La crociera della Tuonante Emilio Salgari Emilio Salgari LA CROCIERA DELLA TUONANTE 1. Due fortunate cannonate Il 17 marzo del 1775, gran parte della flotta inglese stazionante nelle acque di Boston veleggiava verso l’alto mare, portando con sé la guarnigione, composta di più di diecimila uomini, sfiniti dal lunghissimo assedio. La caduta della città capitale della provincia di Massachusetts aveva portato un colpo terribile alla potenza inglese, che fino allora aveva trattato gl’insorti americani come masse trascurabili, chiamandoli sprezzantemente, invece di soldati, provinciali. Prima di andarsene, da veri lanzi tedeschi, poiché più che metà della guarnigione era composta di mercenari assiani e d’uomini del Brunswick, avevano saccheggiati tutti i negozi dei Bostoniani, portando via quanto vi era dentro di meglio; poi avevano guastate tutte le artiglierie, parte inchiodandole e parte gettandole in mare. Non avevano rispettato che i magazzini dei viveri, contenenti d’altronde ben poca cosa: 2500 misure di carbone fossile, altrettante di frumento, 2300 d’orzo, 600 d’avena e cento giare d’olio. Bestie da macellare non ve n’erano più. Da tempo la guarnigione divorava i fedeli compagni dei cavalleggieri e non ne avevano lasciati indietro che centocinquanta, ridotti in uno stato più che miserando. Gli Americani, padroni ormai di tutte le alture, sulle quali avevano collocato un gran numero di grosse bocche da fuoco, avevano accordato alla guarnigione lo sgombro della città, minacciando di distruggerla se avesse incendiati i magazzini delle provviste, delle quali gli assedianti avevano estremo bisogno, poiché da mesi e mesi lottavano pure colla fame. La squadra, guidata dal generale Howe, improvvisatosi ammiraglio, aveva lasciato dunque le acque dell’ampia baia di Boston per riparare ad Halifax che gl’Inglesi tenevano sempre fortemente. Non era una solida squadra di combattimento, poiché i fuggiaschi avevano dovuto imbarcare un gran numero di famiglie di leali, ossia di partigiani del re d’Inghilterra, le quali, temendo le vendette degli Americani, avevano preferito la miseria e l’incertezza del domani. Su quelle navi, che si affidavano ai flutti mal fidi dell’Atlantico settentrionale, con scarsissimi viveri, vi erano più mobili appartenenti ai leali che bocche da fuoco. Gli Americani, che non avevano avuto tempo di richiamare i loro corsari abbastanza numerosi, avevano assistito, colla rabbia nel cuore, a quella ritirata di più di diecimila soldati, i quali avrebbero potuto, più tardi, dare del filo da torcere al generale Washington, che armeggiava contro New York con buona fortuna. Ma non dovevano passarla liscia i fuggiaschi, poiché appena usciti in mare, cinque navi si erano gettate dietro di loro, tentando, con un combattimento disperato, l’annientamento totale della guarnigione di Boston e di tutti i leali che avevano a bordo. La squadriglia si componeva d’una magnifica corvetta armata di ventiquattro pezzi e guidata dal baronetto William Mac-Lellan, che colle sue artiglierie aveva tanto cooperato alla resa di Boston, battendo furiosamente le ultime difese inglesi coi suoi mortai ed i suoi pezzi da caccia, e di quattro brigantini, giunti pochi giorni prima dalle Bermude, ed in agguato nei numerosi canali della baia. Erano forze insufficienti contro quelle di Howe, il quale conduceva con sé almeno una quarantina di navi fra grosse e piccole; tuttavia la lotta si era subito impegnata con grande animo d’ambo le parti. Mentre i brigantini si gettavano addosso alla retroguardia della squadra fuggente, composta per la maggior parte di piccoli cutters, che soccombevano subito alle prime bordate, inabissandosi coi loro equipaggi, la corvetta, molto più rapida, si era messa dietro ad una grossa fregata, la migliore che gl’Inglesi ancora possedessero. Erano due navi tagliate per la gran corsa, con immenso sviluppo di vele, sicché in meno di mezz’ora si trovarono così distanziate dal grosso della squadra, da non udire quasi più le cannonate che questa scambiava coi brigantini. Volava la fregata, spinta da un buon vento largo, ma volava anche la corvetta, seguendola sulla candida scia. D’ambo le parti tutti gli uomini erano stati chiamati ai loro posti di combattimento. Anche le guardie franche avevano lasciate le amache; perfino gli ammalati avevano lasciate le corsie, impugnando le carabine. E i due comandanti, ritti sul banco di quarto, col portavoce in mano, gridavano senza posa: «Fuoco!… Distruggete!… Spezzate!…» Le cannonate si succedevano alle cannonate con furia terribile lanciando grosse palle incatenate attraverso le alberature, per fare strage di vele, di sartie, di paterazzi e di pennoni. Un motivo imperioso guidava il baronetto Mac-Lellan a dare addosso alla fregata, comandata dal marchese d’Halifax, suo fratellastro. La fanciulla che amava riamato, e per la quale aveva già arrischiata venti volte la vita, si trovava prigioniera del Marchese sulla fuggente fregata. «Sotto!… Fuoco di bordata!… All’abbordaggio!…» urlavano i due comandanti, i quali parevano furibondi. E le palle, tristi messaggiere di morte, volavano in gran numero, rombando attraverso l’atmosfera. Di quando in quando ai pezzi grossi seguivano scariche di carabine, che facevano più fracasso che danno. «Per il borgo di Batz!» esclamò il mastro d’equipaggio della corvetta, che manovrava uno dei pezzi da caccia prodieri. «Che io non possa imbroccare un albero e spezzare un’ala a quel maledetto gabbiano, che porta con sé metà del cuore del nostro comandante!… Che cosa dici tu, Piccolo Flocco?» «Che tu, caro Testa di Pietra, hai fumato troppo oggi, e fors’anche bevuto un bicchiere di più per festeggiare la caduta di Boston,» rispose un marinaio appena ventenne, ma saldo e robusto come una giovane quercia. «Che il diavolo ti porti! Non ho in corpo che un bicchiere d’acqua inzuccherata.» «Con una misura di gin.» «Hai veduto male: i Bretoni del Pouliguen son mezzo bretoni, non interamente. Lasciami tranquillo, Piccolo Flocco!… Sparo!» «Tira dunque, e ammazza il gabbiano.» Infatti aveva già presa la miccia e si preparava a sparare uno dei due pezzi prodieri, quando quelli poppieri della fregata lo prevennero. Quattro palle incatenate, di grosso calibro, lanciate certamente da artiglieri scelti, colpirono la maestra della corvetta, che in quel momento era carica di vele. Il grand’albero oscillò un momento, e quantunque trattenuto dai paterazzi e dalle sartie, rovinò verso la murata di babordo, schiantando perfino la bancazza di tribordo. Un urlo, uscito da duecento petti, con grande accompagnamento d’imprecazioni, aveva fatto seguito a quel doppio e fortunatissimo sparo. La corvetta, arrestata in piena volata, si sbandava pesantemente. «Ah, Mary!… Ancora perduta!… Morte e dannazione!» gridò il Corsaro. «Meglio se le artiglierie di Boston mi avessero sfracellato!… » Testa di Pietra mandò un vero ruggito, e il suo pezzo tonò con immenso fragore, facendo quasi sobbalzare la corvetta, ma ormai la fregata, che filava velocissima, con una brusca bordata si era messa fuori della linea del tiro. Trenta marinai, armati di scuri, erano balzati attraverso il ponte come tanti demoni e si erano precipitati verso l’albero, la cui cima si era già tuffata in acqua. Con pochi colpi spaccarono il troncone, che fu spinto in mare e abbandonato alle onde coi suoi paterazzi, colle sue sartie, colle sue vele. Così la corvetta subito si rialzò, ma come un uccello ferito. Un’ala, la maggiore, le era stata spezzata e non poteva più riprendere la corsa; mentre la fregata, approfittando di quel colpo fortunato, si allontanava rapida sparando un’ultima volta i suoi cannoni da caccia poppieri. «Corpo di tutti i campanili della vecchia Bretagna!» gridò Testa di Pietra, il quale era diventato pallido come un morto. «Siamo finiti! E Mary di Wentwort l’abbiamo ancora perduta! Povero sir William!» Dopo la perdita dell’albero, la corvetta non correva più, quantunque il vento gonfiasse ancora le vele del trinchetto. E sir William, ritto sul banco di quarto, col viso spaventosamente alterato, seguiva cogli sguardi la fregata, la quale ormai non era più che un grosso punto. Il mastro d’equipaggio Testa di Pietra e il signor Howard, secondo di bordo, si accostarono al comandante. «Sir,» disse il luogotenente, «date i vostri ordini.» Il Baronetto lanciò all’intorno un rapido sguardo: la squadra inglese, perseguitata dai quattro brigantini dei Corsari delle Bermude, era scomparsa verso il settentrione; la fregata non era più che un punto bianco, che si dileguava rapidamente sul limpido orizzonte. Fece un gesto di disperazione. «Perduta!» gridò. «Perduta, quando credevo finalmente di vendicarmi di quel cane di Marchese, nelle cui vene scorre pure il mio sangue.» Si lasciò cadere su uno dei due pezzi poppieri e si prese la testa fra le mani. «Non valeva la pena di lasciar la Scozia per raccoglier tanti dolori! Ah, Mary!… Ed è mio fratello che ti rapisce a me!… Ma già io sono il bastardo!…» «I vostri ordini, signore,» ripetè il secondo di bordo. Il Corsaro parve scuotersi. Si passò due o tre volte una mano sulla fronte madida di freddo sudore, poi chiese: «Non abbiamo alberi di ricambio; è vero, signor Howard?» «No, sir William.» «Vi sono dei pennoni di maestra?» «Sì, due o tre.» «Ponetene uno al posto dell’albero e lasciate che il vento ci porti…» «Dove?» «Torniamo a Boston: solo in quel porto potremo sanare la nostra grave ferita,» rispose il Corsaro con un sospiro. «Non tutta la flotta inglese è uscita, sir,» osservò il secondo. «Howe ha lasciato un buon numero di navi.» «Succeda quel che Dio vuole, andiamo a Boston,» rispose il Baronetto. «Se le navi inglesi ci affonderanno, tanto meglio: tutto sarà finito una buona volta, caro Howard.» Poi guardando Testa di Pietra che gli stava dinnanzi insieme coll’inseparabile Piccolo Flocco, gli chiese: «E tu, che cosa dici, vecchio mio?» «Io dico, per tutti i campanili della Bretagna! che le cose nostre non vanno troppo bene, comandante. Spezzarci un’ala! Che artiglieri ha dunque a bordo quella maledetta fregata? Eppure non sono mai stati forti gl’Inglesi coi grossi pezzi da caccia.» «E credi che potremo rientrare in Boston?» «E perché no, comandante? Le navi che lord Howe ha lasciate nella baia cercheranno, certo, di darci addosso, ma per tutti i campanili della Bretagna! siamo ancora in duecento, sempre pronti a montare all’abbordaggio! I nostri pezzi sono intatti, e le nostre sciabole e le nostre scuri bene affilate. Morremo forse, ma berremo sangue inglese.» «E se anche entriamo in Boston, che cosa faremo noi?» «Per tutti i campanili della Bretagna! Cantieri non ne mancano laggiù, ora che gli Americani si preparano ad armare una squadra. Rimetteremo a posto il nostro albero e faremo nell’Atlantico settentrionale una crociera che non cesserà finché non avremo ritrovato quel caro Marchese… se fosse qui, per tutti i campanili della mia Bretagna! gli mangerei il cuore!… Far soffrire in questo modo un fratello!… È una cosa da far morire di rabbia, comandante.» «Taci, Testa di Pietra,» disse il Corsaro, dopo un altro lungo sospiro. «Io son nato sotto una cattiva stella.» «Anche mio nonno diceva sempre così; eppure morì a novant’anni, padrone di battelli da pesca, che svegliavano l’invidia di tutti i pescatori della Manica… Non mi fate scoppiare il cuore, comandante. Sapete bene che io darei sempre la vita per voi.» «Ma io sono tranquillo…» «No, mio comandante. Permettete che il vostro vecchio mastro vi faccia osservare che due lagrime vi scendono in questo momento lungo le gote.» Il Baronetto si alzò di scatto, osservò il mare, poi scese nel quadro, mentre Testa di Pietra diceva scotendo la testa: «Son cose da vedersi ai nostri giorni? Una fanciulla che fa piangere il più valoroso corsaro che io abbia mai conosciuto! Via, vipere dalla pelle smagliante e dagli occhi seducenti! Me non mi avete preso e non mi prenderete mai.» «Sfido io!…» disse una voce dietro di lui. Il mastro si voltò colla mano alzata, ma vedendosi dinanzi Piccolo Flocco, che aveva adottato come figlio, tutta la sua collera sbollì d’un tratto. «Che cos’hai da dire tu, eterno monello?» chiese. «Che papà Testa di Pietra alla sua età, con quei denti gialli come un topo vecchio e quella barba bianca, che punge peggio d’un porco spino, non troverebbe una moglie.» Testa di Pietra incrociò le braccia sul suo larghissimo petto, e assumendo una posa quasi tragica, così parlò: «Sappi, monello, che alla tua età io facevo girare la testa a tutte le ragazze non solo di Batz, ma anche di Roskoff. Ne ho contate ventiquattro… Ma ho preferito l’odore del catrame e i colpi di mare, e le ho lasciate tutte… Ed ora lasciami anche tu tranquillo, Piccolo Flocco. Siamo feriti, e l’ospedale è un po’ lontano, ed anche pericoloso l’andarvi.» Scese dal cassero e raggiunse il signor Howard, il quale, aiutato da una cinquantina di marinai, cercava di rimettere in corsa la corvetta. Una grossa baleniera era stata calata in mare, e quindici uomini avevano data la caccia al troncone mozzato dalle palle della fregata, per recuperare cavi e vele che potevano servire alla corvetta. E intanto gli altri, sotto la direzione di Howard e di Testa di Pietra, dopo lunghi sforzi erano riusciti, non senza ricorrere agli argani, a strappare dalla scassa l’estremità inferiore della maestra e piantarvi dentro, con gran numero di grossi cunei, un pennone di gabbia, il migliore della riserva. Non poteva servire molto alla corvetta, tuttavia con una buona vela di parrocchetto e molte sartie e molti paterazzi, e coll’aiuto del trinchetto, che portava pure la sua brava randa, e del bompresso e del timone in ottimo stato, la cosa poteva ancora andare. D’altronde, Boston non era lontana. Vi era il pericolo di dare dentro alla flottiglia che lord Howe aveva lasciata nella baia, affinché avvertisse le navi provenienti dai mari d’oltre oceano che ormai la città era caduta, e vi era più probabilità di prenderle che di darle. L’armamento della Tuonante era completo; il suo equipaggio, degno d’una grossa fregata, pronto a qualunque cimento, quindi poteva affrontare gli ultimi avanzi della squadra inglese, ormai invecchiata fra quelle acque che divorano presto le carene, e che distruggono con le febbri gli uomini più vigorosi. Cominciavano a scendere le tenebre quando la Tuonante riprese finalmente la sua corsa verso il sud. Solamente i cantieri di Boston potevano rimetterla in gambe e in grado d’intraprendere quella famosa crociera nell’Atlantico settentrionale, come aveva detto Testa di Pietra, alla caccia del marchese d’Halifax e di Mary di Wentwort. Frescava dal settentrione, ma senza guastare la calma delle acque. Sir William era salito in coperta per dirigere la rotta. Egli appariva molto abbattuto; ciò nondimeno i suoi comandi uscivano limpidi dal portavoce. E la corvetta, quantunque mutilata, si era rimessa al vento e poggiava su Boston. 2. Il forte Moultrie La luna era sorta sull’Oceano, dapprima rossa come un disco di metallo incandescente, poi purissima, versando i suoi pallidi raggi azzurrini. Fluttuavano le meduse e le nottiluche dentro le acque, sprigionando qua e là miriadi di scintille strane. Le une andavano alla deriva dolcemente, contorcendo le lunghe zampe da polipo; le altre sorgevano dalle profondità del mare come stelle, per spegnersi al primo colpo delle onde. La corvetta, spinta da un buon vento, scendeva verso il sud abbastanza rapidamente, quantunque mutilata, e nessun pericolo per il momento la minacciava, poiché la squadra di lord Howe, vigorosamente incalzata in coda dai brigantini dei corsari delle Bermude, quantunque formidabile, aveva preferito appoggiare verso la costa americana per rifugiarsi in qualche porto amico. Il pericolo vero stava in Boston dove gl’Inglesi, come abbiamo detto, avevano lasciato buon numero di navi, per avvertire le veliere provenienti dall’Europa della caduta della città ed evitare loro di cadere dentro una trappola irta di cannoni; ché se la guarnigione se n’era andata, gli Americani, temendo sempre un colpo di mano, avevano occupati i canali e le isole ed avevano soprattutto formidabilmente armato il forte Moultrie con trentasei grossi pezzi, per impedire alle navi inglesi di entrare nella baia. Già avevano saputo dai loro corsari, i quali vigilavano l’Atlantico, che una squadra, comandata dall’ammiraglio Peter-Parker e dal conte di Corwallis, aveva lasciato i porti dell’Irlanda con un grosso contingente di montanari scozzesi, uomini assai valorosi e molto temuti dai yankees. Ma non era quello il momento di darsene pensiero. «La Tuonante zoppica, ma va,» aveva detto Testa di Pietra al secondo di bordo. «Che cosa si può desiderare di più, dopo essere usciti da un tale combattimento?» Ormai la costa americana era in vista, e spiccava nettamente sul luminoso orizzonte, colle sue alture verdeggianti e i suoi profondi canali esalanti febbre gialla. La notte era scesa, quando Testa di Pietra, sempre in guardia sul castello di prora, avvertì una gran luce che si proiettava verso il cielo, e quasi nello stesso momento il secondo di bordo segnalava uno dei fari di Boston. «Corpo di tutti i campanili della Bretagna!» esclamò il vecchio mastro, masticandosi i baffi grigi. «Non è ancora finita la lotta a Boston? Che cosa vogliono dunque gl’Inglesi? Delle altre legnate? Hanno fatto male a lasciarli andare. Si sono forse dimenticati che noi avevamo qui un carnefice.» Il Baronetto, prontamente avvertito, era salito in coperta ed aveva puntato un cannocchiale verso le bocche di Boston. «Sapreste dirmi che cosa brucia laggiù, signor Howard?» disse al secondo. «La città forse?» «No: la luce sarebbe più intensa. È il castello Guglielmo che se ne va. Mi avevano già detto che lord Howe, temendo un attacco da parte dei nostri, aveva dato ordine di smantellarlo e incendiarlo. Mi rincresce per le sue artiglierie che gl’Inglesi avranno rovesciate nel canale.» In quel momento un forte colpo di vento fece piegare la corvetta sul tribordo. «Giù le vele alte del trinchetto! Non voglio perdere una seconda ala,» comandò il Corsaro. L’Atlantico, fin allora tranquillo, cominciava ad agitarsi e a brontolare cupamente. Da levante di quando in quando giungevano grosse ondate irte di schiuma, le quali si rompevano muggendo contro i fianchi della nave. Testa di Pietra, dopo aver lanciato una dozzina di gabbieri a chiudere i pappafichi ed i contrappappafichi e terzarolare la gran gabbia, era salito sul castello di prora, sedendosi a cavalcioni su uno dei due pezzi da caccia. Manco a dirlo, Piccolo Flocco lo aveva subito raggiunto, poiché quei due lupi di mare, se brontolavano sempre, non potevano star dieci minuti senza vedersi. «Che cosa cerchi, Testa di Pietra?» chiese il giovane, vedendo il mastro curvarsi innanzi. «Foro le tenebre,» rispose. «Noi Bretoni abbiamo occhi che sfidano i più potenti cannocchiali.» «Bum!… Tu spari grosso,» esclamò il giovine. «Chi prima di tutti ha avvertito quel fuoco verso Boston?» «Tu; questo è vero. E continua l’incendio? Quanto a me ti confesso che non scorgo nulla.» «I Gallesi son mezzo bretoni, ma bretoni inglesi, ed è perciò che non valgono quelli francesi,» rispose con voce e con gesto gravi il mastro. «Ricordatelo, monello.» «Dimmi allora che cosa vedi adesso.» «Tenebre e tenebre.» «Quelle le vedo anch’io senza essere un Bretone intero,» rispose Piccolo Flocco, scoppiando in una risata. «Ma non saresti capace di guidare la Tuonante attraverso i canali di Boston che io già intravedo.» «Com’è possibile con questo buio d’inferno?» «Eppure!…» ripeté il Bretone, alzandosi. «E dove andremo a rifugiarci una volta entrati nella baia, se pure le navi lasciatevi da lord Howe ci permetteranno di bagnare il nostro tagliamare in quelle acque?» «Sotto la protezione delle artiglierie del forte di Moultrie. Hanno fatto testa grossa là dentro gli Americani, e le navi inglesi che verranno dall’Europa si romperanno le alberature contro quell’ostacolo: te lo dico io.» «E con questa notte buia, il colonnello, che suppongo comandi il forte eretto in onor suo, non ci prenderà a cannonate?» «Non ci mancherebbe altro!… Credi tu che il comandante nostro non abbia già prese le sue precauzioni nel caso d’un ritorno forzato con tempo oscuro? Si lanciano tre razzi verdi, e tutti i pezzi rimangono muti… Oh! la risacca rompe dentro i canali di Boston. Avremo da sudare.» Era una fortuna che l’Atlantico non fosse tranquillo e che grosse ondate si formassero, perché le navi inglesi, con una notte così cupa e tempestosa, non avrebbero certamente lasciati i loro sicuri ancoraggi. Ma era pur vero che la corvetta, mancante della sua maestra, avrebbe potuto finir male con una bordata e insabbiarsi su uno dei numerosi banchi ingombranti le entrate della baia, formati dai detriti che la riviera della Mistica trascina in gran copia durante gli acquazzoni estivi ed autunnali. Invece, guidata dal suo miglior timoniere e sorvegliata dal Baronetto, dal signor Howard e da Testa di Pietra, malgrado i frequenti colpi di vento, che mettevano in serio pericolo il pennone issato al posto della maestra, e le fiancate dei cavalloni, continuava la sua rotta verso il sud, tenendosi ad una mezza dozzina di miglia dalla costa americana, visibilissima sotto la luce dei lampi, i quali si succedevano senza interruzione. Metà dell’equipaggio era in coperta, attento, vigilante, pronto a qualunque disperata manovra; l’altra metà si era cacciato nelle batterie dietro i cannoni, potendo darsi che da un momento all’altro qualche volteggiatore inglese comparisse. Verso la mezzanotte la corvetta era attraverso il canale battuto dal forte Moultrie, il quale era stato eretto sull’isolotto chiamato Sullivan, lontano sei miglia da quella punta di terra che veniva formata dalla congiunzione dei due fiumi Ashley e Cooper. Le onde dell’Atlantico, le quali erano andate ingrossando, si rovesciavano furiosamente dentro le due coste, comprimendosi con grave pericolo. Un colpo di timone mal dato, una manovra ritardata, anche di pochi secondi, e la corvetta era perduta. Il Corsaro aveva imboccato il portavoce, e i suoi comandi si succedevano limpidi, nonostante le raffiche che si abbattevano sull’attrezzatura, sibilando od ululando. Testa di Pietra, tornato sul castello di prora con Piccolo Flocco e il carnefice di Boston, diventato ormai un altro suo inseparabile amico, aguzzava sempre gli sguardi. Di quando in quando la sua voce, robusta come quella di un vecchio toro, si univa ai comandi del Baronetto. Segnalava ai timonieri la rotta con tale precisione, che Piccolo Flocco non poteva trattenersi dal dire: «Decisamente questo demonio d’un Bretone vede meglio dei gatti anche di notte! Già, è di Batz!…» Ad un tratto un comando secco echeggiò: «Bordate sopravvento!» La corvetta, che lottava con le onde, girò quasi di colpo su sé stessa e filò lungo le coste dell’isola Sullivan. «I razzi! I razzi!» gridò il Corsaro. Testa di Pietra, prevedendo quell’ordine, aveva portato in coperta una cassetta di ferro. «Aiutami, Piccolo Flocco, e anche voi, signor boia, se non volete provare di che calibro sono i pezzi del forte di Moultrie.» Tre strisce verdi di fuoco salirono in alto, tentennando fra le raffiche, poi scoppiarono proiettando miriadi di scintille d’uguale colore. Un momento dopo altri tre razzi s’alzavano verso l’estremità del canale, appoggiati da un colpo di cannone in bianco. «Pronte le ancore!» gridò il Corsaro. «La grossa e la mezzana e due ancorotti da pennello a poppa. A riva i gabbieri! Lesti a raccogliere la gran gabbia ed il trinchetto!» La manovra fu eseguita in un istante da due dozzine d’uomini, che pareva fossero stretti parenti delle scimmie. La corvetta fece un’ultima bordata, poi affondò le ancore, con gran fragore di catene, dentro una minuscola baia protetta dal forte. In lontananza rimbombarono alcune cannonate e si scorsero dei lampi, poi più nulla. Erano le navi inglesi, le quali, per precauzione, avevano sprecato alcune palle. Il forte di Moultrie, innalzato dagli Americani anche prima che Boston si arrendesse, era stato costruito solidamente e circondato da alte palizzate formate d’un certo legno spugnoso chiamato palmetto, dentro il quale i proiettili si perdevano senza causare gravi rovine. Era stato poi armato con trentasei grossi pezzi d’artiglieria, i quali potevano bastare a tenere a bada la squadra inglese lasciatasi indietro da lord Howe. Gli Americani l’avevano anche provvisto d’una forte guarnigione, poiché nell’isola avevano stabilito un cantiere, dentro il quale lavoravano alacremente giorno e notte carpentieri, mastri d’ascia e marinai per allestire una flottiglia capace d’intraprendere qualunque impresa. E avevano già quasi ultimate cinque navi: l’Alfredo di 32 cannoni; il Colombo pure di 32; l’Andrea Doria di 16; il Sebastiano Caboto di 14 e la Provvidenza di 12. Appena la corvetta ebbe dato fondo e gettato un ponte volante, parecchi uomini uscirono dal forte muniti di lanterne e di fucili. Sugli spalti gli artiglieri, per tema d’una qualche sorpresa, soffiavano sulle micce dietro ai loro pezzi. Il Corsaro ed il suo secondo, che si erano affrettati a scendere a terra, esclamarono giocondamente: «Il colonnello Moultrie!» «E come potevo non trovarmi qui a difendere l’opera che porta il mio nome?» rispose l’eroico soldato, che tanto aveva operato per far cadere Boston. «Buona sera, Baronetto; buona sera, signor Howard. Giungete in buon punto.» «Perché, colonnello?» chiese il Corsaro. «Perché domani la squadra inglese tenterà di cacciarci via. Sono stato avvertito da alcune spie.» «Mio caro, abbiamo lasciato il nostro albero maestro in mezzo al mare.» «Fuggito il Marchese?» «Purtroppo! Le sue artiglierie ci hanno arrestati in piena volata.» «Un albero si fa presto a rimetterlo.» «E lord Howe?» «Fuggito verso il nord.» «Credo che quegli uomini andranno a dare dei grossi fastidi a Washington intorno a New York.» E dopo un breve silenzio soggiunse: «Se la vostra Tuonante ha perduto un albero, avrà ancora, spero, sempre in buono stato i suoi superbi pezzi che hanno fatto una così splendida prova alla foce della Mistica. Sir William, conto su di voi e sui vostri bravi marinai. Più tardi ci occuperemo di questo signor Marchese, e sapremo scovarlo. Ve lo prometto sul mio onore.» «Allora son pronto a combattere per la causa americana,» rispose il Baronetto con voce energica. In quel momento si udirono le sentinelle collocate sui bastioni gridare: «Allarmi!» «Di già il nemico?» chiese il signor Howard. «Non me l’aspettavo così presto; tuttavia noi siamo pronti a sostenere l’attacco prima che la fregata venga ingrossata da qualche altra proveniente dall’Europa.» Punti luminosi solcavano le cupe acque della baia cambiando sovente direzione. Erano le navi inglesi, che tentavano di sorprendere il forte di Moultrie e possibilmente distruggerlo. Ma gli Americani, che si aspettavano quella mossa, avevano prese grandi precauzioni, facendo occupare il forte Johnson, che guardava i canali di Charlestown, dal reggimento stanziale della Carolina, affidando a quei valorosi la difesa dell’isola di Saint-James. Molti canali erano stati sbarrati con grosse trincee e batterie galleggianti, e i magazzini che sorgevano sulle rive erano stati incendiati per impedire che gl’Inglesi vi si annidassero e potessero ancora minacciare Boston. Il generale Lee, nel quale i combattenti avevano grandissima fiducia, era pure giunto a marce forzate con altri stanziali, occupando numerose isole. Così la lotta, un momento sopita dopo la caduta della capitale del Massachussets, stava per riprendersi con novello furore, quantunque ormai i diecimila soldati di lord Howe fossero già lontani e nell’impossibilità assoluta di portare soccorso a quelli che erano rimasti nella baia. Il Corsaro ed il suo luogotenente si erano affrettati a tornare a bordo della corvetta per prepararsi al combattimento che doveva essere certamente terribile. Avevano appena dato l’ordine di lanciare la guardia franca nelle batterie, quando alcuni spari rimbombarono in lontananza. «Ohe, camerati!» gridò Testa di Pietra. «Bagnatevi il muso, perché fra poco qui farà un bel caldo. Pioverà, ma saranno palle infocate quelle che ci cadranno addosso. Io, per mio conto, preferirei gli acquazzoni delle Bermude. Sono abbondanti, sì, ma più salubri.» 3. Il valore americano La Marina inglese, rabbiosa di aver assistito senza far nulla alla resa di Boston, moveva animosamente all’attacco del forte, che era di grave imbarazzo alle navi provenienti dall’Atlantico, coi rinforzi attesi da lord Clinton, il quale combatteva nelle Caroline con scarsa fortuna. La squadra era composta del Bristol e dello Sperimento, navi quasi di linea, armate di cinquanta pezzi ciascuna e delle fregate Attiva, Altione, Solebay e Sirena di ventotto pezzi; di più vi si erano aggiunti due legni minori da otto, fra cui uno chiamato il Fulmine, nave da bombarde. Vi era grande aspettativa tanto da parte degli Americani che degl’Inglesi. Ma questi ultimi si trovarono dinanzi a un grave ostacolo: il canale che fronteggiava l’isola di Sullivan era interrato e rendeva estremamente pericoloso il passaggio alle navi troppo grosse. In previsione di ciò, il generale Clinton, che era rimasto a Charlestown, da dove gli Americani non erano ancora riusciti a cacciarlo, aveva raccolte le poche truppe, per la maggior parte di arrolati tedeschi che aveva sottomano, e le aveva concentrate sull’Isola Lunga, situata a levante di quella di Sullivan, perché, al momento opportuno, assalissero il forte alle spalle, poco difeso da quella parte, e distruggessero soprattutto i cantieri. Il colonnello Moultrie, che insieme al generale Lee aveva disposto un magnifico servizio d’informatori, ne era stato subito avvertito. E il pericolo era gravissimo, poiché il forte, assalito da due parti, nonostante il suo grosso armamento di fronte, poteva essere furiosamente distrutto. Non vi era che un uomo solo che potesse proteggerlo alle spalle: il Corsaro. Difatti la sua corvetta, ferma attraverso il canale, sarebbe forse bastata a tenere indietro Scozzesi, Assiani e Brunswickesi coi suoi grossi cannoni da caccia e i ventiquattro pezzi delle batterie. Inoltre pure, avendo dinanzi il forte, coi suoi quattro mortai, che servivano in quel momento da zavorra nella stiva, con tiri d’arcata poteva danneggiare la squadra inglese. Un ufficiale fu subito mandato a bordo della Tuonante, la quale si preparava a sostenere gagliardamente gli Americani. «Doppio fuoco!» disse semplicemente il Baronetto colla sua calma abituale. «Avete udito, signor Howard?» «Sì, sir William.» «Farete dunque portare in coperta i mortai che già gl’Inglesi conoscono; spiegare i fiocchi ed un paio di vele e salpare le ancore. Il vento si presta a portarci verso l’Isola Lunga.» Ad un comando dato col fischio, alcuni uomini si slanciarono chi verso gli argani, chi verso l’alberatura, chi nella stiva, il cui boccaporto maestro era stato aperto per issare i mortai. La squadra inglese si moveva in quel momento, cannoneggiando debolmente. Il timore d’incagliare sui banchi di sabbia o dar di cozzo contro dei tronchi d’albero, vere trincee acquatiche, delle quali gli Americani facevano buon uso, la rendeva previdente. E così la corvetta aveva avuto tempo di eseguire le sue manovre e di prendere posizione dietro il forte, in modo da impedire agl’Inglesi il passaggio dall’Isola Lunga a quella di Sullivan. Anche il colonnello Moultrie aveva avuto il tempo di far trasportare tutti i suoi pezzi sui bastioni di fronte, per battere lo specchio d’acqua che stava dinanzi al forte. Ora le cannonate cominciavano a succedersi le une alle altre. Lampi e lampi illuminavano la baia, riflettendosi sulle acque tenebrose con bagliori sinistri. Quello che gli Americani avevano già previsto, accadde. Le due più grosse navi inglesi, il Bristol e lo Sperimento, troppo pesanti per avventurarsi in quei pericolosi canali, si erano fatte avanti per proteggere le genti che Clinton aveva radunate sull’Isola Lunga, ma dopo qualche bordata andarono a finire sugli scanni di sabbia, che in quel luogo erano assai numerosi, e si sbandarono sul tribordo, rendendo subito inservibili le batterie grosse da quel lato. Tuttavia gli equipaggi inglesi, nonostante l’oscurità della notte e le prime palle che il forte cominciava a lanciare, gettando ancorotti a prora e rinforzando le vele, in poco tempo si trassero dal cattivo passo, e allora il fuoco cominciò su tutta la linea. Ma pareva che la squadra non avesse fretta di dare addosso al forte. Erano le quattro del mattino del 28 giugno, quando il Fulmine, protetto da un altro legno armato, cominciò risolutamente l’attacco, gettando bombe e palle infocate dentro il forte. Rispondevano vigorosamente gli artiglieri americani, ormai abilissimi anche nel maneggio dei pezzi grossi, e tonava soprattutto la corvetta coi suoi quattro mortai, i cui grossi proiettili eseguivano magnifici tiri d’arcata. Verso le undici il Bristol, lo Sperimento, l’Altione ed il Solebay, gettate le ancore a cinquecento metri dal forte, cominciarono a sparare rabbiosamente, scaricando bordate su bordate. Quasi nell’istesso tempo la Sirena, l’Attiva e la Sfinge si concentravano verso ponente, fra la punta dell’isola Sullivan ed il canale, per tentare colle artiglierie di strisciare dietro alle fortificazioni. Ma là avevano trovata la corvetta del Corsaro, la quale aveva impegnata risolutamente la lotta. Mentre i cannoni da caccia spazzavano le rive dell’Isola Lunga, per impedire ai soldati di Clinton di attraversare il canale, le sue batterie tonavano con un crescendo spaventoso, ed i suoi mortai lanciavano grosse bombe di là dal forte, cadendo sui ponti della prima squadra. «Corpo di tutti i campanili di Batz!» esclamò Testa di Pietra, il quale insieme con Piccolo Flocco e quattro artiglieri serviva il suo pezzo favorito di prora. «Che cosa dici tu, monello, di tutto questo affare?» «Io dico che con tante palle andrebbero giù anche tutti i campanili della Bretagna.» rispose il giovane marinaio, il quale fumava tranquillamente un grosso sigaro virginiano. «Quelli del Pouliguen forse; non quelli di Batz, che sono di pietra durissima, più della tua testa.» «Che il diavolo ti porti!» «Guardati, Piccolo Flocco; grandina.» «Odo la grandine cadere, ma disgraziatamente non la vedo, se non quando è già sulla tolda della corvetta. Tu invece, Bretone di Batz, vedrai benissimo anche per aria le bombe che ci lanciano gl’Inglesi.» «Questo poi no!» disse Testa di Pietra. « Non sono compare Trombone io… Il trombone l’ha sonato mio nonno quando montava le navi corsare di Giovanni Bart. Ah, che bei tempi eran quelli, ragazzo mio!» «Testa di Pietra, tu chiacchieri, e intanto la grandine continua. Ti confesso che mi seccherebbe assai assai avere una gamba spezzata.» «Mai si colpiscono i Bretoni alle gambe: sempre alla testa.» «E le bombe vi si spaccano come se fossero… bolle di sapone.» «Già.» «Ma io non vorrei farne l’esperimento.» Testa di Pietra, che teneva la miccia in mano, in attesa che i suoi aiutanti avessero terminato di ricaricare il suo pezzo favorito, lo guardò un po’ di traverso, poi rispose sorridendo: «E nemmeno io. Ma ora ho da spaccare delle teste d’Inglesi.» Come abbiamo detto, la battaglia si era impegnata con grande slancio da ambe le parti. L’ammiraglio inglese Pete-Parker e lord Campell incoraggiavano gli equipaggi, credendosi sicuri di demolire ben presto il forte, che sapevano guardato da pochi soldati d’ordinanza e da alcune compagnie di milizie racimolate in fretta, ridurre al silenzio i trentasei grossi pezzi e smontare i ventisei di piccolo calibro. La notte, assai oscura, era illuminata da lampi vivissimi, ed un frastuono orrendo si propagava attraverso la baia, giungendo fino a Boston e a Charlestown. Granate grossissime e palle infocate solcavano l’aria in gran numero, lasciando dietro strisce di fuoco. Gl’Inglesi lottavano rabbiosamente, decisi a togliere quell’ostacolo; ma con non meno valore si difendevano gli uomini del Colonnello Moultrie. I loro pezzi di grosso calibro toreavano imberciando meravigliosamente le navi nemiche, mentre le leggiere artiglierie spazzavano i ponti con una grandine non interrotta di mitraglia, straziando molta gente. Le navi che inquietavano soprattutto il valoroso colonnello ed il Corsaro erano l’Altione, la Sfinge e la Sirena, le quali, avendo gettate le loro ancore verso l’estrema punta di ponente dell’Isola Sullivan, potevano facilmente impedire la ritirata della guarnigione, nel caso d’un disastro, e l’arrivo di nuovi soccorsi d’uomini e di munizioni. Perciò contro di quelle si accaniva maggiormente la corvetta di sir William, la quale, riparata dentro una minuscola cala, ben poco poteva soffrire. «Sgangheriamole!» gridava Testa di Pietra fra una cannonata e l’altra. «Lasceremo qui le loro alberature, e così la Tuonante sarà vendicata.» La fortuna non proteggeva quella notte gli abilissimi marinai inglesi, impegnatisi forse troppo imprudentemente fra i bassifondi dei canali. Già un gran numero di bombe e di palle infocate si erano scambiate, quando la Sfinge, l’Altione e la Sirena, che costituivano il maggior pericolo per il forte, guidate da piloti poco pratici, diedero dentro in un renaio chiamato Middle-Grounds, sbandandosi talmente sui fianchi, da rendere quasi inservibili le batterie di babordo e di tribordo. E allora i difensori del forte, i quali cominciavano a dubitare di poter resistere al terribile bombardamento, anche perché il generale Lee aveva consigliato Moultrie di far saltare tutto e di rifugiarsi in Boston, assistettero ad uno spettacolo terrificante. Il Corsaro, accortosi subito della cattiva situazione in cui si trovavano le tre navi inglesi, si era messo a tirare con una furia infernale. La Tuonante avvampava come un vulcano e toreava nella notte buia, seminando la morte sulle tolde delle navi avversarie. Testa di Pietra mitragliava più gente che poteva, avendo abbandonata l’idea di far cadere le alberature nemiche. «Dentro, Piccolo Flocco!» gridava. «Sono in nostra mano ormai quei cani ringhiosi. Fà portare dell’altra mitraglia! Vedrai come spazzerò i ponti di quelle navi.» E le artiglierie grosse e piccole rombavano con un crescendo spaventevole. Tirava il forte, imberciando le navi che aveva dinanzi; toreava la corvetta più che fosse un vascello d’alto bordo. Quantunque oppressi da una vera tempesta di ferro, di ghisa e di piombo, che faceva volare braccia, teste e gambe, gli equipaggi inglesi non avevano perduta la loro famosa calma e, guidati da ufficiali abilissimi quanto valorosi, si erano subito accinti a rimettere a galla le tre navi, prima che venissero completamente sfasciate. Lavorando agli argani, gettando ancorotti a prora e a poppa, tracciando e contrabbracciando le vele, si sforzavano di sottrarsi il più presto a quella pioggia di fuoco, che aveva già ormai orrendamente insanguinati i ponti. Il Bristol soprattutto, essendosi rotte le stacche dei cavi, era rimasto esposto ai tiri del forte e della corvetta per parecchie ore, senza poter quasi rispondere, tanto era critica la sua posizione. Le sue murate fracassate cadevano a larghi pezzi nelle acque del canale; i suoi pennoni, fracassati dalla mitraglia dei pezzi da caccia della Tuonante, piombavano in coperta aumentando la strage. Il capitano Morris, che lo guidava, teneva ostinatamente duro, tentando di condurre ancora in salvo la sua nave, quantunque quasi tutti i marinai gli fossero caduti intorno morti o gravemente feriti. Il sangue arrossava la tolda, e seguendo il pendio della coperta, sfuggiva dagli ombrinali, tingendo le acque. «Date dentro!» non cessava di gridare sir William. E la sua voce non andava perduta, poiché se il forte cominciava a rallentare per mancanza di munizioni, la Tuonante, ben fornita per le lunghe crociere, non cessava di seminare palle, bombe e mitraglia. Alle sette del mattino sul Bristol non rimanevano che pochi uomini, e la nave cominciava a fare acqua, quantunque fosse adagiata su un largo banco sabbioso. Una mezz’ora più tardi, il capitano Mortis, che aveva giurato di non calare la bandiera, quantunque ormai tutto fosse perduto per lui, già ferito da scaglie di mitraglia, cadeva sul banco di quarto con una gamba fracassata da una palla di cannone. Portato nella sua cabina, pochi minuti dopo spirava, mentre la sua nave, ormai quasi deserta, andava ad insabbiarsi, per poi rompersi sulle rive dell’Isola Lunga. Né miglior sorte avevano le altre navi cacciatesi dentro il canale: la Sfinge, l’Altione e la Sirena. Battute furiosamente attraverso i banchi fra i quali si dibattevano con immensa difficoltà, perdevano uomini in gran numero ad ogni scarica delle batterie della corvetta. Lord Campell, già governatore della Carolina, era stato ferito così gravemente, che qualche mese dopo intraprendeva il gran viaggio; anche l’ammiraglio Pete-Parker era stato colpito da una scaglia di mitraglia e aveva dovuto abbandonare il comando della Sfinge. Nemmeno le altre navi, che combattevano sulla fronte del forte, ottenevano buon successo, malgrado l’enorme spreco di munizioni. Tuttavia le due squadre, quantunque ridotte in cattive condizioni, tennero testa ai difensori del forte fino alla sera, colla speranza che le genti concentrate da lord Clinton sull’Isola Lunga potessero guadare il canale. E l’avrebbero forse tentato senza la presenza della corvetta, che coi suoi cannoni da caccia spazzava senza posa le rive. Si erano anche ingannati sulla profondità delle acque dei canali, i quali non erano stati bene scandagliati prima di cominciare il combattimento. Alle sette della sera tutte le navi, più o meno malconce e cogli equipaggi più che decimati, dopo aver provato per quattordici ore il valore e la collera americana, abbandonavano definitivamente l’impresa, anche perché degli audaci corsari, montati su piccole scialuppe, erano riusciti a rinnovare le munizioni del forte. A mezzanotte tutto era finito; e mastro Testa di Pietra, dopo tanto lavoro, uscito ancora una volta illeso, si permetteva il lusso di vuotare, in compagnia di Piccolo Flocco, una buona bottiglia, seduto a cavalcioni del suo pezzo favorito. 4. Il carnefice di Boston impicca Una settimana dopo della grande vittoria americana, poiché quell’ostinata difesa aveva costretto anche le ultime navi lasciate da lord Howe ad andarsene, la Tuonante, con nuovo albero e ben provvista di viveri e di munizioni, lasciava le acque del forte di Moultrie. Ma non era sola: guidava la prima flottiglia americana composta, come abbiamo detto, del Colombo, dell’Alfredo, dell’Andrea Doria, del Sebastiano Caboto e Provvidenza, con un totale di cento e sei cannoni e montata da più che cinquecento abilissimi marinai, abituati ormai a corseggiare attraverso l’Atlantico. Una gravissima notizia era giunta, portata da una piccola gagliotta, gravissima per gli Americani e niente affatto spiacevole a sir William, il quale non dimenticava un solo istante Mary di Wentwort, e il marchese d’Halifax. Aveva dunque raccontato il comandante del piccolo e sveltissimo legno corsaro che una grossa squadra, comandata da lord Dunmore, proveniente dai porti d’Irlanda con parecchie migliaia di Scozzesi, soldati in special modo temuti dagli Americani per il loro valore e la loro incredibile resistenza al fuoco, dopo aver cercato di approdare sulle rive della Virginia, respinta da spaventevoli uragani, si avvicinava. Ma aveva anche aggiunto che un certo numero di navi, che lord Howe cercava di condurre verso New York, pure sorprese da venti contrari e da tempeste, si erano imbrancate nella flotta di lord Dunmore. Una speranza era subito balenata nel cuore del Baronetto: che anche la fregata del Marchese fosse stata sorpresa dai cicloni e che si trovasse insieme con quelle giunte dall’Europa. E perché no? Testa di Pietra, che da buon Bretone vedeva molto lontano, era più che mai convinto di ritrovare in qualche luogo dell’Atlantico la fregata che aveva rapito al suo capitano la bionda Mary di Wentwort. «Corpo di tutti i campanili della Bretagna!» aveva detto a Piccolo Flocco. «Noi faremo una magnifica crociera quantunque la squadriglia americana, a mio giudizio, valga ben poco… Bà! la vedremo alla prova.» La Tuonante aveva appena assaggiate le onde dell’Atlantico, quando delle grida furiose si alzarono dalla stiva, il cui boccaporto era rimasto aperto. Si bestemmiava e anche si picchiava sonoramente, e delle persone urlavano di quando in quando in pessimo inglese: «Voi accopparci? Canaglia!» «Noi essere soldati!» «Ma che soldati?…», rispondeva la voce tonante del mastro della sala. «Siete dei traditori. Vi abbiamo sorpresi nella Santa Barbara. Che ci facevate, canaglie? Volevate farci saltare tutti! Giù, un paio di pedate ancora. In coperta, in coperta miserabili!» Testa di Pietra e Piccolo Flocco, udendo quelle grida, si lanciarono verso il boccaporto di mastra, seguiti dal Baronetto e dal carnefice di Boston. Quattro uomini, che indossavano la divisa degli Assiani, venivano spinti su per la scala a pugni e pedate, fra una sequela interminabile di minacce e di bestemmie. «A morte questi traditori!» «Hanno le tasche piene di sterline inglesi.» «Furfanti!» «Vi appiccheremo tutti sui più alti pennoni.» I quattro disgraziati, quasi accoppati dai pugni e dai calci che grandinavano su di loro senza economia, un pò spinti, un pò trascinati, giunsero finalmente sulla tolda della corvetta. Un grande scoppio di risa sfuggì a Testa di Pietra e a Piccolo Flocco. Nel primo, che era sorto dalle profondità della stiva, avevano riconosciuto l’allegro Assiano che essi avevano così ben giocato durante l’assedio di Boston. «Ohé, mastro Hulbrik, non conoscete più il vostro compare paca paca?» gli disse. Il Tedesco, udendo quella voce, spiccò un salto, sfuggendo ai marinai, e alzando le braccia verso il cielo, gridò: «Patre, questi pricconi folermi appiccare!» «Patre ero a Boston, ma non qui. Non vi pagherò più salsicciotti affumicati e pirra.» Testa di Pietra fece ai marinai un gesto imperioso, affinché cessassero di battere quei quattro disgraziati che sembravano più morti che vivi, e in quel momento sir William accompagnato dal suo secondo comparve in coperta. «C’è una rivolta a bordo?», domandò mettendo le mani sulle due pistole che portava sempre alla cintura. Poi, accortosi della presenza dei quattro uomini tenuti stretti dai marinai, chiese, facendo un gesto di stupore: «Che cosa fanno questi Tedeschi a bordo della mia nave? Parla, Testa di Pietra.» «Per ora ne so meno di voi, comandante. Vi è peraltro fra questi paffuti e rubicondi Teutoni, imbottiti di salsicce e di birra, una nostra vecchia conoscenza.» «Chi è?» «Patre!…», gridò in quel momento l’Assiano, tentando di slanciarsi novamente verso il Bretone. «Ah! l’uomo che tu spogliasti dopo averlo ubriacato con dell’aguardiante scorpionata», disse il Corsaro ridendo. «Sì, mio comandante. Erano bei tempi quelli! Ma forse quel bravo mastro Taverna, che pretendeva offrirci delle bottiglie, chiuse cinquant’anni prima…» «Da suo padre morto ubriaco», disse Piccolo Flocco. «Quell’oste era una gran canaglia». «Non dir male di mastro Taverna. Senza di lui tu non saresti forse ancora a bordo della corvetta». «Dunque volete finirla?», disse il Corsaro impazientito. «Che facevano questi Tedeschi a bordo della mia nave? Non avevano certo delle buone intenzioni: è vero, mastro Hulbrik?» «Permettete, sir, che risponda io prima di loro», disse un carpentiere facendosi innanzi. «Parla, e fa’ presto.» «Stavo facendo una riparazione alla quinta tramezzata di prora, quando ho veduto uscire da non so dove questi galantuomini. Ma mi è parso che non fossero lontani dalla Santa Barbara.» «Per tutti i salsicciotti di mastro Taverna!», esclamò Testa di Pietra. «Volevano mandarci in aria se…» «Taci, eterno chiacchierone!», disse il Corsaro. «Orsù, mastro Hulbrik, che cosa facevate nella cala della mia corvetta coi vostri compagni?» «Parla, compare pirra pirra,» disse il Bretone, il quale non poteva stare zitto nemmeno cinque minuti. Il povero Assiano si fece smorto, agitò due o tre volte le braccia in alto, come se avesse voluto invocare a sua difesa chi sa quali testimoni, poi balbettò: «Io afermi imbarcato per tornare a casa. Basta guerra.» «E ti sei rifugiato sulla mia nave?» chiese il Corsaro. «Io non afere feduto altre quella notte.» «Quale notte?» «Del bombardamento del forte di Moultrie.» «Ma dove ti trovavi tu?» «Su pastimento chiamato Bristol.» «Quello che abbiamo mezzo distrutto a cannonate?» «Ja, patre.» «Ah, furfante!», gridò Testa di Pietra balzando avanti e mostrandogli i pugni. «Il mio comandante tuo padre?… Tu non sei, che io sappia, figlio di qualche principe prussiano per potere sperar tanto.» «E tu, patre?», balbettò il disgraziato. «Io sono un altro uomo, mio caro pirra pirra; io non sono un Baronetto…» «Chetati, vecchio», gridò il Corsaro. «Se son vecchio, gettatemi in mare», rispose il Bretone. «Corpo di tutte le salsicce di mastro Taverna e di tutti i campanili del mondo intero! Ecco come finiscono i fedeli marinai che hanno esposto tante e tante volte la pelle per salvare il loro comandante e la sua nave!» «Vecchio mio,» disse sir William con voce raddolcita, «invece di chiacchierar tanto, và un pò a vedere se questi signori hanno preparato qualche miccia presso la Santa Barbara.» «Corpo…» «Di pirra pirra!», gridò Piccolo Flocco, slanciandosi dietro al mastro, il quale era accompagnato da parecchi marinai muniti di lanterne. Il timore di poter saltare da un momento all’altro e di vedersi squarciare sotto i piedi la corvetta, aveva impressionato tutti. Perfino il signor Howard era diventato pallido ed aveva guardato intensamente sir William, come per chiedergli se la Tuonante stava per finire i suoi giorni. Ma il Baronetto, sempre calmo, afferrò per un braccio il Tedesco e dopo averlo costretto a sedersi su un cannone, gli disse con voce minacciosa: «O tu, Hulbrik, confessi tutto, o prima che il sole spunti, penderai all’estremità del contrappappafico. Abbiamo a bordo il carnefice di Boston.... Lo hai conosciuto, mi pare.» «Ja, ja.» «Parla dunque, se ti preme di salvare la pelle.» «Io folere tornare in Germania. Io aferfelo già detto.» «Ma la mia nave, mio caro, non va in Europa.» «A me non importare. Io folere scappare America.» «E ti sei imbarcato, mi hai detto....» «Durante pompardamento.» «Con tre compagni?» «Ja, ja.» «E ti sei nascosto nella sentina o nella Santa Barbara? Canta, amico, canta ancora. Mi hanno detto che le tue tasche sono piene di sterline. Gl’Inglesi non pagano troppo generosamente i mercenari che rapiscono ai piccoli Stati della Germania. Rovesciale e subito!» disse il Corsaro, armando una delle due pistole che portava alla cintura. L’Assiano, spaventato, si affrettò a obbedire, e tosto una pioggia di monete d’oro, di vera zecca inglese, cadde sulla tolda. «E voi?», disse il Corsaro minacciando gli altri. I tre disgraziati titubarono un po’, diventarono lividi, poi si scaricarono anch’essi di quell’oro troppo compromettente. Proprio in quel momento Testa di Pietra, Piccolo Flocco e due dozzine di marinai sbucarono dal boccaporto di maestra, strepitando come ossessi; e fra tutti i campanili del Bretone, il Baronetto raccolse questa sola parola: «Una bomba!» «Silenzio!», comandò il Corsaro. «Qui vi sono dei moribondi che non vedranno domani il sole illuminare l’Atlantico… Testa di Pietra, lascia le tue esclamazioni e parla, lesto.» «Una bomba, mio comandante.» «Scoperta dove?» «Presso la tramezzata della Santa Barbara con una miccia lunga due metri. Corpo di… ci facevano saltare tutti senza nemmeno dirci: guardatevi.» «Era accesa la miccia?» «Non ancora.» «Sta bene: essi pagheranno il loro tradimento.» Trattenne mastro Hulbrik, stringendogli fortemente un polso fino a fargli scricchiolare fosso, poi fece un segno al signor Howard. Tosto dieci gabbieri si precipitarono sui compagni di mastro pirra pirra, e a suon di pugni li cacciarono nella batteria di babordo, mettendo loro i ferri. «Ora, mastro Hulbrik,» disse il Corsaro, sedendosi su di un barile che si era trovato quasi fra i piedi, «sciogli la lingua e bada a quello che dici.» «Patre…» balbettò l’Assiano. «Lascia andare il patre. Io non sono uomo da commuovermi. Chi vi ha consegnate quelle due bombe e quella miccia?» Il Tedesco si grattò prima un orecchio, poi l’altro guardando ostinatamente le punte delle sue scarpe. «Corpo d’un campanile e delle trenta corna di bisonte di mastro Taverna!», gridò Testa di Pietra. «Non vorrai darci a bere che una cannonata, che nessuno ha sparata in questo momento, ti ha fatto diventar sordo. Su, su, snocciola, furfante!… Io ti ho dato birra, salsicciotti e qualche buona sterlina, e tu studiavi il mezzo di mandarmi diritto non so se all’inferno o nel purgatorio, poiché in paradiso non spero di entrare.» «Patre....» «Ma che patre d’Egitto!… Su, su, canta, canta! Il comandante vuol saper tutto.» «Lord Clinton....», rispose finalmente il Tedesco, dopo un lunghissimo sospiro che pareva non dovesse terminar più. «Per far saltare la mia corvetta?», chiese il Corsaro, a denti stretti. Il Tedesco fece un cenno affermativo. «Non ci entrerebbe per caso in questo infame tradimento il marchese d’Halifax?» «Io afer udito lord Clinton parlare del Marchese.» «Ah, cane d’un fratello!» urlò il Corsaro, balzando in piedi cogli occhi fiammeggianti e il viso sconvolto da una terribile collera. «Non gli è bastato rubarmi la fidanzata!…Ricorre anche ai tradimenti per farmi morire.» Girò tre o quattro volte intorno al barile come un vero pazzo, poi fermandosi dinanzi all’Assiano, gli disse: «Quanto vi hanno dato?» «Cento sterline.» «E per una somma così misera voi, furfanti, mandavate in aria duecento uomini!» «No uomini, patre. Sola nave saltare. Io non afrei lasciato morire amico testa grossa.» «Sì, tu venivi a prendermi dolcemente per braccio e mi offrivi una scialuppa», disse il Bretone, «e mandavi i miei camerati tutti all’inferno! Ah, mangiator di candele!…» «Conducete via quest’uomo», gridò il Corsaro. «Un momento, mio comandante,» disse Testa di Pietra. «Voglio che mastro Hulbrik mi dica se per caso suo fratello Wolf, che mi aiutò ad introdurmi nel castello d’Oxford, si trova imbarcato sulla fregata del Marchese.» «Sì, patre,», rispose l’Assiano. «Corpo…» «Giù campanili, Testa di Pietra,» disse Piccolo Flocco. «Qui ci stanno bene tutti.» «Avete udito, sir William?», chiese il Bretone al comandante. «Suo fratello è imbarcato sulla fregata. Io conosco quel bravo giovanotto. Eh, non si sa mai!…» Il Baronetto non gli rispose. Si volse invece al suo secondo e gli disse: «Signor Howard, staccate una baleniera, recatevi a bordo delle navi americane ed avvertite i comandanti di quanto qui è avvenuto. Dite che visitino attentamente le loro stive e le loro batterie, poiché lord Clinton avrebbe potuto farvi imbarcare di nascosto delle canaglie per distruggere completamente la prima flotta americana.» «Subito, comandante,» rispose il secondo. «Il vento è debole; avrò tutto il tempo necessario per compiere la mia missione e raggiungervi senza obbligarvi a mettere in panna.» Il Corsaro rimase qualche istante sul ponte, guardando distrattamente i marinai che stavano calando la grossa baleniera; represse un sospiro e discese nel quadro. «Tempesta!» disse il Bretone, il quale lo aveva seguito colla coda dell’occhio. «Quella bionda miss finirà col farlo impazzire.» «E mastro pirra pirra?» chiese Piccolo Flocco. «Affare serio! Quel giovanotto non vedrà più la Germania.» «Che il comandante faccia appiccare anche lui? Dovrebbe ricordarsi che quel povero diavolo ha rischiato più volte, a Boston, di finire in fondo a qualche fossato con sei palle nella schiena invece che nel petto.» «È vero,» rispose Testa di Pietra, il cui viso si era molto rabbuiato. «Io credo bensì che non finirà forse male per lui… per lui solo, vè! Per gli altri non rispondo. Credo che domani faranno quattro salti sotto il pennone di maestra con un buon laccio al collo… Ah, diavolo! bisognerebbe salvarlo Hulbrik.... Sì, salvarlo! ma come?» Ad un tratto si battè la fronte così forte, che Piccolo Flocco credette per un momento si fosse sparata una pistolettata. «E così, mastro?» chiese il gabbiere un po’ spaventato. «Vuoi ammazzarti?» «Un’idea!…» Saltata fuori con quel pugno, che avrebbe sfondata la fronte di qualunque altro uomo che non fosse bretone?» «È un’idea magnifica. Senti: ti ricordi come salvammo il Baronetto proprio mentre gl’Inglesi stavano per appiccarlo?» «Lo ricordo benissimo. Fu il coltello del carnefice di Boston che gl’impedì di rompersi l’osso del collo.» «Và a chiamarmi quel brav’uomo e conducilo a prora. Lesto, Piccolo Flocco.» «Come uno scoiattolo,» rispose il gabbiere. Il mastro aspirò una buona boccata d’aria marina, diede uno sguardo alle vele ed un altro alla baleniera, che guizzava rapidissima, sotto la battuta di dodici remi, verso le navi americane che s’avanzavano lentamente, essendo il vento debolissimo. Tirò fuori la sua storica pipa, ancora intatta malgrado le tante avventure provate dal suo proprietario, la caricò per bene, e dopo averla accesa, andò a sedersi sul pezzo favorito, il pezzo da caccia prodiero di babordo. «Forse ho risolto un gran problema,» mormorò, dopo essersi avvolto in una nuvola di fumo. «Il Baronetto salterà, ma bà!… Al vecchio mastro molte cose si perdonano.» 5. Le quattro esecuzioni Cinque minuti dopo, Piccolo Flocco montava sul castello di prora in compagnia d’un uomo di mezza età, assai barbuto e molto robusto: era il carnefice di Boston che i lettori dei Corsari delle Bermude non avranno dimenticato. «Mio povero amico,» disse Testa di Pietra al poco simpatico uomo, io vi avevo promesso, arrolandovi fra i marinai della corvetta, di farvi lasciare per sempre tranquilli i vostri lacci più o meno insaponati; ma sono accaduti qui certi fatti che richiedono il vostro aiuto. «So di che si tratta,» rispose il carnefice con un mesto sorriso. «Piccolo Flocco mi ha spiegato tutto.» «Col comandante non v’è da scherzare, e sarete purtroppo costretto a riprendere domani mattina l’antico mestiere.» «Dite l’infame mestiere.» «Questo non è il momento di discutere. Nella vostra cassa suppongo che avrete una buona scorta di corde da appiccare.» «Sette o otto.» «Bastano quattro. Tre li manderete diritti all’altro mondo a vedere se per caso infuria anche là la guerra a colpi di crani di morti, di stinchi e di costole; ma il quarto lo salverete, sventrando il laccio come faceste quella volta per il signor Mac-Lellan. Che mi rispondete, signor carnefice di Boston?» «Non mi chiamate più così.» «Vi chiamerò allora mastro Impicca. Vi va?» Il carnefice alzò le spalle e sorrise dicendo: «Farò come volete. Ma se ne accorgerà il comandante?» «Non ve ne occupate: quando quel povero giovane sarà caduto mezzo strangolato, penserò io a chieder la sua grazia. Diamine!… Quel mangiatore di salsicciotti ha pur fatto qualche cosa per noi durante l’assedio di Boston. Se l’operazione, come spero, riuscirà, vi prometto un pizzico di sterline: la mia paga d’un mese.» L’uomo barbuto scosse violentemente la testa esclamando: «Da voi dell’oro? Da voi che foste il primo uomo a stringermi la mano? No, Testa di Pietra; gettatelo piuttosto ai pesci.» «Ce lo berremo allora in compagnia di Piccolo Flocco. I pesci non hanno mai avuto bisogno di moneta.» «Siamo intesi,» rispose mastro Impicca. (D’ora innanzi lo chiameremo così anche noi.) Diede una buona stretta di mano a quel mattacchione di Testa di Pietra e discese silenziosamente la scaletta del castello, scomparendo fra le tenebre. «Uhm!» fece il giovane gabbiere quando furono soli. «T’impegni in una avventura che non si sa come può finire.» «Se il comandante si accorgerà del tiro, mi faccia fucilare, non impiccare,» rispose il Bretone, riaccendendo la pipa. «Ma io conosco il Baronetto e son sicuro che ci farà una risata… Ecco la baleniera del signor Howard che torna. Che anche sulle navi americane penzolino domani alla brezza dei grappoli umani?» S’ingannava. Nessun soldato o marinaio tedesco o inglese era stato scovato a bordo della piccola squadra. Lord Clinton, grande amico del marchese d’Halifax, non si era occupato che della Tuonante, per far saltare in pieno Atlantico il terribile Corsaro e tutta la sua ciurma. «Mastro Impicca non avrà gran lavoro,» disse Testa di Pietra a Piccolo Flocco. «Furfante di Marchese! Era proprio con noi che l’aveva! Ah, se mi cadesse fra le mani… Non hai udito che una grande tempesta, scoppiata nell’Atlantico settentrionale, ha sgominato la flotta di lord Dunmore?» «E che importa a noi della squadra di lord Dunmore?» «Importa perché insieme con le sue navi si è imbarcata la fregata del marchese d’Halifax. Quella nave doveva essersi fermata al largo per riparare i suoi danni e turare soprattutto i suoi buchi. Ora si dice che sorpresa dal ciclone, che devasta da più settimane le coste della Virginia, non abbia potuto raggiungere le navi di lord Howe, e che cerchi un rifugio verso il sud invece che verso il nord. Mi hai capito?» «Non sono sordo.» «Allora andiamo a bere un gocciolino nella mia cabina, e poi andremo a trovare mastro pirra pirra.» «O meglio paca paca,» disse il gabbiere. «T’ha fatto pagare tanto alla taverna delle Trenta corna di bisonte!» «Tuttavia non sono né più ricco né più povero di prima.» Attraversarono silenziosamente la coperta, vegliata solamente da un drappello di marinai, poiché non vi era bisogno di eseguire nessuna manovra, essendo la brezza sempre debolissima, e scesero nella batteria, dove si trovavano i quattro prigionieri, guardati da quattro uomini armati di fucili colle baionette inastate. Una grossa lanterna illuminava il luogo, proiettando qua e là luci e ombre strane. «Camerati, lasciatemi parlare con quell’uomo,» disse il Bretone indicando mastro pirra pirra, il quale stava seduto su un basso sgabello coi ferri alle mani e ai piedi. Non sembrava gran che preoccupato della sorte che lo attendeva, ed anche i suoi compagni si mantenevano assolutamente tranquilli, come se si fossero già rassegnati ai tristi casi della guerra. D’altronde, lasciando i loro paesi soggetti a piccoli principi tedeschi, grandi arrolatori di gioventù, sapevano bene che non tutti sarebbero ritornati vivi. Hulbrik, vedendosi dinanzi il Bretone, spalancò gli occhi, lo guardò fisso con un lampo di speranza e disse: «Tu, patre, afere fatto bene fenire a trofarmi.» «Perché?» chiese Testa di Pietra. «Io domani essere morto. Io afere mie tasche trenta sterline. Te le lascio, patre. Io non federe più mai mia bionda fanciulla,» aggiunse il disgraziato con un lungo sospiro. «Mio cuore Gridare, Gridare suo nome… Povera Rita! Io dofevo sposarla dopo la guerra: ora tutto crollato intorno a me. Notte piombata, notte oscura, popolata di pestie alate che Gridano: Hulbrik, sei morto!» «Povero giovane!» sospirò Piccolo Flocco, passandosi il dorso di una mano sugli occhi. Testa di Pietra cercava di mostrarsi duro, ma era costretto a fare degli sforzi per non imitare il giovane gabbiere. Avevano un cuor d’oro que’ due Bretoni che né le crude battaglie né gli spaventosi abbordaggi avevano potuto guastare. Il Tedesco stette un momento silenzioso, colla testa bassa come se volesse nascondere delle lagrime, poi rispose: «Io non afer mai afuto paura della morte: ho lasciato mio paese, mia vecchia madre, mia casetta, per andare alla guerra. Io non sperare rivedere mia pona e pionda fanciulla, perché maledetta guerra non risparmia i giofani. Ma morire piccato, con cordone al collo e lingua fuori!… Orrore!… Mi facciano fucilare.» Testa di Pietra si curvò su di lui e gli sussurrò in un orecchio alcune parole. L’Assiano trasalì, e il suo viso si rasserenò a un tratto. «Non udire più prutte pestie nere a Gridare,» disse a mezza voce. «Erano i pipistrelli che popolano le notti eterne dell’altro mondo,» rispose il Bretone. «Io spero bensì di non fartele più vedere.» «E i miei camerati?» chiese Hulbrik. «Non pensare a loro: io non posso fare miracoli. Ci rivedremo all’alba. Non aver paura di mastro Impicca, e lasciati mettere il laccio al collo senza protestare. Cadrai subito e probabilmente fra le mie braccia.» «Grazie, patre.» Testa di Pietra e Piccolo Flocco, non poco commossi, si fermarono un pò nella loro cabina per riprendere animo, con alcuni bicchierini di gin, poi risalirono in coperta. La corvetta s’avanzava pesantemente sulla larga ondata dell’Atlantico, scotendo tutte le sue artiglierie. Il vento era quasi cessato, perciò anche le navi della squadra americana erano rimaste quasi in panna a un mezzo miglio di distanza verso ponente. Il Baronetto era già in coperta e passeggiava nervosamente, borbottando e facendo dei gesti che parevano di minaccia. «Lo vedi?» chiese il Bretone al giovane gabbiere. «Lo hanno reso infelice con un infame tradimento. E dire che nelle vene di quei due uomini, si chiamino Halifax o Mac-Lellan, scorre quasi il medesimo sangue.» «E il signor Howard?» «È al timone. Quando soffia tempesta nel cuore del comandante, vira di bordo e non torna se non si chiama. Sai, d’altronde, che il nostro secondo è un pò orso. Rimani qui.» «Che cosa vuoi fare?» «Tagliare la bordata al Corsaro.» «Scatenerai un uragano indemoniato.» «Sono di Batz, io, ed ho il pelo quasi bianco, monello!» rispose Testa di Pietra. «Egli non mangerà il suo vecchio e fido mastro che comanda i pezzi della coperta. Sono troppo necessario io a bordo di questa corvetta. Contrabbraccia a babordo!» Il Bretone descrisse una specie di zig-zag e andò a cacciarsi fra i due alberi di trinchetto e di maestra, invadendo il terreno che batteva il Corsaro. Questi dapprima non aveva fatto attenzione a lui. Andava e veniva, colla testa bassa, le braccia incrociate, come se un vento d’uragano lo spingesse, facendolo virare proprio dinnanzi all’uno e all’altro dei due alberi. Ma il Bretone ad un tratto si trovò sul passaggio di lui. «Mio comandante,» disse saltando lestamente da un lato, «scusate se vi ho disturbato.» Sir Mac-Lellan si arrestò fissando il fedele marinaio, e dopo un breve silenzio gli disse: «Dove sei stato tu, vecchio mio, poco fa?» «Nella batteria, mio comandante.» «A parlare con Hulbrik?» «Corpo di tutti i campanili! Ci sono delle spie a bordo della Tuonante?» gridò il Bretone, con uno scatto di collera. «No, ti ho veduto io.» «Se vi fosse stato un delatore, l’avrei accoppato con un pugno nel cranio. Io ho sempre odiate le spie.» «Non fioriscono sulle terre bretoni?» «No comandante.» Sir Mac-Lellan girò su se stesso due o tre volte, poi le sue mani piombarono sulle robuste spalle del mastro. «Che cosa ti ha detto quell’uomo che domani non sarà più nel numero dei viventi?» gli domandò. «Mi parlava della sua bionda fanciulla, alla quale doveva unirsi dopo terminata la guerra.» «Una fanciulla bionda!…» esclamò il Corsaro. «Sì, mio comandante: le tedesche, come le inglesi, sono quasi tutte bionde: lo sapete meglio di me.» Il Corsaro fece un balzo e un gesto di rabbia. «Peste!» gridò. «A chi, mio comandante?» chiese Testa di Pietra. «A te ed a tutti i Bretoni della terra!» E riprese la furiosa passeggiata, come se l’uragano fosse diventato ciclone; ma dopo aver fatto pochi passi, tornò come un bolide addosso al Bretone, il quale lo aspettava di piè fermo. «Ti ha detto che doveva sposare una fanciulla bionda?» gli chiese con accento strano. «Sì, mio comandante.» Il Corsaro sospirò a lungo, e tacque girando ancora una volta su se stesso, come se non potesse più frenarsi; poi, guardando Testa di Pietra, il quale lo aspettava sempre impassibile e sempre fidente, gli disse: «Quell’uomo, che è fidanzato ad una fanciulla bionda, non morrà!» «Quel traditore?» «La guerra è la guerra,» rispose il Corsaro alzando le spalle. «Ha ragione il più forte e il più astuto… Come si chiama la fanciulla bionda di quel Tedesco?» «Mary, mi pare,» rispose pronto il furbo Bretone. «Mary?» «Sì, comandante.» «Ed è bionda come Mary di Wentwort?» «Pionda, dice quel Tedesco nella sua lingua ostrogota.» «Ebbene, quell’uomo non morrà. I capelli biondi della sua fidanzata gli salvano la vita.» «Siete generoso, sir Mac-Lellan. Del resto, quel povero diavolo qualche importante servigio ce l’ha reso a Boston.» «Voglio peraltro salvare le apparenze. Gl’impiccati saranno quattro, ma uno cadrà per la rottura del laccio, come caddi io. Pensaci tu, e và ad intenderti…» «Con mastro Impicca?» «Ah, lo chiami così quel disgraziato?» «Non se n’offende, mio comandante, anzi…» «Digli che vuoti il laccio di Hulbrik, e quando cadrà, chiederai per lui la grazia, insieme coll’equipaggio… E ora vattene al diavolo!» Testa di Pietra fece una magnifica piroetta e se n’andò da Piccolo Flocco, il quale lo aspettava seduto su uno dei due cannoni da caccia poppieri. «L’Assiano è salvo,» gli disse. «Ah, i Bretoni di Batz! Nessuno li raggiunge per furberia… Non dire al comandante che la pionda dell’Assiano si chiama Rita invece di Mary: bada bene! Anzi, avverti anche Hulbrik… Il comandante è buono, ma una simile gherminella non la tollererebbe.» «Vado subito ad avvertirlo,» disse il gabbiere. Il Bretone, rimasto solo, sedette su un barile, ricaricò per la quarta volta la pipa e si mise a fumare furiosamente. Intanto la notte a poco a poco si dileguava, e verso oriente un barlume di luce, simile ad una striscia d’argento, si rifletteva sull’Atlantico. Le stelle cominciavano a impallidire. «Poveretti!» mormorò il mastro, lanciando in aria una boccata di fumo. «Ecco il brutto quarto d’ora per loro!» Il Corsaro continuava a camminare sempre nervosamente fra i due alberi, facendo segno di attendere ordini, ma d’un tratto interruppe la corsa; fissò a lungo la bianca luce che si diffondeva ormai rapidamente, tingendosi di striature rosee, poi si avanzò verso il Bretone. «È pronto tutto?» gli chiese. «Sì, mio comandante.» Fà collocare quattro barili sotto il pennone di maestra. Bada che il tuo Tedesco non si rompa le gambe.» «Sarò pronto io a riceverlo fra le mie braccia.» «Fà rullare i tamburi e conduci i condannati in coperta.» «Subito, mio comandante.» I marinai della guardia franca, udendo rullare cupamente sul cassero della corvetta i due tamburi, che ordinariamente servivano a battere l’ultima carica negli abbordaggi, salirono rapidamente, schierandosi lungo le murate di babordo e di tribordo. Erano tutti armati di carabine e di baionette, come se si preparassero a respingere un attacco. Un silenzio profondo regnava sulla corvetta, essendo il vento completamente cessato col sorgere del sole. Solamente i due tamburi rullavano sempre lugubremente. Il Corsaro era salito sul ponte di comando, e, com’era sua abitudine, passeggiava quasi rabbiosamente, non guardando nessuno in viso. Howard invece, al timone, fumava tranquillamente un grosso sigaro virginiano, avvolgendosi in una vera nuvola di fumo. Due colpi di tamburo ancora, più prolungati, più tetri, e poi i quattro tedeschi comparvero, guidati da Testa di Pietra e da mastro Impicca e scortati da un drappello armato. Venivano prima Hulbrik, poi i suoi disgraziati compagni, destinati ormai inesorabilmente a fare fagotto per il mondo misterioso, donde nessuno è mai tornato. Erano tutti pallidi, lividi, con gli sguardi smarriti, volti chi sa dove; forse all’orrore della morte imminente. Tutti e quattro indossavano una semplice camicia di tela grossolana, e avevano i piedi nudi. Nessuno era bendato. Mastro Impicca già, durante la notte, aveva disposto i suoi lacci fatali sotto il pennone di maestra, pendenti sopra quattro barili, che al momento opportuno dovevano essere tolti. Hulbrik si avanzava per primo; lo seguiva un altro Assiano, un giovanottone grassotto e biondo, con una corta barba un pò incolta; il terzo era un lungo magrone dagli occhi azzurri, il quale si faceva avanti tenendo la testa reclinata sul petto e le braccia abbandonate lungo il corpo. Non guardava nessuno: né le corde fatali, né i marinai che ingombravano le murate. Il quarto invece era un omiciattolo, dalla testa grossa e gli occhi sporgenti come quelli d’una lepre. Pareva il più coraggioso, perché guardava freddamente, ora le corde pendenti, ora i marinai. Sembrava in preda a una collera fredda, tradita da un movimento nervoso delle mascelle. Appena giunto presso i lacci, fissò intensamente la bandiera del Corsaro sventolante sul picco della randa. Si sarebbe detto che il colore rosso lo aveva affascinato. Il sole in quel momento si era alzato trionfante, cospargendo di pagliuzze d’oro le acque dell’oceano. La vita sorgeva, mentre sul cassero della corvetta i due tamburi continuavano il loro funebre rullio. Quale sinistro contrasto fra quel fiammeggiare di luce vivissima e le tenebre del di là che fra poco i tre disgraziati dovevano affrontare! Ad un cenno di mastro Impicca, sei marinai guidati da Testa di Pietra, il quale teneva d’occhio Hulbrik, si appressarono ai condannati e legarono loro strettamente le mani dietro il dorso, poi li aiutarono a salire sui barili fatali. Il Corsaro passeggiava sempre nervosamente sul ponte di comando, spingendo gli sguardi lontani sull’oceano, come se nulla volesse vedere; e il signor Howard continuava a fumare, come se la cosa non lo riguardasse affatto. Mastro Impicca cinse col laccio terribile il collo dei disgraziati, i quali sentendosi stringere dalla corda, fecero tutti istintivamente un gesto come per liberarsene; inutile gesto perché avevano legate le mani. Ad un tratto un comando secco echeggiò, coprendo il rullio dei tamburi. I barili furono subito levati di sotto i piedi degli sciagurati i quali, trovandosi a un tratto sospesi, agitarono disperatamente le gambe. Allora si udì un crac: il corpo di Hulbrik si staccò dal laccio fatale, e dopo aver urtato contro uno dei barili, cadde fra le braccia di Testa di Pietra. Tosto un grido solo si alzò fra i marinai schierati lungo le murate: «Grazia, capitano, grazia!» Interrotta la passeggiata, il Corsaro aveva dato uno sguardo sulla tolda della corvetta, e veduto quel briccon di Bretone che, senza aspettar l’ordine, si portava via l’Assiano, aiutato da Piccolo Flocco. «Grazia per quell’uomo!» ripeté l’equipaggio. «Sia!» rispose il Corsaro dopo un momento. Intanto gli altri tre disgraziati continuavano a tirar calci al vento. Ma dopo poco, e a breve distanza l’uno dall’altro, penzolarono immobili. Facevano paura. Il primo aveva i suoi occhi azzurri spalancati, naufragati in mezzo a qualche orribile visione; il secondo, con uno sforzo disperato, era riuscito a spezzare i legami ed era morto colle mani tese, rigidamente allontanate dal corpo, e il volto levato verso il cielo, colla testa un po’ reclinata sulla spalla sinistra; il terzo, quello che aveva fissata ostinatamente la bandiera della corvetta, dava ancora qualche segno di vita. Le sue gambe si allungavano scricchiolando, poi si contraevano con un movimento che andava diminuendo rapidamente. Il nodo scorsoio gli era passato dietro un orecchio, e perciò aveva potuto sopravvivere qualche pò ai compagni. Anche gli occhi suoi erano orribilmente spalancati. Forse quello strano soldato aveva fissata fino all’ultimo istante la bandiera della corvetta, perché quel rosso gli ricordava altri stemmi di principi germanici. Era quello che faceva più impressione. La sua testa era piegata sopra la spalla destra, e la lingua gli usciva nera dalle labbra, tra un fiotto di bava sanguigna. Il Corsaro attese qualche minuto, poi volgendosi al secondo, gli disse: «Signor Howard, sbarazzate la corvetta. Tre amache con tre palle di cannone: ecco la tomba del marinaio.» «E l’altro non lo fate riappiccare, sir William?» «Per ora no,» rispose asciutto il Corsaro. «Eseguite.» 6. La flotta fantasma Due giorni dopo quella triplice esecuzione, la piccola squadra, giunta di fronte alle coste virginiane, quasi all’altezza di Norfolk, veniva assalita dalle prime onde, che da un paio di settimane mettevano sossopra l’Atlantico settentrionale. Il cielo era diventato oscurissimo verso levante, e larghi nuvoloni, gravidi di pioggia o di tempesta, si stendevano sotto i soffi del vento, mentre nel loro seno brillavano vivissimi i lampi e brontolava quasi senza riposo il tuono. Anche le acque dell’oceano avevano assunto una tinta grigiastra come se si fossero mescolate alla vicina grande corrente del Gulf-Stream, che rimontava, costeggiando l’America orientale, verso il gran banco di Terranova. Si vedevano immensi stormi di uccelli marini, formati per lo più da rincopi, disgraziati volatili che, avendo il becco inferiore assai più corto del superiore, sono frequentemente esposti a dei lunghi digiuni. Fuggivano tutti verso ponente schiamazzando, per cercare un asilo più sicuro nelle scogliere della Virginia. Qualunque altra nave, vedendo quel temporale ingrossare e scendere ormai furiosamente verso il sud, si sarebbe affrettata a seguire l’esempio di quei prudenti volatili. Il Corsaro invece aveva segnalato a tutta la squadra di far fronte alla tempesta. Il giorno innanzi un piccolo legno corsaro che, prevedendo mare grosso, scappava in cerca d’un rifugio, aveva avvertito il Baronetto e i comandanti americani che la squadra di lord Dunmore, già sgominata dalle continue tempeste che l’avevano assalita durante la traversata dell’Atlantico, veleggiava verso il sud per cercare un punto di sbarco, che le era mancato sulle coste della Virginia per il valore di quegli stanziali e di quei piantatori. Or sapendo che la fregata del Marchese, rimasta assai indietro alle navi di Howe, per riparare forse i danni subiti nel combattimento colla Tuonante, si era imbrancata con quella squadra che gli Americani chiamavano fantasma, aveva deciso di tentare un colpo disperato, quantunque la tempesta rumoreggiasse spaventosamente. Tutte le precauzioni erano state prese per resistere ai grandi colpi di mare e per tentare un fulmineo abbordaggio contro la fregata: le imbarcazioni saldamente assicurate ai paranchi, i pezzi delle batterie strettamente frenati perché non prendessero la corsa, i grappini tesi sulle griselle basse, pronti a essere lanciati. Anche le quattro navi americane, che erano montate da intrepidi marinai, avevano prese le medesime precauzioni, e ridotta la velatura ai minimi termini, per non farsi subissare da qualche improvviso ed irresistibile salto di vento. Testa di Pietra e Piccolo Flocco, sempre insieme, osservavano dall’alto del castello di prora, mentre a pochi passi da loro stava seduto su una matassa di funi l’Assiano, ormai completamente rimessosi dalla semimpiccagione. «Uhm!» brontolò il Bretone, scotendo la testa e stringendo le pugna. «Questo si chiama veramente mare cattivo. E quando anche gli uccelli marini, che nulla hanno da temere, fuggono, le navi dovrebbero fare altrettanto.» «La Tuonante è stata costruita per le battaglie e le tempeste,» rispose il giovine gabbiere. «Per tutti i campanili della Bretagna! a me lo dici? Sì, salda, robusta, magnifica veliera; ma quando l’Atlantico infuria, v’è da pensarci due volte a sfidarne le onde.» «E assaliremo la squadra Dunmore in piena tempesta?» «Pare sia questa l’idea del nostro terribile comandante. Non daremo addosso che alla fregata, se è vero che si trova tra la squadra fantasma. Le navi americane s’incaricheranno del resto, se lo potranno.» «Vi è pericolo, Testa di Pietra, che questa volta si vada a dormire sott’acqua?» Il Bretone corrugò la fronte, poi disse: «Forse che i marinai non sono nati per finire, presto o tardi, in bocca ai pesci? Anche mio nonno fu divorato da un pescecane.» «E poi riuscì vivo per salvare la storica pipa.» «Sì, monello,» rispose Testa di Pietra. «E tu credi che avremo tempesta grossa?» «Vedrai fra un paio d’ore come la squadra ballerà disperatamente. Avremo spaventevoli colpi di vento e grandi colpi di mare. Bà, siamo i figli dell’oceano e corazzati contro le bufere.» Una raffica impetuosa si rovesciò in quel momento sulla corvetta, abbattendola bruscamente sul tribordo fino all’altezza degli ombrinali. Tutti i marinai balzarono ai bracci delle manovre, in attesa di ordini. Nessuno appariva impressionato dalla tempesta che stava per coglierli proprio sul cadere del giorno. Difatti il sole, dopo aver forato per qualche istante una gran nube nera galoppante per il cielo, era scomparso, e le tenebre piombavano, rotte solamente dai lampi, che si succedevano in gran numero. Il Corsaro ed il signor Howard, muniti ciascuno d’un portavoce, lanciavano con voce poderosa i comandi, i quali venivano seguiti dal fischietto di Testa di Pietra. Alle 8 l’oscurità era profondissima, tanto che l’equipaggio della Tuonante stentava a seguire le quattro navi americane, esse pure alle prese colla bufera. Sopra le tempestose nubi passavano di tratto in tratto dei rombi assordanti, che parevano prodotti da grossi carri pieni di lamiere di ferro lanciati a gran corsa. L’elettricità era intensa. Delle fiammelle si erano già mostrate sulle punte degli alberi, guizzando poi lungo le sartie e rimontando di quando in quando verso i pennoni di contrappappafico. La corvetta cominciava a rollare e a beccheggiare spaventosamente, tuffando impetuosamente il suo bompresso nelle onde insieme coi fiocchi che non erano stati chiusi per poter bordare più rapidamente al momento opportuno. Né le quattro navi americane soffrivano meno: tuttavia, secondo gli ordini ricevuti dall’intrepido Corsaro, seguivano la Tuonante quasi sulla sua scia, facendo fronte all’uragano. Verso le 10 lo stato dell’oceano era diventato veramente terribile. Colpi di mare, sollevati da furiosi colpi di vento, si abbattevano sulle navi, scompaginandole, nonostante le manovre dei marinai. Il fuoco di sant’Elmo guizzava sempre sulle cime degli alberi, accompagnato di quando in quando da certe palle fiammeggianti, grosse come aranci, che scoppiavano con gran fracasso come se fossero delle vere bombe. Testa di Pietra, come al solito, aveva preso posto sul castello di prora, tenendo molto a essere il primo ad avvistare la squadra inglese. Aveva un segreto rancore contro il puntatore della fregata, che aveva messo fuori di combattimento la corvetta, e non voleva lasciarsi sorprendere. Che mi passi solamente dinanzi, e scateno tutti e due i pezzi da caccia del castello!» disse Testa di Pietra. «Voglio la mia rivincita.» «Con questa tempesta? Come potrai puntare?» «Lascia pensare a me, monello! Sono di Batz io!» A mezzanotte la squadra si trovava all’altezza della baia di Chesapeake, ottimo rifugio per qualunque nave, essendo molto profonda e ben riparata. Il Corsaro invece intraprese risolutamente la lotta contro l’uragano che l’assaliva da oriente. Cercava la squadra inglese, ben deciso a piombarci in mezzo e sgominarla, checché dovesse succedere, pur di correre all’abbordaggio della fregata. Alle due del mattino, nel momento in cui la luna faceva capolino fra due gigantesche nubi, si udì Testa di Pietra gridare: «Navi dinanzi a noi! In batteria gli artiglieri!» Il Corsaro ed il signor Howard erano saliti sul castello di prora, dove il Bretone continuava a sbracciarsi ed a lanciare comandi. Parecchi punti luminosi danzavano sulle creste altissime dell’Atlantico, formando un gruppo, il quale peraltro di quando in quando si scioglieva sotto le furiose raffiche di levante. «Non può essere che la squadra di lord Dunmore,» disse il Baronetto al signor Howard. «Quella di Howe ormai dev’essersi rifugiata nei porti del nord,» rispose il secondo. Che cosa mi consigliate, voi?» domandò Mac-Lellan. «Io, sir, segnalerei alle navi americane di lasciar passare la squadra e di mettersi poi in caccia. Si dice che quelle navi siano rovinate, che vi siano a bordo più malati che combattenti; tuttavia io penso che cacciarsi là dentro con questa tempesta, la quale non ci permetterebbe di montare all’abbordaggio, sarebbe una grave imprudenza. E poi come scoprire la fregata con questa oscurità?» «Vi sono i lampi.» «Non insistete, sir William: lasciamola passare e perseguitiamola in coda. Tenteremo d’isolare la nave del Marchese e di catturarla. Le combinazioni non mancano.» «Avete ragione, signor Howard,» rispose il Baronetto con un sospiro. «Testa di Pietra!» chiamò. «Segnala coi fanali alle navi americane di lasciar passare quelle inglesi e di mettersi poi in caccia.» «Non si menano le mani dunque stanotte?» «No, vecchio mio.» «Peccato! Ero proprio in vena di montare all’abbordaggio.» «Con questo pò pò di mare?» osservò il signor Howard. «Oh, a noi Bretoni fonda alta non fa scappare il piede!» «Segnala, Testa di Pietra,» comandò il Baronetto. «Fanali rossi, azzurri, gialli e bianchi a suo tempo.» Scambiò alcune parole ancora col suo secondo, che era stato incaricato della sorveglianza dei timonieri, poi passò rapidamente in rassegna gli uomini della tolda. Tutti, malgrado le furiose scrollate che subiva la Tuonante, erano al loro posto: i gabbieri a riva, i fucilieri dietro le brande arrotolate sulle murate, gli uomini di manovra ai bracci delle vele, gli artiglieri dietro ai pezzi da caccia. E giù nelle batterie, tutto era pure pronto per impegnare la battaglia. Testa di Pietra segnalò alle quattro navi americane l’ordine del Corsaro, poi raggiunse il suo pezzo favorito a babordo di prua, dove già Piccolo Flocco lo aspettava. La squadra inglese intanto, travolta dalla tempesta, s’avvicinava nel massimo disordine. Gli Americani l’avevano chiamata la flotta fantasma e non si erano ingannati. Era partita due mesi prima dai porti dell’Irlanda carica di diecimila mercenari che lord Dunmore sperava di condurre per tempo dinanzi a Boston e metterli a disposizione di lord Howe, ignorando ancora che la piazza era già caduta. Tempeste terribili l’avevano assalita in mezzo all’Atlantico, e giunta finalmente in America, ed appreso da alcune navi inglesi che Boston era stata presa, lord Dunmore si era rivolto verso la Virginia per tentarne la conquista. Ma una cattiva stella perseguitava quella disgraziata squadra. Ancoratasi alle foci dei fiumi, trasudanti il vomito prieto, ossia la febbre gialla, il terribile male era scoppiato a bordo, poi giunta ai forti virginiani, questi l’avevano respinta a colpi di fucile e di cannone. Priva di rifugio, piena di malati, coi viveri e le provviste di acqua guasti, sorpresa novamente dalle tempeste, aveva dovuto ricacciarsi nell’Atlantico senza una meta fissa. Gli uomini morivano a centinaia; le navi deperivano di giorno in giorno; tutto mancava a quella disgraziata flotta destinata a fare una fine disastrosa, come vedremo in seguito. Se il mare fosse stato tranquillo e il sole ancora alto, per la squadra dei corsari sarebbe stata la migliore occasione per precipitarsi su quella flotta disorganizzata e montata più da moribondi che da sani; ma con quella tempesta, sarebbe stata una imperdonabile imprudenza. Unica cosa da farsi era perseguitarla tenacemente, distruggendo o catturando le retroguardie formate da legni sottili per lo più. «Corpo d’un campanile alto come la torre di Babele!» esclamò Testa di Pietra. «Ci rovinano addosso.» «Chi? Babele?» «Tu, Piccolo Flocco, hai avuto per maestro un asino.» «Non ne ho mai avuti, camerata. Preferivo andare alla pesca dei granchi e delle ostriche. Bisognava aiutare la famiglia in qualche modo; e i pani, diceva mio nonno, non nascono sui banchi della scuola pei futuri marinai.» Testa di Pietra si mise le mani sui fianchi, poi scoppiando in una risata, disse: «Ed io preferivo d’andarmene alla pesca delle dorate e dei granchi. Nemmeno mio padre aveva fatto fortuna sul mare; era molto se si viveva e assai stentatamente. Tu devi sapere, monello, che nei nostri villaggi la miseria regna sovrana, perché il pesce non rende abbastanza… Corpo della torre di Babele!… Ci sorpassano.» «Era un campanile quella torre?» «Che ne so io?» rispose il mastro. «Mi ricordo che un giorno il vecchio parroco ci narrò la storia di una grandiosa torre che avrebbe dovuto toccare il cielo. Dove si trovi poi, và a cercarla tu, perché io non lo so davvero. Ma ora bastano le chiacchiere, Piccolo Flocco!… A me, artiglieri!» Sei uomini si precipitarono sul suo pezzo favorito, armati di scoponi e muniti di mastelli d’acqua. La squadra inglese, travolta dall’uragano, sfilava in pieno disordine a meno di due miglia sottovento. L’oscurità era diventata così profonda in quel momento, che non si potevano scorgere altro che i fanali, i quali subivano di quando in quando dei balzi spaventevoli. Se le grosse ondate dell’Atlantico tribolavano la disgraziata squadra fantasma, facevano passare dei brutti momenti anche alla corvetta ed alle quattro navi americane, le quali, essendo meno maneggevoli, od avendo equipaggi non completi, faticavano assai a tenersi un pò unite. L’oceano rumoreggiava sinistramente. Mille ruggiti e mille fischi uscivano dagli avvallamenti delle pareti, ripercotendosi con intensità strana, impressionante. La corvetta e le quattro navi americane lasciarono sfilare le navi inglesi; poi si misero in caccia, cercando di mantenersi in gruppo; caccia terribile ed estremamente pericolosa, poiché la squadra di lord Dunmore non contava meno di venti navi fra grosse e leggiere, ed un incontro era da temersi. Verso le tre del mattino, alla notte profonda successe un’altra notte di fuoco. Lampi lividi spaccavano in due il cielo, scatenando mille fragori. Sugli alberi, sulle sartie, sui pennoni delle navi correvano novamente i fuochi di sant’Elmo, sbizzarrendosi come folletti. Di quando in quando palle grosse come aranci, tutte scintillanti, che giravano su se stesse con spaventosa rapidità, calavano dalle tempestose nubi, e dopo aver descritto delle strane evoluzioni, scoppiavano come vere bombe, spandendo un acuto odor di zolfo. Sir William ed il signor Howard, approfittando di tutto quel lampeggiare, erano saliti sulla coffa della maestra, muniti di fortissimi canocchiali. Essi cercavano di scoprire la fregata, non essendo ancora ben sicuri che si trovasse fra le navi di lord Dunmore. «Il Capitano vuol farsi fulminare da qualcuno di quegli aranci che Domeneddio si diverte a mandarci…» disse il Bretone. «Sono bombe?» chiese Piccolo Flocco. «Quasi; ma sono più pericolose, perché se una ti coglie, ti asfissia sul colpo.» «Ci mancano le bombe degli Inglesi per completare la festa.» «Hanno troppo da fare contro la bufera per occuparsi ora di noi. Nessun puntatore, con questo rollio, sarebbe capace di mandare a destinazione una palla.» «Hai dimenticato il puntatore della fregata del Marchese che ci ha così bene disalberato?» La fronte di Testa di Pietra a quel ricordo s’increspò. «Dove l’Halifax ha scovato quell’artigliere? Se ce lo troveremo ancora dinanzi, altri malanni recherà alla corvetta.» «Ma noi non resteremo colle mani ai fianchi,» disse il giovane gabbiere. «Pezzi grossi ne abbiamo anche noi, con palle incatenate, ed un buon puntatore non ci manca.» «Chi è?» «Tu.» Il Bretone scrollò la testa e disse con un sospiro: «Invecchio, Piccolo Flocco!» «Ma che? quelli di Batz sono giovani anche a cent’anni! Scommetto che quel tuo famoso nonno sparava…» «Ah, furfante!…» lo interruppe il Bretone, «lascia stare quel brav’uomo: valeva Jean Bart… Saldi in gambe! Assicurate i pezzi! L’Atlantico si scatena.» Difatti l’oceano, dopo una breve calma, tornava rabbioso all’assalto delle navi scagliando delle ondate di dieci e perfino di dodici metri, ondate che di solito non s’incontrano che al Capo Horn. Giungevano le liquide montagne rumoreggiando, muggendo, tonando, colle creste irte di schiuma fosforescente, e si abbattevano senza misericordia sulle due squadre, mettendo a duro cimento l’abilità dei piloti e dei marinai. Malgrado le spaventose scorribande, il Baronetto e il signor Howard non avevano lasciata la coffa di maestra. Volevano scoprire la fregata; cosa non difficile, poiché, come abbiamo detto, alla notte buia era succeduta una notte di fuoco. Immensi lampi si proiettavano sulla fuggente squadra, tutta avvolgendola in una tinta cadaverica. I fulmini si succedevano ai fulmini, le palle elettriche cadevano, la gran voce del tuono vinceva i ruggiti del mare, ciò nondimeno la caccia continuava accanita. La corvetta, senza badare se era seguita dalle quattro navi americane, stringeva il vento per piombare sul fare del giorno, se lo stato del mare lo avesse permesso, in mezzo alla squadra di lord Dunmore e pescarvi la fregata, magnifica e salda veliera, che sormontava le onde come se fosse un guscio di noce, tenendo fieramente testa ai furori dell’Atlantico. Già la notte stava per alzarsi, quando la voce del Corsaro, quella voce metallica, incisiva, scese dalla coffa dominando per un istante i ruggiti del vento e i fragori delle onde: «La fregata!» Testa di Pietra fece un salto, girò due volte su se stesso come una trottola, e gridò: «Corpo della torre di Babele! La fregata! Ah, questa volta quel dannato puntatore avrà da fare i conti con me!» «Preferirei un abbordaggio,» disse Piccolo Flocco. Con questo mare?» «Si picchia dentro.» «E si va tutti in bocca ai pescicani. Tu non diventerai mai un ammiraglio.» «Mio padre non era che un pescatore.» «Anche i pescatori possono diventare comandanti di squadra, quando hanno sangue freddo e pugno saldo al timone… Ma basta con le chiacchiere. Ai pezzi, artiglieri! Le onde si spianano ed il vento cede. Bruceremo della buona polvere. Corpo di tutti i campanili e di tutte le torri della Bretagna! Voglio rendere alla fregata il colpo che ci ha regalato…» «Vuoi un paio d’occhiali?» «Và all’inferno! Sei un vero monello!» 7. L’abbordaggio Una raffica impetuosa aveva aperto un grande squarcio fra le nubi addensate verso oriente, ed un gran fascio di luce biancastra si era proiettata sull’oceano, mostrando d’un colpo solo tutta la squadra inglese che l’uragano spingeva verso sud. Le onde cominciavano a spianarsi, pur mantenendosi sempre abbastanza alte, da non permettere né tiri di bordata, né arrembaggi. Le navi inglesi fuggivano disperatamente dinanzi all’uragano, cercando un porto qualunque ove rifugiarsi, ma era difficile trovarlo, poiché gli Americani le inseguivano dappertutto: nella Carolina, nella Georgia, nella Florida. Avevano giurato l’esterminio di quella flotta fantasma, che colle sue improvvise comparse, ora su una costa, ora su un’altra, metteva sottosopra stanziali e coloni. Il Corsaro aveva dato subito l’allarme, ordinando: «Tutti gli uomini ai pezzi! Fate quello che potete.» Quindi soggiunse volgendosi al signor Howard: «Cerchiamo di separare la fregata. Delle altre navi non m’interesso. A loro penseranno gli Americani.» «Mi occuperò io di questo affare, sir William,» rispose il secondo. «Prima la fregata sarà tagliata fuori.» «Non impegnatevi a fondo in mezzo alla squadra. Temo il puntatore della fregata, che ci ha disalberati così abilmente. Vorrei sapere dove l’ha scovato mio fratello!» «Volete che ve lo dica francamente, sir William?» disse il luogotenente. «Ho paura anch’io di quel puntatore.» «Ma, anche Testa di Pietra imbrocca bene i suoi tiri. Bà! monteremo all’abbordaggio e, perdio! il Marchese mi cederà la mia Mary… Al timone, signor Howard. Sorvegliate attentamente gli uomini del cassero.» «Ne rispondo io.» La corvetta si era messa vigorosamente in caccia, piombando addosso alla retroguardia inglese, formata tutta di navi leggiere ed antiquate. Di là da quella barriera, fiancheggiata da una mezza dozzina di navi d’alto bordo assai sgangherate, navigava la fregata del Marchese. L’allarme era stato subito dato, ed i cannoni già facevano udire la loro possente voce, con poco successo bensì, poiché il mare era ancora troppo mosso e impediva ai puntatori di prendere la mira. Le navi americane, avvertite con segnalazioni di bandiere dell’audace progetto del Corsaro, si erano messe animosamente dietro alla Tuonante, per essere pronte ad aiutarla nel gran momento, ed avevano impegnato un vivace combattimento contro cinque o sei piccoli avvisi veleggianti sui fianchi della flottiglia. Ma, come abbiamo detto, era polvere sprecata. Il pezzo da caccia di Testa di Pietra tonava con intervalli di appena mezzo minuto, celerità massima per quei tempi; eppure il Bretone arrabbiato, se la prendeva con tutti i campanili della terra. Sempre le medesime parole uscivano dalle sue labbra contratte: «Una vela forata! Una sartia troncata! Uno striscio di murata! Bell’affare! Ci vuol altro, mio caro testone!… Sei troppo vecchio ormai.» «Ah, te ne accorgi?» disse Piccolo Flocco, che lo aiutava nel caricamento del pezzo insieme con sei artiglieri. «Che il diavolo ti porti diritto all’inferno, monellaccio!» «A suo tempo.» In quel momento sir William salì sul castello di prora per animare colla sua presenza gli artiglieri. «E dunque, vecchio mio?» disse rivolgendosi al Bretone. «Non si disalbera?» «Mare cattivo, mio comandante.» «Non sparare che sulla fregata.» «È quello che sto facendo.» «Le navi americane s’incaricheranno delle altre. Su, Testa di Pietra, un colpo da fare stupire il puntatore della fregata.» «Se sapessi dove si trova, lo truciderei.» «Sul cassero.» «Lo suppongo anch’io. Piccolo Flocco, siamo pronti?» «Sì, mastro,» rispose il giovane gabbiere. Il Bretone si chinò sul pezzo tenendo in mano la miccia, rettificò due o tre volte la mira, poi scatenò l’uragano, approfittando del momento in cui la Tuonante si librava sulla cresta d’una mostruosa ondata, in modo da dominare tutta la squadra inglese. La fregata veleggiava a mille e cinquecento passi e s’industriava di non mettersi troppo allo scoperto, sapendo già il Marchese che ben poco aveva da sperare dal bastardo. Quasi avessero indovinato il progetto del Corsaro, i marinai si mantenevano ostinatamente in mezzo alla squadra, temendo un abbordaggio. Delle palle di quando in quando cadevano sulla nave maledetta, ma non erano colpi decisivi. Invano Testa di Pietra aveva fatto tonare a volta a volta i due grossi pezzi da caccia del castello di prora. Sempre vele forate, qualche manovra recisa, qualche palla di rimbalzo che strepitava sulla tolda avversaria, impressionando l’equipaggio, il quale si vedeva fatto segno a quella grandine di colpi. Il signor Howard, abilissimo marinaio, con una lunga bordata sfondò la retroguardia della squadra inglese, facendo tonare tutti i pezzi delle batterie. Nessuna nave ebbe il coraggio di opporsi a quell’audace attacco, anche perché gli Americani giungevano bene stretti in aiuto della Tuonante, cannoneggiando senza economia di polveri e di proiettili. Intanto il Corsaro si era avvicinato a Testa di Pietra: «Su, vecchio mio, fracassa un’ala a quel maledetto gabbiano, e poi monteremo all’abbordaggio.» Il Bretone si terse col dorso della mano destra, villosa come quella d’una scimmia, il sudore che gli inondava la fronte, poi fece un gesto di disperazione. «Io sono invecchiato troppo presto, mio comandante!» rispose. «Passatemi alla riserva.» «Le tue palle cadono sulla fregata. Che cosa vuoi di più, con questo mare così mosso?» «Vorrei rasare quella nave come un pontone.» «Quando la distanza sarà diminuita, e tu avrai l’aiuto anche delle batterie, vedremo come se la caverà mio fratello. Non tirare nel quadro. Potresti uccidere la fanciulla per la quale ora io giuoco la vita.» Un lampo balenò in quel momento sul cassero della fregata, e una palla di buon calibro passò, fischiando sinistramente, fra la maestra e la mezzana, forando le due vele basse. Testa di Pietra era diventato pallido come un morto. «Ah!» esclamò. «Ecco il terribile puntatore che entra in scena. Per tutti i campanili dell’universo! credo che la finirà male, anche questa volta, per noi.» «Che borbotti, vecchio?» gli chiese il Corsaro. «Lascia in pace i campanili e cerca di fracassare qualche cosa.» Testa di Pietra diede fuoco al suo pezzo e mandò un grido di soddisfazione. Il pennone di gabbia di maestra della fregata era stato spaccato di netto e i rottami, precipitando sulla tolda, avevano ucciso o storpiato non pochi fucilieri che si tenevano dietro alle murate. «Corpo d’un campanile!» esclamò il Bretone. «Mi avvicino all’alberatura… Ah, potessi imbroccare quel puntatore!… È diventato il mio incubo.» La fregata, che era in piena corsa, mancandole improvvisamente l’aiuto di quella vela, fece un grande scarto, di cui il signor Howard approfittò per lanciare la corvetta all’attacco. Le navi americane l’appoggiarono vigorosamente, disorganizzando la retroguardia inglese che presero d’infilata. La voce squillante di sir William echeggiò come sempre: «Pronti per l’abbordaggio!» Cinquanta uomini, armati d’asce e di sciaboloni d’arrembaggio e di pistoloni a doppia canna, montarono sulla coperta, preparando rapidamente i grappini. Ormai la fregata del Marchese non poteva più sfuggire ad un furioso attacco. Ma confidando forse nella sua velocità e nel suo famoso puntatore, si era allargata, abbandonando la squadra di lord Dunmore al suo destino. Il Bretone sparava senza posa, passando da un cannone all’altro, alternando palle incatenate e mitraglia. Alle 11 la Tuonante non si trovava che a trecento passi dalla nave avversaria. Il momento terribile si avvicinava. Difatti il signor Howard con una bordata netta tagliò fuori l’avversaria, e si precipitò all’attacco. Le navi inglesi, cannoneggiate dalle americane, avevano continuata la loro corsa, non osando impegnarsi a fondo con quei corsari che godevano fama di essere più che valorosi. «Sotto, signor Howard!» gridò il Baronetto. La corvetta attraversò due onde, rullando spaventosamente. Il suo bompresso andò a cacciarsi fra le griselle di babordo del trinchetto, sfondandole e strappando sartie e paterazzi, mentre un alto grido echeggiava a bordo: «Sotto! All’abbordaggio!» Tutti gli uomini delle batterie salirono in coperta. «A morte gl’Inglesi!» strepitavano. I grappini d’arrembaggio furono lanciati; ma le ondate erano così forti, da far dubitare che i cavi potessero resistere. «Su, Piccolo Flocco!» gridò il Bretone, dopo aver lanciato sul ponte della fregata un uragano di mitraglia. «All’arma bianca, corpo d’un campanile!» E lesto ancora come uno scoiattolo, malgrado le molte primavere che gli pesavano sul groppone, saltò le due murate, seguito dal giovane gabbiere e dall’Assiano, il quale, come abbiamo detto, aveva un fratello a bordo della fregata. Proprio in quel momento un’ondata gigantesca si rovesciò addosso alle due navi, staccandole e respingendole violentemente. Le funi dei grappini saltarono via, come se fossero stati semplici fili di canapa. Quasi nel medesimo istante si udì una fragorosa detonazione, ed una grande nuvola di fumo avvolse il cassero della fregata. Конец ознакомительного фрагмента. 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