Se lei udisse
Blake Pierce


Un giallo di Kate Wise #7
“Un capolavoro del genere thriller e giallo! L’autore ha sviluppato e descritto così bene il lato psicologico dei personaggi che sembra di trovarsi dentro le loro menti, per seguire le loro paure e gioire dei loro successi. La trama è intelligente e appassiona per il tutto il libro. Pieno di colpi di scena, questo romanzo vi terrà svegli anche la notte, finché non avrete girato l’ultima pagina.”

–-Books and Movie Reviews, Roberto Mattos (a proposito del Il killer della rosa)



SE LEI UDISSE (Un giallo di Kate Wise) è il settimo libro di una nuova serie thriller psicologica dell’autore best-seller Blake Pierce, il cui primo best-seller Il killer della rosa (Libro 1) (scaricabile gratuitamente) ha ricevuto più di mille recensioni a cinque stelle.



Due teenager, a casa dal college per le vacanze invernali, vengono trovate morte nella loro città natale. Si tratta ovviamente della furia omicida di un serial killer, e l’FBI resta di stucco – ma l’agente dell’FBI Kate Wise, una cinquantacinquenne che ancora si sta riprendendo da un parto, riuscirà a entrare nella sua mente malata per fermarlo prima che un’altra ragazza muoia?



Thriller pieno di adrenalina dalla suspense al cardiopalma, SE LEI UDISSE è il libro numero 7 di un’affascinante nuova serie che vi costringerà a restare svegli fino a tarda notte per arrivare all’ultima pagina.



Il libro 8 della SERIE GIALLA DI KATE WISE sarà presto disponibile.





Blake Pierce

SE LEI UDISSE




se lei udisse




(un giallo di kate wise – libro 7)




blake pierce



Blake Pierce

Blake Pierce è l’autore statunitense oggi campione d’incassi della serie thriller RILEY PAGE, che include sedici libri (e altri in arrivo). Blake Pierce è anche l’autore della serie mistery MACKENZIE WHITE che comprende tredici libri (e altri in arrivo); della serie mistery AVERY BLACK che comprende sei libri; della serie mistery KERI LOCKE che comprende cinque libri; della serie mistery GLI INIZI DI RILEY PAIGE che comprende cinque libri (e altri in arrivo); della serie mistery KATE WISE che comprende sei libri (e altri in arrivo); dell’emozionante mistery psicologico CHLOE FINE che comprende cinque libri (e altri in arrivo); dell’emozionante serie thriller psicologico JESSIE HUNT che comprende cinque libri (e altri in arrivo); della seria thriller psicologico RAGAZZA ALLA PARI, che comprende tre libri (e altri in arrivo); della serie mistery ZOE PRIME, che comprende due libri (e altri in arrivo) e della nuova seria thriller ADELE SHARP.



Un avido lettore e da sempre amante dei generi mistery e thriller, Blake ama avere vostre notizie, quindi sentitevi liberi di visitare il suo sito www.blakepierceauthor.com (http://www.blakepierceauthor.com/) per saperne di più e restare informati.



Copyright © 2020 di Blake Pierce. Tutti i diritti riservati. Salvo per quanto permesso dalla legge degli Stati Uniti U.S. Copyright Act del 1976, è vietato riprodurre, distribuire, diffondere e archiviare in qualsiasi database o sistema di reperimento dati questa pubblicazione, in qualsiasi sua parte, in alcuna forma o con qualsiasi mezzo, senza previa autorizzazione dell’autore. Questo e-book è disponibile solo per fruizione personale. Questo e-book non può essere rivenduto né donato ad altri. Se vuole condividerlo con un’altra persona, è pregato di acquistarne un’ulteriore copia per ogni beneficiario. Se sta leggendo questo libro e non l’ha acquistato o non è stato acquisto per suo solo uso e consumo, è pregato di restituirlo e comprarne una copia per sé. La ringraziamo del rispetto che dimostra nei confronti del duro lavoro dell’autore. Questa storia è opera di finzione. Nomi, personaggi, aziende, organizzazioni, luoghi, eventi e fatti sono frutto dell’immaginazione dell’autore o sono utilizzati in modo romanzesco. Ogni riferimento a persone reali, in vita o meno, è una coincidenza. Immagine di copertina Copyright Lukiyanova andreiuc88, usata su licenzia concessa da Shutterstock.com.



LIBRI DI BLAKE PIERCE

LA SERIE THRILLER DI ADELE SHARP

NON RESTA CHE MORIRE (Libro #1)

NON RESTA CHE SCAPPARE (Libro #2)

NON RESTA CHE NASCONDERSI (Libro #3)



THRILLER DI ZOE PRIME

IL VOLTO DELLA MORTE (Volume#1)

IL VOLTO DELL’OMICIDIO (Volume #2)

IL VOLTO DELLA PAURA (Volume #3)



LA RAGAZZA ALLA PARI

QUASI SCOMPARSA (Libro #1)

QUASI PERDUTA (Libro #2)

QUASI MORTA (Libro #3)



THRILLER DI ZOE PRIME

IL VOLTO DELLA MORTE (Libro #1)

IL VOLTO DELL’OMICIDIO (Libro #2)

IL VOLTO DELLA PAURA (Libro #3)



I THRILLER PSICOLOGICI DI JESSIE HUNT

LA MOGLIE PERFETTA (Libro #1)

IL QUARTIERE PERFETTO (Libro #2)

LA CASA PERFETTA (Libro #3)

IL SORRISO PERFETTO (Libro #4)

LA BUGIA PERFETTA (Libro #5)

IL LOOK PERFETTO (Libro #6)



I GIALLI PSICOLOGICI DI CHLOE FINE

LA PORTA ACCANTO (Libro #1)

LA BUGIA DI UN VICINO (Libro #2)

VICOLO CIECO (Libro #3)

UN VICINO SILENZIOSO (Libro #4)

RITORNA A CASA (Libro #5)

FINESTRE OSCURATE (Libro #6)



I GIALLI DI KATE WISE

SE LEI SAPESSE (Libro #1)

SE LEI VEDESSE (Libro #2)

SE LEI SCAPPASSE (Libro #3)

SE LEI SI NASCONDESSE (Libro #4)

SE FOSSE FUGGITA (Libro #5)

SE LEI TEMESSE (Libro #6)

SE LEI UDISSE (Libro #7)



GLI INIZI DI RILEY PAIGE

LA PRIMA CACCIA (Libro #1)

IL KILLER PAGLIACCIO (Libro #2)

ADESCAMENTO (Libro #3)

CATTURA (Libro #4)

PERSECUZIONE (Libro #5)



I MISTERI DI RILEY PAIGE

IL KILLER DELLA ROSA (Libro #1)

IL SUSSURRATORE DELLE CATENE (Libro #2)

OSCURITA’ PERVERSA (Libro #3)

IL KILLER DELL’OROLOGIO (Libro #4)

KILLER PER CASO (Libro #5)

CORSA CONTRO LA FOLLIA (Libro #6)

MORTE AL COLLEGE (Libro #7)

UN CASO IRRISOLTO (Libro #8)

UN KILLER TRA I SOLDATI (Libro #9)

IN CERCA DI VENDETTA (Libro #10)

LA CLESSIDRA DEL KILLER (Libro #11)

MORTE SUI BINARI (Libro #12)

MARITI NEL MIRINO (Libro #13)

IL RISVEGLIO DEL KILLER (Libro #14)

IL TESTIMONE SILENZIOSO (Libro #15)

OMICIDI CASUALI (Libro #16)

IL KILLER DI HALLOWEEN (Libro #17)



UN RACCONTO BREVE DI RILEY PAIGE

UNA LEZIONE TORMENTATA



I MISTERI DI MACKENZIE WHITE

PRIMA CHE UCCIDA (Libro #1)

UNA NUOVA CHANCE (Libro #2)

PRIMA CHE BRAMI (Libro #3)

PRIMA CHE PRENDA (Libro #4)

PRIMA CHE ABBIA BISOGNO (Libro #5)

PRIMA CHE SENTA (Libro #6)

PRIMA CHE COMMETTA PECCATO (Libro #7)

PRIMA CHE DIA LA CACCIA (Libro #8)

PRIMA CHE AFFERRI LA PREDA (Libro #9)

PRIMA CHE ANELI (Libro #10)

PRIMA CHE FUGGA (Libro #11)

PRIMA CHE INVIDI (Libro #12)

PRIMA CHE INSEGUA (Libro #13)



I MISTERI DI AVERY BLACK

UNA RAGIONE PER UCCIDERE (Libro #1)

UNA RAGIONE PER SCAPPARE (Libro #2)

UNA RAGIONE PER NASCONDERSI (Libro #3)

UNA RAGIONE PER TEMERE (Libro #4)

UNA RAGIONE PER SALVARSI (Libro #5)

UNA RAGIONE PER MORIRE (Libro #6)



I MISTERI DI KERI LOCKE

TRACCE DI MORTE (Libro #1)

TRACCE DI OMICIDIO (Libro #2)

TRACCE DI PECCATO (Libro #3)

TRACCE DI CRIMINE (Libro #4)

TRACCE DI SPERANZA (Libro #5)




CAPITOLO UNO


Anche prima dell’arrivo del bambino la chiamavano la Madre Miracolosa. Che avrebbe partorito a cinquantasette anni Kate Wise l’aveva detto solo ad Allen e Melissa. Non ne aveva parlato nemmeno con i colleghi. Né con DeMarco, né con Duran… con nessuno. Ma la voce era uscita. Quando era incinta di cinque mesi, tutti al bureau lo sapevano e riceveva telefonate da giornalisti e reporter.

Stranamente, fu alla prima giornalista che l’ebbe chiamata a pensare mentre il medico le controllava la dilatazione. Aveva trovato un po’ ridicolo che la sua gravidanza facesse notizia. Però, come le avevano detto i medici e come aveva confermato con una ricerca su Google, era raro che una donna di più di cinquant’anni rimanesse incinta – ed era ancor più raro che la donna in questione portasse a termine la gravidanza.

Però eccola lì: le si erano rotte le acque otto ore prima, il medico le diceva che era dilatata di otto centimetri, ed era quasi ora.

La prima giornalista era della rivista Madre e figlio. Kate aveva risposto solo per educazione. Avevano parlato al telefono due volte: la seconda telefonata si era concentrata più sulla sua capacità di conservare una seconda carriera nell’FBI. La giornalista le si rivolgeva come a una specie di supereroina. Non aveva mai capito perché, ma quell’intervista l’aveva infastidita per l’intera gravidanza.

Perché nessuno dovrebbe prendermi a esempio, pensò Kate mentre un’altra contrazione le lacerava il corpo di mezzo secolo abbondante. Che tortura.

Non ricordava che la gravidanza di Melissa fosse stata così tremenda. Ovviamente risaliva a quasi trent’anni prima. Era stata pianificata, e non c’erano giornalisti. Non c’erano stati aggiornamenti sulla gravidanza nei notiziari, né soprannomi come Madre Miracolosa con cui convivere.

«Kate?» disse il medico. La voce la strappò dai suoi pensieri, facendosi strada nel dolore dell’ultima contrazione. «Sei ancora con me?»

«Ah-ah.»

Era vero, anche se il mondo era una nebbia. La gravidanza era altamente rischiosa. Erano sorti problemi a partire dal quarto mese. Preoccupazioni per il peso del bambino, una gran paura quando il battito cardiaco del bambino era stato troppo lento, e adesso eccolo lì: con tre settimane di anticipo e sessanta etti in meno del peso considerato sicuro dal medico.

«Eccolo qui, Kate. Devi spingere, ok? Un’altra bella spinta e il tuo piccolo…»

Kate spinse, e la stanza si mise a girare. Era vagamente consapevole di avere Allen al suo fianco. Le teneva la mano e il viso accanto al suo mentre la incoraggiava. Le sfuggì un gemito per evitare con tutte le sue forze di urlare. Il mondo si offuscava sempre più mentre udiva le prima urla del neonato.

Vedeva tutto nebuloso quando il medico le posò il bimbo sul petto. Lo cullò tra le braccia e si mise a piangere. Odiava la parola miracolo, perché usata troppo spesso. Ma nel sentire il calore del bambino tra le braccia, tenerlo contro al suo corpo quasi sessantenne, pensò che lo fosse davvero… miracoloso.

Un bel pensiero a cui aggrapparsi mentre la stanchezza la inondava e dalla nebbia passava a un completo e perfetto riquadro nero.


***

Nelle settimane seguenti, Kate fu schiacciata da un’enorme ondata depressiva. Adesso che suo figlio era lì – suo figlio Michael, chiamato così in onore del suo defunto marito – aveva cominciato a ossessionarsi sui lati negativi di essere una novella madre a cinquantasette anni. Innanzitutto, doveva accettare il fatto di essere diventata, negli ultimi diciotto mesi, sia nonna che neomamma. C’era poi il fatto che quando il bambino sarebbe stato abbastanza grande da andare al college, lei sarebbe stata sull’ottantina. E pensare al college le aprì gli occhi sulla spesa aggiuntiva. Aveva abbastanza risparmi, ma aveva anche dei progetti – ossia viaggiare molto, dopo i sessanta. Ma adesso i progetti sarebbero dovuti cambiare.

Si chiedeva anche come avrebbe gestito davvero la cosa Allen. Certo, finora era stato fantastico. Si era dimostrato sinceramente entusiasta per la maggior parte della gravidanza, ma adesso il bambino c’era davvero e avrebbe cambiato le loro vite… soprattutto la vita di Allen. Innanzitutto, Michael era rimasto in ospedale tre settimane. Era stato in terapia intensiva neonatale mentre un team di medici si assicurava che prendesse peso. Kate si era persa quasi tutto, perché riprendersi era stato molto più difficile del previsto. Lo sforzo del parto le aveva fatto venire un gran mal di schiena e ne erano rimasti danneggiati anche i nervi femorali, così ogni tanto perdeva sensibilità alle gambe. Era stata dimessa ufficialmente dopo undici giorni.

A venti giorni dalla nascita, a Michael venne permesso di andare a casa. Pesava due chili e mezzo quando Kate lo mise nella culla per la prima volta. Nei due giorni che seguirono, Kate era stata una madre quasi ossessiva. Si assicurava che respirasse almeno cinque volte per ogni sonnellino e di notte; incombeva su Allen quando lo teneva in braccio lui, e non lo faceva prendere in braccio nemmeno a Melissa.

Quei due giorni l’avevano distrutta, e secondo lei era stato questo a deprimerla. Rimase a letto otto giornate intere, alzandosi solo per andare in bagno e fare la doccia, tre volte. Allen sostanzialmente in quel periodo era stato un padre solo, e in una di quelle nottate, Kate l’aveva sentito singhiozzare.

All’ottavo giorno, fu Melissa a convincerla a scendere dal letto. Bussavano alla porta della camera. Presumeva che fosse Allen e rispose con un intontito «Avanti.»

Quando vide che era Melissa, le venne voglia di piangere senza sapere bene il perché. Si issò sul gomito sinistro, sorpresa del dolore che provò nel muoversi. Restare a letto l’aveva resa dolorante.

«Lissa» disse. «Che sorpresa.»

Melissa sedette sull’orlo del letto e le prese la mano. «Come stai, mamma?»

«Non lo so» rispose, sincera. «Stanca. Devastata. Depressa.»

«Hai ancora fastidi alle gambe?»

«No, sembrano a posto. Da quando sono tornata a casa non ho più perso sensibilità.»

«Bene. Sapere che hai le gambe a posto mi farà sentire meno prepotente per ciò che dirò adesso.»

«Cosa?»

«Ti voglio bene, mamma. Ma è ora che scendi da questo cazzo di letto.»

«Lo voglio, davvero. Ma io…»

«No, mamma. Allen nell’ultima settimana si è spaccato il culo. Io l’ho aiutato dove ho potuto, ma lui mi lascia fare poco perché ha paura della tua reazione. Senti… lo so quanto dev’essere strana e spaventosa la cosa, ma devi affrontarla. Hai cinquantasette anni e hai appena avuto un bambino. E sei sopravvissuta. Adesso è ora di fare la madre. E, per esperienza personale, posso dirti che come madre sei proprio brava.»

Kate si mise seduta e guardò severamente la figlia. «Allen… sta bene?»

«No. È esausto e teme che tu non ti riprenda. Ma io gli ho detto di levarselo subito dalla testa. Tu sei una rock star. Mi ha detto come hai affrontato la gravidanza. E ti ho vista rivendicare la tua carriera come agente donna dell’FBI persino dopo il pensionamento. Ce l’hai fatta lì… quindi puoi farcela anche qui. Cosa più importante, eri entusiasta di riprendere la carriera a cinquantacinque anni. Quindi adesso è ora di entusiasmarsi per il bambino a cinquantasette.»

Kate annuì, e quando cominciarono a sgorgare le lacrime, non le trattenne.

«C’è solo una cosa che devo dirti» disse Melissa.

«Cosa?»

«Se ti serve che ti dica come si fanno i bambini, posso farlo. Mi pare che alla tua età dovresti sapere come stare tranquilla.»

Kate scoppiò a ridere. Le fecero male i fianchi, lo stomaco e la testa, ma allo stesso tempo fu bello. Melissa rise con lei, riprendendole la mano. «Cioè, dico sul serio. Mia figlia è più grande di suo zio. Ma com’è possibile?»

Kate rise ancora di più e si sporse verso la figlia. Si abbracciarono e così rimasero tanto a lungo che dopo un po’ Kate non riuscì a capire dove scemò la risata per riprendere il pianto.

Lentamente, Melissa l’aiutò a scendere dal letto. L’assistette per la doccia e mise persino sul fuoco una teiera mentre la madre si lavava. La doccia, un’azione semplicissima, aiutò moltissimo Kate a riprendersi. Ma, con sua meraviglia, fu anche stancante. Si sentiva un’invalida mentre faticava a vestirsi.

Mentre lei si divincolava per infilare le braccia in una t-shirt, Melissa entrò nella stanza per aiutarla. «Non credo di averti mai aiutata a vestirti» le disse. «È una fortuna che abbia fatto pratica con Michelle. Scommetto che lei non avrebbe mai pensato che sua nonna avrebbe avuto bisogno di aiuto per vestirsi.»

«Sei sempre stata così spiritosa?»

«Sì.»

Uscirono insieme dalla camera per andare nel soggiorno. Kate si guardò intorno, sconvolta dalla pulizia e dal silenzio. «Dove sono Allen e Michael?»

«Allen l’ha portato fuori per una passeggiata intorno all’isolato. Da tre giorni lo fa due volte al giorno.»

«Dio, ero così fuori?»

«Eh sì.» Melissa tolse il bollitore dal fornello e versò l’acqua calda nelle tazze, lì in attesa e munite delle bustine di tè. «Mamma… ce la farai?»

«Credo di sì. Prima o poi. È solo che è soverchiante. E mi ha sfiancata.»

«Pensavo di morire quando ho avuto Michelle. Non riesco a immaginare di partorire alla tua età.» Poi fece un sorrisetto e aggiunse: «Vecchiaccia.»

«Sai» disse Kate «per certi versi con gli anni diventa più facile starti lontana.»

Stavolta fu Melissa a scoppiare a ridere. Per Kate fu musica. Le scaldò il cuore in un modo che le era mancato. Tristemente, si accorse di non riuscire a ricordare l’ultima volta che aveva sentito Melissa ridere tanto.

Le venne quindi da chiedersi che altro si fosse persa, che altro avesse dato per scontato.


***

Il direttore Duran mantenne le distanze nei mesi che seguirono. Inviò un biglietto e un pacco di pannolini e salviette una settimana dopo la nascita di Michael, ma si astenne da email e telefonate. Kate apprezzò il gesto, ma cominciò a provare una certa inquietante sicurezza in merito al suo futuro al bureau. Avere un bambino a cinquantasette anni e diventare quindi una specie di celebrità del posto significava probabilmente la fine del lavoro.

D’altra parte, non poteva non chiedersi se al bureau un po’ di pubblicità gratuita non potesse far bene. Non solo gratuita, ma edificante e non controversa, per una volta.

Avrebbe voluto esserne felice, ma così non era. Cominciò a voler bene a Michael sempre più con ogni giorno che passava. C’erano state giornate in cui non lo sopportava, ma non erano durate molto. Dopotutto, il discorso di Melissa era corretto. Se lei e Allen fossero stati più attenti, non sarebbe rimasta incinta. Ma l’idea di attenzione che si aveva nel sesso a cinquantacinque anni tendeva a essere diversa rispetto a quella degli altri.

Tre mesi dopo essere stata persuasa a scendere dal letto da Melissa, Kate era in grado di vedere quell’ultimo stadio della sua vita per quello che era. Sarebbe stata una vita di calma casalinga e nuovo apprendimento di ciò che significa essere madre. Sarebbe stato imparare ad amare e a fidarsi di un uomo non solo in merito alla sua vita, ma anche a quella del loro figlio.

Alla fine, le stava bene. Cavoli, era sicura che ci fossero nonne che avrebbero fatto di tutto per provare la sensazione di essere di nuovo madre. Ed eccola qui, lei, con quella possibilità.

Anche ad Allen sembrava stare bene. Non avevano ancora parlato di come sarebbe stato il resto della loro vita in termini di matrimonio e co-genitorialità. La amava ancora e sembrava assolutamente pazzo del piccolo Michael, ma molte volte pareva timoroso. Era come se corresse al di sotto di una scogliera, in attesa di essere colpito alla testa da una roccia da un momento all’altro.

Kate non sapeva bene cosa lo infastidisse finché un mercoledì pomeriggio non le squillò il telefono. Era sul divano con Michael. Allen sollevò il telefono dal banco della cucina e glielo portò. Non stava sbirciando la schermata; era solo una cosa che adesso facevano, un livello di intimità che a lei stava benissimo.

Però, quando le porse il telefono, aveva in volto un’espressione amara. Lei prese il telefono, lui prese Michael, e lei guardò la schermata rispondendo.

Era Duran.

Kate e Allen si guardarono negli occhi un momento e lei comprese la sua fatica.

Col cuore a mille, rispose.

Allen andò in cucina; l’ombra della roccia in caduta ingrandiva sempre di più, coprendolo completamente.




CAPITOLO DUE


Sandra Peterson si svegliò quindici minuti prima del trillo. Per alzarsi usava la stessa sveglia, impostata sulle sei e trenta, ogni mattina da un paio d’anni. Aveva sempre dormito bene, e riusciva a dormire dalle sette alle nove ore ogni notte senza mai svegliarsi in anticipo. Ma quella mattina era in preda all’entusiasmo. Kayla era tornata dal college e avrebbero trascorso tutta la giornata insieme.

Era la prima volta che avevano più di mezza giornata tutta per loro da quando Kayla, l’anno precedente, aveva cominciato il college. Era a casa perché un’amica d’infanzia si sposava. Kayla era cresciuta ad Harper Hills, Carolina del Nord, una cittadina di campagna a una ventina di miglia da Charlotte, e aveva scelto di iscriversi al college di un altro stato il prima possibile. L’università statale della Florida faceva sì che i loro momenti insieme fossero rari. L’ultima volta si erano viste a Natale, quasi un anno prima e per appena dieci ore prima che Kayla partisse per far visita a suo padre nel Tennessee.

Kayla aveva sempre gestito bene il divorzio. Sandra e il marito si erano lasciati quando aveva undici anni, e non era mai parsa soffrirne. Sandra immaginava che quella fosse una delle ragioni per cui Kayla non aveva mai preso le parti di nessuno. Quando andava a trovare un genitore, insisteva per andare anche dall’altro. E dato il viaggio tortuoso – da Tallahassee, ad Harper Hills, a Nashville – Kayla non veniva molto spesso.

Sandra si trascinò fuori dalla camera in pigiama e pantofole. Percorse il corridoio verso la cucina, superando la stanza di Kayla. Non si aspettava che la figlia si svegliasse prima delle otto, e le stava bene. Sandra pensò di mettere su il caffè e preparare una bella colazione per il suo risveglio.

E così fece, strapazzando uova, friggendo pancetta e preparando una dozzina di mini pancake. Per le sette in cucina c’era un bel profumino, e Sandra si sorprese che questo non avesse ancora svegliato Kayla. Quando Kayla era a casa funzionava, soprattutto alle superiori. Ma adesso i profumi della sua cucina apparentemente non avevano lo stesso effetto.

Comunque Kayla era uscita con delle amiche la sera precedente – amiche che non vedeva dal diploma. A Sandra non sembrava giusto attenersi al vecchio coprifuoco adesso che era al college, quindi l’aveva semplicemente messa così: Torna a casa tutta intera e preferibilmente sobria.

Mentre la mattinata arrancava verso le otto senza che Kayla uscisse, Sandra cominciò a preoccuparsi. Invece di bussare e rischiare di svegliarla, però, guardò fuori dalla finestra del soggiorno. Vide l’auto della figlia nel vialetto, parcheggiata appena dietro alla sua.

Sollevata, riprese a preparare la colazione. Fu tutto pronto alle otto meno cinque. Odiava svegliare la figlia (era sicura che la cosa sarebbe stata vista come maleducata e scorretta), ma non poté proprio farne a meno. Forse dopo colazione Kayla avrebbe fatto un sonnellino e avrebbe riposato un po’ prima di dare il via alla giornata di shopping seguito da un pranzetto a due a Charlotte. E poi… le uova si sarebbero freddate e Kayla diceva sempre che le uova fredde facevano schifo.

Sandra percorse il corridoio e raggiunse la camera di Kayla. Una cosa surreale e disagevole allo stesso tempo. Quante volte aveva bussato a quella porta nella sua vita adulta? Migliaia, sicuramente. Rifarlo le scaldò il cuore.

Bussò, aspettò un attimo e poi aggiunse, con voce dolce: «Kayla, tesoro? La colazione è pronta.»

Dall’interno non ci fu risposta. Si accigliò. Non era tanto ingenua da pensare che Kayla e le amiche la sera precedente non avessero bevuto. Non aveva mai visto la figlia ubriaca né con i postumi di una sbronza, e non voleva vedercela se poteva evitarlo. Si chiese se Kayla non avesse proprio i postumi; magari non si sentiva pronta ad affrontare la madre.

«C’è il caffè» aggiunse Sandra, sperando di aiutarla.

Ancora nessuna risposta. Bussò un’altra volta, stavolta più forte, e aprì la porta.

Il letto era fatto alla perfezione. Nessuna traccia di Kayla.

Ma non ha senso, pensò Sandra. La macchina è qua fuori.

Poi ricordò un momento particolarmente infelice dei suoi anni adolescenziali in cui aveva guidato fino a casa ubriachissima. Ce l’aveva fatta, ma era svenuta in macchina, nel vialetto. Trovò difficile immaginare Kayla comportarsi così, ma non c’erano tante altre possibilità da considerare.

Chiuse la porta della camera di Kayla e tornò in cucina con un nodo allo stomaco. Forse Kayla le nascondeva problemi con l’alcol e le droghe. Forse avrebbero trascorso la giornata parlando di questo invece che divertendosi come da programma.

Sandra raccolse il coraggio per affrontare una conversazione del genere aprendo il portone principale. Non appena uscì sul portico, raggelò. La gamba sinistra le si bloccò letteralmente in aria, rifiutandosi di scendere.

Perché, posando il piede, avrebbe varcato la soglia di un mondo nuovo – un mondo in cui ciò che vedeva avrebbe dovuto essere affrontato e accettato.

Kayla giaceva sul portico. Era supina e guardava in alto con gli occhi fissi. Aveva delle abrasioni rosse attorno alla gola. Era immobile.

Sandra posò finalmente il piede. Quando lo fece, il resto del corpo lo seguì. Cadde raggomitolata presso la figlia, completamente dimentica della colazione e dello shopping.




CAPITOLO TRE


Non era mai divenuto semplice partecipare a una riunione con il direttore Duran. Lui era sempre stato corretto con Kate, e lei lo considerava addirittura un buon amico. Ma la natura della telefonata e il verso imboccato dalla sua vita negli ultimi mesi facevano pensare che sarebbe stata una riunione tesa – che forse avrebbe messo fine alla sua carriera brevemente ripresa di agente dell’FBI.

Quando mise piede in ufficio, lui la salutò con il sorriso pragmatico che Kate aveva imparato a conoscere e apprezzare da quando era stato assunto come direttore supervisore della prima metà della sua carriera. Lei e Duran avevano più o meno la stessa età (non si era mai curata di chiedergli quanti anni avesse per educazione) e si apprezzavano reciprocamente.

«Ehi, Kate, accomodati.»

La allarmò immediatamente che la chiamasse col nome proprio. Un atteggiamento molto informale, che assumeva solo fuori orario o quando la conversazione si accendeva.

«Kate, eh?» Era oltre il nervosismo quando c’era lui. Fece il commento celiando, come se fondamentalmente stesse dipingendo la situazione per quella che era mettendo tutte le carte in tavola.

«Be’, per quanto mi riguarda, sei ancora in maternità prolungata» disse lui. «Mi pareva sciocco chiamarti agente. Comunque, come avrai immaginato, è per questo che volevo parlarti.» Lì emise un profondo sospiro e la guardò dritta negli occhi. «Come stai, Kate?»

«Bene. Confusa, direi.»

«Ti senti la Madre Miracolosa?»

«Immagino di cavarmela come celebrità, no?» scherzò. «Devo muovermi, tra l’altro. Subito dopo la riunione ho in programma un pranzo con Ryan Seacrest.»

«Non so chi sia.»

Kate fece spallucce. Lo humor non aveva mai fatto parte del loro rapporto.

«Non mentirò» disse Duran. «Qui è andato tutto bene. La gente smania di dire che ti ha conosciuta. È tutta una condivisione di link e articoli sulla Madre Miracolosa.»

«Sai, ho fatto solo due interviste. Come siano diventate più di quaranta articoli, non lo saprò mai.»

«Benvenuta nel mondo dei social. È stata una follia. Comunque… dimmi, Kate. La nuova fama ti ha fatto ripensare all’idea di tornare al bureau?»

Non poté che ridere. «No. Se qualcosa mi impedirà di tornare, non sarà certo l’essere incappata nella fama.»

«Ma qualcosa potrebbe non farti tornare?»

«Forse. Mio figlio, per dirne una. L’età, per dirne un’altra.»

«Ormai sei fuori da tre mesi» disse Duran. «Poco di più, in realtà. Immagino di non dover sottolineare che non stai certo ringiovanendo. Però… il tuo lavoro post-pensionistico è notevolissimo.»

«Perdonami la brutalità» disse Kate. «Ma cos’è che vuoi? Che torni?»

«In un mondo perfetto, sì. Ma ci sono state delle riunioni. Tutti quegli articoli non hanno solo evidenziato che hai partorito a cinquantasette anni, ma anche che sei un’agente ancora attiva dell’FBI. Se torni là fuori, non so in cosa si tradurrà la situazione in termini di attenzione mediatica.»

Kate si posò allo schienale della sedia. Non ci aveva pensato.

«Cerchiamo di essere un attimo realistici» proseguì Duran. «Sì, voglio che torni. Ma sarebbe egoistico. Sei una grande risorsa e, se devo essere proprio sincero, la cosa farebbe meraviglie per il bureau. I media al momento ti adorano. Sei una specie di celebrità di serie C, insieme a quei ragazzetti che reagiscono alla musica nuova su YouTube. Ma non cercherò di influenzarti. Se vuoi uscirne, puoi andare e penso che tutti capiranno.»

«Però mi manca» disse Kate. Non si era pienamente accorta della cosa finché non le uscì di bocca.

«Lo immaginavo. Allora, quello che posso fare io – per i prossimi mesi, almeno – è affidarti dei casi a basso rischio. Delle cosette per tenerti occupata e attiva. Cioè, se senti di aver abbastanza tempo per riposare e se sei pronta a tornare.»

«Lo sono» disse Kate. L’idea di piazzare Michael al nido le faceva male al cuore, ma sapeva che per lui sarebbe stato un bene… così come per lei e Allen. Però, se doveva essere sincera, non sapeva se era ancora pronta. Prima di farsi trascinare dai pensieri, proseguì con la conversazione. «Come se la cava DeMarco? Ci ho parlato solo tre volte da quando ho smesso di lavorare e ogni volta che le ho chiesto del lavoro, si è affrettata a cambiare argomento.»

«Forse perché è molto occupata. Ho il permesso di dirtelo perché tecnicamente è ancora tua partner… ma si è occupata di due casi di alto profilo. Tre settimane fa ha arrestato due uomini che spacciavano eroina per le strade. E una settimana prima ha beccato da sola uno che aveva ucciso tre persone nella Virginia Occidentale e fuggiva per il Maryland.»

«Occupatissima davvero.»

«E, adesso che la nomini, DeMarco è stata appena aggiornata su un caso della Carolina del Nord. Pare un chiaro caso da stalker. Due giovani donne morte, età del college. DeMarco è in un buon momento e sono sicuro che adorerebbe riaverti con lei. Se questo caso è semplice quanto sembra sulla carta, potrebbe essere adattissimo a tutte e due, nelle vostre rispettive situazioni.»

«E qual è la mia situazione?»

«Lo sai cosa volevo dire, Kate. Se vuoi provare a tornare nel giro, questo potrebbe essere il caso giusto. Ovviamente la decisione sta al cento per cento a te.»

«Pare bello, ma non voglio starle tra i piedi se già da sola sta facendo bene.»

«Sono sicuro che adorerebbe averti con lei. E, per rimanere onesti, se non sappiamo per quanto ancora lavorerai, penso che sia sensato metterti in coppia con una persona che conosci bene.»

«È sensato.»

Duran rifletté un attimo prima di mettersi in piedi. «Deve partire domattina. Tu e il tuo compagno avrete abbastanza tempo per organizzarvi? Scusa se te lo chiedo, ma ne avete almeno parlato?»

«Sì» disse Kate. «Forse non a parole, ma ci abbiamo pensato. Penso che sappia che non ho finito, però…»

«Però?»

«Però che manca poco. Che il tempo da me dedicato al bureau sta finendo.»

Duran aveva in mente un’altra domanda. Lo vedeva chiedersi se porla o meno. Ma sapeva di cosa si trattava, ed era grata che rimanesse zitto.

Questo è il tuo ultimo caso?

Era contenta che non le desse voce, perché non aveva idea di come rispondere.


***

Fu l’unico argomento di conversazione della cena. Allen la prese bene, forse perché se l’aspettava. Quando Duran aveva chiamato, aveva capito. La conversazione era andata sorprendentemente bene, anche se sussisteva una soggiacente tensione alla tavola da pranzo.

«Le cose stanno così» disse Allen scostando il piatto ora vuoto. Aveva preparato pollo teriyaki per cena, ed era stato buonissimo. Ecco un’altra delle sue piccole gentilezze. «C’è una grossissima parte di me entusiasta del fatto che ricominci. Nell’ultimo mese è stato quasi doloroso guardarti ciondolare di qua e di là, con l’aria di chi ha perso le chiavi e non sa dove cercarle. Lo so che ti manca e, per quanto riguarda questo caso, sono felice di dare il mio consenso. Ma la cosa solleva delle domande.»

«Parecchie domande» concordò Kate. «Affrontiamole.»

«Ottimo. Pur essendo ormai praticamente in pensione, dovrò comunque rispondere a telefonate e partecipare a riunioni qua e là nel prossimo anno per concludere accordi dell’ultimo minuto. Quindi ti chiedo che il tuo lavoro non prevalga automaticamente sul mio. Detto ciò, dobbiamo andare avanti e scegliere un nido per Michael.»

«Sono d’accordo. Ora, per questo caso, sei libero nella prossima settimana?»

«Sì. Non ho niente in programma per altre tre settimane, in realtà.»

«E ti spiacerebbe fare il padre single per qualche giorno se accetto il caso?»

«Certo che no. Un po’ di tempo tra ragazzi sarà divertente.»

«Quali altre domande hai?»

«Sto pensando al fattore sicurezza. Lo so che tu sai cavartela e questa è una delle ragioni per cui ti amo. Però non può certo piacermi l’idea che la mia mogliettina di cinquantasette anni parta all’inseguimento di uomini che hanno la metà dei suoi anni e che non si fanno problemi a ucciderla. Non sei mica un’agente da scrivania o che se ne sta parcheggiata in auto.»

«Io e Duran ne abbiamo parlato. Questo caso in particolare dovrebbe essere piuttosto semplice. È anche consapevole del fattore età, anche se lui l’ha messa giù in maniera un pochino meno sgradevole.»

«Un’altra cosa.» Allen si posò allo schienale della sedia e bevve un sorso di vino. Guardò la sdraietta in cui sonnecchiava Michael mentre loro mangiavano e sorrise. «Per quanto andrai avanti? Sinceramente? Per quanto ancora puoi insistere? Non riesco a immaginare che sottoporre il tuo corpo allo stress di una gravidanza e di un parto ti abbia facilitato molto le cose.»

«È una domanda difficile a cui rispondere» disse Kate. «Questa situazione… non avrei mai potuto immaginarmela. Un bambino a cinquantasette anni. Un supervisore e una partner che mi vogliono ancora in attività. È più di quanto possa sinceramente digerire e… non lo so. Credo di non poterlo sapere finché non tornerò là fuori.»

Lo osservò pensarci su; l’angolo destro della bocca scattò all’ingiù in un mezzo cipiglio, come spesso faceva quando rifletteva.

«Allora penso che tu debba tornare» disse. «Per il momento. Magari ne riparleremo fra tre mesi per vedere come siamo messi. Ti pare giusto?»

«Mi pare più che giusto.»

Aveva voglia di dirgli quanto era stato adorabile e accomodante per tutta la relazione. Ma lui già lo sapeva, perché Kate glielo diceva di continuo. Sapeva che la maggior parte delle volte pareva scegliere il lavoro a discapito di Allen; se doveva essere onesta con se stessa, aveva fatto proprio così. Ma adesso avevano un bambino e un futuro quasi proiettato verso il matrimonio. Era questa la sua vita adesso, la sua nuova vita, e finalmente aveva la possibilità di impedire al lavoro di controllarla completamente. L’aveva già fatto una volta in passato, e la cosa aveva quasi creato una ferita tra lei e Melissa.

Capì subito che era cambiato qualcosa. In passato non avrebbe perso tempo: avrebbe lasciato subito la tavola per preparare i bagagli per il viaggio dell’indomani nella Carolina del Nord. Adesso invece, in seguito alla riunione con Duran e alla conversazione con Allen, tutto ciò che voleva era starsene seduta lì con lui. Era lui il suo futuro, non il lavoro. Allen, Michael e Melissa potevano essere il centro della sua vita, e sarebbe stato bello.

Tutto ciò che doveva fare era assicurarsi di avere il cuore centrato. Assicurarsi di essere in grado di adattarsi a una vita che pareva tanto perfetta.

E, per il momento, starsene seduta lì con Allen pareva davvero la perfezione assoluta.




CAPITOLO QUATTRO


Quando Kate e DeMarco si incontrarono all’auto nel parcheggio del bureau, parve che non fosse passato un giorno. C’era però qualcosa di notevolmente diverso, e di ben più profondo della mera apparenza, in DeMarco; praticamente come l’ultima volta che si erano viste, quasi sei mesi prima.

«Agente Wise, bello rivederti» disse DeMarco.

«Il piacere è mio.»

Si abbracciarono rapidamente e fu allora, in qualcosa di semplicissimo come quel breve scambio di effusioni, che Kate capì che in DeMarco c’era qualcosa di diverso. Erano passati meno di undici mesi dall’ultima volta che avevano lavorato insieme, ma la donna era cambiata in un modo di non facile interpretazione. Era più della semplice distanza temporale e del modo in cui Duran l’aveva ritratta alla riunione. Lei stessa pareva cambiata. Il primo pensiero di Kate fu che sembrava invecchiata, ma non era del tutto esatto. Aveva l’aria di una che teneva la testa alta, che guardava dritto avanti a sé senza bisogno di essere sostenuta. In quel senso, sì, DeMarco pareva invecchiata. Avendo appena avuto un bambino, Kate alla fine pensò a un’analogia calzante; nell’aspetto DeMarco era passata da una donna ingenua desiderosa di avere un bambino alla donna che l’aveva appena avuto: una madre ormai guidata dall’istinto materno.

Un altro cambiamento notevole risiedeva nel legame tra Kate e DeMarco. Fu evidente fin dall’inizio – dal momento in cui buttarono le borse nel bagagliaio della berlina del bureau per cominciare il viaggio verso la Carolina del Nord. Non era nulla di negativo. Erano entrambe estasiate di rivedersi, forse ancor più entusiaste di lavorare a un caso dopo quasi sei mesi. Ma c’era la sensazione di un cambiamento di leadership. DeMarco non era più la subordinata che ammirava Kate e ne seguiva la guida. Adesso in lei c’era una maggiore sicurezza. Era un’agente emergente che sbrogliava casi da sola.

Non era stato detto nulla – né da DeMarco né da Duran – ma Kate capì ancor prima che uscissero da Washington DC che di quel caso il capo era DeMarco. Era un fatto intangibile che percepiva. E, a dire la verità, a Kate non importava. Anzi, sembrava giusto.

La maggior parte del viaggio passò con gli aggiornamenti. Avevano sei ore da passare e trascorsero fin troppo in fretta. Kate raccontò qualche storia su Michael e su come ci si sentisse ad avere un neonato più piccolo della nipote. Parlò dei tentativi di rimanere acuta e attiva lontano dal lavoro quando il suo mondo essenzialmente era costituito da latte in polvere, pannolini da cambiare e sonnellini ogni secondo che poteva.

DeMarco, a sua volta, le parlò della sua vita. Tenne al minimo i dettagli personali, fornendo solo l’essenziale su una nuova donna con cui usciva e un rischio di cancro del padre. Ma parlò soprattutto di lavoro. Quando si mise a discuterne i punti salienti, lo fece quasi con imbarazzo.

«Non c’è bisogno di essere così timide» disse Kate. «Duran mi ha detto che stai lavorando benissimo, in particolare nelle ultime settimane. Allora… quando ha detto che hai preso quell’assassino da sola, che cosa voleva dire esattamente?»

«Vuoi davvero saperlo?» Sembrava sorpresa ma, nel profondo, un po’ entusiasta.

«Certo che sì!»

«Be’, non voglio vantarmi. Però sì… aveva ucciso due coniugi nella parte settentrionale di New York e poi aveva cercato di uccidere e derubare qualcuno a Washington DC. Abbiamo scoperto che era qui ed è stata avviata una caccia all’uomo. All’inizio non ero io a capo del caso, ma il responsabile ha preso l’influenza e sono stata praticamente costretta ad accettare il ruolo. Alla fine ho bloccato l’assassino e uno dei suoi amichetti in una vecchia casa appena fuori Georgetown. Ho dovuto sparare all’amico. Gli ho fatto fuori il ginocchio sinistro. Ho fermato l’assassino in un velocissimo incontro di wrestling. Per sbaglio gli ho dislocato l’anca e fratturato un polso.»

«Gli hai dislocato l’anca per sbaglio?» chiese Kate con una risata.

«Sì, per sbaglio. E poi… era fatto. Dopo abbiamo scoperto che aveva preso degli acidi. Fosse stato in sé e avesse capito che cosa stava succedendo, le cose sarebbero potute finire molto diversamente.»

«Resta comunque incredibile. Forse è la neomamma che c’è in me a parlare, ma sono orgogliosa di te.»

«Cos’è sta merda della neomamma? Stronzetta, tu sei la Miracolosa!»

Risero entrambe alla battuta, e quello fu il tono del resto del viaggio. Quando arrivarono nella piccola città di Harper Hills, fu quasi come se non avessero perso un giorno. Restava però la sensazione di un cambio nei poteri. Kate visse con calore il momento in cui DeMarco accostò nel parcheggio del dipartimento di polizia, spense il motore e aprì impaziente la portiera del conducente.


***

Gli interni del dipartimento di polizia di Harper Hills ricordavano a Kate i dipartimenti di polizia delle serie degli anni Ottanta. E non di quelle ambientate a New York o a Los Angeles. No, quel posto era un gradino o due sopra a Mayberry, una roba che si poteva trovare in un filmetto di serie B dove la cosiddetta detective era anche un’ottima cuoca o autrice di libri per bambini. C’era una sala centrale che avrebbe dovuto fungere da atrio d’ingresso. Oltre c’erano tre scrivanie, solo una delle quali occupata. Dietro alle scrivanie c’era un sottile corridoio e nient’altro.

La scrivania occupata era riempita da un signore sovrappeso con un taglio che Kate pensava di poter assimilare al mullet, per tornare all’atmosfera anni Ottanta. Lui fece un cenno nella loro direzione e si alzò rapidamente. Il cartellino sul pettorale sinistro diceva Smith.

«Voi dovete essere le agenti» disse Smith accorrendo nell’atrio per accoglierle.

Kate fece un passo indietro per far capire a DeMarco che le lasciava campo libero.

«Siamo noi» disse DeMarco. «Agenti DeMarco e Wise. Ci è stato detto che avremmo incontrato lo sceriffo Gates.»

«Sì, vero. È in ufficio.» Smith fece cenno di seguirlo. Loro obbedirono, tallonandolo nel corridoio, dove si fermarono alla prima porta a destra. «Sceriffo?» fece lui bussando sullo stipite della porta aperta. «Sono arrivate le agenti dell’FBI.»

«Avanti!»

DeMarco fece strada, e Kate la seguì. Lo sceriffo si alzò e allungò la mano per salutarle. Kate trattenne un sorrisetto all’idea di aver visto il dipartimento appena qualche gradino sopra al distretto di Mayberry nell’Andy Griffith Show. Lo sceriffo Gates in realtà pareva una versione attualizzata e ringiovanita dello sceriffo Andy della serie. Prese loro le mani e le guardò negli occhi in un modo che le diceva che non aveva problemi a lavorare con le donne, ma che probabilmente le avrebbe anche trattate con la vecchia, buona ospitalità del sud.

«Sceriffo» disse Kate «pensavo che il distretto fosse in fermento, vista la natura del caso.»

«Be’, fino a poco fa così era. È subentrata la polizia di Stato e ho mandato due dei miei uomini con loro. Stanno saggiando delle stradine secondarie; ce ne sono parecchie qua intorno, sapete. Io sono rimasto perché volevo incontrarvi.»

«Lo apprezziamo» disse DeMarco. «Che cosa può dirci esattamente sul caso? A Washington DC ci hanno detto qualcosa ovviamente, ma preferirei sentire la fonte.»

«Be’, ci sono stati due omicidi in una città che vantava un solo omicidio negli ultimi dieci anni. Entrambe giovani donne – tra i diciannove e i vent’anni. La prima vittima è stata uccisa cinque notti fa, nel parcheggio di un bowling. L’altra è stata trovata ieri mattina sul portico anteriore della casa della madre. Non esiste collegamento chiaro tra le ragazze a parte l’età e che erano entrambe del posto. L’ultima vittima, Kayla Peterson, era tornata a casa dal college per qualche giorno.»

«Un college dello Stato?» chiese DeMarco.

«No, uno della Florida.»

«Collegamenti tra le famiglie delle ragazze?» chiese Kate.

«L’unica cosa simile tra loro è che venivano entrambe da genitori divorziati. Ma abbiamo parlato con tutti i parenti prossimi e sembrano tutti a posto con gli alibi. Voi, ovviamente, potete pure ripercorrere i nostri passi.»

«Grazie» disse DeMarco. «Le spiace portarci al luogo del ritrovamento della seconda vittima?»

«Certo, si figuri.»

Gates si infilò una giacca e uscì dall’ufficio dritto davanti a loro. Kate si accorse che DeMarco adesso pareva comportarsi diversamente. Era una differenza leggerissima, e che Kate non sapeva definire, ma c’era. Era più sicura di sé. C’era stata durante l’interazione con lo sceriffo, persino in quel breve lasso di tempo. C’era persino nel modo in cui lo seguì guidando al contempo Kate.

È ancora così giovane, pensò Kate. Diventerà un’agente eccezionale.

Le scaldava il cuore e la rendeva felicissima essere tornata al fianco di DeMarco. Ma più di tutto, la rendeva felice essere su quel caso, anche se adesso era piuttosto sicura che sarebbe stato l’ultimo per lei.


***

Per recarsi all’ultima scena del crimine attraversarono quasi tutta Harper Hills. C’erano quattro semafori in città e le attività più riconoscibili erano un Burger King e un Subway, entrambi situati lungo la brevissima e più che altro insulsa Main Street. Sul finire di Main Street, Gates svoltò con l’auto di pattuglia in una strada secondaria, e DeMarco lo seguì con la berlina del bureau.

La stradina si trasformava in un’altra e quest’ultima si trasformava in un’altra ancora. Era una zona particolare, però. Kate aveva visto molti paesi remoti organizzati in modo simile, ma Harper Hills era quasi una suddivisione rurale priva delle periferie, celata nelle boschive pianure della Carolina del Nord. Il vicinato cui le guidò Gates non era tanto un vicinato quanto una collezione di zone boschive separate da fitti boschetti.

Kate si sporse sul sedile quando Gates imboccò un vialetto di ghiaino. DeMarco lo seguì, ed entrambe le agenti si accorsero che c’era un’altra auto nel vialetto. Parcheggiò dietro a Gates e i tre si incontrarono all’inizio del viale.

«Questa è la residenza Peterson» disse Gates. «La madre, Sandra, al momento sta con una vecchia amica di famiglia vicino a Cape Fear. Non ce la faceva a rimanere qui. Lo capisco, immagino. È devastata dalla cosa. Catatonica.»

Poi porse a DeMarco una busta di carta da pacchi. DeMarco la prese, la aprì e ci guardò dentro. Kate sbirciò oltre la sua spalla e vide che erano i dossier del caso. Ne avevano ricevuti la maggior parte digitalmente a Washington DC, ma non tutti. Stava attenta a guardare anche i dossier cartacei quando aveva i digitali. Vedere le informazioni stampate – soprattutto le foto delle scene del crimine – rendeva il caso più pressante.

«È stato lei a recarsi sulla scena per primo?» chiese DeMarco.

«No, è stato Smith. Ma io ero appena dietro di lui.»

«Può raccontarmi nel dettaglio cos’ha visto?»

A Kate piacque l’approccio. Invece di guardare subito i dossier, DeMarco voleva assicurarsi di vedere la scena così come si era presentata la mattina del ritrovamento del corpo. Foto e appunti erano ottimi strumenti, ma raramente buoni come sentir raccontare gli eventi dalla bocca dei primi giunti sulla scena.

«Stando alla madre, Kayla Peterson era venuta a casa per il matrimonio di un’amica. Due sere fa è uscita con delle amiche e la mattina seguente non era in camera sua. Ma l’auto era proprio lì, nel vialetto. Quando la madre ha aperto la porta per controllare la macchina, ha trovato Kayla morta sul portico. È riuscita a infilare la chiave nella serratura prima che l’assassino attaccasse; le chiavi erano ancora appese quando siamo arrivati io e Smith. A quanto ho visto, è abbastanza chiaro che sia stata strangolata.»

«Era completamente vestita?» chiese Kate.

«Sì. Il medico legale ha detto che non ci sono indizi di stupro né di altra aggressione sessuale. Pare che l’assassinio fosse l’unica cosa cui l’omicida era interessato. Lo stesso vale per la prima vittima.»

«Il medico legale ha idea di che cosa sia stato usato per strangolarla?» chiese DeMarco.

«Pensa a una specie di corda, probabilmente di plastica. E la forza che ci ha messo l’assassino dev’essere stata molta. Pensa che sia molto forte.»

«Quella è l’auto di Kayla?» chiese DeMarco con un cenno all’unica altra auto nel vialetto.

«Sì.» Ficcò la mano in tasca ed estrasse un portachiavi segnalato con un’etichetta delle prove. Lo porse a DeMarco e disse «Faccia pure.»

I tre trottarono giù dal portico e si avviarono di nuovo verso il vialetto. Kayla aveva una Kia Optima del 2017. Aveva proprio l’aria dell’auto di una ragazza del college per come se la immaginava Kate: piuttosto pulita, il portaoggetti cosparso di balsamo per labbra Chapstick, una bottiglia mezza vuota di acqua e un caricatore per cellulare. A parte questo, dentro non c’era nulla di interessante – sicuramente nulla che le avrebbe aiutate a determinare chi la stesse seguendo quella notte.

Dopo l’auto, Gates aprì il portone anteriore. Spiegò loro che, andandosene dalla città, Sandra Peterson aveva dato a Gates le chiavi di casa per le indagini.

«C’è qualche possibilità che sia una sospettata?» chiese Kate.

«Anche se ne avessi il minimo sentore – e così non è – la cosa non spiegherebbe la prima vittima.»

«È successo tre giorni prima di Kayla, vero?» chiese DeMarco.

«Precisamente. Anche se sicuramente non c’è modo di escluderla con sicurezza, ho interrogato ogni singola persona presente nella sala da bowling alla chiusura. Nemmeno una ha detto di aver visto Sandra Peterson. Una donna sapeva esattamente di chi parlassi e ha trovato oltraggioso anche solo che lo chiedessi. Inoltre… torno alla dichiarazione del medico legale. Chiunque abbia strangolato Kayla Peterson aveva moltissima forza. E se conosceste Sandra Peterson avreste difficoltà a includerla nella lista. È pelle e ossa. Ha perso molti chili quando il marito se n’è andato. E non facendo palestra. Pare quasi denutrita. Malaticcia, a volte.»

Kate e DeMarco osservarono l’ex stanza di Kayla. Mostrava i segni della ragazza che era stata, i residui dei poster di Hannah Montana a lato della cassettiera, dei quadrati leggermente sbiaditi sulle pareti dove un tempo erano appesi i poster. Trovarono due valigie fatte ai piedi del letto. Una era chiaramente adibita alle cose relative al matrimonio. Era piena di vestiti carini, trucchi e di quelli che sembravano appunti per un brindisi. L’altra era molto meno formale, con diversi abiti buttati lì insieme a un tascabile e ad articoli per l’igiene personale. Ma non c’era assolutamente nulla di utile per il caso.

«Ha parlato con le amiche con cui è uscita la sera dell’omicidio?» chiese DeMarco.

«Con tutte tranne una. A quel che ho raccolto, erano in tutto in quattro, Kayla inclusa.»

«Mi piacerebbe parlare con tutte» disse DeMarco. Poi si girò verso Kate, come in cerca della sua approvazione. Kate le fece solo un breve cenno col capo, apprezzando il gesto di DeMarco.

«Be’, è lunedì pomeriggio e lavorano. Potrei fare qualche telefonata per vedere cosa posso fare per radunarle tutte. Magari al distretto.»

«Che ne dice di un bar o un ristorante?» chiese DeMarco.

Gates parve perplesso, ma annuì lentamente. «Sì, in città ci sono un paio di bar. Be’, appena fuori città, in realtà. Sono piuttosto sicuro che alcune ragazze ne frequentino uno, un posto che si chiama Esther’s Place. Posso organizzarvi un appuntamento lì per le sei.»

«Si assicuri che sappiano che non è facoltativo» disse DeMarco. «Se non ce la fanno a venire, andremo a casa loro.»

Kate sorrise. Non era la strada che avrebbe percorso lei, ma era comunque efficace. Sapeva quello che stava pensando DeMarco. Solitamente, quando si interrogavano testimoni al di fuori di sale interrogatori e case private, la conversazione tendeva a fluire in modo più naturale. Kate non aveva mai preferito quell’approccio, in quanto le eventuali distrazioni diventavano un problema. Ma quello era il palco di DeMarco e le avrebbe permesso di condurre lo show come preferiva.

Il terzetto uscì di casa e quando raggiunsero le rispettive auto, lo sceriffo Gates era già al telefono per organizzare l’incontro.

«Mi chiedo perché abbia permesso alla madre di andarsene così» disse DeMarco montando in auto.

«Quella donna ha appena perso la figlia. A meno che non ci siano prove sostanziali della sua colpevolezza o che sia in possesso di informazioni valide, non ha senso trascinarla in tutto ciò. Inoltre il dossier dice che non ha parenti né amici in zona. E parenti e amici sono esattamente ciò che le servono in questo momento.»

DeMarco ridacchiò. «Cavoli, mi sei mancata, Kate. Stavo cominciando a temere di far volare fuori dalla finestra l’empatia per il prossimo quando lavoro a un caso.»

«È facile farlo» disse Kate. «Dopo un po’, per quanto sia triste, può diventare facile smettere di vedere la gente che incontriamo sui casi come delle persone vere. Noi abbiamo il nostro puzzle da risolvere e loro hanno gli strumenti per aiutarci a farlo. Un modo schifoso di pensare, ma penso che tutti gli agenti scivolino per questa china, prima o poi.»

«Io non ti ci vedo a comportarti così.»

Chiedi a Melissa, pensò. Lei ti racconterebbe di come ho messo il lavoro davanti a tutto.

Il pensiero le portò il bruciore delle lacrime agli occhi, che asciugò subito. Un ultimo strattone dalla vita che la trascinava a sé. Sì, era stata una madre terribile per Melissa, aveva sempre scelto il lavoro prima di lei.

Si trovava di nuovo lì, solo che adesso erano passati vent’anni e c’era Michael. Aveva l’opportunità di fare le cose nella maniera giusta, stavolta.

E, mentre quest’ultimo pensiero le bruciava ancora in mente, pensò che, finito tutto, avrebbe fatto le cose nella maniera giusta.




CAPITOLO CINQUE


Il bar non era per nulla un bar, ma una zona drink all’interno di una specie di bettola. C’erano bersagli per le freccette e nientepopodimeno che un jukebox, ma la zona ristorante pareva la ragione dell’esistenza dell’attività. La zona bar lì all’Esther’s Place era ficcata in fondo, tanto che pareva che la proprietaria si vergognasse di ciò che vi accadeva. Ma quando Kate e DeMarco entrarono alle cinque e quarantacinque per vedere le amiche di Kayla Peterson, pareva un posto abbastanza carino, anche se leggermente datato.

C’erano tre giovani a un tavolino in angolo. Kate si accorse subito che nessuna di loro beveva alcolici, presumibilmente perché avevano tutte meno di ventun anni. Due avevano ordinato dell’acqua, e l’altra quella che sembrava acqua gassata o Sprite. Tutte e tre parvero accorgersi delle agenti dell’FBI nello stesso istante. Non sembravano spaventate di per sé, ma sicuramente in allarme. Kate si chiese quanto avrebbero aspettato, dopo la fine dell’interrogatorio, per andare in cerca illegalmente di uno o due drink.

DeMarco prese il comando mentre si avvicinavano al tavolino. «Claire Lee, Tabby Amos e Olivia Macintyre?»

«Sì» disse la ragazza seduta in mezzo. Aveva meravigliosi capelli rossi e una figura snella e alta che esibì alzandosi per stringerle la mano. «Io sono Tabitha Amos» disse. «Tabby per quasi tutti, però.»

«Io Claire Lee» disse la ragazza sulla sinistra. Anche lei era piuttosto carina, ma in maniera semplice. Indossava una leggera felpa con cappuccio nella quale sembrava star comoda; non era chiaramente tipo da pensare di dover essere spettacolare ogni volta che usciva di casa.

«E quindi io sono Olivia Macintyre» disse l’ultima. Aveva capelli biondo scuro che parevano quasi castani nell’illuminazione fioca del bar. Portava un paio di occhiali di moda e aveva un’aria introversa.

«Agenti DeMarco e Wise» disse DeMarco. Mostrò con discrezione il distintivo avvicinandosi al tavolino. «Possiamo unirci?»

Il terzetto si accalcò per far spazio a Kate e DeMarco. Nell’istante in cui si sedettero, arrivò una cameriera per prendere l’ordine. Ordinarono entrambe acqua e, dato che avevano saltato il pranzo, anche un cheeseburger a testa da asporto. Le ragazze parvero un po’ perplesse dalla cosa, e Kate capì subito che la decisione di DeMarco di vederle lì era stata furba.

«Allora, sono sicura che lo sceriffo vi ha detto» disse DeMarco «che vogliamo parlare di Kayla Peterson. In particolare abbiamo bisogno di sapere qualsiasi cosa ci possiate dire sull’ultima serata che avete trascorso insieme.»

Le ragazze si guardarono cupe. Parevano tutte sconvolte dagli eventi, ma per lo più calme. Kate non rimase granché sorpresa di scoprire che la portavoce del gruppo era Tabby Amos. Per la maggior parte della gente era la più carina, e perciò quella apparentemente più sicura di sé del gruppo. Era pure stata la prima ad alzarsi per presentarsi.

«Be’, è stata una mia idea. Noi quattro eravamo molto unite alle superiori. Poi Kayla e Claire, qui, hanno deciso di andare al college e ci vedevamo raramente. Ci siamo riunite il Natale scorso… era stata l’ultima volta che ci eravamo viste tutte e quattro. Ho pensato che sarebbe stata bella una serata tra noi prima del matrimonio.»

«Quand’è il matrimonio?» chiese Kate.

«Questo sabato» disse Olivia.

«Chi si sposa?»

«Mio fratello» disse Olivia.

«Ha fatto praticamente da fratello maggiore per tutte alle superiori» disse Tabby. «Diceva due paroline ai viscidi che ci chiedevano di uscire e che non gestivano un rifiuto.»

«Io sono una delle damigelle d’onore» disse Olivia. «E ho invitato tutte le mie amiche, ovviamente.»

«Ma abbiamo pensato che sarebbe stata stupida una serata di deliri il giorno prima del matrimonio» disse Tabby. «Quindi abbiamo deciso per sabato sera.»

«Che cos’avete fatto?» chiese DeMarco.

«Siamo state un po’ da me» disse Claire. «Cioè, dai miei. Ma loro erano via per il finesettimana, sapevano che ero in città e che volevo vedere le amiche. Quindi a loro stava bene che venissero. Abbiamo guardato dei film, bevuto vino e mangiato la pizza.»

«Siete andate da qualche parte?»

«Io e Kayla siamo andate al supermercato di Glensville per prendere altro vino» disse Olivia.

«Glensville dov’è?”

«A una ventina di minuti da Harper Hills.»

«Non potevate prenderlo in città?» chiese Kate.

«No» disse Tabby. «Non abbiamo ancora ventun anni e qui si conoscono tutti.»

«Già» disse Olivia. «E poi a Glensville c’è uno con cui sono uscita, di un paio d’anni più di me. Conosce il gestore del supermercato di Glensville. Loro non ci chiedevano il documento e ci davano da bere.» Allora fece una pausa e poi aggiunse «Cazzo. Non finiranno nei guai, vero?»

«Dovrebbero» disse DeMarco. «Ma questo è nulla in confronto a ciò che stiamo esaminando al momento. Allora… a Glensville è successo qualcosa di interessante?»

«Niente» disse Olivia. «Siamo entrate, abbiamo preso tre bottiglie di vino e siamo uscite.»

«Avete avuto problemi col tipo con cui uscivi?»

«No. Cavoli, ci ho appena parlato. E poi aveva una nuova ragazza. Aveva tipo fretta di andarsene.»

«Qualcuno ha bevuto troppo quella sera?» chiese Kate.

«Tutte e quattro» disse Tabby. «Io me la sono presa quando ho scoperto che Kayla se n’era andata. La casa di sua mamma è a soli dieci minuti da quella di Claire, però… vabbè. È stata irresponsabile a guidare dopo aver bevuto. Ovviamente poi ho scoperto che era stata uccisa e…»

«Che significa quando ho scoperto che Kayla se n’era andata?» chiese DeMarco.

«Be’, intorno alla mezzanotte Claire ha tirato fuori i liquori dei suoi» disse Tabby. «Avevamo un po’ troppo da bere. Io verso l’una sono svenuta.»

«Io poco dopo» disse Claire.

«Già» aggiunse Olivia. «Io e Kayla eravamo le ultime sveglie. Non penso che abbia bevuto i liquori. Certo, era confusa, ma non credo sfatta. Non quando sono svenuta io, almeno.»

«Quindi pensate che vi abbia viste crollare tutte e che abbia deciso di andarsene a casa?» chiese DeMarco.

«Così è parso» disse Claire.

«E quando se n’è andata non vi ha chiamato né vi ha mandato un messaggio?» chiese Kate. «Non ha lasciato un biglietto?»

«Niente» disse Olivia.

«Io ho pensato che fosse in imbarazzo» disse Tabby. «Non è mai stata una gran bevitrice, eh. Credo che la cosa non sia cambiata al college. Certo, magari era un po’ in imbarazzo a uscire con amiche che non avevano mai deciso di andarsene da Harper Hills per il college. Boh.»

«Si comportava diversamente rispetto al passato, a quel che ricordate?» chiese Kate.

«No, e questa è la cosa più strana» disse Claire. «Era sempre la solita vecchia Kayla. Spiritosa, aperta, sincera. Era quasi come se non fosse cambiato niente dal diploma.»

DeMarco fece qualche altra domanda, in particolare riguardo alla conversazione che riuscivano a ricordare di aver avuto quella sera. Mentre lei orchestrava la domanda, Kate fece del suo meglio per esaminare i modi e il linguaggio del corpo delle tre ragazze. Non aveva ragione di sospettare che una di loro nascondesse qualcosa, ma l’attenzione continuava a riportarla su Olivia. Si agitava di continuo e non teneva gli occhi fissi su un posto tanto a lungo.

Lei è rimasta sola con Kayla la notte che è morta, pensò Kate. Magari potremmo cavarle di bocca altro se non ci fossero le altre. Prese nota mentalmente della cosa e la mise da parte mentre DeMarco concludeva le domande.

La cameriera portò i panini e le agenti salutarono. DeMarco terminò la conversazione dando a ogni ragazza il suo biglietto da visita e istruendole di chiamarla se fosse loro venuto in mente altro o avessero sentito voci su ciò che era accaduto a Kayla.

«Che ne pensi?» chiese a Kate mentre tornavano alla macchina.

«Penso che Olivia potrebbe avere dell’altro da dire, se non ci fossero le amiche. Sembrava ansiosa. Ed è stata l’unica a rimanere da sola con Kayla.»

«Pensi che sia successo qualcosa quando sono uscite per il vino?»

«Non lo so. Ma, anche in caso contrario, mi chiedo se non abbiano parlato di qualcosa di relativo a ciò che è accaduto dopo. Sono solo ipotesi, però…»

«No, ho visto anch’io che era a disagio.»

Ci rifletterono montando in auto. Stava scendendo lentamente la sera e, anche se la giornata sembrava lunga, Kate sapeva che non era ancora finita. DeMarco era sempre stata una tipa notturna, di quelle che spremevano ogni minuto di produttività dalla giornata.

E a Kate stava bene. Perché, mentre quella prima giornata giungeva alla sua conclusione, qualcosa nel suo cuore si faceva sempre più sicuro che quello poteva essere il suo ultimo lavoro. In caso affermativo, intendeva trarne il massimo.




CAPITOLO SEI


DeMarco faceva tutto ciò che poteva per non rimuginare. Ma doveva anche essere onesta con se stessa. Per un attimo, anche se breve, si era un po’ arrabbiata quando Duran l’aveva informata che Kate si sarebbe unita a lei nelle indagini. La delusione era però stata presto sostituita dalla gioia. La cooperazione con Kate Wise all’inizio era stata quasi un rapporto tra mentore e allieva. Ma crescendo entrambe e conoscendo le abitudini e i modi reciproci, si era trasformata in qualcosa di più. Comunque DeMarco aveva sempre avuto la sensazione di essere un’agente junior… che stava ancora imparando i fondamenti nella speranza di colpire Kate mentre le sue competenze continuavano a sviluppare e a maturare.

DeMarco lo sapeva che il caso era suo. Kate era salita a bordo all’ultimo minuto e stava facendo l’impossibile per restarsene in seconda fila. Pur apprezzando il gesto più di quanto potesse dire, DeMarco si sentiva pure a disagio. Kate era una leader nata, e guardarla cedere consapevolmente il controllo era strano.

E le veniva anche da chiedersi cosa potesse accadere dietro le quinte. Come vedeva Kate la sua carriera adesso che era la cosiddetta Madre Miracolosa e finalmente era tornata al lavoro?

DeMarco non ne era sicura, ma aveva la sensazione che l’avrebbe scoperto una volta chiuso il caso. Prima, ovviamente, dovevano chiuderlo.

Arrivò al Bowling di Larry alle sei e un quarto. Il parcheggio era quasi vuoto, tinto dello strano rosso del neon sbiadito delle parole BOWLING E SALA GIOCHI dell’insegna sul davanti. DeMarco parcheggiò il più vicino possibile all’ingresso, non sapendo dove fosse stato trovato il corpo della prima vittima. Entrando riesaminò a mente i rapporti memorizzati la sera precedente prima di andare a dormire.

La vittima era Mariah Ogden, diciannove anni. Era stata trovata dal proprietario del bowling alle ventidue e quaranta di mercoledì. Giaceva sull’asfalto dietro alla sua auto. Anche se Larry non li aveva visti, il rapporto del coroner indicava lividi sul collo e le prove di un’immensa pressione contro alla trachea della ragazza. Mariah, come Kayla, era stata strangolata da una persona apparentemente molto forte. Finora pareva che nessuno avesse visto l’accaduto e non c’erano piste.

DeMarco e Kate si avvicinarono al bancone del noleggio scarpe, dove un uomo sui sessant’anni si trovava in piedi accanto a un piccolo televisore. Pareva estremamente annoiato. Una rapida occhiata alle quindici piste dietro di lei mostrò che di occupate ce n’erano solo due – una da cinque signore e l’altra, in fondo all’edificio, da un solitario.

L’uomo dietro al bancone delle scarpine fece loro un cenno quando si avvicinarono, con un’espressione strana. Il risvolto della camicia diceva LARRY. «Posso aiutarvi?»

DeMarco agì rapidamente prima che nascessero tensioni tra lei e Kate. Mostrò il distintivo e il documento e disse «Agenti DeMarco e Wise dell’FBI. Speravo di ottenere delle informazioni sulla morte di Mariah Ogden»

«Ho già detto alla polizia tutto quello che so» disse Larry. «Ma, se vi può aiutare a trovare chi uccide queste ragazze, ok.»

«Ha parlato di ragazze» disse Kate. «Come se ce ne fossero delle altre. Presumo che abbia quindi saputo della seconda vittima.»

«Impossibile evitare notizie tanto terribili in una città piccola come questa. Sì… Kayla Peterson, giusto? Era a casa per un matrimonio, a quel che ho sentito.»

«Larry, come ha trovato il corpo di Mariah?» chiese DeMarco.

«Avevo chiuso. Sono uscito per andare al furgone e ho visto una macchina ancora nel parcheggio, in fondo, vicino all’estremità. A volte i ragazzini restano qui dopo aver giocato a bowling. Quindi sono andato a vedere che stava succedendo. Ho pensato che qualcuno poteva aver lasciato la macchina ed essersene andato con un amico. Ma avvicinandomi ho visto una scarpa da ginnastica. E poi anche la gamba. E c’era Mariah Ogden, appena dietro alla macchina.»

«Già morta?»

«Sì. Ma non credo da tanto. Ho sentito che aveva dei lividi sulla gola. Ma io non li ho visti quando l’ho trovata così.»

«Era stata qui quella sera?»

«No, non quella sera. Ma veniva di tanto in tanto con gli amici.»

Stava per dire altro, ma venne interrotto dal fracasso dei birilli che cadevano e dalle esultanze delle signore. Quando il rumore scemò, Larry proseguì.

«Era una ragazza adorabile, davvero. Molto educata, di buone maniere.»

«Conosce qualcuno del gruppo che frequentava di solito?» chiese DeMarco.

«Non molto bene, no. Ma dovreste parlare con lui.» Fece un cenno alle sue spalle, in direzione del giocatore solitario.

«Chi è?»

«Si chiama Dwayne Patterson. A volte stava col gruppo con cui veniva qui Mariah. Un tipo ritroso. Viene spesso, a volte da solo, ma di solito gira tra un gruppo e l’altro. Non ho prove vere e proprie della cosa, ma il suo modo di guardarla e il fatto che ridesse a tutto quello che diceva… penso che le piacesse un po’.»

«Grazie, Larry» disse Kate.

Lui fece un occhiolino a entrambe quando queste si girarono e partirono alla volta della pista in fondo a sinistra. Mentre si avvicinavano, Dwayne Patterson fece rotolare una palla che lo lasciò con un terrificante split “occhi di serpente”. Inclinò la testa come sperando di vedere qualcosa di diverso e poi si avviò alla macchina delle palle. Aspettando la palla scorse DeMarco e Kate. Non ci si poteva sbagliare su dove stessero andando; sapeva che stavano venendo a parlare con lui e lo mostrò nello sguardo. Pareva un gatto intrappolato da due cani feroci.

«Signor Patterson» disse DeMarco mentre si avvicinavano al macchinario. «Larry dice che lei potrebbe essere una buona fonte di informazioni su Mariah Ogden.»

Era chiaro che Patterson non aveva ancora deciso se aver paura o meno. Lanciò loro un’occhiata scettica e chiese «E voi chi cavolo siete?»

Stavolta DeMarco e Kate si mossero nello stesso momento: mostrarono i documenti all’unisono, come un trucco di magia ben provato. «Agenti DeMarco e Wise dell’FBI. E adesso le va di mostrarsi un po’ più servizievole?»

Patterson sedette lentamente dietro alla macchina del punteggio. «Scusatemi. Non ne avevo idea. Uhm… sì, cioè, la conoscevo. Non benissimo, ma la conoscevo.»

«Quanti anni ha, signor Patterson?» chiese Kate.

«Diciannove.»

«Direbbe che lei e Mariah eravate amici?»

«Certo. Siamo stati amici per quasi tutte le scuole. Non migliori amici, comunque.»

«Ok» disse Kate. «E mercoledì sera scorso? Quel giorno l’ha vista?»

«Sì, la sera in cui è morta. Ero qui, a giocare a bowling con un amico. Quando noi due ce ne siamo andati, ho visto Mariah e alcuni suoi amici passare il tempo nel parcheggio.»

«Lo faceva spesso?»

«No, non spesso. Di tanto in tanto. Non c’è molto altro da fare qui, sapete.»

DeMarco lo sapeva. Era cresciuta in una cittadina simile, dove l’unica cosa da fare la sera era starsene nei parcheggi degli alimentari, a fumare sigarette e magari pomiciare quando non c’era nessuno in vista.

«Si è unito a loro?» chiese DeMarco.

«Solo per un po’. All’inizio, cioè. Ho portato il mio amico a casa e poi sono tornato a vedere come andava.»

«Come andava cosa, di preciso?» chiese Kate.

Patterson si accigliò, percependo il rischio di avventurarsi in un territorio pericoloso. Lentamente, fece del suo meglio per spiegare. Il nervosismo gli trapelava dalla voce, così come dell’altro. Rimorso, forse? DeMarco non ne era sicura.

«Be’, era lì con alcuni dei soliti… alcuni suoi amici delle superiori e una ragazza nuova che aveva conosciuto al centro di formazione professionale di Charlotte. Ma c’era un altro con loro, uno che qualche volta ho visto e… boh… evito, tipo. Dopo sono tornato per vedere se era ancora con Mariah.»

«Perché evita questa persona?» chiese DeMarco.

«È inquietante, ecco. Se ne stava nel parcheggio delle superiori anni dopo essersi diplomato. Deve avere già venticinque anni almeno.»

«E quanti anni aveva la gente con cui uscivate lei e Mariah?»

«Tra i diciannove e i ventuno, più o meno. Odio stereotipare la gente, ma è uno sfigato. Comunque… quella sera era chiaro che era bevuto. Faceva casino ed era aggressivo.»

«Come si chiama questa persona?» chiese Kate.

«C’è bisogno che si sappia che ve l’ho detto io?»

«Assolutamente no.»

«Jamie Griles.» Lo disse a denti stretti, rabbioso. «Non ci sono prove vere, ma molti pensano che vada alle feste delle superiori per far ubriacare le ragazze e andarci a letto. Allora quando ho visto che stava con Mariah e quelle ragazze giovani, mi è sembrato inquietante.»

«Ed era ancora nel parcheggio quando è tornato?»

«No, se n’era già andato. Un’amica di Mariah ha detto che c’era una festa da qualche parte e ha persino scherzato dicendo che Jamie ci era andato perché lì c’erano ragazze più giovani.»

«Jamie Griles è di qui?» chiese DeMarco.

«Sì. Nato e cresciuto qui. E ci morirà pure, qui. Gli sfigati non combinano mai niente.» Patterson rise e scosse la testa. «Disse il meccanico diciannovenne che gioca a bowling da solo il lunedì sera.»

«Ha parlato con la polizia?»

«No. Nessuno si è preso la briga di parlare con me. Come ho detto… non ero suo migliore amico. Solo… uno che la conosceva.»

Il modo in cui lo disse fece pensare a DeMarco che avesse ragione Larry: Dwayne Patterson aveva provato qualcosa per Mariah Ogden. Si chiese se l’avesse mai detto a Mariah. Dal modo in cui gestiva la cosa pensò di no – che si fosse tenuto i suoi sentimenti per sé.

«Non ha pensato di dire alla polizia di Jamie Griles?» chiese Kate.

«Be’, non mi sono neanche fermato a pensare che possa essere stato lui a ucciderla. Sì, è inquietante e sfigato, ma non so se arrivi a uccidere.»

«Ha detto che era rumoroso e aggressivo» disse DeMarco. «Sa se ce l’aveva con qualcuno in particolare?»

«Non ne ho idea.»

DeMarco guardò la sala da bowling come in cerca di altre domande da porre. Quando fu chiaro che avevano terminato, porse un altro dei suoi biglietti da visita. «La prego di non esitare a chiamare se le viene in mente qualcos’altro o se sente qualcosa inerente all’omicidio di Mariah.»

«Lo farò» disse Patterson mettendosi il biglietto in tasca. «Grazie.»

Il grazie parve strano, ma DeMarco capì dallo sguardo rassegnato sul viso del giovane che era contento di essere stato utile, anche se solo in minima parte. Stava già sollevando la palla per affrontare il suo split 7-10 quando DeMarco e Kate si voltarono per andarsene.




CAPITOLO SETTE


«Pensi che sia troppo tardi per una visita a casa?» chiese DeMarco.

Kate rise allacciandosi la cintura. Non appena Dwayne Patterson aveva fatto loro il nome di Jamie Griles, aveva capito che avrebbero fatto almeno un’altra fermata prima di concludere la giornata. Invidiava la prontezza e l’energia di DeMarco e vedeva chiaramente perché si stesse facendo un nome tanto velocemente al bureau.

«Non per uno dalla condotta di Jamie Griles» disse Kate. «Presumo che sia questa la fermata, no?»

«Ho pensato che ne potrebbe valere la pena. Non sono neanche le sette.»

«Io chiamo Gates e vedo se ci recupera un indirizzo.»

Kate chiamò Gates solo per scoprire che non era al distretto. La mise in collegamento con la scrivania di Smith. L’agente parve abbastanza contento di essere utile, e trovò un indirizzo in venti secondi.

Mentre Kate lo inseriva nella mappa del telefono, le vibrò la mano perché Gates la stava richiamando.

«Posso chiedere perché esaminate Griles?» chiese Gates.

«Ci è stato detto che era con un gruppo di amici di Mariah Ogden la sera in cui è stata uccisa. Apparentemente era rumoroso e probabilmente ubriaco.»

«Dovrei avvertirvi che è inquietante al massimo grado. Ma sinceramente non lo vedo tipo da uccidere.»

«È quello che abbiamo sentito. Può definire però inquietante?»

«L’ho arrestato almeno tre volte negli ultimi anni. Robetta, per lo più. Ha tra i precedenti guida in stato di ebrezza, così come un’accusa di disturbo della quiete pubblica quando ha deciso di dare il via a una piccola rissa da Esther. E, come sono certo che abbiate già sentito, ha l’abitudine di cercare di impressionare le ragazze giovani… spesso acquistando loro alcolici. Non siamo ancora riusciti a incastrarlo, ma lo sanno praticamente tutti.»

«Sì, lo abbiamo sentito anche noi.»

«Fatemi sapere se vi serve una mano.»

Kate riappese e cominciò a chiedersi se Griles non potesse essere una pista più solida del previsto. Controllò l’indirizzo nel GPS e vide che si trovava a soli sedici minuti dal Bowling di Larry.

«Stai pensando che l’assassino possa essere una specie di ex fidanzato rifiutato o abbandonato?» chiese DeMarco guidando.

«In una cittadina piccola come questa, all’inizio tendo a pensarlo» disse Kate. «Ma finché non riusciamo a valutare accuratamente i collegamenti tra le due ragazze, sarà dura stringere il cerchio. È l’unica ragione per cui vorrei che la madre fosse ancora qui.»

«Forse domani possiamo chiamarla» disse DeMarco. Era più una domanda, però – un modo velato di chiedere: Saremmo dei mostri assoluti se domani disturbassimo la madre in lutto?

«Se stasera non salta fuori niente, forse dovremo farlo» disse Kate.

«La cosa che mi tormenta è il luogo in cui è stata uccisa Kayla Peterson. Proprio lì, sul portico d’ingresso. Cioè, aveva persino inserito la chiave nella toppa. Mi viene da chiedermi se non fosse con il tipo.»

«Forse voleva farlo entrare di nascosto?» chiese Kate.

«Forse.»

«C’è anche un’altra possibilità. Magari lui era lì ad aspettarla.»

DeMarco annuì con gravità. «Nessuno dei due scenari è particolarmente piacevole.»

Mentre DeMarco le portava all’indirizzo, Kate guardò gli appunti sull’iPad in cui DeMarco aveva caricato tutti i dossier del caso. Finora non c’era molto da vedere, se non delle minuzie qua e là.

«Entrambe le vittime avevano frequentato le stesse scuole superiori» commentò Kate leggendo gli appunti. «Anche se in una città così piccola non è chissà che sorpresa.»

«Studi diversi» indicò DeMarco. «Kayla Peterson è andata fino in Florida per il college. Mariah Ogden frequentava la scuola di formazione professionale di Western View, appena fuori Charlotte.»

«Sarei curiosa di sapere se Jamie Griles conosceva Kayla. Nel caso, fondamentalmente quello sarebbe l’unico collegamento tra le due.»

«E non sarebbe una buona notizia per Griles» disse DeMarco riflettendoci su.

Fu l’ultima cosa che dissero, anche se Kate era piuttosto sicura che DeMarco stesse provando lo stesso entusiasmo suo. Si stavano recando a interrogare la loro prima pista concreta, e quello era sempre un momento entusiasmante. Kate si permise di goderselo, anche se durante il serale viaggio in auto non poteva ignorare quanto cominciasse a farsi sentire la mancanza di Michael.

Provò la solita sensazione bruciante di essere una cattiva madre, di lasciarsi alle spalle la famiglia. Era più del senso di colpa che provava ogni madre di ritorno al lavoro dopo la maternità, però. No, queste erano fitte del passato, fitte di cui aveva sofferto e che pensava di essere riuscita a lasciarsi alle spalle.

Però… erano nuove. E parevano reiterare gli stessi pianti del cuore. Forse si trattava davvero del suo ultimo giro in giostra.

Forse non sarebbe nemmeno dovuta venire qui.


***

Coprirono il resto del viaggio alla residenza di Jamie Griles in silenzio. All’arrivo si ritrovarono a imboccare un piccolo parcheggio di ghiaino di fronte a quello che pareva un complesso di quattro appartamenti. Sembrava un’unica grande casa divisa in quattro diversi locali. Ognuno di essi aveva la sua cassetta della posta all’inizio del parcheggio. Kate si accorse che quella segnata col numero 3 aveva il nome J. GRILES.

DeMarco accostò accanto a un vecchio e malmesso pickup GMC posto leggermente in diagonale di fronte al terzo appartamento. Smontando Kate udì il rombo di uno stereo proveniente da uno degli appartamenti. Fu piuttosto orgogliosa di riconoscere la canzone: Battery dei Metallica. Melissa aveva passato una fase Metallica in gioventù, ed entrambe erano rimaste sorprese e umiliate di scoprire che la madre non li aveva detestati con tutta se stessa.

Avvicinandosi alla porta con un 3 di bronzo al centro, si accorse che la musica non veniva dall’interno. Però in casa qualcuno c’era: una fioca luce riempiva la finestra per lo più chiusa da persiane sbilenche. Mentre Kate metteva piede sui gradini, DeMarco bussò.

«Sì!» fu la risposta dall’interno. «Un minuto!»

Ci fu un breve trambusto all’interno e poi, una ventina di secondi dopo, si aprì la porta. Jamie Griles era un uomo di corporatura media. I capelli neri erano raccolti in uno stile che a Kate quasi ricordò Elvis; erano acconciati con un qualche tipo di fissante. Aveva occhietti piccoli e una mascella cesellata coperta da una barbetta di giornata. Non era bello, ma era anche ben lontano dalla sgradevolezza. Kate non fece chissà che fatica a immaginarsi ragazzine impressionabili rivolgergli le loro attenzioni in cambio di birra o altro.

Sorrise alle due donne e disse «Posso esservi utile, signore?»

DeMarco apparentemente si offese allo sguardo di lui. Quando estrasse documento e distintivo, fondamentalmente glieli buttò addosso. «Agenti DeMarco e Wise dell’FBI. Jamie Griles?»

«Sono io» disse lui. Il sorriso era sparito, sostituito da quella che sembrava sincera confusione. «Ma… l’FBI? E perché?»

«Stiamo indagando su un caso di Harper Hills e vorremmo scambiare due parole con lei.»

Lui passava lo sguardo da una all’altra, forse cercando di capire se scherzavano. Quando fu chiaro che non aveva intenzione di invitarle a entrare, Kate fece un unico passo avanti. «Signor Griles, possiamo entrare?»

«Be’… sì, certo, ma… perché?»

Kate si accorse che DeMarco aveva accolto l’invito prima di spiegare lo scopo della visita. Bella mossa, dato che Griles sicuramente si sarebbe messo sulla difensiva sapendo che gli avrebbero chiesto dei due omicidi.

Kate seguì DeMarco in un piccolo e disordinato soggiorno. Il televisore sulla parete di fondo era sintonizzato su una partita di baseball. C’era una bottiglia di whiskey da poco sul tavolino e una sigaretta ancora accesa su un posacenere lì accanto.

DeMarco partì subito, prima che Griles avesse anche solo il tempo di chiudere la porta. «Signor Griles, ha idea del perché siamo qui?»

«No» disse lui. Chiaramente aveva paura, ma sotto sotto cresceva l’irritazione. Non gli piaceva per niente essere interrogato – costretto a sentirsi inferiore. «Ma non credo che dovrebbe far indovinare a me.»

Interessante per Kate osservare lo scambio di battute, il gioco del gatto col topo. DeMarco aveva allestito una trappola, e Griles l’aveva schivata. Kate avrebbe tentato lo stesso, però. La vaga domanda di DeMarco aveva dato a Griles l’occasione di confessare l’acquisto di alcolici ai minorenni – accusa serissima nello stato della Carolina del Nord. Ma Griles aveva schivato il colpo e aveva rimesso la palla nel campo di DeMarco.

«Signor Griles, questa è una città piccola» disse DeMarco. «Posso almeno presumere che abbia saputo degli omicidi avvenuti in zona ultimamente?»

«Sì. Le voci girano.»

«Conosce i nomi?» chiese Kate.

«Sì» disse lui. Prestava molta attenzione al modo di parlare. Era chiaro che non era la prima volta che veniva interrogato da un’autorità. Se li immaginava bene Griles e lo sceriffo Gates scambiarsi battute simili.

«Me li dica, per cortesia» disse DeMarco.

«Perché? Siete venute perché pensate che io c’entri qualcosa?»

«Io questo non l’ho detto» disse DeMarco. «Ma indagando sugli omicidi oggi abbiamo scoperto che lei ha fatto parte del gruppetto che per ultimo ha visto una delle vittime.»

Griles annuì e parve un po’ sollevato. «Parlate di Mariah?»

«Sì. Mariah Ogden. Abbiamo un testimone che ha visto voi due e un gruppo di minorenni fuori dal Bowling di Larry la sera della sua morte. Cos’ha da dire in proposito?»

«Dico che in questa città ci sono dei bei ficcanaso.»

«Lei ha l’abitudine di uscire con ragazze giovani, signor Griles?» chiese Kate.

«A volte» disse. «Ma tutto ciò che faccio è consenziente. Non sono uno stronzo stupratore.»

«Il nostro testimone dice che era rumoroso e un po’ fuori fase quella sera» disse DeMarco. «Qualcosa la seccava?»

«No. E non ricordo di essere stato rumoroso o fuori controllo.»

«Aveva bevuto?»

«Un po’, sì.»

«Abbiamo saputo da fonte autorevole che ha lasciato il gruppo per recarsi altrove» disse Kate. «Potrebbe darci una cronologia degli eventi dopo l’abbandono del parcheggio del bowling di Larry?»

«Sì. E c’è della gente che può confermare se…»

Lì si bloccò, sedette su una sgangherata e vecchia poltrona, e guardò entrambe come se avessero appena ferito i suoi sentimenti.

«C’è qualcosa che non va, signor Griles?» chiese DeMarco.

«Voi pensate che io sia un sospettato.»

«Un uomo noto per i tentativi di far colpo su ragazze più giovani ha appena ammesso di aver visto la vittima di un omicidio la sera della sua morte» disse DeMarco. «Sì. Qualsiasi agente verrebbe a interrogarla. Quindi ci dia questa cronologia.»




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