La corona dei draghi
Morgan Rice


L’era degli stregoni #5
“Ha tutti gli ingredienti per il successo immediato: trame, contro trame, misteri, cavalieri valorosi e relazioni che nascono e finiscono con cuori spezzati, delusioni e tradimenti. Ti terrà incollato alle pagine per ore e accontenterà persone di ogni età. Consigliato per la libreria di tutti i lettori fantasy.” . –Books and Movie Reviews, Roberto Mattos (su L’Anello dello Stregone). “Siamo davanti all’inizio di qualcosa di davvero straordinario.” . –San Francisco Book Review (su Un’Impresa da Eroi). Dall’autrice di bestseller numero uno, Morgan Rice, e autrice di Un’Impresa da Eroi (più di 1.300 recensioni a cinque stelle) arriva il debutto di una nuova e sorprendente serie fantasy… LA CORONA DEI DRAGHI è il quinto libro della nuova epica serie fantasy dell’autrice di bestseller Morgan Rice, L’era degli stregoni, che inizia con il primo libro (IL REGNO DEI DRAGHI), un bestseller di prima categoria, con dozzine di recensioni a cinque stelle e disponibile per essere scaricato gratuitamente!In LA CORONA DEI DRAGHI (L’era degli stregoni—Libro quinto), Ravin ha infine assunto pieno controllo sulla capitale, distruggendo tutti coloro che si sono trovati sulla sua strada e assoggettando i cittadini a schiavitù e brutalità. . Ma non tutti sono nelle grinfie di Ravin: Lenore, che ha finalmente reagito allo sconforto per la morte di sua madre, realizza che è giunto il momento di agire per il suo destino. Invece di diventare il giocattolo di Ravin, aziona la mente e raggruppa un esercito per contrastarlo… Ma può farcela?. Devin, nel frattempo, si sta avvicinando a terminare la spada incompiuta e a poter tornare alla capitale, in tempo per contribuire a salvarla. Ci riuscirà?. E, soprattutto, avrà importanza tutto questo se Nerra risorge e i suoi draghi distruggono tutti?. L’ERA DEGLI STREGONI tesse un’epica storia di amore, passione, odio e rivalità fraterna; di roghi e tesori nascosti; di monaci e guerrieri segreti; di onore e gloria; e di tradimento, fato e destino. È un racconto che non riuscirai a mettere giù fino a notte fonda, che ti trasporterà in un altro mondo e ti farà innamorare dei personaggi che non dimenticherai mai. Si addice a uomini e donne di qualsiasi età… Il libro sesto sarà presto disponibile… “Un fantasy vivace… Solo l’inizio di ciò che promette essere un’epica serie young adult.” . –Midwest Book Review (su Un’Impresa da Eroi). “Pieno di azione… Lo stile di scrittura di Rice è compatto e la premessa intrigante.” . –Publishers Weekly (su Un’Impresa da Eroi)





Morgan Rice

LA CORONA DEI DRAGHI




LA CORONA DEI DRAGHI




(L’ERA DEGLI STREGONI – LIBRO QUINTO)




MORGAN RICE



Morgan Rice

Morgan Rice è autrice numero uno e oggi autrice statunitense campionessa d’incassi delle serie epiche fantasy L’ANELLO DELLO STREGONE, che comprende diciassette libri; della serie campione d’incassi APPUNTI DI UN VAMPIRO, che comprende dodici libri; della serie campione d’incassi LA TRILOGIA DELLA SOPRAVVIVENZA, un thriller post-apocalittico che comprende tre libri; della serie epica fantasy RE E STREGONI, che comprende sei libri; della serie epica fantasy DI CORONE E DI GLORIA, che comprende otto libri; della serie epica fantasy UN TRONO PER DUE SORELLE, che comprende otto libri; della serie di fantascienza LE CRONACHE DELL’INVASIONE, che comprende quattro libri; della serie fantasy OLIVER BLUE E LA SCUOLA DEGLI INDOVINI, che comprende quattro libri; della serie fantasy COME FUNZIONA L’ACCIAIO, che comprende quattro libri; e della nuova serie fantasy L’ERA DEGLI STREGONI, che comprende due libri (e altri in arrivo). I libri di Morgan sono disponibili in formato stampa e audio e sono stati tradotti in più di 25 lingue.



Morgan è felice di restare in contatto con i suoi lettori, quindi non peritarti a visitare il sito www.morganricebooks.com (http://www.morganricebooks.com/) per unirti alla sua mailing list, ricevere un libro e giveaway gratuitamente, scaricare l’app gratuita, restare aggiornato sulle ultime notizie esclusive e connetterti via Facebook e Twitter!



Selezione di lodi a Morgan Rice

“Se credi di non avere più un motivo per vivere dopo la fine della serie L’ANELLO DELLO STREGONE, ti sbagli. In L’ASCESA DEI DRAGHI, Morgan Rice ha inventato quella che promette di essere un’altra serie brillante, immergendoci in un fantasy di troll e draghi, valore, onore, coraggio, magia e fede nel proprio destino. Morgan è riuscita di nuovo a produrre una serie di personaggi forti che ci fa tifare per loro a ogni pagina… Consigliato nella libreria di tutti i lettori che amano i fantasy ben scritti.”



    --Books and Movie Reviews
    Roberto Mattos



“Un fantasy colmo d’azione che piacerà senz’altro a tutti i fan dei libri precedenti di Morgan Rice, insieme a quelli di lavori come IL CICLO DELL’EREDITÀ di Christopher Paolini…. I fan dello Young Adult divoreranno quest’ultima opera di Rice e pregheranno per leggerne altre.”



    --The Wanderer,A Literary Journal (su L’Ascesa dei Draghi)



“Un fantasy vivace che intreccia elementi di mistero e intrigo nella sua trama. Un’impresa da eroi riguarda il coraggio e il raggiungimento di un obiettivo di vita che conduce alla crescita, alla maturità e all’eccellenza… Per coloro che cercano avventure fantasy dense di contenuti, i protagonisti, gli utensili e l’azione forniscono una vigorosa serie di incontri che mette bene a fuoco l’evoluzione di Thor da un bambino con la testa fra le nuvole a un giovane uomo che affronta circostanze impossibili per la sopravvivenza… Solo l’inizio di ciò che promette essere un’epica serie young adult.”



    --Midwest Book Review (D. Donovan, eBook Reviewer)



“L’ANELLO DELLO STREGONE ha tutti gli ingredienti per il successo immediato: trame, contro trame, misteri, cavalieri valorosi e relazioni che nascono e finiscono con cuori spezzati, delusioni e tradimenti. Ti terrà incollato alle pagine per ore e accontenterà persone di ogni età. Consigliato per la libreria di tutti i lettori fantasy.”



    --Books and Movie Reviews, Roberto Mattos 



“In questo primo libro fatto di azione dell’epica serie fantasy L’Anello dello Stregone (che conta attualmente 14 libri), Rice presenta ai lettori il quattordicenne Thorgrin "Thor" McLeod, il cui sogno è unirsi alla Legione d’Argento, i cavalieri d’élite al servizio del re… Lo stile di scrittura di Rice è compatto e la premessa intrigante.”



    --Publishers Weekly



LIBRI DI MORGAN RICE




L’ERA DEGLI STREGONI

IL REGNO DEI DRAGHI (Libro #1)

IL TRONO DEI DRAGHI (Libro #2)

LA FIGLIA DEI DRAGHI (Libro #3)

L’ANELLO DEI DRAGHI (Libro #4)

LA CORONA DEI DRAGHI (Libro #5)


OLIVER BLUE E LA SCUOLA DEGLI INDOVINI

LA FABBRICA DELLA MAGIA (Libro #1)

LA SFERA DI KANDRA (Libro #2)

GLI OSSIDIANI (Libro #3)

LO SCETTRO DI FUOCO (Libro #4)


LE CRONACHE DELL’INVASIONE

MESSAGGI DALLO SPAZIO (Libro #1)

L’ARRIVO (Libro #2)

L’ASCESA (Libro #3)

IL RITORNO (Libro #4)


COME FUNZIONA L’ACCIAIO

SOLO CHI LO MERITA (Libro #1)

SOLO CHI È VALOROSO (Libro #2)

SOLO CHI È DESTINATO (Libro #3)


UN TRONO PER DUE SORELLE

UN TRONO PER DUE SORELLE (Libro #1)

UNA CORTE DI LADRI (Libro #2)

UNA CANZONE PER GLI ORFANI (Libro #3)

UN LAMENTO FUNEBRE PER PRINCIPI (Libro #4)

UN GIOIELLO PER I REGNANTI (Libro #5)

UN BACIO PER LE REGINE (Libro #6)

UNA CORONA PER GLI ASSASSINI (Libro #7)

UN ABBRACCIO PER GLI EREDI (Libro #8)


DI CORONE E DI GLORIA

SCHIAVA, GUERRIERA, REGINA (Libro #1)

FURFANTE, PRIGIONIERA, PRINCIPESSA (Libro #2)

CAVALIERE, EREDE, PRINCIPE (Libro #3)

RIBELLE, PEDINA, RE (Libro #4)

SOLDATO, FRATELLO, STREGONE (Libro #5)

EROINA, TRADITRICE, FIGLIA (Libro #6)

SOVRANA, RIVALE, ESILIATA (Libro #7)

VINCITORE, VINTO, FIGLIO (Libro #8)


RE E STREGONI

L’ASCESA DEI DRAGHI (Libro #1)

L’ASCESA DEL PRODE (Libro #2)

IL PESO DELL’ONORE (Libro #3)

LA FORGIA DEL VALORE (Libro #4)

IL REGNO DELLE OMBRE (Libro #5)

LA NOTTE DEI PRODI (Libro #6)


L’ANELLO DELLO STREGONE

UN’IMPRESA DA EROI (Libro #1)

LA MARCIA DEI RE (Libro #2)

DESTINO DI DRAGHI (Libro #3)

GRIDO D’ONORE (Libro #4)

VOTO DI GLORIA (Libro #5)

UN COMPITO DI VALORE (Libro #6)

RITO DI SPADE (Libro #7)

CONCESSIONE D’ARMI (Libro #8)

UN CIELO DI INCANTESIMI (Libro #9)

UN MARE DI SCUDI (Libro #10)

UN REGNO D’ACCIAIO (Libro #11)

LA TERRA DEL FUOCO (Libro #12)

LA LEGGE DELLE REGINE (Libro #13)

GIURAMENTO FRATERNO (Libro #14)

SOGNO DA MORTALI (Libro #15)

GIOSTRA DI CAVALIERI (Libro #16)

IL DONO DELLA BATTAGLIA (Libro #17)


LA TRILOGIA DELLA SOPRAVVIVENZA

ARENA UNO: MERCANTI DI SCHIAVI (Libro #1)

ARENA DUE (Libro #2)

ARENA TRE (Libro #3)


LA CADUTA DEI VAMPIRI

PRIMA DELL’ALBA (Libro #1)


APPUNTI DI UN VAMPIRO

TRAMUTATA (Libro #1)

AMATA (Libro #2)

TRADITA (Libro #3)

DESTINATA (Libro #4)

DESIDERATA (Libro #5)

PROMESSA (Libro #6)

SPOSA (Libro #7)

TROVATA (Libro #8)

RISORTA (Libro #9)

BRAMATA (Libro #10)

PRESCELTA (Libro #11)

OSSESSIONATA (Libro #12)



Sapevate che ho scritto tantissime serie? Se non le avete lette tutte, cliccate sull’immagine qua sotto e scaricate il primo libro di una di esse!






Desideri libri gratuiti?

Iscriviti alla mailing list di Morgan Rice e ricevi 4 libri gratuiti, 3 mappe, 1 app, 1 gioco, 1 graphic novel e gadget esclusivi! Per iscriverti, visita: www.morganricebooks.com (http://www.morganricebooks.com/)



Copyright © 2020 di Morgan Rice. Tutti i diritti sono riservati. Eccetto come consentito dal Copyright Act del 1976 degli Stati Uniti d’America, nessuna parte di questa pubblicazione può essere riprodotta, distribuita o trasmessa in nessuna forma e mediante alcun mezzo, o archiviata in un database o in un sistema di raccolta, senza previo consenso dell’autrice. La licenza di questo ebook è concessa solo per uso personale. Questo ebook non può essere rivenduto, né ceduto a terzi. Se si desidera condividere questo libro con un’altra persona, si prega di acquistare una copia per ciascun destinatario. Se si sta leggendo questo libro senza averlo acquistato, o se non è stato acquistato per uso personale, si prega di restituire la copia e acquistarne una propria. Grazie per rispettare il duro lavoro di quest’autrice. Questa è un opera di fantasia. Nomi, personaggi, aziende, organizzazioni, luoghi, eventi e fatti sono il frutto dell’immaginazione dell’autrice o sono utilizzati a puro scopo di intrattenimento. Qualsiasi richiamo a persone reali, viventi o meno, è puramente casuale. Copyright dell’immagine di copertina di Zeferli, usata secondo la licenza di istockphoto.com.




CAPITOLO PRIMO


Vars tornò in superficie per le strade di Royalsport, inspirando vorace l’aria fresca dopo quella che era sembrata un’eternità sottoterra. Aveva aspettato che facesse buio per essere sicuro di passare inosservato e l’attesa era stata un fardello schiacciante sul suo petto, mentre la paura aveva minacciato di sopraffarlo.

Si guardò intorno d’istinto, sicuro che qualcuno lo avrebbe visto e riconosciuto. Dopotutto, chi altro aveva i suoi nobili lineamenti, pur se incupiti dalla polvere del tunnel? Sì, era di corporatura media, aveva i capelli di un castano spento tipico di un contadino qualsiasi e sfoggiava il rosso e il viola delle divise degli uomini di Ravin, ma era certo che anche così sarebbe trapelato il suo essere gentile, grande in qualche modo.

Si incamminò verso Royalsport, riluttante ad aspettare ancora. Intorno a lui, la città era meno silenziosa di quanto si aspettasse per un luogo assediato. I fuochi delle fucine della Casa delle Armi brillavano tenui in lontananza, mentre venivano forse fabbricate risorse per le forze di Ravin; la Casa dei Sospiri risplendeva di un arcobaleno di colori, come vi stesse avendo luogo una grande festa. Probabilmente i meridionali avevano voglia di divertirsi, nonostante la recente impresa. Anche le torri della Casa degli Accademici esibivano punti illuminati per tutta la lunghezza; magari il nuovo imperatore aveva affidato loro ricerche su nuovi metodi di guerra.

Imperatore? Quel pensiero fece venir voglia a Vars di vomitare lungo la strada. Era lui il re del Regno del Nord, non Ravin. O comunque lo era stato, finché Ravin non lo aveva preso di mira; a quel punto, non aveva avuto altra scelta che fuggire.

Doveva pensare solo a camminare adesso, giù verso la città, diffidando di ogni figura scorgesse. La paura faceva sì che la sua mente proiettasse diapositive dei modi in cui sarebbe potuto morire, come ritrovarsi in un vicolo buio con la gola tagliata o con il petto trafitto dalla lama di un soldato. Dovette sforzarsi per continuare a procedere senza apparire troppo furtivo, per raggiungere le case dall’architettura raffinata del quartiere nobile.

Si stava dirigendo verso i confini della città, o almeno così sperava. In verità, Vars non era sicuro di riuscire a orientarsi al buio. No, certo che ne era capace. Erano troppe le notti in cui era andato alla Casa dei Sospiri e non si era mai perso. Beh, non spesso. Era stato il governatore di tutto il territorio; era ovvio che potesse trovare una via d’uscita.

Raggiunse uno dei ruscelli tra gli isolotti della città. Erano tutti in bassa marea, dunque si affrettò ad attraversarlo per evitare di percorrere uno dei ponti. Giunse al quartiere successivo, a passo leggero, determinato a non attirare l’attenzione. Poi si accorse che vi erano delle persone sulla sua strada e desiderò ritrarsi fra le tenebre.

No, realizzò che non era quella la strategia adeguata, non con un’uniforme come la sua. Procedette a grandi falcate invece, perché era così che camminavano gli uomini di Ravin. A quel punto, le sagome si allontanarono da lui, facendolo gongolare. Era abituato a ricevere rispetto, e quello… quello lo era.

Avanzò dunque impettito, ancora in direzione delle mura, compiacendosi per il modo in cui i passanti lo osservavano, come se potesse ucciderli per capriccio. Per un attimo, gli ricordò la sensazione di vivere da principe o da re.

Forse un giorno sarebbe potuto tornare a esserlo. Forse, una volta fuori dalla città, avrebbe potuto recarsi dai nobili, dichiararsi il vero re, farli insorgere e riprendersi ciò che era suo. Sarebbe bastato rivelare chi era, e la gente sarebbe accorsa a lui.

Non lo avrebbe fatto come Aethe, però. Lei era stata sciocca ad aver provato a gestire le cose di petto; era costato la vita a lei e ai suoi seguaci. Era meglio agire da una distanza di sicurezza.

Più avanti, Vars vide una squadra di lavoro all’opera sotto la luce di torce tremolanti, sorvegliata da una coppia di guardie. Si ritrovò privato di una via d’uscita, e la paura lo inondò in un secondo per poi cedere subito il passo alla fiducia. Passò di lì e azzardò un gesto di saluto, perché era sicuro che fra guardie amiche si facesse così. Ricevette un saluto di risposta, infatti.

“Fuori da solo, fratello?” gridò una di esse. “Le ronde si fanno in coppia di solito.”

“Ho un messaggio dell’imperatore in persona,” replicò Vars. Quella bugia sembrava più sicura di qualsiasi altra. La gente dava la precedenza ai re più che alle uniformi.

“Allora dovresti sbrigarti a consegnarlo,” disse l’altra guardia, “prima… aspetta, è sangue quello?”

Passò al setaccio la camicia di Vars con la torcia, e Vars realizzò che le macchie potevano passare inosservate a distanza, essendo rossa anche l’uniforme, ma la loro tonalità scura era evidente sotto quella luce tremolante e rivelava esattamente dove aveva pugnalato l’uomo da cui l’aveva presa.

“Ho avuto uno scontro con alcuni ribelli l’altro giorno,” spiegò Vars, cercando di trovare una via d’uscita. “Sono stato ferito, ma non è niente di grave.”

“Una ferita lì, e il giorno dopo non avresti più camminato,” ribatté l’uomo.

L’altra guardia lo stava adesso fissando con un’espressione perplessa.

“Io ti conosco,” disse.

“Probabilmente dalla caserma,” replicò Vars, allargando le braccia e cominciando a indietreggiare.

“No, io ti conosco.”

“No, ti sbagli,” insistette Vars e fece qualche altro passo indietro, volendo stabilire quanta più distanza possibile fra loro.

“Ti ho visto, mentre facevo la guardia al castello. Sei quel fantoccio che l’imperatore ha umiliato davanti a tutti. Sei il re Vars!”

Lo affermò con una risata, ma avanzò nel frattempo.

“Cosa ci farebbe lui qui?” replicò Vars. “Stai dicendo che somiglio a quel… quell’uomo?”

“Non gli assomigli soltanto,” ribatté la guardia, lanciando un’occhiata al suo compatriota. “Sei lui, ci metterei la mano sul fuoco.”

“Re Vars, fuori dal castello?” domandò l’altro e sembrò impiegare un attimo a metabolizzare il da farsi. “Prendetelo!”

Vars se la stava già dando a gambe, spinto da un terrore che lo allontanava da quei due bramosi di acciuffarlo. Rimbalzava sui ciottoli, percorrendo le strade a tutta velocità, svoltando a una curva e poi a un’altra.

“Fermati subito!” gridò una delle guardie alle sue spalle. Esisteva davvero qualcuno così stupido da fermarsi quando una guardia gli intimava di farlo? Forse Rodry si sarebbe voltato per cercare di combattere, ma Vars era diverso e continuò a correre verso la città, verso la salvezza.

In teoria, avrebbe dovuto essere semplice. Quella era la sua città, il cuore del suo regno. Ogni strada di Royalsport era stata sua una volta, quindi avrebbe dovuto essere facile per lui seminare i suoi inseguitori nell’oscurità, prendere le curve e le giravolte fino a renderli incapaci di seguirlo.

C’era un problema in tutto ciò, però: il fatto che conoscesse a memoria le strade che portavano alle case dei nobili suoi cosiddetti amici o alla Casa dei Sospiri non significava che avesse piena padronanza della cartina della città. Vars dovette tirare a indovinare, sperando di individuare i confini grazie al suo istinto.

Intorno a lui, le case apparivano man mano più umili. A un certo punto della sua corsa all’ultimo respiro, era sfrecciato attraverso un ruscello e in un altro quartiere, ma le urla dietro di lui gli dicevano che le guardie non avevano ancora abbandonato la caccia.

Vars non si guardò indietro. Gli idioti lo facevano, inciampavano o prendevano le curve sbagliate. Vars, invece, non aveva bisogno di altri pretesti per correre, perché la paura stava già pompando a più non posso nel suo cuore. Sfrecciò dunque, alla ricerca di una via d’uscita.

Se quello fosse stato il quartiere nobile, forse avrebbe saputo da che parte andare, ma lì era impossibile e divenne presto preda di quel groviglio di strade. Peggio ancora, le guardie lo stavano raggiungendo. Girò un altro angolo e si ritrovò in un vicolo cieco, bloccato da carri che aspettavano di essere caricati.

Si voltò, cercando di capire da che parte andare. Doveva forse salire su uno dei carri? Doveva forse…

Una donna comparve su una porta. I capelli biondi le cadevano lungo la schiena e aveva un volto a forma di cuore bello in modo sorprendente. Era il tipo di donna di fronte a cui Vars si sarebbe fermato in ammirazione, se non fosse stato nel bel mezzo di una corsa per la sua vita. La mano di lei lo afferrò però, strattonandolo dentro alla porta da cui si era affacciata. “Presto, qui dentro!”




CAPITOLO SECONDO


Meredith della Casa dei Sospiri giaceva di schiena nel letto di Ravin; coperta dalle lenzuola e con i capelli arruffati, lo guardava mentre le dava le spalle e si esercitava con quella sua spada a due mani con indosso solo le vesti ufficiali. Come aveva fatto spesso nei giorni successivi alla morte della regina Aethe, sembrava ignorarla completamente adesso che gli aveva procurato i suoi piaceri.

Meredith provava odio in quel momento ma, anche se Ravin era girato di spalle, cercava di non lasciarlo trapelare dal suo volto. Sapeva quanto fosse pericoloso e quanto dovesse muoversi come sul filo del rasoio da quando aveva preso Royalsport. Un’occhiata indietro mentre lei appariva come tutto tranne che una cortigiana docile e obbediente, e le avrebbe forse conficcato quella lama nel cuore.

Una cortigiana? Meredith trattenne le risate amare. Ravin la stava trattando come la più indegna delle puttane. Aveva i suoi motivi per farlo, nonostante adesso potesse prendere qualsiasi donna del regno desiderasse. Riportava i lividi a dimostrazione dell’accaduto, e anche quelli erano parte della sua strategia per far capire alla maitresse della Casa dei Sospiri qual era il suo posto in tutto questo.

La cosa peggiore era che se si fosse posto in modo diverso, sarebbe anche potuto piacerle. Ravin era un uomo affascinante, con quella sua barba bruna, un bel corpo muscoloso, la testa rasata e lo sguardo intelligente. Era un uomo forte, brillante e persuasivo, e Meredith capiva bene come avesse fatto a conquistare un impero. Era crudele, però. La maitresse lo aveva sperimentato in prima persona e lo sentiva anche nei rapporti ogni volta che tornava a casa; parlavano di persone lasciate morire di fame o uccise in strada per aver disobbedito.

Ravin si fermò, appoggiando la punta della sua spada sul pavimento senza degnare Meredith di uno sguardo; eppure, era chiaro che si stesse rivolgendo a lei.

“Dimmi,” disse. “Se potessi, mi uccideresti?”

“Certo che no, mio imperatore,” rispose Meredith con il suo tono più docile. “Vivo per servirvi, come tutti noi.”

Si voltò e, ora che quegli occhi erano di nuovo su di lei, Meredith avvertì un fugace brivido di paura.

“Naturalmente una come te dice sempre quello che pensa di dover dire.”

“Sì, mio imperatore,” replicò Meredith, abbassando lo sguardo. “Ma resta fermo il fatto che non vi ucciderei.”

Non che non vi avesse pensato. Una delle sue ragazze si era persino offerta di farlo, nella riservatezza delle sue stanze nella Casa dei Sospiri, ma Meredith era stata costretta a spiegarle il disastro che ne sarebbe derivato, e non solo per chi lo avesse ucciso.

Sarebbe stato abbastanza facile. Meredith avrebbe potuto tagliargli la gola nel sonno o mettergli un veleno nella bevanda, ma poi? Non vi sarebbe stata un’alternativa al trono, e dunque non avrebbero ottenuto altro che ulteriori guerre, con gli eserciti di Ravin determinati a vendicarsi mentre diverse fazioni combattevano per il controllo. Per ora, almeno, l’imperatore era ciò che si frapponeva tra loro e il caos peggiore.

Osò alzare lo sguardo e incrociò gli occhi di Ravin ancora su di lei, impenetrabili e attenti, come stesse cercando di indovinare ogni suo pensiero.

“Come ho detto,” aggiunse lei, “la mia Casa è lì per servirvi.”

Ravin fece un ampio sorriso, mettendo da parte la spada. “Io ti credo; altrimenti, saresti già morta.”

Meredith sospettava che questo avesse a che fare con tutti i segreti che aveva in mano, più che con la fiducia che Ravin riponeva nella sua lealtà. Era un equilibrio delicato: lui doveva sapere che avrebbe obbedito fintanto che le fosse sembrata l’opzione migliore per il regno, ma che avrebbe anche fatto di tutto per aiutare il suo popolo. Aveva dimostrato di volerla umiliare e di volerle mostrare il posto che occupava in quel nuovo assetto, ma allo stesso tempo aveva anche dimostrato di sapere che era troppo preziosa per poterla uccidere.

Era difficile e pericoloso, e significava che qualsiasi cosa avesse fatto Meredith, avrebbe dovuto farla in silenzio. Aveva idee che non avevano nulla a che fare con la banalità di un’aggressione nell’oscurità, idee che potevano bastare a cambiare le cose e far cadere persino un imperatore, ma si trattava di un lavoro delicato e rischioso.

“Ora,” disse Ravin. “Credo sia giunto il momento che tu mi mostri di nuovo perché la tua Casa ha tanto successo.”

Quando si avvicinò al letto, Meredith si costrinse a esibire il suo miglior sorriso. “Certo, mio imperatore. Io esisto per soddisfare i vostri ordini.”

O almeno, così era finché non fosse riuscita a trovare un modo per ucciderlo senza far crollare il regno ai loro piedi.


*

Una volta terminato con lei, Ravin fissò compiaciuto la forma dormiente di Meredith. Doveva ammettere che era davvero bella ma, naturalmente, molte donne lo erano. Anche adesso, i suoi uomini gli stavano procurando le migliori, perché lo intrattenessero quando non se la spassava con la padrona della Casa dei Sospiri.

Ciò che rendeva la cosa ancora più interessante era che entrambi sapevano cosa fossero davvero lei e la sua Casa. Si trattava di una donna che dispensava sussurri taglienti, di quelli che potevano permettere a chi era addestrato come un qualsiasi Taciturno di portare a termine il lavoro della maitresse stessa. Avere una del suo calibro a sua disposizione rendeva l’intera situazione molto eccitante.

Forse, a tempo debito, avrebbe fatto più che mandarla a chiamare per averla nel suo letto. Prima, però, voleva assicurarsi che lei comprendesse a fondo il suo posto, che fosse sua e di nessun altro.

Non che vi fosse qualcun altro, adesso. Aveva inibito ogni rivale nel giorno in cui aveva fatto giustiziare la regina Aethe. I nobili aspiranti ribelli erano stati dispersi e, in ogni caso, non avevano più un capo. Quel codardo di Vars era fuggito, ma chi avrebbe mai seguito un uomo del genere? Anche le figlie della regina erano scomparse, ma solo perché i suoi Taciturni avevano portato a termine il lavoro con la loro solita destrezza.

Quindi, prima o poi, Lady Meredith avrebbe capito che Ravin era la migliore chance di forza e unità per il regno. Forse l’aveva già compreso, perché era tutt’altro che stupida. Poi, lui avrebbe avuto ai suoi ordini i migliori collezionisti di segreti dei Tre Regni, lì per fargli apprendere tutto quello che voleva sui suoi nemici e sui suoi sudditi. Se finora aveva governato seminando il terrore, in un secondo momento avrebbe potuto usare la Casa per far funzionare le cose a dovere, sapendo in anticipo ogni mossa che la gente avrebbe potuto fare.

Quello era per dopo, però. Per adesso, Ravin si era stancato di lei.

“Alzati e vattene,” ringhiò, scuotendola fino a svegliarla. “Adesso.”

Meredith afferrò il suo vestito e si precipitò fuori dalla stanza, per tornare nel posto da cui era venuta. Mentre se ne andava, un Taciturno entrò, senza nemmeno aspettare il permesso prima di farsi avanti e inchinarsi. L’uomo aveva un aspetto insignificante, tranne che per una cicatrice sotto l’occhio sinistro. Indossava semplici abiti rossi da cortigiano e i suoi lineamenti erano insipidi e irrilevanti. Ravin si alzò in piedi e si rimise addosso le sue vesti.

“Sarà meglio che ci sia una buona ragione per questa interruzione,” disse.

“È così, Imperatore Ravin,” rispose l’uomo.

“Questo lo giudicherò io,” replicò Ravin. “Come ti chiami?”

“Quail, mio imperatore.” L’uomo si inchinò di nuovo. “Sono stati trovati tre corpi, vecchi di diversi giorni.”

“Corpi…” scrollò le spalle Ravin. “La principessa Lenore e gli altri? Se mi stai riferendo i successi degli uomini della tua truppa, non è questo il modo di farlo.”

Il Taciturno scosse la testa. “Purtroppo no, mio signore. I corpi… sembrano essere degli uomini a cui avevate ordinato di uccidere la principessa.”

“Che cosa?” ruggì Ravin. “E nessuno se n’è accorto? Nessuno ha notato l’assenza di quei Taciturni?”

“Troppo tardi, vostra altezza,” rispose Quail, “e poi siamo andati a cercarli e abbiamo trovato i corpi. Ma mentre le principesse assistevano all’esecuzione, era ovvio che stessero aspettando il momento giusto per contrattaccare. Si presume che stessero… prendendo tempo.”

“Certo, è evidente,” disse Ravin.

“Perdonateci, Imperatore,” implorò Quail, cadendo in ginocchio questa volta. “Raramente parliamo dei nostri compiti, anche tra di noi.”

Ravin represse la rabbia. Non lo facevano, perché era così che lui preferiva agissero. I Taciturni operavano in piccoli gruppi, per evitare che potessero acquisire troppo potere o iniziare a ignorare le sue istruzioni. In quel caso, però, significava che le principesse erano sopravvissute, e questo gli faceva venir voglia di decapitare lo stolto che aveva davanti. Non sarebbe servito a niente, però. In quel momento, il Taciturno era più utile da vivo.

“Pensi che ti ucciderò, vero?” domandò Ravin.

“La… possibilità c’è,” disse Quail, con voce esitante ma non terrorizzata. I Taciturni subivano delle cose durante l’addestramento che lo stesso Ravin considerava crudeli.

“Eppure sei tu quello che hanno scelto di mandare, anche se sarebbe potuto venire chiunque altro,” affermò Ravin.

Quail annuì a malapena.

“Dunque sarai tu a guidare la possibilità di redimervi dal fallimento,” disse Ravin.

Il Taciturno apparve perplesso a quel punto. “Mio imperatore?”

“Dovete trovare le principesse e ucciderle,” spiegò Ravin e poi pensò per un momento. “Devono morire entrambe, e anche il cavaliere che veglia su di loro. Sono tutti troppo pericolosi per essere lasciati in vita.”

Il Taciturno esitò per un secondo.

“Non sei d’accordo?” chiese Ravin.

“Sono due ragazze insignificanti e un pazzo,” replicò Quail. “Alcuni… alcuni non capiscono perché avete mandato proprio il nostro gruppo a uccidere la Principessa Lenore, quando avreste potuto rivendicarla o farla controllare da Lord Finnal.”

Ravin estrasse la sua spada, facendola vorticare per poi posarla appena sotto l’occhio destro del Taciturno.

“Vuoi un’altra cicatrice speculare alla prima?” domandò.

Il Taciturno mantenne la calma. “Se la desiderate, Imperatore Ravin.”

“Desidero quello che ti ho ordinato, e dovrebbe essere un motivo sufficiente a farti muovere.” Ravin non aveva l’abitudine di dare spiegazioni ai suoi uomini, ma in quel momento sarebbe forse servito. “La Principessa Lenore è sempre stata una potenziale minaccia mentre era qui. Nella mia Tana Rossa, non sarebbe stata un pericolo ma un mero trofeo da esibire. Qui, la gente avrebbe potuto radunarsi attorno a lei e potrebbe ancora farlo. Deve morire e in silenzio. Nessuno deve sapere che è sopravvissuta.”

Il Taciturno. “Ai vostri ordini.”

Si alzò e si voltò per andarsene.

“Quail?” lo interruppe brusco Ravin. “Ricorda che ora ho la Casa dei Sospiri. Se i miei Taciturni falliscono di nuovo, forse alcuni di voi saranno rimpiazzati.”




CAPITOLO TERZO


Il sole picchiava forte su Lenore e gli altri mentre procedevano. Intorno a lei, si dispiegavano campi di grano e orzo che, separati da muretti in pietra, oscillavano dolcemente al vento mentre impronte leggere di mandriani indicavano i sentieri per arrivare da un luogo all’altro. Qua e là, uno spaventapasseri vegliava sui campi, o un gruppetto di alberi spezzava la monotonia del paesaggio.

Stavano camminando da giorni ormai, muovendosi con cautela tra i campi sui sentieri più piccoli. Le gambe le dolevano per lo sforzo, ma sapeva di non potersi lamentare. Erano fortunati a non essere già morti e, in confronto, un po’ di fatica non era nulla.

“State bene, principessa?” domandò Odd, che si era preoccupato per il benessere di Lenore da quando avevano lasciato la città per andare in campagna. Il suo aspetto appariva ancora bizzarro con quegli abiti nobili; la testa rasata stonava con il resto, e teneva il mantello intorno a sé, come se fosse un surrogato delle vesti di monaco.

“Sto bene,” replicò Lenore. In verità, era affamata, stanca e spaventata ma, anche se sapeva di essere in pessimo stato, doveva essere forte. Aveva i vestiti sporchi e i lembi le si erano strappati impigliandosi in siepi di rovi che avevano incontrato sulla strada. Portava i capelli bruni legati indietro per evitare di ritrovarseli sul viso, e la luce del sole la abbagliava.

Erin camminava davanti a lei, appoggiata a quel bastone che celava la sua lancia corta. Era più sporca di Lenore, perché si era lanciata sempre per prima nei ruscelli o al di là dei muretti. A ogni passo, si intravedeva un luccichio della sua armatura, e i suoi tratti apparivano duri sotto i suoi capelli tagliati corti, determinati a non mostrare il dolore che senz’altro provava. Si guardava intorno in cerca di minacce; scansionava ogni cespuglio, albero o campo di grano. Era stata silenziosa negli ultimi giorni, e Lenore non sapeva se fosse per la rabbia di non essere rimasta a combattere o per il dolore dovuto alla morte della madre.

Lenore condivideva quella sofferenza, e gran parte della rabbia a essa connessa. Se chiudeva gli occhi, riviveva il momento in cui Ravin aveva alzato la spada davanti a sua madre, legata e impotente sul patibolo. Non poteva sfuggire alla vista di quella lama che sprofondava nella carne della donna che le aveva dato la vita, assistendo più e più volte al momento in cui era morta. Perché avrebbe dovuto essere diverso per Erin?

“Riuscite a vedere qualcosa davanti a voi, Erin?” domandò Odd.

Erin non rispose.

“Erin,” intervenne Lenore. “La strada è libera?”

“Sì,” rispose Erin. Si guardò intorno e lanciò un’occhiata fugace a Odd prima di rispondere. “Credo che ci sia un villaggio più avanti, oltre quegli alberi. Riesco a vedere il fumo di un camino.”

Lenore guardò lontano e vide il fumo menzionato da sua sorella. Sperava che fosse di un camino, perché erano infinite le cose nefaste che potevano verificarsi così poco dopo un’invasione.

“Dobbiamo essere cauti,” disse Odd, come avesse letto i suoi pensieri.

“Cosa c’è che non va?” scattò Erin in risposta. “Avete paura?”

Lenore trattenne un sospiro. L’atmosfera era stata irrequieta da quando avevano lasciato il castello. Prima, Erin e Odd erano sembrati un perfetto complemento l’uno dell’altra, nonostante la stranezza dell’ex monaco. Ora… c’era tensione tra loro. Si allenavano a malapena l’uno con l’altra, ed Erin non partecipava alle meditazioni mattutine di Odd. Entrambi sembravano essere in sintonia con Lenore, ma l’ostilità tra loro era palpabile.

“Riusciremo a vedere meglio man mano che ci avviciniamo,” replicò Lenore. “Se è un incendio, dovremo andare avanti, ma non penso che si tratti di questo. Ravin pensa di aver stabilito il suo dominio, quindi non credo voglia bruciare tutto.”

Il solo pronunciare il suo nome fece chiudere i pugni a Lenore.

“Potrebbero esserci delle guardie,” aggiunse Odd.

“Allora le uccideremo,” scattò Erin.

Lenore continuò a camminare. “Dovremmo rischiare. Ci occorrono ulteriori scorte.”

Quelle si stavano rivelando preziose. Lo avevano messo in conto perché si erano portati denaro e gioielli che potevano vendere all’occorrenza ma, nonostante ciò, Lenore era preoccupata che non ne avessero abbastanza.

“Non possiamo scappare per sempre,” affermò Erin.

“Potrei trovare un posto sicuro per noi,” replicò Odd. “Da qualche parte al di fuori del regno.”

Lenore si fermò sulla strada. Non c’era tempo per trattare la questione, ma voleva essere chiara su una cosa. Fissò gli altri, lasciando che scorgessero la risolutezza in lei.

“Scappare per sempre è fuori discussione,” disse. “Siamo usciti dalla città, ma non passerò tutta la vita a fuggire. Ravin non vincerà, non dopo tutto quello che ha fatto. Discutete su tutto il resto se volete, ma noi ci riprenderemo questo regno.”

La osservarono sorpresi, ma mostrando subito un accenno di rispetto. Lei, però, aveva già ripreso a procedere. Non aveva tempo a sufficienza per mediare una discussione. In quel momento, le sembrava di averne già perso troppo. L’aveva sprecato essendo la principessa che tutti si aspettavano fosse. L’aveva sprecato mostrandosi sempre docile, obbediente e passiva.

Aveva chiuso con tutto questo; le sembrava di avere un fuoco che ardeva da qualche parte dentro di lei, alimentato da tutte le perdite che aveva sofferto negli ultimi mesi, da tutti i modi in cui era stata tradita o ferita, dalla brutalità in cui erano venuti meno tutti coloro che amava. Sua madre era stata la parte più difficile, ma non l’unica. Suo fratello Rodry era morto, e suo padre. Sua sorella Nerra se n’era andata, e Lenore non sapeva neanche se fosse viva o morta. Anche Greave era scomparso, e non era certo tagliato per diventare un ostaggio di guerra.

Neanche Lenore si era mai reputata adatta a tutto ciò, ma pareva che quel fuoco dentro di lei la stesse indurendo, come fosse il calore della fucina di Devin. Il pensiero di lui si portò dietro un’ondata di altre emozioni, facendole desiderare che fosse lì, che potesse trovarli. Lenore sapeva che doveva concentrarsi, però. Non poteva distrarsi, nemmeno per pensare a lui.

Continuarono a camminare e presto un villaggio si dispiegò davanti a loro; giaceva annidato in uno spazio circondato da alberi da un lato e campi aperti dall’altro. Appariva piccolo e assopito, con tetti di paglia e giardini silenziosi tra le case. Vi erano una fucina, una locanda, un granaio e una piccola piazzola aperta con poche persone che parlavano dei loro affari, ma poco altro.

Lenore si avventurò nel villaggio con gli altri alle sue spalle. La gente li fissava, ovviamente cercando di capire chi fossero e se rappresentassero una qualche minaccia. Lenore osservò gli abitanti, cercando di discernere se fra essi vi fosse un Taciturno. Questa era la parte difficile di quello che stava per fare: nel momento in cui avesse iniziato a riscuotere supporto, c’era il rischio che Ravin ne venisse a conoscenza e contrattaccasse.

Nonostante ciò, doveva farlo, quindi raggiunse il centro verde del villaggio; si fermò lì, mentre Erin teneva la mano stretta sulla lancia e Odd si guardava intorno in cerca di possibili minacce.

“Chi comanda in questo villaggio?” domandò Lenore, ma poi si rese conto di aver usato un tono troppo basso perché potessero sentirla. Poteva immaginare sua madre accanto a lei, che le diceva di alzare la voce, in modo che potesse attraversare la sala di qualsiasi signore. “Chi comanda qui?”

Un uomo si fece avanti; aveva forse quarant’anni, con quel suo aspetto segnato dal tempo passato all’aperto.

“Sono Harris, il mugnaio,” si presentò e fece un cenno con la testa a un altro uomo, che doveva avere dieci anni in più di lui ed esibiva una barba spolverata di grigio. “Questo è Lans, il borgomastro. Oltre a ciò, queste sono alcune delle terre di Lord Carrick. Chi siete voi, signora?”

Lenore inspirò profondamente, guardando prima Erin e poi Odd in cerca di sostegno; aveva i nervi a fior di pelle più che prima di un qualsiasi ballo di corte, e ancora di più. Era consapevole dei pericoli che poteva correre in quel momento, degli occhi indesiderati che potevano assistere alla scena e di tutte le minacce che potevano scaturire da ciò che stava per dire. Nonostante tutto, doveva farlo.

“Sono Lenore, figlia della Regina Aethe e di Re Godwin III. Sono venuta da Royalsport per parlare con tutti voi, per cercare di raccogliere sostegno e rimediare al danno causato da Re Ravin.”

L’uomo più anziano, Lans, guardò Lenore per un momento o due prima di scuotere la testa.

“Che razza di scherzo è questo?” chiese. “Siete qui per derubarci o per mettere alla prova la nostra lealtà? Perché ci state mentendo, ragazza?”

“No,” disse Lenore. “Non è una bugia. Io sono la Principessa Lenore.”

“La Principessa Lenore è morta,” ribatté Lans. “Lo sanno tutti. I banditori sono venuti ad annunciarlo, insieme alla morte della regina.”

Si allontanò, scuotendo la testa. Il mugnaio fece per andarsene con lui, ma Lenore avanzò, afferrandolo per un braccio. Cominciò a respingerla, piegando il braccio e nascondendolo dietro alla schiena, e Lenore vide Erin incamminarsi verso di lui, afferrare quell’uomo robusto e torcergli l’arto che aveva mosso in un modo che sembrava doloroso. Non era così che dovevano comportarsi in quel momento, dunque alzò una mano per bloccare sua sorella.

“Erin, lascialo andare,” le intimò. Poteva vedere alcuni degli abitanti del villaggio intorno a loro diventare inquieti, mentre Odd spostava una mano sulla sua spada, pronto a estrarla in caso di pericolo.

“Non vuole ascoltare,” rispose Erin.

“Ascolterà,” replicò Lenore. “Ma non se lo costringiamo a farlo con il dolore. Lascialo andare.”

Obbedì, e Lenore tirò un fugace sospiro di sollievo. Vide il mugnaio strofinarsi il polso dove sua sorella lo aveva afferrato, e sapeva di avere a disposizione poco tempo per fargli cambiare idea.

“Se hai sentito dire che sono morta,” spiegò Lenore, “forse dovresti pensare al motivo per cui hanno diffuso una tale notizia. Magari perché sanno che rappresentiamo una minaccia per loro. Magari perché siamo l’unica possibilità di combattere tutto ciò che sta accadendo. So che è difficile da credere, ma io sono la Principessa Lenore, e questa è mia sorella, la Principessa Erin. Avete sentito dire che si è allenata con i Cavalieri dello Sperone, vero? Pensate che qualcuno così minuto che non si fosse allenato con loro potrebbe fare a un uomo una cosa del genere?”

Il mugnaio osservò Erin. “Non penso.”

“E questo è Odd,” aggiunse Lenore, facendo un cenno dove l’ex cavaliere, con la mano sull’elsa della spada, era ancora pronto a difendere le principesse. “Lo chiamavano Sir Oderick il Folle.” Notò il modo in cui il mugnaio fissò Odd a quel punto, con evidente paura. “Qualcuno mentirebbe su questo? Qualcuno oserebbe affermarlo, sapendo tutti i problemi che comporta? Solo dicendovi chi sono, ho messo me stessa e mia sorella in pericolo.”

“Io… suppongo di sì,” replicò Harris il mugnaio.

Lenore sapeva di dover insistere adesso, o non l’avrebbe mai convinto. “Non siamo qui per mentirvi o per derubarvi, ma per formare un esercito. Basta che riuniate la gente e che chiediate loro di ascoltarmi. Dopodiché, sarà una vostra scelta cosa fare e se credermi. Vi prego.”

“Va bene,” disse lui. “Stasera alla locanda, ma non posso promettere che ascolteranno.”

“Lo faranno,” rispose Lenore. “Farò in modo che ascoltino.”




CAPITOLO QUARTO


Nerra era in piedi sulla terrazza del tempio dell’Isola della Speranza e guardava gli abitanti del luogo che, uno a uno, camminavano verso la fontana. Lei era in piedi accanto a essa e cercava di rassicurarli mentre procedevano verso il loro destino. I draghi si erano appollaiati più in alto, sui pendii; erano raggruppati intorno alla pozza e la loro presenza collettiva cancellava fino all’ultima goccia di magia della maledizione. Shadr si trovava al cuore del gruppo, più grande di tutti gli altri e di un nero così profondo da ricordare il cielo notturno.

Altri Perfezionati presero mestoli e tazze, calici e qualsiasi altro recipiente fossero riusciti a trovare, e cominciarono a passare l’acqua a coloro con la malattia del drago. Da parte sua, Nerra prese una tazza, la immerse nella fontana e la passò a una giovane donna che sembrava arrivata sull’isola da poco, perché gli intrecci di squame non erano ancora evidenti sulla sua pelle. Per gli standard delle cose umane, era esile e carina, mentre si mordeva le labbra e osservava la tazza che Nerra le aveva ceduto.

“Ho paura,” ammise la ragazza.

“Non averne,” la rassicurò Nerra. “Questo ti aiuterà. Ti permetterà di essere ciò che sei sempre stata destinata a essere. Ero spaventata anch’io quando sono arrivata qui.”

“Diventerò come te?” chiese.

Come lei. Ci mise un attimo a ricordare come fosse, guardando in basso le squame blu che le coprivano le braccia, sentendo gli artigli estendersi quando voleva, assaporando l’aria con sensi che non avrebbe mai potuto avere prima.

“Diventerai qualcosa di straordinario. Bevete, tutti voi, bevete.”

Bevvero, tutti insieme, alcuni a piccoli sorsi e altri a grandi sorsate. Per un attimo non successe nulla, ma Nerra sapeva bene che non era solo acqua.

Sentì il primo di loro gridare, ne vide un altro collassare e, per un secondo, conobbe davvero la paura. E se qualcosa fosse andato storto? E se la maledizione non fosse stata annullata davvero?

Fidati di noi, Nerra, le disse Shadr. Fidati di me. Stanno mutando, non morendo.

Mentre le urla si alzavano intorno a lei, Nerra si accorse che il processo stava avendo luogo. I corpi iniziarono ad allungarsi e rimodellarsi, le grida a diventare più gutturali, più bestiali, mentre i beventi cominciavano a trasformarsi. Quanti sarebbero diventati Perfezionati e quanti sarebbero invece rimasti Inferiori?

In qualsiasi delle due forme, saranno sempre superiori alle mere cose umane.

Nerra deglutì, consapevole della veridicità di quelle parole, eppure odiava guardare le ossa allungarsi e rompersi e la pelle strapparsi, consumarsi e riformarsi.

Vieni, Nerra. La voce di Shadr era lenitiva per la sua mente. Vola insieme a me.

La regina dei draghi abbassò il collo, permettendo a Nerra di salire a bordo e fissare le mani artigliate alle squame ruvide presenti sulle spalle del drago. Shadr spiegò le ali, abbastanza larghe da poter essere comparate alle vele di una grande nave, e si alzò nell’aria con un battito d’ali dopo l’altro. In pochi secondi, l’Isola della Speranza era molto più in basso, mentre le rovine del villaggio ardevano ancora.

È difficile per te osservare il loro dolore, suggerì Shadr una volta sopra l’isola. Ma quel dolore è una parte necessaria del cambiamento. Saranno di più, molto di più, quando sarà finito.

“Lo so,” replicò Nerra. Il vento soffiava mentre parlava, ma sapeva che il drago l’avrebbe sentita. “Ma resta doloroso guardarli.”

Sei gentile, le disse Shadr. Ma devi anche essere forte. Nelle battaglie che verranno, dovrai esserlo.

“Lo sarò,” le assicurò Nerra. “Quando voleremo lì?”

Presto. Presto il mondo sarà di nuovo come prima. Come deve essere.

Nerra aveva visto cosa sarebbe stato quel mondo, e cosa era stato. Era stato bello, con i draghi che dominavano e i Perfezionati che fungevano da canali tra loro e gli umani. Sì, una parte di lei continuava a essere assillata da qualche piccolo dubbio, ma lo ignorò, perché non aveva senso. Naturalmente, questo era ciò che doveva accadere.

C’è qualcosa che deve accadere prima, però.

Shadr scese a spirale fino a terra, posandosi su una spiaggia vuota. Nerra scivolò giù dalla sua groppa e poi la fissò dal basso.

“Che cosa? Cosa deve succedere?”

C’è una grande minaccia annidata nei ricordi della nostra specie sulla ribellione delle cose umane, un oggetto che ha pareggiato i conti per loro, capace di mettere quelli della nostra specie l’uno contro l’altro. Non potevano combatterci con le loro stesse forze e così hanno prodotto un trucco, una cosa per corromperci.

Nerra riusciva a malapena a credere che qualcosa potesse fermare i draghi ma, se Shadr aveva ragione e c’era davvero qualcosa del genere là fuori, era un pericolo enorme.

“Mostramelo,” disse.

Shadr inclinò leggermente la sua grande testa, e le immagini inondarono Nerra.

Osservò le cose umane marciare contro schiere di draghi. Ne vide alcune bruciare, altre morire lacerate dagli artigli o dall’oscillare della coda. Vide fulmini, fuoco e altro riversarsi su di loro. Vide orde di Inferiori inondare un campo così vasto che sembrava estendersi fino all’orizzonte. Per un attimo, sembrò che la ribellione stesse per essere fermata e l’ordine naturale delle cose ristabilito.

Poi un uomo si fece avanti, tenendo qualcosa stretto in entrambe le mani, come fosse troppo prezioso per rischiare che cadesse. Brillava di gioielli dei vari colori della famiglia dei draghi e una squama giaceva al centro, riflessa nella luce delle fiamme dei draghi. Nerra sapeva senza che le venisse detto che proveniva da uno dei più potenti del loro genere: era stata sottratta a un’ex regina dei draghi da mani che l’avevano portata via di nascosto quando era caduta in un combattimento.

Nerra vide il momento in cui il primo degli Inferiori si ritrasse di fronte a quell’amuleto. Ma vide anche di peggio, perché i draghi stessi cominciarono a scendere in volo e a riversare il loro respiro mortale sugli Inferiori e sui Perfezionati.

Poi iniziarono a rivoltarsi contro i loro simili.

Adesso, nella mente di Nerra, le immagini lampeggiavano tutte insieme; ritraevano i momenti in cui i draghi volavano l’uno contro l’altro, non solo in battaglia, ma più e più volte dopo essa. Li vide colpirsi l’un l’altro nel cielo blu, precipitarsi come falchi su colombe e strappare ali coriacee con artigli troppo affilati per poter essere contrastati. A volte, i draghi che attaccavano morivano, ma le cose umane non se ne curavano; per loro era solo un altro drago morto.

Quell’orrore continuò. Nerra vide i draghi combattere in terrificanti grovigli nel cielo, vide l’aria riempirsi di fuoco, veleno e ghiaccio. Vide i giovani venire uccisi dai draghi più anziani, vide i draghi condurre i cacciatori umani verso i feriti per finirli. Nerra gridò a quella scena, riluttante a guardare ancora, incapace di sopportare il sangue e la morte di creature così belle, così potenti. Come potevano le cose umane fare qualcosa di così malvagio da ucciderle, pur essendo così deboli e crudeli a confronto con i draghi?

Nerra tornò in sé con un sussulto angosciato. Era sdraiata sulla spiaggia, mentre Shadr era in piedi sopra di lei e la pietà affluiva in lei dal suo corpo di drago.

“Come… come hanno potuto farlo?” chiese. “Devono essere fermati!”

Lo saranno. Le cose verranno ripristinate, ma per farlo l’amuleto deve essere distrutto.

E, per farlo, dovevano trovarlo.

“Non lo tengono alla luce del sole,” disse Nerra. “Non è qualcosa di cui mi hanno parlato.”

Lo so, disse Shadr. Certo che lo sapeva, dato che erano così legate. Ma tu conosci il regno delle cose umane. Dove metterebbero un oggetto così potente?

Nerra si fermò a pensare, ma il numero di possibilità era così vasto da risultare schiacciante. Una cosa del genere poteva giacere nascosta ovunque dopo tanto tempo. Un nobile poteva tenerlo come gingillo, oppure poteva essere stato rubato cento volte nel corso delle generazioni. Le vite umane apparivano così brevi che poteva essere stato messo in una scatola e dimenticato, sepolto e perduto.

Se è andato perduto, allora non è una minaccia, sottolineò Shadr. Ma non è così.

“Molta della conoscenza dei draghi è stata perduta,” replicò Nerra. “La gente sa che esistono, o sono esistiti, ma li tratta come qualcosa di remoto, quasi come un mito.”

C’è chi conosce molte cose, insistette Shadr. Il guardiano di quest’isola è stato messo qui per un motivo, e c’è chi ha fatto in modo che la conoscenza non andasse perduta. Questa è una magia troppo potente per essere dimenticata.

“Potrebbero esserci dei collezionisti di cose magiche,” affermò Nerra. “C’è sempre chi si diletta con le arti occulte, spingendosi anche molto oltre di quanto azzardi lo stregone reale. Chiunque di questi potrebbe avere l’amuleto.”

Forse.

Non sembrava la risposta giusta, però; e, senza che Shadr glielo suggerisse, Nerra sapeva che così non avrebbe funzionato. Tentò di ragionare come gli umani di tanto tempo prima. Cosa avrebbero pensato? Come avrebbero agito?

“Quelli che vinsero la guerra saranno diventati i nuovi governanti,” disse Nerra.

Non riesco a ricordare quello che nessuno di noi era lì a vedere, rispose Shadr.

“No, è così. Comunque chi governava doveva conoscere l’importanza di un’arma del genere. L’avrà dunque tenuta con sé… ma una cosa magica come quella in genere viene assegnata a chi è in grado di usarla.”

Improvvisamente, le possibilità si fecero molto più ristrette. Chi avrebbe mantenuto la conoscenza dei draghi? Chi avrebbe mantenuto la conoscenza delle cose magiche, ma sarebbe stato comunque pronto quando il re lo avesse convocato? Nerra poteva pensare solo a due possibilità.

“O ce l’ha lo stregone del re o lo tengono alla Casa degli Accademici,” concluse. “Se è il mago, lo terrà nella sua torre a Royalsport. Se sono gli studiosi… anche loro hanno una Casa a Royalsport, ma un oggetto del genere… credo che lo nasconderebbero nella loro biblioteca di Astare. Greave ne parlava sempre. Voleva andarci prima o poi.” Era strano pensare a suo fratello in quel modo, ora che era così diversa da qualsiasi cosa umana.

Dobbiamo scegliere dove cercare, disse Shadr. Non mi piace l’idea di andare prima nella città del mago, o nel luogo dei re. Correremmo un rischio troppo grande.

“Allora andiamo ad Astare?” chiese Nerra.

Il drago soffiò un sussurro di ombra nel cielo. Andiamo ad Astare e prendiamo l’unica cosa che potrebbe fermarci.




CAPITOLO QUINTO


Greave fissava impaziente la costa del Regno del Nord che diventava man mano più visibile. Sospettava di essere un uomo diverso da quando se n’era andato, e non solo perché i suoi lineamenti delicati erano ora abbrutiti da una barba scura, i suoi capelli bruni erano stati increspati dal vento o la sua corporatura esile si era un poco irrobustita per lo sforzo del viaggio.

Sospettava che neanche la sua stessa famiglia lo avrebbe riconosciuto, nonostante alla fine il marinaio dietro di lui lo avesse fatto. Non aveva mai pensato che avrebbe provato tanta gioia alla vista di casa sua, né tanta preoccupazione. Molte cose erano cambiate da quando era partito, sempre che quello che sosteneva il marinaio che lo stava guidando verso casa fosse attendibile.

Aveva visto con i suoi occhi l’inizio dell’invasione ad Astare. Se Royalsport era ridotta così… allora doveva fare qualcosa al riguardo. Era partito per cercare di salvare sua sorella e aveva ancora gli strumenti per farlo, infilati in una fiala nella sua cintura. Ora, però, c’erano altre persone da salvare, e Greave non era sicuro di avere le capacità per riuscirci.

“Quanto ci vorrà prima di raggiungere la terraferma?” domandò all’uomo, che stava in piedi con una mano determinata sulla barra.

“Non manca molto. Siete sicuro di non voler tornare sull’isola?”

Greave non poteva negare di essere tentato da quell’idea. L’isola sulla quale era approdato con la sua zattera di fortuna offriva cibo, acqua e riparo a sufficienza per sopravvivere a tempo indeterminato. Sarebbe stata la cosa più facile, la cosa più sicura; rimanere lì e far cessare la guerra, tornando indietro quando fosse tutto finito.

Questo avrebbe significato abbandonare tutti quelli che amava, però. Le sue sorelle, Aurelle…

Il suo nome si insinuò nei suoi pensieri senza che lui lo volesse. Nonostante il modo in cui lo aveva tradito, nonostante fosse stata mandata a ucciderlo, non poteva reprimere l’ondata d’amore che accompagnava il pensiero di lei. No, doveva focalizzarsi sugli altri, sulla sua famiglia.

Guardò la costa avvicinarsi all’orizzonte. Il marinaio condusse l’imbarcazione in un’insenatura appartata, dove vi era un sentiero scosceso che portava verso l’alto. Greave sentì la barca graffiarsi sulle pietre sottostanti e saltò giù, grato di avere di nuovo il terreno sotto i piedi. Si voltò, mettendo le mani sulla barca, pronto ad aiutare a spingerla via.

“Grazie per il passaggio,” disse al marinaio. “Grazie per avermi portato a casa.”

“Non ringraziatemi,” replicò l’uomo. “Probabilmente vi ho riportato alla morte.”

“Comunque,” aggiunse Greave. “Se riusciremo entrambi a superare tutto questo, cercami, e farò in modo che tu sia ricompensato per l’aiuto che mi hai dato. Io mantengo ogni mia promessa e restituisco sempre un favore.”

“Non siete troppo lontano da Royalsport adesso,” replicò il marinaio. “Andate verso l’entroterra e presto troverete una strada. Poi dirigetevi a sud e vi arriverete in un giorno o due.”

Greave annuì e aiutò l’uomo a spingere la barca lontano dalla costa di shale; il marinaio iniziò a remare indietro, abbastanza da poter usare di nuovo la vela. Greave lo guardò allontanarsi e poi si voltò, determinato ad avvicinarsi quanto più possibile a Royalsport prima del tramonto.

Si arrampicò lungo un viottolo che partiva dalla riva e si ritrovò su un altopiano erboso in cima a una piccola scogliera. C’erano alberi e campi in lontananza, e qualcosa che avrebbe potuto essere un piccolo sentiero un po’ più in là. Greave si avviò in quella direzione, ragionando che probabilmente era la sua occasione migliore per trovare una strada più grande, e poi un percorso per Royalsport e la sua famiglia.

Non era sicuro di cosa avrebbe fatto una volta arrivato, quindi iniziò a riflettere sulla questione. La sua mente era sempre stata la sua più grande risorsa; era riuscito a ricreare una cura per la malattia a squame su un’isola senza risorse. Se aveva fatto una cosa simile, avrebbe senz’altro risolto anche questo problema.

Non era un problema, però; era una guerra, un’invasione.

No, disse fra sé e sé. Non aveva importanza; o meglio, era troppo grande e travolgente per lasciare che ne avesse. Se avesse riflettuto sull’impatto sconcertante di una guerra, sulla morte, sul terrore, non sarebbe più riuscito a pensare in modo lucido e a decidere cosa fare dopo.

Greave sapeva risolvere i problemi. Il filosofo Araxon diceva che il modo appropriato di affrontare un problema era suddividerlo in una serie di problemi più piccoli, segmentarlo fino a ottenere passi piccoli abbastanza perché un essere umano potesse compierli. Naturalmente, il suo rivale Xero aveva scritto che la vera complessità dei problemi poteva essere compresa solo nella sua interezza, ma Greave non pensava che tutto ciò fosse utile in quel momento.

Era stato scritto molto anche in materia di guerra, come su quasi qualsiasi altro argomento della storia dell’umanità. Greave aveva letto le opere dei maggiori tattici, aveva compreso i principi di ciò che doveva fare. Aveva letto opere di politica e dell’arte di governare, storie di governanti che erano venuti prima. Sperava che una parte di esse gli fornisse le risposte di cui avrebbe avuto bisogno.

Per il momento, continuò a camminare, cercando di trovare la strada giusta. Continuò a pensare mentre procedeva, a riflettere sul grande problema che minacciava di sterminare tutti. Da dove doveva cominciare? Greave comprese d’istinto la risposta: non aveva abbastanza informazioni, non capiva la portata di quello che stava succedendo, non conosceva abbastanza dettagli per decidere cosa fare.

Doveva scoprire dove si trovava la sua famiglia e cosa era successo loro. Non avrebbe potuto fare nulla per salvarli se non avesse almeno scoperto dove si trovavano. Da lì doveva cominciare, ma ne conseguì una cascata apparentemente interminabile di azioni. Avrebbe dovuto conoscere tutti i vari gruppi che popolavano il regno, chi governava dove, quali forze leali rimanevano…

Greave stava ancora pensando a tutto ciò, quando il piccolo sentiero su cui si trovava cedette il posto a una strada più grande che attraversava un tratto boscoso. I viaggiatori cominciarono a superarlo sulla strada; alcuni si muovevano con sacchi contenenti oggetti personali, altri con armi. Tutti lo guardavano con diffidenza, tenendosi a distanza. All’inizio sussultò, pensando che avessero capito chi fosse, ma poi si rese conto che la loro prudenza aveva più che altro a che fare con il suo aspetto selvaggio, spettinato e apparentemente pericoloso.

“Sono sulla strada giusta per la Royalsport?” gridò a uno di loro, un uomo che lottava sotto il peso di tutto ciò che era riuscito a rubare. Era un poco più alto e robusto di Greave, vestito con abiti semplici ma ben fatti.

“È proprio quella,” rispose l’uomo, facendo un cenno con la testa nella direzione in cui stava andando Greave. Fu grato per questo, perché almeno significava che non stava sprecando energie.

“Grazie,” disse Greave. “Sei stato molto d’aiuto.”

Persino mentre lo diceva, vide l’altro uomo fissarlo.

“Conosco questa voce,” affermò.

Greave cominciò a indietreggiare un poco, mentre i campanelli d’allarme cominciavano ad attivarsi in lui di riflesso. Non voleva essere riconosciuto, non lì, non in quel momento. Fissò l’altro uomo, cercando di capire come potesse conoscerlo.

“Quando ti ho visto, mi sei sembrato subito familiare, ma è stata la voce a darmi la conferma. Lavoravo al castello e l’ho sentita una volta, mentre recitavi delle poesie nei giardini.”

Quelle parole gli arrivarono dritte al cuore.

“Ti sbagli,” replicò Greave. “Tu non mi conosci.”

L’altro uomo fece un passo avanti. “Sì, invece. Tu sei il Principe Greave.”

La paura per essere stato riconosciuto cominciò a farsi strada in lui, ma la represse. Non poteva lasciare che quell’uomo scorgesse una qualche reazione.

“Ti sbagli,” disse. “Cosa ci farebbe il principe Greave in una strada come questa?”

“Non mi sbaglio,” ribatté l’uomo, fissandolo con sguardo duro adesso. “I tuoi vestiti sono troppo ricchi per un contadino qualsiasi e la tua faccia è la stessa, nonostante la barba.”

La paura cominciò a indurirsi, trasformandosi in qualcos’altro dentro di lui. Non poteva essere scoperto, non allora, non ancora. Aveva bisogno di tempo per capire cosa avrebbe fatto e per raggiungere la sua famiglia. Se quell’uomo avesse detto a qualcuno quello che aveva visto, se ne avesse parlato con la persona sbagliata, allora Greave sarebbe stato in grave pericolo.

“È fondamentale che non tu lo dica a nessuno,” gli confidò, capendo che non aveva più senso cercare di negare la sua identità. L’altro uomo se ne era convinto e non c’era modo di fargli cambiare idea. Cosa gli restava? Un appello alla sua lealtà? “Se ci tieni a questo regno…”

“Quale regno?” scattò in risposta l’uomo. “Adesso è tutto in mano a Ravin e tutti gli altri reali sono stati uccisi da lui.”

Quelle parole lo inondarono di dolore; acute e improvvise, sembrarono intorpidire qualsiasi parte di lui. Non sapeva come reagire in quel momento, non sapeva cosa dire o fare.

“No, non può essere vero,” affermò. Non riusciva ad accettarlo, non voleva accettarlo.

“Ho visto con i miei occhi l’esecuzione della Regina Aethe e il giorno dopo è stata annunciata la morte della Principessa Lenore e della Principessa Erin. Non ci vuole un genio per capire cosa sia successo laggiù. Taciturni.”

“No, ti sbagli, stai mentendo,” replicò Greave, perché il dolore del suo lutto era troppo grande da sopportare. Si mischiò però con una rabbia che lo sorprese, che doveva covare da tempo.

Avanzò verso quell’uomo, e ora aveva un coltello in mano.

“Non sto mentendo. Sei rimasto solo tu, Prince Greave. Almeno finché qualcuno non dirà ai Taciturni dove sei.”

Sapeva quanto fosse pericolosa quella situazione e poteva quasi sentire la voce di Aurelle suggerirgli la soluzione più ovvia, l’unica via d’uscita da tutto questo.

Doveva uccidere quell’uomo prima che lo dicesse a qualcuno.

Vide che iniziava a indietreggiare, ma era ancora abbastanza vicino perché Greave potesse balzare in avanti e affondargli una lama in petto. Aurelle l’avrebbe fatto, ma lui… non poteva. C’erano modi migliori per affrontare quella situazione. Poteva offrirgli dei soldi, cercare di farlo ragionare ed escogitare un modo per cavarsene fuori. Non era un assassino.

Nell’attimo in cui Greave esitò, l’altro uomo scappò via, sfrecciando fra gli alberi. Greave lo fissò deluso e sconvolto e poi, non sapendo cos’altro fare, si mise a inseguirlo.




CAPITOLO SESTO


Lenore aspettava in piedi nella locanda mentre Odd la perlustrava con cautela, cercando di rilevare tutti i modi in cui qualcuno avrebbe potuto farle del male lì dentro. Lenore non era sicura di quanto ci fosse da vedere. Era una grande stanza aperta, con pochi tavoli e panche, qualche botte da uno dei lati estremi e poco altro.

Erin, nel frattempo, era seduta accanto a lei, sorseggiava una piccola birra e mangiucchiava un pezzo di pane con del formaggio. Ogni tanto guardava Odd, e non in modo amichevole.

“Cosa c’è che non va tra voi due?” chiese Lenore.

Erin distolse lo sguardo, senza rispondere.

“Erin…”

“Non sono soggetta ai tuoi ordini, Lenore,” scattò sua sorella.

Lenore mise una mano su quella di sua sorella. “No, ma sei mia sorella e tengo a te. Mi preoccupo per te.”

“Non devi preoccuparti per me,” replicò Erin. “Preoccupati per chi mi intralcia.”

Lenore sospirò. Non sapeva come placare l’ira che ardeva in sua sorella e che adesso fuoriusciva tanto spesso. Aveva un accenno della stessa emozione, ma non era impetuosa come quella che minacciava di consumare tutto ciò che circondava Erin.

Non riusciva a pensare a niente che potesse dire o fare per aiutarla. Forse, se fossero riusciti a riconquistare il regno, quella rabbia si sarebbe placata, ma Lenore sapeva quanto fosse lunga la strada per arrivare a quel punto ed era cosciente di non poter tenere Erin per mano per tutto il tragitto. Doveva solo sperare che la sua presenza fosse sufficiente.

Intanto, le persone cominciavano ad affluire alla locanda. Uomini e donne che accedevano singolarmente o a coppie. Non erano molti, perché non era un grande villaggio, ma bastarono a riempire lentamente la taverna, costipandola come accadeva nella grande sala del castello in occasione degli incontri. Le persone lanciavano occhiate a Lenore e sua sorella; ovviamente, dopo aver sentito chi erano, si erano recate lì per capire cosa sarebbe successo, anche se non ci credevano del tutto.

In un villaggio come quello, radunare le persone era la parte più facile. Lenore rappresentava qualcosa di interessante da vedere e magari di cui parlare più tardi. Sfruttare al meglio quel momento era la parte difficile. Era come lanciarsi nel vuoto, perché non poteva prevedere che risvolti avrebbe avuto.

Questo rendeva le parole che Lenore stava per dire le più importanti di qualsiasi altre avesse pronunciato nella sua vita. In verità, cominciava a capire che la maggior parte delle cose che aveva detto o fatto prima non lo era affatto.

Fu una realizzazione difficile. Per gran parte della sua vita, aveva pensato di essere una persona responsabile, che faceva la cosa giusta essendo la principessa che tutti si aspettavano, ma quanto di buono aveva davvero fatto per il mondo? Era stata un grazioso ornamento a corte, finalizzato a un matrimonio che rafforzasse il legame tra la corona e uno dei suoi più importanti signori. Era stata lì per essere cortese e accogliente, ma niente di quello che aveva detto era mai stato veramente rilevante per la maggior parte delle persone intorno a lei. Né per suo marito, né per i cortigiani, né per sua madre.

Ora, il suo discorso le avrebbe fatto vincere o perdere la sua causa.

Erin le offrì un sorso del suo drink, ma era troppo nervosa per accettare. Inoltre, doveva mantenere la mente perfettamente lucida. Doveva apparire sicura e decisa. Doveva riflettere l’immagine del governatore in cui il popolo l’avrebbe riconosciuta se tutto ciò avesse funzionato.

“Puoi farcela,” le sussurrò Erin, quando la locanda divenne quasi piena.

Lenore annuì, cercando di convincersene. Si alzò e salì sul bancone, in modo che tutti potessero vederla. Era giunto il momento.

“Grazie per essere venuti,” esordì, alzando la voce. “Mi chiamo Lenore. Sono la figlia di Re Godwin III.”

Fece una breve pausa perché tutti assimilassero quelle parole, mentre qualche sussulto rimbombava nella stanza. Solo pochi, però, perché pareva che la gente ne avesse già sentito parlare e la notizia fosse già stata diffusa.

“Mio padre è morto,” proseguì, reprimendo il dolore che provava. “Mia madre è morta, e anche il mio fratello maggiore.”

“Abbiamo sentito dire che eravate morte anche voi!” gridò qualcuno dal fondo della folla.

“Sono voci che ha diffuso Re Ravin,” replicò Lenore. “Perché? Perché io e mia sorella Erin siamo le ultime persone attorno a cui i ribelli potrebbero radunarsi. Mia sorella Nerra e mio fratello Greave sono scomparsi. L’altro mio fratello, Vars, è un codardo che ha ucciso il suo stesso padre e che fa da burattino a Ravin.”

Quell’affermazione suscitò più di una reazione, facendo levare il mormorio tra la folla. L’uomo che era intervenuto prima non aveva finito, però.

“Come facciamo a sapere che siete chi dite di essere?” domandò.

“Credete che qualcuno vorrebbe davvero fingersi me?” scattò Lenore, con una risata amara. “Perché non trovate anche un uomo che faccia tornare Rodry dal regno dei morti? Io sono Lenore e chiunque sia venuto a corte mi riconoscerà. Mi riconoscerete tutti, con il tempo.”

Alzò lo sguardo su di loro. “Per ora, voglio che pensiate alla sofferenza che il dominio di Ravin sta portando.”

“Non sta cambiando molto qui fuori,” gridò l’uomo tra la folla. Lenore lo individuò a quel punto; era un uomo dal volto subdolo e dall’aspetto da denutrito. “Penso che interessi più a chi vive in città.”

“E lo dirai anche quando arriveranno qui?” domandò Lenore, alzando la voce. “Lo dirai quando i soldati di Ravin chiederanno il tuo raccolto per sfamare i loro eserciti, mentre tu morirai di fame? Lo dirai quando le sue leggi stabiliranno punizioni severe per chiunque disobbedisca al suo governo? Quando i Taciturni si aggireranno per le strade in cerca di traditori e uccideranno chiunque sussurri anche solo delle parole sbagliate? Quando rapiranno le vostre figlie perché intrattengano Ravin?”

“Come hanno rapito voi intendete?” gridò l’uomo, e Lenore scorse sua sorella farsi strada nella folla verso di lui. Avvistò il pericolo e voleva urlarle, ma non poteva fermarsi e perdere l’impeto del suo discorso. “Tutta questa guerra è per colpa vostra,” urlò l’uomo.

“Sì, sono stata rapita,” replicò Lenore. “Ma se pensi che Ravin non avrebbe trovato un altro pretesto, ti sbagli. È un uomo crudele, che non si fermerà finché non avrà in pugno tutte le vostre vite, o finché non lo fermeremo.”

“Cosa possiamo sperare di fare?” Non fu lo stesso uomo a parlare questa volta, ma intervenne una donna dal centro della folla, che era lì in piedi con il marito e i figli.

Lenore sorrise a quel quesito. “Pensi di essere troppo debole per opporre resistenza a un esercito, vero? Pensi di non valere niente e che Ravin potrebbe spazzarti via con un colpetto della sua mano? Lo pensavo anch’io quando mi hanno rapita, ma non è vero. Siamo tutti, ognuno di noi, più forti di quanto pensiamo.”

Dette loro un momento per assimilare la cosa. “Ci sono più persone in questo regno di quante Ravin possa sperare di contrastare, e la sua presa sul territorio è al massimo tenue. Chi si schiera dalla sua parte lo fa perché pensa di non avere alternative. Ebbene, noi offriremo loro un’opzione migliore. Noi saremo l’opzione migliore. Costruiremo insieme un esercito e ci riprenderemo questo regno da coloro che lo hanno rubato!”

“Sciocchezze!” gridò l’uomo che l’aveva contraddetta fino a poco prima, rubando lo spazio in cui Lenore aveva sperato che la gente avrebbe applaudito. “Guardatela. È solo una ragazza qualunque. Anche se fosse la principessa, questo cosa fa di lei? È una nobildonna dalla testa vuota che non si è mai preoccupata di nessuno di noi e che si è buttata nel letto dell’uomo che è più vicino a Ravin di…”

“Non osare parlare così di mia sorella!” urlò Erin mentre lo raggiungeva.

“Erin, non farlo!” gridò Lenore, ma era troppo tardi. La vide sferrargli un pugno alla mascella e poi una ginocchiata allo stomaco. L’uomo cadde, ed Erin lo prese a calci, ancora e ancora, finché Odd la tirò via da lui.

La gente stava adesso fissando inorridita quella scena cruenta. Lenore avvertì il favore evaporare intorno a lei e le persone cominciarono ad andarsene, uscendo dalla locanda; alcuni la guardavano con disgusto.

“Non meglio degli invasori,” disse la donna che era intervenuta, andandosene con la sua famiglia.

Lenore restò lì in piedi, senza sapere come avrebbe potuto far cambiare loro idea. Poteva solo stare lì inerme, a fissarli.

Era ancora immobile quando Harris il mugnaio avanzò tra la folla che si disperdeva. Aveva al seguito una donna corpulenta, che Lenore suppose fosse sua moglie. Le porse una mano, per aiutarla a scendere dal suo piedistallo sul bancone.

“Mi dispiace,” disse. “So che non è andata come volevate. Io e Tess siamo rimasti colpiti. E Nevis a volte fa correre troppo la bocca.”

“No,” replicò Lenore. “Avrei dovuto prevederlo. Avrei dovuto fermare mia sorella.”

“La gente era scioccata,” aggiunse la donna con lui. “Quando tutti si fermeranno a pensare alle cose che avete detto, inizieranno a capire che avevate ragione.”

“Lo spero,” disse Lenore.

“Devono farlo,” ribatté Tess. “Altrimenti le cose peggioreranno. Oh, certo, la gente si lamentava delle tasse e di questioni simili sotto al vecchio re, vostro padre, ma almeno lui era un uomo giusto. Quei meridionali si prenderanno tutto.”

Lenore annuì. Le avevano già portato via troppe persone che amava. “Spero che se ne rendano conto presto,” affermò. “Non mi sembra di riuscire a fare molto qui.”

“Ci avete fatto cambiare idea,” disse Harris. “E non pensavo che ci sareste riuscita dopo l’incontro in piazza, prima. Sentite, io e Tess ne abbiamo discusso e… voi tre avete un posto dove stare?”

Lenore scosse la testa. Non aveva ancora pensato se fermarsi alla locanda o rimettersi in viaggio.

“Allora resterete con noi,” affermò Tess. “Tutti voi. E forse quando la gente avrà avuto il tempo di pensare, comincerà a tornare.”

Lenore lo sperava. Se non fossero tornati, la sua battaglia contro l’esercito di Ravin sarebbe finita prima ancora di cominciare.




CAPITOLO SETTIMO


“Come procede con l’acqua, Vars?”

Vars imprecò e gemette mentre lottava per sollevare il secchio che doveva trasportare dalla pompa dietro casa di Bethe.

Lei lo stava aspettando all’interno, lavorando in cucina per fare il pane. Vars si rese conto che era un compito al quale non aveva mai assistito. Era una cosa che la servitù faceva in cucina, ben lontano dalla vista degli altri.

La cucina stessa… beh, non era proprio una cucina, perché la sua abitazione si limitava a sole due stanze in realtà, quella e un’altra sul retro per dormire. Entrambe erano poco arredate, con mobili in legno ovviamente tutti realizzati dalla stessa mano. Nella camera c’erano un letto ampio, un cassettone per i vestiti e un armadio. Bethe aveva riso in faccia a Vars quando le aveva suggerito che lui avrebbe dovuto dormire nel letto, o al massimo condividerlo con lei.

“Vieni e aiutami a impastare questo lotto,” disse Bethe, e Vars si agitò un poco.

“Ero un re, sai,” disse infastidito.

“Lo so,” replicò Bethe, con un sorriso fiacco, “e se lo dici un po’ più forte, lo saprà tutto il vicinato. Ora vieni e renditi utile.”

Si era comportata allo stesso modo anche nei giorni precedenti. Vars aveva cercato di ricordarle che era una persona importante, da rispettare, ma ogni volta lei l’aveva trattato come se avesse detto qualcosa di divertente e tenero.

Vars non sapeva come reagire. Una parte di lui gli suggeriva di darle una specie di lezione, di colpirla per ricordarle che era ancora più di quanto una persona come lei potesse mai diventare.

Sapeva bene, però, che non doveva far arrabbiare l’unica persona che aveva in pugno la sua libertà.

Impastò il pane, dunque. Era un’esperienza strana, mescolare l’impasto, percuoterlo, lavorarlo così duramente per produrre qualcosa di semplice come il pane. Lo sforzo di tutto quel lavoro stava in realtà cominciando ad affannarlo, e Vars si sorprese a desiderare un letto morbido e del vino.

“Perché… non… compri… il pane… già fatto?” domandò. Che tipo di persona faceva tutto questo?

“Pensi che abbia soldi da buttare via?” rispose Bethe. “In ogni caso, in parte guadagno vendendo torte e pasticcini. Se la gente sentisse che non mi faccio nemmeno il pane da sola, pensi che comprerebbero qualcosa da me?”

A Vars sembrava strano che qualche pasticcino venduto qua e là potesse fare la differenza nella vita di qualcuno. Come poteva essere così povera? Eppure era innegabile che Bethe lo fosse, che tirasse a campare di giorno in giorno. Nonostante ciò, aveva accolto Vars, salvandolo da persone che l’avrebbero sicuramente uccisa se l’avessero scoperto. Vars non sapeva se stupirsi della sua generosità o se reputarla stupida oltre ogni immaginazione.

Con sua grande sorpresa, scoprì che gli piaceva molto quella contadina.

Sfoggiò il migliore dei suoi sorrisi. “Immagino che potresti farci un po’ più di soldi se la gente sapesse che ti ho aiutata. Potresti dire che il tuo pane ha un tocco reale.”

Bethe scoppiò a ridere, e Vars dovette ammettere che era adorabile quando rideva. Era adorabile in ogni modo, anche se, con suoi sorpresa e fastidio, non aveva mostrato alcun interesse per lui. Era abituato a essere guardato con rispetto dalle donne, dato chi era.

Certo, era quello il problema; non era più quella persona. Anche solo tentare di esserlo lo avrebbe messo in pericolo. Era parte del motivo per cui non poteva dare a quella donna la lezione che meritava.

Mise da parte il pane impastato. “Posso riposare adesso?” chiese, “O hai in mente qualche nuova tortura per me?”

“Pensi che per oggi abbiamo finito?” ribatté Bethe.

Vars sapeva per esperienza che non era così. Ogni giorno, sembravano esserci mille cose irritanti da fare, mansioni che gli spezzavano la schiena, e mai abbastanza tempo per farle tutte. Gli doleva ogni muscolo per il lavoro in cucina e di pulizia, per prendere e trasportare quanto occorreva. Sospirò nell’attesa di sentire quale compito gli avrebbe assegnato.

“Oh, non fare così,” affermò Bethe. “Sto scherzando. Prenditi un minuto, bevi un po’ d’acqua. Poi andrò a fare un giro al mercato per vedere se i soldati hanno lasciato del cibo per tutti noi. Peccato che non puoi venire con me, sarebbe utile avere un paio di mani in più per portare le cose.”

Sapevano entrambi le ragioni per cui non poteva accompagnarla. Anche allora, giorni dopo la sua fuga dal castello, la gente poteva dargli la caccia. Se lo avessero trovato, lo avrebbero ucciso, e la paura di ciò era sufficiente a tenerlo in casa e nei pressi, anche se una parte di lui cominciava a sentirsi tanto in prigione quanto in un rifugio sicuro.

Voleva uscire. Il buon senso gli diceva che la cosa migliore da fare era scappare, abbandonare la città, dirigersi verso i luoghi più lontani del regno, o addirittura prendere una barca e avventurarsi verso una delle isole minori. Anche nel Regno del Sud, sarebbe stato più sicuro che lì. La gente poteva capire che era del nord, ma non l’avrebbe riconosciuto per chi era veramente.

Naturalmente, per farlo, doveva uscire dalla città. Ogni volta che Vars metteva piede fuori, però, si sentiva come se vi fossero occhi a guardarlo a ogni finestra, anche se questo poteva avere qualcosa a che fare con l’uniforme che gli era rimasta come unico vestito.

In quel momento, non era sicuro se la divisa fosse un aiuto o un ostacolo. Sarebbe forse passata inosservata a chi non era sulle sue tracce, ma solo finché fosse rimasta abbastanza pulita da farlo sembrare un soldato in servizio. Tuttavia, stava diventando ogni giorno più sporca, facendolo assomigliare sempre più a un disertore, o a un qualche ladro che aveva derubato gli uomini di Re Ravin. Anche se nessuno lo avesse riconosciuto, questo avrebbe potuto rivelarsi mortale.

“Mi servono dei vestiti,” disse.

“E dove li trovo?” domandò Bethe. “Se hai qualche moneta nascosta, potrei acquistarne qualcuno al mercato.”

Vars scosse la testa. Non aveva soldi. Se ne avesse avuti, avrebbe potuto comprare del vino, tanto per cominciare.

“Allora…” riprese Bethe ma qualcuno bussò alla porta, e Vars la vide cambiare drasticamente espressione. “Veloce, sul retro!”

Vars stava già correndo verso la porta che conduceva alla stanza sul retro. L’aveva fatto svariate volte negli ultimi giorni, sfrecciando lì dentro ogni volta che qualcuno si era avvicinato alla porta.

Nella stanza sul retro c’erano un letto, un armadio di quercia poco lavorata e un altro cassettone di legno più leggero, cerchiato con del ferro e chiuso a chiave. C’era anche una piccola sedia, ma Vars resistette all’impulso di sedersi lì sopra, per restare a origliare alla porta. In uno spazio così piccolo, riusciva a cogliere facilmente le parole.

“Va bene, Moira. Domani te lo faccio trovare pronto.”

“Ho sentito dire in giro che hai trovato un uomo, Bethe. Parlano di un soldato.”

Vars si sentì svenire a quelle parole, certo che tutta la città sapesse di lui a quel punto. Desiderava correre, scivolare fuori dal retro dell’abitazione e fuggire in città.

“I pettegoli riportano sempre una cosa per un’altra,” rispose Bethe. “Si tratta di mio cugino, che è venuto da un villaggio per aiutarmi a sbrigare alcune cose. Non so da dove abbiano preso questa storia del ‘soldato’. Voglio dire, ha una camicia rossa…”

Vars restò sorpreso dalla naturalezza con cui Bethe stava mentendo e dal fatto che fosse disposta a farlo per lui.

“Oh, posso conoscerlo?” domandò Moira, e Vars avvertì un nuovo brivido di paura. Perché quella donna non se ne andava e basta?

“Beh, non è qui in questo momento, è andato al mercato.”

“Deve stare attento, vestito di rosso là fuori,” disse Moira. “La gente potrebbe pensare che sia uno di loro. Uhm… è bello?”

“Moira!” Vars avvertì lo shock nella sua voce. “Sei una donna sposata. E quando dico cugino, intendo… non proprio cugino.”

“Beh, se è già impegnato.”

Vars fece una smorfia di disapprovazione. Bethe era stata molto gentile con lui, ma non sembrava interessata a qualcosa di più.

Per fortuna, l’intrusa se ne andò presto, e Vars poté tirare un sospiro di sollievo. Arretrò dalla porta, raggiunse la sedia e, quando Bethe entrò, alzò lo sguardo in attesa.

“Non so perché lo fai,” disse lei. “Sono sicura che ascolti.”

“Io… forse,” replicò Vars. Non voleva essere troppo veloce ad ammetterlo, perché non voleva rischiare che Bethe si arrabbiasse con lui e lo cacciasse.

“Beh, lo farei anch’io, se stessi scappando da qualcuno. Ma questa storia della camicia… Ci penso da un giorno o due ormai.”

“Pensi a cosa?” chiese Vars. Stava per dirgli di andarsene? Dove sarebbe andato? Cosa avrebbe fatto?

Bethe si avvicinò al cassettone ed estrasse una grossa chiave di ferro che inserì nella serratura. Vars la sentì scattare mentre la girava. Aprì il cassettone e allungò un braccio per tirare fuori una tunica da contadino di colore chiaro, dei calzoncini scuri e una spessa cintura di cuoio. Vars li fissò sorpreso mentre li tirava fuori.

“Erano di mio marito,” spiegò Bethe. “Era un uomo gentile, lavorava il legno. Era fuori in strada quando i soldati sono arrivati in città e lo hanno…”

“Mi dispiace tantissimo,” la interruppe Vars, ritrovandosi a provare empatia per Bethe. Di norma, il destino di un contadino non avrebbe significato molto per lui, ma ora poteva vedere il dolore che provava la donna che aveva davanti, la sofferenza che le segnava i tratti.

“Edric ti avrebbe dato i suoi vestiti,” continuò Bethe. “Sarebbe stato felice che contribuissero a tenere qualcuno al sicuro. È sempre stato un uomo così generoso.”

Sembrava l’esatto opposto di tutto ciò che era lui, e per un momento si sentì in colpa per essere stato in parte causa dell’orrore che si era abbattuto sulla città. Ma durò poco perché, in verità, cosa avrebbe potuto fare qualcun altro, se non morire?

“Vi sono davvero grato,” disse Vars, prendendo i vestiti con delicatezza. Si tolse di dosso la divisa che aveva rubato, senza curarsi che la tunica fosse un po’ troppo grande per lui, né che la contadina fosse ancora lì mentre si cambiava.

“Ti donano,” affermò Bethe una volta vestito. “Adesso, forse dovremmo bruciare quell’uniforme.”

Vars annuì. Per un momento, con quegli indumenti indosso, si sentì al sicuro, ma le parole di Bethe erano un promemoria del pericolo che stavano ancora correndo. Poteva essere trovato e ucciso da un momento all’altro in quel tugurio, lontano anni luce da qualsiasi cosa appartenesse alla sua vita precedente.

Ma allora perché, si domandò, era felice?




CAPITOLO OTTAVO


Erin sedeva all’esterno e osservava le pale del mulino a vento con la lancia sulle ginocchia. Un casolare giaceva accanto a esso, ai margini di una piccola fattoria anch’essa di proprietà di Harris e sua moglie. Questo significava che c’era abbastanza spazio perché potesse stare da sola, almeno per il momento.

Era un bene, perché meno tempo passava con Odd e meglio era. Era andata da lui per essere allenata, ma poi lui aveva osato trattenerla nella piazza dove Ravin aveva ucciso sua madre.

Se Odd non l’avesse fermata, sarebbe corsa al centro della piazza e magari sarebbe arrivata in tempo per salvare sua madre. Avrebbe potuto almeno abbattere Ravin per quello che aveva fatto. Non essere intervenuta… essere rimasta da una parte a guardare… le faceva ribollire il sangue.

Non era finita lì, però. Tutta la rabbia del mondo non sarebbe bastata a soffocare il dolore che provava. Le lacrime minacciavano di traboccare, ma persino lì, così lontana da chiunque altro, Erin si rifiutava di lasciarle cadere. Accartocciò il suo dolore invece, seppellendolo sotto alla sua ira, usandolo per alimentarla.

Sfilò la custodia dalla punta della sua lancia e si alzò in piedi, iniziando a muoversi con essa, esercitandosi con i colpi e le parate che prevedeva una lotta contro un vero avversario. Mentre si dava a quella danza da battaglia, Erin immaginava il nemico, vedendo il modo in cui si muoveva e ricreando mentalmente ogni suo movimento.

All’inizio, quell’avversario era una cosa amorfa e informe, solo una sagoma anonima che impugnava una spada. Ma non era sufficiente, però, non bastava a farla muovere rapida, né a farle elaborare la rabbia che le si era accumulata nel cervello, mentre si abbassava e saltava, tagliava e affondava.

Lentamente, il suo avversario immaginario assunse le sembianze di Re Ravin, ed Erin accelerò, pensando a tutti i modi in cui avrebbe potuto colpirlo. Nella sua mente, lo uccise un centinaio di volte, trafiggendolo al cuore o alla gola, tagliandogli le arterie del braccio o della gamba con la lama della sua arma. La sua lancia sfrecciò nell’aria davanti al mulino a vento, girando come imitasse le sue pale. Erin immaginò tutte le strade che la lotta avrebbe potuto percorrere, tutte le strade che avrebbero potuto abbattere l’uomo che aveva causato tanta miseria alla sua famiglia.

Lentamente, il volto del suo avversario mutò di nuovo, ed Erin si ritrovò di fronte all’immagine di Odd, lì in piedi con quella sua calma imperturbata, con quel suo sguardo che sembrava associare i suoi sforzi a quelli di una bambina. Erin accelerò di nuovo, colpendo e parando con una velocità violenta adesso, mentre balzava, volteggiava e allungava la sua lancia verso il volto di colui che si stava avvicinando.

Erin trattenne l’arma e riuscì per un soffio a risparmiare Tess, la moglie del mugnaio. Abbassò la lancia e fissò la donna, che teneva in mano un tagliere con una ciotola di stufato e del pane.

“Ho pensato… ho pensato che poteste essere affamata,” disse, suonando un poco spaventata, come se temesse che la furia dentro Erin si riversasse su di lei per consumarla.

“Grazie,” replicò Erin e ricoprì la lunga lama della sua mezza lancia.

“È un’arma insolita,” affermò l’altra donna.

“Un maestro di spada l’ha scelta per me,” rispose Erin. “Ha detto che mi si adattava meglio che una spada lunga. Un giorno la infilerò nel cuore di Ravin.”

Non menzionò l’altra figura contro cui aveva immaginato di combattere. Mangiò, invece, e Tess rimase con lei a tenerle compagnia.

“Vostra sorella è fortunata ad avervi a proteggerla,” disse Tess.

Erin alzò le spalle. “Ciò di cui ha davvero bisogno è un esercito.”

“Beh, potrebbe esserci un inizio almeno su quel fronte,” replicò Tess. “Gli altri volevano che vi riportassi a casa, ma ho pensato fosse meglio farvi mangiare in pace.”

“Cosa intendi con ‘un inizio’?” chiese Erin.

“Venite a vedere,” rispose Tess.

Le fece strada fino al casolare, ed Erin trovò Lenore e Odd di fronte a esso. Lenore era lì in piedi come un generale al comando di un esercito, mentre Odd era appoggiato alla sua spada ricoperta dalla custodia e indossava le sue vesti di monaco al posto di quelle nobili.

Insieme a loro, c’era una mezza dozzina di uomini. Una coppia aveva spade ereditate ovviamente dal servizio militare loro o dei rispettivi padri, mentre gli altri avevano in mano attrezzi agricoli, asce, martelli e persino una falce.

“Erin!” gridò Lenore mentre si avvicinava. Sembrava così felice in quel momento che qualcuno fosse tornato e avesse risposto bene al suo discorso. Erin era felice per lei, ma allo stesso tempo si rendeva conto di quanto fosse piccolo quell’inizio. Gli eserciti avevano bisogno di migliaia di uomini, non di sei.

“Sono venuti perché mi hanno sentita parlare alla locanda,” spiegò Lenore. “Thom e Kurt hanno già servito come soldati in passato, mentre gli altri sono disposti a imparare.”

“Avranno molto da imparare,” intervenne Odd, ed Erin gli lanciò un’occhiataccia, anche se era più o meno quello che aveva pensato lei stessa.

“È un inizio,” riconobbe.

“E si uniranno altri,” aggiunse Lenore. “Harris e Tess ci lasceranno usare la loro fattoria per tutti coloro che verranno. Ci addestreremo qui e produrremo una forza di combattimento che potrà davvero colpire Ravin.”

Erin cercò di immaginare quegli uomini contro i soldati del Regno del Sud. Occorreva addestrarli per bene.

Lenore chiamò Erin e Odd da parte, entrando nel casolare, lontano dagli uomini che avevano appena iniziato a esercitarsi con le loro armi. Harris e Tess andarono con loro.

“C’è un’altra parte in tutto questo,” affermò Lenore, una volta al sicuro all’interno, sistemati davanti a un fuoco che riscaldava la grande cucina dalle pareti di pietra. “Quegli uomini sono un inizio, e ce ne saranno altri, ma se vogliamo vincere, abbiamo bisogno di veri combattenti dalla nostra parte. Ci servono i nobili.”

“Non sono sicuro se vorreste Lord Carrick,” disse Harris. “È… un uomo duro. Parte del motivo per cui la gente non ha reagito al vostro discorso sul nuovo imperatore che ha peggiorato le cose è proprio che Lord Carrick richiede già tasse piuttosto salate.”

“Lascia alla gente a malapena abbastanza per vivere,” aggiunse Tess.

“È lui il signore da queste parti?” chiese Lenore. “Credo di averti sentito pronunciare il suo nome nel giardino del villaggio.”

“Esatto,” rispose Harris. “Vive in un grande castello a sud-est del territorio. Manda i suoi uomini a impiccare i ladri e si assicura che tutti sappiano chi comanda da queste parti.”

A Erin non sembrava diverso dalla metà dei signori del regno. Suo padre aveva cercato di circondarsi di uomini per bene, ma nessuno riusciva a tenersi le terre a meno che non riservasse un pugno duro a banditi e rivolte. Tuttavia, poteva vedere Lenore rimuginarci, e lei stessa stava riflettendo allo stesso tempo.

“Credo di aver sentito parlare di questo Carrick,” affermò Odd. “È, come si dice, un uomo duro, forse anche crudele. Ma una volta era fedele alla corona, quando io ero… beh, prima di diventare questo.”

Si vergognava così tanto di chi era stato? Era così spaventato dalla rabbia che aveva provato? Per Erin, l’ira era l’unica cosa che la faceva muovere in quel momento.

Lenore prese una decisione. “Dobbiamo andare a trovarlo,” disse. “Parlerò con lui e farò tutto il possibile per ottenere il suo sostegno. Se riuscirò a ricordargli la sua lealtà, allora forse avremo i suoi uomini a nostra disposizione.”

“Sarebbe comunque un solo signore,” sottolineò Erin.

Sua sorella annuì. “Lo so, ma dovremo pur cominciare da qualche parte con i lord, proprio come stiamo facendo per radunare un esercito. Una volta che avremo un lord, gli altri seguiranno.”

“Nessuno vuole essere il primo a fare qualcosa,” intervenne Odd. “L’abate diceva che una diga può rimanere intatta per anni, ma una volta che compare la prima goccia, è solo questione di tempo prima che si scateni un’alluvione.”

Erin non sapeva se si trattasse di saggezza, ma per lei era semplicemente irritante. Odd poteva anche indossare le vesti di monaco, ma non c’era nulla di sacro in lui, qualunque cosa fingesse di essere.

“Mentre saremo via, le persone potranno continuare ad aggregarsi,” affermò Lenore. “Questo sarà un luogo di ritrovo e un posto dove potranno iniziare ad allenarsi.” Guardò Harris e Tess. “Se a voi due sta bene. Non voglio mettervi in pericolo.”

“Non ci saremmo offerti se non fossimo stati disposti a correre il rischio,” replicò Tess. “Lasceremo che la gente si riunisca qui, e potranno usare i campi per fare pratica, ma non sono sicura che sapranno come esercitarsi dato che vi sono solo pochi soldati veri.”

Erin colse la sua occasione. “Io resterò.”

Lenore la guardò. “Non vuoi venire?”

“Ci sarà Odd a proteggerti,” replicò Erin, sperando che almeno per quello potesse fidarsi di lui. Era un buon combattente, a prescindere da tutto. “E non c’è bisogno che venga anche io a supplicare qualche nobile per ottenere il suo favore.”

Vide Lenore rifletterci su, ed Erin sapeva il perché. Probabilmente stava pensando a quanto sarebbe stato più cordiale un discorso dove Erin non attaccasse nessuno.

“Potrei iniziare ad addestrare le persone che arrivano,” aggiunse Erin. “I Cavalieri dello Sperone mi hanno cacciata, ma mi sono comunque allenata con loro.”

Lenore non sembrava ancora convinta.

“Almeno una di noi due dovrebbe restare qui,” proseguì Erin. “Solo perché la gente sappia che è tutto reale. Inoltre, questo è il posto dove posso dare il meglio di me. Tu… tu sei abituata a parlare con la gente, sei stata educata a trattare con nobili e cortigiani. Beh, questo è quello in cui sono brava io.”

Alla fine, Lenore annuì. “Se ne sei sicura.”

“Sono sicura,” rispose Erin. Non era mai stata così sicura di qualcosa in vita sua, ma non aveva nulla a che fare con l’eventuale arrivo di altri agricoltori. Aveva un suo piano e se lo avesse applicato bene, avrebbe messo fine a tutto questo, una volta per tutte.




Конец ознакомительного фрагмента.


Текст предоставлен ООО «ЛитРес».

Прочитайте эту книгу целиком, купив полную легальную версию (https://www.litres.ru/pages/biblio_book/?art=63590681) на ЛитРес.

Безопасно оплатить книгу можно банковской картой Visa, MasterCard, Maestro, со счета мобильного телефона, с платежного терминала, в салоне МТС или Связной, через PayPal, WebMoney, Яндекс.Деньги, QIWI Кошелек, бонусными картами или другим удобным Вам способом.


