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Il Quadriregio

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Federico Frezzi
Il Quadriregio

LIBRO PRIMO

DEL REGNO D'AMORE

CAPITOLO I

Come all'autore apparve Cupido, e questi lo condusse nel regno di Diana, ove a' preghi del medesimo ferí la ninfa Filena.

        La dea, che 'l terzo ciel volvendo move,
        avea concorde seco ogni pianeto
        congiunta al Sole ed al suo padre Iove.

        La sua influenza tutto 'l mondo lieto
    5 esser faceva e d'aspetto benegno,
        da caldo e freddo e da venti quieto.

        E Febo il viso chiaro avea nel segno,
        che fu sortito in cielo ai duo fratelli,
        ond'ebbe Leda d'uovo il ventre pregno,

   10 E tutti i prati e tutti gli arboscelli
        eran fronduti, ed amorosi canti
        con dolci melodie facean gli uccelli.

        E giá il cor de' giovinetti amanti
        destava Amore e 'l raggio della stella,
   15 che 'l sol vagheggia or drieto ed or davanti,

        quando il mio petto di fiamma novella
        acceso fu, onde angoscioso grido
        ad Amor mossi con questa favella:

        – Se tu se' cosa viva, o gran Cupido,
   20 come si dice, e figlio di colei,
        ch'amore accese tra Enea e Dido;

        se tu se' un del numer delli dèi,
        e se tu porti le saette accese,
        esaudisci alquanto i desir miei.

   25 I' priego te che mi facci palese
        la forma tua e 'l tuo benigno aspetto,
        il qual si dice ch'è tanto cortese. —

        Appena questo priego avea io detto,
        quand'egli apparve a me fresco e giocondo
   30 in un giardino, ov'io stava soletto,

        di mirto coronato el capo biondo,
        in forma pueril con sí bel viso,
        che mai piú bel fu visto in questo mondo.

        I' creso arei che su del paradiso
   35 fosse il suo aspetto: tanto era sovrano;
        se non che, quando a lui mirai fiso,

        vidi ch'avea un arco ornato in mano,
        col quale Achille ed Ercole percosse,
        e mai, quando saetta, getta invano.

   40 Sopra le vestimenta ornate e rosse
        di penne tanto adorne avea duo ali,
        che cosí belle mai uccel non mosse.

        Nella faretra al fianco avea gli strali
        d'oro e di piombo e di doppia potenza,
   45 colli qua' fere a dèi ed a mortali.

        Quando ch'i'l vidi avanti a mia presenza,
        m'inginocchiai e, come a mio signore,
        li feci onore e fe'li riverenza,

        dicendo a lui: – O gentilesco Amore,
   50 se a venire al priego mio se' mosso,
        colla tua forza e col tuo gran valore

        aiuta me, il quale hai sí percosso
        e sí infiammato col tuo sacro foco,
        ch'io, lasso me! piú sofferir non posso. —

   55 Allor rispose, sorridendo un poco:
        – Dall'alto seggio mio i' son venuto
        mosso a piatá del tuo piatoso invoco.

        Degno è ch'io ti soccorra e diati aiuto,
        da che ferventemente tu mi chiame,
   60 e ch'io sovvenga al cor, ch'i' ho feruto.

        Sappi che in oriente è un reame
        tra lochi inculti e tra ombrosi boschi,
        ch'è pien di ninfe d'amorose dame.

        E quelle selve e quelli lochi foschi
   65 son governati dalla dea Diana,
        la qual voglio che veggi e la conoschi.

        E benché sia la via molto lontana
        e sia scogliosa e sia di molta asprezza,
        io la farò parer soave e piana.

   70 Io son l'Amor, che dono ogni fortezza
        ne' gravi affanni e, mentre altrui affatico,
        gli fo la pena portar con dolcezza.

        In questo regno, del quale io ti dico,
        è una ninfa chiamata Filena
   75 con bell'aspetto e con volto pudico.

        La selva è ben di mille ninfe piena;
        ma dea Diana, quando va alla caccia,
        piú presso questa che null'altra mena.

        Costei sí bella e con pudica faccia
   80 io ferirò per te d'un dardo d'oro,
        quantunque io creda che a Diana spiaccia.

        Tu vedra' delle ninfe il sacro coro
        insieme con Diana lor maestra,
        e belle sí, ch'i', Amor, me n'innamoro.

   85 E portan l'arco fier nella sinestra,
        ed al comando della lor signora
        cacciando van per la contrada alpestra.

        – O dio Cupido, tanto m'innamora,
        – risposi a lui – il ben che m'hai promesso,
   90 che al venire mi pare un anno ogn'ora. —

        Allor si mosse, ed io andai con esso;
        alfin venimmo per la lunga via
        in un boschetto, ch'avea un piano appresso.

        La dea Diana a caso fatta avía
   95 una gran caccia e dalla parte opposta
        con piú di mille ninfe in giú venía.

        E discendeano al pian su d'una costa
        inverso una fontana d'acqua pura,
        qual era in mezzo della valle posta,

  100 non fatta ad arte, ma sol per natura;
        ed era d'acqua chiara e sí abbondante,
        che un fiumicel facea 'n quella pianura.

        E poi ch'al fonte funno tutte quante,
        corseno a rinfrescarsi alle chiare onde,
  105 ponendo in elle le mani e le piante.

        Ed alcun'altre stavan su le sponde
        del fiumicello; e delli fiori còlti
        facean grillande alle sue trecce bionde.

        Ed alcun'altre specchiavan lor volti
  110 nelle chiare acque, ed altre su pel prato
        givan danzando per que' lochi incolti.

        Cupido, ed io con lui, stava in aguato
        dentro al boschetto, e ben vedevam quelle,
        ed elle noi non vedean d'alcun lato.

  115 Poscia ben cento di quelle donzelle
        sciolson le trecce della lor regina,
        le trecce bionde mai viste sí belle.

        Sí come tra' vapor, su la mattina,
        ne mostra i suoi capelli il chiaro Apollo,
  120 e nella sera quando al mar dechina;

        cosí Diana avea capelli al collo,
        cosí splendea ed era bella tanto,
        che a vagheggiarla mai l'occhio è satollo.

        E poi ch'ell'ebbon fatta festa alquanto,
  125 tennon silenzio tutte, se non due,
        che alla sua loda comincionno un canto.

        Delle due cantatrici l'una fue
        Filena bella, che m'avea promessa
        il dolce Amor con le parole sue.

  130 E quando egli mi disse: – Quella è essa, —
        pensa s'io m'infiammai, che la speranza
        tanto piú accende quanto piú s'appressa.

        Ond'io all'Amor: – Se quella a me per 'manza
        hai conceduta, percuoti col dardo
  135 costei, che in beltá ogn'altra avanza.

        Ahi quanto piace a me quando la sguardo!
        E cosa desiata, se si aspetta,
        tanto piú affligge quanto piú vien tardo. —

        Allor Cupido scelse una saetta
  140 ed infocolla e posela nell'arco
        per saettare a quella giovinetta.

        E come cacciator si pone al varco
        tacito e lieto, aspettando la fera,
        e sta in aguato col balestro carco;

  145 tal fe' Cupido e la saetta fiera
        poscia scoccò, e, inver' Filena mossa,
        il manto sol toccò lenta e leggera.

        Quando le ninfe sentir la percossa
        e nostra insidia a lor fu manifesta,
  150 tutte fuggir con tutta la lor possa.

        Sí come i cervi fan nella foresta,
        quando sono assaliti, o' capriuoli,
        se cani o altra fera li molesta,

        che vanno a schiera, e alcun dispersi e soli,
  155 e per paura corron tanto forte,
        che pare a chi li vede ch'ognun voli;

        cosí le ninfe timidette e smorte
        fuggiro insieme, ed alcuna smarrita,
        quando si furon di Cupido accorte.

  160 Filena bella non sería fuggita,
        se non che la sua dea la man gli porse:
        tanto pel colpo ell'era sbegottita.

        L'Amore, ed io con lui, al fonte corse,
        dove le sacre ninfe eran sedute,
  165 quando la polsa insino a lor trascorse.

        Io non trovai se non ch'eran cadute
        alle due cantatrici le grillande
        de' belli fior, che in testa avieno avute.

        Però a Cupido dissi: – Ov'è la grande
  170 virtú dell'arco tuo, che tanto puote?
        E 'l fuoco ov'è, che tanto incendio spande?

        Se l'arco tuo giammai invan percuote,
        perché ingannato m'hai colle promesse,
        che m'han condutto in le selve remote? —

  175 Non potei far che questo io non dicesse
        col volto irato, e piú mi mosse ad ira
        che del mio scorno parve ch'ei ridesse.

        Poscia rispose: – Ov'io posi la mira,
        quivi percossi, e quivi il colpo giunse
  180 dell'arco mio, che mai invan si tira. —

E quel che segue, col parlar, soggiunse.

CAPITOLO II

Nel quale l'Amore prova per molti esempli che nessuno può far resistenza a lui ed alle sue saette.

        – Né ciel, né mar, né aer mai, né terra
        potêro al foco mio far resistenza,
        né all'arco dur, che mai ferendo egli erra.

        Dall'alta sede della sua eccellenza
    5 fatt'ho discender piú fiate Iove
        colle saette della mia potenza.

        E lui mutai in cigno ed anco in bove,
        ed in altre figur bugiarde e false,
        senza mostrar le mie ultime prove.

   10 Nettunno freddo in mar tra l'acque salse
        accese tanto il mio fuoco sacrato,
        che l'Oceáno estinguer non gli valse.

        Ma come fortemente innamorato
        della fiera Medusa, che a lui piacque,
   15 e di cui 'l viso tanto gli fu grato,

        gridava: – Io ardo tra le gelid'acque; —
        perché ammortar non potea in sé l'ardore
        mercé chiamando, a me soggetto giacque.

        Pluton d'inferno, ove non fu ma' amore,
   20 infiammai tanto col mio caldo foco,
        che 'l feci innamorar col mio valore.

        Proserpina, che stava in balli e gioco,
        fei che rapío e feila far regina
        del tristo inferno e dell'opaco loco.

   25 A Febo l'arte della medicina
        niente valse contra l'arco mio,
        né sapienza, né virtú divina;

        ché, bench' e' fosse saggio e fosse dio,
        correndo il feci andar dietro a colei,
   30 la qual nel bello allòr si convertío.

        Ahi quanti sono stati quelli dèi,
        ch'i' ho feriti, e quante le persone,
        ch'i' ho domate con li dardi miei!

        Ercole forte, che vinse il lione
   35 e che all'idra sette teste estinse,
        Cerbero prese e mozzòe Gerione;

        in scambio della spada poi si cinse
        la rocca e 'l fuso per la bella Iole:
        tanto la fiamma e mia saetta il vinse.

   40 Per piú piacer, di fiori e di viole,
        esperta all'elmo, adornava sua testa,
        come dalle donzelle far si suole.

        Tosto vedrai e tosto manifesta
        sará a te in effetto la percossa,
   45 ch'io fe' a Filena al sommo della vesta,

        che gli ha passato giá la carne e l'ossa;
        è giá intrato il caldo alle midolle
        e giunto al core, ov'egli ha maggior possa. —

        E poi mi fe' sguardar su verso il colle
   50 ad una naida, che venia alla 'ngiúe,
        alla quale io parlai com'ello volle;

        ché quando insino a noi venuta fue,
        la domandai: – Perché a quest'acqua amena
        venuta se'? E, dimmi, chi se' tue?

   55 – Una ninfa gentil ditta Filena
        smarrita ha qui una bella grillanda
        – rispose quella – e di questo ha gran pena.

        E perché io la ritrovi ella mi manda,
        e disse a me: – Io vidi un giovinetto,
   60 che corse lí, e però ne 'l dimanda. —

        Ed anco d'altre cose ella m'ha detto:
        saresti tu colui, che loda tanto,
        che parve a lei di sí benigno aspetto? —

        Cupido inver' di me sorrise alquanto,
   65 quasi dicendo: – Or vedi la promessa
        e la percossa, ch'io gli diei sul manto. —

        E come chi da compagni si cessa,
        perché parlar vuol tacito e quieto,
        mi cessai solo per parlar con essa.

   70 – Naida mia – diss'io, – or mi fa' lieto:
        dimmi dov'è Filena, se tu 'l sai,
        e se tu hai da lei alcun segreto.

        – Rifa chiamata sono e seguitai
        – rispose quella – giá la dea Diana,
   75 e fui nel suo cospetto accetta assai.

        Ma una volta in una parte strana
        fece una caccia in uno aspro paese,
        ed io cacciando andai molto lontana.

        Trovai un centauro, e per forza mi prese:
   80 oh lassa me, ch'i' non ebbi potere
        contra sua forza usar le mie difese!

        Però Diana non vuol sostenere
        ch'io vada piú con lei, ed hammi posta
        che in guardia un fiumicel debba tenere.

   85 Io era lí, di lá dall'altra costa,
        quando le ninfe con la smorta faccia
        vidi fuggire, e nulla facean sosta,

        sí come cervi che son messi in caccia,
        quando dietro il lion va seguitando,
   90 o altra fiera fuggendo l'impaccia.

        Ed io della cagion facea 'l domando
        del fuggir loro, e Diana non vòlse
        darme risposta insino allora quando

        tutte le ninfe sue ella raccolse.
   95 Allor mi disse: – Qui mi fa fuggire
        Cupido falso e sue infocate polse.

        Ma io farò querela al sommo sire,
        ché 'l regno mio piú volte a tradimento
        con falsitá venuto egli è a assalire. —

  100 Poi cercò tutte e solo il vestimento
        trovò a Filena, ch'era alquanto acceso,
        il qual con l'acqua crese avere spento.

        Ma giá quel foco sacro era disceso
        dentro nel sangue, sí come s'accende
  105 un picciol foco nella stoppa appreso.

        Il dí seguente, quando il sol risplende,
        Diana prese le saette cónte;
        ed ogni ninfa ancor suo arco prende,

        però che seppon che di lá dal monte
  110 era di cervi venuta una schiera
        a beverarsi ad una bella fonte.

        Filena non andò, ma rimasta era,
        ché di non poter ir prese la scusa
        ancor pel colpo della polsa fiera.

  115 E per la fiamma, ch'ella avea rinchiusa
        drento nel cor, faceva la donzella
        come un ferito cervio di fare usa,

        il qual non trova loco; e cosí ella
        or si adornava di fioretti belli
  120 la testa sua, come sposa novella,

        or sospirava ed or li suoi capelli
        mostrava al sole e gli occhi, duo zaffiri,
        poscia specchiava ne' chiar fiumicelli.

        Per tanti segni e per tanti sospiri
  125 io, ch'era giá di queste cose esperta,
        conobbi dell'amor li gran martíri.

        – Dimmi, Filena, e non tener coperta
        la fiamma tua: – chiamandola da parte: —
        per tanti segni – dissi – io ne son certa. —

  130 Rispose dopo assai lagrime sparte:
        – Ahi lassa me! Amor d'un dardo d'oro
        ferita m'ha con forza e con sua arte.

        Però non ho seguito il sacro coro
        di mie sorelle, sol perché m'aiuti:
  135 se non mi aiuti, o Rifa, oimè ch'io moro! —

        Poscia che i suo' martíri ebbi saputi,
        venni per aiutarla e son discesa
        non per grillanda o per fiori perduti. —

        Quando quest'ambasciata io ebbi intesa,
  140 risponder voleva io: – La mente mia
        è piú di lei ch'ella di me accesa; —

        se non che quella naida n'andó via,
        ed in poc'ora trascorse il viaggio
        insino al loco ond'ella venne pria.

  145 Ond'io all'Amor: – Se se' possente e saggio,
        ora il vegg'io e priego, a me perdona,
        se del tuo arco dissi mai oltraggio. —

        Tempo era quasi presso in su la nona,
        ed io pregava che andassimo ratto,
  150 colui che a gir ratto ogni altro sprona,

        dicendo: – Quando è l'ora, è il tempo adatto;
        se poi s'indugia e perdesi quel punto,
        spesse volte l'effetto non vien fatto. —

        Poscia ch'io fui all'altro colle giunto,
  155 vidi Filena lá dal fiumicello,
        di cui l'Amor m'avea il cor trapunto.

        Di fiori adorno avea lo capo bello;
        e perché il fiume correa giuso al basso,
        però discesi ed appressaime ad ello.

  160 Quando per gire a lei io movea il passo
        per entro il fiume, udii sonare un corno,
        il qual mi tolse allora ogni mio spasso.

        Filena disse: – La dea fa ritorno;
        oimè, fuggi via tosto; – e poi levosse
  165 i fior, de' quali il capo avea adorno.

        Ed incontra alle ninfe ella si mosse,
        le qua' tornavan liete con le prede;
        ed indi anche Cupido me rimosse,

        dicendo a me: – Se Diana ti vede,
  170 come Acteon, quando da lei fu visto,
        trasmutar ti fará da capo a piede. —

        Come colui che crede fare acquisto
        di quel che piú desia, e viengli invano,
        cosí io me scornai e feime tristo.

  175 E lagrimando ingavicchiai la mano,
        e risguardava la nobile 'manza
        da un boschetto non molto lontano.

        Oh credula anco e fallace speranza,
        confortatrice all'uom nelle gran pene,
  180 che, mentre perdi, acquistar hai fidanza!

        Ancor nel core mi dicea la spene:
        – Anco avverrá che Filena rimagna,
        se a Diana partir gli conviene. —

        Poi volle andar la dea alla montagna;
        e per non gire, io credo, mille prece
  185 fece Filena e Rifa sua compagna.

        Ella non assentí, ma gir le fece
        amendue seco, e Filena lo sguardo
        volse a me, andando, volte piú di diece;

e, mentre andava in su, mi gittò un dardo.

CAPITOLO III

L'autore vien tradito da un satiro, mentre cerca Filena, che, aspramente da Diana punita, in quercia si trasmuta.

        Il dardo, che gittò, da me si colse,
        che, quando il balestrò, venne sí ritto
        e tanto appresso a me quant'ella vòlse.

        «Io amo te – occulto ivi era scritto: —
    5 l'Amor, che ferí Febo di Parnaso,
        ferito m'ha li panni e 'l cor trafitto».

        Cupido a me: – Per me non è rimaso
        che tu non abbi avuto il tuo desire;
        ma questo impedimento è stato a caso.

   10 Cercando omai per lei ti convien gire. —
        E quando io a lui rispondere volía,
        fuggí volando e non mi volle udire.

        – O falso Amor – diss'io, – o scorta mia,
        perché mi lassi? or dove prendi il volo?
   15 perché mi lassi senza compagnia? —

        Vedendomi rimaso cosí solo,
        passai il fiume insino all'altra banda
        e fui sul prato e su quel verde suolo,

        ov'io vidi Filena lieta e blanda,
   20 quando coll'occhio mi soffiò nel foco,
        che amore accende e che Cupido manda.

        E sospirando dissi: – Oh dolce loco,
        mentre Filena vi tenne le piante! —
        E poscia che 'l basciai e piansi un poco,

   25 per la via ch'ell'er'ita, andai su avante,
        cercando tutti i balzi ed ogni valle
        e scogli e schegge intorno tutte quante.

        E giá Atalante dietro le sue spalle
        posto avea Febo e facea il giorno nero;
   30 ed io pur oltre per lo duro calle,

        senza riposo; e solo avea il pensiero
        a ritrovarla per la selva oscura,
        piena di spine senz'alcun sentiero.

        Se sol di notte non avea paura,
   35 Amor è quel che da fortezza altrui
        nelle fatiche e l'animo assicura.

        Tra l'aspre selve e tra li boschi bui
        tutta la notte andai cercando intorno
        insin che in un vallon venuto fui.

   40 E quasi su nel cominciar del giorno
        trovai un mostro, maladetta fera,
        coll'arco in mano, e avea al petto un corno.

        Il petto e 'l volto suo tutto d'uomo era,
        il dosso avea caprin fino alla coda,
   45 con quattro piedi e colla pelle nera.

        Un satiro era questo pien di froda:
        e satir detti son malvagi e falsi,
        che fanno inganni con lusinghe e loda.

        E fauni ancora stan tra quelli balsi
   50 ed hanno umani i petti ed anco i volti;
        l'altro è bovino, e vanno nudi e scalsi.

        E semicervi ancora vi son molti,
        ingannatori ed animal perversi,
        pur ch'altri con lor usi e che gli ascolti.

   55 Dal satir, che scontrai, con dolci versi
        sí lusingato fui e sí sottratto,
        che tutto il mio amor gli discopersi.

        Ché quando vidi un mostro cosí fatto,
        in man per mia difesa presi il dardo,
   60 che la bella Filena a me avíe tratto.

        Ed egli il riconobbe al primo sguardo
        ch'io l'avea dalla ninfa di Diana;
        onde parlò come falso e bugiardo:

        – Onde vien' tu in questa selva strana?
   65 Di', che ti move e, dimmi, qual è il fine,
        pel qual tu vai per questa via lontana? —

        Ed io a lui: – Tra cespi e dure spine
        smarrito vo, ed or son qui venuto
        come chi va, né sa dove cammine.

   70 Ma tu, che se' mezz'uomo e mezzo bruto,
        mi fai maravegliar quando io ti guato,
        ché sí fatto uom non fu giammai veduto.

        – Io fui pur uom – rispose – innamorato
        di dea Diana, e vagheggiaila ognora,
   75 e da lei 'n questa forma fui mutato;

        ch'ella pregò lo dio, ch'altru' innamora,
        che a ciò rimediasse, e me percosse
        del dardo ch'è di piombo e disamora.

        Questo ogni amor mi tolse e via rimosse;
   80 e però quella dea a me permette
        ch'i' possa gire a lei unque ella fosse.

        Insieme vo con le sue giovinette
        fra questi monti, insieme con lor coglio
        li fior, che stanno in su le verdi erbette.

   85 A chiunque è innamorato anche ho cordoglio,
        che ricordo le pene, ch'io provai
        del falso Amor, del quale ancor mi doglio.

        E se tu mi dirai dove tu vai,
        forse t'aiuterò, se mi richiedi
   90 e se sei saggio e secreto il terrai. —

        O vano amor, oh quanto ratto credi
        quel che vorresti! Alle parole udite
        ed al modo del dir fede gli diedi.

        Ed io a lui: – Per queste vie smarrite
   95 cercando vo le ninfe, ov'elle stanno:
        prego, se 'l sai, me diche ove son ite. —

        Rispose ancor con falsitá ed inganno:
        – Elle sonno ite in un lontan paese,
        al qual non potrest'ir per grave aflanno.

  100 Ma, se tu ami, perché nol palese
        a me, che sai che ho provato l'arme
        del fier Cupido e le saette accese?

        – Satiro mio – diss'io, – se puoi aitarme,
        io te 'l dirò, se prima tu mi giuri
  105 tener credenza e ch'io possa fidarme.

        – Perché non di', perché non t'assecuri?
        – rispose il falso. – Or non sai tu che io
        di piombo e d'òr sentito ho i dardi duri?

        Io ti prometto e giuro innanzi a Dio
  110 di tenerti secreto e d'aiutarte
        e conducer la ninfa al tuo desio. —

        Cosí mi disse con malizia ed arte;
        ond'io m'apersi e dissi con gran pena:
        – Vo cercando una ninfa in ogni parte,

  115 bella e gentile, chiamata Filena;
        per ritrovarla entrai per questo bosco;
        la sua beltá dirieto a lei mi mena.

        Tra questi spin, che son piú amar che tòsco,
        soletto per parlargli io mi son messo,
  120 ché piú piacente cosa io non conosco.

        – Ed io farò – diss'ei – quel ch'i' ho promesso;
        ch'io anderò co' mie' veloci piei
        ove la ninfa sta molto da cesso.

        Ma perché essa creda a' detti miei,
  125 il dardo, che hai in man, mi dá' per segno,
        perché segretamente il mostri a lei.

        Con mie parole e mio usato ingegno
        farò ch'ella verrá in un bosco sola,
        e tu girai a lei quand'i' rivegno. —

  130 Io gli die' 'l dardo per questa parola,
        ed ei ghignò alquanto e poi saltando
        andò veloce come uccel che vola.

        Forse sei ore avea aspettato, quando
        io vidi Rifa mia fida messaggia,
  135 e quando a lei fui presso, io la domando:

        – Dov'è Filena bella, onesta e saggia?
        Per lei cercato ho il bosco in ogni canto,
        e gito in ogni scheggia, in ogni piaggia. —

        Ella rispose con singolti e pianto:
  140 – Piú non appar la misera tapina;
        come tu contra lei errato hai tanto?

        Quella biforme bestia, ch'è caprina,
        dianzi venne a noi, correndo in fretta,
        'nanti alle ninfe ed alla lor regina,

  145 e mostrò lor lo dardo over saetta,
        che balestrò Filena a te dal monte,
        e la scrittura «Io t'amo» è tutta letta.

        Per la vergogna ella abbassò la fronte,
        e dea Diana, a grand'ira commota
  150 contra Filena, stante a braccia gionte,

        gli die' dell'arco in testa e nella gota;
        e poiché l'ebbe dispogliata nuda,
        disse alle ninfe: – Ognuna la percota. —

        Allor ciascuna verso lei fu cruda.
  155 Ridea colui che fatto avie l'accusa,
        quel reo biforme maladetto Iuda.

        Poscia cosí spogliata e sí confusa
        ad una quercia grande fu congiunta,
        che sempre debba stare ivi rinchiusa.

  160 E quivi vive e sta quasi defunta;
        e mille volte fu percossa ancora
        drento alla pianta; e quando ella è trapunta,

        ad ogni colpo n'esce il sangue fuora
        e l'arbor bagna; e quando il colpo giunge,
  165 grida piangendo: – Omè, omè, m'accora! —

        Udito io questo, ambe le mani e l'ugne
        mi diedi al volto e tenni basso il viso
        e non parlai, che il gran dolor, che pugne,

        parlar non lassa, quand'ha 'l cor conquiso.
  170 Poscia, sfogati gli occhi lagrimosi,
        con voce fioca e col parlar preciso,

sí come or seguirá, io gli risposi.

CAPITOLO IV

Lamento dell'autore sopra la perduta Filena: promessa di piú bella ninfa fattagli da Cupido.

        – Oimè, oimè, o Rifa mia fedele,
        come ha permesso la fortuna e Dio
        che sia avvenuto un caso sí crudele?

        Trovai quel mostro maladetto e rio
    5 nella boscaglia in sul levar del sole;
        ed e' mi domandò del cammin mio.

        Oh lasso me! con sue dolci parole
        ei m'ha tradito: or vada, ch'io nol giunga
        e non l'occida, a lunge quanto vuole. —

   10 Driada disse: – Il falso è sí alla lunga,
        che 'nvan per queste selve t'affatichi
        che mai per te insino a lui s'aggiunga.

        – O Rifa mia, io prego che mi dichi
        dov'è la quercia, dove sta unita
   15 Filena mia coi begli occhi pudichi,

        e, da che io non gli parlai in vita,
        la vegga morta e le mie braccia avvolti
        a quella pianta, dove sta impedita. —

        Mossesi allor con pianti e con singolti,
   20 ed io con lei per l'aspero cammino
        di quelli boschi e di que' lochi incolti,

        insin che giunsi all'arbore tapino;
        non alto giá, ma era lato tanto,
        quanto in la selva è lato un alto pino.

   25 Io corsi ad abbracciarlo con gran pianto,
        e dissi: – O ninfa mia, prego, se pui,
        prego che mi rispondi e parli alquanto.

        Oh lasso me! ché a te cagione io fui
        di questa morte; ché quel traditore
   30 nefando mostro ha tradito amendui.

        Alli miei prieghi ti ferí l'Amore
        dell'infelice colpo alla gonnella,
        che passò tanto acceso poi nel core.

        Prego, perdona a me, Filena bella:
   35 perché non parli? perché non rispondi?
        Prego, se puoi, alquanto a me favella.

        Questa novella pianta e queste frondi
        e questi rami io credo che sian fatti
        delli tuoi membri e tuoi capelli biondi. —

   40 Poiché mille sospiri io ebbi tratti
        e mille volte e piú la chiama' invano
        con pianti e voci ed amorosi atti,

        a quelle frasche stesi sú la mano
        e della vetta un ramuscel ne colsi:
   45 allora ella gridò: – Oimè! fa' piano. —

        E sangue vivo uscí, ond'io el tolsi,
        sí come quando egli esce d'una vena;
        ond'io raddoppiai il pianto e sí mi dolsi:

        – Perdona a me, perdona a me, Filena. —
   50 Poi maladissi il falso dio Cupido,
        che lei e me condotto avea a tal pena,

        dicendo: – Se piú mai di lui mi fido,
        perir poss'io, e se al suo consiglio,
        seguendo il passo suo, mai piú mi guido. —

   55 Quando questo io dicea, con lieto ciglio
        Cupido apparve con bel vestimento
        broccato ad oro nel campo vermiglio;

        e disse a me: – Perché questo lamento
        di me fai tu? Non è la colpa mia,
   60 se altri a te ha fatto tradimento.

        Anche è stato tuo error e tua follia,
        da che tu rivelasti il tuo secreto
        al mostro, che trovasti nella via.

        Pon' fin omai, pon' fin a tanto fleto,
   65 ché d'altra ninfa di maggiore stima,
        se mi vorrai seguir, ti farò lieto. —

        Ed io, mirando l'arbore alla cima,
        dissi: – Piú bella non fu mai veduta;
        questa l'ultima sia, che fu la prima. —

   70 Ed egli a me: – Della cosa perduta
        non curar piú; e tanto ti sia duro,
        quanto se mai tu non l'avessi avuta. —

        Ed io dicendo pur: – Venir non curo, —
        della faretra fuor un dardo trasse,
   75 ch'era di piombo pallido ed oscuro,

        e parve ch'e' nel petto me 'l gittasse;
        e perché quello fa che amor si sfaccia,
        fece che piú Filena io non amasse.

        Allor risposi a lui con lieta faccia:
   80 – Voglio venire e voglio seguitarte
        ed esser presto a ciò che vuoi ch'io faccia. —

        Ed egli disse: – Qua a destra parte
        sta una valle tra la gran foresta,
        che diece miglia di qui si diparte.

   85 Lí debbe dea Diana far la festa
        per la sua madre, come fa ogni anno,
        e la dea Iuno a venirvi ha richiesta,

        sí ch'ella e le sue ninfe vi verranno,
        che son sí belle, che, a rispetto a quelle,
   90 queste di Diana silvestre parranno.

        Tu vederai venir quelle donzelle
        tutte vaghette, adorne ed amorose,
        incoronate di splendenti stelle. —

        E poi si mosse tra le vie spinose,
   95 tanto ch'e' mi condusse su nel monte,
        ond'io vedea la valle, e lí mi pose.

        In mezzo la pianura era una fonte
        sí piena d'acqua, che n'usciva un rivo,
        nel qual le ninfe si specchian la fronte.

  100 E 'n mezzo la pianura, ch'io descrivo,
        era una quercia smisurata e grande
        e sempre verde quanto verde olivo;

        e li suo' rami in quella valle spande,
        li quai son tutti di rosso corallo,
  105 ed ha zaffiri in loco delle giande.

        E tutto il fusto è come un chiar cristallo,
        e sotto terra ha tutte sue radice,
        come si crede, del piú fin metallo.

        Per farlo adorno e mostrarlo felice
  110 vi cantan tra le fronde mille uccelli,
        e lodi di Diana ciascun dice.

        Sul verde prato tra' fioretti belli
        vidi migliaia di ninfe ire a spasso
        con le grillande in sui biondi capelli:

  115 e per le coste giú scendere abbasso
        fauni vidi e satiri e silvani,
        che alla festa al pian movean il passo.

        Dietro son bestie ed hanno visi umani;
        e son chiamati dèi di quelli monti
  120 e di quegli alpi sí scogliosi e strani.

        E naide v'eran le dèe delle fonti,
        e driadi v'eran le dèe delle piante,
        che hanno i membri agli arbori congionti.

        Con le grillande vennon tutte quante
  125 giú nella valle a far festa a Diana;
        e poi che funno a lei venute avante,

        s'enginocchioron su la valle piana;
        e fengli offerta sí come a signora,
        e cantando dicean: – O dea sovrana,

  130 benedetta sii tu in ciascun'ora,
        e benedetti li fonti e li boschi,
        dentro alli quai tua deitá dimora.

        Le fère venenose e c'hanno toschi
        non vengan nelli lochi dove stai,
  135 né cosa, che dispiaccia, mai conoschi.

        Tu facesti smembrar con doglie e guai
        il trasmutato in cervio Atteone
        con la potenzia grande, che tu hai;

        ché delle ninfe le nude persone
  140 corse a vedere tra le chiarite acque,
        benché fortuna ne fosse cagione.

        Ippolito gentil, quando a te piacque,
        tornar facesti in vita dalla morte
        con quelle membra, con le quali ei nacque. —

  145 E quando ell'ebbon lor offerte pórte,
        anco alle ninfe fenno riverenza,
        sí come a servi principal di corte.

        E dilungate dalla lor presenza
        tennono nella valle estremo loco,
  150 come conviensi a lor bassa semenza.

        Giá era il tempo che la festa e 'l gioco
        far si dovea e Diana fe' segno
        a due sue ninfe, a lei distanti poco,

        che chiamasser Iunon dall'alto regno,
  155 che scendesse alla festa omai a sua posta
        col coro delle ninfe alto e benegno.

        Come fa 'n cor colui, al qual è imposta
        l'antifona per dir, che prima inchina,
        poi a cantar la voce tien disposta;

  160 cosí fên quelle due a sua regina,
        che s'inchinonno prima al suo comando,
        poi, tenendo la faccia al ciel supina,

encomincionno a dir cosí cantando.

CAPITOLO V

Dell'avvenimento di Giunone invitata alla festa di Diana.

        – O regina del cielo, o alta Iuno,
        moglie e sorella del superno Iove,
        che l'aer rassereni e failo bruno,

        Diana prega te che venghi dove
    5 ella fa festa e con le belle dame
        del nobil regno tuo qui ti ritrove.

        Il nostro dir, benché da lungi chiame,
        noi sappiam ben che l'odi dall'altezza
        del monte Olimpo, dov'è il tuo reame. —

   10 Queste parole con tanta dolcezza
        cantôn due ninfe, Pallia e Lisbena,
        ch'anco, quando il ricordo, io n'ho vaghezza.

        Né mai cantò sí ben la Filomena,
        né per addormentare in mar Ulisse
   15 cantò sí dolcemente la Sirena.

        Iuno, per dimostrar ch'ella l'udisse,
        mandò un lustro e sin a lor discese
        come balen che subito venisse.

        Le ninfe di Diana inver'il paese,
   20 onde venne quel lustro, stavan vòlte,
        con gli occhi rimirando e stando intese.

        Ed ecco come il raggio spesse volte
        pare una via, che 'nsino a terra cada
        fuor delle nubi, ove non son sí folte,

   25 cosí da alto ingiú si fe' una strada
        dal loco, onde Iunon dovea venire,
        lucida e stesa insin quella contrada.

        Poi, come il chiaro Febo suol uscire
        fuori dell'orizzonte la mattina,
   30 cosí vidi io per la strada apparire

        un nobil carro, e suso una regina
        con corona di stelle e sí splendente,
        come tra li mortal cosa divina.

        E quanto piú e piú venía presente
   35 agli occhi miei, tanto parea piú adorno,
        maraviglioso il carro e piú eccellente.

        E mille ninfe avea intorno intorno
        con corone di stelle in su la testa,
        lucenti al sole ancor nel mezzogiorno.

   40 E d'oro e celestina avean la vesta,
        e cantando dicíen: – Viva Iunone! —
        con suoni, balli, gioia e con gran festa.

        Il carro ad ogni rota avea un grifone,
        pappagalli e pavon con belle penne
   45 intorno e sopra; e tre 'n ogni cantone.

        Poscia che 'l plaustro giú nel pian pervenne,
        Diana il carro suo fe' venir anco,
        che gran bellezza ancora in sé contenne,

        di drappi adorno e d'ogni uccello bianco:
   50 mai vide Roma carro trionfante,
        quant'era questo bel, né vedrá unquanco.

        Con piú di mille ninfe a lei davante
        ella si mosse incontra a fare onore
        alla regina, moglie al gran Tonante.

   55 E poiché fu ballato ben due ore,
        le ninfe di Iunon l'altre invitâro
        a voler concertar con lor valore,

        dicendo: – Acciò che ben si mostri chiaro
        chi usa meglio l'arco o voi o noi,
   60 se a voi piace, a noi anco sia caro.

        Di vostre ninfe due eleggete voi;
        e noi due altre; e chi trarrá piú dritto,
        da dea Iunon sia coronata poi. —

        Alle dèe piacque cosí fatto ditto;
   65 e dea Diana una corona pose
        nell'aer alta a lor per segno fitto,

        fatta di fiori e pietre preziose.
        Per parte di Iunon, celeste dea,
        vennono due ardite e valorose.

   70 Una fu Ursenna e l'altra fu Lippea,
        a me promessa, bella giovinetta;
        ma che foss'ella, io ancora nol sapea.

        A lei diede Iunone una saetta
        e l'arco eburneo bello ed inorato:
   75 tanto era grata a lei e tanto accetta.

        A campo incontra uscîr dall'altro lato
        Lisbena e Pallia; e queste due son quelle,
        che, 'nvitando Iunone, avean cantato.

        E patto fên tra lor quelle donzelle
   80 di trar tre volte; e chi piú ritto manda,
        dé' coronarsi le sue trecce belle.

        Pallia trasse prima alla grillanda,
        coll'arco dirizzando a lei lo strale;
        ma ello dechinò a destra banda.

   85 Poi trasse Ursenna; e ferío altrettale,
        sí che fu giudicato d'este due
        che fosse il colpo loro ognuno eguale.

        Lisbena a saettar la terza fue
        e die' sí ritto, che quasi toccata
   90 fu la grillanda nelle frondi sue.

        Lippea trasse la quarta fiata
        e ritto tanto, che toccò una fronde,
        che cadde in terra dal colpo levata.

        Le sue compagne si fenno gioconde,
   95 perché credetton che dentro passasse;
        ma spesso il fatto al creder non risponde.

        Pallia poi un'altra volta trasse,
        prima pregando la sua dea Diana
        che 'l dardo alla corona dirizzasse.

  100 Ma la saetta tratta andò lontana
        dalla grillanda forse quattro dita,
        sí che la prece e la spene fu vana.

        Lippea bella giá s'era ammannita,
        e, dopo lei, col suo duro arco scocca
  105 una saetta leggiadra e polita.

        Da lei fu un poco la grillanda tócca,
        non dalla punta, ma sol dalla penna,
        c'ha la saetta appresso della cocca.

        E, dopo questa poscia, trasse Ursenna,
  110 Lisbena poi; e giá secondo il patto
        due volte ognuna avea tratto a vicenna.

        Ognuna ancora avea a fare un tratto;
        e Pallia pria, per aver la corona,
        vòlta a Diana con riverente atto

  115 disse: – Se mai, o dea, la mia persona
        servito ha te con arco e con faretra,
        a questo colpo la grillanda dona. —

        Poscia a misura, come un geomètra,
        nella corona sí forte percosse,
  120 che ne fe' d'ella sbalzare una pietra.

        Nel centro avrebbe dato, se non fosse
        che Iuno in quella fe' venire un vento,
        che 'l dardo alquanto dal segno rimosse.

        Ursenna, lieta d'esto impedimento,
  125 prese la mira per voler poi trare,
        col core e con lo sguardo ben attento.

        Non die' nel mezzo, ov'ella credea dare;
        ma la toccò e commossela alquanto,
        ma non però che la fêsse voltare.

  130 Ora in due era omai rimaso il vanto
        della battaglia e della gran contesa;
        e queste eran pregate da ogni canto.

        – Fa', o Lisbena, che vinchi l'impresa
        e getta sí, che non abbiam vergogna,
  135 con l'arco al segno e con la mente intesa.

        – Soccorri, o dea Diana, or che bisogna
        – disse Lisbena, – e se lo mio quadrello
        tu fai che dentro alla grillanda io pogna,

        offerta farò a te d'un bianco agnello,
  140 di bianchi gigli e bianchi fior coperto,
        e d'un bel cervio a Febo tuo fratello.

        Egli è signor e dio e mastro esperto
        di trar con l'arco: egli ferí Fetonte,
        il quale un gran paese avea deserto. —

  145 Lippea ancora al ciel con le man gionte
        a dio Cupido insú alzava il volto,
        che stava meco ascosto a piè del monte.

        – Derizza il dardo mio, ti priego molto,
        o dio d'amor, sí come tu percoti
  150 col dardo che nel cor a tanti è còlto. —

        Poich'ebbon fatti molti e grandi voti
        e che pregato avean con gran desire,
        mostrando gli atti e' sembianti devoti,

        trasse Lisbena, a cui toccò il ferire;
  155 e 'l dardo dentro alla grillanda colse
        in un de' lati e torta la fe' gire.

        In quel che la corona si rivolse,
        gittò Lippea nella circonferenza;
        e 'l dardo trapassolla e lí si folse.

  160 Ora tra lor comincia grande intenza,
        ché l'una e l'altra la grillanda vuole,
        credendo ognuna aver giusta sentenza;

e diceano a Diana este parole.

CAPITOLO VI

Della caccia del cervo per la gara della ghirlanda tra Lisbena e Lippea.

        – O dea Diana, o figlia di Latona,
        discerna tua prudenza e tuo gran senno
        chi di noi due debbia aver la corona. —

        Diana, udito questo, fece cenno
    5 che l'una e l'altra andasse a dea Iunone
        con riverenza; ed elle cosí fenno.

        Lisbena in pria, che crede aver ragione,
        umilemente abbassa le ginocchia;
        e mosse po' a Iunon questo sermone:

   10 – O del gran Iove mogliera e sirocchia,
        mira l'onor della mia compagnia,
        mira se ho ragione, e bene adocchia.

        Io trassi alla corona alquanto pria;
        e poi Lippea; ma non trasse ad ora,
   15 ché giá pel colpo ell'era fatta mia. —

        Lippea incontro a questo dicea ancora:
        – O alta Iuno, a cui il sommo impero
        ha dato Iove, e sei con lui signora,

        se ben si mira qui a quel ch'è vero,
   20 Lisbena e le compagne vedran forse
        che 'l colpo suo non fu ritto e sincero,

        che diede alla grillanda e sí la torse,
        perocché la toccòe; ed io, in quel mentro
        ch'ella voltòe, la mia saetta porse

   25 un poco dopo lei e ferii dentro,
        e con tanta misura al segno diedi,
        che la mia polsa andò per mezzo il centro.

        Però ti prego pel carro ove siedi
        e per l'amor che porti all'alto Iove,
   30 che la corona bella a me concedi.

        Se 'l priego mio, signora, non ti move,
        movati il sacro cor, che teco viene:
        che abbiam perduto non si dica altrove. —

        Iunon rispose: – A Diana appartiene
   35 giudicar questo e che la pace pogna
        tra te e Lisbena; e cosí si conviene. —

        Diana a questo: – Ancor pugnar bisogna
        un'altra volta; e la qual parte vince,
        abbia l'onore, e l'altra la vergogna.

   40 Un cervio sta non molto lontan quince
        con corni grandi, e 'l dosso ha tutto bianco,
        se non c'ha i piè macchiati come lince.

        Questo in la selva è stato sempre franco,
        ché mai non lo lasciai morder dai cani,
   45 né da persona mai ferire unquanco.

        Io manderò miei fauni e miei silvani,
        che menin questo cervio su nel prato,
        e sia lasciato in mezzo a questi piani.

        E tu, o Lippea, li porrai da un lato
   50 con le tue ninfe e con le tue compagne,
        con quante e quali e come a te sia grato.

        Lisbena ancor per piani e per montagne
        porrá le ninfe mie dall'altra parte;
        e se addivien che il cervio tu guadagne,

   55 piaccia a Iunon volere incoronarte.
        Ma se le ninfe mie vincon la caccia
        o per ingegno o per forza di Marte,

        anco Lisbena incoronar gli piaccia,
        non per lei tanto, ma per le sorelle,
   60 che per vergogna stan con rossa faccia. —

        Le ninfe di Iunon gentili e belle
        si mostrôn d'accettar volonterose
        con arditi atti e con pronte favelle.

        Allor Diana a sei silvani impose
   65 che menassero il cervio; ed ei menôllo
        su delle ripe e delle vie scogliose,

        con una fun legato intorno al collo;
        poi fu lasciato sciolto presso al fonte,
        ch'era sacrato alla suora d'Apollo.

   70 – Su su, sorelle, circondate il monte
        – dicea Lippea, – e prendete la costa
        con archi e spiedi coll'acute ponte.

        Ognuna attenta sia nella sua posta:
        co' can correnti dietro alli cespogli,
   75 come chi sta in aguato, stia nascosta.

        E tu, Tirena, va' 'ntorno a li scogli
        con cento ninfe: sai ch'io mi confido
        in tua virtú; però mostrar la vogli.

        Sí come io accenno o col mio corno grido,
   80 cosí con quelle cento mi soccorre,
        co' cani alani e col tuo arco fido.

        Perché, se 'l cervio suso al monte corre,
        di lá dall'altra valle non trapassi,
        lassú, Ipodria, tu ti vogli porre

   85 e con ducento ninfe prendi i passi:
        con can mastini e con cani levrieri
        fa' che lo pigli e che passar nol lassi.

        Or ora essere accorte è ben mestieri;
        acciò che onore abbia la nostra dea,
   90 mostriam la forza de' nostri archi fieri. —

        Non men Lisbena ancora disponea
        la schiera sua e facevala forte
        con modi e con parol, ch'ella dicea.

        – Sorelle, ora conviene essere accorte;
   95 ora convien mostrar nostro valore;
        ch'altri che noi di caccia onor non porte.

        Ora si vederá chi porta amore
        a dea Diana e se siete valente,
        sí che di questa caccia abbiamo onore.

  100 O Lisna bella mia, va' prestamente
        sopra del monte e circonda la cima
        con cento ninfe: e state bene attente.

        Credo che 'l cervio lí correrá prima:
        abbiate cani e spiedi, ché non varchi
  105 di lá dal monte verso la valle ima.

        Chi per la costa discorra cogli archi,
        chi di lanciotto e chi di duro spiedo,
        quando fia l'ora, la sua mano incarchi.

        Alconia, te per principal richiedo,
  110 che stii con cento ninfe in su la piaggia;
        ché 'l cervio lí verrá, sí come io credo. —

        Quando ordinata fu la schiera saggia,
        e fu ognuna nel loco che vòlse
        quella di Iuno e della dea selvaggia,

  115 la bella Iris i gran cani sciolse
        d'intorno al cervio abbaianti e feroci;
        ed ei fuggí e ver' Diana volse.

        Le ninfe sue alzôn liete le voci,
        gridando fortemente: – Ad esso, ad esso
  120 con le saette e coi passi veloci. —

        Le lor verrette scoccavano spesso;
        e 'l cervio corre e su lo monte sale;
        e dietro i can correndo vanno appresso.

        E poi che giunto fu nel piano equale,
  125 passato arebbe il monte, se non fosse
        che Lisna bella gli die' d'uno strale.

        Allora quello addietro alquanto mosse,
        ed un fier can mastin gli prese il volto,
        e Marsa ninfa d'un dardo il percosse.

  130 Per questo il cervio, alla man destra vòlto,
        ver' quelle di Iunon fece l'andata;
        e questo a Lisna bella increbbe molto.

        Ipodria bella, tutta rallegrata:
        – Fa' – disse, – o Iuno, che vinciam la festa;
  135 dá' or questa vittoria a tua brigata.

        L'aspere ninfe della dea foresta
        non l'han saputo aver, ma s'è fuggito:
        però è degno che perdan l'inchiesta. —

        Quando quel cervio presso a lei fu ito,
  140 d'un fiero dardo gli passò la spalla,
        tal che egli a terra cadde giú ferito.

        Come che gente alcuna volta balla
        per la vittoria, che giá aver si spera,
        e poi si scorna se l'effetto falla;

  145 cosí fên quelle, ché Lisbena, ch'era
        dall'altra parte, disse: – Abbi memoria,
        o dea Diana, della nostra schiera:

        fa' che le ninfe tue abbian la gloria
        di questa caccia, acciò che non sia ditto
  150 ch'altri che tu ne' boschi abbia vittoria. —

        Per questo il cervio si levò su ritto;
        ché quelle di Iunon non eran corse
        insino a lui, ma sol l'avean trafitto.

        Poi per la costa giú correndo corse
  155 per gire al fonte, che stava a rimpetto;
        ma Lisna, quando di questo s'accorse,

        un legno attraversò 'n un passo stretto
        lá onde convenía ch'egli passasse;
        e quel correndo vi percosse il petto.

  160 Lisbena in quello d'un dardo gli trasse
        nel fianco manco e passò l'altro canto,
        onde convenne che 'l cervio cascasse.

        L'aspere ninfe s'allegraron tanto,
        quanto si possa dir, ognuna certa
  165 che d'aver vinto si potea dar vanto.

        Tagliôn la testa, e di bei fior coperta
        portavanla a Diana, e lei fe' segno
        che a dea Iunon ne facessero offerta.

        Ella accettò con aspetto benegno:
  170 Lippea e le compagne il volto basso
        tenean d'ira e di vergogna pregno,

ché 'l lor pensier era venuto in casso.

CAPITOLO VII

Come la ninfa Lippea fu coronata della ghirlanda, che avea vinta.

        Per questo Lippea bella è disdegnosa;
        e perché vinta gli parea a ragione
        quella grillanda tanto preziosa,

        andò piangendo all'alta dea Iunone,
    5 dicendo a lei: – Perché le paraninfe,
        che vengon dietro a te, cosí abbandone?

        Queste silvestre e queste rozze ninfe
        di dea Diana, tra' boschi assuete
        e tra li scogli e valli e tra le linfe,

   10 perché han vinto il cervo, stanno liete
        e stan superbe e fan di noi dispregio
        con beffe e riso e con parol secrete.

        Perché a me, che son del tuo collegio,
        la mia vinta corona mi si nega?
   15 Io 'l dico per l'onor e non pel pregio.

        Se il pregio mio, regina, non ti piega,
        mover ti debbe la mia compagnia:
        vedi che ognuna per me te ne prega. —

        Iunon alquanto a ciò sorrise pria,
   20 e poi benigna a lei la man distese,
        dicendo: – Usar convien qui cortesia.

        Dacché Diana tien questo paese,
        e noi venimmo ad onorar sua festa,
        ben è che 'nverso lei io sia cortese.

   25 La tua vittoria a tutte è manifesta,
        e tutte veggon ch'è tua la grillanda
        e che l'emula tua perde la 'nchiesta.

        Ma va' a Diana ed a lei la domanda:
        cosí a me piace e voglio che si faccia
   30 da te e dall'altra ciò ch'ella comanda. —

        Allora andò con reverente faccia
        e disse a lei: – O figlia di Latona,
        con reverenza io prego che ti piaccia

        che mi sia data la vinta corona;
   35 tu sai, Diana, che secondo il patto
        debbe esser mia, e ragion me la dona. —

        La dea rispose a lei con benigno atto:
        – D'allora in qua, Lippea, bene ti vòlsi,
        che festi alla grillanda sí bel tratto.

   40 Del cervio la vittoria io ti tolsi;
        quand'egli cadde, io gli rendei la lena,
        e su levato alle mie ninfe il volsi,

        ché di perder le vidi aver gran pena;
        ond'i', a pietá commossa, alla lor parte
   45 il feci andar a prego di Lisbena.

        Né questo feci per ingiuriarte,
        ma perché scaccia invidia e serva amore
        sempre l'onor che insieme si comparte. —

        E poi la 'ncoronò con grande onore
   50 e nel carro la pose seco appresso,
        con la grillanda di tanto valore.

        Iunon, che stava non molto da cesso,
        diede a Lisbena un arco d'unicorno
        per premio della caccia a lei promesso,

   55 tutto smaltato d'un bianc'osso eborno,
        e d'una pelle d'orso un bel carcasso
        fulcito tutto d'oro intorno intorno.

        Diana intanto il carro a passo a passo
        mosse verso Iunon; e, giunta a lei,
   60 riverenza gli fe' col capo basso,

        dicendo: – O gran regina delli dèi,
        Lippea, che sta meco qui presente,
        tanto m'è grata e piace agli occhi miei,

        che, se a te piace ed ella me 'l consente,
   65 prego che facci che meco rimagna
        insino all'altra festa rivegnente

        e non sia grave a lei nostra montagna;
        ché meco la terrò non come ancella,
        ma come mia carissima compagna. —

   70 La dea assentío ed anche Lippea bella;
        e l'altre ninfe ne fenno allegrezza,
        mostrando ognuno insieme esser sorella.

        E tutto il loco s'empí di dolcezza,
        di canti e balli su nel verde prato,
   75 il quale ha ben sei miglia di larghezza.

        Cupido, ed io con lui, stava occultato;
        e dalle dèe sí poco er'io distante,
        ch'io intendea lor parlar da ogni lato,

        quando l'Amor mi disse: – Tutte quante
   80 le ninfe hai viste; or, dimmi, qual tu vuoi?
        a qual ti piace piú esser amante? —

        E detto questo, d'un de' dardi suoi
        d'oro ed acceso mi percosse il petto,
        e beffeggiando se ne rise poi.

   85 Ed io a lui: – Il grato e bello aspetto
        della gentil Lippea tanto eccede,
        che nulla paion l'altre a lei rispetto.

        Ma perché non è esperta, non s'avvede
        ch'io l'ami e che di lei m'abbi ferito,
   90 e la mia pena occulta ella non crede.

        Per quella fé, con la qual t'ho seguito,
        ferisci ancora lei, perché s'avveggia
        quant'ha valore in sé l'arco tuo ardito. —

        Cupido rise come chi beffeggia;
   95 cosí ridendo da me disparío
        sí come un'ombra o cosa che vaneggia.

        – Ove ne vai – diss'io, – o falso dio?
        perché mi lassi? Or veggio ben ch'è folle
        chi pone in te speranza ovver desio. —

  100 In questo, come mia fortuna volle,
        una schiera di cervi giú emerse
        e discese nel pian suso dal colle.

        Le ninfe tutte per la valle sperse
        cursono a far la caccia per lo piano
  105 per vari lochi e vie aspre e diverse.

        Lippea coll'arco bello, ch'avea in mano,
        seguí un cervio, ch'andò verso il monte
        e passò a lato a me poco lontano.

        Sola soletta e con le voglie pronte
  110 gli andava dietro su tra il bosco incolto,
        ferendo lui con le saette cónte.

        Ed io, che stava lí in quel loco occolto,
        per ritrovarla dietro a lei mi mossi,
        e tra le frondi del boschetto folto

  115 due miglia o quasi cred'io andato fossi,
        ch'io la trovai, e la fiera avea morta,
        in prima dato a lei mille percossi.

        E quand'ella di me si fo accorta,
        lassò il cervio e misesi a fuggire
  120 su verso il monte timidetta e smorta.

        E dietro a lei io comincia' a dire:
        – O ninfa bella, io prego, alquanto ascolta,
        prego che mie parole vogli udire. —

        Come il cacciato cervio si rivolta
  125 sol per veder se il seguitan li cani,
        cosí ella facea alcuna volta.

        E poi fuggía tra quelli boschi strani,
        ed io seguíala tra le acute spine,
        che mi strappavan le gambe e le mani.

  130 – Perché fuggendo sí ratto cammine? —
        diceva io a lei. – Io prego che ti guardi
        che tra li boschi e scogli non ruine.

        Deh! perché non ti volti e non mi sguardi?
        Di te ferito m'ha, o cara gioia,
  135 il falso Amor co' suoi orati dardi.

        Se tu non m'hai pietá, non ti sia noia
        almen ch'io t'ami; e questo sol domando,
        se tu non vuoi ch'io manchi ovver ch'io muoia.

        Io prego il sacro Amor ch'io veggia il quando
  140 ferisca te e costrengati tanto,
        che sii, com'io, soggetta al suo comando. —

        Quand'ella questo udí, si volse alquanto
        e disse, vòlta a me, alzando il grido:
        – Mai si potrá Amor di me dar vanto.

  145 Tutta la forza del crudel Cupido
        metto a dispetto e le saette e 'l foco,
        ed anco alla battaglia io lo disfido

        ch'egli abbia possa a innamorarmi un poco,
        e del vano arco, il qual portare egli usa,
  150 secura io me ne vo in ogni loco.

        Il petto mio trasmutato ha Medusa
        contro l'Amor in sasso e 'n dura pietra,
        ed a piacergli ha ogni porta chiusa,

        sí che suoi dardi e sua vile faretra
  155 niente curo; e bench'egli mi fera,
        il colpo suo mia carne non penètra. —

        E perché ogni ninfa è piú leggera
        assai che l'uomo, da me dipartisse,
        correndo come veltro ovver pantera,

160 e 'nsin che fu a Diana, non s'affisse.

CAPITOLO VIII

Come Cupido, irato con la ninfa Lippea, la ferí d'una saetta d'oro.

        Io era solo e scornato rimaso,
        quando scontrai in quella via smarrita
        Cupido, come andasse quindi a caso.

        E disse a me: – Lippea ov'è fuggita,
    5 che m'ha sfidato e mette me a dispetto?
        Ma converrá che da me sia punita,

        ch'io gli trapasserò il core e il petto
        con un acceso dardo delli miei;
        e farla a te soggetta io ti prometto.

   10 Io, che ho domato Iove ed altri dèi
        con la potenza della mia saetta,
        non vincerò, non domerò costei? —

        Quando egli disse voler far vendetta,
        pensa, lettore, s'io mi feci lieto,
   15 da che affermava a me farla soggetta.

        Egli si mosse, ed io gli andai dirieto;
        e sempre per la costa andò all'ingiúe
        tra 'l duro bosco e l'aspero spineto.

        Quando presso alla valle giunto fue,
   20 vidi io Lippea che guidava il ballo
        'nanti alle dèe con le compagne sue.

        L'arco suo dur, che mai ferisce in fallo,
        prese Cupido, e d'uno stral gli diede
        a venti braccia forse d'intervallo

   25 sol nelli panni e giú appresso il piede;
        ché se a lor desse in petto o molto forte,
        sí come a' viri ed agli dèi e' fiede,

        perché ad amar le ninfe non son scorte,
        pel grande incendio del sacrato foco
   30 verrebbon meno e caderebbon morte.

        Il caldo cominciò a poco a poco
        passargli al cor con l'infocato dardo;
        e giá ferita non trovava loco.

        Lippea allora a me alzò lo sguardo
   35 e con gli occhi mirommi, con li quali
        tanto m'accese il cor, ch'ancora io ardo.

        L'Amor, movendo poi le splendide ali,
        per man menommi insino alla fontana,
        menacciando anco con suoi duri strali.

   40 Di me s'avvide allora dea Diana
        e disse irata e con acerbo volto:
        – Or che fa qui quella persona strana? —

        Lo dio Cupido meco s'era folto,
        ma non veduto; ch'egli alla sua posta
   45 si può manifestare e farsi occolto.

        Egli mi disse: – Fa', fa' la risposta. —
        Onde io andai, e riverente e chino
        mi posi al carro suo appresso e a costa.

        E dissi a lei: – Mio caso e mio destino,
   50 o dea, m'ha qui condotto nel tuo regno
        per uno errante ed aspero cammino.

        Forse Dio il fe' che alla tua festa vegno:
        per lui ti prego, o alma dea selvaggia,
        che non mi scacci e che non m'abbi a sdegno.

   55 E prego te che una grazia io aggia:
        che come starvi Ippolito a te piacque,
        cosí possa io tra questa turba gaggia. —

        E come chi consente, ella si tacque:
        cosí sospeso e dubbioso rimasi
   60 e tornai a Cupido presso all'acque.

        Il carro della dea ben venti pasi
        dal fonte, a mio parere, era distante,
        e 'l sol calato all'orizzonte o quasi,

        quando con vergognoso e bel sembiante
   65 venne Lippea inverso il fiumicello,
        ond'io andai dicendo a lei davante:

        – O ninfa mia gentil col viso bello,
        deh! non t'incresca e non aver temenza
        se io, che tanto t'amo, ti favello.

   70 Perché pur fuggi e pur fai resistenza
        a quell'Amor, ch'anco li dèi percote
        con le saette della sua potenza? —

        Sí come onesta donna, che non puote
        soffrir lascivo sguardo, sottomette
   75 e abbassa gli occhi e fa rosse le gote:

        cosí fece ella alle parole dette,
        che abbassò il viso e diventò vermiglia
        e lagrimò e le parol tacette.

        – Mostra i zaffiri, c'hai sotto le ciglia
   80 – dissi, – o Lippea, ed alza sú la vista,
        che alle dèe del ciel si rassomiglia. —

        Sfogando il pianto: – Oimè, misera, trista!
        Oimè! – diss'ella. – Io ho tanto tormento:
        Amor non vuol che a lui io piú resista.

   85 Se mai il dispettai, io me ne pento;
        se mai il gran Cupido io ebbi a vile,
        dico «mia colpa» e dico «me ne mento».

        Con la potenza dell'orato astile
        di mie parole folli ora mi paga
   90 e col foco, che al cor va sí sottile.

        Ma io il prego o che il dardo ritraga,
        che m'ha ferito il cor, o che mi uccida,
        sí che la morte risani la piaga. —

        Ed io a lei: – Cupido fu mia guida
   95 insino a te, ed egli mi promise
        donarti a me con sua parola fida. —

        Udito questo, il viso sottomise;
        poi disse sospirando e con vergogna:
        – Perché, quando ferí, e' non mi uccise?

  100 – Da che egli vuole, e questo esser bisogna
        – diss'io a lei, – io prego che mi dichi
        se tu se' mia, e non mi dir menzogna. —

        Come la sposa, cui pudor fatichi,
        cosí un «sí» de' labbri gli uscí fuore
  105 pur con vergogna e con atti pudichi.

        Il viso bianco di smorto colore
        prima dipinse e poscia si fe' rosso
        de' due color, che fuor dimostra Amore.

        Poi disse: – Oimè, oimè che piú non posso
  110 celar l'amor! – E questo ella dicendo,
        cadea, se non che io gli tenni il dosso.

        Soggiunse poi: – Amor, a te mi rendo:
        non trova l'arco tuo difesa o scudo;
        però invan contra te mi difendo. —

  115 Poi disse a me: – O amoroso drudo,
        io prego te, da che Amor mi ti dona,
        che contra me non sie cotanto crudo,

        che tu mi lievi la bella corona,
        che io porto in testa e la qual io mi vinsi,
  120 e che mai non mi lasci per persona. —

        Io gliel promisi e per fede gli strinsi
        la bianca mano e con le braccia stese
        il capo bianco e 'l collo ancor gli avvinsi.

        Contro l'amor non fe' poi piú difese
  125 la bella ninfa e mostrossi sicura,
        pur con vergogna ed onestá cortese.

        Cercando andammo per quella pianura,
        e poi salimmo ad alto suso al monte,
        in tanto che la notte si fe' oscura.

  130 Era giá Febo sotto l'orizzonte
        ben venti gradi, ed ella mi condusse
        in un bel prato, ov'era un bello fonte.

        Ed in quel loco tanto vi rilusse
        la chiara luna, che per quella valle
  135 ogni fiore io vedea qual e' si fusse.

        Di fiori e di viol vermiglie e gialle
        la bella ninfa tutto mi coprío;
        e poi sul prato mi posai le spalle.

        E quando all'oriente in pria apparío
  140 il chiaro sol, trovai che n'era andata,
        e posto un sasso scritto al capo mio,

        nel qual dicea: «Sappi ch'io son tornata
        a dea Iunone, alla regina mia;
        che colle mie compagne io sia trovata.

  145 Tu sai che dea Iunone, andando via,
        di lassarmi a Diana ell'ha promesso
        che con lei io rimanga in compagnia.

        In questo tempo che star m'è concesso,
        staremo ed anderem come a noi piace,
  150 cercando e boschi e balzi e scogli spesso.

        Fatti con Dio e tieni occulto e tace;
        e prego che a vedermi torni tosto,
        ché solo in veder te 'l mio core ha pace».

        Oh lasso! a Invidia nulla è mai nascosto,
  155 c'ha mille orecchie la malvagia e rea,
        e l'occhio suo in mille lochi è posto.

        Questa n'andò all'una e all'altra dea,
        dicendo: – Or non sapete ch'una dama
        qui delle vostre, chiamata Lippea,

160 il giovinetto qui venuto ell'ama
        col core e coll'amor tanto fervente,
        che sol per lui di rimaner ha brama? —

        E, detto questo, sparí prestamente.

CAPITOLO IX

Come la ninfa Lippea si duole che le convien partire.

        Letto ch'io ebbi ciò che nel sasso era,
        io mi partii e dentro uno spineto
        mi posi a stare ascoso insino a sera,

        acciò che il nostro amor fosse segreto.
    5 Presso all'occaso ed io scendea la costa
        e per veder Lippea andava lieto.

        Ed una driada disse: – Fa', fa' sosta —
        forte gridando, ond'io maravigliai
        e 'nsin che giunse a me, non fei risposta.

   10 Quando fu a me, ed io la domandai.
        – Non sai – rispose – ciò ch'è intervenuto,
        e Lippea quanti per te sostien guai?

        L'amor tra te e lei stato è saputo,
        e conven che si parta: oh sé infelice,
   15 ché contra questo nullo trova aiuto!

        Io son sua driada e giá fui sua nutrice:
        l'amor, che porta a te, m'ha rivelato,
        ed ogni suo segreto ella mi dice.

        Se saper vuoi il fatto come è stato,
   20 la Invidia, che sempre il mal rapporta,
        che mille ha orecchie ed occhi in ogni lato,

        disse a Iunone: – Or non ti se' tu accorta
        che Lippea ama il vago giovinetto,
        che venne qui e tanto amor gli porta? —

   25 Poscia sparío, quando questo ebbe detto
        la rea, che ha mille occhi e tutto vede
        e mille orecchie e tosco ha dentro al petto.

        Ah Invidia iniqua, quanto a te si crede!
        e perciò volentier tu se' udita,
   30 perché troppo al mal dir si dona fede.

        A Lippea detto fu che ammannita
        stesse ad andarne nel seguente giorno,
        quando Iunon volea far sua partita.

        Pel gran dolor e per lo grave scorno
   35 d'amaro pianto si bagnò le gote,
        e smorto diventò suo viso adorno.

        E per non far di fuor le fiamme note,
        che Amor le aveva acceso dentro al core
        coll'arco dur, che mai invan percote,

   40 pigliava scusa pianger per l'amore,
        ch'ella portava alla Diana dea
        e alle sue ninfe come a care suore.

        – Sorelle mie – dicea, – perché credea
        rimanermi con voi, però 'l cuor piagne
   45 che dipartir mi fa la 'Nvidia rea.

        E non sará che mai 'l mio pianto stagne:
        tanto è l'amor, oh lassa me tapina,
        ch'io conceputo ho qui, o mie compagne. —

        Poscia andò a Iuno e disse: – O mia regina,
   50 per darmi infamia e darmi vitupero,
        l'Invidia con sua lingua serpentina

        detto ha cosí; ma s'ella dice il vero,
        io cada morta, o s'io assento all'arme
        di dio Cupido o mai n'ebbi pensiero.

   55 Quando deliberasti, o dea, lassarme,
        concepii amore a tutte, ed or mi dole
        se io le lascio e altrove puoi menarme. —

        Iunon rispose a lei brevi parole:
        – Voglio che vegni e, quando il carro parte
   60 crai, sii la prima sul levar del sole. —

        Poscia che mille lacrime ebbe sparte,
        dicea fra sé dolente ed angosciosa:
        – Come farò? oimè! 'l cor mio si sparte. —

        Come va 'l cervio, a cui giá venenosa
   65 è giunta la saetta, e move il corso
        or qua or lá, e insin che muor non posa:

        cosí ed ella per aver soccorso
        giva ad ognuna, e poscia
        lacrimando deliberò a Diana aver ricorso.

   70 E disse: – O dea, tu facesti il domando
        ch'io rimanessi, e Iuno fu contenta;
        ed io anche assentii per suo comando.

        Ed ora pare a me ch'ella si penta,
        non so perché: e se fia mia partenza,
   75 convien che gran dolor mio cor ne senta,

        perché tu, dea, a me benivoglienza
        hai dimostrata, e Pallia e Lisbena
        e l'altre, con ch'i' ho fatto permanenza.

        Però partir da loro a me è gran pena,
   80 ch'io amo ognuna come mia sorella,
        e sopra tutte te, o dea serena.

        Però, ti prego, alquanto tu favella
        a dea Iunon ch'io stia sino alla festa,
        che ogni anno, come sai, si rinovella. —

   85 Rispose a lei Diana: – Manifesta
        tu fai te stessa: or sappi che colei,
        di cui è sospetto, non è ben onesta.

        Vanne con la signora delli dèi;
        ché s'ella mi dicesse ch'io v'andassi,
   90 sí come a Iove, a lei ubbidirei. —

        Per la vergogna tenne gli occhi bassi
        la misera e pensava tutt'i modi
        per rimanere e che nessun ne lassi.

        O Amor folle, che sí forte annodi
   95 l'amante con l'amato e sí li leghi,
        che dentro consumando li corrodi!

        Quando si vide non valer li prieghi,
        giva ansiando come fa la cagna,
        a cui veder li suoi figliuol si neghi.

  100 E lasciò tutte e sol me per compagna
        seco menòe; e salse tanto ad erto,
        ch'ella pervenne in una gran montagna.

        Alquanto andammo lí per un deserto:
        alfin venimmo in quel prato fiorito,
  105 ov'ella te di fiori avea coperto.

        Ella gittossi dov'eri dormito;
        e cominciò a dir con pianto amaro:
        – O dolce sposo mio, dove se' ito?

        dove se' ora, o mio amico caro?
  110 Oh ti vedessi 'nanti ch'io mi parta,
        da che contra il partir non ho riparo! —

        Poi ch'ebbe pianto lí ben una quarta
        d'una gross'ora, su in un sasso scrisse
        col dardo suo, come chi scrive in carta.

  115 E lí lo pose e poi indi partisse;
        e per veder te, credo, mille volte
        giú per la piaggia mirando s'affisse.

        Iunon le ninfe sue avea raccolte,
        e perché Lippea sola v'era manco,
  120 mandat'avea a trovarla ninfe molte.

        La piaggia tutta non avea scesa anco,
        che fu trovata e menata a Iunone
        coll'animo ansioso e tanto stanco.

        Non valse a dir che sdegno era cagione
  125 del suo assentarsi, che creso era piúe
        a Invidia il falso, ch'a lei 'l ver sermone,

        che non la fêsse dalle ninfe sue
        battere prima, e poscia l'ha mandata
        stretta e legata al monte Olimpo in súe.

  130 Nel suo partir m'impose esta ambasciata,
        la qual t'ho detta; e disse:
        – Dilli quanto da lui mi parto afflitta e sconsolata. —

        Tanto negli occhi m'abbondava il pianto,
        quando la driada questo mi proferse,
  135 che non risposi per lo pianger tanto.

        Ma per le vie tant'aspere e perverse
        con lei andai insino alla pianura,
        ove Lippea di be' fior mi coperse.

        E ratto corsi a legger la scrittura,
  140 la quale avea scolpita su nel sasso,
        quand'ella fece la partenza dura.

        Ella dicea: «Perduto ho il bello spasso,
        ch'io avea, vedendo te, o dolce drudo:
        partir conviemmi, ed io il mio cor ti lasso.

  145 Troppo Cupido a me è stato crudo:
        egli, ch'io non ti veggia, t'ha nascoso,
        e di te m'ha ferito a petto nudo.

        Fátti con Dio, o mio primaio sposo
        ed ultimo anco: oimè, che non ho spene
  150 di rivederti mai, né aver riposo!

        Ché quel reame, che Iunon si tiene,
        è alto tanto e posto sí lontano,
        che mai nessun mortal tanto su vene».

        Letto ch'io ebbi quel tra me pian piano,
  155 volsi alla driada il lacrimoso volto,
        il qual io mi percossi con la mano,

        dicendo: – Il mio conforto chi l'ha tolto?
        Or dove se', Lippea ninfa mia?
        O dolce amore, in quanto duol se' vòlto!

  160 Driada, dimmi se c'è modo o via
        o che io la giunga, o s'egli c'è speranza
        ch'io venga ove Iunone ha signoria.

        – Il correr delle ninfe ogni altro avanza
        – rispose quella; – e 'l regno di dea Iuno
  165 è tanto ad alto ed ha sí gran distanza,

        che non vi puote andar mortale alcuno. —
        Cosí mi disse e poi si mosse a corsa,
        d'ogni sperar lasciandomi digiuno,

e se n'andò correndo piú che un'orsa.

CAPITOLO X

Nel quale l'Amore discorre delle varie impressioni dell'aere con l'autore, a cui da Venere vien promessa la ninfa Ilbina.

        Oh Speranza vivace e sempre verde!
        Se ogni cosa all'uom toglie fortuna,
        ella sempre rimane e mai si perde.

        Questa soletto al lume della luna
    5 mi mise tra li boschi e tra li rovi
        con gran fatica e senza posa alcuna.

        Dicea fra me: – Ben converrá ch'io provi
        ogni mio ingegno e cerchi ogni paese,
        che Lippea bella mia ninfa ritrovi. —

   10 E giá cercando er'ito ben un mese
        per l'aspro bosco e per la selva amara,
        quando Cupido a me si fe' palese.

        E come quando Febo si rischiara,
        perché la nube grossa s'assuttiglia,
   15 che prima ostava alla sua faccia chiara;

        cosí una luce splendida e vermiglia
        mi die' nel volto; e, mentre l'occhio innalzo,
        per veder meglio aguzzando le ciglia,

        io vidi lui, che stava su in un balzo
   20 e disse a me: – Ricòrdati che tue
        giá tante volte m'hai chiamato falzo.

        Però t'ho tolto l'allegrezze tue;
        ma io prometto a te di ristorarte,
        se falso e traditor non mi di' piúe.

   25 Ma sappi prima che forza né arte
        al regno di Iunon giammai perviene:
        tant'ello dalla terra si disparte;

        ché 'l regno, il quale Saturnia mantiene,
        è posto in aere su nel freddo loco,
   30 onde la pioggia e la grandine viene.

        Lí non riscalda la spera del foco,
        che non riscalda in giú tanto da cesso,
        né anco il sol niente o molto poco;

        ché 'l raggio del gran Febo in giú riflesso
   35 non riscalda da lungi o molto oblico,
        ma ben dappresso è riflesso in se stesso.

        E quando a questo loco, ch'io ti dico,
        il vapor di quaggiú salendo giugne,
        ratto che sente il freddo a sé nemico,

   40 in sé si strigne ed in sé si congiugne
        e fassi nube; e, quand'egli è costretto,
        si fa la pioggia, perché l'acqua smugne.

        Ma nella state quel vapor, che ho detto,
        ha molto in sé del terrestro vapore
   45 sulfureo e secco e d'ogni umido netto.

        E questo, quando sente l'umidore,
        sí come fa all'acqua la calcina,
        s'accende, e con gran rabbia n'esce fuore

        quindi il baleno e 'l tuon con gran ruina.
   50 E di questo vapor Vulcano a Iove
        fa tre saette nella sua fucina.

        Che se ben miri quanto è piú forte ove
        sta sulfurea fiamma inclusa ed arda,
        tanto piú furiosa ella si move,

   55 sí come apparir può nella bombarda,
        ché poca fiamma accesa tanto vale,
        che tuona e rompe ed esce fuor gagliarda;

        perché la state vieppiú alto sale
        del chiaro Febo il suo riflesso raggio,
   60 e risal meno obliquo e piú eguale.

        Però questo vapor, che pria dett'aggio,
        conven che 'l sole il lieve in piú altura
        a farlo nube in piú alto viaggio.

        Ov'ei trova adunata piú freddura,
   65 ivi si stringe, e l'acqua da lui scossa
        grandine fassi: sí 'l ghiaccio la 'ndura.

        Ma, perché nell'inverno non ha possa
        il sol, che tanto insú il vapor lieve,
        'nanti ch'assai insú faccia sua mossa,

   70 ancor non fatto nube si fa neve;
        e raro e sperso fatto ghiaccio cade,
        come bambace in terra, lieve lieve.

        A cosí alte e sí fredde contrade
        da che salir non puoi, qui a te venni,
   75 ché di tanta fatica io t'ho pietade. —

        E, detto questo, con parole e cenni
        mi fece scender giú per una scheggia;
        e, quando in un bel prato giú pervenni,

        io vidi ninfe; e ciò, ch'occhio vagheggia
   80 mai di bellezza, risplendeva in loro:
        tanto ognuna era bella e tanto egreggia.

        Parean venute dal superno coro
        quaggiú nel mondo, creatur celeste
        use con Iove in l'alto concistoro.

   85 Quando mi viddon, fuggîr ratte e preste
        alquanto a lungi e poi voltôn lor volti,
        me risguardando tacite e modeste.

        – Io prego – dissi – che da voi si ascolti
        di questa mia venuta la cagione,
   90 che m'ha condutto in questi boschi incolti.

        Cercando vo il regno di Iunone:
        da che fortuna m'ha condutto a voi,
        prego vostra pietá non m'abbandone.

        – Al regno di Iunone andar non puoi
   95 – mi rispose una, – ché sí in alto è posto,
        che montar non potresti insino a loi. —

        E quando questo a me ebbon risposto,
        passâro un monte e sí ratto fuggîro,
        che appena il vento si movea sí tosto.

  100 Ed io dirieto a lor, con gran suspiro,
        presi la costa e salsi il monte ratto;
        e quando giú nell'altra valle miro,

        io vidi l'arco di Iunon lí fatto
        ed alto in aere, il qual per segno diede
  105 Dio a Noè, con lui facendo il Patto.

        E come re ovver regina siede
        nell'alto tron, cosí su quel si pose
        Venus vestita d'òr da capo a piede,

        con la corona di mirto e di rose,
  110 con lieta faccia ed aspetto sí bello,
        piú che mai dèe ovver novelle spose.

        Cupido allor volar come un uccello
        vidi per l'aere; e credo sí veloce
        Cillen non corse mai, né tanto snello.

  115 Venus mi disse in questo ad alta voce:
        – O giovin, c'hai montata insú la costa,
        spronato dall'amor caldo e feroce,

        la bella ninfa, che a te fe' risposta,
        da me e dal mio figlio a te è sortita,
  120 che l'abbi a tuo voler ed a tua posta.

        Fa' che tu passi qua, dov'è fuggita
        nell'altra valle, e tanto lí rimagne,
        che da Cupido per te sia ferita. —

        Per questo io trapassai l'aspre montagne,
  125 tanto ch'io la trovai nell'altro piano,
        che stava a coglier fior con le compagne.

        Cupido lí non molto da lontano
        di quella bella ninfa mi ferío
        d'una saetta d'oro, ch'avea in mano.

  130 Però io con ingegno e con desio
        m'appressa' a loro e dissi: – O ninfe belle,
        in questo loco sí silvestre e rio

        per consigliarmi alcuna mi favelle:
        deh! non v'incresca che alquanto qui stia,
  135 stancato tra le selve amare e felle. —

        La ninfa, che risposto m'avea pria:
        – O giovin – disse, – non abbiam temenza,
        né anco incresce a noi tua compagnia.

        Ma noi Minerva, dea di sapienza,
  140 aspettiam qui; e da noi qui s'aspetta
        con lo gran carro della sua eccellenza;

        ché qui tra noi è una giovinetta,
        che vuoi menare al suo regno felice,
        la qual tra le sue ninfe ha per sé eletta;

  145 e non sappiam di qual di noi si dice.
        Noi non voramo, quando ella discende,
        che alcun uomo con noi trovasse quice.

        Per quella cortesia, che 'n te risplende,
        ti prego che di qui ti parti alquanto,
  150 ché tua presenza sospette ne rende.

        – O ninfa, veder te m'è grato tanto
        – risposi a lei – e tanto a te mi lego,
        che io non posso andar in alcun canto.

        Ma io a me stesso la mia voglia niego
  155 contra mia voglia ed al partire assento,
        da che ti piace: tanto può 'l tuo priego.

        E, da che io mi parto con tormento,
        dimmi chi se'; e quando qui ritorno,
        prego, del tuo parlar fammi contento. —

  160 Per la vergogna arrosciò il viso adorno,
        e ch'io non fossi udito ella temea:
        però ella mirava intorno intorno.

        Poscia rispose: – Io nacqui giá 'n Alfea,
        Ilbina ho nome e tra li duri scogli
  165 vo seguitando la selvaggia dea.

Piú non ti dico: omai partir ti vogli. —

CAPITOLO XI

Come la dea Minerva discese e seco menò Ilbina ninfa.

        Io me n'andai in un boschetto alpestro,
        distante a quelle ninfe, a mio parere,
        ben quasi una gettata di balestro,

        sí ch'io poteva udire e ben vedere
    5 tutti lor atti e tutte lor parole,
        ed aspettando mi stava a sedere.

        Ed ecco, come quando il chiaro sole
        tra le men folte nubi sparge il raggio,
        che quasi strada in cielo apparir sòle,

   10 cosí da cielo ingiú si fe' un viaggio;
        e la via lattea, che pel caldo s'arse,
        piú che quella in splendor non ha vantaggio.

        Le ninfe tutte alla strada voltârse;
        e come quando rischiara l'aurora,
   15 cosí lucente in cielo un carro apparse.

        E poco stando io vidi una signora
        splendente quanto il sol su la mattina,
        quando dell'orizzonte egli esce fòra,

        incoronata come la regina,
   20 che venne a Salomon dal loco d'Austro
        per udire e saper la sua dottrina.

        Quando piú presso ingiú si fece il plaustro,
        lo scudo cristallin gli vidi in mano,
        lucente quanto al sol nullo alabastro.

   25 Ed era sí scolpito e sí sovrano,
        che tanto adorno nol fece ad Achille,
        per preghi della madre, dio Vulcano.

        Appresso al carro stavan le sue ancille,
        inclite ninfe, intorno a coro a coro,
   30 ed ogni coro in sé n'ha piú di mille.

        Non ebbe piú splendor, né piú lavoro
        il carro, a cui Fetòn lasciò lo freno,
        quando trasse i corsier dal cammin loro.

        Vedendo lo splendor tanto sereno,
   35 l'alpestre ninfe stavan ginocchioni
        con reverenza sul basso terreno.

        Quando discesa fu con canti e suoni
        la dea Minerva e che fu posto fine
        a tanti balli ed a tante canzoni,

   40 le ninfe alpestre riverenti e chine
        dissono: – O dea, qual vorrai che vegna
        di noi e che al tuo regno al ciel cammine? —

        Rispose ella: – Di voi ognuna è degna;
        ma ora eleggo Ilbina e voglio questa,
   45 che venga meco ove da me si regna. —

        E, detto questo, con canti e con festa
        la coronò d'alloro e poi d'uliva,
        e di fin òr gli fe' vestir la vesta.

        Poi per la strada, che da ciel deriva,
   50 la menò seco pel cammin ad erto,
        forte a salire ad uom mortal, che viva.

        Io, che m'era occultato in quel deserto
        tra dure spine e pungenti cespogli,
        il viso alzai di lacrime coperto.

   55 – Perché, o Palla, Ilbina mia mi togli?
        – dissi piangendo; – e perché a questa volta
        d'Ilbina, o dio Cupido, ancor m'addogli? —

        E fuora uscii e con fatica molta
        per la celeste strada insú mi mossi
   60 dietro alla ninfa, la qual m'era tolta.

        E ben un miglio cred'io andato fossi,
        che la dea Venus si chinò a pietade:
        tanto con li miei preghi io la commossi.

        Nell'aere apparse con grande beltade;
   65 poi scese al carro con faccia proterva,
        il qual saliva le splendenti strade.

        – Non senza gran cagione, o dea Minerva
        – disse Venus, – io vengo tra la schiera,
        che segue te e tuo comando osserva,

   70 ché insino al cielo, ove il gran Iove impera,
        d'un vago giovinetto è giunto il grido,
        che sempre ha 'n me sperato e sempre spera.

        Ed io ed anche il mio figliuol Cupido
        una ninfa, ch'è qui, gli abbiam promessa,
   75 sí come a nostro caro amico e fido.

        E se tu vuoi sapere quale è essa,
        Ilbina ha nome, che la dea Diana
        la mandò a te ed halla a te concessa.

        E perché la mia spen non fosse vana,
   80 Iunon la confermò e fe' che scese
        Iris, sua nuncia, presso una fontana.

        Acciò che mie parol sien meglio intese,
        mira colui che sal su per la via:
        il mio figliuol colui d'Ilbina accese.

   85 Costui è quel, di cui prego che sia
        la detta ninfa; ed egli è quel che fue
        dato da Iuno a lei per compagnia.

        Vedi che move ratto i passi insúe
        e per la costa omai è tanto stanco,
   90 che a pena dietro a te può seguir piúe. —

        Minerva, vòlta verso il destro fianco,
        mi rimirò; ed io era da lunge
        tre gettar di balestro o poco manco.

        Come che 'l servo se medesmo punge,
   95 che è visto ed aspettato dal signorso,
        che affretta i passi insin che a lui aggiunge;

        cosí fec'io insin ch'io ebbi corso
        al carro, ove Ciprigna s'era posta,
        che mi aspettava per darmi soccorso.

  10 °Come persona a compiacer disposta
        a chi la prega, cosí Palla fece
        a Citarea benigna risposta:

        – Se a Iunone, a cui imperar lece,
        io ho rispetto ed a te che 'l domandi,
  105 che puoi dir: «Voglio», e fai cotanta prece,

        io mi contento far ciò che comandi;
        ma chiama Ilbina e vedi se consente
        innanti che 'l mio carro piú su andi. —

        Come donzella, che tra molta gente
  110 si dé' sposar, ed ègli detto: – Vuoi
        per tuo marito costui qui presente? —

        che, vergognando, abbassa gli occhi suoi;
        cosí Ilbina si fe' vergognosa,
        parlando questo le dèe amendoi.

  115 Però gli disse Venere amorosa:
        – O ninfa, che tra l'altre piú elette
        piú bella se' e piú pari graziosa,

        perché della vergogna sottomette
        il tuo bel volto? perché hai temenza
  120 del mio parlar, che gran ben ti promette?

        Vien' su nel carro di tanta eccellenza:
        io ti voglio parlar quassú da presso:
        vien' su avanti alla nostra presenza. —

        Come la zita col volto sommesso
  125 va per la via e move il passo raro,
        tal andò al carro e poi montò su in esso.

        Mentre salea, io vidi un foco chiaro,
        che gli abbruciò l'estremitá del panno,
        ond'ella mise un gran suspiro amaro.

  130 Quando s'avvide Palla dello 'nganno
        e che conobbe il foco, il fumo e 'l segno
        del sospirar, che fe' con tanto affanno,

        si volse a Citarea con grande sdegno:
        – Come se' tanto ardita, o rea e falza,
  135 tradir le ninfe, che son del mio regno?

        Nata nel mare giú tra l'acqua salza,
        de li membri pudendi, e tra le schiume,
        qual è quella superbia, che t'innalza?

        Madre e maestra d'ogni rio costume,
  140 pártite e vanne al regno tuo, lá dove
        ogni tuo atto è vano e torna in fume.

        Tu lodi il tuo figliuol, che ferí Iove;
        ma non fu il vero: Iove anche è diverso
        da quel che il cielo ed ogni effetto move.

  145 Quel sommo re, che regge l'universo,
        porta odio a te e 'l tuo figliuol descaccia,
        sí come falso amor, rio e perverso. —

        Come chi scorna, ch'abbassa la faccia
        e mormorando seco il capo scuote,
  150 mostrando irato e con segni minaccia;

        cosí Ciprigna con le rosse gote
        partíssi quindi ed al figliuol ricorse,
        come chi sé vendicar ben non puote.

        E giá ad Ilbina sarebbon trascorse
  155 le fiamme e 'l sacro foco insino al core,
        se non che Palla il suo scudo gli porse,

        che ha tanta virtú, tanto valore,
        che ogni fiamma di Cupido ammorta,
        ogni atto turpe ed ogni folle amore.

  160 E questo scudo, che Minerva porta,
        è di cristallo e 'l capo gorgoneo
        ha sú scolpito di Medusa morta,

vinta per forza e ingegno di Perseo.

CAPITOLO XII

Come la dea Minerva racconta all'autore l'eccellenza del suo reame.

        Con miglior labbia poscia a me rivolta
        la dea Minerva splendida e serena,
        mi disse: – Attento mie parole ascolta.

        Se vuoi lassar Cupido, che ti mena
    5 tra' duri scogli dell'aspro deserto
        con tanti inganni e con cotanta pena,

        e vuoi salir la strada suso ad erto,
        meco venendo all'alto mio reame,
        chiuso agli stolti ed alli saggi aperto,

   10 io ti farò amar dalle mie dame,
        che fanno i lor amanti esser felici,
        e te faran beato, se tu l'ame.

        Le ninfe di Diana servitrici,
        rispetto a quelle, ti parran villane,
   15 incolte, indotte, zotiche e mendíci.

        O ben dell'aspre selve, o cose vane,
        tanto veloce lo tempo vi toglie,
        che come d'ombra nulla ne rimane!

        Non posson contentar l'umane voglie,
   20 che 'n sé non hanno esistente bontade,
        e 'l ciel le logra, mentre sopra voglie.

        E, perché il ciel voltando sempre rade,
        quel che fu nuovo riveste l'antico;
        però le cose belle si fan lade.

   25 E, perché meglio intendi ciò ch'io dico,
        vien' su nel carro mio, che alla 'nsú monta,
        tra l'esercito mio saggio e pudico. —

        Io salsi il carro e nella prima gionta
        io dissi: – O dea Minerva alta e benegna,
   30 del regno tuo alquanto mi racconta.

        E dimmi qual è 'l modo ch'io vi vegna
        e dove sta e chi 'l regge e nutríca,
        e della sua beltá ancor m'insegna.

        – Al regno mio, del qual vuoi ch'io ti dica
   35 – rispose quella – e vuoi ch'io ti dimostri,
        non vi si può salir senza fatica;

        ché nel cammino stanno sette mostri
        con lor satelli ad impedir la strada,
        che l'uom non giunga a' miei beati chiostri.

   40 E chi losinga acciò che a lei non vada,
        chi fa paura e chi occulta il laccio,
        che impacci altrui o che dentro vi cada.

        E s'alcun vince e trapassa ogni impaccio,
        lassati i mostri, trova una pianura.
   45 ove non caldo è mai troppo, né ghiaccio.

        Chi su per l'erbe di quella verzura
        s'ingegna sempre di salire avante,
        del regno mio poi trova sette mura.

        E ogni muro dall'altro è piú distante
   50 che cento miglia, e dentro alla sua mèta
        un regno tien di ninfe oneste e sante.

        Ed una donna umíle e mansueta,
        a chiunque sale, il sacro uscio disserra
        benignamente e mai a nullo il vieta.

   55 Ma pria conven che l'uom basci la terra:
        allora quella ratto apre la porta
        e va con lui; se no, 'l cammin egli erra.

        Tra quelli regni dietro a questa scorta
        chi entra trova le muse elicone,
   60 ed ognuna gli applaude e lo conforta.

        Con lieti balli e soavi canzone
        il menano a diletto su pel monte,
        facendo melodia dolce e consone.

        Pervengon poi al pegaseo fonte,
   65 ove i poeti bevon la sacra onda;
        e poi d'alloro inghirlandan la fronte.

        All'altro giro, che vieppiú circonda,
        va poi chi prega la guida che 'l mene,
        e dietro a' passi suoi sempre seconda.

   70 Sette reine, nobili camene,
        che dienno alli gran saggi le mamille,
        di latte di scienza tanto piene,

        si trovan lí e nitide e tranquille
        mostran sette scienze, ovver sett'arti,
   75 con dolce dire e con soavi stille.

        Altra regina trovi, se ti parti,
        che splende quanto il sol nel mezzogiorno,
        quando ha li raggi meno obbliqui o sparti.

        Quella regina è tutta intorno intorno
   80 fulcita d'occhi assai vieppiú che Argo
        ed ha del sole il nobil viso adorno.

        Con tutti gli occhi il regno lungo e largo
        ella contempla e rende tanta luce,
        ché quivi non può 'l viso aver letargo.

   85 La scorta saggia altrove anco conduce,
        dov'è l'altra regina sí modesta,
        ch'ogni costume e senno in lei riluce.

        Fabricio e Scipion nutricò questa.
        Ella è che ad ogni troppo pone il freno
   90 ed è negli atti e nel parlare onesta.

        Altra reina è anco dentro al seno
        d'esto mio regno, di tanta fortezza,
        che a nulla violenza mai vien meno.

        Né mai menacce, né losinghe apprezza;
   95 né fortuito caso mai la piega;
        né muta faccia a doglia, né a dolcezza:

        il piombo solo è che la vince e spiega
        sí come il diamante, e cosí face
        di questa dea chi umilmente la prega.

  100 Da questo regno sí alto e capace
        la guida sale alla nobile Astrea,
        che con Saturno resse il mondo in pace.

        Ma, poiché fu la gente fatta rea
        e l'avarizia resse il mondo male,
  105 ritornò al cielo, ov'ella è fatta dea.

        Al nobil mio reame poi si sale,
        ove si trovan tre altre reine,
        ognuna in nobiltá a me eguale.

        Con queste tre sí alte e sí divine
  110 contemplo Dio, che regge l'universo,
        principio d'ogni cosa, mezzo e fine.

        Il regno mio è fatto a questo verso,
        com'io t'ho detto: or di' se vuoi venire
        o per le selve errando andar disperso. —

  115 Io era pronto e giá volea dire:
        – Io voglio, o dea, seguire il tuo consiglio
        e dietro a' piedi tuoi sempre vo' ire. —

        Ma, quando in aer su alzai il ciglio,
        vidi Venus, la quale una donzella
  120 mi mostrò lieta e Cupido suo figlio,

        non vista mai al mio parer sí bella;
        e cenno mi facían che su non gisse,
        ché fermamente mi darebbon quella.

        E parve che Cupido mi ferisse
  125 di piombo e d'oro; e con quelle due polse
        fece che allora non mi dipartisse.

        Quella del piombo il buon amor mi tolse,
        ch'avea d'Ilbina, e con quella dell'oro,
        oh lasso me! che a boschi anco mi volse.

  130 Per questo non seguii quel sacro coro;
        per questo lascia' io la compagnia,
        che mi menava all'alto concistoro.

        Risposi a Palla: – O dea, la possa mia
        non si confida e forse non può tanto
  135 che vinca i mostri e saglia sí gran via. —

        Cosí discesi di quel plaustro santo
        e giú nell'aspre selve ritornai
        intra le spine e punto d'ogni canto.

        Ratto ch'io giunsi, Venere trovai,
  140 che mi aspettava in una valle piana,
        sí bella quanto si mostrasse mai.

        Di mirto e rose e d'erba ambrosiana
        portava su la testa tre corone
        e faccia avea di dea e non umana.

  145 Ella mi disse: – Or di': per qual cagione
        volevi lasciar me e 'l mio figlio anco
        o per Minerva o per muse elicone?

        Se sí poco salendo fosti stanco,
        se tu fossi ito per quelle erte vie,
  150 saresti, andando insú, venuto manco.

        Ma, se verrai nelle contrade mie,
        le ninfe del mio regno al tuo desio
        saran condescendenti e preste e pie.

        E quella ninfa, ch'io e 'l figliuol mio
  155 t'abbiam mostrata, ancor te la prometto;
        e mezzo e guida a ciò ti sarò io.

        – O Citarea – diss'io, – a te soggetto
        sempre son stato ed anco al tuo Cupido,
        sperando aver da voi alcun diletto;

  160 onde per tue parole mi confido
        la bella ninfa aver, che mi mostrasti,
        e, ciò sperando, dietro a te mi guido

per questi lochi sí spinosi e guasti. —

CAPITOLO XIII

Come l'autore trova una ninfa chiamata Taura, la quale gli rende ragione di molti fenomeni.

        Appena eravamo iti un miglio e mezzo,
        ch'io vidi in una valle una donzella
        sotto una quercia, che si stava al rezzo.

        Io andai a lei e dissi: – O ninfa bella,
    5 di qual reame se'? O dolce dama,
        deh, fammi cortesia di tua favella,

        e dimmi il nome tuo come si chiama.
        Cosí soletta senza compagnia
        aspetti tu alcun, che forse t'ama? —

   10 Ella si volse e riverenzia pria
        fece alla dea; e poi cosí rispose
        alle parol della domanda mia.

        – Del van Cupido saette amorose
        giammai sentii; ed egli mi dispiace
   15 e suoi costumi e sue caduche cose.

        Dall'alto regno, che a Vulcan soggiace,
        son io venuta all'ombra a mio diletto,
        ché starsi al fresco alle sue ninfe piace.

        Se vuoi saper come il mio nome è detto,
   20 Taura son chiamata e qui dimoro
        a questo orezzo e nullo amante aspetto.

        E spesso l'altre ninfe del mio coro
        vengono qui e vanno quinci a spasso
        con vestimenti e con corone d'oro.

   25 Ma tu chi se' e dove movi il passo? —
        Ed io risposi: – L'amor m'ha condutto
        per questo loco faticoso e lasso.

        Chi sono e donde vengo a dirti il tutto
        sarebbe lungo: io gusto ora l'amaro,
   30 sperando di fatica dolce frutto.

        Se la dea assente, io prego, fammi chiaro:
        o ninfa bella, volentier domando,
        perché io so poco e domandando imparo.

        Però, mentr'io sto teco dimorando,
   35 dimmi del regno, che Vulcan nutríca
        sotto il suo freno e sotto il suo comando.

        Il tuo dolce parlare anche mi dica
        del loco ov'egli sta, s'egli ti done
        che piú dell'altre ninfe a lui sie amica.

   4 °Cupido giá del regno di Iunone
        assai mi disse con suo parlar breve,
        e della grandin disse la cagione

        e delle nubi e pioggia e della neve
        e delli tuoni, e disse del baleno,
   45 ch'anco a' giganti è timoroso e greve.

        Ma non mi disse ben espresso e appieno
        come si fa la sube e la cometa
        e la stella che corre e poi vien meno. —

        Allor la ninfa con la vista lieta
   50 rispose: – In pria conven che le parole,
        le qua' disse Cupido, io ti ripeta.

        Ciò, che non scalda il foco ovvero il sole,
        conven che da sé venga in gran freddezza,
        come natura e filosòfia vuole.

   55 Però nell'aer sopra a tanta altezza,
        dove non scalda il raggio che 'nsú riede,
        e ove il foco non scalda a piú bassezza,

        sta 'l regno freddo che Iunon possede:
        li duo vapori, acquatico e terrestro,
   60 lí si fan nube, sí come si vede.

        E 'l vapor terreo e secco è da sé presto
        ad accendersi ratto, purché senta
        l'umido intorno, a sé opposto e molesto.

        Sí come la calcina, che diventa
   65 focosa all'acqua e fuor manda il calore,
        che prima parea fredda e quasi spenta;

        cosí levato 'nsú il doppio vapore,
        l'acquatico si stringe e quindi piove,
        perché quivi è compresso dal freddore.

   70 Il terreo allor si aduna e si commove
        dentro alla nube, e quel moto l'accende:
        è la fiamma rinchiusa in stretto, dove

        con grave tuon la densa nube fende,
        e spesse volte la saetta scaccia
   75 col balenar, che subito risplende;

        il balenar vien subito alla faccia;
        ché presto l'occhio può veder la luce,
        se opaco o grande spazio non l'impaccia.

        Ma 'l tuon, che seco il balenar produce,
   80 l'orecchia dalla lunga nol può udire,
        se l'aer seco a lui non lo conduce.

        E ben che 'l foco sia atto a salire,
        niente meno ingiú la nube spande,
        che 'l freddo denso insú non lassa ire.

   85 Or, se saper tu vuoi quel che domande,
        dirò pria della stella, che nel cielo
        permuta loco e par correndo ell'ande.

        Se 'l vapor terreo passa l'aer gielo,
        sottile e secco è ad ardere disposto
   90 piú che la stoppa a lume di candelo.

        Quand'egli vien lassú, dove sta posto
        il regno di Vulcan, l'accende il foco
        nel primo capo, e la fiamma tantosto

        per lui trascorre e non a poco a poco,
   95 ma ratto e presto; e la fiamma corrente
        pare una stella che tramuti loco.

        E fa un fregio sú chiaro e lucente
        per la via che trascorre, ed in un tratto
        poscia vien meno e non appar niente.

  100 E se 'l vapor è di materia fatto
        che sia grossa e viscosa e sulfuresca,
        non atta a consumarsi molto ratto,

        quando ha passata la contrada fresca,
        va su infin che l'aer caldo trova,
  105 e lá s'accende come a fiamma l'ésca.

        E pare un trave acceso che si mova:
        questo è la sube, e spesso ha la figura
        o di colonna o di altra cosa nova.

        E se 'l vapor, che 'l sol lieva in altura,
  110 è grosso e secco e molto denso e spesso
        e di materia a consumarsi dura,

        quando egli giunge sú al foco appresso,
        s'accende quella parte che 'n pria monta,
        e quella fiamma scende giú per esso

  115 in quella parte che non è ancor gionta,
        ma sta giú verso l'aere distesa
        lunga e nelle sue parti ben congionta.

        Allor la parte ch'è nel foco accesa,
        pare una stella, e l'altra la sua chioma,
  120 cioè la parte nell'aer distesa.

        E però questa «cometa» si noma,
        quasi «comata», e chi ben questo mira,
        dato fu a lei il suo proprio idioma.

        Se saper vuoi perché il sol non tira
  125 piú 'nsú 'l detto vapor, poiché è focoso,
        ma secondando il primo moto gira,

        sappi che ogni cosa ha 'l suo riposo
        nel proprio loco, come hai giá udito,
        e, se si parte quindi, va a ritroso.

  130 E però quel vapor, quando è ignito,
        sta dentro fermo presso a quella spera,
la quale è d'ogni lieve il proprio sito.

        E sappi ancor che tanto la lumiera
        dura della cometa e tanto è vista,
  135 quanto dura il vapor e sua matèra;

        ché mai la fiamma può veder la vista
        o la luce del foco per se sola,
        s'ella non è con altro corpo mista. —

        Tacette poscia dopo esta parola;
  140 ond'io a lei risposi: – Ammiro alquanto
        come s'accende il vapor che 'nsú vola.

        Ed anco ammiro come può esser tanto,
        che se ne faccia vento e pioggia ancora
        e l'altre cose dette nel tuo canto. —

  145 Sub brevitá questo rispose allora:
        – Pensa del cibo dentro al corpo umano,
        quando è indigesto e quando egli evapóra:

        il qual, quando è cacciato fuor dell'ano,
        s'infiammeria come trita vernice,
  150 se si scontrasse in acceso vulcano.

        Cosí il vapor, che sú 'l mio canto dice,
        s'infiamma giunto nell'aere acceso
        e d'ogni impressione è la radice. —

        Cupido, quando a questo io stava atteso,
  155 venía per l'aere quasi uccel veloce
        colle saette in mano e l'arco teso.

        – O Taura – chiamò ad alta voce, —
        tu proverai che piú 'l mio foco infiamma
        che quel del tuo Vulcano, e che piú coce.

  160 Ei l'ha provato, e sallo la mia mamma. —
        Cosí dicendo, un colpo tal gli porse
        col dardo acceso di sacrata fiamma,

        che trapassolla e insino a me trascorse;
        e tanto m'infiammò quella saetta,
  165 ch'io grida' aiuto, e l'Amor non soccorse.

        Taura bella, di dolor costretta,
        gridò al ciel: – Vulcano, ora m'aita,
        e del crudele Amor fammi vendetta. —

E, detto questo, cadé tramortita.

CAPITOLO XIV

Come Cupido fece battaglia con Vulcano e come a prego di Venere Giove discese dal cielo e pose pace fra loro.

        Parve che quella voce andasse al cielo,
        ché venne con un tuon un gran baleno
        a lei sopra la faccia e 'l petto anelo.

        E nel dir «miserere» ed anche in meno
    5 l'aere si turbò e féssi fosco,
        il quale pria era chiaro e sereno.

        E ben mille ciclopi fuor d'un bosco
        io vidi uscir e fuor delli gran monti,
        alti, che tanto abeti io non conosco.

   10 Questi hanno sol un occhio in le lor fronti,
        fabbri di Iove e duri nelle braccia,
        crudel, nelle battaglie arditi e pronti.

        Poi tra le nubi con irata faccia
        e con tempesta apparve il gran Vulcano
   15 co' tuon, co' quali a' giganti minaccia.

        E tre saette avea nella sua mano;
        cosí discese giú con sí gran grido,
        ch'egli facea tremar tutto quel piano.

        – Dov'è – dicea, – dov'è 'l crudel Cupido?
   20 Dove se' ito, traditor bugiardo?
        Vieni, ché alla battaglia io ti disfido.

        Ahi, gran prodezze mostrarsi gagliardo
        contra una ninfa, a cu' il petto hai ferito
        sí crudelmente col tuo crudo dardo!

   25 Ma, se tu se' sí grande e sí ardito,
        perché non vieni, o nato d'adultèro,
        in campo alla battaglia, ov'io t'invito? —

        Cupido, in questo, superbo ed altèro
        vidi venir volando, e mai uccello
   30 corse alla preda sí ratto e leggero.

        Ed a Vulcan: – Ritorna a Mongibello,
        sciancato, storto e dal ciel messo in bando:
        ritorna alla fucina ed al martello.

        Il dardo orato mio, il qual io mando,
   35 tu proverai; e, se ti giunge addosso,
        tu griderai a me: – Mercé domando. —

        Poi scoccò 'l dardo, ed arebbel percosso,
        se non ch'e' si gittò alla supina:
        per questo il colpo andò da lui rimosso.

   40 Su ratto si levò e con ruina
        il folgore gittò, il qual la spada
        corrode e nulla fa alla vagina,

        ch'ello è fiamma sottile e fa che vada
        dentro alli pori e ciò che non ha poro,
   45 cosí disfá, come il sol la rugiada.

        Questo di piombo le saette e d'oro
        fuse nella faretra, e smunse e róse
        ciò che v'avea di metallin lavoro.

        Quando Cupido le polse penose
   50 volle trar fuor per trarre un'altra volta,
        nulla trovò, mentre sú la man pose.

        Onde ei, scornato e con furia molta:
        – Io ho l'altr'arme – disse – e 'l foco sacro:
        quest'arme a me da te mai non fia tolta. —

   55 Cosí dicendo, furibondo ed acro
        corse in Vulcano e sí gl'incese il mento,
        che 'l volto d'ogni barba li fe' macro.

        E, di questa vendetta non contento,
        col foco s'avventò nelli ciclopi;
   60 e, poi che 'l capo incese a piú di cento:

        – Tornate alle caverne come topi
        – diceva a lor, – tornate, o turba inerte,
        o falsi e vili e neri quanto etiòpi. —

        Vulcano, in questo, sú a braccia aperte,
   65 fuggendo, salse al regno di Iunone,
        ove il vapore in saette converte.

        Ma dietro a lui, leggier come un falcone,
        andò Cupido, e mai corse sí ratto
        dall'arco suo scoccato verrettone.

   70 E disse a lui: – Vulcan, non verrá fatto
        l'avviso tuo: farò che le saette
        far non potrai per me a questo tratto. —

        Cosí dicendo, tutte nubi umette
        'sciuccòe col foco e tanto consumolle,
   75 che 'ntorno al caldo l'umido non stette;

        ché, quando è consumato l'umor molle,
        accendersi non può 'l secco vapore,
        sí che Vulcan non fece quel ch'e' volle.

        Per questo cominciò con gran rumore
   80 a gridar forte, chiamando difese
        contra Cupido, stimol dell'amore.

        Allora Venus sue braccia distese
        al cielo e disse con parol divote
        al sommo Iove, tanto ch'e' la 'ntese:

   85 – Guarda il vecchio marito, che non puote
        piú difensarsi contro il mio figliuolo:
        vedi ch'e' l'ha percosso e che 'l percote.

        Tu sai che, quando il giganteo stuolo
        volle pigliar il cielo e discacciarte,
   90 piú che null'altro t'aiutò ei solo.

        E fece le saette con sua arte:
        con quelle, o Iove, tu gettasti a terra
        li gran giganti con le membra sparte. —

        In men che alcun non apre gli occhi o serra,
   95 vidi Iove discender giú 'n quel loco,
        ove Cupido a Vulcan facea guerra.

        – Cessa – disse al fanciullo – il sacro foco;
        Amor, se pensi quanto l'hai feruto,
        tu dirai ch'egli è troppo, e non è poco.

  100 E s'egli avesse a te ferir voluto,
        come potea, nella tua persona,
        nullo al suo colpo aver potevi aiuto. —

        A questa voce del signor che tona,
        cessò il foco Cupido e reverente
  105 disse al padrigno: – O padre, a me perdona. —

        Nulla cosa a sdegnarsi è piú fervente
        che 'l buon Amore, e nulla cosa ancora
        si placa e torna piú leggeramente.

        Posta la pace, si partí allora
  110 colle sue ninfe Iove e suoi satelli,
        de' quali il regno suo in ciel s'onora.

        Ma pria la vita a Taura, ed i capelli
        rendé a Vulcano, che parea un menno,
        ed a Cupido i dardi orati e snelli.

  115 Poiché i duo guerreggianti pace fenno,
        Vulcan disse all'Amor: – Perché sí rio
        ver' me se' stato e con sí poco senno?

        Se non che, quando a te saetta' io,
        trassi come a figliuol, non a figliastro:
  120 tu non scampavi mai dal colpo mio.

        E provato averesti ch'io so' il mastro
        di saettar e che non si può opporre
        a me mai scudo, unguento ovver impiastro.

        Io son che getto a terra le gran torre
  125 e li gran monti, e che soccorsi a Iove,
        quando i giganti vòlsonli 'l ciel tôrre.

        Della saetta mia, quando si move,
        i grandi effetti e le varie ferite,
        nulla è filosofia che le ritrove. —

  130 Rise Cupido alle parole udite
        e fe' come fa alcun, che par ch'assenta
        a quel che non è ver, per non far lite.

        E, come aquila fa, quando s'avventa
        alla sua preda rapace e feroce,
  135 ch'ali non batte, perché non si senta;

        cosí ciascuno ingiú venne veloce
        alla dea Venus. Benigna l'accolse
        e poi a Vulcan proferse questa voce:

        – Assai, marito mio, il cor mi dolse,
  140 quando tu fulminasti il dolce figlio
        e che guastasti le su' orate polse.

        Ma piú mi dolse che la barba e 'l ciglio
        egli arse a te e che con tanta asprezza
        nell'aer su ti pose a tal periglio.

  145 Or della doglia io sento gran dolcezza,
        da che tra voi è la concordia posta,
        la qual prego che duri con fermezza. —

        Vulcan non fece a lei altra risposta
        se non che con l'Amor volea la pace;
  150 ché la sua sposa, che gli stava a costa,

        piú 'l riscaldò che 'l foco, ov'egli giace,
        e, se non pel figliastro, facea forse
        cosa ch'è turpe e con beltá si tace.

        Per questo si partí e su ricorse
  155 al regno suo; e Taura sua partita
        fece una seco, onde gran duol mi morse.

        Però a Cupido: – Amore, ora m'aita:
        tu sai che 'l colpo insino a me pervenne,
        allor che Taura fu da te ferita. —

  160 Egli ridendo mosse le sue penne,
        e fuggí via l'Amor senza leanza
        ed alla piaga mia non mi sovvenne.

        Venus a me: – Assai piú bella 'manza,
        – disse – nel regno mio ti doneraggio. —
  165 Però, al conforto di tanta speranza,

la seguitai per l'aspero viaggio.

CAPITOLO XV

Come l'autore trova una ninfa di Cerere, chiamata Panfia, la quale gli conta il reame di Eolo, dio delli venti.

        L'amor con la speranza è sí soave,
        che fa parer altrui dolce e leggera
        la cosa faticosa e da sé grave;

        ché sempre mai, quando l'animo spera
    5 aver il premio della sua fatica,
        piglia l'impresa con la lieta ciera.

        Questa tra spine e tra pungente ortica
        menava lieto me per duro calle:
        tanto quella promessa a me fu amica;

   10 quando vidi una ninfa in una valle,
        che cogliea fiori, e suoi biondi capelli
        di color d'oro avea sparsi alle spalle.

        – A quella che lí coglie i fiori belli
        – diss'io a Venus – volentieri irei,
   15 se piace a te che alquanto gli favelli. —

        La dea consentí ai desii miei;
        ond'io andai, e, quando gli fui appresso,
        queste parole dirizzai a lei:

        – O ninfa bella, mentre a me è concesso
   20 ch'io parli teco, prego, a me rispondi:
        chi se' e questo loco a chi è commesso? —

        Allor, rispersa de' capelli biondi,
        inver' di me alzò la lieta testa,
        e poi rispose con gli occhi giocondi:

   25 25 – Eolo regna qui 'n questa foresta,
        che regge i venti ed halli tutti quanti
        sotto il suo freno e sotto sua potèsta;

        ché, quando contra il ciel funno i giganti,
        seguîro il padre, e le colpe paterne
   30 spesso tornano a' figli in duri pianti.

        Però gl'inchiuse Dio tra le caverne,
        ed Eolo diede a lor, che gli apre e serra
        e che sotto suo impero li governe.

        Se ciò non fosse, l'aere e la terra
   35 subbissarieno ed in ogni contrada
        farian grande ruina e grande guerra.

        Panfia ho nome, e la dea della biada
        alla figlia Proserpina mi manda;
        e spesse volte vuol che a lei io vada.

   40 E coglio questi fior, ch'una grillanda
        gli vo' portar, ché delli fior che colse
        gli sovvien anco, e però me 'n domanda,

        quando Cupido con sue fiere polse
        ferí 'l disamorato infernal Pluto,
   45 allor ch'a Ceres la figliola tolse.

        Ma tu chi se' e come se' venuto
        cosí soletto in questa valle alpestra?
        Vai vagabondo o hai 'l cammin perduto? —

        Ed io a lei: – Venus è mia maestra;
   50 seco mi guida al loco, ov'ella regna,
        e per darmi conforto ella mi addestra.

        Ed ha concesso a me ch'io a te vegna;
        o ninfa bella, prego mi contenti;
        e quel che ti domando, ora m'insegna.

   55 Dimmi ove stanno e donde son li venti,
        ché, quando scendi all'infernal regina,
        io credo che li veghi e che li senti. —

        Ed ella a me: – Perché ratta e festina
        Ceres mi manda, per fretta non posso
   60 appien de' venti darti la dottrina.

        Ma sappi che la terra dentro al dosso
        ha gran caverne, meati e gran grotte,
        ove li venti stanno in vapor grosso.

        Tra quei meati e quelle rupi rotte
   65 diventa quel vapor sottile e raro,
        quando di sopra al dí cresce la notte;

        ché, quando un loco a sé prende un contraro,
        l'altro contraro prende un loco opposto,
        e quanto posson tengon loco varo.

   70 E però, quando è ito il fin d'agosto,
        e che 'l dí manca e fassi qui il verno,
        allor che il sole in bassi segni è posto,

        nelle caverne, ch'Eolo ha 'n governo,
        s'inchiude il caldo. E di ciò dán certezza
   75 l'acque che stanno nell'alvo materno,

        che hanno il verno alquanto di caldezza,
        come si vede e come appare al senso;
        la state hanno sotterra piú freddezza.

        Sí che 'l vapor, in prima grosso e denso,
   80 convien che s'assuttigli e sparso cresca
        il verno, riscaldato ovvero accenso.

        Però dall'arto loco cerca ond'esca:
        cosí per le fissure e pori esala,
        e 'l sole il tira insino all'aura fresca.

   85 Lí ripercosso, poscia all'ingiú cala
        e fassi vento, e, dove luna il tira
        ovver Saturno, quivi move l'ala.

        Il vapor che rimane e che si aggira
        nel ventre della terra, perché appieno
   90 non può uscir del loco, ond'egli spira,

        ritorna addietro in fondo giú nel seno
        dell'alma terra; e però innanzi alquanto
        che sia il tremoto, ogni vento vien meno.

        E poi ritorna e con impeto tanto,
   95 venendo insieme, la terra percote,
        che la fa almen tremare in alcun canto.

        Questo è 'l tremoto, e voglio ch'ancor note
        che 'l vapor caldo inchiuso ha tal valore,
        che nulla cosa ritener il puote.

  100 Se fusse un monte qual tu vuoi maggiore,
        tutto d'acciaio dentro alla montagna,
        per mille parti ne uscirebbe fore.

        Cosí il vapor inchiuso in la castagna
        o in altra cosa, quando è riscaldato,
  105 convien che n'esca e quel che 'l tiene infragna.

        Io ho veduto giá ch'egli ha levato
        del loco un monte e fatta un'apertura
        sopra la terra con sí grande iato,

        che 'l re d'inferno avuta ha gran paura
  110 che non discenda insin laggiú il raggio
        e non illustri la sua patria oscura.

        E dico a te che anco veduto aggio
        Eolo re temere alcuna volta,
        quand'apre i monti e dá a' venti il viaggio.

  115 Egli escono con furia ed ira molta,
        quasi lioni o Cerbero feroce,
        quando si vide la catena sciolta.

        E discorrendo van per ogni foce;
        e, se si scontran due venti inimici,
  120 il turbo fanno, il qual cotanto nòce.

        Quest'è che gitta a terra li edifici
        con gran ruina e percuote li tetti,
        e svelle gli arbor dalle lor radici. —

        E giá poneva fine alli suoi detti,
  125 se non ch'io dissi: – Deh! di' se la luce
        del sol fa nell'inferno alcuni effetti. —

        Allor rispose: – Il sol, ch'è primo duce
        di ciò che nasce, pietre preziose,
        oro ed argento di laggiú produce.

  130 Ver è che Pluto tutte queste cose
        dona alla sposa sua, la quale è figlia
        di quella che l'andata a me impose.

        Io dirò a te una gran maraviglia:
        che d'oro mi mostrò un sí gran monte,
  135 che'ntorno gira piú di diece miglia. —

        E disse: – Io prego, quando lassú monte,
        che tu nol dichi agli uomini del mondo
        e d'esta mia ricchezza non racconte;

        ché son sí avari, che 'nsin quaggiú al fondo
  140 ei cavarieno a rubbar il tesoro,
        il qual m'è dato in sorte e qui nascondo;

        e son sí ghiotti e cupidi dell'oro,
        che giá han cavato ingiú trecento braccia:
        che non vengan quaggiú temo di loro. —

  145 E, detto questo, con la lieta faccia,
        ridendo, inchinò alquanto e disse: – Addio; —
        e poi n'andò come chi fretta avaccia.

        Alla mia scorta allora torna' io;
        e seguitaila insin all'oceáno
  150 per un viaggio molto aspero e rio.

        Nettuno a noi col suo tridente in mano
        venne risperso di marine schiume,
        sí che sua barba e 'l capo parea cano.

        Con lui vennon le ninfe d'ogni fiume,
  155 delle quali al presente non ne narro,
        ché 'n altra parte il contará il volume.

        Nettuno poi ne pose sul suo carro
        e solcòe 'l mar; e li mostri marini
        facean, mirando noi, al plaustro sbarro.

  160 Triton sonava, e li lieti delfini
        givan saltando sopra l'onde chiare,
        che soglion di fortuna esser divini.

        Poiché mostrato m'ebbe tutto il mare
        e che dell'acque la cagion mi disse,
  165 perché sotto son dolci e sopra amare,

        in terra ne posò e lí s'affisse,
        e fe' ballar per festa le sue dame:
        e poi dicendo: – Addio, – da noi partisse.

Allor Venus andò al suo reame.

CAPITOLO XVI

Del reame di Venere, e come le ninfe del medesimo reame dispiacquero all'autore, perché usavano atti disonesti d'amore; onde Venere il menò a ninfe piú oneste, ma piú piene d'inganno.

        Chi di Venus ben vuol saper il regno
        com'è disposto, sguardi pure agli atti;
        ché ogni balla si conosce al segno.

        Come gli uomini sonno dentro fatti,
    5 nell'opera di fuor si manifesta:
        quella è che mostra i saggi ed anco i matti.

        Poiché passata avemmo una foresta,
        io vidi il regno suo piú oltra un poco
        e gente vidi quivi in gioia e festa.

   10 Ed in quel regno quasi in ogni loco
        eran distinte ninfe a sorte a sorte
        in balli e canti ed in solazzi e gioco.

        Quando si funno di Ciprigna accorte:
        – Ecco la nostra dea – dissono alquante, —
   15 che torna a suo reame ed a sua corte. —

        Ben mille ninfe allor venneno avante,
        di rose coronate e fior vermigli,
        vestite a bianco dal collo alle piante.

        E de' loro occhi e dell'alzar de' cigli
   2 °Cupido fatto avea le sue saette
        e l'ésca, con la qual gli amanti pigli;

        ché quelle vaghe e belle giovinette
        con que' sembianti moveano lo sguardo,
        che fa la 'manza che assentir promette.

   25 Non era lí mestier pregar che 'l dardo
        traesse dio Cupido a far ferita
        o ch'egli al suo venir non fosse tardo;

        ch'ognuna mi parea che senza invita,
        solo al mirar e ad un picciol cenno,
   30 che nella vista sua mi dicesse: – Ita. —

        Poiché diversi balli quivi fenno
        'nanti a Ciprigna con canti esquisiti
        e misurati suon con arte e senno,

        io vidi dame e vidi ermafroditi,
   35 uomini e donne insieme, venir nudi,
        ove natura vuol che sien vestiti.

        Al viso con le man mi feci scudi
        per non vedergli; ond'ella: – Perché gli occhi
        – mi disse – colle man cosí ti chiudi? —

   40 Risposi a lei che gli atti turpi e sciocchi
        e ciò che vuol natura che sia occolto,
        enorme par che 'n pubblico s'adocchi.

        Ed ella a me: – Un luoco dista molto,
        ove tengo mie ninfe tanto oneste,
   45 che, solo udendo amor, le arroscia il volto;

        talché, quando Diana fa sue feste
        o va alla caccia tra luochi selvaggi,
        spesso vuole che alcuna io gli ne preste.

        Li sta la ninfa, la qual voglio ch'aggi,
   50 la qual, perché non gissi, io ti mostrai
        a lato a me tra gli splendenti raggi. —

        Partissi allora, ed io la seguitai
        insino a quelle, e di tant'eccellenza
        Natura ninfe non formò giammai.

   55 Né Fiandra, né Roma, ovver Fiorenza,
        né leggiadria giammai che di Francia esca,
        mostrâro ninfe di tant'apparenza.

        D'una di quelle Amor mi fece l'ésca
        ad ingannarmi, e fui preso sí come
   60 uccello o all'amo pesce che si pesca.

        Venere Ionia la chiamò per nome.
        Allor dall'altre venne la donzella
        con la grillanda su le bionde chiome.

        E, come va per via sposa novella
   65 a passi rari e porta gli occhi bassi
        con faccia vergognosa e non favella,

        cosí la falsa moveva li passi
        per ingannarmi e, quando mi fu appresso,
        mi riguardò; ond'io gran sospir trassi.

   70 Venere disse a lei: – Io ho promesso
        a questo giovinetto che ti guide:
        a lui ti diedi ed or ti dono ad esso. —

        Sí come putta che piangendo ride
        per ingannar, cosí bagnò la faccia,
   75 dicendo: – O sacra dea, a cui mi fide?

        In prima, o Iove, occidermi ti piaccia;
        in prima, o Citarea, voglio morire,
        che alcun uomo mi tenga tra le braccia. —

        E per podermi ancor meglio tradire,
   80 'sciuccava gli occhi a sé con li suoi panni,
        nel cor mostrando doglia e gran martire.

        Chi creso arebbe che cotanti inganni
        e tanta falsitá adoperasse
        ninfa, che non parea di quindici anni?

   85 Io pregava Cupido che tirasse
        contro di lei omai il suo fiero arco
        e che al mio voler la soggiogasse.

        Ed io il vidi col balestro carco
        nell'aer suso in uno splendor chiaro,
   90 e ferirla mostrò con gran rammarco.

        Non fe' all'Amor la ninfa piú riparo,
        ma il capo biondo sul mio petto pose
        e che io l'abbracciassi mostrò caro.

        Allor Venus di rosse e bianche rose
   95 a lei ed anco a me risperse il petto;
        e poi sparí come ombra e si nascose.

        Quand'ella vide me seco soletto,
        cosí mirava intorno con sospiri
        come persona, quand'ella ha sospetto.

  100 – Perché, o ninfa mia, intorno miri?
        – diss'io a lei. – Deh! alza gli occhi belli,
        che hai nel viso, quasi duo zaffiri.

        Perché stai timorosa e non favelli? —
        Allor alzò la faccia a me e parlommi,
  105 'sciuccando gli occhi a sé co' suoi capelli.

        – Pel sommo Iove e per li dèi piú sommi
        per l'aere e 'l cielo, il qual nostr'amor vede,
        pel duro dardo il qual gittato fommi,

        ti prego, amante, che mi dia la fede
  110 che non m'inganni e che vogli esser mio,
        da ch'io son tua e Venus mi ti diede.

        Or ti dirò perché ho sospetto io:
        qui stan centauri e fauni incestuosi,
        turpi in ogni atto scostumato e rio.

  115 E stanno tra le selve qui nascosi,
        e qui la 'Nvidia maledetta anco usa
        con sue tre lingue e denti venenosi.

        Ed io temo lor biasmo e loro accusa;
        però pavento, e sai che colpa occolta
  120 innante ai numi e al mondo ha mezza scusa.

        Però, acciò che teco non sia còlta,
        prego che la partenza non sia dura
        a te, né anco a me per questa volta. —

        Un monte mi mostrò e: – Su l'altura
  125 – mi disse sta un boschetto; io lí verraggio
        a te, quando la notte sará oscura. —

        E, perché 'l suo consiglio parve saggio,
        io me partii; ma prima li die' il giuro
        d'amarla sempremai con buon coraggio.

  130 Ed ella del venir mi fe' sicuro.
        Cosí n'andai; e, quando al loco fui
        colla speranza del venir futuro,

        dissi pregando: – O Febo, i corsier tui
        movi veloci verso l'occidente,
  135 perché piú ratto questo dí s'abbui.

        E tu, Atlante, il ciel piú prestamente
        movi coll'alte braccia e grandi e forti,
        perché la notte giunga all'oriente.

        O cerchio obliquo, che i pianeti porti,
  140 fa' sí che entri il sole in Capricorno,
        che sia la notte lunga e il dí raccorti,

        acciò che tosto passi questo giorno
        e venga Ionia, che venire aspetta,
        quando sia notte, meco a far soggiorno.

  145 Io benedico il foco e la saetta,
        o dio Cupido, col qual m'hai ferito;
        e la tua madre ancor sia benedetta,

        che, quando con Minerva insú er' ito,
        per me avvocò ed ella mi ritorse;
  150 ed ella ha fatto ch'ancor t'ho seguíto.

        E qui al suo reame ella mi scorse
        ed hammi data Ionia, e che a me vegna
        n'aggio speranza senza nessun forse,

e spero in te e 'n lei che mi sovvegna. —

CAPITOLO XVII

Dove si tratta dell'inganno, che fu fatto all'autore dalla ninfa Ionia.

        E giá il chiaro sol sí calato era,
        che nell'altro emisperio a quello opposto
        faceva aurora e quivi prima sera.

        E, per meglio vedere, io m'era posto
    5 alto in un sasso e lí cogli occhi attenti
        stava sperando che venisse tosto.

        Intanto fûn del sole i raggi spenti;
        e giá 'l cielo mostrava ogni sua stella,
        e non sentéa se no' 'l soffiar de' venti.

   10 – Quando verrai, o Ionia ninfa bella?
        – dicea fra me; – perché tanta dimora?
        Qual sará la cagion che sí tarda ella? —

        Qual va cercando l'angosciosa tora,
        a cui il figlio o la figliola è tolta,
   15 che soffia e cerca e mugghia ad ora ad ora,

        e poi si folce e coll'orecchie ascolta;
        tal facea io, ed alquanto la spene
        dalla sua gran fermezza s'era vòlta.

        Queste son le saette e dure pene,
   20 che balestra agli amanti il folle Amore;
        ché se speranza o tarda o in fallo viene,

        quanto sperava, tanto ha poi dolore;
        ché sempre volontá s'affligge tanto,
        quanto a quel che gli è tolto avea fervore.

   25 Io cercai per quel bosco in ogni canto
        insino al primo sonno e chiamai forte,
        aggirando quel loco tutto quanto,

        come fe' Enea alla suprema sorte
        cercando della misera Creusa,
   30 rimasa in Troia dentro delle porte.

        Eco tapina, che vive rinchiusa
        tra le spelonche, mi dava risposta
        al fin della parol, come far usa.

        Per ritrovarla scesi poi la costa,
   35 e driada trovai su nel sentiero,
        che a guardar le ninfe ivi era posta.

        – Deh dimmi, driada, prego, e dimmi il vero,
        se delle ninfe ve ne manca alcuna,
        o se 'l numero loro è tutto intero.

   40 – Quando la notte ieri si fe' bruna
        – rispose quella, – Ionia n'andò via,
        e non era levata ancor la luna. —

        E disse a me che cenno fatto avía
        la dea Ciprigna, acciò ch'andasse a lei
   45 cosí soletta senza compagnia.

        – Ma io, o giovin, volentier saprei
        perché tu ne domandi ed a quest'otta
        come vai quinci, e dimmi che far déi. —

        Risposi: – Iersera, quando il dí s'annotta,
   50 io vidi lei; ond'io maravigliai
        che sí soletta andar s'era condotta;

        ch'i' so che in questo loco stanno assai
        centauri e fauni, e so che qui ed altrove
        sono alle ninfe infesti sempremai.

   55 Io temo, o driada, che alcun non la trove
        e, sol da questo mosso, quaggiú vegno:
        questo a venir di notte qui mi move.

        – Se Citarea, la dea di questo regno
        – rispose quella – volle ch'ella gisse
   60 ed acciò ch'ella andasse gli fe' segno,

        nullo saría centauro che ardisse,
        né che potesse impedirgli l'andata,
        la qual i fati e la dea gli prescrisse.

        Ma, se questo non è e fie trovata,
   65 null'altra cosa, credo, la ripara
        che non sia presa e che non sia sforzata. —

        Ahi, quanto esta risposta mi fu amara,
        credendo fermamente fosse presa!
        E questa opinion mi parea chiara;

   70 ond'io risalsi insú tutta la scesa,
        che avíe fatta, e giunsi su nel piano,
        ove aspettato avíe con spene accesa.

        Io dicea meco: – O ninfa, alla cui mano
        or se' venuta? O vaga giovinetta,
   75 qual fauno t'ha scontrata o qual silvano?

        Questa è, Cupido, tua crudel saetta,
        e grave pena è la tua fiamma dura,
        se tardi o togli quel che spene aspetta.

        E l'altra è gelosia e la paura,
   80 che, perché la bellezza troppo s'ama,
        però in nulla parte è mai secura. —

        Cosí andai chiamando quella dama,
        come colui che una persona sola
        vuol che lo 'ntenda e timoroso chiama,

   85 che dice ratto e parla nella gola;
        e tal i' la chiamai ben mille volte,
        qual Eco rende 'l suon della parola.

        Tant'eran giá del ciel le rote vòlte,
        che Aurora giá mostrava sua quadriga,
   90 e giá Titon gli avea le trecce sciolte,

        quando pel pianto e per la gran fatiga
        convenne che giú in terra io mi colcasse,
        e piú per lei cercar non mi diei briga.

        In questo parve a me che in me entrasse
   95 il sonno, che ristora e che riposa
        a' mortali le membra stanche e lasse.

        Mentr'io dorméa, apparve a me, amorosa
        e piena di splendor, la bella Ilbina,
        in apparenza piú che umana cosa.

  100 – Lévate su, – mi disse, – ch'è mattina:
        Cupido tante volte t'ha tradito,
        egli e la madre sua, che è qui reina.

        Sappi che a Ionia il petto egli ha ferito
        d'un dardo oscuro ed impiombato e smorto,
  105 che 'l venir suo a te ha impedito.

        L'amor, che avea a te, in lei è morto;
        e ad un fauno vile, rozzo e negro
        l'han data per amante e per conforto:

        colui del suo bel viso ora sta allegro.
  110 E perché queste cose, c'ho racconte,
        le sappi appieno e tutto il fatto intègro,

        quand'ella a te venía quassú nel monte,
        perché piacesse a te piú la sua vista,
        di rose s'adornò il capo e il fronte.

  115 Cupido allor d'una saetta trista
        ed impiombata dentro al cor gli diede,
        colla qual fa ch'all'amor si resista:

        questa ogni amor gli tolse ed ogni fede
        a te promessa. E poi con l'altro astile,
  120 il quale è d'òr, da cui amor procede,

        sí come l'ésca el foco del focile,
        cosí accese lei; e poi mostrògli
        un fauno bovin, cornuto e vile.

        Però ti prego che seguir non vogli
  125 questo Cupido e che non vogli ire
        piú tra le selve e tra li duri scogli.

        Se al regno di Minerva vuo' venire,
        lassú l'animo tuo sará contento,
        lassú trova la voglia ogni desire. —

  130 Poscia sparí; e 'l sonno mio fu spento,
        e giú di terra mi levai sú erto,
        ché 'l letto mio fu 'l duro pavimento.

        E per voler di questo esser ben certo,
        sí come il bracco va cercando a caccia,
  135 cosí cercando andava io quel diserto;

        e trovai Ionia stare intra le braccia
        del fauno duro ed abbracciargli il seno.
        Ond'io con grande voce e gran minaccia

        corsi ver' lor, di furia e d'ira pieno;
  140 ond'elli, spaventati, fuggîr presti.
        Ma, perché Ionia potea correr meno,

        rimase addietro; ond'io: – Ché non t'arresti?
        perché fuggi cosí, o mala putta?
        Son queste tue parole ed atti onesti?

  145 Tu m'hai fatto aspettar la notte tutta
        ed hai lasciato me sol per restarte
        con un mostro cornuto e fèra brutta. —

        E, perché del fuggir le ninfe han l'arte
        e son veloci, sen fuggí sí ratto,
  150 che non la giunsi mai in nulla parte.

        Allor meco pensai ch'io era matto
        seguitar piú Cupido, ch'è fallace
        nelle promesse ed infedel nel fatto.

        Con voce irata ed animo audace
  155 queste parole contra Amor profersi,
        volendo seco guerra e mai piú pace,

sí come si contiene in questi versi.

CAPITOLO XVIII

Dove si tratta del reggimento della casa de' Trinci e della cittá di Foligno.

        – O vano e rio e traditor Cupido,
        nelle promesse iniquo ed infedele,
        morto sia io, se piú di te mi fido!

        Che tu non se' piatoso, ma crudele,
    5 e come falso il tosco amaro ascondi
        nella dolcezza d'un poco di mèle.

        Perché, o falso e rio, non ti confondi
        aver tradito me, che li miei passi
        seguíto han dietro a' tuoi sempre secondi?

   10 e tra li scogli e tra li duri sassi
        condotto m'hai, con tue promesse ladre,
        tra lochi montuosi e lochi bassi?

        Non è venusta dea tua falsa madre;
        anche è pellice obbrobriosa e sozza,
   15 nemica a tutte l'opere liggiadre.

        Io prego che la lingua gli sia mozza
        a chi ti chiama e chiamerá mai dio;
        ché chiunque il dice, mente per la strozza. —

        Quando queste invettive dicea io,
   20 una dea venne innante a mia presenza,
        saggia ed onesta, coll'aspetto pio.

        «Io son nel ciel la quarta intelligenza —
        avea nel manto e nella fronte scritto: —
        Minerva manda me, dea di scienza».

   25 E bench'io avessi el cuor cotanto afflitto,
        quand'io la vidi presso me venire,
        m'inginocchiai, ché prima stava io ritto.

        Benignamente a me cominciò a dire:
        – Dimmi, per qual cagion tu ti lamenti?
   3 °Chi t'ha condotto in sí fatto martíre? —

        Ed io a lei: – Li falsi tradimenti
        del rio Cupido lamentar mi fanno:
        egli m'ha indutto in cotanti tormenti.

        E se saper tu vuoi il mio affanno,
   35 ed egli ed una ninfa m'han tradito,
        usando meco falsitá ed inganno.

        S'io fossi con Minerva insú salito
        nel regno suo, ella mi promettea
        il ben, il qual contenta ogni appetito.

   40 Ed io lassai l'andar con quella dea
        per l'amor di Cupido, e tornai vòlto
        nella ruina d'esta selva rea. —

        Rispose quella con benigno volto:
        – Minerva a te mi manda ed anco Ilbina,
   45 ch'io ti tragga del cammino stolto.

        Degno è chi dietro al folle Amor cammina
        e chi nel suo voler fonda sua voglia,
        che cada in precipizio ed in ruina.

        Tu stesso se' cagion della tua doglia,
   50 da che sapei che donna ha per usanza
        ch'ella si volta e move come foglia.

        Ahi, quanto è stolto chi pone speranza
        in cosa vana! ché, quando si fida,
        quand'ella manca, ancor egli ha mancanza.

   55 Non sai che 'l folle Amor sempre si guida
        dietro a Concupiscenzia, e di lei è figlio
        quei che coll'arco l'amador disfida?

        E questo, se non ha el mio consiglio,
        convien che erri e come cieco vada
   60 smarrito per le selve in gran periglio.

        Ma, se tu vuoi tornar in tua contrada,
        séguita me, ed io sarò tua scorta;
        e riporrotti nella dritta strada. —

        Da quella selva tanto errante e storta
   65 mi pose nella via, la qual conduce
        dov'è della virtú la prima porta.

        Ivi parlommi e disse la mia luce:
        – Per questa via ritroverai Topino,
        che ad onta il trapassò il grande duce.

   70 E dietro al tuo signor movi il cammino
        (per U e go, e per quel nominollo,
        ch'a Pier fu nel papato piú vicino).

        A lui e a' suoi passati il grande Apollo
        diede per segno due mezzi destrieri
   75 con redini vermiglie intorno al collo,

        in campo bianco, a teste vòlte, e neri;
        ed a' suoi descendenti il fiero Marte
        per gran virtú promesso ha fargli interi.

        Come si trova nell'antiche carte,
   80 di Tros di Troia un suo nepote scese,
        detto anche Tros e venne in quella parte

        ad abitare in quel nobil paese,
        ove il Topino e la Timia corre:
        tanto l'amor di quel bel loco il prese.

   85 E Troia dal suo nome fece porre,
        chiamato or Trieve, ché antico idioma
        si rinovella e mutando trascorre,

        tanto che Persia Perugia si noma,
        e Spello in prima fu chiamato Specchio:
   90 cosí un vocabol su nell'altro toma.

        E questo Tros poi in quel tempo vecchio,
        Flamminea pose al nome della stella,
        che a battaglie influir non ha parecchio.

        Flamminea chiamò la cittá bella,
   95 ché «flammeo» è chiamato Marte fèro:
        cosí l'astrologia ancor l'appella;

        ché Marte avea promesso far intero
        il segno de' cavalli in campo bianco:
        però cosí nomarla ebbe pensiero.

  100 La cittá il nome e 'l loco mutò anco;
        e fo Flamminea Foligno nomata,
        perché l'antichitá sempre vien manco.

        Ed in quel loco anch'è la strada lata,
        la via Flamminea ed or detta Fiammegna:
  105 cosí da' patriotti ora è chiamata.

        Da questo Tros vien la progenie degna
        de' troian Trinci, ed indi è casa Trincia,
        che anco ivi dimora ed ivi regna.

        E costui anco tutta la provincia
  110 Asia cosí chiamò dall'Asia grande,
        com'uom che nuovo regno a far comincia.

        E, se certezza di questo domande,
        quivi è 'l monte Soprasia cosí detto,
        che sopra a quella patria piú si spande.

  115 Da questo scese il prence, a cui subbietto
        amor t'ha fatto e l'influenzia mia,
        quando prima spirò nel tuo intelletto.

        Come andò Paulo alla man d'Anania,
        al magnanimo torna, che detto aggio,
  120 ove mai porte serra cortesia. —

        Andai al mio signor cortese e saggio;
        e come alcun domanda ond'altri vène,
        cosí mi domandò del mio viaggio.

        Risposi a lui: – Seguíto ho vana spene
  125 del rio Cupido, ed egli mi condosse
        tra selve e boschi con acerbe pene.

        Ivi saría smarrito, se non fosse
        che una donna venne a me davanti,
        ed ella a te tornar anco mi mosse. —

  130 E poscia che gl'inganni tutti quanti
        gli dissi di Cupido, e come foi
        con lui tra' boschi per diversi canti,

        di dea Minerva gli ragionai poi
        e come m'invitò e fui richiesto
  135 ch'andassi seco alli reami suoi,

        e che Cupido, quando vide questo,
        egli e la madre sua mi fecer segno,
        tal ch'io tornai al bosco sí molesto.

        Rispose a questo quel signor benegno:
  140 – Come l'animo tuo tanto sofferse
        non seguitar Minerva all'alto regno,

        da che ella t'invitò e ti proferse
        il carro suo eccellente e di splendore,
        e d'essere tua guida anco s'offerse?

  145 Non sai che ogni senno e buon valore
        vien dal suo regno e che da lei procede
        ciò che per probitá s'acquista onore?

        Prego, se mai a me avesti fede,
        che questo regno tu vadi cercando;
  150 ché poi io vi verrò, s'ella il concede. —

        Che risponder dovea a tal domando
        se non: – Farò, signor, ciò che m'hai imposto,
        ché ogni priego tuo a me è comando? —

        E, perch'egli ad andarvi era disposto,
  155 questo, a cercar di quel regno felice,
        mi diede piú fervor ad andar tosto,

nel tempo che 'l seguente libro dice.

LIBRO SECONDO

DEL REGNO DI SATANASSO

CAPITOLO I

Come la dea Pallade appare all'autore e gli descrive la sedia e signoria di Satanasso.

        Febo la notte addovagliava al giorno
        ed era in compagnia col dolce segno,
        che prima fa di fiori il mondo adorno,

        quando a cercar mi misi il nobil regno
    5 di dea Palla Minerva, per comando
        d'un mio signor magnanimo e benegno.

        E come alcun che parla seco, quando
        va pel cammin soletto, faceva io,
        e questo dicea meco ragionando:

   10 – O alto re, monarca, o sommo Dio,
        non vedi tu che 'l mondo va sí male
        e quanto egli è perverso e fatto rio?

        Non vedi il vizio che la virtú assale?
        E da che questo da te si comporta,
   15 o tu nol vedi o dell'uom non ti cale.

        Giá l'avarizia ha ogni pietá morta
        ed ogni parentela ed ogni fede:
        il vizio alla virtú serra ogni porta.

        Non vedi che superbia sotto il piede
   20 tien la giustizia e con orgoglio e pompe
        s'è posta armata su nella sua sede?

        Non vedi tu che la lussuria rompe
        le leggi di natura e che 'l corrotto
        quel di novella etá poscia corrompe?

   25 Signor e Dio, se Abraam o Lotto
        in Sodoma e Gomorra tu non trovi,
        cioè nel mondo a tanto mal condotto,

        perché tu 'l foco e 'l zolfo giú non piovi?
        e se tu odi tante a te biasteme,
   30 perché a fulminar Vulcan non movi?

        perché tu non disfai il crudel seme,
        peggior che Licaon e che i giganti,
        se non che lor fortezze son piú sceme? —

        Minerva in questo venne a me davanti,
   35 e non la conoscea che fosse quella;
        ed una dea pareva alli sembianti.

        Come che saggia e vergine donzella,
        d'oliva e d'òr portava due corone,
        talché mai 'mperator l'ebbe sí bella.

   40 Scolpito avea l'orribile Gorgone
        nel bello scudo, ch'ella ha cristallino,
        il quale porta e contro i mostri oppone.

        Quando a lei fui e reverente e chino,
        ella mi disse: – Dove andar intende
   45 l'animo tuo per questo aspro cammino? —

        Risposi a lei: – Tra belli monti scende
        Topino in Umbria, ed in quel bel paese,
        sinché al Tevere l'acqua e il nome rende,

        regna un signor magnanimo e cortese:
   50 egli mi manda a cercar un reame,
        al qual Minerva m'invitò e richiese.

        Ma, perché allor Cupido di tre dame
        colle saette sue m'avea invaghito,
        con quali e' fa che fortemente s'ame,

   55 non accettai da quella dea l'invito,
        ma dietro al folle amor con molti affanni,
        sí come cieco, andato son smarrito.

        Or ch'io mi so' avveduto de' suo' inganni
        e che ogni cosa si può dir niente,
   60 la qual vien men per correre degli anni,

        che non andai con Palla il cor si pente;
        e 'l detto mio signore anco sen duole,
        ch'io non fu' al suo comando ubbidiente.

        Però mi ha detto in espresse parole
   65 ch'io cerchi infin che truovi ov'ella regna,
        ch'egli al suo regno poi venir vi vuole.

        Però ti prego, donzella benegna,
        o tu m'insegna il loco, ove la trovi,
        o di guidarmi infino a lei ti degna.

   70 E s'al mio basso prego non ti movi,
        mòvati quel signor, il qual mi manda,
        e li congiunti suoi antichi e nuovi. —

        Minerva, poiché 'ntese mia dimanda,
        sorrise alquanto e fece lieta cèra,
   75 mostrando faccia dilettosa e blanda.

        Rispose poi: – Virtú e fede vera
        del prince, che tu dici, e suoi passati,
        e che ne' figli e nepoti si spera,

        lui e suo' amici a me fatt'han sí grati,
   80 ch'io son venuta a te, e son colei
        che t'invitai a' mie' regni beati. —

        Allora la conobber gli occhi miei,
        ond'io m'inginocchiai e mia persona
        prostrai in terra innanti alli suoi pièi,

   85 dicendo: – O dea Minerva, a me perdona,
        s'io te lassai e seguitai Cupido
        per la via ria e abbandonai la buona.

        E quella fiamma, che fe' errar giá Dido,
        Ercole e Febo, innanzi a te mi scuse
   90 e 'l pentimento, pel qual piango e grido. —

        Allor porse la mano e sí la puse
        benignamente in su la mia man destra
        e poscia in questo modo mi rispuse:

        – Da che Cupido e la sua via alpestra
   95 non vuoi piú seguitar, io acconsento
        menarti meco ed esser tua maestra.

        Ma dimmi prima se tu se' contento
        combatter contra i mostri ed esser forte,
        che nel viaggio dánno impedimento. —

  100 Risposi: – O sacra dea, piú mi conforte
        che Adriana Teseo, quando il fe' saggio
        scampar del laberinto e della morte.

        Pensa se del venir gran voglia io aggio,
        quando cosí soletto mi son mosso
  105 a cercar te per questo aspro viaggio.

        Tu sai la mia virtú e quant'io posso;
        e, s'ella è poca, io spero aver ardire,
        se io mi guiderò dietro il tuo dosso.

        Ma prego, o sacra dea, mi vogli dire
  110 qual è 'l cammino e prego che mi mostri
        chi sta in quel viaggio ad impedire.

        – Il primo e principal di tutti i mostri
        – rispose – è Satanasso ed ha 'l governo
        del mortal mondo e delli regni vostri.

  115 Giá piú tempo è ch'egli uscí for d'inferno,
        e prese questo mondo a gran furore
        e ciò che muta tempo, o state o verno.

        Nel primo clima sta come signore
        colli giganti, ed un delle sue braccia
  120 piú che nullo di loro è assai maggiore

        Tu vederai il suo busto e la sua faccia,
        e gloriarsi e dir che 'l mondo vince,
        e giá la sua superbia al ciel menaccia.

        E con lo scettro in mano il mondan prince
  125 in mezzo il mondo siede triunfante,
        come signore e re delle province.

        E sua cittá ha fatta somigliante
        al vero inferno e li vizi egli tiene,
        la morte e le miserie tutte quante.

  130 E perché questo tu lo sappi bene,
        convien che tu discendi in quel profondo,
        onde ciò che si parte, alla 'nsú vene.

        Visto lo primo cerchio e poi il secondo,
        l'anime afflitte e gli altri cerchi ancora,
  135 ritornerem tu e io quassú nel mondo.

        Il regno di Satán cercherai allora
        e la sua gran cittá e l'alto seggio
        anche vedrai e chi con lui dimora.

        Or, perché 'l mondo va di male in peggio,
  140 se ben pensi chi 'l guida, da te stesso
        chiaro il vedrai sí com'io chiaro il veggio.

        Tu ragionavi, a me venendo adesso,
        ond'è che 'l mondo è sí di vizi pieno
        e perché tanto mal da Dio è permesso.

  145 Or sappi ben che Dio ha dato il freno
        a voi di voi; e se non fosse questo,
        libero arbitrio in voi sarebbe meno.

        E voglio ancor che ti sia manifesto
        che vostra carne, le piú volte, volta
  150 vostra ragion dal segno d'atto onesto.

        E perché al vizio è prona gente molta,
        Satáno vince; e questa è la sementa
        e la zizania sua mala ricolta.

        Vince anco le piú volte quando tenta,
  155 ché 'n mille modi torcer vostra nave
        puote dal porto ritto, ove si avventa;

        ché correre a vertú sempre par grave
        a vostra carne, la qual sempre incíta
        a quel che par al senso piú soave.

  160 Facciamo omai di qui nostra partita:
        il tempo è breve, ed è distante il loco,
        ov'è d'andar al ciel prima salita.

        – Minerva mia, te primamente invoco,
        e poi le muse, che dell'acqua chiara
  165 del fonte pegaseo mi diate un poco. —

        Cosí risposi e poi: – Or mi dichiara
        di questo che mi dá gran maraviglia:
        tu sai che domandando l'uomo impara.

        Quando fu che Satán e sua famiglia
  170 lasciò di sé e de' suoi l'inferno vòto
        e venne su, ove si more e figlia?

        Vorrei saper ancor, ché non mi è noto,
        s'egli è signor di tutti quegli effetti,
        che influisce il cielo ovver suo moto. —

175 Allora mi rispose in questi detti.

CAPITOLO II

Come l'autore narra a Minerva che e' si confida vincere Satanasso e suoi vizi.

        – Vergine saggia e bella il cielo adorna,
        di cui Virgilio poetando scrisse:
        «Nova progenie in terra dal ciel torna».

        Resse giá 'l mondo, e sí la gente visse
    5 sotto lei in pace, che l'etá dell'oro
        el secol giusto e beato si disse.

        La terra allora senza alcun lavoro
        dava li frutti e non facea mai spine;
        né anco al giogo si domava il toro.

   10 Non erano divisi per confine
        ancor li campi, e nullo per guadagno
        cercava le contrade pellegrine.

        Ognuno era fratello, ognun compagno;
        ed era tant'amor, tanta pietade,
   15 ch'a una fonte bevea il lupo e l'agno.

        Non eran lance, non erano spade;
        non era ancor la pecunia peggiore
        che 'l guerreggiante ferro piú fiade.

        La Invidia, vedendo tanto amore,
   20 di questo bene a sé generò pene,
        e d'esto gaudio a sé diede dolore:

        con quella doglia che a lei si convene,
        andò in inferno, ed alli vizi dice
        quanta pace avea il mondo e quanto bene.

   25 E l'Avarizia, d'ogni mal radice,
        seco ne trasse e menolla su in terra
        per conturbar quello stato felice.

        Vennon con lei la Crudeltá e la Guerra,
        l'Inganno e Froda e la Malizia tanta,
   30 che ha guasto 'l mondo e fa che cotanto erra.

        Presa ch'ebbe la terra tutta quanta,
        non gli bastò, e 'l mar ebbe assalito
        la rea radice d'ogni mala pianta.

        Quando Nettuno vide l'uomo ardito
   35 cercar il mare e non temer tempesta
        e di solcarlo e gir per ogni lito,

        trasse di fuor del mar la bianca testa
        e 'l suo tridente, ed ebbe gran pavento,
        dicendo: – Oimè! Che novitá è questa?

   4 °Come ha trovato l'uom tanto argomento,
        che passa il mar e non teme dell'onde,
        e va e vien a vela ad ogni vento? —

        Come cosa nociva si nasconde
        che non si trove, però che si teme
   45 che, se si trova, gran mal ne seconde;

        cosí Natura de' denari il seme
        pose e nascose nel regno di Pluto,
        perché la gente non turbasse insieme.

        Ma l'amor dell'aver tanto cresciuto
   50 sfondò la terra e 'l gran Pluto infernale
        robbò, gridante lui, chiamando aiuto.

        Questo fu poi cagion di maggior male,
        ché ruppe amor e legge ed ogni patto,
        e fe' il figliolo al padre disleale.

   55 Vedendo Astrea il mondo esser disfatto
        e 'l viver santo, e guasto il giusto regno
        dal mostro reo, che fu d'inferno tratto,

        lassò la terra prava a grande sdegno,
        sí come indegna della sua presenza,
   60 e tornò al ciel, ov'ella è fatta segno.

        Allor li vizi senza resistenza
        uscîro di comun da Mongibello
        col loro ardire e con la lor potenza.

        E come quei che han preso alcun castello,
   65 gridan: – Brigata, sú! il castello è nostro! —
        per veder se si leva alcun ribello;

        cosí, usciti dall'infernal chiostro,
        Satan e i suoi questo mondo pigliâro:
        allor d'inferno uscí il primo mostro.

   70 E sua superba sede collocâro
        in mezzo il mondo, dov'è il primo clima,
        onde l'un polo e l'altro vede chiaro.

        Lá sta la via che al regno mio sublima,
        su per la qual nessun può mai venire,
   75 se colui non combatte e vince in prima.

        Lí stanno i vizi sol per impedire
        che verso il cielo alcun insú non saglia
        con grandi orgogli ed onte e con ardire.

        Chi come Circe la mente gli abbaglia,
   80 chi canta dolce piú che la sirena,
        e chi menaccia e chi dá gran battaglia.

        Di mille se un passa e anco appena,
        viene in contrada di splendor sereno,
        di belli fiori e dolci canti piena.

   85 Ed in quel pian sí chiaro e tanto ameno
        stanno quei ch'ebbon fama di virtute,
        benché battesmo e fede avesson meno:

        ché non vuol l'alto Dio che sien perdute
        le prodezze in inferno, e senza fede
   90 vuol che null'abbia l'eternal salute.

        Chi, oltre andando, piú suso procede,
        trova nel gran giardin quattro donzelle:
        oh beato chi l'ode e chi le vede!

        Tre altre piú divine e vieppiú belle
   95 ne stan piú su, e con queste sto io,
        accompagnata da quelle sorelle.

        Ed in quel loco bel vagheggio Dio,
        e veggio il primo artista nel suo esemplo
        tra le bellezze del suo lavorio.

  100 Poi vo piú alto ed entro nel gran templo
        del sommo Iove, e con la mente mia
        a faccia a faccia il Creator contemplo.

        Anche domandi quanta signoria
        ha Satanasso; ed, a ciò dichiararte,
  105 convien con fondamento sappi in pria

        che Dio è primo prince in ogni parte
        sempre e di tutto, ed a' primi motori
        la sua virtú comunica e comparte.

        E questi dopo lui sonno signori
  110 di tutte quelle cose, che 'l ciel move,
        perché de' cieli son governatori.

        Adunque ciò che da influenzia piove,
        o che fa 'l tempo, cioè state o verno,
        ovver natura delle cose nòve,

  115 tutto procede dal moto superno;
        e la virtú vien da' motor primai,
        a cui de' cieli Dio dato ha 'l governo.

        Piú che gli altri motor Satán assai
        ha di potenza, e da lui esser mossa
  120 puote ogni spera ed influir suoi rai.

        E se ogni cosa natural è scossa
        dai ciel, che viene in terra, or puoi sapere
        quant'ella è grande e ampia la sua possa.

        E, poiché colpa gli fe' l'ali nere,
  125 Dio spesse volte l'operar gli toglie,
        sí come in Iobbe si poteo vedere.

        Vero è che a certe cose egli lo scioglie,
        ché vuol che sia signor sopra la gente
        che segue la sua legge e le sue voglie.

  130 E tu lo proverai s'egli è possente
        coi vizi suoi ed anco s'egli stanca
        la carne vostra, quando a lui consente.

        Ma non temere e l'animo rinfranca;
        reduci i grandi esempli alla memoria,
  135 ché fortezza incorona, se non manca.

        Nella battaglia s'acquista vittoria.
        Nessun mai per fuggir o per riposo
        venne in altezza, fama ovver in gloria.

        E, se il cammino è duro o faticoso,
  140 pensa del fine e pensa qual sia il frutto
        fra te medesmo saggio e virtuoso. —

        Allor allor alla briga condutto
        stato essere vorria: tanta speranza
        mi die' il suo dir e rinfrancòme tutto.

  145 E però dissi con grande baldanza:
        – Andiam, ché nullo mostro pel sentiero
        di potermi impedire avrá possanza.

        – Non ti fidar di te, né sie altèro
        – rispose, – ché colui è piú da lunge,
  150 che stima esser piú appresso nel pensiero.

        Nessun giammai a buon termine giunge,
        se del gir poco o del tornar addietro
        non fa a sé gli spron, con che si punge.

        Perché di sé presunse il gran san Pietro,
  155 cadde, da vento piccolo commosso,
        non come ferma pietra, ma di vetro. —

        Quando udii questo, di vergogna rosso
        sí diventai, che dissi per scusarme:
        – Minerva, senza te niente posso.

  160 Perché spero da te la possa e l'arme
        – diss'io, – credo cosí esser difeso,
        se dietro a te ti degni di guidarme. —

Allor si mosse, quando m'ebbe inteso.

CAPITOLO III

Come l'autore mediante la dea Minerva ritornò dell'inferno, dove era disceso.

        Denanti a me andava la mia guida,
        e poi io dietro per una via stretta,
        seguendo lei come mia scorta fida.

        Andando come alcun che non sospetta,

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