quasi giurato – nel breve periodo in cui erano stati insieme, lei era sembrava farsi un po’ più giovane quasi ogni giorno.

Fece un mezzo sorriso e gli occhi le si strinsero sospettosi. “Luke Stone è preoccupato? L’uomo che fa fuori reti terroristiche con una manata? L’uomo che rovescia sovrani dispotici e allo stesso modo ferma assassini di massa, e tutto prima di colazione? Di che cosa potrà mai essere preoccupato Luke Stone?”

Lui scosse la testa e sorrise, nonostante tutto. “Basta così.”

A dire la verità, era più che preoccupato. Le cose si stavano complicando. Si era impegnato a ricostruire il rapporto con Gunner. Stava andando bene – meglio di quanto avesse potuto sperare – ma i nonni di Gunner avevano ancora la custodia. Luke stava cominciando a pensare che fosse meglio così. Una prolungata battaglia per la custodia contro i benestanti genitori carichi di odio di Becca – sarebbe stata lunga, prolissa, e brutta. E che cosa avrebbe vinto? Luke giocava ancora alla spia. Se si fosse trasferito da lui, Gunner sarebbe finito col trascorrere molto tempo da solo. Nessuna guida, nessuna supervisione – sembrava una situazione schifosa.

Poi c’era la faccenda Susan. Era la presidente degli Stati Uniti. Aveva una famiglia sua e, tecnicamente, era ancora sposata. Il marito, Pierre, sapeva di Luke, e apparentemente era felice per loro. Ma con chiunque altro stavano mantenendo il segreto.

Chi voleva prendere in giro? Non mantenevano nessun segreto.

La squadra di sicurezza di Susan sapeva di lui – era il loro lavoro, sapere cose. E ciò significava che si trattava già di una diffusa e crescente voce all’interno dei servizi. Superava la sicurezza per entrare lì a tarda notte, due, a volte tre notti alla settimana. Oppure entrava come ospite nel pomeriggio, ma non usciva più. La gente che monitorava la videosorveglianza lo vedeva entrare e lasciare la residenza, e prendeva nota degli orari. Il cuoco lo sapeva, di cucinare per due, e le cameriere che portavano fuori i piatti erano due robuste anziane che gli sorridevano, e che scambiavano con lui qualche battuta, e che lo chiamavano “signor Luke”.

Il capo di gabinetto di Susan lo sapeva, il che significava che probabilmente lo sapeva anche Kurt Kimball, e Dio solo sapeva da lì dov’era arrivata la notizia.

Ogni singola persona che già sapeva di lui aveva famiglia, amici e conoscenti. Avevano un locale preferito per la colazione presto, o banconi per il pranzo, o bar dove intrattenevano gli avventori abituali con narrazioni della vita all’interno della Casa Bianca.

La domanda di ieri della giornalista indicava che la voce era già uscita dalla scatola. Erano a una sola fuga di notizie, a una sola telefonata da parte di un seccato membro dello staff del Washington Post o della CNN, da un conclamato circo mediatico ventiquattr’ore su ventiquattro sette giorni su sette.

Luke quella roba non la voleva. Non voleva che Gunner finisse sulla ribalta. Non voleva che il ragazzo finisse sotto custodia dei servizi segreti ovunque andasse. Non voleva che i media lo seguissero o che lo sorvegliassero fuori dalla scuola.

Luke non voleva neanche quelle attenzioni su di sé. Era meglio per il suo lavoro che rimanesse nell’oscurità. Aveva bisogno di libertà per operare, sia per lui che per la sua squadra.

E non voleva quelle attenzioni su Susan. Non lo voleva per la loro relazione. Le cose al momento erano passionali, ma non riusciva a immaginare che la cosa durasse sotto costante scrutinio dei media.

Era impossibile sollevare quei problemi con lei. Lei era un’irreprensibile ottimista, era comunque già sotto lo sguardo dei media, e viaggiava a mille per le endorfine. La sua risposta era sempre una qualche variazione di, “Oh, risolveremo la cosa.”

“Che cosa ti preoccupa, signor Luke?” disse adesso Susan.

“Sono preoccupato…” cominciò. Scosse di nuovo la testa. “Sono preoccupato di essere sul punto di innamorarmi.”

Il sorriso da mille watt di Susan illuminò la stanza. “Lo so,” disse. “Non è fantastico?”

Lo baciò profondamente, poi saltò giù dal letto come una ragazzina. Lui la osservò camminare con calma per la stanza, nuda, per andare all’armadio. Aveva ancora il corpo di una ragazzina.

Quasi.

“Voglio farti conoscere le mie figlie,” disse. “La prossima settimana vengono in città per Natale.”

“Ottimo,” disse lui. Il pensiero gli fece fare allo stomaco un pigro mulinello. “Chi dovremmo dire che sono?”

“Lo sanno chi sei. Sei il supereroe. James Bond senza la rasatura perfetta né il completo elegante. Cioè, solo qualche anno fa hai salvato la vita a Michaela.”

“Non siamo mai stati presentati adeguatamente.”

“È lo stesso. Sei come uno zio per loro.”

Proprio allora, il telefono sul comodino cominciò a squillare. Faceva un rumore buffo, non tanto uno squillo quanto un ronzio, o un mormorio. Sembrava un monaco con un brutto raffreddore che cantava in meditazione. In più, si accendeva di azzurro a ogni squillo. Luke lo odiava, quel telefono.

“Vuoi che risponda io?” le disse.

Lei sorrise e scosse la testa. Adesso la osservò riattraversare la stanza, stavolta più veloce. Per un breve istante, immaginò un altro mondo, un mondo in cui non facevano quei lavori. Diavolo, magari persino un mondo in cui erano entrambi disoccupati. In quel mondo, lei poteva risalire subito nel letto con lui.

Susan raccolse il telefono. “Buongiorno.”

Il volto le cambiò mentre ascoltava la voce all’altro capo della linea. Ne uscì tutto il divertimento. La luce negli occhi sbiadì, e il sorriso crollò. Fece un respiro profondo e lasciò uscire un lungo sospiro.

“Ok,” disse. “Scendo tra quindici minuti.”

Riappese.

“Guai?” disse Luke.

Lo guardò, gli occhi che mostravano una cosa – vulnerabilità, forse – che alla tv le masse non vedevano mai.

“Quand’è che non ci sono guai?” gli disse.




CAPITOLO OTTO


7:30 ora della costa orientale

Sala operativa

Casa bianca, Washington DC



L’ascensore si aprì e Luke entrò nella sala operativa a forma di uovo.

Il grosso Kurt Kimball si trovava in fondo alla stanza, in piedi, la testa calva che splendeva, e scorse subito Luke. Kurt di solito teneva quelle riunioni con mano di ferro. Aveva una tale profonda, agevole ed enciclopedica padronanza delle cose del mondo, che la gente tendeva a seguire la sua guida.

“Agente Stone,” disse. “Sono contento che si sia potuto unire a noi a quest’ora.”

C’era un sottotesto, sarcasmo persino, nell’affermazione? Luke decise di lasciar perdere.

Scrollò le spalle. “Mi ha chiamato la presidente. Sono arrivato appena ho potuto.”

Guardò la stanza.

Ultramoderno, il luogo era molto più che una sala conferenze – era organizzato per il massimo utilizzo dello spazio, con grandi schermi incassati nelle pareti ogni sessanta centimetri, e un gigantesco schermo di proiezione sulla parete in fondo al tavolo. Sulla tavola, tablet e sottili microfoni che sorgevano da degli slot – potevano essere reinseriti al loro posto se il partecipante desiderava utilizzare il proprio dispositivo.

Ogni lussuosa poltrona in pelle della tavola era occupata – qualche uniforme militare, molte giacche con cravatta. La maggior parte della gente era di mezza età e sovrappeso – tipi da carriera nel governo che trascorrevano molto tempo seduti su comode poltrone e a pranzo. Quelle poltrone sembravano tutte la sedia del capitano del modulo di comando di una nave spaziale che attraversava la galassia. Braccioli grossi, pelle profonda, alti schienali, supporto per le lombari corretto ergonomicamente.

I posti lungo le pareti – sedie di lino rosso più piccole con schienali più bassi – erano occupati da assistenti giovani e ancora più giovani, per lo più che bevevano rumorosamente tazze di caffè Styrofoam digitando messaggi nei tablet o mormorando al telefono.

Susan sedeva su una sedia in pelle sul margine più vicino della tavola oblunga. Indossava un gessato azzurro. Teneva la gamba destra incrociata sulla sinistra, e si sporgeva in avanti per sentire quello che le stava dicendo un giovane assistente. Luke cercava di non fissarla.

Dopo un attimo, alzò lo sguardo e gli fece un cenno.

“Agente Stone,” disse. “Grazie di essere venuto.”

Luke annuì. “Signora presidente. Si figuri.”

Kurt batté le grosse mani, come se l’entrata di Luke fosse stato il segnale che aspettava. Il suono parve un pesante libro che cadeva su pavimento in pietra. “Ordine, tutti! All’ordine, per favore.”

La stanza si fece silenziosa. Quasi. Un paio di militari alla tavola da conferenze continuarono a parlare l’uno con l’altro, le teste vicine.

Kurt batté le mani di nuovo.

CLAP. CLAP.

Lo guardarono entrambi. Sollevò le mani come a dire, “Avete finito?”

Nella stanza finalmente scese un silenzio di morte.

Kurt fece un cenno verso una giovane seduta alla sua sinistra. Luke l’aveva già vista, diverse volte. Era l’indispensabile assistente di Kurt, praticamente una sua appendice. Aveva i capelli ramati tagliati in un corto caschetto come quelli di Susan – i caschetti corti come quello di Susan erano all’ultimo grido tra le giovani donne, ultimamente. Editor di riviste e programmi di notizie fuffa non si erano esattamente lasciati sfuggire la cosa. I critici cui piaceva lo chiamavano Caschetto alla Hopkins, quelli cui non piaceva Elmo alla Hopkins. Sembravano tutti essere d’accordo su come chiamare le donne che si facevano fare i capelli così, comunque.

L’Esercito di Susan.

A Luke questa piaceva. Lui il caschetto non ce l’aveva, ma immaginava di far parte anche lui dell’esercito di Susan.

“Amy, vediamo,” disse Kurt. “Israele e Libano, per piacere.”

Sullo schermo, per il Libano meridionale e a nord fino al margine meridionale di Beirut, cominciarono ad apparire delle icone azzurre e gialle che rappresentavano esplosioni, esplosioni che si facevano più rade a mano a mano che si saliva verso nord.

“Ore fa, la forza aerea israeliana ha cominciato una campagna di bombardamenti attaccando i sistemi di tunnel e le fortificazioni di Hezbollah lungo la Linea Blu, così come i quartieri dominati da Hezbollah della Beirut meridionale. Nessuna sorpresa; in effetti ieri notte la notizia ci è stata telegrafata dal governo di Yonatan Stern.”

Sullo schermo cominciarono ad apparire per tutta Israele delle grosse icone rosse della stessa forma di quelle di prima. Potevano essercene in tutto quindici. Un attimo dopo, delle icone rosse più piccole, minuscoli starburst, cominciarono ad apparire nel nord di Israele. Ce n’erano a dozzine.

“Poco dopo l’attacco aereo di Israele, Hezbollah ha iniziato a lanciare attacchi missilistici all’interno di Israele. Non è straordinario, soprattutto in occasione di scambio di fuoco tra le due forze. La guerra del 2006 ha seguito più o meno la stessa traiettoria. Ma è sorto un problema. Negli anni intercorrenti, Hezbollah ha ottenuto una maggiore potenza di fuoco.”

Apparve la foto di un grosso missile su una rampa di lancio mobile.

“Questo è il missile Fateh-200. Si tratta di un sistema d’arma di costruzione iraniana, missili a lungo raggio con testate multiple che ammassano una potente energia. Lanciati dall’interno del Libano, possono raggiungere quasi ogni punto di Israele, tranne forse lo scarsamente popolato deserto del Negev del sud. Ha funzionalità di controllo e guida sofisticate che per la prima volta danno a Hezbollah la capacità di un colpo di precisione.”

Kurt fece una pausa. “A quel che possiamo raccogliere, adesso pare che Hezbollah abbia ottenuto il Fateh-200. Crediamo che finora abbiano lanciato ovunque dai venti ai trenta missili, ognuno con almeno una dozzina di testate. Hanno puntato infrastrutture civili e militari in centri popolati in tutta Israele, inclusi Tel Aviv, il margine occidentale di Gerusalemme e il centro di Haifa, tra gli altri. Il sistema di difesa missilistica a medio raggio di Israele, noto come Fionda di Davide, forse ne ha abbattuti la metà o i due terzi dal cielo. Ma non è bastato.

“Sono stati colpiti molti quartieri civili e distrutti molti edifici. Una testata è atterrata a mezzo miglio dalla Knesset, il congresso israeliano, mentre era in sessione.”

“Quali sono le vittime attuali?” disse Haley Lawrence, il segretario della Difesa.

“Finora, tutto ciò che abbiamo sono le cifre ufficiali rilasciate. Più di quattrocento civili uccisi, migliaia feriti, in mezzo a distruzione e panico estesi. Non è stata rilasciata alcuna cifra sulle vittime militari, ma gli israeliani si sono mobilitati per la guerra totale, chiamando in servizio tutti i riservisti e i veterani di guerre precedenti non disabili. Hanno intensificato drammaticamente la campagna di bombardamenti nel Libano, probabilmente nel tentativo di distruggere qualsiasi altro Fateh-200 prima del lancio.”

“Funziona?” disse Luke, conoscendo già la risposta.

Kurt scosse la testa. “Non lo sappiamo. Ne dubitiamo. Mentre noi parliamo, Hezbollah sta ancora lanciando piccoli missili e razzi senza guida nel nord di Israele, dimostrando che la loro capacità di risposta persiste. Crediamo che stiano conservando i Fateh-200 per il futuro, ma che continueranno i lanci secondo un programma da loro scelto.

“Israele biasima pubblicamente gli iraniani per aver fornito a Hezbollah i nuovi missili. In tutta probabilità, è una stima accurata. Hezbollah è un burattino dell’Iran. Trenta minuti fa Israele ha minacciato di attaccare l’Iran se un altro Fateh-200 o un missile simile viene lanciato in territorio israeliano.”

Kurt fece una pausa. “Dieci minuti fa, l’Iran ha informato gli israeliani che controbatteranno a ogni attacco israeliano lanciando armi nucleari. Nella stessa dichiarazione, hanno indicato che qualsiasi attacco israeliano sarà ragione perché l’Iran lanci armi nucleari alla base aerea americana di Doha, nel Qatar, così come alla grande ambasciata americana di Bagdad.”

Nella stanza scese un silenzio di morte per molti secondi. Luke, in piedi in un angolo, osservava gli sguardi sui loro volti. Molti arrossirono, come se fossero imbarazzati. Altri fissavano con occhi sgranati e le bocce leggermente aperte.

“L’Iran non ha armi nucleari,” disse qualcuno. “Non possono averle.”

Kurt scosse la testa. “Ogni accordo e trattato internazionale afferma che l’Iran non è uno stato con armi nucleari, e che gli è proibito diventarlo. Ma ciò non significa che non abbiano acquisito armi nucleari. Amy, dacci l’Iran, per favore.”

Sullo schermo apparve una nuova mappa – l’Iran. La mappa diede a Luke la sensazione di affondare. C’era stato, in Iran. Non era il suo posto preferito.

“Lo Stato Islamico dell’Iran è una teocrazia musulmana sciita. Sappiamo che covano l’ambizione di acquisire armi nucleari almeno dalla rivoluzione islamica del 1979.”

“Ma se avessero testato un’arma nucleare,” disse Susan, “noi lo avremmo saputo.” Era la prima volta che parlava dall’inizio della riunione.

“Bello, se fosse vero,” disse Kurt. “Ovunque nel mondo proliferano strutture di collaudo situate nelle profondità della terra – difficilissime da trovare e mappare. Sistemi avanzati di rilevamento radioattivo possono dar conto delle radiazioni rilasciate nell’atmosfera, fino a pochissime quantità. Possiamo combinare questo con la nostra capacità di misurare la forza e la direzione dei venti dominanti, e determinare con una certa accuratezza da dove proviene la radiazione. Ma quando dico con una certa accuratezza, quello che voglio dire è nel raggio di molte centinaia di miglia. Data la prossimità dell’Iran al Pakistan – noto e accettato stato con armi nucleari – è difficile individuare la fonte di una radiazione e dire con certezza che si tratta dell’Iran.”

“Ma quei test presentano alterazioni sismiche,” disse Susan. “Praticamente sono come terremoti.”

Kurt annuì. “Ed è questo a rendere l’Iran doppiamente gravoso. È uno dei posti più sismicamente attivi del pianeta. Lì i terremoti sono comuni, e di frequente devastanti. Il disastro più recente è occorso nel 2003, quando un terremoto di magnitudine 6.6 ha ucciso almeno ventitremila persone nella città di Bam. Ma disastro a parte, in Iran l’attività sismica è quasi costante. La monitoriamo su base quotidiana. Tendere l’orecchio in cerca di un rimbombo sotterraneo in Iran è come tendere l’orecchio in cerca delle acque che si infrangono sulla spiaggia. Succede di continuo.”

“Cosa stai dicendo, Kurt?” disse Susan. “Dillo e basta.”

“L’Iran potrebbe costruire e testare armi nucleari,” disse Kurt. “E noi potremmo non scoprirlo.”

Istantaneamente, a Luke venne in mente un’idea. Era solo una, tra quelle cose. C’è una domanda, e la testa ti consegna la risposta. La risposta non ti deve piacere per forza, ma eccotela davanti.

“Perché non ci mandiamo una squadra di infiltrazione sotto copertura?” disse. “Potrebbero entrare e scoprire se si tratta di un bluff oppure no. Se non è un bluff, scoprono l’ubicazione delle testate nucleari e chiamano un raid aereo.”

In effetti, non aveva riflettuto bene sull’interno piano, ma una volta detto ad alta voce, riusciva a vederne la saggezza.

“Non abbiamo le persone adatte necessarie per uno schieramento del genere,” disse un uomo in uniforme. “Ci vorrebbero settimane o persino mesi…”

“Generale, devo dissentire,” disse Luke. “Ce le abbiamo, le persone adatte. La mia organizzazione, lo Special Response Team, è pronta.”




CAPITOLO NOVE


8:15 ora della costa orientale

Ala ovest

Casa Bianca, Washington DC



“È un disastro,” disse Susan. “Una follia. Non ho intenzione di permetterlo.”

Stavano riattraversando l’ala ovest dirigendosi verso lo Studio Ovale, tutti e tre – Susan, Kurt e Kat Lopez. Le scarpe di Susan e Kat ticchettavano sul marmo del pavimento. Li seguivano tre grossi uomini dei servizi segreti; due stavano davanti.

Le doppie porte dello Studio Ovale erano poco avanti, un grande uomo dei servizi su ogni lato. Susan e il nugolo di persone attorno a lei andavano tutti velocissimi, e le pareva di venir risucchiata verso l’ufficio su di un nastro trasportatore. Si sentiva fuori controllo. Non la voleva fare, quella riunione. Un paio di mesi prima, inviare i suoi migliori agenti in una missione rischiosissima non l’avrebbe irritata tanto.

“Susan, abbiamo un altro problema,” disse Kurt.

“Spara.”

“Gli israeliani non ci comunicano più la stima delle vittime, né ci tengono più aggiornati sui loro piani. Yonatan Stern è furioso. Vuole attaccare l’Iran immediatamente, e noi gli chiediamo di trattenersi. Sta già mandando in polvere il Libano del sud, ma Hezbollah sta ancora lanciando missili. Definisce questi attacchi, e la minaccia iraniana priva di una possibile risposta chiara, un’umiliazione, e biasima noi per la cosa. È pronto a cacciare dal paese il nostro ambasciatore. Vuole parlare direttamente con lei.”

Susan scosse la testa. “Questa giornata continua a migliorare.”

Attraversarono le porte doppie ed entrarono nello Studio Ovale.

“Vuole che le organizzi una telefonata con lui?” disse Kat.

Susan scrollò le spalle. “Certo. Ci parlerò. Kurt, puoi farmi stendere da qualcuno i miei appunti? Che cosa dovrei dirgli? Perché non possiamo essere tutti amici? Perché non potete preparare una torta per quelli con i missili?”

“Ma certo,” disse Kurt, e se ne andò in un angolo dell’ufficio, già al telefono.

Kat sparì per la soglia.

Susan si guardò intorno nello Studio Ovale. Davanti a lei tre alte finestre, con le tende tirate, che davano sul giardino delle rose. Fuori c’era una giornata di sole di inizio inverno. C’erano molte persone nella stanza. Luke Stone sedeva su una poltrona dall’alto schienale nel salottino. Sotto ai suoi piedi c’era il sigillo del presidente degli Stati Uniti. Seduto accanto a lui c’era il grosso Haley Lawrence, il segretario della Difesa, che pareva aver preso peso – la mole maggiore in qualche modo aveva un che da grasso infantile, e rendeva un uomo di ben più di un metro e ottanta molto simile a un bambinetto.

C’erano altri due uomini nella stanza, entrambi in piedi. Indossavano uniformi verdi dell’esercito – uomini che Susan immaginava sui cinquantacinque anni, molto in forma, con i capelli a spazzola. Potevano essere gemelli – Pincopanco e Pancopinco.

“Signora presidente,” disse Pincopanco. Le allungò una mano. “Sono il generale Steven Perkins della Defense Intelligence Agency.”

Lei gli fece un cenno col capo mentre la mano le veniva ingoiata da quella di lui in una ferma stretta militare.

“Generale.”

Anche Pancopinco si allungò per farsi stringere la mano. “Signora presidente, sono Mike Sobchak della Naval Intelligence.”

“Ammiraglio.”

Scosse la testa. “Ok, signori, a che punto siamo?” disse Susan. “Che schema avete imbastito insieme all’agente Stone?”

Kurt era in fondo, a mormorare al telefono per tutti gli undici secondi. “Per cortesia, chiuda la porta,” disse a un uomo dei servizi.

“È una missione altamente segreta,” disse Haley Lawrence.

Susan fece spallucce e fece ruotare la mano. “Me lo immaginavo. Quindi ditemi.”

“Mandiamo una piccola squadra in Israele su un aereo del Dipartimento di Stato,” disse Kurt. “Da ieri abbiamo mandato già tre aerei del Dipartimento di Stato, quindi secondo tutti potrebbe fare più o meno lo stesso – diplomatici della crisi in viaggio per cercare di calmare la situazione.”

“Sono sicura che nessuno sospetterà che facciamo entrare delle spie,” disse Susan.

“Arrivata la squadra, avrà ragguagli dall’intelligence israeliana su possibili ubicazioni di siti nucleari iraniani. La squadra si coordinerà con gli israeliani per progettare un’infiltrazione, e poi si farà paracadutare sotto la copertura del buio in Iran. La squadra poi si farà strada, con qualsiasi mezzo disponibile, fino ai siti più probabili, e confermerà o meno l’esistenza di armi nucleari sugli stessi. Se vengono trovate armi, richiederanno attacchi aerei, sulle coordinate specifiche, che distruggeranno le armi nei silos.”

“Attacchi aerei da chi?” disse Susan. “Dagli americani o dagli israeliani?”

“Dagli americani,” disse Pincopanco. “Per definizione, gli attacchi dovranno essere potenti anti-bunker lanciati da alte altitudini. Più probabilmente, bombe MOAB lanciate da bombardieri B-52, e questo se riusciamo a far fuori i bunker tramite armi convenzionali, il che non è garantito. Non crediamo che gli israeliani abbiano capacità del genere.”

“Non crediamo?” disse Susan. “Non dovremmo saperlo?”

“Qui stiamo discutendo con Israele,” disse Pancopinco. “Potrebbero averle, potrebbero non averle. Non sono sempre collaborativi su informazioni come questa. Per ogni eventualità, se gli israeliani si mettono a bombardare silos missilistici iraniani, c’è sempre la possibilità che scoppi la terza guerra mondiale. I russi sono vicini alleati dell’Iran. E i paesi sunniti odiano gli iraniani sciiti. Ma solo quando gli israeliani non li bombardano. Altrimenti sono tutti amici musulmani e l’aggressione israeliana deve essere vendicata. Se bombardiamo noi…”

Fece spallucce. “Penso che possiamo trovare il modo di placare i russi, sulla faccenda. E i paesi sunniti se la metteranno via.”

“Perché gli israeliani non mandano le loro spie in cerca della bomba?” disse Susan.

“Abbiamo parlato con la loro intelligence. Pensano che la missione sia un fallimento sicuro. Preferirebbero bombardare l’Iran indiscriminatamente e distruggere tutte le basi e le infrastrutture militari iraniane, nella speranza di colpire eventuali testate in loro possesso. Noi li stiamo incoraggiando – li stiamo incoraggiando molto strenuamente – ad astenersi da azioni del genere. Ovviamente, il rischio di bombardare l’Iran e lasciare anche un solo missile nucleare operativo è troppo alto da contemplare…”

Susan guardò Luke. “Salve, agente Stone.”

Lui la guardò dritto negli occhi. Era una cosa che lei odiava, la cosa di cui aveva avuto terrore. Voleva fermare il tempo proprio lì e non fargli dire un’altra parola.

“Signora presidente.”

“Ha intenzione di accettare la missione?”

Annuì. “Sì. Certo. È stata una mia idea.”

“A me pare una missione suicida, agente Stone.”

“Ne ho sentite di peggio,” disse Luke. “In ogni caso, è esattamente il tipo di cosa per cui è stato organizzato il nuovo Special Response Team. Ho già parlato con la mia squadra. Possiamo essere pronti a partire in un paio d’ore.”

Tentò una tattica diversa. “Agente Stone, lei è il direttore dello Special Response Team. I miei registri indicano che ha quarantadue anni. La missione non verrebbe gestita meglio da un operativo junior dell’agenzia? Qualcuno di un po’ più giovane, diciamo? Qualcuno di un po’ più energico?”

“Ho in progetto di andare con Ed Newsam,” disse Luke. “Lui ha trentacinque anni. E comunque sono ancora piuttosto energico per un vecchietto.”

“L’agente Stone e l’agente Newsam hanno entrambi un’estesa esperienza operativa nel Medio Oriente,” disse Pincopanco. “Sono entrambi combattenti d’élite veterani, sono stati sotto copertura, e conoscono bene la cultura israeliana, araba e persiana. Se la cavano entrambi benino col farsi.”

Susan lo ignorò. Guardò la stanza. Sembravano fissarla tutti. Volevano parlare del progetto della missione, lo sapeva. Volevano che desse immediatamente il via libera, in modo da raccogliere le risorse di cui avevano bisogno, venirsene fuori con le evenienze in caso di fallimento della missione, sviluppare strategie di negazione plausibile nel caso in cui la cosa fosse diventata di dominio pubblico. Nelle loro menti, non si trattava neanche più di chi stava per partire – la questione era già stata decisa.

“Signori, potete darmi cinque minuti da sola con l’agente Stone?”



* * *



“Luke, sei fuori di testa?”

Gli altri uomini, e tutti i servizi segreti, se n’erano andati.

“Non manderei il mio peggior nemico in questa missione. Dovresti paracadutarti in Iran, e poi vagare per il paese con gente che cerca di assassinarti, finché non trovi delle armi nucleari?”

Sorrise. “Be’, spero che la cosa verrà pensata un pochino meglio di così.”

“Ti farai uccidere.”

Allora lui si alzò, e andò da lei. Cercò di abbracciarla. Lei rimase rigida per un attimo, poi si sciolse nel suo abbraccio.

“Lo sai quant’è ridicolo che la presidente degli Stati Uniti si preoccupi esageratamente per la vita di un agente delle operazioni speciali, che fa esattamente questa roba per tutta la sua vita adulta?”

Lei scosse la testa. “Non mi interessa. È diverso. Non posso autorizzare una missione in cui potresti rimanere ucciso. È follia.”

Abbassò lo sguardo su di lei. “Mi stai dicendo che per stare con te devo mollare il lavoro?”

“No. Sei a capo della tua agenzia. Non devi accettarla. Non devi presentarti come volontario. Manda qualcun altro.”

“Vuoi che mandi qualcun altro anche se pensi che sia una missione suicida?”

Annuì. “Esatto. Manda qualcuno che non amo.”

“Susan, non posso.”

Allora lei si voltò dall’altra parte, e d’un tratto presero a scorrere lacrime di infelicità. “Lo so. Questo lo so. Ma per l’amor di Dio, ti prego di non morirci, laggiù.”




CAPITOLO DIECI


16:45 ora di Israele (9:45 ora della costa orientale)

Covo di Sansone – nelle profondità della terra

Gerusalemme, Israele



“Falli stare zitti.”

Yonatan Stern, il primo ministro di Israele, sedeva sulla sua solita sedia a capotavola nel centro di comando per le crisi israeliano, il mento sulla mano. La stanza era una cavernosa cupola a forma di uovo. Tutt’intorno a lui, il suo esercito e i suoi consiglieri politici si trovavano nel caos, urlavano, recriminavano, si puntavano il dito addosso gli uni con gli altri.

Come si era arrivati a questo? pareva essere la domanda prevalente. E la risposta alla quale era giunta la maggior parte di quelle brillanti menti strategiche era, È colpa di qualcun altro.

“David!” disse fissando il suo capo di gabinetto, un robusto ex commando suo braccio destro dai giorni dell’esercito. David si girò a guardarlo, grossi occhi scuri malevoli, denti che si mordevano l’interno della guancia, come faceva quando era nervoso o distratto. Un tempo quell’uomo avrebbe ucciso nemici a mani nude, eppure in qualche modo pareva scusarsene, nel mentre. Pareva scusarsi anche adesso.

“Per favore,” disse Yonatan. “Riporta all’ordine la stanza.”

David scrollò le spalle. Andò al tavolo da conferenze e mandò a schiantare un pugno gigante sulla sua superficie.

BUM!

Non disse una parola, ma riportò di nuovo giù il pugno.

BUM!

E ancora. E ancora. E ancora. Ogni volta che il pugno atterrava, la stanza si faceva un po’ più silenziosa. Alla fine tutti gli uomini presenti si alzarono per guardare David Cohn, l’organizzatore e gendarme di Yonatan Stern, un uomo che nessuno di loro rispettava intellettualmente, ma anche che nessuno di loro avrebbe mai osato intralciare.

Sollevò il pugno un’ultima volta, ma adesso la stanza era silenziosa. Si fermò a mezz’aria, come un martello. Poi fluttuò lentamente di nuovo sul fianco.

“Grazie, David,” disse Yonatan. Guardò gli altri uomini presenti. “Signori, vorrei cominciare questa riunione. Quindi, per favore, prendete posto e ammaliatemi con il vostro acume.”

Si guardò intorno. C’era Efraim Shavitz, sempre giovanile, dimostrava molto meno dei suoi anni. La gente lo chiamava il Modello. Era il direttore del Mossad. Indossava un costoso completo su misura e delle scarpe italiane di pelle nera lucidissime. Pareva che si stesse recando a un nightclub di Tel Aviv, e non che stesse attualmente supervisionando la distruzione del suo stesso popolo. In una stanza piena di sciatti intellettuali e uomini dell’esercito di un’età, Shavitz il dandy sembrava una specie di uccello esotico.

Yonatan scosse la testa. Shavitz era uno degli uomini del suo predecessore. Yonatan se lo teneva lì perché gli era stato ben raccomandato e sembrava sapere quel che faceva. Fino a oggi.

“Efraim, le tue stime, per cortesia.”

Shavitz annuì. “Certamente.”

Prese un telecomando dalla tasca della giacca e si voltò verso il grande schermo alla fine del tavolo. Istantaneamente apparve il video di un lancio missilistico da una piattaforma mobile verdastra.

“Il Fateh-200 è arrivato in Libano. Sospettavamo che potesse essere il caso…”

“Quando, lo sospettavate?” disse Yonatan.

Shavitz lo guardò. “Prego?”

“Quando sospettavate che Hezbollah avesse ottenuto il sistema d’arma Fateh-200? Quando? Io un rapporto del genere non l’ho mai letto, né qualcuno mi ha mai menzionato l’arrivo di un rapporto del genere. Ne ho sentito parlare per la prima volta quando dei missili a lungo raggio altamente esplosivi hanno cominciato ad abbattersi su edifici residenziali di Tel Aviv.”

Ci fu un lungo silenzio trascinato. Gli altri uomini presenti osservavano, alcuni Yonatan Stern, altri Efraim Shavitz, alcuni la tavola che avevano davanti.

“In ogni caso, ce li hanno,” disse Shavitz.

Yonatan annuì. “Sì, ce li hanno. Ora, a proposito dell’Iran… loro che cos’hanno?”

Shavitz indicò Yonatan. “Non confonda l’acquisizione da parte di Hezbollah di potenti armi convenzionali con la minaccia nucleare iraniana, Yonatan. Non lo faccia. Le abbiamo detto che gli iraniani stavano lavorando su missili nucleari. Conosciamo le ubicazioni sospette. Conosciamo le persone coinvolte. Abbiamo un’idea del numero di testate. Viene avvertito di questi pericoli da anni. Abbiamo perso molti buoni uomini per ottenere queste informazioni. Che lei non abbia agito non è colpa mia, né del Mossad.”

“Ci sono considerazioni politiche,” disse Yonatan.

Shavitz scosse il capo. “Questo non è il mio dipartimento. Ora, crediamo che gli iraniani possano avere almeno quattordici testate, nascoste in tre luoghi, e probabilmente ben sottoterra. Potrebbero non averne per niente. Potrebbe essere una menzogna. Ma non più di quattordici.”

“E se ce le hanno, tutte e quattordici?”

Shavitz scrollò le spalle. Gli era scivolato fuori posto un capello, sulla fronte, molto strano per lui. Avrebbe fatto meglio a pettinarsi prima di presentarsi al nightclub. “E riescono a lanciarle?”

Yonatan annuì. “Sì.”

“Verremo annientati. Semplicissimo.”

“Che opzioni abbiamo?”

“Molte poche,” disse Shavitz. “Tutti i presenti già sanno quali sono. Tutti qui conoscono bene le nostre capacità missilistiche, nucleari e convenzionali, e della nostra forza aerea. Possiamo lanciare un massiccio attacco preventivo, al massimo, contro tutti i siti missilistici noti iraniani e siriani, e contro tutte le basi aeree iraniane. Se agiamo con impegno totale, e con tutte le nostre forze in perfetto accordo, possiamo distruggere totalmente le capacità militari iraniane e siriane, e riportare la società civile iraniana ai secoli bui. Chi tra i presenti possiede qualche nozione politica, non ha bisogno che gli dica quale sarebbe il contraccolpo mondiale.”

“E un attacco minore?”

Shavitz scosse la testa. “Per cosa? Qualsiasi attacco che conservi le capacità missilistiche dell’Iran, con aerei da combattimento o bombardieri in aria, o che lasci anche un solo missile nucleare operativo, per noi implicherà il disastro. Mentre alcuni di noi dormivano, primo ministro, o premiavano i nostri amici con contratti governativi, gli iraniani lavoravano come termiti, costruendo un arsenale missilistico convenzionale quasi incredibilmente resistente, e tutto con noi in mente.

“Il Fajr-3, con guida di precisione e veicoli di rientro multipli – quasi impossibile da abbattere. Il programma Shahab-3, con missili sufficienti, potenza di fuoco sufficiente, e portata tale da bombardare a tappeto ogni centimetro quadrato di Israele. I sistemi Ghadr-110, Ashoura, Sejjil e Bina, e tutti possono raggiungerci, con migliaia di proiettili e testate individuali. E, pur se difficilmente pare pressante al momento, stanno ancora lavorando sul lanciatore spaziale Simorgh, che è sotto test e che possiamo aspettarci di vedere operativo nel giro di un anno. Una volta approntato quel sistema…”

Shavitz sospirò. Il resto della stanza era in silenzio.

“E i nostri sistemi di rifugio?”

Shavitz annuì. “Certo. Presumendo che gli iraniani stiano bluffando e che non abbiano armi nucleari, possiamo dire con sicurezza che, dovessero lanciarci addosso un attacco maggiore, una percentuale del nostro popolo arriverebbe ai rifugi in tempo, alcuni rifugi terrebbero, e dopo, una manciata di sopravvissuti ne uscirebbe sana e salva. Ma non credo neanche per un minuto che ricostruirebbero. Sarebbero traumatizzati e inermi, lì a vagare per un cacchio di paesaggio lunare. Che cosa farebbe allora Hezbollah? O cosa farebbero i turchi? O i siriani? O i sauditi? Accorrerebbero per portare assistenza e conforto agli ultimi rimasugli della società israeliana? Non credo proprio.”

Yonatan fece un respiro profondo. “Abbiamo altre opzioni?”

Shavitz fece spallucce. “Solo una. L’idea che hanno ventilato gli americani. Inviare una piccola squadra di commando per scoprire se queste armi nucleari sono reali, e per determinare dove si trovino. Dopo intervengono per colpire quei punti con precisione, con la nostra partecipazione o meno. Se gli americani compiono un attacco limitato e preciso e distruggono solo le armi nucleari, gli iraniani potrebbero esitare a rispondere.”

Era un’idea che Yonatan odiava. La odiava per tutte le infruttuose perdite di vite – la perdita di agenti preziosi e altamente addestrati già tornati da precedenti infiltrazioni in Iran. La odiava perché sarebbe stato costretto ad aspettare mentre gli agenti sparivano, senza sapere se sarebbero riapparsi e se avrebbero poi saputo qualcosa. A Yonatan la prospettiva di aspettare non piaceva – non quando l’orologio ticchettava e gli iraniani potevano lanciare il loro attacco massiccio in qualsiasi momento.

Yonatan odiava quest’idea in particolare perché sembrava venire dall’interno della Casa Bianca di Susan Hopkins. La Hopkins non aveva idea della realtà della situazione israeliana, e sembrava non le importasse niente. Era come il pappagallo di un proprietario riluttante che aveva insegnato al povero uccello una sola parola.

Palestinesi. Palestinesi. Palestinesi.

“Quali sono le probabilità che una missione del genere abbia successo?” disse Yonatan.

Shavitz scosse la testa. “Molto, molto scarne. Ma il tentativo probabilmente farebbe piacere agli americani, e dimostrerebbe a loro la compostezza che stiamo mostrando. Se dessimo alla cosa un tempo massimo, magari quarantotto ore, potremmo non aver nulla da perdere.”

“Possiamo permetterci tutto quel tempo?”

“Se monitoriamo da vicino gli iraniani in cerca di qualsiasi segnale di un primo attacco, e lanciamo immediatamente il nostro alla quarantottesima ora, dovremmo trovarci bene.”

“E se gli agenti vengono uccisi o catturati?”

“Una squadra americana, con forse una guida israeliana con significativa esperienza iraniana. L’israeliano sarebbe un operativo dalla copertura profonda privo di identità. Se qualcosa va male, neghiamo il coinvolgimento e basta.”

Shavitz fece una lunga pausa. “Ho già l’operativo perfetto in mente.”




CAPITOLO UNDICI


12:10 ora della costa orientale

Joint Base Andrews

Contea di Prince George, Maryland



Il piccolo jet azzurro con il logo del Dipartimento di Stato statunitense sulla fiancata si spostò lentamente sulla pista di rullaggio e fece una brusca deviazione a destra. Già autorizzato al decollo, accelerò rapidamente lungo la pista, si staccò dal suolo e salì rapidamente fino a immergersi nelle nuvole. Nel giro di un altro istante, si piegò bruscamente ad angolo a sinistra in direzione dell’oceano Atlantico.

Dentro all’aereo, Luke e la sua squadra erano ricaduti tranquillamente nelle vecchie abitudini – usavano i quattro sedili passeggeri anteriori come area meeting. Avevano stivato i bagagli e l’attrezzatura sui sedili sul retro.

Stavano partendo più tardi del previsto. Il contrattempo era dovuto al fatto che Luke era andato a trovare Gunner a scuola. Aveva promesso al figlio che non sarebbe mai partito senza dirglielo in faccia, e di raccontargli quanto poteva sul luogo in cui si stava recando. Glielo aveva chiesto Gunner, e Luke aveva acconsentito.

Si erano visti in uno stanzino fornito loro dall’assistente del preside – era il luogo in cui tenevano strumenti musicali, per lo più vecchi fiati, molti che si stavano arrugginendo, a vederli.

Gunner l’aveva gestita piuttosto bene, tutto considerato.

“Dove vai?”

Luke aveva scosso la testa. “È secretato, mostriciattolo. Se te lo dico…”

“Poi io lo dico a qualcuno, e quella persona lo dice a qualcuno.”

“Credo che non lo diresti a nessuno. Ma solo saperlo ti metterebbe in pericolo.”

Aveva guardato il ragazzino, che era più che abbattuto.

“Sei preoccupato?” aveva detto Luke.

Gunner aveva scosso la testa. “No. Penso che probabilmente sai prenderti cura di te stesso.”

Adesso, sull’aereo, Luke sorrise tra sé. Buffo ragazzino. Ne aveva passate tante, e in qualche modo non aveva perso il senso dell’umorismo.

Luke guardò la sua squadra. Sul sedile accanto al suo c’era il grande Ed Newsam, con pantaloni cargo cachi e una maglietta a maniche lunghe. Occhi di ghiaccio, enorme, eterno come una montagna. Ed adesso era più vecchio, sicuro. Aveva delle rughe in volto, soprattutto attorno agli occhi, che prima non c’erano. E non aveva più i capelli nero corvino come un tempo – c’erano delle ciocche grigie e bianche in libertà, lì.

Ed aveva lasciato la squadra Recupero ostaggi dell’FBI per quel lavoretto. L’FBI lo stava facendo salire di livello – maggiore anzianità, maggiori responsabilità, maggiori sedute alla scrivania, e molto meno tempo sul campo. A sentir lui, stava cambiando perché voleva vedere ancora dell’azione. Ma la cosa non gli aveva impedito di aspettarsi più soldi. Non importava. Luke era pronto a far urlare di agonia il budget dell’SRT, se era quello che ci voleva per farlo risalire a bordo.

A sinistra e di fronte a Luke, c’era Mark Swann. Teneva le gambe allungate nella navata come sempre, un vecchio paio di jeans strappati e un paio di sneakers rosse Chuck Taylor lì in mezzo per far inciampare chiunque. Swann era cambiato, certo. Sopravvivere a stento alla prigionia dell’ISIS lo aveva reso più serio – non scherzava più sulla pericolosità delle missioni. Luke era contento che fosse tornato – c’era stato un periodo in cui sembrava che potesse diventare un recluso, e che non sarebbe riemerso più dal suo attico con vista sulla spiaggia.

Poi c’era Trudy Wellington. Sedeva giusto davanti a Luke. Aveva ancora i capelli ricci castani, e non era invecchiata per niente. Normale. Nonostante tutto quello che aveva visto e fatto – il periodo da analista nell’SRT originale, la relazione con Don Morris, l’evasione dal carcere e il periodo trascorso nascondendosi – aveva ancora solo trentadue anni. Era snella e attraente come non mai in maglione verde e blue jeans. A un certo punto, aveva eliminato i grandi e rotondi occhiali da gufo orlati di rosso dietro ai quali si nascondeva. Adesso aveva i begli occhi azzurri in primo piano.

Quegli occhi fissavano duramente Luke. Non sembravano amichevoli.

Che cosa sapeva della relazione che aveva con Susan? Era arrabbiata? E perché avrebbe dovuto?

“Lo sai cosa stai facendo, bello?” disse Ed Newsam. Lo disse con indole abbastanza buona, ma sotto c’era un altro sentore.

“Vuoi dire con la missione?”

Ed fece spallucce. “Certo. Cominciamo da lì.”

Luke guardò fuori dal finestrino parlando. Era una giornata luminosa, ma il sole stava già dietro di loro. Tra poco, mentre si spostavano ancora più a est, il cielo avrebbe cominciato a scurirsi. Gli diede la percezione degli eventi che si impennavano in avanti – una sensazione familiare, ma che comunque faceva parte degli aspetti che meno preferiva del lavoro. Era una corsa contro al tempo. Era sempre una corsa contro al tempo, e loro erano molto indietro. La guerra che stavano cercando di evitare era già cominciata.

“Immagino che sia quello che stiamo per scoprire. Trudy?”

Lei fece spallucce, apparentemente evasiva. Raccolse il tablet dal grembo. “Ok,” disse. “Presumo rabula rasa.”

“A me sta bene,” disse Luke. “Ragazzi?”

“Bene,” disse Swann.

“Sentiamo,” disse Ed. Si rimise comodo contro al sedile.

“Si parla di Israele e Iran,” disse Trudy. “Una storia non proprio brevissima.”

Luke scrollò le spalle. “È un volo lungo,” disse.



* * *



“Israele è un paese giovane, esistente solo dal 1948,” disse Trudy. “Ma l’idea della Terra di Israele, come luogo sacro al popolo ebraico fin dall’epoca biblica, probabilmente risale a duemila anni avanti Cristo. La prima fonte scritta su Israele come luogo compare intorno al 1200 a.C. La zona è stata invasa, conquistata e riconquistata in epoca antica dai babilonesi, dagli egizi e dai persiani, per nominarne alcuni. Per tutto il tempo, gli ebrei hanno perseverato.

“Nel 63 a.C., l’Impero romano ha conquistato la regione, trasformandola in una provincia romana. Per quasi duecento anni, è diventata il sito di una violenta lotta tra ebrei e romani, che è terminata in genocidi, purghe etniche e distruzioni estese. L’ultima rivolta ebraica contro i romani è fallita nel 132 d.C., e la maggior parte degli ebrei è stata uccisa o dispersa – molti sono andati a nord, nella Russia di oggi, a nordovest nell’Europa orientale e centrale, o direttamente a ovest verso il Marocco e la Spagna. Alcuni sono andati a est, in Siria, in Iraq e in Iran. Una manciata può essersi diretta a sud, in Africa. E alcuni sono rimasti in Israele.

“Nel corso del tempo, l’Impero romano è svanito e la regione nella metà del 600 è stata conquistata dagli arabi, che avevano recentemente adottato la nuova religione dell’Islam. Nonostante frequenti attacchi da parte dei crociati cristiani, la zona è rimasta più che altro sotto il controllo dei sultani musulmani per i novecento secoli seguenti. Nel 1516 è stata conquistata di nuovo, stavolta dall’Impero ottomano. Su mappe ottomane risalenti anche al 1600, la zona cui pensiamo come Israele veniva chiamata Palestina. Quando nella prima guerra mondiale l’Impero ottomano è stato distrutto, la Palestina è caduta sotto il controllo dei suoi successivi sovrani, i britannici.”

“Che fondarono i problemi moderni,” disse Ed.

Trudy annuì. “Naturalmente. Nel corso della storia, alcuni ebrei sono rimasti lì, e nel corso dei secoli ci sono stati numerosi tentativi idealistici di farci tornare gli ebrei dispersi in tutto il mondo. Ma all’inizio del Novecento, questi sforzi stavano decollando. L’ascesa dei nazisti portò a un numero ampliamente aumentato di ebrei che lasciavano l’Europa. Alla fine della seconda guerra mondiale, la popolazione della Palestina era ebrea per circa un terzo. Dopo la guerra, un massiccio influsso di ebrei, sopravvissuti all’Olocausto, lasciò le comunità distrutte di tutta Europa per recarsi in Palestina.

“Nel 1948 è stato fondato lo Stato di Israele. La cosa ha innescato una serie di contrasti violenti tra musulmani ed ebrei che continuano anche oggi. Nel combattimento inziale, l’Egitto, la Siria, la Giordania e l’Iraq li invasero, insieme a contingenti di irregolari provenienti da Yemen, Marocco, Arabia Saudita e Sudan. Gli israeliani li sconfissero. Almeno settecentomila arabi fuggirono o vennero espulsi dalle forze israeliane che avanzavano nelle aree ora note come territori palestinesi – la Cisgiordania e la striscia di Gaza.”

“Vedete, è questo che non capisco,” disse Ed Newsam. “Il 1948 è roba vecchia. Adesso ci sono tutti questi palestinesi incastrati a Gaza e nella Cisgiordania. Perché non liberarli e lasciare che diventino un paese loro? Se non ci si riesce, perché non dare a tutti la cittadinanza e incorporarli a Israele? Pare che ognuna delle due possa mettere un freno allo scontro.”

“È complicato,” disse Swann.

“Complicato è un eufemismo,” disse Trudy. “Impossibile è più vicino alla realtà. Per dirne una, Israele è stata fondata come stato ebraico – una patria per gli ebrei di tutto il mondo. Si tratta di un progetto di quasi duemila anni.

“Se Israele vuole rimanere uno stato ebraico, non può semplicemente incorporare i palestinesi nel paese come cittadini. Accenderebbe il timer su una bomba demografica a tempo, bomba che esploderebbe presto. Il paese ha il suffragio universale – ogni cittadino ha il diritto di voto. Ci sono approssimativamente sei milioni e mezzo di ebrei in Israele, e quasi due milioni di arabi israeliani, la gran maggioranza dei quali musulmani. Ci sono circa quattro milioni e mezzo di palestinesi a Gaza e nella Cisgiordania, in tutto.

“Se tutti i palestinesi diventassero cittadini, improvvisamente si avrebbe una società quasi spaccata a metà tra ebrei e musulmani, con una relativa manciata di cristiani e di altri nel mezzo. Gli ebrei smetterebbero subito di essere maggioranza. In più, arabi israeliani e palestinesi hanno tassi di natalità più alti di quelli degli ebrei israeliani, parlando in termini generali. Nel giro di un paio di decenni, i musulmani avrebbero una chiara e crescente maggioranza. Voterebbero per tenere Israele la patria degli ebrei?”

“Ne dubito,” disse Swann.

“Allora che si dia la libertà ai palestinesi,” disse Ed. “Che si garantisca loro lo status di nazione autonoma. Aprire le loro strade, lasciare che controllino il loro spazio aereo e le acque costiere, e che commercino con altri paesi.”

Trudy scosse la testa. “Anche questo impossibile. Raramente faccio dichiarazioni assolute su eventi futuri, ma ho esaminato questi scenari da ogni angolazione. A prescindere da quel che si dice durante le negoziazioni internazionali, a prescindere da quante volte l’assemblea generale delle Nazioni Unite ne voti la disapprovazione, fa’ caso allo status di nazione autonoma della Palestina. Non arriva mai vicino alla realizzazione. E questo perché Israele non lo permetterebbe mai volontariamente. L’idea stessa è assurda. È un suicidio.

“Senti, Israele esiste in uno stato di talvolta disperato conflitto con i paesi che la circondano. La sopravvivenza è sempre una questione aperta. La sicurezza è la cosa più importante nella società israeliana, e fornirla è il focus maggiore dello stato. Israele di per sé è un paese minuscolo. Se la Cisgiordania non fosse lì a fare da zona cuscinetto, e diventasse a tutti gli effetti un paese straniero, la situazione passerebbe istantaneamente da difficile a molto, molto pericolosa. Insostenibile. La piana costiera della zona centrale di Israele è uno stretto pezzetto di terra, dalla Cisgiordania al mare, che per la maggior parte della sua lunghezza va dalle nove alle undici miglia di ampiezza. Una persona media in bicicletta potrebbe percorrerne la distanza in un’ora.

“La maggior parte della popolazione civile, così come i settori industriali e tecnologici del paese si trovano lì. A peggiorare la faccenda, c’è che le terre della Cisgiordania sono colline che danno sulla pianura – ci sono luoghi della Cisgiordania da cui si vede tranquillamente il mar Mediterraneo. Quando gli estremisti dei paesi arabi parlano di portare gli israeliani nel mare, la cosa da ricordare è che si tratta di un viaggio brevissimo.

“I palestinesi sono alleati dell’Iran, e molti palestinesi sono ostili verso l’esistenza stessa di Israele. Se concedi ai palestinesi lo status di nazione autonoma, che cosa impedisce agli iraniani di ammassarti sul confine carri armati, aerei da combattimento, batterie di missili e truppe? Non solo sul confine tuo, ma sulle terre alte sopra di te? È uno scenario da incubo. Inoltre, gli altopiani della Cisgiordania sono fonte d’acqua per le falde acquifere di acqua dolce del litorale israeliano. Che cosa impedisce a una Palestina sovrana di tentare di bloccare i rifornimenti d’acqua?

“E poi, anche se Israele non ammette le proprie capacità nucleari, è ampliamente accettato che hanno in ogni dove tra le cinquanta e le ottanta armi nucleari. Per lo più si pensa che vengano conservate alla base missilistica di Zachariah a sudest di Tel Aviv, e che altre siano conservate nel deserto meridionale. Ma alcune – forse addirittura il venti o trenta per cento – sono schierate in silos missilistici sotterranei nella Cisgiordania a est di Gerusalemme. Sono armi dell’era della guerra fredda, degli anni Settanta e Ottanta, e probabilmente sono ancora operative.

“La spesa, la logistica del trasporto e la protesta pubblica renderebbero quasi impossibile riportare i silos in Israele, ed è impossibile che gli israeliani permettano ai palestinesi di amministrare quelle armi. Come ho detto prima, Israele non ne ammette neanche l’esistenza.”

“Quindi cosa stai dicendo?” disse Luke.

“Sto dicendo che Israele deve affrontare una crisi esistenziale ovunque si volti. Se concedono la cittadinanza ai palestinesi, il concetto stesso di Israele sparisce tramite voto. Se permettono che la Cisgiordania diventi Palestina sovrana, il paese di Israele sparisce tramite bombardamento. Quindi perseguono una terza strada, una strada carica di pericolo, ma che offre delle possibilità di successo. È la strada della tensione infinita e del conflitto infinito contro i palestinesi, Hezbollah, l’Iran e chiunque altro decida di partecipare. Può sembrare estremo, sbilanciato e altamente emotivo da fuori, ma in realtà si tratta di processi decisionali piuttosto semplici, freddi e razionali. Sviluppo e mantenimento di superiorità tecnologica a ogni costo, mobilitazione militare dell’intera popolazione, e mai abbassare la guardia, neanche per un secondo.”

“Ma funziona solo finché si ha superiorità tecnologica,” disse Swann. “Quando il nemico ti raggiunge…”

“Giusto,” disse Trudy. “Allora hai dei bei problemi. E pare che gli iraniani li abbiano raggiunti.”

“Li hanno raggiunti?” disse Luke. “Hanno armi nucleari?”

Trudy lo guardò. “Sì. Sono quasi sicura di sì.”



* * *



Luke abbassò la tendina del finestrino.

Aveva guardato la vasta oscurità fino a capire che non c’era nulla da vedere se non il suo volto, avvolto dall’ombra.

Il Learjet si dirigeva a est, e se avesse dovuto tirare a indovinare, Luke avrebbe detto che si trovavano sopra all’Atlantico settentrionale, quasi in Europa ormai – volavano da ore, e ne avevano altre ancora davanti. Era un viaggio lungo.

Guardò Trudy, che sedeva dall’altra parte del corridoio rispetto a lui. Era l’unica ancora sveglia oltre a Luke.

Dietro di lei, Swann era raggomitolato tra due sedili. Si era addormentato velocemente. Nella fila dietro a Swann, Ed Newsam faceva la stessa cosa. Ed era solido come una roccia, certo. Ma Luke aveva delle riserve su Swann. Non era colpa di Swann – era rimasto traumatizzato dal tempo trascorso in cattività dell’ISIS. Era cambiato. Non era lo stesso spiritoso idiota sarcastico di un tempo. Adesso era più riservato, più cauto. Parlava molto meno. In superficie poteva sembrare un bene – saggezza magari, o maturità. Ma Luke sospettava che potesse essere mancanza di fiducia in se stesso.

Swann era rimasto scosso nella sua essenza. Quando la temperatura si fosse alzata, quando il livello dello stress si fosse amplificato, rimaneva da vedere quanto bene avrebbe agito.

Luke guardò Trudy, dall’altra parte. Aveva dormito per un po’, raggomitolata. Adesso era di nuovo sveglia, a guardare fuori dal suo, di finestrino scuro. Da lì tutto ciò che Luke riusciva a vedere era una luce lampeggiante sull’ala.

“È buio là fuori,” disse Luke. “Un immenso tantissimo niente.”

“Sì.”

“Che cosa guardi?”

“Proprio quello. Niente.”

Luke fece una pausa. C’era dell’imbarazzo tra di loro. Immaginava che ci sarebbe stato sempre. Non voleva entrare nella questione adesso, dei momenti che avevano condiviso, perché c’erano Swann e Ed. Swann e Ed non c’entravano con la faccenda, e non voleva che ci si svegliassero nel mezzo.

“Ricordo l’ultima volta che abbiamo fatto un lungo volo insieme,” disse Luke.

Annuì. “Anch’io. Corea. Voi mi avevate appena fatta evadere di prigione. Che periodo folle. Pensavo che la mia vita fosse finita. Non avevo capito che stava appena cominciando.”

“Com’è stata la latitanza?”

Fece spallucce. Non sembrava bramosa di guardarlo. “Non sceglierei di rifarlo. Ma tutto sommato non è stato terribile. Ho imparato molto. Ho imparato a non attaccarmi a una specifica identità. Trudy Wellington, ma chi è? Una possibilità tra centinaia. Mi sono tinta i capelli di biondo, proprio come avevi suggerito tu. Me li sono anche tinti di nero. A un certo punto, mi sono persino rasata la testa.

“Lo sai che mi sono allineata con un mucchio di contestatori di sinistra in Spagna per un po’? Davvero. Ho imparato lo spagnolo alle superiori, e la Spagna è stato il mio posto sicuro in cui sparire. Nessuno aveva alcuna idea di chi fossi. Mi hanno mandata in addestramento tecnico di medicina d’urgenza, quindi sono potuta diventare medico di strada. La gente si ferisce molto in queste proteste – di solito cose minori, ma le ambulanze non riescono a raggiungerli. Lì ci sono i medici di strada, al centro dell’azione. Ho visto parecchi arti rotti e crani incrinati. Ho pensato a Ed per tutto il tempo, ho sempre avuto molto rispetto per le sue competenze mediche. Adesso ancor di più.”

Si voltò per guardare in faccia Luke. “Ho imparato molto su di me, cose che avevo bisogno di imparare.”

“Dinne una grossa,” disse Luke.

Sorrise. “Ho imparato che non devo più buttarmi via per uomini più vecchi. Che cosa cercavo, protezione? Approvazione? È una sciocca abitudine da ragazzina. Mi sono attenuta a uomini della mia età o più giovani negli ultimi due anni, e non è niente male. Ho deciso che preferisco uomini che non cercano di insegnarmi niente.”

Ahia. Adesso sorrise Luke. Le parole, comunque, parvero sfuggirgli.

“Ho imparato anche di essere una sopravvissuta.”

“Questa è una cosa grossa,” disse Luke.

“Già,” disse lei. “Ma non tanto grossa quanto quella degli uomini.”




CAPITOLO DODICI


13:45 ora della costa orientale

Sala operativa

Casa Bianca, Washington DC



“Che ore sono lì?” disse Susan.

Kurt guardò l’orologio. “Ah, circa un quarto alle ventuno. Dovremmo parlare con lui alle ventuno.”

Susan annuì. “Ok. Dammi il discorsetto.”

Guardò la stanza, gremita come sempre. Kurt si trovava in piedi in fondo al tavolo oblungo, alla sua solita posizione. Haley Lawrence sedeva al tavolo tra un mare di generali e ammiragli, qualcuna donna, fu gratificata di notare Susan. I margini della stanza erano pieni di aiutanti e assistenti.

“Abbiamo una crisi in corso,” disse Kurt. “E dobbiamo muoverci con cautela. Questo è il messaggio.”

Susan fece ruotare la mano, come per dire, Andiamo.

“Come la maggior parte dei presenti sa, Israele è un nostro alleato strategico dalla sua fondazione del 1948. In un mondo in costante cambiamento, solo una manciata di paesi – Inghilterra, Canada, Francia, India, Arabia Saudita…”




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